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È una notte completamente buia. Un uomo si erge nell’oscurità, accompagnato dal proprio cane, e altre persone siedono a poca distanza, tutte in rigoroso silenzio. Il cielo viene squarciato da una scia luminosa, e subito dopo da una seconda. Un’esclamazione di meraviglia diffusa rompe per un attimo l’incanto della quiete. Altre scie, di tanto in tanto, illuminano la notte, e la maggior parte sembrano provenire dalla stessa direzione.
È la notte delle stelle cadenti, è la notte di San Lorenzo e delle sue lacrime.
Tra mito, tradizione e scienza, questo proemio suggestivo evoca sicuramente emozioni e ricordi. Tuttavia, la realtà, per quanto affascinante, è spesso meno romantica. In questo articolo cercheremo di sfatare luoghi comuni legati alle “stelle cadenti”, senza però infrangere quella poesia che ci accompagna nelle notti osservative, e di approfondire alcuni aspetti.
Partiamo con il piede, anzi con il termine, giusto
È necessario fare un po’ di luce nell’oscurità che spesso accompagna la terminologia legata alle stelle cadenti. Tre sono i termini chiave, dai significati ben precisi e differenziati: meteoroide, meteora, meteorite. Li descriveremo raccontandovi una breve storia.
C’era una volta Scinty, un corpo roccioso o metallico, probabilmente il frammento di un asteroide, di una cometa o di un detrito spaziale, di dimensioni non particolarmente accentuate, errante insieme a tanti altri suoi amici in una porzione di spazio che, prima o poi, sarebbe stata attraversata dalla Terra durante il suo percorso annuale intorno al Sole. Era un meteoroide. Al passaggio della Terra, il meteoroide si scontrò con l’atmosfera, un po’ come accade a un’automobile quando entra in un nugolo di moscerini. Per una serie di fenomeni che illustreremo più avanti, Scinty iniziò a produrre una scia luminosa: si era appena trasformato in una meteora, quella che siamo abituati a chiamare impropriamente “stella cadente”. Il frammento, che aveva dato origine al fenomeno luminoso, attraversando i vari strati dell’atmosfera “evaporò” piano piano, ma non si dissolse completamente, come invece accadde alla maggior parte dei suoi amici che stavano facendo lo stesso viaggio. Quel che restò di lui finì sul suolo terrestre: era diventato un meteorite. L’impatto con il terreno avrebbe potuto essere più o meno distruttivo, a seconda delle sue dimensioni iniziali: si sarebbe confuso con il materiale già presente sul suolo, oppure avrebbe prodotto un cratere anche di grandi dimensioni. In questo caso specifico, di Scinty rimase solo un piccolo frammento che nessuno notò.
In sintesi,
un meteroide è un frammento che vaga nello spazio
una meteora è la scia luminosa che il frammento produrrà qualora entrasse nell’atmosfera
un meteorite è ciò che, eventualmente, resterà del meteoroide.
Luoghi comuni? No, grazie.
Le stelle cadono davvero?
Siamo abituati a parlare di “stelle cadenti”, ma le stelle non cadono: quelle che vediamo incastonate nella volta celeste come gioielli luminosi restano lì. Si spostano nel corso della giornata ruotando tutte insieme sulla volta celeste, si muovono attraverso l’Universo ma con spostamenti irrilevanti rispetto alla durata nella nostra vita, possono passare da una fase evolutiva a quella successiva (e questa è tutt’altra storia), ma non cadono. Quelle che vediamo sono meteore, come nella storia di Scinty che abbiamo poc’anzi letto. E possiamo esser certi che dopo aver assistito a una pioggia di meteore, la volta celeste si ripresenterà uguale al giorno precedente!
Le stelle cadenti si vedono solo la notte di San Lorenzo?
No, non è affatto così. Anzitutto, il momento migliore per godersi lo sciame delle Perseidi (questo è il nome scientificamente corretto per designare le “lacrime di San Lorenzo”) non è il 10 agosto, ma qualche giorno dopo, quando la Terra si trova davvero nella posizione giusta per “scontrarsi” con la porzione più corposa di meteoroidi vaganti. E, in più, lo sciame delle Perseidi non è neppure quello più emozionante: ad esempio, con le Geminidi e le Quadrantidi possiamo osservare, nelle migliori condizioni di cielo, fino a un massimo di 120 meteore l’ora, contro le 100 circa delle Perseidi. Tuttavia, le Perseidi si manifestano in un periodo in cui trascorriamo tanto tempo all’aperto, magari in montagna e in luoghi bui. È senz’altro più piacevole rimanere una notte stesi sul prato, oppure in spiaggia, in estate piuttosto che in pieno inverno!
Se esprimo un desiderio durante l’osservazione di una meteora, si avvererà?
La domanda, con la risposta prevedibile, è ovviamente solo un pretesto per raccontare qualcos’altro sulle “stelle cadenti”. Difficile che una scia luminosa possa far avverare i nostri desideri, anche perché la sua durata è così repentina da non darci neppure il tempo di elaborare un pensiero, se non un “Oooh” di meraviglia. L’effetto luminoso di una meteora dura davvero poco, spesso neppure un secondo, a meno di non avere la fortuna di vedere un bolide di particolare impatto visivo, che potrebbe restare nel cielo anche per diversi secondi. Del resto, il momento di meraviglia spesso ci fa anche dimenticare del desiderio che avevamo in mente. Personalmente, l’unico desiderio che esprimo, sempre con qualche attimo di ritardo, è di vedere entro breve un’altra meteora!
Anatomia di una meteora
Probabilmente, a scuola ci hanno spiegato che un meteoroide, quando entra a contatto con l’atmosfera, per effetto dell’attrito inizia a bruciare, mostrando così la sua scia. La spiegazione scientifica è in realtà ben più complessa di questa semplificazione, che può andar bene per un bambino dei primi anni di scuola, ma è insoddisfacente per chi vuole conoscere davvero il fenomeno.
Torniamo al nostro protagonista, il meteoroide Scinty, nel momento in cui entra nell’atmosfera. Una volta raggiunta la termosfera, che inizia a circa 500 km di quota rispetto alla superficie terrestre, avrà una velocità compresa tra 11,2 km/s (la velocità di fuga terrestre) e 78,8 km/s, a seconda della sua traiettoria e della velocità iniziale. Una tale velocità si traduce in un’energia cinetica molto elevata. Ad essa si aggiunge un’altrettanto forte pressione dinamica prodotta dall’urto del meteoroide con le particelle atmosferiche, nella direzione del movimento; in corrispondenza della regione posteriore del meteoroide, ovviamente, la pressione dinamica sarà quasi nulla. La compressione è così intensa da scaldare violentemente il meteoroide, non per attrito (come in generale si ritiene), ma per compressione adiabatica dei gas davanti al corpo celeste. Possiamo immaginare di gonfiare lo penumatico di una bicicletta: noteremo che l’aria si riscalda. Allo stesso modo, la suddetta pressione dinamica provoca il riscaldamento del meteoroide che, una volta raggiunta la mesosfera, si ritroverà ad affrontare una temperatura di circa 2500 °C.
Questa elevata temperatura provoca la sublimazione degli strati più esterni del meteoroide, che passano dallo stato solido direttamente a quello gassoso, senza attraversare la fase liquida, come nei processi di fusione tradizionali. Si produce, di conseguenza, un fenomeno di ablazione superficiale. Gli atomi del materiale ablato si scontrano con gli atomi che compongono i gas dell’atmosfera, provocando un processo di ionizzazione (alimentato dall’elevata energia termica del meteoroide). Il meteoroide lascia così dietro di sé una scia di ioni positivi (atomi privati di uno o più elettroni) e di elettroni (quelli persi dagli atomi, oltre a quelli già presenti nell’atmosfera). Siccome ioni positivi ed elettroni hanno carica opposta, tendono ad attrarsi e, quindi, a ricombinarsi. Quando uno ione positivo acquisisce uno o più elettroni, rilascia energia (la stessa assorbita quando aveva perso elettroni) sotto forma di fotoni. Ed è questa la scia che vediamo.
L’ablazione porta a una riduzione progressiva della massa del meteoroide, che piano piano si “consuma” e raramente raggiunge la superficie terrestre. A parte questo, secondo studi recenti, alcune meteore si frantumano dall’interno: a causa dell’elevata velocità e della differenza di pressione tra la parte anteriore e quella posteriore del meteoroide, l’aria entrerebbe attraverso i pori della roccia, provocandone lo sbriciolamento.
Le Perseidi
Perché il termine corretto per designare le lacrime di San Lorenzo è Perseidi?
Per un effetto prospettico, la maggior parte delle stelle cadenti sembrano provenire da un’area abbastanza ben delimitata, di solito di forma circolare o ellittica, di dimensioni limitate a qualche grado, il cosiddetto radiante. In questo caso, la Costellazione in questione è quella del Perseo, e da qui deriva il termine Perseidi. Niente toglie, ovviamente, che in queste sere altre stelle cadenti, non appartenenti allo sciame, possano essere individuate in porzioni di cielo differenti.
Le Perseidi sono originate dai frammenti di una cometa, la Swift-Tuttle, che la Terra incontra, come un’automobile che si imbatte in un nugolo di moscerini, tra il 17 luglio e il 24 agosto, durante la sua orbita intorno al Sole. Il picco in realtà non è atteso per il 10 agosto, come convenzionalmente si ritiene, ma un paio di giorni dopo, tra il 12 e il 13. Perché?
Quando ha avuto origine la tradizione delle Lacrime di San Lorenzo, nel 1800 dopo la scoperta della cometa, effettivamente il picco era in corrispondenza del 10 agosto.
Tuttavia, per effetto del moto di precessione degli equinozi (si tratta di uno spostamento millenario dell’asse terrestre), la data del picco si sposta in avanti di 1 giorno ogni 72 anni.
Sa calcoliamo gli anni trascorsi dalla metà dell’800 a oggi, effettivamente arriviamo al 12 agosto (11 agosto in caso di anno bisestile).
La cometa Swift-Tuttle
La 109P/Swift-Tuttle, come si evince anche dalla P che precede il suo nome completo, è una cometa periodica, il che significa che ha un periodo orbitale inferiore a 200 anni; in questo caso specifico, parliamo di 133,28 anni. Quando è all’afelio, la sua distanza è di 7 miliardi di anni, che si riduce a 140 milioni di chilometri al perielio.
L’abbiamo incontrata l’ultima volta l’11 dicembre 1992 e dovremo attendere il 12 luglio 2126 per rivederla!
Durante il suo passaggio in prossimità del Sole, la Swift-Tuttle rilascia molti detriti, sotto forma di polveri e roccia, e sono proprio quelli che la Terra incontra nel suddetto periodo compreso tra il 17 luglio e il 24 agosto, dando origine allo sciame delle Perseidi.
Un po’ di storia
Fino all’800, le stelle cadenti venivano considerate un fenomeno meteorologico (questo spiega perché si chiamano meteore), e non erano oggetto di studi di particolare rilievo. Neppure ci si era resi conto della ricorrenza periodica (annuale) del fenomeno.
Il 16 e il 19 luglio 1862, due astronomi statunitensi, rispettivamente Lewis Swift e Horace Parnell Tuttle, individuarono una nuova cometa, non riportata negli almanacchi dell’epoca. In realtà Swift pensava di aver individuato una cometa già nota, mentre Tuttle si rese conto che si trattava di una scoperta originale. Quasi contemporaneamente, il 22 luglio, il fisico pisano Antonio Pacinotti fece in maniera indipendente la stessa rilevazione. Swift e Tuttle, più veloci nella comunicazione agli enti scientifici, ebbero l’onore di vedersi attribuire il nome della cometa, sebbene anche a Pacinotti fu riconosciuta la scoperta contemporanea e indipendente.
Quattro anni dopo, nel 1866, l’astronomo e ingegnere Giovanni Virgilio Schiaparelli associò il passaggio al perielio della cometa Swift-Tuttle, avvenuto nel 1862, con lo sciame di meteoriti visibile ogni anno in quel periodo. Di fatto, quindi, dobbiamo a Schiaparelli la scoperta della vera natura degli sciami meteorici.
Osservare le Perseidi quest’anno
La Luna sarà piena il 9 agosto, quando ci accompagnerà dal tramonto del Sole fino all’alba, rendendo ovviamente più difficili le osservazioni. Nei giorni successivi sarà calante: nella notte tra il 12 e il 13 risulterà illuminata all’89% e sorgerà intorno alle 21:45, con tramonto alle 9:30 del mattino successivo (orari approssimativi del centro-sud, quelli precisi dipendono ovviamente dalla latitudine del luogo di osservazione). Quindi, non potremo godere della magia di quel cielo completamente buio raccontata nell’introduzione all’articolo. Ma questo non significa che dobbiamo desistere: se le condizioni meteorologiche lo consentiranno, sarà comunque una bella esperienza e un’occasione per trascorrere qualche ora all’aria aperta, in serenità, scrutando le meraviglie del cielo, Luna compresa.
E qual è l’orario migliore per le osservazioni? Più tardi ci dedicheremo alle osservazioni, meglio sarà. Anzitutto, sebbene la Luna sarà un ostacolo per via della sua elevata luminosità, in un orario intermedio tra l’alba e il tramonto del Sole il cielo sarà più buio, e il Perseo sarà più alto, aumentando la possibilità di vedere delle stelle cadenti.
Potrebbe essere utile guardare non proprio in direzione della parte centrale del radiante, ma in un intorno di circa 90°: le meteore che sono più ai bordi di quest’area sono quelle che avanzano in maniera non frontale rispetto al nostro punto di vista, e quindi appariranno con una scia più lunga e di maggiore durata.
Per osservare le meteore non occorre alcuna attrezzatura: bastano una stuoia o una sedia comoda e tanta pazienza, ma non aspettatevi di vedere davvero una pioggia continua di stelle cadenti, come in alcune immagini romantiche! Nelle migliori condizioni potremmo vederne un centinaio l’ora, ma per via della Luna già sappiamo che non sarà così, indipendentemente dalla pulizia del cielo e dal luogo osservativo.
Una fotocamera potrebbe essere utile, specialmente se siamo in una zona abbastanza buia, impostando scatti a intervalli regolari oppure realizzando una lunga ripresa, magari uno startrail, nella speranza di beccare qualche scia luminosa nei fotogrammi.
Ma le Perseidi non sono l’unico appuntamento del mese di agosto: dalla tabella nella sezione “Altri sciami”, si evince che il 16 agosto, quindi proprio a cavallo di Ferragosto, ci sarà il picco delle K-Cygnidi. Certo, si tratta di uno sciame poco significativo, con uno ZHR (Tasso Orario Zenitale) di appena 10, ma potrebbe comunque riservare qualche sorpresa! Quindi, considerando anche il periodo climaticamente favorevole e la Luna all’ultimo quarto, il consiglio è di non lasciarsi sfuggire questa seconda occasione.
Individuare la Costellazione del Perseo
Le due immagini seguenti mostrano il Perseo prima nel dettaglio e poi nella sua porzione di cielo insieme alle Costellazioni adiacenti, intorno alle 22:30. Individuata Cassiopea, grazie alla sua inconfondibile forma a W, sarà facile spostarsi verso l’orizzonte per trovare il Perseo. La maggior parte delle meteore che vedremo sembreranno provenire da quella direzione, per un effetto prospettico. Tuttavia, consigliamo di non concentrare la nostra osservazione esclusivamente in quella porzione di cielo, perché come già detto molte meteore potranno essere viste anche in altre regioni!
L’origine delle lacrime di San Lorenzo
Su Lorenzo, originario di Osca in Aragona (Spagna), non abbiamo molte notizie documentate, ma sappiamo che fu uno dei sette diaconi di Roma.
Nell’agosto del 258 d.C., l’imperatore Valeriano emanò un editto, per effetto del quale vescovi, presbiteri e diaconi vennero condannati a morte. E, infatti, il 6 agosto Papa Sisto II fu ucciso durante la celebrazione dell’eucarestia, insieme a quattro diaconi. A Lorenzo fu data la possibilità di salvarsi, a patto che cedesse all’Imperatore tutte le ricchezze della Chiesa. Lorenzo, invece che con beni materiali, si presentò con una folla di derelitti, dichiarando che loro rappresentavano il vero tesoro della Chiesa. Il 10 agosto fu martirizzato e ucciso sulla graticola. Ecco spiegato perché nell’iconografia tradizionale San Lorenzo è mostrato con una graticola!
Le stelle cadenti che si osservano in un intorno temporale del 10 agosto ogni anno rappresentano le lacrime versate durante il martirio o, più realisticamente, la cenere ardente proveniente dai carboni. Sebbene il martirio sia avvenuto nel 258, la tradizione delle lacrime di San Lorenzo è molto più recente, in quanto risale solo all’800.
I colori delle meteore
Le meteore, oltre a mostrare una scia più o meno brillante e più o meno lunga, si caratterizzano anche per i loro colori, che dipendono dalla composizione chimica del meteoroide. I colori non sempre sono facilmente individuabili a occhio nudo, sia perché la scia spesso è poco intensa che per la sua durata troppo breve. Invece, se avremo la fortuna di riprendere una meteora in fotografia, riusciremo a identificare il colore e, di conseguenza, la composizione del meteoroide.
Vediamo di seguito un elenco dei colori e della corrispondente composizione
Blu-verde: Magnesio
Viola: Calcio
Verde acceso: Nichel
Arancione: Sodio
Giallo: Ferro
Questi colori fanno riferimento agli elementi intrinseci che costituiscono il meteoroide. Una dominanza rossa invece deriva dal contatto del corpo celeste con l’azoto e l’ossigeno presenti nell’atmosfera.
Altri sciami
Nella tabella seguente sono mostrati alcuni degli sciami meteorici più significativi che possiamo osservare nel corso dell’anno.
Una precisazione importante: gli sciami che sono preceduti da una lettera dell’alfabeto greco non vanno confusi con eventuali altri sciami della Costellazione principale. Si tratta, cioè, di sciami il cui radiante è intorno alla stella indicata dalla lettera greca. Ad esempio, le α Monocerontidi non sono le Monoceridi, ma sono uno sciame di meteore che sembrano provenire in maniera specifica dal radiante intorno alla stella α della Costellazione dell’Unicorno (Monoceros).
Nome e corpo di origine
Periodo
Picco
Velocità (km/s)
ZHR
Quadrantidi (Asteroide 196256 – 2003 EH1)
1-5 gennaio
4 gennaio
41
120
Liridi (cometa C/1861 G1)
16-25 aprile
21 aprile
49
15
η Aquaridi
(n.d.)
19 aprile-28 maggio
5 maggio
66
60
Perseidi (Swift-Tuttle)
17 luglio-24 agosto
12 agosto
59
100
K-Cygnidi (n.d.)
3-25 agosto
16 agosto
25
10
Draconidi (Cometa Giacobini-Zinner )
6-10 ottobre
8 ottobre
20
Variabile
Orionidi (Cometa di Halley)
2 ottobre-7 novembre
21 ottobre
66
20
Leonidi (Tempel-Tuttle)
14-21 novembre
17 novembre
71
15
α Monocerontidi (n.d.)
15-25 novembre
21 novembre
65
Variabile
Geminidi (Asteroide 3200 Phaethon)
7-17 dicembre
13 dicembre
35
120
Pascoli e il X agosto
“San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.”
Con questi versi Giovanni Pascoli inizia una delle sue liriche più note e sicuramente toccanti, dedicata al padre, assassinato proprio quella notte. Un grande dolore, una cicatrice profonda che si rinnovava ogni anno e che neppure la bellezza del fenomeno astronomico poteva lenire.
Glossario
Ionizzazione: un atomo, di base neutro (elettroni con carica negativa e protoni con carica positiva si equivalgono elettricamente) acquisisce o perde uno o più elettroni. Ione positivo se perde un elettrone, per cui ha più protoni e quindi carica positiva; per perdere un elettrone, deve assorbire una quantità di energia pari al livello energetico più esterno.
Lo ione è negativo se acquisisce un elettrone, per cui ha più elettroni che protoni, e quindi carica negativa. Per acquisire un elettrone deve rilasciare energia.
Pressione di un fluido: in un fluido in movimento riscontriamo tre tipi di pressione:
pressione statica (la pressione esercitata dal fluido sulle pareti del contenitore, e agisce in modo uniforme indipendentemente dalla velocità);
pressione dinamica (la componente della pressione corrispondente all’energia dell’unità di massa del fluido e dipende dalla velocità, ovvero dall’energia cinetica, agendo nella direzione di moto);
pressione totale: la somma della pressione statica e della pressione dinamica.
ZHR: l’acrononimo sta Zenithal Hourly Rate, ovvero Tasso Orario Zenitale. Indica il numero di meteore visibili in un’ora nelle migliori condizioni. Questo significa che dovremmo essere sotto un cielo completamente sereno, affetto da pochissimo inquinamento luminoso (magnitudine limite pari a +6,5) e senza Luna e con il radiante allo zenith, ovvero sopra la nostra testa! In condizioni urbane, ovviamente, il numero reale di meteore potenzialmente osservabili diventa molto più piccolo.
Un team internazionale di astronomi ha appena ottenuto la più nitida immagine mai scattata della cometa interstellare 3I/ATLAS, grazie alla straordinaria precisione del telescopio spaziale Hubble, frutto della collaborazione tra NASA ed ESA. Questo oggetto, in rapido transito attraverso il nostro Sistema Solare, non proviene da casa nostra, ma da qualche altro remoto sistema stellare nella Via Lattea.
Un cuore invisibile, ma stimabile
Nonostante la potenza di Hubble, il nucleo solido della cometa – la parte centrale e ghiacciata – non è direttamente visibile, nascosto dalla nube di gas e polveri che lo circonda. Tuttavia, le immagini raccolte hanno permesso agli scienziati di stimarne le dimensioni con una precisione mai raggiunta prima: il diametro potrebbe essere al massimo di 5,6 chilometri, ma potenzialmente anche molto più piccolo, attorno ai 320 metri.
Polveri, coda e attività
Hubble ha osservato una scia di polveri sollevata dal lato della cometa riscaldato dal Sole, insieme a una coda che inizia a formarsi mentre il nucleo si avvicina. L’attività osservata, ovvero il tasso con cui la cometa sta perdendo polveri, è coerente con quella delle comete “autoctone” del Sistema Solare che diventano attive intorno a 480 milioni di chilometri dal Sole. Questo rende il comportamento di 3I/ATLAS simile a quello delle comete che conosciamo, pur venendo da molto più lontano.
uesta immagine del telescopio spaziale Hubble mostra la cometa interstellare 3I/ATLAS, fotografata il 21 luglio 2025, mentre si trovava a 365 milioni di chilometri dalla Terra. Hubble rivela che la cometa è avvolta in un bozzolo di polveri a forma di goccia, che si sprigiona dal suo nucleo solido e ghiacciato. Poiché il telescopio seguiva il moto della cometa lungo una traiettoria iperbolica, le stelle di sfondo appaiono come strisce diagonali nell’immagine. Descrizione dell’immagine: al centro si vede una nube bluastro a forma di goccia, diretta verso l’angolo in basso a sinistra. Intorno, diverse strisce diagonali azzurre rappresentano le stelle di sfondo, che appaiono allungate a causa del movimento del telescopio. Crediti: NASA, ESA, D. Jewitt (UCLA); elaborazione immagine: J. DePasquale (STScI).
Un viaggiatore da un altro sistema stellare
Ma cosa rende davvero speciale 3I/ATLAS? La sua origine interstellare. Si tratta di un oggetto che non è nato insieme al nostro Sistema Solare: proviene da un altro sistema stellare, lontano chissà quante migliaia di anni luce, e ha viaggiato per miliardi di anni nello spazio interstellare prima di entrare nella nostra regione.
Questa lunga odissea cosmica ha lasciato un segno: 3I/ATLAS viaggia a una velocità record di 210.000 chilometri all’ora, la più alta mai osservata per un oggetto che attraversa il Sistema Solare. Gli scienziati ritengono che sia stata accelerata nel tempo da interazioni gravitazionali con stelle e nubi di gas che ha incontrato durante il suo vagabondaggio galattico.
Un’apparizione fugace
La cometa è stata scoperta il 1° luglio 2025 grazie al sistema di sorveglianza ATLAS (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System), quando si trovava a 675 milioni di chilometri dal Sole. Resterà visibile dai telescopi terrestri fino a settembre, poi si avvicinerà troppo al Sole per essere osservata in sicurezza. Ma tornerà a farsi vedere: riapparirà a dicembre, visibile di nuovo dopo aver completato il suo passaggio dietro il Sole.
Uno studio in corso
Le osservazioni di Hubble saranno affiancate da altri strumenti d’avanguardia, in particolare dal James Webb Space Telescope, che analizzerà in dettaglio la composizione chimica della cometa. I risultati completi di questo studio verranno pubblicati su The Astrophysical Journal Letters, ma sono già disponibili in anteprima online.
Un altro messaggero dalle stelle
Dopo 1I/‘Oumuamua e 2I/Borisov, 3I/ATLAS è il terzo oggetto interstellare scoperto a entrare nel nostro Sistema Solare. Ogni passaggio di questi “messaggeri galattici” è una occasione unica per imparare qualcosa in più non solo su di loro, ma anche sui sistemi planetari lontani e sulle dinamiche che regolano lo spazio tra le stelle.
Eyes on the News è un’applicazione web interattiva sviluppata dalla NASA, tramite il Jet Propulsion Laboratory (JPL), che permette di esplorare visivamente le notizie più recenti relative a missioni spaziali, oggetti del sistema solare e fenomeni astronomici. Il servizio associa ogni comunicato ufficiale dell’Agenzia a una rappresentazione tridimensionale dei suoi protagonisti – come sonde, satelliti, pianeti o asteroidi – collocandoli in uno spazio virtuale navigabile in tempo reale.
La piattaforma consente di orientarsi nel sistema solare, osservare le traiettorie delle missioni, analizzare la posizione attuale degli oggetti coinvolti e leggere brevi schede informative associate a ciascun evento. Ogni elemento è modellato in scala, con animazioni che simulano il movimento orbitale e l’interazione con altri corpi celesti, quando rilevante.
Eyes on the News fa parte della suite NASA’s Eyes, un insieme di strumenti progettati per offrire visualizzazioni scientificamente accurate e aggiornate, con l’obiettivo di rendere accessibili al pubblico i dati delle missioni e delle osservazioni NASA. Il servizio è disponibile direttamente via browser, non richiede installazioni e può essere utilizzato su dispositivi desktop e mobili.
Tra le funzioni disponibili:
Navigazione interattiva intorno a oggetti e missioni;
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Si terrà domenica 10 agosto, giorno di San Lorenzo, l’inaugurazione dell’Osservatorio Astronomico e Geofisico della Pezza (frazione di Scheggia). Dopo importanti e radicali lavori di recupero, riqualificazione e ristrutturazione la struttura sarà pronta ad accogliere studiosi, studenti ed appassionati di astronomia. Inserita in un contesto più ampio di infrastrutture di carattere culturale e turistico, l’Osservatorio, si trova al centro di un sistema escursionistico riccamente innervato di sentieri e caratterizzato dalla presenza di abbazie ed eremi benedettini, ostelli, siti di interesse speleologico e luoghi naturali incontaminati nel cuore del Parco Naturale Regionale del Monte Cucco. L’impegnativo recupero della struttura, che versava in un grave stato di abbandono, è stato reso possibile grazie ad un finanziamento di €.140.000,00 erogato in seno alla Strategia area interna Nord est Umbria 2014-2020 mentre la strada che vi giunge è stata ripristinata con un finanziamento di €. 720.000,00 tramite il Piano di Sviluppo Rurale (PSR Umbria misura 7.2.1). La cerimonia di inaugurazione, che vedrà la presenza della Presidente della Regione Stefania Proietti, del Presidente della Provincia di Perugia Massimiliano Presciutti, dei Sindaci dei Comuni delle Aree Interne e di alcuni studiosi dell’Associazione Astronomica Umbra, avrà inizio alle 19,30 e, dopo gli interventi di rito proseguirà con un breve rinfresco, un concerto per pianoforte e tromba organizzato da “Suoni Controvento” e, a notte, con l’osservazione della volta celeste. Data l’impossibilità di raggiungere l’Osservatorio con mezzi privati, salvo biciclette e moto, un servizio gratuito di navette sarà disponibile dal parcheggio della Protezione Civile di Scheggia (via Campo Sportivo) ad iniziare dalle 17,30 per terminare, con l’ultima corsa verso Scheggia, alle 23,30.
In questo appuntamento affronteremo una panoramica dettagliata delle recenti esplorazioni del rover Perseverance su Marte, focalizzandosi sull’indagine geologica di Witch Hazel Hill e l’inizio delle attività nella regione Krokodillen. Dopo aver analizzato strati rocciosi chiari e scuri, il rover ha effettuato il carotaggio “Bell Island”, che ha rivelato campioni ricchi di sferule ma ha comportato difficoltà tecniche sia durante la perforazione sia nella conservazione del campione, poi parzialmente risolta. La gestione delle fiale viene ora affrontata con una strategia flessibile, vista la scarsità di contenitori rimasti. Osserveramo anche l’individuazione di nuove aree ricche di argille, carbonati e olivina che potrebbero fornire importanti indizi sulla passata presenza di acqua e sulla possibilità di tracce di vita. Viene celebrato inoltre il Sol 1500 con un autoscatto del rover e la fortuita cattura di un diavolo di polvere. Tra gli eventi scientifici di rilievo figura la prima osservazione confermata di un’aurora verde marziana in luce visibile, registrata nel Sol 1094. Chiude l’articolo l’analisi di un’immagine notturna con la luna Deimos e le stelle del Leone, frutto di un’elaborazione ad alta risoluzione. Si parte!
L’autoscatto di Perseverance nel Sol 1500 di missione. Davanti al rover si nota il foro del prelievo Bell Island, mentre sullo sfondo a sinistra è possibile intuire la presenza di un diavolo di polvere. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
Perseverance: su e giù per Witch Hazel Hill
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Sono ormai alcuni mesi che il rover ha iniziato l’esplorazione di Witch Hazel Hill, un affioramento roccioso al confine del cratere Jezero caratterizzato dall’alternanza tra strati chiari e scuri. Il 10 marzo è stato effettuato un campionamento in quest’area, con l’obiettivo specifico di analizzare una porzione degli strati rocciosi chiari. Il carotaggio, denominato Main River (vedi Coelum Astronomia n°274) ha svelato che le zone chiare della regione sono composte da frammenti rocciosi più piccoli rispetto a quelli prevalenti nelle aree scure. A volte, queste rocce grossolane contengono sferule, particolarmente rilevanti per il team scientifico in quanto potrebbero offrire preziosi indizi sui processi che hanno originato la formazione di questi strati. Le verifiche degli strati scuri sono avvenute inizialmente tramite abrasioni. La prima di esse è stata eseguita su “Puncheon Rock” e un secondo tentativo, meno fortunato, compiuto nel Sol 1456 (25 marzo) sulla locazione “Wreck Apple”. Wreck Apple è un ripido promontorio roccioso e rappresenta con ogni probabilità una delle zone più insidiose affrontate da Perseverance durante la missione: il terreno, irregolare e frastagliato, sale fino a un breve crinale che domina una valle sabbiosa situata a meno di mezzo chilometro verso ovest. Un panorama mozzafiato ma comprensibilmente fonte di qualche preoccupazione in più del solito per i piloti del rover, impegnati a controllare un delicato mezzo robotico a decine di milioni di chilometri di distanza. Ma come anticipato, a dispetto del rischio (ovviamente calcolato), l’abrasione non ottiene il risultato sperato. L’operazione dura molto meno degli usuali 20 minuti, venendo interrotta prematuramente dopo appena 7. È possibile che durante le fasi iniziali il sistema abbia rilevato un avanzamento insufficiente della punta legato a un’eccessiva durezza della roccia, optando così per il blocco delle operazioni. Non è una novità o qualcosa di cui preoccuparsi, ma solo una delle svariate occasioni in cui Marte si mostra “geloso” dei suoi segreti. Nei Sol successivi il rover viene fatto spostare per circa 80 metri verso sud in direzione della regione Port Anson e qui il 12 aprile esegue un’abrasione di successo nella località “Strong Island”. Questa zona, individuabile in alto nella mappa come il vertice ovest del piccolo “triangolo” delineato dai percorsi bianchi di Perseverance, mostra chiaramente il contatto tra unità geologiche di differente colore. L’abrasione rivela significative differenze nella composizione rispetto alle rocce chiare di Witch Hazel Hill, ma non vengono rinvenuti i frammenti grossolani e ricchi di sferule che i ricercatori hanno messo nel mirino per un potenziale prelievo. Non sembra un punto dove proseguire con ulteriori investigazioni, quindi al termine delle osservazioni fotografiche si può tornare verso nord dove erano già state individuate nuove aree da esplorare. Qualche giorno dopo vengono così raggiunte “Pine Pond” e “Dennis Pond” e il 18 aprile viene eseguita l’abrasione “Hare Bay”. I rilievi sulla roccia portata alla luce finalmente rivelano la presenza di sferule in questa regione. È un’ottima notizia e pochi Sol più tardi, il 22 aprile, arriva il via libera per sfoderare nuovamente il trapano ma stavolta impiegando una delle punte dedicate a prelevare un campione che avrebbe riempito la 29esima fiala del rover. Sarà andato tutto liscio?
Scorcio di “Wreak Apple” da parte di Perseverance. Right NavCam, Sol 1461. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.Un’altra osservazione da “Wreck Apple” due Sol prima del tentativo di abrasione. La posizione della ruota anteriore destra suggerisce quanto il rover fosse inclinato lateralmente al momento dello scatto. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.La roccia “Wreak Apple” è stata a malapena scalfita dalla punta abrasiva di Perseverance. Camera WATSON, Sol 1458. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
La Punta nella Roccia
Mappa con gli spostamenti di Perseverance aggiornata al Sol 1540 (20 giugno).
Al termine dell’operazione di prelievo di “Bell Island”, quando i dati hanno cominciato ad arrivare sulla Terra è apparso chiaro che Perseverance era riuscito a forare la roccia ma si era fermato prima di ritrarre il trapano e conservare il campione. Si è così scoperto che quella roccia particolarmente dura, ben diversa dalle rocce friabili incontrate sul bordo superiore del cratere, aveva messo severamente alla prova il trapano e l’intero sistema di stabilizzazione lasciando la punta incastrata nel terreno. Dopo diversi giorni di interventi da parte dei tecnici, il 29 aprile l’emergenza è stata finalmente risolta e l’estrazione della punta è stata confermata come riuscita. La conservazione del campione di roccia restava però irrisolta: gli scatti di CacheCam, la fotocamera che documenta i campioni prima di sigillarli, hanno mostrato che il frammento era troppo voluminoso per la fiala, rendendone impossibile la chiusura. Anche il transito nella “stazione di compattamento” si è rivelato inutile, poiché non c’erano polveri da comprimere ma un blocco di roccia solida. Anziché scartare l’intero carotaggio e procedere immediatamente con un nuovo prelievo, i tecnici del JPL hanno adottato una soluzione alternativa: la fiala è stata reinserita nel trapano e, attraverso movimenti controllati del braccio robotico, si è cercato di far cadere a terra uno o più frammenti di roccia per liberare spazio sufficiente all’interno del contenitore. L’operazione, eseguita nel Sol 1497 (6 maggio), si è conclusa con il ritorno della fiala alla stazione di osservazione di CacheCam. Qui, grazie a un cambiamento nel punto di messa a fuoco, è stato confermato che il volume del campione si era ridotto a sufficienza, pur mantenendo una porzione significativa del materiale originario. Si osservano a tal proposito le due foto acquisite da CacheCam: nell’immagine di sinistra la fiala è completamente piena e la messa a fuoco sul bordo esterno coincide con il livello del campione; nell’immagine di destra il livello del campione è stavolta molto più in basso (di circa 5 cm) rispetto al bordo del contenitore, e quest’ultimo risulta perciò fortemente fuori fuoco. È grazie alla stretta profondità di campo di CacheCam e al braccio robotico del Sample Handling Arm, incaricato di spostare verticalmente il campione a passi di 1 cm, che è possibile ottenere una stima del volume dei campioni raccolti da Perseverance.
Al momento della chiusura dell’articolo il campione “Bell Island” non è stato ancora sigillato. Un scelta parte della nuova strategia di gestione delle fiale rimanenti che sono ormai relativamente poche rispetto alla parte di missione che Perseverance ha ancora davanti a sé.
Le due foto di CacheCam, rispettivamente dei Sol 1490 e 1497, mostrano l’imboccatura della fiala prima e dopo l’operazione di svuotamento parziale del contenitore. NASA/JPL-Caltech/Piras.
Decisioni Difficili Attendono gli scienziati
Attualmente Perseverance ha messo da parte un campione atmosferico, 2 campioni di regolite e 26 carotaggi di roccia di cui 25 già sigillati. L’unico campione ancora aperto è, come descritto poc’anzi, proprio “Bell Island” con le sue preziose sferule. Se nel prossimo futuro il team scientifico individuasse un campione di maggior valore, non sarà un problema far eseguire al rover la sequenza di operazioni per rimuovere il tubo dall’alloggiamento e svuotarne il contenuto. Katie Stack Morgan, scienziata nel team di Perseverance, spiega che «esploriamo Marte da oltre quattro anni e ogni singolo tubo riempito racconta una storia unica e affascinante. Ci restano sette tubi vuoti e un lungo viaggio davanti a noi, quindi per ora terremo alcune fiale — inclusa quella con il campione di “Bell Island” — non sigillate. Questa strategia ci dà la massima flessibilità mentre proseguiamo la raccolta di rocce». Tra le considerazioni da affrontare vi è anche il rischio che una fiala lasciata aperta troppo a lungo possa subire contaminazioni, compromettendo così la qualità scientifica del campione raccolto. Sempre Morgan ci rassicura: «l’ambiente all’interno del rover è stato costruito secondo rigorosi standard di pulizia, inoltre il tubo è posizionato nel suo alloggiamento in modo da ridurre al minimo la possibilità che materiale esterno vi entri durante attività come la guida o altri campionamenti». È possibile che piccole quantità residue di un campione scartato possano contaminare il campione successivo, ma questo non suscita preoccupazioni e gli svantaggi sono in ogni caso superati dai benefici di poter selezionare e raccogliere di volta in volta i materiali di maggior interesse. Questa nuova strategia di gestione dei campioni è stata avviata contemporaneamente con l’inizio dell’esplorazione di una nuova regione del bordo del cratere Jezero, “Krokodillen”. Il nome fa riferimento all’omonima cresta montuosa nell’isola Prins Karls Forland, situata a occidente dell’arcipelago delle isole norvegesi delle Svalbard.
Abrasione su Fallbreen, immagine della Left NavCam nel Sol 1513. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
Le indagini svolte con le osservazioni orbitali avevano già rivelato la presenza di argilla nelle antiche rocce della regione Krokodillen. La presenza di acqua liquida è indispensabile per la formazione di argille, e questo sembra già dare importanti indicazioni sulla storia passata di queste aree. Se altre argille venissero trovate qui, ciò confermerebbe l’ipotesi che in un lontano passato, anteriore persino alla formazione del cratere Jezero a seguito dell’impatto di un asteroide, Marte ospitasse abbondante acqua liquida. Inoltre, sulla Terra, i minerali argillosi sono noti per la loro capacità di preservare vari composti organici considerati, per usare una terminologia abusata ma sintetica, i “mattoni della vita”. Ken Farley, vice coordinatore scientifico del progetto, ha spiegato che «le rocce di Krokodillen si sono formate durante il periodo geologico più antico di Marte, detto Noachiano, e sono tra le più antiche mai studiate sul pianeta». Il potenziale rinvenimento di biosignature, o ‘firme biologiche’, in questa zona sarebbe quindi legato a un’epoca diversa e più antica rispetto ai materiali individuati l’anno scorso nelle “macchie di leopardo” delle rocce di Cheyava Falls (si veda Coelum Astronomia 270). I dati raccolti dagli orbiter marziani indicano che i margini esterni di Krokodillen potrebbero contenere anche olivina e carbonati. Questi ultimi sulla Terra si originano solitamente da una reazione tra rocce, acqua liquida e anidride carbonica disciolta, risultando sia custodi di fossili di antichi microbi che affidabili registri in cui sono custodite informazioni sul clima del passato. Le attività di rilevamento a Witch Hazel Hill si sono concluse a metà maggio, momento in cui Perseverance è entrato nel settore denominato “Forlandet” e ha iniziato il tragitto verso Krokodillen, affrontando lunghe sessioni di spostamento quotidiano. I paesaggi incontrati lungo il cammino si presentano nettamente differenti: ai massi affioranti di Witch Hazel Hill subentrano formazioni rocciose levigate dal vento, intervallate qua e là da basse dune di sabbia e regolite. Nel Sol 1512 (22 maggio) il rover raggiunge il punto più a sud-ovest della regione, denominato “Fallbreen”. L’indomani esegue anche un’abrasione superficiale finalizzata a indagare meglio questo affioramento roccioso e confrontarlo con “Copper Cove”, un sito ricco di olivina analizzato 10 giorni prima e quasi 500 metri più a nord. La comparazione offrirà un punto di vista in più sull’unità geologica ricca di olivina e carbonati che si estende per centinaia di chilometri a ovest del cratere Jezero. Comprendere come si siano formate queste rocce potrebbe avere profonde implicazioni per la storia geologica di questa regione che abbiamo solamente iniziato a tentare di leggere.
Un nuovo selfie per i 1500 Sol di missione
Il 10 maggio, Sol 1500 di missione, Perseverance si è scattato il quinto autoscatto da quando è su Marte. Per celebrare questo particolare compleanno il rover ha impiegato la camera WATSON, montata sull’estremità del braccio robotico, e muovendo questa appendice secondo una precisissima tabella di posizioni ha scattato 62 foto di sé stesso e dei suoi dintorni. Però nell’immagine finale, frutto dell’assemblaggio di questo mosaico a 360 gradi, non c’è traccia del braccio. Questo perché, proprio come faremmo noi scattandoci una foto con un bastone da selfie, i tecnici programmano i movimenti del braccio in modo che risulti sempre fuori dall’inquadratura. Negli istanti delle acquisizioni c’è stata anche una comparsata imprevista: distante 5 km verso nord, un grande diavolo di polvere è stato immortalato in una delle immagini ed è visibile in lontananza nella parte sinistra dell’immagine come una macchia chiara. La stima delle sue dimensioni è notevole, addirittura 100 metri di larghezza (vedi immagine di copertina di questo articolo). Sebbene siano ormai innumerevoli gli avvistamenti dei dust devil, monitorati quasi quotidianamente tramite specifiche rilevazioni con le camere di navigazione, è la prima volta il fenomeno viene ripreso con la camera WATSON. Del resto lo strumento di acquisizione è pensato principalmente per l’osservazione ravvicinata del terreno e la verifica degli apparati esterni del rover, quindi è raro che venga rivolto verso il paesaggio. Le probabilità di avvistare un diavolo di polvere erano aumentate dal fatto che, nel mese di maggio, Marte stava attraversando il culmine della stagione calda: questi vortici, di dimensioni variabili, sono infatti strettamente connessi alle temperature elevate della superficie marziana. Sul terreno davanti al rover si individua inoltre una macchia circolare scura. Non si tratta di una caratteristica naturale o propria del terreno ma dello stesso foro che pochi giorni prima Perseverance ha eseguito per prelevare il campione “Bell Island”.
Dettagli di due delle immagini che compongono l’autoscatto di Perseverance: a sinistra il diavolo di polvere, a destra il foro del prelievo “Bell Island”. Sol 1500. NASA/JPL-Caltech/Piras.
La prima osservazione di un’aurora marziana nel visibile
I lettori e le lettrici più assidue di Coelum potrebbero ricordare un paragrafo intitolato in modo simile nel numero 269 della nostra rivista. Al tempo avevamo documentato la rilevazione di cui nel titolo grazie ai risultati elencati nel lavoro intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) presentato alla decima International Conference on Mars. Il 15 maggio l’articolo è stato finalmente pubblicato e grazie a questa versione estesa possiamo aggiungere alcuni elementi. Il 15 marzo 2024, il brillamento di intensità C4.9 originato dalla macchia solare AR3599 ha causato una potente espulsione di massa coronale (CME dall’acronimo inglese) che dal Sole ha viaggiato sino a Marte dove un’intera flotta di apparati era pronta a intercettare un fenomeno sino a quel momento solo teorizzato: l’emissione alla lunghezza d’onda di 557.7 nm, legata all’ossigeno atomico eccitato che anche sulla Terra produce il colore verde comunemente associato alle aurore. Attraverso modelli matematici, il gruppo di lavoro guidato da Elise W. Knutsen ha calcolato l’angolo ottimale con cui tentare l’osservazione dell’aurora dovuta alle SEP (solar energetic particle) in arrivo e massimizzare così la possibilità di rilevazione con lo spettrometro della SuperCam e le camere MastCam-Z. La collaborazione tra team diversi è stata cruciale, garantendo l’opportunità di selezionare un fenomeno con intensità sufficiente a produrre l’agognata emissione verde. Il Moon to Mars Space Weather Analysis Office e il Community Coordinated Modeling Center hanno contribuito fornendo e analizzando in tempo reale i dati sulle eruzioni solari, producendo le simulazioni di espulsioni di massa coronale e stimando i tempi d’impatto. Quando è stata diramata l’allerta per la CME di metà marzo 2024 e «ne abbiamo visto l’intensità» – commenta Knutsen – «abbiamo supposto potesse generare un’aurora sufficientemente luminosa per essere rilevata dai nostri strumenti». Alcuni giorni dopo, l’espulsione di massa coronale è giunta su Marte dove ha prodotto il fenomeno atteso e splendidamente documentato da Perseverance: un debolissimo bagliore verde presente quasi uniformemente in tutto il cielo esattamente alla lunghezza d’onda di 557.7 nm. L’arrivo della CME è stato confermato indipendentemente dagli strumenti a bordo dei satelliti MAVEN della NASA e Mars Express dell’ESA. «Le osservazioni dell’aurora nella luce visibile effettuate da Perseverance confermano un nuovo modo di studiare questi fenomeni, complementare a quanto possiamo osservare con i nostri orbiter marziani», ha dichiarato sempre Katie Stack Morgan. «Una comprensione più approfondita delle aurore e delle condizioni attorno a Marte che ne determinano la formazione è particolarmente importante mentre ci prepariamo a inviare lì, in sicurezza, degli esploratori umani». Questa rilevazione di successo, eseguita nel Sol 1094 della missione di Perseverance, è stata solo una di quattro simili osservazioni che hanno tentato di rilevare il fenomeno dell’aurora nel cielo di Marte. Gli altri tentativi, eseguiti nei Sol 790, 900 e 1108, sono falliti ma hanno fornito dei profili di segnale medio indispensabili per discriminare l’eccesso nel canale verde dovuto all’aurora.
A sinistra la prima foto di un’aurora verde osservata su Marte, Sol 1094 di Mars 2020. A destra è riportata un’immagine di confronto del cielo notturno in cui il fenomeno è assente. La notte è però rischiarata dal satellite Deimos e dall’ancor più luminoso Fobos fuori dall’inquadratura. Le tonalità rosse del cielo sono dovute all’abbondante polvere in sospensione nell’atmosfera. Foto eseguite con MastCam-Z. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/SSI.Profili del segnale in eccesso nel verde per tutti e quattro i tentativi di rilevamento dell’aurora. Il segnale medio in eccesso nel verde è espresso in funzione dell’angolo di elevazione. I profili Mastcam-Z e il modello sono mostrati come linee, mentre le misurazioni della radianza da parte di SuperCam sono indicate con rombi. I colori rappresentano diversi sol della missione. Solo il Sol 1094 (linea verde continua a destra) ha prodotto un rilevamento positivo. Le aree ombreggiate in verde e grigio rappresentano, rispettivamente, l’incertezza strumentale di Mastcam-Z per il miglior adattamento e l’intervallo di confidenza al 95% comprensivo delle incertezze dovute alle correzioni per la luce diffusa di Fobos. La linea tratteggiata arancione mostra il risultato di un modello adattato alla misurazione di SuperCam del sol 1094. Crediti: (Knutsen EW, McConnochie TH, Lemmon M et al., Detection of visible-wavelength aurora on Mars. Sci Adv. 16 maggio 2025).
Alba Marziana con Deimos e il Leone
Il rover Perseverance ci regala un’altra splendida immagine catturata prima dell’alba del Sol 1433 (1 marzo 2025) all’ora locale 4:27. Sull’orizzonte est viene immortalata la piccola luna marziana Deimos, dal diametro medio di appena 12 km e in quel momento distante circa 22000 km dal rover. I tecnici del JPL che hanno elaborato l’immagine riportano che la foto è il risultato di 16 singole acquisizioni eseguite con la Left NavCam e combinate direttamente dal computer di bordo prima della trasmissione verso la Terra. Per ciascuno scatto la camera di navigazione è stata impostata sul tempo massimo di acquisizione di 3.28 secondi, producendo così un’immagine che copre un intervallo complessivo di poco più di 52 secondi. Il campo inquadrato è di 90×70°.
Alba marziana fotografata da Perseverance, Sol 1433. Crediti: NASA/JPL-Caltech.
L’aspetto nebbioso dell’immagine è dovuto alla ridotta luminosità della scena che ha richiesto significativi interventi di elaborazione. È visibile un marcato disturbo digitale, dovuto sia al rumore elettronico del sensore sia all’impatto di raggi cosmici sullo stesso. Quest’ultimo tipo di disturbo è visibile come corte scie di pixel luminosi e non è difficile trovarne degli esempi visionando l’immagine a piena risoluzione disponibile nelle pagine della NASA. Uno zoom spinto dell’immagine è in grado di rivelare ulteriori dettagli aggiuntivi. La profondità di risoluzione è dovuta al fatto che l’acquisizione non è stata ridimensionata dal computer di bordo di Perseverance ed è stata inviata alla massima risoluzione permessa dalla NavCam, 5120×3840 pixel. Andando ad indagare nelle vicinanze di Deimos si individuano due corte scie non dovute a raggi cosmici. Si tratta delle tracce prodotte da Regolo e Algieba, due tra gli astri più luminosi della costellazione del Leone. Vale la pena notare che Deimos, a differenza delle due stelle che hanno prodotto una scia di circa 0.2° mentre tramontavano verso ovest, appare invece praticamente immobile. Ciò è conseguenza principalmente del periodo orbitale del satellite attorno al suo pianeta pari a circa 30 ore e 20 minuti. Si tratta di un tempo comparabile con quello del giorno marziano (24 ore e 39 minuti) e il risultato è che, visto dalla superficie di Marte, Deimos impiega circa 5,34 giorni marziani ad attraversare tutto il cielo e tornare nello stesso punto rispetto a un osservatore stazionario. Durante questo tempo il suo moto apparente, in direzione concorde con quello delle stelle, è estremamente lento e di conseguenza inesposizioni moderatamente lunghe come quella qui analizzata il satellite appare come un luminosissimo punto fisso. È ben diversa invece la traccia apparente per Fobos, l’altro satellite di Marte, che si trova su un’orbita più bassa e molto più veloce nel suo movimento retrogrado compiendo una rivoluzione attorno al pianeta in appena 7 ore e 39 minuti. Il risultato è che il satellite sembra muoversi in cielo in direzione opposta al moto delle stelle, sorgendo a ovest e tramontando a est.
Zoom dell’immagine originale a cui stata applicata una leggera riduzione del rumore. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
Fig. 6 - Rappresentazione dello spacecraft Ramses e i due cubesats. La struttura è simile a quella della sonda Hera, con pannelli solari più piccoli, essendo più vicini al Sole rispetto a Didymos e anche con un antenna più piccola, essendo più vicini alla Terra.
Indice dei contenuti
L’Importanza della Difesa Planetaria
La collisione di un asteroide con la Terra è un evento raro, ma può avere conseguenze devastanti. Senza dover risalire al drammatico impatto di 65 milioni di anni fa, che portò all’estinzione di massa, tra cui i dinosauri, a causa di un asteroide o di una cometa di 15-20 chilometri di diametro, possiamo ricordare un episodio molto più recente: l’evento di Chelyabinsk del 2013. In quell’occasione, un piccolo oggetto di appena 15 metri causò, scoppiando in atmosfera, migliaia di feriti e ingenti danni materiali, dimostrando come la difesa planetaria sia diventata una priorità globale. In questo contesto si inserisce la missione RAMSES (Rapid Apophis Mission for Space Safety), la seconda missione di difesa planetaria dell’Agenzia Spaziale Europea, che avrà come obiettivo l’asteroide 99942 Apophis. Apophis è un Near-Earth Asteroid (NEA) di circa 350 metri di diametro, che il 13 aprile 2029 passerà a soli 31.000 km dalla superficie terrestre, più vicino dei satelliti geostazionari un decimo della distanza Terra-Luna (Fig.1). Un evento raro – accade una volta ogni migliaia di anni – che offre alla scienza e alla difesa planetaria un’opportunità unica.
Apophis: un Asteroide che ha fatto Tremare la Terra
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Fig.1 – Rappresentazione del passaggio di Apophis a 31.000 km dalla Terra il 13 Aprile 2029.
Apophis è stato scoperto il 19 giugno 2004 dagli astronomi Roy A. Tucker, David J. Tholen e Fabrizio Bernardi, utilizzando il telescopio del Kitt Peak National Observatory in Arizona, USA. All’inizio, le stime indicavano una probabilità di impatto con la Terra nel 2029 di circa il 4%, scatenando preoccupazioni globali. Tuttavia, grazie a successive campagne osservative sempre più accurate, questa probabilità è stata drasticamente ridotta, fino ad essere praticamente annullata. Anche le simulazioni successive, proiettate fino al 2036 e oltre, hanno escluso rischi concreti per almeno i prossimi cento anni. Il motivo di questa incertezza è legato alla natura caotica delle orbite dei NEA le quali non sono stabili come quelle dei pianeti e possono essere modificate da incontri ravvicinati con la Terra o altri pianeti. Ecco perché, nonostante le rassicurazioni per il prossimo secolo, il monitoraggio costante rimane fondamentale anche considerando che abbiamo scoperto circa il 90% dei NEA con un diametro maggiore di un chilometro ma conosciamo appena il 10% degli oggetti con un diametro di circa 100 metri. Questi ultimi, molto numerosi, sono attualmente quelli che rappresentano il pericolo maggiore per il nostro pianeta. Se Apophis, con un diametro di circa 350 metri, colpisse la Terra, rilascerebbe un’energia compresa tra 500 e 1200 megatoni di TNT, equivalente a migliaia di bombe nucleari del tipo Hiroshima. Creerebbe un cratere di 4-5 km di diametro e causerebbe la distruzione totale nell’area d’impatto, con onde d’urto e venti così intensi da provocare milioni di morti se l’impatto avvenisse in una zona densamente popolata. Se invece colpisse il mare, genererebbe tsunami devastanti capaci di colpire coste anche a centinaia di chilometri di distanza. Sarebbe quindi un disastro immenso a livello regionale, ma senza effetti globali permanenti o estinzioni di massa.
I Near-Earth Asteroids: Minacce e origini
I NEA sono una popolazione eterogenea di oggetti che orbitano vicino alla Terra intersecandone anche l’orbita e si suddividono in famiglie come Aten, Amor e Apollo a seconda dei parametric orbitali. A giugno 2025, 38000 è il numero di quelli conosciuti. La loro origine è ancora in parte misteriosa: la maggior parte sembra provenire dalla fascia principale tra Marte e Giove, ma non si esclude un contributo da regioni più lontane, come anche la fascia trans-nettuniana. Questi oggetti rappresentano un potenziale pericolo per la Terra, come dimostrano eventi passati come Chelyabinsk. Proprio per questo, la comunità internazionale ha iniziato a collaborare su progetti di Planetary Defense, per individuare per tempo questi oggetti e sviluppare strategie di mitigazione.
Fig.2 – Asteroide Dimorphos subito prima dell’impatto di DART (crediti NASA / Johns Hopkins APL).
ART e Hera: la Prova Generale della Difesa Planetaria
Un esempio concreto è il progetto AIDA (Asteroid Impact & Deflection Assessment), nato un po’ di anni fa dalla collaborazione tra NASA ed ESA. Questo programma comprende la missione americana DART il cui obiettivo era impattare su un piccolo asteroide per provare a deviarne l’orbita e la missione europea Hera che avrebbe dovuto investigare successivamente gli esiti dell’impatto. DART è stata lanciata nel novembre 2021 dalla Vandenberg Space Force Base in California e ha colpito con successo Dimorphos di 180 metri di diametro (satellite di Didymos, di 750 m di diametro) il 26 settembre 2022, modificandone il periodo orbitale di ben 33 minuti (Fig.2) Per la prima volta l’orbita di un oggetto celeste viene modificata dall’azione dell’uomo. Anche l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano, grazie al CubeSat LICIACube finanziato dall’ASI, che ha documentato la nube di detriti e le fasi successive all’impatto (Fig.3) Per completare l’esperimento, l’ESA ha lanciato da Cape Canaveral la missione Hera il 7 ottobre 2024, con i CubeSat Milani (realizzato da Tyvak Italia) e Juventas, che raggiungeranno Dimorphos a ottobre 2026 e studieranno con grande dettaglio tutte le proprietà di Dimorphos e della coppia così anche da poter avere le nozioni necessarie a replicare l’esperimento compiuto da DART (Fig.4).
RAMSES: la Nuova Sfida dell’ESA, dell’Italia e della collaborazione Internazionale
La missione RAMSES rappresenta la naturale prosecuzione delle esperienze di DART e Hera, ma con un obiettivo ancora più ambizioso: studiare da vicino Apophis durante il suo passaggio ravvicinato del 2029. L’ASI è Prime Contractor del progetto, grazie all’accordo con OHB Italia firmato nell’ottobre 2024 per la costruzione dello spacecraft principale (Fig.5). La decisione finale sull’adozione della missione avverrà in occasione delle Ministeriali a fine novembre 2025. Per ridurre i tempi, dato che la missione andrà costruita nel tempo record di circa tre anni, e per contenere i costi, la struttura di RAMSES replica quella di Hera, quindi uno spacecraft principale e due cubesat (Fig.6). Le forze mareali esercitate dalla gravità terrestre su Apophis potrebbero avere effetti spettacolari come ad esempio: Cambiamenti nella rotazione: la spinta gravitazionale può rallentare o accelerare la rotazione dell’asteroide, con effetti visibili anche nell’orientamento dell’asse. Propagazione di onde sismiche: come un “terremoto spaziale”, le forze interne potrebbero causare fratture o cambiamenti nella struttura interiore.
Fig. 3 Immagine ottenuta dell’impatto di DART da Liciacube (crediti ASI/NASA).
Emissione di polveri e detriti: la superficie di Apophis potrebbe subire smottamenti o eruzioni di polveri, un’opportunità unica per studiare la natura superficiale degli asteroidi. L’attrazione esercitata dalla Terra modificherà inoltre anche i parametri orbitali dell’asteroide. Saremo di fronte quindi a un laboratorio naturale in cui sperimentare come la gravità terrestre sia in grado di agire su un asteroide accrescendo esponzialmente le attuali conoscenze da implementare nella difesa planetaria: comprendere la natura di oggetti simili, soprattutto la loro struttura interna, aiuterà a definire meglio le strategie di mitigazione testando modelli teorici e tecniche di difesa in condizioni reali. I due cubesat verranno rilasciati prima del massimo avvicinamento di Ramses alla Terra e opereranno indipendentemente, utilizzando RAMSES come satellite di trasmissione. Uno dei due probabilmente atterrerà su Apophis e porterà a bordo un gravimentro e un sismometro. Forse quindi riusciremo per la prima volta a misurare la trasmissione di onde sismiche su un oggetto che non sia la Luna o Marte. L’altro cubesat avrà a bordo un radar a bassa frequenza per lo studio della struttura dell’asteroide. La fine delle operazioni è prevista ad agosto 2029. A bordo di RAMSES ci sarà molta Italia con una camera iperspettrale (HAMLET) per lo studio della superficie e della composizione, uno strumento per lo studio della polvere probabilmente diffusa attorno all’asteroide (VISTA), l’esperimento di Radioscienza per studi di struttura interna, massa, densità, ecc e due camera di navigazione montate a bordo dei due cubesat (NAVCAM). La realizzazione di uno dei due cubesat è stata affidata di nuovo alla Tyvak Italia, l’altro invece sarà seguito da aziende spagnole. Anche la responsabilità del coordinamento scientifico (Principal Investigator) della missione è assegnata all’Italia Un elemento centrale è la collaborazione internazionale. Il lanciatore della missione sarà probabilmente fornito dall’agenzia spaziale giapponese JAXA, che contribuirà anche con una camera infrarossa termica (TIRI), la stessa che è a bordo di Hera e i pannelli solari dello spacecraft. Se la missione OSIRIS-APEX della NASA non verrà annullata, lavorerà in sinergia con RAMSES a partire da giugno 2029. Questa sinergia internazionale ricorda quanto già sperimentato con grande successo con DART e Hera, dimostrando che la difesa planetaria è una sfida che non può prescindere dalla cooperazione internazionale.
Fig.4 – Rappresentazione della missione Hera con i due cubesat Milani e Juventas.Fig.5 – Ottobre 2024, durante meeting IAC a Milano, accord ASI OHB Italia per lo sviluppo dello spacecraft di Ramses. Tra i presenti il DG di ESA, il PM di ESA Paolo Martino, il CEO di OHB, la PI Monica Lazzarin (autrice).
Il 2029: un Esperimento Naturale e un Evento Globale
Il 13 aprile 2029, Apophis passerà a soli 31.000 km dalla Terra, offrendo un’occasione unica non solo per la scienza, ma anche per il pubblico: raggiungerà una magnitudine apparente di circa 3, visibile a occhio nudo da oltre 2 miliardi di persone in Europa, Asia e Nord Africa per qualche ora. Mai un asteroide di queste dimensioni è stato osservato così da vicino. Per queste ragioni, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2029 l’anno dell’asteroid awareness e della planetary defense. Il 2029 sarà dunque anche l’anno in cui l’umanità guarderà in cielo e vedrà, con i propri occhi, un asteroide sfiorare la Terra: un monito e, al tempo stesso, una celebrazione della conoscenza e della cooperazione.
Conclusioni: scienza e Difesa Planetaria
RAMSES rappresenta un tassello fondamentale nella difesa planetaria. Non è solo osservazione: è un test di tecniche utili per la planetary defense, una dimostrazione della rapidità con cui siamo in grado di sviluppare uno strumento per difendere il nostro pianeta (RAMSES verrà costruita in meno di tre anni) e un’occasione di collaborazione globale, il frutto di alleanze tra agenzie spaziali (ESA, NASA, JAXA), università, industrie e comunità scientifica. La missione RAMSES è la testimonianza di un cambiamento di prospettiva: la consapevolezza che la Terra, pur protetta dall’atmosfera e dalle dimensioni del Sistema Solare, non è immune dalle minacce cosmiche e la capacità di cooperare e condividere dati è la chiave per affrontare le sfide future. L’Italia, con la leadership dell’ASI, le sue industrie e i suoi scienziati tra cui la Principal Investigator della missione, è al centro di questa sfida per proteggere la Terra e guardare al futuro.
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Lo SHG 700 permette di ottenere spettri ad alta risoluzione anche con strumenti amatoriali. L’articolo descrive l’evoluzione del setup, le tecniche di calibrazione e le osservazioni spettroscopiche su tre nebulose planetarie, dimostrando come oggi anche gli astrofili possano contribuire alla ricerca scientifica.
di Alessandro Ravagnin e Stefano Ciroi
Negli ultimi anni la spettroscopia amatoriale ha compiuto un salto qualitativo notevole, soprattutto grazie alla disponibilità di spettroscopi accessibili alla community di appassionati, sempre più performanti e dal prezzo sempre più contenuto. Tra questi si può citare il Sol’Ex ideato e progettato da Christian Buil, noto spettroscopista francese, lo StarAnalyzer e l’Alpy 600 commercializzati dalla ditta francese Shelyak, il Dados della Baader e l’ultimo nato, l’SHG 700 introdotto ad inizio 2025 dalla neo-nata ditta vietnamita MLAstro, che rappresenta già un punto di riferimento per chi desidera andare oltre la semplice fotografia astronomica e iniziare ad analizzare il contenuto fisico della luce proveniente da stelle, nebulose e pianeti. Questo articolo racconta lo sviluppo di un percorso osservativo che ha portato, in soli pochi mesi, alla produzione di spettri a medio/alta risoluzione di oggetti celesti finora osservati quasi esclusivamente in ambito professionale, con la speranza che possa essere di ispirazione per tutti gli astrofotografi volenterosi che desiderano andare un po’ oltre i propri “limiti” e la propria passione per le “semplici” riprese DeepSky o planetarie.
Indice dei contenuti
Concetti Chiave
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Per comprendere appieno le potenzialità degli spettroscopi e quindi il tipo di osservazioni che rendono possibili, è utile introdurre brevemente i concetti fondamentali che governano la spettroscopia, a partire da due parametri chiave: la dispersione e la risoluzione. Il primo termine indica la capacità dello strumento di “disperdere” la luce, ossia di scomporla nei suoi colori che corrispondono a diverse lunghezze d’onda (o frequenze). In particolare il blu/violetto è la regione dello spettro a lunghezza d’onda più corta (frequenza più alta) mentre il rosso è la regione a lunghezza d’onda più lunga (frequenza più bassa). La dispersione data dallo spettroscopio si misura in unità di Å/mm (ångström per millimetro), che diventano Å/px una volta che un sensore digitale è montato sul suo piano focale. La risoluzione è invece la capacità dello strumento di separare righe spettrali molto vicine tra loro in lunghezza d’onda. È un parametro adimensionale definito come il rapporto tra la lunghezza d’onda osservata (λ) e la minima differenza tra due righe ancora distinguibili (Δλ), ovvero R = λ/Δλ. Nella pratica la risoluzione si calcola dal rapporto fra la posizione del picco di una riga spettrale e la sua larghezza a metà altezza, tecnicamente indicata con l’acronimo FWHM (Full Width at Half Maximum). In uno spettroscopio classico, maggiore è la risoluzione spettrale e più strette sono le righe spettrali, ma allo stesso tempo più piccolo è il valore della dispersione e quindi l’intervallo di lunghezze d’onda registrato dal sensore. Infatti una maggiore dispersione della luce corrisponde a un minor valore in unità di Å/px. L’aumento della dispersione causa una diminuzione dell’intensità della radiazione che colpisce il sensore per unità di superficie e questo rende necessario l’aumento dei tempi di esposizione. La situazione diventa critica oltre una certa soglia temporale in quanto le flessioni meccaniche del sistema telescopio+spettroscopio+camera causano, come vedremo più avanti, lo spostamento dello spettro sul piano del sensore. Nel contesto spettroscopico la risoluzione è comunemente suddivisa in tre intervalli, ciascuno dei quali associato a specifiche applicazioni astrofisiche e a un diverso livello di sensibilità nella misura delle velocità radiali tramite effetto Doppler. • Bassa risoluzione (R < 1000): adatta a misure dello spettro che non richiedono elevata precisione. A questo livello è possibile rilevare solo moti veloci, con variazioni di velocità superiori ai 100-150 km/s, come nel caso dell’espansione di supernovae, dei venti stellari intensi (es. stelle Wolf-Rayet) oppure del redshift e della rotazione delle galassie. • Media risoluzione (R ≈ 1000–10000): consente di analizzare più in dettaglio righe di emissione e assorbimento in oggetti estesi e stelle. Corrisponde a velocità di 30 – 100 km/s e rende possibile lo studio della dinamica di nebulose planetarie, dei venti stellari, e dei sistemi binari di stelle. • Alta risoluzione (R > 10000): necessaria per indagare in modo dettagliato i profili Doppler delle righe, le turbolenze atmosferiche stellari, la rotazione differenziale dei pianeti o l’espansione stratificata dei gusci gassosi. In questo regime è possibile raggiungere sensibilità dell’ordine di 10 km/s in condizioni ottimali, pur considerando i limiti imposti dal seeing nelle osservazioni da Terra.
Fig. 1 – Porzione dello spettro di Vega centrato tra le righe H-gamma e H-beta, ripreso in bassa risoluzione con il Sol’Ex con reticolo da 300 l/mm e fenditura da 19 µm (R=600) e in alta risoluzione con l’SHG 700 (R=10000). In alta risoluzione si riescono a vedere le sottili righe di assorbimento dei vari metalli, tra i quali il Magnesio ionizzato a 4481 Å e il Ferro e Titanio ionizzati sovrapposti nella riga a 4549 Angstrom a oltre a risolvere meglio le due righe principali Hγ (sinistra) e Hβ (destra).
Lo Spettroscopio SHG 700
Lo SHG 700 nasce come evoluzione meccanica e ottica del progetto Sol’Ex di Christian Buil, inizialmente pensato per la spettroeliografia solare. L’idea del progettista Minh Truong Nguyen è stata quella di dotare lo strumento di una struttura solida in alluminio lavorato CNC, ottiche dedicate, e controlli micrometrici su fenditura, reticolo e fuoco. Il risultato è uno spettroscopio capace di raggiungere risoluzioni teoriche superiori a R = 20000, perfettamente utilizzabile anche su oggetti deboli e in condizioni di lunga esposizione. Una delle sue peculiarità è la modularità: può montare fenditure fisse tra 7 e 50 micron, reticoli da 300 a 2400 l/mm, ed è compatibile con camere raffreddate e moduli di guida fuori asse. L’ottimizzazione delle ottiche consente di coprire un ampio range spettrale con qualità superiore rispetto ai predecessori. È possibile ordinare solo l’housing di alluminio per poter montare le ottiche, la fenditura ed il reticolo commercializzati da Shelyak per il Sol’Ex, o il prodotto completo, assemblato e calibrato in fabbrica con fenditura al quarzo da 7 µm di larghezza e 6 mm di lunghezza, reticolo olografico da 2400 l/mm e due gruppi ottici da 72 mm di focale. L’unico limite riscontrato in fase di utilizzo è legato alla compatibilità meccanica con le camere raffreddate tipo la ASI2600, che richiede l’apertura della scocca per una maggior estrazione del gruppo lenti rispetto alla posizione di progetto. Tale estrazione (poco meno di 1 cm) comporta un leggero aumento della vignettatura ed una maggior curvatura del piano con conseguente leggera sfocatura dello spettro sui lati del campo di vista. Il lavoro descritto in questo articolo ha avuto lo scopo di verificare le effettive capacità dello strumento nella spettroscopia ad alta risoluzione di oggetti deboli, testando l’SHG 700 anche su alcuni oggetti estesi al limite del setup strumentale, in particolare nebulose planetarie luminose. La strategia ha incluso la calibrazione dello strumento, la misura della risoluzione reale e l’ottimizzazione delle pose lunghe, affrontando in modo sistematico i problemi connessi alle flessioni meccaniche e alla deriva dello spettro sul sensore.
Setup e Calibrazione
Le osservazioni sono state condotte con il seguente setup (Figura 2):
Telescopio: Celestron C11HD (f/10, D=280 mm)
Montatura: SkyWatcher EQ8 I
Spettroscopio: SHG 700 MLAstro (reticolo da 2400 l/mm, ottiche 1×)
Fenditura: 7 µm (0.52 arcsec in cielo)
Camera di ripresa: ZWO ASI2600MM (pixel 3.76 µm)
Camera guida: ZWO ASI432MM (pixel 9 µm)
Con questo setup si è ottenuta una dispersione reale di circa 0.17 Å/px in corrispondenza della riga Hα 6563 Å e 0.2 Å/px in corrispondenza della riga [O III] 5007 Å e una risoluzione effettiva pari a circa 14000 verificata misurando la larghezza delle righe della lampada per la calibrazione in lunghezza d’onda e calcolando il rapporto λ/FWHM; assumendo un profilo gaussiano delle righe si può usare anche la sigma che è circa 0.4247 x FWHM. L’intervallo di lunghezze d’onda coperto con la ASI2600MM è di poco superiore ai 1000 Å (variabile a seconda della zona dello spettro selezionata), con però una forte vignettatura sui bordi dello spettro. Una comoda ruota azionabile manualmente in modo grossolano o finemente con una vite micrometrica permette di ruotare il reticolo per coprire un intervallo di lunghezze d’onda che va da circa 3800 Å a circa 7000 Å (per un vincolo meccanico della ruota, aggirabile comunque per poter arrivare fino a 8500 Å).
Fig. 2 – Postazione osservativa ADAM di proprietà di Alessandro Ravagnin, ubicata in periferia di Romano d’Ezzelino, ai piedi del Monte Grappa. Al fuoco del C11HD è installato lo spettroscopio SHG 700 con montate le due camere ZWO, la ASI2600MM per la ripresa e la ASI432MM per la guida. In parallelo al C11HD c’è un Tecnosky 115/800mm, usato principalmente per le osservazioni solari in Hα.
Un punto chiave del lavoro è stato lo sviluppo di un sistema di calibrazione in lunghezza d’onda low-cost: una lampada al Neon/Argon dismessa dal catalogo dei prodotti elettrici per impianti civili, inserita in un cassettino portafiltri ZWO modificato e stampato in 3D progettato assieme a Christian Privitera (Figura 3). La lampada permette di ottenere uno spettro di confronto ricco di righe di emissione strette che si trovano a lunghezza d’onda nota ed è quindi utilissima per allineare correttamente e calibrare con accuratezza le osservazioni scientifiche (Figura 4). Un secondo aspetto altrettanto critico riguarda, come già accennato prima, la stabilità meccanica dell’intero treno ottico, un requisito fondamentale per uno spettroscopio. Lo è ancor di più in condizioni di alta risoluzione poiché l’uso di fenditure molto strette e reticoli ad alta dispersione rende il sistema estremamente sensibile a minimi spostamenti angolari o flessioni o dilatazioni termiche. La conseguenza è una variazione continua e incontrollata dell’intervallo di lunghezze d’onda registrato che richiederebbe l’acquisizione dello spettro della lampada di calibrazione prima o dopo ogni posa. È infatti possibile verificare facilmente che anche piccole derive, se non misurate e tenute sotto controllo, impediscono uno stacking efficace di più pose compromettendo la nitidezza delle righe oltre a falsificarne la larghezza e il profilo. Questo è particolarmente importante quando si lavora con telescopi amatoriali da 25–30 cm, dove la luce raccolta è limitata e ottenere un buon rapporto segnale/rumore richiede l’integrazione di molte esposizioni lunghe. La possibilità di sommare correttamente più pose è infatti l’unico modo per ottenere spettri scientificamente utili in alta risoluzione con strumenti amatoriali su oggetti che non siano solo stelle di magnitudine inferiore alla 4 o 5. Nel caso del presente setup, le flessioni residue sono risultate contenute, con una deriva misurata attorno a 0.7 pixel/ora, equivalenti a circa 0.14 Å/ora, valore che consente integrazioni fino a 1000 secondi senza perdita sensibile di risoluzione. La misura è stata eseguita durante una sessione di integrazione continua della durata di 3 ore, puntando un target alto in cielo e prossimo al meridiano nella fase centrale dell’osservazione (Figura 5). La deriva è stata quantificata confrontando lo spostamento in pixel tra il primo e l’ultimo frame acquisito.
Fig. 3 – Cassettino porta filtri ZWO ri-progettato con Christian Privitera per accogliere due lampade di calibrazione al Neon/Argon dismesse dal catalogo di prodotti Vimar per la retroilluminazione degli interruttori per serie civili.
È importante notare che, a differenza di quanto avviene in astrofotografia classica, dove software come PixInsight, DSS o Autostakkert consentono l’allineamento automatico dei frame, nella spettroscopia tali strumenti non sono applicabili. Le righe spettrali non sono riferimenti fissi facilmente riconoscibili, la geometria dello spettro può essere leggermente curvata o inclinata, e le flessioni meccaniche causano spostamenti dello spettro da una posa all’altra che non sono perfettamente lineari lungo l’asse di dispersione. Ne consegue che l’allineamento deve essere eseguito a mano, frame per frame, tipicamente in software grafici come GIMP o attraverso script personalizzati, con attenzione estrema al mantenimento della coerenza spaziale. Nel setup utilizzato in questo lavoro, con fenditura da 7 µm, lente collimatrice con rapporto di ingrandimento x1 e camera di ripresa con pixel da 3.76 µm di lato, la fenditura è proiettata sul sensore con un campionamento di 1.86 pixel. Nel caso specifico del C11HD a f/10, il disco di Airy proiettato sul piano focale, dove si trova la fenditura, ha una FWHM teorica di circa 5.6 µm (a 5500 Å). Questo valore è comparabile con la larghezza della fenditura utilizzata (7 µm, corrispondenti a 0.52 arcsec di cielo). Considerando che, secondo il criterio di Nyquist, servirebbero almeno 2–3 pixel per una campionatura ottimale della riga spettrale, uno shift anche solo di 1 pixel lungo l’asse della dispersione riduce la risoluzione utile di circa del 35%. In altre parole, se per esempio la riga Hα ha originariamente una FWHM di 2 pixel (0.34 Å, quindi R ≈ 20.000), uno shift non corretto porta ad allargarla a 3 pixel (R effettivo ≈ 13.000), riducendo quindi il potenziale dello strumento. Per questo motivo, il controllo della stabilità meccanica e un allineamento accurato dei frame non sono semplici dettagli tecnici, ma condizioni indispensabili per sfruttare pienamente la capacità risolutiva di uno spettroscopio ad alta dispersione montato su un telescopio amatoriale soprattutto nelle serate dove il seeing permette di lavorare sotto al secondo d’arco, e quindi vicino alla risoluzione teorica dell’ottica.
Fig. 4 – Spettro con le righe di emissione della lampada al Neon/Argon usata per calibrare gli spettri scientifici; intervallo di lunghezze d’onda inquadrate dai 4200 Å fino a 5300 Å.
Fig. 5 – Sovrapposizione di due spettri grezzi con le emissioni della riga [O III] 5007 Å in M 57 ripresi a 3 ore di distanza tra loro: si noti lo shift dovuto alle flessioni meccaniche del setup che corrisponde a circa 0.7 pixel/ora, equivalenti a circa 0.14 Å/ora. Immagine riscalata in senso orizzontale di un fattore 5.
Osservazioni
Arriviamo quindi alla parte osservativa del lavoro: le notti tra marzo e aprile 2025 sono state dedicate ad una serie di riprese spettroscopiche di tre fra le più luminose e iconiche nebulose planetarie dell’emisfero boreale: NGC 2392, M 57 e NGC 6543. Sono state scelte per la loro intensità nelle righe di emissione dell’ossigeno due volte ionizzato ([O III] 4959, 5007 Å) e di Hβ (4861 Å) e Hα (6563 Å) e per la tipica velocità di espansione del gas di 10-50 km/s che consente di testare la risoluzione spettrale raggiungibile con lo spettroscopio SHG 700 accoppiato al telescopio C11HD e la camera ASI2600MM. Per ogni oggetto sono state effettuate sequenze di pose da un minimo di 180 secondi fino ad un massimo di 500 secondi ciascuna, accumulate nel corso di più nottate, per massimizzare il rapporto segnale/rumore e mantenere il controllo sulla deriva. I risultati sono riassunti in Figura 7 e Figura 8 in fondo all’articolo.
NGC 2392 – Eskimo Nebula
È stata la prima ad essere osservata, prima con la fenditura posizionata in direzione Est/Ovest (Figura 6a) poi in direzione Nord/Sud (Figura 8, in alto), e si è subito distinta per la complessità del suo spettro, che mostra una forma a doppia cuspide tanto elegante quanto inattesa. Le righe di Hα e soprattutto di [O III] si presentano marcatamente allargate e strutturate, con morfologie differenti a seconda dell’orientamento della fenditura. L’analisi Doppler ha evidenziato con chiarezza la presenza di due gusci in espansione, uno più esterno e più lento, l’altro interno e decisamente più rapido, con velocità radiali fino a 180 km/s. Si tratta di un caso didattico perfetto per dimostrare come la dinamica interna di una nebulosa possa emergere direttamente nella forma e nell’asimmetria delle sue righe spettrali. Nello spettro rosso oltre ad Hα si distinguono le righe di [N II] 6548, 6583 Å. Nello spettro blu oltre alle righe nebulari [O III] 4959, 5007 Å sono ben visibili Hβ, Hγ e He II 4686 Å. Più debole è la riga aurorale [O III] 4363 Å. Al di là del valore tecnico, questa osservazione ha rappresentato un momento speciale: vedere comparire a monitor quei pochi pixel appena marcati (Figura 6b), persi nella marea di rumore, e scoprire che erano davvero righe di emissione, è stato un istante di autentica emozione. Soprattutto perché nel panorama amatoriale non esistono testimonianze di spettri simili su questo oggetto.
Il fatto che “ci fosse davvero qualcosa” da vedere, e che fosse leggibile in modo così chiaro, ha restituito tutta la magia della ricerca scientifica, quella sensazione rara e potente di aver aperto una piccola finestra su qualcosa che nessuno aveva ancora esplorato con mezzi simili. Le prime riprese sono state effettuate la sera del 3 Aprile 2025 (angolo di posizione 90°) dalle ore 22.30 alle 23.30 tempo locale con un tempo di esposizione di 1 ora (12 pose da 300 s ciascuna) e il target alto sull’orizzonte da 49° a 39° e luna al 37%. Il target è stato ri-osservato le notti del 7 e 8 Aprile 2025 (angolo di posizione 0°), dalle ore 21.00 alle 23.30 tempo locale, col target alto sull’orizzonte dai 60° ai 36° e Luna illuminata al 75-85%. Il tempo di esposizione totale è stato di circa 4.3 ore (31 x 500 s).
Fig. 6a – Immagine ottenuta dalla camera di guida; singolo scatto, si vede la fenditura allineata in direzione Est-Ovest, che attraversa la nebulosa Eskimo e la sua stella centrale; da queste immagini si può ricostruire l’orientazione dello spettro rispetto lo sviluppo E-O della nebulosa.
Fig. 6b – Primo spettro in assoluto della Eskimo ottenuto la sera del 2 Aprile 2025, centrato sulla riga Hα a 6563 Å. Si intravede la forma a doppia cuspide delle emissioni della nebulosa e la striscia orizzontale della stella centrale, annegate entrambe in un mare di pixel rumorosi (180 s di posa).
Fig. 6c – Risultato dello stacking degli spettri della Eskimo ottenuti le sere del 3,4 e 6 Aprile 2025 con 26 pose da 300s e 9 pose da 500s l’una, centrati sulla riga Hα a 6563 Å. La doppia cuspide delle emissioni della nebulosa nella riga Hα, la più intensa, e la striscia orizzontale dello spettro della stella centrale emergono molto bene rispetto al singolo spettro grezzo; ai lati della riga Hα, si notino anche le emissioni dell’azoto ionizzato.
Fig 7 – Spettri della Eskimo (in alto), della Ring (in centro) e della Cat’s Eye (sotto); si notino le righe di emissione Hβ (4861 Å) e [O III] (4959, 5007 Å), allargate e non uniformi a causa dell’espansione a velocità differenti dei gas dei vari strati nebulari.
M 57 – Ring Nebula
Ripresa in due sessioni da 7×500 s e 36×500 s, la nebulosa Anello ha restituito uno spettro estremamente simmetrico, dominato dal doppietto di [O III], dove le righe mostrano la classica struttura a doppio lobo Doppler. Questo è il segno di un guscio in espansione pressoché omogeneo, con le due ali (blue e red-shiftate) ben bilanciate rispetto al centro sistemico. Il profilo ottenuto è in accordo con i modelli morfo-cinematici presenti in letteratura e offre quindi una splendida conferma sperimentale a livello amatoriale. In aggiunta sono visibili Hβ e He II 4686 Å. I dati sono stati ottenuti le notti del 30 Maggio e del 1 e 2 Giugno 2025 dalle 23.15 alle 04.30 tempo locale, con l’altezza del target che è variata da 29° a 73° e con Luna tramontata o molto bassa sull’orizzonte.
NGC 6543 – Cat’s Eye Nebula
Ultima in ordine di esecuzione, ma la più brillante in [O III], la Cat’s Eye si è rivelata estremamente interessante anche per la presenza di righe deboli ma visibili di He I 4471, 4921, 5016 Å e [Ar IV] 4710, 4740 Å. Le righe spettrali con rapporto segnale/rumore più alto appaiono sdoppiate e leggermente asimmetriche, indicando la presenza di lobi in espansione con velocità differenti e strutture sovrapposte. Le velocità radiali misurate per i lobi principali si aggirano attorno ai 40 km/s, ma si osservano anche componenti più estese, compatibili con venti interni o emissioni stratificate. La presenza di He II 4686 Å associata alla stella centrale di tipo Of-WR(H), è indice di una temperatura superficiale molto elevata e testimonia la ricchezza spettroscopica di questo oggetto. Sono state effettuate 9 pose da 500 s il 14 Maggio 2025 dalle 22.17 alle 23.24 tempo locale, col target ad altezza compresa tra 44° e 51° e Luna quasi piena ma ancora sotto l’orizzonte.
Fig 8 – Spettri della Eskimo (in alto), della Ring (in centro) e della Cat’s Eye (sotto) per la sola riga proibita [O III] a 5007 Å (la più intensa nello spettro), riscalata sull’asse orizzontale di un fattore x6. La posizione della fenditura è stata ricostruita confrontando le immagini della camera di guida con le immagini nel visibile ad alta risoluzione del Hubble Space Telescope. Si noti la forma completamente diversa tra una nebulosa e l’altra. Nei riquadri sono riportati i profili Doppler in scala di velocità radiale assumendo come riferimento (0 km/s) la lunghezza d’onda osservata del baricentro della riga nell’integrale spettrale, senza applicare alcuna correzione per il moto radiale sistemico della nebulosa rispetto alla Terra.
Conclusioni
L’utilizzo dello SHG 700 ha permesso di raggiungere risultati finora inediti in ambito amatoriale. La stabilità meccanica e ottica dello strumento, unita ad un approccio metodico nella calibrazione e riduzione dati, ha dimostrato che è possibile esplorare fenomeni fisici come l’espansione dei gas nebulari e quindi la struttura dinamica delle nebulose. Questo lavoro vuole essere sia una documentazione tecnica che un’ispirazione: con impegno, competenza e un pizzico di ingegno, anche un astrofilo può produrre dati di valore scientifico, contribuendo alla comprensione dell’universo con strumenti accessibili ma ben realizzati. Ora non resta che divertirsi su tanti altri oggetti del cielo: galassie e AGN, doppie spettroscopiche, stelle massicce Be e Wolf-Rayet, e chi più ne ha più ne metta.
Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01 ago > 23:00 15 ago> 22:00 30 ago> 21:00
Agosto si apre con una Luna in fase di Primo Quarto (1 agosto), che offrirà splendide vedute telescopiche di crateri antichissimi come Maurolycus, Stofler e Heraclitus. Il Plenilunio del 9 agosto metterà in evidenza il cratere Alphonsus, mentre il 16, in Ultimo Quarto, sarà il turno del giovane Copernicus. Le falci lunari, sottili e suggestive, saranno visibili all’alba dal 20 al 22 e dopo il tramonto il 24 e 25. Interessanti anche le librazioni, che metteranno in luce zone marginali della superficie lunare. Le costellazioni estive dominano il cielo: il Sagittario, con il centro galattico e la Nebulosa Laguna; la Lira, con la luminosa Vega e la Nebulosa Anello; e il Cigno, attraversato dalla Via Lattea, con oggetti deep sky come la Nebulosa Nord America e il Velo. Tra gli ospiti speciali, spicca la cometa interstellare 3I/2025 N1 ATLAS, recentemente scoperta, che si avvicinerà al Sole nei prossimi mesi. Ancora osservabile anche la C/2025 K1 ATLAS, visibile con telescopi di buon diametro. È anche un mese ricco di opposizioni asteroidali: da Ausonia (2 agosto) a Hebe (26 agosto), con magnitudini tra la settima e la decima, ottimi target per chi pratica fotografia o osservazioni guidate. Infine, spettacolari transiti della ISS tra il 20 e il 23 agosto, visibili all’alba, con magnitudini fino a –3.8 e congiunzioni suggestive tra Luna, Giove, Venere e Mercurio.
COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI AGOSTO 2025
Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.
I principali eventi di Agosto 2025 (pubblicati nell’Almanacco 2025 vedi Coelum 271)
Data Ora Cosa Come
01/08/2025 01:35 Mercurio Congiunzione Inferiore 01/08/2025 14:41 Primo Quarto 01/08/2025 22:36 Luna Apogeo 404162 km 04/08/2025 04:22 Congiunzione Luna-Antares 0.5°S 06/08/2025 11:10 Congiunzione Saturno-Nettuno 1.1°S 09/08/2025 09:54 Luna Piena 11/08/2025 16:52 Luna Nodo Ascendente 12/08/2025 09:44 Congiunzione Venere-Giove 0.9°S 12/08/2025 17:15 Congiunzione Luna-Saturno 4.0°N 12/08/2025 17:31 Congiunzione Luna-Nettuno 2.9°N 12/08/2025 19:34 Massimo delle Perseidi 14/08/2025 20:01 Luna Perigeo 369285 km 16/08/2025 07:12 Ultimo Quarto 16/08/2025 18:45 Congiunzione Luna-Pleiadi 0.9°N 16/08/2025 22:02 Congiunzione Luna-Urano 5.3°N 19/08/2025 14:00 Congiunzione Mercurio-Presepe 2.5°S 19/08/2025 23:04 Congiunzione Luna-Giove 4.8°N 20/08/2025 12:52 Congiunzione Luna-Venere 4.9°N 20/08/2025 14:46 Congiunzione Luna-Polluce 2.4°S 21/08/2025 13:48 Congiunzione Luna-Presepe 2.0°N 21/08/2025 18:14 Congiunzione Luna-Mercurio 3.7°N 23/08/2025 06:52 Congiunzione Luna-Regolo 1.3°N 23/08/2025 08:06 Luna Nuova 24/08/2025 17:40 Luna Nodo Discendente 26/08/2025 18:39 Congiunzione Luna-Marte 2.8°S 27/08/2025 14:10 Mercurio Perielio 0.30749 A.U. 27/08/2025 16:38 Congiunzione Luna-Spica 1.1°S 29/08/2025 17:33 Luna Apogeo 404550 km 31/08/2025 08:24 Primo Quarto 31/08/2025 12:38 Congiunzione Luna-Antares 0.6°S
TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA
La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.
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RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto
NAME
RA
DEC
RA
EADIS
ELONG
MAG
DIAM
PHASE
RISE
RAN
SET
1 Sole
08:45:29.7
18:01:16.6
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Giorno Anno
Giorno Giuliano
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Inizio Crepuscolo Nautico
Inizio Crepuscolo Civile
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Fine Crepuscolo Nautico
Fine Crepuscolo Astronomico
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22:20
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23 Sabato
235
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237
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20:24
20:59
21:36
26 Martedì
238
2460913.5
04:48
05:26
06:01
20:22
20:57
21:34
27 Mercoledì
239
2460914.5
04:50
05:27
06:02
20:20
20:55
21:32
28 Giovedì
240
2460915.5
04:51
05:28
06:03
20:19
20:53
21:30
29 Venerdì
241
2460916.5
04:53
05:29
06:04
20:17
20:51
21:28
30 Sabato
242
2460917.5
04:54
05:31
06:05
20:15
20:50
21:26
31 Domenica
243
2460918.5
04:55
05:32
06:06
20:13
20:48
21:24
Giorno
Durata Giorno
Durata Notte
Sorgere
Transito
Tramonto
1 Venerdì
14:24:11
09:35:49
06:04
13:16
20:28
2 Sabato
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3 Domenica
14:19:53
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06:06
13:16
20:26
4 Lunedì
14:17:41
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5 Martedì
14:15:28
09:44:32
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13:16
20:23
6 Mercoledì
14:13:13
09:46:47
06:09
13:16
20:22
7 Giovedì
14:10:56
09:49:04
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13:16
20:21
8 Venerdì
14:08:38
09:51:22
06:11
13:16
20:19
9 Sabato
14:06:19
09:53:41
06:12
13:16
20:18
10 Domenica
14:03:58
09:56:02
06:13
13:16
20:17
11 Lunedì
14:01:36
09:58:24
06:14
13:15
20:15
12 Martedì
13:59:12
10:00:48
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13:15
20:14
13 Mercoledì
13:56:48
10:03:12
06:16
13:15
20:13
14 Giovedì
13:54:22
10:05:38
06:17
13:15
20:11
15 Venerdì
13:51:55
10:08:05
06:18
13:15
20:10
16 Sabato
13:49:27
10:10:33
06:19
13:14
20:08
17 Domenica
13:46:58
10:13:02
06:20
13:14
20:07
18 Lunedì
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10:15:32
06:21
13:14
20:06
19 Martedì
13:41:57
10:18:03
06:22
13:14
20:04
20 Mercoledì
13:39:26
10:20:34
06:23
13:14
20:03
21 Giovedì
13:36:53
10:23:07
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13:13
20:01
22 Venerdì
13:34:20
10:25:40
06:25
13:13
20:00
23 Sabato
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19:58
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13:12
19:55
26 Martedì
13:23:58
10:36:02
06:29
13:12
19:53
27 Mercoledì
13:21:21
10:38:39
06:30
13:12
19:52
28 Giovedì
13:18:42
10:41:18
06:31
13:11
19:50
29 Venerdì
13:16:03
10:43:57
06:32
13:11
19:49
30 Sabato
13:13:23
10:46:37
06:34
13:11
19:47
31 Domenica
13:10:42
10:49:18
06:35
13:11
19:45
Pianeti di Agosto
MERCURIO
01/08 Sorge: h 06:17 Tramonta: h 19:59 31/08 Sorge: h 05:28 Tramonta: h 19:22
Nel mese di agosto 2025 Mercurio sarà visibile nel cielo del mattino, offrendo un’apparizione favorevole per l’osservazione. Dopo la congiunzione inferiore del primo di agosto, il pianeta torna gradualmente visibile verso metà mese, quando la sua altezza sull’orizzonte orientale aumenta e la luminosità migliora. Il 19 agosto raggiungerà la massima elongazione occidentale (18,6° dal Sole), brillando con magnitudine –0,2. Il giorno successivo tocca anche l’elevazione massima all’alba, condizione ideale per osservarlo. Il 21 agosto si troverà in fase di dicotomia (metà illuminazione) e sarà in congiunzione con la Luna calante, a circa 3,5° di distanza: un’occasione suggestiva per la fotografia astronomica. Il 27 agosto raggiunge il perielio, il punto più vicino al Sole. Da quel momento in poi inizierà a calare in altezza e visibilità. In sintesi, la seconda metà di agosto rappresenta il momento migliore per ammirare Mercurio nel cielo del mattino.
RA
DEC
SUNDIS
EADIS
ELONG
MAG
DIAM
PHASE
RISE
RAN
SE
1
08:40:38.2
13:13:14.1
0.42584
0.59443
4.9
4.8
11.3
1.1
06:17
13:14
19:59
2
08:37:47.1
13:27:35.3
0.42122
0.59945
-5.1
4.7
11.2
1.2
06:10
13:07
19:53
3
08:35:03.2
13:43:09.2
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-5.8
4.5
11.1
1.5
06:02
13:01
19:48
4
08:32:29.4
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2.2
05:55
12:54
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5
08:30:08.9
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-9.1
3.5
10.6
4.2
05:41
12:42
19:33
7
08:26:19.1
14:52:46.5
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-10.3
3.2
10.4
5.6
05:34
12:36
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8
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10.2
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12:30
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9
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05:21
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10
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-13.7
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11.3
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12:21
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13.6
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12:16
19:16
12
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-15.5
1.6
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16.3
05:06
12:12
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13
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14
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-16.9
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04:59
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19:10
15
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18
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19
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22
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1.2003
-12.8
-1.2
5.6
84.7
05:28
12:22
19:22
VENERE
01/08 Sorge: h 03:07 Tramonta: h 18:04 31/08 Sorge: h 03:53 Tramonta: h 18:21 Nel mese di agosto 2025 Venere sarà visibile nel cielo del mattino, sorgendo circa due ore e mezza prima del Sole. Il 12 agosto si troverà in congiunzione con Giove: i due pianeti saranno separati da circa 51 minuti d’arco, visibili bassi sull’orizzonte est dalle 04:30 circa (ora locale). Il 20 agosto la Luna calante passerà a meno di 2° da Venere, mentre il 21 sarà in congiunzione con Mercurio a una distanza angolare di circa 5° con la Luna presente fra i due. Il 31 agosto Venere passerà 3° a sud del centro dell’ammasso del Presepe (M44), evento visibile nelle ore che precedono l’alba. Durante tutto il mese, Venere manterrà una magnitudine di circa –4.0 e si troverà nella costellazione del Cancro, aumentando leggermente la sua altezza sull’orizzonte fino a raggiungere il suo massimo nel cielo mattutino.
RA
DEC
SUNDIS
EADIS
ELONG
MAG
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SE
1
06:03:44.9
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MARTE
01/08 Sorge: h 10:07 Tramonta: h 22:26 31/08 Sorge: h 09:47 Tramonta: h 21:09
Nel mese di agosto 2025 Marte sarà visibile solo per poche ore nel cielo serale nei primi giorni del mese ma anticipando via via il tramonto fino a scomparire nel crepuscolo. La magnitudine compresa tra +1,0 e +0,9. Il 26 agosto si verificherà una congiunzione tra Marte e la Luna calante, che passerà 2°47′ a sud del pianeta. Dall’Italia tuttavia, la coppia non sarà osservabile: raggiungeranno il punto più alto nel cielo durante il giorno e non saranno più alti di 6° sopra l’orizzonte al tramonto. L’evento sarà osservabile prima dell’alba nella costellazione della Vergine. Durante il mese, Marte occuperà il cielo diurno, anticipando progressivamente il suo sorgere ma sarà ancora molto lontano dall’apparire visibile nel cielo dell’alba.
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GIOVE
01/08 Sorge: h 03:49 Tramonta: h 18:52 31/08 Sorge: h 02:19 Tramonta: h 17:17
Nel mese di agosto 2025, Giove sarà protagonista di due eventi astronomici di rilievo. Il primo si verificherà il 12 agosto alle 09:44 UTC, quando il gigante gassoso sarà in congiunzione con Venere, a una distanza angolare di appena 0,9°: i due pianeti appariranno molto vicini nel cielo del mattino, offrendo un suggestivo spettacolo visibile poco prima dell’alba. Il secondo appuntamento sarà il 19 agosto alle 23:04 UTC, quando la Luna raggiungerà una congiunzione con Giove, a una distanza di circa 4,8° a nord. Anche questo evento sarà osservabile prima del sorgere del Sole. Entrambi i fenomeni si svolgeranno nella costellazione dei Gemelli, rendendo agosto un mese favorevole per l’osservazione mattutina di Giove.
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SATURNO
01/08 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:36 31/08 Sorge: h 20:38 Tramonta: h 08:30
Nel mese di agosto 2025, Saturno sarà protagonista di due eventi astronomici particolarmente interessanti. Il primo si verificherà il 6 agosto, quando Saturno sarà in congiunzione con Nettuno, avvicinandosi nel cielo a poco più di 1 grado di distanza apparente. Il secondo evento, ancora più suggestivo, avverrà il 12 agosto: nelle prime ore del mattino, la Luna calante formerà un ampio triangolo celeste con Saturno e Nettuno, passando a circa 3 gradi e mezzo dai due pianeti. Il trio sarà visibile a partire dalle 04:16 (ora locale) sull’orizzonte orientale e resterà osservabile fino al sorgere del Sole. La brillantezza di Saturno e la presenza della Luna offriranno un’occasione perfetta per le osservazioni a occhio nudo o con semplici strumenti amatoriali.
Nel mese di agosto 2025 Urano non è protagonista di alcun evento astronomico specificamente menzionato nel calendario mensile. Il pianeta sarà nella Costellazione del Toro alto nel cielo notturno per tutto il mese.
Nel mese di agosto 2025 Urano non è protagonista di alcun evento astronomico specificamente menzionato nel calendario mensile. Il pianeta sarà nella Costellazione del Toro alto nel cielo notturno per tutto il mese.
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Sciame Meteorico delle Perseidi
Il celebre sciame meteorico delle Perseidi sarà attivo dal 17 luglio al 24 agosto 2025, con il picco previsto intorno al 12 agosto. Durante questo periodo, sarà possibile osservare meteore ogni volta che il punto radiante – situato nella costellazione di Perseo – si troverà sopra l’orizzonte. La quantità di meteore visibili aumenta man mano che questo punto culmina più alto nel cielo. Il momento del picco è previsto per circa le 15:00 CDT del 12 agosto 2025: tuttavia, la vista migliore sarà poco dopo il tramonto del giorno stesso. In condizioni ideali – cielo perfettamente scuro e radiante allo zenit – il tasso zenitale orario teorico (ZHR) potrebbe raggiungere i 150 meteore/ora. Dal sito di osservazione considerato, con il radiante a circa 70° sopra l’orizzonte, ci si aspetta un massimo pratico di circa 141 meteore/ora. La Luna, in fase di ultimo quarto nella Costellazione dei Pesci, sorgerà attorno alle 21:19, offrendo quindi un cielo sufficientemente scuro durante le ore cruciali della notte. Le meteore delle Perseidi nascono dall’interazione tra la Terra e le particelle rilasciate dalla cometa Swift–Tuttle, che producono scie luminose quando entrano nell’atmosfera terrestre. Questo fenomeno ricorre ogni anno, sempre attorno al 12 agosto, grazie al passaggio del nostro pianeta attraverso lo stesso flusso di detriti cometari.
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LUNA
Nel mese di agosto 2025 la Luna offre spettacolari occasioni osservative: dal Primo Quarto ai dettagli del cratere Alphonsus in Plenilunio, fino al Copernicus nell’Ultimo Quarto. Da non perdere le sottili falci crescenti e calanti, e le massime librazioni che svelano settori normalmente nascosti. Tutti gli orari sono riferiti a Roma.
L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI
ASTEROIDI – PICCOLI MONDI
Nel mese di agosto, tre asteroidi della fascia principale — Ausonia, Antigone e Herculina — raggiungono l’opposizione, offrendo condizioni ideali per l’osservazione. Il testo ne ripercorre la scoperta, le caratteristiche orbitali e fisiche, il periodo di rotazione e i dettagli utili per individuarli e fotografarli al meglio.
L’articolo completo sugli asteroidi del mese di Luglio è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI
COMETE
È stato scoperto il terzo oggetto interstellare noto: 3I/2025 N1 ATLAS. La sua orbita iperbolica lo porterà vicino a Marte il 3 ottobre e al perielio il 29 ottobre, per poi avvicinarsi alla Terra entro fine anno. Intanto continua il monitoraggio della cometa C/2025 K1 ATLAS, visibile con strumenti potenti lungo il suo rapido spostamento celeste.
L’articolo completo sulle comete di Luglio è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI
TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE
I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di Agosto a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI
SUPERNOVAE
Nella rubrica di agosto, Giancarlo Cortini firma la sua 35ª supernova con AT2025rwy. Il team di Monte Agliale sfiora la scoperta della SN2025qtt. Spiccano SN2025pht e SN2025rbs, le più luminose dell’anno, nelle galassie NGC1637 e NGC7331. Un mese intenso per la ricerca amatoriale e professionale.
La rubrica completa sulle supernovae è a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini disponibile QUI
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Apriamo la rubrica di questo mese con la stupenda notizia di una nuova scoperta dell’astrofilo forlivese Giancarlo Cortini, messa a segno a poco meno di un mese dalla precedente scoperta SN2025ovr in UGC4973 che abbiamo raccontato nella rubrica dello scorso mese. Questa nuova scoperta è stata individuata nella notte del 22 luglio nella piccola galassia a spirale UGC9052 poste nella costellazione dell’Orsa minore a circa 320 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo oggetto mostrava una luminosità pari alla mag.+18, aumentata di qualche decimo di magnitudine il giorno seguente. La galassia ospite si trova a solo 14° dal Polo Nord celeste ed è perciò visibile tutta la notte. Al momento in cui stiamo scrivendo nessun osservatorio professionale ha ottenuto uno spettro di conferma e pertanto al nuovo transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025rwy. La sua luminosità è rimasta costante per oltre una settimana intorno alle mag.+17,5 / +18,5 pertanto siamo sicuramente di fronte ad una supernova e non ad una variabile cataclismica della nostra galassia, che invece avrebbe visto calare drasticamente la sua luminosità pochi giorni dopo la scoperta. Non è possibile però determinare con certezza il tipo di supernova, ma analizzando la fotometria possiamo sbilanciarsi nell’ipotizzare che potrebbe trattarsi di una supernova “core-collapse” cioè di tipo II o tipo Ib o tipo Ic. Non ci dilunghiamo nel raccontare tutto quello che Giancarlo ha fatto in oltre trenta anni per la ricerca amatoriale italiana di supernovae, ma queste nuove scoperte che permettono a Giancarlo di raggiungere quota 35 scoperte, sono la dimostrazione che ha intrapreso una nuova e vincente strategia di ricerca che sta portando davvero buoni frutti e merita tutte le nostre più sincere congratulazioni.
Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta il giorno dopo la scoperta da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 F.5,6 somma di tre immagini da 60 secondi.
Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 60 minuti.
Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.
Prima di parlare delle due supernovae più luminose del 2025 scoperte in queste settimane, proseguiamo la rubrica di questo mese non con una scoperta, ma con una prediscovery ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale (LU) composto da Fabrizio Ciabattari, Emiliano Mazzoni e Sauro Donati a dimostrazione che il nostro ISSP è ancora vivo ed impegnato nella ricerca della tanto sospirata scoperta di supernova che ormai manca da ben cinque anni. Un’immagine di prediscovery è appunto, come dice il nome, un’immagine ottenuta prima della scoperta ufficiale, quindi da un lato c’è il rammarico di non essere stati rapidi nel comunicare la scoperta, ma dall’altro c’è la consapevolezza di essere stati sulla galassia giusta, nel momento giusto, mancando solo un pizzico di fortuna. Stiamo parlando della SN2025qtt scoperta dal programma professionale americano Zwicky Transient Facility (ZTF) l’11 luglio a mag.+17,9 nella galassia a spirale barrata UGC11453 posta nella costellazione del Cigno a circa 150 milioni di anni luce di distanza. In realtà si tratta di una coppia di galassie interagenti con la spirale collegata con il braccio a Sud ad una piccola galassia ellittica denominata MCG+09-32-008. Stranamente Halton Arp non ha inserito questa coppia di galassie nel suo famoso catalogo di galassie interagenti. Tornando alla scoperta, ZTF è stato rapidissimo comunicando la scoperta nel TNS appena due ore dopo l’ottenimento della loro immagine. L’immagine del team di Monte Agliale era invece antecedente di circa 8 ore, al 10 luglio con una luminosità pari alla mag.+18,5 ma il giorno seguente quando il programma di controllo automatico ha evidenziato il sospetto ormai era troppo tardi, con la scoperta già comunicata dagli americani dello ZTF. Nella stessa notte della scoperta dall’Osservatorio del Mauna kea nelle Isole Hawaii con il telescopio dell’Università delle Hawaii UH88 da 2,2 metri è stato ripreso lo spettro di conferma, classificando il nuovo oggetto come una giovane supernova di tipo II con flash ionizzato. L’osservatorio di Monte Agliale è sempre stato la punta di diamante dell’ISSP con un elevato numero di scoperte. Non a caso Fabrizio Ciabattari ed Emiliano Mazzoni sono in vetta alla Top Ten italiana ed occupano l’ottavo e il decimo posto della Top Ten mondiale rispettivamente con 76 e 70 scoperte. Negli ultimi anni vari problemi di settaggio della strumentazione ed altri problemi logistici non hanno permesso agli amici lucchesi di esprimere il loro grande potenziale. Adesso però sono tornati operativi al 100% e questa prediscovery ne è la dimostrazione. Con il loro telescopio Newton da 51cm F.4,5 e pose di 30 secondi riescono a raggiungere la mag.+19,5 ed ottenere circa 300 immagini di galassie a notte, che nelle lunghe notti invernali possono arrivare a sfiorare le 1000 immagini. Speriamo quindi di poter tornare presto a parlare di una nuova scoperta di supernova targata ISSP.
Immagine di prediscovery della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale con il telescopio Newton da 51cm F.4,5 esposizione di 30 secondi.
Immagine della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 72 minuti.
Immagine della SN2025qtt in UGC11453 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.
Immagine della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 180 secondi.
Veniamo adesso alle due supernovae molto luminose di questo periodo, che sono diventate le due supernova più luminose del 2025. Partiamo cronologicamente dalla SN2025pht, scoperta la notte del 29 giugno dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato All Sky Automated Survey for SuperNovae (ASAS-SN) nella bella galassia a spirale barrata NGC1637 posta nella costellazione dell’Eridano a circa 35 milioni di anni luce di distanza. La supernova è stata individuata alla notevole mag.+13,3 nel bel mezzo dei chiarori dell’alba. La galassia ospite stava infatti uscendo dalla congiunzione con il Sole. I primi a riprendere lo spettro di conferma, all’alba del 3 luglio, in condizioni proibitive, sono stati gli astronomi americani del Cerro Tololo Observatory con il SOAR Souther Astrophysical Research Telescope, un moderno telescopio da 4,10 metri con ottiche attive posto a 2.700 metri di altitudine sul Cerro Pachon in Cile. La SN2025pht è una supernova di tipo IIP cioè con “plateau”. Questo tipo di supernovae, dopo un massimo di luminosità, che in questo caso dovrebbe essersi verificato intorno alla mag.+13 quando la galassia era in congiunzione eliaca, calano di circa mezza magnitudine raggiungendo il “plateau” dove rimango per circa tre mesi alla solita magnitudine. Dopodiché calano drasticamente di luminosità. La SN2025pht dovrebbe perciò restare ancora due mesi sul plateau intorno alla mag.+13,5-+14,0 allontanandosi sempre più dal Sole e permettendoci di ottenere delle belle immagini di una stupenda spirale vista di faccia insieme ad una luminosa supernova, la seconda più luminosa del 2025. La SN2025pht è la seconda supernova conosciuta esplosa in NGC1637. La prima fu la SN1999em, anche questa di tipo IIP, scoperta il 29 ottobre 1999 dal programma professionale di ricerca supernova denominato Lick Observatory Supernova Search (LOSS), che fu anche la supernova più luminosa del 1999. Gli osservatori di Cerro Tololo in Cile e di Siding Spring in Australia hanno misurato con precisione la posizione della supernova. Successivamente analizzando le immagini d’archivio del Hubble Space Telescope e del James Webb Space Telescope è stata trovata la stella progenitrice della supernova, cioè una debole stellina di mag.+22.
Immagine della SN2025pht in NGC1637 ottenuta in remoto dal Cile dall’astrofila Marie Newhnam con un telescopio Dall- Kirkam da 425mm F.6,8 esposizione di 110 secondi.
Immagine della SN2025pht in NGC1637 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 15 immagini da 120 secondi.
Chiudiamo la rubrica in bellezza con una supernovae molto luminosa, che sta catalizzando le attenzioni degli astrofotografi, esplosa in una stupenda galassia a spirale. Stiamo parlando della SN2025rbs scoperta la notte del 14 luglio dal programma professionale denominato Gravitational-ware Optical Transient Observer (GOTO) nella bellissima galassia a spirale NGC7331 posta nella costellazione di Pegaso a circa 40 milioni di anni luce di distanza. NGC7331 è una delle galassie più luminose, che stranamente Messier non incluse nel suo famoso catalogo. Intorno a lei sono presenti almeno cinque piccole galassie satelliti ed a soli 30’ a Sud troviamo il famoso Quintetto di Stephan. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+17, ma nei giorni seguente la sua luminosità è andata costantemente ad aumentare fino a raggiungere il massimo intorno al 28 luglio sfiorando la notevole mag.+12 e diventando la supernova più luminosa del 2025. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi americani del Haleakala Observatory nelle Isole Hawaii con il Faulkes Telescope North da 2 metri di diametro. La SN2025rbs è una supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano ad una velocità di circa 15.000 km/s. Abbiamo pertanto una galassia molto fotogenica con all’interno una supernova molto luminosa che ci permetterà di ottenere delle stupende immagini. Un cocktail perfetto che però è leggermente disturbato da un particolare importante: la supernova è posizionata molto vicino al nucleo della galassia ospite. La supernova è pertanto ben visibile in pose brevi che però non evidenziano la stupenda struttura dei bracci a spirale. Se aumentiamo il tempo di posa la bellezza della galassia viene fuori in tutto il suo splendore, ma la supernova rimane soffocata dal nucleo luminoso della galassia. Dobbiamo pertanto trovare il giusto compromesso che permetta di evidenziare entrambi. Questa è la quarta supernova esplosa in NGC7331. Le prime tre sono state rispettivamente la SN1959D di tipo II scoperta il 28 giugno 1959 dall’astronomo americano Milton Humason, la SN2013bu di tipo II scoperta il 21 aprile 2013 dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e la SN2014C di tipo Ib scoperta il 5 gennaio 2014 dal programma professionale denominato Lick Observatory Supernova Search (LOSS).
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 50 minuti.
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 40 immagini da 120 secondi.
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da J.D. con un telescopio Newton da 114mm F.4 esposizione di 20 minuti. In questa immagine i bracci della galassia non sono ben evidenziati, ma la supernova è ben visibile in tutto il suo splendore.
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da Rolando Ligustri in remoto dalla Spagna con un rifrattore APO da 130mm F.4 LRGB: somma di 17 immagini da 180 secondi.
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta dall’astrofilo canadese Mathieu Chauveau con un telescopio Celestron Origin da 152mm F.2,2 esposizione di 5 minuti. In questa immagine a largo campo è visibile in basso a destra il famoso Quintetto di Stephan.
Immagine della SN2025rbs in NGC7331 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.
Leggi le altre puntate dedicate alle Supernovae qui
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Per larga parte il cielo è attraversato da striature e macchie chiare; la Via Lattea prende d’agosto una consistenza densa e si direbbe che trabocchi dal suo alveo; il chiaro e lo scuro sono così mescolati da impedire l’effetto prospettico d’un abisso nero sulla cui vuota lontananza campeggiano, ben in rilievo, le stelle; tutto resta sullo stesso piano: scintillio e nube argentea e tenebre. Palomar, I.Calvino
Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.
LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
Nel mese di agosto transita al meridiano una delle più note e importanti costellazioni dello Zodiaco, ovvero quella del Sagittario. Nel nostro emisfero boreale la si individua nel punto più luminoso della Via Lattea, di cui contiene al suo interno il centro galattico. Pur rimanendo basso sull’orizzonte meridionale, seguito dalla Corona Australe e preceduto dallo Scorpione, il Sagittario è ben riconoscibile grazie all’asterismo della Teiera, composto dalle sue stelle più luminose. Kaus Australis (ε Sagittarii) è la stella principale della costellazione: si tratta di una gigante blu di magnitudine 1,79 distante 145 anni luce. La seconda stella più brillante è Sigma Sagittario, o Nunki, una gigante azzurra di magnitudine 2,05 mentre la terza più luminosa è Zeta Sagittarii.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR7635
γ Sagittae
3.47
Variable;
HR7536
δ Sagittae
3.82
Variable;
HR7479
α Sagittae
Sham
4.37
Multiple;
HR7488
β Sagittae
4.37
HR7546
ζ Sagittae
5
Multiple;
HR7679
η Sagittae
5.1
HR7609
10 Sagittae
5.36
Variable;
HR7645
13 Sagittae
5.37
Variable; Double;
HR7622
11 Sagittae
5.53
HR7301
1 Sagittae
5.64
HR7463
ε Sagittae
5.66
Variable; Multiple;
HR7780
5.8
HR7672
15 Sagittae
5.8
Variable; Multiple;
HR7662
5.96
Double;
HR7299
6
HR7260
6.07
Variable; Double;
HR7216
6.09
HR7746
18 Sagittae
6.13
HR7713
6.22
HR7574
9 Sagittae
6.23
Variable;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
La costellazione ospita un gran numero di oggetti del catalogo Messier, da ammassi a nebulose, ed è fonte di ricche produzioni in campo astrofotografico. Uno degli oggetti più noti e ripresi dagli astrofili è la Nebulosa Laguna, M 8, individuabile anche ad occhio nudo da un cielo idoneo.
NEBULOSA LAGUNA CREDITI: MIRKO TONDINELLI
Altre nebulose interessanti nel Sagittario sono M 17 e M 20, Trifida e Omega, mentre per quanto riguarda gli ammassi non possiamo fare a meno di citare M 22, uno dei più vicini e luminosi della volta celeste: ecco contiene più di mezzo milione di stelle e si può già individuare con un binocolo.
Al centro della Via Lattea, nella costellazione del Sagittario, è posta la più famosa e complessa radiosorgente luminosa, Sagittarius A, in cui sarebbe situato il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.
LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO NELLA MITOLOGIA
Metà uomo e metà cavallo: è così che viene raffigurato il Sagittario, come un arciere che, con indosso un mantello, tende l’arco in direzione dello Scorpione. Nella mitologia greca, Eratostene descrisse il Sagittario associandolo a Croto, abile arciere figlio di Pan, dio dei boschi e dell’agricoltura, ed Eufeme, nutrice delle Muse. Una delle vicende più note narra del legame di Croto con le Muse. Abile cacciatore, egli abitava sul Monte Elicona, dove inventò l’arte del tiro con l’arco. Croto viveva circondato dalle Muse e dalle loro arti: fu proprio in loro onore che il giovane inventò l’applauso, in segno di omaggio alle loro performance artistiche.
Di questo le Muse erano grate a Croto e così decisero di rivolgersi a Zeus affinché gli desse un posto d’onore sulla volta celeste; il padre degli dei accolse la loro proposta e decise di premiare Croto anche per le sue doti di arciere e cavallerizza, collocandolo tra le stelle.
… Esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.
Italo Calvino, Palomar
LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA
Nelle sere estive di agosto è impossibile alzare gli occhi al cielo e non far a caso a quella gemma di luce che brilla inconfondibile già dopo il tramonto. Si tratta di Vega, l’astro che rappresenta la costellazione della Lira.
Seppur di piccole dimensioni, quella della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale: alfa Lyrae è una stella color bianco-azzurro multipla, costituita da 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce. La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto il firmamento.
Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vega in quell’epoca era la Stella Polare e tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR7001
α Lyrae
Vega
0.03
Variable; Multiple;
HR7178
γ Lyrae
Sulafat
3.24
Variable; Multiple;
HR7106
β Lyrae
Sheliak
3.45
Variable; Multiple;
HR7157
13 Lyrae
4.04
Variable;
HR7139
δ2 Lyrae
4.3
Variable; Multiple;
HR6872
κ Lyrae
4.33
Variable;
HR7056
ζ1 Lyrae
4.36
Variable; Multiple;
HR7314
θ Lyrae
4.36
Variable; Multiple;
HR7298
η Lyrae
Aladfar
4.39
Variable; Multiple;
HR7064
4.83
HR7192
λ Lyrae
4.93
Variable;
HR7215
16 Lyrae
5.01
Variable; Multiple;
HR6903
μ Lyrae
5.12
HR7162
5.22
Multiple;
HR7261
17 Lyrae
5.23
Multiple;
HR7102
ν2 Lyrae
5.25
Double;
HR7181
5.27
HR7262
ι Lyrae
5.28
HR7054
ε2 Lyrae
5.37
Variable; Multiple;
HR6997
5.42
Variable; Double;
VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA
Vega è la prima stella del cielo notturno ad essere stata fotografata: l’astro infatti è stato immortalato dall’astronomo statunitense William Cranch Bond e da uno dei pionieri del dagherrotipo, John Adams Whipple, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850. La stella principale della Lira venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura. Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.
OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA
La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di ε Lyrae, la doppia per eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra. Entrambe le stelle che compongono il sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra. Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazione estiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili. Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa 2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.
M 57 CREDITI: CARLO MOLLICONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Altri oggetti deep sky da menzionare sono l’ammasso globulare M 56 e l’ammasso aperto NGC 6791 composto d diverse centinaia di stelle. Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.
LA LIRA NELLA MITOLOGIA
Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie e antiche popolazioni. Una delle leggende più romantiche proviene all’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare. Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo. Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco. Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata. Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro. Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno. Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e al suo inseparabile strumento musicale, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco. Da quel momento Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice. La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.
Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso. Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine: allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo. (Manilio, Poeticon Astronomicon, I, 324-330)
LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è un’altra delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale. È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente + 1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno. Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo. Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio. Insieme a Deneb, Albireo va a comporre l’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deep sky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, oggetti molto amati e fotografati dagli astrofili.
NEBULOSA NORD AMERICA E PELLICANO CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova e la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa. Ora ciò ne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione. La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.
NEBULOSA VELO CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella parte centro-meridionale della costellazione è presente una nebulosa a emissione nota come Nebulosa Tulipano, nota anche come Sh2 – 101.
NEBULOSA TULIPANO CREDITI: MIRKO TONDINELLI
IL CIGNO NELLA MITOLOGIA
Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, e molte di queste associano la figura del Cigno a quella di Zeus. Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo cigno per poter sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre la Leda passeggiava sulle rive di un fiume, Zeus la possedette sotto le sembianze di un Cigno. Dall’uovo concepito (anzi due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non vi era certezza sulla reale paternità anche se, le uova divine da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus. Il Cigno brilla nel cielo a voler celebrare le “prodezze” del padre degli dei.
Le costellazioni del mese di Luglio 2025
Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti
Carlo Rovelli
Tra le costellazioni tipiche dell’estate boreale spicca quella dello Scorpione, protagonista indiscussa del cielo di luglio e agosto.
LA COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE
Si tratta di realtà di un asterismo tipico del cielo australe che però possiamo tranquillamente contemplare alle nostre latitudini, soprattutto dal Sud Italia, dove è possibile osservare la costellazione nella sua interezza. Lo Scorpione deve il suo fascino alla sua figura ben riconoscibile sulla volta celeste, ma soprattutto alla bellezza della sua stella alfa, Antares, una supergigante rossa situata a 600 anni luce dal Sistema Solare, con una magnitudine apparente 1.06. L’astro si trova al centro della costellazione e il suo nome in arabo ٱلْعَقْرَبِQalb al-Άqrab, significa “il cuore dello Scorpione”. Dal greco invece l’astro viene indicato con il nome Ἀντάρης, che significa “anti-ares”, ovvero rivale del pianeta Marte, con il quale condivide il tipico colore rossastro. Dopo Antares la seconda stella più brillante dello Scorpione è Shaula (Lambda Scorpii), caratterizzata da un sistema triplo; l’astro prende il nome dall’arabo Al Shaulah, ovvero “pungiglione”, proprio per la sua collocazione presso la parte terminale della figura che rappresenterebbe uno scorpione.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR6134
α Scorpii
Antares
0.96
Variable; Double;
HR6527
λ Scorpii
Shaula
1.63
Variable; Multiple;
HR6553
θ Scorpii
Sargas
1.87
Variable;
HR6241
ε Scorpii
Larawag
2.29
Variable;
HR5953
δ Scorpii
Dschubba
2.32
Multiple;
HR6580
κ Scorpii
2.41
Variable;
HR5984
β1 Scorpii
Acrab
2.62
Variable; Multiple;
HR6508
υ Scorpii
Lesath
2.69
HR6165
τ Scorpii
Paikauhale
2.82
HR5944
π Scorpii
Fang
2.89
Variable; Multiple;
HR6084
σ Scorpii
Alniyat
2.89
Variable; Multiple;
HR6615
ι1 Scorpii
3.03
Double;
HR6247
μ1 Scorpii
Xamidimura
3.08
Variable; Double;
HR6630
Fuyue
3.21
Multiple;
HR6380
η Scorpii
3.33
HR6252
μ2 Scorpii
Pipirima
3.57
Double;
HR6271
ζ2 Scorpii
3.62
Variable;
HR5928
ρ Scorpii
Iklil
3.88
Double;
HR5993
ω1 Scorpii
3.96
HR6027
ν Scorpii
Jabbah
4.01
Multiple;
ANTARES E LA NUBE DI RHO OPHIUCHI Insieme a Beta Scorpii, Delta Scorpii e Pi Scorpii, Antares è una componente del cosiddetto asterismo del Grande Uncino, un oggetto così definito nella tradizione Polinesiana; nell’emisfero australe infatti questo asterismo è visibile per diversi mesi all’anno, soprattutto in quelli invernali, mentre nel nostro di emisfero possiamo ammirarlo per pochi mesi, durante l’estate.
IC 4592 E RHO OPHIUCHI CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
LA NUBE DI RHO OPHIUCHI
Fra le stelle Antares e Rho Ophiuchi, è concentrato uno dei sistemi nebulosi attivi di grande massa più vicini al sistema solare (424 anni luce), che potrebbe essere definito come tra i più grandi laboratori per lo studio dei fenomeni di formazione stellare. La nube prende il nome dalla stella situata nella costellazione dell’Ofiuco, e che domina la regione composta da idrogeno ionizzato luminoso e polveri oscure. La nube si estende verso Antares e parte dei gas viene illuminata proprio da Alfa Scorpii, da cui prende la colorazione rossastra. Rho Ophiuchi è uno degli oggetti più affascinanti e ripresi dagli astrofili: esso può essere individuato nella regione di stelle che compongono la testa dello Scorpione, e attraverso le giuste strumentazioni e le fotografie a lunga esposizione, è possibile catturare un gran numero di dettagli, rivelandoci un’armonia di colori davvero suggestiva.
OGGETTI NON STELLARI
IMMAGINE M4 CREDITI: GIUSEPPE PETRICCA DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili oltre che diversi oggetti del profondo cielo: tra gli ammassi globulari spiccano M4, poco concentrato ma molto luminoso, individuabile già con un buon binocolo a Ovest di Antares. Nello Scorpione troviamo anche gli ammassi M6 e M7, quest’ultimo noto come ammasso di Tolomeo che, se osservato da un luogo buio, potrebbe essere visibile anche ad occhio nudo; con l’ausilio di un binocolo invece si possono scorgere maggiori dettagli.
IMMAGINE M7 CREDITI: ROBERTO CIRI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Altro oggetto deep sky molto suggestivo, presente nello Scorpione, è la Nebulosa Testa di Cavallo Blu, IC 4592, un vasto sistema nebuloso situato nella parte settentrionale della costellazione, caratterizzato dalla tipica colorazione blu emessa dalla sua stella più vicina, ovvero V Scorpii.
IMMAGINE NEBULOSA TESTA DI CAVALLO BLU CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
LO SCORPIONE NELLA MITOLOGIA
Nella mitologia greca la figura dello Scorpione è strettamente legata a quella di Orione: secondo una delle vicende più acclarate, lo Scorpione aveva punto fatalmente il cacciatore celeste, dopo che quest’ultimo si era vantato con Artemide di essere in grado di poter uccidere qualsiasi animale feroce gli fosse capitato a tiro. Tutta questa spavalderia non fu gradita a Gea, la madre Terra, la quale scaglió contro Orione la furia (e il veleno) dello Scorpione, uccidendolo. Zeus vedendo il cacciatore e lo scorpione a terra, decise di trasformarli in stelle e porli sulla volta celeste, destinati a non incontrarsi mai, poiché quando lo Scorpione sorge, Orione tramonta, in un ciclico scorrere del tempo e delle stagioni.
LA COSTELLAZIONE DELL’AQUILA
Alla corte celeste dell’estate boreale spicca Altair, l’astro che impreziosisce una delle costellazioni protagoniste di luglio, ovvero l’Aquila. La costellazione si trova a cavallo dell’equatore celeste ed è attraversata dalla Via Lattea dal lato occidentale: ciononostante, sono poche le stelle visibili ad occhio nudo, per via di una cospicua quantità di gas e polveri interstellari che limitano la luce delle stelle retrostanti. Alfa Aquilae, ovvero Altair, è una brillante stella bianca di magnitudine 0,77 distante 17 anni luce da noi: oltre ad essere una delle stelle a noi più vicine, è classificata come la dodicesima più brillante del cielo notturno. Insieme a Vega e Deneb, Altair costituisce uno dei vertici del Triangolo Estivo. Nella costellazione sono presenti anche diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come 57 Aquilae, composta da due stelle di quinta e sesta magnitudine. Presenti nell’Aquila anche stelle variabili: tra le Cefeidi spicca U Aquilae, mentre tra le Mireidi c’è R Aquilae.
IMMAGINE SH2-72 E SH-71 E NGC 6749 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La costellazione non contiene oggetti del catalogo Messier, ma ospita tuttavia diversi ammassi e nebulose di interesse tra gli astrofili più appassionati: tra questi spiccano l’ammasso aperto NGC 6709 e l’ammasso globulare NGC 6749 e ancora la Nebulosa planetaria NGC 6781.
IMMAGINE NGC 6781 CREDITI: LUCIANO LAI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella costellazione è presente anche la Nebulosa oscura E, composta da due sistemi nebulosi, B142 e B 143, separati fra loro e visibili anche con un telescopio amatoriale. Suggestiva poi la galassia a spirale NGC 6814, di cui il telescopio spaziale Hubble ci ha donato immagini straordinarie.
IMMAGINE NGC 6814 CREDITI: ESA/Hubble e NASA; Ringraziamenti: Judy Schmidt
Il cuore luminoso di NGC 6814 è una sorgente di raggi X altamente variabile, il che ha portato gli scienziati a sospettare che ospiti un buco nero supermassiccio con una massa circa 18 milioni di volte quella del Sole. Poiché NGC 6814 è una galassia molto attiva, lungo i suoi bracci a spirale sono disseminate numerose regioni di gas ionizzato. In queste grandi nubi di gas si è recentemente verificata un’intensa attività di formazione stellare, che ha forgiato le brillanti stelle blu visibili sparse in tutta la galassia.
Poiché NGC 6814 è una galassia molto attiva, lungo i suoi bracci a spirale sono disseminate numerose regioni di gas ionizzato. In queste grandi nubi di gas si è recentemente verificata un’intensa attività di formazione stellare, che ha forgiato le brillanti stelle blu visibili sparse in tutta la galassia.
L’AQUILA NELLA MITOLOGIA
Nella mitologia greca e romana l’aquila rappresentava l’uccello che aveva il compito di riportare a Zeus i fulmini che egli scagliava contro chi osava disobbedirgli. Ma il padre degli dei, sempre al centro di vicende scabrose, pare essere ricorso a una delle sue solite metamorfosi, prendendo le sembianze di un’aquila, allo scopo di rapire il giovane Ganimede e portarlo nell’Olimpo, affinché divenisse il coppiere degli dei. Secondo un’altra conturbante vicenda, Zeus si incapricció della dea Nemesi e per riuscire a possederla messe a punto un piano, con l’aiuto di Afrodite, la quale venne trasformata in un’aquila fingendo di dare la caccia al bellissimo cigno nel quale Zeus, a sua volta, si era trasformato. Il re dell’Olimpo, simulando di essere braccato dal rapace, cercò rifugio tra le braccia della bella Nemesi, riuscendo finalmente nell’intento di possederla. A memoria del buon esito del piano, Zeus pose in cielo sia l’aquila che il cigno, dove brillano, stelle tra le stelle, per l’eternità.
Le costellazioni del mese di Giugno 2025
Con l’arrivo dell’estate boreale, le notti di giugno si trasformano in una finestra privilegiata sul cielo profondo, rivelando figure leggendarie e gioielli astronomici alla portata di occhi curiosi e telescopi appassionati. In questo mese, due protagonisti dominano la volta celeste: l’eroico Ercole, con le sue fatiche scolpite tra le stelle, e il misterioso Serpente, che avvolge con eleganza la figura del guaritore Ofiuco. Tra ammassi globulari luminosissimi, nebulose scolpite dalla nascita stellare e galassie dalla forma insolita, il cielo di giugno offre un percorso affascinante tra scienza e mitologia, invitandoci a osservare, comprendere e lasciarci stupire.
LA COSTELLAZIONE DI ERCOLE
Nelle notti di giugno e per tutta l’estate dell’emisfero boreale, possiamo godere della visione di una delle figure più note nell’astronomia e nella mitologia, ovvero Ercole.
Posta tra il Boote e la Lira, la costellazione è molto estesa (1225 gradi quadrati) ma non gode di astri particolarmente luminosi; la sua sagoma è individuabile grazie a un quadrilatero di stelle noto come Chiave di Volta, nella parte occidentale di Ercole, la cui stella più luminosa è ζ Hercules (Ruticulus), una stella gialla di magnitudine 2,81.
La costellazione non possiede stelle di prima magnitudine, la più luminosa è β Herculis, nota come Kornephoros, di magnitudine 2,78.
α Hercules (Ras Algethi) dall’arabo “la testa dell’inginocchiato” è una supergigante rossa variabile di magnitudine media 3,51, accompagnata da una stella di quinta, anch’essa doppia.
È una delle stelle doppie più conosciute e per poterla osservare occorre comunque un telescopio di media potenza mentre, ad occhio nudo o con un buon binocolo, ci si può rendere conto delle sue variazioni.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR6148
β Herculis
Kornephoros
2.77
Variable; Double;
HR6212
ζ Herculis
2.81
Variable; Double;
HR6410
δ Herculis
Sarin
3.14
Variable; Multiple;
HR6418
π Herculis
3.16
Variable;
HR6623
μ Herculis
3.42
Multiple;
HR6406
α1 Herculis
Rasalgethi
3.48
Variable; Multiple;
HR6220
η Herculis
3.53
Variable; Double;
HR6703
ξ Herculis
3.7
Variable;
HR6095
γ Herculis
3.75
Variable; Multiple;
HR6588
ι Herculis
3.8
Variable; Double;
HR6779
ο Herculis
3.83
Variable;
HR6895
109 Herculis
3.84
Variable; Double;
HR6695
θ Herculis
3.86
Variable;
HR6092
τ Herculis
3.89
Variable; Double;
HR6324
ε Herculis
3.92
HR7061
110 Herculis
4.19
Variable; Multiple;
HR6168
σ Herculis
4.2
Variable; Double;
HR6023
φ Herculis
4.26
Variable;
HR6787
102 Herculis
4.36
Double;
HR7069
111 Herculis
4.36
Multiple;
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ERCOLE
La costellazione giace lontata dalla porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, in una regione povera di galassie luminose; quelle osservabili sono tutte molto lontane ed estremamente deboli.
LUCA BALESTRIERI COSIMELLI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
M13 E IL MESSAGGIO ARECIBO
Ma in compenso Ercole ci offre uno degli oggetti più luminosi, conosciuto dagli astrofili esperti e da quelli alle prime armi, ovvero M13.
IMMAGINE CAMPO LARGO M13 E GALASSIA A SPIRALE NGC 6207 CREDITI: FABIO DAMONTE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
L’Ammasso Globulare di Ercole è il più luminoso dell’emisfero boreale e il terzo della volta celeste: è un oggetto ben visibile con un binocolo e persino ad occhio nudo. Ha una magnitudine apparente pari a 5,8 e conta al suo interno centinaia di migliaia di stelle.
All’oggetto M13 è correlato il famoso “messaggio Arecibo”, ovvero il segnale radio in codice binario trasmesso nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, il 16 novembre del 1974 e indirizzato proprio verso l’Ammasso Globulare di Ercole, a 25000 anni luce di distanza.
Il radiotelescopio, ormai tristemente smantellato nel 2020 per irreversibili danni ambientali, aveva preso parte al progetto SETI per la ricerca di vita intelligente extraterrestre.
Un altro ammasso luminoso presente nella costellazione è M92, meno facile da individuare rispetto ad M13, ma comunque approcciabile con un binocolo di apertura 10×50, attraverso il quale l’ammasso appare come una macchia biancastra diffusa, mentre sarà possibile risolverlo mediante l’impiego di un telescopio di almeno 200 mm di apertura.
Oltre agli ammassi in Ercole risiede una delle nebulose planetarie più grandi della Via Lattea, Abell 39, un oggetto che possiede un diametro di ben 5 anni luce e la cui forma, circolare e trasparente, ricorda una bolla di sapone.
IMMAGINE ABELL 39 CREDITI: ANDREA ARBIZZI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
ERCOLE NELLA MITOLOGIA
Quella di Ercole è senza dubbio una delle figure più note della mitologia: la sua fama è legata alle 12 fatiche che l’eroe dovette affrontare e che e gli valsero la sua eterna gloria.
Le prove che Ercole doveva portare a compimento erano le seguenti:
Uccidere l’immortale idra di Lerna
Catturare la cerva di Cerinea
Catturare il cinghiale di Erimanto
Ripulire in un giorno le stalle di Augia
Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo
Catturare il toro di Creta
Rubare le cavalle di Diomede
Impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni
Rubare i buoi di Gerione
Rubare i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi
Portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli inferi, a Micene
IMMAGINE OPERA ERCOLE E L’IDRA CREDITI: ANTONIO DEL POLLAIOLO
In origine gli antichi greci associavano la figura di Ercole a quella dell’Inginocchiato, senza però attribuirgli un significato specifico; solo successivamente venne ribattezzata definitivamente con il nome di Ercole l’immagine dell’eroe nell’atto di inginocchiarsi, probabilmente comesegno di riposo dopo aver affrontato le dodici fatiche.
Ercole era venerato come simbolo di forza e abilità sia dai greci che dai romani, ed era ritenuto protettore degli sport e delle palestre. Fu onorato in numerosi santuari sparsi in tutta la Grecia e le sue tante imprese, espressione dell’altruismo e della forza fisica, lo fecero credere il fondatore dei Giochi Olimpici.
Sia greci che romani lo ritenevano un eroe sí valoroso e possente ma anche simbolo di generosità e altruismo: egli infatti conquistó la fama di grandezza morale oltre che fisica, e per tale motivo meritava un posto tra le stelle.
Grazie alla mano di Ercole regna la Pace fra l’Aurora e il Vespero, e nel luogo in cui il sole a mezzogiorno nega le ombre ai corpi; tutta la terra bagnata dal lungo circuito di Teti è stata sottomessa alla fatica di Alcide. Seneca, La follia di Ercole 883-888
Ma la parte più affascinate del mito di Ercole è quella legata alla Via Lattea: per i Greci Ercole era il figlio di Zeus e di Alcmena, una fanciulla vittima dei capricci del padre degli dei: narra la leggenda che Zeus si trasformò nel marito della giovane per possederla e da questa unione nacque l’eroe mitologico, che fu abbandonato ancora in fasce dalla sua mamma.
Zeus però teneva molto a quel figlio, per metà immortale, e fece in modo che sua moglie Era lo trovasse e lo allattasse: accadde che il bambino fu trovato e preso in braccio da Era, che lo portò al seno nel tentativo di allattarlo (secondo altre versioni fu Zeus ad avvicinarlo al seno di Era mentre la dea dormiva); il piccolo Ercole però si mosse bruscamente (o fu proprio Era ad allontanarlo) e così nacque una delle più belle storie della mitologia: il movimento, involontario oppure voluto, provocó uno schizzo di latte che raggiunse il cielo, creando il fiume di stelle che diede vita alla Via Lattea.
LA COSTELLAZIONE DEL SERPENTE
Nel cielo di giugno incontriamo un’altra costellazione tipica del periodo estivo, quella del Serpente, l’unica delle moderne costellazioni ad essere divisa in due parti, Testa del Serpente (ad Ovest) e Coda del Serpente (ad Est); nel mezzo si trova collocata la costellazione di Ofiuco, “colui che porta il serpente”.
La parte della Testa è quasi completamente a Nord dell’Equatore celeste, mentre la Coda è a cavallo di esso, lungo la parte terminale della Fenditura del Cigno.
Alfa Serpentis (Unukalhai) è la stella più brillante della costellazione: essa si trova nella Testa del Serpente ed è una stella arancione di magnitudine 2,63, distante 73 anni luce.
Età Serpentis è la seconda stella più luminosa della costellazione, una gigante o subgigante arancione con una magnitudine apparente di 3,26 e distante 60,5 anni luce dal Sistema Solare, situata nella Coda del Serpente.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR5854
α Serpentis
Unukalhai
2.65
Multiple;
HR6869
η Serpentis
3.26
Variable; Double;
HR5881
μ Serpentis
3.53
HR6561
ξ Serpentis
3.54
Variable; Double;
HR5867
β Serpentis
3.67
Multiple;
HR5892
ε Serpentis
3.71
HR5789
δ Serpentis
3.8
Variable; Multiple;
HR5933
γ Serpentis
3.85
Variable; Multiple;
HR5879
κ Serpentis
Gudja
4.09
Variable;
HR6581
ο Serpentis
4.26
Variable;
HR6446
ν Serpentis
4.33
Double;
HR5868
λ Serpentis
4.43
Variable;
HR5842
ι Serpentis
4.52
Multiple;
HR6710
ζ Serpentis
4.62
HR7141
θ1 Serpentis
Alya
4.62
Variable; Multiple;
HR5899
ρ Serpentis
4.76
Variable;
HR6093
σ Serpentis
4.82
HR5972
π Serpentis
4.83
HR7142
θ2 Serpentis
4.98
Multiple;
HR5694
5 Serpentis
5.06
Variable; Multiple;
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL SERPENTE
Mentre la parte della Testa giace lontano dalla Via Lattea, quella della Coda è invece adagiata sulla regione della nostra galassia che più a Nord è nota come Fenditura del Cigno e dell’Aquila, un complesso di polveri interstellari che offuscano stelle e oggetti.
IMMAGINE M5 CREDITI: FERNANDO OLIVEIRA DE MENEZES DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella Testa del Serpente si trova l’ammasso globulare M5, uno dei più brillanti del cielo: esso contiene più di 100.000 stelle ed è situato a un distanza di 24.500 anni luce dalla Terra.
Tra le nebulose situate nella costellazione, la più famosa è certamente la Nebulosa Aquila, M16.
IMMAGINE M16 CREDITI: Sh2-54 E M16 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La Nebulosa Aquila è una grande regione H II visibile nella Coda del Serpente: è uno degli oggetti più ripresi e fotografati, formato da un giovane ammasso aperto di stelle associato a una nebulosa a emissione composta da idrogeno ionizzato, catalogata come IC 4703.
M16 dista dalla Terra circa 7000 anni luce e contiene uno dei capolavori dell’Universo, il re degli oggetti deepsky, noto come I Pilastri della Creazione.
Il telescopio spaziale James Webb della NASA ha catturato un paesaggio lussureggiante e ricchissimo di dettagli: gli iconici Pilastri della Creazione, dove nuove stelle si stanno formando all’interno di dense nubi di gas e polvere. I pilastri tridimensionali sembrano maestose formazioni rocciose, ma sono molto più permeabili. Queste colonne sono composte da gas interstellare freddo e polvere che appaiono, a volte, semitrasparenti alla luce del vicino infrarosso.
IMMAGINE IC 4756 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Sull’estremità settentrionale della Coda del Serpente spicca l’ammasso IC 4756, formato da diverse decine di componenti. Nel Serpente c’è anche una galassia di aspetto molto singolare, nota come Oggetto di Hoag.
IMMAGINE OGGETTO DI HOAG CREDITI: NASA e Hubble Heritage Team (STScI/AURA); Ringraziamenti: Ray A. Lucas (STScI/AURA)
Un anello quasi perfetto di stelle blu calde volteggia attorno al nucleo giallo di una galassia insolita, nota come Oggetto di Hoag, in questa immagine della Wide Field and Planetary Camera 2 di Hubble. L’anello blu, dominato da ammassi di stelle giovani e massicce, contrasta nettamente con il nucleo giallo, composto per lo più da stelle più vecchie. Quella che sembra una “lacuna” che separa le due popolazioni stellari potrebbe in realtà contenere ammassi stellari quasi troppo deboli per essere visti.
IL SERPENTE NELLA MITOLOGIA
Nella mitologia il serpente è il rettile associato alla figura di Ofiuco, che per i Greci rappresenta a sua volta Asclepio, guaritore e figlio di Apollo; il motivo per il qualesulla volta celesteOfiuco regga tra le mani un serpente non è ben chiaro, ma è probabile che ciò derivi dal fatto che una volta Asclepio ne uccise un esemplare, il quale riprese vita grazie ad un’erba miracolosa portata in bocca da un altro serpente e, successivamente, impiegata da Asclepio per resuscitare i morti.
Il serpente era l’emblema della rinascita, per via della sua caratteristica di mutare pelle ogni anno.
Ofiuco e Serpente sono dunque uniti e brillano insieme sulla volta celeste.
Le costellazioni del mese di Maggio 2025
Mentre le costellazioni invernali sono oramai tramontate, nel cielo di maggio, ponendo lo sguardo ad Est, ci imbattiamo nelle figure che ci accompagneranno durante l’estate. Tra queste in prima serata fanno il loro ingresso il Boote, la Corona Boreale e la Chioma di Berenice.
Sono asterismi non particolarmente appariscenti ma degni di attenzione poiché, come la Chioma di Berenice, ricchi di oggetti del profondo cielo e di aneddoti che intrecciano la scienza al mito.
LA COSTELLAZIONE DI CHIOMA DI BERENICE
Un groviglio di stelle sparse sui sentieri celesti del mese di maggio,ma all’apparenza vicine, danno forma a una figura nota come la Chioma di Berenice.
“E ancora umida di pianto la dea mi pose nel firmamento, nuova stella fra quelle antiche. Io, sfiorando le costellazioni della Vergine e dell’ardente Leone, insieme con Callisto volgo ad occidente guidando il lento Boòte, che solo all’alba s’immerge nel profondo Oceano”.
Catullo, Carme 66
Situata tra il Boote e il Leone, come narrano i versi di Catullo, la costellazione è ben visibile nel cielo di maggio e sino alla fine di luglio, quando la vedremo declinare gradualmente verso Ovest.
La costellazione non spicca per luminosità poiché molte delle stelle che la compongono fanno parte di un ammasso aperto, situato a 250 anni luce e noto come Mel 111 o Ammasso della Chioma di Berenice.
La sua stella principale β Comae Berenices, di magnitudine apparente 4,23, ha una magnitudine assoluta di poco più luminosa del Sole; α Comae Berenices è la seconda stella più luminosa della costellazione è possiede il nome di Diadem: si tratta di una stella binaria con una magnitudine +4,32 e si trova a 60 anni luce.
A comporre la costellazione c’è anche la stella binaria Al Dafirah, che dall’arabo significa “treccia”.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
HR4983
β Comae Berenices
4.26
HR4737
γ Comae Berenices
4.36
HR4697
11 Comae Berenices
4.74
HR4920
36 Comae Berenices
4.78
HR4954
41 Comae Berenices
4.8
HR4707
12 Comae Berenices
4.81
HR4789
23 Comae Berenices
4.81
HR4894
35 Comae Berenices
4.9
HR4924
37 Comae Berenices
4.9
HR4883
31 Comae Berenices
4.94
HR4733
14 Comae Berenices
4.95
HR4667
7 Comae Berenices
4.95
HR4668
5
HR4738
16 Comae Berenices
5
HR4792
24 Comae Berenices
5.02
HR4663
6 Comae Berenices
5.1
HR4851
27 Comae Berenices
5.12
HR4717
13 Comae Berenices
5.18
HR4969
α Comae Berenices
5.22
HR4968
α Comae Berenices
Diadem
5.22
OGGETTI NON STELLARI NELLA CHIOMA DI BERENICE
Tra ammassi e galassie, la costellazione è davvero ricca di oggetti del profondo cielo.
Uno di questi è M53, che appare visibile con un telescopio anche di piccole dimensioni: si tratta di un ammasso di grande interesse scientifico, che sappiamo abbondare di elementi chimici quali Ferro, Calcio, Titanio, Sodio e Ossigeno grazie alle rilevazioni dello spettrografo Hydra, montato nel telescopio Wisconsin- Indiana – Yale di 3,5 metri del National Optical Astronomy Observatory.
M53 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
Per quanto riguarda le galassie presenti nella costellazione, una delle più note e riprese dagli astrofili è M64, conosciuta come Galassia Occhio Nero o Galassia Occhio del Diavolo: è una galassia a spirale che ha di fronte al suo luminoso centro galattico una vistosa banda scura di polveri.
M64 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
Particolare è l’oggetto che possiamo ammirare nell’immagine realizzata da Lorenzo Busilacchi, che mostra l’oggetto Arp242 o Galassie dei Topi, una coppia di galassie interagenti scoperta da William Herschel nel 1785, che venne catalogato come NGC 4676; l’oggetto è situato a 300 anni luce dalla Terra.
ARP 242 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
Un altro interessante oggetto deepsky che si trova nella Chioma di Berenice, a 40 milioni di anni luce, è la galassia a spirale barrata NGC 4725: con un telescopio di almeno 200 mm di apertura di riesce a individuare il suo luminoso nucleo e i suoi bracci esterni.
NGC 4725 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
A 350 milioni di anni luce da noi c’è l’Ammasso della Chioma (Abell 1656), un ricco ammasso che comprende circa 1000 grandi galassie e migliaia di altre galassie più piccole: la mappatura completa è stata realizzata sono negli anni ’50 dagli astronomi dell’Osservatorio del Monte Palomar, che hanno stabilito come la maggior parte delle componenti dell’ammasso siano galassie ellittiche e lenticolari.
LA CHIOMA DI BERENICE NELLA MITOLOGIA
Regina cirenaica di rara bellezza, Berenice era la sposa del re egizio Tolomeo III: la devozione per il suo sposo era tale da spingere Berenice a consacrare la sua splendida chioma come pegno d’amore alla dea Afrodite, affinché favorisse il ritorno incolume di suo marito dalla guerra.
Quando il re tornò dalla sua amata regina, ad ella non rimase che tenere fede alla sua promessa, è così agghindó i suoi capelli in un raccolto, probabilmente una treccia, che poi tagliò, portandolo al tempio dedicato ad Afrodite.
Ma il giorno dopo di quel pegno d’amore non vi era traccia, qualcuno lo aveva trafugato, gettando i sovrani nella rabbia e nella sconforto: a placare le ire ci pensò Conone di Samo, un matematico e astronomo dell’epoca, che tranquillizzó i sovrani asserendo di aver trovato lui la chioma della regina, in un posto speciale, ovvero di averla individuata sulla volta celeste: come ci suggeriscono i versi di Catullo, citati sopra, fu la stessa dea Afrodite a suggellare il gesto d’amore di Berenice per suo marito, trasformando la chioma in luminose stelle e ponendola nel cielo come eterno simbolo di devozione.
LA COSTELLAZIONE DEL BOOTE
Il Boote è una costellazione riconoscibile grazie ad una delle stelle più luminose del cielo notturno dopo Sirio, Canopo e Alfa Centauri, ovvero Arturo.
La stella alfa del Boote è una gigante rossa con un diametro di 35 milioni di kilometri, grande circa 25 volte il Sole e luminosa circa 113 volte la nostra stella, ma se teniamo conto di tutte le bande dello spettro elettromagnetico allora possiamo affermare che Arturo arriva ad una luminosità totale circa 200 volte quella della nostra stella.
Alfa Boo è situata a una distanza di 36,7 anni luce da noi e, pur appartenendo all’emisfero boreale, la sua posizione 19° a Nord dell’equatore celeste, fa sì che Arturo sia visibile da tutte le aree popolate della Terra.
Nella costellazione sono presenti stelle variabili come W Bootis, molto luminosa, e stelle doppie come v1 – v2 Bootis e risolvibili anche con un binocolo.
Tabella delle stelle della Costellazione del Bootes
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR5340
α Boötis
Arcturus
-0.04
Variable;
HR5235
η Boötis
Muphrid
2.68
Double;
HR5506
ε Boötis
Izar
2.7
Multiple;
HR5435
γ Boötis
Seginus
3.03
Variable; Multiple;
HR5681
δ Boötis
3.47
Variable; Double;
HR5602
β Boötis
Nekkar
3.5
Variable;
HR5429
ρ Boötis
3.58
Variable; Double;
HR5404
θ Boötis
4.05
Variable; Double;
HR5200
υ Boötis
4.07
Variable;
HR5351
λ Boötis
Xuange
4.18
Variable;
HR5733
μ1 Boötis
Alkalurops
4.31
Variable; Multiple;
HR5478
ζ Boötis
4.43
Variable; Multiple;
HR5447
σ Boötis
4.46
Variable; Multiple;
HR5185
τ Boötis
4.5
Variable; Double;
HR5329
κ2 Boötis
4.54
Variable; Double;
HR5616
ψ Boötis
4.54
HR5544
ξ Boötis
4.55
Variable; Multiple;
HR5502
ο Boötis
4.6
HR5350
ι Boötis
4.75
Variable; Multiple;
HR5618
44 Boötis
4.76
Variable; Double;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL BOOTES
Il Boote non ospita molti oggetti del profondo cielo e il più noto è l’ammasso globulare NGC 5466, distante50.000 anni luce e risolvibile con telescopi di almeno 250 mm di diametro.
NGC 5466 Crediti: ESA/Hubble
IL BOOTE NELLA MITOLOGIA
La mitologia greca narra del Boote in relazione all’Orsa Maggiore, nella vicenda che vede coinvolta la ninfa Callisto, figlia del re di Arcadia, Licaone, e ancella di Artemide.
La fanciulla era un’abile cacciatrice e, come tutte le ninfe al seguito di seguito di Artemide, aveva fatto voto di castità.
Vi sono diverse versioni che narrano di Callisto e dalla sua triste storia: la bellissima ninfa era divenuta l’oggetto (ennesimo) del desiderio di Zeus che la trasformò in un’orsa per sottrarla all’ira funesta di Era, dopo che Zeus aveva giaciuto con lei.
Un’altra legenda narra che fu proprio Artemide a trasformare Callisto in un’orsa, come punizione, dopo aver scoperto lo stato di gravidanza della sua ancella che, ricordiamo, aveva fatto voto di castità.
In ogni caso la metamorfosi di Callisto avvenne dopo aver dato alla luce Arcade, un bellissimo bambino che venne allevato da Artemide e le altre sue ancelle.
Una volta diventato un giovane uomo, Arcade venne a conoscenza di un’ orsa che si aggirava nel bosco, e si mise sulle tracce per ucciderla.
Dopo essere riuscito a scovarla, Arcade si preparò ad ucciderla, ignorando che in realtà l’animale incarnasse la sua mamma: mentre il giovane era sul punto di colpire la povera orsa con una lancia, Zeus, impietosito, fermò il tempo e trasformò sia l’orsa che Arcade in stelle, collocandoli sulla volta celeste.
Nel cielo madre e figlio brillano vicini, prolungando infatti la “coda”dell’Orsa Maggiore, costellazione che rappresenterebbe Callisto, si arriva alla stella Arturo del Boote, che rappresenta invece Arcade; il nome dell’astro significa proprio “inseguitore dell’orsa”.
LA COSTELLAZIONE DELLA CORONA BOREALE
Dal mese di maggio e per tutta l’estate possiamo ammirare la Corona Boreale, un piccolo diadema di stelle posto tra Ercole e Boote.
La stella principale della costellazione è Alphecca o Gemma, una binaria a eclisse con magnitudine 2,2 e distante dalla Terra 75 anni luce.
CORONA BOREALE CREDITI: GIUSEPPE J. DONATIELLO
Le altre stelle più luminose che compongono la Corona Boreale sono Nusakan (Beta Corona Borealis) e Gamma Corona Borealis.
Tabella delle stelle della Costellazione del Bootes
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR5958
2
Variable; Double;
HR5793
α Coronae Borealis
Alphecca
2.23
Variable;
HR5747
β Coronae Borealis
Nusakan
3.68
Variable; Double;
HR5849
γ Coronae Borealis
3.84
Variable; Double;
HR5778
θ Coronae Borealis
4.14
Variable; Double;
HR5947
ε Coronae Borealis
4.15
Multiple;
HR5889
δ Coronae Borealis
4.63
Variable;
HR6018
τ Coronae Borealis
4.76
Variable; Double;
HR5901
κ Coronae Borealis
4.82
Double;
HR6103
ξ Coronae Borealis
4.85
Double;
HR5971
ι Coronae Borealis
4.99
Variable;
HR5834
ζ2 Coronae Borealis
5.07
Double;
HR5800
μ Coronae Borealis
5.11
HR6107
ν1 Coronae Borealis
5.2
Variable; Multiple;
HR6108
ν2 Coronae Borealis
5.39
HR5968
ρ Coronae Borealis
5.41
Double;
HR5936
λ Coronae Borealis
5.45
Double;
HR5709
ο Coronae Borealis
5.51
Variable; Double;
HR5855
π Coronae Borealis
5.56
HR5957
5.62
OGGETTI NON STELLARI NELLA CORONA BOREALE
La piccola costellazione ospita un ammasso di galassie, Abell2065, situato a un miliardo di anni luce dal nostro Sistema Solare, con magnitudine 15.
L’ammasso fa parte di uno dei più grandi e particolari superammassi di galassie dell’emisfero boreale, ovvero il Superammasso della corona Boreale.
Esso si trova a 946 milioni di anni luce e contiene sette ammassi, di cui Abell 2056, 2061, 2065, 2067 e 2089 sono legati gravitazionalmente e sono nella fase di collasso per formare un grosso ammasso.
LA CORONA BOREALE NELLA MITOLOGIA
Una corona di stelle, un dono di nozze e il legame tra mitologia e volta celeste: pare infatti che il dio Dioniso si innamoròperdutamente di Arianna,figlia di Minossee promessa sposadi Teseo; la giovane fanciulla però fu lasciatada Teseo prima del matrimonio, sull’isola di Nasso: dall’evento pare sia nata la locuzione “piantare in Nasso”.
Quando il dio la vide piangere, inconsolabile per l’abbandono subito, decise di regalarle una meravigliosa e brillante corona come dono di nozze.
Il diadema donato ad Arianna si trasformò in stelle dopo che il dio Efesto lo ebbe lanciato in cielo e lì rimase a brillare per l’eternità.
Le costellazioni del mese di Aprile 2025
Tutte le sere, quando si apre il sipario della notte, nel cielo nero si accendono le stelle e inizia lo spettacolo che da millenni mette in scena storie in cui si muovono eroi dotati di superpoteri, mostri e ibridi da fantascienza, fanciulle più divine che terrestri: tutti impegnati in un repertorio d’amori e d’avventure ai confini della realtà.
Margherita Hack
Nel cielo di aprile incontriamo le costellazioni della Vergine e dei Cani da Caccia, ricche di oggetti molto amati dagli astrofili e circondate da storie e leggende mitologiche.
LA COSTELLAZIONE DELLA VERGINE
Quella della Vergine è una costellazione molto estesa (circa 1300 gradi quadrati) la seconda più ampia della volta celeste dopo l’Hydra; l’asterismo è posto tra quello del Leone e quello della Bilancia ed è facilmente individuabile grazie alla sua stella più brillante Spica (alfa Virginis), un astro di colore bianco-azzurro che con la sua magnitudine di 1.04 si colloca al quindicesimo posto tra le stelle più brillanti del cielo notturno.
Spica è situata a una distanza di 262 anni luce e si trova in direzione della mano della fanciulla che la costellazione della Vergine rappresenta, indicando una spiga di grano stretta tra le dita.
Insieme alle stelle Arturo del Boote e Denebola del Leone, Spica costituisce uno dei vertici del Triangolo primaverile.
Tra gli astri che compongono la costellazione della Vergine la seconda più luminosa è Porrima (gamma Virginis), una stella doppia di magnitudine apparente di 2.74, le cui componenti sono di pari colore (giallastro); il sistema binario è posto a una distanza di 39 anni luce.
Al terzo posto per luminosità brilla la stella gigante gialla Vindemiatrix (epsilon Virginis) o Vendemmiatrice, che possiede una magnitudine di 2.85, distante 102 anni luce: le origini del nome di questa stella risalgono a più di 2.000 anni fa quando epsilon Virginis sorgeva alle prime luci dell’alba a inizio settembre, periodo in cui si svolgeva la vendemmia.
A causa della Precessione degli Equinozi, le cose ad oggi sono un po’ variate, e Vindemiatrix ha lasciato il posto agli astri della costellazione del Leone.
Tabella delle stelle della Costellazione della Vergine
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR5056
α Virginis
Spica
0.98
Variable; Multiple;
HR4932
ε Virginis
Vindemiatrix
2.83
Variable; Double;
HR5107
ζ Virginis
Heze
3.37
HR4910
δ Virginis
Minelauva
3.38
Variable; Double;
HR4540
β Virginis
Zavijava
3.61
Multiple;
HR4825
γ Virginis
Porrima
3.65
Variable; Multiple;
HR4826
γ Virginis
3.68
Variable; Multiple;
HR5511
109 Virginis
3.72
Variable;
HR5487
μ Virginis
3.88
HR4689
η Virginis
Zaniah
3.89
Variable; Multiple;
HR4517
ν Virginis
4.03
Variable;
HR5338
ι Virginis
Syrma
4.08
Variable;
HR4608
ο Virginis
4.12
HR5315
κ Virginis
Kang
4.19
HR5264
τ Virginis
4.26
Multiple;
HR4963
θ Virginis
4.38
Multiple;
HR5601
110 Virginis
4.4
HR5359
λ Virginis
Khambalia
4.52
Variable;
HR4589
π Virginis
4.66
HR4813
χ Virginis
4.66
Multiple;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELLA VERGINE
Nella costellazione della Vergine risiedono oggi del profondo cielo davvero affascinanti: uno dei più importanti è l’ammasso di galassie della Vergine, composto da circa
2. 500 membri e che a sua volta fa parte del Superammasso della Vergine, di cui fa parte anche il Gruppo Locale, ovvero il gruppo di galassie a cui appartiene la nostra Via Lattea.
IMMAGINE CATENA DI MARKARIAN CREDITI: GIANNI MELIS
Parte dell’Ammasso della Vergine è composto dall’oggetto deep sky noto come Catena di Markarian: si tratta di una striscia di galassie disposta lungo una linea vagamente incurvata, che prende il nome dall’astrofisico armeno Benjamin Markarian, il quale scoprì il moto comune della galassie nei primi anni 60.
Tra gli altri oggetti non stellari nella Vergine come non citare uno dei più noti del profondo cielo, ovvero M87, la galassia che con il suo getto relativistico e l’emissione di raggi X e gamma rappresenta un importante oggetto di studio nell’ambito dell’astronomia e radio astronomia.
IMMAGINE M87 CREDITI: NASA, ESA e Hubble Heritage Team (STScI/AURA); Riconoscimenti: P. Cote (Herzberg Institute of Astrophysics) ed E. Baltz (Stanford University)
La galassia ospita un buco nero supermassiccio e una famiglia di circa 15.000 ammassi globulari: il getto rilasciato dal centro galattico è un flusso di materiale alimentato dal buco nero che viene espulso dal nucleo di M87. Mentre il materiale gassoso dal centro della galassia si accumula sul buco nero, l’energia rilasciata produce un flusso di particelle subatomiche che vengono accelerate a velocità prossime a quella della luce.
La Vergine ospita una scenografica coppia di galassie nota come Arp 240, composta da galassie a spirale di massa e dimensioni simili, NGC 5257 e NGC 5258. Le galassie interagiscono visibilmente tra loro tramite un ponte di stelle fioche che le collega.
IMMAGINE ARP 240 CREDITI: Hubble Collaboration e A. Evans (University of Virginia, Charlottesville/NRAO/Stony Brook University)
Infine un ultimo sguardo su un’altra galassia molto conosciuta, ovvero M104, nota come Galassia Sombrero
M104 CREDITI: GIANNI MELIS
LA VERGINE NELLA MITOLOGIA
La costellazione della Vergine viene rappresentata come una fanciulla con in mano delle spighe: l figura è da sempre associata al chicco di grano che muore e rinasce, al periodo dei raccolti, alla mietitura, da cui deriva proprio il nome della Stella alfa della costellazione, ovvero Spica, che è visibile dopo il tramonto proprio durante i mesi primaverili ed estivi.
Nella mitologia la figura della Vergine mette d’accordo un po’ tutte le antiche popolazioni, dai Sumeri agli Egizi, ai greci: ad essa si associa l’alternarsi delle stagioni e del ciclo della vita.
La mitologia greca ci porta in Sicilia, sulle rive del Lago di Pergusa, nell’entroterra ennese, dove una giovane fanciulla di nome Proserpina, figlia di Demetra, (dea dell’agricoltura e della fertilità) , era intenta a raccogliere dei fiori quando, da una fenditura del terreno, uscì fuori un cocchio trainato da quattro cavalli e condotto dal dio dell’oltretomba Plutone, che rapí la giovane (il famoso ratto di Proserpina) facendone la sua sposa e trascinandola con sé negli inferi.
Demetra, dopo averla cercata ovunque, fu mossa da una disperazione tale da lasciar calare un lungo e freddo inverno sulla campagna siciliana, provocando devastazione e terreni non più fertili.
Dopo qualche tempo la dea interpelló il dio del Sole Elio, testimone del rapimento di Proserpina: fu allora che Demetra si recò da Giove minacciando di far morire ogni forma di vita esistente se non le fosse restituita sua figlia.
Plutone a quel punto, incalzato da Giove, acconsentí a rendere la fanciulla a sua madre, ma bleffando: egli infatti offrì a Proserpina un melograno avvelenato di cui ella però mangiò solo pochi semi.
Gli dei, mossi dalla pena e dalle minacce di Demetra, stabilirono un compromesso: Proserpina avrebbe vissuto per sei mesi negli inferi con Plutone e sei mesi sulla Terra con sua madre.
Questo alternarsi tra l’ombra e la luce è il simbolo del chicco che muore e rinasce e del continuo incedere delle stagioni e della vita stessa.
LA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA
Alta sull’orizzonte orientale, nel mese di aprile, possiamo osservare la costellazione dei Cani di Cacci.
Posta accanto alla Chioma di Berenice, tra il Boote e l’Orsa Maggiore, questa costellazione appare visibile nel cielo primaverile ed estivo.
La sua stella principale, alfa Canum Venaticorum, è nota anche come Cor Caroli, ed è una stella doppia di magnitudine 2,89 distante 110 anni luce, risolvibile già attraverso l’impiego di un buon telescopio.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR4915
α2 Canum Venaticorum
Cor Caroli
2.9
Variable; Double;
HR4785
β Canum Venaticorum
Chara
4.26
Variable;
HR5112
24 Canum Venaticorum
4.7
Variable;
HR5017
20 Canum Venaticorum
4.73
Variable;
HR5219
4.74
Variable;
HR4716
5 Canum Venaticorum
4.8
Variable;
HR5127
25 Canum Venaticorum
4.82
Multiple;
HR4997
4.92
HR5110
4.98
Variable;
HR4846
La Superba
4.99
Variable;
HR4728
6 Canum Venaticorum
5.02
HR5023
21 Canum Venaticorum
5.15
Variable;
HR4943
14 Canum Venaticorum
5.25
Variable;
HR4690
3 Canum Venaticorum
5.29
HR4783
5.42
HR5186
5.5
Double;
HR5032
23 Canum Venaticorum
5.6
HR4914
α1 Canum Venaticorum
5.6
Double;
HR5195
5.62
HR4945
5.63
Double;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA
Questa è una costellazione che ospita davvero molti interessanti oggetti del profondo cielo, ripresi facilmente anche in maniera amatoriale.
Uno di questi è senza dubbio Messier 106, una galassia a spirale relativamente vicina, a poco più di 20 milioni di anni luce di distanza.
A 100 milioni di anni luce da noi è presente un ammasso di una ventina di galassie, il cosiddetto ammasso Hickson Compact Group 68, uno dei più luminosi ed appariscenti gruppi del catalogo Hickson.
HGC 68 CREDITI: GIUSEPPE LIVRIERI
Nella costellazione è presente anche un luminoso ammasso globulare noto come M3, uno dei più brillanti del cielo.
L’ammasso è visibile già all’oculare di un buon binocolo, per rivelarsi al meglio attraverso l’utilizzo di un telescopio anche amatoriale.
Le notti di primavera sono l’ideale per accingersi all’osservazione di M3.
I CANI DA CACCIA TRA MITO E STORIA
Nel 1687 l’astronomo polacco Johannes Hevelius formò la costellazione dei Cani da Caccia, inserendola tra il Boote e l’Orsa Maggiore, in una regione di cielo a suo dire troppo vuota e che bisognava integrare con un oggetto che comprendesse anche la stella Cor Caroli, Cuore di Carlo (ll d’Inghilterra).
Perché la scelta fosse ricaduta proprio su due cani da caccia non è ben chiaro: essi venivano attribuiti ora al Boote ora all’Orsa Maggiore.
Un’altra storia ci porta tra gli intrighi della corona inglese, dove il medico di corte Charles Scarborough denominó una stella con l’appellativo di Cor Caroli, in onore di Carlo l, in seguito alla sua decapitazione durante la guerra civile inglese.
Successivamente Edmund Halley associó l’astro a Carlo ll, salito al trono dopo la morte del padre: il monarca accolse con entusiasmo che il suo nome fosse tra le stelle e, mosso forse da una certa riconoscenza nei confronti di Halley, decise di dare il via alla realizzazione di uno dei più illustri osservatori del mondo: l’osservatorio Astronomico di Greenwich.
Le costellazioni del mese di Marzo 2025
Nel cielo di Marzo troveremo costellazioni sia facili che meno note e luminose: la Costellazione del Leone, la Costellazione del Leone Minore e la Costellazione della Giraffa.
LA COSTELLAZIONE DEL LEONE
Una delle costellazioni protagoniste del cielo primaverile, che transita al meridiano intorno al 15 di aprile, è indubbiamente la Costellazione del Leone: essa è posta tra il Cancro e la Vergine ed è osservabile già dalla prima serata; per riconoscerla sarà sufficiente individuare la tipica forma trapezoidale che la identifica, di cui la stella Regolo (alfa Leonis) costituisce uno dei suoi vertici (quello orientato a Sud-Ovest).
Regolo è un sistema stellare composto da quattro stelle divise in due coppie; con la sua magnitudine +1,40 è la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno. Dista circa 79 anni luce da noi e la sua vicinanza all’Equatore celeste fa sì che possa essere osservata da tutte le aree popolate della Terra.
Con il suo colore bianco-azzurro, Regolo si rende facilmente visibile nelle serate primaverili e, insieme ad altre stelle della costellazione del Leone, va a comporre un asterismo chiamato Falce.
Si tratta di un oggetto molto brillante, noto anche come Falce Leonina, la cui forma richiama appunto quella dell’oggetto di cui porta il nome.
Il vertice Sud-Orientale della figura del Leone è costituito dalla stella Denebola, che rappresenta la coda dell’animale: è una delle stelle più vicine a noi, trovandosi a 36 anni luce di distanza; con la sua luce bianca è circa 17 volte più luminosa del Sole.
Denebola è una stella variabile della tipologia Delta Scuti, con una luminosità che varia leggermente nel giro di poche ore.
Da studi cinematici risulta che Denebola potrebbe essere una componente di un’associazione stellare di cui fanno parte anche Alpha Pictoris, Beta CanisMinoris e l’ammasso aperto IC 2391.
Numero HR(*)
Designazione della stella
Nome proprio
Magnitudine visiva
Appunti
HR3982
Un leone
Regolo
1.35
Variabile; Multiplo;
HR4534
ß Leone
Denebola
2.14
Variabile; Multiplo;
HR4357
dLeoni
Zosma
2.56
Variabile; Multiplo;
HR4057
?1 Leone
Algieba
2.61
Variabile; Multiplo;
HR3873
E Leonis
2,98
Variabile;
HR4359
? Leoni
Certan
3.34
Variabile;
HR4031
? Leoni
Adhafera
3.44
Variabile; Doppio;
HR3975
E Leonide
3.52
Variabile; Doppio;
HR3852
o Leonis
Subra
3.52
Multiplo;
HR4058
?2 Leoni
3.8
Variabile; Multiplo;
HR4133
? Leonis
3,85
Variabile;
HR3905
µ Leonis
Rasala
3.88
HR4399
Io Leonis
3.94
Variabile; Doppio;
HR4386
s Leonis
4.05
HR4471
di Leonis
4.3
Raddoppiare;
HR3773
? Leoni
Alterf
4.31
Variabile;
HR3980
31 Leoni
4.37
Raddoppiare;
HR4300
60 Leoni
4.42
HR3731
e Leonis
4.46
Variabile; Multiplo;
HR4368
f Leoni
4.47
Raddoppiare;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL LEONE
GALASSIA A SPIRALE NGC 2903 CREDITI: ESA/Hubble, NASA e L. Ho, J. Lee e il team PHANGS-HST
La costellazione del Leone ospita diversi oggetti non stellari come le galassie M65, M66, M105 e NGC 2903: quest’ultima, oltre ad essere una galassia a spirale barrata, è anche l’oggetto più brillante della costellazione e possiamo ammirarne i dettagli nell’incredibile immagine ad alta risoluzione catturata dal Telescopio Spaziale HUBBLE, attraverso l’utilizzo della Advanced Camera for Surveys (ACS) e la Wide Field Camera 3 (WFC3).
TRIPLETTO DEL LEONE CREDITI: MASSIMO DI FUSCO
Le Galassie M66, M65 e NGC 3628 formano il famigeratoTripletto del Leone, che si trova a 35 milioni di anni luce dalla Terra. Entro i confini della costellazione sono stati scoperti anche diversi sistemi planetari: attorno alla nana rossa Gliese 436, posta a 33 anni luce dal Sole, orbita un pianeta la cui massa è simile a quella di Nettuno; vi è poi la stella HD 102272 attorno alla quale orbitano due pianeti di tipo giovano.
IL LEONE NELLA MITOLOGIA
Nota già sin dai tempi dei Babilonesi per la sua identificazione con il Sole, poiché ospitava il Solstizio d’Estate, la costellazione del Leone è mitologicamente legata alla figura di Ercole.
Secondo il mito, la dea Era possedeva un famelico leone che tormentava il popolo di Nemea: l’animale, dotato di una spessa e invulnerabile pelliccia, sembrava essere immune a qualsiasi arma.
Nell’impresa di cacciarlo e ucciderlo vi riuscì solamente Ercole, che dopo aver sconfitto la feroce bestia, la scuoiò, indossando da quel momento la pelliccia impenetrabile del leone. La fierezza dell’animale fu tramutata in stelle da Zeus, che collocò la sua figura sulla volta celeste.
LA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE
Nel cielo serale di marzo possiamo cercare la piccola costellazione del Leone Minore: essa raffigura un cucciolo di leone e fu introdotta nel 1687dall’astronomo polacco Johannes Hevelius.
La costellazione è situata tra quella del Leone e dell’Orsa Maggiore, composta da debole stelli che non appartenevano a nessun’altra figura celeste.
Una curiosità riguardo a questo asterismo è che nonostante abbia una stella beta, non possegga una stella alfa: pare che proprio il fautore della costellazione non si preoccupò di classificare le stelle che aveva raggruppato nel Leone Minore e così circa 150 anni dopo, l’astronomo inglese Francis Baily, assegnò la lettera Beta alla seconda stella in ordine di brillantezza del Leone Minore, ma lasciò senza denominazione la più brillante!
Si tratta di Praecipua, una stella gigante di classe spettraleK0 situata ad una distanza di circa 98 anni luce, che ha una magnitudine apparente di 3,83.
La stella beta del Leone Minore è una binaria di magnitudine 4,2 e le sue componenti orbitano tra loro in un periodo di 37 anni.
Numero HR(*)
Designazione della stella
Nome proprio
Magnitudine visiva
Appunti
HR4247
46 Leone Minore
Precipuo
3.83
Variabile;
HR4100
ß Leone Minore
4.21
Raddoppiare;
HR3974
21 Leoni Minori
4.48
Variabile;
HR3800
10 Leoni Minori
4.55
Variabile;
HR4166
37 Leone Minore
4.71
HR4090
30 Leoni Minori
4.74
HR4192
41 Leone Minore
5.08
HR3928
19 Leoni Minori
5.14
HR4203
42 Leone Minore
5.24
Raddoppiare;
HR4024
23 Leoni Minori
5.35
HR3951
20 Leoni Minori
5.36
Raddoppiare;
HR3769
8 Leoni Minori
5.37
Variabile;
HR3815
11 Leone Minore
5.41
Variabile; Doppio;
HR4081
28 Leone Minore
5.5
HR4189
40 Leoni Minori
5.51
Multiplo;
HR4137
34 Leone Minore
5.58
HR4113
32 Leoni Minori
5.77
HR3993
5,85
Variabile;
HR4168
38 Leone Minore
5,85
HR3764
7 Leoni Minori
5,85
Multiplo;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE
Uno degli oggetti non stellari più brillanti della costellazione è la galassia NGC 3344, ben visibile con un telescopio di 150 mm di apertura.
NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI
Vi sono poi altre galassie di facile osservazione come NGC 3486 e NGC 2859, anche se l’oggetto più misterioso presente nella costellazione è quello denominato come Hanny’s Voorwerp: dall’olandese “Oggetto di Hanny”, si tratta di un bizzarro oggetto che il telescopio della NASA/ESA, ha immortalato come un’insolita e spettrale macchia di gas verde che sembra fluttuare vicino a una galassia a spirale dall’aspetto normale, chiamata IC 2497.
HANNY’S VOORWERP CREDITI: NASA, ESA, William Keel (Università dell’Alabama, Tuscaloosa) e il team del Galaxy Zoo
L’oggetto verdastro è visibile perché è stato illuminato da un fascio di luce proveniente dal nucleo della galassia. Questo fascio proveniva da un quasar, un oggetto luminoso ed energetico alimentato da un buco nero.
Il quasar potrebbe essersi spento negli ultimi 200.000 anni.
LA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA
In una remota area di cielo compresa tra Orsa Maggiore, Cassiopea e Auriga, è posta la costellazione della Giraffa, nota anche come Camelopardalis.
Si tratta di una costellazione circumpolare difficilmente riconoscibile ad occhio nudo, soprattutto da un cielo urbano, proprio perché è collocata in una regione buia della volta celeste ed è composta da stelle molto deboli.
La più luminosa della Giraffa è Beta Camelopardalis, una supergigante gialla di magnitudine +4,03 distante circa 900 anni luce.
Alfa Camelopardalis è invece una stella supergigante blu con magnitudine apparente di +4,29, distante 5240 anni luce.
Numero HR(*)
Designazione della stella
Nome proprio
Magnitudine visiva
Appunti
HR1603
ß Giraffa
4.03
Multiplo;
HR1035
4.21
Variabile; Doppio;
HR1542
a Giraffa
4.29
HR1155
4.47
Variabile;
HR1568
7 Giraffe
4.47
Multiplo;
HR1040
4.54
HR2527
4.55
HR1148
? Giraffa
4.63
Multiplo;
HR1129
4.8
Raddoppiare;
HR2209
4.8
HR985
4.84
Variabile; Doppio;
HR2742
4,96
Variabile;
HR1205
5
Raddoppiare;
HR1204
5.03
HR1686
5.05
Multiplo;
HR1467
3 Giraffe
5.05
Variabile; Doppio;
HR1242
5.06
HR1622
11 Giraffe
5.08
Variabile; Multiplo;
HR1046
5.09
Variabile; Multiplo;
HR1105
5.1
Variabile;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA
Questa costellazione è tuttavia ricca di vari oggetti del profondo cielo: tra questi c’è l’ammasso 1502, composto da una cinquantina di stelle osservabile già con un buon binocolo.
NGC 1502 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
Nei pressi dell’ammasso si trova un oggetto davvero affascinante, la cosiddetta Cascata di Kemble, un asterismo che appare come una sequenza di stelle di diversi colori e luminosità, disposte e allineate sono per un effetto prospettico.
Addentrandoci ancora nel profondo cielo in direzione della Giraffa, incontriamo la galassia a spirale intermedia NGC 2403, un oggetto molto amato dagli astrofili.
NGC 2403 CREDITI: MASSIMO DI FUSCO
Nell’immagine di seguito, realizzata da Lino Benz del Gruppo Astrofili del Salento, possiamo apprezzare una serie di oggetti nella Giraffa: si tratta di vdB 14,vdB 15, Sh2-202 e Stock 23.
VDB14, VDB 15, SH2-202, STOCK 23 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
vdB 14 e vdB 15 sono rispettivamente una piccola nebulosa a riflessione e una brillante nebulosa a riflessione, che si trova a circa 2600 anni luce da noi all’interno della nostra galassia.
Sh2-202 è un’estesa nebulosa diffusa visibile al confine fra le costellazioni di Cassiopea e della Giraffa. Èindividuabile ad est del Complesso delle nebulose Cuore e Anima, nel punto in cui la scia luminosa della Via Lattea sembra interrompersi bruscamentea causa di grossi banchi di polveri oscure.
L’altro oggetto presente nell’immagine è Stock 23, classificato talvolta come ammasso aperto e talvolta come un semplice asterismo.
Trattandosi di una costellazione creata da PetrusPlancius nel 1612, quella della Giraffa non possiede riferimenti mitologici.
Le costellazioni del mese di Febbraio 2025
Nel cielo di febbraio troveremo le costellazioni che caratterizzano l’inverno boreale: in prima serata brillano inconfondibili le figure di Orione, Toro, Auriga, Gemelli e il Cane Maggiore con la sua luminosa Sirio.
LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI
In questo mese la volta celeste ci offre la visione delle stelle Castore e Polluce, simbolo della costellazione dei Gemelli, che transita al meridiano intorno al 20 febbraio: con una magnitudine di 1,6 e distante circa 52 anni luce da noi, Castore è composta da tre coppie di stelle aventi una complessa interazione gravitazionale tra di loro; sebbene Castore venga indicata come la stella alfa della costellazione, è in realtà meno luminosa di Polluce.
Beta Geminorum, ovvero Polluce, è una gigante di colore arancione con una magnitudine di 1,15 ed è situata a 34 anni luce da noi.
La classificazione delle stelle alfa e beta dei Gemelli è un po’ controversa: benché Polluce sia più brillante di Castore, tanto da occupare il 17° posto nella lista delle 20 stelle più luminose del cielo notturno, come già accennato è Castore a rivestire il ruolo di stella principale della costellazione.
Johann Bayer, autore del primo atlante celeste, decise di assegnare il ruolo di stella alfa dei Gemelli a Castore, ma Polluce in realtà detiene un premio di consolazione molto importante: è una delle poche stelle visibili attorno a cui ruota un pianeta.
Circa 10 anni fa infatti è stato scoperto un pianeta gigante gassoso simile a Giove, che compia un’orbita completa attorno alla sua stella in 590 giorni, a cui è stato dato il nome di Polluce b.
Nella costellazione si trovano anche altre stelle molto più luminose di Castore e Polluce, ma più distanti, quindi meno brillanti, come Alhena e Mebsuta: la prima è un subgigante bianca di magnitudine 1,93 e distante 105 anni luce da noi.
La seconda è una supergigante gialla di magnitudine assoluta – 4,15 e distante 903 anni luce.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI
Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nei Gemelli troviamo IC443, nota come Nebulosa Medusa, una nebulosa planetaria a circa 5000 anni luce di distanza, soggetto molto amato dagli astrofili.
Ripresa di IC443. Crediti di Lorenzo Busilacchi
Sempre a proposito di nebulose vale la pena citare NGC2392, ovvero la scenografica Nebulosa Eskimo, a 6500 anni luce di distanza.
NGC 2392 Nebulosa Eskimo CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
Nella costellazione sono presentigli ammassi M35 e NGC 2158, entrambi prospetticamente vicini e individuabili già con un buon binocolo.
IMMAGINE M35 E NGC 2158 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
I GEMELLI NELLA MITOLOGIA
I due gemelli per antonomasia sono protagonisti di varie pagine di mitologia greca: al centro delle vicende c’è anche (come sempre!) Zeus, che sappiamo essere molto determinato quando si tratta di sedurre una delle sue vittime prescelte, e di ricorrere alle sue note metamorfosi in animali per riuscirci.
Avendo perso la testa per Leda, nipote di Ares e regina di Sparta, Zeus si trasformò in cigno e possedette la giovane mentre passeggiava sulla riva del fiume: dall’uovo concepito (o forse erano due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte Leda giacque con suo marito Tindaro, non v’è certezza sulla reale paternità dei nascituri.
A Zeus furono attribuiti i gemelli immortali Polluce ed Elena (di Troia), mentre il re Tindaro riconobbe la paternità di Castore e Clitennestra.
Nonostante questa classificazione, Castore e Polluce ebbero l’appellativo di Dioscuri, è quindi riconosciuti sia come figli di Zeus che di Tindaro.
Castore era un domatore di cavalli mentre Polluce si distingueva come un pugile formidabile; entrambi nutrivano un forte sentimento fraterno l’uno per l’altro ed erano inseparabili, tanto da prendere insieme parte anche alla famosa spedizione degli Argonauti e, tra le tante avventure, sfidarono addirittura Teseo.
Un evento fatale li vide però coinvolti, segnando il loro destino: per una storia di donne e bestiame, i due gemelli mitologici si trovarono a battersi in duello con un’altra coppia di gemelli, Ida e Linceo.
Nella sfida fu Castore ad avere la peggio tanto che Polluce, dilaniato dal dolore per la perdita dell’amato fratello, implorò Zeus affinché potesse lasciare la terra insieme a lui.
Zeus fu impietosito dalle lacrime di suo figlio e concesse a Polluce di poter condividere con Castore un abbraccio eterno impresso sul manto celeste, brillando nelle stelle a cui danno il nome.
LA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE
Nel pieno dell’inverno boreale possiamo ammirare nel cielo la brillante stella Sirio.
L’astro fa parte della costellazione del Cane Maggiore, rappresentando la sua stella principale e componendo uno dei vertici del Triangolo Invernale.
La costellazione è poco appariscente ed è composta, oltre a Sirio, dalle stelle Mizam, Adhara, Wezen, Aludra e Furud.
In questi anni la compagna di Sirio, la nana bianca Sirio B si sta avvicinando al suo punto di massima distanza, rendendo più facile riuscire a osservarla anche con telescopi amatoriali. In questa ripresa effettuata la mattina del 28 ottobre 2020 sono riuscito a fotografarla al fuoco diretto con un Celestron C11 e Zwo Asi 224MC. In alcuni vecchi libri letti quando ancora ero bambino, si racconta che abitanti di un pianeta orbitante intorno a Sirio B abbiano visitato la Terra in tempi lontani. Anche questo aiuta a rendere ancora più affascinate e nostalgica la sua osservazione…. Crediti: Fabrizio Guasconi
Con il suo freddo bagliore bianco-azzurro, Sirio è una vera regina del cielo, riconoscibile anche dai meno esperti: l’astro è posto a 8,6 anni luce e ha una magnitudine apparente – 1,47.
In realtà si tratta di un sistema binario, composto da Sirio A e Sirio B, quest’ultima difficile da immortalare, ma non impossibile, a patto che si disponga di un’ottima attrezzatura e tanta pazienza.
La difficoltà è data dall’importante luminosità della componente principale che offusca la componente secondaria.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE
Trovandosi in una porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, la costellazione ospita diversi oggetti del profondo cielo: tra le nebulose spicca IC 2177, nota come Nebulosa Gabbiano, situata a 3260 anni luce.
IC 2177 CREDITI: LINO BENZ
Un altro oggetto molto amato e ripreso dagli astrofili è la Nebulosa Elmetto di Thor, NGC 2359, visibile con telescopi di almeno 120mm di diametro.
NEBULOSA ELMETTO DI THOR CREDITI: EGIDIO VERGANI
IL CANE MAGGIORE NELLA MITOLOGIA
Il Cane Maggiore trova posto nella mitologia in riferimento al fedele cane da caccia di Orione, ovvero Sirio.
Della luminosa stella si narra nel mito greco anche in riferimento al suo sorgere all’alba, che indicava l’arrivo dei giorni più roventi dell’estate, della canicola, ovvero i giorni del Cane.
“Abbaiando lancia fiamme e raddoppia il caldo ardente del Sole” scriveva Manlio, “la torrida Stella del Cane spacca i campi” narrava invece Virgilio nelle Georgiche; è chiaro che a Sirio veniva attribuita la causa del caldo torrido che infuocava i campi, rinsecchendo i raccolti.
Le costellazioni del mese di Gennaio 2025
Ora era onde ‘l salir non volea storpio chè il Sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio…
Dante, Divina Commedia
Nel cuore dell’inverno boreale possiamo ammirare un cielo sfavillante di costellazioni luminose e ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure caratteristiche del cielo di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.
LA COSTELLAZIONE DEL TORO
Riconoscibile grazie alla sua stella Aldebaran, quella del Toro è una delle costellazioni della fascia dello Zodiaco, compresa tra Ariete e Gemelli; la figura si estende a Est/Sud-Est, dove la sua stella principale brilla con il suo inconfondibile colore rosso-arancio.
La Costellazione del Toro a cura di https://theskylive.com/
Aldebaran è una gigante arancione grande 40 volte il Sole e che con la sua magnitudine +0,95 rappresenta la, quattordicesima stella più luminosa del cielo notturno.
L’astro rappresenta l’occhio del Toro mentre le stelle Elnath e Alheka costituiscono le corna dell’animale; beta Tauri, ovvero Elnath, brilla al confine con l’Auriga e infatti ha la peculiarità di essere attribuita ora al Toro ora all’Auriga.
M45: UN AMMASSO APERTO NEL CUORE DELL’INVERNO
Oltre ai vari interessanti oggetti del profondo cielo presenti nel Toro, quello più noto e facilmente riconoscibile da tutti gli amanti del cielo, è senza ombra di dubbio M45, meglio conosciuto con il nome di Pleiadi.
M45 CREDITI Davide De Martin & the ESA/ESO/NASA Photoshop FITS Liberator
Si tratta di un ammasso aperto situato nella spalla del Toro, distante 440 anni luce dalla Terra. Da un luogo buio sono visibili già sette delle stelle che lo compongono, per le quali l’ammasso viene anche comunemente denominato con l’appellativo di “le sette sorelle”; in realtà con un binocolo e soprattutto con un telescopio si scopre che l’ammasso è composto da centinaia di stelle, in prevalenza giganti blu e bianche, legate da un’origine comune e da reciproche forze gravitazionali. Attraverso l’oculare di un telescopio di apertura considerevole non sarà difficile osservare dei piccoli aloni che circondano le singole stelle: si tratta di nubi di polveri, ovvero nebulose a riflessione, illuminare dalle stelle. Le Pleiadi rappresentano uno degli oggetti più amati del cielo invernale, spesso protagoniste di suggestive congiunzioni con la Luna e pianeti.
L’ammasso trova numerosi riferimenti nella mitologia, in cui vengono identificate con le ninfe della montagna, figlie di Atlante e dell’oceanina Pleione: i loro nomi sono Alcione, Asterope, Celeno, Elettra, Maia, Merope e Taigeta.
Nella letteratura italiana troviamo un significativo riferimento alle Pleiadi nella poesia di Pascoli, il Gelsomino Notturno: “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolìo di stelle”. Il poeta paragona le Pleiadi a una chioccia che trascinai suoi pulcini intenti a pigolare.
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL TORO
In direzione della Stella Alheka si trova uno degli oggetti più importanti in campo astronomico e nell’astronomia a raggi X, nonché il primo oggetto del Catalogo Messier ovvero la Nebulosa del Granchio, distante 6500 anni luce dal Sistema Solare.
M1 Crab Nevula di Lorenzo Busilacchi PHOTOCOELUM M1 Crab Nevula di Gianni Melis PHOTOCOELUM
Durante la fase finale della sua vita la Supernova 1054 ha espulso una quantità enorme di materiali ferroso e gas, generando un’esplosione in grado di proiettare tutti i propri frammenti a una grande distanza e che ancora oggi viaggiano a una velocità che sfiora i 1500 km/s.
Oggi il centro della nebulosa ospita ciò che resta della stella esplosa, una potente stella di neutroni che ruotando su sé stessa crea l’effetto pulsar.
L’esplosione della Supernova 1054 non rimase inosservata: il 4 luglio del 1054 gli astronomi cinesi furono i primi ad accorgersi di un nuovo astro che brillava sulla volta celeste: la sua luminosità fu tale da essere visibile anche in pieno giorno, la sua magnitudine era infatti compresa tra – 7 e –4,5.
Il Toro vanta anche altri variegati oggetti deepsky, molto amati dagli astrofili, come ad esempio la Nebulosa Falchetto (LBN 777) e la Nebulosa Spaghetti (SH2-240), quest’ultima situata al confine con l’Auriga.
NEBULOSA FALCHETTO E NEBULOSA SPAGHETTI CREDITI: CRISTINA CELLINI
IL TORO NELLA MITOLOGIA
La figura del Toro è una delle più antiche di cui si trovi traccia: ben 5.000 anni fa, nei pressi di Aldebaran, era collocato il punto Gamma, che indica l’equinozio di primavera.
Già in alcuni scritti dei Sumeri compaiono riferimenti al Toro, come protagonista di storie d’amore conflittuali.
Presso gli antichi Egizi invece tali animali erano figure mitologiche da venerare.
Nell’antica Grecia il mito del Toro era associato alla figura del Minotauro, frutto del tradimento consumato da Pasifa con il sacro Toro di Creta, alle spalle del marito Minosse.
Vi sono poi le solite vicende legate alle metamorfosi di Zeus che in questo caso, innamoratosi della principessa fenicia Europa, decise di ricorrere alla trasformazione in un toro per poterla rapire e sedurre.
E fu così che un giorno Europa, mentre si trovava in compagnia delle sue ancelle sulla spiaggia, fu attirata dalla presenza di un bellissimo toro bianco; completamente ammaliata da esso, vi salì in groppa lasciandosi condurre fino all’isola di Creta, dopo aver galoppato attraverso il mare.
Ma l’idillio durò poco, poiché una volta giunti a destinazione, l’ingenua principessa scoprì l’inganno: Zeus le rivelò la, sua identità, abusando di lei. Dall’infelice unione nacquero Minosse, Radamanto e Serpedonte.
Elenco delle Stelle Principali della Costellazione del Toro
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Tipo
HR1457
α Tauri
Aldebaran
0.85
Variable; Multiple;
HR1791
β Tauri
Elnath
1.65
Double;
HR1165
η Tauri
Alcyone
2.87
Multiple;
HR1910
ζ Tauri
Tianguan
3
Variable;
HR1412
θ2 Tauri
Chamukuy
3.4
Variable; Multiple;
HR1239
λ Tauri
3.47
Variable;
HR1409
ε Tauri
Ain
3.53
Double;
HR1030
ο Tauri
3.6
Variable;
HR1178
27 Tauri
Atlas
3.63
Variable; Multiple;
HR1346
γ Tauri
Prima Hyadum
3.65
Variable;
HR1142
17 Tauri
Electra
3.7
HR1038
ξ Tauri
3.74
HR1373
δ1 Tauri
Secunda Hyadum
3.76
Variable; Multiple;
HR1411
θ1 Tauri
3.84
Multiple;
HR1149
20 Tauri
Maia
3.87
Variable;
HR1251
ν Tauri
3.91
HR1066
5 Tauri
4.11
HR1156
23 Tauri
Merope
4.18
Variable;
HR1387
κ1 Tauri
4.22
Variable; Multiple;
HR1458
88 Tauri
4.25
Variable; Double;
LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA
Nel mese di gennaio possiamo osservare la costellazione dell’Auriga, figura facile da individuare per via della sua forma a pentagono, che va ad unirsi alla schiera delle costellazioni che dominano l’inverno boreale.
La costellazione dell’Auriga. Cortesia di https://theskylive.com/
La stella principale della costellazione (α Aurigae) è Capella, un sistema multiplo costituito da ben quattro stelle, distante 42,2 anni luce da noi; l’astro è situato nella parte settentrionale dell’Auriga ed è ben visibile nel cielo serale con il suo luccichio di colore giallo, e rappresenta la sesta stella più luminosa del cielo notturno.
Le altre stelle che compongono la costellazione dell’Auriga sono Menkalinan, Mahasim, Hassaleh eAlmaaz.
Elenco delle Stelle principali della Costellazione dell’Auriga
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Color
Tipo
HR1708
α Aurigae
Capella
0.08
Variable; Multiple;
HR2088
β Aurigae
Menkalinan
1.9
Variable; Multiple;
HR2095
θ Aurigae
Mahasim
2.62
Variable; Multiple;
HR1577
ι Aurigae
Hassaleh
2.69
Variable;
HR1605
ε Aurigae
Almaaz
2.99
Variable; Multiple;
HR1641
η Aurigae
Haedus
3.17
Variable;
HR2077
δ Aurigae
3.72
Multiple;
HR1612
ζ Aurigae
Saclateni
3.75
Variable;
HR2012
ν Aurigae
3.97
Double;
HR2091
π Aurigae
4.26
Variable;
HR2219
κ Aurigae
4.35
Variable;
HR1995
τ Aurigae
4.52
Multiple;
HR1726
16 Aurigae
4.54
Variable; Double;
HR1729
λ Aurigae
4.71
Multiple;
HR2011
υ Aurigae
4.74
Variable;
HR1843
χ Aurigae
4.76
HR1551
2 Aurigae
4.78
HR2427
ψ2 Aurigae
4.79
Multiple;
HR1689
μ Aurigae
4.86
HR2696
63 Aurigae
4.9
OGGETTI NON STELLARI NELL’AURIGA
La costellazione ospita diversi oggetti del catalogo Messier, come gli ammassi aperti M36, M37 ed M38.
M37 CREDITI CRISTINA CELLINI
IMMAGINE M37 CREDITI CRISTINA CELLINI
Altri oggetti del profondo cielo molto interessanti sono le nebulose IC405 e IC410.
LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA NELLA MITOLOGIA
L’Auriga trova diversi riferimenti nella mitologia: una delle storie più diffuse è quella che associa Capella alla capra Amaltea, animale che secondo la mitologia greca allattó Zeus quando, ancora in fasce, venne abbandonato sull’isola di Creta.
Per tale motivo, in segno di gratitudine, l’animale fu collocato sulla volta celeste, accompagnato dai suoi due capretti partoriti proprio mentre allattava Zeus, associati alle stelle Eta e Zeta dell’Auriga.
Per le rappresentazioni delle costellazioni e altri dettagli visitare https://theskylive.com/
Le costellazioni del mese di Dicembre 2024
Nel mese che introduce all’inverno boreale, il cielo si arricchisce di oggetti brillanti e inconfondibili, tra cui spiccano quelli che compongono la celebre costellazione di Orione.
La figura di Orione è così caratteristica da essere riconoscibile anche dai meno esperti di astronomia ed è facilmente individuabile ad occhio nudo, persino dai cieli delle aree urbane.
Questa costellazione fa il suo ingresso nel cielo già a fine estate, quando appare bassa a Sud-Est nelle ore più profonde della notte, fino alle prime luci dell’alba. Con l’arrivo dell’autunno, Orione si mostra in orario serale, per poi dominare le nostre serate invernali, emergendo subito dopo il tramonto e culminando al meridiano verso metà gennaio.
La stella più luminosa della costellazione è Rigel, una supergigante blu che brilla con una magnitudine di 0,2, indicando il ginocchio del mitico Cacciatore celeste. Tuttavia, la stella Alfa di Orione è Betelgeuse, celebre per il suo colore rosso-arancio. Betelgeuse è una supergigante rossa dalla magnitudine di 0,5, situata a circa 600 anni luce dalla Terra.
Questa stella occupa il vertice nord-orientale della costellazione di Orione ed è anche uno dei tre punti che formano il Triangolo Invernale, un asterismo che include anche Sirio (nel Cane Maggiore) e Procione (nel Cane Minore).
Betelgeuse è da sempre al centro dell’interesse astronomico. La sua natura instabile e la fase avanzata della sua evoluzione stellare fanno supporre che, al termine del suo ciclo vitale, potrebbe esplodere in una spettacolare supernova.
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ORIONE
La Cintura di Orione è circondata da un imponente anello di nebulosità noto come Anello di Barnard, situato a circa 1600 anni luce dalla Terra e con un diametro di 300 anni luce. Questo straordinario oggetto è ciò che resta di una supernova esplosa probabilmente circa 2 milioni di anni fa.
La costellazione di Orione, tuttavia, è un autentico scrigno di meraviglie del profondo cielo. Tra queste, la più celebre e fotografata dagli astrofili, esperti o alle prime armi, è senza dubbio la Nebulosa di Orione (M42). Questo spettacolare complesso nebuloso molecolare, situato tra la Cintura e la Spada di Orione, è una delle regioni di formazione stellare più attive della nostra galassia, una vera incubatrice di nuove stelle.
Un altro gioiello di Orione, accessibile anche con un semplice binocolo 10×50, è M78, conosciuta anche come Nebulosa Casper. Si tratta di una brillante nebulosa a riflessione situata sopra la Cintura di Orione, a una distanza di circa 1300 anni luce. Questo oggetto, visibile già da luoghi bui con strumenti di piccole dimensioni, fu scoperto da Pierre Méchain all’inizio del 1780 e successivamente catalogato da Charles Messier il 17 dicembre dello stesso anno.
Nella parte settentrionale della costellazione, troviamo un altro oggetto interessante: Sh2-261, noto come Nebulosa di Lower. Questa nebulosa a emissione, sebbene meno famosa, è visibile anche nelle riprese amatoriali a lunga posa, regalando ulteriori spunti di osservazione per chi si avventura alla scoperta delle meraviglie celesti di Orione.
IMMAGINE NEBULOSA FIAMMA E NEBULOSA TESTA DI CAVALLO CREDITI DI RIPRESA E ELABORAZIONE DI MIRKO TONDINELLI E RICCARDO PACINI
IMMAGINE M78 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
IMMAGINE Sh2-261/ Sh2-268 e NGC 2169 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
ORIONE NELLA MITOLOGIA
Orione è una delle figure mitologiche più antiche, presente nelle leggende di numerose civiltà, a partire dai Sumeri. Nel mito greco, Orione era figlio di Euriale e Poseidone e possedeva l’incredibile dono di camminare sull’acqua. Nell’Odissea, Omero lo descrive come un abilissimo cacciatore, sempre accompagnato dai suoi fedeli cani, tra cui il prediletto Sirio, oggi la stella più luminosa del cielo.
Le sue vicende mitologiche sono spesso legate a storie d’amore e di passione, che lo portarono a scontrarsi con rivali agguerriti e persino a perdere temporaneamente la vista durante una delle sue avventure.
Tra i numerosi racconti che lo riguardano, il più celebre è quello del suo amore per Artemide, la dea della caccia e sorella gemella di Apollo. Secondo la leggenda, Orione giunse sull’isola sacra di Delo in compagnia della sua amante Eos, ma fu lì che incontrò Artemide, con la quale condivideva la passione per il tiro con l’arco. I due si innamorarono perdutamente, un amore che però suscitò l’ira di Apollo, il quale considerava l’unione una profanazione della sua isola.
Apollo, deciso a liberarsi di Orione, chiese aiuto alla Madre Terra, che scatenò contro il cacciatore un gigantesco scorpione velenoso. Questo episodio è immortalato nel cielo: la figura dello Scorpione continua a inseguire Orione nella volta celeste. Nonostante la forza e l’abilità di Orione, il cacciatore si rifugiò in mare, ma lì trovò il suo destino segnato da Apollo.
Mentre Orione nuotava al largo in una notte senza luna, Apollo convinse Artemide a scagliare una freccia contro un bersaglio distante, visibile appena tra le onde. Ignara che il bersaglio fosse il suo amato, Artemide colpì Orione con precisione letale. Quando scoprì la verità, la dea, distrutta dal dolore, implorò Zeus di concedere al cacciatore l’immortalità.
Zeus, commosso, trasformò Orione in una brillante costellazione, affinché Artemide potesse contemplarlo ogni notte nel cielo, eternamente luminoso come simbolo del loro amore tragico.
LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO
A sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo, troviamo il Triangolo, una piccola costellazione visibile nei cieli autunnali e invernali dell’emisfero boreale, che culmina al meridiano nel mese di dicembre.
Pur essendo una costellazione di dimensioni ridotte e poco luminosa, il Triangolo è facilmente riconoscibile grazie alla sua caratteristica forma geometrica.
La stella principale, Alfa Trianguli, nota anche con il nome arabo Mothallah, che significa “la testa del Triangolo,” è una gigante bianco-azzurra con una magnitudine di 3,42, situata a 124 anni luce dalla Terra. Si tratta di una stella binaria che, sebbene porti la designazione di stella alfa, è solo la seconda più luminosa della costellazione.
La stella più brillante del Triangolo è infatti Beta Trianguli, conosciuta anche come Deltotum, una subgigante gialla con una magnitudine di 3,00 e distante 64 anni luce.
Il terzo vertice che completa la figura è rappresentato da Gamma Trianguli, formando così il caratteristico disegno della costellazione.
LA GALASSIA M33 NEL TRIANGOLO
Nota come Galassia del Triangolo, questo oggetto si trova a una distanza stimata sui 2,59 milioni di anni luce, ed essendo membro del Gruppo Locale è una delle galassie più vicine alla Via Lattea. Da un luogo perfettamente buio e privo di qualsiasi tipo di inquinamento, si può tentare l’osservazione di M33 anche con un buon binocolo.
IMMAGINE M33 CREDITI DI RIPRESA E ELABORAZIONE: EMANUELE NERI E MIRKO TONDINELLI
Ricordiamo anche le galassie barrata NGC 672 e NGC 925 presenti nella costellazione del Triangolo.
IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA
Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli Egizi la identificavano come il Delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Trinacria, ovvero la Sicilia, isola sacra a Cerere, dove è avvenuto, secondo il mito, il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.
La figura del Triangolo trova riferimenti nelle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, viene associato ad una sorta di segnale collocato sulla volta celeste ed utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete.
Le costellazioni del mese di Novembre 2024
Nel cielo di novembre incontriamo le costellazioni di Andromeda e Perseo, due figure mitologicamente legate, ricche di oggetti interessanti per l’osservazione e la fotografia astronomica.
LA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA
La costellazione di Andromeda è una delle figure tipiche del cielo autunnale e la si può osservare agevolmente guardando a Nord della volta celeste: pur essendo molto estesa è poco luminosa, e arriva a lambire la Via Lattea settentrionale.
La stella principale della costellazione è nota con i nomi di Alpheratz e Sirrah e insieme alle stelle α, β e λ Pegasi forma un noto asterismo chiamato Quadrato di Pegaso.
Un tempo questa stella faceva parte della costellazione di Pegaso, con la sigla δ Pegasi: essa si trova a 97 anni luce dalla Terra ed è in realtà un sistema binario, con una magnitudine apparente di +2,06.
Fra le altre stelle della costellazione, va segnalata υ Andromedae: la stella possiede un sistema planetario con tre pianeti, con masse di 0,71, 2,11 e 4,64 volte quella di Giove.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA
La costellazione è ricca di stelle doppie e di sistemi multipli, come ad esempio Pi Andromedae (π And / π Andromedae), un sistema distante 656 anni luce dal sistema solare.
Tuttavia, la fama di oggetto del profondo cielo più noto e interessante della costellazione di Andromeda è, indubbiamente, M31 ovvero la famigerata Galassia di Andromeda.
M31 di Salvo Semilia
Si tratta dell’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo e rappresenta una galassia a spirale barrata distante più di due milioni e mezzo di anni luce.
È di certo la galassia più amata dagli astrofili: per individuare M31 ad occhio nudo è sufficiente recarsi in luoghi idonei dall’osservazione celeste, partendo da β Andromeda e e proseguendo in direzione Nord-Ovest; immersa nello sfondo stellato, la Galassia di Andromeda apparirà come un batuffolino di luce, sufficiente a farci fermare a riflettere sull’ infinita grandezza dell’universo.
Chiaramente con l’ausilio di binocoli e telescopi potremo ottenere un’immagine più dettagliata, e con la fotografia a lunga esposizione riusciremo a dare forma a quel batuffolo celeste.
Arp 273 di Lorenzo Busilacchi
Ma la costellazione di Andromeda ospita anche un altro spettacolare oggetto del profondo cielo, molto scenografico: si tratta di Arp273, un coppia di galassie interagenti che sembra dar vita a una bellissima rosa cosmica, a 345 milioni di anni luce dalla Terra.
ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA
Bellissima e giovane fanciulla, Andromeda viene identificata come la principessa di Etiopia, figlia dei sovrani Cefeo e Cassiopea: la leggenda è ben nota, e intreccia diverse figure mitologiche.
Andromeda stava per pagare con la propria vita le colpe di sua madre Cassiopea, presuntuosa e vanitosa come poche, la quale osò definire lei e sua figlia più belle persino delle Nereidi, ninfe marine alla corte di Poseidone.
Come è noto, per placare la furia del dio mare, l’unica soluzione pareva essere quella di dare in pasto Andromeda al mostro marino Ceto.
Ma la storia ebbe un lieto fine, perché a salvare la principessa ci pensò Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso e successivamente ne fece la sua sposa.
Come la vide con le braccia legate a una rigida rupe, Perseo di marmo l’avrebbe creduta se l’aria leggera non avesse mosso le chiome e le lacrime dagli occhi stilate non fossero, inconsapevole ne ardeva stupito. Rapito alla vista di quella bellezza, quasi di battere l’ali si scordava. Come fu sceso a terra, disse “non meriti codesti ceppi ma quelli che legano amanti tra loro; dimmi il tuo nome e la patria e perché sei legata”.
Ovidio, Le Metamorfosi – Libro IV
Quando Andromeda morì, la dea Atena la trasformò in stelle, ponendola in cielo proprio accanto al suo amato sposo Perseo.
LA COSTELLAZIONE DI PERSEO
Nel cielo autunnale di novembre incontriamo anche la costellazione di Perseo: la celebre figura si estende tra Andromeda e l’Auriga, e diventa favorevole all’ osservazione proprio nei mesi autunnali e invernali.
Mirphak (α Persei) è la stella più luminosa della costellazione, ed è una supergigante gialla di tipo spettrale F5 Ib, posta a 510 anni luce: l’astro è circumpolare, facilmente osservabile all’emisfero boreale e con la sua magnitudine pari a +1,79 si può scorgere anche dalle aree urbane.
La stella più famosa della costellazione è Algol (la stella del Diavolo in arabo),che rappresenta l’occhio della gorgone Medusa; La sua luminosità apparente varia tra le magnitudini 2,12 e 3,39 in poco meno di tre giorni, e la stella rappresenta il prototipo di una classe di variabili, ovvero le variabili a eclisse.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI PERSEO
Uno degli eventi astronomici più noti, correlati a Perseo, è il famigerato sciame di meteore, le Persei di, che si manifesta in piena estate (fine luglio/metà agosto) e che ha come radiante proprio la costellazione da cui prende il nome.
In Perseo è presente un ricco numero di stelle doppie e variabili, sistemi spesso risolvibili anche con piccoli telescopi comeζ Persei .
Pur attraversando la costellazione di Perseo da NW a SE , la Via Lattea settentrionale appare poco evidente in questo tratto di cielo, ma ciononostante la costellazione contiene numerosi oggetti del profondo cielo.
AMMASSO DOPPIO di MASSIMILIANO PEDERSOLI
Uno dei più noti oggetti deepsky, osservato e fotografato da principianti ed esperti, è certamente l’Ammasso Doppio, un coppia di ammassi aperti molto brillanti, NGC 869 (h); NGC 884 (χ), visibili anche ad occhio nudo, che insieme formano una sorta di “8” rovesciato.
Sono due ammassi molto giovani, distanti 800 anni luce tra loro e 7000 dal sistema solare.
Con un telescopio di 200 mm di apertura lo spettacolo che ne deriva è assicurato, poiché è possibile ammirare molti dettagli, come il contrasto dato dalle stelle di colore azzurro con le supergiganti rosse che costituiscono gli ammassi.
Un altro ammasso interessante in Perseo è l’ammasso di Alfa Persei, noto anche con il nome di Mel 20, un oggetto molto luminoso situato nella parte settentrionale della costellazione, dove spicca la stella Mirphak.
Degno di nota è anche l’ammasso di Perseo o Abell 426,un ammasso di galassie posto a circa 240 milioni di anni luce dalla Terra, la cui componente più brillante è NGC 1275, una radiogalassia che domina il centro dell’ammasso.
Ammasso di Galassie in Perseo di Lorenzo Busilacchi
Interessante anche la Piccola Nebulosa Manubrio, M76: si tratta di un oggetto poco luminoso e difficile nelle riprese astrofotografiche, ma comunque sono molti gli astrofili che vi si cimentano, producendo ottime immagini.
M76 di Lorenzo Busilacchi
PERSEO EROE MITOLOGICO
Il personaggio di Perseo è uno dei più celebri della mitologia: egli era il figlio mortale di Giove e Danae, a cui venne affidato l’arduo compito di uccidere il mostro Medusa, una Gorgone avente serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare all’istante chiunque avesse fatalmente incrociato il suo sguardo.
«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;/ ché se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,/ nulla sarebbe di tornar mai suso»
Dante, Inferno canto I (vv. 55-57).
Medusa viveva su di un’isola situata oltreoceano, insieme alle altre due Gorgoni, Stelo e Eurialo, entrambi mortali a differenza di Medusa.
Perseo giunse nel loro nascondiglio dopo aver ricevuto in sogno una spada da Minerva, con la quale decapitare il mostro e uno scudo riflettente, affinché Medusa non riuscisse a pietrificarlo.
Infine, l’eroe incontrò le tre ninfe del Nord, che gli consegnarono un elmo speciale per essere invisibile e una sacca in cui Perseo avrebbe dovuto riporre la testa della Gorgone.
Attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre, giunse alla casa della Gorgone, e qua e là per i campi e per le strade vedeva figure di uomini e di animali tramutati da esseri veri in statue per aver visto Medusa. Ovidio, Metamorfosi, IV, 778-781
Alla fine, Perseo uccise Medusa, dal cui sangue nacque Pegaso, il cavallo alato attraverso cui l’aitante eroe riuscì a salvare Andromeda, incontrata proprio nel suo viaggio di ritorno.
Per la sua nobiltà e per il fatto di essere nato da un connubio eccezionale, si racconta, fu collocato tra le stelle.
Igino- PoeticonAstronomicon
Le costellazioni del mese di Ottobre 2024
Nel cielo autunnale di ottobre incontriamo due costellazioni che costituiscono una coppia mitologica, l’unica ad essere collocata sulla volta celeste: si tratta di Cassiopea e Cefeo.
LA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA
Asterismo tipico del cielo boreale, Cassiopea è una figura visibile tutto l’anno e raggiunge la massima altezza proprio nel periodo autunnale.
Poiché è molto vicina al polo nord celeste, Cassiopea rimane visibile per tutta la notte e per questo viene classificata come una costellazione circumpolare.
La sua peculiare forma a W o M, a seconda delle stagioni, la rende facilmente individuabile a Nord, nei pressi della Stella Polare.
Shedir (alfa Cassiopeiae) è l’astro principale della costellazione: si tratta di una gigante arancione di magnitudine apparente +2,25, situata a 229 anni luce dalla Terra.
Il suo nome deriva dall’arabo(صدر, şadr) e significa busto: essa infatti è collocata nel cuore della costellazione che, mitologicamente, rappresenta la regina di Etiopia.
Interessante γ Cassiopeiae, la stella binaria a raggi X più brillante del cielo e l’unica ad essere visibile ad occhio nudo.
SUPERNOVAE IN CASSIOPEA
Nel 1572 nella costellazione di Cassiopea apparve improvvisamente un stella tanto luminosa quanto ci appare il pianeta Venere: essa venne denominata “nova di Tycho Brahe” dal nome dell’astronomo danese che condusse per oltre un anno osservazioni di questo oggetto, ad occhio nudo, riportando dati dettagliati; in conclusione, ciò che aveva osservato era una supernova.
Ma non è l’unico episodio di questo tipo quello che riguarda la costellazione di Cassiopea: nel 1680 è stata osservata una forte radiosorgente situata a 11 mila anni luce da noi, Cassiopea A.
Nel 2004 il telescopio spaziale Chandra ha scoperto anche una sorgente molto compatta di raggi X proprio al centro di Cassiopea A, le cui caratteristiche confermano che si tratta di una stella di neutroni che, con ogni probabilità, rappresenta il resto della Stella esplosa più di 300 anni fa.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA
Nel tratto di Via Lattea boreale in cui è situata Cassiopea vi è un gran numero di nebulose e ammassi: due oggetti molto amati e ripresi dagli astrofili sono certamente la Nebulosa Cuore ( IC1805), distante7500 anni luce, e la nebulosa a emissione e riflessione nota come Fantasma di Cassiopea (Sh2-185).
IMMAGINE AMMASSI NGC 654 e 663 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
Seppur meno appariscenti e scenografici delle suddette nebulose, in Cassiopea sono apprezzabili diversi ammassi: nell’immagine possiamo ammirare NGC 654 e NGC 663.
Si tratta di due ammassi aperti: il primo contiene circa 60 stelle e si trova a una distanza di 7800 anni luce dal sistema solare, nel Braccio di Perseo, ed è stato scoperto nel 1787 da William Herschel; sempre all’astronomo tedesco è attribuita la scoperta di NGC 663, l’altro ammasso aperto che contiene un centinaio di stelle ed è distante 7900 anni luce.
IMMAGINE M52 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
Un altro ammasso aperto presente nella costellazione di Cassiopea è M52, o NGC 7654. L’oggetto si trova nella parte occidentale della costellazione, al confine con quella di Cefeo: è un ammasso piuttosto ricco e compatto, uno dei più osservati durante il periodo autunnale. Si può tentare di individuali con un binocolo 10×50, anche se vi si potranno scorgere poche delle sue stelle,mentre con un telescopio da 150mm di apertura sarà possibile scorgere una cinquantina di stelle che diventano 150 con un’apertura di 250 mm.
CASSIOPEA NELLA MITOLOGIA
Nella mitologia greca Cassiopea rappresenta la regina di Etiopia, moglie di Cefeo e madre di Andromeda: vanitosa e presuntuosa come poche, la sovrana era dedita principalmente a vantarsi e a spazzolare i suoi capelli; un giorno però commise un errore che portò all’intreccio di una serie di vicende ampiamente narrate nella mitologia.
Cassiopea si vantava di essere la più bella de reame e sosteneva che, insieme a sua figlia Andromeda, fosse persino più bella delle ninfe marine al seguito di Poseidone, le Nereidi.
Il dio del mare, venuto a conoscenza di tali affermazioni, non mandò giù tale oltraggio, e decise di vendicarsi di Cassiopea, di Cefeo e del regno intero.
Poseidone decise di scatenare la sua ira verso il punto debole dei sovrani, ovvero la loro splendida e giovane figlia, Andromeda.
Il mito è piuttosto celebre e narra della giovane principessa che, per colpa di sua madre, fu rapita e legata su di una rupe infernale, preda del mostro marino Ceto; a salvarla dalle sue grinfie giunse l’eroe Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso.
A Cassiopea toccò la sorte di essere collocata sul suo trono celeste ma a testa in giù, nell’atto di specchiarsi o accarezzarsi i capelli e condannata a roteare per sempre attorno al polo celeste.
LA COSTELLAZIONE DI CEFEO
Nella porzione di cielo tra l’Orsa Minore e Cassiopea, incontriamo Cefeo: si tratta di una costellazione circumpolare, composta da stelle non molto luminose che conferiscono a Cefeo la figura di una casetta con il tetto verso il Nord e la base che poggia sulla Via Lattea settentrionale.
La stella principale della costellazione è Alderamin (alfa Cephei), una stella bianca di magnitudine 2,45, che dista solo 49 anni luce.
Cefeo possiede un oggetto molto interessante, Mu Cephei, noto anche come Granatum Sidus ovvero Stella Granata: si tratta di una supergigante rossa multipla di quarta magnitudine, inserita all’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi nel suo “Catalogo di Palermo”.
Il nome deriva da un’affermazione di William Herschel riportata nel suo “Philosophical Transaction”, riguardo ad alcune stelle non registrate nel British Catalogue di John Flamsteed.
Herschel, riferendosi a Mu Cephei, disse che «Ha un bellissimo e profondo colore granata, simile a quello della stella periodica Omicron Ceti>>.
L’astro appare di questo colore per via della sua bassa temperatura superficiale, che corrisponde a circa 3000 K.
Osservando da un punto privo di qualsiasi tipo di disturbo, la Stella Granata può anche essere individuata ad occhio nudo poco più a Sud di Alderamin, con il suo caratteristico colore rosso/arancio.
Ma Cefeo ospita anche un’altra stella, di certo più importante per l’astronomia, ovvero Delta Cephei: si tratta di una supergigante gialla posta a 890 anni luce, che rappresenta il prototipo di una classe delle cefeidi, una classe di stelle variabili molto importanti, oltre ad essere una delle cefeidi più vicine al Sole.
Delta Cephei contribuisce significativamente alla misurazione delle distanze cosmiche.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CEFEO
Poiché giace sul piano della Via Lattea settentrionale, la costellazione di Cefeo vanta numerosi oggetti del profondo cielo: una di questi è la Nebulosa oscura IC1396, meglio nota come Nebulosa Proboscide d’Elefante; molto appariscente anche la Galassia Fuochi d’Artificio (NGC 6946), una galassia a spirale che vanta un gran numero di supernovae osservate al suo interno.
In Cefeo troviamo anche un’estesa nebulosa a emissione, che si trova a 10.400 anni luce, ed è nominata come Sh2-132: l’oggetto deepsky è visibile nella parte meridionale di Cefeo, e si colloca all’interno del Braccio di Perseo.
IMMAGINE SH2-132 CREDITI: DAVIDE NARDULLI
Nell’immagine a largo campo possiamo ammirare due oggetti del profondo cielo che formano una “coppia” molto suggestiva e molto amata dagli astrofili: si tratta della nebulosa a riflessione NGC 7129 e dell’ammasso aperto NGC 7142, distanti rispettivamente 3000 e 6000 anni luce.
IMMAGINE NGC 7129 e NGC 7142 CREDITI: DAVIDE NARDULLI
CEFEO NELLA MITOLOGIA
Come già citato sopra, nella mitologia Cefeo, figlio di Belo, rappresenta il sovrano di Etiopia, marito di Cassiopea e padre di Andromeda, che rischiò di perdere l’amata figlia per colpa della presunzione di sua moglie.
In seguito all’ira e alle minacce di Poseidone, Cefeo si rivolse a un oracolo per chiedergli come salvare la sua famiglia e il suo regno.
Ma egli non si aspettava come risposta quella di dover immolare la sua adorata principessa Andromeda; un padre disperato, che nonostante il suo dolore decise di sacrificare sua figlia. Ma il fato volle che Perseo, passando dalla rupe su cui era legata Andromeda, minacciata dal mostro marino Ceto, la salvasse, portando il lieto fine a questa brutta vicenda.
Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete;
per portare soccorso, ci sono pochi attimi.
Se io chiedessi la sua mano, io, Perseo, figlio di Giove
e di colei che quand’era imprigionata fu ingravidata da Giove con oro fecondo,
Perseo vincitore della Gorgone dalla chioma di serpi, che oso andarmene
per l’aria del cielo battendo le ali, non sarei forse preferito come genero a chiunque altro?
A così grandi doti, solo che mi assistano gli dèi,
cercherò comunque di aggiungere un merito.
Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore!
(Ovidio, Metamorfosi, IV, 695-703)
Cefeo si è guadagnato un posto sulla volta celeste e brilla insieme alla sua regina e alla sua adorata e unica figlia.
Le costellazioni del mese di Settembre 2024
Settembre: l’estate che sfuma nell’autunno, il giorno che indietreggia a favor della notte e il cielo che palpita di astri, miti e leggende.
Dopo le grandi costellazioni protagoniste dell’estate boreale, il cielo di settembre ci offre una rosa di asterismi interessanti, anche se meno appariscenti: il punto sulle costellazioni di Acquario, Pesce Australe e Delfino.
LA COSTELLAZIONE DELL’ACQUARIO
Posta tra le costellazioni del Capricorno e dei Pesci, quella dell’Acquario è una figura estesa ma poco luminosa: la parte più settentrionale giace sull’equatore celeste, mentre la figura si estende per la maggior parte nell’emisfero australe.
Dai cieli urbani le stelle che compongono la costellazione non risultano visibili, mentre sono apprezzabili dai luoghi bui, dove sarà possibile individuarne la loro disposizione nel cielo, che sembra comporre una sorta di brocca da cui viene rovesciata dell’acqua.
La stella più brillante della costellazione è Sadalsuud (Beta Aquarii – β Aqr), dall’arabo “fortuna delle fortune” : si tratta di una stella gialla avente una magnitudine 2,90 e una distanza di 612 anni luce.
Vi è poi α Aquarii, Sadalmelik“ il fortunato del re”, una stella gialla di magnitudine 2,95, mentre ad Est a di Delta Aquarii c’è un interessante sistema stellare triplo, Ez Aquarii, composto da tre nane rosse.
La costellazione dell’Acquario vanta un gran numero di stelle doppie e anche triple: con l’ausilio di un piccolo telescopio è possibile risolvere β Aquarii , un sistema a tre astri in cui la componente primaria è una gigante arancione di magnitudine 2,91, mentre le altre due componenti sono di decima e undicesima grandezza.
In direzione della stella η Aquarii si trova il radiante dello sciame di meteore originato dalla Cometa di Halley e che prende proprio il nome di Eta Aquaridi, visibile da metà aprile a fine maggio, con un picco di attività generalmente intorno al 6 maggio.
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NELL’ACQUARIO
Uno degli oggetti del profondo cielo più noti che l’Acquario ospita è la Nebulosa Elica, NGC 7293.
La Nebulosa Elica di Lino Benz
Questo magnifico oggetto si trova a 650 anni luce dalla Terra, ed è l’esempio di nebulosa planetaria formatasi alla fine della vita di una stella di tipo solare. L’oggetto, molto amato dagli astrofili, è anche noto con il nome di Occhio di Dio.
L’Acquario ospita anche altri oggetti deepsky come la Nebulosa Saturno e gli ammassi globulari M2 ed M72, oltre all’ammasso aperto M73.
NEBULOSA SATURNO CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
La Nebulosa Saturno, nota anche come NGC 7009 e C55, è una nebulosa planetaria scoperta da William Herschel nel 1782: la stella nel cuore della nebulosa è una nana bianca di magnitudine 11,5, molto brillante.
Tra gli ammassi nell’Acquario va sottolineato che M2 è il primo ammasso globulare ad aver preso posto nel celebre Catalogo Messier.
LA COSTELLAZIONE DELL’ACQUARIO NELLA MITOLOGIA
Il mito dell’Acquario attraversa vari popoli e leggende: rappresentato come un giovane nell’atto di versare dell’acqua da una brocca, questa figura trova riferimenti dai Babilonesi agli Egizi, che lo identificano rispettivamente come il dio dell’acqua e del Nilo.
Alcune varianti del mito greco collegano la figura dell’Acquario a un giovane che versa l’acqua nella bocca di un pesce (Australe), mentre secondo un altro dei miti greci, il più diffuso, l’Acquario rappresenterebbe Ganimede, giovane e bellissimo ragazzo troiano, per il quale Zeus perse la testa: un giorno infatti, mentre Ganimede si trovava a pascolare le pecore del padre, il dio pensò bene di inviare un’aquila a rapire il giovane e portarlo sull’Olimpo, dove divenne il coppiere degli dei.
Che fosse vino o fosse acqua ciò che il giovane è raffigurato a versare non ci è dato sapere, ma di certo gli è valso un posto tra le stelle.
LA COSTELLAZIONE DEL PESCE AUSTRALE
Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno è possibile scorgere sulla volta celeste la costellazione del Pesce Australe: l’asterismo è individuabile esclusivamente grazie alla sua stella principale, la luminosa Fomalhaut.
Si tratta di una stella bianca di magnitudine 1,16, che rappresenta la diciottesima stella più brillante della volta celeste.
La luminosità di Fomalhaut nel cielo è accentuata dal fatto che l’astro si trovi un una regione povera di stelle.
Il nome della stella alfa del Pesce Australe viene dall’arabo “fom – al – hut” e significa “la bocca del pesce”.
La si può scorgere già in estate, bassa sull’orizzonte in direzione Sud-Est.
La costellazione del Pesce Australe non contiene oggetti del profondo cielo, tuttavia a 25 anni luce da essa è situato uno degli oggetti più interessanti di cui si è parlato negli ultimi tempi.
Il James Webb Telescope, grazie al Mid-Infrared Instrument (Miri), ha rivelato che Fomalhaut è circondata da un disco di detriti, fotografando tre fasce concentriche che si estendono fino a 23 miliardi di chilometri dalla stella.
Come si accennava nella parte mitologica dedicata alla costellazione dell’Acquario, il Pesce Australe è raffigurato nel tentativo (inusuale) di bere l’acqua che sgorga dalla brocca del suddetto; il mito e la leggenda lo collocano in varie vicende: una su tutte, la più ricorrente, narra di Derceto, sorella di Afrodite, che per la vergogna di aver concepito una bambina con un mortale, in seguito al parto decise di uccidersi lasciandosi annegare nelle acque di un lago nei pressi dell’Eufrate.
Il destino di Derceto fu però cambiato dall’intervento di un grosso pesce che, nuotando nelle acque del lago, si apprestò a salvare la dea che, come gesto di eterna gratitudine, lo trasformò in stelle e lo pose sulla volta celeste.
LA COSTELLAZIONE DEL DELFINO
Una costellazione che transita al meridiano nel cielo di settembre è quella del Delfino: la figura è individuabile10° a Nord-Est della brillante Altair e, nonostante la costellazione sia molto piccola, le stelle che la compongono (circa una ventina) appaiono ravvicinate e ben visibili ad occhio nudo.
Due sono sostanzialmente le stelle più luminose della costellazione: si tratta del sistema binario B Delphini (Rotane), una stella subgigante gialla di magnitudine 3,6, distante 97 anni luce e il sistema binario a Delphini (Sualocin), una stella azzurra di magnitudine 3,77, distante 241 anni luce.
IL CURIOSO CASO DEI NOMI DELLE STELLE DEL DELFINO
Sualocin e Rotanev apparvero per la prima volta nel catalogo stellare del Reale Osservatorio di Palermo nel 1814: in quel periodo il Direttore era padre Giuseppe Piazzi, grande astronomo e matematico, fondatore dell’Osservatorio e fautore della scoperta di Cerere proprio dal cielo di Palermo, il 1 gennaio 1801.
Nel 1800 Piazzi fece l’incontro di Niccolò Cacciatore, astronomo che condusse i suoi studi proprio all’Osservatorio di Palermo, assumendone la direzione nel 1817.
Nella stesura dei cataloghi stellari del 1814, che tra l’altro vinsero il premio dell’Académie des Sciences di Parigi, comparvero i nomi di due stelle, Sualocin e Rotanev, gli astri principali della costellazione del Delfino.
Queste diciture suonarono bizzarre alle orecchie dell’astronomo britannico Thomas Webb che, dopo un’accurata analisi, arrivò a comprendere che i due nomi letti al contrario altro non erano che il nome e cognome latinizzato dell’astronomo siciliano Niccolò Cacciatore: Nicolaus Venator. Sulla base dell’amicizia e della collaborazione che li legava, Giuseppe Piazzi volle dedicare il nome delle due stelle al suo assistente Niccolò Cacciatore.
Un approfondimento sul Reale Osservatorio Astronomico di Palermo a cura di Teresa Molinaro e Walter Leonardi è disponibile qui.
OGGETTI NON STELLARI NEL DELFINO
Fra i pochi oggetti del profondo cielo nel Delfino ci sono gli ammassi globulari NGC7006, NGC 6934 e la nebulosa planetaria NGC 6891.
NGC 6934 CREDITI: ESA/Hubble e NASA NGC 6891 catturata da Hubble.
NGC 6891 è una nebulosa planetaria luminosa e asimmetrica che grazie alle immagini di Hubble è stato possibile studiare “più da vicino”: l’immagine rilasciata nel 2021rivela filamenti e nodi all’interno della nebulosa, che circondano la stella nana bianca; dai loro movimenti, gli astronomi stimano che uno dei gusci abbia 4.800 anni mentre l’alone esterno ne ha circa 28.000, ciò indica una serie di esplosioni dalla stella morente in momenti diversi.
Nel cielo serale di settembre è possibile osservare la stella 18 Delphini (o Musica), una gigante gialla situata appunto nella costellazione del Delfino, la cui peculiarità è quella di avere un pianeta che ruota intorno ad essa.
Si tratta di Arion, un gigante gassoso scoperto nel 2018,che completa un’orbita quasi circolare in circa 993 giorni terrestri, aduna distanza media dalla stella di 2,6 UA.
Il nome è stato scelto dai partecipanti al concorso Name Exo Worlds.
IL DELFINO NELLA MITOLOGIA
Incontrare un delfino in mare aperto era una consuetudine per gli antichi marinai greci e le leggende ci raccontano diverse versioni di cui queste creature sono protagoniste.
Secondo Eratostene il delfino era il messaggero d’amore del dio del mare, Poseidone, che invaghitosi di una delle ninfe marine Nereidi, decise che doveva averla a tutti i costi, nonostante il suo rifiuto.
Un giorno Poseidone inviò un delfino a prelevare la fanciulla dal suo nascondiglio e a portarla nel suo castello sottomarino, dove ne fece la sua sposa.
Pieno di gratitudine il dio del mare pose la figura del delfino tra le stelle.
Un’altra leggenda si ricollega al nome dell’esopianeta Arion che prende il nome dal cantore greco Arione il quale, di ritorno in Grecia dalla Sicilia, dove si era esibito con la sua cetra, fu minacciato da un gruppo di marinai che volevo sottrargli il denaro; preso dalla paura di morire chiese come ultimo desiderio di poter suonare ancora una volta la sua amata cetra, il cui suono armonioso attirò un delfino che lo prese sul groppone e lo trasse in salvo.
Arrivati in Grecia, il dio della musica Apollo collocò il delfino tra le stelle.
Le costellazioni del mese di Agosto 2024
La Grande Orsa si distende quasi ad accucciarsi sulle chiome degli alberi a nord-ovest; Arturo cala a picco sul profilo della collina trascinando tutto l’aquilone di Boote; esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.
Palomar, Calvino
Le sere di agosto sono pervase da storie di stelle e miti da scorgere sulla volta celeste, attraversata dalla bellezza della Via Lattea estiva. Proprio in questa regione di cielo possiamo contemplare le costellazioni più interessati dell’estate boreale, tra cui la Lira e il Cigno.
LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA
Seppur di piccole dimensioni, la costellazione della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale, Vega: alfa Lyrae è una stella colorbianco-azzurro multipla, costituita d 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce.
La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto ilfirmamento.
Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vegain quell’epoca era la Stella Polaree tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.
VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA
Vega è stata la prima stella del cielo notturno ad essere fotografata: l’astro infatti è stato immortalato la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850, dall’astronomo statunitense William Cranch Bond, e da uno dei pionieri del dagherrotipo John Adams Whipple: Vega venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura.
Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.
OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA
La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di ε Lyrae, la doppiaper eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra.
Entrambe le stelle che compongonoil sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra.
Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazioneestiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili.Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.
Il periodo migliore per osservarla è proprio quello che abbraccia l’estate, tramite l’utilizzo di telescopi di apertura considerevole.
M57 rirpesa da Andrea Iorio
Altri oggetti deepsky da menzionare sono l’ammasso globulare M56 e l’ammasso NGC 6791, composto da diverse centinaia di stelle.
Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero leLiridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.
LA LIRA NELLA MITOLOGIA
Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie antiche popolazioni.
Una delle leggende più romantiche proviene dall’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare.
Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo.
Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco.
Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata.
Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie, a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro.
Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno.
Carl Goos Orpheus and Eurydice States Museum for Kunst
“E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno; cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente. Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?); per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.”
(Metamorfosi, X libro, vv. 55-63)
Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e alla sua inseparabile lira, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata da Orfeo, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco.
Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice.
La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.
Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso. Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine: allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo. (Manilio, PoeticonAstronomicon, I, 324-330)
LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è una delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale.
La costellazione del Cigno
È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente +1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno.
Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo.
Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio.
Albireo, insieme a Deneb,dà vita all’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deepsky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, soggetti molto amati dagli astrofili.
NEBULOSA NORD AMERICA CREDITI: MIRKO TONDINELLI
Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova: la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa e ora ciòne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione.
La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.
NEBULOSA VELO EST E OVEST CREDITI: MIRKO TONDINELLI
IL CIGNO NELLA MITOLOGIA
Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, molte di queste identificano la figura del Cigno con quella di Zeus.
Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo e innocente cigno con lo scopo di sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre Leda passeggiava sulle rive del fiume Eurota, Zeus la possedette sotto le sembianze di un cigno.
Dall’uovo concepito (o forse erano due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non fu certa la reale paternità dei bambini, anche se le uova da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus.
Il Cigno brilla dunque tra le stelle come omaggio ad una delle tante metamorfosi di Zeus.
Jacopo Pontormo, Leda e il cigno, 1512-13, Galleria Uffizi
Le costellazioni del mese di luglio 2024
Nel cielo di luglio ci troviamo tra le costellazioni tipiche dell’estate: lo Scorpione, protagonista assoluto, incanta la volta celeste con la sua stella rosso-arancio Antares, e poi l’Ofiuco e ancora l’Aquila con la sua luminosa Altair.
Scopriamo dunque stelle e miti delle figure dominanti del cielo estivo!
COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE
Costellazione tipica del cielo australe, lo Scorpione è facilmente osservabile durante l’estate boreale, grazie alla sua tipica sagoma e alla stella Antares (Alfa Scorpii), che è l’emblema della costellazione: anti-Ares, “rivale di Marte” per via del suo colore inconfondibile, essa è una supergigante rossa di magnitudine apparente 1,06, situata a 600 anni luce dal sistema solare.
Con un raggio di circa 850 volte quello del Sole, Antares è classificata come una delle stelle più grandi conosciute.
Tra le altre stelle che compongono la costellazione dello Scorpione merita una certa considerazione anche Shaula (Lambda Scorpii), una stella azzurra di magnitudine 1,62: si tratta dell’astro più luminoso del gruppo di stelle che insieme a U Scorpii compone la coda e quindi il pungiglione dello scorpione stesso.
La costellazione dello Scorpione
OGGETTI NON STELLARI NELLO SCORPIONE: ANTARES E LA NUBE DI RHO OPHIUCHI
La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili oltre che diversi interessanti oggetti del cielo profondo.
Insieme alle stelle di colore azzurro β Scorpii, δ Scorpiie π Scorpii, Antares è una componente dell’asterismo del Grande Uncino ma non solo: la stella principale dello Scorpione è pervasa dalla nube molecolare gigante nota come Nube di Rho Ophiuchi, che prende il nome da ρ Ophiuchi, stella situata nella costellazione dell’Ofiuco e che domina la regione composta da idrogeno ionizzato luminoso e polveri oscure; Rho Ophiuchi è forse uno dei soggetti del profondo cielo più fotografati e ammirati, che può essere individuato con le apposite strumentazioni nella regione di stelle che compongono la testa dello Scorpione.
Parte dei gas della nube viene illuminata proprio da Antares, che le conferisce la tipica colorazione rosso-arancio.
NUBE DI RHO OPHIUCHI CREDITI: CRISTINA CELLINI
Proseguendo tra gli oggetti del profondo cielo troviamo anche diversi ammassi globulari come M 4, poco concentrato ma molto luminoso e distinguibile già con un buon binocolo, ad Ovest di Antares.
Vi è poi l’ammasso aperto M 7 o Ammasso di Tolomeo che, se osservato da un luogo appropriato, risulta essere ben visibile anche ad occhio nudo, mentre sarà risolvibile in dettagli maggiori con l’ausilio di un binocolo.
IMMAGINE DI UN CAMPO NELLA CODA DELLO SCORPIONE CREDITI: MARCELLA BOTTI
VIA LATTEA TRA LO SCORPIONE E IL SAGITTARIO CREDITI: CRISTINA CELLINI
Altri oggetti interessanti per gli astrofili sono la Nebulosa Zampa di Gatto, NGC 6334, appartenente al Braccio del Sagittario della Via Lattea e la Nebulosa Guerra e Pace, NGC 6357, che si trova nella parte meridionale della costellazione dello Scorpione, a declinazioni australi.
NEBULOSA ZAMPA DI GATTO E GUERRA E PACE CREDITI: MARCELLA BOTTI
LO SCORPIONE NELLA MITOLOGIA
Come ogni oggetto celeste anche la figura dello Scorpione trova posto tra i miti e le leggende: esso è strettamente legato ad Orione, in diverse storie che li vedono protagonisti.
Secondo una delle vicende più note pare che lo Scorpione avesse punto fatalmente il cacciatore Orione dopo che quest’ultimo si era vantato con Artemide di essere in grado di poter uccidere qualsiasi animale gli fosse capitato a tiro; questa sua spavalderia non fu gradita a Gea, la madre Terra, che scagliò contro Orione il velenoso scorpione, uccidendolo.
Zeus, vedendo a terra Orione con accanto lo scorpione, decise di trasformarli entrambi in stelle e di porli sulla volta celeste, destinati a non incontrarsi mai perché quando lo Scorpione sorge Orione tramonta, in un ciclico scorrere del tempo e delle stagioni.
LA COSTELLAZIONE DI OFIUCO
In una regione di cielo molto ricca di oggetti interessanti, a Nord-Ovest del centro della Via Lattea, è posta la costellazione dell’Ofiuco, una figura che interseca la fascia dello Zodiaco: essa si trova a cavallo dell’equatore celeste e la usa posizione lo rende osservabile da quasi tutte le aree del pianeta, tranne le regioni polari.
Le stelle più luminose dell’Ofiuco sono alfa Ophiuchi, nota anche come Ras Alhague, che rappresenta la testa dell’uomo che “tiene il serpente” e poi la stella η Ophiuchi, nota con il nome di Sabik, che si trova nella parte meridionale dell’asterismo.
Alfa Ophiuchi è una stella di magnitudine 2,08: si tratta di una delle stelle più brillanti vicine a noi, posta a 47 anni luce, mentre η Ophiuchi è una stella bianca di magnitudine 2, 43 posta a 84 anni luce.
La Costellazione dell’Ofiuco
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELL’OFIUCO
La costellazione contiene di verse stelle variabili oltre ad ammassi e nebulose: con un binocolo è già possibile individuare ad esempio il brillante ammasso globulare M5, ma vi sono anche gli ammassi M9, M10, M12, che si prestano all’osservazione e alle riprese con telescopi di discreta apertura.
In direzione del centro galattico, al confine con il Sagittario, troviamo la Nebulosa Pipa, una nebulosa oscura che appare legata a Nord con un altro sistema di nubi oscure.
NEBULOSA PIPA CREDITI: LAURA PULVIRENTI
OFIUCO NELLA MITOLOGIA
L’Ofiuco è rappresentato come un uomo che tiene con le mani con un enorme serpente, attorcigliato a sua volta intorno alla vita e che trova collocazione nella costellazione del Serpente.
Tra i miti che aleggiano intorno alla costellazione dell’Ofiuco di certo il più noto è il mito greco che si rifà al dio greco della medicina Asclepio, figlio di Apollo e Coronide, anche se sull’identità della madre non vi è certezza.
Secondo la leggenda Coronide, con in grembo il figlio di Apollo, tradì quest’ultimo con un mortale: a rendere il dio a conoscenza del misfatto ci pensò un corvo che, anziché ricevere da Apollo la giusta gratitudine per averlo informato dei fatti, venne trasformato da candido uccello qual era in un corvo nero.
Apollo dunque, accecato dall’ira, scagliò la sua freccia mortale contro Coronide, portando a compimento il suo folle gesto con un’azione ancor più malvagia: egli infatti strappò dal grembo materno il bambino, consegnandolo al centauro Chirone, che lo allevò come figlio suo e lo indottrinò alla conoscenza e all’applicazione delle tecniche di guarigione.
Asclepio acquisì tutto il sapere possibile, divenendo abile nel salvare le vite umane e anche nel resuscitare i morti: ciò però mosse la preoccupazione di Ade, il dio dell’oltretomba, che si rivolse a Zeus il quale punì Asclepio, fulminandolo.
Nonostante tutto, Apollo non fu in grado di mandare giù un simile oltraggio, era pur sempre suo figlio e, anche al fine di placare le ire di Zeus, rese Asclepio immortale, trasformandolo in una costellazione e collocandolo sulla volta celeste per l’eternità.
Nel tempo il simbolo dei medici chirurghi è diventato proprio dal bastone di Asclepio, un semplice bastone con avvolto un serpente, logo che ritroviamo anche nella bandiera dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).
LA COSTELLAZIONE DELL’AQUILA
Alla corte celeste dei mesi estivi spicca l’astro luminoso Altair, stella principale dell’Aquila, una costellazione tipica dell’estate boreale che si trova a cavallo dell’equatore celeste e che viene attraversata dalla Via Lattea.
Altair è una stella bianca con magnitudine apparente di 0,77 e ciò la classifica come dodicesima stella più brillante del cielo, posta a una distanza di soli 17 anni luce da noi.
Insieme a Vega della Lira e Deneb del Cigno, Altair costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo, un brillante asterismo da ammirare nel mese di luglio e per tutta l’estate.
Costellazione dell’Aquila
OGGETTI NON STELLARI NELL’AQUILA
La costellazione dell’Aquila non contiene oggetti del catalogo Messier, ma ospita al suo interno due ammassi aperti come NGC6709 e NGC 6755, l’ammasso globulare NGC 6760, la nebulosa Phantom Streak, la Galassia a spirale NGC6814.
Ma c’è un oggetto poco noto, che possiamo ammirare in un’immagine davvero rara, realizzata da Cristina Cellini, che rappresenta una nebulosa planetaria denominata SH2-78 o nota anche come CTSS3.
SH2-78 CREDITI: CRISTINA CELLINI
Ricordiamo anche che nell’Aquila è presente la Nebulosa oscura E, composta da due sistemi nebulosi separati tra loro e visibili con un telescopio anche amatoriale: B142 e B143.
L’AQUILA NELLA MITOLOGIA
Rapimento di ganimede da parte di giove Eustache Le Sueur
Rappresentata come l’uccello mitologico caro a Zeus, nella mitologia greca e romana l’Aquila è protagonista di molte leggende.
Una delle storie più diffuse narra che il rapace fosse utilizzato da Zeus per riportare indietro i fulmini una volta scagliati contro chi osasse disobbedirgli.
In un’altra vicenda scopriamo che Zeus si trasformò in un’aquila, ricorrendo alle sue consuete metamorfosi in animali e uccelli di ogni genere e questa volta lo fece per rapire Ganimede e portarlo nell’Olimpo affinchè svolgesse il ruolo di coppiere degli dei; secondo un’altra conturbante storia, l’inguaribile seduttore Zeus s’incapricciò della bellissima dea Nemesi e per riuscire a possederla messe a punto un piano con l’aiuto di Afrodite, la quale venne trasformata lei stessa in un’aquila per simulare una caccia al bellissimo cigno in cui si era a sua volta trasformato il padre degli dei.
Zeus finse di essere braccato dal rapace e cercò rifugio tra le braccia della dolce e ingenua Nemesi, riuscendo nell’intento di sedurla con l’inganno.
A memoria del buon esito del folle piano, Zeus pose il Cigno e l’Aquila a brillare tra le stelle in eterno.
Le costellazioni del mese di giugno 2024
Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: – Devo andare a guardare le stelle -. Dice proprio: – Devo, – perchè odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.
Palomar, I.Calvino
Nel mese che conduce all’estate incontriamo sulla volta celeste le costellazioni di Ercole e la costellazione del Drago.
LA COSTELLAZIONE DI ERCOLE
Posta tra il Boote e la Lira, fra le costellazioni del mese troviamo quella di Ercole che è una costellazione tipica dell’estate boreale, che culmina a mezzanotte verso metà giugno; per via della sua ampia estensione (1225 gradi quadrati) è classificata come la quinta più grande del firmamento.
Nonostante le sue vaste dimensioni, Ercole non vanta stelle particolarmente brillanti: la più luminosa è Beta Herculis, nota anche come Kornephoros, stella di magnitudine 2,78; vi è poi Zeta Herculis, conosciuta anche come Ruticulus, una stella gialla di magnitudine2.81 distante 35 anni luce da noi.
OGGETTI NON STELLARI IN ERCOLE
La costellazione contiene in compenso un gran numero di stelle doppie e stelle variabili, alcune osservabili già con piccoli strumenti e telescopi, come Alpha Herculis, detta anche Ras Algethi: si tratta di una stella doppia situata nella parte meridionale della costellazione di Ercole, la cui componente principale è una gigante rossa variabile di magnitudine 3.51.
Ercole giace lontano dalla porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, in una regione priva di galassie luminose; tuttavia l’asterismo ospita uno dei più conosciuti ammassi globulari: M13 o Ammasso Globulare di Ercole.
M13 ripresa da Massimiliano Pedersoli
Si tratta dell’ammasso più luminoso dell’emisfero boreale, visibile già ad occhio nudo da luoghi bui, e in maniera ancor più nitida e ben dettagliata se si osserva il cielo attraverso un binocolo o telescopio.
Con la sua magnitudine apparente pari a 5,8 l’ammasso contiene migliaia di stelle ed è uno degli oggetti più fotografati da dilettanti e professionisti.
L’Ammasso Globulare di Ercole rimane altresì famoso per il “messaggio Arecibo”: un messaggio radio trasmesso nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, (purtroppo ormai smantellato dopo gravi danneggiamenti ambientali) il 16 novembre 1974 e indirizzato verso M13, a 25 000 anni luce di distanza.
Nella costellazione è presente anche l’ammasso globulare M 92, uno degliammassi più settentrionali della volta celeste, che risulta essere meno facile da individuare rispetto ad M13, ma non impossibile: si può tentare l’osservazione con un binocolo 10×50, attraverso il quale l’ammasso appare come una macchia biancastra diffusamentre, con un telescopio da almeno 200mm di apertura, sarà possibile risolverlo in stelle.
L’ammasso M92 di Massimiliano Pedersoli
Nella costellazione di Ercole è situata una delle nebulose planetarie più grandi della nostra Via Lattea, Abell 39, che possiede un diametro di ben 5 anni luce e la cui forma, circolare e trasparente, ricorda una bolla di sapone.
IMMAGINE ABELL 39 CREDITI: CRISTINA CELLINI
IL MITO DI ERCOLE fra le costellazioni del mese
Quella di Ercole è certamente una delle figure più note della mitologia: la sua fama è legata alle 12 fatiche che l’eroe dovette affrontare e chi gli valsero la sua eterna gloria, di seguito citate:
Uccidere l’invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo; Uccidere l’immortale idra di Lerna; Catturare la cerva di Cerinea; Catturare il cinghiale di Erimanto; Ripulire in un giorno le stalle di Augia; Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo; Catturare il toro di Creta; Rubare le cavalle di Diomede; Impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni; Rubare i buoi di Gerione; Rubare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi; Portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.
In origine i greci associavano alla figura di Ercole quella dell’Inginocchiato senza però attribuirgli un significato specifico; solo successivamente, in seguito alle 12 fatiche attribuite all’eroe, la figura venne ribattezzata con il nome che oggi conosciamo, e l’atto di inginocchiarsi è da ricondurre al riposo di Ercole dopo le sue gesta.
Ercole era venerato come simbolo di forza e abilità, ma anche come eroe generoso, che per il suo altruismo divenne esempio anche di grandezza morale oltre che fisica e proprio per queste sue virtù gli fu donato un posto sulla volta celeste.
Grazie alla mano di Ercole, regna la Pace fra l’Aurora e il Vespero, e nel luogo in cui il sole a mezzogiorno nega le ombre ai corpi; tutta la terra bagnata dal lungo circuito di Teti è stata sottomessa dalla fatica di Alcide. (Seneca, La follia di Ercole, 883-888)
Ma ad Ercole è legato anche un altro affascinante mito dove la protagonista è la nostra galassia, la Via Lattea: Ercole era figlio di Zeus e di Alcmena, una fanciulla, ennesima vittima degli inganni del padre degli dei: narra la mitologia che Zeus si trasformò nel marito della giovane per poterla possedere e proprio da questa unione nacque l’eroe mitologico, che però fu abbandonato dalla sua mamma.
Zeus teneva molto a quel figlio, per metà dio, e fece in modo che sua moglie Era lo trovasse e lo allattasse: accadde che Ercole fu preso in braccio da Era nel tentativo di attaccarlo al suo seno, ma il piccolo si mosse bruscamente (o fu Era stessa ad allontanarlo, secondo altre versioni) e lo schizzo di latte arrivò fino in cielo creando così il fiume di stelle che scorre sulla volta celeste e che dà vita alla Via Lattea.
LA COSTELLAZIONE DEL DRAGO fra le costellazioni del mese
Proseguendo il nostro percorso attraverso i sentieri celesti dell’estate, ci imbattiamo nella costellazione del Drago: si tratta di una figura situata tra l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore e Cefeo e risulta essere una delle più estese della volta celeste.
La parte immediatamente visibile della costellazione è il quadrato dato dalle stelle che ne formano la testa, le cui due più brillanti sono Eltanin e Rastaban, rispettivamente Gamma Draconis e β Draconis; quest’ultima deriva dall’arabo (Al Rās al Thuʽbān) e significa “la testa del serpente”.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL DRAGO
Il Drago non spicca certo per grande luminosità, ma in compenso vanta un buon numero di stelle doppie come ν Draconis e ο Draconis, risolvibili già con un discreto telescopio.
Per quanto riguarda gli oggetti del profondo cielo c’è da dire che il Drago offre numerosi e interessanti spunti di osservazione, poiché ospita nebulose e galassie dalle caratteristiche decisamente scenografiche.
Partiamo dalla nebulosa planetaria NGC 6543, comunemente nota come Nebulosa Occhio di Gatto: questo oggetto, posto a 4.000 anni luce da noi, risultaessere davvero molto ambito tra gli astrofili. Si tratta di una nebulosa scoperta da William Herschel nel 1786 che è diventata oggetto di interesse e di studio dettagliato grazie al Telescopio Spaziale Hubble, il quale ha rivelato informazioni di grande rilevanza riguardo la sua struttura.
La nebulosa NGC 6543 di Loris Ferrini
Un altro degli oggetti del profondo cielo, ospite nella costellazione del Drago, è la Galassia Fuso, NGC 5866, una galassia lenticolare vista di taglio, con un diametro di 60.000 anni luce, posta a una distanza di 40 milioni di anni luce.
Le immagini rilasciate dal Telescopio Spaziale HUBBLE rivelano una striscia di polveri che divide la galassia in due metà, e un sottile rigonfiamento rossastro che circonda un nucleo luminoso, un disco blu di stelle che corre parallelo alla fascia di polvere, oltre ad un alone esterno trasparente.
IMMAGINE NGC 5866 CREDITI: NASA, ESA, THE HUBBLE HERITAGE TEAM (STSCL/AURA)
Infine va citata la Galassia Girino, UGC 10214, una spettacolare galassia a spirale barrata, che si trova a 400 milioni di anni luce dalla Terra.
Il suo tratto distintivo è una coda di stelle lunga circa 280.000 anni luce,arricchita da luminosi ammassi stellari blu, la cui forma distorta derivadallo scontro con una piccola ecompatta galassia blu: durante l’impatto le forze di marea galattiche hanno espulso una grande quantità di gas,stelle e detriti, generando la coda.Dopo aver causato questo imponente (e suggestivo) incidente, pare che la piccola galassia compatta (e colpevole) si stia allontanando dal luogo dell’impatto.
IMMAGINE GALASSIA GIRINOCREDITI: Credit: NASA, H. Ford (JHU), G. Illingworth (UCSC/LO), M.Clampin (STScI), G. Hartig (STScI), the ACS Science Team, and ESA
ILDRAGO NELLA MITOLOGIA
Il Drago trova riferimenti sia negli antichi popoli Sumeri e Babilonesi che nella mitologia greca, dove veniva configurato con Ladone, il guardiano delle mele d’oro.
Tutto ebbe inizio con il matrimonio di Giove e Giunone, i quali ricevettero come regalo di nozze dalla dea Gea (la Terra) un albero speciale, in grado di produrre mele d’oro.
Giunone lo fece piantare in giardino, ma l’albero era così prezioso che serviva qualcuno che lo sorvegliasse: così Giunone incaricò un terribile mostro, Ladone, con sembianze metà di donna e metà di serpente.
E qui entra in scena Ercole che venne convocato dal re di Micene, Euriseo, il quale gli affidò il compito di uccidere il mostro e trafugare l’albero dal giardino di Giunone; l’eroe prese alla lettera l’incarico e, giunto nel giardino e individuato il temibile mostro, scagliò una delle sue fatali frecce contro Ladone, che stramazzò a terra esanime.
Il Drago venne posto in cielo in ricordo di quell’impresa e fu sistemato attorno all’albero dai frutti d’oro, rappresentato dall’asse terrestre.
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La regione di formazione stellare NGC 6357, nota anche come Nebulosa Aragosta, è stata osservata in dettaglio grazie al telescopio infrarosso VISTA dell’ESO, nell’ambito della survey VVV sulla Via Lattea. Situata a circa 8.000 anni luce nella Costellazione dello Scorpione, la nebulosa appare radicalmente diversa nell’infrarosso, che permette di oltrepassare le dense nubi di polvere e rivelare stelle nascoste. NGC 6357 ospita tre giovani ammassi stellari, tra cui Pismis 24, con alcune delle stelle più massicce conosciute, come Pismis 24-1 e la stella Wolf-Rayet WR 93. Le interazioni tra queste giganti stellari e l’ambiente circostante plasmano la nebulosa, generando cavità di gas, bolle calde e processi che possono sia ostacolare sia stimolare la formazione stellare. Le osservazioni condotte nell’arco di oltre 13 anni hanno permesso la mappatura infrarossa di oltre 1,5 miliardi di oggetti celesti, contribuendo a comprendere l’evoluzione strutturale della nostra galassia.
Nebulosa Aragosta o NGC 6357 Regione di Formazione stellare
Vaste nubi di gas e polveri che circondano stelle giovani e calde creano questo fiabesco arazzo cosmico, punteggiato di lucine brillanti. La ripresa nell’infrarosso si basa sui dati del telescopio VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy) all’Osservatorio del Paranal dell’European Southern Observatory (ESO), in Cile. Inquadra la ricca regione di formazione stellare NGC 6357, situata a circa 8.000 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione dello Scorpione.
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La visione nell’infrarosso ripresa dal telescopio VISTA dell’European Southern Observatory (ESO) inquadra una vasta regione di formazione stellare ricca di gas brillante, stelle massicce e filamenti di dense polveri cosmiche. Le osservazioni di NGC 6357 fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si propone di scansionare la Via Lattea per ricavare una mappa della sua struttura e spiegare la sua origine. Credit: ESO/VVV Survey/D. Minniti, Ignacio Toledo
Per il suo aspetto nelle riprese in luce visibile NGC 6357 viene anche chiamata Nebulosa Aragosta. La visione nell’infrarosso appare radicalmente differente, in quanto permette di penetrare con lo sguardo al di là delle nubi oscure fitte di polveri, per rivelare il fulgore delle stelle nascoste al loro interno. Queste osservazioni fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si occupa di scansionare la Via Lattea per creare un gigantesco set di dati che ci consenta di ricavare informazioni sull’origine e la struttura della nostra galassia. Grazie alla lunga campagna osservativa, gli astronomi hanno pubblicato recentemente una vasta mappa nell’infrarosso contenente oltre 1,5 miliardi di singoli oggetti celesti nella Via Lattea. Nell’ambito di questo progetto durato oltre 13 anni, il telescopio VISTA ha prodotto 200.000 immagini, tra le quali questa della Nebulosa Aragosta. Osservando molte volte la stessa regione di cielo, i ricercatori hanno potuto determinare non soltanto la posizione dei singoli oggetti, ma anche tracciare il loro moto e individuare le variazioni di luminosità. Come è evidente nell’immagine, NGC 6357 è una regione affollata e complessa, in cui coabitano dense nubi di polveri, gas brillanti, protostelle ancora circondate da dischi protoplanetari, stelle neonate e stelle giganti. Gas e polveri della nebulosa nascondono astri brillanti che non possono essere osservati in luce visibile, ma che appaiono come puntini luminosi in banda infrarossa. NGC 6357 contiene molte stelle insolitamente massicce, raggruppate in almeno 3 giovani, densi e popolosi ammassi. La radiazione ultravioletta, i rapidi venti stellari, i potenti campi magnetici e la pressione di radiazione di queste stelle titaniche hanno effetti devastanti sull’ambiente circostante, scavando cavità nel gas, plasmando la forma delle nubi e illuminando il materiale interstellare. Le calde giganti di tipo O sono la sorgente ionizzante principale nella regione. Al centro della nebulosa, l’ammasso aperto Pismis 24 contiene almeno una ventina di stelle giganti, con masse superiori a una decina di masse solari, tra esse alcune arrivano fino a centinaia di masse solari (fra le stelle più massicce conosciute), oltre ad almeno 700 stelle di massa intermedia. La stella più spettacolare, Pismis 24-1, è in realtà un sistema multiplo composto da almeno 3 astri: una coppia stellare in orbita ravvicinata e una stella solitaria più distante e più massiccia delle altre due. Tutte e tre sono veri pesi massimi, ognuna con massa di poco inferiore a un centinaio di masse solari! Altre stelle straordinarie in Pismis 24 includono la Wolf-Rayet WR 93, con massa ben 120 volte quella del Sole, la gigante di tipo O Pismis 24-17 (78 masse solari) e Pismis 24-2 (43 masse solari). Osservazioni della regione in banda X, effettuate con il telescopio spaziale Chandra, hanno rivelato la presenza di immense bolle di gas caldo, create da bruciante radiazione ultravioletta, potenti venti stellari ed esplosioni di supernova. Questi stessi violenti fenomeni, provocati da stelle giganti, possono avere un effetto davvero distruttivo, causando la fotoevaporazione dei dischi protoplanetari di stelle nelle vicinanze e impedendo così la nascita di interi sistemi planetari. D’altro canto, possono anche contribuire alla formazione di una nuova generazione di stelle, per effetto della compressione di gas e polveri.
Come Osservare
a cura di Cristian Fattinnanzi
La posizione di NGC 6357 nella Costellazione dello Scorpione AR: 17h 25m 4.43sec DEC: -34° 18′ 40.00″ Il puntino rosso indica la posizione
La Nebulosa Aragosta (in inglese Lobster Nebula), si trova all’interno dei confini della costellazione dello Scorpione, in una zona molto prossima al centro della Via Lattea. La nebulosa è posizionata ben 34° sotto l’equatore celeste, per cui l’osservazione risulta difficoltosa da molte località dell’emisfero Boreale, in particolare quelle oltre i 45° di latitudine Nord. Rintracciarla è invece molto semplice, dato che si trova circa 3° a nord del “pungiglione” della coda dello Scorpione, identificato dalle stelle “Shaula” e “Lesath”. Il periodo per osservare al meglio questa zona è quello che va dalla tarda primavera all’inizio dell’estate. Vista la breve durata delle notti estive, nel caso volessimo riprendere la zona digitalmente non potremmo godere di molto tempo per accumulare segnale luminoso nell’arco di una singola notte, meglio prepararsi a più nottate. Il soprannome di questa nebulosa è cambiato molte volte nel tempo, con varie forme associate al suo aspetto: ovviamente ognuno può vederci la figura che più ritiene gli si avvicini. Visualmente è molto importante tentare le osservazioni in serate molto limpide e da luoghi con scarso inquinamento luminoso, a causa della bassa altezza sull’orizzonte, strumenti con diametro di almeno 12-15 cm potranno già farci intuire il suo debole bagliore diffuso, su un’area vasta quasi 1° quadrato. I filtri nebulari in grado di attenuare l’inquinamento luminoso saranno sicuramente di grandissimo aiuto. Le riprese digitali, daranno maggiori soddisfazioni e possibilità di successo: l’uso di focali anche medie, unito all’aiuto dei filtri nebulari a banda stretta, potrà permetterci di registrare il profilo della nebulosa ed alcune irregolarità scure al suo interno.
Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):
Il testo esplora il mondo affascinante dei vetri da impatto, formazioni naturali nate da collisioni meteoriche avvenute sulla Terra. Dal deserto arabo del Rub‘ al-Khali ai campi di tectiti sparsi nei cinque continenti, vengono analizzati crateri, materiali, morfologie e dinamiche fisiche di questi fenomeni. In particolare, si descrivono i vetri generati dall’impatto di Wabar, le diverse tipologie di tectiti (splash-form, alate, moldaviti, uruguaiti), fino allo straordinario vetro del deserto libico, forse prodotto da un’esplosione atmosferica. Lo studio dei vetri da impatto rivela non solo eventi geologici estremi, ma offre anche preziose informazioni sulla storia del nostro pianeta e sulle interazioni con corpi extraterrestri, con implicazioni archeologiche, geochimiche e planetologiche.
I vetri forgiati dal cielo
Il sud della penisola arabica è occupato da un grande deserto; il “Rub‘ al-Khali” (Il “Quarto Vuoto”). È una distesa di dune sterminata e inospitale, dove d’estate la temperatura può toccare i 60 C° e l’umidità arrivare al 2%. In questa torrida distesa sabbiosa, una sera, fra i 130 e i 400 anni fa un lampo accecante illuminò il paesaggio, mentre quattro scie attraversavano il cielo e grandi massi incandescenti si schiantavano al suolo, fondendo all’istante la sabbia e lanciando schizzi ovunque, trasformandosi in una schiuma vetrosa. Una nube a fungo, simile a quella di un’esplosione nucleare si alzò nel cielo, mentre il calore immenso fuse le rocce e goccioline di vetro caddero come pioggia anche a centinaia di metri di distanza dagli impatti. Oggi in quel luogo, si trovano 3 crateri di 116, 64 e 11 metri, semisommersi dalle sabbie, testimoni di uno dei più recenti impatti meteorici avvenuti sul nostro pianeta. L’energia rilasciata dall’impatto è stimata in almeno 12 kiloton. La particolarità dell’evento che ha generato i crateri di Wabar è di essere avvenuto su un terreno sabbioso e privo di rocce in grado di generare una massa di vetro fuso circa 10 volte superiore a quella del corpo impattante. Le masse silicee prodotte dagli impatti meteorici possono assumere diverse forme, a seconda delle temperature, delle pressioni e delle vicissitudini alle quali sono sottoposte; lanciate in aria e proiettate a grandi distanze, compresse nel terreno dall’onda d’urto, mescolate ad altri materiali o praticamente pure, in colori neri, bianchi verdi e giallastri. Nel caso di Wabar, in prossimità dei crateri, si trovano impattiti di arenaria bianca, mescolata a clasti di vetro nero, mentre allontanandosi da questi, nella sabbia compaiono goccioline di lucido vetro nero, dalle forme più disparate, anche di pochi millimetri, chiamate dai popoli del deserto, “Lacrime di Fatima”. I vetri da impatto non sono quindi materiale extra-terrestre (ne potrebbero però contenere una percentuale), ma impattiti create da un grande meteorite che ha colpito la Terra. La loro straordinaria varietà mette tutt’oggi a dura prova le teorie degli scienziati e testimonia la nostra limitata conoscenza degli effetti dell’urto di oggetti ad alta velocità sulla Terra, che per sua natura offre terreni molto diversificati, dagli aridi deserti alle umide paludi. A complicare il tutto l’atmosfera che può comportare la disgregazione del meteorite ed il trasferimento dell’energia attraverso un’onda d’urto veicolata dall’atmosfera stessa.
TECTITI (Indociniti) a goccia e a disco conservate presso l’Osservatorio Monte Baldo.
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Immaginate uno schizzo di vetro fuso lanciato ad altissima velocità negli ejecta causati dalla caduta di un asteroide. Il silice potrebbe essere più o meno puro e mescolato con altri materiali terrestri o con percentuali dell’oggetto impattante. Dopo la spinta iniziale, i materiali tenderanno ad assumere una traiettoria balistica condizionata dalle perturbazioni atmosferiche generate da venti, da correnti di alta quota e negli impatti maggiori, dallo stesso evento. Aggiungete a tutto la presenza di moti di rotazione ed avrete lo zoo delle TECTITI. Il nome tectite, deriva dal greco tektos “fuso”. Sono certamente i vetri da impatto più affascinanti, formatisi da materiale siliceo fuso e raffreddato in atmosfera dagli ejecta dell’impatto dell’asteroide. In alcune tectiti la presenza di una “flangia” dovuta alla rifusione del vetro, modellato dall’impatto aerodinamico al rientro nell’atmosfera, è un’evidenza di quanto violenti possano essere stati gli eventi, tali da scagliare il materiale vetroso fuori dell’atmosfera! Si tratta di “tectiti alate” con una forma “a bottone” e dimensioni massime di pochi centimetri. Ad esclusione di queste ultime la maggior parte dei campioni invece mostra forme ovali, a disco, a manubrio o a goccia, dovute al raffreddamento del materiale in rotazione; sono le tectiti splash-form: corpi vetrosi dalla composizione omogenea e caratterizzati dalla quasi totale assenza di bolle nell’interno, sintomo di un rapido raffreddamento. Il contenuto siliceo può variare dal 65 al 98% mentre l’acqua all’interno è quasi assente con percentuali <0,02%, valore nettamente inferiore a quello stimato dei vetri naturali causati dall’attività vulcanica (come l’ossidiana). Nel mondo vi sono quattro campi principali di ritrovamento delle tectiti, letteralmente dispersi nei 4 continenti. La più vasta e complessa è quella Australasiana, che comprende l’Asia sud-orientale, l’Australia e parte dell’Oceano Indiano. Molte sono le tectiti associate a questa area (Australiti, Indociniti, Philippiniti, Billitoniti, Chiniti,…) ma sembrano derivare tutte da uno stesso impatto, avvenuto probabilmente 780.000 anni fa. Purtroppo, ad oggi il cratere non è stato ancora identificato nonostante si sia dovuto trattare di un evento non trascurabile visto la mole di vetri prodotta e la grande dispersione spaziale. Negli Stati Uniti sudorientali, si trova il campo Nord Americano, con le Bediasiti del Texas e le Georgiaiti (Georgia). Il responsabile di questi vasti depositi è un impatto nella baia di Chesapeake, risalente a 35 milioni di anni in grado di lasciare sul suolo un cratere ad anelli, con diametro esterno di 85 km e il cui centro corrisponde grossolanamente all’apertura sul mare della baia. Curioso, che all’interno dell’area del cratere si trovi il centro di ricerca di Langley della NASA. Tra Costa d’Avorio e Liberia, si trova invece il campo delle Ivoriti, datate 1 milione di anni e generate dal grande impatto che formò il cratere del Botsumtwi, di 8 chilometri, divenuto oggi uno splendido lago.
Moldaviti del Museo delle Moldaviti di Praga.
Il quarto campo è quello Centro Europeo, che si contraddistingue dagli altri per le bellissime tectiti che si rinvengono, principalmente nella Boemia meridionale e Moravia meridionale. Tali vetri, detti Moldaviti, hanno un colore verde oliva traslucido ed un aspetto muschioso, un’importante componente di silice tra il 75 e l’80% a cui si aggiungono ossidi di alluminio, ferro ed altri oligo eliementi. Una ricetta perfetta con cui sono stati forgiati questi oggetti unici per la loro bellezza tanto da essere considerate pietre preziose ed utilizzate in oreficeria per realizzare monili. Oggi la gran parte degli scienziati, concorda nell’identificare nel cratere del Ries, in Germania (14,7 milioni di anni), il luogo dell’impatto che ha originato le Moldaviti, anche se ciò non favorisce una semplice spiegazione della loro distribuzione, che si estende da una distanza di 200 ai 450 km dal cratere, disegnando un ventaglio in direzione est-nord-est. Fra le ipotesi più accreditata lo sviluppo di un getto obliquo dovuto alla direzione dell’impatto. Nel 2016 un ulteriore nuovo campo di tectiti (se confermato sarebbe il quinto) è stato identificato in Uruguay. Le caratteristiche delle Uruguaiti fanno supporre per un’origine da un impatto meteorico, anche se non vi sono ancora crateri candidati a testimonianza. Ma la storia dei vetri da impatto non si esaurisce certo con le tectiti. Ad esempio, oltre ai materiali lanciati a grande distanza dal cratere, vi sono gli “ejecta prossimali” che si formano durante l’impatto o in momenti successivi nelle immediate vicinanze del cratere. I vetri in questo caso sono mescole di quarzi (Coesiti), pezzi di roccia e persino frammenti dell’oggetto impattante e hanno spesso un aspetto spugnoso, in alcuni casi molto resistenti oppure estremamente friabili. Certamente meno affascinanti rispetto alle tectiti, occupano un ruolo fondamentale nello studio dei crateri terrestri.
Vetro da impatto Cratere Tenoumer (Mauritania) presso il Museo di scienze planetarie di Prato.
Vi è infine un altro tipo di vetro da impatto che ha caratteristiche uniche e non può essere inserito in nessuna delle precedenti categorie. Il Libyan Desert Glass (vetro del deserto libico) è un vetro giallo chiaro, quasi trasparente e simile all’opale, tipico di una fascia sahariana, al confine fra l’Egitto e la Libia. Si tratta di una silice estremamente pura, sino a percentuali del 98%, con una componente di acqua invece addirittura inferiore allo 0.001%. La sua datazione è intorno ai 29 milioni di anni fa ma nessun cratere di quell’età è stato identificato nell’area. Le ricerche inoltre hanno portato al ritrovamento di campioni di 10, 20 centimetri o anche più, molto più grandi delle tectiti. Tutte evidenze che spingono a ipotizzare che il Lyban Desert Glass si sia formato a causa di un’esplosione in atmosfera (simile a quella di Tunguska) e al calore, accompagnato all’onda d’urto, che avrebbe colpito il terreno sabbioso. Di certo, a partire dal pleistocene l’umanità ha utilizzato questi vetri per la costruzione di utensili e oggi possiamo trovare bifacciali Acheuleani Di centinaia di migliaia di anni, raschietti, lame e punte. Ma il più straordinario manufatto in Lybian Glass risale ad almeno 33 secoli fa e rappresenta il dio-scarabeo dell’antico Egitto Khepri e fu posto sul pettorale del faraone Tutankhamon, e quindi nel suo sepolcro, a testimonianza di quanto questi vetri dovessero rivestire un significato simbolico, per l’antica civiltà del Nilo. In ogni vetro da impatto, sia esso mischiato alla sabbia nei torridi deserti sahariani, incastonato nelle colline della Boemia, o nelle carote di sedimenti marini nell’Oceano Indiano è impresso il ricordo di grandi eventi di collisione subiti dalla Terra nel corso di milioni di anni. Il loro studio non è semplice diletto mosso da curiosità ma uno strumento fondamentale per approfondire l’interazione tra il nostro pianeta, la sua biosfera e gli oggetti che impattano dallo spazio.
Percussori, Raschietti, Punte e Bifacciali in Lybian Desert Silica conservate al Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto.
Consigli per la lettura The day the Sands Caught Fire. – Jeffrey C. Wynn and Eugene M. Shoemaker – Scientific American 279 (5): 64-71. Disponibile su ResearchGate (Public Full-text).
Il risultato del Superstacking applicato alle 27 versioni ottenute dallo ShaRA team del soggetto “Statua della Libertà” con dati raccolti in 4 canali LRGB + 3 NB, cui si sono aggiunti altri 3 RGB con pose da 60 secondi focalizzate solo sulle stelle; Telescopio remoto CDK24 ubicato in Cile, di proprietà di un membro del gruppo.
Il progetto ShaRA#12 ci ha portato a confrontarci con l’immagine di una nebulosa che si presta molto bene ad essere rappresentata sia in colori naturali RGB che in Hubble palette, ovverosia nella combinazioni di canali in banda stretta SHO (zolfo, idrogeno, ossigeno). Questa rappresentazione mette in evidenza le diverse componenti dei gas che compongono la nebulosa, e prende il nome dal telescopio spaziale Hubble, per cui è stata definita ed utilizzata le prime volte. La grande mole di dati necessari per realizzare l’immagine (4 canali LRGB + 3 NB, cui si sono aggiunti altri 3 RGB con pose più brevi per ricavare le stelle) è stata fornita al gruppo da uno dei membri, Vikas Chander, che l’ha raccolti tramite il suo telescopio da 60cm posto in Cile.
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Dati Astronomici
La nebulosa Statua della Libertà, catalogata nel New General Catalog come NGC 3576, è una nebulosa ad emissione che si trova a circa 8800 anni luce dalla terra nella costellazione della Carena, ai tempi degli antichi greci visibile nei nostri cieli ed oggi a causa dello spostamento dell’asse terrestre osservabile solo dall’emisfero australe. La sua forma è complessa e presenta numerose emissioni ed archi, e ricorda il profilo della statua della libertà di New York: per questo motivo dal 2009 è chiamata la Nebulosa Statua della Libertà.
L’elaborazione delle immagini
Avendo a disposizione sia i canali a banda larga RGB e Luminanza, sia i canali a banda stretta SHO, ogni membro del team ha potuto interpretare in modi diversi l’immagine ed i risultati sono stati estremamente eterogenei dal punto di vista della resa cromatica, tanto da restituire un’intera tavolozza di colori. Le immagini sono state riprese con un telescopio da 60 cm di diametro Planewave CDK24 ed una camera Moravian C5A-100 ad una lunghezza focale di 3974 mm. I filtri utilizzati sono stati i classici RGB per la banda larga, e i filtri SII, Ha e OIII per la banda stretta, tutti della Chroma. I tempi di acquisizione sono stati: 300 secondi x 102 immagini per ogni canale dell’LRGB, 300 secondi x 101 immagini per l’S e l’Ha, 600s x 102 immagini per l’OIII cui si sono aggiunti 30 frame da 60 secondi per i canali RGB per le stelle del fondo cielo, per un totale di 69 ore e 21 minuti. Le immagini utilizzate erano pretrattate a drizzle 2x, ovvero ridotte, ricombinate e proiettate su di una griglia più fine, per dare risalto anche particolari molto ridotti. Come spesso accade nel caso di immagini acquisite sotto i cieli cileni non abbiamo avuto necessità di eliminare gradienti, e siamo passati subito alla combinazione dei canali, al solito fatta da qualche membro con Pixinsight e da qualcun altro con Photoshop o GIMP. Il workflow è stato quello classico: deconvoluzione, riduzione del rumore, separazione delle stelle dalle parti nebulari e trasformazione dell’immagine dalla fase lineare a quella sviluppata. A quel punto ogni membro ha preso la sua strada, qualcuno realizzando la combinazione LRGB, qualcuno la SHO e qualcuno anche altre combinazioni che ben si prestano con i canali NB, come ad esempio l’HOO. I risultati, visibili nelle immagini individuali, hanno portato a variazioni cromatiche anche molto forti, tutte molto suggestive e belle. L’algoritmo di superstacking di ShaRA ha ancora una volta lavorato egregiamente, ed il risultato è quello visibile nell’immagine finale, che ci ha restituito una Statua della Libertà in Hubble palette in tutto il suo splendore.
Per questa nuova avventura, il Team ShaRA ha scelto di esplorare un oggetto celeste dell’emisfero australe, tanto affascinante quanto poco comune: la nebulosa planetaria “Uovo di Pettirosso”. Il suo nome deriva dall’aspetto delicato e colorato che richiama quello delle piccole uova azzurre/verdi deposte dai simpatici pettirossi.
di Aldo Zanetti, Alessandro Ravagnin e ShaRA Team
Indice dei contenuti
Il Target
L’uovo di pettirosso ottenuto dalla media pesata di 17 diverse elaborazioni, col processo di Superstacking inventato dal team ShaRA. Riprese fatte con il CDK24 di proprietà di un membro del gruppo e ubicato a Rio Hurtado in Cile.
L’immagine di partenza è stata acquisita da uno dei nostri membri attraverso il suo telescopio remoto situato in Cile, e condivisa con il resto del gruppo. Rispetto ai soliti progetti di team, questa volta abbiamo saltato a piè pari la fase iniziale (molto divertente e coinvolgente tra l’altro) di scelta del target avendo a disposizione questo bel set di dati e decidendo di adottare la Robin’s Egg come progetto ShaRA#11.3, parallelo al principale. Se qualcuno si stesse domandando che relazione c’è tra le varie fotografie che facciamo e la numerazione dei progetti ShaRA, ecco qua una veloce spiegazione: la numerazione principale XY (nel formato ShaRA#XY.Z) viene assegnata a ciascun nuovo progetto sviluppato secondo il workflow completo di ShaRA: proposta dei target da parte dei membri, votazione per selezionare il target principale, raccolta del budget, acquisizione dei dati, elaborazione collaborativa e creazione del superstack finale. Le eventuali “derivazioni” indicate con Z (ad esempio ShaRA#11.1, 11.2, o l’attuale 11.3) nascono invece come ramificazioni del progetto principale, spesso sviluppate nell’attesa di completarlo. In questi casi, ci dedichiamo a target secondari seguendo un processo più snello, in cui alcuni passaggi iniziali del workflow (come la fase di votazione o la raccolta budget) vengono talvolta saltati per ragioni pratiche o di opportunità. Ma vediamo quindi cosa è successo con ShaRA#11.3 e l’uovo del pettirosso…
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Dati Astronomici
Come sempre partiamo con una breve descrizione dell’oggetto fotografato. La nebulosa planetaria Uovo di Pettirosso, catalogata come NGC 1360, si trova nel cielo australe nella costellazione della Fornace. Le sue dimensioni sono di circa 11 x 7,5 minuti d’arco, il ché la fa un oggetto interessante da fotografare con un telescopio a lunga focale. Il suo aspetto bluastro è dovuto alle forti emissioni dell’OIII (ossigeno ionizzato due volte), mentre alle estremità della sua forma ellissoidale si notano due getti rossi dovuti probabilmente all’emissione di materia dalla stella morente (ricordiamo che una nebulosa planetaria è una bolla di gas in espansione, emessa da una stella gigante rossa durante le ultime fasi della sua vita, quando eietta grandi quantità di materiale dei suoi strati superficiali nello spazio circostante).
L’elaborazione delle immagini
Le immagini sono state riprese con un telescopio da 60 cm di diametro Planewave CDK24 ed una camera Moravian C5A-100 ad una lunghezza focale di 3974 mm. I filtri utilizzati sono stati i classici RGB per la banda larga, e i filtri OIII e Ha per la banda stretta, tutti della Chroma. I tempi di acquisizione sono stati: 30 secondi x 24 immagini per ogni canale dell’RGB, 300 secondi x 201 immagini per l’OIII e 300 secondi x 202 immagini per l’Ha, per un totale di 27 ore e 28 minuti. L’elaborazione è stata fatta da alcuni membri del team con Pixinsight, da altri con Photoshop o con GIMP.
I master file erano puliti, grazie alle riprese effettuate dal Cile, quindi non sono stati necessari particolari attenzioni nella rimozione dei gradienti dal fondo cielo. Dopo aver combinato i tre canali RGB ed aver applicato i tipici processi di deconvoluzione, calibrazione del colore e riduzione del rumore ci si è presentato il punto più complicato dell’elaborazione, ovvero l’integrazione del segnale proveniente dai canali a banda stretta con l’immagine RGB. La difficoltà non era tanto nel combinare i canali, dato che ogni membro del Team ha ormai ben consolidato il suo processo da eseguire, o attraverso le funzioni di matematica dei pixel di Pixinsight o attraverso la combinazione delle immagini con Photoshop o GIMP, bensì nel fornire il giusto rapporto di segnale fra l’OIII e l’Ha.
A questo proposito esistono in rete due diversi tipi di immagini di questo oggetto, una più aderente alle misurazioni scientifiche dei flussi di radiazione dai due canali, e una più libera e spettacolare. Qualcuno di noi ha fatto ricerche nella letteratura scientifica per capire l’apporto di segnale nelle due bande e si è inspirato al primo tipo, ed in questo caso le immagini sono risultate più bluastre evidenziando l’OIII, con solo un leggero alone rosso di Ha intorno all’inviluppo della nebula, mentre qualcun altro ha preferito creare immagini più di impatto e ha accentuato il contributo dell’Ha nel rosso. Per questo motivo alla fine sono risultate immagini molto diverse fra loro, più o meno colorate e più o meno aderenti alla realtà dei flussi di radiazione. Tutti i membri hanno poi elaborato i sottili getti di materia polare attribuendo il colore rosso. Infine, per quanto riguarda le stelle presenti nello sfondo, si evidenzia un ampio spettro di scelte tecniche, dal renderle in modo evidente e colorato, al farle quasi scomparire per evidenziare la nebulosa in primo piano. Tutto questo sta ad indicare come sia possibile ottenere risultati finali anche molto diversi fra loro, a seconda delle scelte individuali di elaborazione dell’immagine.
Alla fine l’algoritmo di superstacking delle 17 immagini ha prodotto il risultato che vedete in figura 2, e che ben equilibra le diverse elaborazioni e la realtà dei flussi di radiazione nei diversi canali.
Sembra quasi un capolavoro astratto questa sorprendente ripresa del telescopio spaziale Hubble: forme, linee e colori creano un’esperienza visiva surreale. In realtà Kohoutek 4-55 è una nebulosa planetaria, localizzata a circa 4.600 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione del Cigno. Si può dire che questa incantevole e variopinta nube rappresenti il canto del cigno di una stella medio-piccola, giunta ormai al termine della sua evoluzione. Quando una stella simile al Sole esaurisce il combustibile necessario per la fusione nel suo nucleo, si gonfia espandendosi in gigante rossa, inglobando potenzialmente nella sua atmosfera eventuali pianeti in orbita. In seguito sperimenta una rapida perdita di massa, sotto forma di veloci venti stellari, diventando sempre più calda via via che il nucleo rovente si contrae e rimane esposto per l’espulsione dei gusci atmosferici sovrastanti. A quel punto la cocente radiazione della stella esausta ionizza la massa gassosa espulsa, che continua ad espandersi gradualmente nello spazio. La luce ultravioletta assorbita energizza gli elementi gassosi del guscio attorno alla stella centrale, rendendoli brillanti e permettendoci così di ammirare una nebulosa planetaria dai colori vivaci. In questa ripresa in particolare, rosso e arancio rappresentano molecole di azoto, il verde evidenzia l’idrogeno e il blu l’ossigeno.
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L’immagine del telescopio Hubble riprende la nebulosa planetaria Kohoutek 4-55, la cui forma è dovuta al guscio gassoso in espansione di materiale perduto da una stella morente. La struttura stratificata deriva da progressive espulsioni di materiale stellare: una zona centrale di nubi verdastre è delimitata da un anello luminoso e biancastro, a sua volta incorniciato da una fascia di nubi blu-argentate e da un anello di gas giallastro più fioco e frastagliato.
Kohoutek 4-55 prende il nome dal suo scopritore, l’astronomo ceco Luboš Kohoutek, e presenta una struttura non comune, costituita da varie stratificazioni: un brillante anello interno è circondato da uno strato gassoso più fioco di forma bipolare, il tutto avvolto in un ampio alone di azoto ionizzato. Lo spettacolo cosmico è di breve durata: nel giro di poche decine di migliaia di anni al massimo, la stella centrale diventerà sempre più debole e fredda, trasformandosi in una densissima nana bianca, con una massa dell’ordine di quella solare ma un raggio paragonabile a quello della Terra. Nel frattempo, il guscio gassoso circostante si espanderà sempre più, diradandosi nello spazio interstellare, fino al punto che la piccola nana bianca, fantasma di una stella un tempo maestosa, non sarà più in grado di illuminarlo. In un battito di ciglia dal punto di vista astronomico, questa intrigante scultura cosmica scomparirà dalla vista. Tuttavia, la sua funzione non è solo ornamentale: le nebulose planetarie sono fondamentali per l’arricchimento chimico dello spazio interstellare. Contengono infatti non soltanto gli elementi che erano presenti nella stella, ma anche elementi e molecole di nuova formazione, generati durante il processo di evoluzione. Elementi che rappresentano un prezioso carico di materiale che potrebbe in seguito essere impiegato nella formazione di nuove stelle e sistemi planetari. In questo modo, invece di una fine, ogni nebulosa planetaria segna di fatto un nuovo inizio. Questa immagine è importante anche dal punto di vista storico per quanto riguarda le osservazioni del telescopio Hubble: deriva infatti dall’elaborazione con tecniche d’avanguardia di dati dello strumento Wide Field and Planetary Camera 2 (WFPC2), acquisiti appena dieci giorni prima che venisse sostituito dalla Wide Field Camera 3, nel 2009. Si potrebbe dire che l’immagine di Kohoutek 4-55 rappresenti anche il canto del cigno di uno strumento straordinario, che, durante i suoi 16 anni di operatività, ci ha permesso di ottenere immagini mozzafiato e sorprendenti scoperte astronomiche.
Come Osservare
a cura di Cristian Fattinnanzi
PN K 4-55 è una nebulosa planetaria che si trova a 4500 anni luce nella costellazione del Cigno, a circa 1° di distanza dalla famosissima Deneb, procedendo in direzione della nebulosa Nord America. Le dimensioni sono piuttosto compatte, presentando un diametro dei gas pari a circa la metà del disco di Giove. Posizionata in piena Via Lattea, dall’Italia risulta osservabile quasi tutto l’anno, solo in inverno è per gran parte della notte troppo bassa sull’orizzonte. Al contrario, in agosto passa praticamente allo zenit per le latitudini italiane, culminando altissima in cielo. La nebulosa purtroppo ha una magnitudine circa + 16 il che la rende un oggetto proibitivo per le osservazioni visuali e molto difficile per le riprese digitali. Visualmente è probabile che sia necessario utilizzare uno strumento da almeno 60 cm per mostrare la regione centrale. Sempre molto consigliati i filtri nebulari in particolare, per questo tipo di oggetti, l’Ossigeno III a banda stretta. Fotograficamente è un oggetto difficile soprattutto a causa delle ridotte dimensioni e, come già detto, della bassa luminosità: per registrare qualche dettaglio di questa affascinante nebulosa dovremo usare lunghe focali e sistemi di guida molto precisi. Avendo a disposizione un setup simile, nelle riprese CCD in “tri” o “quadricromia” con filtri a banda stretta potremo ottenere immagini colorate di sicuro interesse scientifico.
Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):
Indagine sull’origine galattica dei raggi cosmici ad altissima energia tra scenari astrofisici avanzati e osservazioni gamma di nuova generazione.
ABSTRACT
Da oltre un secolo gli scienziati osservano una misteriosa “pioggia” di particelle altamente energetiche provenienti dallo spazio: i raggi cosmici. Nonostante siano oggetto di studio fin dal 1912, la loro origine rimane in parte sconosciuta, soprattutto per quelli con energie estreme, dell’ordine del petaelettronvolt (PeV). L’articolo ripercorre la storia della scoperta e analizza i principali candidati alla produzione di questi raggi, dalle supernove agli ammassi stellari ricchi di stelle massicce, esplorando il concetto di PeVatroni — oggetti astrofisici in grado di accelerare particelle fino a energie eccezionali. Un focus particolare è dedicato all’astronomia gamma, che consente di tracciare indirettamente i raggi cosmici attraverso l’osservazione dei fotoni ad altissima energia. Infine, si evidenzia il ruolo dei moderni strumenti osservative e dei modelli teorici più recenti, con uno sguardo al contributo dell’Instituto de Astrofísica de Andalucía (IAA) e delle prospettive offerte dalla nuova generazione di telescopi Cherenkov.
Raggi cosmici, cosa sono?
mosfera terrestre è continuamente bombardata da particelle invisibili ed estremamente energetiche, provenienti dallo spazio. Oggi queste particelle sono conosciute come raggi cosmici (RC), un flusso incessante di protoni (87%), nuclei di elio (12%) e, in piccola parte (<1%), nuclei più pesanti, elettroni e antimateria. Queste particelle arrivano da ogni direzione e coprono un impressionante intervallo di energie, che va da 109 eV fino a valori altissimi di 1021 eV. Per capire quanto siano estremi questi valori, possiamo fare due confronti: un fotone della luce visibile ha un’energia di circa 1-2 eV, ben un miliardo di volte meno dei RC meno energetici; mentre il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle più potente mai costruito dall’uomo, può spingere fasci di protoni fino a ~7×1012 eV, ben cento milioni di volte meno rispetto ai RC più energetici mai osservati! Il flusso (Φ) di RC osservato in funzione dell’energia E (anche detto spettro) ha un andamento decrescente dettato da una legge di potenza, definita dal seguente andamento:
Φ ∝ Es
dove l’esponente s (generalmente denominato indice spettrale) è pari a -2.7 . Questa legge di potenza è osservata in un intervallo di energie che va da qualche decina di GeV (~1010 eV) fino a qualche PeV (1015 eV). A queste energie, si osserva una flessione nella legge di potenza che porta l’esponente ad essere -3.1. L’indice spettrale rimane così invariato fino ad energie di circa 1018 eV, dove si ha un nuovo cambiamento che riporta l’indice a -2.7. Lo spettro totale dei RC è mostrato in figura 1, e data la sua forma rassomigliante una gamba, ci si riferisce alla prima variazione dell’indice spettrale come “il ginocchio” mentre alla seconda come “la caviglia”. Queste caratteristiche dello spettro hanno una precisa interpretazione fisica: la presenza del ginocchio viene attribuita all’energia massima dei protoni accelerati da sorgenti che risiedono nella Via Lattea, mentre la caviglia viene associata al passaggio dai RC di origine galattica a quelli di origine extragalattica. Ma quali sono le sorgenti dei raggi cosmici? Qui le cose si complicano. Essendo particelle cariche, i RC non viaggiano in linea retta: lungo il loro cammino vengono deviati dai campi magnetici della nostra galassia e dello spazio intergalattico, rendendo il loro moto caotico e totalmente diffusivo. Questo significa che, quando li rileviamo sulla Terra, la loro direzione d’arrivo non ci dice nulla sulla loro origine, rendendo la ricerca delle sorgenti un vero rompicapo per gli astrofisici.
Fig.1 – Numero di raggi cosmici in funzione dell’energia (spettro) per unità di area, tempo ed angolo solido misurato da diversi esperimenti. Il flusso dei RC diminuisce all’aumentare dell’energia seguendo una legge di potenza con indice variabile la cui forma assomiglia a quella di una gamba. Si noti che, essendo il grafico in doppia scala logaritmica, la legge di potenza diventa una retta. I due principali cambiamenti dell’indice spettrale sono “il ginocchio” (a 1 PeV) e “la caviglia” (1000 PeV). Alle energie del ginocchio si hanno in media 1 particella all’anno per metro quadro, mentre per la caviglia il flusso crolla drasticamente a 1 particella all’anno per chilometro quadro. Crediti immagine: Evoli, C. (2020). The Cosmic-Ray Energy Spectrum. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.4396125
Il Mistero dell’Origine dei Raggi Cosmici Galattici
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L’enigma dell’origine dei RC rappresenta tutt’oggi uno dei problemi aperti più scottanti dell’astrofisica. Come è possibile arrivare ad ottenere una soluzione a questo rompicapo? Per farlo, è necessario trovare risposta a tre domande: Quale è il meccanismo con cui vengono accelerati i RC e quale sorgente è in grado di metterlo in atto? Quale oggetto astrofisico è in grado di sostenere in maniera continua la produzione di tutti i RC che permeano la Via Lattea? E quale sorgente riesce a spiegare la composizione osservata dei RC che arrivano alla Terra? Il primo a proporre un meccanismo di accelerazione dei RC fu il fisico italiano Enrico Fermi nel 1949. Fermi proponeva che le particelle potessero essere accelerate tramite collisioni casuali con campi magnetici nel mezzo interstellare. Data la natura casuale delle collisioni, questo meccanismo, denominato meccanismo di Fermi al secondo ordine, risultava essere poco efficiente, ed i tempi necessari per accelerare i RC alle energie osservate erano proibitivamente lunghi. Una versione modificata di questo meccanismo, chiamata meccanismo di Fermi al primo ordine, venne proposta negli anni 70 da Anthony Bell, e prevedeva l’accelerazione di particelle tramite l’attraversamento ciclico di forti onde d’urto (o shocks). A differenza della collisione stocastica proposta da Fermi, una particella che attraversa uno shock vede sempre arrivare la collisione con fluttuazioni magnetiche in maniera frontale, il che rende il processo di accelerazione più rapido ed efficiente. Questo suggerisce che, qualsiasi sia l’identità del nostro acceleratore di RC, esso deve essere in grado di produrre potenti shock.
Le Supernove: Fabbriche di Raggi Cosmici?
In astrofisica, tra le onde d’urto più note ci sono i Resti di Supernove (o Supernova Remnant, SNR), generate dalle esplosioni di supernova che avvengono nel momento in cui una stella con massa otto volte superiore a quella del sole finisce il suo ciclo vitale. Essendo forti onde d’urto, i SNR hanno tutte le carte in regola per poter accelerare i RC. È interessante notare che già nel 1934, Walter Baade e Fritz Zwicky avevano teorizzato che l’origine dei RC fosse legato alle SNR tramite un calcolo molto semplice, quanto elegante, che dimostrava che con un tasso di 1 esplosione di supernova ogni 50 anni, si riusciva a sostenere la produzione dei RC osservati nella Via Lattea. Le SNR risultano quindi sia in grado di accelerare i RC che di spiegare la quantità di RC nella Via Lattea, ma possono spiegare la composizione osservata? Studiando la composizione di RC che arrivano sulla Terra, si nota che alcuni nuclei atomici, come il 22Ne (il 22Ne è un isotopo dell’elemento Neon, ovvero possiede lo stesso numero di protoni dell’atomo di Neon ma un diverso numero di neutroni), sono sovrabbondanti rispetto alla quantità che normalmente si osserva nel sistema solare. Ciò indicherebbe che le regioni di spazio in cui si trovano le misteriose sorgenti di RC siano ricche di questi nuclei. Il 22Ne, per esempio, è un atomo prodotto in maniera copiosa dalle Wolf-Rayet, stelle massicce, con massa M≳20 M๏ che si trovano nella loro fase finale di evoluzione. Queste stelle sono molto comuni negli ammassi stellari giovani, con età minori di qualche decina di milioni di anni. In generale, gli ammassi stellari sono rinomati per essere la culla dove la maggioranza (circa 70-90%) delle stelle massicce nasce, e di conseguenza, dove la maggior parte di supernovae esplode. Questo implica che le supernove esplodono in ambienti ricchi di Neon 22. Sembrerebbe quindi che il mistero dell’origine dei RC abbia in effetti una soluzione, in quanto le SNR soddisfano i requisiti citati nelle tre domande poste precedentemente. Tuttavia, con l’avvento, ed il suo successivo sviluppo negli ultimi decenni, dell’astronomia gamma, questo scenario ha iniziato poco a poco ad incrinarsi…
Il Ruolo dell’Astronomia Gamma L’Astronomia Gamma è una branca dell’astronomia che si basa sull’osservazione dei raggi gamma, fotoni ad altissima energia (>1 MeV) che si possono produrre a partire da particelle estremamente energetiche. Esistono vari meccanismi per produrre raggi gamma, prendiamo ad esempio un protone dei RC (ricordiamo che l’87% dei RC sono protoni!): questo protone, scontrandosi con un atomo del mezzo interstellare, può innescare una reazione che genera diverse particelle, tra cui il mesone neutro (chiamato π0). Questa particella è estremamente instabile e decade quasi immediatamente (ha un tempo di vita dell’ordine di 10-17 secondi) in due raggi gamma, che hanno circa 1/10 dell’energia iniziale del protone, i.e. prima della collisione. Inoltre, essendo i raggi gamma dei fotoni, non sono influenzati dalla presenza dei campi magnetici e viaggiano in linea retta da dove sono stati creati fino a noi. Grazie quindi ai raggi gamma, è possibile osservare in maniera indiretta i RC nelle vicinanze della sorgente che li ha accelerati. L’astronomia gamma è quindi uno strumento essenziale da utilizzare per studiare l’accelerazione dei RC e le sorgenti che li producono.
Ottica e struttura nel cuore di ELF
La struttura degli specchi e le sfide ingegneristiche ci vengono spiegate da Patricia Fernandez Izquierdo, un’ingegnera strutturale che si sta occupando della progettazione del complesso. I pezzi sono numerosissimi e ognuno deve essere ideato con la massima precisione, senza alcuna possibilità d’errore. Patricia è canaria ed ha studiato all’Università di Siviglia, in Andalusia. La possibilità di realizzare un progetto così avanzato nel suo arcipelago è per la giovane ricercatrice un’opportunità straordinaria. Oltre alla parte ingegneristica, Patricia si dedica alla parte di criogenizzazione che deve accompagnare la raccolta dei segnali elettromagnetici anche in lunghezze d’onda oltre il visibile, come l’infrarosso. Ma perchè tanta attenzione all’infrarosso per l’ELF? Una delle idee più suggestive emerse dalle conversazioni con Jeff Kuhn riguarda la possibilità di individuare non solo segnali biologici, ma addirittura civiltà extraterrestri industrializzate. Se esistessero megalopoli su un pianeta orbitante attorno a una stella vicina, la loro attività potrebbe generare un eccesso di anidride carbonica o di altre molecole tipiche dei processi industriali (un po’ come la nostra Terra). In teoria, un telescopio come ELF, dotato di interferometria distruttiva e di un’eccezionale risoluzione spettrale, potrebbe rilevare queste “impronte” artificiali. Nella storia del nostro Sistema Solare, i giganti gassosi – come Giove e Saturno – ospitano lune potenzialmente adatte alla vita (si pensi ad Europa, Encelado o Titano). Kuhn ipotizza che, in sistemi stellari lontani, la presenza di satelliti rocciosi attorno a pianeti giganti possa costituire un rifugio ancora più probabile per la vita rispetto ai pianeti orbitanti più vicini. Studiare queste lune richiede però strumenti in grado di discernere dettagli minuti, rendendo ancora più stringente la necessità di un telescopio grande, interferometrico e capace di ridurre i costi come ELF. In effetti, la luce riflessa del pianeta principale attorno al quale orbita un satellite è un elemento di stabilità termica importante, e l’effetto di marea gravitazionale può indurre una costante frizione degli strati geologici superiori del satellite e pertanto produrre una tettonica dinamica e un costante rinnovamento della superficie del satellite, in maniera non dissimile da quello che accade sulla terra (per ulteriori informazioni in proposito, non possiamo che suggerire di leggere l’articolo “Exomoon habitability constrained by illumination and tidal heating” di Heller e Barnes del 2013).
Il Limite delle Supernove e la Caccia ai PeVatroni
A riprova del fatto che le SNR riescano ad accelerare RC, molte SNR sono state osservate nella banda gamma (vedi per esempio la figura 2). Tuttavia, in tutte le SNR, i raggi gamma rilevati sono compatibili con protoni aventi un’energia massima di 1014 eV. Questo è un grande problema, dato che le sorgenti di RC nella Via Lattea devono arrivare a produrre RC fino a 1015 eV, come suggerito dalla struttura del ginocchio osservata nello spettro dei RC sulla Terra. Si è quindi fatta strada negli ultimi tempi l’idea che i RC non vengano prodotti esclusivamente da un singolo tipo di sorgenti, ma da più possibili classi di sorgenti. Le SNR potrebbero spiegare i RC con energie minori di 1013-1014 eV, ma per poter spiegare tutto lo spettro osservato, occorre trovare altri oggetti astrofisici in grado di accelerare particelle fino a 1015 eV. Queste sorgenti vengono in gergo chiamate PeVatroni, e la loro ricerca è al momento uno dei compiti con più alta priorità dell’astronomia gamma. Ma quale può essere l’identità di questi PeVatroni? Esistono varie ipotesi al riguardo, e uno tra i candidati più quotati sono i venti stellari. Già negli anni 80, i venti delle stelle di tipo O e B erano stati proposti come sorgente alternativa di RC. Questo tipo di stelle sono più massicce del Sole (rispettivamente M☆,O>10 M๏ e M☆,B=2-10 M๏) ed estremamente calde (T☆,O>30.000 K e T☆,B=10.000-30.000 K), e sono in grado di soffiare venti potentissimi, generando forti shock quando impattano contro il materiale circumstellare, che prendono il nome di “shock di terminazione”. In maniera più o meno simile alle SNR, gli shock di terminazione dei venti stellari sono in grado di accelerare le particelle tramite il meccanismo di Fermi al primo ordine. La capacità dei venti di accelerare particelle inoltre è aumentata dal fatto che le stelle massicce tendono a formarsi in ammassi stellari. Ciò implica la presenza di numerosi shock di terminazione all’interno di un singolo ammasso, che potenzia l’efficacia di accelerazione RC. In più, negli ammassi particolarmente compatti, le stelle sono così vicine tra loro che i loro venti possono combinarsi, dando origine a un super vento collettivo. In questo scenario, le particelle vengono accelerate allo shock terminazione del vento collettivo, e possono raggiungere energie elevatissime, potenzialmente fino al PeV.
Alcuni ammassi stellari ricchi di stelle O e B, come Cygnus OB2, uno degli ammassi stellari più grandi della Via Lattea (vedi figura 3), sono stati osservati in banda gamma. Recentemente, il telescopio cinese Large High Altitude Air Shower Observatory (LHAASO), ha confermato la presenza di raggi gamma ad altissima energia, con valori addirittura fino a 1.4 PeV, cosa che implica l’esistenza di protoni con energie di almeno 10 PeV. Questo fatto suggerisce che i venti delle stelle O e B racchiuse dentro Cygnus OB2 possano produrre particelle ad energie sufficienti da poter spiegare il ginocchio dello spettro dei RC. In futuro, l’osservazione sistematica di altri ammassi stellari nella Via Lattea, condotta dai telescopi gamma di nuova generazione come Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO) e il telescopio italiano ASTRI (Astrofisica con Specchi a Tecnologia replicante Italiana, vedi articolo completo su Coelum 273 II/25), sarà fondamentale per determinare la capacità di questi oggetti di accelerare particelle fino ad 1 PeV. Questo permetterà di verificare se i venti stellari negli ammassi possano effettivamente essere associati ai PeVatroni, fornendo una soluzione all’enigma centenario sull’origine dei raggi cosmici.
Fig. 2 – Resto di supernova IC 443, noto anche come Nebulosa Medusa. L’emissione di raggi gamma osservata dal satellite Fermi-LAT alle energie di qualche GeV è mostrata in magenta. L’emissione ottica è mostrata in giallo, mentre i dati infrarossi della missione Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE) sono in blu (3,4 micron), ciano (4,6 micron), verde (12 micron) e rosso (22 micron). Crediti immagine: NASA/DOE/Fermi LAT Collaboration, NOAO/AURA/NSF, JPL-Caltech/UCLA.
Come Funziona l’Astronomia Gamma
I raggi gamma sono la chiave per studiare gli acceleratori di RC, ma osservarli è una vera e propria sfida! A differenza dei fotoni della luce visibile, i raggi gamma non arrivano mai al suolo, ma vengono assorbiti nell’alta atmosfera, rendendo impossibile rilevarli in maniera diretta dalla terra. Più precisamente, quando un raggio gamma ad altissima energia entra nell’atmosfera terrestre, interagisce con il campo elettromagnetico dei nuclei degli atomi dell’aria, dando origine a una cascata di particelle secondarie, detta cascata elettromagnetica. Il processo inizia con la creazione di una coppia elettrone-positrone: il fotone gamma si trasforma in queste due particelle a causa dell’interazione con il nucleo di un atomo. A loro volta, l’elettrone e il positrone vengono deviati dai campi elettromagnetici degli atomi dell’atmosfera e possono emettere altri fotoni gamma attraverso un fenomeno chiamato bremsstrahlung (radiazione di frenamento). Questi nuovi fotoni gamma, a loro volta, possono generare altre coppie elettrone-positrone, innescando dunque una reazione a catena che dà vita alla cascata elettromagnetica (vedi figura 4). Alcuni di questi elettroni e positroni si muovono più velocemente della luce nell’aria, e a causa di ciò, producono un debole bagliore blu-violaceo chiamato radiazione Cherenkov.
Fig. 3 – Regione di formazione stellare Cygnus-X. L’emissione di raggi gamma osservata dal satellite Fermi-LAT alle energie di qualche GeV è mostrata in arancione, in scale di grigio invece è mostrata l’emissione radio alla lunghezza d’onda di 21cm. Il cluster Cygnus OB2 (non visibile nell’immagine) sarebbe posizionato nel centro. Crediti immagine: Stefano Menchiari.
Catturando la radiazione Cherenkov proveniente dalle particelle della cascata è possibile ricostruire la sua geometria, ottenendo in questo modo la direzione di arrivo e l’energia del raggio gamma che l’ha generata. I telescopi che osservano la luce Cherenkov vengono chiamati Imaging Atmospheric Cherenkov Telescope (IACT, o più semplicemente, telescopi Cherenkov), ed un esempio di telescopio IACT è mostrato in figura 5. In generale per le osservazioni di raggi gamma si utilizzano array di IACT, in modo tale da avere una visione stereo della cascata che ne permette una ricostruzione più attendibile, e conseguentemente, una migliore stima della direzione di arrivo e dell’energia del raggio gamma. Ma la vera sfida nel processo di osservazione e ricostruzione delle cascate elettromagnetiche è il saper riconoscere la luce Cherenkov proveniente dalle cascate generate dai RC, così da poter successivamente rimuovere tutte quelle cascate di particelle non generate dai raggi gamma.
Fig. 4 – Esempio schematico di cascata elettromagnetica (sinistra) ed adronica (destra). Le particelle cariche della cascata come elettroni (e-), positroni (e+), muoni (μ士), e pioni (π士) sono più veloci della luce nell’aria e producono la radiazione Cherenkov osservata dagli IACT. Crediti immagine: Alessandro Montanari, Imaging Atmospheric Cherenkov Telescopes Technique, DOI: 10.13140/RG.2.2.34140.95361/1.
Ebbene si! anche i RC nel momento in cui impattano con l’atmosfera danno vita a cascate di particelle (vedi figura 4). In questo caso si parla di cascate adroniche e sono ben diverse dalle cascate elettromagnetiche generate dai raggi gamma. Dal punto di vista dell’astronomia gamma, le cascate adroniche risultano essere un vero e proprio rumore di fondo da eliminare: in media, solo una su diecimila delle cascate osservate proviene effettivamente da un raggio gamma! Le cascate adroniche, sono molto più caotiche e irregolari rispetto a quelle elettromagnetiche. Esse sono composte principalmente da protoni e una varietà di particelle secondarie, tra cui pioni carichi, muoni e neutrini, che non compaiono nelle cascate prodotte dai raggi gamma. La caoticità di queste cascate produce immagini nei telescopi Cherenkov con forme diverse e più irregolari da quelle delle cascate gamma (vedi figura 6), ed è proprio grazie a questa irregolarità che si riesce a discriminare un raggio gamma da un raggio cosmico. In sintesi per l’astronomia gamma, si è interessati ad osservare solo e soltanto i raggi gamma, quindi occorre filtrare tutte le cascate atmosferiche che non siano generate da un raggio gamma. In generale, se si osserva una cascata adronica generata da un RC, si potrebbe ricostruirne la direzione (come per un raggio gamma), ma questo non ci direbbe nulla sulla sua origine a causa del moto diffusivo dei RC nella galassia.
Fig. 5 – Il telescopio Cherenkov MAGIC durante una sessione di presa dati. MAGIC è un array composto da soli due telescopi IACT, ed è localizzato all’osservatorio Roque de los Muchachos in La Palma (Spagna). Crediti immagine: Stefano Menchiari.
Il riconoscimento del tipo di cascata viene effettuato da specifici algoritmi di machine learning, che vengono “addestrati” per riconoscere le differenze tra cascate adroniche ed elettromagnetiche analizzando milioni di esempi di eventi simulati. Questi algoritmi sono in grado di classificare ogni nuova immagine assegnando una probabilità di essere stata generata da un raggio gamma anziché da un raggio cosmico. Sfruttando i passi da gigante compiuti negli ultimi anni nel campo dell’intelligenza artificiale, lo sviluppo di algoritmi per la ricostruzione e discriminazione delle cascate è al momento una degli obiettivi cardine portati avanti dagli astronomi gamma.
Fig. 6 – Simulazioni di immagini di una cascata elettromagnetica (sinistra) ed una adronica (destra) catturate da un telescopio IACT. La radiazione Cherenkov emessa dalle particelle di una cascata elettromagnetica si propaga come un cono di luce, che finisce per proiettarsi sulla camera di un telescopio IACT con una forma più o meno ellittica. Differentemente, le cascate adroniche sono più caotica, e sono osservate con una forma irregolare. Creditiimmagine: D’Amico, G. Statistical Tools for Imaging Atmospheric Cherenkov Telescopes. Universe 2022, 8, 90. https://doi.org/10.3390/universe8020090.
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Raggi Cosmici e astronomia Gamma: il Ruolo dell’IAA-CSIC
L’Instituto de Astrofisica de Andalucia (IAA) è un centro di ricerca di eccellenza facente parte del Consejo Superior de Investigaciones Científicas. Al suo interno ci sono quasi 200 tra astronomi, astrofisici ed ingegneri che portano avanti l’obiettivo di approfondire la conoscenza del Cosmo. All’interno dell’IAA, il gruppo VHEGA (Very High Energy Group for Astrophysics) si occupa dello studio dell’astrofisica delle alte energie e dell’astronomia gamma. I ricercatori di VHEGA sono attivi sia sul lato teorico/osservativo che su quello sperimentale. Per quanto riguarda l’astrofisica teorica/osservativa, studiano ed interpretano le osservazioni gamma provenienti da varie sorgenti, i.e. dagli ammassi stellari a giovani stelle in formazione, fino ad arrivare a sorgenti più esotiche come le stelle di neutroni e le loro nebulose. Gli astrofisici di VHEGA studiano anche l’emissione di raggi gamma da sorgenti extragalattiche, come i nuclei galattici attivi: mastodontici buchi neri al centro di remote galassie che lanciano potenti getti, possibili fonti di raggi cosmici. Per quanto riguarda invece l’aspetto sperimentale, legato alle tecniche di ricostruzione delle immagini dei telescopi Cherenkov, il gruppo VHEGA si occupa di sviluppare e mantenere software open source che gestiscono sia la ricostruzione delle immagini dei telescopi IACT (algoritmi basati su tecniche innovative di machine learning), che l’analisi di dati ad alto livello per l’astronomia gamma. Questi software sono una delle colonne portanti del futuro CTAO, un osservatorio di raggi gamma composto da due array di telescopi IACT: uno posizionato nell’emisfero nord nell’isola di La Palma (e attualmente in costruzione) e l’altro nell’emisfero sud presso l’osservatorio del Paranal in Cile.
Il 23 novembre 2023, i rivelatori LIGO negli Stati Uniti hanno registrato un segnale gravitazionale eccezionale, successivamente denominato GW231123. Si tratta della fusione tra due buchi neri di massa insolitamente elevata: uno con circa 137 e l’altro con 103 masse solari. Il risultato finale è un buco nero di circa 225 masse solari, il più massiccio mai rilevato attraverso le onde gravitazionali. La scoperta, annunciata dalla collaborazione LIGO-Virgo-KAGRA (LVK), segna un punto di svolta nella nostra comprensione dell’evoluzione stellare e della formazione dei buchi neri.
Secondo le teorie attuali, i buchi neri originati dal collasso di stelle massive non dovrebbero superare una certa soglia, nota come “mass gap” (tra circa 60 e 130 masse solari). In questo intervallo, infatti, si prevede che le stelle esplodano completamente come supernove a instabilità di coppia, senza lasciare resti compatti. Eppure, GW231123 sembra contraddire questa aspettativa.
L’ipotesi più plausibile è che i due oggetti che si sono fusi non siano nati da stelle, ma siano a loro volta il frutto di precedenti fusioni tra buchi neri più piccoli. Questo processo, chiamato fusione gerarchica, implicherebbe un ambiente astrofisico estremamente denso, come l’interno di ammassi stellari globulari o dischi di accrescimento galattici, dove le collisioni tra buchi neri possono avvenire ripetutamente.
Un altro elemento che rende GW231123 fuori dal comune è l’elevatissima rotazione dei due buchi neri iniziali. Le analisi indicano che il primo ruotava con uno spin pari a circa 0,9, e il secondo attorno a 0,8 – valori vicini al limite massimo consentito dalla relatività generale.
Il segnale ha avuto una durata brevissima, appena 0,1 secondi, con una frequenza centrale di circa 90 Hz. Ciò è compatibile con due oggetti estremamente massicci che orbitano uno attorno all’altro a velocità estreme, prima di collassare in un unico corpo compatto. Per decifrare il segnale, è stato necessario utilizzare modelli teorici avanzati che includono la complessa dinamica gravitazionale di corpi in rapida rotazione.
Crediti: European Gravitational Observatory
Le parole dei ricercatori
Il professor Mark Hannam, astrofisico teorico presso l’Università di Cardiff e membro della collaborazione LVK, ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È il sistema di buchi neri più massiccio che abbiamo mai osservato con le onde gravitazionali, e rappresenta una vera sfida per la nostra comprensione della formazione dei buchi neri.”
Anche la ricercatrice Sophie Bini, post-dottoranda al Caltech, ha commentato: “Questo evento spinge la nostra strumentazione e le nostre capacità di analisi dei dati al limite di ciò che è attualmente possibile. È un esempio potente di quanto possiamo imparare dall’astronomia gravitazionale, ma anche di quanto ancora ci resta da scoprire.”
Il ricercatore Ed Porter, del laboratorio APC del CNRS di Parigi, ha aggiunto: “Scoperte come questa richiederanno anni di studio teorico per comprenderne pienamente l’origine. Il fatto che esistano buchi neri così massicci e così rotanti suggerisce che stiamo osservando l’universo in modi completamente nuovi.”
Gli strumenti della scoperta
La rivelazione è stata possibile grazie alla rete globale di interferometri gravitazionali composta da:
LIGO (USA), gestito da Caltech e MIT, con il supporto della National Science Foundation.
Virgo (Italia), ospitato dall’Osservatorio Gravitazionale Europeo (EGO) e sostenuto da INFN, CNRS e Nikhef.
KAGRA (Giappone), gestito dall’ICRR dell’Università di Tokyo in collaborazione con NAOJ e KEK.
Il rilevamento è avvenuto durante la quarta campagna osservativa della collaborazione LVK, avviata nel maggio 2023. Il quarto ciclo (O4) è il più lungo e sensibile mai realizzato, e ha già portato alla rilevazione di centinaia di eventi, destinati a essere condivisi tramite il portale del Gravitational Wave Open Science Center (GWOSC).
Il segnale GW231123 sarà presentato ufficialmente alla conferenza GR24-Amaldi, che riunirà i principali esperti mondiali di relatività generale e onde gravitazionali a Glasgow, dal 14 al 18 luglio 2025. Il catalogo completo dei dati raccolti durante O4 sarà reso disponibile entro l’estate, permettendo alla comunità scientifica di analizzare liberamente i segnali.
Nel frattempo, l’annuncio di GW231123 apre un nuovo capitolo nello studio dei fenomeni cosmici estremi. Come ha sottolineato Viola Sordini, ricercatrice all’Istituto di Fisica dei Due Infiniti (IP2I) di Lione e vice portavoce della collaborazione Virgo: “Questa scoperta entusiasmante inaugura una nuova stagione di risultati, e molte altre rivelazioni sono attese nei prossimi mesi. L’obiettivo è continuare a esplorare l’universo attraverso il messaggio più primordiale che conosciamo: la gravità.”
Siamo felici di annunciare la seconda edizione dello StarParty dell’Associazione Astrofili Forca Canapine, l’evento più atteso del Sibillini AstroFest 2025, il festival nato per promuovere e proteggere l’incantevole territorio di Forca Canapine e del Comune di Arquata del Tronto , ancora oggi impegnato nella difficile ma tenace ricostruzione post sisma del 2016.
Sibillini StarParty 2025
Crediamo che la ricostruzione non debba solo riguardare case e strade, ma anche valori, bellezza e rispetto per il cielo notturno, un patrimonio fragile e prezioso che appartiene a tutti noi.
Invitiamo astrofili, appassionati, famiglie e curiosi a raggiungerci per una notte indimenticabile sotto le stelle, in uno dei cieli più bui e suggestivi dell’Italia centrale.
Porta il tuo telescopio o semplicemente la tua voglia di sognare guardando in alto.
Sotto la Via Lattea, tra le montagne ferite ma vive, costruiremo insieme una serata di bellezza, conoscenza e speranza.
SIBILLINI ASTROFEST
primo Festival dell’Astronomia dell’Associazione Astrofili Forca Canapine: il nostro “Sibillini AstroFest 2025”!
Questo evento straordinario è dedicato a rilanciare il cielo di Forca Canapine per tutti gli astrofili che già lo conoscono e a farlo scoprire a chi ancora non ha avuto il piacere di ammirarlo.
Un contributo per una rinascita sostenibile, sotto la luce delle stelle.
Il festival si articolerà in diverse attività imperdibili:
Mostra Fotografica: Una settimana dedicata ai lavori fotografici dei nostri soci, realizzati sotto il cielo dei Sibillini. Un viaggio visivo attraverso le meraviglie celesti.
Starparty: Due notti dedicate agli astrofili, con ospiti illustri del panorama scientifico e astro-fotografico nazionale. Preparati a vivere momenti indimenticabili sotto un cielo stellato.
Trekking Notturni: Emozionanti escursioni notturne con lezioni su miti e leggende del cielo, seguite da osservazioni astronomiche con i potenti strumenti messi a disposizione dai nostri soci.
Un appuntamento unico a cui sarà impossibile mancare.
Il programma dettagliato dell’iniziativa sarà presto disponibile.
L’evento ha già ricevuto il Patrocinio del Comune di Arquata del Tronto, del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e sarà presentato come iniziativa per la Carta Europea del Turismo Sostenibile.
Attached is our follow-up image of new Interstellar candidate NEOCP
A11pl3Z imaged a few minutes ago (02.5 July 2025, magn. 16.8 ) via
Spaceflux network (Australia station)
Cortesia di: OBS E. Guido, M. Rocchetto, J. Ferguson
TEL 0.35-m f/3.0 reflector + CMOS @Spaceflux
Potremmo trovarci di fronte a uno degli eventi astronomici più affascinanti del decennio: un oggetto misterioso, designato A11pl3Z, sta attraversando il nostro Sistema Solare a una velocità vertiginosa, e tutte le evidenze puntano verso un’origine interstellare. Se confermato, sarebbe soltanto il terzo oggetto noto proveniente da un altro sistema stellare a farci visita, dopo ‘Oumuamua nel 2017 e 2I/Borisov nel 2019.
Scoperto il 1 luglio 2025 dal telescopio ATLAS in Cile, A11pl3Z ha subito attirato l’attenzione degli astronomi per una caratteristica ben precisa: la sua orbita è iperbolica, e non chiusa come quella dei corpi legati gravitazionalmente al Sole. L’eccentricità dell’orbita — un parametro che ne misura la “curvatura” — è talmente elevata (tra 6 e 10 nelle prime stime) da rendere praticamente certo che il suo punto di partenza sia ben oltre i confini del Sistema Solare.
Attached is our follow-up image of new Interstellar candidate NEOCP A11pl3Z imaged a few minutes ago (02.5 July 2025, magn. 16.8 ) via Spaceflux network (Australia station) Cortesia di: OBS E. Guido, M. Rocchetto, J. Ferguson TEL 0.35-m f/3.0 reflector + CMOS @Spaceflux
Da dove viene e dove va?
Al momento della scoperta, A11pl3Z si trovava a circa 4,5 unità astronomiche dal Sole (una AU corrisponde alla distanza media Terra-Sole). Viaggia a circa 68 chilometri al secondo, una velocità più che sufficiente per sfuggire all’attrazione solare e proseguire il suo viaggio nella galassia. Gli astronomi stimano che raggiungerà il punto di massimo avvicinamento al Sole — il cosiddetto perielio — intorno al 29 ottobre 2025, quando passerà a una distanza di circa 1,35 AU, poco oltre l’orbita di Marte.
Il suo tragitto lo porterà quindi a sfiorare Marte (intorno al 3 ottobre) e a passare relativamente vicino alla Terra, a 2,4 AU, nel dicembre 2025. Infine, nei primi mesi del 2026 si avvicinerà a Giove, prima di scomparire nuovamente negli abissi dello spazio interstellare.
Una cometa da un altro sistema?
Anche se le prime osservazioni lo indicavano come un oggetto roccioso, negli ultimi giorni diversi strumenti — tra cui telescopi in Cile, alle Hawaii e negli Stati Uniti — hanno rilevato una tenue chioma, segno di un’attività simile a quella delle comete. Questo ha spinto il Minor Planet Center a classificare ufficialmente l’oggetto come cometa, con la designazione C/2025 N1 (ATLAS). Ma più interessante ancora è il fatto che ora sia stato inserito nel ristretto catalogo degli oggetti interstellari, come 3I/ATLAS.
A differenza dei suoi predecessori, però, A11pl3Z sembra essere molto più massiccio. Le stime attuali parlano di un diametro tra i 10 e i 20 chilometri, forse anche di più. Un colosso rispetto a ‘Oumuamua (che misurava circa 100–200 metri) e comparabile per dimensioni a comete ben note come la Hale-Bopp. Questo lo rende un candidato ideale per studi approfonditi: la sua attività potrebbe fornire informazioni preziose sulla composizione dei corpi formatisi attorno ad altre stelle.
Una scoperta condivisa tra professionisti e amatori
Questa scoperta è anche una storia di collaborazione tra astronomi professionisti e amatori. Dopo l’annuncio della scoperta da parte di ATLAS, l’astrofilo Sam Deen ha individuato alcune immagini precedenti (dette di “precovery”) in archivio, estendendo così l’arco osservativo e permettendo un calcolo più preciso dell’orbita. Altri appassionati hanno contribuito con conferme fotografiche e analisi preliminari, inclusi membri del British Astronomical Association Forum.
Cosa possiamo aspettarci?
Nei prossimi mesi, A11pl3Z sarà oggetto di intensa osservazione. La NASA, l’ESA e numerose istituzioni scientifiche stanno già pianificando campagne per raccogliere dati spettroscopici, termici e fotometrici, per cercare di rispondere ad alcune domande fondamentali: da quale sistema stellare proviene? È composto dagli stessi elementi delle comete solari? Potrebbe contenere molecole organiche complesse?
Anche se sarà difficile osservarlo a occhio nudo, i più fortunati potrebbero scorgerlo con strumenti amatoriali, soprattutto nei mesi autunnali.
Un messaggero da lontano
A11pl3Z è più di una curiosità astronomica: è un messaggero di altri mondi, un frammento di materia che ha viaggiato per milioni (se non miliardi) di anni prima di incrociare la nostra orbita. Oggetti come questo ci ricordano che il Sistema Solare non è un’isola, ma una piccola stazione lungo le rotte del grande oceano galattico.
Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01lug > 23:00 15 lug> 22:00 28 lug> 21:00
Il Cielo di Luglio si apre con una Luna già spettacolare e ricca di dettagli osservabili, mentre la costellazione dello Scorpione domina il meridiano serale accanto all’Aquila e al suo brillante Altair. Tre asteroidi della fascia principale—Pierretta, Eos e Thyra—raggiungono l’opposizione, offrendo occasioni di studio e ripresa. Da monitorare anche la nuova cometa C/2025 K1 ATLAS, visibile tra Pegaso e Volpetta. Sul fronte extragalattico, un mese vivace per le supernovae, con scoperte amatoriali e professionali che arricchiscono il cielo profondo. Un luglio dunque variegato, tra oggetti vicini e lontani, perfetto per ogni tipo di osservatore.
COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI GIUGNO 2025
Tra le costellazioni tipiche dell’estate boreale spicca quella dello Scorpione, protagonista indiscussa del cielo di luglio e agosto.
I principali eventi di Giugno 2025 (pubblicati nell’Almanacco 2025 vedi Coelum 271)
Data Ora Cosa Come
01/07/2025 5:46 Luna Nodo Discendente 02/07/2025 21:30 Primo Quarto 03/07/2025 19:12 Congiunzione Mercurio 04/07/2025 0:18 Terra Afelio 1,01664 AU 04/07/2025 0:23 Congiunzione Luna 04/07/2025 3:02 Congiunzione Venere 04/07/2025 6:22 Mercurio Max Elongazione Est 25.9° 04/07/2025 7:28 Mercurio Nodo Discendente 05/07/2025 4:28 Luna Apogeo 404625 km 07/07/2025 20:19 Congiunzione Luna 10/07/2025 22:36 Luna Piena 12/07/2025 8:14 Congiunzione Venere 13/07/2025 2:42 Saturno Stazionario Moto Retrogrado 14/07/2025 5:57 Congiunzione Venere 14/07/2025 14:32 Mercurio Afelio 0.46671 A.U. 15/07/2025 12:41 Luna Nodo Ascendente 16/07/2025 12:06 Congiunzione Luna 16/07/2025 12:28 Congiunzione Luna 18/07/2025 2:37 Ultimo Quarto 18/07/2025 6:46 Mercurio Stazionario Moto Retrogrado 20/07/2025 13:03 Congiunzione Luna 20/07/2025 15:04 Congiunzione Luna 20/07/2025 15:52 Luna Perigeo 368045 km 23/07/2025 6:21 Congiunzione Luna 24/07/2025 7:11 Congiunzione Luna 24/07/2025 21:11 Luna Nuova 25/07/2025 5:46 Congiunzione Luna 26/07/2025 22:23 Congiunzione Luna 28/07/2025 4:20 Massimo delle Delta Aquaridi 28/07/2025 10:30 Luna Nodo Discendente 28/07/2025 21:43 Congiunzione Luna 31/07/2025 8:27 Congiunzione Luna
TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA
La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.
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RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto
NAME
RA
DEC
EADIST
ELONG
MAG
DIAM
PHASE
RISE
TRAN
SET
1 Sole
06:40:43.2
23:06:30.1
101.662
0.0
-26.7
1887.9
100.0
05:39
13:14
20:49
2 Sole
06:44:51.3
23:02:16.6
101.664
0.0
-26.7
1887.9
100.0
05:39
13:14
20:49
3 Sole
06:48:59.1
22:57:39.0
101.664
0.0
-26.7
1887.8
100.0
05:40
13:14
20:49
4 Sole
06:53:06.6
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Fine Crepuscolo Nautico
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5 Sabato
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22:05
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22:55
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27 Domenica
208
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29 Martedì
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22:27
30 Mercoledì
211
2460886.5
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05:30
21:02
21:42
22:25
31 Giovedì
212
2460887.5
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21:01
21:40
22:23
Giorno
Eq del Tempo
Durata Giorno
Durata Notte
Sorgere
Transito
Tramonto
1 Martedì
-3.8
15:09:58
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05:39
13:14
20:49
2 Mercoledì
-4.0
15:09:17
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3 Giovedì
-4.2
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4 Venerdì
-4.4
15:07:42
08:52:18
05:41
13:14
20:48
5 Sabato
-4.6
15:06:50
08:53:10
05:41
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20:48
6 Domenica
-4.7
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7 Lunedì
-4.9
15:04:54
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20:47
8 Martedì
-5.1
15:03:51
08:56:09
05:43
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20:47
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-5.2
15:02:44
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-5.4
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-5.5
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-5.6
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-5.7
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-5.9
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13:16
20:44
15 Martedì
-6.0
14:54:58
09:05:02
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20:43
16 Mercoledì
-6.1
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17 Giovedì
-6.2
14:51:59
09:08:01
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-6.2
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19 Sabato
-6.3
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20:40
20 Domenica
-6.4
14:47:08
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21 Lunedì
-6.4
14:45:26
09:14:34
05:53
13:16
20:39
22 Martedì
-6.5
14:43:42
09:16:18
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23 Mercoledì
-6.5
14:41:54
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-6.5
14:40:05
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-6.6
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27 Domenica
-6.6
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09:25:37
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20:33
28 Lunedì
-6.5
14:32:24
09:27:36
06:00
13:17
20:32
29 Martedì
-6.5
14:30:24
09:29:36
06:01
13:17
20:31
30 Mercoledì
-6.5
14:28:22
09:31:38
06:02
13:17
20:30
31 Giovedì
-6.4
14:26:18
09:33:42
06:03
13:16
20:29
Pianeti di Luglio
MERCURIO
01/07 Sorge: h 07:46 Tramonta: h 22:19 31/07 Sorge: h 06:25 Tramonta: h 20:04
Mercurio offre un’interessante sequenza di eventi osservativi, caratterizzati da cambiamenti rapidi nel suo moto e nella visibilità. Il 4 luglio raggiunge la massima elongazione est (25,9° dal Sole), rappresentando il miglior momento del mese per osservarlo al crepuscolo serale, con una magnitudine favorevole di +0,5. Nello stesso giorno, attraversa il nodo discendente della sua orbita, iniziando la discesa sotto l’eclittica. Dal 14 luglio, in corrispondenza dell’afelio, Mercurio raggiunge la distanza massima dal Sole (0,46671 UA), ma la sua luminosità diminuisce progressivamente mentre si avvicina alla fase retrograda, che inizia il 18 luglio. Questo cambio di moto rallenta la sua apparente corsa nel cielo occidentale serale e lo conduce gradualmente verso la congiunzione inferiore. Nel corso del mese, Mercurio scende sempre più basso all’orizzonte dopo il tramonto, anticipando ogni giorno il proprio tramonto da circa le 22:19 del 1° luglio a poco dopo le 20:04 del 31 luglio, diventando via via più difficile da osservare.
RA
DEC
SUNDIST
EADIST
ELONG
MAG
DIAM
PHASE
RISE
TRAN
SET
1
08:30:03.1
19:34:59.6
0.44132
0.88592
25.7
0.4
7.6
46.6
07:46
15:03
22:19
2
08:34:22.5
19:08:48.9
0.44485
0.86957
25.8
0.4
7.8
44.9
07:48
15:03
22:18
3
08:38:27.8
18:42:33.3
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0.5
7.9
43.2
07:50
15:04
22:16
4
08:42:18.8
18:16:19.1
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41.5
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15:04
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5
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25.9
0.6
8.4
38.1
07:54
15:03
22:09
7
08:52:23.4
16:58:45.0
0.45866
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25.7
0.7
8.5
36.4
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15:02
22:06
8
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8.7
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9
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15:00
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10
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0.9
9.0
31.3
07:56
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11
09:02:11.8
15:21:55.8
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1.0
9.2
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07:55
14:57
21:53
12
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1.1
9.4
27.8
07:55
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13
09:05:26.5
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14
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0.46666
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24.3
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14:49
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15
09:07:30.8
13:59:10.0
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9.9
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16
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18
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4.7
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1.2
06:25
13:21
20:04
VENERE
01/07 Sorge: h 03:04 Tramonta: h 17:17 31/07 Sorge: h 03:06 Tramonta: h 18:02
Venere prosegue il suo cammino nel cielo mattutino, diventando una presenza luminosa e costante prima dell’alba. Il pianeta, con una magnitudine stabile attorno a -4.0, offre uno spettacolo suggestivo nel Toro, muovendosi progressivamente verso i Gemelli. Il 4 luglio si verifica una congiunzione ravvicinata con Urano (2.4°S), seguita il 12 dalla congiunzione con l’ammasso delle Iadi (3.5°N) e, il 14, con la stella Aldebaran (3.2°N), accentuando la spettacolarità del cielo orientale. Durante il mese, l’elongazione solare di Venere si riduce da -43.5° a -38.3°, segno del suo lento avvicinamento alla congiunzione superiore. La sua fase cresce dal 63.6% al 74.8%, mentre il diametro apparente si riduce da 18 a 14,6 arcosecondi, riflettendo l’aumento della distanza dalla Terra. Le levate si anticipano leggermente, passando dalle 3:04 a inizio mese alle 3:06 di fine luglio, garantendo comunque un ottimo intervallo osservativo nelle ore che precedono l’alba.
RA
DEC
SUNDIST
EADIST
ELONG
MAG
DIAM
PHASE
RISE
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SET
1
03:36:55.5
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-43.5
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2
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-43.4
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65.7
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-40.0
-4.0
15.4
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MARTE
01/07 Sorge: h 10:34 Tramonta: h 23:48 31/07 Sorge: h 10:08 Tramonta: h 22:28
Marte prosegue il suo lento cammino passando dalla Costellazione del Leone a quella della Vergine. Il pianeta rosso sorge intorno alle 10:10 e tramonta verso le 22:30, mantenendo una visibilità nulla nelle ore diurne ma leggermente migliore nel primo crepuscolo serale. La sua elongazione dal Sole si riduce da 58,4° a 47,7°, erodendo il tempo di visibilità nel cielo serale. La magnitudine rimane stabile tra +1,5 e +1,6, mentre il diametro apparente si riduce lievemente da 4,9 a 4,4 arcosecondi, rendendolo un obiettivo poco interessante per l’osservazione telescopica. Il 28 luglio, si verifica un incontro ravvicinato con la Luna, a soli 1,3° di distanza, un evento che offrirà un suggestivo spettacolo poco dopo il tramonto.
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GIOVE
01/07 Sorge: h 05:19 Tramonta: h 20:25 31/07 Sorge: h 03:52 Tramonta: h 18:55
Giove prosegue il suo moto nella costellazione dei Gemelli. Visibile solo per alcuni minuti nel mattino la situazione migliora verso fine mese ma di poco. Il moto di allontanamento dal Sole infatti è lento. La sua magnitudine si mantiene costante a -1,9, rendendolo ben visibile anche a occhio nudo. Il diametro apparente cresce lievemente da 31,9 a 32,5 arcosecondi, segnale del graduale avvicinamento alla Terra. La fase è prossima al 100%, con un’illuminazione completa del disco. Il 23 luglio, un evento particolarmente suggestivo vede una sottilissima falce di Luna in congiunzione con Giove, avvicinandosi a 4,9° a nord del pianeta: un’occasione perfetta per ammirare entrambi gli astri nella stessa porzione di cielo purtroppo sempre nel bagliore dell’alba. Durante il mese, l’elongazione di Giove aumenta da -4,6° a -26,5°. I transiti e le eclissi dei suoi satelliti galileiani, ben visibili con piccoli telescopi, aggiungeranno spettacolo alle osservazioni.
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SATURNO
01/07 Sorge: h 00:45 Tramonta: h 12:39 31/07 Sorge: h 22:43 Tramonta: h 10:40
Nel mese di luglio 2025, Saturno attraversa un’importante fase del suo ciclo orbitale, entrando in moto retrogrado il 13 luglio. Questo fenomeno, dovuto a un effetto prospettico legato alla posizione relativa di Terra e Saturno, fa apparire il pianeta muoversi all’indietro rispetto allo sfondo stellare nella costellazione dell’Acquario. Durante il mese, Saturno anticipa sempre più il proprio sorgere: da mezzanotte circa a inizio mese fino alle 22:43 del 31 luglio, facilitando le osservazioni in orari serali. L’opposizione si avvicina e con essa l’aumento di luminosità (magnitudine stabile a +1.1) e dimensioni apparenti (18,5”), mentre l’anello si mostra quasi di taglio con una fase prossima al 99,8%. Il 16 luglio si verifica inoltre una suggestiva congiunzione con la Luna, visibile nelle prime ore del giorno.
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URANO
01/07 Sorge: h 00:41 Tramonta: h 12:43 31/07 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:44
Urano compie un moto di retrogradazione apparente nella costellazione dell’Ariete, avanzando di circa 18 minuti in Ascensione Retta e aumentando la sua declinazione di oltre 12 minuti verso nord. Il pianeta sorge sempre più presto, passando dall’apparire alle 3:04 del 1° luglio fino all’1:10 del 31 luglio. Urano mantiene una magnitudine costante di +5.8, restando appena al di sotto della soglia di visibilità di occhio nudo e piccoli telescopi. La sua elongazione si riduce da -39,7° a -67,1°, segno del progressivo avvicinamento all’opposizione. Il 4 luglio si verifica anche una suggestiva congiunzione con Venere, sebbene con una distanza angolare di 2,4°, mentre il 20 luglio la Luna lo raggiunge in congiunzione a 5,2° di distanza.
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NETTUNO
01/07 Sorge: h 00:41 Tramonta: h 12:43 31/07 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:44
Nettuno prosegue il suo moto retrogrado nella costellazione dei Pesci e il 16 luglio, alle 14:06 sarà raggiunto dalla Luna a 2,7° a nord. Per tutto il mese Nettuno sarà in congiunzione strettissima con Saturno peccato la difficoltà nel poterlo osservare dalla Terra.
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LUNA
Nel mese di luglio, la Luna offre spettacolari opportunità osservative: dal Primo Quarto del 2 luglio fino al Novilunio del 24, passando per un Plenilunio visibile la sera del 10. Consigliate l’osservazione del bacino Nectaris e delle falci sottili a fine mese. Attenzione alle librations e agli orari ideali.
L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI
ASTEROIDI – PICCOLI MONDI
Pierretta, Eos e Thyra offrono l’occasione perfetta per esplorare la varietà della fascia principale degli asteroidi. In opposizione a luglio, saranno facilmente osservabili con piccoli telescopi. Le loro caratteristiche orbitali e fisiche rivelano storie diverse: da frammenti basaltici a corpi S-type brillanti e regolari.
L’articolo completo sugli asteroidi del mese di Luglio è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI
COMETE
Scoperta il 24 maggio, la C/2025 K1 ATLAS è attesa al perielio fra qualche mese, quando dovrebbe trasformarsi in una discreta cometa. Per ora sarà una “preda” non facilissima, da cominciare a monitorare.
L’articolo completo sulle comete di Luglio è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI
TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE
I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di Luglio a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI
SUPERNOVAE
Giugno si è rivelato un mese eccezionale per le scoperte amatoriali: due novae extragalattiche in M81 e M31 a cura del team Monte Baldo, seguite da tre supernovae scoperte da Cortini, Mazzucato e il programma ATLAS. Tra queste, la SN2025mvn avrebbe potuto essere la più luminosa dell’anno, se non fosse stata offuscata dalle polveri.
La rubrica completa sulle supernovae è a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini disponibile QUI
Non avevamo fatto in tempo ad inserirla nella rubrica dello scorso mese perché arrivata alla fine del mese di maggio, ma con grande soddisfazione parliamo adesso della stupenda doppia scoperta di Novae Extragalattiche messa a segno dal solito team dell’Osservatorio di Monte Baldo, che ormai ci ha abituato a queste notevoli performance e che tengono alto il nome dell’ISSP. La prima Nova è stata individuata nella notte del 27 maggio nella stupenda galassia a spirale M81 da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli, utilizzando il telescopio Dall-Kirkham da 40cm F.7. Al momento della scoperta, la nuova stella mostrava una debole luminosità pari alla mag. +19,6 aumentata alla mag.+19,2 la notte seguente. A causa di questa debole luminosità non è stato possibile ottenere uno spettro di conferma e pertanto al transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025mlk. La seconda scoperta è stata realizzata il 28 maggio, ma sempre nella stessa notte della prima scoperta, però dopo la mezzanotte. Naturalmente sempre dai soliti tre: Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli, ma questa volta nella stupenda galassia a spirale M31. La luminosità era meno proibitiva rispetto alla precedente e pari alla mag.+18,4. M31 è infatti molto più vicina, a circa 2,5 milioni di anni luce, rispetto ai 12 milioni di anni luce di distanza di M81. La notte successiva del 29 maggio la nuova stella era aumentata di luminosità raggiungendo al mag.+17,1 purtroppo però, anche in questo caso, non è stato possibile riprendere uno spettro di conferma e perciò al nuovo transiente è rimasta la sigla provvisoria AT2025mho.
Immagine di scoperta della AT2025mlk in M81 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 30 immagini da 180 secondi.
Immagine di scoperta della AT2025mho in M31 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 9 immagini da 180 secondi.
Le belle notizie però non finiscono qui ed infatti l’esperto e veterano ricercatore forlivese Giancarlo Cortini mette a segno una nuova scoperta eludendo l’aggressiva concorrenza dei programmi professionali dedicati alla ricerca di supernovae. Nella notte del 24 giugno ha individuato un nuovo transiente di mag.+17 nella galassia a spirale UGC4973 posta nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 350 milioni di anni luce di distanza. Per Giancarlo, che come ben sappiamo dette vita agli inizi degli anni ’90 alla ricerca amatoriale di supernova in Italia insieme all’amico Mirco Villi, si tratta della scoperta n. 34 che lo vede occupare il terzo posto della Top Ten italiana. Adesso è in pensione e può dedicare molto più tempo alla sua passione ed i risultati si vedono bene: la sua precedente scoperta risale infatti a pochi mesi fa nel dicembre 2024. Ci ha rivelato che riprende e controlla immediatamente circa 50 galassie l’ora per un totale che può variare dalle 200 alle 400 galassie a notte. Numeri di tutto rispetto che unite ad una selezione accurata dei target da riprendere non può che portare ad importanti risultati. Tornando alla sua ultima scoperta, lo spettro di conferma è stato ripreso nella notte del 27 giugno dall’Osservatorio del Mauna Kea nelle Isole Hawaii con il telescopio dell’Università delle Hawaii UH88 da 2,2 metri. La SN2025ovr è una supernova molto giovane, inizialmente classificata come tipo Ia. Il nostro Claudio Balcon analizzando lo spettro hawaiano e riprendendone uno suo nella notte del 29 giugno, ha evidenziato una non corretta interpretazione delle righe e della velocità di espansione, confermata anche dagli astronomi dell’Osservatorio di Asiago. Tutto questo la dice lunga sulle capacità del bellunese in fatto di spettroscopia di supernova. La supernova di Cortini sarebbe infatti una tipo II o più probabilmente una tipo IIb. Chi volesse riprendere questa supernova deve farlo subito dopo il tramonto per evitare che la galassia ospite vada troppo bassa sull’orizzonte di Nord-Ovest.
Immagine della SN2025ovr in UGC4973 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 F.5,6 somma di tre immagini da 60 secondi.
Immagine della SN2025ovr in UGC4973 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.
Da poco dopo il tramonto passiamo adesso a poco prima dell’alba con un’altra supernova scoperta da un italiano. Nella notte del 26 giugno Michele Mazzucato mette a segno una nuova scoperta nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, che utilizza il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona, individuando un nuovo transiente nella piccola galassia UGC1206 posta nella costellazione dei Pesci a circa 370 milioni di anni luce di distanza e situata a circa 4° a Sud della stupenda galassia a spirale M74. Al momento della scoperta la luminosità era pari alla mag.+17,5 ma nei due giorni successivi era già aumentata intorno alla mag.+17. A completamento di questo proficuo mese per i ricercatori amatoriali italiani, all’alba del 29 giugno in condizioni proibitive, per colpa della scarsa altezza sull’orizzonte e disturbato dai primi chiarori del nuovo giorno, l’incredibile Claudio Balcon ha ottenuto lo spettro con conferma. La SN2025pao è una supernova di tipo Ia, ma come indicato dallo stesso Balcon, sarebbe opportuno riprendere un nuovo spettro in condizioni migliori per avere la conferma di questa classificazione inserita nel TNS con la dicitura “provvisoria”.
Immagine di scoperta della SN2025pao in UGC1206 ripresa dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.
Immagine della SN2025pao in UGC1206 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 10 immagini da 180 secondi.
Concludiamo questa corposa rubrica soffermando la nostra attenzione su una luminosa supernova, che sarebbe potuta diventare molto più luminosa, esplosa nella bella galassia a spirale NGC5033, posta nella costellazione dei Cani da Caccia a circa 50 milioni di distanza. A scoprirla sono stati i professioni americani del programma denominato ATLAS, che l’hanno individuata nella notte del 3 giugno quando mostrava una luminosità pari alla mag.+17,9. Il primo spettro di conferma è stato ripreso nella notte del 4 giugno dagli astronomi del Gemini Observatory con il Gemini North Telescope da 8,1 metri posto sul Monte Mauna Kea nelle Isole Hawaii. La SN2025mvn, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di tipo II con flash ionizzato. E’ molto arrossata, cioè offuscata dalle polveri della galassia NGC5033, che purtroppo toglie alla luminosità della supernova almeno tre magnitudini. Il massimo di luminosità si è verificato il 20 giugno alla mag.+15,4 e se non avessimo avuto questa forte estinzione, la SN2025mvn sarebbe diventata la supernova più luminosa del 2025. NGC5033 è comunque molto prolifica in fatto di eventi di supernova. Questa infatti è la quarta supernova conosciuta esplosa in questa galassia. Le tre precedenti sono state: la SN2001gd di tipo IIb scoperta il 24 novembre dal giapponese Koichi Itagaki ed indipendentemente anche dal ns. Alex Dimai, la SN1985L di tipo II scoperta il 13 giugno 1985 dall’astronoma russa Natalya Metlova e la SN1950C scoperta il 14 maggio 1950 dal grande Fritz Zwicky. Abbiamo pertanto una bella e fotogenica galassia da riprendere insieme ad una interessante supernova, che però si nasconde leggermente dietro le polveri della galassia che la ospita.
Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 170 minuti.
Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.
Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata da Rolando Ligustri in remoto dagli Stati Uniti con un telescopio Dall-Kirkam da 500mm F.4,5 BVR: 180 secondi per canale – L: somma di tre immagini da 300 secondi.
Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 180 secondi.
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Leggi le altre puntate dedicate alle Supernovae qui
Questo nuovo mese si apre con la Luna già nelle migliori condizioni osservative, pronta a farsi ammirare fin nei più fini dettagli. Infatti alle ore 21:30 del 2 Luglio il nostro satellite sarà in Primo Quarto in fase di 7,4 giorni ad un’altezza di +29° e visibile fin poco dopo la mezzanotte quando scenderà sotto l’orizzonte. Fra le grandi distese basaltiche dei mari visibili in questa fase consiglierei di orientare il telescopio in direzione del bacino da impatto del mare Nectaris, l’unico di cui sia ancora possibile individuare, almeno parzialmente, l’anello più esterno costituito dalla imponente scarpata nota come Altai Scarp. Il bacino Nectaris occupa un’area estesa complessivamente per oltre 860/900 km con una profondità di circa 3200 mt costituita da almeno tre anelli concentrici derivanti dall’onda d’urto in seguito all’impatto che generò questa gigantesca struttura la cui formazione risale al periodo geologico Nectariano collocato da 3,9 a 4 miliardi di anni fa.
PANORAMICA sul mare NECTARIS – Visibile in Primo Quarto
Articolo LUGLIO 2025 – Crateri Theophilus, Cyrillus, Catharina – Visibii in Primo Quarto
Proseguendo nella fase crescente, il nostro satellite alle ore 22:37 del 10 Luglio sarà in Plenilunio, alla distanza di 390527 km dal nostro pianeta e con diametro apparente di 30.60’ ad un’altezza di +7° dopo essere sorto alle ore 21:05, visibile fin verso l’alba del mattino seguente quando tramonterà contestualmente al sorgere del Sole. Dal capolinea della fase crescente prenderà immediatamente il via la fase di Luna calante che, come ormai sappiamo, porterà il nostro satellite progressivamente a rendersi osservabile sempre più verso le ore notturne e con la graduale riduzione della porzione di suolo illuminata dal Sole.
Esattamente a metà strada fra Plenilunio e Luna Nuova, alle ore 02:38 del 18 Luglio, avremo la fase di Ultimo Quarto col nostro satellite ad un’altezza di +24°. Visibile da poco dopo la mezzanotte (il 18 sorge ore 00:11) fin verso l’alba, sulla sua superficie potrà rivelarsi particolarmente interessante l’osservazione anche in alta risoluzione di spettacolari crateri posizionati proprio in prossimità del terminatore, fra cui Birmingham, Plato, Copernicus, Eratosthenes, la Rupes Recta, Deslandres, Maginus, Clavius, considerando che la buona riuscita di una sessione di imaging non dipende esclusivamente dal “seeing” ma anche da vari fattori tra cui la collimazione e pulizia delle ottiche, oltre a tutta una serie di parametri di acquisizione da valutare in base alle effettive condizioni osservative.
Cratere CLAVIUS – Visibile in Ultimo Quarto
Rupes RECTA – Visibile in Ultimo Quarto
Alle ore 21:11 del 24 Luglio la Luna sarà in Novilunio con l’emisfero rivolto verso la terra completamente buio, mentre sarà perfettamente illuminato l’emisfero opposto. Da qui un nuovo ciclo che col progredire della fase di Luna crescente ci mostrerà porzioni di suolo lunare sempre più ampie illuminate dalla luce del Sole e (telescopicamente….) raggiungibili nelle più comode ore serali, fino a chiudere questo mese nella serata del 31 Luglio quando, in fase di 7 giorni, alle ore 23:25 scenderà sotto l’orizzonte dopo avere dato la possibilità di ammirare nuovamente, tra l’altro, anche l’area del bacino da impatto del mare Nectaris. A quel punto mancheranno esattamente 15 ore e 6 minuti alla fase di Primo Quarto dell’1 Agosto ma ne riparleremo fra un mese.
Congiunzioni e Occultazioni Notevoli
La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.
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Congiunzione Luna-Spica
La notte del 04 Luglio 2025 la Luna crescente in fase di 8,4 giorni alle ore 00:25 sarà in congiunzione con la stella Spica di magnitudine 0,95, la più luminosa della costellazione della Vergine con una separazione di 1°30’. Anche se la Luna tramonterà alle ore 01:01, tale congiunzione potrà essere sufficientemente visibile.
Congiunzione Luna-Regolo
La notte del 26 Luglio 2025 una sottile falce di Luna crescente in fase di 2 giorni alle ore 22:27 sarà in congiunzione con la stella doppia Regolo di magnitudine 1.35 della costellazione del Leone con una separazione di 1°19’. Da segnalare che entrambi questi oggetti tramonteranno alle ore 21:46.
Congiunzione Luna-Marte
La notte del 28 Luglio 2025 la Luna crescente in fase di 4 giorni alle ore 21:47 sarà in congiunzione col pianeta Marte con la separazione di 1°18’. Nell’occasione alle ore 22:27 la Luna scenderà sotto l’orizzonte.
Le FALCI lunari di LUGLIO
Per chi osserva le falci lunari primo appuntamento per la nottata del 22 Luglio con una falce di 26,6 giorni che sorgerà alle ore 02:48 seguita dal pianeta Venere, mentre la successiva nottata del 23 Luglio sorgerà alle ore 03:52 in fase di 27,6 giorni, seguita questa volta dal pianeta Giove. Entrambe queste falci mostreranno le estreme regioni del settore più occidentale della Luna col netto contrasto fra scure rocce basaltiche a nordovest e chiare rocce anortositiche a sudovest. Riguardo la Luna crescente, alle ore 21:46 del 26 Luglio tramonterà una sottile falce di 2 giorni. La successiva serata, il 27 Luglio, una falce di 3 giorni alle ore 22:08 scenderà sotto l’orizzonte concedendo ben poco all’osservazione della sua superficie ad eccezione di rapide panoramiche col telescopio lungo il bordo lunare orientale. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli. Sarà inoltre di fondamentale importanza evitare nel modo più assoluto di intercettare la luce solare al fine di prevenire gravi danni, anche irreversibili, alla propria vista.
La distanza fra la Terra e la Luna in Km è geocentrica e non topocentrica.
L’istante in T.U.(Perigei e Apogei) rappresenta quello segnato dagli orologi sul Meridiano di Greenwich (London).
A questo istante aggiungere 1ora per il Tempo Medio dell’Europa Centrale; 2 ore se è in vigore l’ora
Tutti i valori vengono calcolati con formule rilevate dal libro ‘Astronomical Algorithms’ di Jean Meeus
LIBRAZIONI di GIUGNO
Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.
– LIBRAZIONI di LUGLIO: Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.
– 01 Luglio: Massima Librazione a est mare Crisium.
– 02 Luglio: Massima Librazione a est cratere Messala.
– 01 Luglio: Massima Librazione a est mari Crisium, Marginis.
– 02 Luglio: Massima Librazione a nordest cratere Gauss.
– 03 Luglio: Massima Librazione a est mare Humboldtianum.
– 04 Luglio: Massima Librazione a nord-nordest Regione Polare Settentrionale.
– 05 Luglio: Massima Librazione Regione Polare Settentrionale.
– 10 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Cleostratus, Xenophanes.
– 11 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Volta, Regnault.
– 12 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Mclaughlin, Galvani-D.
– 13 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Lavoisier.
– 14 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Eddington, Russel.
– 15 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Cavalerius, Hevelius.
– 16 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Byrgius.
– 17 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Nasmyth, Phocylides.
– 18 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Nasmyth, Phocylides.
– 19 Luglio: Massima Librazione a sud cratere Wilson.
– 26 Luglio: Massima Librazione a est cratere Vendelinus.
– 27 Luglio: Massima Librazione a est mare Smythii.
– 28 Luglio: Massima Librazione a est mari Crisium, Marginis.
– 29 Luglio: Massima Librazione a est cratere Gauss.
– 30 Luglio: Massima Librazione a nordest mare Humboldtianum.
– 31 Luglio: Massima Librazione nord-nordest Regione Polare Settentrionale.
LIBRAZIONI LUGLIO 01-31
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La Luna del Mese di Giugno è pubblicata in Coelum 274
Piccola sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. Sono visibili due prominenti galassie a spirale (in basso a destra), tre galassie in fase di fusione (in alto a destra), diversi gruppi di galassie lontane, molte stelle appartenenti alla Via Lattea e altro ancora. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory
Le prime immagini del Vera C. Rubin Observatory sono state finalmente svelate, e il mondo dell’astronomia entra ufficialmente in una nuova era. Con vedute mozzafiato delle nebulose Laguna e Trifida, dell’ammasso di galassie della Vergine, e di una straordinaria quantità di stelle, galassie e asteroidi, l’osservatorio installato sulle Ande cilene ha dato un assaggio delle sue straordinarie potenzialità. È l’inizio della Legacy Survey of Space and Time (LSST), il più ambizioso programma di mappatura astronomica mai concepito.
Il cielo notturno sopra il Rubin Observatory in questo scatto dell’ottobre 2024. La Via Lattea si estende maestosa sopra l’orizzonte, mentre la luce del tramonto svanisce. Venere brilla intensamente a sinistra, mentre la Cometa C/2023 A3 (Tsuchinshan–ATLAS) è visibile appena sopra l’osservatorio, al centro dell’immagine. Credit: H.Stockebrand/RubinObs/NOIRLab/SLAC/DOE/NSF/AURA
Situato a oltre 2.600 metri di altitudine sul Cerro Pachón, in Cile, e frutto di una collaborazione tra la National Science Foundation (NSF) e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE), il Rubin Observatory ha mostrato al mondo ciò di cui è capace. In meno di dieci ore di osservazione, il telescopio ha già catturato una ricchezza di dettagli celesti: dalle nebulose della costellazione del Sagittario — Laguna a circa 4.000 anni luce e Trifida a circa 5.000 — all’ammasso della Vergine, distante oltre 60 milioni di anni luce, fino a una moltitudine di oggetti del nostro Sistema Solare.
“Rubin ci consente di aggiungere profondità e dinamismo all’osservazione dell’Universo”, ha dichiarato Roberto Ragazzoni, presidente dell’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica italiano, partner del progetto. “Con la sua capacità di mappare l’intero cielo australe ogni tre giorni, entriamo nell’epoca dell’astro-cinematografia”.
Un telescopio rivoluzionario
Il cuore tecnologico dell’osservatorio è la più grande fotocamera astronomica mai costruita, con una risoluzione di 3.200 megapixel. Ogni sua immagine copre un’area del cielo pari a 45 volte la Luna piena, e per visualizzarla in tutta la sua risoluzione sarebbero necessari ben 400 schermi 4K. Grazie a un sistema di puntamento ultrarapido, Rubin potrà osservare ogni angolo del cielo australe in appena 3-4 notti, accumulando nel corso di un decennio circa 800 osservazioni per ciascuna regione celeste.
“È una vera e propria pellicola multicolore dell’Universo in divenire”, ha commentato Rosaria Bonito, astrofisica INAF e rappresentante italiana nel board della LSST Discovery Alliance. “Rubin cambierà radicalmente il nostro modo di fare astrofisica: osservazioni ad alta cadenza temporale permetteranno di studiare fenomeni transienti, esplosioni stellari, variabilità, e oggetti dinamici come asteroidi o comete, con un dettaglio senza precedenti”.
Il telescopio all’interno della cupola del Vera C. Rubin Observatory. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory
Un progetto globale, anche italiano
L’Italia partecipa al progetto Rubin dal 2017 attraverso l’INAF, che svolge un ruolo chiave nell’analisi e gestione dei dati. Ogni notte, l’osservatorio genererà circa 20 terabyte di dati, ponendo sfide senza precedenti in termini di archiviazione, elaborazione e interpretazione scientifica. I ricercatori italiani sono coinvolti sia nello sviluppo degli strumenti di analisi che nell’ottimizzazione delle strategie osservative.
L’approccio interdisciplinare del progetto coinvolge modelli teorici, intelligenza artificiale, scienza dei dati e cooperazione internazionale. Grazie a questa sinergia, Rubin potrà affrontare alcune delle grandi questioni ancora aperte della cosmologia moderna: la materia oscura, l’energia oscura, la formazione delle galassie, l’archeologia stellare e la sorveglianza degli oggetti potenzialmente pericolosi per la Terra.
Una missione in onore di Vera Rubin
L’osservatorio prende il nome da Vera C. Rubin (1928–2016), l’astrofisica statunitense che per prima fornì prove convincenti dell’esistenza della materia oscura attraverso lo studio della rotazione delle galassie. Rubin è anche ricordata per il suo impegno nel promuovere la presenza delle donne nella scienza. L’eredità di Vera Rubin vive oggi nelle migliaia di ricercatori che lavoreranno con i dati del telescopio che porta il suo nome.
Una finestra sul cielo in movimento
Tra gli obiettivi prioritari del Rubin Observatory figura lo studio delle stelle variabili, la cui luminosità cambia nel tempo. Grazie alla sua eccezionale precisione fotometrica, Rubin permetterà di studiare oltre 100 milioni di questi oggetti, rivelando i meccanismi interni delle stelle e i fenomeni esterni come eclissi da parte di pianeti o compagni stellari.
Inoltre, il telescopio sarà in grado di catturare in tempo reale milioni di esplosioni stellari, inclusi eventi rari e luminosi come le supernove di tipo Ia, utilizzate per misurare l’espansione dell’universo e svelare il ruolo dell’energia oscura.
“Se qualcosa nel cielo si muove o cambia, Rubin lo vedrà”, ribadisce Bonito. “E lo renderà disponibile alla comunità scientifica mondiale in tempo reale”.
Un primo sguardo che lascia senza parole
Le immagini presentate oggi — trasmesse in diretta durante eventi pubblici in tutto il mondo, inclusa la Sala Piersanti Mattarella del Palazzo dei Normanni a Palermo — sono solo l’inizio. Quelle che ora possiamo ammirare sono le prime sequenze di una narrazione visiva dell’universo che si estenderà per i prossimi dieci anni. Una narrazione fatta non più di singoli fotogrammi, ma di sequenze temporali in alta definizione, capaci di restituire il cosmo nella sua dinamica, nella sua complessità, e nella sua stupefacente bellezza.
Questa immagine mostra una piccola sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. Sono visibili due prominenti galassie a spirale (in basso a destra), tre galassie in fase di fusione (in alto a destra), diversi gruppi di galassie lontane, molte stelle appartenenti alla Via Lattea e altro ancora. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory
Questa immagine mostra un’altra sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. In primo piano le brillanti stelle della Via Lattea, mentre sullo sfondo si distinguono numerose galassie lontane. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory
Una regione del cielo che include la galassia Messier 49 e una colorata varietà di altre galassie e stelle della Via Lattea. Il Vera C. Rubin Observatory (NSF-DOE) ha rivelato un gran numero di oggetti deboli tra quelli più luminosi, molti dei quali non erano mai stati osservati prima. L’immagine copre un’area circa 1,6 volte più estesa rispetto a quella che il Rubin Observatory cattura in una singola esposizione. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory
In appena 10 ore di osservazioni, il Vera C. Rubin Observatory, finanziato da NSF e DOE, ha individuato 2.104 asteroidi mai osservati prima nel nostro Sistema Solare, inclusi sette asteroidi vicini alla Terra, che non rappresentano alcuna minaccia.
Per confronto, tutti gli altri osservatori terrestri e spaziali nel mondo scoprono complessivamente circa 20.000 asteroidi l’anno. Da solo, il Rubin Observatory è destinato a scoprire milioni di nuovi asteroidi nei primi due anni della Legacy Survey of Space and Time (LSST).
Inoltre, sarà l’osservatorio più efficiente al mondo nell’individuazione di oggetti interstellari in transito attraverso il Sistema Solare.
Mosaico panoramico acquisito dal rover Perseverance nel Sol 1438 in occasione delle analisi dell’abrasione sulla roccia Broom Point. NASA/JPL-Caltech/Piras
Indice dei contenuti
Intro
Facciamo il punto sull’esplorazione del confine occidentale del cratere Jezero che il rover Perseverance sta conducendo nell’attuale fase della sua missione. Nella seconda parte della rubrica vedremo poi tre studi di recente pubblicazione: uno basato sul lavoro di Perseverance e altri due sulle analisi svolte da Curiosity nei pressi della ragione di Aeolis Mons, noto informalmente come Monte Sharp. Si parte!
Un campione polveroso e nuovi impieghi per vecchi strumenti
Nell’ultima puntata pubblicata nel numero 273 di Coelum Astronomia avevamo lasciato Perseverance al termine del prelievo di Green Gardens, il 27esimo campione estratto nel Sol 1420. Le varie analisi condotte sulle polveri del foro hanno visto anche un utilizzo inedito del sensore di contatto del braccio robotico. Tale sensore viene usato per individuare con precisione la posizione delle rocce sulle quali si intende posare il trapano in modo che la punta non risulti essere troppo lontana dal punto prescelto o, al contrario e con esiti potenzialmente catastrofici, troppo vicina.
Il rover impiega per la prima volta questo strumento con lo scopo di compattare ripetutamente la polvere del foro e, una volta ottenuta una superficie omogenea, condurre le analisi spettrali con la camera SHERLOC montata sulla torretta del braccio robotico. Green Gardens costituisce il primo incontro di Perseverance con minerali serpentini, di particolare interesse nella ricerca delle biosignature grazie ai processi coinvolti miliardi di anni fa nella loro formazione e che avrebbero potuto fornire delle condizioni favorevoli per il sostentamento di colonie batteriche in un ambiente acquatico.
Dettaglio del sensore di contatto di Perseverance. Il disco piatto, che viene poggiato sulle superfici, è montato su una parte comprimibile a soffietto. Foto del Sol 1424, NASA/JPL-Caltech/Piras.
Ma relativamente alla raccolta del campione non ci si può ancora rilassare. Le polveri di Green Gardens si rivelano un grosso problema perché durante il prelievo si sono depositate sul bordo esterno della fiala di raccolta. Il meccanismo di chiusura dei contenitori cilindrici è basato su un sistema a pressione tarato con precisione, quindi la presenza di polvere e detriti interferisce con gli apparati i quali bloccano l’operazione nonostante la fiala venga anche ripetutamente “spolverata” da un sistema di pulizia integrato nell’apparato di manipolazione dei contenitori. Il team scientifico si trova a valutare alcune opzioni tra cui continuare a provare la chiusura o persino scartare il campione per prelevarne un altro. Tutte alternative che purtroppo avrebbero richiesto di rallentare le operazioni per alcuni giorni, perciò alla fine è stato deciso di tenere aperta la fiala ancora per qualche Sol e nel frattempo far proseguire Perseverance nel suo percorso, in tal modo gli ingegneri hanno avuto tempo di mettere a punto una strategia per provare a sigillare la preziosa fiala. È nel Sol 1433, a 338 metri dal luogo di raccolta e dopo una nuova sequenza di pulizia, che il contenitore con Green Gardens sarà finalmente chiuso e messo al sicuro.
Le polveri del foro Green Gardens ben compattate dal sensore di contatto. A destra un dettaglio delle impronte lasciate dai fori delle viti. NASA/JPL-Caltech/PirasIl bordo esterno della fiala contenente il campione Green Gardens fotografato poco dopo la raccolta. Le polveri e persino un minuscolo detrito, visibile a destra, per 13 Sol hanno ostacolato la chiusura del contenitore. NASA/JPL-CaltechPosizione di Perseverance aggiornata al Sol 1482 (21 aprile). I marker rossi indicano la posizione dei prelievi descritti in queste pagine: Green Gardens (a destra) e Main River. NASA/JPL-Caltech/Piras.
Broom Point e il suo terreno a strisce
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Ancora prima della chiusura del contenitore, Perseverance aveva ripreso il suo spostamento per dirigersi verso una nuova zona di interesse denominata Broom Point, sempre all’interno della regione Witch Hazel Hill che sta esplorando ormai da svariate settimane. Qui, visibili anche nella mappa realizzata con le immagini orbitali, ci sono dei particolari strati scuri che si alternano a zone più chiare. Sono proprio queste formazioni che hanno catturato l’interesse del team scientifico: strati differenti testimoniano varietà di eventi geologici avvenuti in passato che possono includere il deposito di sedimenti o ceneri vulcaniche, o flussi di lava. La scienza di contatto, che include l’abrasione delle rocce e il prelievo di campioni, è ciò che ci aiuterà a comprendere meglio la storia di questa regione.
Il primo “assaggio” di Broom Point avviene nel Sol 1436 (5 marzo) quando la punta abrasiva viene azionata sul target Slants River. L’esperienza insegna che su Marte niente può essere dato per scontato e infatti, nonostante Perseverance abbia ormai abraso più di 30 rocce, qualcosa di inaspettato può sempre accadere. Avviene così che, sottoposta alle sollecitazioni del trapano, la roccia si spacca in modo particolare producendo una superficie disomogenea. In un primo momento questo rappresenta un problema per le analisi spettrali con PIXL e SHERLOC, che devono operare a pochi mm dalla roccia, ma non per la camera macro di WATSON che può contare su un margine operativo maggiore. Grazie a una serie di immagini dell’abrasione catturate da vari punti di vista, il team scientifico riesce a generare un modello della superficie che in seguito viene impiegato per pilotare con precisione lo strumento PIXL. In questo modo si riescono a eseguire le analisi spettroscopiche e caratterizzare la roccia appena esposta anche ai raggi X. Il prelievo vero e proprio avviene il 10 marzo: il campione, denominato Main River, ha una lunghezza di 4,32 cm e si presenta compatto. Stavolta non ci sono problemi per il sistema di manipolazione e chiusura delle fiale che sigilla il contenitore dopo meno di 4 ore dall’inizio dell’operazione di carotaggio.
L’abrasione di Slants River lascia la roccia spaccata in modo irregolare permettendo inizialmente solo alla camera WATSON, impiegata per questa foto, di analizzare il target. NASA/JPL-Caltech.
Tre giorni dopo, nel Sol 1444, viene tentato un nuovo prelievo sempre su Broom Point. Qui le cronache si fanno nebbiose perché l’operazione non è stata documentata nei canali di comunicazione della NASA e ci dobbiamo basare sulle immagini grezze messe a disposizione. Il campione roccioso viene prelevato dal basamento ma risulta parzialmente bloccato nel meccanismo di estrazione integrato nella punta del trapano. Dopo la foto della MastCam-Z, (vedi immagine), si perdono le tracce del campione: le foto successive mostrano la punta nuovamente sgombra di materiale e anche le immagini di CacheCam, la camera che documentata lo stato delle fiale prima della loro chiusura, mostrano un contenitore totalmente vuoto. Possiamo ipotizzare che, visto il parziale insuccesso del prelievo, i tecnici abbiano accettato di scartare il campione lasciandolo al suolo. Tuttavia non siamo in grado di confermare l’ipotesi perché all’indomani delle operazioni il rover viene fatto spostare rendendo così impossibile cercare nelle immagini dei dintorni di Perseverance l’eventuale residuo del prelievo. Fortunatamente Marte si è dimostrato pronto a farci dimenticare in fretta questa possibile disavventura presentandoci una nuova straordinaria roccia. Durante la sequenza di attività svolte in prossimità di Broom Point un’ulteriore roccia ha attirato le attenzioni degli scienziati NASA la cui superficie risulta costellata di minuscole sferette grigie grandi non più di pochi millimetri. Molte delle bolle sono perfettamente sferiche, altre sono schiacciate o spezzate a metà. Nel Sol 1442 Perseverance ha osservato i dettagli della curiosa roccia, denominata St. Pauls Bay, con le camere zoom MastCam e con il telescopio SuperCam RMI.
Sol 1444: alcuni giorni dopo il prelievo di Main River (il cui foro è visibile a sinistra) Perseverance è di nuovo in azione su Broom Point. NASA/JPL-Caltech/Piras.Il prelievo del Sol 1444 fallisce parzialmente e produce un campione di roccia che fuoriesce dalla punta. NASA/JPL-Caltech/Piras.
Sferule marziane
Le picciole formazioni rocciose vengono chiamate sferule, nome condiviso con piccole concrezioni sferiche che lo stesso rover aveva incontrato mesi fa nella zona di Neretva Vallis (si veda a riguardo Coelum Astronomia 269). Ma mentre in quel caso si trattava di caratteristiche generate dall’interazione delle rocce con l’acqua, nel caso delle sferule di St. Pauls Bay dobbiamo guardare altrove.
I geologi ritengono infatti che potremmo trovarci difronte ad una roccia erratica, termine con cui si definisce un oggetto che non si trova nel suo luogo d’origine. Le sferette non solo sono sferiche, ma anche lucide, con fori e deformazioni tipiche dei processi ad alta energia. Secondo alcuni ricercatori un’ipotesi molto attendibile è che si tratti di sferule da impatto: gocce di roccia fusa espulse durante un gigantesco impatto meteorico e poi ricadute al suolo, raffreddandosi rapidamente in volo. Ma a quale impatto sarebbero riconducibili? Potrebbero essersi formate durante lo stesso impatto che ha generato il cratere Jezero oppure essere il risultato di un evento ancora più antico, come quello in grado di formare il gigantesco bacino Isidis. Nella seconda ipotesi probabilmente le sferule sarebbero state riportate in superficie dal successivo impatto di Jezero.
L’ulteriore scoperta a seguire di rocce simili incastonate all’interno del substrato roccioso, cioè saldamente integrate nella roccia madre e non semplicemente appoggiate sopra come frammenti trasportati, potrebbe indicare che le sferule siano effettivamente parte della formazione geologica del sito stesso e non elementi estranei finiti lì in un secondo momento. Una prova che rafforzerebbe la prima ipotesi e che quindi le sferule si siano formate durante l’impatto che ha creato il cratere Jezero, coerentemente con la storia geologica della regione tratteggiata fino a questo momento, e senza richiedere per la loro genesi la presenza di acqua. Grazie ad analisi eseguite da Perseverance a cavallo tra ottobre 2023 e ottobre 2024, nel cratere Jezero sono state recentemente confermate rocce contenenti silice idratata e quarzo. Sono materiali che sulla Terra si formano in ambienti dove l’acqua calda interagisce con le rocce e che possono conservare tracce di antiche forme di vita. Questa scoperta, pubblicata a febbraio in uno studio a prima firma di Pierre Beck (From hydrated silica to quartz: Potential hydrothermal precipitates found in Jezero crater, Mars), rappresenta la prima rilevazione inequivocabile di quarzo cristallino sulla superficie marziana e aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione della storia idrotermale del Pianeta Rosso.
La curiosa roccia ripresa con la Left MastCam-Z e un dettaglio della SuperCam RMI. Sol 1442, NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP.
Silice e quarzo su Marte
Utilizzando la strumentazione del rover, in particolare SuperCam che combina spettroscopia Raman, infrarossa e LIBS (Laser Induced Breakdown Spectroscopy), i ricercatori hanno analizzato sei rocce erratiche e identificato in esse tre tipi di silice: opale idrato, calcedonio e quarzo puro, ciascuno associato a diversi livelli di maturità e condizioni di formazione. La presenza di questi materiali suggerisce che nella regione di Jezero un tempo esistesse un sistema idrotermale, probabilmente innescato dall’impatto che formò il cratere stesso, dove l’acqua calda circolava nelle fratture della crosta marziana sciogliendo e poi depositando silice in base alla profondità e alla temperatura. Secondo il modello proposto, il quarzo si sarebbe formato in profondità, il calcedonio a livelli intermedi e l’opale in superficie, dando luogo a una sequenza minerale simile a quella osservata nei sistemi idrotermali terrestri. Queste rocce sono particolarmente interessanti dal punto di vista astrobiologico: sulla Terra materiali simili sono noti per la loro capacità di preservare microfossili e composti organici per miliardi di anni grazie alla protezione offerta dalla matrice di silice. Sebbene il rover non sia stato in grado di analizzare direttamente la presenza di molecole organiche in questi campioni, i risultati aprono prospettive promettenti per le future missioni di ritorno dei campioni sulla Terra dove gli strumenti di laboratorio potranno cercare eventuali firme biologiche con maggiore precisione.
Spettro Raman della roccia Emmons Glacier a confronto con quello di cristalli idrotermali di quarzo. Spettri normalizzati sui massimi valori. P. Beck et al. (2025).Collocazione delle rocce analizzate da Perseverance, i colori delle stelle indicano la specie minerale dominante per ciascuna posizione: verde per opale, rosso per calcedonio, nero per quarzo. P. Beck et al. (2025).
Molecole organiche molto lunghe per Curiosity
Il rover Curiosity della NASA continua a produrre scienza di elevatissimo livello. Stavolta (o per meglio dire nel 2013), frugando tra le polveri di un antico lago marziano, ha scovato le più grandi molecole organiche mai trovate sul Pianeta Rosso. La scoperta è stata pubblicata il 24 marzo sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e alimenta l’ipotesi che la chimica prebiotica su Marte possa essere stata più complessa di quanto immaginassimo.
Gli scienziati hanno analizzato un campione di roccia prelevato da Curiosity nel 2013 nel sito chiamato Cumberland nella zona di Yellowknife Bay. Il campione è stato riscaldato all’interno dello strumento SAM (Sample Analysis at Mars) a bordo del rover, un forno in miniatura capace di raggiungere i 1000°C. Durante il riscaldamento le molecole organiche intrappolate nella roccia si sono decomposte e trasformate in gas, che sono poi stati analizzati da strumenti di spettrometria di massa. È così che sono stati identificati tre composti: decano, undecano e dodecano, catene lineari di carbonio con rispettivamente 10, 11 e 12 atomi. Si potrebbe trattare di frammenti di acidi grassi, molecole fondamentali sulla Terra per la costruzione delle membrane cellulari ma ciò non implica un’origine biologica: gli acidi grassi possono anche formarsi senza la presenza di vita, grazie a reazioni chimiche naturali come quelle che avvengono nelle bocche idrotermali.
Il fattore emozionante, se volete, è che finora su Marte sono stati individuati solo composti organici piuttosto semplici. I nuovi ritrovamenti invece mostrano che la chimica organica su Marte potrebbe essersi spinta più in là, forse fino a livelli compatibili con l’origine della vita. Inoltre, la scoperta dà una speranza concreta di trovare anche quelle molecole biologiche che possono essere considerate vere firme della vita passata, le cosiddette biosignature. La ricerca fornisce un’altra buona notizia, ovvero che se questi composti hanno resistito per miliardi di anni nonostante le difficili condizioni marziane allora se su Marte è mai esistita la vita, potremmo ancora avere una chance di trovarne le tracce.
La zona di Yellowknife Bay già a suo tempo si mostrò come interessante per gli scienziati. Si tratta infatti di un’area che un tempo ospitava un lago e quindi offrendo le condizioni ideali per preservare molecole organiche nel fango sedimentario. Le analisi precedenti su Cumberland avevano già rivelato un mix di argille (formatesi in acqua), zolfo (perfetto per conservare le molecole organiche), nitrati (importanti per la vita sulla Terra) e perfino metano con un tipo di carbonio che sulla Terra è associato ai processi biologici. Insomma, se dovessimo scegliere un posto su Marte dove un giorno scovare prove di vita passata, Yellowknife Bay sarebbe un candidato ideale.
Un altro obiettivo perseguito dagli autori dello studio è la possibilità di trovare catene organiche ancora più lunghe di 13 atomi di carbonio cioè una prova talmente significativa da poter persino escludere, per questi composti, l’origine non biologica con processi che tipicamente generano catene più corte di 12 atomi. Purtroppo gli strumenti in possesso di Curiosity e in particolare SAM, utilizzato per queste analisi, non sono ottimizzati per rilevare catene più lunghe di quelle già individuate.
La scoperta del rover non fa che confermare una volta di più l’importanza di portare sulla Terra campioni marziani per analizzarli con strumenti avanzati impossibili da spedire sul pianeta rosso.
Il rover Curiosity della NASA ha perforato la roccia “Cumberland” durante il Sol 279 di missione (19 maggio 2013), raccogliendo un campione di polvere nell’interno. NASA/JPL-Caltech/MSSS.
Il ciclo del carbonio
Ancora una volta, grazie ai dati del rover Curiosity, sono stati scoperti minerali che raccontano una storia affascinante: miliardi di anni fa su Marte era attivo un ciclo del carbonio.
Si ritiene da tempo che Marte possedesse un’atmosfera molto più densa e ricca di anidride carbonica di quella attuale. Le ricerche portate avanti sino a questo momento tuttavia fallivano nel trovare le evidenze fossili di un simile composto. Lo studio pubblicato sulla rivista Science il 17 aprile (Carbonates identified by the Curiosity rover indicate a carbon cycle operated on ancient Mars, Tutolo et al.) segna un punto di svolta nella comprensione della storia del clima e della geochimica del pianeta rosso.
Se, come ipotizzato nei modelli, Marte ha goduto di un’atmosfera con abbondanza di CO2, le prove dovrebbero nascondersi nelle rocce: l’anidride carbonica e l’acqua reagiscono e formano minerali carbonati. Le cronache delle attività dei rover marziani abbondano di rinvenimenti di questi minerali, ma sino a questo momento le indagini spettrali compiute dagli orbiter e quelle in situ con gli strumenti in dotazione ai robot non avevano mai rilevato quantità di carbonati sufficienti a confermare le teorie. Tra la fine del 2022 e l’autunno del 2023 Curiosity ha affrontato un’avanzata verso sud in direzione di Aeolis Mons che ha visto il rover risalire circa 90 metri di quota. Durante la sua esplorazione della formazione sedimentaria denominata Mirador, Curiosity ha analizzato quattro campioni prelevati da diverse profondità con il suo strumento CheMin, in grado di identificare i minerali attraverso la diffrazione a raggi X.
A sinistra la colonna stratigrafica che mostra le altezze e le interpretazioni sedimentologiche della sezione verticale di 89 m attraversata dal rover. I gruppi, formazioni e membri rappresentano le unità sedimentarie, con stili di tratteggio indicanti la litologia. I cerchi neri segnano i luoghi di campionamento dei quattro esemplari. Le linee verticali spesse segnano le elevazioni dove sono stati rilevati minerali di Mg-solfato (linea continua) e siderite (linea tratteggiata). A destra il percorso del rover Curiosity (linea bianca) su Aeolis Mons. Tutolo et al.(2025).
Nella sua ricerca di carbonati alla base della formazione, il rover ha prelevato il primo campione il 19 ottobre 2022. Canaima, questo il suo nome, mostrava la presenza di cristalli di starkeyite. Curiosity ha poi proseguito il suo spostamento entrando nella formazione geologica denominata Marker Band. In questa regione, tra i Sol 3752 e 3980 (marzo-ottobre 2023), il rover ha analizzato tre campioni: Tapo Caparo, Ubajara e Sequoia (si vedano a riguardo Coelum Astronomia 262 e 266). In essi i ricercatori hanno individuato abbondanza di siderite (FeCO₃), un minerale carbonatico ferroso presente in concentrazioni fino al 10% in peso rispetto alla roccia. È la prima volta che questo tipo di carbonato viene trovato in quantità così elevate su Marte, e prima d’ora la sua rilevazione così abbondante era sfuggita alle osservazioni orbitali perché ricoperta superficialmente da altri minerali. La siderite si forma in ambienti poveri d’acqua ma ricchi di anidride carbonica e con condizioni chimiche riducenti, cioè in assenza di ossigeno. Le analisi suggeriscono che questi carbonati si sono depositati attraverso l’evaporazione di acque sotterranee, in una fase in cui l’ambiente era abbastanza alcalino da permetterne la precipitazione. Questa scoperta dimostra che miliardi di anni fa su Marte esistevano fluidi che reagivano con le rocce del sottosuolo in modo simile a quanto avviene sulla Terra. Ma soprattutto la presenza di questi minerali implica che una parte dell’atmosfera marziana fu sequestrata nelle rocce attraverso reazioni chimiche. Le stime, basate su analisi spettrografiche orbitali, ipotizzano che i carbonati abbiano trattenuto tra 0,01 e 1 bar di anidride carbonica.
Lo schema illustra il ciclo del carbonio proposto per l’antico Marte. L’evaporazione delle acque sotterranee porta inizialmente alla formazione di siderite che intrappola CO₂ atmosferica. Con l’aumento dell’evaporazione si depositano solfati di calcio e magnesio. I sedimenti trasportati dal vento fanno salire nel tempo la zona di evaporazione. In una fase successiva fluidi poveri di siderite infiltrano i sedimenti, distruggendo parte della siderite formata e liberando nuovamente CO₂ nell’atmosfera. Tutolo et al.(2025).
Nelle descrizioni dei ricercatori, miliardi di anni fa il pianeta rosso era molto diverso da Marte come lo conosciamo ora. L’attuale atmosfera contiene soli 6 mbar di CO2, ma in passato si stima che le sole eruzioni vulcaniche abbiano contribuito ad alimentare l’atmosfera portandola sino a 10 bar. Anche tenendo conto del gas disperso nello spazio (circa 3 bar) ci sarebbe comunque stata sufficiente pressione per consentire all’acqua di rimanere stabilmente allo stato liquido.
Ma la storia non finisce qui: i ricercatori hanno anche identificato minerali come ematite, goethite e akaganeite che sono derivati dalla diagenesi della siderite (cioè l’insieme dei processi che trasformano i sedimenti in rocce compatte successivamente alla loro deposizione) in condizioni ossidanti. Ciò indica che una parte del carbonio, inizialmente intrappolata nei carbonati, fu successivamente rilasciata nell’atmosfera marziana chiudendo così un ciclo del carbonio parzialmente simile a quello terrestre.
Anche se queste scoperte provengono da un’unica area del cratere Gale, i ricercatori ipotizzano che sedimenti simili possano essere presenti in molte altre regioni del pianeta. Se confermata, la presenza diffusa di siderite potrebbe significare che Marte ha sequestrato (e in parte rilasciato) quantità di CO₂ compatibili con quelle che si osservano attualmente nell’atmosfera del pianeta. “Perforare la superficie stratificata marziana è come sfogliare un libro di storia” ha enfatizzato il ricercatore Thomas Bristow, coautore dello studio. “Bastano pochi centimetri di profondità per darci un’ottima idea dei minerali che si sono formati sulla superficie o nelle sue immediate vicinanze circa 3,5 miliardi di anni fa.”
Questa scoperta rafforza l’idea che Marte non sia sempre stato il deserto gelido che conosciamo oggi. La sua storia geologica rivela un mondo dinamico, con acqua liquida, reazioni chimiche attive e un’atmosfera capace di trasformarsi. E chissà: dove c’è un ciclo del carbonio, potrebbe esserci stata anche una nicchia abitabile.
Con Messier 22, anche noto come il Grande Ammasso del Sagittario, torniamo in grande stile agli ammassi globulari, insiemi di stelle che orbitano come satelliti intorno al centro di una galassia, assumendo una forma perlopiù sferica e mantenendo al loro centro una densità di stelle elevata. Oggetti affascinanti ai confini delle galassie.
Storia delle osservazioni
Messier 22, conosciuto anche come NGC6656, è uno degli ammassi globulari più luminosi e vicini alla Terra, situato nella costellazione del Sagittario. La sua scoperta risale al 1665 ad opera dell’astronomo tedesco Abraham Ihle, che lo individuò casualmente mentre osservava Saturno. Si tratta, con ogni probabilità, del primo ammasso globulare mai scoperto. Charles Messier lo osservò nuovamente il 5 giugno 1764, descrivendolo come una “nebulosa rotonda, senza stelle risolte”, e lo inserì nel suo celebre catalogo. Successivamente, William Herschel fu il primo a risolvere M22 in singole stelle utilizzando un telescopio rifrattore da 20 piedi (6 metri), osservando centinaia di astri concentrati in uno spazio ridotto. Il figlio John Herschel e l’ammiraglio William Henry Smyth ne fornirono descrizioni ulteriori: il primo lo definì “un superbo ammasso molto compresso”, mentre Smyth lo descrisse come “un fine ammasso globulare composto da particelle di luce minute e densamente condensate”. Durante il ventesimo secolo, M22 divenne oggetto di studi più approfonditi grazie a Harlow Shapley, Halton Arp e James E. Hesser, che evidenziarono peculiarità come l’ampio ventaglio cromatico della sequenza delle giganti rosse, simile a quello osservato in Omega Centauri. Studi più recenti, condotti anche tramite il Telescopio Spaziale Hubble, hanno rivelato altre caratteristiche eccezionali dell’ammasso, come la presenza di una nebulosa planetaria (GJJC1) a circa un grado verso Sud dal centro di M22, due buchi neri confermati, e perfino oggetti planetari di massa simile a quella di Giove.
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Caratteristiche fisiche
M22 si trova a una distanza di circa 10.600 anni luce dalla Terra ed occupa un’area del cielo ampia circa quanto quella della Luna piena, con un diametro reale valutato attorno ai 97-100 anni luce ed un’età stimata di 12 miliardi di anni. È l’ammasso globulare piú luminoso che può essere osservato dalle medie latitudini settentrionali. Infatti, con una magnitudine apparente di +5.1, risulta facilmente visibile anche ad occhio nudo sotto cieli limpidi e bui. Le stime calcolano che l’ammasso contenga almeno 70.000-90.000 stelle, molte delle quali concentrate in un nucleo centrale relativamente esteso, una caratteristica che potrebbe essere dovuta alla presenza e all’interazione di buchi neri al suo interno. Si sta allontanando da noi alla velocità di circa 150 km/s. La popolazione stellare di M22 è composta prevalentemente da antiche stelle di popolazione II, con circa 32 variabili conosciute, principalmente del tipo RR Lyrae, stelle che vengono utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche. Oltre alla presenza di due buchi neri di 10-20 masse solari ciascuno (più altri ipotizzati), l’ammasso ospita, come anticipato, una rara nebulosa planetaria (nebulosa ad emissione costituita da un involucro incandescente di gas ionizzato in espansione, espulso da alcuni tipi di stelle giganti nella fase finale della loro vita). Denominata GJJC1 o IRAS 18333-2357, è stata la seconda mai scoperta all’interno di un ammasso globulare dopo quella di Messier 15, ed una delle sole quattro a risiedere all’interno di un oggetto di questo tipo (insieme a NGC6441 e Palomar 6). Questa nebulosa possiede una stella centrale blu e si stima abbia un’età di circa 6000 anni. M22 orbita attorno al centro galattico in circa 200 milioni di anni, mantenendosi sempre relativamente vicino al piano della galassia. Le osservazioni di microlensing gravitazionale effettuate con il telescopio Hubble hanno anche individuato oggetti di massa planetaria vaganti all’interno dell’ammasso, rendendolo un laboratorio unico per lo studio dell’evoluzione stellare primordiale e delle dinamiche gravitazionali all’interno degli ammassi globulari.
Messier 22, uno degli ammassi globulari più vicini e luminosi, si trova nella costellazione del Sagittario a circa 10.000 anni luce dalla Terra. Osservato da Hubble (NASA/ESA), è un antico agglomerato stellare di circa 12-13 miliardi di anni, quasi quanto l’età dell’Universo. Nonostante la vicinanza, il suo splendore è attenuato da polveri interstellari. M22 è noto anche per alcune peculiarità rare: ospita due buchi neri, una rara nebulosa planetaria e sei oggetti delle dimensioni di pianeti non legati a stelle. Crediti immagine: NASA/ESA, Hubble Space Telescope
Posizione nel Cielo
Messier 22 è situato in un’area celeste abbastanza ricca di astri facilmente riconoscibili (l’asterismo a forma di “teiera” nel Sagittario). Per rintracciarlo è possibile individuare le stelle λ (Lambda) Sagittarii (Klaus Borealis) e ξ2 (Xi2) Sagittarii, con l’ammasso a circa un terzo della distanza tra le due. In alternativa, l’ammasso forma uno dei vertici di un triangolo rettangolo contenente λ Sagittariie φ (Phi) Sagittarii (Awal al Sadira – Namalsadirah). Un’altra opzione è quella di considerare il quadrilatero formato dalle due stelle elencate nel paragrafo precedente, aggiungendo σ (Sigma) Sagittarii (Nunki). M22 si troverà al quarto vertice di questo asterismo.
Designazione: M22 – NGC6656
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: VII
Distanza: 10.600 anni luce
Estensione: 100 anni luce
Costellazione: Sagittarius
Ascensione Retta: 18h 36m 23.94s
Declinazione: -23° 54′ 17.1″
Magnitudine: +5.1
Diametro Apparente: 32′ x 32′
Scopritore: Charles Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso aperto è da giugno ad ottobre.
Occhio nudo: osservabile sotto cieli bui, lontano dall’inquinamento luminoso.
Binocolo: facilmente individuabile con un 10×50 che mostrerà la sua intera forma.
Telescopi
Piccolo diametro: si possono osservare più stelle rispetto alla vista binoculare, con la “macchia” dell’ammasso che diventa più brillante.
Medio diametro: con telescopi da 12-15 cm si iniziano a risolvere alcune delle componenti dell’ammasso.
Grande diametro: dai 20 cm è possibile osservare un numero ancora maggiore di stelle su uno sfondo che rimane nebuloso e opaco. Se si ha a disposizione uno strumento da 30 cm con filtro UHC, è possibile tentare di individuare la nebulosa planetaria al suo interno (GJJC 1).
Immagine notturna dell'ELF in osservazione. Il livello di risoluzione richiesto è una sfida tecnologica a cui partecipano università francesi, statunitensi e spagnole. Al momento al consorzio non partecipano istituzioni italiane. Crediti: ExoLife Finder LIOM
Indice dei contenuti
La Nuova Frontiera dell’interferometria ottica e la sfida della tensegrità
Il sogno visionario di Jeff Kuhn
Jeff Kuhn è l’anima alla base del progetto ExoLife Finder. Insegna all’Università delle Hawaii e ha partecipato alla realizzazione del telescopio solare DKIST negli Stati Uniti. “Passeranno ancora molti anni prima di poter tornare a costruire un telescopio alle Hawaii. Negli ultimi anni si è costruito molto, ma un osservatorio astronomico per me è una maniera di difendere il Paesaggio e mantenere buio il cielo circostante”, afferma. Credit: University of Hawaii. Institute for Astronomy.
“Dal silenzio al contatto”: è questo il titolo dell’evento organizzato lo scorso 7-8 febbraio dall’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC) a Tenerife, dove si incrociano le traiettorie di scienziati visionari, appassionati di esoplanetologia e giovani ricercatori. È qui che incontriamo Jeff Kuhn, mente carismatica dietro il progetto Exo Life Finder (ELF), che si ripropone niente meno che di trovare prove osservative della presenza della vita al di fuori del nostro pianeta. I suoi capelli grigi arruffati, lo sguardo curioso e la comunicazione trascinante lo rendono una sorta di “rockstar” nel mondo della ricerca astronomica. Nella sede dell’IACtec a Tenerife, Kuhn raduna attorno a sé studenti e giovani talenti, tutti galvanizzati dalla prospettiva di partecipare a uno dei progetti più coraggiosi dell’astrobiologia contemporanea: un telescopio interferometrico da 30-40 metri di diametro capace di mappare e studiare mondi potenzialmente abitabili al di fuori del Sistema Solare.
L’esterno della sede IACtec, inaugurata nel 2020 dall’allora Ministro della Scienza spagnolo, l’ex astronauta Pedro Duque.
Il LIOM (Laboratorio de Innovacion Opto-Mecanica) è nato proprio per continuare a dare all’IAC un ruolo da protagonista nell’innovazione dei telescopi della prossima generazione. Ci diamo appuntamento all’inizio della settimana seguente per discutere con lui e con il suo team delle peculiarità del progetto ELF. L’edificio che ospita il LIOM, lo IACtec, è nuovo di zecca e sorge in un parco a poca distanza dalla sede principale dell’IAC e dal Museo de la Ciencia y del Cosmos che ha ospitato l’evento. Kuhn è un brillante esempio di una creatività multidisciplinare. L’idea dell’Exo Life Finder trova un suo predecessore nell’utopica idea di realizzare un telescopio colossale, idealmente dell’apertura di una cinquantina di metri (o oltre) da costruire per ricercare le firme della vita nei pianeti extrasolari. Questo “Colossus”, come venne definito, era però un’idea ben oltre la fattibilità, dato che avrebbe avuto un costo di costruzione di un miliardo di dollari. La PLANETS Foundations, di cui Jeff Kuhn fa parte, ha proprio lo scopo di innovare la tecnologia di osservazione dei pianeti lontani in modo da affrontare in maniera scientifica la ricerca della vita. Sul sito della PLANETS Foundations, infatti, si legge chiaramente che l’obiettivo è quello di creare tecnologie sufficientemente sensibili da riuscire a vedere i continenti sul pianeta che orbita attorno alla stella Proxima Centauri b, che secondo alcuni risultati recenti, (vedi Coelum.com “Segnali di abitabilità su pianeti extrasolari” del 23 marzo 2025 ) potrebbe ospitare acqua liquida. Jeff Kuhn, assieme ad un’altra scienziata dell’Università delle Hawaii, Svetlana Berdyugina, ha scritto vari articoli sulla firma termodinamica che lascerebbero i grandi insediamenti urbani ed industriali su pianeti lontani, segno inequivocabile di una civiltà intelligente (vedasi per esempio l’articolo “Global warming as a detectable thermodynamic marker of Earth-like extrasolar civilizations: The Colossus project”, Svetlana V. Berdyugina, Jeff R. Kuhn, 2015). Dalla sua formazione come fisico solare, Kuhn è oggi passato a ideare e coordinare ELF, un telescopio rivoluzionario che ambisce a “cancellare” la luce delle stelle, proprio come le moderne cuffie che eliminano il rumore di fondo, per svelare la luminosità debolissima dei pianeti orbitanti. Tutti conosciamo bene l’interferenza distruttiva nella nostra vita quotidiana, anche se di solito non la definiamo con questo termine tecnico. Nel contesto della musica, la noise cancellation è ormai familiare: un microfono cattura il rumore ambientale e un processore elettronico genera un’onda uguale e contraria, cancellandone gli effetti all’interno dei nostri auricolari, permettendoci di ascoltare la musica anche circondati dal rumore del traffico. ELF intende portare lo stesso concetto in astronomia, ma a una scala infinitamente più raffinata: si parla in questo caso di “Nulling Fizeau Interferometry”. Le stelle sono sorgenti di luce fortissime, la cui luminosità può essere fino a 109 volte superiore a quella dei pianeti che orbitano al loro interno. Per “vedere” il segnale riflesso da un piccolo pianeta roccioso in zona abitabile, è dunque indispensabile sviluppare un meccanismo capace di annullare la luce della stella, esaltando la flebile emissione planetaria. La parola chiave è il “cophasing” dei vari specchi, che devono agire come se fosse una superficie specchiante monolitica con un segnale caratterizzato da un fronte d’onda unico e omogeneo.
Ottica di precisione e onde in conflitto
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L’interno della sala ad atmosfera controllata del LIOM presso la sede IACtec, dove si sta sviluppando SELF e si sta progettando ExoLife Finder. Foto Thomas Emilio Villa.
Kuhn e il suo team, che contano con grandi esperti come Maud Langlois del CNRS francese e dell’Università di Lione, Edward Kibblewhite dell’Università di Chicago o Gil Moretto, membro del CNRS anch’egli, puntano sull’interferometria, una tecnica che sfrutta il carattere ondulatorio della luce. Se un picco di un’onda coincide con il picco di un’altra onda simile, il segnale risultante si amplifica; se un picco incontra un minimo, invece, si crea un annullamento parziale o totale. Nel caso di ELF, l’obiettivo è realizzare una configurazione che produca l’interferenza distruttiva della luce della stella lasciando inalterata quella del pianeta: per questo si definisce “nulling interferometry”. È un concetto semplice da enunciare, ma estremamente complesso da realizzare, poiché richiede un controllo precisissimo (nell’ordine dei nanometri) di ogni elemento ottico coinvolto. La struttura è sostanzialmente un’evoluzione di quella ben nota di un telescopio gregoriano: l’immagine sarà raccolta da una serie di specchi disposti a raggiera e quindi convogliata verso uno specchio secondario centrale, dotato di un sistema di ottica adattiva e concepito per correggere le imperfezioni del segnale dovute alle turbolenze dell’atmosfera terrestre. Il segnale in seguito verrà inviato verso il sistema elettronico di raccolta delle immagini. Si tratterà di emissioni estremamente deboli, dell’ordine di pochi fotoni, da cui occorrerà estrarre quante più informazioni possibile. Riuscire a realizzare interferometria con sorgenti dal diametro angolare così ridotto (e con un flusso composto da pochi fotoni!) è una sfida senza precedenti per l’astronomia osservativa. Auxiliadora Padron, ci illustra come si pensa di riuscire nell’impresa di realizzare “cophasing” e interferenza distruttiva (il “nulling”) sulla luce della stella centrale. Auxiliadora è poco più che trentenne, ha studiato ottica quantistica a Barcellona ma è originaria La Orotava, a circa trentacinque chilometri dalla sede dell’IACtec.
La Optotech MCP 1501 Polishing Machine è una macchina unica al mondo pensata per pulire gli specchi dei telescopi. E’ uno dei gioielli tecnologici che si trovano all’IACtec di Tenerife, sede del LIOM. Credit: IAC LIOM.
Ogni tanto i cervelli riescono a tornare a casa, se le istituzioni puntano sulla ricerca di alto livello. Finora, la maggior parte delle informazioni sugli esopianeti è stata raccolta tramite metodi indiretti, come la spettroscopia di velocità radiale o il transito. Approcci hanno prodotto risultati straordinari, ma che si rivelano ottimali soprattutto per pianeti giganti, oppure per sistemi allineati in modo fortunato. Per individuare pianeti rocciosi di piccola massa, orbitanti in zone abitabili, occorre un salto di qualità. E l’interferometria distruttiva della luce stellare potrebbe offrire la svolta desiderata, permettendo di vedere direttamente un pianeta la cui luminosità è fino a 109 volte più debole di quella della stella ospite, ossia una capacità di risoluzione dell’immagine con un contrasto di una parte su un miliardo. Un bel salto qualitativo, se pensiamo che attualmente i più avanzati telescopi terrestri raggiungono un contrasto di una parte su dieci milioni! L’idea su cui stanno lavorando i tecnici attualmente si basa su degli specchi ultraleggeri e correttivi a densità ridotta la cui la superficie specchiante sarà raggiunta con tecniche di stampa 3D additiva e non abrasiva: in sostanza verranno spruzzate delicatamente degli strati riflettenti in maniera perfettamente omogenea. Visitiamo i 200 metri quadrati del laboratorio LIOM all’interno del IACtec, inaugurato nel 2020, assieme al giovane ricercatore canario Alejandro Ruiz Sabina, che ci accompagna e ci spiega con estrema chiarezza le sfide del progetto ELF dal punto di vista dei sistemi ottici. I macchinari a disposizione del LIOM, come la macchina pulitrice Optotech MCP 1501 CNC, sono dei pezzi quasi unici, che si contano sulle dita di una mano in tutto il mondo, e non è un’esagerazione. Per la deformazione ottica delle lenti viene adottata una tecnica avanzata, ideata dalla startup MorphOptic, che prevede di riscaldare con fasci laser alcuni punti specifici della superficie, calcolate con estrema precisione, che prende il nome di “curvature polishing”, invece del tradizionale “fire polishing”. L’effetto è quello di creare un gradiente termico che possa curvare la lente con una pulizia ed una trasparenza impossibile da ottenere con i metodi tradizionali. Per incidere le lenti, si usano macchine industriali con laser a CO2 di marca OMtech di estrema potenza e precisione. In tal modo, l’elemento ottico — riscaldato soltanto su un lato — subisce una leggera e controllata curvatura. Tutto ciò richiede un’ingegneria di altissimo livello: ogni passaggio è progettato per garantire una qualità di realizzazione e un’innovazione senza precedenti. Per testare l’idea, Kuhn e colleghi stanno costruendo un prototipo ridotto, battezzato Small-ELF (SELF), il cui capo progetto scientifico è il ricercatore francese Nicolas Lodieu. Con un diametro di 3,5 m e 15 segmenti speculari da 50 cm cadauno disposti “a fiore”, SELF sorgerà sul vulcano Teide a Tenerife, con l’obiettivo di tentare l’osservazione di Proxima Centauri b, uno dei mondi più prossimi a noi e potenzialmente abitabile. Se il prototipo riuscirà anche solo a captare un barlume di segnali riflessi dal pianeta, si sarà trattato di un successo straordinario. Gli scienziati contano di analizzare le linee spettrali, alla ricerca di molecole come l’anidride carbonica, l’ossigeno, il metano, possibili tracce di fotosintesi o di attività biologiche analoghe a quelle terrestri.
Tensegrità e architettura spinta
Un modellino in scala del ExoLife Finder campeggia nel corridoio principale della sede IACtec. La sua forma ricorda quella di un futuristico fiore appena sbocciato. Foto Thomas Emilio Villa.
Una volta validato il modello con SELF, si passerà alla realizzazione di Exo Life Finder in scala completa, con un diametro di 35 m composto da 15 specchi, ciascuno di 5 m di diametro. La potenza di raccolta di luce e la capacità interferometrica di un tale sistema consentiranno di studiare molti sistemi stellari vicini e, chissà, di identificare anche segnali artificiali (la cosiddetta “impronta industriale”) qualora esistessero civiltà avanzate su altri mondi. La grande sfida di ELF non è solo ottica, ma anche ingegneristica ed economica. Costruire un sistema di 16 specchi giganteschi e un sistema di bracci interferometrici è un’impresa che potrebbe costare ben oltre un miliardo di dollari, date le complessità strutturali e i materiali da impiegare. Ed è qui che entra in gioco la tensegrità: una concezione architettonica e ingegneristica basata sull’impiego di elementi in tensione e compressione in una configurazione autoportante. Questa tecnica, resa celebre da figure visionarie come l’architetto Richard Buckminster Fuller, permette di ottenere costruzioni sorprendentemente leggere e rigide al tempo stesso. L’etimologia del termine fa riferimento alla “tensione” e all’”integrità” (o coesione) delle strutture così concepite. Un esempio molto famoso di struttura in tensegrità è la cupola geodetica della Serra di Montreal, in Canada, concepita dallo stesso Buckminster Fuller per l’Expo del 1967. Brevettate nel 1954, in Italia troviamo una piccola scultura dello stesso artista a Spoleto (la struttura nota come “Spoletosfera”), donata alla città nel 1967 per la decima edizione del Festival dei Due Mondi. La tensegrità sfrutta la separazione tra componenti compressivi (i “struts”, di solito barre rigide) ed elementi flessibili in tensione (cavi ad alta resistenza). In una struttura ben progettata, ogni forza di compressione è compensata dalle tensioni distribuite nei cavi, ottenendo così un equilibrio dinamico che assicura stabilità e leggerezza. Nel contesto di ELF, l’idea è quella di sostenere e allineare i vari segmenti speculari con un sistema di travi e cavi in tensione, riducendo drasticamente la necessità di massicci supporti in acciaio o altri metalli pesanti. Se non si applicasse la tensegrità, la costruzione di un telescopio di 30-40 metri di diametro si tradurrebbe in una struttura dal peso esorbitante, con costi logistici e di fabbricazione alle stelle. Invece, la prospettiva di Kuhn e del suo team è di impiegare materiali compositi ultraleggeri, combinati con cavi e barre disposti in modo da sostenere gli specchi e mantenerli correttamente allineati. Così facendo, le stime iniziali di un miliardo di dollari per ELF potrebbero ridursi a un decimo del costo previsto per la struttura costruita con tecniche tradizionali, con un telescopio in tensegrità i costi si scenderebbero fino a 200 o persino 100 milioni di euro – una soglia pur sempre importante, ma nettamente più gestibile e plausibile per un consorzio internazionale di istituti e finanziatori. È chiaro che un sistema di cavi e struts, per quanto leggero, dev’essere accuratamente progettato per resistere a venti forti, variazioni termiche, vibrazioni sismiche e altri fattori ambientali. Ogni cavo ha una tensione misurata e calibrata, e la struttura nel suo complesso lavora in modo da distribuire uniformemente le sollecitazioni. Inoltre, l’uso di sensori e attuatori intelligenti consente un feedback continuo, così da regolare la tensione dei cavi qualora le condizioni esterne cambino. In questo modo, anche in piena notte, la stabilità ottica necessaria per generare interferenze distruttive della luce stellare è preservata. Anche se sono ormai numerose le strutture architettoniche concepite seguendo i dettami della tensegrità (vedasi ad esempio il Kurlipa Bridge, a Brisbane, nel Queensland, Australia), la sua applicazione nel contesto astrofisico è rivoluzionaria: combinare l’ottica di precisione con un impianto di cavi in tensione richiede un livello di calcolo e progettazione senza precedenti. Se l’esperimento avrà successo potrà aprire la strada a una nuova generazione di telescopi terrestri, estendendo l’applicazione della tensegrità ben oltre i confini immaginati finora.
Lo schema dello Small ELF da 3,5 metri di diametro in costruzione sul Teide, a Tenerife. Si tratta di un prototipo in scala 1/10 della versione definitiva. Il suo obiettivo sarà di osservare la superficie del pianeta orbitante attorno a Proxima Centauri, un pianeta in zona abitabile di tipo terrestre.
Ottica e struttura nel cuore di ELF
La struttura degli specchi e le sfide ingegneristiche ci vengono spiegate da Patricia Fernandez Izquierdo, un’ingegnera strutturale che si sta occupando della progettazione del complesso. I pezzi sono numerosissimi e ognuno deve essere ideato con la massima precisione, senza alcuna possibilità d’errore. Patricia è canaria ed ha studiato all’Università di Siviglia, in Andalusia. La possibilità di realizzare un progetto così avanzato nel suo arcipelago è per la giovane ricercatrice un’opportunità straordinaria. Oltre alla parte ingegneristica, Patricia si dedica alla parte di criogenizzazione che deve accompagnare la raccolta dei segnali elettromagnetici anche in lunghezze d’onda oltre il visibile, come l’infrarosso. Ma perchè tanta attenzione all’infrarosso per l’ELF? Una delle idee più suggestive emerse dalle conversazioni con Jeff Kuhn riguarda la possibilità di individuare non solo segnali biologici, ma addirittura civiltà extraterrestri industrializzate. Se esistessero megalopoli su un pianeta orbitante attorno a una stella vicina, la loro attività potrebbe generare un eccesso di anidride carbonica o di altre molecole tipiche dei processi industriali (un po’ come la nostra Terra). In teoria, un telescopio come ELF, dotato di interferometria distruttiva e di un’eccezionale risoluzione spettrale, potrebbe rilevare queste “impronte” artificiali. Nella storia del nostro Sistema Solare, i giganti gassosi – come Giove e Saturno – ospitano lune potenzialmente adatte alla vita (si pensi ad Europa, Encelado o Titano). Kuhn ipotizza che, in sistemi stellari lontani, la presenza di satelliti rocciosi attorno a pianeti giganti possa costituire un rifugio ancora più probabile per la vita rispetto ai pianeti orbitanti più vicini. Studiare queste lune richiede però strumenti in grado di discernere dettagli minuti, rendendo ancora più stringente la necessità di un telescopio grande, interferometrico e capace di ridurre i costi come ELF. In effetti, la luce riflessa del pianeta principale attorno al quale orbita un satellite è un elemento di stabilità termica importante, e l’effetto di marea gravitazionale può indurre una costante frizione degli strati geologici superiori del satellite e pertanto produrre una tettonica dinamica e un costante rinnovamento della superficie del satellite, in maniera non dissimile da quello che accade sulla terra (per ulteriori informazioni in proposito, non possiamo che suggerire di leggere l’articolo “Exomoon habitability constrained by illumination and tidal heating” di Heller e Barnes del 2013).
Conclusioni
Exo Life Finder incarna la perfetta commistione fra ambizione scientifica e innovazione ingegneristica. Da un lato, sfruttare l’interferenza per “cancellare” la luce stellare e dare voce alla flebile emissione dei pianeti è un traguardo che rivoluzionerebbe il nostro approccio all’astrobiologia; dall’altro, l’adozione della tensegrità – unita a specchi segmentati e algoritmi di cophasing estremi – consente di ipotizzare la realizzazione di un telescopio da 35 metri a un costo decisamente inferiore rispetto ai modelli di scala passata, aggirandosi attorno ai 100-200 milioni di euro. Incontrare Jeff Kuhn nel suo ufficio a Tenerife, fra apparecchiature ottiche sperimentali e un mucchio di giovani ricercatori entusiasti, significa toccare con mano la passione e la determinazione che muovono questa impresa. Se il prototipo Small-ELF (SELF) avrà successo nel 2027, gettando le basi per l’enorme ELF, potremmo in un futuro non troppo distante osservare la superficie di Proxima b, scovare firme biologiche e, chissà, magari anche segni di civiltà evolute (vedasi l’articolo “Surface Imaging of Proxima b and Other Exoplanets: Topography, Biosignatures, and Artificial Mega-Structures”, Svetlana V. Berdyugina, Jeff R. Kuhn, 2017). È la scienza che si fa racconto epico: dall’interferenza che annulla la luce di una stella alla scoperta di mondi potenzialmente abitabili, passando per la magia strutturale della tensegrità che abbatte i costi e ci avvicina al sogno di “vedere” realmente cosa accade su un pianeta lontano. L’obiettivo di ELF è quello di riuscire a vedere la superficie di pianeti lontani anche a trenta anni luce da noi. Colpisce l’età media all’interno del laboratorio LIOM del IACtec, ben al di sotto dei quarant’anni, e la forte presenza femminile all’interno del progetto ELF: la moltiplicità di vedute di sicuro dota di una robustezza ulteriore il programma. Molti giovani canari che avevano studiato nella Penisola Iberica, a Siviglia o a Barcellona, sono potuti tornare sull’isola per continuare a lavorare nel loro campo. Il progetto ELF testimonia che l’innovazione non risiede soltanto nel saper fare scienza di eccellenza, ma anche nell’arte di “ingegnerizzare l’impossibile”. E in questa arte, la tensegrità si candida a essere il filo sottile ma tenace su cui si aggrapperanno i sogni della prossima generazione di telescopi. In gioco c’è la speranza di trovare, un giorno, compagnia fra le stelle.
Ritratto dell’astronomo Cassini dove sullo sfondo si vede l’Osservatorio Astronomico dell’Accademia delle Scienze di Parigi che diventerà anche l’abitazione dell’astronomo e della sua famiglia.
400 anni fa nasceva il famoso astronomo italo-francese
“S.M. ayant fait travailler en vain à un miroir concave de verre, j’enfis venir un très-grand que j’avaischezmoi à Bologne, et je le laissai entre les mains de la Reine [Christine of Sweden]. Je ne sais ce qu’Il est devenude puis. […] Je l’ai toujours regretté, ne croyant pas qu’ily enaiteuun, ni plus grand, ni meilleur, de cette matière…”
Le righe appena lette in francese sono state scritte dal famoso astronomo Jean Domenique Cassini nel XVII secolo quando era a Parigi presso il re di Francia Luigi XIV e si possono tradurre più o meno così: “Avendo S.M. fatto lavorare invano uno specchio concavo di vetro, ne feci venire uno molto grande che avevo a casa mia a Bologna, e lo lasciai nelle mani della Regina [Cristina di Svezia]. Non so che fine abbia fatto da allora. […] L’ho sempre rimpianto, non credendo che ce ne fosse uno, né più grande, né migliore, di questa materia…” Quando Cristina di Svezia morì a Roma, Cassini era amareggiato perché il suo dono era andato perduto, un meraviglioso specchio concavo utilizzato per osservazioni di alta precisione anche per le comete degli anni 1664 e 1665 ammirate con lei durante la sua permanenza romana. Questo significa due cose: primo, che gli astronomi dell’epoca, tranne in alcuni casi, si autofinanziavano l’attrezzatura e un valido artigiano ottico è sempre stato una risorsa preziosa. In secondo luogo, mai regalare qualcosa se è così unico, anche se si tratta di una regina!
Indice dei contenuti
Chi era Cassini?
Jean Domenique Cassini fu un famoso astronomo e osservatore, conteso tra uomini e donne di potere, ma il percorso per raggiungere l’importante posizione alla corte del Re Sole fu lungo e partì dalla Liguria. Nel 2025 si festeggiano i 400 anni di nascita datata 8 giugno 1625 a Perinaldo, un paesino tra cielo e monti vicino a Sanremo; studiò in casa, come consuetudine per gli abbienti, per poi trasferirsi a Genova dai Gesuiti dove incontrò per la prima volta l’astronomia ottenendo, a soli ventisei anni, un incarico in astronomia presso l’Archiginnasio, il prestigioso ateneo di Bologna. Insegnò e viaggiò, cercando di trovare una soluzione al “problema delle acque” come richiesto dal Papa stesso, una questione delicata che coinvolgeva le città di Ferrara, Ravenna e Bologna e il fiume Po, ma come ricordava lui stesso: “ero spesso distratto dalla mia osservazione astronomica…”. Non a caso, quando il re Luigi XIV lo chiamò a Parigi per aiutarlo nella realizzazione del nuovo Osservatorio Astronomico dell’Accademia Reale delle Scienze, decise di stabilirsi in Francia, dove finalmente avrebbe potuto dedicarsi completamente all’astronomia per il resto della sua vita.
Da Bologna a Parigi
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Innanzitutto, è importante sapere perché il re di Francia volle Cassini a Parigi, “rubandolo” al Papa e all’Archiginnasio di Bologna. La fama europea di Cassini, che gli diede l’opportunità di lasciare l’Italia sfuggendo ai prestigiosi, ma lunghi e sgraditi incarichi del Papa, arrivò grazie ai quattro satelliti di Giove. Ancora giovane studente a Genova, probabilmente ebbe accesso agli schizzi delle tavole astronomiche incompiute di Vincenzo Renieri, allievo prediletto di Galileo. Quando scoprì, nel 1610, i quattro satelliti di Giove dedicati ai Medici, Galileo capì che le loro effemeridi dovevano essere diverse, se osservate da luoghi differenti della Terra, e che la determinazione accurata dei loro moti avrebbe potuto risolvere il cosiddetto “problema delle longitudini”. Infatti, mentre la determinazione della latitudine di un sito sulla Terra è un problema abbastanza semplice, la stima della longitudine risultava all’epoca molto più difficile, si tratta però di un elemento essenziale per disegnare mappe precise o per la navigazione, il commercio e la guerra.
L’Osservatorio Astronomico di Parigi, in una stampa dell’epoca, dove si possono anche vedere I telescopi aerei usati all’epoca e uno di questi sostenuto dalla “torre di Marly”, precedentemente usata per i giardini di Versailles.
In breve, il calcolo del tempo è associato alla posizione del Sole nel cielo, e quindi dipende dalla longitudine del luogo. Per esempio, mezzogiorno è quando il Sole attraversa il meridiano locale, ma a causa della rotazione della Terra, quando in una certa località è mezzogiorno, in una località orientale è pomeriggio. Lo stesso concetto è alla base dei fusi orari che utilizziamo oggi: l’ora locale dipende dalla longitudine, e quindi una differenza tra gli orari locali di due luoghi può essere convertita in una differenza di longitudine. La Terra compie un giro completo intorno al suo asse, di 360 gradi, ogni 24 ore, quindi il fattore di conversione è di circa 15 gradi all’ora. Lo stesso ragionamento può essere applicato anche a qualsiasi evento astronomico, come le effemeridi dei satelliti di Giove. Per esempio, se un satellite di Giove transita dietro il bordo del pianeta a mezzanotte da Bologna, il tempo della stessa occultazione sarebbe circa 36 minuti prima a Parigi. Infatti, la differenza di longitudine tra le due città è approssimativamente di 9 gradi e l’idea di Galileo era di utilizzare il verificarsi di eventi specifici del sistema di Giove (come le frequenti occultazioni dei suoi satelliti) come un orologio.
“Il problema della longitudine” e le effemeridi medicee
Galilei aveva affidato il compito di continuare il suo lavoro a Renieri, che però morì improvvisamente e diversi matematici europei si impegnarono nel problema, ma nessuno fu in grado di compilare le tabelle necessarie, il cui completamento richiedeva numerose osservazioni accurate e regolarmente cadenzate. Cassini riuscì nell’impresa, grazie alla sua abilità di osservatore unita alla costanza di anni di lavoro e grazie all’utilizzo dei migliori telescopi dell’epoca, ovvero gli strumenti di Eustachio Divini e dei fratelli Campani. Le tavole che via via andava compilando riportavano i moti giornalieri dei satelliti di Giove e i tempi delle loro eclissi (occultazioni) riferiti al meridiano di Bologna.
Quadro che ritrae i componenti della neonata Accedemia delle Scienze di Parigi, dove il primo ministro Colbert li presenta al sovrano Luigi XIV. Cassini in prima fila indossa una cappa gialla, e sullo sfondo l’edificio dell’Osservatorio.
Il 28 luglio 1668, il Giornale degli Studiosi di Roma annunciò la pubblicazione delle effemeridi dei satelliti medicei “Ephemerides Bononienses Mediceorum Syderum” e così le tavole di Cassini si diffusero rapidamente in tutta Europa, insieme alla fama dell’astronomo italiano. Con le tavole, la determinazione delle coordinate geografiche precise di qualsiasi punto a terra divenne accessibile, permettendo di ottenere mappe geografiche più affidabili. Purtroppo il metodo non era applicabile alla navigazione o in mare, e per trovare una soluzione a questo problema si dovette attendere il secolo successivo con Harrison e i suoi cronometri nautici. In quegli anni, la Francia era impegnata in un vasto programma di assunzione dei migliori scienziati europei e, dopo le “Effemeridi”, Cassini divenne un candidato promettente. Christian Huygens, importante matematico olandese che aveva scoperto Titano, il più grande satellite di Saturno, lavorava già a Parigi come presidente dell’Accademia delle Scienze, recentemente istituita, e dopo diverse trattative con il Papa, ottenne che Cassini vi si recasse nel febbraio del 1669. Nella capitale francese, Cassini si rese conto che il nuovo osservatorio astronomico dell’Accademia delle Scienze era ideale per il suo programma di osservazioni sistematiche, un impegno insolito per il XVII secolo. Un programma del genere potrebbe sembrare ovvio per gli standard odierni, ma era tutt’altro che scontato all’epoca, in cui era normale avere abitudini di ricerca più irregolari. Huygens, ad esempio, dopo la scoperta della prima luna di Saturno, si sentì appagato dall’astronomia, tornando agli studi matematici. Cassini fu il primo astronomo a sviluppare un programma del genere a cui rimase fedele ininterrottamente negli anni, continuando l’attività già iniziata in Italia. Chiamò come assistente anche suo nipote, Giacomo Maraldi, proveniente da Perinaldo. Dopo aver ottenuto la cittadinanza francese nel 1673, l’ex astronomo italiano divenne Jean Dominique Cassini e sposò una nobildonna francese. I due diedero vita a una dinastia di astronomi, a partire dal figlio Jacques, “Cassini II”, fino a “Cassini IV”, il cui figlio studiò anch’egli astronomia ma finì per dedicarsi alla botanica. Una dinastia storica che consentì il completamento del programma più ambizioso dell’epoca: la mappatura della Francia. Un progetto così impegnativo da non potersi concludere in una sola generazione.
Successi e fallimenti
Interno della Basilica di San Petronio dove si può osservare per terra la famosa meridiana di Cassini e in alto il foro dello gnomone che permette di far filtrare il raggio luminoso all’interno dell’edificio.
L’elenco delle sue scoperte di Cassini o dei suoi lavori astronomici degni di nota è davvero impressionante e spaziano da l’osservazione di diverse comete, la prima stima del periodo di rotazione di Marte e Giove fino alla scoperta e corretta identificazione della luce zodiacale. Tra i suoi lavori, di particolare rilievo è il restauro della grande linea meridiana nella Basilica di San Petronio a Bologna, ma anche la stima della parallasse solare, ovvero la prima misura precisa della distanza Terra-Sole grazie alla misurazione della parallasse di Marte. Non si possono inoltre trascurare i molti studi sui sistemi di Saturno, con la scoperta di quattro satelliti di Saturno e della struttura ad anelli oggi nota come “divisione di Cassini”. Ma l’astronomo fu anche un devoto cartografo, passione da cui prese forma la più accurata mappa della Luna del suo tempo e il progetto cartografico della Francia, legato alla preparazione delle già citate effemeridi dei satelliti medicei. L’elenco dei suoi fallimenti, se così possiamo definirli, è più breve, ma almeno in un caso ugualmente interessante. Infatti, non è noto ai più, che Cassini osservò le stesse discrepanze nelle effemeridi dei satelliti di Giove che permisero al suo collaboratore, l’astronomo danese Ole Rømer, di effettuare la prima stima della velocità della luce. A differenza di quest’ultimo, però, Cassini fu critico nei confronti di questa interpretazione, pensando che i risultati anomali fossero piuttosto dovuti alla mancata accuratezza delle sue misure. Dov’è l’importanza dei contributi offerti da Cassini al mondo? Agli occhi del lettore moderno, l’inventario di risultati potrebbe infatti sembrare piuttosto scarno, ma va sottolineato che molti di essi hanno favorito la nascita di quella che oggi consideriamo la scienza moderna nascondendo un aspetto sorprendente che normalmente passa inosservato. Ne è un esempio lo studio delle comete che nel XVII secolo era sicuramente un campo all’avanguardia tanto che dall’osservazione di due oggetti in particolare Cassini trasse nozioni importanti e fondamentali. Per il primo astro chiomato, all’inizio del 1650, Cassini fu in grado di intuire che l’oggetto non aveva una parallasse significativa, il che era indice di una certa lontananza dalla Terra in contrapposizione con l’ipotesi più favorita in quei tempi che descriveva le comete come oggetti emessi del nostro pianeta. Una interpretazione che costituì un importante contributo al dibattito in corso fra fisica aristotelica e galileiana. Una seconda cometa fu osservata a metà degli anni Sessanta del Seicento, durante il suo periodo romano prima da palazzo Chigi, residenza del fratello del Papa, e poi da palazzo Riario, residenza della regina Cristina. Per l’occasione e per la prima volta nella storia, si cercò di prevedere il movimento della cometa, utilizzando le stesse leggi usate per i pianeti. La linea meridiana nella Basilica di San Petronio è talmente famosa che non è necessario ricordare qui i dettagli della sua costruzione. Quello che forse è meno noto, invece, è che con questo strumento Cassini poté dimostrare sperimentalmente la validità della seconda legge di Keplero, effettuando così il primo test delle leggi planetarie che dopo qualche anno diedero vita ai Principia di Newton. Nei pressi di San Petronio, Cassini sfruttò inoltre la torre degli Asinelli, alta 100 metri, come punto di osservazione privilegiato per osservare un orizzonte libero, più esteso rispetto a quello solitamente accessibile da terra, grazie al quale potè meglio strudiare la rifrazione atmosferica e produrre un modello molto più accurato di quello precedente, dovuto a Tycho Brahe.
Metodicità, strumentazione e la misura dell’unità astronomica
Cassini fu anche il primo a studiare la luce zodiacale, e a lui dobbiamo il nome e la spiegazione attualmente accettata in termini di luce diffusa dalle polveri. Oggi gli astronomi professionisti e amatoriali sono abituati a questi fenomeni, ma all’epoca si trattava di “terra incognita”. Il successo di Cassini fu dovuto alle sue indiscutibili capacità di osservatore, ma anche alla superba strumentazione a sua disposizione. I suoi telescopi, come quelli costruiti dai fratelli Campani, erano infatti tra i migliori disponibili sul mercato e gli permisero di distinguere dettagli altrimenti inosservabili, come ad esempio le “macchie” sulla superficie di Marte e Giove le quali furono utilizzate per stimare per la prima volta il periodo di rotazione dei pianeti stessi. Non dobbiamo però cadere nella tentazione di immaginare telescopi simili a quelli moderni. A quei tempi, i rifrattori erano l’unico tipo di telescopio disponibile e le prestazioni erano in gran parte determinate dalla loro lunghezza focale. In realtà, i migliori erano così lunghi da non poter essere custoditi all’interno dell’edificio dell’osservatorio, e gli astronomi si aiutavano con strutture esterne simili a torri di legno. Cassini usò “il Marly” e precedentemente adibita a Versailles per al sollevamento dell’acqua per i serbatoi e le fontane dei giardini. Molti sono quindi i preziosi contributi lasciati da Cassini all’astronomia. Ma probabilmente l’eredità più importante e di valore risiede nella sua tecnica lavorativa. Abbiamo già accennato alla sua costante dedizione a osservazioni continuative e ben programmate in opposizione alle abitudini dei suoi colleghi più volubili, un approccio che cullava in se anche un altro vantaggio che solo nei secoli successivi divenne evidente. Il famoso astronomo, infatti, fu il primo a concepire il lavoro scientifico anche come uno sforzo collaborativo, organizzato coinvolgendo anche un ampio gruppo di assistenti.
Oggi come si presenta l’Osservatorio Astronomico che utilizzarono i Cassini fino alla quarta generazione. Al piano terra si trova la Biblioteca. Crediti dell’autrice.
Oggi la Big Science o “grande scienza” è ovvia, ma ancora una volta, Cassini si dimostrò pioniere assoluto tanto che un simile modo di operare lo portò a confrontarsi e collaborare anche con colleghi e astronomi di oltreoceano. Nel 1672 Marte si trovò in opposizione, cioè dall’altra parte della Terra rispetto al Sole. Cassini pensò di organizzare un gruppo di astronomi per osservare contemporaneamente questo fenomeno da punti diversi e molto distanti della Terra. Lui stesso rimase a Parigi, mentre il suo collega, l’accademico Jean Richer, si recò a Cayenne in Guyana, vicino all’equatore, e John Flamsteed, il primo Astronomo Reale, osservò dall’Inghilterra. La splendida osservazione coordinata e i molti dati raccolti consentirono di determinare la parallasse del pianeta e in seguito di calcolare sia la distanza tra la Terra e Marte che quella fra Terra e Sole o, vale a dire, il valore dell’Unità Astronomica (circa 150 milioni di km). Certo i primi calcoli non furono estremamente precisi, Flamsteed infatti si attestava a 131 milioni di km e Cassini 140 milioni di km per la stima della distanza Terra-Sole e successive osservazioni avrebbero potuto consentire di migliorare ulteriormente il risultato ma gli anni trascorsero e Jean Dominique Cassini morì nell’Osservatorio il 14 settembre 1712, completamente cieco, come molti altri astronomi prima di lui. Oggi è possibile vedere l’edificio in cui lavorò e visse, e se siete più curiosi, nella piccola cittadina collinare di Perinaldo, all’interno del municipio, c’è anche un piccolo museo a lui dedicato.
il colonnello walter villadei durante il suo volo a bordo della virtude 1 con la veduta della terra. crediti virgin galactic
L’AEROSPAZIO, UNIVERSO DI OPPORTUNITA’ E MOTORE DI SVILUPPO
Indice dei contenuti
In principio si interrogava il cielo
Sfogliando Coelum Astronomia, tra le sue splendide immagini si percepisce quanta scienza, tecnologia e quanti investimenti siano necessari per realizzare sonde, telescopi, missioni robotiche e umane, raccontati anche attraverso laboratori didattici. Tutto per vivere l’avventura di superare i confini della conoscenza, verso quell’Infinito leopardiano, dove l’astronomia, definita da Leopardi la più nobile delle scienze, si fonde con l’umanesimo. Nell’affresco “Primo Moto” di Raffaello, che decora la “Stanza della Segnatura” ai Musei Vaticani, l’astronomia è personificata come un legame imprescindibile tra sapere scientifico e ricerca del senso ultimo delle cose: il “primo moto”. Gli stessi moti dell’animo che oggi spingono la scienza a interrogarsi: qual è il limite della conoscenza? Saranno le onde gravitazionali a svelare nuovi misteri?
Di Raffaello Sanzio – Web Gallery of Art: Immagine Info about artwork, Pubblico dominio
Ogni confine superato si rivela solo un nuovo punto di partenza. La sete di conoscenza spinge l’uomo a costruire strumenti per guardare più lontano e a esplorare nuovi mondi, volgendo lo sguardo agli “interminati Spazi sovrumani Silenzi” e coltivando il sogno di volare dove un tempo si credeva fossero fissate le stelle. Queste aspirazioni sono la fonte del progresso scientifico e tecnologico: dai primi voli incerti ai jet supersonici, dai sogni di Icaro e i progetti di Galileo, fino ai razzi capaci di spingere satelliti e astronavi oltre l’atmosfera. L’esplorazione dei cieli continua, guidata dallo stesso eterno desiderio di conoscenza.
L’ampliamento delle attività spaziali e l’accesso dei privati
Dalla fine del XX secolo, i privati hanno iniziato ad affiancare le agenzie spaziali statali. Il primo lancio privato di successo avvenne il 9 settembre 1982 con il Conestoga I, seguito nel 1990 dal razzo Pegasus. Ma è dal nuovo millennio che la presenza privata si è estesa ai servizi satellitari e ai viaggi spaziali, favorendo esperimenti in ambiti come la biomedicina, i materiali avanzati e le tecnologie ambientali, oltre a sostenere le telecomunicazioni con GPS e previsioni meteo. Questa evoluzione ha trasformato la Space Economy in un potente motore di sviluppo sostenibile. Il 30 maggio 2020 segna una data storica: il primo volo orbitale con equipaggio di un’azienda privata, Space X, che con il razzo Falcon 9 e la capsula Crew Dragon ha raggiunto la ISS, aprendo una nuova era di missioni spaziali private a costi più contenuti. Questo evento ha rilanciato il protagonismo degli Stati Uniti e avviato un nuovo paradigma nell’esplorazione spaziale, con profonde implicazioni economiche e geopolitiche. Le missioni Virtute 1 (2023) e Voluntas con Axiom 3 (2024), entrambe con l’astronauta italiano Walter Villadei, hanno sancito l’avvio di attività spaziali private a scopo commerciale, con la partecipazione di imprese italiane grazie a un Memorandum siglato nel 2022. Per cogliere queste opportunità è fondamentale il ruolo delle PMI e delle start-up innovative, supportate da istituzioni, università e centri di ricerca. Lo spazio diventa così un abilitatore di sviluppo industriale e sociale, offrendo nuove opportunità anche a settori non direttamente legati all’aerospazio. Emergono inoltre nuovi spazi negli ambiti economici e giuridici, e si avverte l’urgenza di formare nuove competenze manageriali in un contesto di innovazione in rapido movimento.
Regolamentare l’accesso allo spazio extra-atmosferico
L’evoluzione del ruolo dei privati rappresenta una svolta importante anche dal punto di vista normativo, per regolamentare l’accesso allo spazio extra-atmosferico, definire autorizzazioni necessarie, responsabilità, tra gli Stati, tra Stati e operatori privati e tra privati, anche con riguardo agli utilizzatori dei servizi in orbita. Si tratta di un nuovo spazio da regolamentare, al di fuori del nostro pianeta, o meglio ampliando la dimensione spaziale dell’attività umana oltre l’atmosfera e su altri corpi celesti, a partire dalla Luna, dove a breve potrebbero operare privati e agenzie di diversi Paesi con anche implicazioni geopolitiche, si pensi al progetto a guida americana Artemis e l’altro a guida cino-russa ILRS (Di Pippo S., in Space Economy, Space Industry, Space Law – 2024). Dal punto di vista dell’ordinamento giuridico internazionale, con una certa dose di approssimazione, la Space Law può essere definita come l’insieme di norme che mira a regolamentare le attività antropiche nello Spazio extra-atmosferico (Cozzi E., Geopolitica dello Spazio; 2024). Fonte legislativa primaria è l’Outer Space Treaty (OST) del 1967, seguito da altri Trattati e accordi internazionali che però sono stati sottoscritti da un numero limitato di Paesi, mentre per una gestione globale sarebbero necessarie regole condivise da tutti gli Stati. Tutti infatti possono già oggi, pur non disponendo di tecnologie di lancio, acquisirne la disponibilità da operatori specializzati e mettere in orbita satelliti o collocare proprie attività e servizi all’interno di satelliti messi a disposizione da altri operatori, pubblici o privati. E’ quindi necessario definire gli ambiti delle responsabilità in caso di incidenti o di conflitti di qualsiasi natura. Strettamente connessi sono i problemi della assicurazione delle attività nello spazio extra-atmosferico e sugli altri corpi celesti, a partire dalla Luna. Altre questioni sulle quali definire comportamenti da tenere nell’accesso allo spazio riguardano la gestione dei satelliti dismessi e degli space debries, i rifiuti spaziali. Tematica affrontata a livello internazionale dallo IADC (Inter Agency Space Debrits Coordination Committee), che riunisce attualmente 13 Agenzie spaziali ed è la sede in cui vengono approvati studi, raccomandazioni, linee guida che diventano riferimento tecnico per l’UNOOSA (Perozzi E., Spazzini spaziali – 2024) anche in considerazione delle tendenze del fenomeno la cui evoluzione è rappresentata nel seguente Grafico 1 (fonte: “Esa Annual Space Environment Report”) Il grafico 1 rende l’idea della progressione che ha fatto registrare la presenza di oggetti nelle orbite utilizzate per i satelliti. Questi sono soltanto accenni superficiali per offrire un quadro degli ambiti sui quali si aprono spazi di attività connessi all’aerospazio. Al Trattato del 1967 si aggiungono quelli relativi a:
Accordo sul salvataggio degli astronauti, il ritorno degli astronauti e la restituzione degli oggetti lanciati nello Spazio. del 1968.
Convenzione sulla responsabilità internazionale per danni causati da oggetti spaziali del 1972.
Convenzione sull’immatricolazione degli oggetti spaziali del 1975.
Accordo che disciplina le attività degli Stati sulla Luna e su altri corpi celesti del 1979.
Come accennato sopra questi trattati sono stati sottoscritti da un numero limitato di Paesi. L’Italia, con legge 12 luglio 2005 n. 153 ha aderito alla Convenzione sull’immatricolazione degli oggetti lanciati nello spazio extra-atmosferico. Per approfondimenti sulla Space Law si veda Marchisio S., in Space Economy, Space Industry, Space Law, 2025.
Il quadro normativo nazionale italiano
Nel momento in cui scrivo (16 aprile 2025 in corso di esame in commissione: https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/Ddliter/58968.htm), il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di economia dello spazio (2026)”, approvato alla Camera dei Deputati il 6 marzo 2025 e trasmesso al Senato, risulta in corso di esame in commissione (atto Senato n. 1415) quindi si prevede l’approvazione nelle prossime settimane, comunque entro il 2025 (il decreto è stato approvato in Senato l’11 giugno 2025 come segnalato in questa news). La motivazione originaria della legge, l’insieme delle ragioni politiche, economiche, sociali che hanno indotto il legislatore verso un provvedimento normativo in tema di spazio è per dare esecuzione ad alcuni obblighi contenuti nei trattati ONU sullo spazio che non erano auto-applicativi. L’Italia, per necessità di adattamento al Trattato del 1967 sullo Spazio extra-atmosferico, ha dovuto regolare, prima parte della legge, l’autorizzazione alle attività private, agli operatori privati. I principi del Trattato sono ribaditi anche nell’implementazione degli Accordi del Programma Artemis – il programma per il ritorno del genere umano sulla Luna – sottoscritto dall’Italia nel 2020, pur non trattandosi di un testo vincolante, ma basato sul principio della collaborazione. Quali sono i principi fondamentali, che lo Stato con questo disegno di legge porta ad applicazione?
1. Autorizzazione degli operatori privati
In Italia l’operatore privato è ancora raro, abbiamo industrie del settore aerospaziale grandi imprese e PMI, soprattutto manifatturiere e fornitrici di servizi, ma si tratta di un elemento di novità che si va diffondendo e per questo tenuto in considerazione dalla legge per evitare che poi, a causa dei Trattati, l’Italia sia in qualche modo responsabile di attività di operatori che potrebbero essere sconosciuti. Questo è un punto cruciale. È necessario che ogni attività di qualsivoglia operatore sia sottoposta al vaglio delle autorità nazionali. Per questo c’è la procedura di autorizzazione e vigilanza, che il Ddl disciplina in dettaglio, in conformità all’art. 6 del Trattato. Viene ivi sancito che sul piano internazionale l’unica entità responsabile delle sue attività nazionali nello spazio è lo Stato. Quindi c’è una assimilazione tra operatori istituzionali e operatori privati dal punto di vista del diritto dei Trattati a cui l’Italia ha aderito.
2. Ripartizione della responsabilità tra lo Stato e gli operatori privati
La legge nazionale serve proprio a modificare il paradigma; mentre sul piano internazionale solo e soltanto lo Stato risponde di eventuali danni causati da attività e oggetti spaziali che siano evidentemente riconducibili allo Stato stesso, per registrazione dell’oggetto ad esempio, all’interno la responsabilità viene attribuita all’operatore che abbia procurato un danno. C’è una ripartizione della responsabilità attraverso un meccanismo per cui l’operatore privato se vuole intraprendere una attività di quelle coperte dalla legge, tradizionali o non tradizionali (l’uso delle risorse naturali dello spazio ad esempio è un nuovo settore), è tenuto ad un obbligo di assicurazione cioè si deve assicurare per i rischi connessi alla sua attività. Questo naturalmente significa che c’è una copertura massima cui far fronte con l’assicurazione. Nel caso di danni superiori al massimale interverrà lo Stato in garanzia. Questo modello è tipico di tutte le leggi spaziali nel mondo. Nella materia della responsabilità dello Stato e degli operatori la cosa importante da sottolineare è che, guardando alle convenzioni di cui l’Italia è parte, ci sono due tipi di responsabilità a seconda di dove si verifica il danno: se sono danni causati da oggetti spaziali caduti sulla superficie terrestre o da aeromobili in volo, la responsabilità è oggettiva e assoluta senza esimenti, mentre nel caso di danni procurati nello spazio, dovuti a collisioni con altri oggetti come satelliti, sonde o quello che sia, la responsabilità è basata sulla colpa. Quindi si tratta di due diversi regimi giuridici.
3. Immatricolazione degli oggetti spaziali
In tutto questo sistema è sostanziale il concetto diStato di lancio, con cui si intendono sia lo Stato che lancia l’oggetto spaziale, che quello che commissiona il lancio di un oggetto spaziale, che lo Stato dal cui territorio l’oggetto spaziale è lanciato. Lo Stato di lancio è importante perché ha la responsabilità finanziaria in caso di danni. È anche tenuto ad adempiere ad altra obbligazione cioè immatricolazione nel proprio registro nazionale e conseguentemente nel registro internazionale. Dal 1962, le Nazioni Unite hanno mantenuto un registro degli oggetti lanciati nello spazio. Originariamente è stato istituito come meccanismo per aiutare il Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico nelle sue discussioni sulle questioni politiche, legali e tecniche riguardanti lo spazio extra-atmosferico. L’evoluzione del diritto spaziale internazionale ha fatto sì che la registrazione degli oggetti spaziali diventasse un mezzo per identificare quali Stati hanno la responsabilità internazionale per gli oggetti spaziali (fonte: UNOOSA, United Nations Register of Objects Launchedinto Outer Space). Con questo DDL si colma una lacuna nell’ordinamento italiano. Siamo agli inizi di un contesto normativo che probabilmente sarà in continua evoluzione, anche a livello europeo dove la Commissione Europea sta parlando di Space Act, tenendo in considerazione che il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) all’art. 4, paragrafo 3 prevede: “Nei settori della ricerca, dello sviluppo tecnologico e dello spazio, l’Unione ha competenza per condurre azioni, in particolare la definizione e l’attuazione di programmi, senza che l’esercizio di tale competenza possa avere per effetto di impedire agli Stati membri di esercitare la loro”
New Space Economy e oltre
Per definire l’ambito della Space Economy si può fare riferimento all’OECD 2025 (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che la intende come “l’insieme delle attività e dell’utilizzo di risorse che creano e conferiscono valore e beneficio agli esseri umani attraverso l’esplorazione, la comprensione, la gestione e l’utilizzo dello Spazio”. Il settore fornisce infrastrutture critiche sulla Terra e dati scientifici fondamentali per il processo decisionale e a sostegno del benessere della società. Ma le sfide abbondano, dalla sostenibilità dell’attuale uso dello spazio e dalla minaccia posta dai detriti spaziali, alle implicazioni etiche dell’esplorazione spaziale, alla necessità della cooperazione internazionale per garantire un accesso e un uso equo delle risorse spaziali (Space economy | OECD). Il settore spaziale comprende segmenti di produzione quali: upstream (produzione di satelliti, lanciatori, veicoli spaziali), downstream (servizi a governi, imprese, individui come telecomunicazioni, navigazione, telerilevamento) e midstream (complementari infrastrutture di terra) nonché il valore degli impatti che le attività spaziali hanno sull’economia, sulla società e sulla sostenibilità. In questa ottica allargata, l’economia dello spazio risulta in forte crescita.
Grafico 1. Tendenze preoccupanti per i detriti spaziali
Report sulla Space Economy 2025
Secondo lo Space Economy Report di Novaspace 2025, il mercato globale è stimato nel 2024 in 596 miliardi di dollari, con una previsione di crescita fino a 944 miliardi entro il 2033, trainata soprattutto dalle telecomunicazioni e dalla navigazione satellitare. Lo studio pubblicato da Eurispes il 14 marzo 2025 “L’Italia e la sfida della New Space Economy”, evidenzia come la “New Space Economy” rappresenti attualmente circa lo 0,35% del Pil mondiale. Un mercato destinato a crescere in modo esponenziale anche secondo le stime di Morgan Stanley in base alle quali l’industria aerospaziale globale, che vale circa 350 miliardi di dollari, potrebbe aumentare fino a superare i 1.000 miliardi di dollari entro il 2040. Il World Economic Forum afferma che la New Space Economy avrebbe raggiunto il valore di 630 miliardi di dollari nel 2023 e potrebbe raggiungere gli 1,8 trilioni di dollari entro il 2035. La Space Economy è del resto ormai un fornitore di applicazioni innovative e servizi avanzati che vengono utilizzati sempre più nella vita quotidiana e che, si stima, entro il 2040, porteranno il settore a raggiungere un valore fra i 1.000 e i 2.700 miliardi di dollari. Il Report ESA sulla Space Economy 2025 (ESA – Agenzia Spaziale Europea), incentrato sul valore economico del settore spaziale, fornisce un aggiornamento annuale sullo stato e sulle tendenze del settore spaziale, a livello globale, in particolare per l’Europa. Dal report emerge che i bilanci spaziali istituzionali (civili e della difesa) hanno raggiunto un nuovo massimo storico di 122 miliardi di euro nel 2024 con un aumento del 9% rispetto al 2023 (Fonte: Report ESA Space Economy Marzo 2025). I Grafici 2 e 3 evidenziano le quote di partecipazione dell’Europa nel campo degli investimenti nel settore nell’anno 2024. Si rileva come gli investimenti pubblici europei rappresentino oltre il 10% degli investimenti globali (al terzo posto dopo Stati Uniti con 61% e Cina con 15%) mentre quelli privati sono il 17,5% del totale mondiale. Space Capital, società di venture capital che investe nel settore spaziale, stima gli investimenti privati nelle società spaziali europee (solo Infrastrutture) a 1,4 miliardi di euro nel 2024, registrando un significativo aumento del 67% rispetto al 2023, con Germania in testa, seguita da Francia, Regno Unito e Spagna (paragrafo 3.3.2. Report ESA cit.).
Il settore new space in Italia
Il 28 marzo, durante il convegno “Il futuro della Space Economy italiana tra tradizione e innovazione”, l’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano ha evidenziato la forte espansione del settore spaziale, dovuta non solo all’aumento delle attività spaziali ma anche alla contaminazione con altri comparti economici. In Italia, il settore sta evolvendo da ambito di nicchia a comparto strategico, diventando leva per lo sviluppo tecnologico e industriale, anche in settori apparentemente distanti. Nove aziende su dieci della filiera spaziale operano anche in altri comparti, e l’87% ha avviato iniziative di innovazione nell’ultimo anno. Inoltre, l’85% delle aziende italiane non direttamente coinvolte nel settore spaziale ha dichiarato di aver sentito parlare di Space Economy, segno di un crescente interesse trasversale.
Viviamo un’epoca in cui lo spazio è il nuovo paradigma economico globale. Per coglierne appieno le opportunità, è necessario incrementare gli investimenti, soprattutto per supportare le PMI nel consolidare la propria presenza nel settore, sviluppando modelli di business e progetti orientati al mercato. Oggi i protagonisti non sono più solo le agenzie spaziali e gli attori istituzionali, ma un numero crescente di imprese private. Questo ha accelerato la diffusione di nuovi prodotti e servizi, con ricadute anche sulla Terra, grazie al valore aggiunto rappresentato da tecnologie testate in ambienti estremi e certificate per l’uso spaziale.
L’evoluzione del settore richiede di non perdere il treno della New Space Economy, permettendo al sistema manifatturiero di trovare nuovi spazi di crescita attraverso l’innovazione tecnologica. Anche le imprese tradizionali che operano in settori tradizionali, come quelle del tessile-abbigliamento, possono generare nuovi prodotti e intercettare nuovi bisogni. È il caso della start-up marchigiana Spacewear, che ha realizzato le tute SFS1 e SFS2, testate in missioni spaziali dal Colonnello Walter Villadei. La tuta SFS2, approvata dalla NASA e utilizzata a bordo della ISS, è realizzata con materiali innovativi che rilevano parametri biomedici e offrono alte prestazioni in termini di sicurezza e comfort. Questi prodotti, nati per lo spazio, sono ora proposti anche per il mercato terrestre grazie ad accordi di co-branding con Virgin Galactic, dimostrando come lo spazio possa generare ricadute commerciali concrete.
Tra i trend tecnologici più promettenti si segnalano i nuovi materiali, le nanotecnologie e l’additive manufacturing. Nano-Tech, PMI innovativa nata da un team di ingegneri, ha saputo cogliere le opportunità della Space Economy, sviluppando materiali ad alte prestazioni per l’automotive, la nautica e l’aerospazio, come i materiali ablativi resistenti alle alte temperature del rientro atmosferico. Il loro progetto è stato finanziato dal programma europeo Cassini Business Accelerator, permettendo di ampliare la ricerca, stringere partnership internazionali e consolidare la presenza globale.
Anche Spherecube, spin-off dell’Università Politecnica delle Marche, ha sviluppato tecnologie di stampa 3D per materiali metallici, applicate alla produzione di componenti per lanciatori spaziali e strutture composite per l’uso sia a terra che in orbita. Importante anche il ruolo di Somacis, tra le prime aziende europee a ottenere la certificazione Nadcap per l’aerospazio, specializzata nella produzione di circuiti stampati ad alta tecnologia, e di SAB Aerospace, PMI focalizzata su prodotti e servizi innovativi per l’esplorazione spaziale, che offre alle PMI manifatturiere non-space l’opportunità di entrare in una nuova filiera industriale.
Questa varietà di esempi evidenzia quanto sia cruciale promuovere lo spazio come ambito trasversale alle filiere tradizionali, incentivando la nascita di nuove startup a vocazione spaziale e sostenendo l’adozione di soluzioni innovative in settori già esistenti. Lo spazio ispira anche nuovi stili di vita e di consumo, portando materiali avanzati nella vita quotidiana e trasformando il design di prodotti indossabili grazie a tecnologie nate per l’ambiente estremo dello spazio.
La Space Economy si configura sempre più come un mega-trend globale, capace di generare impatti concreti non solo in ambito industriale e tecnologico, ma anche sul piano occupazionale e formativo. È necessario, però, che questo cambiamento sia supportato da politiche pubbliche efficaci e da un forte spirito di collaborazione tra istituzioni, imprese, università e centri di ricerca. Assumere una vera “coscienza spaziale” significa cogliere il cambiamento come opportunità di sviluppo e non come minaccia, trasformando la sfida dello spazio in un motore per la competitività e la crescita dell’intero sistema economico e sociale.
Conclusioni
Lo spazio oggi è un elemento chiave per la crescita economica, per la cooperazione internazionale e per la sicurezza. Assistiamo ad un crescente interesse, da parte di tutti gli Stati, alle varie componenti delle attività spaziali, dagli aspetti civili, commerciali, della ricerca, così come per quelli connessi alla difesa. Lo spazio assume quindi una nuova dimensione: una risorsa in termini economici. Le partnership internazionali giocheranno un ruolo chiave nei prossimi anni anche in termini geopolitici; agenzie spaziali e istituzioni, ma anche gruppi industriali e fornitori, di tutto il pianeta, sono chiamati a contribuire al processo della New Space Economy, non limitandosi all’alveo delle attività strettamente collegate alle missioni spaziali, ma estendendosi in maniera trasversale su tutti gli ambiti della vita sociale anche a beneficio dello sviluppo sostenibile del pianeta attraverso l’attività di osservazione della Terra che, dallo spazio, nella cornice dei 17 Obiettivi ONU di Sviluppo Sostenibile, consente di affrontare sfide globali come i cambiamenti climatici attraverso la raccolta di dati satellitari in modo preciso, ripetuto e consistente per monitorare territori e altri aspetti connessi alla protezione del pianeta. La Space Economy apre anche a nuovi scenari di studio e di ricerca, opportunità per corsi formativi in ogni ambito disciplinare, dai settori più tecnici STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) a quelli economici, giuridici, umanistici. Scienza, spazio e manifattura sono strettamente collegati. Dalla ricerca spaziale sono arrivate scoperte, tecniche e prodotti che hanno trasformato, spinto e dato “propulsione” alla manifattura. Stiamo attraversando una fase cruciale di cambiamento, anche come opportunità di riconversione industriale per territori dal significativo potenziale imprenditoriale e le scienze spaziali rappresentano sempre di più un’aggregazione virtuosa di competenze umanistiche e scientifiche anche per il tempo che verrà.
A partire dal prossimo numero, Coelum Astronomia si rinnova radicalmente, abbandonando il classico formato rivista da 23×28 cm per assumere una forma più compatta ed elegante: 17×24 cm, le stesse dimensioni della rivista a cui Coelum al suo esordio si ispirò.
Il nuovo formato, simile a quello di un libro, è stato pensato per offrire una maggiore praticità: più facile da maneggiare, da trasportare e da consultare, perfetto per essere letto ovunque e più semplice da archiviare ordinatamente su qualsiasi scaffale o libreria.
La sostanza resta, la qualità cresce
Il cambiamento di formato non è un semplice adattamento grafico, ma parte di un progetto editoriale più ampio, volto a rafforzare il valore culturale di Coelum nel panorama dell’editoria scientifica. Con oltre 240 pagine a uscita, contenuti curati da una redazione esperta e collaboratori d’eccellenza, Coelum consolida la propria identità come strumento di divulgazione astronomica professionale, accessibile e autorevole.
Nonostante la nuova veste, la qualità dei materiali rimarrà invariata: la carta manterrà le caratteristiche attuali, con una copertina leggermente più spessa per garantire una maggiore resistenza. Particolare attenzione sarà sempre rivolta alla cura del colore, all’impaginazione e alla leggibilità, in continuità con la tradizione Coelum.
L’impostazione editoriale subirà alcune modifiche, necessarie per adattarsi alla nuova struttura, ma tutte orientate al miglioramento dell’esperienza di lettura e alla valorizzazione dei contenuti.
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Tuttavia, è importante sapere che ogni anno vengono pubblicate in Italia decine di migliaia di nuovi volumi e spesso non è possibile per i librai monitorare ogni novità in tempo reale. Per questo motivo consigliamo fin da ora di contattare la propria libreria di fiducia, segnalando la nuova uscita di Coelum Astronomia, in modo da garantirsi la disponibilità della copia già entro la fine di luglio.
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“Cambiare formato non è una scelta formale. È un atto di responsabilità, un passo necessario per affrontare con determinazione un contesto in cui l’editoria periodica, soprattutto quella scientifica indipendente, vive ormai da anni una crisi profonda. Con questo nuovo Coelum, più compatto, più pratico, ma ancora più ricco, vogliamo rispondere con concretezza, preservando ciò che siamo sempre stati: un punto di riferimento per chi ama guardare il cielo con occhi curiosi e menti aperte. Coelum ha accompagnato generazioni di appassionati, e non solo: ci vengono raccontate storie vere, di giovani lettori che grazie alle nostre pagine hanno scoperto la loro vocazione e oggi sono ricercatori, ingegneri, scienziati. La passione per l’astronomia nasce spesso da piccoli dettagli: una guida pratica, una fotografia ben spiegata, una testimonianza diretta. Coelum ha sempre cercato di essere questo: uno strumento utile, accessibile, professionale, capace di tenere viva la curiosità e far maturare competenze. Farlo sparire per ragioni puramente commerciali significherebbe togliere al pubblico degli astrofili, degli studenti, degli studiosi di domani un canale prezioso di formazione e ispirazione. Ma non siamo soli in questa sfida. C’è una comunità straordinaria che ci sostiene. Autori che dedicano tempo e intelligenza con generosità, aziende che scelgono Coelum per valorizzare il proprio lavoro con contenuti di qualità, e soprattutto tantissimi lettori che, dal primo numero, ci accompagnano con affetto e continuità.
A tutti loro va il nostro riconoscimento più sincero. Oggi inizia un nuovo capitolo. Più moderno, più solido, più aperto.Venite con noi.” — Molisella Lattanzi, Direttrice Editoriale di Coelum Astronomia
Prezzo di lancio, abbonamenti e piattaforme online
Il nuovo Coelum sarà venduto in libreria al prezzo di lancio di 14,90 euro, una variazione inferiore al 5% rispetto al prezzo attuale, considerando che il costo di spedizione per la singola copia è pari a 2 euro.
Per chi ha già sottoscritto o rinnovato un abbonamento, non ci saranno variazioni di prezzo né di modalità di consegna. L’unico cambiamento riguarderà l’imballaggio, che tornerà alla busta chiusa sigillata per garantire una maggiore protezione.
Sino alla fine di giugno, sarà ancora possibile abbonarsi usufruendo delle promozioni attualmente attive, con un risparmio considerevole rispetto al prezzo di copertina. A partire da luglio (con data da definirsi), le promozioni saranno rimodulate in base alle nuove condizioni editoriali.
Infine, con l’adozione del nuovo formato libro, Coelum sarà disponibile anche sulle principali piattaforme online e su Amazon, ampliando ulteriormente le possibilità di accesso per tutti gli appassionati.
Con l’approvazione definitiva al Senato l’11 giugno 2025, l’Italia compie un passo fondamentale nella direzione di una governance moderna, sovrana e competitiva delle proprie attività spaziali. La legge “Disposizioni in materia di economia dello spazio” (MES 1415) introduce, per la prima volta, un impianto normativo organico che regola autorizzazioni, responsabilità, controllo e sviluppo delle attività spaziali civili e commerciali. Una cornice giuridica che non solo colma un vuoto, ma che si inserisce in modo coerente nel panorama normativo internazionale ed europeo, affermando la volontà dell’Italia di giocare un ruolo da protagonista nella new space economy.
Le finalità della legge: sicurezza, innovazione e competitività
Fin dal primo articolo, il testo chiarisce l’intento strategico della norma: regolamentare l’accesso allo spazio extra-atmosferico per proteggere interessi economici, scientifici e di sicurezza nazionale, e contemporaneamente promuovere l’innovazione, lo sviluppo tecnologico e la valorizzazione delle competenze italiane nel settore.
Tra le attività considerate “spaziali” rientrano: il lancio e la gestione di oggetti in orbita, la rimozione di detriti, l’uso di piattaforme stratosferiche, l’estrazione di risorse da corpi celesti, la permanenza umana nello spazio e persino la produzione industriale in microgravità.
Autorizzazioni e vigilanza: una procedura strutturata e rigorosa
La legge stabilisce che ogni operatore, italiano o straniero, debba ottenere un’apposita autorizzazione per condurre attività spaziali sul territorio nazionale o sotto bandiera italiana. Il rilascio dell’autorizzazione è subordinato al possesso di requisiti oggettivi e soggettivi, tra cui:
idoneità tecnica e ambientale dei progetti,
resilienza informatica,
disponibilità di sistemi anti-collisione,
copertura assicurativa obbligatoria fino a 100 milioni di euro.
Il ruolo di vigilanza è affidato all’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), che svolge anche funzione di regolatore tecnico, in sinergia con il Comitato Interministeriale per le Politiche Spaziali (COMINT).
Registro nazionale e responsabilità: tracciabilità e trasparenza
Ogni oggetto spaziale lanciato sotto giurisdizione italiana deve essere immatricolato in un Registro nazionale, gestito da ASI, in linea con la Convenzione ONU sull’immatricolazione degli oggetti spaziali (1975). È previsto anche un Registro complementare per i satelliti gestiti da operatori italiani ma registrati all’estero.
La responsabilità civile per eventuali danni causati da oggetti spaziali è in capo all’operatore, ma lo Stato può intervenire in caso di risarcimenti internazionali (come previsto dalla Convenzione sulla responsabilità per danni da oggetti spaziali del 1972), con possibilità di rivalsa sull’operatore privato.
Lo spazio come leva economica: fondi e pianificazione pluriennale
La legge introduce due strumenti centrali per lo sviluppo dell’economia spaziale nazionale:
un Piano nazionale quinquennale per l’economia dello spazio, aggiornato ogni due anni dal COMINT in collaborazione con ASI e altri ministeri strategici;
un Fondo per l’economia dello spazio, con una dotazione iniziale di 35 milioni di euro (2025), destinato a finanziare progetti innovativi, startup e PMI attraverso contributi diretti o operazioni finanziarie.
Compatibilità internazionale: la legge italiana si allinea alle convenzioni ONU e alla normativa UE
L’impianto normativo italiano è attentamente costruito per risultare compatibile con le principali convenzioni internazionali ratificate dall’Italia:
Outer Space Treaty (1967): la legge italiana ne recepisce i principi di uso pacifico, responsabilità statale e giurisdizione nazionale.
Convention on Registration of Objects Launched into Outer Space (1975): la creazione del Registro nazionale risponde a obblighi formali previsti a livello ONU.
Convention on International Liability for Damage Caused by Space Objects (1972): la disciplina della responsabilità civile e del diritto di rivalsa è direttamente modellata su queste disposizioni.
Anche il rapporto con il quadro normativo europeo è pienamente rispettato. L’art. 27 esclude esplicitamente l’applicazione della legge italiana ai programmi spaziali europei già disciplinati dal Regolamento UE 2021/696 (Galileo, Copernicus, SSA, GOVSATCOM). Inoltre, la legge integra strumenti di finanziamento e sviluppo con quelli dell’Unione, come InvestEU, Horizon Europe e i fondi ESA, garantendo sinergia e interoperabilità con l’infrastruttura industriale europea.
Spazio e sovranità: infrastrutture strategiche e sicurezza nazionale
Particolarmente significativi sono gli articoli dedicati alla sicurezza:
viene promossa una riserva nazionale di capacità trasmissiva satellitare, per assicurare le comunicazioni governative anche in caso di blackout delle reti terrestri;
si sostiene l’uso strategico dei dati spaziali per la prevenzione dei rischi ambientali e il monitoraggio climatico;
si promuovono iniziative per l’uso efficiente dello spettro radioelettrico, in previsione dell’esplosione del traffico spaziale nei prossimi anni.
Una legge moderna per un settore in espansione
Con questo testo normativo, l’Italia si allinea finalmente ai Paesi che già da tempo hanno adottato leggi quadro per l’attività spaziale, come Francia, Lussemburgo e Germania. In particolare, la scelta di dare centralità all’ASI e di puntare su partenariati pubblico-privati rende la norma compatibile sia con le esigenze del mercato che con la necessaria tutela degli interessi pubblici.
Conclusione
La legge “MES 1415” non è solo un atto legislativo: è una dichiarazione d’intenti. Riconosce lo spazio come nuovo dominio strategico e industriale, e ne affida la gestione a una governance multilivello, dove Stato, imprese, ricerca e istituzioni collaborano per garantire innovazione, sicurezza e sovranità.
Sarà ora compito dei decreti attuativi e della politica industriale nazionale trasformare questo impianto giuridico in un’effettiva leva di sviluppo economico e geopolitico. Lo spazio, anche per l’Italia, è sempre meno solo un orizzonte e sempre più un campo d’azione.
Nel vasto panorama dei quasi 6.000 esopianeti scoperti finora, ce ne sono alcuni che sembrano voler sfidare le regole, anche se non esiste nessuna regola nel Cosmo.
È il caso di 14 Herculis c, un gigante gassoso descritto dai ricercatori come anormale, caotico e fuori dagli schemi, insomma con un bel caratteraccio.
Ma oggi, grazie alle straordinarie capacità del James Webb Space Telescope (JWST) della NASA, quel caos inizia a prendere forma. Utilizzando lo strumento NIRCam (Near Infrared Camera) , Webb è riuscito a catturare un’immagine diretta di 14 Herculis c, uno dei due pianeti che orbitano intorno alla stella 14 Herculis, distante circa 60 anni luce da noi.
La cosa sorprendente non è solo la precisione dell’immagine, ma la natura stessa del pianeta: con una temperatura di appena-3 °C, è uno degli esopianeti più gelidi mai osservati in modo diretto.
Nella maggior parte dei casi, infatti, i pianeti ripresi finora sono molto caldi. Ma 14 Herculis c, con una massa pari a sette volte quella di Giove, appartiene a una categoria completamente diversa: vecchio, freddo e distante, un bersaglio finora quasi inaccessibile alla strumentazione astronomica.
Immagine diretta del sistema 14 Her in cui 14 Her (la stella) è oscurata da un coronografo per bloccare la sua luce intensa. 14 Her c (il pianeta) è visibile come un punto brillante arancione in basso a destra, isolato dal bagliore stellare.
I risultati sono stati accettati per la pubblicazione su The Astrophysical Journal Letters e presentati durante il 246° congresso dell’American Astronomical Society, ad Anchorage, Alaska. Se il pianeta è straordinario, il sistema in cui si trova è ancora più singolare. A differenza del nostro Sistema Solare, dove i pianeti si muovono lungo orbite più o meno allineate, i due pianeti noti attorno a 14 Herculis non seguono lo stesso piano orbitale. Le loro traiettorie si incrociano, formando una sorta di “X” celeste attorno alla stella. È la prima volta che viene ottenuta un’immagine diretta di un pianeta all’interno di un sistema con orbite inclinate di ben 40 gradi tra loro.
Gli scienziati sospettano che l’origine di questo disordine risalga alla giovinezza del sistema: forse un terzo pianeta, ora scomparso, è stato espulso violentemente, alterando le orbite degli altri due e generando il caos che oggi possiamo osservare.
In un’epoca in cui si scoprono esopianeti ogni giorno, 14 Her c ci ricorda che alcuni mondi non si lasciano semplicemente scoprire: vanno compresi.
Una recente ricerca pubblicata su Research Notes of the American Astronomical Society (RNAAS) ha rivelato che la stella attorno a cui orbita il pianeta TOI-6883b è in realtà parte di un sistema binario. In conformità con le regole internazionali di nomenclatura, il pianeta è stato ridefinito TOI-6883Ab.
Lo studio è stato condotto da un team di astrofili composto da Giuseppe Conzo (autore principale), Fran Campos, Francesco Conti e Ian Sharp, e si basa su dati astrometrici di altissima precisione forniti dalla missione Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Fino a oggi considerato un sistema singolo, TOI-6883 si è dimostrato essere un sistema binario visivo, costituito da due stelle simili tra loro, separate da circa 616 unità astronomiche (oltre 90 miliardi di chilometri). Le due componenti, ora denominate TOI-6883A e TOI-6883B, mostrano identica parallasse e moti propri, confermandone la natura gravitazionalmente legata. Il periodo orbitale del sistema è stimato intorno a 15.000 anni.
Il pianeta, scoperto nel 2024 da Giuseppe Conzo e Mara Moriconi tramite i dati del satellite TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), orbita attorno alla componente primaria TOI-6883A, da cui la nuova designazione TOI-6883Ab.
Secondo le analisi spettroscopiche condotte dal team SETI guidato da Lauren Sgro, TOI-6883Ab è classificato come un Warm Jupiter, un gigante gassoso con un’orbita relativamente stretta. La presenza della stella compagna potrebbe avere un impatto dinamico sull’intero sistema planetario, influenzandone l’evoluzione attraverso meccanismi come le oscillazioni di Kozai–Lidov.
L’infografica mostra le dimensioni relative delle due stelle TOI-6883A e TOI-6883B e l’orbita eccentrica del pianeta TOI-6883Ab attorno alla componente primaria. Fonte Giuseppe Conzo
“Questo risultato dimostra come anche i sistemi planetari apparentemente semplici possano nascondere strutture più complesse,” ha commentato Giuseppe Conzo. “Ed evidenzia l’importanza della collaborazione tra astronomi professionisti e astrofili.”
Quando avete iniziato a sospettare che TOI-6883 non fosse una stella singola?
“Abbiamo cominciato a sospettarlo circa 6 mesi fa analizzando i dati astrometrici ad alta precisione del catalogo Gaia DR3. Sebbene il pianeta TOI-6883b fosse stato attribuito a una singola stella (TIC 393818343), la presenza di una seconda sorgente molto vicina (TIC 393818340), con parametri astrometrici quasi identici, ci ha suggerito che il sistema potesse essere in realtà un binario visuale fisicamente legato”.
Quali strumenti o metodi avete utilizzato per confermare la natura binaria del sistema?
“Abbiamo utilizzato principalmente i dati pubblici del satellite Gaia (Data Release 3), che fornisce parallassi, moti propri e fotometria ad altissima precisione. Confrontando questi parametri per entrambe le componenti, abbiamo riscontrato corrispondenze eccellenti. Inoltre, abbiamo calcolato la separazione angolare, la distanza proiettata, l’energia orbitale e il periodo kepleriano stimato. Tutti questi elementi supportano in modo coerente l’interpretazione di un sistema binario gravitazionalmente legato“.
Cosa comporta questo per il pianeta scoperto nel 2024?
“La scoperta che il sistema è binario implica una revisione della nomenclatura del pianeta: da TOI-6883b a TOI-6883Ab, per indicare che orbita attorno alla componente principale (TOI-6883A). Inoltre, pur essendo il pianeta in un’orbita molto stretta e dinamicamente stabile, la presenza della compagna stellare TOI-6883B potrebbe avere effetti a lungo termine sul sistema planetario, come oscillazioni di tipo Kozai–Lidov. Questi aspetti dovranno essere monitorati in futuro“.
Questo studio è stato portato avanti anche da astrofili. Che ruolo ha giocato la Citizen Science?
“La Citizen Science ha avuto un ruolo centrale. Il progetto è stato guidato da un team misto, con astrofili e osservatori indipendenti che hanno condotto osservazioni fotometriche da terra e analisi astrometriche avanzate. Questo dimostra come contributi scientificamente rigorosi possano emergere anche al di fuori del contesto accademico tradizionale, e come il coinvolgimento di astrofili esperti possa portare a pubblicazioni riconosciute e a veri avanzamenti nella conoscenza degli esopianeti“.
La scoperta rappresenta un importante contributo alla comprensione dell’influenza della molteplicità stellare sull’evoluzione dei sistemi planetari e costituisce un brillante esempio di ricerca partecipata.
Clemens Riegler, Julian Mutter, Hakan Kayal (Università di Würzburg, Germania)
Un ritorno alle pale rotanti per esplorare altri mondi
Nell’immaginario collettivo, l’atterraggio su un altro pianeta avviene tramite spettacolari razzi che rallentano la discesa, come accade nelle missioni della NASA su Marte. Ma cosa succederebbe se si potesse atterrare senza usare carburante, come fanno gli elicotteri in caso di emergenza? Questa è la domanda che si sono posti tre ricercatori tedeschi, proponendo una tecnologia sorprendentemente “leggera”: l’autorotazione.
Atterrare senza carburante
L’autorotazione è un principio ben noto nell’aeronautica: quando un elicottero perde potenza, le pale continuano a girare spinte dall’aria in risalita, permettendo un atterraggio controllato. Lo studio propone di adattare questo meccanismo per veicoli spaziali, dotandoli di pale pieghevoli o gonfiabili che si aprono durante la discesa, sfruttando l’atmosfera del pianeta per rallentare e manovrare.
Il confronto: autorotazione vs propulsione
Utilizzando simulazioni fisiche dettagliate, gli autori hanno confrontato l’efficienza dei due sistemi in ambienti diversi: Terra, Marte, Titano (luna di Saturno) e Venere. Il modello considera una sonda di 1000 kg, con condizioni realistiche per gravità e atmosfera. Ecco cosa è emerso:
Sulla Terra e su Venere, l’autorotazione ha battuto la propulsione: ha raggiunto distanze fino a 2 km senza usare carburante, mentre i razzi esaurivano il propellente ben prima del traguardo.
Su Marte, l’atmosfera troppo rarefatta penalizza l’autorotazione, che non riesce a rallentare abbastanza. Qui i razzi restano la soluzione migliore.
Su Titano, entrambi i sistemi funzionano bene, ma l’autorotazione potrebbe offrire maggiore autonomia partendo da quote più elevate.
Una questione di atmosfera
Il vantaggio principale dell’autorotazione è il risparmio di massa: niente serbatoi, niente propellente, più spazio per strumenti scientifici. Ma funziona solo se c’è abbastanza atmosfera da “spingere” le pale. Per questo, l’idea è particolarmente promettente su pianeti con aria densa, come Venere e Titano.
Prospettive future: più scienza, meno carburante
I ricercatori vedono nell’autorotazione una via da esplorare per le future missioni, in particolare quelle scientifiche che non richiedono grandi carichi. Tra le sfide da affrontare: sviluppare rotori adattabili a diversi ambienti, migliorare i sistemi di controllo e testare l’apertura automatica delle pale in condizioni estreme.
Uno degli obiettivi futuri è aumentare l’altitudine di partenza: se oggi le simulazioni si fermano a 1 km dal suolo, in futuro si potrebbe estendere la discesa a decine di chilometri, moltiplicando la distanza coperta senza carburante.
La regione di formazione stellare NGC 6357, nota anche come Nebulosa Aragosta, è stata osservata in dettaglio grazie al telescopio infrarosso VISTA dell’ESO, nell’ambito della survey VVV sulla Via Lattea. Situata a circa 8.000 anni luce nella Costellazione dello Scorpione, la nebulosa appare radicalmente diversa nell’infrarosso, che permette di oltrepassare le dense nubi di polvere e rivelare stelle nascoste. NGC 6357 ospita tre giovani ammassi stellari, tra cui Pismis 24, con alcune delle stelle più massicce conosciute, come Pismis 24-1 e la stella Wolf-Rayet WR 93. Le interazioni tra queste giganti stellari e l’ambiente circostante plasmano la nebulosa, generando cavità di gas, bolle calde e processi che possono sia ostacolare sia stimolare la formazione stellare. Le osservazioni condotte nell’arco di oltre 13 anni hanno permesso la mappatura infrarossa di oltre 1,5 miliardi di oggetti celesti, contribuendo a comprendere l’evoluzione strutturale della nostra galassia.
Nebulosa Aragosta o NGC 6357 Regione di Formazione stellare
Vaste nubi di gas e polveri che circondano stelle giovani e calde creano questo fiabesco arazzo cosmico, punteggiato di lucine brillanti. La ripresa nell’infrarosso si basa sui dati del telescopio VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy) all’Osservatorio del Paranal dell’European Southern Observatory (ESO), in Cile. Inquadra la ricca regione di formazione stellare NGC 6357, situata a circa 8.000 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione dello Scorpione.
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La visione nell’infrarosso ripresa dal telescopio VISTA dell’European Southern Observatory (ESO) inquadra una vasta regione di formazione stellare ricca di gas brillante, stelle massicce e filamenti di dense polveri cosmiche. Le osservazioni di NGC 6357 fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si propone di scansionare la Via Lattea per ricavare una mappa della sua struttura e spiegare la sua origine. Credit: ESO/VVV Survey/D. Minniti, Ignacio Toledo
Per il suo aspetto nelle riprese in luce visibile NGC 6357 viene anche chiamata Nebulosa Aragosta. La visione nell’infrarosso appare radicalmente differente, in quanto permette di penetrare con lo sguardo al di là delle nubi oscure fitte di polveri, per rivelare il fulgore delle stelle nascoste al loro interno. Queste osservazioni fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si occupa di scansionare la Via Lattea per creare un gigantesco set di dati che ci consenta di ricavare informazioni sull’origine e la struttura della nostra galassia. Grazie alla lunga campagna osservativa, gli astronomi hanno pubblicato recentemente una vasta mappa nell’infrarosso contenente oltre 1,5 miliardi di singoli oggetti celesti nella Via Lattea. Nell’ambito di questo progetto durato oltre 13 anni, il telescopio VISTA ha prodotto 200.000 immagini, tra le quali questa della Nebulosa Aragosta. Osservando molte volte la stessa regione di cielo, i ricercatori hanno potuto determinare non soltanto la posizione dei singoli oggetti, ma anche tracciare il loro moto e individuare le variazioni di luminosità. Come è evidente nell’immagine, NGC 6357 è una regione affollata e complessa, in cui coabitano dense nubi di polveri, gas brillanti, protostelle ancora circondate da dischi protoplanetari, stelle neonate e stelle giganti. Gas e polveri della nebulosa nascondono astri brillanti che non possono essere osservati in luce visibile, ma che appaiono come puntini luminosi in banda infrarossa. NGC 6357 contiene molte stelle insolitamente massicce, raggruppate in almeno 3 giovani, densi e popolosi ammassi. La radiazione ultravioletta, i rapidi venti stellari, i potenti campi magnetici e la pressione di radiazione di queste stelle titaniche hanno effetti devastanti sull’ambiente circostante, scavando cavità nel gas, plasmando la forma delle nubi e illuminando il materiale interstellare. Le calde giganti di tipo O sono la sorgente ionizzante principale nella regione. Al centro della nebulosa, l’ammasso aperto Pismis 24 contiene almeno una ventina di stelle giganti, con masse superiori a una decina di masse solari, tra esse alcune arrivano fino a centinaia di masse solari (fra le stelle più massicce conosciute), oltre ad almeno 700 stelle di massa intermedia. La stella più spettacolare, Pismis 24-1, è in realtà un sistema multiplo composto da almeno 3 astri: una coppia stellare in orbita ravvicinata e una stella solitaria più distante e più massiccia delle altre due. Tutte e tre sono veri pesi massimi, ognuna con massa di poco inferiore a un centinaio di masse solari! Altre stelle straordinarie in Pismis 24 includono la Wolf-Rayet WR 93, con massa ben 120 volte quella del Sole, la gigante di tipo O Pismis 24-17 (78 masse solari) e Pismis 24-2 (43 masse solari). Osservazioni della regione in banda X, effettuate con il telescopio spaziale Chandra, hanno rivelato la presenza di immense bolle di gas caldo, create da bruciante radiazione ultravioletta, potenti venti stellari ed esplosioni di supernova. Questi stessi violenti fenomeni, provocati da stelle giganti, possono avere un effetto davvero distruttivo, causando la fotoevaporazione dei dischi protoplanetari di stelle nelle vicinanze e impedendo così la nascita di interi sistemi planetari. D’altro canto, possono anche contribuire alla formazione di una nuova generazione di stelle, per effetto della compressione di gas e polveri.
Come Osservare
a cura di Cristian Fattinnanzi
La posizione di NGC 6357 nella Costellazione dello Scorpione AR: 17h 25m 4.43sec DEC: -34° 18′ 40.00″ Il puntino rosso indica la posizione
La Nebulosa Aragosta (in inglese Lobster Nebula), si trova all’interno dei confini della costellazione dello Scorpione, in una zona molto prossima al centro della Via Lattea. La nebulosa è posizionata ben 34° sotto l’equatore celeste, per cui l’osservazione risulta difficoltosa da molte località dell’emisfero Boreale, in particolare quelle oltre i 45° di latitudine Nord. Rintracciarla è invece molto semplice, dato che si trova circa 3° a nord del “pungiglione” della coda dello Scorpione, identificato dalle stelle “Shaula” e “Lesath”. Il periodo per osservare al meglio questa zona è quello che va dalla tarda primavera all’inizio dell’estate. Vista la breve durata delle notti estive, nel caso volessimo riprendere la zona digitalmente non potremmo godere di molto tempo per accumulare segnale luminoso nell’arco di una singola notte, meglio prepararsi a più nottate. Il soprannome di questa nebulosa è cambiato molte volte nel tempo, con varie forme associate al suo aspetto: ovviamente ognuno può vederci la figura che più ritiene gli si avvicini. Visualmente è molto importante tentare le osservazioni in serate molto limpide e da luoghi con scarso inquinamento luminoso, a causa della bassa altezza sull’orizzonte, strumenti con diametro di almeno 12-15 cm potranno già farci intuire il suo debole bagliore diffuso, su un’area vasta quasi 1° quadrato. I filtri nebulari in grado di attenuare l’inquinamento luminoso saranno sicuramente di grandissimo aiuto. Le riprese digitali, daranno maggiori soddisfazioni e possibilità di successo: l’uso di focali anche medie, unito all’aiuto dei filtri nebulari a banda stretta, potrà permetterci di registrare il profilo della nebulosa ed alcune irregolarità scure al suo interno.
Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):
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