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Cos’è l’Astronomy Picture of the Day

Astronomy Picture of the Day

Introduzione

L’Astronomy Picture of the Day, conosciuta con l’acronimo APOD, è una delle iniziative più longeve e seguite della NASA in ambito divulgativo. Dal 16 giugno 1995, ogni giorno viene pubblicata un’immagine astronomica accompagnata da un testo esplicativo scritto da scienziati professionisti. L’idea nasce grazie agli astrofisici Robert Nemiroff e Jerry Bonnell, che volevano offrire al pubblico un modo semplice e accessibile per avvicinarsi all’astronomia.

Il progetto ha avuto un successo immediato: milioni di persone in tutto il mondo consultano quotidianamente APOD per ammirare il cosmo attraverso fotografie spettacolari e per leggere spiegazioni chiare e accurate. La sua forza risiede proprio nel connubio tra bellezza visiva e contenuto scientifico affidabile, che rende ogni immagine uno strumento educativo e divulgativo.

Come funziona APOD

Ogni giorno sul sito ufficiale compare una nuova immagine. Non si tratta solo di fotografie professionali provenienti dai più grandi telescopi, ma anche di scatti realizzati da astrofotografi amatoriali di alto livello, accuratamente selezionati. Questo approccio inclusivo ha permesso di valorizzare la passione di molti appassionati che, con strumentazione privata, contribuiscono a mostrare il cielo con prospettive originali.

Le fonti principali delle immagini:

  • Telescopi spaziali: come il Telescopio Spaziale Hubble e il più recente James Webb Space Telescope.
  • Telescopi terrestri: ad esempio il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO in Cile.
  • Sonde e rover spaziali: le immagini inviate da missioni come Perseverance su Marte o dalle sonde Voyager.
  • Astrofotografi amatoriali: che con pazienza e competenza riescono a catturare fenomeni come eclissi, comete e congiunzioni planetarie.

Accanto all’immagine, il cuore del progetto è la spiegazione testuale, che ha uno stile divulgativo: poche righe che condensano concetti complessi in un linguaggio chiaro e comprensibile.

Perché l’APOD è così importante

APOD non è soltanto una galleria fotografica. È una vera e propria enciclopedia visiva dell’universo, che ogni giorno arricchisce il sapere di chiunque sia interessato al cielo.

I punti di forza principali:

  • Accessibilità universale: gratuito e disponibile online, raggiungibile da chiunque abbia una connessione Internet.
  • Valore educativo: usato in scuole e università come risorsa didattica per spiegare concetti astronomici attraverso esempi concreti.
  • Divulgazione scientifica: permette di rendere visibili al grande pubblico scoperte complesse senza rinunciare alla correttezza scientifica.
  • Archivio storico: dal 1995 a oggi raccoglie migliaia di immagini, costituendo una cronologia visiva dell’evoluzione dell’astronomia moderna.

Molti insegnanti e divulgatori usano l’APOD come strumento quotidiano di formazione, creando percorsi didattici che uniscono scienza e immaginazione.

Esempi celebri di APOD

Tra le migliaia di immagini pubblicate negli anni, alcune sono diventate iconiche:

  • La fotografia della Pillars of Creation, scattata dal telescopio Hubble, che mostra colonne di gas e polveri nella Nebulosa Aquila.
  • Gli spettacolari mosaici di galassie catturati dal James Webb Space Telescope, che rivelano oggetti mai osservati prima.
  • Le immagini a lunga esposizione di comete e eclissi solari, spesso realizzate da astrofotografi amatoriali.
  • Le mappe del cielo riprese in diverse lunghezze d’onda, dal visibile all’infrarosso e ai raggi X.

Questi contenuti dimostrano come l’APOD riesca a coniugare estetica e rigore scientifico, emozionando e informando allo stesso tempo.

L’impatto culturale e sociale

L’APOD ha creato una vera e propria comunità internazionale di appassionati, studenti e ricercatori. Ogni giorno l’immagine viene condivisa su forum, social network e piattaforme educative, contribuendo alla diffusione globale della cultura scientifica.

Non è raro che persone comuni, incuriosite da un’immagine vista sull’APOD, decidano di approfondire l’astronomia e inizino a praticare l’astrofotografia o a partecipare ad attività di osservazione nei planetari.

Inoltre, il progetto contribuisce a mantenere viva l’idea che la scienza è patrimonio di tutti, non riservata a un’élite di specialisti.

APOD oggi e domani

Dopo quasi trent’anni, APOD è ancora uno dei siti di astronomia più visitati al mondo. Il suo archivio, facilmente consultabile per data, permette di esplorare le immagini pubblicate fin dal 1995, offrendo un patrimonio senza precedenti.

Guardando al futuro, è probabile che il progetto continui a crescere integrando nuovi strumenti di osservazione, immagini sempre più dettagliate e magari contenuti multimediali come video e animazioni 3D.

Conclusione

L’Astronomy Picture of the Day è una finestra quotidiana sull’universo che unisce rigore scientifico e meraviglia estetica. È uno strumento prezioso per educare, emozionare e diffondere la cultura scientifica. Che si tratti di una galassia lontana osservata da un telescopio spaziale o di un’eclissi catturata da un appassionato, ogni immagine APOD racconta una storia dell’universo e ci invita a guardare il cielo con occhi nuovi.

Segui l’APoC – Astronomy Picture of Coelum

Se ti appassiona l’Astronomy Picture of the Day, ti invitiamo a scoprire anche l’APoC – Astronomy Picture of Coelum, la rubrica quotidiana di Coelum Astronomia ispirata al progetto NASA. Ogni giorno pubblichiamo una selezione di immagini astronomiche accompagnate da spiegazioni chiare e approfondite, con particolare attenzione agli scatti realizzati da astrofotografi italiani e alle osservazioni più significative visibili dal nostro cielo. Seguire l’APoC significa avere un appuntamento quotidiano con la bellezza dell’universo e restare aggiornati sulle meraviglie del cosmo con uno sguardo vicino e accessibile.

Costellazioni familiari: perché non hanno nulla a che vedere con le costellazioni del cielo

costellazioni familiari

Introduzione

Quando sentiamo la parola “costellazioni”, pensiamo subito al cielo stellato, ai disegni che le antiche civiltà hanno tracciato per orientarsi e raccontare storie mitologiche. Tuttavia, nel linguaggio moderno, il termine è usato anche in un contesto psicologico, dando vita al concetto di costellazioni familiari. Queste, però, non hanno nulla a che fare con l’astronomia.

Le costellazioni familiari sono un metodo introdotto dallo psicoterapeuta Bert Hellinger negli anni ’90. L’idea è rappresentare dinamiche relazionali tra i membri di una famiglia attraverso una sorta di “messa in scena simbolica”. È importante distinguere chiaramente tra le costellazioni astronomiche, che fanno parte della scienza ufficiale, e quelle familiari, che appartengono a un campo non scientifico.

Cosa sono le costellazioni familiari

  • Una tecnica di psicoterapia sistemica che mira a mettere in luce conflitti irrisolti o dinamiche nascoste all’interno del nucleo familiare.
  • Durante una sessione, i partecipanti “interpretano” membri della famiglia del soggetto in esame, ricreando un quadro emotivo e relazionale.
  • L’obiettivo è offrire nuove prospettive e stimolare consapevolezza interiore.
  • Non è riconosciuta come scienza, ma è utilizzata da alcuni terapeuti in contesti di counseling.

Le costellazioni familiari non hanno alcun legame con le stelle, e il loro nome è semplicemente metaforico: il termine “costellazione” viene usato per evocare l’idea di un sistema di elementi connessi tra loro.

Differenza con le costellazioni astronomiche

Le costellazioni astronomiche, riconosciute dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU), sono raggruppamenti di stelle visibili nel cielo. Queste sono state ufficialmente codificate nel 1922 e rappresentano 88 aree del cielo, utilizzate dagli astronomi per orientarsi nelle osservazioni.

Le costellazioni familiari invece:

  • Non hanno alcun fondamento scientifico.
  • Non derivano da osservazioni astronomiche.
  • Non servono per studiare il cosmo, ma per esplorare simbolicamente dinamiche umane.

Conclusione

Le costellazioni familiari appartengono al linguaggio della psicologia, non all’astronomia. Quando si parla di “costellazioni” in senso scientifico, ci si riferisce esclusivamente a figure celesti, con basi osservative e coordinate precise. Confondere i due termini rischia di generare equivoci, soprattutto online, dove molte persone cercano informazioni scientifiche.

Astronomia: cos’è e cosa non è

Introduzione all’Astronomia

L’astronomia è una delle scienze più antiche dell’umanità, nata migliaia di anni fa dall’osservazione del cielo notturno. Le civiltà mesopotamiche, egizie e maya tracciavano i movimenti delle stelle per misurare il tempo e regolare le attività agricole, mentre in Grecia filosofi come Aristotele e Tolomeo svilupparono i primi modelli cosmologici.

Oggi l’astronomia è una scienza moderna e interdisciplinare, che unisce fisica, matematica, chimica e informatica per comprendere l’universo. Dalla scoperta dei pianeti extrasolari alla fotografia delle prime galassie con il James Webb Space Telescope, questa disciplina continua a rivoluzionare la nostra visione del cosmo.

Ma spesso il termine viene confuso con astrologia, una pratica basata sull’interpretazione simbolica dei movimenti celesti. Per questo è fondamentale distinguere cosa sia davvero l’astronomia e cosa invece non appartenga al suo ambito scientifico.

Cos’è l’Astronomia

L’astronomia è definita come la scienza che studia l’universo e i corpi celesti. Questo include pianeti, stelle, satelliti, asteroidi, comete, galassie e fenomeni come buchi neri o onde gravitazionali.

Caratteristiche principali dell’astronomia:

  • Scienza sperimentale: utilizza osservazioni ripetibili e verificabili.
  • Metodo scientifico: si basa su ipotesi, calcoli e conferme sperimentali.
  • Tecnologia avanzata: sfrutta telescopi ottici, radiotelescopi e strumenti spaziali.
  • Interdisciplinarietà: dialoga con fisica teorica, geologia planetaria e biologia (astrobiologia).
  • Prospettiva globale: l’astronomia è una scienza internazionale, coordinata da enti come l’Unione Astronomica Internazionale (IAU).

Grazie a missioni come Hubble e Gaia dell’ESA, oggi conosciamo miliardi di stelle e possiamo mappare il cosmo con una precisione mai raggiunta prima.

Cosa non è Astronomia

Molti confondono l’astronomia con altre discipline o pratiche. In realtà:

  • Non è astrologia: l’astronomia non si occupa di oroscopi o predizioni del futuro. L’astrologia interpreta i moti celesti come influenze sul destino umano, ma non ha alcuna base scientifica.
  • Non è superstizione: le credenze popolari (eclissi come segni divini, comete come presagi) appartengono al mito, non alla scienza.
  • Non è magia: non offre risposte esoteriche, ma spiegazioni basate su osservazioni verificabili.
  • Non è opinione personale: i dati astronomici possono essere replicati e misurati da chiunque con gli strumenti adatti.

Questa distinzione è cruciale soprattutto nell’era digitale, dove informazioni scientifiche convivono con notizie false o ingannevoli.

Gli strumenti dell’Astronomia moderna

Per comprendere meglio il cosmo, l’astronomia si avvale di tecnologie sempre più sofisticate:

  • Telescopi terrestri: come il Very Large Telescope (VLT) in Cile.
  • Osservatori spaziali: come il già citato Hubble e il nuovo James Webb.
  • Radiotelescopi: strumenti come l’Atacama Large Millimeter Array (ALMA) permettono di “vedere” l’universo alle onde millimetriche.
  • Sonde e rover: missioni come Perseverance su Marte esplorano direttamente i pianeti.
  • Osservatori gravitazionali: come LIGO e Virgo, che hanno rilevato le onde gravitazionali previste da Einstein.

Questi strumenti hanno trasformato l’astronomia da semplice osservazione visiva a scienza di precisione.

Conclusione

L’astronomia è la scienza del cielo e dell’universo. Non si limita a osservare le stelle, ma cerca di comprendere le leggi che regolano lo spazio e il tempo. Non è astrologia, non è magia, e non è previsione del destino umano: è una disciplina scientifica che unisce l’umanità nella ricerca di risposte.

LE SUPERNOVAE EXTRAGALATTICHE PIU’ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA: SN1972E in NGC 5253

Brogliaccio relativo alla terza immagine di prediscovery della SN1972E in NGC5253 ripresa al Mount John University Observatory il 9 maggio 1972 da M. Clack.

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

Abstract

La supernova SN1972E, scoperta da Charles Thomas Kowal il 13 maggio 1972 nella galassia nana NGC 5253, rappresenta la terza più luminosa extragalattica mai osservata, con una magnitudine di +7,8. Fu la prima supernova classificata in tempo reale come di tipo Ia, grazie agli spettri ottenuti dagli osservatori di Lick e Asiago. La scoperta di Kowal, allora impegnato con Fritz Zwicky al programma di ricerca sistematica delle supernovae al Palomar Observatory, si inserisce in un contesto storico che vede l’uso delle Ia come “candele standard” cosmologiche. Ulteriori prediscovery datate 6 e 9 maggio 1972 hanno anticipato la data ufficiale di individuazione. L’indagine sugli archivi di Palomar, Asiago, Carter e Bamberga ha permesso di ricostruire la cronologia completa di osservazioni e conferme, restituendo un ritratto dettagliato di uno degli eventi più significativi della storia delle supernovae.

SN1972E in NGC 5253

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Charles Thomas Kowal nel 1990. Foto di Albert V. Holm.

Nella nostra rassegna delle supernovae più luminose ed importanti della storia, approdiamo adesso alla SN1972E che rappresenta la terza supernova più luminosa della storia. Fu scoperta il 13 maggio 1972 dall’astronomo americano Charles Thomas Kowal nella galassia nana irregolare NGC 5253 situata subito al di fuori del Gruppo Locale, nella costellazione del Centauro, a meno di 10 milioni di anni luce di distanza da noi. Scoperta da William Herschel nel 1787, fa parte del gruppo di galassie fra cui troneggia M83 situata a meno di 2° più a Nord. Charles Thomas Kowal nacque a Baffalo nello stato di New York l’8 novembre 1940 da una famiglia di umili origini. Suo padre Charles Joseph era un fabbro e sua madre Rose Kowal una fornaia. Si diplomò alla East High School di Buffalo nel 1957. Successivamente si trasferì a Los Angeles per studiare all’Università della California del Sud e, mentre lavorava part-time come assistente notturno presso gli osservatori di Monte Wilson e Monte Palomar, si laureò in Astronomia nel 1963.

Proprio grazie a quell’incarico notturno fu notato e assunto direttamente da Fritz Zwicky, che lo volle al suo fianco nelle osservazioni condotte con il telescopio Schmidt Oschin da 48 pollici (120 cm) al Monte Palomar, nell’ambito della realizzazione del suo celebre catalogo di galassie e ammassi di galassie.

Fritz Zwicky fu tra i primi a sostenere l’utilizzo delle supernovae di tipo Ia come indicatori di distanza extragalattica — le cosiddette candele standard. Per questo, nel 1959 avviò una ricerca sistematica di supernovae utilizzando le lastre fotografiche ottenute con il telescopio Schmidt Oschin. Nell’ambito di questo programma, tra i più attivi ricercatori figurava Charles Kowal, che contribuì in modo significativo all’indagine. Ogni campo celeste veniva ripreso su due lastre distinte, successivamente confrontate con un comparatore a intermittenza per individuare le variazioni luminose caratteristiche delle supernovae. Il programma di ricerca si concluse nel dicembre 1975 con ben 178 supernovae scoperte, di cui 81 a carico di Kowal, che così divenne uno dei più grandi scopritori di supernovae della storia. Charles Thomas Kowal vanta nel suo palmarès anche numerose comete ed asteroidi, oltre a due lune di Giove: Leda (1974) e Temisto (1975).

Kowal non ottenne risultati significativi solo attraverso l’osservazione diretta al telescopio, ma si distinse anche per una clamorosa intuizione derivata da un’attenta analisi dei testi letterari. Il numero di marzo 1979 della rivista Sky and Telescope conteneva un articolo di Steven Albers che elencava le occultazioni reciproche di pianeti dal 1557 al 2230, tra cui un’occultazione di Nettuno da parte di Giove nel gennaio del 1613. Kowal si rese subito conto che Galileo stava osservando Giove in quel periodo e avrebbe potuto aver visto Nettuno. Con l’aiuto dei bibliotecari dell’Hale Observatories, trovò le riproduzioni dei quaderni di Galileo con disegni di Giove e dei suoi satelliti datati 28 dicembre 1612 e una “stella” che non figurava nel catalogo dell’Osservatorio Astrofisico Smithsonian. Inoltre, Galileo notò che questa “stella” si era spostata leggermente nell’arco di diverse notti. Galileo aveva perciò visto Nettuno oltre 200 anni prima della sua scoperta ufficiale nel 1846. Tutto questo grazie all’intuizione ed alle meticolose ricerche effettuate proprio da Kowal.

Una curiosità: durante un viaggio in Italia nel 1968 Kowal conobbe Maria Antonietta Ruffino che nell’ottobre di quell’anno, sempre in Italia, diventò sua moglie. L’anno successivo a Los Angeles nacque la loro figlia Loretta (Lory). Il 17 ottobre 1974 Koval scoprì l’asteroide 1939 Loretta a cui diede, appunto, il nome di sua figlia. Non è da tutti avere un padre che all’età di cinque anni ti regala un asteroide! Nel 1985 si trasferì a Baltimora per lavorare ai programmi dell’Hubble Space Telescope che lo tennero occupato fino al lancio nel 1990. Nel 1996 entrò a far parte del team responsabile della missione NEAR Shoemaker, la sonda che orbitò attorno all’asteroide 433 Eros e vi atterrò con successo. Si ritirò a vita privata nel giugno del 2006 e morì il 28 novembre 2011 all’età di 71 anni in una piccola località rurale chiamata Cinebar nello stato di Washington.

Stupenda immagine della SN1972E in NGC5253 ottenuta da C.T. Kowal il 16 maggio 1972 con il telescopio Schmidt Oschin da 48 pollici (120cm) al Monte Palomar Observatory.

Ma andiamo subito al racconto del ritrovamento che ci ha riservato alcune sorprese interessanti. La nostra indagine è partita dalla circolare IAUC n. 2405, relativa all’annuncio originale, e desideriamo esprimere il nostro apprezzamento a Daniel Green, responsabile delle storiche circolari IAUC, per la disponibilità con cui ci ha sempre fornito i documenti utilizzati nei vari articoli già pubblicati. Nella circolare n. 2405 del 18 maggio 1972 C.T. Koval comunica la scoperta in data 13 maggio 1972 di una supernova di mag. +8,5 posizionata 56″ Ovest e 85″ Sud dal centro della galassia NGC5253. La presenza dell’oggetto fu confermata da una seconda immagine ottenuta il 15 maggio. Tuttavia, nella circolare non viene specificato quale strumento fu utilizzato per l’individuazione iniziale. Sappiamo che Kowal operava sia al Monte Wilson che al Monte Palomar, sebbene fosse attivo principalmente presso quest’ultimo. Per chiarire il dettaglio, ci siamo rivolti — come già in passato — a Jean Muller, l’astronoma con il maggior numero di supernovae individuate (ben 107), che ci ha raccontato di aver lavorato per quattro mesi con Kowal al telescopio Schmidt da 48 pollici del Monte Palomar nel 1985, apprendendo da lui preziose tecniche osservative e pratiche professionali.

Pagina n. 288 del Book del telescopio Schmidt da 18 pollici dell’Osservatorio di Monte Palomar dove abbiamo evidenziato in giallo il rigo relativo all’immagine di scoperta ripresa il 13 maggio 1972 alle ore 22,09 TU e il rigo relativo all’immagine di conferma ripresa il 15 maggio 1972 alle ore 23,37 TU.

Sulla base di questi elementi, è altamente probabile che la scoperta sia stata effettuata con il telescopio Schmidt da 18 pollici del Monte Palomar. Nel registro (Book) di questo strumento risultano annotate infatti due osservazioni centrate su NGC5236 – M83, entrambe realizzate da Kowal: quella del 13 maggio, relativa all’individuazione, e quella del 15 maggio, che confermò la presenza dell’oggetto. Il soggetto principale della ripresa era M83, ma poiché NGC5253 si trova a meno di 2° a Sud entrava ben visibile nella stessa lastra. Jean Muller ci ha comunicato che purtroppo queste lastre non sono state digitalizzate e quindi, anche se contenute nell’archivio del Palomar, non sono visionabili a distanza. I primi a riprendere lo spettro di conferma in data 18 maggio 1972, come riportato nella Circolare IAUC n. 2407 del 23 maggio 1972, furono gli astronomi americani del Lick Observatory sul Monte Hamilton in California utilizzando lo storico C. Donald Shane Telescope da 3 metri di diametro. La SN1972E era una classica supernova di tipo Ia: nel suo spettro era infatti ben evidente la linea di assorbimento del Silicio II intorno ai 6150 Å mentre mancava la linea dell’Idrogeno, che invece è presente nelle supernovae di tipo II.

La SN1972E, oltre ad essere la terza supernova extragalattica più luminosa della storia, raggiungendo come vedremo fra poco la notevole mag. +7,8, vanta un altro primato: essendo la prima supernova classificata in tempo reale. Le precedenti supernovae avevano ricevuto una classificazione, ma questa veniva realizzata a posteriori, analizzando gli spettri ottenuti e verificando l’andamento della curva di luce. In questo caso per la prima volta la classificazione fu immediata. Proseguendo nella nostra indagine, siamo giunti alla circolare IAUC n. 2411, datata 1° giugno 1972, con la quale gli astronomi italiani Roberto Barbon e Franco Ciatti, dell’Osservatorio di Asiago, annunciavano di aver ottenuto lo spettro della supernova in NGC5253 il 24 maggio, utilizzando il telescopio Galileo da 122 cm. Nella comunicazione, Barbon e Ciatti confermavano la classificazione proposta dagli astronomi americani, ma aggiungevano un’informazione significativa emersa dall’analisi dello spettro: la supernova era stata individuata dopo il massimo di luminosità, che si era verificato intorno al 4 maggio, quindi nove giorni prima della scoperta ufficiale.

Considerato che da Asiago era stato ottenuto lo spettro, era lecito ipotizzare l’esistenza di qualche immagine fotografica nei loro archivi. Abbiamo quindi avviato una ricerca sistematica consultando i registri (book) dei tre strumenti operativi presso l’osservatorio nel 1972, dove sono annotate tutte le riprese effettuate ogni notte. Né il telescopio Galileo né lo Schmidt Piccolo riportavano immagini utili, ma fortunatamente nel registro dello Schmidt Grande risultavano alcune lastre relative alla galassia NGC5253.

Immagine della SN1972E in NGC5253 ripresa con il telescopio Schmidt grande dell’Osservatorio di Asiago il 4 giugno 1972. La supernova è stata segnata con la matita rossa da Roberto Barbon. In alto è visibile la galassia M83.

Abbiamo perciò contattato per l’ennesima volta l’astrofisica Lina Tomasella, che anche questa volta ci è stata di grande aiuto, ritrovando negli archivi dell’Osservatorio di Asiago sia lo spettro del 24 maggio, che un’immagine ottenuta con lo Schmidt Grande in data 4 giugno 1972. Anche per questa importante supernova, come già capitato nelle precedenti indagini per altri oggetti, si manifestava evidente un’incongruenza sulla data di scoperta. La circolare IAUC n. 2405 assegnava l’individuazione a Kowal nel 13 maggio 1972, ma nella lista del CBAT (Central Bureau for Astronomical Telegrams), dove sono annotate tutte le supernovae extragalattiche dal 1885 fino al 2015 (dal 2016 è entrato in funzione l’attuale TNS – Transient Name Server), alla SN1972E è assegnata la data del 6 maggio 1972. A cosa può essere dovuta la differenza di sette giorni?

La spiegazione è arrivata grazie alla circolare IAUC n. 2421 del 6 giugno 1972, nella quale il dott. W.J.H. Fisher, direttore del Carter Observatory a Wellington in Nuova Zelanda, comunicava due prediscovery ottenute appunto il 6 e il 9 maggio 1972, riportando anche una stima accurata della magnitudine: +7,88 nella lastra del 6 maggio e +8,13 in quella del 9 maggio. Prendendo per buono il massimo di luminosità al 4 maggio, come calcolato da Barbon e Ciatti con lo spettro di Asiago e analizzando la curva di luce, possiamo calcolare il massimo di luminosità pari alla notevole mag. +7,8. Soltanto due supernovae extragalattiche sono state più luminose della SN1972E e ci riferiamo alla SN1885A in M31 (vedi Coelum 272), con cui abbiamo iniziato questa rassegna, e alla famosa SN1987A nella Grande Nube di Magellano, di cui parleremo in un prossimo articolo.

Immagine della SN1972E in NGC5253 ripresa il 22 maggio 1972 al Carter Observatory con il telescopio Cassegrain da 41 cm – 30 minuti di posa su lastra Gevaert 67A50.

Fiduciosi, abbiamo quindi contattato il Carter Observatory a Wellington in Nuova Zelanda con la speranza di entrare in possesso di queste due preziose prediscovery. A darci un prezioso contributo è stata Corrina Gordon, una delle responsabili dell’archivio dell’osservatorio, che è riuscita a individuare quattro lastre fotografiche datate 22, 26, 31 maggio e 18 giugno 1972, realizzate con il telescopio Cassegrain da 41 cm. Sebbene queste immagini non siano ancora state digitalizzate e dunque non direttamente consultabili, i responsabili dell’archivio, con grande disponibilità, hanno posizionato le lastre su una lampada opalina e le hanno fotografate con il cellulare per permettercene la visione. La qualità non è ottimale, ma la supernova e la galassia che la ospita sono ben visibili.

Nel loro archivio, però, non risultava alcuna traccia delle due immagini di prediscovery datate 6 e 9 maggio 1972, un’assenza piuttosto insolita. Rileggendo attentamente la circolare IAUC n. 2421, abbiamo notato un dettaglio significativo: il direttore del Carter Observatory menziona una stima di magnitudine effettuata da D. Austin, del Mount John University Observatory, basata su lastre ottenute da M. Clack presso l’osservatorio di Bamberga. Un’informazione anomala, poiché l’osservatorio di Bamberga si trova in Germania, a una latitudine di circa +50° Nord, mentre la galassia NGC5253 è situata nell’emisfero australe, a una declinazione di -31°. Da Bamberga, dunque, NGC5253 culmina a soli 9° sopra l’orizzonte sud: un’altezza estremamente bassa per ottenere immagini utili. Come era stato possibile, allora, acquisire due fotografie di un oggetto così basso sull’orizzonte?

Prima immagine di prediscovery della SN1972E in NGC5253 ripresa al Mount John University Observatory il 6 maggio 1972 con un piccolo Astrografo Zeiss Tessar da 10 cm F.6 su emulsione Gevaert 67A50 e un’esposizione di 60 minuti, centrata sulla declinazione -38°. Il Nord è in basso e la supernova è quella in basso dentro il cerchio.

Avevamo già contattato l’osservatorio di Bamberga in occasione del primo articolo sulla SN1985A e perciò abbiamo scritto nuovamente al prof. Joern Wilms, purtroppo momentaneamente non disponibile, e sostituito egregiamente da due suoi colleghi, Ulrich Heber e Harry Enke, i quali, con estrema disponibilità, hanno sciolto ogni nostro dubbio oltre a ritrovare le due preziose immagini che poi si sono rivelate in realtà essere tre. Con alcune mail ci hanno spiegato che dal 1960 fino ai primi anni del 1970 l’osservatorio di Bamberga aveva tre stazioni astronomiche posizionate nell’emisfero meridionale e precisamente in Sudafrica, in Argentina ed appunto Mount John in Nuova Zelanda. L’osservatorio di Bamberga dispone di un archivio digitalizzato di circa 20.000 immagini, e fra queste circa 5.000 provengono dall’Osservatorio Mount John.

Brogliaccio relativo alla prima immagine di prediscovery della SN1972E in NGC5253 ripresa al Mount John University Observatory il 6 maggio 1972 da M. Clack.

Le tre immagini che ci hanno inviato sono quelle di prediscovery ottenute da M. Clack con un piccolo Astrografo Zeiss Tessar 10 cm f/6 su emulsione Gevaert 67A50 e un’esposizione di 60 minuti. La fortuna questa volta è stata dalla nostra parte, permettendoci di ritrovare molte immagini di questa importante supernova, ripescate negli archivi di vari osservatori sparsi per il mondo. Però l’immagine più bella in assoluto, che circola da tempo sul web, è sicuramente quella ottenuta dallo stesso Kowal la notte del 16 maggio 1972 con il famoso telescopio Schmidt Samuel Oschin da 48 pollici (120 cm) al Monte Palomar Observatory.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 275 VERSIONE CARTACEA

Il Museo di Scienze Planetarie: Tesoro Nascosto di Prato

Il meteorite Nathan di 272 kg, conservato presso il museo di Scienze Planetarie di Prato, scatto a cura di Flavio Castellani

ABSTRACT

A pochi chilometri da Firenze, il Museo di Scienze Planetarie di Prato rappresenta il principale punto di riferimento in Italia per lo studio e l’esposizione di meteoriti. Nato negli anni ’90 e ospitato in una ex caserma, unisce un allestimento moderno e divulgativo a una collezione scientificamente preziosa. Oltre 600 meteoriti, di cui 125 esposti, includono esemplari unici come la siderite Nathan (272 kg, la più grande in Italia), condriti carbonacee celebri come Allende e Gujba, meteoriti marziane e lunari, oltre a rare pallasiti e mesosideriti. Il museo dedica ampio spazio anche a crateri da impatto, impattiti e vetri naturali, affiancando alla funzione espositiva un’attività di ricerca e classificazione riconosciuta a livello internazionale.

Il Museo di Scienze Planetarie di Prato

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Ad una ventina di chilometri appena da Firenze, Prato rimane per il turismo, all’ombra della grande città sull’Arno. La sua tradizionale vocazione industriale e forse una carenza a livello promozionale fanno sì che, pur essendo il secondo capoluogo di provincia toscano e nonostante i suoi musei, e monumenti, rimanga un po’ in disparte negli itinerari dei visitatori.
Ma per coloro che amano l’astronomia e specialmente per chi è interessato alle meteoriti, questa città offre il più importante, vario e ben organizzato museo in Italia.

Interno del Museo di Scienze Planetarie di Prato.
Crediti: Musei Scientifici della Toscana

L’idea, nata negli anni ’90 e finanziata dalla provincia di Prato, era quella di affiancare alla tradizionale raccolta di minerali, un’esposizione di meteoriti. Va detto che a quell’epoca le meteoriti erano ancora considerate dal grande pubblico, e da alcuni persino all’interno della comunità scientifica, poco più di una curiosità, nonostante gli studi sulle condriti carbonacee avessero già rivoluzionato le conoscenze sull’origine del sistema solare e le prime meteoriti lunari e marziane identificate fra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, stessero fornendo importanti contributi alle scienze planetarie.

La sede del museo fu scelta in una ex caserma dei vigili del fuoco, vicina al centro cittadino. L’esterno, un po’ dimesso, si fa subito perdonare grazie a un allestimento moderno ed accattivante, in cui ambienti e luci sono studiati per accompagnare il visitatore lungo il percorso didattico. Il progetto espositivo è pensato per risultare accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo delle meteoriti, senza rinunciare a contenuti di approfondimento in grado di soddisfare anche un pubblico più esperto.

Preludio all’area espositiva è la “quadrisfera”, una piccola sala dove un gioco di specchi crea una superficie curva, apparentemente enorme, sulla quale è proiettato in continuo un filmato sull’evoluzione dell’Universo e della vita sulla Terra. Subito dopo una parete curva ospita una serie di monitor interattivi con informazioni sul Sole e pianeti del sistema Solare. Appesi al soffitto dei modelli in scala dei pianeti, con un Giove da 70 cm, Saturno che coi suoi anelli arriva ad un metro, mentre la Terra ha un diametro di 6,5cm.

Al termine dell’area del Sistema Solare si accede all’esposizione dei meteoriti. Solo 125 degli oltre 600 meteoriti facenti parte della collezione sono stati esposti, sia per ragioni di spazio che per rendere maggiormente chiaro il percorso didattico. Al centro della sala troneggia un grande esemplare di Nathan, la siderite trovata in Cina nel 1958 e della quale sono state rinvenute fino ad ora circa 10 tonnellate di materiale. Quello esposto, con i suoi 272 kg, è attualmente il più grande meteorite presente in Italia.

Sulle vetrine alle pareti di sinistra e di destra trovano rispettivamente posto le meteoriti differenziate e quelle non differenziate.
Le condriti, posizionate sulla parete di destra, provengono tutte da corpi non differenziati, che quindi non hanno subito evoluzione nelle loro litosfere come quelle dei pianeti e degli asteroidi di maggiori dimensioni. Nella struttura di queste meteoriti sono ancora visibili le condrule, piccole sferette composte da ferro, magnesio e silicati che sono nate nello spazio durante le prime fasi di condensazione del disco proto-planetario. Le condriti ordinarie esposte mostrano i diversi gradi di metamorfismo (cioè, quanto la pressione e/o la temperatura nei corpi progenitori abbiano modificato la struttura dei meteoriti, da quelli rimasti inalterati, dalla loro origine, a quelli modificati fino a rendere le condrule quasi indistinguibili, dalla matrice). Molto bella è la parte dedicata alle condriti carbonacee, con alcuni pezzi famosi come Allende (Messico 1969), con le sue inclusioni di Calcio/Alluminio, così importanti per tracciare l’origine del sistema solare e Gujba (Nigeria 1984), l’unica CBa (Bencubbinite tipo a) conosciuta.

Una rara Enstatite, HaH317, trovata durante una spedizione organizzata dal Museo in Libia, completa la panoramica della classificazione delle condriti. Subito dopo vi è un’esposizione sulle croste di fusione e sulle meteoriti orientate (modellate dall’impatto con l’atmosfera). Fra i molti pezzi vale la pena di ricordare Acfer 371, di oltre 9 chili che sembra l’ogiva di un proiettile.
Proseguendo, lungo la vetrina si trova un simpatico gioco: “scopri qual è la meteorite”, dove campioni di meteoriti e di comuni rocce terrestri sono affiancate. Ogni esemplare ha al suo fianco un QR CODE, che, rilancia alle varie classificazioni. Può sembrare una cosa facile, ma alcuni “falsi meteoriti” possono essere piuttosto difficili da identificare.

Nella parete opposta, le prime tra le differenziate sono le metalliche, ben rappresentate, da un “Campo del Cielo” di 50 kg, tutto coperto da “regmagliti” (gli incavi, lasciati dall’ablazione atmosferica durante la caduta del meteorite). Attualmente non in mostra, ma speriamo vi torni presto, una Sikhote-Alin, uno dei frammenti del meteorite ferroso, caduto in Siberia nel 1947. Il ferro di questo meteorite ha inglobato un pezzo di legno con il quale aveva impattato, dimostrando che al momento della caduta il calore aveva parzialmente fuso il meteorite.

Ikhote-Alin, una meteorite ferrosa
che ingloba un pezzo di legno conservato presso il Museo di Scienze Planetarie di Prato.

Proseguendo si trovano alcune rare acondriti primitive (Acapulcoiti, Lodraniti, Winonaiti), poi i gruppi delle HED, provenienti dall’asteroide Vesta, delle meteoriti Marziane (SNC) come la famosa Dar Al Gani 670 e delle Lunari. Queste ultime sono particolarmente numerose con 14 pezzi esposti, tra Breccie Melt, Feldspatiche ed una Anortosite, rappresentante delle rocce degli altipiani lunari.

Shatter cone (Coni di frattura), provenienti dal cratere di Vredefort (Sud Africa) e Rochechouart (Francia). Crediti Flavio Castellani.
La fetta di Seymchan, Pallasite di 5,7 kg custodita presso il Museo di Scienze Planetarie di Prato. Crediti Flavio Castellani.

Concludono la sezione le litico-metalliche fra le quali una fetta di Estherville, Francia 1879, di 2.350 grammi, rappresentante delle mesosideriti ed una spettacolare fetta di Seymchan, di 5,7kg, una Pallasite trovata in Russia nel 1967. L’esemplare qui esposto ha un diametro di 40 cm. Sempre tra le Pallasiti vale la pena ricordare la bella fetta di Imilac, Atacama 1822, la cui massa principale è ospitata al Natural History Museum di Londra.

Una delle parti più interessanti del museo è quella dedicata ai crateri da impatto ed alle impattiti, ovvero le rocce ed i vetri che si formano a causa di impatti di oggetti di grandi dimensioni. Gli Shatter Cone, cioè i coni di frattura a forma di ventaglio, formati nelle rocce dalle pressioni di un impatto asteroidale sono rappresentati da due campioni dei quali uno proveniente dall’enorme Vradefort Crater del Sud Africa. Vi sono poi le Sueviti, brecce da impatto, nate dalla frantumazione e la fusione delle rocce a causa dell’onda d’urto. Infine, una raccolta di vetri da impatto, provenienti da diversi crateri sulla Terra, dalla Svezia, Kazakistan e Mauritania. Sono presenti anche alcune tectiti, come le Filippiniti, della grande famiglia delle Indociniti, e le belle Moldaviti, dal colore verde smeraldo. Non potevano mancare gli affascinanti Lybian Desert Glass ed i Darwin Glass Australiani.

Nella parete opposta, un’apposita sezione racconta delle attività di ricerca condotte e delle spedizioni organizzate. Il museo di scienze planetarie svolge infatti un importante funzione di ricerca, sia sul campo, per lo studio di crateri da impatto o campagne di ricerca di meteoriti in particolari aree, sia in laboratorio con la classificazione di meteoriti. Riguardo alle spedizioni, va citata quella del 2002 in Mauritania per lo studio delle brecce di fusione del cratere Tenoumer; una bellissima struttura da impatto piuttosto recente, di 1,9 km, nel Sahara occidentale. Il lavoro in laboratorio, ha portato alla classificazione di oltre 270 meteoriti, e la pubblicazione di articoli scientifici e scoperte come il minerale di Mellinnite, identificato all’interno di una rara meteorite della classe delle Acapulcoiti (NWA 1054)
Chiude l’esposizione museale la sala dei minerali. Il nucleo della raccolta proviene dall’acquisto di una collezione privata ampliata successivamente da diverse donazioni avvenute negli anni e da alcune acquisizioni di pezzi di pregio che hanno portato al ragguardevole numero di 4500 campioni, che spaziano su tutti quattro i continenti, anche se la zona più rappresentata è quella della Toscana. L’esposizione, per motivi di spazio è limitata a 130 esemplari, scelti fra i più belli, come un grande cristallo di topazio rossiccio e delle stupende brasilianiti di colore verde. Una vetrina all’ingresso mostra anche il fenomeno della fluorescenza di alcuni minerali, alternando la luce bianca ad una lampada ultravioletta.

Il Museo di Scienze Planetarie di Prato è certamente una meta imperdibile per chiunque voglia avvicinarsi al mondo delle meteoriti. Oltre alla ricchezza ed alla varietà della collezione che viene anno dopo anno arricchita di nuovi pezzi, si contraddistingue per l’attenzione alla didattica, con chiarezza, sintesi e completezza dei contenuti.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 275 VERSIONE CARTACEA


L’Associazione Romana Astrofili di Frasso Sabino riceve per la seconda volta lo Shoemaker NEO Grant della Planetary Society


L’Associazione Romana Astrofili che gestisce l’Osservatorio Astronomico di Frasso Sabino (RI) riceve per la seconda volta il premio Shoemaker NEO Grant della Planetary Society (USA)

La Planetary Society, ente americano che sostiene e promuove la ricerca in campo astronomico ha attribuito il premio Shoemaker NEO grant 2025 ad alcuni osservatori tra cui l’Associazione Romana Astrofili (delegazione UAI – Unione Astrofili Italiani) che opera presso l’Osservatorio “Virginio Cesarini” di Frasso Sabino (RI).

Il premio, volto a finanziare la ricerca nel campo dell’osservazione degli oggetti NEO (Near Earth Object) cioè quegli asteroidi e comete che hanno un’orbita prossima alla Terra e potenzialmente potrebbero rappresentare un pericolo per un possibile impatto, viene attribuito a seguito di un bando internazionale al quale i partecipanti devono rispondere proponendo un progetto di ricerca sui NEO e presentando una relazione indicando l’attività svolta in questo settore.

L’ARA ha sempre attivamente operato nell’osservazione astrometrica di asteroidi e comete ed in particolare nel monitoraggio dei NEO ed a testimonianza della continuità del lavoro svolto in questo ambito di ricerca, già nel 2021 aveva ricevuto il premio Shoemaker NEO.

Dall’anno della apertura dell’Osservatorio di Frasso Sabino (1995) sono stati più di 7500 le posizioni astrometriche di 1740 oggetti inviate al Minor Planet Center1 (unico centro mondiale per la raccolta e gestione delle osservazioni di asteroidi e comete per definire e migliorare nel tempo la conoscenza delle loro orbite) con alcune scoperte dell’attività cometaria presentata da oggetti inizialmente classificati come asteroidi.

Il premio ricevuto quest’anno consiste nell’erogazione di fondi per sostenere il progetto di ricerca presentato tramite l’acquisto di un nuovo tubo ottico in configurazione RC con diametro degli specchi maggiore e schema ottico più performante di quello attualmente installato in osservatorio che consentirà di seguire oggetti meno luminosi di almeno 2.5 volte rispetto all’attuale.

Il merito di questo successo deve essere condiviso tra coloro che in diversi modi hanno sempre operato per l’Associazione: da chi ha svolto attività osservativa a chi si è occupato della manutenzione del telescopio e di tutti gli strumenti accessori; da chi ha effettuato attività didattica e divulgativa a chi ha svolto le innumerevoli incombenze amministrative. Un ringraziamento particolare deve essere rivolto alle Amministrazioni Comunali che si sono succedute nel tempo e alla cittadinanza di Frasso Sabino che hanno sempre sostenuto le molteplici attività culturali e di ricerca messe in atto dall’ARA presso l’Osservatorio” Virginio Cesarini” di Frasso Sabino.

Alcuni membri dell’associazione in uno scatto del 16 agosto.

1 L’MPC opera presso lo Smithsonian Astrophysical Observatory (USA), sotto l’egida della Divisione F dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU).

Fonte Planetary Society

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LE COMETE E L’ACQUA DELLA TERRA: 12P/Pons-Brooks

Una recente ricerca ha portato alla luce nuove prove che suggeriscono come le comete possano aver giocato un ruolo fondamentale nel trasporto di acqua sulla Terra. L’acqua proveniente da una cometa si è rivelata sorprendentemente simile a quella presente negli oceani terrestri, supportando l’ipotesi che le comete abbiano contribuito non solo a portare acqua ma anche elementi essenziali per la vita sul nostro pianeta. Questa scoperta apre nuove prospettive su come la vita possa essersi sviluppata sulla Terra, offrendo una comprensione più profonda del ruolo che le comete potrebbero aver avuto nel plasmare il nostro ambiente.

Utilizzando l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA – un osservatorio astronomico internazionale, frutto di una collaborazione tra diversi enti scientifici globali), un gruppo internazionale guidato da Martin Cordiner del Goddard Space Flight Center della NASA ha ottenuto una mappatura dettagliata dell’acqua ordinaria (H₂O) e dell’acqua “pesante” (HDO) nella cometa 12P/Pons-Brooks. Questa ricerca rappresenta la prima mappatura spaziale così dettagliata di queste due forme di acqua in una cometa. Le osservazioni di ALMA sono state combinate con i dati dell’Infrared Telescope Facility (IRTF) della NASA per ottenere un quadro più completo della cometa. Queste osservazioni hanno permesso di misurare con precisione il rapporto deuterio/idrogeno (D/H) nell’acqua della cometa, un parametro chimico cruciale per tracciare le origini dell’acqua nel Sistema Solare.

I risultati della ricerca dimostrano, sorprendentemente, che il rapporto D/H misurato nella cometa 12P/Pons-Brooks è quasi identico a quello degli oceani terrestri.

Le mappe di ALMA mostrano la distribuzione di acqua ordinaria (H₂O) e acqua pesante (HDO)nella cometa 12P/Pons-Brooks.
Crediti: M. Cordiner et a. – ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)

Martin Cordiner ha dichiarato: “Comete come questa sono reliquie congelate della nascita del nostro Sistema Solare 4,5 miliardi di anni fa. I nostri nuovi risultati forniscono la prova più solida finora che almeno alcune comete di tipo Halley trasportavano acqua con la stessa firma isotopica di quella terrestre, sostenendo l’idea che le comete potrebbero aver contribuito a rendere abitabile il nostro pianeta”. Questa scoperta non solo avvalora l’ipotesi dell’origine cometaria dell’acqua terrestre, ma alimenta anche il dibattito scientifico sulla possibilità che le comete abbiano portato altri elementi vitali.

Cometa 12P/Pons-Brooks APOD (16 febbraio 2024) Credit: Dan Bartlett

Le comete di tipo Halley, con periodi orbitali intermedi, visitano raramente il Sistema Solare interno. I risultati di questo studio sono significativi perché sfidano le precedenti misurazioni che mostravano un rapporto D/H diverso da quello terrestre, lasciando dubbi sull’origine dell’acqua terrestre. Questa nuova misurazione suggerisce che alcune comete potrebbero effettivamente aver fornito acqua e altri elementi essenziali per la vita su una giovane Terra. Questo studio invita a riconsiderare il ruolo delle comete non solo come portatrici d’acqua, ma come potenziali vettori di composti organici complessi, aprendo nuove strade per future esplorazioni spaziali e ricerche scientifiche.

Questa ricerca non solo conferma l’origine dei gas osservati, ma offre anche un quadro più accurato della composizione delle comete. Le osservazioni di ALMA hanno permesso al team di rilevare tracce di acqua pesante dalle regioni interne della chioma della cometa, qualcosa di mai mappato prima. Questo risultato rappresenta un passo avanti significativo nella nostra comprensione delle comete e del loro ruolo nella storia evolutiva del nostro pianeta. Le tecniche innovative utilizzate in questo studio aprono la strada a ulteriori ricerche che potrebbero svelare altri misteri del nostro Sistema Solare.

Questi risultati non solo rafforzano l’ipotesi che comete come la 12P/Pons–Brooks possano aver contribuito all’origine dell’acqua terrestre, ma aprono anche nuove prospettive per comprendere il ruolo dei corpi ghiacciati nello sviluppo delle condizioni favorevoli alla vita. La corrispondenza tra il rapporto D/H della cometa e quello degli oceani terrestri offre una connessione diretta tra il passato remoto del Sistema Solare e la storia stessa della Terra, suggerendo che le nostre origini siano scritte anche nel ghiaccio antico di questi viaggiatori cosmici.

Fonte Nature

BD+05 4868 b: Un Esopianeta in Disintegrazione

L’identificazione di BD+05 4868 b ha suscitato notevole interesse nella comunità scientifica, attirando l’attenzione per il suo comportamento peculiare e unico. Questo esopianeta, situato in un sistema solare lontano, sta subendo un processo di disintegrazione, perdendo gradualmente la sua superficie e formando una lunga coda simile a quella di una cometa. Questo fenomeno è dovuto all’estremo calore emesso dalla sua stella madre, che provoca la vaporizzazione progressiva del pianeta. Solo una manciata di esopianeti mostra segni di disintegrazione come questi.

Caratteristiche dell’Esopianeta e della Stella Madre

BD+05 4868 b completa un’orbita attorno alla sua stella madre ogni 30,5 ore, mantenendo una distanza incredibilmente ridotta di appena 0,02 unità astronomiche (UA). Questa vicinanza è venti volte inferiore alla distanza di Mercurio dal Sole, rendendo il pianeta estremamente vulnerabile al calore della sua stella.

La stella madre, una nana di tipo K di sequenza principale, nota anche come TIC 466376085 o HIP 107587, si trova a circa 140 anni luce di distanza nella costellazione di Pegaso, è circa il 30% più piccola e 1.000 °C più fredda del Sole. Tuttavia, nonostante sia più fredda, la sua vicinanza al pianeta causa comunque un intenso riscaldamento. Si stima che l’età della stella sia circa il doppio di quella del nostro Sole, il che accentua ulteriormente l’interesse scientifico verso un pianeta che si trova in un rapido processo di vaporizzazione.

Immagine: transito individuale di BD+05 4868 Ab dalla curva di luce TESS. Hon et al. (2025)

La Scoperta e il Ruolo del Dr. Marc Hon

La scoperta di BD+05 4868 b è stata guidata con grande abilità e dedizione dal Dr. Marc Hon, astrofisico presso la National University of Singapore, insieme al suo team di ricercatori. L’osservazione è stata realizzata grazie al Transiting Exoplanet Survey Satellite (TESS) della NASA, un sofisticato strumento progettato per individuare esopianeti attorno a stelle vicine. Il TESS è stato cruciale nell’analizzare i dettagli del comportamento di questo esopianeta, permettendo di raccogliere dati preziosi. L’uso di tecnologie avanzate ha reso possibile scoprire le peculiarità di questo pianeta in disintegrazione.

Durante un’intervista con SETI Live, il Dr. Hon ha illustrato la peculiarità della rapida disintegrazione di BD+05 4868 b. Questo fenomeno è indotto dall’intenso irraggiamento della stella madre, che porta alla vaporizzazione progressiva del pianeta.

Il Dr. Hon ha evidenziato l’importanza di monitorare questo processo per migliorare la comprensione delle dinamiche planetarie. La continua osservazione di questo fenomeno potrebbe fornire nuove intuizioni sulla natura dei pianeti in situazioni estreme e sulle loro interazioni con le stelle madri.

BD+05 4868 b rappresenta un raro esempio di pianeta che mostra una coda simile a quella di una cometa, costituita da materiale staccato dalla sua superficie e disperso nello spazio. Questa scoperta offre agli scienziati l’opportunità di studiare i processi di disintegrazione planetaria e di approfondire la comprensione delle interazioni tra i pianeti e le loro stelle. I dati ottenuti potrebbero rivelarsi fondamentali per future scoperte in questo ambito, aprendo nuove strade per la ricerca astronomica e per una migliore comprensione dei fenomeni che governano l’universo.

L’osservazione di BD+05 4868 b non solo arricchisce la comprensione degli esopianeti, ma stimola ulteriori ricerche sulle condizioni estreme possibili in altri sistemi solari. Il lavoro del Dr. Hon e del team del TESS è un esempio di come la scienza continui a esplorare oltre i confini conosciuti, indagando le meraviglie dell’universo. Questa scoperta ci ricorda quanto sia vasto il cosmo e quanto possiamo ancora apprendere. Gli sforzi instancabili degli scienziati, supportati da tecnologie avanzate, ci consentono di esplorare nuovi orizzonti e di meravigliarci della complessità dell’universo. La scoperta di BD+05 4868 b ci invita a riflettere su quanto ancora non conosciamo e su quanto possiamo imparare dal cosmo.

La Terra è un posto raro, viviamo su un pianeta che dà tempo alla vita; BD+054868 b è un pianeta a cui il tempo viene strappato.

E questo rende ancora più chiaro quanto sia importante proteggere la nostra casa.

Fonte SETI

Guida Completa alla Citizen Science in Astronomia

Come possono milioni di occhi — e milioni di computer — aiutare gli astronomi a esplorare l’universo?

È la sfida, e il successo, della Citizen Science, la scienza partecipata. Grazie a piattaforme come Zooniverse e BOINC, oggi chiunque può contribuire concretamente alla ricerca scientifica.
Non serve essere esperti: basta un computer, una connessione a internet e un po’ di curiosità.
In questo articolo vedremo come funziona questa rivoluzione silenziosa che sta cambiando il volto della ricerca, con particolare attenzione al mondo dell’astronomia.

Cos’è la Citizen Science?

La Citizen Science è un approccio alla ricerca che coinvolge cittadini comuni — studenti, appassionati, curiosi — nel processo scientifico. Dalla raccolta all’analisi dei dati, i volontari aiutano i ricercatori a risolvere problemi che richiederebbero, altrimenti, tempi e risorse immense.
Se in passato la partecipazione diretta alla scienza era riservata a pochi, oggi la tecnologia ha abbattuto queste barriere.
Non si tratta di una novità assoluta: da secoli esistono casi di scienziati dilettanti che hanno contribuito a scoperte importanti. Nel mondo contemporaneo, tuttavia, la Citizen Science ha assunto una dimensione completamente nuova grazie a internet e al calcolo distribuito.
Oggi piattaforme online mettono a disposizione progetti aperti in cui tutti possono collaborare, spesso su scala globale. Questo processo non solo accelera la ricerca, ma democratizza l’accesso alla scienza.

Zooniverse: la Piattaforma di Citizen Science al servizio dell’Astronomia

Negli ultimi due decenni, l’astronomia ha conosciuto una vera rivoluzione in termini di raccolta e gestione dei dati. Grandi survey fotometriche e spettroscopiche, telescopi robotici e archivi pubblici hanno reso disponibili volumi di dati senza precedenti, ponendo nuove sfide all’analisi e alla classificazione. In questo contesto, la Citizen Science si è affermata come uno strumento prezioso per integrare il lavoro degli scienziati professionisti.
Zooniverse (www.zooniverse.org) rappresenta oggi una delle più grandi, efficaci e popolari piattaforme online dedicate alla Citizen Science, ovvero alla scienza partecipativa.
Lanciata nel 2009 con il progetto Galaxy Zoo, Zooniverse nasce con un obiettivo semplice ma ambizioso: coinvolgere il pubblico nella ricerca scientifica, mettendo a disposizione progetti che chiunque, ovunque nel mondo, può aiutare a portare avanti e ha dimostrato fin da subito l’efficacia della collaborazione tra scienziati e pubblico. Galaxy Zoo ha coinvolto centinaia di migliaia di volontari nella classificazione morfologica di oltre un milione di galassie osservate da Sloan Digital Sky Survey (SDSS), permettendo di costruire dataset di alta qualità e contribuendo a decine di pubblicazioni peer-reviewed. Il successo di Galaxy Zoo ha dato vita a un intero ecosistema di progetti: oggi Zooniverse ospita più di 100 progetti attivi che spaziano tra le discipline, con l’astronomia ancora tra i settori più rappresentati.
Il funzionamento di Zooniverse è sorprendentemente accessibile. I ricercatori caricano grandi quantità di dati (immagini di galassie, curve di luce stellari…).
I partecipanti — volontari di ogni età e livello di preparazione — dopo essersi registrati gratuitamente e seguendo istruzioni chiare, svolgono compiti che richiedono l’intelligenza visiva e il ragionamento umano, come classificare galassie, trascrivere testi antichi, riconoscere specie animali in fotografie, o analizzare immagini mediche. quindi contribuendo effettivamente ai vari progetti di loro interesse.
Progetti come Planet Hunters (nelle varie versioni disponibili che ci sono state su Zooniverse) hanno portato alla scoperta di nuovi esopianeti nei dati di Kepler e TESS grazie alla capacità umana di individuare segnali deboli e irregolari. Radio Galaxy Zoo ha aiutato a identificare controparti ottiche di radiogalassie complesse, contribuendo allo studio dell’evoluzione delle radio sorgenti extragalattiche. Altri progetti, come ad esempio Backyard Worlds, continuano a sfruttare la partecipazione del pubblico per affrontare compiti di classificazione e scoperta che restano ancora difficili per gli algoritmi automatici.
Le risposte di migliaia di persone vengono poi aggregate: anche se ogni singolo contributo può contenere errori, la forza della statistica e della saggezza della folla permette di ottenere risultati accurati.
«The wisdom of the crowd is a powerful scientific tool» — recita uno degli slogan informali della piattaforma.
Coinvolgendo migliaia di volontari in modo coordinato, è possibile affrontare set di dati enormi con un’efficienza sorprendente.
Questa collaborazione tra scienziati e cittadini genera risultati concreti. I dati classificati attraverso Zooniverse hanno permesso importanti scoperte scientifiche, pubblicazioni su riviste internazionali e la creazione di nuovi dataset aperti. In più, il progetto avvicina il pubblico al metodo scientifico e stimola curiosità e consapevolezza verso il mondo della ricerca.
Zooniverse dimostra che il contributo dei cittadini non è solo complementare, ma in alcuni casi insostituibile. La comunità astronomica è chiamata a valorizzare e integrare sempre più queste risorse nei propri flussi di lavoro, trasformando la Citizen Science in una componente stabile e riconosciuta della ricerca scientifica.
In un’epoca di big data, dove le macchine non sempre possono sostituire l’occhio umano, Zooniverse dimostra che l’intelligenza collettiva ha ancora un valore insostituibile. E che la scienza, se resa accessibile, può davvero diventare un’impresa condivisa.
La filosofia di fondo è semplice ma potente: alcuni compiti — come riconoscere strutture complesse in immagini astronomiche — sono ancora oggi svolti meglio dall’occhio umano che dagli algoritmi automatici.
Oltre alla produzione scientifica, Zooniverse svolge un importante ruolo educativo e di divulgazione, avvicinando il pubblico al metodo scientifico e sensibilizzando sulle sfide e opportunità dell’astroinformatica moderna. In un’epoca in cui i dati astronomici crescono esponenzialmente, la combinazione di machine learning e Citizen Science promette di rimanere una risorsa chiave per affrontare la complessità dei dati e per favorire una scienza aperta e partecipativa.

BOINC: la Potenza del calcolo Distribuito al servizio della Scienza

Accanto a Zooniverse, esiste un altro esempio fondamentale di Citizen Science
Negli ultimi decenni, l’incremento esponenziale dei dati prodotti dalla ricerca scientifica ha posto nuove sfide nel campo dell’elaborazione e dell’analisi. In questo contesto nasce BOINC, acronimo di Berkeley Open Infrastructure for Network Computing, una piattaforma open source sviluppata nel 2002 presso l’Università della California, Berkeley, da David Anderson e il suo team presso il Space Sciences Laboratory. BOINC è stato concepito come evoluzione e generalizzazione dell’architettura tecnica di SETI@home, un progetto pionieristico lanciato per analizzare i segnali radio provenienti dallo spazio alla ricerca di eventuali tracce di civiltà extraterrestri.
L’idea alla base di BOINC è tanto semplice quanto rivoluzionaria: suddividere grandi volumi di dati scientifici in pacchetti elaborabili da migliaia (o milioni) di computer volontari connessi a Internet sfruttando le CPU dei singoli computer quando queste non vengono utilizzate (in poche parole, quando un volontario non usa il proprio computer, allora lo usa BOINC). I partecipanti scaricano un software client che riceve i dati da analizzare, esegue i calcoli richiesti e restituisce i risultati ai server del progetto. In questo modo, BOINC realizza una forma di calcolo distribuito o volontario, che trasforma una rete globale di dispositivi eterogenei in un supercomputer virtuale.
Grazie alla sua struttura modulare, BOINC è stato adottato da numerosi progetti di ricerca scientifica nei campi più diversi: dalla biologia computazionale (ad esempio Rosetta@home, per lo studio del ripiegamento delle proteine), alla climatologia (Climateprediction.net), alla fisica delle particelle (LHC@home), fino all’astronomia e all’astrofisica, con progetti come Einstein@home, dedicato all’individuazione di onde gravitazionali e pulsar nei dati provenienti dagli osservatori LIGO e del radiotelescopio Arecibo.
Uno degli aspetti più interessanti di BOINC è il suo duplice valore: da un lato rappresenta uno strumento scientifico potente e scalabile, dall’altro promuove un modello di Citizen Science che coinvolge attivamente migliaia di persone nella produzione di conoscenza. Oltre al contributo tecnico, BOINC ha quindi anche un valore culturale e sociale, rendendo la scienza partecipativa e accessibile. In un’epoca in cui la collaborazione globale è sempre più essenziale, piattaforme come BOINC dimostrano come la condivisione di risorse, anche su scala domestica, possa generare risultati scientifici di portata internazionale.

Il sistema dei Crediti in Boinc, certificati e Badges

Il calcolo distribuito volontario fatto dai vari volontari grazie a Boinc non ha ovviamente un compenso economico in cambio dell’uso dei propri sistemi computer, ma invece assegna un punteggio ad ogni unità di lavoro correttamente elaborata, in modo tale da invogliare a partecipare i volontari che si accingono ai vari progetti.
Il sistema dei crediti che si ha in BOINC è stato progettato per evitare trucchi e prevede la convalida dei risultati prima di concedere i crediti ai rispettivi volontari. Un sistema di gestione dei crediti aiuta a far in modo che i volontari restituiscano risultati corretti sia scientificamente che statisticamente.
È possibile inoltre, collegandosi alla propria pagina di ogni singolo progetto, poter scaricare un certificato con tutti i dettagli su quanto si è contribuito nel relativo progetto.
I badge rappresentano dei “distintivi”, dei riconoscimenti dati ai volontari per un particolare ruolo svolto, per un risultato di rilievo in un determinato progetto (per esempio qualche particolare scoperta), per qualche onorificenza speciale, o al raggiungimento di un determinato numero di crediti.
Il volontario a cui viene assegnato un badge può quindi inserirlo nel proprio profilo e renderlo visibile agli altri volontari.

Challenge e Sfide Internazionali

Uno degli aspetti più importanti di Boinc è la partecipazione dei volontari, non solo per quanto riguarda la potenza di calcolo donata grazie ai propri computer, ma anche grazie a una partecipazione attiva a tutti gli aspetti di un singolo progetto (come partecipazione ai forum di discussione, segnalazione di problemi, segnalazione di articoli rilevanti per i progetti, etc..). Nel corso del tempo, i volontari si sono aggregati in gruppi, grazie ai quali, per esempio, viene fornito supporto ai nuovi arrivati, si aggiornano costantemente le statistiche relative ai crediti dei singoli partecipanti e del gruppo in generale, etc.. Inoltre, questi gruppi sono stati a volte coinvolti in pacifiche “sfide” (note anche come challenge), sia a livello internazionale sia nazionale, in base ai punteggi accumulati dai membri del gruppo stesso in un determinato periodo di tempo in un singolo progetto. Talvolta queste sfide sono state organizzate dagli stessi amministratori di un progetto, che, per esempio allo scopo di ottenere un determinato numero di elaborazioni in un breve periodo di tempo per questioni di ricerca e anche per mettere alla prova la loro infrastruttura informatica.

Perché Partecipare e Come Iniziare

La Citizen Science non è solo utile per la ricerca: è anche un’esperienza formativa gratificante per chi partecipa.
• Si impara come funziona davvero il metodo scientifico.
• Si accede a dati reali usati nella ricerca professionale.
• Si fa parte di una comunità globale che condivide curiosità e passione per la scienza.
• A volte, si contribuisce a scoperte importanti.
“Everyone can be a scientist”: è lo slogan che riassume perfettamente lo spirito di Zooniverse e della Citizen Science in generale.
Partecipare è facile
Per Zooniverse:
1. Registrarsi su www.zooniverse.org.
2. Esplorare i progetti disponibili.
3. Seguire il tutorial di un progetto e cominciare a contribuire.
4. Si può contribuire ai vari progetti da computer, cellulare e tablet.
Per BOINC:
1. Scaricare sul proprio computer il software da https://boinc.berkeley.edu.
2. Scegliere i progetti a cui contribuire.
3. Lasciare lavorare il proprio computer in background.
Anche solo pochi minuti possono fare la differenza.
I risultati della Citizen Science sono tangibili.

Il solo progetto Galaxy Zoo ha prodotto oltre un centinaio di articoli scientifici: molti oggetti insoliti sono stati scoperti da volontari. E grazie ai vari progetti sia di Zooniverse sia di Boinc, è stato possibile scoprire e contribuire alla scoperta di Comete, Asteroidi, Esopianeti, Pulsar, Lenti Gravitazionali, alla ricostruzione della struttura 3D di asteroidi e molto altro. E grazie ad alcuni progetti attualmente disponibili, si può essere tra i primi a contribuire a scoperte di oggetti esotici come gli esoasteroidi, si possono comprendere meglio le onde gravitazionali e magari scoprire oggetti e/o sistemi particolari (per esempio, nel campo delle pulsar o delle supernovae possono esserci sempre scoperte “sensazionali”).

Progetti Astronomici storici su Zooniverse e Boinc

Galaxy Zoo

Galaxy Zoo è uno dei progetti di Citizen Science più celebri al mondo, nato nel 2007 all’interno della piattaforma Zooniverse, con l’obiettivo di classificare morfologicamente galassie osservate da grandi survey astronomiche, come il Sloan Digital Sky Survey (SDSS) e Hubble. L’enorme quantità di immagini raccolte da questi telescopi supera di gran lunga la capacità degli astronomi professionisti di analizzarle manualmente. Inoltre, l’automatizzazione del processo rischiava di far perdere strutture insolite o non previste.


La soluzione? Chiedere aiuto al pubblico. Galaxy Zoo invita quindi volontari da tutto il mondo — anche privi di formazione scientifica — a contribuire all’analisi visuale delle immagini di galassie, rispondendo a semplici domande guidate del tipo: “Questa galassia ha una struttura a spirale?”, “C’è un nucleo centrale visibile?”, o “Ha una forma ellittica o irregolare?”.
Grazie alla partecipazione di centinaia di migliaia di utenti, Galaxy Zoo ha generato classificazioni accurate basate sulla saggezza collettiva, consentendo importanti scoperte scientifiche, tra cui l’identificazione di oggetti rari come le Green Pea Galaxies e Hanny’s Voorwerp. I dati prodotti dal progetto sono utilizzati da astronomi professionisti per studiare l’evoluzione galattica, la dinamica delle strutture cosmiche e le proprietà statistiche delle popolazioni galattiche. Galaxy Zoo ha anche un forte impatto educativo e divulgativo, dimostrando come la scienza collaborativa possa accelerare la ricerca e rendere l’astronomia accessibile a tutti.


I risultati ottenuti da Galaxy Zoo possono essere riassunti nel modo seguente:
• Scoperta di nuove classi morfologiche di galassie.
• Pubblicazione di oltre 100 articoli scientifici.
• Coinvolgimento di utenti come coautori.

Planet Hunters

Planet Hunters è un progetto di Citizen Science ospitato su Zooniverse, nato con l’obiettivo di individuare esopianeti — cioè pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole — analizzando i dati fotometrici raccolti da telescopi spaziali come Kepler, K2 e successivamente TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite). Questi telescopi monitorano la luminosità di centinaia di migliaia di stelle nel tempo, cercando le tipiche variazioni dovute ai transiti planetari, ovvero brevi e periodici cali di luce causati dal passaggio di un pianeta davanti alla propria stella.


Nonostante l’efficienza degli algoritmi automatici della NASA, molte variazioni interessanti possono sfuggire ai software, soprattutto in presenza di rumore, segnali non periodici o curve di luce complesse. Planet Hunters coinvolge quindi volontari di tutto il mondo — anche senza esperienza scientifica — chiedendo loro di esaminare le curve di luce e identificare segnali sospetti che potrebbero indicare la presenza di un esopianeta.
Il progetto ha avuto diverse versioni nel corso del tempo:

Planet Hunters (Kepler): la prima versione, attiva dal 2010, basata sui dati originali della missione Kepler.
Planet Hunters K2: adattata alla missione K2 destinata ad osservare diverse regioni del cielo in brevi campagne.
Planet Hunters TESS: la versione attuale utilizza i dati del telescopio TESS, attivo dal 2018. Il progetto è al momento sospeso, si spera possa riprendere nei prossimi mesi
Planet Hunters NGTS: è un progetto che coinvolge il pubblico nella scoperta di esopianeti sfruttando i dati raccolti dal telescopio NGTS (Next-Generation Transit Survey). È al momento l’unico progetto di Planet Hunters attivo.


Grazie alla collaborazione tra cittadini e scienziati, Planet Hunters ha contribuito alla scoperta di numerosi esopianeti e numerosi candidati, inclusi sistemi inusuali come pianeti in orbita attorno a stelle variabili, pianeti con transiti irregolari o sistemi multi-planetari. Il progetto ha dimostrato che la mente umana può riconoscere pattern e anomalie che sfuggono anche ai più sofisticati algoritmi, e ha avuto un impatto importante sia sulla ricerca scientifica che sull’educazione pubblica all’astrofisica.

Exoplanet Explorer

Exoplanet Explorers è un progetto di Citizen Science ospitato su Zooniverse, dedicato alla scoperta di esopianeti utilizzando i dati raccolti dalla missione K2 della NASA, erede del telescopio spaziale Kepler. Lanciato nel 2017, il progetto ha l’obiettivo di coinvolgere il pubblico nell’identificazione dei segnali di transito planetario, ovvero piccole diminuzioni della luminosità di una stella che possano indicare il passaggio di un pianeta davanti ad essa.
A differenza dei metodi automatici che filtrano grandi quantità di dati attraverso algoritmi, Exoplanet Explorers si basa sull’intuizione umana, chiedendo agli utenti di esaminare grafici delle curve di luce (cioè la variazione di luminosità nel tempo) e di indicare se notano un pattern coerente con un transito. Le istruzioni sono semplici e intuitive, il che rende il progetto accessibile a persone senza formazione scientifica, ma con la possibilità concreta di contribuire alla scoperta di nuovi mondi.
Uno dei successi più rilevanti del progetto è del 2017 quando, grazie alla collaborazione dei volontari, è stato identificato un sistema planetario multiplo precedentemente non riconosciuto dagli algoritmi: un sistema con almeno sei esopianeti in orbita attorno a una stella distante circa 600 anni luce (nota come K2-138), che è stato poi confermato da ricercatori professionisti. La scoperta è stata presentata anche in un episodio del programma televisivo australiano “Stargazing Live”, dimostrando il potenziale della Citizen Science non solo per l’avanzamento della ricerca, ma anche per l’educazione e la divulgazione scientifica.

Supernova Hunters

Supernova Hunters era un progetto di Citizen Science ospitato su Zooniverse, con l’obiettivo di identificare supernovae analizzando immagini astronomiche ottenute da survey di largo campo come il Pan-STARRS (Panoramic Survey Telescope and Rapid Response System). Al momento il progetto è sospeso, con la speranza possa riprendere a breve. Ogni notte, telescopi come Pan-STARRS scansionavano il cielo producendo enormi quantità di dati sotto forma di immagini digitali. Gli astronomi hanno automatizzato gran parte del processo di ricerca tramite software di rilevamento differenziale, ma questi algoritmi generano anche molti falsi positivi, come segnali causati da rumore, artefatti strumentali o asteroidi in movimento.


Supernova Hunters entrava in gioco in questa fase, sfruttando la capacità umana di riconoscere forme, simmetrie e anomalie visive che gli algoritmi possono trascurare. Ai partecipanti veniva mostrata una terna di immagini: una dell’oggetto “nuovo”, una d’archivio e una “differenza”. Gli utenti dovevano scegliere se la sorgente sospetta fosse una vera supernova oppure no. Grazie a questo processo, i candidati più “votati” venivano segnalati agli astronomi per ulteriori osservazioni e conferme spettroscopiche.
Il progetto ha portato alla scoperta di numerose supernove reali, contribuendo in modo concreto alla cosmologia osservativa (poiché le supernove di tipo Ia sono usate come candele standard per misurare l’espansione dell’universo), ma anche allo studio dell’evoluzione stellare e delle galassie. Supernova Hunters dimostra come la collaborazione tra esseri umani e algoritmi possa aumentare l’efficienza e l’affidabilità della ricerca astronomica, coinvolgendo al tempo stesso il pubblico in modo attivo e formativo.

Kilonova Seekers

Il progetto Kilonova Seekers è un’iniziativa scientifica internazionale volta alla ricerca e allo studio delle kilonovae, eventi astrofisici estremamente energetici prodotti dalla fusione di stelle di neutroni o di una stella di neutroni con un buco nero. Questi eventi generano brevi lampi di onde gravitazionali, accompagnati da emissioni elettromagnetiche visibili nelle bande ottica e infrarossa, che si affievoliscono rapidamente nel tempo. Il progetto si colloca all’intersezione tra astronomia multi-messaggera e osservazioni ottiche di follow-up, con l’obiettivo di identificare in tempi rapidi le controparti visive degli eventi di onde gravitazionali segnalati da interferometri come LIGO, Virgo e KAGRA.

Per fare ciò, Kilonova Seekers coordina una rete di telescopi professionali e amatoriali, sfruttando algoritmi di prioritizzazione del cielo, intelligenza artificiale per il riconoscimento di sorgenti transitorie e pipeline automatizzate di riduzione dati. Il progetto ha una forte componente collaborativa e didattica: coinvolge ricercatori, studenti universitari, astrofili e istituti scolastici, promuovendo la Citizen Science e la formazione di nuove generazioni di astrofisici. Grazie alla sua struttura agile e al coinvolgimento di un’ampia comunità, Kilonova Seekers ha già contribuito in modo significativo all’osservazione di eventi transienti e continua a giocare un ruolo chiave nella corsa alla comprensione dell’origine degli elementi pesanti nell’universo.


Al momento in cui scrivo sono stati osservati 124 eventi tra Supernovae, Variabili Cataclismatiche, Novae e transienti. Tutti i volontari che hanno contribuito ad una scoperta vengono citati sul sito del progetto, e cinque estratti a sorte vengono anche citati nel sito del TNS nella pagina dedicata alla scoperta effettuata.  Da quando è stato creato, il progetto è anche migliorato tanto grazie all’aiuto dei vari volontari. Le immagini classificate sono spesso utilizzate per migliorare un algoritmo di Machine Learning utilizzato dal Team sia per cercare nuovi potenziali candidati sia per eliminare immagini che contengono principalmente rumore (il che facilità il lavoro sia del Team sia dei volontari).


Grazie a Kilonova Seekers un gruppo di volontari ha individuato in tempo reale un oggetto transiente particolare: una dwarf nova del tipo WZ Sge, designata con la sigla GOTO065054+593624.
Dopo la segnalazione, è stata attivata una campagna di follow-up spettroscopico e fotometrico estesa, coprendo mesi d’osservazione continua. Un dataset che ha favorito lo studio delle caratteristiche evolutive dell’outburst e contestualizzato meglio la natura peculiare dell’oggetto .
L’oggetto ha mostrato un “superoutburst” non comune:
– assenza di righe di emissione visibili in fase alta (“high state”) (quando di solito sono presenti),
– presenza di forti righe H α e solo deboli righe He II,
– una sequenza di “echo outbursts” con ampiezza variabile e un tempo di decadimento rapido.


La combinazione di queste proprietà contraddice i modelli standard delle cataclismiche variabili; GOTO065054+593624 viene proposta come candidata “period bouncer”, cioè un sistema dove la seconda stella ha già superato il minimo periodo orbitale e sta aumentando di nuovo il periodo.
Questo caso esalta il ruolo della partecipazione civica: senza il contributo dei volontari, un oggetto così atipico sarebbe passato inosservato, e dimostra come Kilonova Seekers, oltre a cercare esplosioni cataclismiche extragalattiche, sia estremamente efficace nel rilevare transienti galattici peculiari.
L’articolo relativo alla scoperta è stato di recente pubblicato su Astronomy & Astrophysics e può essere consultato al link: http://arxiv.org/pdf/2501.11524

The Daily Minor Planet

Il progetto The Daily Minor Planet, sviluppato sulla piattaforma Zooniverse in collaborazione con il Catalina Sky Survey e supportato dalla NASA, consente ai cittadini di contribuire attivamente alla scoperta di asteroidi.

Gli utenti analizzano sequenze di quattro immagini astronomiche riprese in rapida successione, osservando eventuali movimenti coerenti con la presenza di un corpo minore. Grazie a questo approccio, sono stati identificati diversi asteroidi della fascia principale e numerosi Near-Earth Asteroids (NEA), tra cui oggetti passati a distanza ravvicinata dal nostro pianeta.

Un esempio significativo è l’asteroide 2023 VN3, scoperto grazie al contributo dei volontari e successivamente confermato dal Minor Planet Center, che è transitato a circa due distanze lunari dalla Terra. In riconoscimento del valore scientifico della collaborazione pubblica, un asteroide scoperto dal survey è stato ufficialmente denominato (227711) Dailyminorplanet. Il progetto non solo contribuisce alla comprensione della popolazione asteroidale e della dinamica del Sistema Solare interno, ma rappresenta anche un efficace strumento di difesa planetaria, integrando l’intelligenza collettiva con i sistemi automatici di rilevamento.

Active Asteroids

Il progetto Active Asteroids su Zooniverse (lanciato il 31 agosto 2021) coinvolge volontari da tutto il mondo nell’identificazione di piccoli corpi del Sistema Solare che, pur orbitando come asteroidi, mostrano attività tipica delle comete (code e chiome) zooniverse.org+12en.wikipedia.org+12dirac.astro.washington.edu+12. Utilizzando milioni di immagini scattate con la Dark Energy Camera (DECam) presso il telescopio Blanco in Cile, il progetto ha mobilitato alcune migliaia di volontari per analizzare oltre quasi 900000 immagini al momento.

Grazie a questa straordinaria partecipazione, sono state identificate 16 nuovi oggetti attivi precedentemente non riconosciuti, tra cui 15 asteroidi nella fascia principale e un Centauro; fra questi, sono stati classificati anche quattro asteroidi interattivi della classe “quasi‑Hilda” e sette comete della famiglia di Giove (JFCs). Sono scoperte che rappresentano un aumento significativo rispetto al precedente totale noto di meno di 60 asteroidi attivi.

Il lavoro ha portato alla pubblicazione di diversi articoli guidati da Colin Orion Chandler (Università di Washington), incluso un primo resoconto dei risultati nel Astronomical Journal, dove ben nove coautori sono volontari Zooniverse, sottolineando il valore della collaborazione tra comunità e ricerca professionale. Questo rende Active Asteroids un eccezionale esempio di Citizen Science di alto impatto, capace di ampliare la conoscenza sui serbatoi di acqua spaziale, sul comportamento dei corpi minori e sulle possibili risorse per future esplorazioni spaziali.

MilkyWay@Home

Un progetto di punta su BOINC è MilkyWay@home (https://milkyway.cs.rpi.edu/milkyway/) dedicato a una delle più affascinanti sfide dell’astrofisica moderna: ricostruire la struttura tridimensionale della Via Lattea e studiare la distribuzione della materia oscura in essa.
Il progetto, coordinato dalla Rensselaer Polytechnic Institute (Stati Uniti), utilizza dati provenienti da grandi survey astrometriche — come il Sloan Digital Sky Survey (SDSS) — per analizzare i movimenti e la distribuzione delle stelle nelle regioni esterne della Galassia, in particolare nei suoi aloni stellari, l’obiettivo è ricostruire la storia di formazione della Galassia e capire come si siano formate le sue componenti più antiche.
Partecipare è davvero semplicissimo: basta iscriversi al progetto e mettere a disposizione il proprio computer, forse non troppo stimolante ma ogni contributo ha valore.

Asteroids@Home

Il progetto Asteroids@Home, attivo su BOINC dal 2012 (sviluppato presso l’ Astronomical Institute, Charles University, in collaborazione con Radim Vančo e diretto da Josef Durech), permette di ricostruire la forma e il periodo di rotazione degli asteroidi a partire dalle loro curve di luce — variazioni di luminosità osservate da Terra mentre l’asteroide ruota.
La grande discrepanza tra l’enorme numero di tutti gli asteroidi conosciuti e il piccolo numero di quelli con parametri fisici di base conosciuti (forma, rotazione, periodo) è una forte motivazione per ulteriori ricerche.
Lo studio della forma e della rotazione degli asteroidi è importante per diversi motivi:
• ci aiuta a capire la struttura interna degli asteroidi;
• ci fornisce indizi sull’origine e sull’evoluzione dinamica della popolazione asteroidale;
• è fondamentale per valutare l’eventuale pericolosità di oggetti che incrociano l’orbita terrestre (NEO, Near-Earth Objects);
• contribuisce a preparare possibili missioni spaziali future (robotiche o umane) verso asteroidi.
L’emissione termica di piccoli asteroidi può modificare significativamente la loro orbita (effetto Yarkovsky), il che può essere cruciale per prevedere la probabilità della loro collisione con la Terra. Per poter calcolare come l’emissione termica influisce sull’orbita, dobbiamo conoscere lo spin (e anche la forma, in una certa misura) dell’oggetto.
Gli scienziati coinvolti in Asteroids@home analizzano dati di curve di luce degli asteroidi, ossia variazioni periodiche della loro luminosità osservata da Terra.
Quando un asteroide ruota, la luce che riflette verso la Terra varia nel tempo a causa della sua forma irregolare e delle differenze di albedo sulla superficie. Registrando queste variazioni si ottiene una “curva di luce”, dalla quale è possibile ricavare informazioni sulla forma tridimensionale e sull’orientamento dell’asteroide. Tuttavia, interpretare questi dati è estremamente complesso dal punto di vista computazionale, poiché richiede il confronto di milioni di modelli diversi. Per affrontare questa sfida, il progetto ha adottato il calcolo distribuito: i dati vengono suddivisi in unità di lavoro, analizzate poi dai volontari sui propri computer tramite la piattaforma BOINC. I risultati vengono infine inviati a un server centrale, dove vengono integrati per ricostruire il miglior modello possibile dell’asteroide.

Il progetto utilizza curve di luce provenienti da:
• osservatori astronomici a Terra;
• survey automatiche come il Catalina Sky Survey, Pan-STARRS;
• archivi di dati storici di osservazioni fotometriche.

Negli ultimi anni, Asteroids@Home ha contribuito a determinare la forma e il periodo di rotazione di centinaia di asteroidi. I risultati vengono pubblicati regolarmente su riviste scientifiche di astrofisica e messi a disposizione della comunità astronomica internazionale.

SETI@Home

Uno dei progetti più iconici di Boinc è stato senza dubbio SETI@Home, nato nel 1999 all’Università di Berkeley.
Basandosi sulla piattaforma BOINC, SETI@Home ha permesso per oltre vent’anni a milioni di volontari di elaborare dati radio raccolti dal radiotelescopio di Arecibo.
Lo scopo? Cercare segnali anomali che potessero indicare la presenza di trasmissioni artificiali provenienti da altre civiltà.
Ogni computer partecipante scaricava piccoli pacchetti di dati e li analizzava in background, contribuendo a creare il più grande supercomputer distribuito del mondo.
Pur non avendo ancora trovato segnali extraterrestri confermati, SETI@Home ha rivoluzionato il concetto di Citizen Science e calcolo distribuito.
Dal 2020 il progetto è in pausa attiva: il team sta analizzando offline i miliardi di segnali raccolti.
Parallelamente, negli ultimi anni la Citizen Science si è evoluta anche sul piano “cognitivo”, grazie a piattaforme come Zooniverse.
Progetti come SETI Live, lanciato dal SETI Institute, e le collaborazioni con il programma Breakthrough Listen hanno permesso ai volontari di analizzare (finché il progetto è stato attivo) visivamente spettrogrammi — rappresentazioni grafiche dei segnali radio raccolti dai telescopi.
Perché coinvolgere gli utenti?
Perché gli algoritmi automatici rischiano di scartare segnali strani o non previsti.
L’occhio umano, invece, è straordinariamente bravo a riconoscere pattern insoliti, righe spettrali curiose, picchi transitori.


Are We Alone in the Universe?

È un’iniziativa di Citizen Science sviluppata dal gruppo SETI dell’Università della California, Los Angeles (UCLA), in collaborazione con la NASA e The Planetary Society. Il progetto sfrutta la piattaforma Zooniverse per coinvolgere i cittadini nella ricerca di segnali radio che potrebbero indicare la presenza di intelligenze extraterrestri. Utilizzando il radiotelescopio Green Bank da 100 metri in West Virginia, il team osserva migliaia di stelle alla ricerca di segnali anomali. I partecipanti esaminano i dati per identificare potenziali segnali di origine artificiale.
La partecipazione è semplice e non richiede competenze tecniche avanzate. Dopo aver completato un breve tutorial, i volontari analizzano immagini di segnali radio e rispondono a domande per classificare i dati. Le loro osservazioni aiutano a sviluppare algoritmi di intelligenza artificiale per accelerare la ricerca di segnali extraterrestri.
Non sappiamo ancora se un giorno riceveremo un messaggio dallo spazio profondo.
Ma una cosa è certa: se accadrà, potrebbe essere proprio grazie al contributo di milioni di occhi — e di milioni di CPU — che hanno lavorato e lavorano insieme, in rete, per esplorare l’universo.

Einstein@Home

Origini e obiettivi

Einstein@Home è un progetto di calcolo distribuito nato nel 2005 presso il Center for Gravitation and Cosmology dell’Università del Wisconsin-Milwaukee e presso il Max Planck Institute for Gravitational Physics (Albert Einstein Institute) in Germania.
L’obiettivo iniziale era sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dei computer personali di volontari in tutto il mondo attraverso la piattaforma Boinc per cercare onde gravitazionali nei dati raccolti dagli interferometri come LIGO e GEO600.
Le onde gravitazionali — previste da Einstein nel 1916 e osservate direttamente solo a partire dal 2015 — sono debolissimi increspamenti dello spaziotempo prodotti da eventi cosmici estremi come fusioni di buchi neri o stelle di neutroni.
La loro ricerca richiede l’analisi di enormi quantità di dati, un compito ideale per il modello BOINC.

Come funziona su BOINC

Einstein@Home sfrutta la piattaforma BOINC per suddividere i dati in milioni di piccoli pacchetti. Ogni computer dei volontari scarica un pacchetto, esegue analisi numeriche complesse — basate su algoritmi di matched filtering — e restituisce i risultati. Le analisi richiedono molte ore di calcolo anche su CPU moderne, poiché i segnali delle onde gravitazionali sono immersi in un rumore molto elevato. In questo modo Einstein@Home trasforma una rete globale di computer domestici in un supercomputer virtuale. Sebbene le prime onde gravitazionali rivelate da LIGO nel 2015 siano state eventi transienti (fusioni di buchi neri), Einstein@Home si è concentrato in particolare sulla ricerca di segnali continui, cioè onde gravitazionali persistenti emesse da stelle di neutroni in rapida rotazione (note anche come pulsar). Finora nessun segnale continuo è stato ancora rilevato, ma il progetto ha impostato i migliori limiti di sensibilità mai ottenuti su varie bande di frequenza. Nel corso degli anni, Einstein@Home ha ampliato il suo campo di applicazione, infatti ha analizzato e analizza ancora anche i dati di radiotelescopi come il Parkes Radio Telescope e Arecibo (prima della sua distruzione), e del telescopio gamma Fermi-LAT. Lo scopo è scoprire pulsar: stelle di neutroni rotanti che emettono fasci di radiazione osservabili come segnali radio periodici o impulsi gamma. Al momento, il progetto ha contribuito alla scoperta di 27 pulsar radio e 40 pulsar gamma. Tutti i volontari che hanno contribuito con i loro computer alla scoperta di una pulsar hanno ricevuto una certificazione ufficiale da parte del Team che attesta e certifica la loro scoperta.

Come funziona su Zooniverse

Pulsar Seekers è il progetto di Citizen Science ospitato su Zooniverse nato dalla versione Boinc di Einstein@Home (il Team dei progetti è praticamente identico) dedicato alla ricerca di pulsar, stelle di neutroni altamente magnetizzate che emettono fasci di radiazione elettromagnetica regolari e pulsanti. I volontari del progetto aiutano gli scienziati a identificare segnali di pulsar analizzando dati raccolti da radiotelescopi, distinguendo tra segnali reali e rumore di fondo o interferenze.
Il progetto offre agli utenti la possibilità di esplorare grafici e spettrogrammi che mostrano le onde radio ricevute, evidenziando possibili pattern pulsanti che indicano la presenza di una pulsar. La collaborazione della comunità di citizen scientist è fondamentale per accelerare la scoperta di nuovi oggetti.


Partecipare a Pulsar Seekers non richiede esperienza precedente: grazie a guide e tutorial intuitivi, chiunque può contribuire aiutando a classificare i segnali.
Per ora sono state classificate dai vari volontari immagini ottenute grazie a due Survey
PALFA, le cui immagini sono state già tutte studiate dai volontari (in sostanza sono i risultati ottenuti dai volontari di Boinc ora studiate dai volontari di Zooniverse)
• una Survey fatta con MeerKat.
Al momento, grazie al contributo di oltre 4300 volontari, sono già state classificate più di 500000 immagini delle due survey.
In futuro, immagini ottenute grazie ad altre Survey già concluse saranno nuovamente studiate in cerca di possibili oggetti sfuggiti in passato e si studieranno i risultati di nuove Survey in atto (se necessario prima con la versione Boinc del progetto e successivamente con quella Zooniverse).

Le Testimonianze degli Citizen Scientists

Antonio Pasqua

Purtroppo, fare osservazioni astronomiche per contribuire direttamente alla ricerca è sempre stato complesso: servono strumenti costosi, cieli bui e limpidi, e molto tempo. La crescente luminosità artificiale rende oggi ancora più difficile per gli appassionati fare osservazioni significative.
È proprio per questo che ho trovato in Zooniverse e in Boinc un’opportunità preziosa. I progetti proposti permettono di partecipare attivamente alla ricerca scientifica, anche da casa, con l’idea concreta di poter contribuire a vere scoperte. In un certo senso, Zooniverse ha reso possibile quel sogno che avevo da bambino: esplorare l’Universo, permettendomi di contribuire con entusiasmo alla comprensione collettiva del cosmo. Finora ho avuto la possibilità di poter contribuire a scoperte in diversi ambiti astrofisici: ho contributo alla scoperta di asteroidi e supernovae come sognato da bambino, ho di recente scoperto il mio secondo esopianeta e contribuito a progetti legati alle onde gravitazionali, spero ora di poter avere delle buone news su alcune candidate pulsar che si spera di poter confermare a breve.

Michele T. Mazzucato

Grazie a una formazione in ambito astronomico e all’opportunità offerta dalla Citizen Science, ho preso parte a vari progetti di calcolo distribuito e di classificazione, fra cui Stardust@home (2006) per la ricerca di particelle interstellari e Galaxy Zoo (2007) per la catalogazione delle galassie. In Stardust@home ho analizzato oltre due milioni di immagini del Virtual Microscope, contribuendo ai risultati pubblicati nel 2014 sulla presenza di granuli di materia interstellare. Nell’ambito del calcolo distribuito ho partecipato alla scoperta di più di trenta numeri primi, tra cui, nel 2017, un numero con oltre un milione di cifre. Le attività svolte negli ultimi vent’anni includono la classificazione di asteroidi della fascia principale e transnettuniana (come 2011 HM 102), comete, supernove ed esopianeti. Su CosmoQuest, dal 2012, ho collaborato a progetti di mappatura planetaria; fra questi, Bennu Mappers, in cui ho contribuito alla selezione dei possibili siti di campionamento per la missione OSIRIS-REx. Su Zooniverse seguo iniziative come The Daily Minor Planet, Active Asteroids e Kilonova Seekers, continuando a esplorare nuove occasioni per sostenere la ricerca astronomica collaborativa. L’asteroide 35461 Mazzucato mi è stato dedicato in segno di riconoscimento per le mie scoperte.

Ciro Sirio Perrella


Da quando ero piccolo il mio più grande sogno è sempre stato quello di “studiare le stelle”. La vita mi ha poi portato a fare un lavoro totalmente diverso, ma questa passione non è mai svanita: ho continuato a studiare da autodidatta, non limitandomi alle nozioni elementari, ma approfondendo gli aspetti più tecnici della disciplina con mezzi vari (es. corsi, testi universitari etc.); tuttavia, la vera svolta per me è arrivata grazie alla piattaforma Zooniverse, poiché è grazie ad essa che ho trovato il modo di contribuire più concretamente alla ricerca scientifica. Nel corso degli anni ho preso parte a diversi progetti di ricerca (Kilonova Seekers, Pulsar Seekers, The Daily Minor Planet e Dark Energy Explorers, solo per citarne alcuni), nell’ambito dei quali ho classificato più di 500.000 immagini di corpi celesti e segnali Astrofisici, ottenendo il riconoscimento di diverse scoperte. Insomma, ho trovato il modo di fare la differenza e, allo stesso tempo, di coronare il sogno di quel bambino affascinato dall’infinità del cielo.

Lucia Ferreira 

Sono appassionata di astronomia fin da quando ero bambina. Ma è stato attraverso la Citizen Science che questa passione si è approfondita e si è trasformata in un vero e proprio coinvolgimento nella ricerca scientifica. Ho preso parte ad altri progetti, ma è stato su Zooniverse che ho trovato davvero il mio posto: una piattaforma accessibile dal design fluido e intuitivo, che offre un’ampia varietà di progetti legati all’astronomia, il mio campo preferito.
Ho iniziato ad utilizzare Zooniverse con l’obiettivo di incoraggiare i miei figli e la mia famiglia ad avvicinarsi alla scienza, e ha funzionato! Oggi tutti nella nostra famiglia partecipano ai progetti, ciascuno contribuendo con curiosità ed entusiasmo. Ha trasformato la nostra routine: la scienza è entrata a far parte della nostra vita in modo leggero, collaborativo e stimolante.
Essere una volontaria mi fa sentire realizzata. È gratificante sapere che, anche senza essere in un laboratorio o in un osservatorio, posso contribuire a importanti ricerche che si svolgono in tutto il mondo. Zooniverse mi ha dato l’opportunità di partecipare attivamente alla creazione della conoscenza scientifica.

Virgilio Gonano

Laureato in Geologia, ho iniziato come astrofilo sognando di trovare qualcosa di nuovo con il mio piccolo telescopio. Sarebbe potuto non succedere mai, ma con Zooniverse chiunque può dare un contributo reale all’astronomia, sia che si tratti di osservare le tempeste solari, di scoprire pianeti o di tenere gli occhi aperti per esplosioni insolite. Grazie ai vari progetti di Zooniverse, ho avuto modo di contribuire a diverse scoperte, specialmente nell’ambito degli asteroidi e delle Supernovae. Nel 2024 la NASA ha intitolato a mio nome l’asteroide (91212) Virgiliogonano, in riconoscimento dei miei numerosi contributi come volontario.

Maria Wicker

Non mi sarei mai aspettata che, da studente delle scuole superiori, avrei fatto osservazioni e scoperte straordinarie e avrei fatto parte della comunità scientifica. Negli ultimi anni, la Citizen Science è emersa come un potente strumento nella ricerca astronomica, consentendo a persone provenienti da tutto il mondo, indipendentemente dalla loro età, nazionalità o sesso, di contribuire a vere scoperte scientifiche. Ho appreso dei progetti di Citizen Science durante le attività dello Youth Astronomy Club. Poi, insieme ai miei colleghi, ho deciso di prendere parte al programma International Astronomical Search Collaboration (IASC). Grazie allo IASC ho iniziato ad interessarmi maggiormente al tema degli asteroidi, cosa che mi ha portato a partecipare ad altri due progetti di Citizen Science: Come On! Impacting ASteroids (COIAS) e The Daily Minor Planet (TDMP), dove ho potuto sviluppare i miei interessi individualmente. In tutti questi progetti sono riuscita a scoprire oltre 300 pianeti minori con designazioni provvisorie. È interessante notare che per il progetto COIAS sono l’unica partecipante dalla Polonia, quindi ho il grande onore di rappresentare il mio paese sulla scena internazionale.
Uno dei miei risultati più straordinari è stata la scoperta di quattro oggetti transnettuniani. Oltre agli asteroidi, faccio volontariato anche in altri progetti di astronomia, come Gaia Vari, dove classifico i dati di oggetti variabili ottenuti dalla missione Gaia, e Backyard Worlds: Cool Neighbours, dove cerco le nane brune. Sono stato anche riconosciuta e premiata dal Gaia Vari Team come uno dei collaboratori più attivi e produttivi. Ciò che apprezzo dei progetti di Citizen Science è che posso collaborare con volontari provenienti da contesti diversi e imparare da loro, scambiando allo stesso tempo opinioni su vari argomenti e condividendo le mie esperienze. Ognuno di noi può contribuire allo sviluppo della scienza! Questa è una grande opportunità – e, allo stesso tempo, un’avventura – per tutti.

Da oggi sul sito coelum.com è attivo il Forum di Coelum, un nuovo spazio pensato per riunire in un unico luogo gli appassionati di astronomia e i partecipanti ai progetti di Citizen Science.
Nel forum sono già disponibili le sezioni dedicate alla Citizen Science, dove potrai trovare informazioni sui progetti, condividere esperienze e ricevere supporto diretto dalla comunità.

Abbiamo scelto di aprire un forum perché, a differenza dei social network, offre un ambiente più ordinato e tematico, dove le discussioni rimangono facilmente consultabili nel tempo, evitando la dispersione e la perdita di contenuti utili.

Ti piacerebbe partecipare a un progetto di Citizen Science?
Entra nel forum e segnala la tua disponibilità su uno o più progetti elencati: la community sarà felice di guidarti nei primi passi. Enjoy!

L’articolo è pubblicato in COELUM 275


William Herschel e Maria Mitchell: alle origini della Citizen Science

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Scie(nza) d’agosto – Cronaca di una meteora annunciata – Perseidi

È una notte completamente buia. Un uomo si erge nell’oscurità, accompagnato dal proprio cane, e altre persone siedono a poca distanza, tutte in rigoroso silenzio. Il cielo viene squarciato da una scia luminosa, e subito dopo da una seconda. Un’esclamazione di meraviglia diffusa rompe per un attimo l’incanto della quiete. Altre scie, di tanto in tanto, illuminano la notte, e la maggior parte sembrano provenire dalla stessa direzione.

È la notte delle stelle cadenti, è la notte di San Lorenzo e delle sue lacrime.

Tra mito, tradizione e scienza, questo proemio suggestivo evoca sicuramente emozioni e ricordi. Tuttavia, la realtà, per quanto affascinante, è spesso meno romantica. In questo articolo cercheremo di sfatare luoghi comuni legati alle “stelle cadenti”, senza però infrangere quella poesia che ci accompagna nelle notti osservative, e di approfondire alcuni aspetti.

Partiamo con il piede, anzi con il termine, giusto

È necessario fare un po’ di luce nell’oscurità che spesso accompagna la terminologia legata alle stelle cadenti. Tre sono i termini chiave, dai significati ben precisi e differenziati: meteoroide, meteora, meteorite. Li descriveremo raccontandovi una breve storia.

C’era una volta Scinty, un corpo roccioso o metallico, probabilmente il frammento di un asteroide, di una cometa o di un detrito spaziale, di dimensioni non particolarmente accentuate, errante insieme a tanti altri suoi amici in una porzione di spazio che, prima o poi, sarebbe stata attraversata dalla Terra durante il suo percorso annuale intorno al Sole. Era un meteoroide. Al passaggio della Terra, il meteoroide si scontrò con l’atmosfera, un po’ come accade a un’automobile quando entra in un nugolo di moscerini. Per una serie di fenomeni che illustreremo più avanti, Scinty iniziò a produrre una scia luminosa: si era appena trasformato in una meteora, quella che siamo abituati a chiamare impropriamente “stella cadente”. Il frammento, che aveva dato origine al fenomeno luminoso, attraversando i vari strati dell’atmosfera “evaporò” piano piano, ma non si dissolse completamente, come invece accadde alla maggior parte dei suoi amici che stavano facendo lo stesso viaggio. Quel che restò di lui finì sul suolo terrestre: era diventato un meteorite. L’impatto con il terreno avrebbe potuto essere più o meno distruttivo, a seconda delle sue dimensioni iniziali: si sarebbe confuso con il materiale già presente sul suolo, oppure avrebbe prodotto un cratere anche di grandi dimensioni. In questo caso specifico, di Scinty rimase solo un piccolo frammento che nessuno notò.

In sintesi,

  • un meteroide è un frammento che vaga nello spazio
  • una meteora è la scia luminosa che il frammento produrrà qualora entrasse nell’atmosfera
  • un meteorite è ciò che, eventualmente, resterà del meteoroide.

Luoghi comuni? No, grazie.

Le stelle cadono davvero?

Siamo abituati a parlare di “stelle cadenti”, ma le stelle non cadono: quelle che vediamo incastonate nella volta celeste come gioielli luminosi restano lì. Si spostano nel corso della giornata ruotando tutte insieme sulla volta celeste, si muovono attraverso l’Universo ma con spostamenti irrilevanti rispetto alla durata nella nostra vita, possono passare da una fase evolutiva a quella successiva (e questa è tutt’altra storia), ma non cadono. Quelle che vediamo sono meteore, come nella storia di Scinty che abbiamo poc’anzi letto. E possiamo esser certi che dopo aver assistito a una pioggia di meteore, la volta celeste si ripresenterà uguale al giorno precedente!

Le stelle cadenti si vedono solo la notte di San Lorenzo?

No, non è affatto così. Anzitutto, il momento migliore per godersi lo sciame delle Perseidi (questo è il nome scientificamente corretto per designare le “lacrime di San Lorenzo”) non è il 10 agosto, ma qualche giorno dopo, quando la Terra si trova davvero nella posizione giusta per “scontrarsi” con la porzione più corposa di meteoroidi vaganti. E, in più, lo sciame delle Perseidi non è neppure quello più emozionante: ad esempio, con le Geminidi e le Quadrantidi possiamo osservare, nelle migliori condizioni di cielo, fino a un massimo di 120 meteore l’ora, contro le 100 circa delle Perseidi. Tuttavia, le Perseidi si manifestano in un periodo in cui trascorriamo tanto tempo all’aperto, magari in montagna e in luoghi bui. È senz’altro più piacevole rimanere una notte stesi sul prato, oppure in spiaggia, in estate piuttosto che in pieno inverno!

Se esprimo un desiderio durante l’osservazione di una meteora, si avvererà?

La domanda, con la risposta prevedibile, è ovviamente solo un pretesto per raccontare qualcos’altro sulle “stelle cadenti”. Difficile che una scia luminosa possa far avverare i nostri desideri, anche perché la sua durata è così repentina da non darci neppure il tempo di elaborare un pensiero, se non un “Oooh” di meraviglia. L’effetto luminoso di una meteora dura davvero poco, spesso neppure un secondo, a meno di non avere la fortuna di vedere un bolide di particolare impatto visivo, che potrebbe restare nel cielo anche per diversi secondi. Del resto, il momento di meraviglia spesso ci fa anche dimenticare del desiderio che avevamo in mente. Personalmente, l’unico desiderio che esprimo, sempre con qualche attimo di ritardo, è di vedere entro breve un’altra meteora!

Anatomia di una meteora

Probabilmente, a scuola ci hanno spiegato che un meteoroide, quando entra a contatto con l’atmosfera, per effetto dell’attrito inizia a bruciare, mostrando così la sua scia. La spiegazione scientifica è in realtà ben più complessa di questa semplificazione, che può andar bene per un bambino dei primi anni di scuola, ma è insoddisfacente per chi vuole conoscere davvero il fenomeno.

Torniamo al nostro protagonista, il meteoroide Scinty, nel momento in cui entra nell’atmosfera. Una volta raggiunta la termosfera, che inizia a circa 500 km di quota rispetto alla superficie terrestre, avrà una velocità compresa tra 11,2 km/s (la velocità di fuga terrestre) e 78,8 km/s, a seconda della sua traiettoria e della velocità iniziale. Una tale velocità si traduce in un’energia cinetica molto elevata. Ad essa si aggiunge un’altrettanto forte pressione dinamica prodotta dall’urto del meteoroide con le particelle atmosferiche, nella direzione del movimento; in corrispondenza della regione posteriore del meteoroide, ovviamente, la pressione dinamica sarà quasi nulla. La compressione è così intensa da scaldare violentemente il meteoroide, non per attrito (come in generale si ritiene), ma per compressione adiabatica dei gas davanti al corpo celeste. Possiamo immaginare di gonfiare lo penumatico di una bicicletta: noteremo che l’aria si riscalda. Allo stesso modo, la suddetta pressione dinamica provoca il riscaldamento del meteoroide che, una volta raggiunta la mesosfera, si ritroverà ad affrontare una temperatura di circa 2500 °C.

Questa elevata temperatura provoca la sublimazione degli strati più esterni del meteoroide, che passano dallo stato solido direttamente a quello gassoso, senza attraversare la fase liquida, come nei processi di fusione tradizionali. Si produce, di conseguenza, un fenomeno di ablazione superficiale. Gli atomi del materiale ablato si scontrano con gli atomi che compongono i gas dell’atmosfera, provocando un processo di ionizzazione (alimentato dall’elevata energia termica del meteoroide). Il meteoroide lascia così dietro di sé una scia di ioni positivi (atomi privati di uno o più elettroni) e di elettroni (quelli persi dagli atomi, oltre a quelli già presenti nell’atmosfera). Siccome ioni positivi ed elettroni hanno carica opposta, tendono ad attrarsi e, quindi, a ricombinarsi. Quando uno ione positivo acquisisce uno o più elettroni, rilascia energia (la stessa assorbita quando aveva perso elettroni) sotto forma di fotoni. Ed è questa la scia che vediamo.

L’ablazione porta a una riduzione progressiva della massa del meteoroide, che piano piano si “consuma” e raramente raggiunge la superficie terrestre. A parte questo, secondo studi recenti, alcune meteore si frantumano dall’interno: a causa dell’elevata velocità e della differenza di pressione tra la parte anteriore e quella posteriore del meteoroide, l’aria entrerebbe attraverso i pori della roccia, provocandone lo sbriciolamento.

Le Perseidi

Perché il termine corretto per designare le lacrime di San Lorenzo è Perseidi?

Per un effetto prospettico, la maggior parte delle stelle cadenti sembrano provenire da un’area abbastanza ben delimitata, di solito di forma circolare o ellittica, di dimensioni limitate a qualche grado, il cosiddetto radiante. In questo caso, la Costellazione in questione è quella del Perseo, e da qui deriva il termine Perseidi. Niente toglie, ovviamente, che in queste sere altre stelle cadenti, non appartenenti allo sciame, possano essere individuate in porzioni di cielo differenti.

Le Perseidi sono originate dai frammenti di una cometa, la Swift-Tuttle, che la Terra incontra, come un’automobile che si imbatte in un nugolo di moscerini, tra il 17 luglio e il 24 agosto, durante la sua orbita intorno al Sole. Il picco in realtà non è atteso per il 10 agosto, come convenzionalmente si ritiene, ma un paio di giorni dopo, tra il 12 e il 13. Perché?

Quando ha avuto origine la tradizione delle Lacrime di San Lorenzo, nel 1800 dopo la scoperta della cometa, effettivamente il picco era in corrispondenza del 10 agosto.

Tuttavia, per effetto del moto di precessione degli equinozi (si tratta di uno spostamento millenario dell’asse terrestre), la data del picco si sposta in avanti di 1 giorno ogni 72 anni.

Sa calcoliamo gli anni trascorsi dalla metà dell’800 a oggi, effettivamente arriviamo al 12 agosto (11 agosto in caso di anno bisestile).

La cometa Swift-Tuttle

La 109P/Swift-Tuttle, come si evince anche dalla P che precede il suo nome completo, è una cometa periodica, il che significa che ha un periodo orbitale inferiore a 200 anni; in questo caso specifico, parliamo di 133,28 anni. Quando è all’afelio, la sua distanza è di 7 miliardi di anni, che si riduce a 140 milioni di chilometri al perielio.

L’abbiamo incontrata l’ultima volta l’11 dicembre 1992 e dovremo attendere il 12 luglio 2126 per rivederla!

Durante il suo passaggio in prossimità del Sole, la Swift-Tuttle rilascia molti detriti, sotto forma di polveri e roccia, e sono proprio quelli che la Terra incontra nel suddetto periodo compreso tra il 17 luglio e il 24 agosto, dando origine allo sciame delle Perseidi.

Un po’ di storia

Fino all’800, le stelle cadenti venivano considerate un fenomeno meteorologico (questo spiega perché si chiamano meteore), e non erano oggetto di studi di particolare rilievo. Neppure ci si era resi conto della ricorrenza periodica (annuale) del fenomeno.

Il 16 e il 19 luglio 1862, due astronomi statunitensi, rispettivamente Lewis Swift e Horace Parnell Tuttle, individuarono una nuova cometa, non riportata negli almanacchi dell’epoca. In realtà Swift pensava di aver individuato una cometa già nota, mentre Tuttle si rese conto che si trattava di una scoperta originale. Quasi contemporaneamente, il 22 luglio, il fisico pisano Antonio Pacinotti fece in maniera indipendente la stessa rilevazione. Swift e Tuttle, più veloci nella comunicazione agli enti scientifici, ebbero l’onore di vedersi attribuire il nome della cometa, sebbene anche a Pacinotti fu riconosciuta la scoperta contemporanea e indipendente.

Quattro anni dopo, nel 1866, l’astronomo e ingegnere Giovanni Virgilio Schiaparelli associò il passaggio al perielio della cometa Swift-Tuttle, avvenuto nel 1862, con lo sciame di meteoriti visibile ogni anno in quel periodo. Di fatto, quindi, dobbiamo a Schiaparelli la scoperta della vera natura degli sciami meteorici.

Osservare le Perseidi quest’anno

La Luna sarà piena il 9 agosto, quando ci accompagnerà dal tramonto del Sole fino all’alba, rendendo ovviamente più difficili le osservazioni. Nei giorni successivi sarà calante: nella notte tra il 12 e il 13 risulterà illuminata all’89% e sorgerà intorno alle 21:45, con tramonto alle 9:30 del mattino successivo (orari approssimativi del centro-sud, quelli precisi dipendono ovviamente dalla latitudine del luogo di osservazione). Quindi, non potremo godere della magia di quel cielo completamente buio raccontata nell’introduzione all’articolo. Ma questo non significa che dobbiamo desistere: se le condizioni meteorologiche lo consentiranno, sarà comunque una bella esperienza e un’occasione per trascorrere qualche ora all’aria aperta, in serenità, scrutando le meraviglie del cielo, Luna compresa.

E qual è l’orario migliore per le osservazioni? Più tardi ci dedicheremo alle osservazioni, meglio sarà. Anzitutto, sebbene la Luna sarà un ostacolo per via della sua elevata luminosità, in un orario intermedio tra l’alba e il tramonto del Sole il cielo sarà più buio, e il Perseo sarà più alto, aumentando la possibilità di vedere delle stelle cadenti.

Potrebbe essere utile guardare non proprio in direzione della parte centrale del radiante, ma in un intorno di circa 90°: le meteore che sono più ai bordi di quest’area sono quelle che avanzano in maniera non frontale rispetto al nostro punto di vista, e quindi appariranno con una scia più lunga e di maggiore durata.

Per osservare le meteore non occorre alcuna attrezzatura: bastano una stuoia o una sedia comoda e tanta pazienza, ma non aspettatevi di vedere davvero una pioggia continua di stelle cadenti, come in alcune immagini romantiche! Nelle migliori condizioni potremmo vederne un centinaio l’ora, ma per via della Luna già sappiamo che non sarà così, indipendentemente dalla pulizia del cielo e dal luogo osservativo.

Una fotocamera potrebbe essere utile, specialmente se siamo in una zona abbastanza buia, impostando scatti a intervalli regolari oppure realizzando una lunga ripresa, magari uno startrail, nella speranza di beccare qualche scia luminosa nei fotogrammi.

Ma le Perseidi non sono l’unico appuntamento del mese di agosto: dalla tabella nella sezione “Altri sciami”, si evince che il 16 agosto, quindi proprio a cavallo di Ferragosto, ci sarà il picco delle K-Cygnidi. Certo, si tratta di uno sciame poco significativo, con uno ZHR (Tasso Orario Zenitale) di appena 10, ma potrebbe comunque riservare qualche sorpresa! Quindi, considerando anche il periodo climaticamente favorevole e la Luna all’ultimo quarto, il consiglio è di non lasciarsi sfuggire questa seconda occasione.

Individuare la Costellazione del Perseo

Le due immagini seguenti mostrano il Perseo prima nel dettaglio e poi nella sua porzione di cielo insieme alle Costellazioni adiacenti, intorno alle 22:30. Individuata Cassiopea, grazie alla sua inconfondibile forma a W, sarà facile spostarsi verso l’orizzonte per trovare il Perseo. La maggior parte delle meteore che vedremo sembreranno provenire da quella direzione, per un effetto prospettico. Tuttavia, consigliamo di non concentrare la nostra osservazione esclusivamente in quella porzione di cielo, perché come già detto molte meteore potranno essere viste anche in altre regioni!

L’origine delle lacrime di San Lorenzo

Su Lorenzo, originario di Osca in Aragona (Spagna), non abbiamo molte notizie documentate, ma sappiamo che fu uno dei sette diaconi di Roma.

Nell’agosto del 258 d.C., l’imperatore Valeriano emanò un editto, per effetto del quale vescovi, presbiteri e diaconi vennero condannati a morte. E, infatti, il 6 agosto Papa Sisto II fu ucciso durante la celebrazione dell’eucarestia, insieme a quattro diaconi. A Lorenzo fu data la possibilità di salvarsi, a patto che cedesse all’Imperatore tutte le ricchezze della Chiesa. Lorenzo, invece che con beni materiali, si presentò con una folla di derelitti, dichiarando che loro rappresentavano il vero tesoro della Chiesa. Il 10 agosto fu martirizzato e ucciso sulla graticola. Ecco spiegato perché nell’iconografia tradizionale San Lorenzo è mostrato con una graticola!

Le stelle cadenti che si osservano in un intorno temporale del 10 agosto ogni anno rappresentano le lacrime versate durante il martirio o, più realisticamente, la cenere ardente proveniente dai carboni. Sebbene il martirio sia avvenuto nel 258, la tradizione delle lacrime di San Lorenzo è molto più recente, in quanto risale solo all’800.

I colori delle meteore

Le meteore, oltre a mostrare una scia più o meno brillante e più o meno lunga, si caratterizzano anche per i loro colori, che dipendono dalla composizione chimica del meteoroide. I colori non sempre sono facilmente individuabili a occhio nudo, sia perché la scia spesso è poco intensa che per la sua durata troppo breve. Invece, se avremo la fortuna di riprendere una meteora in fotografia, riusciremo a identificare il colore e, di conseguenza, la composizione del meteoroide.

Vediamo di seguito un elenco dei colori e della corrispondente composizione

  • Blu-verde: Magnesio
  • Viola: Calcio
  • Verde acceso: Nichel
  • Arancione: Sodio
  • Giallo: Ferro

Questi colori fanno riferimento agli elementi intrinseci che costituiscono il meteoroide. Una dominanza rossa invece deriva dal contatto del corpo celeste con l’azoto e l’ossigeno presenti nell’atmosfera.

 

Altri sciami

Nella tabella seguente sono mostrati alcuni degli sciami meteorici più significativi che possiamo osservare nel corso dell’anno.

Una precisazione importante: gli sciami che sono preceduti da una lettera dell’alfabeto greco non vanno confusi con eventuali altri sciami della Costellazione principale. Si tratta, cioè, di sciami il cui radiante è intorno alla stella indicata dalla lettera greca. Ad esempio, le α Monocerontidi non sono le Monoceridi, ma sono uno sciame di meteore che sembrano provenire in maniera specifica dal radiante intorno alla stella α della Costellazione dell’Unicorno (Monoceros).

Nome e corpo di origine

Periodo

Picco

Velocità (km/s)

ZHR

Quadrantidi
(Asteroide 196256 – 2003 EH1)

1-5 gennaio

4 gennaio

41

120

Liridi
(cometa C/1861 G1)

16-25 aprile

21 aprile

49

15

η Aquaridi

(n.d.)

19 aprile-28 maggio

5 maggio

66

60

Perseidi
(Swift-Tuttle)

17 luglio-24 agosto

12 agosto

59

100

K-Cygnidi
(n.d.)

3-25 agosto

16 agosto

25

10

Draconidi
(Cometa Giacobini-Zinner )

6-10 ottobre

8 ottobre

20

Variabile

Orionidi
(Cometa di Halley)

2 ottobre-7 novembre

21 ottobre

66

20

Leonidi
(Tempel-Tuttle)

14-21 novembre

17 novembre

71

15

α Monocerontidi
(n.d.)

15-25 novembre

21 novembre

65

Variabile

Geminidi
(Asteroide 3200 Phaethon)

7-17 dicembre

13 dicembre

35

120

Pascoli e il X agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.

Con questi versi Giovanni Pascoli inizia una delle sue liriche più note e sicuramente toccanti, dedicata al padre, assassinato proprio quella notte. Un grande dolore, una cicatrice profonda che si rinnovava ogni anno e che neppure la bellezza del fenomeno astronomico poteva lenire.

Glossario

Ionizzazione: un atomo, di base neutro (elettroni con carica negativa e protoni con carica positiva si equivalgono elettricamente) acquisisce o perde uno o più elettroni. Ione positivo se perde un elettrone, per cui ha più protoni e quindi carica positiva; per perdere un elettrone, deve assorbire una quantità di energia pari al livello energetico più esterno.

Lo ione è negativo se acquisisce un elettrone, per cui ha più elettroni che protoni, e quindi carica negativa. Per acquisire un elettrone deve rilasciare energia.

Pressione di un fluido: in un fluido in movimento riscontriamo tre tipi di pressione:

  • pressione statica (la pressione esercitata dal fluido sulle pareti del contenitore, e agisce in modo uniforme indipendentemente dalla velocità);
  • pressione dinamica (la componente della pressione corrispondente all’energia dell’unità di massa del fluido e dipende dalla velocità, ovvero dall’energia cinetica, agendo nella direzione di moto);
  • pressione totale: la somma della pressione statica e della pressione dinamica.

ZHR: l’acrononimo sta Zenithal Hourly Rate, ovvero Tasso Orario Zenitale. Indica il numero di meteore visibili in un’ora nelle migliori condizioni. Questo significa che dovremmo essere sotto un cielo completamente sereno, affetto da pochissimo inquinamento luminoso (magnitudine limite pari a +6,5) e senza Luna e con il radiante allo zenith, ovvero sopra la nostra testa! In condizioni urbane, ovviamente, il numero reale di meteore potenzialmente osservabili diventa molto più piccolo.

3I/ATLAS: il nuovo visitatore interstellare catturato da Hubble

 

Un team internazionale di astronomi ha appena ottenuto la più nitida immagine mai scattata della cometa interstellare 3I/ATLAS, grazie alla straordinaria precisione del telescopio spaziale Hubble, frutto della collaborazione tra NASA ed ESA. Questo oggetto, in rapido transito attraverso il nostro Sistema Solare, non proviene da casa nostra, ma da qualche altro remoto sistema stellare nella Via Lattea.

Un cuore invisibile, ma stimabile

Nonostante la potenza di Hubble, il nucleo solido della cometa – la parte centrale e ghiacciata – non è direttamente visibile, nascosto dalla nube di gas e polveri che lo circonda. Tuttavia, le immagini raccolte hanno permesso agli scienziati di stimarne le dimensioni con una precisione mai raggiunta prima: il diametro potrebbe essere al massimo di 5,6 chilometri, ma potenzialmente anche molto più piccolo, attorno ai 320 metri.

Polveri, coda e attività

Hubble ha osservato una scia di polveri sollevata dal lato della cometa riscaldato dal Sole, insieme a una coda che inizia a formarsi mentre il nucleo si avvicina. L’attività osservata, ovvero il tasso con cui la cometa sta perdendo polveri, è coerente con quella delle comete “autoctone” del Sistema Solare che diventano attive intorno a 480 milioni di chilometri dal Sole. Questo rende il comportamento di 3I/ATLAS simile a quello delle comete che conosciamo, pur venendo da molto più lontano.

uesta immagine del telescopio spaziale Hubble mostra la cometa interstellare 3I/ATLAS, fotografata il 21 luglio 2025, mentre si trovava a 365 milioni di chilometri dalla Terra. Hubble rivela che la cometa è avvolta in un bozzolo di polveri a forma di goccia, che si sprigiona dal suo nucleo solido e ghiacciato. Poiché il telescopio seguiva il moto della cometa lungo una traiettoria iperbolica, le stelle di sfondo appaiono come strisce diagonali nell’immagine.
Descrizione dell’immagine: al centro si vede una nube bluastro a forma di goccia, diretta verso l’angolo in basso a sinistra. Intorno, diverse strisce diagonali azzurre rappresentano le stelle di sfondo, che appaiono allungate a causa del movimento del telescopio.
Crediti: NASA, ESA, D. Jewitt (UCLA); elaborazione immagine: J. DePasquale (STScI).

Un viaggiatore da un altro sistema stellare

Ma cosa rende davvero speciale 3I/ATLAS? La sua origine interstellare. Si tratta di un oggetto che non è nato insieme al nostro Sistema Solare: proviene da un altro sistema stellare, lontano chissà quante migliaia di anni luce, e ha viaggiato per miliardi di anni nello spazio interstellare prima di entrare nella nostra regione.

Questa lunga odissea cosmica ha lasciato un segno: 3I/ATLAS viaggia a una velocità record di 210.000 chilometri all’ora, la più alta mai osservata per un oggetto che attraversa il Sistema Solare. Gli scienziati ritengono che sia stata accelerata nel tempo da interazioni gravitazionali con stelle e nubi di gas che ha incontrato durante il suo vagabondaggio galattico.

Un’apparizione fugace

La cometa è stata scoperta il 1° luglio 2025 grazie al sistema di sorveglianza ATLAS (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System), quando si trovava a 675 milioni di chilometri dal Sole. Resterà visibile dai telescopi terrestri fino a settembre, poi si avvicinerà troppo al Sole per essere osservata in sicurezza. Ma tornerà a farsi vedere: riapparirà a dicembre, visibile di nuovo dopo aver completato il suo passaggio dietro il Sole.

Uno studio in corso

Le osservazioni di Hubble saranno affiancate da altri strumenti d’avanguardia, in particolare dal James Webb Space Telescope, che analizzerà in dettaglio la composizione chimica della cometa. I risultati completi di questo studio verranno pubblicati su The Astrophysical Journal Letters, ma sono già disponibili in anteprima online.

Un altro messaggero dalle stelle

Dopo 1I/‘Oumuamua e 2I/Borisov, 3I/ATLAS è il terzo oggetto interstellare scoperto a entrare nel nostro Sistema Solare. Ogni passaggio di questi “messaggeri galattici” è una occasione unica per imparare qualcosa in più non solo su di loro, ma anche sui sistemi planetari lontani e sulle dinamiche che regolano lo spazio tra le stelle.

Fonte: ESA/Hubble Information Centre

Eyes on the News: visualizzare in 3D le notizie NASA

Screenshot del servizio centrato su Marte

Eyes on the News è un’applicazione web interattiva sviluppata dalla NASA, tramite il Jet Propulsion Laboratory (JPL), che permette di esplorare visivamente le notizie più recenti relative a missioni spaziali, oggetti del sistema solare e fenomeni astronomici. Il servizio associa ogni comunicato ufficiale dell’Agenzia a una rappresentazione tridimensionale dei suoi protagonisti – come sonde, satelliti, pianeti o asteroidi – collocandoli in uno spazio virtuale navigabile in tempo reale.

La piattaforma consente di orientarsi nel sistema solare, osservare le traiettorie delle missioni, analizzare la posizione attuale degli oggetti coinvolti e leggere brevi schede informative associate a ciascun evento. Ogni elemento è modellato in scala, con animazioni che simulano il movimento orbitale e l’interazione con altri corpi celesti, quando rilevante.

Eyes on the News fa parte della suite NASA’s Eyes, un insieme di strumenti progettati per offrire visualizzazioni scientificamente accurate e aggiornate, con l’obiettivo di rendere accessibili al pubblico i dati delle missioni e delle osservazioni NASA. Il servizio è disponibile direttamente via browser, non richiede installazioni e può essere utilizzato su dispositivi desktop e mobili.

Tra le funzioni disponibili:

  • Navigazione interattiva intorno a oggetti e missioni;
  • Integrazione con comunicati e contenuti redatti dalla NASA;
  • Possibilità di esplorare l’evoluzione temporale di traiettorie e posizioni;
  • Strumenti di zoom e orientamento per l’osservazione da diverse angolazioni.

🔗 Accesso diretto: https://eyes.nasa.gov/apps/news/

MESSIER 23 M 23

M 23 Crediti: Chuck Ayoub

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Inaugurazione dell’Osservatorio Astronomico e Geofisico della Pezza


Si terrà domenica 10 agosto, giorno di San Lorenzo, l’inaugurazione dell’Osservatorio Astronomico e Geofisico della Pezza (frazione di Scheggia).
Dopo importanti e radicali lavori di recupero, riqualificazione e ristrutturazione la struttura sarà pronta ad accogliere studiosi, studenti ed appassionati di astronomia. Inserita in un contesto più ampio di infrastrutture di carattere culturale e turistico, l’Osservatorio, si trova al centro di un sistema escursionistico riccamente innervato di sentieri e caratterizzato dalla presenza di abbazie ed eremi benedettini, ostelli, siti di interesse speleologico e luoghi naturali incontaminati nel cuore del Parco Naturale Regionale del Monte Cucco.
L’impegnativo recupero della struttura, che versava in un grave stato di abbandono, è stato reso possibile grazie ad un finanziamento di €.140.000,00 erogato in seno alla Strategia area interna Nord est Umbria 2014-2020 mentre la strada che vi giunge è stata ripristinata con un finanziamento di €. 720.000,00 tramite il Piano di Sviluppo Rurale (PSR Umbria misura 7.2.1).
La cerimonia di inaugurazione, che vedrà la presenza della Presidente della Regione Stefania Proietti, del Presidente della Provincia di Perugia Massimiliano Presciutti, dei Sindaci dei Comuni delle Aree Interne e di alcuni studiosi dell’Associazione Astronomica Umbra, avrà inizio alle 19,30 e, dopo gli interventi di rito proseguirà con un breve rinfresco, un concerto per pianoforte e tromba organizzato da “Suoni Controvento” e, a notte, con l’osservazione della volta celeste.
Data l’impossibilità di raggiungere l’Osservatorio con mezzi privati, salvo biciclette e moto, un servizio gratuito di navette sarà disponibile dal parcheggio della Protezione Civile di Scheggia (via Campo Sportivo) ad iniziare dalle 17,30 per terminare, con l’ultima corsa verso Scheggia, alle 23,30.


Bentornati su Marte! #275

Intro

In questo appuntamento affronteremo una panoramica dettagliata delle recenti esplorazioni del rover Perseverance su Marte, focalizzandosi sull’indagine geologica di Witch Hazel Hill e l’inizio delle attività nella regione Krokodillen. Dopo aver analizzato strati rocciosi chiari e scuri, il rover ha effettuato il carotaggio “Bell Island”, che ha rivelato campioni ricchi di sferule ma ha comportato difficoltà tecniche sia durante la perforazione sia nella conservazione del campione, poi parzialmente risolta. La gestione delle fiale viene ora affrontata con una strategia flessibile, vista la scarsità di contenitori rimasti. Osserveramo anche l’individuazione di nuove aree ricche di argille, carbonati e olivina che potrebbero fornire importanti indizi sulla passata presenza di acqua e sulla possibilità di tracce di vita. Viene celebrato inoltre il Sol 1500 con un autoscatto del rover e la fortuita cattura di un diavolo di polvere. Tra gli eventi scientifici di rilievo figura la prima osservazione confermata di un’aurora verde marziana in luce visibile, registrata nel Sol 1094. Chiude l’articolo l’analisi di un’immagine notturna con la luna Deimos e le stelle del Leone, frutto di un’elaborazione ad alta risoluzione. Si parte!

L’autoscatto di Perseverance nel Sol 1500 di missione. Davanti al rover si nota il foro del prelievo Bell Island, mentre sullo sfondo a sinistra è possibile intuire la presenza di un diavolo di polvere. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.

Perseverance: su e giù per Witch Hazel Hill

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Sono ormai alcuni mesi che il rover ha iniziato l’esplorazione di Witch Hazel Hill, un affioramento roccioso al confine del cratere Jezero caratterizzato dall’alternanza tra strati chiari e scuri. Il 10 marzo è stato effettuato un campionamento in quest’area, con l’obiettivo specifico di analizzare una porzione degli strati rocciosi chiari. Il carotaggio, denominato Main River (vedi Coelum Astronomia n°274) ha svelato che le zone chiare della regione sono composte da frammenti rocciosi più piccoli rispetto a quelli prevalenti nelle aree scure. A volte, queste rocce grossolane contengono sferule, particolarmente rilevanti per il team scientifico in quanto potrebbero offrire preziosi indizi sui processi che hanno originato la formazione di questi strati.
Le verifiche degli strati scuri sono avvenute inizialmente tramite abrasioni. La prima di esse è stata eseguita su “Puncheon Rock” e un secondo tentativo, meno fortunato, compiuto nel Sol 1456 (25 marzo) sulla locazione “Wreck Apple”. Wreck Apple è un ripido promontorio roccioso e rappresenta con ogni probabilità una delle zone più insidiose affrontate da Perseverance durante la missione: il terreno, irregolare e frastagliato, sale fino a un breve crinale che domina una valle sabbiosa situata a meno di mezzo chilometro verso ovest. Un panorama mozzafiato ma comprensibilmente fonte di qualche preoccupazione in più del solito per i piloti del rover, impegnati a controllare un delicato mezzo robotico a decine di milioni di chilometri di distanza.
Ma come anticipato, a dispetto del rischio (ovviamente calcolato), l’abrasione non ottiene il risultato sperato. L’operazione dura molto meno degli usuali 20 minuti, venendo interrotta prematuramente dopo appena 7. È possibile che durante le fasi iniziali il sistema abbia rilevato un avanzamento insufficiente della punta legato a un’eccessiva durezza della roccia, optando così per il blocco delle operazioni. Non è una novità o qualcosa di cui preoccuparsi, ma solo una delle svariate occasioni in cui Marte si mostra “geloso” dei suoi segreti.
Nei Sol successivi il rover viene fatto spostare per circa 80 metri verso sud in direzione della regione Port Anson e qui il 12 aprile esegue un’abrasione di successo nella località “Strong Island”. Questa zona, individuabile in alto nella mappa come il vertice ovest del piccolo “triangolo” delineato dai percorsi bianchi di Perseverance, mostra chiaramente il contatto tra unità geologiche di differente colore. L’abrasione rivela significative differenze nella composizione rispetto alle rocce chiare di Witch Hazel Hill, ma non vengono rinvenuti i frammenti grossolani e ricchi di sferule che i ricercatori hanno messo nel mirino per un potenziale prelievo.
Non sembra un punto dove proseguire con ulteriori investigazioni, quindi al termine delle osservazioni fotografiche si può tornare verso nord dove erano già state individuate nuove aree da esplorare. Qualche giorno dopo vengono così raggiunte “Pine Pond” e “Dennis Pond” e il 18 aprile viene eseguita l’abrasione “Hare Bay”.
I rilievi sulla roccia portata alla luce finalmente rivelano la presenza di sferule in questa regione. È un’ottima notizia e pochi Sol più tardi, il 22 aprile, arriva il via libera per sfoderare nuovamente il trapano ma stavolta impiegando una delle punte dedicate a prelevare un campione che avrebbe riempito la 29esima fiala del rover. Sarà andato tutto liscio?

Scorcio di “Wreak Apple” da parte di Perseverance. Right NavCam, Sol 1461. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
Un’altra osservazione da “Wreck Apple” due Sol prima del tentativo di abrasione. La posizione della ruota anteriore destra suggerisce quanto il rover fosse inclinato lateralmente al momento dello scatto. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.
La roccia “Wreak Apple” è stata a malapena scalfita dalla punta abrasiva di Perseverance. Camera WATSON, Sol 1458. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.

La Punta nella Roccia

Mappa con gli spostamenti di Perseverance aggiornata al Sol 1540 (20 giugno).

Al termine dell’operazione di prelievo di “Bell Island”, quando i dati hanno cominciato ad arrivare sulla Terra è apparso chiaro che Perseverance era riuscito a forare la roccia ma si era fermato prima di ritrarre il trapano e conservare il campione. Si è così scoperto che quella roccia particolarmente dura, ben diversa dalle rocce friabili incontrate sul bordo superiore del cratere, aveva messo severamente alla prova il trapano e l’intero sistema di stabilizzazione lasciando la punta incastrata nel terreno. Dopo diversi giorni di interventi da parte dei tecnici, il 29 aprile l’emergenza è stata finalmente risolta e l’estrazione della punta è stata confermata come riuscita.
La conservazione del campione di roccia restava però irrisolta: gli scatti di CacheCam, la fotocamera che documenta i campioni prima di sigillarli, hanno mostrato che il frammento era troppo voluminoso per la fiala, rendendone impossibile la chiusura. Anche il transito nella “stazione di compattamento” si è rivelato inutile, poiché non c’erano polveri da comprimere ma un blocco di roccia solida.
Anziché scartare l’intero carotaggio e procedere immediatamente con un nuovo prelievo, i tecnici del JPL hanno adottato una soluzione alternativa: la fiala è stata reinserita nel trapano e, attraverso movimenti controllati del braccio robotico, si è cercato di far cadere a terra uno o più frammenti di roccia per liberare spazio sufficiente all’interno del contenitore. L’operazione, eseguita nel Sol 1497 (6 maggio), si è conclusa con il ritorno della fiala alla stazione di osservazione di CacheCam. Qui, grazie a un cambiamento nel punto di messa a fuoco, è stato confermato che il volume del campione si era ridotto a sufficienza, pur mantenendo una porzione significativa del materiale originario.
Si osservano a tal proposito le due foto acquisite da CacheCam: nell’immagine di sinistra la fiala è completamente piena e la messa a fuoco sul bordo esterno coincide con il livello del campione; nell’immagine di destra il livello del campione è stavolta molto più in basso (di circa 5 cm) rispetto al bordo del contenitore, e quest’ultimo risulta perciò fortemente fuori fuoco. È grazie alla stretta profondità di campo di CacheCam e al braccio robotico del Sample Handling Arm, incaricato di spostare verticalmente il campione a passi di 1 cm, che è possibile ottenere una stima del volume dei campioni raccolti da Perseverance.

Al momento della chiusura dell’articolo il campione “Bell Island” non è stato ancora sigillato. Un scelta parte della nuova strategia di gestione delle fiale rimanenti che sono ormai relativamente poche rispetto alla parte di missione che Perseverance ha ancora davanti a sé.

 
Le due foto di CacheCam, rispettivamente dei Sol 1490 e 1497, mostrano l’imboccatura della fiala prima e dopo l’operazione di svuotamento parziale del contenitore. NASA/JPL-Caltech/Piras.
 

Decisioni Difficili Attendono gli scienziati

Attualmente Perseverance ha messo da parte un campione atmosferico, 2 campioni di regolite e 26 carotaggi di roccia di cui 25 già sigillati. L’unico campione ancora aperto è, come descritto poc’anzi, proprio “Bell Island” con le sue preziose sferule. Se nel prossimo futuro il team scientifico individuasse un campione di maggior valore, non sarà un problema far eseguire al rover la sequenza di operazioni per rimuovere il tubo dall’alloggiamento e svuotarne il contenuto.
Katie Stack Morgan, scienziata nel team di Perseverance, spiega che «esploriamo Marte da oltre quattro anni e ogni singolo tubo riempito racconta una storia unica e affascinante. Ci restano sette tubi vuoti e un lungo viaggio davanti a noi, quindi per ora terremo alcune fiale — inclusa quella con il campione di “Bell Island” — non sigillate. Questa strategia ci dà la massima flessibilità mentre proseguiamo la raccolta di rocce».
Tra le considerazioni da affrontare vi è anche il rischio che una fiala lasciata aperta troppo a lungo possa subire contaminazioni, compromettendo così la qualità scientifica del campione raccolto. Sempre Morgan ci rassicura: «l’ambiente all’interno del rover è stato costruito secondo rigorosi standard di pulizia, inoltre il tubo è posizionato nel suo alloggiamento in modo da ridurre al minimo la possibilità che materiale esterno vi entri durante attività come la guida o altri campionamenti». È possibile che piccole quantità residue di un campione scartato possano contaminare il campione successivo, ma questo non suscita preoccupazioni e gli svantaggi sono in ogni caso superati dai benefici di poter selezionare e raccogliere di volta in volta i materiali di maggior interesse.
Questa nuova strategia di gestione dei campioni è stata avviata contemporaneamente con l’inizio dell’esplorazione di una nuova regione del bordo del cratere Jezero, “Krokodillen”. Il nome fa riferimento all’omonima cresta montuosa nell’isola Prins Karls Forland, situata a occidente dell’arcipelago delle isole norvegesi delle Svalbard.

Abrasione su Fallbreen, immagine della Left NavCam nel Sol 1513. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.


Le indagini svolte con le osservazioni orbitali avevano già rivelato la presenza di argilla nelle antiche rocce della regione Krokodillen. La presenza di acqua liquida è indispensabile per la formazione di argille, e questo sembra già dare importanti indicazioni sulla storia passata di queste aree. Se altre argille venissero trovate qui, ciò confermerebbe l’ipotesi che in un lontano passato, anteriore persino alla formazione del cratere Jezero a seguito dell’impatto di un asteroide, Marte ospitasse abbondante acqua liquida. Inoltre, sulla Terra, i minerali argillosi sono noti per la loro capacità di preservare vari composti organici considerati, per usare una terminologia abusata ma sintetica, i “mattoni della vita”. Ken Farley, vice coordinatore scientifico del progetto, ha spiegato che «le rocce di Krokodillen si sono formate durante il periodo geologico più antico di Marte, detto Noachiano, e sono tra le più antiche mai studiate sul pianeta». Il potenziale rinvenimento di biosignature, o ‘firme biologiche’, in questa zona sarebbe quindi legato a un’epoca diversa e più antica rispetto ai materiali individuati l’anno scorso nelle “macchie di leopardo” delle rocce di Cheyava Falls (si veda Coelum Astronomia 270).
I dati raccolti dagli orbiter marziani indicano che i margini esterni di Krokodillen potrebbero contenere anche olivina e carbonati. Questi ultimi sulla Terra si originano solitamente da una reazione tra rocce, acqua liquida e anidride carbonica disciolta, risultando sia custodi di fossili di antichi microbi che affidabili registri in cui sono custodite informazioni sul clima del passato.
Le attività di rilevamento a Witch Hazel Hill si sono concluse a metà maggio, momento in cui Perseverance è entrato nel settore denominato “Forlandet” e ha iniziato il tragitto verso Krokodillen, affrontando lunghe sessioni di spostamento quotidiano. I paesaggi incontrati lungo il cammino si presentano nettamente differenti: ai massi affioranti di Witch Hazel Hill subentrano formazioni rocciose levigate dal vento, intervallate qua e là da basse dune di sabbia e regolite. Nel Sol 1512 (22 maggio) il rover raggiunge il punto più a sud-ovest della regione, denominato “Fallbreen”. L’indomani esegue anche un’abrasione superficiale finalizzata a indagare meglio questo affioramento roccioso e confrontarlo con “Copper Cove”, un sito ricco di olivina analizzato 10 giorni prima e quasi 500 metri più a nord. La comparazione offrirà un punto di vista in più sull’unità geologica ricca di olivina e carbonati che si estende per centinaia di chilometri a ovest del cratere Jezero. Comprendere come si siano formate queste rocce potrebbe avere profonde implicazioni per la storia geologica di questa regione che abbiamo solamente iniziato a tentare di leggere.

Un nuovo selfie per i 1500 Sol di missione

Il 10 maggio, Sol 1500 di missione, Perseverance si è scattato il quinto autoscatto da quando è su Marte. Per celebrare questo particolare compleanno il rover ha impiegato la camera WATSON, montata sull’estremità del braccio robotico, e muovendo questa appendice secondo una precisissima tabella di posizioni ha scattato 62 foto di sé stesso e dei suoi dintorni. Però nell’immagine finale, frutto dell’assemblaggio di questo mosaico a 360 gradi, non c’è traccia del braccio. Questo perché, proprio come faremmo noi scattandoci una foto con un bastone da selfie, i tecnici programmano i movimenti del braccio in modo che risulti sempre fuori dall’inquadratura.
Negli istanti delle acquisizioni c’è stata anche una comparsata imprevista: distante 5 km verso nord, un grande diavolo di polvere è stato immortalato in una delle immagini ed è visibile in lontananza nella parte sinistra dell’immagine come una macchia chiara. La stima delle sue dimensioni è notevole, addirittura 100 metri di larghezza (vedi immagine di copertina di questo articolo). Sebbene siano ormai innumerevoli gli avvistamenti dei dust devil, monitorati quasi quotidianamente tramite specifiche rilevazioni con le camere di navigazione, è la prima volta il fenomeno viene ripreso con la camera WATSON. Del resto lo strumento di acquisizione è pensato principalmente per l’osservazione ravvicinata del terreno e la verifica degli apparati esterni del rover, quindi è raro che venga rivolto verso il paesaggio. Le probabilità di avvistare un diavolo di polvere erano aumentate dal fatto che, nel mese di maggio, Marte stava attraversando il culmine della stagione calda: questi vortici, di dimensioni variabili, sono infatti strettamente connessi alle temperature elevate della superficie marziana.
Sul terreno davanti al rover si individua inoltre una macchia circolare scura. Non si tratta di una caratteristica naturale o propria del terreno ma dello stesso foro che pochi giorni prima Perseverance ha eseguito per prelevare il campione “Bell Island”.

Dettagli di due delle immagini che compongono l’autoscatto di Perseverance: a sinistra il diavolo di polvere, a destra il foro del prelievo “Bell Island”. Sol 1500. NASA/JPL-Caltech/Piras.

La prima osservazione di un’aurora marziana nel visibile

I lettori e le lettrici più assidue di Coelum potrebbero ricordare un paragrafo intitolato in modo simile nel numero 269 della nostra rivista. Al tempo avevamo documentato la rilevazione di cui nel titolo grazie ai risultati elencati nel lavoro intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) presentato alla decima International Conference on Mars. Il 15 maggio l’articolo è stato finalmente pubblicato e grazie a questa versione estesa possiamo aggiungere alcuni elementi.
Il 15 marzo 2024, il brillamento di intensità C4.9 originato dalla macchia solare AR3599 ha causato una potente espulsione di massa coronale (CME dall’acronimo inglese) che dal Sole ha viaggiato sino a Marte dove un’intera flotta di apparati era pronta a intercettare un fenomeno sino a quel momento solo teorizzato: l’emissione alla lunghezza d’onda di 557.7 nm, legata all’ossigeno atomico eccitato che anche sulla Terra produce il colore verde comunemente associato alle aurore.
Attraverso modelli matematici, il gruppo di lavoro guidato da Elise W. Knutsen ha calcolato l’angolo ottimale con cui tentare l’osservazione dell’aurora dovuta alle SEP (solar energetic particle) in arrivo e massimizzare così la possibilità di rilevazione con lo spettrometro della SuperCam e le camere MastCam-Z.
La collaborazione tra team diversi è stata cruciale, garantendo l’opportunità di selezionare un fenomeno con intensità sufficiente a produrre l’agognata emissione verde. Il Moon to Mars Space Weather Analysis Office e il Community Coordinated Modeling Center hanno contribuito fornendo e analizzando in tempo reale i dati sulle eruzioni solari, producendo le simulazioni di espulsioni di massa coronale e stimando i tempi d’impatto. Quando è stata diramata l’allerta per la CME di metà marzo 2024 e «ne abbiamo visto l’intensità» – commenta Knutsen – «abbiamo supposto potesse generare un’aurora sufficientemente luminosa per essere rilevata dai nostri strumenti».
Alcuni giorni dopo, l’espulsione di massa coronale è giunta su Marte dove ha prodotto il fenomeno atteso e splendidamente documentato da Perseverance: un debolissimo bagliore verde presente quasi uniformemente in tutto il cielo esattamente alla lunghezza d’onda di 557.7 nm. L’arrivo della CME è stato confermato indipendentemente dagli strumenti a bordo dei satelliti MAVEN della NASA e Mars Express dell’ESA.
«Le osservazioni dell’aurora nella luce visibile effettuate da Perseverance confermano un nuovo modo di studiare questi fenomeni, complementare a quanto possiamo osservare con i nostri orbiter marziani», ha dichiarato sempre Katie Stack Morgan. «Una comprensione più approfondita delle aurore e delle condizioni attorno a Marte che ne determinano la formazione è particolarmente importante mentre ci prepariamo a inviare lì, in sicurezza, degli esploratori umani».
Questa rilevazione di successo, eseguita nel Sol 1094 della missione di Perseverance, è stata solo una di quattro simili osservazioni che hanno tentato di rilevare il fenomeno dell’aurora nel cielo di Marte. Gli altri tentativi, eseguiti nei Sol 790, 900 e 1108, sono falliti ma hanno fornito dei profili di segnale medio indispensabili per discriminare l’eccesso nel canale verde dovuto all’aurora.

A sinistra la prima foto di un’aurora verde osservata su Marte, Sol 1094 di Mars 2020. A destra è riportata un’immagine di confronto del cielo notturno in cui il fenomeno è assente. La notte è però rischiarata dal satellite Deimos e dall’ancor più luminoso Fobos fuori dall’inquadratura. Le tonalità rosse del cielo sono dovute all’abbondante polvere in sospensione nell’atmosfera. Foto eseguite con MastCam-Z. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/SSI.
Profili del segnale in eccesso nel verde per tutti e quattro i tentativi di rilevamento dell’aurora. Il segnale medio in eccesso nel verde è espresso in funzione dell’angolo di elevazione. I profili Mastcam-Z e il modello sono mostrati come linee, mentre le misurazioni della radianza da parte di SuperCam sono indicate con rombi. I colori rappresentano diversi sol della missione. Solo il Sol 1094 (linea verde continua a destra) ha prodotto un rilevamento positivo. Le aree ombreggiate in verde e grigio rappresentano, rispettivamente, l’incertezza strumentale di Mastcam-Z per il miglior adattamento e l’intervallo di confidenza al 95% comprensivo delle incertezze dovute alle correzioni per la luce diffusa di Fobos. La linea tratteggiata arancione mostra il risultato di un modello adattato alla misurazione di SuperCam del sol 1094. Crediti: (Knutsen EW, McConnochie TH, Lemmon M et al., Detection of visible-wavelength aurora on Mars. Sci Adv. 16 maggio 2025).

Alba Marziana con Deimos e il Leone

Il rover Perseverance ci regala un’altra splendida immagine catturata prima dell’alba del Sol 1433 (1 marzo 2025) all’ora locale 4:27. Sull’orizzonte est viene immortalata la piccola luna marziana Deimos, dal diametro medio di appena 12 km e in quel momento distante circa 22000 km dal rover.
I tecnici del JPL che hanno elaborato l’immagine riportano che la foto è il risultato di 16 singole acquisizioni eseguite con la Left NavCam e combinate direttamente dal computer di bordo prima della trasmissione verso la Terra. Per ciascuno scatto la camera di navigazione è stata impostata sul tempo massimo di acquisizione di 3.28 secondi, producendo così un’immagine che copre un intervallo complessivo di poco più di 52 secondi. Il campo inquadrato è di 90×70°.

Alba marziana fotografata da Perseverance, Sol 1433. Crediti: NASA/JPL-Caltech.


L’aspetto nebbioso dell’immagine è dovuto alla ridotta luminosità della scena che ha richiesto significativi interventi di elaborazione. È visibile un marcato disturbo digitale, dovuto sia al rumore elettronico del sensore sia all’impatto di raggi cosmici sullo stesso. Quest’ultimo tipo di disturbo è visibile come corte scie di pixel luminosi e non è difficile trovarne degli esempi visionando l’immagine a piena risoluzione disponibile nelle pagine della NASA.
Uno zoom spinto dell’immagine è in grado di rivelare ulteriori dettagli aggiuntivi. La profondità di risoluzione è dovuta al fatto che l’acquisizione non è stata ridimensionata dal computer di bordo di Perseverance ed è stata inviata alla massima risoluzione permessa dalla NavCam, 5120×3840 pixel.
Andando ad indagare nelle vicinanze di Deimos si individuano due corte scie non dovute a raggi cosmici. Si tratta delle tracce prodotte da Regolo e Algieba, due tra gli astri più luminosi della costellazione del Leone.
Vale la pena notare che Deimos, a differenza delle due stelle che hanno prodotto una scia di circa 0.2° mentre tramontavano verso ovest, appare invece praticamente immobile. Ciò è conseguenza principalmente del periodo orbitale del satellite attorno al suo pianeta pari a circa 30 ore e 20 minuti. Si tratta di un tempo comparabile con quello del giorno marziano (24 ore e 39 minuti) e il risultato è che, visto dalla superficie di Marte, Deimos impiega circa 5,34 giorni marziani ad attraversare tutto il cielo e tornare nello stesso punto rispetto a un osservatore stazionario. Durante questo tempo il suo moto apparente, in direzione concorde con quello delle stelle, è estremamente lento e di conseguenza inesposizioni moderatamente lunghe come quella qui analizzata il satellite appare come un luminosissimo punto fisso.
È ben diversa invece la traccia apparente per Fobos, l’altro satellite di Marte, che si trova su un’orbita più bassa e molto più veloce nel suo movimento retrogrado compiendo una rivoluzione attorno al pianeta in appena 7 ore e 39 minuti. Il risultato è che il satellite sembra muoversi in cielo in direzione opposta al moto delle stelle, sorgendo a ovest e tramontando a est.

Zoom dell’immagine originale a cui stata applicata una leggera riduzione del rumore. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Piras.

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L’ARTICOLO E’ PUBBLICATO IN COELUM 275


RAMSES e l’Asteroide Apophis una Grande Occasione nel 2029

Fig. 6 - Rappresentazione dello spacecraft Ramses e i due cubesats. La struttura è simile a quella della sonda Hera, con pannelli solari più piccoli, essendo più vicini al Sole rispetto a Didymos e anche con un antenna più piccola, essendo più vicini alla Terra.

 

L’Importanza della Difesa Planetaria

La collisione di un asteroide con la Terra è un evento raro, ma può avere conseguenze devastanti. Senza dover risalire al drammatico impatto di 65 milioni di anni fa, che portò all’estinzione di massa, tra cui i dinosauri, a causa di un asteroide o di una cometa di 15-20 chilometri di diametro, possiamo ricordare un episodio molto più recente: l’evento di Chelyabinsk del 2013. In quell’occasione, un piccolo oggetto di appena 15 metri causò, scoppiando in atmosfera, migliaia di feriti e ingenti danni materiali, dimostrando come la difesa planetaria sia diventata una priorità globale.
In questo contesto si inserisce la missione RAMSES (Rapid Apophis Mission for Space Safety), la seconda missione di difesa planetaria dell’Agenzia Spaziale Europea, che avrà come obiettivo l’asteroide 99942 Apophis.
Apophis è un Near-Earth Asteroid (NEA) di circa 350 metri di diametro, che il 13 aprile 2029 passerà a soli 31.000 km dalla superficie terrestre, più vicino dei satelliti geostazionari un decimo della distanza Terra-Luna (Fig.1). Un evento raro – accade una volta ogni migliaia di anni – che offre alla scienza e alla difesa planetaria un’opportunità unica.

Apophis: un Asteroide che ha fatto Tremare la Terra

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Fig.1 – Rappresentazione del passaggio di Apophis a 31.000 km dalla Terra il 13 Aprile 2029.

Apophis è stato scoperto il 19 giugno 2004 dagli astronomi Roy A. Tucker, David J. Tholen e Fabrizio Bernardi, utilizzando il telescopio del Kitt Peak National Observatory in Arizona, USA. All’inizio, le stime indicavano una probabilità di impatto con la Terra nel 2029 di circa il 4%, scatenando preoccupazioni globali. Tuttavia, grazie a successive campagne osservative sempre più accurate, questa probabilità è stata drasticamente ridotta, fino ad essere praticamente annullata. Anche le simulazioni successive, proiettate fino al 2036 e oltre, hanno escluso rischi concreti per almeno i prossimi cento anni.
Il motivo di questa incertezza è legato alla natura caotica delle orbite dei NEA le quali non sono stabili come quelle dei pianeti e possono essere modificate da incontri ravvicinati con la Terra o altri pianeti. Ecco perché, nonostante le rassicurazioni per il prossimo secolo, il monitoraggio costante rimane fondamentale anche considerando che abbiamo scoperto circa il 90% dei NEA con un diametro maggiore di un chilometro ma conosciamo appena il 10% degli oggetti con un diametro di circa 100 metri. Questi ultimi, molto numerosi, sono attualmente quelli che rappresentano il pericolo maggiore per il nostro pianeta.
Se Apophis, con un diametro di circa 350 metri, colpisse la Terra, rilascerebbe un’energia compresa tra 500 e 1200 megatoni di TNT, equivalente a migliaia di bombe nucleari del tipo Hiroshima. Creerebbe un cratere di 4-5 km di diametro e causerebbe la distruzione totale nell’area d’impatto, con onde d’urto e venti così intensi da provocare milioni di morti se l’impatto avvenisse in una zona densamente popolata. Se invece colpisse il mare, genererebbe tsunami devastanti capaci di colpire coste anche a centinaia di chilometri di distanza. Sarebbe quindi un disastro immenso a livello regionale, ma senza effetti globali permanenti o estinzioni di massa.

I Near-Earth Asteroids: Minacce e origini

I NEA sono una popolazione eterogenea di oggetti che orbitano vicino alla Terra intersecandone anche l’orbita e si suddividono in famiglie come Aten, Amor e Apollo a seconda dei parametric orbitali. A giugno 2025, 38000 è il numero di quelli conosciuti. La loro origine è ancora in parte misteriosa: la maggior parte sembra provenire dalla fascia principale tra Marte e Giove, ma non si esclude un contributo da regioni più lontane, come anche la fascia trans-nettuniana.
Questi oggetti rappresentano un potenziale pericolo per la Terra, come dimostrano eventi passati come Chelyabinsk. Proprio per questo, la comunità internazionale ha iniziato a collaborare su progetti di Planetary Defense, per individuare per tempo questi oggetti e sviluppare strategie di mitigazione.

Fig.2 – Asteroide Dimorphos subito prima dell’impatto di DART (crediti NASA / Johns Hopkins APL).

ART e Hera: la Prova Generale della Difesa Planetaria

Un esempio concreto è il progetto AIDA (Asteroid Impact & Deflection Assessment), nato un po’ di anni fa dalla collaborazione tra NASA ed ESA. Questo programma comprende la missione americana DART il cui obiettivo era impattare su un piccolo asteroide per provare a deviarne l’orbita e la missione europea Hera che avrebbe dovuto investigare successivamente gli esiti dell’impatto.
DART è stata lanciata nel novembre 2021 dalla Vandenberg Space Force Base in California e ha colpito con successo Dimorphos di 180 metri di diametro (satellite di Didymos, di 750 m di diametro) il 26 settembre 2022, modificandone il periodo orbitale di ben 33 minuti (Fig.2)
Per la prima volta l’orbita di un oggetto celeste viene modificata dall’azione dell’uomo. Anche l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano, grazie al CubeSat LICIACube finanziato dall’ASI, che ha documentato la nube di detriti e le fasi successive all’impatto (Fig.3)
Per completare l’esperimento, l’ESA ha lanciato da Cape Canaveral la missione Hera il 7 ottobre 2024, con i CubeSat Milani (realizzato da Tyvak Italia) e Juventas, che raggiungeranno Dimorphos a ottobre 2026 e studieranno con grande dettaglio tutte le proprietà di Dimorphos e della coppia così anche da poter avere le nozioni necessarie a replicare l’esperimento compiuto da DART (Fig.4).

 

RAMSES: la Nuova Sfida dell’ESA, dell’Italia e della collaborazione Internazionale

La missione RAMSES rappresenta la naturale prosecuzione delle esperienze di DART e Hera, ma con un obiettivo ancora più ambizioso: studiare da vicino Apophis durante il suo passaggio ravvicinato del 2029.
L’ASI è Prime Contractor del progetto, grazie all’accordo con OHB Italia firmato nell’ottobre 2024 per la costruzione dello spacecraft principale (Fig.5). La decisione finale sull’adozione della missione avverrà in occasione delle Ministeriali a fine novembre 2025.
Per ridurre i tempi, dato che la missione andrà costruita nel tempo record di circa tre anni, e per contenere i costi, la struttura di RAMSES replica quella di Hera, quindi uno spacecraft principale e due cubesat (Fig.6).
Le forze mareali esercitate dalla gravità terrestre su Apophis potrebbero avere effetti spettacolari come ad esempio:
Cambiamenti nella rotazione: la spinta gravitazionale può rallentare o accelerare la rotazione dell’asteroide, con effetti visibili anche nell’orientamento dell’asse.
Propagazione di onde sismiche: come un “terremoto spaziale”, le forze interne potrebbero causare fratture o cambiamenti nella struttura interiore.

Fig. 3 Immagine ottenuta dell’impatto di DART da Liciacube (crediti ASI/NASA).


Emissione di polveri e detriti: la superficie di Apophis potrebbe subire smottamenti o eruzioni di polveri, un’opportunità unica per studiare la natura superficiale degli asteroidi.
L’attrazione esercitata dalla Terra modificherà inoltre anche i parametri orbitali dell’asteroide.
Saremo di fronte quindi a un laboratorio naturale in cui sperimentare come la gravità terrestre sia in grado di agire su un asteroide accrescendo esponzialmente le attuali conoscenze da implementare nella difesa planetaria: comprendere la natura di oggetti simili, soprattutto la loro struttura interna, aiuterà a definire meglio le strategie di mitigazione testando modelli teorici e tecniche di difesa in condizioni reali.
I due cubesat verranno rilasciati prima del massimo avvicinamento di Ramses alla Terra e opereranno indipendentemente, utilizzando RAMSES come satellite di trasmissione. Uno dei due probabilmente atterrerà su Apophis e porterà a bordo un gravimentro e un sismometro. Forse quindi riusciremo per la prima volta a misurare la trasmissione di onde sismiche su un oggetto che non sia la Luna o Marte. L’altro cubesat avrà a bordo un radar a bassa frequenza per lo studio della struttura dell’asteroide.
La fine delle operazioni è prevista ad agosto 2029.
A bordo di RAMSES ci sarà molta Italia con una camera iperspettrale (HAMLET) per lo studio della superficie e della composizione, uno strumento per lo studio della polvere probabilmente diffusa attorno all’asteroide (VISTA), l’esperimento di Radioscienza per studi di struttura interna, massa, densità, ecc e due camera di navigazione montate a bordo dei due cubesat (NAVCAM). La realizzazione di uno dei due cubesat è stata affidata di nuovo alla Tyvak Italia, l’altro invece sarà seguito da aziende spagnole.
Anche la responsabilità del coordinamento scientifico (Principal Investigator) della missione è assegnata all’Italia
Un elemento centrale è la collaborazione internazionale. Il lanciatore della missione sarà probabilmente fornito dall’agenzia spaziale giapponese JAXA, che contribuirà anche con una camera infrarossa termica (TIRI), la stessa che è a bordo di Hera e i pannelli solari dello spacecraft. Se la missione OSIRIS-APEX della NASA non verrà annullata, lavorerà in sinergia con RAMSES a partire da giugno 2029.
Questa sinergia internazionale ricorda quanto già sperimentato con grande successo con DART e Hera, dimostrando che la difesa planetaria è una sfida che non può prescindere dalla cooperazione internazionale.

Fig.4 – Rappresentazione della missione Hera con i due cubesat Milani e Juventas.
Fig.5 – Ottobre 2024, durante meeting IAC a Milano, accord ASI OHB Italia per lo sviluppo dello spacecraft di Ramses. Tra i presenti il DG di ESA, il PM di ESA Paolo Martino, il CEO di OHB, la PI Monica Lazzarin (autrice).

Il 2029: un Esperimento Naturale e un Evento Globale

Il 13 aprile 2029, Apophis passerà a soli 31.000 km dalla Terra, offrendo un’occasione unica non solo per la scienza, ma anche per il pubblico: raggiungerà una magnitudine apparente di circa 3, visibile a occhio nudo da oltre 2 miliardi di persone in Europa, Asia e Nord Africa per qualche ora. Mai un asteroide di queste dimensioni è stato osservato così da vicino. Per queste ragioni, le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2029 l’anno dell’asteroid awareness e della planetary defense. Il 2029 sarà dunque anche l’anno in cui l’umanità guarderà in cielo e vedrà, con i propri occhi, un asteroide sfiorare la Terra: un monito e, al tempo stesso, una celebrazione della conoscenza e della cooperazione.

 

Conclusioni: scienza e Difesa Planetaria

RAMSES rappresenta un tassello fondamentale nella difesa planetaria. Non è solo osservazione: è un test di tecniche utili per la planetary defense, una dimostrazione della rapidità con cui siamo in grado di sviluppare uno strumento per difendere il nostro pianeta (RAMSES verrà costruita in meno di tre anni) e un’occasione di collaborazione globale, il frutto di alleanze tra agenzie spaziali (ESA, NASA, JAXA), università, industrie e comunità scientifica. La missione RAMSES è la testimonianza di un cambiamento di prospettiva: la consapevolezza che la Terra, pur protetta dall’atmosfera e dalle dimensioni del Sistema Solare, non è immune dalle minacce cosmiche e la capacità di cooperare e condividere dati è la chiave per affrontare le sfide future.
L’Italia, con la leadership dell’ASI, le sue industrie e i suoi scienziati tra cui la Principal Investigator della missione, è al centro di questa sfida per proteggere la Terra e guardare al futuro.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 275


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Spettroscopia Amatoriale ad Alta Risoluzione

Lo SHG 700 permette di ottenere spettri ad alta risoluzione anche con strumenti amatoriali. L’articolo descrive l’evoluzione del setup, le tecniche di calibrazione e le osservazioni spettroscopiche su tre nebulose planetarie, dimostrando come oggi anche gli astrofili possano contribuire alla ricerca scientifica.

di Alessandro Ravagnin e Stefano Ciroi

Negli ultimi anni la spettroscopia amatoriale ha compiuto un salto qualitativo notevole, soprattutto grazie alla disponibilità di spettroscopi accessibili alla community di appassionati, sempre più performanti e dal prezzo sempre più contenuto. Tra questi si può citare il Sol’Ex ideato e progettato da Christian Buil, noto spettroscopista francese, lo StarAnalyzer e l’Alpy 600 commercializzati dalla ditta francese Shelyak, il Dados della Baader e l’ultimo nato, l’SHG 700 introdotto ad inizio 2025 dalla neo-nata ditta vietnamita MLAstro, che rappresenta già un punto di riferimento per chi desidera andare oltre la semplice fotografia astronomica e iniziare ad analizzare il contenuto fisico della luce proveniente da stelle, nebulose e pianeti. Questo articolo racconta lo sviluppo di un percorso osservativo che ha portato, in soli pochi mesi, alla produzione di spettri a medio/alta risoluzione di oggetti celesti finora osservati quasi esclusivamente in ambito professionale, con la speranza che possa essere di ispirazione per tutti gli astrofotografi volenterosi che desiderano andare un po’ oltre i propri “limiti” e la propria passione per le “semplici” riprese DeepSky o planetarie.

Concetti Chiave

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Per comprendere appieno le potenzialità degli spettroscopi e quindi il tipo di osservazioni che rendono possibili, è utile introdurre brevemente i concetti fondamentali che governano la spettroscopia, a partire da due parametri chiave: la dispersione e la risoluzione. Il primo termine indica la capacità dello strumento di “disperdere” la luce, ossia di scomporla nei suoi colori che corrispondono a diverse lunghezze d’onda (o frequenze). In particolare il blu/violetto è la regione dello spettro a lunghezza d’onda più corta (frequenza più alta) mentre il rosso è la regione a lunghezza d’onda più lunga (frequenza più bassa). La dispersione data dallo spettroscopio si misura in unità di Å/mm (ångström per millimetro), che diventano Å/px una volta che un sensore digitale è montato sul suo piano focale. La risoluzione è invece la capacità dello strumento di separare righe spettrali molto vicine tra loro in lunghezza d’onda. È un parametro adimensionale definito come il rapporto tra la lunghezza d’onda osservata (λ) e la minima differenza tra due righe ancora distinguibili (Δλ), ovvero R = λ/Δλ. Nella pratica la risoluzione si calcola dal rapporto fra la posizione del picco di una riga spettrale e la sua larghezza a metà altezza, tecnicamente indicata con l’acronimo FWHM (Full Width at Half Maximum).
In uno spettroscopio classico, maggiore è la risoluzione spettrale e più strette sono le righe spettrali, ma allo stesso tempo più piccolo è il valore della dispersione e quindi l’intervallo di lunghezze d’onda registrato dal sensore. Infatti una maggiore dispersione della luce corrisponde a un minor valore in unità di Å/px. L’aumento della dispersione causa una diminuzione dell’intensità della radiazione che colpisce il sensore per unità di superficie e questo rende necessario l’aumento dei tempi di esposizione. La situazione diventa critica oltre una certa soglia temporale in quanto le flessioni meccaniche del sistema telescopio+spettroscopio+camera causano, come vedremo più avanti, lo spostamento dello spettro sul piano del sensore.
Nel contesto spettroscopico la risoluzione è comunemente suddivisa in tre intervalli, ciascuno dei quali associato a specifiche applicazioni astrofisiche e a un diverso livello di sensibilità nella misura delle velocità radiali tramite effetto Doppler.
• Bassa risoluzione (R < 1000): adatta a misure dello spettro che non richiedono elevata precisione. A questo livello è possibile rilevare solo moti veloci, con variazioni di velocità superiori ai 100-150 km/s, come nel caso dell’espansione di supernovae, dei venti stellari intensi (es. stelle Wolf-Rayet) oppure del redshift e della rotazione delle galassie.
• Media risoluzione (R ≈ 1000–10000): consente di analizzare più in dettaglio righe di emissione e assorbimento in oggetti estesi e stelle. Corrisponde a velocità di 30 – 100 km/s e rende possibile lo studio della dinamica di nebulose planetarie, dei venti stellari, e dei sistemi binari di stelle.
• Alta risoluzione (R > 10000): necessaria per indagare in modo dettagliato i profili Doppler delle righe, le turbolenze atmosferiche stellari, la rotazione differenziale dei pianeti o l’espansione stratificata dei gusci gassosi. In questo regime è possibile raggiungere sensibilità dell’ordine di 10 km/s in condizioni ottimali, pur considerando i limiti imposti dal seeing nelle osservazioni da Terra.

Fig. 1 – Porzione dello spettro di Vega centrato tra le righe H-gamma e H-beta, ripreso in bassa risoluzione con il Sol’Ex con reticolo da 300 l/mm e fenditura da 19 µm (R=600) e in alta risoluzione con l’SHG 700 (R=10000). In alta risoluzione si riescono a vedere le sottili righe di assorbimento dei vari metalli, tra i quali il Magnesio ionizzato a 4481 Å e il Ferro e Titanio ionizzati sovrapposti nella riga a 4549 Angstrom a oltre a risolvere meglio le due righe principali Hγ (sinistra) e Hβ (destra).

 

Lo Spettroscopio SHG 700

Lo SHG 700 nasce come evoluzione meccanica e ottica del progetto Sol’Ex di Christian Buil, inizialmente pensato per la spettroeliografia solare. L’idea del progettista Minh Truong Nguyen è stata quella di dotare lo strumento di una struttura solida in alluminio lavorato CNC, ottiche dedicate, e controlli micrometrici su fenditura, reticolo e fuoco. Il risultato è uno spettroscopio capace di raggiungere risoluzioni teoriche superiori a R = 20000, perfettamente utilizzabile anche su oggetti deboli e in condizioni di lunga esposizione.
Una delle sue peculiarità è la modularità: può montare fenditure fisse tra 7 e 50 micron, reticoli da 300 a 2400 l/mm, ed è compatibile con camere raffreddate e moduli di guida fuori asse. L’ottimizzazione delle ottiche consente di coprire un ampio range spettrale con qualità superiore rispetto ai predecessori. È possibile ordinare solo l’housing di alluminio per poter montare le ottiche, la fenditura ed il reticolo commercializzati da Shelyak per il Sol’Ex, o il prodotto completo, assemblato e calibrato in fabbrica con fenditura al quarzo da 7 µm di larghezza e 6 mm di lunghezza, reticolo olografico da 2400 l/mm e due gruppi ottici da 72 mm di focale.
L’unico limite riscontrato in fase di utilizzo è legato alla compatibilità meccanica con le camere raffreddate tipo la ASI2600, che richiede l’apertura della scocca per una maggior estrazione del gruppo lenti rispetto alla posizione di progetto. Tale estrazione (poco meno di 1 cm) comporta un leggero aumento della vignettatura ed una maggior curvatura del piano con conseguente leggera sfocatura dello spettro sui lati del campo di vista.
Il lavoro descritto in questo articolo ha avuto lo scopo di verificare le effettive capacità dello strumento nella spettroscopia ad alta risoluzione di oggetti deboli, testando l’SHG 700 anche su alcuni oggetti estesi al limite del setup strumentale, in particolare nebulose planetarie luminose. La strategia ha incluso la calibrazione dello strumento, la misura della risoluzione reale e l’ottimizzazione delle pose lunghe, affrontando in modo sistematico i problemi connessi alle flessioni meccaniche e alla deriva dello spettro sul sensore.


Setup e Calibrazione

Le osservazioni sono state condotte con il seguente setup (Figura 2):

  • Telescopio: Celestron C11HD (f/10, D=280 mm)
  • Montatura: SkyWatcher EQ8 I
  • Spettroscopio: SHG 700 MLAstro (reticolo da 2400 l/mm, ottiche 1×)
  • Fenditura: 7 µm (0.52 arcsec in cielo)
  • Camera di ripresa: ZWO ASI2600MM (pixel 3.76 µm)
  • Camera guida: ZWO ASI432MM (pixel 9 µm)

Con questo setup si è ottenuta una dispersione reale di circa 0.17 Å/px in corrispondenza della riga Hα 6563 Å e 0.2 Å/px in corrispondenza della riga [O III] 5007 Å e una risoluzione effettiva pari a circa 14000 verificata misurando la larghezza delle righe della lampada per la calibrazione in lunghezza d’onda e calcolando il rapporto λ/FWHM; assumendo un profilo gaussiano delle righe si può usare anche la sigma che è circa 0.4247 x FWHM.
L’intervallo di lunghezze d’onda coperto con la ASI2600MM è di poco superiore ai 1000 Å (variabile a seconda della zona dello spettro selezionata), con però una forte vignettatura sui bordi dello spettro. Una comoda ruota azionabile manualmente in modo grossolano o finemente con una vite micrometrica permette di ruotare il reticolo per coprire un intervallo di lunghezze d’onda che va da circa 3800 Å a circa 7000 Å (per un vincolo meccanico della ruota, aggirabile comunque per poter arrivare fino a 8500 Å).

 

Fig. 2 – Postazione osservativa ADAM di proprietà di Alessandro Ravagnin, ubicata in periferia di Romano d’Ezzelino, ai piedi del Monte Grappa. Al fuoco del C11HD è installato lo spettroscopio SHG 700 con montate le due camere ZWO, la ASI2600MM per la ripresa e la ASI432MM per la guida. In parallelo al C11HD c’è un Tecnosky 115/800mm, usato principalmente per le osservazioni solari in Hα.

Un punto chiave del lavoro è stato lo sviluppo di un sistema di calibrazione in lunghezza d’onda low-cost: una lampada al Neon/Argon dismessa dal catalogo dei prodotti elettrici per impianti civili, inserita in un cassettino portafiltri ZWO modificato e stampato in 3D progettato assieme a Christian Privitera (Figura 3). La lampada permette di ottenere uno spettro di confronto ricco di righe di emissione strette che si trovano a lunghezza d’onda nota ed è quindi utilissima per allineare correttamente e calibrare con accuratezza le osservazioni scientifiche (Figura 4).
Un secondo aspetto altrettanto critico riguarda, come già accennato prima, la stabilità meccanica dell’intero treno ottico, un requisito fondamentale per uno spettroscopio. Lo è ancor di più in condizioni di alta risoluzione poiché l’uso di fenditure molto strette e reticoli ad alta dispersione rende il sistema estremamente sensibile a minimi spostamenti angolari o flessioni o dilatazioni termiche. La conseguenza è una variazione continua e incontrollata dell’intervallo di lunghezze d’onda registrato che richiederebbe l’acquisizione dello spettro della lampada di calibrazione prima o dopo ogni posa. È infatti possibile verificare facilmente che anche piccole derive, se non misurate e tenute sotto controllo, impediscono uno stacking efficace di più pose compromettendo la nitidezza delle righe oltre a falsificarne la larghezza e il profilo. Questo è particolarmente importante quando si lavora con telescopi amatoriali da 25–30 cm, dove la luce raccolta è limitata e ottenere un buon rapporto segnale/rumore richiede l’integrazione di molte esposizioni lunghe.
La possibilità di sommare correttamente più pose è infatti l’unico modo per ottenere spettri scientificamente utili in alta risoluzione con strumenti amatoriali su oggetti che non siano solo stelle di magnitudine inferiore alla 4 o 5.
Nel caso del presente setup, le flessioni residue sono risultate contenute, con una deriva misurata attorno a 0.7 pixel/ora, equivalenti a circa 0.14 Å/ora, valore che consente integrazioni fino a 1000 secondi senza perdita sensibile di risoluzione. La misura è stata eseguita durante una sessione di integrazione continua della durata di 3 ore, puntando un target alto in cielo e prossimo al meridiano nella fase centrale dell’osservazione (Figura 5). La deriva è stata quantificata confrontando lo spostamento in pixel tra il primo e l’ultimo frame acquisito.

 

Fig. 3 – Cassettino porta filtri ZWO ri-progettato con Christian Privitera per accogliere due lampade di calibrazione al Neon/Argon dismesse dal catalogo di prodotti Vimar per la retroilluminazione degli interruttori per serie civili.

È importante notare che, a differenza di quanto avviene in astrofotografia classica, dove software come PixInsight, DSS o Autostakkert consentono l’allineamento automatico dei frame, nella spettroscopia tali strumenti non sono applicabili. Le righe spettrali non sono riferimenti fissi facilmente riconoscibili, la geometria dello spettro può essere leggermente curvata o inclinata, e le flessioni meccaniche causano spostamenti dello spettro da una posa all’altra che non sono perfettamente lineari lungo l’asse di dispersione. Ne consegue che l’allineamento deve essere eseguito a mano, frame per frame, tipicamente in software grafici come GIMP o attraverso script personalizzati, con attenzione estrema al mantenimento della coerenza spaziale.
Nel setup utilizzato in questo lavoro, con fenditura da 7 µm, lente collimatrice con rapporto di ingrandimento x1 e camera di ripresa con pixel da 3.76 µm di lato, la fenditura è proiettata sul sensore con un campionamento di 1.86 pixel. Nel caso specifico del C11HD a f/10, il disco di Airy proiettato sul piano focale, dove si trova la fenditura, ha una FWHM teorica di circa 5.6 µm (a 5500 Å). Questo valore è comparabile con la larghezza della fenditura utilizzata (7 µm, corrispondenti a 0.52 arcsec di cielo).
Considerando che, secondo il criterio di Nyquist, servirebbero almeno 2–3 pixel per una campionatura ottimale della riga spettrale, uno shift anche solo di 1 pixel lungo l’asse della dispersione riduce la risoluzione utile di circa del 35%. In altre parole, se per esempio la riga Hα ha originariamente una FWHM di 2 pixel (0.34 Å, quindi R ≈ 20.000), uno shift non corretto porta ad allargarla a 3 pixel (R effettivo ≈ 13.000), riducendo quindi il potenziale dello strumento.
Per questo motivo, il controllo della stabilità meccanica e un allineamento accurato dei frame non sono semplici dettagli tecnici, ma condizioni indispensabili per sfruttare pienamente la capacità risolutiva di uno spettroscopio ad alta dispersione montato su un telescopio amatoriale soprattutto nelle serate dove il seeing permette di lavorare sotto al secondo d’arco, e quindi vicino alla risoluzione teorica dell’ottica.

Fig. 4 – Spettro con le righe di emissione della lampada al Neon/Argon usata per calibrare gli spettri scientifici; intervallo di lunghezze d’onda inquadrate dai 4200 Å fino a 5300 Å.

 

Fig. 5 – Sovrapposizione di due spettri grezzi con le emissioni della riga [O III] 5007 Å in M 57 ripresi a 3 ore di distanza tra loro: si noti lo shift dovuto alle flessioni meccaniche del setup che corrisponde a circa 0.7 pixel/ora, equivalenti a circa 0.14 Å/ora. Immagine riscalata in senso orizzontale di un fattore 5.

 

Osservazioni

Arriviamo quindi alla parte osservativa del lavoro: le notti tra marzo e aprile 2025 sono state dedicate ad una serie di riprese spettroscopiche di tre fra le più luminose e iconiche nebulose planetarie dell’emisfero boreale: NGC 2392, M 57 e NGC 6543. Sono state scelte per la loro intensità nelle righe di emissione dell’ossigeno due volte ionizzato ([O III] 4959, 5007 Å) e di Hβ (4861 Å) e Hα (6563 Å) e per la tipica velocità di espansione del gas di 10-50 km/s che consente di testare la risoluzione spettrale raggiungibile con lo spettroscopio SHG 700 accoppiato al telescopio C11HD e la camera ASI2600MM. Per ogni oggetto sono state effettuate sequenze di pose da un minimo di 180 secondi fino ad un massimo di 500 secondi ciascuna, accumulate nel corso di più nottate, per massimizzare il rapporto segnale/rumore e mantenere il controllo sulla deriva. I risultati sono riassunti in Figura 7 e Figura 8 in fondo all’articolo.


NGC 2392 – Eskimo Nebula


È stata la prima ad essere osservata, prima con la fenditura posizionata in direzione Est/Ovest (Figura 6a) poi in direzione Nord/Sud (Figura 8, in alto), e si è subito distinta per la complessità del suo spettro, che mostra una forma a doppia cuspide tanto elegante quanto inattesa. Le righe di Hα e soprattutto di [O III] si presentano marcatamente allargate e strutturate, con morfologie differenti a seconda dell’orientamento della fenditura. L’analisi Doppler ha evidenziato con chiarezza la presenza di due gusci in espansione, uno più esterno e più lento, l’altro interno e decisamente più rapido, con velocità radiali fino a 180 km/s. Si tratta di un caso didattico perfetto per dimostrare come la dinamica interna di una nebulosa possa emergere direttamente nella forma e nell’asimmetria delle sue righe spettrali. Nello spettro rosso oltre ad Hα si distinguono le righe di [N II] 6548, 6583 Å. Nello spettro blu oltre alle righe nebulari [O III] 4959, 5007 Å sono ben visibili Hβ, Hγ e He II 4686 Å. Più debole è la riga aurorale [O III] 4363 Å.
Al di là del valore tecnico, questa osservazione ha rappresentato un momento speciale: vedere comparire a monitor quei pochi pixel appena marcati (Figura 6b), persi nella marea di rumore, e scoprire che erano davvero righe di emissione, è stato un istante di autentica emozione. Soprattutto perché nel panorama amatoriale non esistono testimonianze di spettri simili su questo oggetto.

Il fatto che “ci fosse davvero qualcosa” da vedere, e che fosse leggibile in modo così chiaro, ha restituito tutta la magia della ricerca scientifica, quella sensazione rara e potente di aver aperto una piccola finestra su qualcosa che nessuno aveva ancora esplorato con mezzi simili.
Le prime riprese sono state effettuate la sera del 3 Aprile 2025 (angolo di posizione 90°) dalle ore 22.30 alle 23.30 tempo locale con un tempo di esposizione di 1 ora (12 pose da 300 s ciascuna) e il target alto sull’orizzonte da 49° a 39° e luna al 37%. Il target è stato ri-osservato le notti del 7 e 8 Aprile 2025 (angolo di posizione 0°), dalle ore 21.00 alle 23.30 tempo locale, col target alto sull’orizzonte dai 60° ai 36° e Luna illuminata al 75-85%. Il tempo di esposizione totale è stato di circa 4.3 ore (31 x 500 s).

Fig. 6a – Immagine ottenuta dalla camera di guida; singolo scatto, si vede la fenditura allineata in direzione Est-Ovest, che attraversa la nebulosa Eskimo e la sua stella centrale; da queste immagini si può ricostruire l’orientazione dello spettro rispetto lo sviluppo E-O della nebulosa.

 

Fig. 6b – Primo spettro in assoluto della Eskimo ottenuto la sera del 2 Aprile 2025, centrato sulla riga Hα a 6563 Å. Si intravede la forma a doppia cuspide delle emissioni della nebulosa e la striscia orizzontale della stella centrale, annegate entrambe in un mare di pixel rumorosi (180 s di posa).

 

Fig. 6c – Risultato dello stacking degli spettri della Eskimo ottenuti le sere del 3,4 e 6 Aprile 2025 con 26 pose da 300s e 9 pose da 500s l’una, centrati sulla riga Hα a 6563 Å. La doppia cuspide delle emissioni della nebulosa nella riga Hα, la più intensa, e la striscia orizzontale dello spettro della stella centrale emergono molto bene rispetto al singolo spettro grezzo; ai lati della riga Hα, si notino anche le emissioni dell’azoto ionizzato.

 

Fig 7 – Spettri della Eskimo (in alto), della Ring (in centro) e della Cat’s Eye (sotto); si notino le righe di emissione Hβ (4861 Å) e [O III] (4959, 5007 Å), allargate e non uniformi a causa dell’espansione a velocità differenti dei gas dei vari strati nebulari.

 

M 57 – Ring Nebula


Ripresa in due sessioni da 7×500 s e 36×500 s, la nebulosa Anello ha restituito uno spettro estremamente simmetrico, dominato dal doppietto di [O III], dove le righe mostrano la classica struttura a doppio lobo Doppler. Questo è il segno di un guscio in espansione pressoché omogeneo, con le due ali (blue e red-shiftate) ben bilanciate rispetto al centro sistemico. Il profilo ottenuto è in accordo con i modelli morfo-cinematici presenti in letteratura e offre quindi una splendida conferma sperimentale a livello amatoriale. In aggiunta sono visibili Hβ e He II 4686 Å.
I dati sono stati ottenuti le notti del 30 Maggio e del 1 e 2 Giugno 2025 dalle 23.15 alle 04.30 tempo locale, con l’altezza del target che è variata da 29° a 73° e con Luna tramontata o molto bassa sull’orizzonte.


NGC 6543 – Cat’s Eye Nebula


Ultima in ordine di esecuzione, ma la più brillante in [O III], la Cat’s Eye si è rivelata estremamente interessante anche per la presenza di righe deboli ma visibili di He I 4471, 4921, 5016 Å e [Ar IV] 4710, 4740 Å. Le righe spettrali con rapporto segnale/rumore più alto appaiono sdoppiate e leggermente asimmetriche, indicando la presenza di lobi in espansione con velocità differenti e strutture sovrapposte. Le velocità radiali misurate per i lobi principali si aggirano attorno ai 40 km/s, ma si osservano anche componenti più estese, compatibili con venti interni o emissioni stratificate. La presenza di He II 4686 Å associata alla stella centrale di tipo Of-WR(H), è indice di una temperatura superficiale molto elevata e testimonia la ricchezza spettroscopica di questo oggetto.
Sono state effettuate 9 pose da 500 s il 14 Maggio 2025 dalle 22.17 alle 23.24 tempo locale, col target ad altezza compresa tra 44° e 51° e Luna quasi piena ma ancora sotto l’orizzonte.

 

Fig 8 – Spettri della Eskimo (in alto), della Ring (in centro) e della Cat’s Eye (sotto) per la sola riga proibita [O III] a 5007 Å (la più intensa nello spettro), riscalata sull’asse orizzontale di un fattore x6. La posizione della fenditura è stata ricostruita confrontando le immagini della camera di guida con le immagini nel visibile ad alta risoluzione del Hubble Space Telescope. Si noti la forma completamente diversa tra una nebulosa e l’altra. Nei riquadri sono riportati i profili Doppler in scala di velocità radiale assumendo come riferimento (0 km/s) la lunghezza d’onda osservata del baricentro della riga nell’integrale spettrale, senza applicare alcuna correzione per il moto radiale sistemico della nebulosa rispetto alla Terra.

 

Conclusioni

L’utilizzo dello SHG 700 ha permesso di raggiungere risultati finora inediti in ambito amatoriale. La stabilità meccanica e ottica dello strumento, unita ad un approccio metodico nella calibrazione e riduzione dati, ha dimostrato che è possibile esplorare fenomeni fisici come l’espansione dei gas nebulari e quindi la struttura dinamica delle nebulose. Questo lavoro vuole essere sia una documentazione tecnica che un’ispirazione: con impegno, competenza e un pizzico di ingegno, anche un astrofilo può produrre dati di valore scientifico, contribuendo alla comprensione dell’universo con strumenti accessibili ma ben realizzati. Ora non resta che divertirsi su tanti altri oggetti del cielo: galassie e AGN, doppie spettroscopiche, stelle massicce Be e Wolf-Rayet, e chi più ne ha più ne metta.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 275


Cielo del Mese – Agosto

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IL CIELO DEL MESE DI AGOSTO 2025

Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01 ago > 23:00   15 ago> 22:00  30 ago> 21:00

Agosto si apre con una Luna in fase di Primo Quarto (1 agosto), che offrirà splendide vedute telescopiche di crateri antichissimi come Maurolycus, Stofler e Heraclitus. Il Plenilunio del 9 agosto metterà in evidenza il cratere Alphonsus, mentre il 16, in Ultimo Quarto, sarà il turno del giovane Copernicus. Le falci lunari, sottili e suggestive, saranno visibili all’alba dal 20 al 22 e dopo il tramonto il 24 e 25. Interessanti anche le librazioni, che metteranno in luce zone marginali della superficie lunare.
Le costellazioni estive dominano il cielo: il Sagittario, con il centro galattico e la Nebulosa Laguna; la Lira, con la luminosa Vega e la Nebulosa Anello; e il Cigno, attraversato dalla Via Lattea, con oggetti deep sky come la Nebulosa Nord America e il Velo.
Tra gli ospiti speciali, spicca la cometa interstellare 3I/2025 N1 ATLAS, recentemente scoperta, che si avvicinerà al Sole nei prossimi mesi. Ancora osservabile anche la C/2025 K1 ATLAS, visibile con telescopi di buon diametro.
È anche un mese ricco di opposizioni asteroidali: da Ausonia (2 agosto) a Hebe (26 agosto), con magnitudini tra la settima e la decima, ottimi target per chi pratica fotografia o osservazioni guidate.
Infine, spettacolari transiti della ISS tra il 20 e il 23 agosto, visibili all’alba, con magnitudini fino a –3.8 e congiunzioni suggestive tra Luna, Giove, Venere e Mercurio.

COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI AGOSTO 2025

Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.

Tutte le descrizioni sono in Le Costellazioni del mese di Agosto a cura di @teresamolinaro

I principali eventi di Agosto 2025 (pubblicati nell’Almanacco 2025 vedi Coelum 271)

Data Ora Cosa Come

01/08/2025 01:35 Mercurio Congiunzione Inferiore
01/08/2025 14:41 Primo Quarto
01/08/2025 22:36 Luna Apogeo 404162 km
04/08/2025 04:22 Congiunzione Luna-Antares 0.5°S
06/08/2025 11:10 Congiunzione Saturno-Nettuno 1.1°S
09/08/2025 09:54 Luna Piena
11/08/2025 16:52 Luna Nodo Ascendente
12/08/2025 09:44 Congiunzione Venere-Giove 0.9°S
12/08/2025 17:15 Congiunzione Luna-Saturno 4.0°N
12/08/2025 17:31 Congiunzione Luna-Nettuno 2.9°N
12/08/2025 19:34 Massimo delle Perseidi
14/08/2025 20:01 Luna Perigeo 369285 km
16/08/2025 07:12 Ultimo Quarto
16/08/2025 18:45 Congiunzione Luna-Pleiadi 0.9°N
16/08/2025 22:02 Congiunzione Luna-Urano 5.3°N
19/08/2025 14:00 Congiunzione Mercurio-Presepe 2.5°S
19/08/2025 23:04 Congiunzione Luna-Giove 4.8°N
20/08/2025 12:52 Congiunzione Luna-Venere 4.9°N
20/08/2025 14:46 Congiunzione Luna-Polluce 2.4°S
21/08/2025 13:48 Congiunzione Luna-Presepe 2.0°N
21/08/2025 18:14 Congiunzione Luna-Mercurio 3.7°N
23/08/2025 06:52 Congiunzione Luna-Regolo 1.3°N
23/08/2025 08:06 Luna Nuova
24/08/2025 17:40 Luna Nodo Discendente
26/08/2025 18:39 Congiunzione Luna-Marte 2.8°S
27/08/2025 14:10 Mercurio Perielio 0.30749 A.U.
27/08/2025 16:38 Congiunzione Luna-Spica 1.1°S
29/08/2025 17:33 Luna Apogeo 404550 km
31/08/2025 08:24 Primo Quarto
31/08/2025 12:38 Congiunzione Luna-Antares 0.6°S

TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA

La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.

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RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto
NAME RA DEC RA EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SET
1 Sole 08:45:29.7 18:01:16.6 08:45:29.6 1.01497 0.0 -26.7 1890.9 100.0 06:04 13:16 20:28
2 Sole 08:49:22.4 17:46:02.3 08:49:22.2 1.01484 0.0 -26.7 1891.2 100.0 06:05 13:16 20:27
3 Sole 08:53:14.4 17:30:30.8 08:53:14.2 1.01471 0.0 -26.7 1891.4 100.0 06:06 13:16 20:26
4 Sole 08:57:05.8 17:14:42.3 08:57:05.7 1.01457 0.0 -26.7 1891.7 100.0 06:07 13:16 20:24
5 Sole 09:00:56.6 16:58:37.1 09:00:56.4 1.01442 0.0 -26.7 1892.0 100.0 06:08 13:16 20:23
6 Sole 09:04:46.8 16:42:15.5 09:04:46.6 1.01428 0.0 -26.7 1892.2 100.0 06:09 13:16 20:22
7 Sole 09:08:36.3 16:25:37.8 09:08:36.2 1.01413 0.0 -26.7 1892.5 100.0 06:10 13:16 20:21
8 Sole 09:12:25.3 16:08:44.4 09:12:25.1 1.01397 0.0 -26.7 1892.8 100.0 06:11 13:16 20:19
9 Sole 09:16:13.7 15:51:35.4 09:16:13.5 1.01382 0.0 -26.7 1893.1 100.0 06:12 13:16 20:18
10 Sole 09:20:01.4 15:34:11.3 09:20:01.3 1.01366 0.0 -26.7 1893.4 100.0 06:13 13:16 20:17
11 Sole 09:23:48.6 15:16:32.2 09:23:48.5 1.0135 0.0 -26.7 1893.7 100.0 06:14 13:15 20:15
12 Sole 09:27:35.3 14:58:38.4 09:27:35.1 1.01333 0.0 -26.7 1894.0 100.0 06:15 13:15 20:14
13 Sole 09:31:21.4 14:40:30.3 09:31:21.2 1.01317 0.0 -26.7 1894.3 100.0 06:16 13:15 20:13
14 Sole 09:35:06.9 14:22:08.1 09:35:06.8 1013 0.0 -26.7 1894.6 100.0 06:17 13:15 20:11
15 Sole 09:38:52.0 14:03:32.1 09:38:51.8 1.01283 0.0 -26.7 1895.0 100.0 06:18 13:15 20:10
16 Sole 09:42:36.5 13:44:42.5 09:42:36.3 1.01265 0.0 -26.7 1895.3 100.0 06:19 13:14 20:08
17 Sole 09:46:20.5 13:25:39.8 09:46:20.4 1.01247 0.0 -26.7 1895.6 100.0 06:20 13:14 20:07
18 Sole 09:50:04.0 13:06:24.2 09:50:03.9 1.01229 0.0 -26.7 1896.0 100.0 06:21 13:14 20:06
19 Sole 09:53:47.1 12:46:56.0 09:53:47.0 1.0121 0.0 -26.7 1896.3 100.0 06:22 13:14 20:04
20 Sole 09:57:29.7 12:27:15.7 09:57:29.6 1.01191 0.0 -26.7 1896.7 100.0 06:23 13:14 20:03
21 Sole 10:01:11.8 12:07:23.4 10:01:11.7 1.01172 0.0 -26.7 1897.0 100.0 06:24 13:13 20:01
22 Sole 10:04:53.5 11:47:19.7 10:04:53.3 1.01152 0.0 -26.7 1897.4 100.0 06:25 13:13 20:00
23 Sole 10:08:34.7 11:27:04.7 10:08:34.5 1.01131 0.0 -26.7 1897.8 100.0 06:26 13:13 19:58
24 Sole 10:12:15.4 11:06:38.9 10:12:15.3 1.0111 0.0 -26.7 1898.2 100.0 06:27 13:13 19:56
25 Sole 10:15:55.8 10:46:02.6 10:15:55.6 1.01089 0.0 -26.7 1898.6 100.0 06:28 13:12 19:55
26 Sole 10:19:35.7 10:25:16.0 10:19:35.5 1.01067 0.0 -26.7 1899.0 100.0 06:29 13:12 19:53
27 Sole 10:23:15.2 10:04:19.6 10:23:15.1 1.01044 0.0 -26.7 1899.4 100.0 06:30 13:12 19:52
28 Sole 10:26:54.3 09:43:13.7 10:26:54.2 1.01022 0.0 -26.7 1899.8 100.0 06:31 13:11 19:50
29 Sole 10:30:33.1 09:21:58.6 10:30:32.9 1.00999 0.0 -26.7 1900.3 100.0 06:32 13:11 19:49
30 Sole 10:34:11.4 09:00:34.6 10:34:11.3 1.00975 0.0 -26.7 1900.7 100.0 06:34 13:11 19:47
31 Sole 10:37:49.5 08:39:02.0 10:37:49.3 1.00951 0.0 -26.7 1901.2 100.0 06:35 13:11 19:45
NAME RA DEC EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SET
1 Luna 13:55:16.0 -15:35:39.5 403591 83.3 -10.1 1773.7 44.3 14:00 18:20 23:51
2 Luna 14:41:18.1 -20:08:04.1 404163 94.2 -10.4 1773.2 53.8 15:04 19:03 –:–
3 Luna 15:29:51.9 -23:53:22.9 403453 105.1 -10.7 1778.5 63.2 16:08 19:48 00:19
4 Luna 16:21:18.8 -26:39:35.0 401533 116.1 -11.0 1789.2 72.1 17:11 20:37 00:54
5 Luna 17:15:29.5 -28:14:17.1 398567 127.2 -11.3 1804.7 80.3 18:07 21:29 01:38
6 Luna 18:11:38.1 -28:26:46.6 394796 138.6 -11.6 1824.2 87.6 18:57 22:23 02:31
7 Luna 19:08:29.7 -27:10:47.3 390515 150.2 -11.9 1846.2 93.4 19:39 23:18 03:35
8 Luna 20:04:43.1 -24:26:41.6 386052 162.1 -12.2 1869.4 97.6 20:12 00:12 04:44
9 Luna 20:59:18.2 -20:21:58.4 381729 174.0 -12.6 1892.1 99.7 20:41 01:04 05:58
10 Luna 21:51:52.4 -15:09:54.5 377831 -172.3 -12.6 1912.5 99.6 21:05 01:54 07:11
11 Luna 22:42:40.3 -09:07:32.8 374576 -159.8 -12.3 1929.3 96.9 21:28 02:42 08:25
12 Luna 23:32:25.1 -02:33:58.3 372092 -146.8 -11.9 1941.6 91.9 21:50 00:27 09:38
13 Luna 00:22:07.7 04:10:40.9 370415 -133.7 -11.6 1949.0 84.6 22:12 19:32 10:52
14 Luna 01:12:57.1 10:45:30.1 369511 -120.5 -11.3 1951.5 75.4 22:38 04:18 12:08
15 Luna 02:06:01.1 16:48:40.8 369296 -107.2 -10.9 1949.8 64.9 23:09 05:07 13:25
16 Luna 03:02:12.6 21:57:31.1 369678 -94.0 -10.6 1944.3 53.6 23:47 05:59 14:43
17 Luna 04:01:49.6 25:49:24.7 370580 -80.8 -10.2 1935.8 42.1 –:– 06:55 15:59
18 Luna 05:04:13.0 28:04:44.9 371957 -67.7 -9.9 1924.8 31.1 00:36 07:54 17:07
19 Luna 06:07:42.1 28:31:34.3 373799 -54.7 -9.5 1911.6 21.2 01:36 08:56 18:03
20 Luna 07:10:02.6 27:09:39.0 376113 -41.8 -9.2 1896.4 12.8 02:45 09:58 18:47
21 Luna 08:09:19.4 24:10:47.5 378907 -29.1 -8.8 1879.5 6.3 03:59 10:57 19:22
22 Luna 09:04:32.9 19:54:53.0 382154 -16.6 -8.5 1861.3 2.1 05:13 11:52 19:50
23 Luna 09:55:42.5 14:44:30.6 385776 -4.5 -8.2 1842.3 0.2 06:24 12:42 20:12
24 Luna 10:43:26.8 09:01:00.1 389630 8.0 -8.2 1823.3 0.5 07:32 13:28 20:32
25 Luna 11:28:43.3 03:02:40.4 393512 19.6 -8.5 1805.3 2.9 08:37 14:12 20:51
26 Luna 12:12:34.8 -02:55:20.3 397176 31.1 -8.8 1789.2 7.2 09:41 14:53 21:10
27 Luna 12:56:03.1 -08:40:26.7 400352 42.4 -9.1 1776.2 13.1 10:43 15:34 21:30
28 Luna 13:40:06.3 -14:01:39.4 402776 53.5 -9.3 1767.2 20.3 11:47 16:15 21:52
29 Luna 14:25:36.3 -18:48:37.0 404219 64.4 -9.6 1763.0 28.5 12:51 16:57 22:18
30 Luna 15:13:15.3 -22:50:47.5 404503 75.3 -9.9 1764.3 37.4 13:55 17:41 22:50
31 Luna 16:03:29.4 -25:57:05.0 403530 86.2 -10.2 1771.4 46.8 14:58 18:29 23:30

EQUAZIONE DEL TEMPO 

Giorno Giorno Anno Giorno Giuliano Inizio Crepuscolo Astronomico Inizio Crepuscolo Nautico Inizio Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Nautico Fine Crepuscolo Astronomico
1 Venerdì 213 2460888.5 04:10 04:53 05:33 21:00 21:39 22:22
2 Sabato 214 2460889.5 04:11 04:55 05:34 20:58 21:37 22:20
3 Domenica 215 2460890.5 04:13 04:56 05:35 20:57 21:36 22:18
4 Lunedì 216 2460891.5 04:14 04:57 05:36 20:56 21:34 22:16
5 Martedì 217 2460892.5 04:16 04:59 05:37 20:54 21:33 22:14
6 Mercoledì 218 2460893.5 04:17 05:00 05:38 20:53 21:31 22:13
7 Giovedì 219 2460894.5 04:19 05:01 05:39 20:52 21:30 22:11
8 Venerdì 220 2460895.5 04:21 05:02 05:40 20:50 21:28 22:09
9 Sabato 221 2460896.5 04:22 05:04 05:42 20:49 21:27 22:07
10 Domenica 222 2460897.5 04:24 05:05 05:43 20:47 21:25 22:05
11 Lunedì 223 2460898.5 04:25 05:06 05:44 20:46 21:23 22:03
12 Martedì 224 2460899.5 04:27 05:08 05:45 20:44 21:22 22:01
13 Mercoledì 225 2460900.5 04:29 05:09 05:46 20:43 21:20 22:00
14 Giovedì 226 2460901.5 04:30 05:10 05:47 20:41 21:18 21:58
15 Venerdì 227 2460902.5 04:32 05:12 05:48 20:40 21:17 21:56
16 Sabato 228 2460903.5 04:33 05:13 05:49 20:38 21:15 21:54
17 Domenica 229 2460904.5 04:35 05:14 05:51 20:37 21:13 21:52
18 Lunedì 230 2460905.5 04:36 05:16 05:52 20:35 21:11 21:50
19 Martedì 231 2460906.5 04:38 05:17 05:53 20:33 21:10 21:48
20 Mercoledì 232 2460907.5 04:39 05:18 05:54 20:32 21:08 21:46
21 Giovedì 233 2460908.5 04:41 05:19 05:55 20:30 21:06 21:44
22 Venerdì 234 2460909.5 04:42 05:21 05:56 20:29 21:04 21:42
23 Sabato 235 2460910.5 04:44 05:22 05:57 20:27 21:02 21:40
24 Domenica 236 2460911.5 04:45 05:23 05:58 20:25 21:01 21:38
25 Lunedì 237 2460912.5 04:47 05:25 05:59 20:24 20:59 21:36
26 Martedì 238 2460913.5 04:48 05:26 06:01 20:22 20:57 21:34
27 Mercoledì 239 2460914.5 04:50 05:27 06:02 20:20 20:55 21:32
28 Giovedì 240 2460915.5 04:51 05:28 06:03 20:19 20:53 21:30
29 Venerdì 241 2460916.5 04:53 05:29 06:04 20:17 20:51 21:28
30 Sabato 242 2460917.5 04:54 05:31 06:05 20:15 20:50 21:26
31 Domenica 243 2460918.5 04:55 05:32 06:06 20:13 20:48 21:24
Giorno Durata Giorno Durata Notte Sorgere Transito Tramonto
1 Venerdì 14:24:11 09:35:49 06:04 13:16 20:28
2 Sabato 14:22:03 09:37:57 06:05 13:16 20:27
3 Domenica 14:19:53 09:40:07 06:06 13:16 20:26
4 Lunedì 14:17:41 09:42:19 06:07 13:16 20:24
5 Martedì 14:15:28 09:44:32 06:08 13:16 20:23
6 Mercoledì 14:13:13 09:46:47 06:09 13:16 20:22
7 Giovedì 14:10:56 09:49:04 06:10 13:16 20:21
8 Venerdì 14:08:38 09:51:22 06:11 13:16 20:19
9 Sabato 14:06:19 09:53:41 06:12 13:16 20:18
10 Domenica 14:03:58 09:56:02 06:13 13:16 20:17
11 Lunedì 14:01:36 09:58:24 06:14 13:15 20:15
12 Martedì 13:59:12 10:00:48 06:15 13:15 20:14
13 Mercoledì 13:56:48 10:03:12 06:16 13:15 20:13
14 Giovedì 13:54:22 10:05:38 06:17 13:15 20:11
15 Venerdì 13:51:55 10:08:05 06:18 13:15 20:10
16 Sabato 13:49:27 10:10:33 06:19 13:14 20:08
17 Domenica 13:46:58 10:13:02 06:20 13:14 20:07
18 Lunedì 13:44:28 10:15:32 06:21 13:14 20:06
19 Martedì 13:41:57 10:18:03 06:22 13:14 20:04
20 Mercoledì 13:39:26 10:20:34 06:23 13:14 20:03
21 Giovedì 13:36:53 10:23:07 06:24 13:13 20:01
22 Venerdì 13:34:20 10:25:40 06:25 13:13 20:00
23 Sabato 13:31:46 10:28:14 06:26 13:13 19:58
24 Domenica 13:29:11 10:30:49 06:27 13:13 19:56
25 Lunedì 13:26:35 10:33:25 06:28 13:12 19:55
26 Martedì 13:23:58 10:36:02 06:29 13:12 19:53
27 Mercoledì 13:21:21 10:38:39 06:30 13:12 19:52
28 Giovedì 13:18:42 10:41:18 06:31 13:11 19:50
29 Venerdì 13:16:03 10:43:57 06:32 13:11 19:49
30 Sabato 13:13:23 10:46:37 06:34 13:11 19:47
31 Domenica 13:10:42 10:49:18 06:35 13:11 19:45

Pianeti di Agosto

MERCURIO

01/08 Sorge: h 06:17 Tramonta: h 19:59
31/08 Sorge: h 05:28 Tramonta: h 19:22

Nel mese di agosto 2025 Mercurio sarà visibile nel cielo del mattino, offrendo un’apparizione favorevole per l’osservazione. Dopo la congiunzione inferiore del primo di agosto, il pianeta torna gradualmente visibile verso metà mese, quando la sua altezza sull’orizzonte orientale aumenta e la luminosità migliora. Il 19 agosto raggiungerà la massima elongazione occidentale (18,6° dal Sole), brillando con magnitudine –0,2. Il giorno successivo tocca anche l’elevazione massima all’alba, condizione ideale per osservarlo. Il 21 agosto si troverà in fase di dicotomia (metà illuminazione) e sarà in congiunzione con la Luna calante, a circa 3,5° di distanza: un’occasione suggestiva per la fotografia astronomica. Il 27 agosto raggiunge il perielio, il punto più vicino al Sole. Da quel momento in poi inizierà a calare in altezza e visibilità. In sintesi, la seconda metà di agosto rappresenta il momento migliore per ammirare Mercurio nel cielo del mattino.

  RA DEC SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
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VENERE

01/08 Sorge: h 03:07 Tramonta: h 18:04
31/08 Sorge: h 03:53 Tramonta: h 18:21
Nel mese di agosto 2025 Venere sarà visibile nel cielo del mattino, sorgendo circa due ore e mezza prima del Sole. Il 12 agosto si troverà in congiunzione con Giove: i due pianeti saranno separati da circa 51 minuti d’arco, visibili bassi sull’orizzonte est dalle 04:30 circa (ora locale). Il 20 agosto la Luna calante passerà a meno di 2° da Venere, mentre il 21 sarà in congiunzione con Mercurio a una distanza angolare di circa 5° con la Luna presente fra i due. Il 31 agosto Venere passerà 3° a sud del centro dell’ammasso del Presepe (M44), evento visibile nelle ore che precedono l’alba. Durante tutto il mese, Venere manterrà una magnitudine di circa –4.0 e si troverà nella costellazione del Cancro, aumentando leggermente la sua altezza sull’orizzonte fino a raggiungere il suo massimo nel cielo mattutino.

  RA DEC SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
1 06:03:44.9 21:54:55.7 0.72422 1.16243 -38.1 -4.0 14.5 75.1 03:07 10:34 18:04
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15 07:14:15.3 21:33:18.8 0.72231 1.25466 -35.1 -4.0 13.4 79.5 03:24 10:49 18:17
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MARTE

01/08 Sorge: h 10:07 Tramonta: h 22:26
31/08 Sorge: h 09:47 Tramonta: h 21:09

Nel mese di agosto 2025 Marte sarà visibile solo per poche ore nel cielo serale nei primi giorni del mese ma anticipando via via il tramonto fino a scomparire nel crepuscolo. La magnitudine compresa tra +1,0 e +0,9. Il 26 agosto si verificherà una congiunzione tra Marte e la Luna calante, che passerà 2°47′ a sud del pianeta. Dall’Italia tuttavia, la coppia non sarà osservabile: raggiungeranno il punto più alto nel cielo durante il giorno e non saranno più alti di 6° sopra l’orizzonte al tramonto. L’evento sarà osservabile prima dell’alba nella costellazione della Vergine. Durante il mese, Marte occuperà il cielo diurno, anticipando progressivamente il suo sorgere ma sarà ancora molto lontano dall’apparire visibile nel cielo dell’alba.

  RA DEC SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
1 11:47:12.7 02:03:23.7 1.61254 2.11781 47.3 1.6 4.4 94.3 10:07 16:19 22:26
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GIOVE

01/08 Sorge: h 03:49 Tramonta: h 18:52
31/08 Sorge: h 02:19 Tramonta: h 17:17

Nel mese di agosto 2025, Giove sarà protagonista di due eventi astronomici di rilievo. Il primo si verificherà il 12 agosto alle 09:44 UTC, quando il gigante gassoso sarà in congiunzione con Venere, a una distanza angolare di appena 0,9°: i due pianeti appariranno molto vicini nel cielo del mattino, offrendo un suggestivo spettacolo visibile poco prima dell’alba. Il secondo appuntamento sarà il 19 agosto alle 23:04 UTC, quando la Luna raggiungerà una congiunzione con Giove, a una distanza di circa 4,8° a nord. Anche questo evento sarà osservabile prima del sorgere del Sole. Entrambi i fenomeni si svolgeranno nella costellazione dei Gemelli, rendendo agosto un mese favorevole per l’osservazione mattutina di Giove.

  RA DEC SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
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SATURNO

01/08 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:36
31/08 Sorge: h 20:38 Tramonta: h 08:30

Nel mese di agosto 2025, Saturno sarà protagonista di due eventi astronomici particolarmente interessanti. Il primo si verificherà il 6 agosto, quando Saturno sarà in congiunzione con Nettuno, avvicinandosi nel cielo a poco più di 1 grado di distanza apparente. Il secondo evento, ancora più suggestivo, avverrà il 12 agosto: nelle prime ore del mattino, la Luna calante formerà un ampio triangolo celeste con Saturno e Nettuno, passando a circa 3 gradi e mezzo dai due pianeti. Il trio sarà visibile a partire dalle 04:16 (ora locale) sull’orizzonte orientale e resterà osservabile fino al sorgere del Sole. La brillantezza di Saturno e la presenza della Luna offriranno un’occasione perfetta per le osservazioni a occhio nudo o con semplici strumenti amatoriali.

  RA DEC RA SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
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2 00:09:41.5 -01:32:30.5 00:09:41.5 9.5655 8.90383 -128.3 1.0 18.6 99.8 22:35 04:40 10:32
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URANO

01/08 Sorge: 01:06 Tramonta: 15:44
31/08 Sorge: 23:06 Tramonta: 13:49

Nel mese di agosto 2025 Urano non è protagonista di alcun evento astronomico specificamente menzionato nel calendario mensile. Il pianeta sarà nella Costellazione del Toro alto nel cielo notturno per tutto il mese.

  RA DEC SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
1 03:55:17.3 20:08:12.9 19517 19.87404 -68.0 5.8 3.4 99.9 01:06 08:28 15:44
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18 03:56:54.4 20:12:57.4 19.51404 19.5949 -83.9 5.7 3.5 99.9 00:00 07:23 14:39
19 03:56:58.3 20:13:08.8 19.51387 19578 -84.9 5.7 3.5 99.9 23:53 07:19 14:35
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23 03:57:12.1 20:13:48.7 19.51317 19.51015 -88.7 5.7 3.5 99.9 23:37 07:04 14:19
24 03:57:15.0 20:13:57.1 19513 19.49316 -89.6 5.7 3.5 99.9 23:33 07:00 14:16
25 03:57:17.7 20:14:04.9 19.51282 19.47616 -90.6 5.7 3.5 99.9 23:29 06:56 14:12
26 03:57:20.2 20:14:12.0 19.51265 19.45918 -91.5 5.7 3.5 99.9 23:25 06:52 14:08
27 03:57:22.4 20:14:18.5 19.51248 19.44219 -92.5 5.7 3.5 99.9 23:21 06:48 14:04
28 03:57:24.5 20:14:24.4 19.5123 19.42523 -93.5 5.7 3.5 99.9 23:18 06:44 14:00
29 03:57:26.4 20:14:29.6 19.51213 19.40828 -94.4 5.7 3.5 99.9 23:14 06:41 13:56
30 03:57:28.0 20:14:34.3 19.51195 19.39135 -95.4 5.7 3.5 99.9 23:10 06:37 13:53
31 03:57:29.5 20:14:38.3 19.51178 19.37445 -96.3 5.7 3.5 99.9 23:06 06:33 13:49

NETTUNO

01/08 Sorge: 22:35 Tramonta: 10:40
31/08 Sorge: 20:36 Tramonta: 08:39

Nel mese di agosto 2025 Urano non è protagonista di alcun evento astronomico specificamente menzionato nel calendario mensile. Il pianeta sarà nella Costellazione del Toro alto nel cielo notturno per tutto il mese.

  RA DEC RA SUNDIS EADIS ELONG MAG DIAM PHASE RISE RAN SE
1 00:09:25.8 -00:26:54.9 00:09:25.8 29.88865 29.26745 -126.9 7.8 2.5 100.0 22:35 04:43 10:40
2 00:09:22.7 -00:27:17.6 00:09:22.8 29.88862 29.25414 -127.9 7.8 2.5 100.0 22:31 04:39 10:36
3 00:09:19.6 -00:27:40.8 00:09:19.6 29.88859 29.24101 -128.9 7.8 2.5 100.0 22:27 04:35 10:32
4 00:09:16.4 -00:28:04.6 00:09:16.4 29.88857 29.22806 -129.9 7.8 2.5 100.0 22:23 04:31 10:28
5 00:09:13.1 -00:28:29.0 00:09:13.1 29.88854 29.2153 -130.8 7.8 2.5 100.0 22:19 04:27 10:24
6 00:09:09.6 -00:28:54.0 00:09:09.7 29.88852 29.20272 -131.8 7.8 2.5 100.0 22:15 04:23 10:20
7 00:09:06.1 -00:29:19.6 00:09:06.1 29.88849 29.19035 -132.8 7.8 2.5 100.0 22:11 04:19 10:16
8 00:09:02.5 -00:29:45.8 00:09:02.5 29.88846 29.17817 -133.8 7.8 2.5 100.0 22:07 04:15 10:12
9 00:08:58.8 -00:30:12.6 00:08:58.8 29.88844 29.16619 -134.7 7.8 2.5 100.0 22:03 04:11 10:08
10 00:08:55.0 -00:30:40.0 00:08:55.0 29.88841 29.15441 -135.7 7.8 2.5 100.0 21:59 04:07 10:04
11 00:08:51.1 -00:31:07.9 00:08:51.1 29.88839 29.14284 -136.7 7.8 2.5 100.0 21:56 04:03 10:00
12 00:08:47.1 -00:31:36.4 00:08:47.1 29.88836 29.13148 -137.7 7.8 2.5 100.0 21:52 03:59 09:56
13 00:08:43.0 -00:32:05.5 00:08:43.0 29.88833 29.12034 -138.6 7.8 2.5 100.0 21:48 03:55 09:52
14 00:08:38.9 -00:32:35.1 00:08:38.9 29.88831 29.10941 -139.6 7.8 2.5 100.0 21:44 03:51 09:48
15 00:08:34.6 -00:33:05.1 00:08:34.6 29.88828 29.09871 -140.6 7.8 2.5 100.0 21:40 03:47 09:44
16 00:08:30.3 -00:33:35.7 00:08:30.3 29.88826 29.08823 -141.6 7.8 2.5 100.0 21:36 03:43 09:40
17 00:08:25.9 -00:34:06.7 00:08:25.9 29.88823 29.07798 -142.6 7.8 2.5 100.0 21:32 03:39 09:36
18 00:08:21.4 -00:34:38.2 00:08:21.4 29.8882 29.06796 -143.5 7.8 2.5 100.0 21:28 03:35 09:32
19 00:08:16.8 -00:35:10.2 00:08:16.8 29.88818 29.05817 -144.5 7.8 2.5 100.0 21:24 03:31 09:28
20 00:08:12.2 -00:35:42.6 00:08:12.2 29.88815 29.04862 -145.5 7.8 2.5 100.0 21:20 03:27 09:24
21 00:08:07.5 -00:36:15.5 00:08:07.5 29.88813 29.03932 -146.5 7.8 2.5 100.0 21:16 03:23 09:20
22 00:08:02.7 -00:36:48.9 00:08:02.7 29.8881 29.03026 -147.5 7.8 2.5 100.0 21:12 03:19 09:16
23 00:07:57.8 -00:37:22.7 00:07:57.8 29.88807 29.02145 -148.5 7.8 2.5 100.0 21:08 03:15 09:12
24 00:07:52.8 -00:37:57.0 00:07:52.8 29.88805 29.01289 -149.4 7.8 2.5 100.0 21:04 03:11 09:07
25 00:07:47.8 -00:38:31.7 00:07:47.8 29.88802 29.00459 -150.4 7.8 2.5 100.0 21:00 03:07 09:03
26 00:07:42.7 -00:39:06.7 00:07:42.7 29888 28.99655 -151.4 7.8 2.5 100.0 20:56 03:03 08:59
27 00:07:37.6 -00:39:42.2 00:07:37.6 29.88797 28.98877 -152.4 7.8 2.5 100.0 20:52 02:59 08:55
28 00:07:32.4 -00:40:17.9 00:07:32.4 29.88795 28.98124 -153.4 7.8 2.5 100.0 20:48 02:55 08:51
29 00:07:27.1 -00:40:54.1 00:07:27.1 29.88792 28.97399 -154.4 7.8 2.5 100.0 20:44 02:51 08:47
30 00:07:21.8 -00:41:30.5 00:07:21.8 29.88789 28967 -155.4 7.8 2.5 100.0 20:40 02:47 08:43
31 00:07:16.4 -00:42:07.2 00:07:16.4 29.88787 28.96028 -156.4 7.8 2.5 100.0 20:36 02:43 08:39

Sciame Meteorico delle Perseidi

Il celebre sciame meteorico delle Perseidi sarà attivo dal 17 luglio al 24 agosto 2025, con il picco previsto intorno al 12 agosto. Durante questo periodo, sarà possibile osservare meteore ogni volta che il punto radiante – situato nella costellazione di Perseo – si troverà sopra l’orizzonte. La quantità di meteore visibili aumenta man mano che questo punto culmina più alto nel cielo. Il momento del picco è previsto per circa le 15:00 CDT del 12 agosto 2025: tuttavia, la vista migliore sarà poco dopo il tramonto del giorno stesso. In condizioni ideali – cielo perfettamente scuro e radiante allo zenit – il tasso zenitale orario teorico (ZHR) potrebbe raggiungere i 150 meteore/ora. Dal sito di osservazione considerato, con il radiante a circa 70° sopra l’orizzonte, ci si aspetta un massimo pratico di circa 141 meteore/ora. La Luna, in fase di ultimo quarto nella Costellazione dei Pesci, sorgerà attorno alle 21:19, offrendo quindi un cielo sufficientemente scuro durante le ore cruciali della notte. Le meteore delle Perseidi nascono dall’interazione tra la Terra e le particelle rilasciate dalla cometa Swift–Tuttle, che producono scie luminose quando entrano nell’atmosfera terrestre. Questo fenomeno ricorre ogni anno, sempre attorno al 12 agosto, grazie al passaggio del nostro pianeta attraverso lo stesso flusso di detriti cometari.

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LUNA

Nel mese di agosto 2025 la Luna offre spettacolari occasioni osservative: dal Primo Quarto ai dettagli del cratere Alphonsus in Plenilunio, fino al Copernicus nell’Ultimo Quarto. Da non perdere le sottili falci crescenti e calanti, e le massime librazioni che svelano settori normalmente nascosti. Tutti gli orari sono riferiti a Roma.

L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI

ASTEROIDI – PICCOLI MONDI

Nel mese di agosto, tre asteroidi della fascia principale — Ausonia, Antigone e Herculina — raggiungono l’opposizione, offrendo condizioni ideali per l’osservazione. Il testo ne ripercorre la scoperta, le caratteristiche orbitali e fisiche, il periodo di rotazione e i dettagli utili per individuarli e fotografarli al meglio.

L’articolo completo sugli asteroidi del mese di Luglio è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI

COMETE

È stato scoperto il terzo oggetto interstellare noto: 3I/2025 N1 ATLAS. La sua orbita iperbolica lo porterà vicino a Marte il 3 ottobre e al perielio il 29 ottobre, per poi avvicinarsi alla Terra entro fine anno. Intanto continua il monitoraggio della cometa C/2025 K1 ATLAS, visibile con strumenti potenti lungo il suo rapido spostamento celeste.

L’articolo completo sulle comete di Luglio è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI

TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di Agosto  a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI

SUPERNOVAE 


Nella rubrica di agosto, Giancarlo Cortini firma la sua 35ª supernova con AT2025rwy. Il team di Monte Agliale sfiora la scoperta della SN2025qtt. Spiccano SN2025pht e SN2025rbs, le più luminose dell’anno, nelle galassie NGC1637 e NGC7331. Un mese intenso per la ricerca amatoriale e professionale.

La rubrica completa sulle supernovae è a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini disponibile QUI

La Luna del Mese – Agosto 2025

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Agosto 2025

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 135

Apriamo la rubrica di questo mese con la stupenda notizia di una nuova scoperta dell’astrofilo forlivese Giancarlo Cortini, messa a segno a poco meno di un mese dalla precedente scoperta SN2025ovr in UGC4973 che abbiamo raccontato nella rubrica dello scorso mese. Questa nuova scoperta è stata individuata nella notte del 22 luglio nella piccola galassia a spirale UGC9052 poste nella costellazione dell’Orsa minore a circa 320 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo oggetto mostrava una luminosità pari alla mag.+18, aumentata di qualche decimo di magnitudine il giorno seguente. La galassia ospite si trova a solo 14° dal Polo Nord celeste ed è perciò visibile tutta la notte. Al momento in cui stiamo scrivendo nessun osservatorio professionale ha ottenuto uno spettro di conferma e pertanto al nuovo transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025rwy. La sua luminosità è rimasta costante per oltre una settimana intorno alle mag.+17,5 / +18,5 pertanto siamo sicuramente di fronte ad una supernova e non ad una variabile cataclismica della nostra galassia, che invece avrebbe visto calare drasticamente la sua luminosità pochi giorni dopo la scoperta. Non è possibile però determinare con certezza il tipo di supernova, ma analizzando la fotometria possiamo sbilanciarsi nell’ipotizzare che potrebbe trattarsi di una supernova “core-collapse” cioè di tipo II o tipo Ib o tipo Ic. Non ci dilunghiamo nel raccontare tutto quello che Giancarlo ha fatto in oltre trenta anni per la ricerca amatoriale italiana di supernovae, ma queste nuove scoperte che permettono a Giancarlo di raggiungere quota 35 scoperte, sono la dimostrazione che ha intrapreso una nuova e vincente strategia di ricerca che sta portando davvero buoni frutti e merita tutte le nostre più sincere congratulazioni.

Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta il giorno dopo la scoperta da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 F.5,6 somma di tre immagini da 60 secondi.

Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 60 minuti.

Immagine della AT2025rwy in UGC9052 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Prima di parlare delle due supernovae più luminose del 2025 scoperte in queste settimane, proseguiamo la rubrica di questo mese non con una scoperta, ma con una prediscovery ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale (LU) composto da Fabrizio Ciabattari, Emiliano Mazzoni e Sauro Donati a dimostrazione che il nostro ISSP è ancora vivo ed impegnato nella ricerca della tanto sospirata scoperta di supernova che ormai manca da ben cinque anni. Un’immagine di prediscovery è appunto, come dice il nome, un’immagine ottenuta prima della scoperta ufficiale, quindi da un lato c’è il rammarico di non essere stati rapidi nel comunicare la scoperta, ma dall’altro c’è la consapevolezza di essere stati sulla galassia giusta, nel momento giusto, mancando solo un pizzico di fortuna. Stiamo parlando della SN2025qtt scoperta dal programma professionale americano Zwicky Transient Facility (ZTF) l’11 luglio a mag.+17,9 nella galassia a spirale barrata UGC11453 posta nella costellazione del Cigno a circa 150 milioni di anni luce di distanza. In realtà si tratta di una coppia di galassie interagenti con la spirale collegata con il braccio a Sud ad una piccola galassia ellittica denominata MCG+09-32-008. Stranamente Halton Arp non ha inserito questa coppia di galassie nel suo famoso catalogo di galassie interagenti. Tornando alla scoperta, ZTF è stato rapidissimo comunicando la scoperta nel TNS appena due ore dopo l’ottenimento della loro immagine. L’immagine del team di Monte Agliale era invece antecedente di circa 8 ore, al 10 luglio con una luminosità pari alla mag.+18,5 ma il giorno seguente quando il programma di controllo automatico ha evidenziato il sospetto ormai era troppo tardi, con la scoperta già comunicata dagli americani dello ZTF. Nella stessa notte della scoperta dall’Osservatorio del Mauna kea nelle Isole Hawaii con il telescopio dell’Università delle Hawaii UH88 da 2,2 metri è stato ripreso lo spettro di conferma, classificando il nuovo oggetto come una giovane supernova di tipo II con flash ionizzato. L’osservatorio di Monte Agliale è sempre stato la punta di diamante dell’ISSP con un elevato numero di scoperte. Non a caso Fabrizio Ciabattari ed Emiliano Mazzoni sono in vetta alla Top Ten italiana ed occupano l’ottavo e il decimo posto della Top Ten mondiale rispettivamente con 76 e 70 scoperte. Negli ultimi anni vari problemi di settaggio della strumentazione ed altri problemi logistici non hanno permesso agli amici lucchesi di esprimere il loro grande potenziale. Adesso però sono tornati operativi al 100% e questa prediscovery ne è la dimostrazione. Con il loro telescopio Newton da 51cm F.4,5 e pose di 30 secondi riescono a raggiungere la mag.+19,5 ed ottenere circa 300 immagini di galassie a notte, che nelle lunghe notti invernali possono arrivare a sfiorare le 1000 immagini. Speriamo quindi di poter tornare presto a parlare di una nuova scoperta di supernova targata ISSP.

Immagine di prediscovery della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale con il telescopio Newton da 51cm F.4,5 esposizione di 30 secondi.

Immagine della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 72 minuti.

Immagine della SN2025qtt in UGC11453 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine della SN2025qtt in UGC11453 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 180 secondi.

Veniamo adesso alle due supernovae molto luminose di questo periodo, che sono diventate le due supernova più luminose del 2025. Partiamo cronologicamente dalla SN2025pht, scoperta la notte del 29 giugno dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato All Sky Automated Survey for SuperNovae (ASAS-SN) nella bella galassia a spirale barrata NGC1637 posta nella costellazione dell’Eridano a circa 35 milioni di anni luce di distanza. La supernova è stata individuata alla notevole mag.+13,3 nel bel mezzo dei chiarori dell’alba. La galassia ospite stava infatti uscendo dalla congiunzione con il Sole. I primi a riprendere lo spettro di conferma, all’alba del 3 luglio, in condizioni proibitive, sono stati gli astronomi americani del Cerro Tololo Observatory con il SOAR Souther Astrophysical Research Telescope, un moderno telescopio da 4,10 metri con ottiche attive posto a 2.700 metri di altitudine sul Cerro Pachon in Cile. La SN2025pht è una supernova di tipo IIP cioè con “plateau”. Questo tipo di supernovae, dopo un massimo di luminosità, che in questo caso dovrebbe essersi verificato intorno alla mag.+13 quando la galassia era in congiunzione eliaca, calano di circa mezza magnitudine raggiungendo il “plateau” dove rimango per circa tre mesi alla solita magnitudine. Dopodiché calano drasticamente di luminosità. La SN2025pht dovrebbe perciò restare ancora due mesi sul plateau intorno alla mag.+13,5-+14,0 allontanandosi sempre più dal Sole e permettendoci di ottenere delle belle immagini di una stupenda spirale vista di faccia insieme ad una luminosa supernova, la seconda più luminosa del 2025. La SN2025pht è la seconda supernova conosciuta esplosa in NGC1637. La prima fu la SN1999em, anche questa di tipo IIP, scoperta il 29 ottobre 1999 dal programma professionale di ricerca supernova denominato Lick Observatory Supernova Search (LOSS), che fu anche la supernova più luminosa del 1999. Gli osservatori di Cerro Tololo in Cile e di Siding Spring in Australia hanno misurato con precisione la posizione della supernova. Successivamente analizzando le immagini d’archivio del Hubble Space Telescope e del James Webb Space Telescope è stata trovata la stella progenitrice della supernova, cioè una debole stellina di mag.+22.

Immagine della SN2025pht in NGC1637 ottenuta in remoto dal Cile dall’astrofila Marie Newhnam con un telescopio Dall- Kirkam da 425mm F.6,8 esposizione di 110 secondi.

Immagine della SN2025pht in NGC1637 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 15 immagini da 120 secondi.

Chiudiamo la rubrica in bellezza con una supernovae molto luminosa, che sta catalizzando le attenzioni degli astrofotografi, esplosa in una stupenda galassia a spirale. Stiamo parlando della SN2025rbs scoperta la notte del 14 luglio dal programma professionale denominato Gravitational-ware Optical Transient Observer (GOTO) nella bellissima galassia a spirale NGC7331 posta nella costellazione di Pegaso a circa 40 milioni di anni luce di distanza. NGC7331 è una delle galassie più luminose, che stranamente Messier non incluse nel suo famoso catalogo. Intorno a lei sono presenti almeno cinque piccole galassie satelliti ed a soli 30’ a Sud troviamo il famoso Quintetto di Stephan. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+17, ma nei giorni seguente la sua luminosità è andata costantemente ad aumentare fino a raggiungere il massimo intorno al 28 luglio sfiorando la notevole mag.+12 e diventando la supernova più luminosa del 2025. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi americani del Haleakala Observatory nelle Isole Hawaii con il Faulkes Telescope North da 2 metri di diametro. La SN2025rbs è una supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano ad una velocità di circa 15.000 km/s. Abbiamo pertanto una galassia molto fotogenica con all’interno una supernova molto luminosa che ci permetterà di ottenere delle stupende immagini. Un cocktail perfetto che però è leggermente disturbato da un particolare importante: la supernova è posizionata molto vicino al nucleo della galassia ospite. La supernova è pertanto ben visibile in pose brevi che però non evidenziano la stupenda struttura dei bracci a spirale. Se aumentiamo il tempo di posa la bellezza della galassia viene fuori in tutto il suo splendore, ma la supernova rimane soffocata dal nucleo luminoso della galassia. Dobbiamo pertanto trovare il giusto compromesso che permetta di evidenziare entrambi. Questa è la quarta supernova esplosa in NGC7331. Le prime tre sono state rispettivamente la SN1959D di tipo II scoperta il 28 giugno 1959 dall’astronomo americano Milton Humason, la SN2013bu di tipo II scoperta il 21 aprile 2013 dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e la SN2014C di tipo Ib scoperta il 5 gennaio 2014 dal programma professionale denominato Lick Observatory Supernova Search (LOSS).

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 50 minuti.

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 40 immagini da 120 secondi.

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da J.D. con un telescopio Newton da 114mm F.4 esposizione di 20 minuti. In questa immagine i bracci della galassia non sono ben evidenziati, ma la supernova è ben visibile in tutto il suo splendore.

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta da Rolando Ligustri in remoto dalla Spagna con un rifrattore APO da 130mm F.4 LRGB: somma di 17 immagini da 180 secondi.

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 ottenuta dall’astrofilo canadese Mathieu Chauveau con un telescopio Celestron Origin da 152mm F.2,2 esposizione di 5 minuti. In questa immagine a largo campo è visibile in basso a destra il famoso Quintetto di Stephan.

Immagine della SN2025rbs in NGC7331 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

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Coelum Astronomia 275 IV/2025 Digitale

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Le costellazioni del mese di Agosto 2025

Per larga parte il cielo è attraversato da striature e macchie chiare; la Via Lattea prende d’agosto una consistenza densa e si direbbe che trabocchi dal suo alveo; il chiaro e lo scuro sono così mescolati da impedire l’effetto prospettico d’un abisso nero sulla cui vuota lontananza campeggiano, ben in rilievo, le stelle; tutto resta sullo stesso piano: scintillio e nube argentea e tenebre.
Palomar, I.Calvino

Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

Nel mese di agosto transita al meridiano una delle più note e importanti costellazioni dello Zodiaco, ovvero quella del Sagittario. Nel nostro emisfero boreale la si individua nel punto più luminoso della Via Lattea, di cui contiene al suo interno il centro galattico. Pur rimanendo basso sull’orizzonte meridionale, seguito dalla Corona Australe e preceduto dallo Scorpione, il Sagittario è ben riconoscibile grazie all’asterismo della Teiera, composto dalle sue stelle più luminose.
Kaus Australis (ε Sagittarii) è la stella principale della costellazione: si tratta di una gigante blu di magnitudine 1,79 distante 145 anni luce.
La seconda stella più brillante è Sigma Sagittario, o Nunki, una gigante azzurra di magnitudine 2,05 mentre la terza più luminosa è Zeta Sagittarii.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7635 γ Sagittae   3.47 Variable;
HR7536 δ Sagittae   3.82 Variable;
HR7479 α Sagittae Sham 4.37 Multiple;
HR7488 β Sagittae   4.37  
HR7546 ζ Sagittae   5 Multiple;
HR7679 η Sagittae   5.1  
HR7609 10 Sagittae   5.36 Variable;
HR7645 13 Sagittae   5.37 Variable; Double;
HR7622 11 Sagittae   5.53  
HR7301 1 Sagittae   5.64  
HR7463 ε Sagittae   5.66 Variable; Multiple;
HR7780     5.8  
HR7672 15 Sagittae   5.8 Variable; Multiple;
HR7662     5.96 Double;
HR7299     6  
HR7260     6.07 Variable; Double;
HR7216     6.09  
HR7746 18 Sagittae   6.13  
HR7713     6.22  
HR7574 9 Sagittae   6.23 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

La costellazione ospita un gran numero di oggetti del catalogo Messier, da ammassi a nebulose, ed è fonte di ricche produzioni in campo astrofotografico. Uno degli oggetti più noti e ripresi dagli astrofili è la Nebulosa Laguna, M 8, individuabile anche ad occhio nudo da un cielo idoneo.

NEBULOSA LAGUNA CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Altre nebulose interessanti nel Sagittario sono M 17 e M 20, Trifida e Omega, mentre per quanto riguarda gli ammassi non possiamo fare a meno di citare M 22, uno dei più vicini e luminosi della volta celeste: ecco contiene più di mezzo milione di stelle e si può già individuare con un binocolo.

© ESA/Hubble

Al centro della Via Lattea, nella costellazione del Sagittario, è posta la più famosa e complessa radiosorgente luminosa, Sagittarius A, in cui sarebbe situato il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO NELLA MITOLOGIA

Metà uomo e metà cavallo: è così che viene raffigurato il Sagittario, come un arciere che, con indosso un mantello, tende l’arco in direzione dello Scorpione. Nella mitologia greca, Eratostene descrisse il Sagittario associandolo a Croto, abile arciere figlio di Pan, dio dei boschi e dell’agricoltura, ed Eufeme, nutrice delle Muse. Una delle vicende più note narra del legame di Croto con le Muse. Abile cacciatore, egli abitava sul Monte Elicona, dove inventò l’arte del tiro con l’arco. Croto viveva circondato dalle Muse e dalle loro arti: fu proprio in loro onore che il giovane inventò l’applauso, in segno di omaggio alle loro performance artistiche.

Di questo le Muse erano grate a Croto e così decisero di rivolgersi a Zeus affinché gli desse un posto d’onore sulla volta celeste; il padre degli dei accolse la loro proposta e decise di premiare Croto anche per le sue doti di arciere e cavallerizza, collocandolo tra le stelle.

… Esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.

Italo Calvino, Palomar

LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

lyra-mapNelle sere estive di agosto è impossibile alzare gli occhi al cielo e non far a caso a quella gemma di luce che brilla inconfondibile già dopo il tramonto. Si tratta di Vega, l’astro che rappresenta la costellazione della Lira.

Seppur di piccole dimensioni, quella della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale: alfa Lyrae è una stella color bianco-azzurro multipla, costituita da 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce. La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto il firmamento.

Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vega in quell’epoca era la Stella Polare e tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7001 α Lyrae Vega 0.03 Variable; Multiple;
HR7178 γ Lyrae Sulafat 3.24 Variable; Multiple;
HR7106 β Lyrae Sheliak 3.45 Variable; Multiple;
HR7157 13 Lyrae   4.04 Variable;
HR7139 δ2 Lyrae   4.3 Variable; Multiple;
HR6872 κ Lyrae   4.33 Variable;
HR7056 ζ1 Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7314 θ Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7298 η Lyrae Aladfar 4.39 Variable; Multiple;
HR7064     4.83  
HR7192 λ Lyrae   4.93 Variable;
HR7215 16 Lyrae   5.01 Variable; Multiple;
HR6903 μ Lyrae   5.12  
HR7162     5.22 Multiple;
HR7261 17 Lyrae   5.23 Multiple;
HR7102 ν2 Lyrae   5.25 Double;
HR7181     5.27  
HR7262 ι Lyrae   5.28  
HR7054 ε2 Lyrae   5.37 Variable; Multiple;
HR6997     5.42 Variable; Double;

VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA

Vega è la prima stella del cielo notturno ad essere stata fotografata: l’astro infatti è stato immortalato dall’astronomo statunitense William Cranch Bond e da uno dei pionieri del dagherrotipo, John Adams Whipple, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850. La stella principale della Lira venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura. Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA

La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di  ε Lyrae, la doppia per eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra.  Entrambe le stelle che compongono il sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra.  Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazione estiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili. Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa 2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.

M 57 CREDITI: CARLO MOLLICONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altri oggetti deep sky da menzionare sono l’ammasso globulare M 56 e l’ammasso aperto NGC 6791 composto d diverse centinaia di stelle. Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.

LA LIRA NELLA MITOLOGIA

Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie e antiche popolazioni.
Una delle leggende più romantiche proviene all’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare.
Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo.
Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco.
Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata.
Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro.
Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno. Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e al suo inseparabile strumento musicale, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco.
Da quel momento Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice.
La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.

Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci
divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava
tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo
perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso.
Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine:
allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida
e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo.
(Manilio, Poeticon Astronomicon, I, 324-330)

LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è un’altra delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale.
È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente + 1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno.
Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo.
Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio.
Insieme a Deneb, Albireo va a comporre l’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7924 α Cygni Deneb 1.25 Variable; Double;
HR7796 γ Cygni Sadr 2.2 Variable; Multiple;
HR7949 ε Cygni Aljanah 2.46 Multiple;
HR7528 δ Cygni Fawaris 2.87 Variable; Multiple;
HR7417 β1 Cygni Albireo 3.08 Variable; Multiple;
HR8115 ζ Cygni   3.2 Multiple;
HR8079 ξ Cygni   3.72 Variable;
HR8130 τ Cygni   3.72 Variable; Multiple;
HR7328 κ Cygni   3.77 Variable;
HR7735 31 Cygni   3.79 Variable; Multiple;
HR7420 ι2 Cygni   3.79  
HR7615 η Cygni   3.89 Variable; Multiple;
HR8028 ν Cygni   3.94  
HR7751 32 Cygni   3.98 Variable; Double;
HR7834 41 Cygni   4.01 Variable;
HR8252 ρ Cygni   4.02 Variable;
HR7942 52 Cygni   4.22 Double;
HR8335 π2 Cygni   4.23  
HR8143 σ Cygni   4.23 Variable;
HR7564 χ Cygni   4.23 Variable; Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deep sky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, oggetti molto amati e fotografati dagli astrofili.

NEBULOSA NORD AMERICA E PELLICANO CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova e la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa. Ora ciò ne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione.
La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.

NEBULOSA VELO CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte centro-meridionale della costellazione è presente una nebulosa a emissione nota come Nebulosa Tulipano, nota anche come Sh2 – 101.

NEBULOSA TULIPANO CREDITI: MIRKO TONDINELLI

IL CIGNO NELLA MITOLOGIA

Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, e molte di queste associano la figura del Cigno a quella di Zeus.
Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo cigno per poter sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre la Leda passeggiava sulle rive di un fiume, Zeus la possedette sotto le sembianze di un Cigno.
Dall’uovo concepito (anzi due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non vi era certezza sulla reale paternità anche se, le uova divine da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus.
Il Cigno brilla nel cielo a voler celebrare le “prodezze” del padre degli dei.

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Le costellazioni del mese di Luglio 2025

Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti

Carlo Rovelli

Tra le costellazioni tipiche dell’estate boreale spicca quella dello Scorpione, protagonista indiscussa del cielo di luglio e agosto.

LA COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE

Si tratta di realtà di un asterismo tipico del cielo australe che però possiamo tranquillamente contemplare alle nostre latitudini, soprattutto dal Sud Italia, dove è possibile osservare la costellazione nella sua interezza.
Lo Scorpione deve il suo fascino alla sua figura ben riconoscibile sulla volta celeste, ma soprattutto alla bellezza della sua stella alfa, Antares, una supergigante rossa situata a 600 anni luce dal Sistema Solare, con una magnitudine apparente 1.06.
L’astro si trova al centro della costellazione e il suo nome in arabo ٱلْعَقْرَبِQalb al-Άqrab, significa “il cuore dello Scorpione”.
Dal greco invece l’astro viene indicato con il nome Ἀντάρης, che significa “anti-ares”, ovvero rivale del pianeta Marte, con il quale condivide il tipico colore rossastro.
Dopo Antares la seconda stella più brillante dello Scorpione è Shaula (Lambda Scorpii), caratterizzata da un sistema triplo; l’astro prende il nome dall’arabo Al Shaulah, ovvero “pungiglione”, proprio per la sua collocazione presso la parte terminale della figura che rappresenterebbe uno scorpione.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR6134 α Scorpii Antares 0.96 Variable; Double;
HR6527 λ Scorpii Shaula 1.63 Variable; Multiple;
HR6553 θ Scorpii Sargas 1.87 Variable;
HR6241 ε Scorpii Larawag 2.29 Variable;
HR5953 δ Scorpii Dschubba 2.32 Multiple;
HR6580 κ Scorpii   2.41 Variable;
HR5984 β1 Scorpii Acrab 2.62 Variable; Multiple;
HR6508 υ Scorpii Lesath 2.69  
HR6165 τ Scorpii Paikauhale 2.82  
HR5944 π Scorpii Fang 2.89 Variable; Multiple;
HR6084 σ Scorpii Alniyat 2.89 Variable; Multiple;
HR6615 ι1 Scorpii   3.03 Double;
HR6247 μ1 Scorpii Xamidimura 3.08 Variable; Double;
HR6630   Fuyue 3.21 Multiple;
HR6380 η Scorpii   3.33  
HR6252 μ2 Scorpii Pipirima 3.57 Double;
HR6271 ζ2 Scorpii   3.62 Variable;
HR5928 ρ Scorpii Iklil 3.88 Double;
HR5993 ω1 Scorpii   3.96  
HR6027 ν Scorpii Jabbah 4.01 Multiple;

ANTARES E LA NUBE DI RHO OPHIUCHI
Insieme a Beta Scorpii, Delta Scorpii e Pi Scorpii, Antares è una componente del cosiddetto asterismo del Grande Uncino, un oggetto così definito nella tradizione Polinesiana; nell’emisfero australe infatti questo asterismo è visibile per diversi mesi all’anno, soprattutto in quelli invernali, mentre nel nostro di emisfero possiamo ammirarlo per pochi mesi, durante l’estate.

IC 4592 E RHO OPHIUCHI CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

LA NUBE DI RHO OPHIUCHI

Fra le stelle Antares e Rho Ophiuchi, è concentrato uno dei sistemi nebulosi attivi di grande massa più vicini al sistema solare (424 anni luce), che potrebbe essere definito come tra i più grandi laboratori per lo studio dei fenomeni di formazione stellare.
La nube prende il nome dalla stella situata nella costellazione dell’Ofiuco, e che domina la regione composta da idrogeno ionizzato luminoso e polveri oscure.
La nube si estende verso Antares e parte dei gas viene illuminata proprio da Alfa Scorpii, da cui prende la colorazione rossastra.
Rho Ophiuchi è uno degli oggetti più affascinanti e ripresi dagli astrofili: esso può essere individuato nella regione di stelle che compongono la testa dello Scorpione, e attraverso le giuste strumentazioni e le fotografie a lunga esposizione, è possibile catturare un gran numero di dettagli, rivelandoci un’armonia di colori davvero suggestiva.

OGGETTI NON STELLARI

IMMAGINE M4 CREDITI: GIUSEPPE PETRICCA DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili oltre che diversi oggetti del profondo cielo: tra gli ammassi globulari spiccano M4, poco concentrato ma molto luminoso, individuabile già con un buon binocolo a Ovest di Antares. Nello Scorpione troviamo anche gli ammassi M6 e M7, quest’ultimo noto come ammasso di Tolomeo che, se osservato da un luogo buio, potrebbe essere visibile anche ad occhio nudo; con l’ausilio di un binocolo invece si possono scorgere maggiori dettagli.

IMMAGINE M7 CREDITI: ROBERTO CIRI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altro oggetto deep sky molto suggestivo, presente nello Scorpione, è la Nebulosa Testa di Cavallo Blu, IC 4592, un vasto sistema nebuloso situato nella parte settentrionale della costellazione, caratterizzato dalla tipica colorazione blu emessa dalla sua stella più vicina, ovvero V Scorpii.

IMMAGINE NEBULOSA TESTA DI CAVALLO BLU CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

LO SCORPIONE NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia greca la figura dello Scorpione è strettamente legata a quella di Orione: secondo una delle vicende più acclarate, lo Scorpione aveva punto fatalmente il cacciatore celeste, dopo che quest’ultimo si era vantato con Artemide di essere in grado di poter uccidere qualsiasi animale feroce gli fosse capitato a tiro.
Tutta questa spavalderia non fu gradita a Gea, la madre Terra, la quale scaglió contro Orione la furia (e il veleno) dello Scorpione, uccidendolo.
Zeus vedendo il cacciatore e lo scorpione a terra, decise di trasformarli in stelle e porli sulla volta celeste, destinati a non incontrarsi mai, poiché quando lo Scorpione sorge, Orione tramonta, in un ciclico scorrere del tempo e delle stagioni.

LA COSTELLAZIONE DELL’AQUILA

Alla corte celeste dell’estate boreale spicca Altair, l’astro che impreziosisce una delle costellazioni protagoniste di luglio, ovvero l’Aquila.
La costellazione si trova a cavallo dell’equatore celeste ed è attraversata dalla Via Lattea dal lato occidentale: ciononostante, sono poche le stelle visibili ad occhio nudo, per via di una cospicua quantità di gas e polveri interstellari che limitano la luce delle stelle retrostanti.
Alfa Aquilae, ovvero Altair, è una brillante stella bianca di magnitudine 0,77 distante 17 anni luce da noi: oltre ad essere una delle stelle a noi più vicine, è classificata come la dodicesima più brillante del cielo notturno.
Insieme a Vega e Deneb, Altair costituisce uno dei vertici del Triangolo Estivo.
Nella costellazione sono presenti anche diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come 57 Aquilae, composta da due stelle di quinta e sesta magnitudine.
Presenti nell’Aquila anche stelle variabili: tra le Cefeidi spicca U Aquilae, mentre tra le Mireidi c’è R Aquilae.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR8232 β Aquarii Sadalsuud 2.91 Multiple;
HR8414 α Aquarii Sadalmelik 2.96 Double;
HR8709 δ Aquarii Skat 3.27 Variable;
HR8812 88 Aquarii   3.66  
HR8698 λ Aquarii   3.74 Variable;
HR7950 ε Aquarii Albali 3.77  
HR8518 γ Aquarii Sadachbia 3.84 Variable; Double;
HR8892 98 Aquarii   3.97  
HR8679 τ2 Aquarii   4.01 Variable; Double;
HR8597 η Aquarii   4.02  
HR8499 θ Aquarii Ancha 4.16  
HR8841 ψ1 Aquarii   4.21 Multiple;
HR8834 φ Aquarii   4.22  
HR8418 ι Aquarii   4.27  
HR8906 99 Aquarii   4.39 Variable;
HR8858 ψ2 Aquarii   4.39  
HR7951 3 Aquarii   4.42 Variable;
HR8559 ζ2 Aquarii   4.42 Multiple;
HR8789 86 Aquarii   4.47 Double;
HR8988 ω2 Aquarii   4.49 Double;

OGGETTI NON STELLARI NELL’AQUILA

IMMAGINE SH2-72 E SH-71 E NGC 6749 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione non contiene oggetti del catalogo Messier, ma ospita tuttavia diversi ammassi e nebulose di interesse tra gli astrofili più appassionati: tra questi spiccano l’ammasso aperto NGC 6709 e l’ammasso globulare NGC 6749 e ancora la Nebulosa planetaria NGC 6781.

IMMAGINE NGC 6781 CREDITI: LUCIANO LAI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella costellazione è presente anche la Nebulosa oscura E, composta da due sistemi nebulosi, B142 e B 143, separati fra loro e visibili anche con un telescopio amatoriale.
Suggestiva poi la galassia a spirale NGC 6814, di cui il telescopio spaziale Hubble ci ha donato immagini straordinarie.

IMMAGINE NGC 6814 CREDITI: ESA/Hubble e NASA; Ringraziamenti: Judy Schmidt

Il cuore luminoso di NGC 6814 è una sorgente di raggi X altamente variabile, il che ha portato gli scienziati a sospettare che ospiti un buco nero supermassiccio con una massa circa 18 milioni di volte quella del Sole.
Poiché NGC 6814 è una galassia molto attiva, lungo i suoi bracci a spirale sono disseminate numerose regioni di gas ionizzato. In queste grandi nubi di gas si è recentemente verificata un’intensa attività di formazione stellare, che ha forgiato le brillanti stelle blu visibili sparse in tutta la galassia.

Poiché NGC 6814 è una galassia molto attiva, lungo i suoi bracci a spirale sono disseminate numerose regioni di gas ionizzato. In queste grandi nubi di gas si è recentemente verificata un’intensa attività di formazione stellare, che ha forgiato le brillanti stelle blu visibili sparse in tutta la galassia.

L’AQUILA NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia greca e romana l’aquila rappresentava l’uccello che aveva il compito di riportare a Zeus i fulmini che egli scagliava contro chi osava disobbedirgli.
Ma il padre degli dei, sempre al centro di vicende scabrose, pare essere ricorso a una delle sue solite metamorfosi, prendendo le sembianze di un’aquila, allo scopo di rapire il giovane Ganimede e portarlo nell’Olimpo, affinché divenisse il coppiere degli dei.
Secondo un’altra conturbante vicenda, Zeus si incapricció della dea Nemesi e per riuscire a possederla messe a punto un piano, con l’aiuto di Afrodite, la quale venne trasformata in un’aquila fingendo di dare la caccia al bellissimo cigno nel quale Zeus, a sua volta, si era trasformato.
Il re dell’Olimpo, simulando di essere braccato dal rapace, cercò rifugio tra le braccia della bella Nemesi, riuscendo finalmente nell’intento di possederla. A memoria del buon esito del piano, Zeus pose in cielo sia l’aquila che il cigno, dove brillano, stelle tra le stelle, per l’eternità.

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Le costellazioni del mese di Giugno 2025

Con l’arrivo dell’estate boreale, le notti di giugno si trasformano in una finestra privilegiata sul cielo profondo, rivelando figure leggendarie e gioielli astronomici alla portata di occhi curiosi e telescopi appassionati. In questo mese, due protagonisti dominano la volta celeste: l’eroico Ercole, con le sue fatiche scolpite tra le stelle, e il misterioso Serpente, che avvolge con eleganza la figura del guaritore Ofiuco. Tra ammassi globulari luminosissimi, nebulose scolpite dalla nascita stellare e galassie dalla forma insolita, il cielo di giugno offre un percorso affascinante tra scienza e mitologia, invitandoci a osservare, comprendere e lasciarci stupire.

LA COSTELLAZIONE DI ERCOLE

Nelle notti di giugno e per tutta l’estate dell’emisfero boreale, possiamo godere della visione di una delle figure più note nell’astronomia e nella mitologia, ovvero Ercole.

Posta tra il Boote e la Lira, la costellazione è molto estesa (1225 gradi quadrati) ma non gode di astri particolarmente luminosi; la sua sagoma è individuabile grazie a un quadrilatero di stelle noto come Chiave di Volta, nella parte occidentale di Ercole, la cui stella più luminosa è ζ Hercules (Ruticulus), una stella gialla di magnitudine 2,81.

La costellazione non possiede stelle di prima magnitudine, la più luminosa è β Herculis, nota come Kornephoros, di magnitudine 2,78.

α Hercules (Ras Algethi) dall’arabo “la testa dell’inginocchiato” è una supergigante rossa variabile di magnitudine media 3,51, accompagnata da una stella di quinta, anch’essa doppia.

È una delle stelle doppie più conosciute e per poterla osservare occorre comunque un telescopio di media potenza mentre, ad occhio nudo o con un buon binocolo, ci si può rendere conto delle sue variazioni.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes  
HR6148 β Herculis Kornephoros 2.77 Variable; Double;
HR6212 ζ Herculis   2.81 Variable; Double;
HR6410 δ Herculis Sarin 3.14 Variable; Multiple;
HR6418 π Herculis   3.16 Variable;  
HR6623 μ Herculis   3.42 Multiple;  
HR6406 α1 Herculis Rasalgethi 3.48 Variable; Multiple;
HR6220 η Herculis   3.53 Variable; Double;
HR6703 ξ Herculis   3.7 Variable;  
HR6095 γ Herculis   3.75 Variable; Multiple;
HR6588 ι Herculis   3.8 Variable; Double;
HR6779 ο Herculis   3.83 Variable;  
HR6895 109 Herculis   3.84 Variable; Double;
HR6695 θ Herculis   3.86 Variable;  
HR6092 τ Herculis   3.89 Variable; Double;
HR6324 ε Herculis   3.92    
HR7061 110 Herculis   4.19 Variable; Multiple;
HR6168 σ Herculis   4.2 Variable; Double;
HR6023 φ Herculis   4.26 Variable;  
HR6787 102 Herculis   4.36 Double;  
HR7069 111 Herculis   4.36 Multiple;  
           

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ERCOLE

La costellazione giace lontata dalla porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, in una regione povera di galassie luminose; quelle osservabili sono tutte molto lontane ed estremamente deboli.

LUCA BALESTRIERI COSIMELLI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

M13 E IL MESSAGGIO ARECIBO

Ma in compenso Ercole ci offre uno degli oggetti più luminosi, conosciuto dagli astrofili esperti e da quelli alle prime armi, ovvero M13.

IMMAGINE CAMPO LARGO M13 E GALASSIA A SPIRALE NGC 6207 CREDITI: FABIO DAMONTE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

L’Ammasso Globulare di Ercole è il più luminoso dell’emisfero boreale e il terzo della volta celeste: è un oggetto ben visibile con un binocolo e persino ad occhio nudo. Ha una magnitudine apparente pari a 5,8 e conta al suo interno centinaia di migliaia di stelle.

All’oggetto M13 è correlato il famoso “messaggio Arecibo”, ovvero il segnale radio in codice binario trasmesso nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, il 16 novembre del 1974 e indirizzato proprio verso l’Ammasso Globulare di Ercole, a 25000 anni luce di distanza.

Il radiotelescopio, ormai tristemente smantellato nel 2020 per irreversibili danni ambientali, aveva preso parte al progetto SETI per la ricerca di vita intelligente extraterrestre.

Un altro ammasso luminoso presente nella costellazione è M92, meno facile da individuare rispetto ad M13, ma comunque approcciabile con un binocolo di apertura 10×50, attraverso il quale l’ammasso appare come una macchia biancastra diffusa, mentre sarà possibile risolverlo mediante l’impiego di un telescopio di almeno 200 mm di apertura.

Oltre agli ammassi in Ercole risiede una delle nebulose planetarie più grandi della Via Lattea, Abell 39, un oggetto che possiede un diametro di ben 5 anni luce e la cui forma, circolare e trasparente, ricorda una bolla di sapone.

IMMAGINE ABELL 39 CREDITI: ANDREA ARBIZZI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

ERCOLE NELLA MITOLOGIA

Quella di Ercole è senza dubbio una delle figure più note della mitologia: la sua fama è legata alle 12 fatiche che l’eroe dovette affrontare e che e gli valsero la sua eterna gloria.

Le prove che Ercole doveva portare a compimento erano le seguenti:

  • Uccidere l’immortale idra di Lerna
  • Catturare la cerva di Cerinea
  • Catturare il cinghiale di Erimanto
  • Ripulire in un giorno le stalle di Augia
  • Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo
  • Catturare il toro di Creta
  • Rubare le cavalle di Diomede
  • Impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni
  • Rubare i buoi di Gerione
  • Rubare i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi
  • Portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli inferi, a Micene
IMMAGINE OPERA ERCOLE E L’IDRA CREDITI: ANTONIO DEL POLLAIOLO

In origine gli antichi greci associavano la figura di Ercole a quella dell’Inginocchiato, senza però attribuirgli un significato specifico; solo successivamente venne ribattezzata definitivamente con il nome di Ercole l’immagine dell’eroe nell’atto di inginocchiarsi, probabilmente comesegno di riposo dopo aver affrontato le dodici fatiche.

Ercole era venerato come simbolo di forza e abilità sia dai greci che dai romani, ed era ritenuto protettore degli sport e delle palestre. Fu onorato in numerosi santuari sparsi in tutta la Grecia e le sue tante imprese, espressione dell’altruismo e della forza fisica, lo fecero credere il fondatore dei Giochi Olimpici.

Sia greci che romani lo ritenevano un eroe sí valoroso e possente ma anche simbolo di generosità e altruismo: egli infatti conquistó la fama di grandezza morale oltre che fisica, e per tale motivo meritava un posto tra le stelle.

Grazie alla mano di Ercole
regna la Pace fra l’Aurora e il Vespero,
e nel luogo in cui il sole a mezzogiorno nega le ombre ai corpi;
tutta la terra bagnata dal lungo circuito di Teti è stata sottomessa alla fatica di Alcide.
Seneca, La follia di Ercole 883-888

Ma la parte più affascinate del mito di Ercole è quella legata alla Via Lattea: per i Greci Ercole era il figlio di Zeus e di Alcmena, una fanciulla vittima dei capricci del padre degli dei: narra la leggenda che Zeus si trasformò nel marito della giovane per possederla e da questa unione nacque l’eroe mitologico, che fu abbandonato ancora in fasce dalla sua mamma.

Zeus però teneva molto a quel figlio, per metà immortale, e fece in modo che sua moglie Era lo trovasse e lo allattasse: accadde che il bambino fu trovato e preso in braccio da Era, che lo portò al seno nel tentativo di allattarlo (secondo altre versioni fu Zeus ad avvicinarlo al seno di Era mentre la dea dormiva); il piccolo Ercole però si mosse bruscamente (o fu proprio Era ad allontanarlo) e così nacque una delle più belle storie della mitologia: il movimento, involontario oppure voluto, provocó uno schizzo di latte che raggiunse il cielo, creando il fiume di stelle che diede vita alla Via Lattea.

LA COSTELLAZIONE DEL SERPENTE

Nel cielo di giugno incontriamo un’altra costellazione tipica del periodo estivo, quella del Serpente, l’unica delle moderne costellazioni ad essere divisa in due parti, Testa del Serpente (ad Ovest) e Coda del Serpente (ad Est); nel mezzo si trova collocata la costellazione di Ofiuco, “colui che porta il serpente”.

La parte della Testa è quasi completamente a Nord dell’Equatore celeste, mentre la Coda è a cavallo di esso, lungo la parte terminale della Fenditura del Cigno.

Alfa Serpentis (Unukalhai) è la stella più brillante della costellazione: essa si trova nella Testa del Serpente ed è una stella arancione di magnitudine 2,63, distante 73 anni luce.

Età Serpentis è la seconda stella più luminosa della costellazione, una gigante o subgigante arancione con una magnitudine apparente di 3,26 e distante 60,5 anni luce dal Sistema Solare, situata nella Coda del Serpente.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR5854 α Serpentis Unukalhai 2.65 Multiple;
HR6869 η Serpentis   3.26 Variable; Double;
HR5881 μ Serpentis   3.53  
HR6561 ξ Serpentis   3.54 Variable; Double;
HR5867 β Serpentis   3.67 Multiple;
HR5892 ε Serpentis   3.71  
HR5789 δ Serpentis   3.8 Variable; Multiple;
HR5933 γ Serpentis   3.85 Variable; Multiple;
HR5879 κ Serpentis Gudja 4.09 Variable;
HR6581 ο Serpentis   4.26 Variable;
HR6446 ν Serpentis   4.33 Double;
HR5868 λ Serpentis   4.43 Variable;
HR5842 ι Serpentis   4.52 Multiple;
HR6710 ζ Serpentis   4.62  
HR7141 θ1 Serpentis Alya 4.62 Variable; Multiple;
HR5899 ρ Serpentis   4.76 Variable;
HR6093 σ Serpentis   4.82  
HR5972 π Serpentis   4.83  
HR7142 θ2 Serpentis   4.98 Multiple;
HR5694 5 Serpentis   5.06 Variable; Multiple;

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL SERPENTE

Mentre la parte della Testa giace lontano dalla Via Lattea, quella della Coda è invece adagiata sulla regione della nostra galassia che più a Nord è nota come Fenditura del Cigno e dell’Aquila, un complesso di polveri interstellari che offuscano stelle e oggetti.

IMMAGINE M5 CREDITI: FERNANDO OLIVEIRA DE MENEZES DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella Testa del Serpente si trova l’ammasso globulare M5, uno dei più brillanti del cielo: esso contiene più di 100.000 stelle ed è situato a un distanza di 24.500 anni luce dalla Terra.

Tra le nebulose situate nella costellazione, la più famosa è certamente la Nebulosa Aquila, M16.

IMMAGINE M16 CREDITI: Sh2-54 E M16 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La Nebulosa Aquila è una grande regione H II visibile nella Coda del Serpente: è uno degli oggetti più ripresi e fotografati, formato da un giovane ammasso aperto di stelle associato a una nebulosa a emissione composta da idrogeno ionizzato, catalogata come IC 4703.

M16 dista dalla Terra circa 7000 anni luce e contiene uno dei capolavori dell’Universo, il re degli oggetti deepsky, noto come I Pilastri della Creazione.

Il telescopio spaziale James Webb della NASA ha catturato un paesaggio lussureggiante e ricchissimo di dettagli: gli iconici Pilastri della Creazione, dove nuove stelle si stanno formando all’interno di dense nubi di gas e polvere. I pilastri tridimensionali sembrano maestose formazioni rocciose, ma sono molto più permeabili. Queste colonne sono composte da gas interstellare freddo e polvere che appaiono, a volte, semitrasparenti alla luce del vicino infrarosso.

IMMAGINE IC 4756 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Sull’estremità settentrionale della Coda del Serpente spicca l’ammasso IC 4756, formato da diverse decine di componenti. Nel Serpente c’è anche una galassia di aspetto molto singolare, nota come Oggetto di Hoag.

IMMAGINE OGGETTO DI HOAG CREDITI: NASA e Hubble Heritage Team (STScI/AURA); Ringraziamenti: Ray A. Lucas (STScI/AURA)

Un anello quasi perfetto di stelle blu calde volteggia attorno al nucleo giallo di una galassia insolita, nota come Oggetto di Hoag, in questa immagine della Wide Field and Planetary Camera 2 di Hubble. L’anello blu, dominato da ammassi di stelle giovani e massicce, contrasta nettamente con il nucleo giallo, composto per lo più da stelle più vecchie. Quella che sembra una “lacuna” che separa le due popolazioni stellari potrebbe in realtà contenere ammassi stellari quasi troppo deboli per essere visti.

IL SERPENTE NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia il serpente è il rettile associato alla figura di Ofiuco, che per i Greci rappresenta a sua volta Asclepio, guaritore e figlio di Apollo; il motivo per il qualesulla volta celesteOfiuco regga tra le mani un serpente non è ben chiaro, ma è probabile che ciò derivi dal fatto che una volta Asclepio ne uccise un esemplare, il quale riprese vita grazie ad un’erba miracolosa portata in bocca da un altro serpente e, successivamente, impiegata da Asclepio per resuscitare i morti.

Il serpente era l’emblema della rinascita, per via della sua caratteristica di mutare pelle ogni anno.

Ofiuco e Serpente sono dunque uniti e brillano insieme sulla volta celeste.

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Le costellazioni del mese di Maggio 2025

Mentre le costellazioni invernali sono oramai tramontate, nel cielo di maggio, ponendo lo sguardo ad Est, ci imbattiamo nelle figure che ci accompagneranno durante l’estate. Tra queste in prima serata fanno il loro ingresso il Boote, la Corona Boreale e la Chioma di Berenice.

Sono asterismi non particolarmente appariscenti ma degni di attenzione poiché, come la Chioma di Berenice, ricchi di oggetti del profondo cielo e di aneddoti che intrecciano la scienza al mito.

LA COSTELLAZIONE DI CHIOMA DI BERENICE

Un groviglio di stelle sparse sui sentieri celesti del mese di maggio,ma all’apparenza vicine, danno forma a una figura nota come la Chioma di Berenice.

“E ancora umida di pianto la dea mi pose nel firmamento, nuova stella fra quelle antiche. Io, sfiorando le costellazioni della Vergine e dell’ardente Leone, insieme con Callisto volgo ad occidente guidando il lento Boòte, che solo all’alba s’immerge nel profondo Oceano”.

Catullo, Carme 66

Situata tra il Boote e il Leone, come narrano i versi di Catullo, la costellazione è ben visibile nel cielo di maggio e sino alla fine di luglio, quando la vedremo declinare gradualmente verso Ovest.

La costellazione non spicca per luminosità poiché molte delle stelle che la compongono fanno parte di un ammasso aperto, situato a 250 anni luce e noto come Mel 111 o Ammasso della Chioma di Berenice.

La sua stella principale β Comae Berenices, di magnitudine apparente 4,23, ha una magnitudine assoluta  di poco più luminosa del Sole; α Comae Berenices è la seconda stella più luminosa della costellazione è possiede il nome di Diadem: si tratta di una stella binaria con una magnitudine +4,32 e si trova a 60 anni luce.

A comporre la costellazione c’è anche la stella binaria Al Dafirah, che dall’arabo significa “treccia”.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude
HR4983 β Comae Berenices   4.26
HR4737 γ Comae Berenices   4.36
HR4697 11 Comae Berenices   4.74
HR4920 36 Comae Berenices   4.78
HR4954 41 Comae Berenices   4.8
HR4707 12 Comae Berenices   4.81
HR4789 23 Comae Berenices   4.81
HR4894 35 Comae Berenices   4.9
HR4924 37 Comae Berenices   4.9
HR4883 31 Comae Berenices   4.94
HR4733 14 Comae Berenices   4.95
HR4667 7 Comae Berenices   4.95
HR4668     5
HR4738 16 Comae Berenices   5
HR4792 24 Comae Berenices   5.02
HR4663 6 Comae Berenices   5.1
HR4851 27 Comae Berenices   5.12
HR4717 13 Comae Berenices   5.18
HR4969 α Comae Berenices   5.22
HR4968 α Comae Berenices Diadem 5.22

OGGETTI NON STELLARI NELLA CHIOMA DI BERENICE

Tra ammassi e galassie, la costellazione è davvero ricca di oggetti del profondo cielo.

Uno di questi è M53, che appare visibile con un telescopio anche di piccole dimensioni: si tratta di un ammasso di grande interesse scientifico, che sappiamo abbondare di elementi chimici quali Ferro, Calcio, Titanio, Sodio e Ossigeno grazie alle rilevazioni dello spettrografo Hydra, montato nel telescopio Wisconsin- Indiana – Yale di 3,5 metri del National Optical Astronomy Observatory.

M53 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO

Per quanto riguarda le galassie presenti nella costellazione, una delle più note e riprese dagli astrofili è M64, conosciuta come Galassia Occhio Nero o Galassia Occhio del Diavolo: è una galassia a spirale che ha di fronte al suo  luminoso centro galattico una vistosa banda scura di polveri.

M64 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

Particolare è l’oggetto che possiamo ammirare nell’immagine realizzata da Lorenzo Busilacchi, che mostra l’oggetto Arp242 o Galassie dei Topi, una coppia di galassie interagenti scoperta da William Herschel nel 1785, che venne catalogato come NGC 4676; l’oggetto è situato a 300 anni luce dalla Terra. 

ARP 242 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

Un altro interessante oggetto deepsky che si trova nella Chioma di Berenice, a 40 milioni di anni luce, è la galassia a spirale barrata NGC 4725: con un telescopio di almeno 200 mm di apertura di riesce a individuare il suo luminoso nucleo e i suoi bracci esterni.

NGC 4725 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO

A 350 milioni di anni luce da noi c’è l’Ammasso della Chioma (Abell 1656), un ricco ammasso che comprende circa 1000 grandi galassie e migliaia di altre galassie più piccole: la mappatura completa è stata realizzata sono negli anni ’50 dagli astronomi dell’Osservatorio del Monte Palomar, che hanno stabilito come la maggior parte delle componenti dell’ammasso siano galassie ellittiche e lenticolari.

LA CHIOMA DI BERENICE NELLA MITOLOGIA

Regina cirenaica di rara bellezza, Berenice era la sposa del re egizio Tolomeo III: la devozione per il suo sposo era tale da spingere Berenice a consacrare la sua splendida chioma come pegno d’amore alla dea Afrodite, affinché favorisse il ritorno incolume di suo marito dalla guerra.

Quando il re tornò dalla sua amata regina, ad ella non rimase che tenere fede alla sua promessa, è così agghindó i suoi capelli in un raccolto, probabilmente una treccia, che poi tagliò, portandolo al tempio dedicato ad Afrodite.

Ma il giorno dopo di quel pegno d’amore non vi era  traccia, qualcuno lo aveva trafugato, gettando i sovrani nella rabbia e nella sconforto: a placare le ire ci pensò Conone di Samo, un matematico e astronomo dell’epoca, che tranquillizzó i sovrani asserendo di aver trovato lui la chioma della regina, in un posto speciale, ovvero di averla individuata sulla volta celeste: come ci suggeriscono i versi di Catullo, citati sopra, fu la stessa dea Afrodite a suggellare il gesto d’amore di Berenice per suo marito, trasformando la chioma in luminose stelle e ponendola nel cielo come eterno simbolo di devozione.

LA COSTELLAZIONE DEL BOOTE

Il Boote è una costellazione riconoscibile grazie ad una delle stelle più luminose del cielo notturno dopo Sirio, Canopo e Alfa Centauri, ovvero Arturo.

La stella alfa del Boote è una gigante rossa con un diametro di 35 milioni di kilometri,  grande circa 25 volte il Sole e luminosa circa 113 volte la nostra stella, ma se teniamo conto di tutte le bande dello spettro elettromagnetico allora possiamo affermare che Arturo arriva ad una luminosità totale circa 200 volte quella della nostra stella.

Alfa Boo è situata a una distanza di 36,7 anni luce da noi e, pur appartenendo all’emisfero boreale, la sua posizione 19° a Nord dell’equatore celeste, fa sì che Arturo sia visibile da tutte le aree popolate della Terra.

Nella costellazione sono presenti stelle variabili come W Bootis, molto luminosa, e stelle doppie come v1 – v2 Bootis e risolvibili anche con un binocolo.

Tabella delle stelle della Costellazione del Bootes

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR5340 α Boötis Arcturus -0.04 Variable;
HR5235 η Boötis Muphrid 2.68 Double;
HR5506 ε Boötis Izar 2.7 Multiple;
HR5435 γ Boötis Seginus 3.03 Variable; Multiple;
HR5681 δ Boötis   3.47 Variable; Double;
HR5602 β Boötis Nekkar 3.5 Variable;
HR5429 ρ Boötis   3.58 Variable; Double;
HR5404 θ Boötis   4.05 Variable; Double;
HR5200 υ Boötis   4.07 Variable;
HR5351 λ Boötis Xuange 4.18 Variable;
HR5733 μ1 Boötis Alkalurops 4.31 Variable; Multiple;
HR5478 ζ Boötis   4.43 Variable; Multiple;
HR5447 σ Boötis   4.46 Variable; Multiple;
HR5185 τ Boötis   4.5 Variable; Double;
HR5329 κ2 Boötis   4.54 Variable; Double;
HR5616 ψ Boötis   4.54  
HR5544 ξ Boötis   4.55 Variable; Multiple;
HR5502 ο Boötis   4.6  
HR5350 ι Boötis   4.75 Variable; Multiple;
HR5618 44 Boötis   4.76 Variable; Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL BOOTES

Il Boote non ospita molti oggetti del profondo cielo e il più noto è l’ammasso globulare NGC 5466, distante50.000 anni luce e risolvibile con telescopi di almeno 250 mm di diametro.

NGC 5466 Crediti: ESA/Hubble

IL BOOTE NELLA MITOLOGIA

La mitologia greca narra del Boote in relazione all’Orsa Maggiore, nella vicenda che vede coinvolta la ninfa Callisto, figlia del re di Arcadia, Licaone, e ancella di Artemide.

La fanciulla era un’abile cacciatrice e, come tutte le ninfe al seguito di seguito di Artemide, aveva fatto voto di castità.

Vi sono diverse versioni che narrano di Callisto e dalla sua triste storia:  la bellissima ninfa era divenuta l’oggetto (ennesimo) del desiderio di Zeus che la trasformò in un’orsa per sottrarla all’ira funesta di Era, dopo che Zeus aveva giaciuto con lei.

Un’altra legenda narra che fu proprio Artemide a trasformare Callisto in un’orsa, come punizione, dopo aver scoperto lo stato di gravidanza della sua ancella che, ricordiamo, aveva fatto voto di castità.

In ogni caso la metamorfosi di Callisto avvenne dopo aver dato alla luce Arcade, un bellissimo bambino che venne allevato da Artemide e le altre sue ancelle.

Una volta diventato un giovane uomo, Arcade venne a conoscenza di un’ orsa che si aggirava nel bosco, e si mise sulle tracce per ucciderla.

Dopo essere riuscito a scovarla, Arcade si preparò ad ucciderla, ignorando che in realtà l’animale incarnasse la sua mamma: mentre il giovane era sul punto di colpire la povera orsa con una lancia, Zeus, impietosito, fermò il tempo e trasformò sia l’orsa che Arcade in stelle, collocandoli sulla volta celeste.

Nel cielo madre e figlio brillano vicini, prolungando infatti la “coda”dell’Orsa Maggiore, costellazione che rappresenterebbe Callisto, si arriva alla stella Arturo del Boote, che rappresenta invece Arcade; il nome dell’astro significa proprio “inseguitore dell’orsa”.

LA COSTELLAZIONE DELLA CORONA BOREALE

Dal mese di maggio e per tutta l’estate possiamo ammirare la Corona Boreale, un piccolo diadema di stelle posto tra Ercole e Boote.

La stella principale della costellazione è Alphecca o Gemma, una binaria a eclisse con magnitudine 2,2 e distante dalla Terra 75 anni luce.

CORONA BOREALE CREDITI: GIUSEPPE J. DONATIELLO

Le altre stelle più luminose che compongono la Corona Boreale sono Nusakan (Beta Corona Borealis) e Gamma Corona Borealis.

Tabella delle stelle della Costellazione del Bootes

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR5958     2 Variable; Double;
HR5793 α Coronae Borealis Alphecca 2.23 Variable;
HR5747 β Coronae Borealis Nusakan 3.68 Variable; Double;
HR5849 γ Coronae Borealis 3.84 Variable; Double;
HR5778 θ Coronae Borealis 4.14 Variable; Double;
HR5947 ε Coronae Borealis 4.15 Multiple;
HR5889 δ Coronae Borealis 4.63 Variable;
HR6018 τ Coronae Borealis 4.76 Variable; Double;
HR5901 κ Coronae Borealis 4.82 Double;
HR6103 ξ Coronae Borealis 4.85 Double;
HR5971 ι Coronae Borealis 4.99 Variable;
HR5834 ζ2 Coronae Borealis 5.07 Double;
HR5800 μ Coronae Borealis 5.11  
HR6107 ν1 Coronae Borealis 5.2 Variable; Multiple;
HR6108 ν2 Coronae Borealis 5.39  
HR5968 ρ Coronae Borealis 5.41 Double;
HR5936 λ Coronae Borealis 5.45 Double;
HR5709 ο Coronae Borealis 5.51 Variable; Double;
HR5855 π Coronae Borealis 5.56  
HR5957     5.62  

OGGETTI NON STELLARI NELLA CORONA BOREALE

La piccola costellazione ospita un ammasso di galassie, Abell2065, situato a un miliardo di anni luce dal nostro Sistema Solare, con magnitudine 15.

L’ammasso fa parte di uno dei più grandi e particolari superammassi di galassie dell’emisfero boreale, ovvero il Superammasso della corona Boreale.

Esso si trova a 946 milioni di anni luce e contiene sette ammassi, di cui Abell 2056, 2061, 2065, 2067 e 2089 sono legati gravitazionalmente e sono nella fase di collasso per formare un grosso ammasso.

LA CORONA BOREALE NELLA MITOLOGIA

Una corona di stelle, un dono di nozze e il legame tra mitologia e volta celeste: pare infatti che il dio Dioniso si innamoròperdutamente di Arianna,figlia di Minossee promessa sposadi Teseo; la giovane fanciulla però fu lasciatada Teseo prima del matrimonio, sull’isola di Nasso: dall’evento pare sia nata la  locuzione  “piantare in Nasso”.

Quando il dio la vide piangere, inconsolabile per l’abbandono subito, decise di regalarle una meravigliosa e brillante corona come dono di nozze.

Il diadema donato ad Arianna si trasformò in stelle dopo che il dio Efesto lo ebbe lanciato in cielo e lì rimase a brillare per l’eternità.

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Le costellazioni del mese di Aprile 2025

Tutte le sere, quando si apre il sipario della notte, nel cielo nero si accendono le stelle e inizia lo spettacolo che da millenni mette in scena storie in cui si muovono eroi dotati di superpoteri, mostri e ibridi da fantascienza, fanciulle più divine che terrestri: tutti impegnati in un repertorio d’amori e d’avventure ai confini della realtà.

Margherita Hack

Nel cielo di aprile incontriamo le costellazioni della Vergine e dei Cani da Caccia, ricche di oggetti molto amati dagli astrofili e circondate da storie e leggende mitologiche.

LA COSTELLAZIONE DELLA VERGINE

Quella della Vergine è una costellazione molto estesa (circa 1300 gradi quadrati) la seconda più ampia della volta celeste dopo l’Hydra; l’asterismo è posto tra quello del Leone e quello della Bilancia ed è facilmente individuabile grazie alla sua stella più brillante Spica (alfa Virginis), un astro di colore bianco-azzurro che con la sua magnitudine di 1.04 si colloca al quindicesimo posto tra le stelle più brillanti del cielo notturno.

Spica è situata a una distanza di 262 anni luce e si trova in direzione della mano della fanciulla che la costellazione della Vergine rappresenta, indicando una spiga di grano stretta tra le dita.

Insieme alle stelle Arturo del Boote e Denebola del Leone, Spica costituisce uno dei vertici del Triangolo primaverile.

Tra gli astri che compongono la costellazione della Vergine la seconda più luminosa è Porrima (gamma Virginis), una stella doppia di magnitudine apparente di 2.74, le cui componenti sono di pari colore (giallastro); il sistema binario è posto a una distanza di 39 anni luce.

Al terzo posto per luminosità brilla la stella gigante gialla Vindemiatrix (epsilon Virginis) o Vendemmiatrice, che possiede una magnitudine di 2.85, distante 102 anni luce: le origini del nome di questa stella risalgono a più di 2.000 anni fa quando epsilon Virginis sorgeva alle prime luci dell’alba a inizio settembre, periodo in cui si svolgeva la vendemmia.

A causa della Precessione degli Equinozi, le cose ad oggi sono un po’ variate, e Vindemiatrix ha lasciato il posto agli astri della costellazione del Leone.

Tabella delle stelle della Costellazione della Vergine

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes  
HR5056 α Virginis Spica 0.98 Variable; Multiple;  
HR4932 ε Virginis Vindemiatrix 2.83 Variable; Double;  
HR5107 ζ Virginis Heze 3.37    
HR4910 δ Virginis Minelauva 3.38 Variable; Double;  
HR4540 β Virginis Zavijava 3.61 Multiple;  
HR4825 γ Virginis Porrima 3.65 Variable; Multiple;  
HR4826 γ Virginis   3.68 Variable; Multiple;  
HR5511 109 Virginis   3.72 Variable;  
HR5487 μ Virginis   3.88    
HR4689 η Virginis Zaniah 3.89 Variable; Multiple;  
HR4517 ν Virginis   4.03 Variable;  
HR5338 ι Virginis Syrma 4.08 Variable;  
HR4608 ο Virginis   4.12    
HR5315 κ Virginis Kang 4.19    
HR5264 τ Virginis   4.26 Multiple;  
HR4963 θ Virginis   4.38 Multiple;  
HR5601 110 Virginis   4.4    
HR5359 λ Virginis Khambalia 4.52 Variable;  
HR4589 π Virginis   4.66    
HR4813 χ Virginis   4.66 Multiple;  

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELLA VERGINE

Nella costellazione della Vergine risiedono oggi del profondo cielo davvero affascinanti: uno dei più importanti è l’ammasso di galassie della Vergine, composto da circa

2. 500 membri e che a sua volta fa parte del Superammasso della Vergine, di cui fa parte anche il Gruppo Locale, ovvero il gruppo di galassie a cui appartiene la nostra Via Lattea.

IMMAGINE CATENA DI MARKARIAN CREDITI: GIANNI MELIS

Parte dell’Ammasso della Vergine è composto dall’oggetto deep sky noto come Catena di Markarian: si tratta di una striscia di galassie disposta lungo una linea vagamente incurvata, che prende il nome dall’astrofisico armeno Benjamin Markarian, il quale scoprì il moto comune della galassie nei primi anni 60.

Tra gli altri oggetti non stellari nella Vergine come non citare uno dei più noti del profondo cielo, ovvero M87, la galassia che con il suo getto relativistico e l’emissione di raggi X e gamma rappresenta un importante oggetto di studio nell’ambito dell’astronomia e radio astronomia.

IMMAGINE M87 CREDITI: NASA, ESA e Hubble Heritage Team (STScI/AURA); Riconoscimenti: P. Cote (Herzberg Institute of Astrophysics) ed E. Baltz (Stanford University)

La galassia ospita un buco nero supermassiccio e una famiglia di circa 15.000 ammassi globulari: il getto rilasciato dal centro galattico è un flusso di materiale alimentato dal buco nero che viene espulso dal nucleo di M87. Mentre il materiale gassoso dal centro della galassia si accumula sul buco nero, l’energia rilasciata produce un flusso di particelle subatomiche che vengono accelerate a velocità prossime a quella della luce.

La Vergine ospita una scenografica coppia di galassie nota come Arp 240, composta da galassie a spirale di massa e dimensioni simili, NGC 5257 e NGC 5258. Le galassie interagiscono visibilmente tra loro tramite un ponte di stelle fioche che le collega.

IMMAGINE ARP 240 CREDITI: Hubble Collaboration e A. Evans (University of Virginia, Charlottesville/NRAO/Stony Brook University)

Infine un ultimo sguardo su un’altra galassia molto conosciuta, ovvero M104, nota come Galassia Sombrero

M104 CREDITI: GIANNI MELIS

LA VERGINE NELLA MITOLOGIA

La costellazione della Vergine viene rappresentata come una fanciulla con in mano delle spighe: l figura è da sempre associata al chicco di grano che muore e rinasce, al periodo dei raccolti, alla mietitura, da cui deriva proprio il nome della Stella alfa della costellazione, ovvero Spica, che è visibile dopo il tramonto proprio durante i mesi primaverili ed estivi.

Nella mitologia la figura della Vergine mette d’accordo un po’ tutte le antiche popolazioni, dai Sumeri agli Egizi, ai greci: ad essa si associa l’alternarsi delle stagioni e del ciclo della vita.

La mitologia greca ci porta in Sicilia, sulle rive del Lago di Pergusa, nell’entroterra ennese, dove una giovane fanciulla di nome Proserpina, figlia di Demetra, (dea dell’agricoltura e della fertilità) , era intenta a raccogliere dei fiori quando, da una fenditura del terreno, uscì fuori un cocchio trainato da quattro cavalli e condotto dal dio dell’oltretomba Plutone, che rapí la giovane (il famoso ratto di Proserpina) facendone la sua sposa e trascinandola con sé negli inferi.

Demetra, dopo averla cercata ovunque, fu mossa da una disperazione tale da lasciar calare un lungo e freddo inverno sulla campagna siciliana, provocando devastazione e terreni non più fertili.

Dopo qualche tempo la dea interpelló il dio del Sole Elio, testimone del rapimento di Proserpina: fu allora che Demetra si recò da Giove minacciando di far morire ogni forma di vita esistente se non le fosse restituita sua figlia.

Plutone a quel punto, incalzato da Giove, acconsentí a rendere la fanciulla a sua madre, ma bleffando: egli infatti offrì a Proserpina un melograno avvelenato di cui ella però mangiò solo pochi semi.

Gli dei, mossi dalla pena e dalle minacce di Demetra, stabilirono un compromesso: Proserpina avrebbe vissuto per sei mesi negli inferi con Plutone e sei mesi sulla Terra con sua madre.

Questo alternarsi tra l’ombra e la luce è il simbolo del chicco che muore e rinasce e del continuo incedere delle stagioni e della vita stessa.

LA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA

Alta sull’orizzonte orientale, nel mese di aprile, possiamo osservare la costellazione dei Cani di Cacci.

Posta accanto alla Chioma di Berenice, tra il Boote e l’Orsa Maggiore, questa costellazione appare visibile nel cielo primaverile ed estivo.

La sua stella principale, alfa Canum Venaticorum, è nota anche come Cor Caroli, ed è una stella doppia di magnitudine 2,89 distante 110 anni luce, risolvibile già attraverso l’impiego di un buon telescopio.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR4915 α2 Canum Venaticorum Cor Caroli 2.9 Variable; Double;
HR4785 β Canum Venaticorum Chara 4.26 Variable;
HR5112 24 Canum Venaticorum   4.7 Variable;
HR5017 20 Canum Venaticorum   4.73 Variable;
HR5219     4.74 Variable;
HR4716 5 Canum Venaticorum   4.8 Variable;
HR5127 25 Canum Venaticorum   4.82 Multiple;
HR4997     4.92  
HR5110     4.98 Variable;
HR4846   La Superba 4.99 Variable;
HR4728 6 Canum Venaticorum   5.02  
HR5023 21 Canum Venaticorum   5.15 Variable;
HR4943 14 Canum Venaticorum   5.25 Variable;
HR4690 3 Canum Venaticorum   5.29  
HR4783     5.42  
HR5186     5.5 Double;
HR5032 23 Canum Venaticorum   5.6  
HR4914 α1 Canum Venaticorum   5.6 Double;
HR5195     5.62  
HR4945     5.63 Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA

Questa è una costellazione che ospita davvero molti interessanti oggetti del profondo cielo, ripresi facilmente anche in maniera amatoriale.

Uno di questi è senza dubbio Messier 106, una galassia a spirale relativamente vicina, a poco più di 20 milioni di anni luce di distanza.

A 100 milioni di anni luce da noi è presente un ammasso di una ventina di galassie, il cosiddetto ammasso Hickson Compact Group 68, uno dei più luminosi ed appariscenti gruppi del catalogo Hickson.

HGC 68 CREDITI: GIUSEPPE LIVRIERI

Nella costellazione è presente anche un luminoso ammasso globulare noto come M3, uno dei più brillanti del cielo.

L’ammasso è visibile già all’oculare di un buon binocolo, per rivelarsi al meglio attraverso l’utilizzo di un telescopio anche amatoriale.

Le notti di primavera sono l’ideale per accingersi all’osservazione di M3.

I CANI DA CACCIA TRA MITO E STORIA

Nel 1687 l’astronomo polacco Johannes Hevelius formò la costellazione dei Cani da Caccia, inserendola tra il Boote e l’Orsa Maggiore, in una regione di cielo a suo dire troppo vuota e che bisognava integrare con un oggetto che comprendesse anche la stella Cor Caroli, Cuore di Carlo (ll d’Inghilterra).

Perché la scelta fosse ricaduta proprio su due cani da caccia non è ben chiaro: essi venivano attribuiti ora al Boote ora all’Orsa Maggiore.

Un’altra storia ci porta tra gli intrighi della corona inglese, dove il medico di corte Charles Scarborough denominó una stella con l’appellativo di Cor Caroli, in onore di Carlo l, in seguito alla sua decapitazione durante la guerra civile inglese.

Successivamente Edmund Halley associó l’astro a Carlo ll, salito al trono dopo la morte del padre: il monarca accolse con entusiasmo che il suo nome fosse tra le stelle e, mosso forse da una certa riconoscenza nei confronti di Halley, decise di dare il via alla realizzazione di uno dei più illustri osservatori del mondo: l’osservatorio Astronomico di Greenwich.

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Le costellazioni del mese di Marzo 2025

Nel cielo di Marzo troveremo costellazioni sia facili che meno note e luminose: la Costellazione del Leone, la Costellazione del Leone Minore e la Costellazione della Giraffa.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE

Una delle costellazioni protagoniste del cielo primaverile, che transita al meridiano intorno al  15 di aprile, è indubbiamente la Costellazione del Leone: essa è posta tra il Cancro e la Vergine ed è osservabile già dalla prima serata; per riconoscerla sarà sufficiente individuare la tipica forma trapezoidale che la identifica, di cui la stella Regolo (alfa Leonis) costituisce uno dei suoi vertici (quello orientato a Sud-Ovest).

Regolo è un sistema stellare composto da quattro stelle divise in due coppie; con la sua magnitudine +1,40 è la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno. Dista circa 79 anni luce da noi e la sua vicinanza all’Equatore celeste fa sì che possa essere osservata da tutte le aree popolate della Terra.

Con il suo colore bianco-azzurro, Regolo si rende facilmente visibile nelle serate primaverili e, insieme ad altre stelle della costellazione del Leone, va a comporre un asterismo chiamato Falce.

Si tratta di un oggetto molto brillante, noto anche come Falce Leonina, la cui forma richiama appunto quella dell’oggetto di cui porta il nome.

Il vertice Sud-Orientale della figura del Leone è costituito dalla stella Denebola, che rappresenta la coda dell’animale: è una delle stelle più vicine a noi, trovandosi a 36 anni luce di distanza; con la sua luce bianca è circa 17 volte più luminosa del Sole.

Denebola è una stella variabile della tipologia Delta Scuti, con una luminosità che varia leggermente nel giro di poche ore.

Da studi cinematici risulta che Denebola potrebbe essere una componente di un’associazione stellare di cui fanno parte anche Alpha Pictoris, Beta CanisMinoris e l’ammasso aperto IC 2391.

Numero HR(*) Designazione della stella Nome proprio Magnitudine visiva Appunti
HR3982 Un leone Regolo 1.35 Variabile; Multiplo;
HR4534 ß Leone Denebola 2.14 Variabile; Multiplo;
HR4357 dLeoni Zosma 2.56 Variabile; Multiplo;
HR4057 ?1 Leone Algieba 2.61 Variabile; Multiplo;
HR3873 E Leonis   2,98 Variabile;
HR4359 ? Leoni Certan 3.34 Variabile;
HR4031 ? Leoni Adhafera 3.44 Variabile; Doppio;
HR3975 E Leonide   3.52 Variabile; Doppio;
HR3852 o Leonis Subra 3.52 Multiplo;
HR4058 ?2 Leoni   3.8 Variabile; Multiplo;
HR4133 ? Leonis   3,85 Variabile;
HR3905 µ Leonis Rasala 3.88  
HR4399 Io Leonis   3.94 Variabile; Doppio;
HR4386 s Leonis   4.05  
HR4471 di Leonis   4.3 Raddoppiare;
HR3773 ? Leoni Alterf 4.31 Variabile;
HR3980 31 Leoni   4.37 Raddoppiare;
HR4300 60 Leoni   4.42  
HR3731 e Leonis   4.46 Variabile; Multiplo;
HR4368 f Leoni   4.47 Raddoppiare;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL LEONE

GALASSIA A SPIRALE NGC 2903 CREDITI: ESA/Hubble, NASA e L. Ho, J. Lee e il team PHANGS-HST

La costellazione del Leone ospita diversi oggetti non stellari come le galassie M65M66M105 e NGC 2903: quest’ultima, oltre ad essere una galassia a spirale barrata, è anche l’oggetto più brillante della costellazione e possiamo ammirarne i dettagli nell’incredibile immagine ad alta risoluzione catturata dal Telescopio Spaziale HUBBLE, attraverso l’utilizzo della Advanced Camera for Surveys (ACS) e la Wide Field Camera 3 (WFC3).

TRIPLETTO DEL LEONE CREDITI: MASSIMO DI FUSCO

Le Galassie M66, M65 e NGC 3628 formano il famigeratoTripletto del Leone, che si trova a 35 milioni di anni luce dalla Terra. Entro i confini della costellazione sono stati scoperti anche diversi sistemi planetari: attorno alla nana rossa Gliese 436, posta a 33 anni luce dal Sole, orbita un pianeta la cui massa è simile a quella di Nettuno; vi è poi la stella HD 102272 attorno alla quale orbitano due pianeti di tipo giovano.

IL LEONE NELLA MITOLOGIA

Nota già sin dai tempi dei Babilonesi per la sua identificazione con il Sole, poiché ospitava il Solstizio d’Estate, la costellazione del Leone è mitologicamente legata alla figura di Ercole.

Secondo il mito, la dea Era possedeva un famelico leone che tormentava il popolo di Nemea: l’animale, dotato di una spessa e invulnerabile pelliccia, sembrava essere immune a qualsiasi arma.

Nell’impresa di cacciarlo e ucciderlo vi riuscì solamente Ercole, che dopo aver sconfitto la feroce bestia, la scuoiò, indossando da quel momento la pelliccia impenetrabile del leone. La fierezza dell’animale fu tramutata in stelle da Zeus, che collocò la sua figura sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE

Nel cielo serale di marzo possiamo cercare la piccola costellazione del Leone Minore: essa raffigura un cucciolo di leone e fu introdotta nel 1687dall’astronomo polacco Johannes Hevelius.

La costellazione è situata tra quella del Leone e dell’Orsa Maggiore, composta da debole stelli che non appartenevano a nessun’altra figura celeste.

Una curiosità riguardo a questo asterismo è che nonostante abbia una stella beta, non possegga una stella alfa: pare che proprio il fautore della costellazione non si preoccupò di classificare le stelle che aveva raggruppato nel Leone Minore e così circa 150 anni dopo, l’astronomo inglese Francis Baily, assegnò la lettera Beta alla seconda stella in ordine di brillantezza del Leone Minore, ma lasciò senza denominazione la più brillante!

Si tratta di Praecipua, una stella gigante di classe spettraleK0 situata ad una distanza di circa 98 anni luce, che ha una magnitudine apparente di 3,83.

La stella beta del Leone Minore è una binaria di magnitudine 4,2 e le sue componenti orbitano tra loro in un periodo di 37 anni.

Numero HR(*) Designazione della stella Nome proprio Magnitudine visiva Appunti
HR4247 46 Leone Minore Precipuo 3.83 Variabile;
HR4100 ß Leone Minore 4.21 Raddoppiare;
HR3974 21 Leoni Minori 4.48 Variabile;
HR3800 10 Leoni Minori 4.55 Variabile;
HR4166 37 Leone Minore 4.71  
HR4090 30 Leoni Minori 4.74  
HR4192 41 Leone Minore 5.08  
HR3928 19 Leoni Minori 5.14  
HR4203 42 Leone Minore 5.24 Raddoppiare;
HR4024 23 Leoni Minori 5.35  
HR3951 20 Leoni Minori 5.36 Raddoppiare;
HR3769 8 Leoni Minori 5.37 Variabile;
HR3815 11 Leone Minore 5.41 Variabile; Doppio;
HR4081 28 Leone Minore 5.5  
HR4189 40 Leoni Minori 5.51 Multiplo;
HR4137 34 Leone Minore 5.58  
HR4113 32 Leoni Minori 5.77  
HR3993     5,85 Variabile;
HR4168 38 Leone Minore 5,85  
HR3764 7 Leoni Minori 5,85 Multiplo;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE

Uno degli oggetti non stellari più brillanti della costellazione è la galassia NGC 3344, ben visibile con un telescopio di 150 mm di apertura.

NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI

Vi sono poi altre galassie di facile osservazione come NGC 3486 e NGC 2859, anche se l’oggetto più misterioso presente nella costellazione è quello denominato come Hanny’s Voorwerp: dall’olandese “Oggetto di Hanny”,  si tratta di un bizzarro oggetto che il telescopio della NASA/ESA, ha immortalato come  un’insolita e spettrale macchia di gas verde che sembra fluttuare vicino a una galassia a spirale dall’aspetto normale, chiamata IC 2497.

HANNY’S VOORWERP CREDITI: NASA, ESA, William Keel (Università dell’Alabama, Tuscaloosa) e il team del Galaxy Zoo

L’oggetto  verdastro è visibile perché è stato illuminato da un fascio di luce proveniente dal nucleo della galassia. Questo fascio proveniva da un quasar, un oggetto luminoso ed energetico alimentato da un buco nero.

Il quasar potrebbe essersi spento negli ultimi 200.000 anni.

LA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA

In una remota area di cielo compresa tra Orsa Maggiore, Cassiopea e Auriga, è posta la costellazione della Giraffa, nota anche come Camelopardalis.

Si tratta di una costellazione circumpolare difficilmente riconoscibile ad occhio nudo, soprattutto da un cielo urbano, proprio perché è collocata in una regione buia della volta celeste ed è composta da stelle molto deboli.

La più luminosa della Giraffa è Beta Camelopardalis, una supergigante gialla di magnitudine +4,03 distante circa 900 anni luce.

Alfa Camelopardalis è invece una stella supergigante blu con magnitudine apparente di +4,29, distante 5240 anni luce.

Numero HR(*) Designazione della stella Nome proprio Magnitudine visiva Appunti
HR1603 ß Giraffa   4.03 Multiplo;
HR1035     4.21 Variabile; Doppio;
HR1542 a Giraffa   4.29  
HR1155     4.47 Variabile;
HR1568 7 Giraffe   4.47 Multiplo;
HR1040     4.54  
HR2527     4.55  
HR1148 ? Giraffa   4.63 Multiplo;
HR1129     4.8 Raddoppiare;
HR2209     4.8  
HR985     4.84 Variabile; Doppio;
HR2742     4,96 Variabile;
HR1205     5 Raddoppiare;
HR1204     5.03  
HR1686     5.05 Multiplo;
HR1467 3 Giraffe   5.05 Variabile; Doppio;
HR1242     5.06  
HR1622 11 Giraffe 5.08 Variabile; Multiplo;
HR1046     5.09 Variabile; Multiplo;
HR1105     5.1 Variabile;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA

Questa costellazione è tuttavia ricca di vari oggetti del profondo cielo: tra questi c’è l’ammasso 1502, composto da una cinquantina di stelle osservabile già con un buon binocolo.

NGC 1502 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO

Nei pressi dell’ammasso si trova un oggetto davvero affascinante, la cosiddetta Cascata di Kemble, un asterismo che appare come una sequenza di stelle di diversi colori e luminosità, disposte e allineate sono per un effetto prospettico.

Addentrandoci ancora nel profondo cielo in direzione della Giraffa, incontriamo la galassia a spirale intermedia NGC 2403, un oggetto molto amato dagli astrofili.

NGC 2403 CREDITI: MASSIMO DI FUSCO

Nell’immagine di seguito, realizzata da Lino Benz del Gruppo Astrofili del Salento, possiamo apprezzare una serie di oggetti nella Giraffa: si tratta di vdB 14,vdB 15, Sh2-202 e Stock 23.

VDB14, VDB 15, SH2-202, STOCK 23 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO

vdB 14  e vdB 15 sono rispettivamente una piccola nebulosa a riflessione e una brillante nebulosa a riflessione, che si trova a circa 2600 anni luce da noi all’interno della nostra galassia.

Sh2-202 è un’estesa nebulosa diffusa visibile al confine fra le costellazioni di Cassiopea e della Giraffa. Èindividuabile ad  est del Complesso delle nebulose Cuore e Anima, nel punto in cui la scia luminosa della Via Lattea sembra interrompersi bruscamentea causa di grossi banchi di polveri oscure.

L’altro oggetto presente nell’immagine è Stock 23, classificato talvolta come ammasso aperto e talvolta come un semplice asterismo.

Trattandosi di una costellazione creata da PetrusPlancius nel 1612, quella della Giraffa non possiede riferimenti mitologici.

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Le costellazioni del mese di Febbraio 2025

Nel cielo di febbraio troveremo le costellazioni che caratterizzano l’inverno boreale: in prima serata brillano inconfondibili le figure di Orione, Toro, Auriga, Gemelli e il Cane Maggiore con la sua luminosa Sirio.

LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI

In questo mese la volta celeste ci offre la visione delle stelle Castore e Polluce, simbolo della costellazione dei Gemelli, che transita al meridiano intorno al 20 febbraio: con una magnitudine di 1,6 e distante circa 52 anni luce da noi, Castore è composta da tre coppie di stelle aventi una complessa interazione gravitazionale tra di loro; sebbene Castore venga indicata come la stella alfa della costellazione, è in realtà meno luminosa di Polluce.

Beta Geminorum, ovvero Polluce, è una gigante  di colore arancione con una magnitudine di 1,15 ed è situata a 34 anni luce da noi.

La classificazione delle stelle alfa e beta dei Gemelli è un po’ controversa: benché Polluce sia più brillante di Castore, tanto da occupare il 17° posto nella lista delle 20 stelle più luminose del cielo notturno, come già accennato è Castore a rivestire il ruolo di stella principale della costellazione.

Johann Bayer, autore del primo atlante celeste, decise di assegnare il ruolo di stella alfa dei Gemelli a Castore, ma Polluce in realtà detiene un premio di consolazione molto importante: è una delle poche stelle visibili attorno a cui ruota un pianeta.

Circa 10 anni fa infatti è stato scoperto un pianeta gigante gassoso simile a Giove, che compia un’orbita completa attorno alla sua stella in 590 giorni, a cui è stato dato il nome di Polluce b.

Nella costellazione si trovano anche altre stelle molto più luminose di Castore e Polluce, ma più distanti, quindi meno brillanti, come Alhena e Mebsuta: la prima è un subgigante bianca di magnitudine 1,93 e distante 105 anni luce da noi.

La seconda è una supergigante gialla di magnitudine assoluta – 4,15 e distante 903 anni luce.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2990 β Geminorum Pollux 1.14 Variable; Multiple;
HR2421 γ Geminorum Alhena 1.93 Multiple;
HR2891 α Geminorum Castor 1.98 Variable; Multiple;
HR2890 α Geminorum   2.88 Multiple;
HR2286 μ Geminorum Tejat 2.88 Variable; Multiple;
HR2473 ε Geminorum Mebsuta 2.98 Variable; Double;
HR2216 η Geminorum Propus 3.28 Variable; Multiple;
HR2484 ξ Geminorum Alzirr 3.36 Variable;
HR2777 δ Geminorum Wasat 3.53 Multiple;
HR2985 κ Geminorum   3.57 Double;
HR2763 λ Geminorum   3.58 Variable; Multiple;
HR2540 θ Geminorum   3.6 Multiple;
HR2650 ζ Geminorum Mekbuda 3.79 Variable; Multiple;
HR2821 ι Geminorum   3.79  
HR2905 υ Geminorum   4.06 Variable; Double;
HR2343 ν Geminorum   4.15 Multiple;
HR2134 1 Geminorum   4.16 Variable; Multiple;
HR2852 ρ Geminorum   4.18 Multiple;
HR2973 σ Geminorum   4.28 Variable; Double;
HR2697 τ Geminorum   4.41 Variable; Multiple;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI

Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nei Gemelli troviamo IC443, nota come Nebulosa Medusa, una nebulosa planetaria a circa 5000 anni luce di distanza, soggetto molto amato dagli astrofili.

Ripresa di IC443. Crediti di Lorenzo Busilacchi

Sempre a proposito di nebulose vale la pena citare NGC2392, ovvero la scenografica Nebulosa Eskimo, a 6500 anni luce di distanza.

NGC 2392 Nebulosa Eskimo CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

Nella costellazione sono presentigli ammassi M35 e NGC 2158, entrambi prospetticamente vicini e individuabili già con un buon binocolo.

IMMAGINE M35 E NGC 2158 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI

I GEMELLI NELLA MITOLOGIA

I due gemelli per antonomasia sono protagonisti di varie pagine di mitologia greca: al centro delle vicende c’è anche (come sempre!) Zeus, che sappiamo essere molto determinato quando si tratta di sedurre una delle sue vittime prescelte, e di ricorrere alle sue note metamorfosi in animali per riuscirci.

Avendo perso la testa per Leda, nipote di Ares e regina di Sparta, Zeus si trasformò in cigno e possedette la giovane mentre passeggiava sulla riva del fiume: dall’uovo concepito (o forse erano due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte Leda giacque con suo marito Tindaro, non v’è certezza sulla reale paternità dei nascituri.

A Zeus furono attribuiti i gemelli immortali Polluce ed Elena (di Troia), mentre il re Tindaro riconobbe la paternità di Castore e Clitennestra.

Nonostante questa classificazione, Castore e Polluce ebbero l’appellativo di Dioscuri, è quindi riconosciuti sia come figli di Zeus che di Tindaro.

Castore era un domatore di cavalli mentre Polluce si distingueva come un pugile formidabile; entrambi nutrivano un forte sentimento fraterno l’uno per l’altro ed erano inseparabili, tanto da prendere insieme parte anche alla famosa spedizione degli Argonauti e, tra le tante avventure, sfidarono addirittura Teseo.

Un evento fatale li vide però coinvolti, segnando il loro destino: per una storia di donne e bestiame, i due gemelli mitologici si trovarono a battersi in duello con un’altra coppia di gemelli, Ida e Linceo.

Nella sfida fu Castore ad avere la peggio tanto che Polluce, dilaniato dal dolore per la perdita dell’amato fratello, implorò Zeus affinché potesse lasciare la terra insieme a lui.

Zeus fu impietosito dalle lacrime di suo figlio e concesse a Polluce di poter condividere con Castore un abbraccio eterno impresso sul manto celeste, brillando nelle stelle a cui danno il nome.

LA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

Nel pieno dell’inverno boreale possiamo ammirare nel cielo la brillante stella Sirio.

L’astro fa parte della costellazione del Cane Maggiore, rappresentando la sua stella principale e componendo uno dei vertici del Triangolo Invernale.

La costellazione è poco appariscente ed è composta, oltre a Sirio, dalle stelle Mizam, Adhara, Wezen, Aludra e Furud.

In questi anni la compagna di Sirio, la nana bianca Sirio B si sta avvicinando al suo punto di massima distanza, rendendo più facile riuscire a osservarla anche con telescopi amatoriali. In questa ripresa effettuata la mattina del 28 ottobre 2020 sono riuscito a fotografarla al fuoco diretto con un Celestron C11 e Zwo Asi 224MC. In alcuni vecchi libri letti quando ancora ero bambino, si racconta che abitanti di un pianeta orbitante intorno a Sirio B abbiano visitato la Terra in tempi lontani. Anche questo aiuta a rendere ancora più affascinate e nostalgica la sua osservazione…. Crediti: Fabrizio Guasconi

Con il suo freddo bagliore bianco-azzurro, Sirio è una vera regina del cielo, riconoscibile anche dai meno esperti: l’astro è posto a 8,6 anni luce e ha una magnitudine apparente – 1,47.

In realtà si tratta di un sistema binario, composto da Sirio A e Sirio B, quest’ultima difficile da immortalare, ma non impossibile, a patto che si disponga di un’ottima attrezzatura e tanta pazienza.

La difficoltà è data dall’importante luminosità della componente principale che offusca la componente secondaria.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2491 α Canis Majoris Sirius -1.46 Multiple;
HR2618 ε Canis Majoris Adhara 1.5 Double;
HR2693 δ Canis Majoris Wezen 1.84 Variable;
HR2294 β Canis Majoris Mirzam 1.98 Variable; Double;
HR2827 η Canis Majoris Aludra 2.45 Double;
HR2282 ζ Canis Majoris Furud 3.02 Variable; Double;
HR2653 ο2 Canis Majoris   3.02  
HR2646 σ Canis Majoris Unurgunite 3.47 Variable; Double;
HR2749 ω Canis Majoris   3.85 Variable;
HR2580 ο1 Canis Majoris   3.87 Variable;
HR2429 ν2 Canis Majoris   3.95 Variable;
HR2538 κ Canis Majoris   3.96 Variable;
HR2574 θ Canis Majoris   4.07  
HR2657 γ Canis Majoris Muliphein 4.12  
HR2387 ξ1 Canis Majoris   4.33 Variable; Multiple;
HR2596 ι Canis Majoris   4.37 Variable;
HR2782 τ Canis Majoris   4.4 Variable; Multiple;
HR2443 ν3 Canis Majoris   4.43  
HR2361 λ Canis Majoris   4.48  
HR2414 ξ2 Canis Majoris   4.54  

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

Trovandosi in una porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, la costellazione ospita diversi oggetti del profondo cielo: tra le nebulose spicca IC 2177, nota come Nebulosa Gabbiano, situata a 3260 anni luce.

IC 2177 CREDITI: LINO BENZ

Un altro oggetto molto amato e ripreso dagli astrofili è la Nebulosa Elmetto di Thor, NGC 2359, visibile con telescopi di almeno 120mm di diametro.

NEBULOSA ELMETTO DI THOR CREDITI: EGIDIO VERGANI

IL CANE MAGGIORE NELLA MITOLOGIA

Il Cane Maggiore trova posto nella mitologia in riferimento al fedele cane da caccia di Orione, ovvero Sirio.

Della luminosa stella si narra nel mito greco anche in riferimento al suo sorgere all’alba, che indicava l’arrivo dei giorni più roventi dell’estate, della canicola, ovvero i giorni del Cane.

“Abbaiando lancia fiamme e raddoppia il caldo ardente del Sole” scriveva Manlio, “la torrida Stella del Cane spacca i campi” narrava invece Virgilio nelle Georgiche; è chiaro che a Sirio veniva attribuita la causa del caldo torrido che infuocava i campi, rinsecchendo i raccolti.

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Le costellazioni del mese di Gennaio 2025

Ora era onde ‘l salir non volea storpio chè il Sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio…

Dante, Divina Commedia

Nel cuore dell’inverno boreale possiamo ammirare un cielo sfavillante di costellazioni luminose e ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure caratteristiche del cielo di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.

LA COSTELLAZIONE DEL TORO

Riconoscibile grazie alla sua stella Aldebaran, quella del Toro è una delle costellazioni della fascia dello Zodiaco, compresa tra Ariete e Gemelli; la figura si estende a Est/Sud-Est, dove la sua stella principale brilla con il suo inconfondibile colore rosso-arancio.

La Costellazione del Toro a cura di https://theskylive.com/

Aldebaran è una gigante arancione grande 40 volte il Sole e che con la sua magnitudine +0,95 rappresenta la, quattordicesima stella più luminosa del cielo notturno.

L’astro rappresenta l’occhio del Toro mentre le stelle Elnath e Alheka costituiscono le corna dell’animale; beta Tauri, ovvero Elnath, brilla al confine con l’Auriga e infatti ha la peculiarità di essere attribuita ora al Toro ora all’Auriga.

M45: UN AMMASSO APERTO NEL CUORE DELL’INVERNO

Oltre ai vari interessanti oggetti del profondo cielo presenti nel Toro, quello più noto e facilmente riconoscibile da tutti gli amanti del cielo, è senza ombra di dubbio M45, meglio conosciuto con il nome di Pleiadi.

M45 CREDITI Davide De Martin & the ESA/ESO/NASA Photoshop FITS Liberator

Si tratta di un ammasso aperto situato nella spalla del Toro, distante 440 anni luce dalla Terra. Da un luogo buio sono visibili già sette delle stelle che lo compongono, per le quali l’ammasso viene anche comunemente denominato con l’appellativo di “le sette sorelle”; in realtà con un binocolo e soprattutto con un telescopio si scopre che l’ammasso è composto da centinaia di stelle, in prevalenza giganti blu e bianche, legate da un’origine comune e da reciproche forze gravitazionali. Attraverso l’oculare di un telescopio di apertura considerevole non sarà difficile osservare dei piccoli aloni che circondano le singole stelle: si tratta di nubi di polveri, ovvero nebulose a riflessione, illuminare dalle stelle. Le Pleiadi rappresentano uno degli oggetti più amati del cielo invernale, spesso protagoniste di suggestive congiunzioni con la Luna e pianeti.

L’ammasso trova numerosi riferimenti nella  mitologia, in cui vengono identificate con le ninfe della montagna, figlie di Atlante e dell’oceanina Pleione: i loro nomi sono Alcione, Asterope, Celeno, Elettra, Maia, Merope e Taigeta.

Nella letteratura italiana troviamo un significativo riferimento alle Pleiadi nella poesia di Pascoli, il Gelsomino Notturno: “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolìo di stelle”. Il poeta paragona le Pleiadi a una chioccia che trascinai suoi pulcini intenti a pigolare.

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL TORO

In direzione della Stella Alheka si  trova uno degli oggetti più importanti in campo astronomico e nell’astronomia a raggi X, nonché il primo oggetto del Catalogo Messier ovvero la Nebulosa del Granchio, distante 6500 anni luce dal Sistema Solare.

M1 Crab Nevula di Lorenzo Busilacchi PHOTOCOELUM

M1 Crab Nevula di Gianni Melis PHOTOCOELUM

Durante la fase finale della sua vita la Supernova 1054 ha espulso una quantità enorme di materiali ferroso e gas, generando un’esplosione in grado di proiettare tutti i propri frammenti a una grande distanza e che ancora oggi viaggiano a una velocità che sfiora i 1500 km/s.

Oggi il centro della nebulosa ospita ciò che resta della stella esplosa, una potente stella di neutroni che ruotando su sé stessa crea l’effetto pulsar.

L’esplosione della Supernova 1054 non rimase inosservata: il 4 luglio del 1054 gli astronomi cinesi furono i primi ad accorgersi di un nuovo astro che brillava sulla volta celeste: la sua luminosità fu tale da essere visibile anche in pieno giorno, la sua magnitudine era infatti compresa tra – 7 e –4,5.

Il Toro vanta anche altri variegati oggetti deepsky, molto amati dagli astrofili, come ad esempio la Nebulosa Falchetto (LBN 777) e la Nebulosa Spaghetti (SH2-240), quest’ultima situata al confine con l’Auriga.

NEBULOSA FALCHETTO E NEBULOSA SPAGHETTI CREDITI: CRISTINA CELLINI

IL TORO NELLA MITOLOGIA

La figura del Toro è una delle più antiche di cui si trovi traccia: ben 5.000 anni fa, nei pressi di Aldebaran, era collocato il punto Gamma, che indica l’equinozio di primavera.

Già in alcuni scritti dei Sumeri compaiono riferimenti al Toro, come protagonista di storie d’amore conflittuali.

Presso gli antichi Egizi invece tali animali erano figure mitologiche da venerare.

Nell’antica Grecia il mito del Toro era associato alla figura del Minotauro, frutto del tradimento consumato da Pasifa con il sacro Toro di Creta, alle spalle del marito Minosse.

Vi sono poi le solite vicende legate alle metamorfosi di Zeus che in questo caso, innamoratosi della principessa fenicia Europa, decise di ricorrere alla trasformazione in un toro per poterla rapire e sedurre.

E fu così che un giorno Europa, mentre si trovava in compagnia delle sue ancelle sulla spiaggia, fu attirata dalla presenza di un bellissimo toro bianco; completamente ammaliata da esso, vi salì in groppa lasciandosi condurre fino all’isola di Creta, dopo aver galoppato attraverso il mare.

Ma l’idillio durò poco, poiché una volta giunti a destinazione, l’ingenua principessa scoprì  l’inganno: Zeus le rivelò la, sua identità, abusando di lei. Dall’infelice unione nacquero Minosse, Radamanto e Serpedonte.

Elenco delle Stelle Principali della Costellazione del Toro

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Tipo
HR1457 α Tauri Aldebaran 0.85 Variable; Multiple;
HR1791 β Tauri Elnath 1.65 Double;
HR1165 η Tauri Alcyone 2.87 Multiple;
HR1910 ζ Tauri Tianguan 3 Variable;
HR1412 θ2 Tauri Chamukuy 3.4 Variable; Multiple;
HR1239 λ Tauri   3.47 Variable;
HR1409 ε Tauri Ain 3.53 Double;
HR1030 ο Tauri   3.6 Variable;
HR1178 27 Tauri Atlas 3.63 Variable; Multiple;
HR1346 γ Tauri Prima Hyadum 3.65 Variable;
HR1142 17 Tauri Electra 3.7  
HR1038 ξ Tauri   3.74  
HR1373 δ1 Tauri Secunda Hyadum 3.76 Variable; Multiple;
HR1411 θ1 Tauri   3.84 Multiple;
HR1149 20 Tauri Maia 3.87 Variable;
HR1251 ν Tauri   3.91  
HR1066 5 Tauri   4.11  
HR1156 23 Tauri Merope 4.18 Variable;
HR1387 κ1 Tauri   4.22 Variable; Multiple;
HR1458 88 Tauri   4.25 Variable; Double;

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA

Nel mese di gennaio possiamo osservare la costellazione dell’Auriga, figura facile da individuare per via della sua forma a pentagono, che va ad unirsi alla schiera delle costellazioni che dominano l’inverno boreale.

La costellazione dell’Auriga. Cortesia di https://theskylive.com/

La stella principale della costellazione (α Aurigae) è Capella, un sistema multiplo costituito da ben quattro stelle, distante 42,2 anni luce da noi; l’astro è situato nella parte settentrionale dell’Auriga ed è ben visibile nel cielo serale con il suo luccichio di colore giallo, e rappresenta la sesta stella più luminosa del cielo notturno.

Le altre stelle che compongono la costellazione dell’Auriga sono Menkalinan, Mahasim, Hassaleh eAlmaaz.

Elenco delle Stelle principali della Costellazione dell’Auriga

Star designation Proper name Visual magnitude Color Tipo
HR1708 α Aurigae Capella 0.08 Variable; Multiple;
HR2088 β Aurigae Menkalinan 1.9 Variable; Multiple;
HR2095 θ Aurigae Mahasim 2.62 Variable; Multiple;
HR1577 ι Aurigae Hassaleh 2.69 Variable;
HR1605 ε Aurigae Almaaz 2.99 Variable; Multiple;
HR1641 η Aurigae Haedus 3.17 Variable;
HR2077 δ Aurigae   3.72 Multiple;
HR1612 ζ Aurigae Saclateni 3.75 Variable;
HR2012 ν Aurigae   3.97 Double;
HR2091 π Aurigae   4.26 Variable;
HR2219 κ Aurigae   4.35 Variable;
HR1995 τ Aurigae   4.52 Multiple;
HR1726 16 Aurigae 4.54 Variable; Double;
HR1729 λ Aurigae   4.71 Multiple;
HR2011 υ Aurigae   4.74 Variable;
HR1843 χ Aurigae   4.76  
HR1551 2 Aurigae   4.78  
HR2427 ψ2 Aurigae 4.79 Multiple;
HR1689 μ Aurigae   4.86  
HR2696 63 Aurigae 4.9  

OGGETTI NON STELLARI NELL’AURIGA

La costellazione ospita diversi oggetti del catalogo Messier, come gli ammassi aperti M36, M37 ed M38.

M37 CREDITI CRISTINA CELLINI

IMMAGINE M37 CREDITI CRISTINA CELLINI

Altri oggetti del profondo cielo molto interessanti sono le nebulose IC405 e IC410.

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA NELLA MITOLOGIA

L’Auriga trova diversi riferimenti nella mitologia: una delle storie più diffuse è quella che associa Capella alla capra Amaltea, animale che secondo la mitologia greca allattó Zeus quando, ancora in fasce, venne abbandonato sull’isola di Creta.

Per tale motivo, in segno di gratitudine, l’animale fu collocato sulla volta celeste, accompagnato dai suoi due capretti partoriti proprio mentre allattava Zeus, associati alle stelle Eta e Zeta dell’Auriga.

Per le rappresentazioni delle costellazioni e altri dettagli visitare https://theskylive.com/

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Le costellazioni del mese di Dicembre 2024

Nel mese che introduce all’inverno boreale, il cielo si arricchisce di oggetti brillanti e inconfondibili, tra cui spiccano quelli che compongono la celebre costellazione di Orione.

La figura di Orione è così caratteristica da essere riconoscibile anche dai meno esperti di astronomia ed è facilmente individuabile ad occhio nudo, persino dai cieli delle aree urbane.

Questa costellazione fa il suo ingresso nel cielo già a fine estate, quando appare bassa a Sud-Est nelle ore più profonde della notte, fino alle prime luci dell’alba. Con l’arrivo dell’autunno, Orione si mostra in orario serale, per poi dominare le nostre serate invernali, emergendo subito dopo il tramonto e culminando al meridiano verso metà gennaio.

La stella più luminosa della costellazione è Rigel, una supergigante blu che brilla con una magnitudine di 0,2, indicando il ginocchio del mitico Cacciatore celeste. Tuttavia, la stella Alfa di Orione è Betelgeuse, celebre per il suo colore rosso-arancio. Betelgeuse è una supergigante rossa dalla magnitudine di 0,5, situata a circa 600 anni luce dalla Terra.

Questa stella occupa il vertice nord-orientale della costellazione di Orione ed è anche uno dei tre punti che formano il Triangolo Invernale, un asterismo che include anche Sirio (nel Cane Maggiore) e Procione (nel Cane Minore).

Betelgeuse è da sempre al centro dell’interesse astronomico. La sua natura instabile e la fase avanzata della sua evoluzione stellare fanno supporre che, al termine del suo ciclo vitale, potrebbe esplodere in una spettacolare supernova.

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ORIONE

La Cintura di Orione è circondata da un imponente anello di nebulosità noto come Anello di Barnard, situato a circa 1600 anni luce dalla Terra e con un diametro di 300 anni luce. Questo straordinario oggetto è ciò che resta di una supernova esplosa probabilmente circa 2 milioni di anni fa.

La costellazione di Orione, tuttavia, è un autentico scrigno di meraviglie del profondo cielo. Tra queste, la più celebre e fotografata dagli astrofili, esperti o alle prime armi, è senza dubbio la Nebulosa di Orione (M42). Questo spettacolare complesso nebuloso molecolare, situato tra la Cintura e la Spada di Orione, è una delle regioni di formazione stellare più attive della nostra galassia, una vera incubatrice di nuove stelle.

Un altro gioiello di Orione, accessibile anche con un semplice binocolo 10×50, è M78, conosciuta anche come Nebulosa Casper. Si tratta di una brillante nebulosa a riflessione situata sopra la Cintura di Orione, a una distanza di circa 1300 anni luce. Questo oggetto, visibile già da luoghi bui con strumenti di piccole dimensioni, fu scoperto da Pierre Méchain all’inizio del 1780 e successivamente catalogato da Charles Messier il 17 dicembre dello stesso anno.

Nella parte settentrionale della costellazione, troviamo un altro oggetto interessante: Sh2-261, noto come Nebulosa di Lower. Questa nebulosa a emissione, sebbene meno famosa, è visibile anche nelle riprese amatoriali a lunga posa, regalando ulteriori spunti di osservazione per chi si avventura alla scoperta delle meraviglie celesti di Orione.

IMMAGINE NEBULOSA FIAMMA E NEBULOSA TESTA DI CAVALLO CREDITI DI RIPRESA E ELABORAZIONE DI MIRKO TONDINELLI E RICCARDO PACINI
IMMAGINE M78 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO
IMMAGINE Sh2-261/ Sh2-268 e NGC 2169 CREDITI: LINO BENZ DEL GRUPPO ASTROFILI DEL SALENTO

ORIONE NELLA MITOLOGIA

Orione è una delle figure mitologiche più antiche, presente nelle leggende di numerose civiltà, a partire dai Sumeri.
Nel mito greco, Orione era figlio di Euriale e Poseidone e possedeva l’incredibile dono di camminare sull’acqua. Nell’Odissea, Omero lo descrive come un abilissimo cacciatore, sempre accompagnato dai suoi fedeli cani, tra cui il prediletto Sirio, oggi la stella più luminosa del cielo.

Le sue vicende mitologiche sono spesso legate a storie d’amore e di passione, che lo portarono a scontrarsi con rivali agguerriti e persino a perdere temporaneamente la vista durante una delle sue avventure.

Tra i numerosi racconti che lo riguardano, il più celebre è quello del suo amore per Artemide, la dea della caccia e sorella gemella di Apollo. Secondo la leggenda, Orione giunse sull’isola sacra di Delo in compagnia della sua amante Eos, ma fu lì che incontrò Artemide, con la quale condivideva la passione per il tiro con l’arco. I due si innamorarono perdutamente, un amore che però suscitò l’ira di Apollo, il quale considerava l’unione una profanazione della sua isola.

Apollo, deciso a liberarsi di Orione, chiese aiuto alla Madre Terra, che scatenò contro il cacciatore un gigantesco scorpione velenoso. Questo episodio è immortalato nel cielo: la figura dello Scorpione continua a inseguire Orione nella volta celeste. Nonostante la forza e l’abilità di Orione, il cacciatore si rifugiò in mare, ma lì trovò il suo destino segnato da Apollo.

Mentre Orione nuotava al largo in una notte senza luna, Apollo convinse Artemide a scagliare una freccia contro un bersaglio distante, visibile appena tra le onde. Ignara che il bersaglio fosse il suo amato, Artemide colpì Orione con precisione letale. Quando scoprì la verità, la dea, distrutta dal dolore, implorò Zeus di concedere al cacciatore l’immortalità.

Zeus, commosso, trasformò Orione in una brillante costellazione, affinché Artemide potesse contemplarlo ogni notte nel cielo, eternamente luminoso come simbolo del loro amore tragico.

LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO

A sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo, troviamo il Triangolo, una piccola costellazione visibile nei cieli autunnali e invernali dell’emisfero boreale, che culmina al meridiano nel mese di dicembre.

Pur essendo una costellazione di dimensioni ridotte e poco luminosa, il Triangolo è facilmente riconoscibile grazie alla sua caratteristica forma geometrica.

La stella principale, Alfa Trianguli, nota anche con il nome arabo Mothallah, che significa “la testa del Triangolo,” è una gigante bianco-azzurra con una magnitudine di 3,42, situata a 124 anni luce dalla Terra. Si tratta di una stella binaria che, sebbene porti la designazione di stella alfa, è solo la seconda più luminosa della costellazione.

La stella più brillante del Triangolo è infatti Beta Trianguli, conosciuta anche come Deltotum, una subgigante gialla con una magnitudine di 3,00 e distante 64 anni luce.

Il terzo vertice che completa la figura è rappresentato da Gamma Trianguli, formando così il caratteristico disegno della costellazione.

LA GALASSIA M33 NEL TRIANGOLO

Nota come Galassia del Triangolo, questo oggetto si trova a una distanza  stimata sui 2,59 milioni di anni luce, ed essendo membro del Gruppo Locale è una delle galassie più vicine alla Via Lattea. Da un luogo perfettamente buio e privo di qualsiasi tipo di inquinamento, si può tentare l’osservazione di M33 anche con un buon binocolo.

IMMAGINE M33 CREDITI DI RIPRESA E ELABORAZIONE: EMANUELE NERI E MIRKO TONDINELLI

Ricordiamo anche le galassie barrata NGC 672 e NGC 925 presenti nella costellazione del Triangolo.

IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA

Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli Egizi la identificavano come il Delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Trinacria, ovvero la Sicilia, isola sacra a Cerere, dove è avvenuto, secondo il mito, il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.

La figura del Triangolo trova riferimenti nelle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, viene associato ad una sorta di segnale collocato sulla volta celeste ed utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete.

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Le costellazioni del mese di Novembre 2024

Nel cielo di novembre incontriamo le costellazioni di Andromeda e Perseo, due figure mitologicamente legate, ricche di oggetti interessanti per l’osservazione e la fotografia astronomica.

LA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

La costellazione di Andromeda è una delle figure tipiche del cielo autunnale e la si può osservare agevolmente guardando a Nord della volta celeste: pur essendo molto estesa è poco luminosa, e arriva a lambire la Via Lattea settentrionale.

La stella principale della costellazione è nota con i nomi di Alpheratz e Sirrah e insieme alle stelle α, β e λ Pegasi forma un noto asterismo chiamato Quadrato di Pegaso.

Un tempo questa stella faceva parte della costellazione di Pegaso, con la sigla δ Pegasi: essa si trova a 97 anni luce dalla Terra ed è in realtà un sistema binario, con una magnitudine apparente di +2,06.

Fra le altre stelle della costellazione, va segnalata υ Andromedae: la stella possiede un sistema planetario con tre pianeti, con masse di 0,71, 2,11 e 4,64 volte quella di Giove.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

La costellazione è ricca di stelle doppie e di sistemi multipli, come ad esempio Pi Andromedae (π And / π Andromedae), un sistema distante 656 anni luce dal sistema solare.

Tuttavia, la fama di oggetto del profondo cielo più noto e interessante della costellazione di Andromeda è, indubbiamente, M31 ovvero la famigerata Galassia di Andromeda.

M31 di Salvo Semilia
M31 di Salvo Semilia

Si tratta dell’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo e rappresenta una galassia a spirale barrata distante più di due milioni e mezzo di anni luce.

È di certo la galassia più amata dagli astrofili: per individuare M31 ad occhio nudo è sufficiente recarsi in luoghi idonei dall’osservazione celeste, partendo da β Andromeda e e proseguendo in direzione Nord-Ovest; immersa nello sfondo stellato, la Galassia di Andromeda apparirà come un batuffolino di luce, sufficiente a farci fermare a riflettere sull’ infinita grandezza dell’universo.

Chiaramente con l’ausilio di binocoli e telescopi potremo ottenere un’immagine più dettagliata, e con la fotografia a lunga esposizione riusciremo a dare forma a quel batuffolo celeste.

Arp 273 di Lorenzo Busilacchi
Arp 273 di Lorenzo Busilacchi

Ma la costellazione di Andromeda ospita anche un altro spettacolare oggetto del profondo cielo, molto scenografico: si tratta di Arp273, un coppia di galassie interagenti che sembra dar vita a una bellissima rosa cosmica, a 345 milioni di anni luce dalla Terra.

ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA

Bellissima e giovane fanciulla, Andromeda viene identificata come la principessa di Etiopia, figlia dei sovrani Cefeo e Cassiopea: la leggenda è ben nota, e intreccia diverse figure mitologiche.

Andromeda stava per pagare con la propria vita le colpe di sua madre Cassiopea, presuntuosa e vanitosa come poche, la quale osò definire lei e sua figlia più belle persino delle Nereidi, ninfe marine alla corte di Poseidone.

Come è noto, per placare la furia del dio mare, l’unica soluzione pareva essere quella di dare in pasto Andromeda al mostro marino Ceto.

Ma la storia ebbe un lieto fine, perché a salvare la principessa ci pensò Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso e successivamente ne fece la sua sposa.

Come la vide con le braccia legate a una rigida rupe,
Perseo di marmo l’avrebbe creduta se l’aria leggera non avesse
mosso le chiome e le lacrime dagli occhi stilate non fossero,
inconsapevole ne ardeva stupito. Rapito alla vista di
quella bellezza, quasi di battere l’ali si scordava.
Come fu sceso a terra, disse “non meriti codesti ceppi ma quelli che legano amanti tra loro;
dimmi il tuo nome e la patria e perché sei legata”.

Ovidio, Le Metamorfosi – Libro IV

Quando Andromeda morì, la dea Atena la trasformò in stelle, ponendola in cielo proprio accanto al suo amato sposo Perseo.

LA COSTELLAZIONE DI PERSEO

Nel cielo autunnale di novembre incontriamo anche la costellazione di Perseo: la celebre figura si estende tra Andromeda e l’Auriga, e diventa favorevole all’ osservazione proprio nei mesi autunnali e invernali.

Mirphak (α Persei) è la stella più luminosa della costellazione, ed è una supergigante gialla di tipo spettrale F5 Ib, posta a 510 anni luce: l’astro è circumpolare, facilmente osservabile  all’emisfero boreale e con la sua magnitudine pari a +1,79 si può scorgere anche dalle aree urbane.

La stella più famosa della costellazione è Algol (la stella del Diavolo in arabo),che rappresenta l’occhio della gorgone Medusa; La sua luminosità apparente varia tra le magnitudini 2,12 e 3,39 in poco meno di tre giorni, e la stella rappresenta il prototipo di una classe di variabili, ovvero le variabili a eclisse.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI PERSEO

Uno degli eventi astronomici più noti, correlati a Perseo, è il famigerato sciame di meteore, le Persei di, che si manifesta in piena estate (fine luglio/metà agosto) e che ha come radiante proprio la costellazione da cui prende il nome.

In Perseo è presente un ricco numero di stelle doppie e variabili, sistemi spesso risolvibili anche con piccoli telescopi comeζ Persei .

Pur attraversando la costellazione di Perseo da NW a SE , la Via Lattea settentrionale appare poco evidente in questo tratto di cielo, ma ciononostante la costellazione contiene numerosi oggetti del profondo cielo.

AMMASSO DOPPIO di MASSIMILIANO PEDERSOLI
AMMASSO DOPPIO di MASSIMILIANO PEDERSOLI

Uno dei più noti oggetti deepsky, osservato e fotografato da principianti ed esperti, è certamente l’Ammasso Doppio, un coppia di ammassi aperti molto brillanti, NGC 869 (h); NGC 884 (χ), visibili anche ad occhio nudo, che insieme formano una sorta di “8” rovesciato.

Sono due ammassi molto giovani, distanti 800 anni luce tra loro e 7000 dal sistema solare.

Con un telescopio di 200 mm di apertura lo spettacolo che ne deriva è assicurato, poiché è possibile ammirare molti dettagli, come il contrasto dato dalle stelle di colore azzurro con le supergiganti rosse che costituiscono gli ammassi.

Un altro ammasso interessante in Perseo è l’ammasso di Alfa Persei, noto anche con il nome di Mel 20, un oggetto molto luminoso situato nella parte settentrionale della costellazione, dove spicca la stella Mirphak.

Degno di nota è anche l’ammasso di Perseo o Abell 426,un ammasso di galassie posto a circa 240 milioni di anni luce dalla Terra, la cui componente più brillante è NGC 1275, una radiogalassia che domina il centro dell’ammasso.

Ammasso di Galassie in Perseo di Lorenzo Busilacchi
Ammasso di Galassie in Perseo di Lorenzo Busilacchi

Interessante anche la Piccola Nebulosa Manubrio, M76: si tratta di un oggetto poco luminoso e difficile nelle riprese astrofotografiche, ma comunque sono molti gli astrofili che vi si cimentano, producendo ottime immagini.

M76 di Lorenzo Busilacchi
M76 di Lorenzo Busilacchi

PERSEO EROE MITOLOGICO

Il personaggio di Perseo è uno dei più celebri della mitologia: egli era il figlio mortale di Giove e Danae, a cui venne affidato l’arduo compito di uccidere il mostro Medusa, una Gorgone avente serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare all’istante chiunque avesse fatalmente incrociato il suo sguardo.

«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;/ ché se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,/ nulla sarebbe di tornar mai suso»

Dante, Inferno canto I (vv. 55-57).

Medusa viveva su di un’isola situata oltreoceano, insieme alle altre due Gorgoni, Stelo e Eurialo, entrambi mortali a differenza di Medusa.

Perseo giunse nel loro nascondiglio dopo aver ricevuto in sogno una spada da Minerva, con la quale decapitare il mostro e uno scudo riflettente, affinché Medusa non riuscisse a pietrificarlo.

Infine, l’eroe incontrò le tre ninfe del Nord, che gli consegnarono un elmo speciale per essere invisibile e una sacca in cui  Perseo avrebbe dovuto riporre la testa della Gorgone.

Attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre,
giunse alla casa della Gorgone, e qua e là per i campi e per le strade
vedeva figure di uomini e di animali
tramutati da esseri veri in statue per aver visto Medusa.
Ovidio, Metamorfosi, IV, 778-781

Alla fine, Perseo uccise Medusa, dal cui sangue nacque Pegaso, il cavallo alato attraverso cui l’aitante eroe riuscì a salvare Andromeda, incontrata proprio nel suo viaggio di ritorno.

Per la sua nobiltà e per il fatto di essere nato da un connubio eccezionale, si racconta, fu collocato tra le stelle.

Igino- PoeticonAstronomicon


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Le costellazioni del mese di Ottobre 2024

Nel cielo autunnale di ottobre incontriamo due costellazioni che costituiscono una coppia mitologica, l’unica ad essere collocata sulla volta celeste: si tratta di Cassiopea e Cefeo.

LA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Asterismo tipico del cielo boreale, Cassiopea è una figura visibile tutto l’anno e raggiunge la massima altezza proprio nel periodo autunnale.

Poiché è molto vicina al polo nord celeste, Cassiopea rimane visibile per tutta la notte e per questo viene classificata come una costellazione circumpolare.

La sua peculiare forma a W o M, a seconda delle stagioni, la rende facilmente individuabile a Nord, nei pressi della Stella Polare.

Shedir (alfa Cassiopeiae) è l’astro principale della costellazione: si tratta di una gigante arancione di magnitudine apparente +2,25, situata a 229 anni luce dalla Terra.

Il suo nome deriva dall’arabo(صدر, şadr) e significa busto: essa infatti è collocata nel cuore della costellazione che, mitologicamente, rappresenta la regina di Etiopia.

Interessante  γ Cassiopeiae, la stella binaria a raggi X più brillante del cielo e l’unica ad essere visibile ad occhio nudo.

SUPERNOVAE IN CASSIOPEA

Nel 1572 nella costellazione di Cassiopea apparve improvvisamente un stella tanto luminosa quanto ci appare il pianeta Venere: essa venne denominata “nova di Tycho Brahe” dal nome dell’astronomo danese che condusse per oltre un anno osservazioni di questo oggetto, ad occhio nudo, riportando dati dettagliati; in conclusione, ciò che aveva osservato era una supernova.

Ma non è l’unico episodio di questo tipo quello che riguarda la costellazione di Cassiopea: nel 1680 è stata osservata una forte radiosorgente situata a 11 mila anni luce da noi, Cassiopea A.

Nel 2004 il telescopio spaziale Chandra ha scoperto anche una sorgente molto compatta di raggi X proprio al centro di Cassiopea A, le cui caratteristiche confermano che si tratta di una stella di neutroni che, con ogni probabilità, rappresenta il resto della Stella esplosa più di 300 anni fa.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Nel tratto di Via Lattea boreale in cui è situata Cassiopea vi è un gran numero di nebulose e ammassi: due oggetti  molto amati e ripresi dagli astrofili sono certamente la Nebulosa Cuore ( IC1805), distante7500 anni luce, e la nebulosa a emissione e riflessione nota come Fantasma di Cassiopea (Sh2-185).

IMMAGINE AMMASSI NGC 654 e 663 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
IMMAGINE AMMASSI NGC 654 e 663 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI

Seppur meno appariscenti e scenografici delle suddette nebulose, in Cassiopea sono apprezzabili diversi ammassi: nell’immagine possiamo ammirare NGC 654 e NGC 663.

Si tratta di due ammassi aperti: il primo contiene circa 60 stelle e si trova a una distanza di 7800 anni luce dal sistema solare, nel Braccio di Perseo, ed è stato scoperto nel 1787 da William Herschel; sempre all’astronomo tedesco è attribuita la scoperta di NGC 663, l’altro ammasso aperto che contiene un centinaio di stelle ed è distante 7900 anni luce.

IMMAGINE M52 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
IMMAGINE M52 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI

Un altro ammasso aperto presente nella costellazione di Cassiopea è M52, o NGC 7654. L’oggetto si trova nella parte occidentale della costellazione, al confine con quella di Cefeo: è un ammasso piuttosto ricco e compatto, uno dei più osservati durante il periodo autunnale. Si può tentare di individuali con un binocolo 10×50, anche se vi si potranno scorgere poche delle sue stelle,mentre con un telescopio da 150mm di apertura sarà possibile scorgere una cinquantina di stelle che diventano 150 con un’apertura di 250 mm.

CASSIOPEA NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia greca Cassiopea rappresenta la regina di Etiopia, moglie di Cefeo e madre di Andromeda: vanitosa e presuntuosa come poche, la sovrana era dedita principalmente a vantarsi e a spazzolare i suoi capelli; un giorno però commise un errore che portò all’intreccio di una serie di vicende ampiamente narrate nella mitologia.

Cassiopea si vantava di essere la più bella de reame e sosteneva che, insieme a sua figlia Andromeda, fosse persino più bella delle ninfe marine al seguito di Poseidone, le Nereidi.

Il dio del mare, venuto a conoscenza di tali affermazioni, non mandò giù tale oltraggio, e decise di vendicarsi di Cassiopea, di Cefeo e del regno intero.

Poseidone decise di scatenare la sua ira verso il punto debole dei sovrani, ovvero la loro splendida e giovane figlia, Andromeda.

Il mito è piuttosto celebre e narra della giovane principessa che, per colpa di sua madre, fu rapita e legata su di una rupe infernale, preda del mostro marino Ceto; a salvarla dalle sue grinfie giunse l’eroe Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso.

A Cassiopea toccò la sorte di essere collocata sul suo trono celeste ma a testa in giù, nell’atto di specchiarsi o accarezzarsi i capelli e condannata a roteare per sempre attorno al polo celeste.

LA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Nella porzione di cielo tra l’Orsa Minore e Cassiopea, incontriamo Cefeo: si tratta di una costellazione circumpolare, composta da stelle non molto luminose che conferiscono a Cefeo la figura di una casetta con il tetto verso il Nord e la base che poggia sulla Via Lattea settentrionale.

La stella principale della costellazione è Alderamin (alfa Cephei), una stella bianca di magnitudine 2,45, che dista solo 49 anni luce.

Cefeo possiede un oggetto molto interessante, Mu Cephei, noto anche come Granatum Sidus ovvero Stella Granata: si tratta di una supergigante rossa multipla di quarta magnitudine, inserita all’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi nel suo “Catalogo di Palermo”.

Il nome deriva da un’affermazione di William Herschel riportata nel suo “Philosophical Transaction”, riguardo ad alcune stelle non registrate nel British Catalogue di John Flamsteed.

Herschel, riferendosi a Mu Cephei, disse che «Ha un bellissimo e profondo colore granata, simile a quello della stella periodica Omicron Ceti>>.

L’astro appare di questo colore per via della sua  bassa temperatura superficiale, che corrisponde a circa 3000 K.

Osservando da un punto privo di qualsiasi tipo di disturbo, la Stella Granata può anche essere individuata ad occhio nudo poco più a Sud di Alderamin, con il suo caratteristico colore rosso/arancio.

Ma Cefeo ospita anche un’altra stella, di certo più importante per l’astronomia, ovvero Delta Cephei: si tratta di una supergigante gialla posta a 890 anni luce, che rappresenta il prototipo di una classe delle cefeidi, una classe di stelle variabili molto importanti, oltre ad essere una delle cefeidi più vicine al Sole.

Delta Cephei contribuisce significativamente alla misurazione delle distanze cosmiche.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Poiché giace sul piano della Via Lattea settentrionale, la costellazione di Cefeo vanta numerosi oggetti del profondo cielo: una di questi è la Nebulosa oscura IC1396, meglio nota come Nebulosa Proboscide d’Elefante; molto appariscente anche la Galassia Fuochi d’Artificio (NGC 6946), una galassia a spirale che vanta un gran numero di supernovae osservate al suo interno.

In Cefeo troviamo anche un’estesa nebulosa a emissione, che si trova a 10.400 anni luce, ed è nominata come Sh2-132: l’oggetto deepsky è visibile nella parte meridionale di Cefeo, e si colloca all’interno del Braccio di Perseo.

IMMAGINE SH2-132 CREDITI: DAVIDE NARDULLI
IMMAGINE SH2-132 CREDITI: DAVIDE NARDULLI

Nell’immagine a largo campo possiamo ammirare due oggetti del profondo cielo che formano una “coppia” molto suggestiva e molto amata dagli astrofili: si tratta della nebulosa a riflessione NGC 7129 e dell’ammasso aperto NGC 7142, distanti rispettivamente 3000 e 6000 anni luce.

IMMAGINE NGC 7129 e NGC 7142 CREDITI: DAVIDE NARDULLI
IMMAGINE NGC 7129 e NGC 7142 CREDITI: DAVIDE NARDULLI

CEFEO NELLA MITOLOGIA

Come già citato sopra, nella mitologia Cefeo, figlio di Belo, rappresenta il sovrano di Etiopia, marito di Cassiopea e padre di Andromeda, che rischiò di perdere l’amata figlia per colpa della presunzione di sua moglie.

In seguito all’ira e alle minacce di Poseidone, Cefeo si rivolse a un oracolo per chiedergli come salvare la sua famiglia e il suo regno.

Ma egli non si aspettava come risposta quella di dover immolare la sua adorata principessa Andromeda; un padre disperato, che nonostante il suo dolore decise di sacrificare sua figlia. Ma il fato volle che Perseo, passando dalla rupe su cui era legata Andromeda, minacciata dal mostro marino Ceto, la salvasse, portando il lieto fine a questa brutta vicenda.

Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete;

per portare soccorso, ci sono pochi attimi.

Se io chiedessi la sua mano, io, Perseo, figlio di Giove

e di colei che quand’era imprigionata fu ingravidata da Giove con oro fecondo,

Perseo vincitore della Gorgone dalla chioma di serpi, che oso andarmene

per l’aria del cielo battendo le ali, non sarei forse preferito come genero a chiunque altro?

A così grandi doti, solo che mi assistano gli dèi,

cercherò comunque di aggiungere un merito.

Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore!

(Ovidio, Metamorfosi, IV, 695-703)

Cefeo si è guadagnato un posto sulla volta celeste e brilla insieme alla sua regina e alla sua adorata e unica figlia.

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Le costellazioni del mese di Settembre 2024

Settembre: l’estate che sfuma nell’autunno, il giorno che indietreggia a favor della notte e il cielo che palpita di astri, miti e leggende.

Dopo le grandi costellazioni protagoniste dell’estate boreale, il cielo di settembre ci offre una rosa di asterismi interessanti, anche se meno appariscenti: il punto sulle costellazioni di Acquario, Pesce Australe e Delfino.

LA COSTELLAZIONE DELL’ACQUARIO

Posta tra le costellazioni del Capricorno e dei Pesci, quella dell’Acquario è una figura estesa ma poco luminosa: la parte più settentrionale giace sull’equatore celeste, mentre la figura si estende per la maggior parte  nell’emisfero australe.

Dai cieli urbani le stelle che compongono la costellazione non risultano visibili, mentre sono apprezzabili dai luoghi bui, dove sarà possibile individuarne la loro disposizione nel cielo, che sembra comporre una sorta di brocca da cui viene rovesciata dell’acqua.

La stella più brillante della costellazione è Sadalsuud (Beta Aquarii – β Aqr), dall’arabo “fortuna delle fortune” : si tratta di una stella gialla avente una magnitudine 2,90 e una distanza di 612 anni luce.

Vi è poi α Aquarii, Sadalmelik“ il fortunato del re”, una stella gialla di magnitudine 2,95, mentre ad Est a di Delta Aquarii c’è un interessante sistema stellare triplo, Ez Aquarii, composto da tre nane rosse.

La costellazione dell’Acquario vanta un gran numero di stelle doppie e anche triple: con l’ausilio di un piccolo telescopio è possibile risolvere β Aquarii , un sistema a tre astri in cui la componente primaria è una gigante arancione di magnitudine 2,91, mentre le altre due componenti sono di decima e undicesima grandezza.

In direzione della stella η Aquarii si trova il radiante dello sciame di meteore originato dalla Cometa di Halley e che prende proprio il nome di Eta Aquaridi, visibile da metà aprile a fine maggio, con un picco di attività generalmente intorno al 6 maggio.

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NELL’ACQUARIO

Uno degli oggetti del profondo cielo più noti che l’Acquario ospita è la Nebulosa Elica, NGC 7293.

La Nebulosa Elica nella Costellazione dell'Acquario di Lino Benz
La Nebulosa Elica di Lino Benz

Questo magnifico oggetto si trova a 650 anni luce dalla Terra, ed è l’esempio di  nebulosa planetaria formatasi alla fine della vita di una stella di tipo solare. L’oggetto, molto amato dagli astrofili, è anche noto con il nome di Occhio di Dio.

L’Acquario ospita anche altri oggetti deepsky come la Nebulosa Saturno e gli ammassi globulari M2 ed M72, oltre all’ammasso aperto M73.

Nebulosa Saturno nella Costellazione dell'Acquario di Lorenzo Busilacchi
NEBULOSA SATURNO CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

La Nebulosa Saturno, nota anche come NGC 7009 e C55, è una nebulosa planetaria scoperta da William Herschel nel 1782: la stella nel cuore della nebulosa è una nana bianca di magnitudine 11,5, molto brillante.

Tra gli ammassi nell’Acquario va sottolineato che M2 è il primo ammasso globulare ad aver preso posto nel celebre Catalogo Messier.

LA COSTELLAZIONE DELL’ACQUARIO NELLA MITOLOGIA

Il mito dell’Acquario attraversa vari popoli e leggende: rappresentato come un giovane nell’atto di versare dell’acqua da una brocca, questa figura trova riferimenti dai Babilonesi agli Egizi, che lo identificano rispettivamente come il dio dell’acqua e del Nilo.

Alcune varianti del mito greco collegano la figura dell’Acquario a un giovane che versa l’acqua nella bocca di un pesce (Australe), mentre secondo un altro dei miti greci, il più diffuso, l’Acquario rappresenterebbe Ganimede, giovane e bellissimo ragazzo troiano, per il quale Zeus perse la testa: un giorno infatti, mentre Ganimede si trovava a pascolare le pecore del padre, il dio pensò bene di inviare un’aquila a rapire il giovane e portarlo sull’Olimpo, dove divenne il coppiere degli dei.

Che fosse vino o fosse acqua ciò che il giovane è raffigurato a versare non ci è dato sapere, ma di certo gli è valso un posto tra le stelle.

LA COSTELLAZIONE DEL PESCE AUSTRALE

Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno è possibile scorgere sulla volta celeste la costellazione del Pesce Australe: l’asterismo è individuabile esclusivamente grazie alla sua stella principale, la luminosa Fomalhaut.

Si tratta di una stella bianca di magnitudine 1,16, che rappresenta la diciottesima stella più brillante della volta celeste.

La luminosità di Fomalhaut nel cielo è accentuata dal fatto che l’astro si trovi un una regione povera di stelle.

Il nome della stella alfa del Pesce Australe viene dall’arabo “fom – al – hut” e significa “la bocca del pesce”.

La si può scorgere già in estate, bassa sull’orizzonte in direzione Sud-Est.

La costellazione del Pesce Australe non contiene oggetti del profondo cielo, tuttavia a 25 anni luce da essa è situato uno degli oggetti più interessanti di cui si è parlato negli ultimi tempi.

Il James Webb Telescope, grazie al Mid-Infrared Instrument (Miri), ha rivelato che Fomalhaut è circondata da un disco di detriti, fotografando tre fasce concentriche che si estendono fino a 23 miliardi di chilometri dalla stella.

Link di approfondimento https://www.coelum.com/news/cintura-di-asteroidi-di-fomalhaut

IL PESCE AUSTRALE NELLA MITOLOGIA

Come si accennava nella parte mitologica dedicata alla costellazione dell’Acquario, il Pesce Australe è raffigurato nel tentativo (inusuale) di bere l’acqua che sgorga dalla brocca del suddetto; il mito e la leggenda lo collocano in varie vicende: una su tutte, la più ricorrente, narra di Derceto, sorella di Afrodite, che per la vergogna di aver concepito una bambina con un mortale, in seguito al parto decise di uccidersi lasciandosi annegare nelle acque di un lago nei pressi dell’Eufrate.

Il destino di Derceto fu però cambiato dall’intervento di un grosso pesce che, nuotando nelle acque del lago, si apprestò a salvare la dea che, come gesto di eterna gratitudine, lo trasformò in stelle e lo pose sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DEL DELFINO

Una costellazione che transita al meridiano nel cielo di settembre è quella del Delfino: la figura  è individuabile10° a Nord-Est della brillante Altair e, nonostante la costellazione sia molto piccola, le stelle che la compongono (circa una ventina) appaiono ravvicinate e ben visibili ad occhio nudo.

Due sono sostanzialmente le stelle più luminose della costellazione: si tratta del sistema binario B Delphini (Rotane), una stella subgigante gialla di magnitudine 3,6, distante 97 anni luce e il sistema binario a Delphini (Sualocin), una stella azzurra di magnitudine 3,77, distante 241 anni luce.

IL CURIOSO CASO DEI NOMI DELLE STELLE DEL DELFINO

Sualocin e Rotanev apparvero per la prima volta nel catalogo stellare del Reale Osservatorio di Palermo nel 1814: in quel periodo il Direttore era padre Giuseppe Piazzi, grande astronomo e matematico, fondatore dell’Osservatorio e fautore della scoperta di Cerere proprio dal cielo di Palermo, il 1 gennaio 1801.

Nel 1800 Piazzi fece l’incontro di Niccolò Cacciatore, astronomo che condusse i suoi studi proprio all’Osservatorio di Palermo, assumendone la direzione nel 1817.

Nella stesura dei cataloghi stellari del 1814, che tra l’altro vinsero il premio dell’Académie des Sciences di Parigi, comparvero i nomi di due stelle, Sualocin e Rotanev, gli astri principali della costellazione del Delfino.

Queste diciture suonarono bizzarre alle orecchie dell’astronomo britannico Thomas Webb che, dopo un’accurata analisi, arrivò a comprendere che i due nomi letti al contrario altro non erano che il nome e cognome latinizzato dell’astronomo siciliano Niccolò Cacciatore: Nicolaus Venator. Sulla base dell’amicizia e della collaborazione che li legava, Giuseppe Piazzi volle dedicare il nome delle due stelle al suo assistente Niccolò Cacciatore.

Un approfondimento sul Reale Osservatorio Astronomico di Palermo a cura di Teresa Molinaro e Walter Leonardi è disponibile qui

OGGETTI NON STELLARI NEL DELFINO

Fra i pochi oggetti del profondo cielo nel Delfino ci sono gli ammassi globulari NGC7006, NGC 6934 e la nebulosa planetaria NGC 6891.

NGC 6934 CREDITI: ESA/Hubble e NASA
NGC 6934 CREDITI: ESA/Hubble e NASA

NGC 6891 catturata da Hubble.
NGC 6891 catturata da Hubble.

NGC 6891 è una nebulosa planetaria luminosa e asimmetrica che grazie alle immagini di Hubble è stato possibile studiare “più da vicino”: l’immagine rilasciata nel 2021rivela filamenti e nodi all’interno della nebulosa, che circondano la stella nana bianca; dai loro movimenti, gli astronomi stimano che uno dei gusci abbia 4.800 anni mentre l’alone esterno ne ha circa 28.000, ciò indica una serie di esplosioni dalla stella morente in momenti diversi.

Nel cielo serale di settembre è possibile osservare la stella 18 Delphini (o Musica), una gigante gialla situata appunto nella costellazione del Delfino, la cui peculiarità è quella di avere un pianeta che ruota intorno ad essa.

Si tratta di Arion, un gigante gassoso scoperto nel 2018,che completa un’orbita quasi circolare in circa 993 giorni terrestri, aduna distanza media dalla stella di 2,6 UA.

Il nome è stato scelto dai partecipanti al concorso Name Exo Worlds.

IL DELFINO NELLA MITOLOGIA

Incontrare un delfino in mare aperto era una consuetudine per gli antichi marinai greci e le leggende ci raccontano diverse versioni di  cui queste creature sono protagoniste.

Secondo Eratostene il delfino era il messaggero d’amore del dio del mare, Poseidone, che invaghitosi di una delle ninfe marine Nereidi, decise che doveva averla a tutti i costi, nonostante il suo rifiuto.

Un giorno Poseidone inviò un delfino a prelevare la fanciulla dal suo nascondiglio e a portarla nel suo castello sottomarino, dove ne fece la sua sposa.

Pieno di gratitudine il dio del mare pose la figura del delfino tra le stelle.

Un’altra leggenda si ricollega al nome dell’esopianeta Arion che prende il nome dal cantore greco Arione il quale, di ritorno in Grecia dalla Sicilia, dove si era esibito con la sua cetra, fu minacciato da un gruppo di marinai che volevo sottrargli il denaro; preso dalla paura di morire chiese come ultimo desiderio di poter suonare ancora una volta la sua amata cetra, il cui suono armonioso attirò un delfino che lo prese sul groppone e lo trasse in salvo.

Arrivati in Grecia, il dio della musica Apollo collocò il delfino tra le stelle.

 

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Le costellazioni del mese di Agosto 2024

La Grande Orsa si distende quasi ad accucciarsi sulle chiome degli alberi a nord-ovest; Arturo cala a picco sul profilo della collina trascinando tutto l’aquilone di Boote; esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.

Palomar, Calvino

Le sere di agosto sono pervase da storie di stelle e miti da scorgere sulla volta celeste, attraversata dalla bellezza della Via Lattea estiva. Proprio in questa regione di cielo possiamo contemplare le costellazioni più interessati dell’estate boreale, tra cui la Lira e il Cigno.

LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

Seppur di piccole dimensioni, la costellazione della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale, Vega: alfa Lyrae è una stella colorbianco-azzurro multipla, costituita d 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce.

La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto ilfirmamento.

Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vegain quell’epoca era la Stella Polaree tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.

VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA

Vega è stata la prima stella del cielo notturno ad essere fotografata: l’astro infatti è stato immortalato la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850, dall’astronomo statunitense William Cranch Bond, e da uno dei pionieri del dagherrotipo John Adams Whipple: Vega venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura.

Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA

La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di  ε Lyrae, la doppiaper eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra.

Entrambe le stelle che compongonoil sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra. 

Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazioneestiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili.Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.

Il periodo migliore per osservarla è proprio quello che abbraccia l’estate, tramite l’utilizzo di telescopi di apertura considerevole.

Costellazione della Lira
M57 rirpesa da Andrea Iorio

Altri oggetti deepsky da menzionare sono l’ammasso globulare M56 e l’ammasso NGC 6791, composto da diverse centinaia di stelle.

Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.

LA LIRA NELLA MITOLOGIA

Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie antiche popolazioni.

Una delle leggende più romantiche proviene dall’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare.

Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo.

Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco.

Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata.

Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie, a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro.

Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno.

Costellazione del Cigno
Carl Goos Orpheus and Eurydice States Museum for Kunst

“E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,
quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla,
l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno;
cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata,
ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero
(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?);
per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie
giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.”

(Metamorfosi, X libro, vv. 55-63)

Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e alla sua inseparabile lira, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata da Orfeo, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco.

Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice.

La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.

Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci
divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava
tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo
perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso.
Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine:
allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida
e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo.
(Manilio, PoeticonAstronomicon, I, 324-330)

LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è una delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale.

La costellazione del Cigno
La costellazione del Cigno

È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente +1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno.

Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo.

Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio.

Albireo, insieme a Deneb,dà vita all’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deepsky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, soggetti molto amati dagli astrofili.

La Costellazione del Cigno
NEBULOSA NORD AMERICA CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova: la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa e ora ciòne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione.

La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.

Costellazione del Cigno
NEBULOSA VELO EST E OVEST CREDITI: MIRKO TONDINELLI

IL CIGNO NELLA MITOLOGIA

Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, molte di queste identificano la figura del Cigno con quella di Zeus.

Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo e innocente cigno con lo scopo di sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre Leda passeggiava sulle rive del fiume Eurota, Zeus la possedette sotto le sembianze di un cigno.

Dall’uovo concepito (o forse erano due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non fu certa la reale paternità dei bambini, anche se le uova da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite  a Zeus.

Il Cigno brilla dunque tra le stelle come omaggio ad una delle tante metamorfosi di Zeus.

Costellazione del Cigno
Jacopo Pontormo, Leda e il cigno, 1512-13, Galleria Uffizi

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Le costellazioni del mese di luglio 2024

Nel cielo di luglio ci troviamo tra le costellazioni tipiche dell’estate: lo Scorpione, protagonista assoluto, incanta la volta celeste con la sua stella rosso-arancio Antares, e poi l’Ofiuco e ancora l’Aquila con la sua luminosa Altair.

Scopriamo dunque stelle e miti delle figure dominanti del cielo estivo!

COSTELLAZIONE DELLO SCORPIONE

Costellazione tipica del cielo australe, lo Scorpione è facilmente osservabile durante l’estate boreale, grazie alla sua tipica sagoma e alla stella Antares (Alfa Scorpii), che è l’emblema della costellazione: anti-Ares, “rivale di Marte” per via del suo colore inconfondibile, essa è una supergigante rossa di magnitudine apparente 1,06, situata a 600 anni luce dal sistema solare.

Con un raggio di circa 850 volte quello del Sole, Antares è classificata come una delle stelle più grandi conosciute.

Tra le altre stelle che compongono la costellazione dello Scorpione merita una certa considerazione anche  Shaula (Lambda Scorpii), una stella azzurra di magnitudine 1,62: si tratta dell’astro più luminoso del gruppo di stelle che insieme a U Scorpii compone la coda e quindi il pungiglione dello scorpione stesso.

Costellazioni del mese - Scorpione
La costellazione dello Scorpione

OGGETTI NON STELLARI NELLO SCORPIONE: ANTARES E LA NUBE DI RHO OPHIUCHI

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili oltre che diversi interessanti oggetti del cielo profondo.

Insieme alle stelle di colore azzurro β Scorpii, δ Scorpiie π Scorpii, Antares è una componente dell’asterismo del Grande Uncino ma non solo: la stella principale dello Scorpione è pervasa dalla nube molecolare gigante nota come Nube di Rho Ophiuchi, che prende il nome da ρ Ophiuchi, stella situata nella costellazione  dell’Ofiuco e che domina la regione composta da idrogeno ionizzato luminoso e polveri oscure; Rho Ophiuchi è forse uno dei soggetti del profondo cielo più fotografati e ammirati, che può essere individuato con le apposite strumentazioni nella regione di stelle che compongono la testa dello Scorpione.

Parte dei gas della nube viene illuminata proprio da Antares, che le conferisce la tipica colorazione  rosso-arancio.

le costellazioni del mese - scorpione
NUBE DI RHO OPHIUCHI CREDITI: CRISTINA CELLINI

Proseguendo tra gli oggetti del profondo cielo troviamo anche diversi ammassi globulari come M 4, poco concentrato ma molto luminoso e distinguibile già con un buon binocolo, ad Ovest di Antares.

Vi è poi l’ammasso aperto M 7 o Ammasso di Tolomeo che, se osservato da un  luogo appropriato, risulta  essere ben visibile  anche ad occhio nudo, mentre  sarà risolvibile in dettagli maggiori con l’ausilio di un binocolo.

Le costellazioni del mese - scorpione
IMMAGINE DI UN CAMPO NELLA CODA DELLO SCORPIONE CREDITI: MARCELLA BOTTI
Costellazioni del mese - Scorpione
VIA LATTEA TRA LO SCORPIONE E IL SAGITTARIO CREDITI: CRISTINA CELLINI

Altri oggetti interessanti per gli astrofili sono la Nebulosa  Zampa di Gatto, NGC 6334, appartenente  al Braccio del  Sagittario  della Via Lattea e la Nebulosa Guerra e Pace, NGC 6357, che si trova nella parte meridionale della costellazione dello Scorpione, a declinazioni australi.

Costellazioni del mese - Scorpione
NEBULOSA ZAMPA DI GATTO E GUERRA E PACE CREDITI: MARCELLA BOTTI

LO SCORPIONE NELLA MITOLOGIA

Come ogni oggetto celeste anche la figura dello Scorpione trova posto tra i miti e le leggende: esso è strettamente legato ad Orione, in diverse storie che  li vedono protagonisti.

Secondo una delle vicende più note pare che lo Scorpione avesse punto fatalmente il cacciatore Orione dopo che  quest’ultimo si era vantato con Artemide di essere in grado di poter uccidere qualsiasi animale gli fosse capitato a tiro; questa sua spavalderia non fu gradita a Gea, la madre Terra, che scagliò contro Orione il velenoso scorpione, uccidendolo.

Zeus, vedendo a terra Orione con accanto lo scorpione, decise di trasformarli entrambi in stelle e di porli sulla volta celeste, destinati a non incontrarsi mai perché quando lo Scorpione sorge Orione tramonta, in un ciclico scorrere del tempo e delle stagioni.

LA COSTELLAZIONE DI OFIUCO

In una regione di cielo molto ricca di oggetti interessanti, a Nord-Ovest  del centro della Via Lattea, è posta la costellazione dell’Ofiuco, una figura che interseca la fascia dello Zodiaco: essa si trova a cavallo dell’equatore celeste e la usa posizione lo rende osservabile da quasi tutte le aree del pianeta, tranne  le regioni polari.

Le stelle più luminose dell’Ofiuco sono alfa Ophiuchi, nota anche come Ras Alhague, che rappresenta  la testa dell’uomo che “tiene il serpente” e poi la stella η Ophiuchi, nota con il nome di Sabik, che si trova nella parte meridionale dell’asterismo.

Alfa Ophiuchi è una stella di magnitudine 2,08: si tratta di una delle stelle più brillanti vicine a noi, posta a 47 anni luce, mentre η Ophiuchi è  una stella bianca di magnitudine 2, 43  posta a 84 anni luce.

La Costellazione dell'Ofiuco
La Costellazione dell’Ofiuco

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DELL’OFIUCO

La costellazione contiene di verse stelle variabili oltre ad ammassi e nebulose: con un binocolo è già possibile individuare ad esempio il brillante ammasso globulare M5, ma vi sono anche gli ammassi M9, M10, M12, che si prestano all’osservazione e alle riprese con telescopi di discreta apertura.

In direzione del centro galattico, al confine  con il Sagittario, troviamo la Nebulosa Pipa, una nebulosa oscura che appare legata a Nord con un  altro sistema di nubi oscure.

Le costellazioni del mese - Ofiuco
NEBULOSA PIPA CREDITI: LAURA PULVIRENTI

OFIUCO NELLA MITOLOGIA

L’Ofiuco è rappresentato come un uomo che tiene con le mani con un enorme serpente, attorcigliato a sua volta intorno alla vita e che trova collocazione nella costellazione del Serpente.

Tra i miti che aleggiano intorno alla costellazione dell’Ofiuco di certo il più noto è il mito greco che si rifà al dio greco della medicina Asclepio, figlio di Apollo e Coronide, anche se sull’identità della madre non vi è certezza.

Costellazioni del mese - Ophiuco
Asclepio Marie-Lan Nguyen (settembre 2009) musei vaticani

Secondo la leggenda Coronide, con in grembo il figlio di Apollo, tradì quest’ultimo con un mortale: a rendere il dio a conoscenza del misfatto ci pensò un corvo che, anziché ricevere da Apollo la giusta gratitudine per averlo informato dei fatti, venne trasformato da candido uccello qual era in un corvo nero.

Apollo dunque, accecato dall’ira, scagliò la sua freccia mortale contro Coronide, portando a compimento il suo folle gesto con un’azione ancor più malvagia: egli infatti strappò dal grembo materno il bambino, consegnandolo al centauro Chirone, che  lo allevò come figlio suo e lo indottrinò alla conoscenza e all’applicazione  delle  tecniche di guarigione.

Asclepio acquisì tutto il sapere possibile, divenendo abile nel salvare le vite umane  e anche nel resuscitare i morti: ciò però  mosse la preoccupazione di Ade, il dio dell’oltretomba, che si rivolse a Zeus il quale punì Asclepio, fulminandolo.

Nonostante tutto, Apollo non fu in grado di mandare giù un simile oltraggio, era pur sempre suo figlio e, anche al fine di placare le ire di Zeus, rese Asclepio immortale, trasformandolo in una costellazione e collocandolo sulla  volta celeste per l’eternità.

Nel tempo il simbolo dei medici chirurghi è diventato proprio dal bastone di Asclepio, un semplice bastone con avvolto un serpente, logo che ritroviamo anche nella bandiera dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

LA COSTELLAZIONE DELL’AQUILA

Alla corte celeste dei mesi estivi spicca l’astro luminoso Altair, stella principale dell’Aquila, una costellazione tipica dell’estate boreale che si trova a cavallo dell’equatore celeste e che viene attraversata dalla Via Lattea.

Altair è una stella bianca con magnitudine apparente di 0,77 e ciò la classifica come dodicesima stella più brillante del cielo, posta a una distanza di soli 17 anni luce da noi.

Insieme a Vega della Lira e Deneb  del Cigno, Altair costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo, un  brillante asterismo da ammirare nel mese di luglio e per tutta l’estate.

Le Costellazioni del mese - Aquila
Costellazione dell’Aquila

OGGETTI NON STELLARI NELL’AQUILA

La costellazione dell’Aquila non contiene oggetti del catalogo Messier, ma ospita al suo interno due ammassi aperti come NGC6709 e NGC 6755, l’ammasso globulare NGC 6760,  la nebulosa Phantom Streak,  la Galassia a spirale NGC6814.

Ma c’è un oggetto poco noto, che possiamo ammirare in un’immagine davvero rara, realizzata da Cristina Cellini, che rappresenta una nebulosa planetaria denominata SH2-78 o nota anche come CTSS3.

Costellazioni del mese - Aquila
SH2-78 CREDITI: CRISTINA CELLINI

Ricordiamo  anche  che nell’Aquila è presente la Nebulosa oscura E, composta da due sistemi nebulosi separati tra loro e visibili con un telescopio anche  amatoriale: B142  e B143.

L’AQUILA NELLA MITOLOGIA

Rapimento di ganimede da parte di giove Eustache Le Sueur

Rappresentata come l’uccello mitologico caro a Zeus, nella mitologia greca e romana l’Aquila è protagonista di molte leggende.

Una delle  storie più diffuse narra che il rapace fosse utilizzato da Zeus per riportare indietro i fulmini una volta scagliati contro chi osasse disobbedirgli.

In un’altra vicenda scopriamo che Zeus si trasformò in un’aquila, ricorrendo alle sue consuete metamorfosi in animali e uccelli di ogni genere e questa volta lo fece per rapire Ganimede e portarlo nell’Olimpo affinchè  svolgesse il ruolo di coppiere degli dei; secondo un’altra conturbante storia, l’inguaribile seduttore Zeus  s’incapricciò della bellissima dea Nemesi  e per riuscire a  possederla messe a punto un piano con l’aiuto di Afrodite, la quale venne trasformata lei stessa in un’aquila per simulare una caccia  al bellissimo cigno in cui si era a sua volta trasformato il padre degli dei.

Zeus finse di essere braccato dal rapace e cercò rifugio tra le braccia della dolce e ingenua Nemesi, riuscendo nell’intento di sedurla con l’inganno.

A memoria del buon esito del folle piano,  Zeus pose il Cigno e l’Aquila a brillare tra le stelle in eterno.

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Le costellazioni del mese di giugno 2024

Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice:  – Devo andare a guardare le stelle -. Dice proprio: – Devo, – perchè odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.

Palomar, I.Calvino

Nel mese che conduce all’estate incontriamo sulla volta celeste le costellazioni di Ercole e la costellazione del Drago.

LA COSTELLAZIONE DI ERCOLE

Posta tra il Boote e la Lira, fra le costellazioni del mese troviamo quella di Ercole che è una costellazione tipica dell’estate boreale, che culmina a mezzanotte verso metà giugno; per via della sua ampia estensione (1225 gradi quadrati) è classificata come la quinta più grande del firmamento.

Nonostante le sue vaste dimensioni, Ercole non vanta stelle particolarmente brillanti: la più luminosa è Beta Herculis, nota anche come Kornephoros, stella di magnitudine 2,78; vi è poi Zeta Herculis, conosciuta anche come Ruticulus, una stella gialla di magnitudine 2.81 distante 35 anni luce da noi.

le costellazioni del mese

OGGETTI NON STELLARI IN ERCOLE

La costellazione contiene in compenso un gran numero di stelle doppie e stelle variabili, alcune osservabili già con piccoli strumenti e telescopi, come Alpha Herculis, detta anche Ras Algethi: si tratta di una stella doppia situata nella parte meridionale della costellazione di Ercole, la cui componente principale è una gigante rossa variabile di magnitudine 3.51.

Ercole giace lontano dalla porzione di cielo attraversata dalla Via Lattea, in una regione priva di galassie luminose; tuttavia l’asterismo ospita uno dei più conosciuti ammassi globulari: M13 o Ammasso Globulare di Ercole.

le costellazioni del mese
M13 ripresa da Massimiliano Pedersoli

Si tratta dell’ammasso più luminoso dell’emisfero boreale, visibile già ad occhio nudo da luoghi bui, e in maniera ancor più nitida e ben dettagliata se si osserva il cielo attraverso un binocolo o telescopio.

Con la sua magnitudine apparente pari a 5,8 l’ammasso contiene migliaia di stelle ed è uno degli oggetti più fotografati da dilettanti e professionisti.

L’Ammasso Globulare di Ercole rimane altresì famoso per il “messaggio Arecibo”: un messaggio radio trasmesso nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, (purtroppo ormai smantellato dopo gravi danneggiamenti ambientali) il 16 novembre 1974 e indirizzato verso M13, a 25 000 anni luce di distanza.

Nella costellazione è presente anche l’ammasso globulare M 92, uno degliammassi più settentrionali della volta celeste, che risulta essere meno facile da individuare rispetto ad M13, ma non impossibile: si può tentare l’osservazione con un binocolo 10×50, attraverso il quale l’ammasso appare come una macchia biancastra diffusamentre, con un telescopio da almeno 200mm di apertura, sarà possibile risolverlo in stelle.

le costellazioni del mese
L’ammasso M92 di Massimiliano Pedersoli

Nella costellazione di Ercole è situata una delle nebulose planetarie più grandi della nostra Via Lattea, Abell 39, che possiede un diametro di ben 5 anni luce e la cui forma, circolare e trasparente, ricorda una bolla di sapone.

le costellazioni del mese
IMMAGINE ABELL 39 CREDITI: CRISTINA CELLINI

IL MITO DI ERCOLE fra le costellazioni del mese

Quella di Ercole è certamente una delle figure più note della mitologia: la sua fama è legata alle 12 fatiche che l’eroe dovette affrontare e chi gli valsero la sua eterna gloria, di seguito citate:


Uccidere l’invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
Uccidere l’immortale idra di Lerna;
Catturare la cerva di Cerinea;
Catturare il cinghiale di Erimanto;
Ripulire in un giorno le stalle di Augia;
Disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
Catturare il toro di Creta;
Rubare le cavalle di Diomede;
Impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
Rubare i buoi di Gerione;
Rubare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi;
Portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.

In origine i greci associavano alla figura di Ercole quella dell’Inginocchiato senza però attribuirgli un significato specifico; solo successivamente, in seguito alle 12 fatiche attribuite all’eroe, la figura venne ribattezzata con il nome che oggi conosciamo, e l’atto di inginocchiarsi è da ricondurre al riposo di Ercole dopo le sue gesta.

Ercole era venerato come simbolo di forza e abilità, ma anche come eroe generoso, che per il suo altruismo divenne esempio anche di grandezza morale oltre che fisica e proprio per queste sue virtù gli fu donato un posto sulla volta celeste.

Grazie alla mano di Ercole,
regna la Pace fra l’Aurora e il Vespero,
e nel luogo in cui il sole a mezzogiorno
nega le ombre ai corpi;
tutta la terra bagnata dal lungo circuito di Teti
è stata sottomessa dalla fatica di Alcide.
(Seneca, La follia di Ercole, 883-888)

Ma ad Ercole è legato anche un altro affascinante mito dove la protagonista è la nostra galassia, la Via Lattea: Ercole era figlio di Zeus e di Alcmena, una fanciulla, ennesima vittima degli inganni del padre degli dei: narra la mitologia che Zeus si trasformò nel marito della giovane per poterla possedere e proprio da questa unione nacque l’eroe mitologico, che però fu abbandonato dalla sua mamma.

Zeus teneva molto a quel figlio, per metà dio, e fece in modo che sua moglie Era lo trovasse e lo allattasse: accadde che Ercole fu preso in braccio da Era nel tentativo di attaccarlo al suo seno, ma il piccolo si mosse bruscamente (o fu Era stessa ad allontanarlo, secondo altre versioni) e lo schizzo di latte arrivò fino in cielo creando così il fiume di stelle che scorre sulla volta celeste e che dà vita alla Via Lattea.

LA COSTELLAZIONE DEL DRAGO fra le costellazioni del mese

Proseguendo il nostro percorso attraverso i sentieri celesti dell’estate, ci imbattiamo nella costellazione del Drago: si tratta di una figura situata tra l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore e Cefeo e risulta essere una delle più estese della volta celeste.

La parte immediatamente visibile della costellazione è il quadrato dato dalle stelle che ne formano la testa, le cui due più brillanti sono Eltanin e Rastaban, rispettivamente Gamma Draconis e β Draconis; quest’ultima deriva dall’arabo (Al Rās al Thuʽbān) e significa “la testa del serpente”.

le costellazioni del mese

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL DRAGO

Il Drago non spicca certo per grande luminosità, ma in compenso vanta un buon numero di stelle doppie come ν Draconis e ο Draconis, risolvibili già con un discreto telescopio.

Per quanto riguarda gli oggetti del profondo cielo c’è da dire che il Drago offre numerosi e interessanti spunti di osservazione, poiché ospita nebulose e galassie dalle caratteristiche decisamente scenografiche.

Partiamo dalla nebulosa planetaria NGC 6543, comunemente nota come Nebulosa Occhio di Gatto: questo oggetto, posto a 4.000 anni luce da noi, risultaessere davvero molto ambito tra gli astrofili. Si tratta di una nebulosa scoperta da William Herschel nel 1786 che è diventata oggetto di interesse e di studio dettagliato grazie al Telescopio Spaziale Hubble, il quale ha rivelato informazioni di grande rilevanza riguardo la sua struttura.

le costellazioni del mese
La nebulosa NGC 6543 di Loris Ferrini

Un altro degli oggetti del profondo cielo, ospite nella costellazione del Drago, è la Galassia Fuso, NGC 5866, una galassia lenticolare vista di taglio, con un diametro di 60.000 anni luce, posta a una distanza di 40 milioni di anni luce.

Le immagini rilasciate dal Telescopio Spaziale HUBBLE rivelano una striscia di polveri che divide la galassia in due metà, e un sottile rigonfiamento rossastro che circonda un nucleo luminoso, un disco blu di stelle che corre parallelo alla fascia di polvere, oltre ad un alone esterno trasparente.

le costellazioni del mese
IMMAGINE NGC 5866 CREDITI: NASA, ESA, THE HUBBLE HERITAGE TEAM (STSCL/AURA)

Infine va citata la Galassia Girino, UGC 10214, una spettacolare galassia a spirale barrata, che si trova a 400 milioni di anni luce dalla Terra.

Il suo tratto distintivo è una coda di stelle lunga circa 280.000 anni luce,arricchita da luminosi ammassi stellari blu, la cui forma distorta derivadallo scontro con una piccola ecompatta galassia blu: durante l’impatto le forze di marea galattiche hanno espulso una grande quantità di gas,stelle e detriti, generando la coda.Dopo aver causato questo imponente (e suggestivo) incidente, pare  che la piccola galassia compatta (e colpevole) si stia allontanando dal luogo dell’impatto.

le costellazioni del mese
IMMAGINE GALASSIA GIRINOCREDITI: Credit: NASA, H. Ford (JHU), G. Illingworth (UCSC/LO), M.Clampin (STScI), G. Hartig (STScI), the ACS Science Team, and ESA

ILDRAGO NELLA MITOLOGIA

Il Drago trova riferimenti sia negli antichi popoli Sumeri e Babilonesi che nella mitologia greca, dove veniva configurato con Ladone, il guardiano delle mele d’oro.

Tutto ebbe inizio con il matrimonio di Giove e Giunone, i quali ricevettero come regalo di nozze dalla dea Gea (la Terra) un albero speciale, in grado di produrre mele d’oro.

Giunone lo fece piantare in giardino, ma l’albero era così prezioso che serviva qualcuno che lo sorvegliasse: così Giunone incaricò un terribile mostro, Ladone, con sembianze metà di donna e metà di serpente.

E qui entra in scena Ercole che venne convocato dal re di Micene, Euriseo, il quale gli affidò il compito di uccidere il mostro e trafugare l’albero dal giardino di Giunone; l’eroe prese alla lettera l’incarico e, giunto nel giardino e individuato il temibile mostro, scagliò una delle sue fatali frecce contro Ladone, che stramazzò a terra esanime.

Il Drago venne posto in cielo in ricordo di quell’impresa e fu sistemato attorno all’albero dai frutti d’oro, rappresentato dall’asse terrestre.

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Coelum è distribuito in libreria: guida per i lettori

Care lettrici e cari lettori,
ci avviciniamo a una tappa importante nel percorso di Coelum Astronomia: dalla fine di luglio, la rivista sarà disponibile nelle librerie italiane, grazie alla distribuzione attraverso LibroStore.

È un passo che segna una nuova fase del nostro lavoro: dopo il ritorno al cartaceo nel 2022, abbiamo compreso quanto questo formato resti ancora oggi lo strumento più efficace per approfondire, per prendersi il giusto tempo nella lettura e per valorizzare l’impegno degli appassionati e dei professionisti che rendono Coelum una voce autorevole nel panorama astronomico.

📚 Ma attenzione: i librai, nella maggior parte dei casi, non conoscono ancora Coelum.
Per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto.

Se volete ricevere una copia della rivista nella vostra libreria di fiducia, sarà sufficiente:

  • Recarsi in libreria e richiedere una copia di “Coelum Astronomia” distribuita tramite LibroStore;
  • Il libraio, una volta informato, potrà ordinare la rivista e riceverla nel giro di 3 o 4 giorni lavorativi.

📌 Nota importante: questa prima richiesta va fatta esplicitamente, ma una volta che la libreria rileverà interesse, sarà cura del libraio stesso proseguire con gli ordini automatici ogni due mesi, man mano che i numeri diventano disponibili.

🔎 Un’attenzione in più: la rete di distribuzione che abbiamo scelto privilegia librerie indipendenti e di qualità, realtà attente all’offerta editoriale e radicate sul territorio.
Vi invitiamo quindi a rivolgervi preferibilmente a librerie non monomarca, dove è più semplice che il libraio possa attivarsi per recuperare la rivista.
Abbiamo evitato la grande distribuzione e i circuiti internazionali, che — pur visibili — richiedono condizioni economiche insostenibili per una realtà editoriale piccola e indipendente come la nostra, con il rischio di snaturare il progetto.

🛠 Ogni richiesta conta. Più lettori si attivano, più sarà semplice per le librerie inserire Coelum nei propri circuiti, e anche il distributore potrà dare al nostro progetto la visibilità che merita.

📍 In arrivo anche eventi dal vivo: la direttrice di Coelum incontrerà i lettori in alcune librerie del territorio nazionale per presentare la rivista e raccontarne l’evoluzione.

🔭 Coelum continua il suo viaggio, e oggi più che mai può crescere grazie a voi: fatevi sentire, parlatene, chiedetela.
Il cielo non è mai stato così vicino.

A presto,
La redazione di Coelum Astronomia

La Nebulosa Aragosta NGC 6357 in un MARE di STELLE

ABSTRACT

La regione di formazione stellare NGC 6357, nota anche come Nebulosa Aragosta, è stata osservata in dettaglio grazie al telescopio infrarosso VISTA dell’ESO, nell’ambito della survey VVV sulla Via Lattea. Situata a circa 8.000 anni luce nella Costellazione dello Scorpione, la nebulosa appare radicalmente diversa nell’infrarosso, che permette di oltrepassare le dense nubi di polvere e rivelare stelle nascoste. NGC 6357 ospita tre giovani ammassi stellari, tra cui Pismis 24, con alcune delle stelle più massicce conosciute, come Pismis 24-1 e la stella Wolf-Rayet WR 93. Le interazioni tra queste giganti stellari e l’ambiente circostante plasmano la nebulosa, generando cavità di gas, bolle calde e processi che possono sia ostacolare sia stimolare la formazione stellare. Le osservazioni condotte nell’arco di oltre 13 anni hanno permesso la mappatura infrarossa di oltre 1,5 miliardi di oggetti celesti, contribuendo a comprendere l’evoluzione strutturale della nostra galassia.


Nebulosa Aragosta o NGC 6357 Regione di Formazione stellare


Vaste nubi di gas e polveri che circondano stelle giovani e calde creano questo fiabesco arazzo cosmico, punteggiato di lucine brillanti. La ripresa nell’infrarosso si basa sui dati del telescopio VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy) all’Osservatorio del Paranal dell’European Southern Observatory (ESO), in Cile. Inquadra la ricca regione di formazione stellare NGC 6357, situata a circa 8.000 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione dello Scorpione.

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La visione nell’infrarosso ripresa dal telescopio VISTA dell’European Southern Observatory (ESO) inquadra una vasta regione di formazione stellare ricca di gas brillante, stelle massicce e filamenti di dense polveri cosmiche. Le osservazioni di NGC 6357 fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si propone di scansionare la Via Lattea per ricavare una mappa della sua struttura e spiegare la sua origine. Credit: ESO/VVV Survey/D. Minniti, Ignacio Toledo

Per il suo aspetto nelle riprese in luce visibile NGC 6357 viene anche chiamata Nebulosa Aragosta. La visione nell’infrarosso appare radicalmente differente, in quanto permette di penetrare con lo sguardo al di là delle nubi oscure fitte di polveri, per rivelare il fulgore delle stelle nascoste al loro interno. Queste osservazioni fanno parte della survey VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che si occupa di scansionare la Via Lattea per creare un gigantesco set di dati che ci consenta di ricavare informazioni sull’origine e la struttura della nostra galassia. Grazie alla lunga campagna osservativa, gli astronomi hanno pubblicato recentemente una vasta mappa nell’infrarosso contenente oltre 1,5 miliardi di singoli oggetti celesti nella Via Lattea. Nell’ambito di questo progetto durato oltre 13 anni, il telescopio VISTA ha prodotto 200.000 immagini, tra le quali questa della Nebulosa Aragosta. Osservando molte volte la stessa regione di cielo, i ricercatori hanno potuto determinare non soltanto la posizione dei singoli oggetti, ma anche tracciare il loro moto e individuare le variazioni di luminosità.
Come è evidente nell’immagine, NGC 6357 è una regione affollata e complessa, in cui coabitano dense nubi di polveri, gas brillanti, protostelle ancora circondate da dischi protoplanetari, stelle neonate e stelle giganti. Gas e polveri della nebulosa nascondono astri brillanti che non possono essere osservati in luce visibile, ma che appaiono come puntini luminosi in banda infrarossa. NGC 6357 contiene molte stelle insolitamente massicce, raggruppate in almeno 3 giovani, densi e popolosi ammassi. La radiazione ultravioletta, i rapidi venti stellari, i potenti campi magnetici e la pressione di radiazione di queste stelle titaniche hanno effetti devastanti sull’ambiente circostante, scavando cavità nel gas, plasmando la forma delle nubi e illuminando il materiale interstellare. Le calde giganti di tipo O sono la sorgente ionizzante principale nella regione.
Al centro della nebulosa, l’ammasso aperto Pismis 24 contiene almeno una ventina di stelle giganti, con masse superiori a una decina di masse solari, tra esse alcune arrivano fino a centinaia di masse solari (fra le stelle più massicce conosciute), oltre ad almeno 700 stelle di massa intermedia. La stella più spettacolare, Pismis 24-1, è in realtà un sistema multiplo composto da almeno 3 astri: una coppia stellare in orbita ravvicinata e una stella solitaria più distante e più massiccia delle altre due. Tutte e tre sono veri pesi massimi, ognuna con massa di poco inferiore a un centinaio di masse solari! Altre stelle straordinarie in Pismis 24 includono la Wolf-Rayet WR 93, con massa ben 120 volte quella del Sole, la gigante di tipo O Pismis 24-17 (78 masse solari) e Pismis 24-2 (43 masse solari).
Osservazioni della regione in banda X, effettuate con il telescopio spaziale Chandra, hanno rivelato la presenza di immense bolle di gas caldo, create da bruciante radiazione ultravioletta, potenti venti stellari ed esplosioni di supernova. Questi stessi violenti fenomeni, provocati da stelle giganti, possono avere un effetto davvero distruttivo, causando la fotoevaporazione dei dischi protoplanetari di stelle nelle vicinanze e impedendo così la nascita di interi sistemi planetari. D’altro canto, possono anche contribuire alla formazione di una nuova generazione di stelle, per effetto della compressione di gas e polveri.


Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

La posizione di NGC 6357 nella Costellazione dello Scorpione
AR: 17h 25m 4.43sec
DEC: -34° 18′ 40.00″
Il puntino rosso indica la posizione

La Nebulosa Aragosta (in inglese Lobster Nebula), si trova all’interno dei confini della costellazione dello Scorpione, in una zona molto prossima al centro della Via Lattea. La nebulosa è posizionata ben 34° sotto l’equatore celeste, per cui l’osservazione risulta difficoltosa da molte località dell’emisfero Boreale, in particolare quelle oltre i 45° di latitudine Nord.
Rintracciarla è invece molto semplice, dato che si trova circa 3° a nord del “pungiglione” della coda dello Scorpione, identificato dalle stelle “Shaula” e “Lesath”. Il periodo per osservare al meglio questa zona è quello che va dalla tarda primavera all’inizio dell’estate. Vista la breve durata delle notti estive, nel caso volessimo riprendere la zona digitalmente non potremmo godere di molto tempo per accumulare segnale luminoso nell’arco di una singola notte, meglio prepararsi a più nottate.
Il soprannome di questa nebulosa è cambiato molte volte nel tempo, con varie forme associate al suo aspetto: ovviamente ognuno può vederci la figura che più ritiene gli si avvicini. Visualmente è molto importante tentare le osservazioni in serate molto limpide e da luoghi con scarso inquinamento luminoso, a causa della bassa altezza sull’orizzonte, strumenti con diametro di almeno 12-15 cm potranno già farci intuire il suo debole bagliore diffuso, su un’area vasta quasi 1° quadrato. I filtri nebulari in grado di attenuare l’inquinamento luminoso saranno sicuramente di grandissimo aiuto.
Le riprese digitali, daranno maggiori soddisfazioni e possibilità di successo: l’uso di focali anche medie, unito all’aiuto dei filtri nebulari a banda stretta, potrà permetterci di registrare il profilo della nebulosa ed alcune irregolarità scure al suo interno.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

Visuale: 4/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://www.eso.org/public/images/eso1309a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 274

 

I vetri forgiati dal cielo

ABSTRACT

Il testo esplora il mondo affascinante dei vetri da impatto, formazioni naturali nate da collisioni meteoriche avvenute sulla Terra. Dal deserto arabo del Rub‘ al-Khali ai campi di tectiti sparsi nei cinque continenti, vengono analizzati crateri, materiali, morfologie e dinamiche fisiche di questi fenomeni. In particolare, si descrivono i vetri generati dall’impatto di Wabar, le diverse tipologie di tectiti (splash-form, alate, moldaviti, uruguaiti), fino allo straordinario vetro del deserto libico, forse prodotto da un’esplosione atmosferica. Lo studio dei vetri da impatto rivela non solo eventi geologici estremi, ma offre anche preziose informazioni sulla storia del nostro pianeta e sulle interazioni con corpi extraterrestri, con implicazioni archeologiche, geochimiche e planetologiche.

I vetri forgiati dal cielo

Il sud della penisola arabica è occupato da un grande deserto; il “Rub‘ al-Khali” (Il “Quarto Vuoto”). È una distesa di dune sterminata e inospitale, dove d’estate la temperatura può toccare i 60 C° e l’umidità arrivare al 2%. In questa torrida distesa sabbiosa, una sera, fra i 130 e i 400 anni fa un lampo accecante illuminò il paesaggio, mentre quattro scie attraversavano il cielo e grandi massi incandescenti si schiantavano al suolo, fondendo all’istante la sabbia e lanciando schizzi ovunque, trasformandosi in una schiuma vetrosa. Una nube a fungo, simile a quella di un’esplosione nucleare si alzò nel cielo, mentre il calore immenso fuse le rocce e goccioline di vetro caddero come pioggia anche a centinaia di metri di distanza dagli impatti.
Oggi in quel luogo, si trovano 3 crateri di 116, 64 e 11 metri, semisommersi dalle sabbie, testimoni di uno dei più recenti impatti meteorici avvenuti sul nostro pianeta. L’energia rilasciata dall’impatto è stimata in almeno 12 kiloton.
La particolarità dell’evento che ha generato i crateri di Wabar è di essere avvenuto su un terreno sabbioso e privo di rocce in grado di generare una massa di vetro fuso circa 10 volte superiore a quella del corpo impattante. Le masse silicee prodotte dagli impatti meteorici possono assumere diverse forme, a seconda delle temperature, delle pressioni e delle vicissitudini alle quali sono sottoposte; lanciate in aria e proiettate a grandi distanze, compresse nel terreno dall’onda d’urto, mescolate ad altri materiali o praticamente pure, in colori neri, bianchi verdi e giallastri.
Nel caso di Wabar, in prossimità dei crateri, si trovano impattiti di arenaria bianca, mescolata a clasti di vetro nero, mentre allontanandosi da questi, nella sabbia compaiono goccioline di lucido vetro nero, dalle forme più disparate, anche di pochi millimetri, chiamate dai popoli del deserto, “Lacrime di Fatima”.
I vetri da impatto non sono quindi materiale extra-terrestre (ne potrebbero però contenere una percentuale), ma impattiti create da un grande meteorite che ha colpito la Terra. La loro straordinaria varietà mette tutt’oggi a dura prova le teorie degli scienziati e testimonia la nostra limitata conoscenza degli effetti dell’urto di oggetti ad alta velocità sulla Terra, che per sua natura offre terreni molto diversificati, dagli aridi deserti alle umide paludi. A complicare il tutto l’atmosfera che può comportare la disgregazione del meteorite ed il trasferimento dell’energia attraverso un’onda d’urto veicolata dall’atmosfera stessa.

TECTITI (Indociniti) a goccia e a disco conservate presso l’Osservatorio Monte Baldo.

 

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Immaginate uno schizzo di vetro fuso lanciato ad altissima velocità negli ejecta causati dalla caduta di un asteroide. Il silice potrebbe essere più o meno puro e mescolato con altri materiali terrestri o con percentuali dell’oggetto impattante. Dopo la spinta iniziale, i materiali tenderanno ad assumere una traiettoria balistica condizionata dalle perturbazioni atmosferiche generate da venti, da correnti di alta quota e negli impatti maggiori, dallo stesso evento. Aggiungete a tutto la presenza di moti di rotazione ed avrete lo zoo delle TECTITI.
Il nome tectite, deriva dal greco tektos “fuso”. Sono certamente i vetri da impatto più affascinanti, formatisi da materiale siliceo fuso e raffreddato in atmosfera dagli ejecta dell’impatto dell’asteroide. In alcune tectiti la presenza di una “flangia” dovuta alla rifusione del vetro, modellato dall’impatto aerodinamico al rientro nell’atmosfera, è un’evidenza di quanto violenti possano essere stati gli eventi, tali da scagliare il materiale vetroso fuori dell’atmosfera! Si tratta di “tectiti alate” con una forma “a bottone” e dimensioni massime di pochi centimetri.
Ad esclusione di queste ultime la maggior parte dei campioni invece mostra forme ovali, a disco, a manubrio o a goccia, dovute al raffreddamento del materiale in rotazione; sono le tectiti splash-form: corpi vetrosi dalla composizione omogenea e caratterizzati dalla quasi totale assenza di bolle nell’interno, sintomo di un rapido raffreddamento. Il contenuto siliceo può variare dal 65 al 98% mentre l’acqua all’interno è quasi assente con percentuali <0,02%, valore nettamente inferiore a quello stimato dei vetri naturali causati dall’attività vulcanica (come l’ossidiana).
Nel mondo vi sono quattro campi principali di ritrovamento delle tectiti, letteralmente dispersi nei 4 continenti.
La più vasta e complessa è quella Australasiana, che comprende l’Asia sud-orientale, l’Australia e parte dell’Oceano Indiano. Molte sono le tectiti associate a questa area (Australiti, Indociniti, Philippiniti, Billitoniti, Chiniti,…) ma sembrano derivare tutte da uno stesso impatto, avvenuto probabilmente 780.000 anni fa. Purtroppo, ad oggi il cratere non è stato ancora identificato nonostante si sia dovuto trattare di un evento non trascurabile visto la mole di vetri prodotta e la grande dispersione spaziale.
Negli Stati Uniti sudorientali, si trova il campo Nord Americano, con le Bediasiti del Texas e le Georgiaiti (Georgia). Il responsabile di questi vasti depositi è un impatto nella baia di Chesapeake, risalente a 35 milioni di anni in grado di lasciare sul suolo un cratere ad anelli, con diametro esterno di 85 km e il cui centro corrisponde grossolanamente all’apertura sul mare della baia. Curioso, che all’interno dell’area del cratere si trovi il centro di ricerca di Langley della NASA.
Tra Costa d’Avorio e Liberia, si trova invece il campo delle Ivoriti, datate 1 milione di anni e generate dal grande impatto che formò il cratere del Botsumtwi, di 8 chilometri, divenuto oggi uno splendido lago.

Moldaviti del Museo delle Moldaviti di Praga.


Il quarto campo è quello Centro Europeo, che si contraddistingue dagli altri per le bellissime tectiti che si rinvengono, principalmente nella Boemia meridionale e Moravia meridionale. Tali vetri, detti Moldaviti, hanno un colore verde oliva traslucido ed un aspetto muschioso, un’importante componente di silice tra il 75 e l’80% a cui si aggiungono ossidi di alluminio, ferro ed altri oligo eliementi. Una ricetta perfetta con cui sono stati forgiati questi oggetti unici per la loro bellezza tanto da essere considerate pietre preziose ed utilizzate in oreficeria per realizzare monili. Oggi la gran parte degli scienziati, concorda nell’identificare nel cratere del Ries, in Germania (14,7 milioni di anni), il luogo dell’impatto che ha originato le Moldaviti, anche se ciò non favorisce una semplice spiegazione della loro distribuzione, che si estende da una distanza di 200 ai 450 km dal cratere, disegnando un ventaglio in direzione est-nord-est. Fra le ipotesi più accreditata lo sviluppo di un getto obliquo dovuto alla direzione dell’impatto.
Nel 2016 un ulteriore nuovo campo di tectiti (se confermato sarebbe il quinto) è stato identificato in Uruguay. Le caratteristiche delle Uruguaiti fanno supporre per un’origine da un impatto meteorico, anche se non vi sono ancora crateri candidati a testimonianza.
Ma la storia dei vetri da impatto non si esaurisce certo con le tectiti. Ad esempio, oltre ai materiali lanciati a grande distanza dal cratere, vi sono gli “ejecta prossimali” che si formano durante l’impatto o in momenti successivi nelle immediate vicinanze del cratere. I vetri in questo caso sono mescole di quarzi (Coesiti), pezzi di roccia e persino frammenti dell’oggetto impattante e hanno spesso un aspetto spugnoso, in alcuni casi molto resistenti oppure estremamente friabili. Certamente meno affascinanti rispetto alle tectiti, occupano un ruolo fondamentale nello studio dei crateri terrestri.

Vetro da impatto Cratere Tenoumer (Mauritania) presso il Museo di scienze planetarie di Prato.


Vi è infine un altro tipo di vetro da impatto che ha caratteristiche uniche e non può essere inserito in nessuna delle precedenti categorie. Il Libyan Desert Glass (vetro del deserto libico) è un vetro giallo chiaro, quasi trasparente e simile all’opale, tipico di una fascia sahariana, al confine fra l’Egitto e la Libia. Si tratta di una silice estremamente pura, sino a percentuali del 98%, con una componente di acqua invece addirittura inferiore allo 0.001%. La sua datazione è intorno ai 29 milioni di anni fa ma nessun cratere di quell’età è stato identificato nell’area. Le ricerche inoltre hanno portato al ritrovamento di campioni di 10, 20 centimetri o anche più, molto più grandi delle tectiti. Tutte evidenze che spingono a ipotizzare che il Lyban Desert Glass si sia formato a causa di un’esplosione in atmosfera (simile a quella di Tunguska) e al calore, accompagnato all’onda d’urto, che avrebbe colpito il terreno sabbioso. Di certo, a partire dal pleistocene l’umanità ha utilizzato questi vetri per la costruzione di utensili e oggi possiamo trovare bifacciali Acheuleani Di centinaia di migliaia di anni, raschietti, lame e punte. Ma il più straordinario manufatto in Lybian Glass risale ad almeno 33 secoli fa e rappresenta il dio-scarabeo dell’antico Egitto Khepri e fu posto sul pettorale del faraone Tutankhamon, e quindi nel suo sepolcro, a testimonianza di quanto questi vetri dovessero rivestire un significato simbolico, per l’antica civiltà del Nilo.
In ogni vetro da impatto, sia esso mischiato alla sabbia nei torridi deserti sahariani, incastonato nelle colline della Boemia, o nelle carote di sedimenti marini nell’Oceano Indiano è impresso il ricordo di grandi eventi di collisione subiti dalla Terra nel corso di milioni di anni. Il loro studio non è semplice diletto mosso da curiosità ma uno strumento fondamentale per approfondire l’interazione tra il nostro pianeta, la sua biosfera e gli oggetti che impattano dallo spazio.

Percussori, Raschietti, Punte e Bifacciali in Lybian Desert Silica conservate al Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto.

Consigli per la lettura
The day the Sands Caught Fire. – Jeffrey C. Wynn and Eugene M. Shoemaker – Scientific American 279 (5): 64-71. Disponibile su ResearchGate (Public Full-text).

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L’articolo è pubblicato in COELUM 274 VERSIONE CARTACEA


ShaRA#12 – La Statua della Libertà

di Aldo Zanetti e ShaRA Team

Il Target

Il risultato del Superstacking applicato alle 27 versioni ottenute dallo ShaRA team del soggetto “Statua della Libertà” con dati raccolti in 4 canali LRGB + 3 NB, cui si sono aggiunti altri 3 RGB con pose da 60 secondi focalizzate solo sulle stelle; Telescopio remoto CDK24 ubicato in Cile, di proprietà di un membro del gruppo.

Il progetto ShaRA#12 ci ha portato a confrontarci con l’immagine di una nebulosa che si presta molto bene ad essere rappresentata sia in colori naturali RGB che in Hubble palette, ovverosia nella combinazioni di canali in banda stretta SHO (zolfo, idrogeno, ossigeno). Questa rappresentazione mette in evidenza le diverse componenti dei gas che compongono la nebulosa, e prende il nome dal telescopio spaziale Hubble, per cui è stata definita ed utilizzata le prime volte. La grande mole di dati necessari per realizzare l’immagine (4 canali LRGB + 3 NB, cui si sono aggiunti altri 3 RGB con pose più brevi per ricavare le stelle) è stata fornita al gruppo da uno dei membri, Vikas Chander, che l’ha raccolti tramite il suo telescopio da 60cm posto in Cile.

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Dati Astronomici

La nebulosa Statua della Libertà, catalogata nel New General Catalog come NGC 3576, è una nebulosa ad emissione che si trova a circa 8800 anni luce dalla terra nella costellazione della Carena, ai tempi degli antichi greci visibile nei nostri cieli ed oggi a causa dello spostamento dell’asse terrestre osservabile solo dall’emisfero australe. La sua forma è complessa e presenta numerose emissioni ed archi, e ricorda il profilo della statua della libertà di New York: per questo motivo dal 2009 è chiamata la Nebulosa Statua della Libertà.

L’elaborazione delle immagini

Avendo a disposizione sia i canali a banda larga RGB e Luminanza, sia i canali a banda stretta SHO, ogni membro del team ha potuto interpretare in modi diversi l’immagine ed i risultati sono stati estremamente eterogenei dal punto di vista della resa cromatica, tanto da restituire un’intera tavolozza di colori.
Le immagini sono state riprese con un telescopio da 60 cm di diametro Planewave CDK24 ed una camera Moravian C5A-100 ad una lunghezza focale di 3974 mm. I filtri utilizzati sono stati i classici RGB per la banda larga, e i filtri SII, Ha e OIII per la banda stretta, tutti della Chroma. I tempi di acquisizione sono stati: 300 secondi x 102 immagini per ogni canale dell’LRGB, 300 secondi x 101 immagini per l’S e l’Ha, 600s x 102 immagini per l’OIII cui si sono aggiunti 30 frame da 60 secondi per i canali RGB per le stelle del fondo cielo, per un totale di 69 ore e 21 minuti. Le immagini utilizzate erano pretrattate a drizzle 2x, ovvero ridotte, ricombinate e proiettate su di una griglia più fine, per dare risalto anche particolari molto ridotti.
Come spesso accade nel caso di immagini acquisite sotto i cieli cileni non abbiamo avuto necessità di eliminare gradienti, e siamo passati subito alla combinazione dei canali, al solito fatta da qualche membro con Pixinsight e da qualcun altro con Photoshop o GIMP. Il workflow è stato quello classico: deconvoluzione, riduzione del rumore, separazione delle stelle dalle parti nebulari e trasformazione dell’immagine dalla fase lineare a quella sviluppata. A quel punto ogni membro ha preso la sua strada, qualcuno realizzando la combinazione LRGB, qualcuno la SHO e qualcuno anche altre combinazioni che ben si prestano con i canali NB, come ad esempio l’HOO. I risultati, visibili nelle immagini individuali, hanno portato a variazioni cromatiche anche molto forti, tutte molto suggestive e belle. L’algoritmo di superstacking di ShaRA ha ancora una volta lavorato egregiamente, ed il risultato è quello visibile nell’immagine finale, che ci ha restituito una Statua della Libertà in Hubble palette in tutto il suo splendore.

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Statua della Libertà Gallery

ShaRA#11.3 – Uovo del Pettirosso

Per questa nuova avventura, il Team ShaRA ha scelto di esplorare un oggetto celeste dell’emisfero australe, tanto affascinante quanto poco comune: la nebulosa planetaria “Uovo di Pettirosso”. Il suo nome deriva dall’aspetto delicato e colorato che richiama quello delle piccole uova azzurre/verdi deposte dai simpatici pettirossi.

di Aldo Zanetti, Alessandro Ravagnin e ShaRA Team

Il Target

L’uovo di pettirosso ottenuto dalla media pesata di 17 diverse elaborazioni, col processo di Superstacking inventato dal team ShaRA. Riprese fatte con il CDK24 di proprietà di un membro del gruppo e ubicato a Rio Hurtado in Cile.

 

L’immagine di partenza è stata acquisita da uno dei nostri membri attraverso il suo telescopio remoto situato in Cile, e condivisa con il resto del gruppo. Rispetto ai soliti progetti di team, questa volta abbiamo saltato a piè pari la fase iniziale (molto divertente e coinvolgente tra l’altro) di scelta del target avendo a disposizione questo bel set di dati e decidendo di adottare la Robin’s Egg come progetto ShaRA#11.3, parallelo al principale. Se qualcuno si stesse domandando che relazione c’è tra le varie fotografie che facciamo e la numerazione dei progetti ShaRA, ecco qua una veloce spiegazione: la numerazione principale XY (nel formato ShaRA#XY.Z) viene assegnata a ciascun nuovo progetto sviluppato secondo il workflow completo di ShaRA: proposta dei target da parte dei membri, votazione per selezionare il target principale, raccolta del budget, acquisizione dei dati, elaborazione collaborativa e creazione del superstack finale.
Le eventuali “derivazioni” indicate con Z (ad esempio ShaRA#11.1, 11.2, o l’attuale 11.3) nascono invece come ramificazioni del progetto principale, spesso sviluppate nell’attesa di completarlo. In questi casi, ci dedichiamo a target secondari seguendo un processo più snello, in cui alcuni passaggi iniziali del workflow (come la fase di votazione o la raccolta budget) vengono talvolta saltati per ragioni pratiche o di opportunità.
Ma vediamo quindi cosa è successo con ShaRA#11.3 e l’uovo del pettirosso…

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Dati Astronomici

Come sempre partiamo con una breve descrizione dell’oggetto fotografato.
La nebulosa planetaria Uovo di Pettirosso, catalogata come NGC 1360, si trova nel cielo australe nella costellazione della Fornace. Le sue dimensioni sono di circa 11 x 7,5 minuti d’arco, il ché la fa un oggetto interessante da fotografare con un telescopio a lunga focale. Il suo aspetto bluastro è dovuto alle forti emissioni dell’OIII (ossigeno ionizzato due volte), mentre alle estremità della sua forma ellissoidale si notano due getti rossi dovuti probabilmente all’emissione di materia dalla stella morente (ricordiamo che una nebulosa planetaria è una bolla di gas in espansione, emessa da una stella gigante rossa durante le ultime fasi della sua vita, quando eietta grandi quantità di materiale dei suoi strati superficiali nello spazio circostante).

L’elaborazione delle immagini

Le immagini sono state riprese con un telescopio da 60 cm di diametro Planewave CDK24 ed una camera Moravian C5A-100 ad una lunghezza focale di 3974 mm. I filtri utilizzati sono stati i classici RGB per la banda larga, e i filtri OIII e Ha per la banda stretta, tutti della Chroma. I tempi di acquisizione sono stati: 30 secondi x 24 immagini per ogni canale dell’RGB, 300 secondi x 201 immagini per l’OIII e 300 secondi x 202 immagini per l’Ha, per un totale di 27 ore e 28 minuti.
L’elaborazione è stata fatta da alcuni membri del team con Pixinsight, da altri con Photoshop o con GIMP.

I master file erano puliti, grazie alle riprese effettuate dal Cile, quindi non sono stati necessari particolari attenzioni nella rimozione dei gradienti dal fondo cielo. Dopo aver combinato i tre canali RGB ed aver applicato i tipici processi di deconvoluzione, calibrazione del colore e riduzione del rumore ci si è presentato il punto più complicato dell’elaborazione, ovvero l’integrazione del segnale proveniente dai canali a banda stretta con l’immagine RGB. La difficoltà non era tanto nel combinare i canali, dato che ogni membro del Team ha ormai ben consolidato il suo processo da eseguire, o attraverso le funzioni di matematica dei pixel di Pixinsight o attraverso la combinazione delle immagini con Photoshop o GIMP, bensì nel fornire il giusto rapporto di segnale fra l’OIII e l’Ha.

A questo proposito esistono in rete due diversi tipi di immagini di questo oggetto, una più aderente alle misurazioni scientifiche dei flussi di radiazione dai due canali, e una più libera e spettacolare. Qualcuno di noi ha fatto ricerche nella letteratura scientifica per capire l’apporto di segnale nelle due bande e si è inspirato al primo tipo, ed in questo caso le immagini sono risultate più bluastre evidenziando l’OIII, con solo un leggero alone rosso di Ha intorno all’inviluppo della nebula, mentre qualcun altro ha preferito creare immagini più di impatto e ha accentuato il contributo dell’Ha nel rosso. Per questo motivo alla fine sono risultate immagini molto diverse fra loro, più o meno colorate e più o meno aderenti alla realtà dei flussi di radiazione. Tutti i membri hanno poi elaborato i sottili getti di materia polare attribuendo il colore rosso. Infine, per quanto riguarda le stelle presenti nello sfondo, si evidenzia un ampio spettro di scelte tecniche, dal renderle in modo evidente e colorato, al farle quasi scomparire per evidenziare la nebulosa in primo piano. Tutto questo sta ad indicare come sia possibile ottenere risultati finali anche molto diversi fra loro, a seconda delle scelte individuali di elaborazione dell’immagine.

Alla fine l’algoritmo di superstacking delle 17 immagini ha prodotto il risultato che vedete in figura 2, e che ben equilibra le diverse elaborazioni e la realtà dei flussi di radiazione nei diversi canali.

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Robin’s Egg Gallery

Il Canto del Cigno di Kohoutek 4-55

 

Sembra quasi un capolavoro astratto questa sorprendente ripresa del telescopio spaziale Hubble: forme, linee e colori creano un’esperienza visiva surreale. In realtà Kohoutek 4-55 è una nebulosa planetaria, localizzata a circa 4.600 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione del Cigno. Si può dire che questa incantevole e variopinta nube rappresenti il canto del cigno di una stella medio-piccola, giunta ormai al termine della sua evoluzione.
Quando una stella simile al Sole esaurisce il combustibile necessario per la fusione nel suo nucleo, si gonfia espandendosi in gigante rossa, inglobando potenzialmente nella sua atmosfera eventuali pianeti in orbita. In seguito sperimenta una rapida perdita di massa, sotto forma di veloci venti stellari, diventando sempre più calda via via che il nucleo rovente si contrae e rimane esposto per l’espulsione dei gusci atmosferici sovrastanti. A quel punto la cocente radiazione della stella esausta ionizza la massa gassosa espulsa, che continua ad espandersi gradualmente nello spazio. La luce ultravioletta assorbita energizza gli elementi gassosi del guscio attorno alla stella centrale, rendendoli brillanti e permettendoci così di ammirare una nebulosa planetaria dai colori vivaci. In questa ripresa in particolare, rosso e arancio rappresentano molecole di azoto, il verde evidenzia l’idrogeno e il blu l’ossigeno.

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L’immagine del telescopio Hubble riprende la nebulosa planetaria Kohoutek 4-55, la cui forma è dovuta al guscio gassoso in espansione di materiale perduto da una stella morente. La struttura stratificata deriva da progressive espulsioni di materiale stellare: una zona centrale di nubi verdastre è delimitata da un anello luminoso e biancastro, a sua volta incorniciato da una fascia di nubi blu-argentate e da un anello di gas giallastro più fioco e frastagliato.

Kohoutek 4-55 prende il nome dal suo scopritore, l’astronomo ceco Luboš Kohoutek, e presenta una struttura non comune, costituita da varie stratificazioni: un brillante anello interno è circondato da uno strato gassoso più fioco di forma bipolare, il tutto avvolto in un ampio alone di azoto ionizzato. Lo spettacolo cosmico è di breve durata: nel giro di poche decine di migliaia di anni al massimo, la stella centrale diventerà sempre più debole e fredda, trasformandosi in una densissima nana bianca, con una massa dell’ordine di quella solare ma un raggio paragonabile a quello della Terra. Nel frattempo, il guscio gassoso circostante si espanderà sempre più, diradandosi nello spazio interstellare, fino al punto che la piccola nana bianca, fantasma di una stella un tempo maestosa, non sarà più in grado di illuminarlo. In un battito di ciglia dal punto di vista astronomico, questa intrigante scultura cosmica scomparirà dalla vista.
Tuttavia, la sua funzione non è solo ornamentale: le nebulose planetarie sono fondamentali per l’arricchimento chimico dello spazio interstellare. Contengono infatti non soltanto gli elementi che erano presenti nella stella, ma anche elementi e molecole di nuova formazione, generati durante il processo di evoluzione. Elementi che rappresentano un prezioso carico di materiale che potrebbe in seguito essere impiegato nella formazione di nuove stelle e sistemi planetari. In questo modo, invece di una fine, ogni nebulosa planetaria segna di fatto un nuovo inizio.
Questa immagine è importante anche dal punto di vista storico per quanto riguarda le osservazioni del telescopio Hubble: deriva infatti dall’elaborazione con tecniche d’avanguardia di dati dello strumento Wide Field and Planetary Camera 2 (WFPC2), acquisiti appena dieci giorni prima che venisse sostituito dalla Wide Field Camera 3, nel 2009. Si potrebbe dire che l’immagine di Kohoutek 4-55 rappresenti anche il canto del cigno di uno strumento straordinario, che, durante i suoi 16 anni di operatività, ci ha permesso di ottenere immagini mozzafiato e sorprendenti scoperte astronomiche.

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

PN K 4-55 è una nebulosa planetaria che si trova a 4500 anni luce nella costellazione del Cigno, a circa 1° di distanza dalla famosissima Deneb, procedendo in direzione della nebulosa Nord America. Le dimensioni sono piuttosto compatte, presentando un diametro dei gas pari a circa la metà del disco di Giove.
Posizionata in piena Via Lattea, dall’Italia risulta osservabile quasi tutto l’anno, solo in inverno è per gran parte della notte troppo bassa sull’orizzonte. Al contrario, in agosto passa praticamente allo zenit per le latitudini italiane, culminando altissima in cielo.
La nebulosa purtroppo ha una magnitudine circa + 16 il che la rende un oggetto proibitivo per le osservazioni visuali e molto difficile per le riprese digitali.
Visualmente è probabile che sia necessario utilizzare uno strumento da almeno 60 cm per mostrare la regione centrale. Sempre molto consigliati i filtri nebulari in particolare, per questo tipo di oggetti, l’Ossigeno III a banda stretta.
Fotograficamente è un oggetto difficile soprattutto a causa delle ridotte dimensioni e, come già detto, della bassa luminosità: per registrare qualche dettaglio di questa affascinante nebulosa dovremo usare lunghe focali e sistemi di guida molto precisi. Avendo a disposizione un setup simile, nelle riprese CCD in “tri” o “quadricromia” con filtri a banda stretta potremo ottenere immagini colorate di sicuro interesse scientifico.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

Visuale: 5/5

Fotografica: 4/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2514a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 274

 

Nuvole di PeVatroni Cariche di Pioggia Cosmica

di Stefano Menchiari

Indagine sull’origine galattica dei raggi cosmici ad altissima
energia tra scenari astrofisici avanzati e osservazioni gamma di nuova generazione.

ABSTRACT

Da oltre un secolo gli scienziati osservano una misteriosa “pioggia” di particelle altamente energetiche provenienti dallo spazio: i raggi cosmici. Nonostante siano oggetto di studio fin dal 1912, la loro origine rimane in parte sconosciuta, soprattutto per quelli con energie estreme, dell’ordine del petaelettronvolt (PeV). L’articolo ripercorre la storia della scoperta e analizza i principali candidati alla produzione di questi raggi, dalle supernove agli ammassi stellari ricchi di stelle massicce, esplorando il concetto di PeVatroni — oggetti astrofisici in grado di accelerare particelle fino a energie eccezionali. Un focus particolare è dedicato all’astronomia gamma, che consente di tracciare indirettamente i raggi cosmici attraverso l’osservazione dei fotoni ad altissima energia. Infine, si evidenzia il ruolo dei moderni strumenti osservative e dei modelli teorici più recenti, con uno sguardo al contributo dell’Instituto de Astrofísica de Andalucía (IAA) e delle prospettive offerte dalla nuova generazione di telescopi Cherenkov.

Raggi cosmici, cosa sono?

mosfera terrestre è continuamente bombardata da particelle invisibili ed estremamente energetiche, provenienti dallo spazio. Oggi queste particelle sono conosciute come raggi cosmici (RC), un flusso incessante di protoni (87%), nuclei di elio (12%) e, in piccola parte (<1%), nuclei più pesanti, elettroni e antimateria. Queste particelle arrivano da ogni direzione e coprono un impressionante intervallo di energie, che va da 109 eV fino a valori altissimi di 1021 eV. Per capire quanto siano estremi questi valori, possiamo fare due confronti: un fotone della luce visibile ha un’energia di circa 1-2 eV, ben un miliardo di volte meno dei RC meno energetici; mentre il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle più potente mai costruito dall’uomo, può spingere fasci di protoni fino a ~7×1012 eV, ben cento milioni di volte meno rispetto ai RC più energetici mai osservati!
Il flusso (Φ) di RC osservato in funzione dell’energia E (anche detto spettro) ha un andamento decrescente dettato da una legge di potenza, definita dal seguente andamento:

Φ ∝ Es

dove l’esponente s (generalmente denominato indice spettrale) è pari a -2.7 . Questa legge di potenza è osservata in un intervallo di energie che va da qualche decina di GeV (~1010 eV) fino a qualche PeV (1015 eV). A queste energie, si osserva una flessione nella legge di potenza che porta l’esponente ad essere -3.1. L’indice spettrale rimane così invariato fino ad energie di circa 1018 eV, dove si ha un nuovo cambiamento che riporta l’indice a -2.7. Lo spettro totale dei RC è mostrato in figura 1, e data la sua forma rassomigliante una gamba, ci si riferisce alla prima variazione dell’indice spettrale come “il ginocchio” mentre alla seconda come “la caviglia”. Queste caratteristiche dello spettro hanno una precisa interpretazione fisica: la presenza del ginocchio viene attribuita all’energia massima dei protoni accelerati da sorgenti che risiedono nella Via Lattea, mentre la caviglia viene associata al passaggio dai RC di origine galattica a quelli di origine extragalattica.
Ma quali sono le sorgenti dei raggi cosmici? Qui le cose si complicano. Essendo particelle cariche, i RC non viaggiano in linea retta: lungo il loro cammino vengono deviati dai campi magnetici della nostra galassia e dello spazio intergalattico, rendendo il loro moto caotico e totalmente diffusivo. Questo significa che, quando li rileviamo sulla Terra, la loro direzione d’arrivo non ci dice nulla sulla loro origine, rendendo la ricerca delle sorgenti un vero rompicapo per gli astrofisici.

Fig.1 – Numero di raggi cosmici in funzione dell’energia (spettro) per unità di area, tempo ed angolo solido misurato da diversi esperimenti. Il flusso dei RC diminuisce all’aumentare dell’energia seguendo una legge di potenza con indice variabile la cui forma assomiglia a quella di una gamba. Si noti che, essendo il grafico in doppia scala logaritmica, la legge di potenza diventa una retta. I due principali cambiamenti dell’indice spettrale sono “il ginocchio” (a 1 PeV) e “la caviglia” (1000 PeV). Alle energie del ginocchio si hanno in media 1 particella all’anno per metro quadro, mentre per la caviglia il flusso crolla drasticamente a 1 particella all’anno per chilometro quadro. Crediti immagine: Evoli, C. (2020). The Cosmic-Ray Energy Spectrum. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.4396125

Il Mistero dell’Origine dei Raggi Cosmici Galattici

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L’enigma dell’origine dei RC rappresenta tutt’oggi uno dei problemi aperti più scottanti dell’astrofisica. Come è possibile arrivare ad ottenere una soluzione a questo rompicapo? Per farlo, è necessario trovare risposta a tre domande: Quale è il meccanismo con cui vengono accelerati i RC e quale sorgente è in grado di metterlo in atto?
Quale oggetto astrofisico è in grado di sostenere in maniera continua la produzione di tutti i RC che permeano la Via Lattea?
E quale sorgente riesce a spiegare la composizione osservata dei RC che arrivano alla Terra?
Il primo a proporre un meccanismo di accelerazione dei RC fu il fisico italiano Enrico Fermi nel 1949. Fermi proponeva che le particelle potessero essere accelerate tramite collisioni casuali con campi magnetici nel mezzo interstellare. Data la natura casuale delle collisioni, questo meccanismo, denominato meccanismo di Fermi al secondo ordine, risultava essere poco efficiente, ed i tempi necessari per accelerare i RC alle energie osservate erano proibitivamente lunghi. Una versione modificata di questo meccanismo, chiamata meccanismo di Fermi al primo ordine, venne proposta negli anni 70 da Anthony Bell, e prevedeva l’accelerazione di particelle tramite l’attraversamento ciclico di forti onde d’urto (o shocks). A differenza della collisione stocastica proposta da Fermi, una particella che attraversa uno shock vede sempre arrivare la collisione con fluttuazioni magnetiche in maniera frontale, il che rende il processo di accelerazione più rapido ed efficiente. Questo suggerisce che, qualsiasi sia l’identità del nostro acceleratore di RC, esso deve essere in grado di produrre potenti shock.

Le Supernove: Fabbriche di Raggi Cosmici?

In astrofisica, tra le onde d’urto più note ci sono i Resti di Supernove (o Supernova Remnant, SNR), generate dalle esplosioni di supernova che avvengono nel momento in cui una stella con massa otto volte superiore a quella del sole finisce il suo ciclo vitale. Essendo forti onde d’urto, i SNR hanno tutte le carte in regola per poter accelerare i RC. È interessante notare che già nel 1934, Walter Baade e Fritz Zwicky avevano teorizzato che l’origine dei RC fosse legato alle SNR tramite un calcolo molto semplice, quanto elegante, che dimostrava che con un tasso di 1 esplosione di supernova ogni 50 anni, si riusciva a sostenere la produzione dei RC osservati nella Via Lattea. Le SNR risultano quindi sia in grado di accelerare i RC che di spiegare la quantità di RC nella Via Lattea, ma possono spiegare la composizione osservata?
Studiando la composizione di RC che arrivano sulla Terra, si nota che alcuni nuclei atomici, come il 22Ne (il 22Ne è un isotopo dell’elemento Neon, ovvero possiede lo stesso numero di protoni dell’atomo di Neon ma un diverso numero di neutroni), sono sovrabbondanti rispetto alla quantità che normalmente si osserva nel sistema solare. Ciò indicherebbe che le regioni di spazio in cui si trovano le misteriose sorgenti di RC siano ricche di questi nuclei. Il 22Ne, per esempio, è un atomo prodotto in maniera copiosa dalle Wolf-Rayet, stelle massicce, con massa M≳20 M๏ che si trovano nella loro fase finale di evoluzione. Queste stelle sono molto comuni negli ammassi stellari giovani, con età minori di qualche decina di milioni di anni. In generale, gli ammassi stellari sono rinomati per essere la culla dove la maggioranza (circa 70-90%) delle stelle massicce nasce, e di conseguenza, dove la maggior parte di supernovae esplode. Questo implica che le supernove esplodono in ambienti ricchi di Neon 22.
Sembrerebbe quindi che il mistero dell’origine dei RC abbia in effetti una soluzione, in quanto le SNR soddisfano i requisiti citati nelle tre domande poste precedentemente. Tuttavia, con l’avvento, ed il suo successivo sviluppo negli ultimi decenni, dell’astronomia gamma, questo scenario ha iniziato poco a poco ad incrinarsi…

Il Ruolo dell’Astronomia Gamma
L’Astronomia Gamma è una branca dell’astronomia che si basa sull’osservazione dei raggi gamma, fotoni ad altissima energia (>1 MeV) che si possono produrre a partire da particelle estremamente energetiche. Esistono vari meccanismi per produrre raggi gamma, prendiamo ad esempio un protone dei RC (ricordiamo che l’87% dei RC sono protoni!): questo protone, scontrandosi con un atomo del mezzo interstellare, può innescare una reazione che genera diverse particelle, tra cui il mesone neutro (chiamato π0). Questa particella è estremamente instabile e decade quasi immediatamente (ha un tempo di vita dell’ordine di 10-17 secondi) in due raggi gamma, che hanno circa 1/10 dell’energia iniziale del protone, i.e. prima della collisione. Inoltre, essendo i raggi gamma dei fotoni, non sono influenzati dalla presenza dei campi magnetici e viaggiano in linea retta da dove sono stati creati fino a noi. Grazie quindi ai raggi gamma, è possibile osservare in maniera indiretta i RC nelle vicinanze della sorgente che li ha accelerati. L’astronomia gamma è quindi uno strumento essenziale da utilizzare per studiare l’accelerazione dei RC e le sorgenti che li producono.

Ottica e struttura nel cuore di ELF

La struttura degli specchi e le sfide ingegneristiche ci vengono spiegate da Patricia Fernandez Izquierdo, un’ingegnera strutturale che si sta occupando della progettazione del complesso. I pezzi sono numerosissimi e ognuno deve essere ideato con la massima precisione, senza alcuna possibilità d’errore. Patricia è canaria ed ha studiato all’Università di Siviglia, in Andalusia. La possibilità di realizzare un progetto così avanzato nel suo arcipelago è per la giovane ricercatrice un’opportunità straordinaria. Oltre alla parte ingegneristica, Patricia si dedica alla parte di criogenizzazione che deve accompagnare la raccolta dei segnali elettromagnetici anche in lunghezze d’onda oltre il visibile, come l’infrarosso. Ma perchè tanta attenzione all’infrarosso per l’ELF?
Una delle idee più suggestive emerse dalle conversazioni con Jeff Kuhn riguarda la possibilità di individuare non solo segnali biologici, ma addirittura civiltà extraterrestri industrializzate. Se esistessero megalopoli su un pianeta orbitante attorno a una stella vicina, la loro attività potrebbe generare un eccesso di anidride carbonica o di altre molecole tipiche dei processi industriali (un po’ come la nostra Terra). In teoria, un telescopio come ELF, dotato di interferometria distruttiva e di un’eccezionale risoluzione spettrale, potrebbe rilevare queste “impronte” artificiali.
Nella storia del nostro Sistema Solare, i giganti gassosi – come Giove e Saturno – ospitano lune potenzialmente adatte alla vita (si pensi ad Europa, Encelado o Titano). Kuhn ipotizza che, in sistemi stellari lontani, la presenza di satelliti rocciosi attorno a pianeti giganti possa costituire un rifugio ancora più probabile per la vita rispetto ai pianeti orbitanti più vicini. Studiare queste lune richiede però strumenti in grado di discernere dettagli minuti, rendendo ancora più stringente la necessità di un telescopio grande, interferometrico e capace di ridurre i costi come ELF.
In effetti, la luce riflessa del pianeta principale attorno al quale orbita un satellite è un elemento di stabilità termica importante, e l’effetto di marea gravitazionale può indurre una costante frizione degli strati geologici superiori del satellite e pertanto produrre una tettonica dinamica e un costante rinnovamento della superficie del satellite, in maniera non dissimile da quello che accade sulla terra (per ulteriori informazioni in proposito, non possiamo che suggerire di leggere l’articolo “Exomoon habitability constrained by illumination and tidal heating” di Heller e Barnes del 2013).

Il Limite delle Supernove e la Caccia ai PeVatroni

A riprova del fatto che le SNR riescano ad accelerare RC, molte SNR sono state osservate nella banda gamma (vedi per esempio la figura 2). Tuttavia, in tutte le SNR, i raggi gamma rilevati sono compatibili con protoni aventi un’energia massima di 1014 eV. Questo è un grande problema, dato che le sorgenti di RC nella Via Lattea devono arrivare a produrre RC fino a 1015 eV, come suggerito dalla struttura del ginocchio osservata nello spettro dei RC sulla Terra. Si è quindi fatta strada negli ultimi tempi l’idea che i RC non vengano prodotti esclusivamente da un singolo tipo di sorgenti, ma da più possibili classi di sorgenti. Le SNR potrebbero spiegare i RC con energie minori di 1013-1014 eV, ma per poter spiegare tutto lo spettro osservato, occorre trovare altri oggetti astrofisici in grado di accelerare particelle fino a 1015 eV. Queste sorgenti vengono in gergo chiamate PeVatroni, e la loro ricerca è al momento uno dei compiti con più alta priorità dell’astronomia gamma.
Ma quale può essere l’identità di questi PeVatroni? Esistono varie ipotesi al riguardo, e uno tra i candidati più quotati sono i venti stellari. Già negli anni 80, i venti delle stelle di tipo O e B erano stati proposti come sorgente alternativa di RC. Questo tipo di stelle sono più massicce del Sole (rispettivamente M☆,O>10 M๏ e M☆,B=2-10 M๏) ed estremamente calde (T☆,O>30.000 K e T☆,B=10.000-30.000 K), e sono in grado di soffiare venti potentissimi, generando forti shock quando impattano contro il materiale circumstellare, che prendono il nome di “shock di terminazione”. In maniera più o meno simile alle SNR, gli shock di terminazione dei venti stellari sono in grado di accelerare le particelle tramite il meccanismo di Fermi al primo ordine. La capacità dei venti di accelerare particelle inoltre è aumentata dal fatto che le stelle massicce tendono a formarsi in ammassi stellari. Ciò implica la presenza di numerosi shock di terminazione all’interno di un singolo ammasso, che potenzia l’efficacia di accelerazione RC. In più, negli ammassi particolarmente compatti, le stelle sono così vicine tra loro che i loro venti possono combinarsi, dando origine a un super vento collettivo. In questo scenario, le particelle vengono accelerate allo shock terminazione del vento collettivo, e possono raggiungere energie elevatissime, potenzialmente fino al PeV.

Alcuni ammassi stellari ricchi di stelle O e B, come Cygnus OB2, uno degli ammassi stellari più grandi della Via Lattea (vedi figura 3), sono stati osservati in banda gamma. Recentemente, il telescopio cinese Large High Altitude Air Shower Observatory (LHAASO), ha confermato la presenza di raggi gamma ad altissima energia, con valori addirittura fino a 1.4 PeV, cosa che implica l’esistenza di protoni con energie di almeno 10 PeV. Questo fatto suggerisce che i venti delle stelle O e B racchiuse dentro Cygnus OB2 possano produrre particelle ad energie sufficienti da poter spiegare il ginocchio dello spettro dei RC. In futuro, l’osservazione sistematica di altri ammassi stellari nella Via Lattea, condotta dai telescopi gamma di nuova generazione come Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO) e il telescopio italiano ASTRI (Astrofisica con Specchi a Tecnologia replicante Italiana, vedi articolo completo su Coelum 273 II/25), sarà fondamentale per determinare la capacità di questi oggetti di accelerare particelle fino ad 1 PeV. Questo permetterà di verificare se i venti stellari negli ammassi possano effettivamente essere associati ai PeVatroni, fornendo una soluzione all’enigma centenario sull’origine dei raggi cosmici.

Fig. 2 – Resto di supernova IC 443, noto anche come Nebulosa Medusa. L’emissione di raggi gamma osservata dal satellite Fermi-LAT alle energie di qualche GeV è mostrata in magenta. L’emissione ottica è mostrata in giallo, mentre i dati infrarossi della missione Wide-field Infrared Survey Explorer (WISE) sono in blu (3,4 micron), ciano (4,6 micron), verde (12 micron) e rosso (22 micron). Crediti immagine: NASA/DOE/Fermi LAT Collaboration, NOAO/AURA/NSF, JPL-Caltech/UCLA.

Come Funziona l’Astronomia Gamma

I raggi gamma sono la chiave per studiare gli acceleratori di RC, ma osservarli è una vera e propria sfida! A differenza dei fotoni della luce visibile, i raggi gamma non arrivano mai al suolo, ma vengono assorbiti nell’alta atmosfera, rendendo impossibile rilevarli in maniera diretta dalla terra. Più precisamente, quando un raggio gamma ad altissima energia entra nell’atmosfera terrestre, interagisce con il campo elettromagnetico dei nuclei degli atomi dell’aria, dando origine a una cascata di particelle secondarie, detta cascata elettromagnetica. Il processo inizia con la creazione di una coppia elettrone-positrone: il fotone gamma si trasforma in queste due particelle a causa dell’interazione con il nucleo di un atomo. A loro volta, l’elettrone e il positrone vengono deviati dai campi elettromagnetici degli atomi dell’atmosfera e possono emettere altri fotoni gamma attraverso un fenomeno chiamato bremsstrahlung (radiazione di frenamento). Questi nuovi fotoni gamma, a loro volta, possono generare altre coppie elettrone-positrone, innescando dunque una reazione a catena che dà vita alla cascata elettromagnetica (vedi figura 4). Alcuni di questi elettroni e positroni si muovono più velocemente della luce nell’aria, e a causa di ciò, producono un debole bagliore blu-violaceo chiamato radiazione Cherenkov.

Fig. 3 – Regione di formazione stellare Cygnus-X. L’emissione di raggi gamma osservata dal satellite Fermi-LAT alle energie di qualche GeV è mostrata in arancione, in scale di grigio invece è mostrata l’emissione radio alla lunghezza d’onda di 21cm. Il cluster Cygnus OB2 (non visibile nell’immagine) sarebbe posizionato nel centro. Crediti immagine: Stefano Menchiari.

Catturando la radiazione Cherenkov proveniente dalle particelle della cascata è possibile ricostruire la sua geometria, ottenendo in questo modo la direzione di arrivo e l’energia del raggio gamma che l’ha generata. I telescopi che osservano la luce Cherenkov vengono chiamati Imaging Atmospheric Cherenkov Telescope (IACT, o più semplicemente, telescopi Cherenkov), ed un esempio di telescopio IACT è mostrato in figura 5. In generale per le osservazioni di raggi gamma si utilizzano array di IACT, in modo tale da avere una visione stereo della cascata che ne permette una ricostruzione più attendibile, e conseguentemente, una migliore stima della direzione di arrivo e dell’energia del raggio gamma. Ma la vera sfida nel processo di osservazione e ricostruzione delle cascate elettromagnetiche è il saper riconoscere la luce Cherenkov proveniente dalle cascate generate dai RC, così da poter successivamente rimuovere tutte quelle cascate di particelle non generate dai raggi gamma.

Fig. 4 – Esempio schematico di cascata elettromagnetica (sinistra) ed adronica (destra). Le particelle cariche della cascata come elettroni (e-), positroni (e+), muoni (μ士), e pioni (π士) sono più veloci della luce nell’aria e producono la radiazione Cherenkov osservata dagli IACT. Crediti immagine: Alessandro Montanari, Imaging Atmospheric Cherenkov Telescopes Technique, DOI: 10.13140/RG.2.2.34140.95361/1.

Ebbene si! anche i RC nel momento in cui impattano con l’atmosfera danno vita a cascate di particelle (vedi figura 4). In questo caso si parla di cascate adroniche e sono ben diverse dalle cascate elettromagnetiche generate dai raggi gamma. Dal punto di vista dell’astronomia gamma, le cascate adroniche risultano essere un vero e proprio rumore di fondo da eliminare: in media, solo una su diecimila delle cascate osservate proviene effettivamente da un raggio gamma! Le cascate adroniche, sono molto più caotiche e irregolari rispetto a quelle elettromagnetiche. Esse sono composte principalmente da protoni e una varietà di particelle secondarie, tra cui pioni carichi, muoni e neutrini, che non compaiono nelle cascate prodotte dai raggi gamma. La caoticità di queste cascate produce immagini nei telescopi Cherenkov con forme diverse e più irregolari da quelle delle cascate gamma (vedi figura 6), ed è proprio grazie a questa irregolarità che si riesce a discriminare un raggio gamma da un raggio cosmico.
In sintesi per l’astronomia gamma, si è interessati ad osservare solo e soltanto i raggi gamma, quindi occorre filtrare tutte le cascate atmosferiche che non siano generate da un raggio gamma. In generale, se si osserva una cascata adronica generata da un RC, si potrebbe ricostruirne la direzione (come per un raggio gamma), ma questo non ci direbbe nulla sulla sua origine a causa del moto diffusivo dei RC nella galassia.


Fig. 5 – Il telescopio Cherenkov MAGIC durante una sessione di presa dati. MAGIC è un array composto da soli due telescopi IACT, ed è localizzato all’osservatorio Roque de los Muchachos in La Palma (Spagna). Crediti immagine: Stefano Menchiari.

Il riconoscimento del tipo di cascata viene effettuato da specifici algoritmi di machine learning, che vengono “addestrati” per riconoscere le differenze tra cascate adroniche ed elettromagnetiche analizzando milioni di esempi di eventi simulati. Questi algoritmi sono in grado di classificare ogni nuova immagine assegnando una probabilità di essere stata generata da un raggio gamma anziché da un raggio cosmico. Sfruttando i passi da gigante compiuti negli ultimi anni nel campo dell’intelligenza artificiale, lo sviluppo di algoritmi per la ricostruzione e discriminazione delle cascate è al momento una degli obiettivi cardine portati avanti dagli astronomi gamma.

Fig. 6 – Simulazioni di immagini di una cascata elettromagnetica (sinistra) ed una adronica (destra) catturate da un telescopio IACT. La radiazione Cherenkov emessa dalle particelle di una cascata elettromagnetica si propaga come un cono di luce, che finisce per proiettarsi sulla camera di un telescopio IACT con una forma più o meno ellittica. Differentemente, le cascate adroniche sono più caotica, e sono osservate con una forma irregolare.
Creditiimmagine: D’Amico, G. Statistical Tools for Imaging Atmospheric Cherenkov Telescopes. Universe 2022, 8, 90. https://doi.org/10.3390/universe8020090.

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Raggi Cosmici e astronomia Gamma: il Ruolo dell’IAA-CSIC

L’Instituto de Astrofisica de Andalucia (IAA) è un centro di ricerca di eccellenza facente parte del Consejo Superior de Investigaciones Científicas. Al suo interno ci sono quasi 200 tra astronomi, astrofisici ed ingegneri che portano avanti l’obiettivo di approfondire la conoscenza del Cosmo.
All’interno dell’IAA, il gruppo VHEGA (Very High Energy Group for Astrophysics) si occupa dello studio dell’astrofisica delle alte energie e dell’astronomia gamma. I ricercatori di VHEGA sono attivi sia sul lato teorico/osservativo che su quello sperimentale. Per quanto riguarda l’astrofisica teorica/osservativa, studiano ed interpretano le osservazioni gamma provenienti da varie sorgenti, i.e. dagli ammassi stellari a giovani stelle in formazione, fino ad arrivare a sorgenti più esotiche come le stelle di neutroni e le loro nebulose. Gli astrofisici di VHEGA studiano anche l’emissione di raggi gamma da sorgenti extragalattiche, come i nuclei galattici attivi: mastodontici buchi neri al centro di remote galassie che lanciano potenti getti, possibili fonti di raggi cosmici. Per quanto riguarda invece l’aspetto sperimentale, legato alle tecniche di ricostruzione delle immagini dei telescopi Cherenkov, il gruppo VHEGA si occupa di sviluppare e mantenere software open source che gestiscono sia la ricostruzione delle immagini dei telescopi IACT (algoritmi basati su tecniche innovative di machine learning), che l’analisi di dati ad alto livello per l’astronomia gamma. Questi software sono una delle colonne portanti del futuro CTAO, un osservatorio di raggi gamma composto da due array di telescopi IACT: uno posizionato nell’emisfero nord nell’isola di La Palma (e attualmente in costruzione) e l’altro nell’emisfero sud presso l’osservatorio del Paranal in Cile.

L’articolo è pubblicato in COELUM 274 VERSIONE CARTACEA


GW231123: le Onde Gravitazionali da Buchi Neri Massicci Sfidano i Modelli di Formazione Stellare

Crediti: European Gravitational Observatory

Il 23 novembre 2023, i rivelatori LIGO negli Stati Uniti hanno registrato un segnale gravitazionale eccezionale, successivamente denominato GW231123. Si tratta della fusione tra due buchi neri di massa insolitamente elevata: uno con circa 137 e l’altro con 103 masse solari. Il risultato finale è un buco nero di circa 225 masse solari, il più massiccio mai rilevato attraverso le onde gravitazionali. La scoperta, annunciata dalla collaborazione LIGO-Virgo-KAGRA (LVK), segna un punto di svolta nella nostra comprensione dell’evoluzione stellare e della formazione dei buchi neri.

Secondo le teorie attuali, i buchi neri originati dal collasso di stelle massive non dovrebbero superare una certa soglia, nota come “mass gap” (tra circa 60 e 130 masse solari). In questo intervallo, infatti, si prevede che le stelle esplodano completamente come supernove a instabilità di coppia, senza lasciare resti compatti. Eppure, GW231123 sembra contraddire questa aspettativa.

L’ipotesi più plausibile è che i due oggetti che si sono fusi non siano nati da stelle, ma siano a loro volta il frutto di precedenti fusioni tra buchi neri più piccoli. Questo processo, chiamato fusione gerarchica, implicherebbe un ambiente astrofisico estremamente denso, come l’interno di ammassi stellari globulari o dischi di accrescimento galattici, dove le collisioni tra buchi neri possono avvenire ripetutamente.

Un altro elemento che rende GW231123 fuori dal comune è l’elevatissima rotazione dei due buchi neri iniziali. Le analisi indicano che il primo ruotava con uno spin pari a circa 0,9, e il secondo attorno a 0,8 – valori vicini al limite massimo consentito dalla relatività generale.

Il segnale ha avuto una durata brevissima, appena 0,1 secondi, con una frequenza centrale di circa 90 Hz. Ciò è compatibile con due oggetti estremamente massicci che orbitano uno attorno all’altro a velocità estreme, prima di collassare in un unico corpo compatto. Per decifrare il segnale, è stato necessario utilizzare modelli teorici avanzati che includono la complessa dinamica gravitazionale di corpi in rapida rotazione.

 

Crediti: European Gravitational Observatory

Le parole dei ricercatori

Il professor Mark Hannam, astrofisico teorico presso l’Università di Cardiff e membro della collaborazione LVK, ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È il sistema di buchi neri più massiccio che abbiamo mai osservato con le onde gravitazionali, e rappresenta una vera sfida per la nostra comprensione della formazione dei buchi neri.

Anche la ricercatrice Sophie Bini, post-dottoranda al Caltech, ha commentato: “Questo evento spinge la nostra strumentazione e le nostre capacità di analisi dei dati al limite di ciò che è attualmente possibile. È un esempio potente di quanto possiamo imparare dall’astronomia gravitazionale, ma anche di quanto ancora ci resta da scoprire.

Il ricercatore Ed Porter, del laboratorio APC del CNRS di Parigi, ha aggiunto: “Scoperte come questa richiederanno anni di studio teorico per comprenderne pienamente l’origine. Il fatto che esistano buchi neri così massicci e così rotanti suggerisce che stiamo osservando l’universo in modi completamente nuovi.

Gli strumenti della scoperta

La rivelazione è stata possibile grazie alla rete globale di interferometri gravitazionali composta da:

  • LIGO (USA), gestito da Caltech e MIT, con il supporto della National Science Foundation.
  • Virgo (Italia), ospitato dall’Osservatorio Gravitazionale Europeo (EGO) e sostenuto da INFN, CNRS e Nikhef.
  • KAGRA (Giappone), gestito dall’ICRR dell’Università di Tokyo in collaborazione con NAOJ e KEK.

Il rilevamento è avvenuto durante la quarta campagna osservativa della collaborazione LVK, avviata nel maggio 2023. Il quarto ciclo (O4) è il più lungo e sensibile mai realizzato, e ha già portato alla rilevazione di centinaia di eventi, destinati a essere condivisi tramite il portale del Gravitational Wave Open Science Center (GWOSC).

Il segnale GW231123 sarà presentato ufficialmente alla conferenza GR24-Amaldi, che riunirà i principali esperti mondiali di relatività generale e onde gravitazionali a Glasgow, dal 14 al 18 luglio 2025. Il catalogo completo dei dati raccolti durante O4 sarà reso disponibile entro l’estate, permettendo alla comunità scientifica di analizzare liberamente i segnali.

Nel frattempo, l’annuncio di GW231123 apre un nuovo capitolo nello studio dei fenomeni cosmici estremi. Come ha sottolineato Viola Sordini, ricercatrice all’Istituto di Fisica dei Due Infiniti (IP2I) di Lione e vice portavoce della collaborazione Virgo: “Questa scoperta entusiasmante inaugura una nuova stagione di risultati, e molte altre rivelazioni sono attese nei prossimi mesi. L’obiettivo è continuare a esplorare l’universo attraverso il messaggio più primordiale che conosciamo: la gravità.

Secondo StarParty dell’Associazione Astrofili Forca Canapine

📍Forca Canapine – Sibillini Astrofest 2025
🗓️ 26/07/2025
Siamo felici di annunciare la seconda edizione dello StarParty dell’Associazione Astrofili Forca Canapine, l’evento più atteso del Sibillini AstroFest 2025, il festival nato per promuovere e proteggere l’incantevole territorio di Forca Canapine e del Comune di Arquata del Tronto , ancora oggi impegnato nella difficile ma tenace ricostruzione post sisma del 2016.
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Sibillini StarParty 2025
Crediamo che la ricostruzione non debba solo riguardare case e strade, ma anche valori, bellezza e rispetto per il cielo notturno, un patrimonio fragile e prezioso che appartiene a tutti noi.
L’evento sarà possibile anche grazie al prezioso contributo della Cassa di Risparmio Ascoli Piceno , al patrocinio del Comune di Arquata del Tronto e dell’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini , e alla collaborazione di COELUM Astronomia , Astrofy Store , Auriga Ottica, nPAE Precision Astro Engineering, Artesky Pro Loco di Arquata del Tronto e Discover Sibillini
📣 Invitiamo astrofili, appassionati, famiglie e curiosi a raggiungerci per una notte indimenticabile sotto le stelle, in uno dei cieli più bui e suggestivi dell’Italia centrale.
🔭 Porta il tuo telescopio o semplicemente la tua voglia di sognare guardando in alto.
Sotto la Via Lattea, tra le montagne ferite ma vive, costruiremo insieme una serata di bellezza, conoscenza e speranza.
 

SIBILLINI ASTROFEST

primo Festival dell’Astronomia dell’Associazione Astrofili Forca Canapine: il nostro “Sibillini AstroFest 2025”!
Questo evento straordinario è dedicato a rilanciare il cielo di Forca Canapine per tutti gli astrofili che già lo conoscono e a farlo scoprire a chi ancora non ha avuto il piacere di ammirarlo.
Un contributo per una rinascita sostenibile, sotto la luce delle stelle.
Il festival si articolerà in diverse attività imperdibili:
  • Mostra Fotografica: Una settimana dedicata ai lavori fotografici dei nostri soci, realizzati sotto il cielo dei Sibillini. Un viaggio visivo attraverso le meraviglie celesti.
  • Starparty: Due notti dedicate agli astrofili, con ospiti illustri del panorama scientifico e astro-fotografico nazionale. Preparati a vivere momenti indimenticabili sotto un cielo stellato.
  • Trekking Notturni: Emozionanti escursioni notturne con lezioni su miti e leggende del cielo, seguite da osservazioni astronomiche con i potenti strumenti messi a disposizione dai nostri soci.
Un appuntamento unico a cui sarà impossibile mancare.
Il programma dettagliato dell’iniziativa sarà presto disponibile.
L’evento ha già ricevuto il Patrocinio del Comune di Arquata del Tronto, del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e sarà presentato come iniziativa per la Carta Europea del Turismo Sostenibile.
 
Sibillini AstroFest 2025
Per info e prenotazioni www.astroforcacanapine.it
Per rimanere aggiornati pagina FB Associazione Astrofili Forca Canapine
Ci vediamo sotto le stelle 
Cieli sereni!

Un nuovo visitatore interstellare? A11pl3Z si dirige verso il Sole

Attached is our follow-up image of new Interstellar candidate NEOCP A11pl3Z imaged a few minutes ago (02.5 July 2025, magn. 16.8 ) via Spaceflux network (Australia station) Cortesia di: OBS E. Guido, M. Rocchetto, J. Ferguson TEL 0.35-m f/3.0 reflector + CMOS @Spaceflux

Potremmo trovarci di fronte a uno degli eventi astronomici più affascinanti del decennio: un oggetto misterioso, designato A11pl3Z, sta attraversando il nostro Sistema Solare a una velocità vertiginosa, e tutte le evidenze puntano verso un’origine interstellare. Se confermato, sarebbe soltanto il terzo oggetto noto proveniente da un altro sistema stellare a farci visita, dopo Oumuamua nel 2017 e 2I/Borisov nel 2019.

Scoperto il 1 luglio 2025 dal telescopio ATLAS in Cile, A11pl3Z ha subito attirato l’attenzione degli astronomi per una caratteristica ben precisa: la sua orbita è iperbolica, e non chiusa come quella dei corpi legati gravitazionalmente al Sole. L’eccentricità dell’orbita — un parametro che ne misura la “curvatura” — è talmente elevata (tra 6 e 10 nelle prime stime) da rendere praticamente certo che il suo punto di partenza sia ben oltre i confini del Sistema Solare.

Attached is our follow-up image of new Interstellar candidate NEOCP
A11pl3Z imaged a few minutes ago (02.5 July 2025, magn. 16.8 ) via
Spaceflux network (Australia station)
Cortesia di: OBS E. Guido, M. Rocchetto, J. Ferguson
TEL 0.35-m f/3.0 reflector + CMOS @Spaceflux

Da dove viene e dove va?

Al momento della scoperta, A11pl3Z si trovava a circa 4,5 unità astronomiche dal Sole (una AU corrisponde alla distanza media Terra-Sole). Viaggia a circa 68 chilometri al secondo, una velocità più che sufficiente per sfuggire all’attrazione solare e proseguire il suo viaggio nella galassia. Gli astronomi stimano che raggiungerà il punto di massimo avvicinamento al Sole — il cosiddetto perielio — intorno al 29 ottobre 2025, quando passerà a una distanza di circa 1,35 AU, poco oltre l’orbita di Marte.

Il suo tragitto lo porterà quindi a sfiorare Marte (intorno al 3 ottobre) e a passare relativamente vicino alla Terra, a 2,4 AU, nel dicembre 2025. Infine, nei primi mesi del 2026 si avvicinerà a Giove, prima di scomparire nuovamente negli abissi dello spazio interstellare.

Una cometa da un altro sistema?

Anche se le prime osservazioni lo indicavano come un oggetto roccioso, negli ultimi giorni diversi strumenti — tra cui telescopi in Cile, alle Hawaii e negli Stati Uniti — hanno rilevato una tenue chioma, segno di un’attività simile a quella delle comete. Questo ha spinto il Minor Planet Center a classificare ufficialmente l’oggetto come cometa, con la designazione C/2025 N1 (ATLAS). Ma più interessante ancora è il fatto che ora sia stato inserito nel ristretto catalogo degli oggetti interstellari, come 3I/ATLAS.

A differenza dei suoi predecessori, però, A11pl3Z sembra essere molto più massiccio. Le stime attuali parlano di un diametro tra i 10 e i 20 chilometri, forse anche di più. Un colosso rispetto a ‘Oumuamua (che misurava circa 100–200 metri) e comparabile per dimensioni a comete ben note come la Hale-Bopp. Questo lo rende un candidato ideale per studi approfonditi: la sua attività potrebbe fornire informazioni preziose sulla composizione dei corpi formatisi attorno ad altre stelle.

Una scoperta condivisa tra professionisti e amatori

Questa scoperta è anche una storia di collaborazione tra astronomi professionisti e amatori. Dopo l’annuncio della scoperta da parte di ATLAS, l’astrofilo Sam Deen ha individuato alcune immagini precedenti (dette di “precovery”) in archivio, estendendo così l’arco osservativo e permettendo un calcolo più preciso dell’orbita. Altri appassionati hanno contribuito con conferme fotografiche e analisi preliminari, inclusi membri del British Astronomical Association Forum.

Cosa possiamo aspettarci?

Nei prossimi mesi, A11pl3Z sarà oggetto di intensa osservazione. La NASA, l’ESA e numerose istituzioni scientifiche stanno già pianificando campagne per raccogliere dati spettroscopici, termici e fotometrici, per cercare di rispondere ad alcune domande fondamentali: da quale sistema stellare proviene? È composto dagli stessi elementi delle comete solari? Potrebbe contenere molecole organiche complesse?

Anche se sarà difficile osservarlo a occhio nudo, i più fortunati potrebbero scorgerlo con strumenti amatoriali, soprattutto nei mesi autunnali.


Un messaggero da lontano

A11pl3Z è più di una curiosità astronomica: è un messaggero di altri mondi, un frammento di materia che ha viaggiato per milioni (se non miliardi) di anni prima di incrociare la nostra orbita. Oggetti come questo ci ricordano che il Sistema Solare non è un’isola, ma una piccola stazione lungo le rotte del grande oceano galattico.

Cielo del Mese – Luglio

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IL CIELO DEL MESE DI LUGLIO 2025

Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01lug > 23:00   15 lug> 22:00  28 lug> 21:00

Il Cielo di Luglio si apre con una Luna già spettacolare e ricca di dettagli osservabili, mentre la costellazione dello Scorpione domina il meridiano serale accanto all’Aquila e al suo brillante Altair. Tre asteroidi della fascia principale—Pierretta, Eos e Thyra—raggiungono l’opposizione, offrendo occasioni di studio e ripresa. Da monitorare anche la nuova cometa C/2025 K1 ATLAS, visibile tra Pegaso e Volpetta. Sul fronte extragalattico, un mese vivace per le supernovae, con scoperte amatoriali e professionali che arricchiscono il cielo profondo. Un luglio dunque variegato, tra oggetti vicini e lontani, perfetto per ogni tipo di osservatore.

COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI GIUGNO 2025

Tra le costellazioni tipiche dell’estate boreale spicca quella dello Scorpione, protagonista indiscussa del cielo di luglio e agosto.

Tutte le descrizioni sono in Le Costellazioni del mese di Luglio a cura di @teresamolinaro

I principali eventi di Giugno 2025 (pubblicati nell’Almanacco 2025 vedi Coelum 271)

Data Ora Cosa Come

01/07/2025 5:46 Luna Nodo Discendente
02/07/2025 21:30 Primo Quarto
03/07/2025 19:12 Congiunzione Mercurio
04/07/2025 0:18 Terra Afelio 1,01664 AU
04/07/2025 0:23 Congiunzione Luna
04/07/2025 3:02 Congiunzione Venere
04/07/2025 6:22 Mercurio Max Elongazione Est 25.9°
04/07/2025 7:28 Mercurio Nodo Discendente
05/07/2025 4:28 Luna Apogeo 404625 km
07/07/2025 20:19 Congiunzione Luna
10/07/2025 22:36 Luna Piena
12/07/2025 8:14 Congiunzione Venere
13/07/2025 2:42 Saturno Stazionario Moto Retrogrado
14/07/2025 5:57 Congiunzione Venere
14/07/2025 14:32 Mercurio Afelio 0.46671 A.U.
15/07/2025 12:41 Luna Nodo Ascendente
16/07/2025 12:06 Congiunzione Luna
16/07/2025 12:28 Congiunzione Luna
18/07/2025 2:37 Ultimo Quarto
18/07/2025 6:46 Mercurio Stazionario Moto Retrogrado
20/07/2025 13:03 Congiunzione Luna
20/07/2025 15:04 Congiunzione Luna
20/07/2025 15:52 Luna Perigeo 368045 km
23/07/2025 6:21 Congiunzione Luna
24/07/2025 7:11 Congiunzione Luna
24/07/2025 21:11 Luna Nuova
25/07/2025 5:46 Congiunzione Luna
26/07/2025 22:23 Congiunzione Luna
28/07/2025 4:20 Massimo delle Delta Aquaridi
28/07/2025 10:30 Luna Nodo Discendente
28/07/2025 21:43 Congiunzione Luna
31/07/2025 8:27 Congiunzione Luna

TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA

La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.

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RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto

 

NAME RA DEC EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Sole 06:40:43.2 23:06:30.1 101.662 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:39 13:14 20:49
2 Sole 06:44:51.3 23:02:16.6 101.664 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:39 13:14 20:49
3 Sole 06:48:59.1 22:57:39.0 101.664 0.0 -26.7 1887.8 100.0 05:40 13:14 20:49
4 Sole 06:53:06.6 22:52:37.4 101.664 0.0 -26.7 1887.8 100.0 05:41 13:14 20:48
5 Sole 06:57:13.7 22:47:11.9 101.664 0.0 -26.7 1887.8 100.0 05:41 13:15 20:48
6 Sole 07:01:20.5 22:41:22.7 101.663 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:42 13:15 20:48
7 Sole 07:05:26.9 22:35:09.9 101.662 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:42 13:15 20:47
8 Sole 07:09:33.0 22:28:33.6 101.661 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:43 13:15 20:47
9 Sole 07:13:38.6 22:21:34.1 101.659 0.0 -26.7 1887.9 100.0 05:44 13:15 20:47
10 Sole 07:17:43.8 22:14:11.4 101.657 0.0 -26.7 1888.0 100.0 05:45 13:15 20:46
11 Sole 07:21:48.6 22:06:25.9 101.654 0.0 -26.7 1888.0 100.0 05:45 13:15 20:46
12 Sole 07:25:52.9 21:58:17.6 101.651 0.0 -26.7 1888.1 100.0 05:46 13:16 20:45
13 Sole 07:29:56.8 21:49:46.7 101.648 0.0 -26.7 1888.1 100.0 05:47 13:16 20:45
14 Sole 07:34:00.2 21:40:53.4 101.645 0.0 -26.7 1888.2 100.0 05:48 13:16 20:44
15 Sole 07:38:03.1 21:31:37.9 101.641 0.0 -26.7 1888.3 100.0 05:48 13:16 20:43
16 Sole 07:42:05.5 21:22:00.4 101.636 0.0 -26.7 1888.4 100.0 05:49 13:16 20:43
17 Sole 07:46:07.4 21:12:01.0 101.632 0.0 -26.7 1888.4 100.0 05:50 13:16 20:42
18 Sole 07:50:08.9 21:01:40.0 101.626 0.0 -26.7 1888.5 100.0 05:51 13:16 20:41
19 Sole 07:54:09.8 20:50:57.6 101.621 0.0 -26.7 1888.6 100.0 05:52 13:16 20:40
20 Sole 07:58:10.2 20:39:54.0 101.615 0.0 -26.7 1888.8 100.0 05:53 13:16 20:40
21 Sole 08:02:10.0 20:28:29.5 101.608 0.0 -26.7 1888.9 100.0 05:53 13:16 20:39
22 Sole 08:06:09.3 20:16:44.4 101.601 0.0 -26.7 1889.0 100.0 05:54 13:16 20:38
23 Sole 08:10:08.1 20:04:38.8 101.593 0.0 -26.7 1889.2 100.0 05:55 13:17 20:37
24 Sole 08:14:06.2 19:52:13.2 101.585 0.0 -26.7 1889.3 100.0 05:56 13:17 20:36
25 Sole 08:18:03.8 19:39:27.7 101.576 0.0 -26.7 1889.5 100.0 05:57 13:17 20:35
26 Sole 08:22:00.8 19:26:22.6 101.566 0.0 -26.7 1889.7 100.0 05:58 13:17 20:34
27 Sole 08:25:57.2 19:12:58.2 101.556 0.0 -26.7 1889.8 100.0 05:59 13:17 20:33
28 Sole 08:29:52.9 18:59:14.8 101.546 0.0 -26.7 1890.0 100.0 06:00 13:17 20:32
29 Sole 08:33:48.0 18:45:12.6 101.534 0.0 -26.7 1890.3 100.0 06:01 13:17 20:31
30 Sole 08:37:42.6 18:30:52.0 101.522 0.0 -26.7 1890.5 100.0 06:02 13:17 20:30
31 Sole 08:41:36.5 18:16:13.3 10.151 0.0 -26.7 1890.7 100.0 06:03 13:16 20:29
NAME RA DEC EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Luna 11:16:37.4 04:56:54.9 394128 68.7 -9.8 1819.8 32.0 12:03 17:42 00:07
2 Luna 12:00:02.8 -00:54:02.9 398433 80.1 -10.0 1801.8 41.5 13:06 18:23 00:25
3 Luna 12:42:45.0 -06:36:22.6 401698 91.1 -10.3 1788.7 51.1 14:07 19:03 00:44
4 Luna 13:25:50.4 -12:00:35.4 403774 102.1 -10.6 1780.9 60.6 15:10 19:43 01:03
5 Luna 14:10:19.7 -16:57:18.4 404609 112.9 -10.9 1778.5 69.6 16:13 20:24 01:25
6 Luna 14:57:04.1 -21:16:07.3 404248 123.8 -11.1 1781.1 77.9 17:18 21:08 01:50
7 Luna 15:46:39.3 -24:45:03.1 402817 134.7 -11.4 1788.3 85.2 18:21 21:55 02:21
8 Luna 16:39:14.4 -27:10:55.3 400502 145.7 -11.7 1799.3 91.3 19:22 22:46 02:59
9 Luna 17:34:22.1 -28:21:01.3 397525 156.8 -12.0 1813.2 96.0 20:16 23:39 03:47
10 Luna 18:30:57.5 -28:05:54.0 394122 167.9 -12.4 1829.0 98.9 21:03 00:33 04:45
11 Luna 19:27:34.2 -26:22:12.5 390519 -175.5 -12.6 1845.7 99.8 21:41 01:28 05:51
12 Luna 20:22:53.2 -23:14:00.4 386911 -166.8 -12.4 1862.5 98.7 22:12 02:21 07:01
13 Luna 21:16:07.9 -18:51:51.9 383445 -155.0 -12.1 1878.4 95.3 22:38 03:11 08:13
14 Luna 22:07:12.7 -13:30:32.2 380219 -142.7 -11.8 1893.1 89.8 23:01 04:00 09:26
15 Luna 22:56:37.6 -07:26:43.6 377284 -130.2 -11.5 1906.1 82.3 23:23 04:46 10:37
16 Luna 23:45:17.0 -00:57:48.7 374666 -117.4 -11.1 1917.5 73.1 23:45 01:01 11:49
17 Luna 00:34:19.5 05:38:19.4 372388 -104.5 -10.8 1927.0 62.6 –:– 19:11 13:02
18 Luna 01:25:00.1 12:02:39.4 370493 -91.4 -10.5 1934.4 51.4 00:08 06:21 14:17
19 Luna 02:18:30.9 17:54:07.1 369062 -78.2 -10.2 1939.4 39.9 00:35 07:10 15:36
20 Luna 03:15:45.3 22:49:12.4 368212 -65.0 -9.8 1941.4 28.9 01:08 08:03 16:54
21 Luna 04:16:53.3 26:23:22.6 368085 -51.6 -9.5 1939.9 19.0 01:50 09:00 18:09
22 Luna 05:20:56.2 28:15:16.7 368821 -38.3 -9.1 1934.1 10.8 02:43 10:02 19:15
23 Luna 06:25:45.4 28:13:12.6 370516 -25.1 -8.8 1923.8 4.7 03:49 11:05 20:08
24 Luna 07:28:46.0 26:19:56.9 373188 -12.3 -8.4 1909.2 1.1 05:02 12:08 20:50
25 Luna 08:27:59.4 22:51:50.8 376755 4.0 -8.2 1890.8 0.1 06:17 13:07 21:22
26 Luna 09:22:38.1 18:12:47.3 381023 14.4 -8.4 1869.8 1.6 07:31 14:01 21:48
27 Luna 10:12:57.9 12:47:29.5 385709 26.5 -8.7 1847.8 5.3 08:41 14:50 22:09
28 Luna 10:59:51.2 06:57:28.4 390474 38.4 -9.0 1826.3 10.8 09:48 15:35 22:29
29 Luna 11:44:24.5 00:59:53.4 394956 50.0 -9.3 1807.0 17.9 10:52 16:17 22:47
30 Luna 12:27:46.7 -04:51:53.0 398817 61.3 -9.6 1791.1 26.1 11:55 16:58 23:06
31 Luna 13:11:03.6 -10:26:58.8 401768 72.4 -9.8 1779.8 35.0 12:57 17:38 23:27

EQUAZIONE DEL TEMPO 

Giorno Giorno Anno Giorno Giuliano Inizio Crepuscolo Astronomico Inizio Crepuscolo Nautico Inizio Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Nautico Fine Crepuscolo Astronomico
1 Martedì 182 2460857.5 03:28 04:20 05:05 21:23 22:07 22:59
2 Mercoledì 183 2460858.5 03:29 04:21 05:05 21:23 22:07 22:59
3 Giovedì 184 2460859.5 03:30 04:22 05:06 21:23 22:06 22:58
4 Venerdì 185 2460860.5 03:31 04:22 05:06 21:23 22:06 22:58
5 Sabato 186 2460861.5 03:32 04:23 05:07 21:22 22:05 22:57
6 Domenica 187 2460862.5 03:33 04:24 05:08 21:22 22:05 22:56
7 Lunedì 188 2460863.5 03:34 04:25 05:08 21:21 22:04 22:55
8 Martedì 189 2460864.5 03:35 04:26 05:09 21:21 22:04 22:55
9 Mercoledì 190 2460865.5 03:36 04:27 05:10 21:21 22:03 22:54
10 Giovedì 191 2460866.5 03:37 04:28 05:11 21:20 22:02 22:53
11 Venerdì 192 2460867.5 03:39 04:28 05:12 21:19 22:02 22:52
12 Sabato 193 2460868.5 03:40 04:29 05:12 21:19 22:01 22:51
13 Domenica 194 2460869.5 03:41 04:30 05:13 21:18 22:00 22:50
14 Lunedì 195 2460870.5 03:43 04:31 05:14 21:17 21:59 22:48
15 Martedì 196 2460871.5 03:44 04:33 05:15 21:17 21:59 22:47
16 Mercoledì 197 2460872.5 03:45 04:34 05:16 21:16 21:58 22:46
17 Giovedì 198 2460873.5 03:47 04:35 05:17 21:15 21:57 22:45
18 Venerdì 199 2460874.5 03:48 04:36 05:18 21:14 21:56 22:43
19 Sabato 200 2460875.5 03:50 04:37 05:19 21:14 21:55 22:42
20 Domenica 201 2460876.5 03:51 04:38 05:20 21:13 21:54 22:41
21 Lunedì 202 2460877.5 03:53 04:39 05:21 21:12 21:53 22:39
22 Martedì 203 2460878.5 03:54 04:41 05:22 21:11 21:52 22:38
23 Mercoledì 204 2460879.5 03:56 04:42 05:23 21:10 21:50 22:36
24 Giovedì 205 2460880.5 03:57 04:43 05:24 21:09 21:49 22:35
25 Venerdì 206 2460881.5 03:59 04:44 05:25 21:08 21:48 22:33
26 Sabato 207 2460882.5 04:00 04:46 05:26 21:07 21:47 22:32
27 Domenica 208 2460883.5 04:02 04:47 05:27 21:06 21:46 22:30
28 Lunedì 209 2460884.5 04:03 04:48 05:28 21:04 21:44 22:28
29 Martedì 210 2460885.5 04:05 04:49 05:29 21:03 21:43 22:27
30 Mercoledì 211 2460886.5 04:06 04:51 05:30 21:02 21:42 22:25
31 Giovedì 212 2460887.5 04:08 04:52 05:32 21:01 21:40 22:23
Giorno Eq del Tempo Durata Giorno Durata Notte Sorgere Transito Tramonto
1 Martedì -3.8 15:09:58 08:50:02 05:39 13:14 20:49
2 Mercoledì -4.0 15:09:17 08:50:43 05:39 13:14 20:49
3 Giovedì -4.2 15:08:31 08:51:29 05:40 13:14 20:49
4 Venerdì -4.4 15:07:42 08:52:18 05:41 13:14 20:48
5 Sabato -4.6 15:06:50 08:53:10 05:41 13:15 20:48
6 Domenica -4.7 15:05:53 08:54:07 05:42 13:15 20:48
7 Lunedì -4.9 15:04:54 08:55:06 05:42 13:15 20:47
8 Martedì -5.1 15:03:51 08:56:09 05:43 13:15 20:47
9 Mercoledì -5.2 15:02:44 08:57:16 05:44 13:15 20:47
10 Giovedì -5.4 15:01:35 08:58:25 05:45 13:15 20:46
11 Venerdì -5.5 15:00:22 08:59:38 05:45 13:15 20:46
12 Sabato -5.6 14:59:06 09:00:54 05:46 13:16 20:45
13 Domenica -5.7 14:57:46 09:02:14 05:47 13:16 20:45
14 Lunedì -5.9 14:56:24 09:03:36 05:48 13:16 20:44
15 Martedì -6.0 14:54:58 09:05:02 05:48 13:16 20:43
16 Mercoledì -6.1 14:53:30 09:06:30 05:49 13:16 20:43
17 Giovedì -6.2 14:51:59 09:08:01 05:50 13:16 20:42
18 Venerdì -6.2 14:50:25 09:09:35 05:51 13:16 20:41
19 Sabato -6.3 14:48:48 09:11:12 05:52 13:16 20:40
20 Domenica -6.4 14:47:08 09:12:52 05:53 13:16 20:40
21 Lunedì -6.4 14:45:26 09:14:34 05:53 13:16 20:39
22 Martedì -6.5 14:43:42 09:16:18 05:54 13:16 20:38
23 Mercoledì -6.5 14:41:54 09:18:06 05:55 13:17 20:37
24 Giovedì -6.5 14:40:05 09:19:55 05:56 13:17 20:36
25 Venerdì -6.6 14:38:13 09:21:47 05:57 13:17 20:35
26 Sabato -6.6 14:36:19 09:23:41 05:58 13:17 20:34
27 Domenica -6.6 14:34:23 09:25:37 05:59 13:17 20:33
28 Lunedì -6.5 14:32:24 09:27:36 06:00 13:17 20:32
29 Martedì -6.5 14:30:24 09:29:36 06:01 13:17 20:31
30 Mercoledì -6.5 14:28:22 09:31:38 06:02 13:17 20:30
31 Giovedì -6.4 14:26:18 09:33:42 06:03 13:16 20:29

Pianeti di Luglio

MERCURIO

01/07 Sorge: h 07:46 Tramonta: h 22:19
31/07 Sorge: h 06:25 Tramonta: h 20:04

Mercurio offre un’interessante sequenza di eventi osservativi, caratterizzati da cambiamenti rapidi nel suo moto e nella visibilità. Il 4 luglio raggiunge la massima elongazione est (25,9° dal Sole), rappresentando il miglior momento del mese per osservarlo al crepuscolo serale, con una magnitudine favorevole di +0,5. Nello stesso giorno, attraversa il nodo discendente della sua orbita, iniziando la discesa sotto l’eclittica. Dal 14 luglio, in corrispondenza dell’afelio, Mercurio raggiunge la distanza massima dal Sole (0,46671 UA), ma la sua luminosità diminuisce progressivamente mentre si avvicina alla fase retrograda, che inizia il 18 luglio. Questo cambio di moto rallenta la sua apparente corsa nel cielo occidentale serale e lo conduce gradualmente verso la congiunzione inferiore. Nel corso del mese, Mercurio scende sempre più basso all’orizzonte dopo il tramonto, anticipando ogni giorno il proprio tramonto da circa le 22:19 del 1° luglio a poco dopo le 20:04 del 31 luglio, diventando via via più difficile da osservare.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 08:30:03.1 19:34:59.6 0.44132 0.88592 25.7 0.4 7.6 46.6 07:46 15:03 22:19
2 08:34:22.5 19:08:48.9 0.44485 0.86957 25.8 0.4 7.8 44.9 07:48 15:03 22:18
3 08:38:27.8 18:42:33.3 0.44813 0.85342 25.9 0.5 7.9 43.2 07:50 15:04 22:16
4 08:42:18.8 18:16:19.1 0.45115 0.8375 25.9 0.5 8.0 41.5 07:52 15:04 22:14
5 08:45:55.3 17:50:12.1 0.45392 0.82181 25.9 0.6 8.2 39.8 07:53 15:03 22:11
6 08:49:16.9 17:24:18.7 0.45642 0.80638 25.9 0.6 8.4 38.1 07:54 15:03 22:09
7 08:52:23.4 16:58:45.0 0.45866 0.79122 25.7 0.7 8.5 36.4 07:55 15:02 22:06
8 08:55:14.5 16:33:37.4 0.46063 0.77635 25.6 0.8 8.7 34.7 07:56 15:01 22:03
9 08:57:49.8 16:09:02.2 0.46232 0.76179 25.3 0.8 8.8 33.0 07:56 15:00 22:00
10 09:00:09.1 15:45:06.2 0.46374 0.74757 25.0 0.9 9.0 31.3 07:56 14:58 21:57
11 09:02:11.8 15:21:55.8 0.46489 0.7337 24.7 1.0 9.2 29.6 07:55 14:57 21:53
12 09:03:57.8 14:59:38.1 0.46576 0.7202 24.2 1.1 9.4 27.8 07:55 14:54 21:49
13 09:05:26.5 14:38:19.8 0.46634 0.70712 23.8 1.2 9.5 26.1 07:54 14:52 21:45
14 09:06:37.6 14:18:08.0 0.46666 0.69448 23.2 1.3 9.7 24.3 07:52 14:49 21:41
15 09:07:30.8 13:59:10.0 0.46669 0.68231 22.6 1.4 9.9 22.5 07:50 14:46 21:37
16 09:08:05.8 13:41:32.7 0.46644 0.67065 21.9 1.5 10.0 20.8 07:48 14:43 21:32
17 09:08:22.3 13:25:23.3 0.46591 0.65954 21.1 1.6 10.2 19.0 07:45 14:40 21:27
18 09:08:20.3 13:10:48.7 0.4651 0.64902 20.2 1.8 10.4 17.3 07:42 14:36 21:22
19 09:07:59.6 12:57:55.8 0.46402 0.63914 19.3 1.9 10.5 15.5 07:38 14:32 21:16
20 09:07:20.3 12:46:51.0 0.46266 0.62995 18.3 2.1 10.7 13.8 07:34 14:27 21:11
21 09:06:22.7 12:37:40.1 0.46102 0.6215 17.3 2.3 10.8 12.2 07:30 14:22 21:05
22 09:05:07.1 12:30:28.5 0.45912 0.61385 16.1 2.5 11.0 10.6 07:25 14:17 20:59
23 09:03:34.2 12:25:20.8 0.45694 0.60705 14.9 2.7 11.1 9.0 07:20 14:12 20:53
24 09:01:44.9 12:22:20.3 0.45449 0.60117 13.7 2.9 11.2 7.5 07:14 14:06 20:47
25 08:59:40.2 12:21:29.3 0.45178 0.59626 12.4 3.1 11.3 6.2 07:08 14:00 20:41
26 08:57:21.8 12:22:48.4 0.44881 0.5924 11.0 3.4 11.4 4.9 07:01 13:54 20:35
27 08:54:51.2 12:26:16.6 0.44559 0.58964 9.7 3.7 11.4 3.8 06:55 13:48 20:29
28 08:52:10.5 12:31:51.3 0.44211 0.58805 8.4 4.0 11.5 2.9 06:48 13:41 20:22
29 08:49:22.2 12:39:27.7 0.43839 0.58768 7.2 4.3 11.5 2.1 06:40 13:35 20:16
30 08:46:28.8 12:48:59.5 0.43444 0.58858 6.1 4.5 11.5 1.6 06:33 13:28 20:10
31 08:43:33.1 13:00:18.3 0.43025 0.59082 5.3 4.7 11.4 1.2 06:25 13:21 20:04

VENERE

01/07 Sorge: h 03:04 Tramonta: h 17:17
31/07 Sorge: h 03:06 Tramonta: h 18:02

Venere prosegue il suo cammino nel cielo mattutino, diventando una presenza luminosa e costante prima dell’alba. Il pianeta, con una magnitudine stabile attorno a -4.0, offre uno spettacolo suggestivo nel Toro, muovendosi progressivamente verso i Gemelli. Il 4 luglio si verifica una congiunzione ravvicinata con Urano (2.4°S), seguita il 12 dalla congiunzione con l’ammasso delle Iadi (3.5°N) e, il 14, con la stella Aldebaran (3.2°N), accentuando la spettacolarità del cielo orientale. Durante il mese, l’elongazione solare di Venere si riduce da -43.5° a -38.3°, segno del suo lento avvicinamento alla congiunzione superiore. La sua fase cresce dal 63.6% al 74.8%, mentre il diametro apparente si riduce da 18 a 14,6 arcosecondi, riflettendo l’aumento della distanza dalla Terra. Le levate si anticipano leggermente, passando dalle 3:04 a inizio mese alle 3:06 di fine luglio, garantendo comunque un ottimo intervallo osservativo nelle ore che precedono l’alba.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 03:36:55.5 16:40:42.7 0.72758 0.9359 -43.5 -4.1 18.0 63.6 03:04 10:10 17:17
2 03:41:21.1 16:56:41.4 0.72751 0.94359 -43.4 -4.1 17.8 64.1 03:04 10:10 17:19
3 03:45:48.0 17:12:23.4 0.72744 0.95126 -43.2 -4.1 17.7 64.5 03:03 10:11 17:20
4 03:50:16.3 17:27:47.9 0.72736 0.95891 -43.1 -4.1 17.5 64.9 03:03 10:11 17:22
5 03:54:46.0 17:42:54.1 0.72728 0.96654 -42.9 -4.1 17.4 65.3 03:02 10:12 17:23
6 03:59:17.1 17:57:41.3 0.7272 0.97415 -42.8 -4.1 17.3 65.7 03:02 10:12 17:25
7 04:03:49.4 18:12:08.8 0.72711 0.98174 -42.6 -4.1 17.1 66.1 03:01 10:13 17:27
8 04:08:23.2 18:26:16.0 0.72702 0.9893 -42.5 -4.1 17.0 66.5 03:01 10:14 17:28
9 04:12:58.2 18:40:02.1 0.72693 0.99684 -42.3 -4.1 16.9 66.9 03:01 10:14 17:30
10 04:17:34.6 18:53:26.3 0.72684 100.436 -42.2 -4.1 16.7 67.2 03:00 10:15 17:32
11 04:22:12.3 19:06:28.1 0.72674 101.185 -42.0 -4.1 16.6 67.6 03:00 10:16 17:33
12 04:26:51.3 19:19:06.8 0.72664 101.931 -41.8 -4.1 16.5 68.0 03:00 10:16 17:35
13 04:31:31.6 19:31:21.6 0.72654 102.676 -41.7 -4.1 16.4 68.4 03:00 10:17 17:36
14 04:36:13.1 19:43:11.8 0.72644 103.417 -41.5 -4.1 16.3 68.8 03:00 10:18 17:38
15 04:40:55.9 19:54:36.8 0.72633 104.156 -41.3 -4.1 16.1 69.1 03:00 10:18 17:40
16 04:45:39.9 20:05:35.9 0.72622 104.892 -41.1 -4.1 16.0 69.5 03:00 10:19 17:41
17 04:50:25.1 20:16:08.6 0.72611 105.625 -41.0 -4.0 15.9 69.9 03:00 10:20 17:43
18 04:55:11.5 20:26:14.1 0.72599 106.355 -40.8 -4.0 15.8 70.2 03:00 10:21 17:44
19 04:59:59.0 20:35:51.8 0.72588 107.082 -40.6 -4.0 15.7 70.6 03:00 10:22 17:46
20 05:04:47.7 20:45:01.2 0.72576 107.806 -40.4 -4.0 15.6 71.0 03:00 10:23 17:47
21 05:09:37.4 20:53:41.7 0.72564 108.527 -40.2 -4.0 15.5 71.3 03:00 10:23 17:49
22 05:14:28.2 21:01:52.7 0.72552 109.245 -40.0 -4.0 15.4 71.7 03:01 10:24 17:50
23 05:19:20.0 21:09:33.8 0.7254 10.996 -39.9 -4.0 15.3 72.0 03:01 10:25 17:52
24 05:24:12.8 21:16:44.3 0.72527 110.671 -39.7 -4.0 15.2 72.4 03:01 10:26 17:53
25 05:29:06.4 21:23:23.9 0.72514 111.379 -39.5 -4.0 15.1 72.7 03:02 10:27 17:55
26 05:34:01.0 21:29:32.0 0.72502 112.084 -39.3 -4.0 15.0 73.1 03:02 10:28 17:56
27 05:38:56.5 21:35:08.1 0.72489 112.785 -39.1 -4.0 14.9 73.4 03:03 10:29 17:57
28 05:43:52.7 21:40:11.9 0.72476 113.484 -38.9 -4.0 14.8 73.8 03:04 10:30 17:59
29 05:48:49.7 21:44:42.9 0.72462 114.178 -38.7 -4.0 14.7 74.1 03:04 10:31 18:00
30 05:53:47.4 21:48:40.8 0.72449 11.487 -38.5 -4.0 14.6 74.4 03:05 10:32 18:01
31 05:58:45.9 21:52:05.2 0.72436 115.558 -38.3 -4.0 14.6 74.8 03:06 10:33 18:02

MARTE

01/07 Sorge: h 10:34 Tramonta: h 23:48
31/07 Sorge: h 10:08 Tramonta: h 22:28

Marte prosegue il suo lento cammino passando dalla Costellazione del Leone a quella della Vergine. Il pianeta rosso sorge intorno alle 10:10 e tramonta verso le 22:30, mantenendo una visibilità nulla nelle ore diurne ma leggermente migliore nel primo crepuscolo serale. La sua elongazione dal Sole si riduce da 58,4° a 47,7°, erodendo il tempo di visibilità nel cielo serale. La magnitudine rimane stabile tra +1,5 e +1,6, mentre il diametro apparente si riduce lievemente da 4,9 a 4,4 arcosecondi, rendendolo un obiettivo poco interessante per l’osservazione telescopica. Il 28 luglio, si verifica un incontro ravvicinato con la Luna, a soli 1,3° di distanza, un evento che offrirà un suggestivo spettacolo poco dopo il tramonto.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 10:39:07.6 09:36:56.6 163.864 192.455 58.4 1.5 4.9 92.5 10:34 17:13 23:48
2 10:41:17.1 09:23:11.2 163.792 193.152 58.0 1.5 4.8 92.5 10:33 17:11 23:45
3 10:43:26.8 09:09:21.6 16.372 193.844 57.6 1.5 4.8 92.6 10:32 17:09 23:43
4 10:45:36.6 08:55:28.0 163.646 194.531 57.3 1.5 4.8 92.6 10:31 17:07 23:40
5 10:47:46.5 08:41:30.3 163.571 195.213 56.9 1.5 4.8 92.7 10:30 17:06 23:37
6 10:49:56.6 08:27:28.7 163.496 19.589 56.5 1.5 4.8 92.8 10:29 17:04 23:35
7 10:52:06.7 08:13:23.2 16.342 196.563 56.1 1.5 4.8 92.8 10:28 17:02 23:32
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GIOVE

01/07 Sorge: h 05:19 Tramonta: h 20:25
31/07 Sorge: h 03:52 Tramonta: h 18:55

Giove prosegue il suo moto nella costellazione dei Gemelli. Visibile solo per alcuni minuti nel mattino la situazione migliora verso fine mese ma di poco. Il moto di allontanamento dal Sole infatti è lento. La sua magnitudine si mantiene costante a -1,9, rendendolo ben visibile anche a occhio nudo. Il diametro apparente cresce lievemente da 31,9 a 32,5 arcosecondi, segnale del graduale avvicinamento alla Terra. La fase è prossima al 100%, con un’illuminazione completa del disco.
Il 23 luglio, un evento particolarmente suggestivo vede una sottilissima falce di Luna in congiunzione con Giove, avvicinandosi a 4,9° a nord del pianeta: un’occasione perfetta per ammirare entrambi gli astri nella stessa porzione di cielo purtroppo sempre nel bagliore dell’alba. Durante il mese, l’elongazione di Giove aumenta da -4,6° a -26,5°. I transiti e le eclissi dei suoi satelliti galileiani, ben visibili con piccoli telescopi, aggiungeranno spettacolo alle osservazioni.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 06:20:53.0 23:13:19.2 514.503 61.578 -4.6 -1.9 31.9 100.0 05:19 12:55 20:25
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3 06:22:51.9 23:12:28.3 514.575 61.557 -6.0 -1.9 32.0 100.0 05:14 12:49 20:19
4 06:23:51.2 23:12:00.8 514.611 615.435 -6.7 -1.9 32.0 100.0 05:11 12:46 20:16
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9 06:28:46.9 23:09:22.6 51.479 614.463 -10.4 -1.9 32.0 100.0 04:56 12:32 20:02
10 06:29:45.8 23:08:47.0 514.826 61.421 -11.1 -1.9 32.0 100.0 04:53 12:29 19:59
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12 06:31:43.3 23:07:31.9 514.898 613.645 -12.6 -1.9 32.1 100.0 04:47 12:23 19:53
13 06:32:41.9 23:06:52.4 514.934 613.333 -13.3 -1.9 32.1 99.9 04:44 12:20 19:50
14 06:33:40.4 23:06:11.7 51.497 613.002 -14.0 -1.9 32.1 99.9 04:41 12:17 19:47
15 06:34:38.8 23:05:29.6 515.006 612.652 -14.7 -1.9 32.1 99.9 04:38 12:14 19:44
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18 06:37:33.3 23:03:15.8 515.114 611.484 -16.9 -1.9 32.2 99.9 04:30 12:05 19:35
19 06:38:31.2 23:02:28.7 51.515 611.056 -17.7 -1.9 32.2 99.9 04:27 12:02 19:32
20 06:39:28.9 23:01:40.4 515.186 610.608 -18.4 -1.9 32.2 99.9 04:24 11:59 19:29
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24 06:43:18.6 22:58:15.4 51.533 608.626 -21.3 -1.9 32.3 99.9 04:12 11:47 19:16
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29 06:48:01.8 22:53:34.3 51.551 605.721 -25.0 -1.9 32.5 99.8 03:58 11:32 19:01
30 06:48:57.9 22:52:34.8 515.547 605.084 -25.8 -1.9 32.5 99.8 03:55 11:29 18:58
31 06:49:53.7 22:51:34.4 515.583 604.428 -26.5 -1.9 32.5 99.8 03:52 11:26 18:55

SATURNO

01/07 Sorge: h 00:45 Tramonta: h 12:39
31/07 Sorge: h 22:43 Tramonta: h 10:40

Nel mese di luglio 2025, Saturno attraversa un’importante fase del suo ciclo orbitale, entrando in moto retrogrado il 13 luglio. Questo fenomeno, dovuto a un effetto prospettico legato alla posizione relativa di Terra e Saturno, fa apparire il pianeta muoversi all’indietro rispetto allo sfondo stellare nella costellazione dell’Acquario. Durante il mese, Saturno anticipa sempre più il proprio sorgere: da mezzanotte circa a inizio mese fino alle 22:43 del 31 luglio, facilitando le osservazioni in orari serali. L’opposizione si avvicina e con essa l’aumento di luminosità (magnitudine stabile a +1.1) e dimensioni apparenti (18,5”), mentre l’anello si mostra quasi di taglio con una fase prossima al 99,8%. Il 16 luglio si verifica inoltre una suggestiva congiunzione con la Luna, visibile nelle prime ore del giorno.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 00:10:11.6 -01:19:55.8 957.534 938.863 -97.5 1.2 17.6 99.7 00:45 06:46 12:39
2 00:10:16.4 -01:19:42.8 957.503 937.216 -98.5 1.2 17.7 99.7 00:41 06:42 12:35
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4 00:10:24.8 -01:19:23.8 957.442 933.936 -100.3 1.1 17.7 99.7 00:33 06:34 12:28
5 00:10:28.5 -01:19:18.0 957.411 932.303 -101.3 1.1 17.8 99.7 00:29 06:30 12:24
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7 00:10:34.7 -01:19:13.3 95.735 929.054 -103.2 1.1 17.8 99.7 00:21 06:23 12:16
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9 00:10:39.5 -01:19:18.2 957.288 92.583 -105.1 1.1 17.9 99.7 00:14 06:15 12:08
10 00:10:41.3 -01:19:24.2 957.258 924.229 -106.0 1.1 17.9 99.7 00:10 06:11 12:05
11 00:10:42.7 -01:19:32.6 957.227 922.635 -106.9 1.1 17.9 99.7 00:06 06:07 12:01
12 00:10:43.8 -01:19:43.4 957.196 921.049 -107.9 1.1 18.0 99.7 00:02 06:03 11:57
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15 00:10:44.9 -01:20:30.1 957.104 916.344 -110.8 1.1 18.1 99.8 23:47 05:51 11:45
16 00:10:44.5 -01:20:50.5 957.073 914.795 -111.7 1.1 18.1 99.8 23:43 05:47 11:41
17 00:10:43.7 -01:21:13.3 957.042 913.255 -112.7 1.1 18.1 99.8 23:39 05:44 11:37
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31 00:09:54.3 -01:30:34.7 956.612 893.028 -126.3 1.0 18.5 99.8 22:43 04:48 10:40

URANO

01/07 Sorge: h 00:41 Tramonta: h 12:43
31/07 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:44

Urano compie un moto di retrogradazione apparente nella costellazione dell’Ariete, avanzando di circa 18 minuti in Ascensione Retta e aumentando la sua declinazione di oltre 12 minuti verso nord. Il pianeta sorge sempre più presto, passando dall’apparire alle 3:04 del 1° luglio fino all’1:10 del 31 luglio. Urano mantiene una magnitudine costante di +5.8, restando appena al di sotto della soglia di visibilità di occhio nudo e piccoli telescopi. La sua elongazione si riduce da -39,7° a -67,1°, segno del progressivo avvicinamento all’opposizione. Il 4 luglio si verifica anche una suggestiva congiunzione con Venere, sebbene con una distanza angolare di 2,4°, mentre il 20 luglio la Luna lo raggiunge in congiunzione a 5,2° di distanza.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 03:50:13.7 19:52:54.8 1.952.237 2.029.429 -39.7 5.8 3.4 100.0 03:04 10:25 17:40
2 03:50:25.6 19:53:31.5 195.222 2.028.336 -40.6 5.8 3.4 100.0 03:00 10:21 17:36
3 03:50:37.3 19:54:07.7 1.952.202 2.027.222 -41.5 5.8 3.4 100.0 02:56 10:18 17:33
4 03:50:49.0 19:54:43.4 1.952.185 2.026.088 -42.4 5.8 3.4 100.0 02:52 10:14 17:29
5 03:51:00.5 19:55:18.7 1.952.168 2.024.935 -43.3 5.8 3.4 100.0 02:48 10:10 17:25
6 03:51:11.9 19:55:53.6 195.215 2.023.761 -44.2 5.8 3.4 100.0 02:45 10:07 17:21
7 03:51:23.1 19:56:28.1 1.952.133 2.022.569 -45.1 5.8 3.4 100.0 02:41 10:03 17:18
8 03:51:34.3 19:57:02.1 1.952.116 2.021.358 -46.0 5.8 3.4 100.0 02:37 09:59 17:14
9 03:51:45.3 19:57:35.7 1.952.099 2.020.128 -46.9 5.8 3.4 100.0 02:33 09:55 17:10
10 03:51:56.1 19:58:08.9 1.952.081 2.018.879 -47.8 5.8 3.4 100.0 02:29 09:52 17:06
11 03:52:06.9 19:58:41.6 1.952.064 2.017.613 -48.7 5.8 3.4 100.0 02:26 09:48 17:03
12 03:52:17.5 19:59:13.9 1.952.047 2.016.329 -49.6 5.8 3.4 100.0 02:22 09:44 16:59
13 03:52:27.9 19:59:45.7 1.952.029 2.015.028 -50.6 5.8 3.4 100.0 02:18 09:40 16:55
14 03:52:38.3 20:00:17.0 1.952.012 2.013.709 -51.5 5.8 3.4 100.0 02:14 09:37 16:51
15 03:52:48.4 20:00:47.8 1.951.995 2.012.373 -52.4 5.8 3.4 100.0 02:11 09:33 16:48
16 03:52:58.4 20:01:18.1 1.951.977 2.011.021 -53.3 5.8 3.4 100.0 02:07 09:29 16:44
17 03:53:08.3 20:01:47.9 195.196 2.009.653 -54.2 5.8 3.4 100.0 02:03 09:25 16:40
18 03:53:18.0 20:02:17.2 1.951.943 2.008.268 -55.1 5.8 3.4 100.0 01:59 09:21 16:36
19 03:53:27.6 20:02:46.0 1.951.925 2.006.868 -56.0 5.8 3.4 100.0 01:56 09:18 16:33
20 03:53:37.0 20:03:14.2 1.951.908 2.005.453 -57.0 5.8 3.4 100.0 01:52 09:14 16:29
21 03:53:46.3 20:03:42.0 1.951.891 2.004.022 -57.9 5.8 3.4 100.0 01:48 09:10 16:25
22 03:53:55.4 20:04:09.3 1.951.873 2.002.577 -58.8 5.8 3.4 100.0 01:44 09:06 16:21
23 03:54:04.4 20:04:36.1 1.951.856 2.001.117 -59.7 5.8 3.4 99.9 01:40 09:03 16:18
24 03:54:13.2 20:05:02.4 1.951.839 1.999.644 -60.6 5.8 3.4 99.9 01:37 08:59 16:14
25 03:54:21.8 20:05:28.2 1.951.821 1.998.157 -61.6 5.8 3.4 99.9 01:33 08:55 16:10
26 03:54:30.3 20:05:53.4 1.951.804 1.996.657 -62.5 5.8 3.4 99.9 01:29 08:51 16:06
27 03:54:38.5 20:06:18.1 1.951.787 1.995.144 -63.4 5.8 3.4 99.9 01:25 08:47 16:03
28 03:54:46.6 20:06:42.2 1.951.769 1.993.619 -64.3 5.8 3.4 99.9 01:21 08:44 15:59
29 03:54:54.6 20:07:05.7 1.951.752 1.992.082 -65.2 5.8 3.4 99.9 01:17 08:40 15:55
30 03:55:02.3 20:07:28.7 1.951.734 1.990.534 -66.2 5.8 3.4 99.9 01:14 08:36 15:52
31 03:55:09.9 20:07:51.1 1.951.717 1.988.974 -67.1 5.8 3.4 99.9 01:10 08:32 15:48

NETTUNO

01/07 Sorge: h 00:41 Tramonta: h 12:43
31/07 Sorge: h 22:39 Tramonta: h 10:44

Nettuno prosegue il suo moto retrogrado nella costellazione dei Pesci e il 16 luglio, alle 14:06 sarà raggiunto dalla Luna a 2,7° a nord. Per tutto il mese Nettuno sarà in congiunzione strettissima con Saturno peccato la difficoltà nel poterlo osservare dalla Terra.

  RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 00:10:04.6 -00:21:02.7 2.988.945 2.974.523 -97.2 7.9 2.5 100.0 00:41 06:46 12:43
2 00:10:05.1 -00:21:02.9 2.988.943 2.972.854 -98.1 7.9 2.5 100.0 00:37 06:42 12:39
3 00:10:05.4 -00:21:03.9 298.894 297.119 -99.1 7.9 2.5 100.0 00:33 06:38 12:35
4 00:10:05.7 -00:21:05.6 2.988.938 296.953 -100.0 7.9 2.5 100.0 00:29 06:34 12:31
5 00:10:05.8 -00:21:08.1 2.988.935 2.967.875 -101.0 7.9 2.5 100.0 00:25 06:30 12:27
6 00:10:05.8 -00:21:11.3 2.988.932 2.966.226 -101.9 7.9 2.5 100.0 00:21 06:26 12:23
7 00:10:05.8 -00:21:15.3 298.893 2.964.583 -102.9 7.9 2.5 100.0 00:17 06:22 12:19
8 00:10:05.5 -00:21:20.1 2.988.927 2.962.946 -103.9 7.9 2.5 100.0 00:14 06:18 12:15
9 00:10:05.2 -00:21:25.6 2.988.925 2.961.316 -104.8 7.9 2.5 100.0 00:10 06:14 12:11
10 00:10:04.8 -00:21:31.8 2.988.922 2.959.694 -105.8 7.9 2.5 100.0 00:06 06:10 12:07
11 00:10:04.2 -00:21:38.8 2.988.919 2.958.079 -106.7 7.9 2.5 100.0 00:02 06:06 12:03
12 00:10:03.5 -00:21:46.6 2.988.917 2.956.473 -107.7 7.9 2.5 100.0 23:54 06:03 12:00
13 00:10:02.7 -00:21:55.1 2.988.914 2.954.875 -108.6 7.9 2.5 100.0 23:50 05:59 11:56
14 00:10:01.8 -00:22:04.4 2.988.912 2.953.286 -109.6 7.9 2.5 100.0 23:46 05:55 11:52
15 00:10:00.8 -00:22:14.5 2.988.909 2.951.706 -110.5 7.9 2.5 100.0 23:43 05:51 11:48
16 00:09:59.6 -00:22:25.3 2.988.906 2.950.136 -111.5 7.9 2.5 100.0 23:39 05:47 11:44
17 00:09:58.3 -00:22:36.8 2.988.904 2.948.577 -112.5 7.9 2.5 100.0 23:35 05:43 11:40
18 00:09:56.9 -00:22:49.1 2.988.901 2.947.029 -113.4 7.9 2.5 100.0 23:31 05:39 11:36
19 00:09:55.4 -00:23:02.1 2.988.898 2.945.491 -114.4 7.9 2.5 100.0 23:27 05:35 11:32
20 00:09:53.8 -00:23:15.8 2.988.896 2.943.966 -115.4 7.9 2.5 100.0 23:23 05:31 11:28
21 00:09:52.1 -00:23:30.2 2.988.893 2.942.452 -116.3 7.9 2.5 100.0 23:19 05:27 11:24
22 00:09:50.3 -00:23:45.3 2.988.891 2.940.952 -117.3 7.8 2.5 100.0 23:15 05:23 11:20
23 00:09:48.3 -00:24:01.1 2.988.888 2.939.464 -118.2 7.8 2.5 100.0 23:11 05:19 11:16
24 00:09:46.3 -00:24:17.6 2.988.885 293.799 -119.2 7.8 2.5 100.0 23:07 05:15 11:12
25 00:09:44.1 -00:24:34.9 2.988.883 2.936.531 -120.2 7.8 2.5 100.0 23:03 05:11 11:08
26 00:09:41.8 -00:24:52.8 298.888 2.935.085 -121.1 7.8 2.5 100.0 22:59 05:07 11:04
27 00:09:39.4 -00:25:11.5 2.988.878 2.933.655 -122.1 7.8 2.5 100.0 22:55 05:03 11:00
28 00:09:36.9 -00:25:30.8 2.988.875 293.224 -123.1 7.8 2.5 100.0 22:51 04:59 10:56
29 00:09:34.3 -00:25:50.9 2.988.872 2.930.842 -124.0 7.8 2.5 100.0 22:47 04:55 10:52
30 00:09:31.5 -00:26:11.6 298.887 2.929.459 -125.0 7.8 2.5 100.0 22:43 04:51 10:48
31 00:09:28.7 -00:26:33.0 2.988.867 2.928.093 -126.0 7.8 2.5 100.0 22:39 04:47 10:44

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LUNA

Nel mese di luglio, la Luna offre spettacolari opportunità osservative: dal Primo Quarto del 2 luglio fino al Novilunio del 24, passando per un Plenilunio visibile la sera del 10. Consigliate l’osservazione del bacino Nectaris e delle falci sottili a fine mese. Attenzione alle librations e agli orari ideali.

L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI

ASTEROIDI – PICCOLI MONDI

Pierretta, Eos e Thyra offrono l’occasione perfetta per esplorare la varietà della fascia principale degli asteroidi. In opposizione a luglio, saranno facilmente osservabili con piccoli telescopi. Le loro caratteristiche orbitali e fisiche rivelano storie diverse: da frammenti basaltici a corpi S-type brillanti e regolari.

L’articolo completo sugli asteroidi del mese di Luglio è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI

COMETE

Scoperta il 24 maggio, la C/2025 K1 ATLAS è attesa al perielio fra qualche mese, quando dovrebbe trasformarsi in una discreta cometa. Per ora sarà una “preda” non facilissima, da cominciare a monitorare.

L’articolo completo sulle comete di Luglio è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI

TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di Luglio  a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI

SUPERNOVAE 

Giugno si è rivelato un mese eccezionale per le scoperte amatoriali: due novae extragalattiche in M81 e M31 a cura del team Monte Baldo, seguite da tre supernovae scoperte da Cortini, Mazzucato e il programma ATLAS. Tra queste, la SN2025mvn avrebbe potuto essere la più luminosa dell’anno, se non fosse stata offuscata dalle polveri.

La rubrica completa sulle supernovae è a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini disponibile QUI

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Luglio 2025

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 134

Non avevamo fatto in tempo ad inserirla nella rubrica dello scorso mese perché arrivata alla fine del mese di maggio, ma con grande soddisfazione parliamo adesso della stupenda doppia scoperta di Novae Extragalattiche messa a segno dal solito team dell’Osservatorio di Monte Baldo, che ormai ci ha abituato a queste notevoli performance e che tengono alto il nome dell’ISSP. La prima Nova è stata individuata nella notte del 27 maggio nella stupenda galassia a spirale M81 da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli, utilizzando il telescopio Dall-Kirkham da 40cm F.7. Al momento della scoperta, la nuova stella mostrava una debole luminosità pari alla mag. +19,6 aumentata alla mag.+19,2 la notte seguente. A causa di questa debole luminosità non è stato possibile ottenere uno spettro di conferma e pertanto al transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025mlk. La seconda scoperta è stata realizzata il 28 maggio, ma sempre nella stessa notte della prima scoperta, però dopo la mezzanotte. Naturalmente sempre dai soliti tre: Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli, ma questa volta nella stupenda galassia a spirale M31. La luminosità era meno proibitiva rispetto alla precedente e pari alla mag.+18,4. M31 è infatti molto più vicina, a circa 2,5 milioni di anni luce, rispetto ai 12 milioni di anni luce di distanza di M81. La notte successiva del 29 maggio la nuova stella era aumentata di luminosità raggiungendo al mag.+17,1 purtroppo però, anche in questo caso, non è stato possibile riprendere uno spettro di conferma e perciò al nuovo transiente è rimasta la sigla provvisoria AT2025mho.

Immagine di scoperta della AT2025mlk in M81 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 30 immagini da 180 secondi.

Immagine di scoperta della AT2025mho in M31 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 9 immagini da 180 secondi.

Le belle notizie però non finiscono qui ed infatti l’esperto e veterano ricercatore forlivese Giancarlo Cortini mette a segno una nuova scoperta eludendo l’aggressiva concorrenza dei programmi professionali dedicati alla ricerca di supernovae. Nella notte del 24 giugno ha individuato un nuovo transiente di mag.+17 nella galassia a spirale UGC4973 posta nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 350 milioni di anni luce di distanza. Per Giancarlo, che come ben sappiamo dette vita agli inizi degli anni ’90 alla ricerca amatoriale di supernova in Italia insieme all’amico Mirco Villi, si tratta della scoperta n. 34 che lo vede occupare il terzo posto della Top Ten italiana. Adesso è in pensione e può dedicare molto più tempo alla sua passione ed i risultati si vedono bene: la sua precedente scoperta risale infatti a pochi mesi fa nel dicembre 2024. Ci ha rivelato che riprende e controlla immediatamente circa 50 galassie l’ora per un totale che può variare dalle 200 alle 400 galassie a notte. Numeri di tutto rispetto che unite ad una selezione accurata dei target da riprendere non può che portare ad importanti risultati. Tornando alla sua ultima scoperta, lo spettro di conferma è stato ripreso nella notte del 27 giugno dall’Osservatorio del Mauna Kea nelle Isole Hawaii con il telescopio dell’Università delle Hawaii UH88 da 2,2 metri. La SN2025ovr è una supernova molto giovane, inizialmente classificata come tipo Ia. Il nostro Claudio Balcon analizzando lo spettro hawaiano e riprendendone uno suo nella notte del 29 giugno, ha evidenziato una non corretta interpretazione delle righe e della velocità di espansione, confermata anche dagli astronomi dell’Osservatorio di Asiago. Tutto questo la dice lunga sulle capacità del bellunese in fatto di spettroscopia di supernova. La supernova di Cortini sarebbe infatti una tipo II o più probabilmente una tipo IIb. Chi volesse riprendere questa supernova deve farlo subito dopo il tramonto per evitare che la galassia ospite vada troppo bassa sull’orizzonte di Nord-Ovest.

Immagine della SN2025ovr in UGC4973 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 F.5,6 somma di tre immagini da 60 secondi.

Immagine della SN2025ovr in UGC4973 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Da poco dopo il tramonto passiamo adesso a poco prima dell’alba con un’altra supernova scoperta da un italiano. Nella notte del 26 giugno Michele Mazzucato mette a segno una nuova scoperta nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, che utilizza il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona, individuando un nuovo transiente nella piccola galassia UGC1206 posta nella costellazione dei Pesci a circa 370 milioni di anni luce di distanza e situata a circa 4° a Sud della stupenda galassia a spirale M74. Al momento della scoperta la luminosità era pari alla mag.+17,5 ma nei due giorni successivi era già aumentata intorno alla mag.+17. A completamento di questo proficuo mese per i ricercatori amatoriali italiani, all’alba del 29 giugno in condizioni proibitive, per colpa della scarsa altezza sull’orizzonte e disturbato dai primi chiarori del nuovo giorno, l’incredibile Claudio Balcon ha ottenuto lo spettro con conferma. La SN2025pao è una supernova di tipo Ia, ma come indicato dallo stesso Balcon, sarebbe opportuno riprendere un nuovo spettro in condizioni migliori per avere la conferma di questa classificazione inserita nel TNS con la dicitura “provvisoria”.

Immagine di scoperta della SN2025pao in UGC1206 ripresa dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Immagine della SN2025pao in UGC1206 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 10 immagini da 180 secondi.

Concludiamo questa corposa rubrica soffermando la nostra attenzione su una luminosa supernova, che sarebbe potuta diventare molto più luminosa, esplosa nella bella galassia a spirale NGC5033, posta nella costellazione dei Cani da Caccia a circa 50 milioni di distanza. A scoprirla sono stati i professioni americani del programma denominato ATLAS, che l’hanno individuata nella notte del 3 giugno quando mostrava una luminosità pari alla mag.+17,9. Il primo spettro di conferma è stato ripreso nella notte del 4 giugno dagli astronomi del Gemini Observatory con il Gemini North Telescope da 8,1 metri posto sul Monte Mauna Kea nelle Isole Hawaii. La SN2025mvn, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di tipo II con flash ionizzato. E’ molto arrossata, cioè offuscata dalle polveri della galassia NGC5033, che purtroppo toglie alla luminosità della supernova almeno tre magnitudini. Il massimo di luminosità si è verificato il 20 giugno alla mag.+15,4 e se non avessimo avuto questa forte estinzione, la SN2025mvn sarebbe diventata la supernova più luminosa del 2025. NGC5033 è comunque molto prolifica in fatto di eventi di supernova. Questa infatti è la quarta supernova conosciuta esplosa in questa galassia. Le tre precedenti sono state: la SN2001gd di tipo IIb scoperta il 24 novembre dal giapponese Koichi Itagaki ed indipendentemente anche dal ns. Alex Dimai, la SN1985L di tipo II scoperta il 13 giugno 1985 dall’astronoma russa Natalya Metlova e la SN1950C scoperta il 14 maggio 1950 dal grande Fritz Zwicky. Abbiamo pertanto una bella e fotogenica galassia da riprendere insieme ad una interessante supernova, che però si nasconde leggermente dietro le polveri della galassia che la ospita.

Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 170 minuti.

Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata da Rolando Ligustri in remoto dagli Stati Uniti con un telescopio Dall-Kirkam da 500mm F.4,5 BVR: 180 secondi per canale – L: somma di tre immagini da 300 secondi.

Immagine della SN2025mvn in NGC5033 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 180 secondi.

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La Luna del Mese – Luglio 2025

LA LUNA DI LUGLIO 2025

Questo nuovo mese si apre con la Luna già nelle migliori condizioni osservative, pronta a farsi ammirare fin nei più fini dettagli. Infatti alle ore 21:30 del 2 Luglio il nostro satellite sarà in Primo Quarto in fase di 7,4 giorni ad un’altezza di +29° e visibile fin poco dopo la mezzanotte quando scenderà sotto l’orizzonte. Fra le grandi distese basaltiche dei mari visibili in questa fase consiglierei di orientare il telescopio in direzione del bacino da impatto del mare Nectaris, l’unico di cui sia ancora possibile individuare, almeno parzialmente, l’anello più esterno costituito dalla imponente scarpata nota come Altai Scarp. Il bacino Nectaris occupa un’area estesa complessivamente per oltre 860/900 km con una profondità di circa 3200 mt costituita da almeno tre anelli concentrici derivanti dall’onda d’urto in seguito all’impatto che generò questa gigantesca struttura la cui formazione risale al periodo geologico Nectariano collocato da 3,9 a 4 miliardi di anni fa.

PANORAMICA sul mare NECTARIS – Visibile in Primo Quarto

Articolo LUGLIO 2025 – Crateri Theophilus, Cyrillus, Catharina – Visibii in Primo Quarto

Proseguendo nella fase crescente, il nostro satellite alle ore 22:37 del 10 Luglio sarà in Plenilunio, alla distanza di 390527 km dal nostro pianeta e con diametro apparente di 30.60’ ad un’altezza di +7° dopo essere sorto alle ore 21:05, visibile fin verso l’alba del mattino seguente quando tramonterà contestualmente al sorgere del Sole. Dal capolinea della fase crescente prenderà immediatamente il via la fase di Luna calante che, come ormai sappiamo, porterà il nostro satellite progressivamente a rendersi osservabile sempre più verso le ore notturne e con la graduale riduzione della porzione di suolo illuminata dal Sole.

Esattamente a metà strada fra Plenilunio e Luna Nuova, alle ore 02:38 del 18 Luglio, avremo la fase di Ultimo Quarto col nostro satellite ad un’altezza di +24°. Visibile da poco dopo la mezzanotte (il 18 sorge ore 00:11) fin verso l’alba, sulla sua superficie potrà rivelarsi particolarmente interessante l’osservazione anche in alta risoluzione di spettacolari crateri posizionati proprio in prossimità del terminatore, fra cui Birmingham, Plato, Copernicus, Eratosthenes, la Rupes Recta, Deslandres, Maginus, Clavius, considerando che la buona riuscita di una sessione di imaging non dipende esclusivamente dal “seeing” ma anche da vari fattori tra cui la collimazione e pulizia delle ottiche, oltre a tutta una serie di parametri di acquisizione da valutare in base alle effettive condizioni osservative.

Cratere CLAVIUS – Visibile in Ultimo Quarto

Rupes RECTA – Visibile in Ultimo Quarto

Alle ore 21:11 del 24 Luglio la Luna sarà in Novilunio con l’emisfero rivolto verso la terra completamente buio, mentre sarà perfettamente illuminato l’emisfero opposto. Da qui un nuovo ciclo che col progredire della fase di Luna crescente ci mostrerà porzioni di suolo lunare sempre più ampie illuminate dalla luce del Sole e (telescopicamente….) raggiungibili nelle più comode ore serali, fino a chiudere questo mese nella serata del 31 Luglio quando, in fase di 7 giorni, alle ore 23:25 scenderà sotto l’orizzonte dopo avere dato la possibilità di ammirare nuovamente, tra l’altro, anche l’area del bacino da impatto del mare Nectaris. A quel punto mancheranno esattamente 15 ore e 6 minuti alla fase di Primo Quarto dell’1 Agosto ma ne riparleremo fra un mese.

Congiunzioni e Occultazioni Notevoli

La seconda parte dell’articolo di Francesco Badalotti, dedicato alla Luna di Giugno, con la descrizione delle Congiunzioni e Occultazioni notevoli, le Falci Lunari, e la tabella delle effemeridi è disponibile per i lettori abbonati alla versione digitale o al cartaceo.

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Congiunzione Luna-Spica

La notte del 04 Luglio 2025 la Luna crescente in fase di 8,4 giorni alle ore 00:25 sarà in congiunzione con la stella Spica di magnitudine 0,95, la più luminosa della costellazione della Vergine con una separazione di 1°30’. Anche se la Luna tramonterà alle ore 01:01, tale congiunzione potrà essere sufficientemente visibile.

Congiunzione Luna-Regolo

La notte del 26 Luglio 2025 una sottile falce di Luna crescente in fase di 2 giorni alle ore 22:27 sarà in congiunzione con la stella doppia Regolo di magnitudine 1.35 della costellazione del Leone con una separazione di 1°19’. Da segnalare che entrambi questi oggetti tramonteranno alle ore 21:46.

Congiunzione Luna-Marte

La notte del 28 Luglio 2025 la Luna crescente in fase di 4 giorni alle ore 21:47 sarà in congiunzione col pianeta Marte con la separazione di 1°18’. Nell’occasione alle ore 22:27 la Luna scenderà sotto l’orizzonte.

Le FALCI lunari di LUGLIO

Per chi osserva le falci lunari primo appuntamento per la nottata del 22 Luglio con una falce di 26,6 giorni che sorgerà alle ore 02:48 seguita dal pianeta Venere, mentre la successiva nottata del 23 Luglio sorgerà alle ore 03:52 in fase di 27,6 giorni, seguita questa volta dal pianeta Giove. Entrambe queste falci mostreranno le estreme regioni del settore più occidentale della Luna col netto contrasto fra scure rocce basaltiche a nordovest e chiare rocce anortositiche a sudovest. Riguardo la Luna crescente, alle ore 21:46 del 26 Luglio tramonterà una sottile falce di 2 giorni. La successiva serata, il 27 Luglio, una falce di 3 giorni alle ore 22:08 scenderà sotto l’orizzonte concedendo ben poco all’osservazione della sua superficie ad eccezione di rapide panoramiche col telescopio lungo il bordo lunare orientale. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli. Sarà inoltre di fondamentale importanza evitare nel modo più assoluto di intercettare la luce solare al fine di prevenire gravi danni, anche irreversibili, alla propria vista.

TABELLA DEGLI EVENTI LUNARI DI LUGLIO

Fase Data Ore Sorge Culmina Tramonta Distanza dalla Terra Diam App Separ.
Primo Quarto 02/07 21:30 13:03 18:57 00:23 398208 km 30.01’
Luna Piena 10/07 22:37 21:05 00:29 04:43 390527 km 30.60’
Ultimo Quarto 18/07 02:38 00:11 07:09 14:20 368239 km 32.45’
Luna Nuova 24/07 21:11
Luna Crescente dal 01 al 10
Luna Calante dal 11 al 24
Luna Crescente Dal 25 al 31
Perigeo 20/07 13:52 368039 km 32’28”
Apogeo 05/07 02:28 404630 km 29’31”
Congiunzione Luna-Spica 04/07 00:25 01:01 1°30’
Congiunzione Luna-Regolo 26/07 22:27 21:46 1°19’
Congiunzione Luna-Marte 28/07 21:47 22:27 1°18’

Annotazioni: (dal sito https://www.marcomenichelli.it/index.asp):

  • La distanza fra la Terra e la Luna in Km è geocentrica e non topocentrica.
  • L’istante in T.U.(Perigei e Apogei) rappresenta quello segnato dagli orologi sul Meridiano di Greenwich (London).
  • A questo istante aggiungere 1ora per il Tempo Medio dell’Europa Centrale; 2 ore se è in vigore l’ora
  • Tutti i valori vengono calcolati con formule rilevate dal libro ‘Astronomical Algorithms’ di Jean Meeus

LIBRAZIONI di GIUGNO

Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.

– LIBRAZIONI di LUGLIO: Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.

– 01 Luglio: Massima Librazione a est mare Crisium.
– 02 Luglio: Massima Librazione a est cratere Messala.
– 01 Luglio: Massima Librazione a est mari Crisium, Marginis.
– 02 Luglio: Massima Librazione a nordest cratere Gauss.
– 03 Luglio: Massima Librazione a est mare Humboldtianum.
– 04 Luglio: Massima Librazione a nord-nordest Regione Polare Settentrionale.
– 05 Luglio: Massima Librazione Regione Polare Settentrionale.
– 10 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Cleostratus, Xenophanes.
– 11 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Volta, Regnault.
– 12 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Mclaughlin, Galvani-D.
– 13 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Lavoisier.
– 14 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Eddington, Russel.
– 15 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Cavalerius, Hevelius.
– 16 Luglio: Massima Librazione a ovest cratere Byrgius.
– 17 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Nasmyth, Phocylides.
– 18 Luglio: Massima Librazione a ovest crateri Nasmyth, Phocylides.
– 19 Luglio: Massima Librazione a sud cratere Wilson.
– 26 Luglio: Massima Librazione a est cratere Vendelinus.
– 27 Luglio: Massima Librazione a est mare Smythii.
– 28 Luglio: Massima Librazione a est mari Crisium, Marginis.
– 29 Luglio: Massima Librazione a est cratere Gauss.
– 30 Luglio: Massima Librazione a nordest mare Humboldtianum.
– 31 Luglio: Massima Librazione nord-nordest Regione Polare Settentrionale.

LIBRAZIONI LUGLIO 01-31


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La Luna del Mese di Giugno è pubblicata in Coelum 274

–  Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla Città di Roma, dati rilevati dai siti https://theskylive.com/http://www.marcomenichelli.it/luna.asp


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Le prime immagini del Vera C. Rubin Observatory: una nuova era per l’astronomia ha inizio

Piccola sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. Sono visibili due prominenti galassie a spirale (in basso a destra), tre galassie in fase di fusione (in alto a destra), diversi gruppi di galassie lontane, molte stelle appartenenti alla Via Lattea e altro ancora. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory

Le prime immagini del Vera C. Rubin Observatory sono state finalmente svelate, e il mondo dell’astronomia entra ufficialmente in una nuova era. Con vedute mozzafiato delle nebulose Laguna e Trifida, dell’ammasso di galassie della Vergine, e di una straordinaria quantità di stelle, galassie e asteroidi, l’osservatorio installato sulle Ande cilene ha dato un assaggio delle sue straordinarie potenzialità. È l’inizio della Legacy Survey of Space and Time (LSST), il più ambizioso programma di mappatura astronomica mai concepito.

Il cielo notturno sopra il Rubin Observatory in questo scatto dell’ottobre 2024. La Via Lattea si estende maestosa sopra l’orizzonte, mentre la luce del tramonto svanisce. Venere brilla intensamente a sinistra, mentre la Cometa C/2023 A3 (Tsuchinshan–ATLAS) è visibile appena sopra l’osservatorio, al centro dell’immagine.
Credit: H.Stockebrand/RubinObs/NOIRLab/SLAC/DOE/NSF/AURA

Situato a oltre 2.600 metri di altitudine sul Cerro Pachón, in Cile, e frutto di una collaborazione tra la National Science Foundation (NSF) e il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE), il Rubin Observatory ha mostrato al mondo ciò di cui è capace. In meno di dieci ore di osservazione, il telescopio ha già catturato una ricchezza di dettagli celesti: dalle nebulose della costellazione del Sagittario — Laguna a circa 4.000 anni luce e Trifida a circa 5.000 — all’ammasso della Vergine, distante oltre 60 milioni di anni luce, fino a una moltitudine di oggetti del nostro Sistema Solare.

“Rubin ci consente di aggiungere profondità e dinamismo all’osservazione dell’Universo”, ha dichiarato Roberto Ragazzoni, presidente dell’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica italiano, partner del progetto. “Con la sua capacità di mappare l’intero cielo australe ogni tre giorni, entriamo nell’epoca dell’astro-cinematografia”.

Un telescopio rivoluzionario

Il cuore tecnologico dell’osservatorio è la più grande fotocamera astronomica mai costruita, con una risoluzione di 3.200 megapixel. Ogni sua immagine copre un’area del cielo pari a 45 volte la Luna piena, e per visualizzarla in tutta la sua risoluzione sarebbero necessari ben 400 schermi 4K. Grazie a un sistema di puntamento ultrarapido, Rubin potrà osservare ogni angolo del cielo australe in appena 3-4 notti, accumulando nel corso di un decennio circa 800 osservazioni per ciascuna regione celeste.

“È una vera e propria pellicola multicolore dell’Universo in divenire”, ha commentato Rosaria Bonito, astrofisica INAF e rappresentante italiana nel board della LSST Discovery Alliance. “Rubin cambierà radicalmente il nostro modo di fare astrofisica: osservazioni ad alta cadenza temporale permetteranno di studiare fenomeni transienti, esplosioni stellari, variabilità, e oggetti dinamici come asteroidi o comete, con un dettaglio senza precedenti”.

Il telescopio all’interno della cupola del Vera C. Rubin Observatory. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory

Un progetto globale, anche italiano

L’Italia partecipa al progetto Rubin dal 2017 attraverso l’INAF, che svolge un ruolo chiave nell’analisi e gestione dei dati. Ogni notte, l’osservatorio genererà circa 20 terabyte di dati, ponendo sfide senza precedenti in termini di archiviazione, elaborazione e interpretazione scientifica. I ricercatori italiani sono coinvolti sia nello sviluppo degli strumenti di analisi che nell’ottimizzazione delle strategie osservative.

L’approccio interdisciplinare del progetto coinvolge modelli teorici, intelligenza artificiale, scienza dei dati e cooperazione internazionale. Grazie a questa sinergia, Rubin potrà affrontare alcune delle grandi questioni ancora aperte della cosmologia moderna: la materia oscura, l’energia oscura, la formazione delle galassie, l’archeologia stellare e la sorveglianza degli oggetti potenzialmente pericolosi per la Terra.

Una missione in onore di Vera Rubin

L’osservatorio prende il nome da Vera C. Rubin (1928–2016), l’astrofisica statunitense che per prima fornì prove convincenti dell’esistenza della materia oscura attraverso lo studio della rotazione delle galassie. Rubin è anche ricordata per il suo impegno nel promuovere la presenza delle donne nella scienza. L’eredità di Vera Rubin vive oggi nelle migliaia di ricercatori che lavoreranno con i dati del telescopio che porta il suo nome.

Una finestra sul cielo in movimento

Tra gli obiettivi prioritari del Rubin Observatory figura lo studio delle stelle variabili, la cui luminosità cambia nel tempo. Grazie alla sua eccezionale precisione fotometrica, Rubin permetterà di studiare oltre 100 milioni di questi oggetti, rivelando i meccanismi interni delle stelle e i fenomeni esterni come eclissi da parte di pianeti o compagni stellari.

Inoltre, il telescopio sarà in grado di catturare in tempo reale milioni di esplosioni stellari, inclusi eventi rari e luminosi come le supernove di tipo Ia, utilizzate per misurare l’espansione dell’universo e svelare il ruolo dell’energia oscura.

“Se qualcosa nel cielo si muove o cambia, Rubin lo vedrà”, ribadisce Bonito. “E lo renderà disponibile alla comunità scientifica mondiale in tempo reale”.

Un primo sguardo che lascia senza parole

Le immagini presentate oggi — trasmesse in diretta durante eventi pubblici in tutto il mondo, inclusa la Sala Piersanti Mattarella del Palazzo dei Normanni a Palermo — sono solo l’inizio. Quelle che ora possiamo ammirare sono le prime sequenze di una narrazione visiva dell’universo che si estenderà per i prossimi dieci anni. Una narrazione fatta non più di singoli fotogrammi, ma di sequenze temporali in alta definizione, capaci di restituire il cosmo nella sua dinamica, nella sua complessità, e nella sua stupefacente bellezza.

Questa immagine mostra una piccola sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. Sono visibili due prominenti galassie a spirale (in basso a destra), tre galassie in fase di fusione (in alto a destra), diversi gruppi di galassie lontane, molte stelle appartenenti alla Via Lattea e altro ancora. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory

 

Questa immagine mostra un’altra sezione della vista complessiva dell’ammasso della Vergine ottenuta dal Vera C. Rubin Observatory. In primo piano le brillanti stelle della Via Lattea, mentre sullo sfondo si distinguono numerose galassie lontane. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory

 

Una regione del cielo che include la galassia Messier 49 e una colorata varietà di altre galassie e stelle della Via Lattea. Il Vera C. Rubin Observatory (NSF-DOE) ha rivelato un gran numero di oggetti deboli tra quelli più luminosi, molti dei quali non erano mai stati osservati prima. L’immagine copre un’area circa 1,6 volte più estesa rispetto a quella che il Rubin Observatory cattura in una singola esposizione. Crediti: NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory

In appena 10 ore di osservazioni, il Vera C. Rubin Observatory, finanziato da NSF e DOE, ha individuato 2.104 asteroidi mai osservati prima nel nostro Sistema Solare, inclusi sette asteroidi vicini alla Terra, che non rappresentano alcuna minaccia.

Per confronto, tutti gli altri osservatori terrestri e spaziali nel mondo scoprono complessivamente circa 20.000 asteroidi l’anno. Da solo, il Rubin Observatory è destinato a scoprire milioni di nuovi asteroidi nei primi due anni della Legacy Survey of Space and Time (LSST).

Inoltre, sarà l’osservatorio più efficiente al mondo nell’individuazione di oggetti interstellari in transito attraverso il Sistema Solare.

Credito: NSF–DOE Vera C. Rubin Observatory

Fonte: http://rubinobservatory.org/news/press-releases

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