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2013 GM3: Lo “strano” caso dell’asteroide “scomparso”

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UAI e Coelum Astronomia: sconto esclusivo al 59° Congresso Nazionale


In occasione del 59° Congresso Nazionale dell’Unione Astrofili Italiani, in programma dall’8 al 10 maggio 2026 a Foligno, UAI e Coelum Astronomia annunciano un’iniziativa congiunta dedicata ai partecipanti.

Grazie a un accordo attivo durante i giorni del congresso, sarà possibile usufruire in loco di un extra sconto del 10% su tutte le promozioni in corso relative ad abbonamenti e prodotti Coelum.

L’offerta è riservata ai partecipanti e rappresenta un’opportunità concreta per accedere ai contenuti editoriali Coelum a condizioni particolarmente vantaggiose, direttamente durante l’evento.

L’iniziativa rientra nell’impegno dell’Unione Astrofili Italiani nel diffondere la cultura scientifica e nel offrire ai soci e agli appassionati opportunità e agevolazioni concrete, favorendo l’accesso a strumenti qualificati di informazione e divulgazione.

L’iniziativa si inserisce nel programma del Congresso UAI, punto di riferimento nazionale per la comunità astrofilo-divulgativa.

Appuntamento a Foligno.

Un’astronave LEGO può davvero…volare?

“Non basta sperare. Serve un’ipotesi, un test, e il coraggio di fallire mille volte prima del successo.” – Project Hail Mary (2026)

Immagine del set LEGO in preparazione per il lancio

Un’astronave di LEGO ha davvero volato nella stratosfera, trasformando un semplice oggetto da gioco che noi tutti conosciamo in un protagonista assoluto di una missione spaziale tanto insolita quanto affascinate. Il modellino di astronave protagonista dell’impresa, ispirato al film Project Hail Mary, ha raggiunto una quota pari a 34.988 metri sopra il Regno Unito, per poi tornare a terra assolutamente intatto, guadagnandosi quindi il Guinnes World Record per il lancio ed il recupero più alto di un set LEGO mai avvenuto nella storia.

Ciò che rende questa impresa assolutamente pazzesca è proprio il contrasto visivo che ci viene offerto: da una parte un giocattolo iconico che tutti noi abbiamo montato almeno una volta sul tappeto del salotto di casa (e non nascondiamocelo…non sempre il risultato finale era soddisfacente), dall’altra abbiamo una missione spaziale in piena regola. Il risultato è chiaramente un contenuto che ci lascia a bocca aperta, così assurdo ed allo stesso tempo interessante: vedere quei mattoncini “galleggiare” nel vuoto fa un certo effetto, soprattutto per chi cerca di capirne le sfide ingegneristiche con un occhio più attento e tecnico.

Ma come hanno fatto ad arrivare lassù senza un razzo? Il segreto è un pallone stratosferico. È sicuramente una soluzione elegante, una tecnologia ben diversa da quella utilizzata dai razzi spaziali: il pallone, riempito con un gas più leggero dell’aria, sale lentamente nell’atmosfera e, a mano a mano che la pressione esterna diminuisce mentre si sale di quota, questo pallone si espande sempre di più, sfiorando il confine della nostra atmosfera. La cosa sicuramente affascinante è che questo meccanismo di trasporto è spesso utilizzato per esperimenti scientifici, progetti dimostrativi, monitoraggio ad alta quota e riprese varie, perché consente di portare carichi leggeri e strumenti scientifici appositi in zone atmosferiche quasi al limite tra il cielo e lo spazio. È una cosa spettacolare, no?

In questo caso, il carico era tutt’altro che ordinario: un set LEGO ispirato ad un film di fantascienza. Ed è proprio qui che la missione raggiunge il fulcro della sua forza comunicativa: l’astronave, pensata esclusivamente per essere assemblata e appoggiata su un davanzale di casa, si è ritrovata in un ambiente assolutamente estremo. Il nostro passatempo preferito, per qualche istante, è diventato una mini – missione spaziale.

Immagine del lancio del set: l’inizio del viaggio

Detta a parole, la cosa può sembrare semplice, ma è tutt’altro che banale; il team che ha realizzato il progetto ha lavorato notte e giorno affinché questo si potesse attuare, dalla costruzione della piattaforma, alle innumerevoli variabili da considerare perché la nostra navicella potesse tornare indietro intatta, esattamente come è successo. Il tutto è stato realizzato nella contea di Gwynedd, in Galles, il 20 marzo 2026. In collaborazione con la Sent Into Space, che si è presa cura della campagna promozionale della missione, la nostra navicella di mattoncini è partita da una piattaforma a terra, ben fissata ad un pallone stratosferico e ad un paracadute. Dotata di una telecamera e di un GPS, ha lasciato il suolo britannico e si è innalzata fino a raggiungere la stratosfera, regalandoci un’immagine mozzafiato della linea sottile che delimita la curvatura terrestre ed il buio dello spazio profondo. Una volta raggiunta la quota ideale, il pallone si espande fino a scoppiare in condizioni di bassa pressione, permettendo così l’apertura del paracadute, indice dell’inizio della lenta discesa nella nostra mini-astronave. Il team a terra, seguendo la localizzazione della navicella fornita dal GPS integrato in essa, ha localizzato la posizione del set LEGO, in un campo non lontano, trovandolo assolutamente intatto, un momento sicuramente trionfale per tutti coloro che hanno duramente lavorato alla realizzazione del progetto.

Immagine del set in volo

Questa mini-missione si inserisce all’interno della campagna promozionale di Project Hail Mary, film ispirato dal romanzo di Andy Weir ed interpretato dall’attore Ryan Goslin. Un perfetto mix di scene fantastiche, comiche, ironiche, con un pizzico di sensibilità e fantasia scientifica, affiancate a questa idea di lancio semplice, ma efficace: trasformare un oggetto riconoscibile ed amato da tutta la popolazione in un vero e proprio simbolo di avventura, immaginazione, e soprattutto scienza.

Dal punto di vista del pubblico, la missione assume un fascino al limite del paradossale, un giocattolo che vola (quasi) nello spazio, chi penserebbe mai una cosa simile? Una navicella di mattoncini che supera le nuvole e scompare sulle nostre teste, per poi atterrare elegantemente sul suolo senza alcun danno.  

Passiamo adesso ad un dettaglio tecnico che merita di essere considerato: 34988 metri di quota non è definibile “spazio” in senso stretto, ma bensì stratosfera. Questo significa che il magico volo della nostra mini – astronave è rimasto all’interno dell’atmosfera terrestre, anche se ad un’altezza ben superiore a quella raggiunta dagli aerei di linea. Questa è una distinzione importante: non è stato un viaggio cosmico, ma una affascinante impresa di alta quota!

Alla fine, l’immagine di quell’astronave LEGO fluttuante nel buio dello spazio che ci circonda ci ricorda una cosa fondamentale: a volte si, l’ingegneria e le scienze più rigorose sanno prendersi molto meno spazio di quanto possiamo pensare, regalandoci immagini che fanno sognare sia i bambini che gli scienziati. Che il segreto fosse questo? Far sembrare così straordinario qualcosa di apparentemente giocoso ed infantile? Questo non possiamo saperlo, ma ciò che sicuramente ci ricorderemo è la voglia di sognare che ci trasmette questa bellissima iniziativa.

Cielo del Mese di Maggio 2026

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IL CIELO DEL MESE DI MAGGIO 2026

Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01 MAG> 23:00   15 MAG> 22:00  31 MAG> 21:00

COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI MAGGIO 2026

Con l’arrivo di maggio, la primavera entra nel vivo anche dal punto di vista astronomico, e il cielo notturno mostra ormai una configurazione ben diversa rispetto a quella dei mesi invernali.

Le costellazioni che hanno caratterizzato la stagione fredda sono infatti sempre più prossime a congedarsi: Orione sarà osservabile per circa due ore dopo il tramonto a inizio del mese, per sparire completamente nella luce del crepuscolo entro la fine di maggio; anche Toro, Gemelli e Auriga iniziano ad abbassarsi rapidamente verso l’orizzonte Ovest, scomparendo entro la prima parte della notte. L’approfondimento di questo mese sarà dedicato alla costellazione del Centauro che, seppur bassa sull’orizzonte, attorno alla mezzanotte di metà mese si troverà in prossimità del meridiano locale.

Tutte le descrizioni sono in Le Costellazioni del mese di maggio a cura di Lara Fossi

I principali eventi di Maggio 2026 (pubblicati nell’Almanacco 2026 vedi Coelum 277)

Data Ora Cosa Come

01/05/2026 19:23 Luna Piena
04/05/2026 05:04 Congiunzione Luna Antares 0.5°S
05/05/2026 00:30 Luna Apogeo 405841 km
05/05/2026 20:35 Massimo delle Eta Aquaridi
09/05/2026 23:10 Ultimo Quarto
11/05/2026 06:35 Luna Nodo Ascendente
13/05/2026 11:09 Congiunzione Luna Nettuno 4.1°N
13/05/2026 23:58 Congiunzione Luna Saturno 5.7°N
14/05/2026 16:15 Mercurio Congiunzione Superiore
15/05/2026 02:43 Congiunzione Luna Marte 5.1°N
15/05/2026 05:59 Venere Perielio 0.71842 A.U.
16/05/2026 22:00 Luna Nuova
17/05/2026 04:51 Congiunzione Luna Mercurio 4.5°N
17/05/2026 05:07 Congiunzione Luna Pleiadi 0.9°N
17/05/2026 06:45 Congiunzione Mercurio Pleiadi 3.6°S
17/05/2026 08:00 Congiunzione Luna Urano 5.3°N
17/05/2026 15:48 Luna Perigeo 358072 km
18/05/2026 04:18 Congiunzione Mercurio Urano 0.9°N
18/05/2026 11:57 Mercurio Perielio 0.3075 A.U.
19/05/2026 03:51 Congiunzione Luna Venere 2.9°N
20/05/2026 14:39 Congiunzione Luna Giove 3.1°N
20/05/2026 19:09 Congiunzione Luna Polluce 3.5°S
21/05/2026 17:17 Congiunzione Luna Presepe 0.8°N
22/05/2026 17:55 Urano Congiunzione Sole
23/05/2026 09:19 Congiunzione Luna Regolo 0.0°
23/05/2026 13:10 Primo Quarto
23/05/2026 17:25 Luna Nodo Discendente
27/05/2026 16:51 Congiunzione Luna Spica 1.9°S
31/05/2026 10:45 Luna Piena
31/05/2026 11:18 Congiunzione Luna Antares 0.4°S

TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA

RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto
NAMERADECEADISTELONGMAGDIAMPHASERISETRANSET
1 Sole04:35:24.222:00:53.11.013870.0-26.71893.0100.005:3413:0920:44
2 Sole04:39:30.022:08:56.71.014030.0-26.71892.7100.005:3313:0920:45
3 Sole04:43:36.122:16:37.11.014180.0-26.71892.4100.005:3313:0920:46
4 Sole04:47:42.622:23:54.21.014330.0-26.71892.2100.005:3313:0920:46
5 Sole04:51:49.422:30:47.81.014470.0-26.71891.9100.005:3213:0920:47
6 Sole04:55:56.622:37:17.81.014620.0-26.71891.6100.005:3213:0920:48
7 Sole05:00:04.122:43:24.01.014750.0-26.71891.4100.005:3213:1020:48
8 Sole05:04:12.022:49:06.41.014890.0-26.71891.1100.005:3113:1020:49
9 Sole05:08:20.122:54:24.61.015020.0-26.71890.9100.005:3113:1020:50
10 Sole05:12:28.522:59:18.71.015150.0-26.71890.6100.005:3113:1020:50
11 Sole05:16:37.123:03:48.51.015270.0-26.71890.4100.005:3113:1020:51
12 Sole05:20:46.023:07:53.91.015380.0-26.71890.2100.005:3113:1120:51
13 Sole05:24:55.123:11:34.81.015490.0-26.71890.0100.005:3113:1120:52
14 Sole05:29:04.323:14:51.21.01560.0-26.71889.8100.005:3013:1120:52
15 Sole05:33:13.823:17:43.01.01570.0-26.71889.6100.005:3013:1120:53
16 Sole05:37:23.323:20:10.21.015790.0-26.71889.4100.005:3013:1120:53
17 Sole05:41:32.923:22:12.61.015880.0-26.71889.3100.005:3113:1220:53
18 Sole05:45:42.623:23:50.31.015960.0-26.71889.1100.005:3113:1220:54
19 Sole05:49:52.323:25:03.11.016030.0-26.71889.0100.005:3113:1220:54
20 Sole05:54:02.123:25:51.21.01610.0-26.71888.8100.005:3113:1220:54
21 Sole05:58:11.823:26:14.41.016170.0-26.71888.7100.005:3113:1320:55
22 Sole06:02:21.423:26:12.71.016230.0-26.71888.6100.005:3113:1320:55
23 Sole06:06:31.023:25:46.31.016280.0-26.71888.5100.005:3213:1320:55
24 Sole06:10:40.523:24:55.01.016330.0-26.71888.4100.005:3213:1320:55
25 Sole06:14:49.923:23:39.01.016380.0-26.71888.3100.005:3213:1320:55
26 Sole06:18:59.123:21:58.31.016420.0-26.71888.3100.005:3313:1420:55
27 Sole06:23:08.323:19:52.91.016460.0-26.71888.2100.005:3313:1420:55
28 Sole06:27:17.223:17:23.01.016490.0-26.71888.1100.005:3313:1420:55
29 Sole06:31:26.023:14:28.61.016520.0-26.71888.1100.005:3413:1420:55
30 Sole06:35:34.523:11:09.71.016550.0-26.71888.0100.005:3413:1420:55
NAMERADECEADISTELONGMAGDIAMPHASERISETRANSET
1 Luna16:59:05.2-27:35:41.2406339-172.3-12.41772.799.522:1201:3805:50
2 Luna17:52:35.3-27:57:43.5406180-162.5-12.11771.397.722:5802:2906:41
3 Luna18:45:53.5-27:02:05.5405296-151.9-11.91772.994.123:3703:2007:39
4 Luna19:37:59.9-24:52:08.7403626-141.1-11.61778.089.0–:–04:1008:41
5 Luna20:28:17.7-21:35:11.3401111-130.1-11.31786.882.300:0904:5709:47
6 Luna21:16:40.6-17:20:46.9397717-119.0-11.11799.674.300:3605:4210:52
7 Luna22:03:30.4-12:19:18.5393459-107.6-10.81816.865.200:5906:2611:58
8 Luna22:49:30.6-06:41:20.0388419-96.0-10.51838.255.301:2007:0913:04
9 Luna23:35:40.6-00:37:54.1382775-84.0-10.21863.344.901:4101:2614:12
10 Luna00:23:11.305:38:20.9376808-71.5-9.91891.134.302:0218:5815:24
11 Luna01:13:21.911:51:26.6370900-58.7-9.61920.024.102:2608:4016:39
12 Luna02:07:31.617:40:11.9365518-45.4-9.31947.515.002:5409:3017:59
13 Luna03:06:41.122:37:18.1361159-31.8-9.01971.17.503:3110:2519:21
14 Luna04:10:58.326:11:17.2358277-18.0-8.71987.82.404:1711:2520:39
15 Luna05:19:00.727:53:24.5357202-5.6-8.31995.40.205:1812:3121:46
16 Luna06:27:54.327:28:12.835806712.1-8.51992.91.106:3013:3922:39
17 Luna07:34:19.925:00:51.736078625.7-8.81980.65.007:5114:4523:20
18 Luna08:36:02.020:54:26.736506339.4-9.21960.311.409:1115:4723:51
19 Luna09:32:24.115:39:50.937045852.7-9.51934.519.810:2716:42–:–
20 Luna10:24:03.809:46:25.937646765.6-9.81906.229.411:4017:3300:16
21 Luna11:12:13.703:37:47.238259978.0-10.11877.839.712:4818:1900:38
22 Luna11:58:13.8-02:28:23.538843390.0-10.41851.450.213:5419:0200:59
23 Luna12:43:19.9-08:18:39.4393649101.7-10.61828.460.314:5819:4501:19
24 Luna13:28:38.6-13:41:55.4398037113.1-10.91809.469.716:0320:2701:41
25 Luna14:15:05.0-18:27:58.2401486124.2-11.21794.778.217:0721:1102:04
26 Luna15:03:18.7-22:26:33.7403968135.2-11.41784.285.518:1121:5602:32
27 Luna15:53:36.9-25:27:21.9405518146.0-11.71777.791.519:1222:4403:06
28 Luna16:45:48.3-27:20:45.8406208156.8-12.01774.796.020:0823:3403:47
29 Luna17:39:11.5-27:59:28.4406123167.3-12.31774.898.820:5700:2504:36
30 Luna18:32:44.1-27:20:19.6405343175.8-12.51777.799.921:3801:1705:33

EQUAZIONE DEL TEMPO

GIORNOGiorno AnnoGiorno GiulianoEq. del tempoInizio Crepuscolo AstronomicoInizio Crepuscolo NauticoInizio Crepuscolo CivileFine Crepuscolo CivileFine Crepuscolo NauticoFine Crepuscolo Astronomico
1 Lunedì1522461192.52.303:2104:1404:5921:1922:0422:58
2 Martedì1532461193.52.103:2004:1404:5821:2022:0522:59
3 Mercoledì1542461194.51.903:1904:1304:5821:2122:0623:01
4 Giovedì1552461195.51.803:1804:1204:5721:2222:0723:02
5 Venerdì1562461196.51.603:1704:1204:5721:2322:0823:03
6 Sabato1572461197.51.403:1604:1104:5721:2322:0823:04
7 Domenica1582461198.51.203:1504:1004:5621:2422:0923:06
8 Lunedì1592461199.51.103:1404:1004:5621:2522:1023:07
9 Martedì1602461200.50.903:1404:1004:5621:2522:1123:08
10 Mercoledì1612461201.50.703:1304:0904:5521:2622:1223:09
11 Giovedì1622461202.50.503:1204:0904:5521:2722:1223:10
12 Venerdì1632461203.50.303:1204:0904:5521:2722:1323:11
13 Sabato1642461204.50.003:1104:0804:5521:2822:1323:11
14 Domenica1652461205.5-0.203:1104:0804:5521:2822:1423:12
15 Lunedì1662461206.5-0.403:1104:0804:5521:2922:1523:13
16 Martedì1672461207.5-0.603:1104:0804:5521:2922:1523:13
17 Mercoledì1682461208.5-0.803:1004:0804:5521:2922:1523:14
18 Giovedì1692461209.5-1.003:1004:0804:5521:3022:1623:14
19 Venerdì1702461210.5-1.203:1004:0804:5521:3022:1623:15
20 Sabato1712461211.5-1.503:1104:0804:5521:3022:1623:15
21 Domenica1722461212.5-1.703:1104:0904:5521:3122:1723:15
22 Lunedì1732461213.5-1.903:1104:0904:5521:3122:1723:15
23 Martedì1742461214.5-2.103:1104:0904:5621:3122:1723:15
24 Mercoledì1752461215.5-2.303:1204:0904:5621:3122:1723:15
25 Giovedì1762461216.5-2.603:1204:1004:5621:3122:1723:15
26 Venerdì1772461217.5-2.803:1304:1004:5721:3122:1723:15
27 Sabato1782461218.5-3.003:1304:1104:5721:3122:1723:15
28 Domenica1792461219.5-3.203:1404:1104:5821:3122:1723:15
29 Lunedì1802461220.5-3.403:1504:1204:5821:3122:1723:14
30 Martedì1812461221.5-3.603:1504:1204:5921:3122:1623:14
GIORNOSorgereTransitoTramontoDurata GiornoDurata Notte
1 Lunedì05:3413:0920:4415:10:0508:49:55
2 Martedì05:3313:0920:4515:11:2208:48:38
3 Mercoledì05:3313:0920:4615:12:3508:47:25
4 Giovedì05:3313:0920:4615:13:4408:46:16
5 Venerdì05:3213:0920:4715:14:5008:45:10
6 Sabato05:3213:0920:4815:15:5208:44:08
7 Domenica05:3213:1020:4815:16:5108:43:09
8 Lunedì05:3113:1020:4915:17:4508:42:15
9 Martedì05:3113:1020:5015:18:3608:41:24
10 Mercoledì05:3113:1020:5015:19:2308:40:37
11 Giovedì05:3113:1020:5115:20:0508:39:55
12 Venerdì05:3113:1120:5115:20:4408:39:16
13 Sabato05:3113:1120:5215:21:1908:38:41
14 Domenica05:3013:1120:5215:21:5008:38:10
15 Lunedì05:3013:1120:5315:22:1608:37:44
16 Martedì05:3013:1120:5315:22:3908:37:21
17 Mercoledì05:3113:1220:5315:22:5708:37:03
18 Giovedì05:3113:1220:5415:23:1108:36:49
19 Venerdì05:3113:1220:5415:23:2108:36:39
20 Sabato05:3113:1220:5415:23:2708:36:33
21 Domenica05:3113:1320:5515:23:2908:36:31
22 Lunedì05:3113:1320:5515:23:2708:36:33
23 Martedì05:3213:1320:5515:23:2008:36:40
24 Mercoledì05:3213:1320:5515:23:0908:36:51
25 Giovedì05:3213:1320:5515:22:5408:37:06
26 Venerdì05:3313:1420:5515:22:3508:37:25
27 Sabato05:3313:1420:5515:22:1208:37:48
28 Domenica05:3313:1420:5515:21:4408:38:16
29 Lunedì05:3413:1420:5515:21:1308:38:47
30 Martedì05:3413:1420:5515:20:3808:39:22

Pianeti di Maggio

MERCURIO

01/05 Sorge: h 05:40 Tramonta: h 18:52
31/05 Sorge: h 06:35 Tramonta: h 22:19

Nel mese di maggio Mercurio conclude la propria apparizione mattutina avvicinandosi progressivamente al Sole. Dai dati effemeridici di inizio mese
si rileva una elongazione ancora apprezzabile, che consente al pianeta di sorgere prima dell’alba e rendersi visibile basso sull’orizzonte orientale, stiamo parlando di pochi minuti prima del sorgere del Sole intorno alle 06:00; giorno dopo giorno la distanza angolare dal Sole diminuisce sensibilmente, riducendo l’intervallo utile di osservazione nel chiarore crepuscolare. Il 14 maggio alle 16:30 Mercurio raggiunge la congiunzione superiore con il Sole, con una separazione apparente di appena 0°09’, risultando totalmente inosservabile. In tale fase si trova a circa 1,32 UA dalla Terra, con diametro apparente di soli 5,1 secondi d’arco e disco completamente illuminato. Dopo la congiunzione il pianeta inizierà a riemergere nel cielo serale, ponendo le basi per la successiva apparizione vespertina.

VENERE

01/05 Sorge: h 07:25 Tramonta: h 22:38
31/05 Sorge: h 07:54 Tramonta: h 23:26

Il 15 maggio Venere raggiunge il perielio alle 05:59, alla distanza di 0,71842 UA dal Sole. Dall’analisi delle effemeridi mensili l’elongazione dal Sole tende a ridursi nella prima parte del mese, indicando un progressivo avvicinamento apparente al Sole nel cielo. Venere resta osservabile prima dell’alba, basso sull’orizzonte orientale. Il 19 maggio, alle 03:51, si verifica una congiunzione con la Luna con separazione di 2,9°, l’evento si verifica con gli astri ancora sotto l’orizzonte e che seguono il Sole sarà perciò favorevole all’osservazione a occhio nudo nel crepuscolo della sera con gli astri leggermente più distanti. La fase lunare sottile e la forte luminosità di Venere rendono l’incontro particolarmente suggestivo.

MARTE

01/05 Sorge: h 05:12 Tramonta: h 18:01
31/05 Sorge: h 04:06 Tramonta: h 18:01

Nel mese di maggio Marte è protagonista di una congiunzione con la Luna il 15 alle 02:43 ancora sotto l’orizzonte est, con separazione di circa 5,1° e Luna a 28 giorni. L’evento avviene nella costellazione dei Pesci ma da Roma non è osservabile, poiché i due astri culminano in pieno giorno e all’alba restano a soli 8° sull’orizzonte prima del sorgere definitivo del Sole. Durante il mese l’elongazione dal Sole diminuisce progressivamente, riducendo la distanza angolare e anticipando il sorgere del pianeta; di conseguenza Marte è visibile solo brevemente prima dell’alba, molto basso a est. La luminosità si mantiene attorno alla magnitudine 1,2, con diametro apparente di circa 4″, segno di una distanza ancora significativa dalla Terra. Non si registrano ulteriori configurazioni favorevoli nel cielo mattutino.

GIOVE

01/05 Sorge: h 10:20 Tramonta: h 01:33
31/05 Sorge: h 08:47 Tramonta: h 23:49

Nel mese di maggio Giove domina il cielo serale. Il 20 maggio alle 15:46 si verifica un incontro con la Luna, separata da circa 3°, con il nostro satellite di 4 giorni. Da Roma la coppia diventa visibile verso le 20:47, a 37° sull’orizzonte occidentale, e tramonta poco dopo la mezzanotte. Durante il mese l’elongazione dal Sole diminuisce gradualmente, riducendo la distanza angolare e anticipando il tramonto del pianeta, che resta comunque osservabile nel crepuscolo serale. Con magnitudine intorno a –1,9 e diametro apparente di circa 33″, Giove si presenta brillante nella costellazione dei Gemelli, facilmente individuabile a occhio nudo accanto alla sottile falce lunare.

SATURNO

01/05 Sorge: h 05:02 Tramonta: h 17:19
31/05 Sorge: h 03:11 Tramonta: h 15:36

Nel mese di maggio Saturno è osservabile nel cielo del mattino. Il 13 maggio si verifica un avvicinamento con la Luna, separata da circa 5°; tuttavia da Roma l’evento non è apprezzabile, poiché i due astri culminano in pieno giorno e all’alba restano a meno di 9° sull’orizzonte. Nel corso del mese l’elongazione dal Sole aumenta gradualmente, ampliando la distanza angolare e anticipando il sorgere del pianeta nelle ore notturne, rendendolo progressivamente più favorevole prima dell’alba. Con magnitudine intorno a 0,7 e diametro apparente di circa 16″, Saturno si trova tra i Pesci e la Balena, distinguibile a occhio nudo in un cielo sufficientemente buio, poco prima che la luce solare ne attenui la visibilità.

URANO

01/05 Sorge: 07:03 Tramonta: 21:48
31/05 Sorge: 05:10 Tramonta: 19:59

Il 22 maggio Urano è in congiunzione con il Sole, a soli 0°09′ di separazione apparente, risultando inosservabile. Alla stessa data raggiunge la massima distanza dalla Terra, circa 20,48 UA. Riemergerà gradualmente nel cielo dell’alba nei mesi successivi.

NETTUNO

01/05 Sorge: 04:45 Tramonta: 16:50
31/05 Sorge: 02:49 Tramonta: 14:56
Nel maggio Nettuno è osservabile al mattino nella costellazione dei Pesci. Sorge prima dell’alba ma resta basso sull’orizzonte orientale. Nulla di particolare da segnalare per questo astro.Magnitudine intorno a 7,9.

LUNA

Analisi dettagliata della Luna nel mese di maggio 2026, con indicazioni su fasi, osservabilità e principali strutture superficiali visibili al telescopio. Dalle grandi pianure basaltiche ai crateri più significativi, fino agli eventi come la “Luna Blu”, il testo fornisce dati precisi su orari, distanze e condizioni osservative utili per appassionati e osservatori.

L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI

ASTEROIDI – PICCOLI MONDI

Nel mese di maggio Amphitrite sarà in opposizione (28 maggio), raggiungendo magnitudine 9,7. Asteroide di tipo S scoperto nel 1854, misura circa 204 km e orbita nella fascia principale. È osservabile anche con piccoli strumenti e in lunghe pose appare come una traccia luminosa.

L’articolo completo sugli asteroidi del mese di aprile è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI

COMETE

Per i cacciatori di comete maggio si presenta piuttosto tranquillo. L’unico “astro chiomato” di un certo interesse dovrebbe risultare la periodica 10P/Tempel, ancora lontana dal perielio, che ci terrà compagnia per parecchi mesi raggiungendo una discreta luminosità nel cuore dell’estate.

L’articolo completo sulle comete di aprile è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI

TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di maggio a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI

Le osservazioni presentano diversi transienti molto deboli scoperti da Mazzucato e Gonano, tra cui AT2026kec, la cui distanza resta incerta per l’ambiguità tra supernova di tipo Ia o II. Viene poi analizzata la SN2026kid in NGC5907, supernova di tipo II fortemente attenuata da polveri, confermata spettroscopicamente e documentata da immagini precedenti alla scoperta.

La rubrica completa dedicata alla Supernovae a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini è disponibile QUI

Trovi il Cielo del Mese di Marzo nel numero 279 di Coelum Astronomia.

Transiti della ISS International Space Station Maggio 2026

 

TRANSITI VISIBILI AD OCCHIO NUDO

La ISSStazione Spaziale Internazionale sarà rintracciabile nei nostri cieli in orari mattutini. Avremo quattro transiti notevoli con magnitudini elevate durante il mese, auspicando come sempre in cieli sereni.

07 Maggio

Si inizierà il giorno 07 maggio, dalle 04:54 alle 05:05, osservando da ONO a SE. La ISS sarà ben visibile dalle Isole Maggiori, con una magnitudine massima che si attesterà su -3.8.

09 Maggio

Il giorno successivo, 09 Maggio, la Stazione Spaziale transiterà dalle 21:39 alle 21:50, da SO a ENE. Transito parziale osservabile al meglio dal Centro Italia, con magnitudine di picco a -3.9.

10 Maggio

Si prosegue il 10 Maggio, dalle 20:51 alle 21:02, da SO a ENE. Un passaggio ben visibile dal Sud Italia, con magnitudine massima di -3.6.

22 Maggio

L’ultimo transito notevole si avrà il 22 Maggio, dalle 22:38 alle 22:44, da ONO a SSO. Visibilità limitata di nuovo alle Isole Maggiori con una magnitudine di picco a -3.7.

23 Maggio

L’ultimo transito notevole si avrà il 23 Maggio, dalle 21:50 alle 21:58, da NO a ESE. Visibilità ottimale da tutta Italia con una magnitudine di picco a -3.8.

GiornoOra InizioDirezioneOra FineDirezioneMagnitudine
704:54:15ONO05:05:06SE-3.8
921:39:09SO21:50:00ENE-3.9
1020:51:39SO21:02:22ENE-3.6
2222:38:39ONO22:44:17SSO-3.7
2321:50:52NO21:58:15ESE-3,8
2621:04:13ONO21:13:19SE-3,5

N.B. Le direzioni visibili per ogni transito sono riferite ad un punto centrato sulla penisola, nel centro Italia, costa tirrenica. Considerate uno scarto ± 1-5 minuti dagli orari sopra scritti, a causa del grande anticipo con il quale sono stati calcolati.

ATTENZIONE

In caso di Booster della ISS eseguiti nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo gli orari possono differire anche in maniera significativa. Vi invitiamo a controllare sempre il sito https://www.heavens-above.com/ soprattutto in caso di programmazione di una sezione di osservazione.

TRANSITI DEI MESI PRECEDENTI


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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Maggio 2026

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 143

Apriamo la rubrica di questo mese con tre scoperte messe a segno da Michele Mazzucato nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, sulle immagini ottenute con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. I primi due transienti sono stati in ordine cronologico: AT2026hht scoperto il 25 marzo nella galassia a spirale UGC4219 e AT2026jci scoperto il 9 aprile nella galassia a spirale barrata PGC54103, entrambi scoperti oltre la proibitiva mag.+20. Soffermiamo invece la nostra attenzione sulla terza scoperta realizzata il 4 aprile nella piccola galassia anonima situata vicino alla più appariscente e soggetto principale della ripresa UGC10845. Questo terzo transiente è stato individuato alla debole mag.+19,8 e ha ricevuto la sigla provvisoria AT2026kec. Ad una prima analisi l’oggetto sembrava appartenere alla galassia UGC10845 anche se un po’ troppo distante da essa. Analizzando però attentamente le immagini di scoperta e quelle di archivio, la posizione coincide con quella di una minuscola galassia anonima posta a circa 1’ d’arco a sud di UGC10845. Situata nella costellazione di Ercole, UGC10845 si trova ad una distanza di circa 380 milioni di anni luce e una supernova di tipo Ia potrebbe raggiungere la mag.+16. Il nuovo transiente così debole lascia aperte due ipotesi: se siamo di fronte ad una supernova di tipo Ia (magnitudine assoluta di -19) la piccola galassia anonima che lo ospita è collocata molto più lontano rispetto ad UGC10845 con una distanza di oltre un miliardo di anni luce; se invece siamo di fronte ad una supernova di tipo II (magnitudine assoluta di -16 / -17) la piccola galassia anonima potrebbe essere una galassia satellite di UGC10845 e quindi collocata alla solita distanza. Per sciogliere ogni dubbio sulla distanza servirebbe uno spettro di conferma, ma ad oggi nessun osservatorio professionale è riuscito ad ottenerlo. Nella notte del 14 marzo un altro astrofilo italiano, che collabora anche lui con i professionisti del CRTS Catalina, ha messo a segno una nuova scoperta. Si tratta di Virgilio Gonano, che ha individuato un nuovo oggetto di mag.+20,6 nella galassia PGC40958 a cui è stato assegnato la sigla provvisoria AT2026hhu.


Immagine della AT2026kec nella galassia Anonima vicino a UGC10845 ripresa
dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 35 immagini da 240 secondi.

Dopo queste deboli e difficili supernovae, arriviamo adesso ad una importate e spettacolare scoperta amatoriale molto più luminosa delle precedenti ed individuata in una bella e fotogenica galassia. Nella notte del 22 aprile l’astrofilo giapponese Yasuo Sano ha individuato una nuova stella di mag.+16.6 nella bella galassia a spirale vista di taglio NGC5907 che stranamente porta anche il nome di NGC5906 ed è anche conosciuta come Galassia Lama di Coltello o Galassia Scheggia per la sua forma allungata. Scoperta dall’astronomo tedesco-britannico Frederick William Herschel il 5 maggio 1788, NGC5907 è posta nella costellazione del Drago a circa 50 milioni di anni luce di distanza. I primi a riprendere lo spettro di conferma, poche ore dopo la scoperta, sono stati gli astronomi cinesi del Xinglong Observatory con il telescopio da 2,16 metri. La SN2026kid, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di tipo II molto arrossata, cioè con un forte assorbimento da polveri della galassia ospite, che purtroppo toglie alla luminosità della supernova circa 3 magnitudini. Il giorno seguente, dopo gli astronomi cinesi, anche gli astronomi americani del MMT Observatory in Arizona con il telescopio MMT da 6,5 metri hanno ripreso uno spettro ad alta risoluzione, confermando la classificazione cinese di tipo II, ma hanno evidenziato un flash ionizzato che avvolge la supernova e che impedisce al momento di capire con certezza il sottotipo di questa supernova. Si tratta sicuramente di Core-Collapse supernova, ma potrebbe non essere di tipo II ma virare verso una tipo IIn o anche una tipo Ib o Ic. Serviranno ancora un po’ di giorni prima di avere una classificazione definitiva. Intanto la supernova sta aumentando di luminosità, ma difficilmente riuscirà a diventare più luminosa della mag.+15. NGC5907 è una galassia relativamente vicina e molto fotogenica per la sua forma particolare, perciò è immortalata continuamente anche da chi non fa ricerca di supernovae. Per questo motivo sono già uscite fuori quattro immagini di prediscovery molto importanti che permetteranno di verificare l’esatto arrivo della prima luce di questa interessante supernova. La prima di queste quattro immagini è stata realizzata dal programma professionale di ricerca supernovae denominato ZTF il giorno prima della scoperta di Yasuo Sano, precisamente 30 ore prima con la supernova che mostrava una mag.+18,7. La seconda immagine di prediscovery è stata realizzata dall’astrofilo italiano Rolando Ligustri, appena 16 minuti dopo l’immagine di ZTF, con una stupenda immagine a colori molto profonda dove la supernova è ben visibile, ma molto debole intorno alla mag.+18,5. La terza prediscovery è stata ottenuta invece dall’astrofilo britannico David Strange. Anche questa è una stupenda immagine a colori realizzata circa 14 ore prima della scoperta. Infine la quarta immagine di prediscovery è stata realizzata dall’astrofilo americano Patrick Wiggins circa 9 ore prima della scoperta. Lanciamo pertanto un appello a controllare i propri archivi per verificare la presenza di un’immagine di NGC5907 ripresa fra la fine del giorno 20 e il 22 aprile. La SN2026kid è la seconda supernova conosciuta esplosa in NGC5907, la prima fu la SN1940A scoperta il 16 febbraio 1940 dall’astronomo americano Josef J. Johnson al Monte Palomar Observatory.


Immagine di scoperta della SN2026kid in NGC5907 ripresa dall’astrofilo giapponese Yasuo Sano con
Celestron EdgHD da 360mm F.11 con CCD FLI ML 1001E.

Immagine di prediscovery della
SN2026kid in NGC5907 ripresa alle 21,15 TU del 21 aprile dall’astrofilo italiano Rolando Ligustri in remoto dal New Messico con un telescopio da 300mm F. 3,8 L=18×300 secondi + RGB= 300 secondi ognuno.

Immagine di prediscovery della
SN2026kid in NGC5907 ripresa alle 00,13 TU del 22 aprile dall’astrofilo britannico David Strange con un telescopio Ritchey-Chretien da 250mm somma di 24 immagini da 120 secondi.

Immagine di prediscovery della
SN2026kid in NGC5907 ripresa alle 05,46 TU del 22 aprile dall’astrofilo
americano Patrick Wiggins.

Immagine
della SN2026kid in NGC5907
ripresa
dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 35 immagini da 180 secondi.

Immagine
della SN2026kid in NGC5907
ripresa
dall’astrofilo giapponese Yasuo Sano con
Celestron EdgHD da 350mm F.11 con CCD FLI ML 1001E.

Abbiamo contattato Yasuo Sano, che già conoscevamo come bravo astrofotografo, utilizzando in passato in questa rubrica alcune sue belle immagini, ma abbiamo appreso con piacere che è anche un bravo ed esperto ricercatore di supernovae. Nato il 20 dicembre del 1959, ha iniziato ad interessarsi alla ricerca di supernovae nel lontano 1996 e l’anno successivo ha ottenuto la sua prima scoperta con la SN1997ef nella galassia UGC4107, a cui è seguita nel 2002 la seconda scoperta con la SN2002an nella galassia NGC2575 e poi nel 2005 una terza con la SN2005gl nella galassia NGC266. Sono passato oltre venti anni ma Yasuo Sano ha continuato con costanza a fare ricerca di supernovae riprendendo circa 100 galassia per notte e finalmente all’età di 66 anni è arrivata anche la quarta scoperta che sicuramente è la più importante ed interessante delle quattro. Yasuo Sano non si interessa però solo di supernovae, ma è anche membro del Japanese Variable Star Observatory (VSOLJ), realizzando osservazioni fotometriche multicolore di variabili cataclismiche. Tutte queste attività sono svolte dal suo osservatorio privato autocostruito con tetto scorrevole accanto alla sua abitazione a Hayoro nell’isola di Hokkaido. L’osservatorio dispone di due telescopi: un Celestron EdgHD800 su montatura Takahashi e un Celestron EdgHD1400 su montatura Takahashi, munito di camera CCD FLI ML 1001E. Facciamo pertanto le nostre congratulazioni al bravo ed esperto astrofilo giapponese, a dimostrazione che dal Giappone arrivano bravi astrofili ricercatori di supernovae e non solo il grande Itagaki.


Yasuo Sano all’interno del suo osservatorio accanto al telescopio
Celestron EdgHD da 360mm F.11

Esterno dell’osservatorio privato autocostruito dall’astrofilo giapponese Yasuo Sano.

Interno dell’osservatorio privato autocostruito dall’astrofilo giapponese Yasuo Sano che ospita i suoi due telescopi Celestron da 200mm e 360mm.

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PRIMA OCCHIATA ALLA 10P/Tempel

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Asteroidi del mese Maggio 2026

(29) Amphitrite

Amphitrite fu scoperto da Albert Marth il 1° marzo 1854 presso il South Villa Observatory di Regent’s Park, a Londra. Si tratta dell’unica scoperta asteroidale attribuibile a Marth. Il nome è un omaggio ad Anfitrite, figura della mitologia greca legata al mare e sposa di Poseidone, in linea con la consuetudine allora diffusa di attingere alla mitologia classica nella denominazione dei corpi minori del Sistema solare. Percorre un’orbita nella fascia principale centrale con un semiasse maggiore di 2,55 unità astronomiche e un’eccentricità di circa 0,07. Completa una rivoluzione intorno al Sole in 4,08 anni e presenta un’inclinazione di circa 6,1 gradi rispetto al piano dell’eclittica.

Con un diametro medio di circa 204 km, Amphitrite è uno dei più grandi rappresentanti degli asteroidi di tipo S. Il suo spettro è compatibile con una composizione silicatica con componente metallica, coerente con la sua albedo relativamente elevata. Per questo, durante le opposizioni favorevoli, rappresenta un oggetto accessibile anche a strumenti amatoriali di piccolo diametro.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare con buona precisione un periodo di rotazione di 5,39 ore. Le variazioni luminose osservate durante la rotazione indicano un corpo non perfettamente sferico, dalla forma piuttosto regolare.

Come e quando osservarlo

Amphitrite sarà in opposizione il 28 maggio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 9,7 trovandosi a una distanza di 1,73 Unità Astronomiche dalla Terra. Il suo moto sarà di 0,59 secondi d’arco al minuto: con esposizioni nell’ordine di 4-5 minuti manterrà un aspetto sostanzialmente puntiforme, mentre con integrazioni più lunghe il suo spostamento diventerà evidente e con 40 minuti di posa vedremo Amphitrite trasformarsi in una bella striscia luminosa di circa 24 secondi d’arco.

Percorso dell’asteroide Amphitrite nel mese di maggio.

Le costellazioni di Maggio 2026: Centauro

0

Con l’arrivo di maggio, la primavera entra nel vivo anche dal punto di vista astronomico, e il cielo notturno mostra ormai una configurazione ben diversa rispetto a quella dei mesi invernali.

Le costellazioni che hanno caratterizzato la stagione fredda sono infatti sempre più prossime a congedarsi: Orione sarà osservabile per circa due ore dopo il tramonto a inizio del mese, per sparire completamente nella luce del crepuscolo entro la fine di maggio; anche Toro, Gemelli e Auriga iniziano ad abbassarsi rapidamente verso l’orizzonte Ovest, scomparendo entro la prima parte della notte.

Prendendo come riferimento la mezzanotte, in direzione Sud dominano le costellazioni tipiche della primavera: il Leone, ormai in fase calante verso Sud-Ovest, la Vergine con la brillante Spica, e il Boote, che effettuerà il passaggio al meridiano nel corso del mese. Con loro, sarà visibile per tutto il mese anche l’asterismo del Triangolo primaverile, formato dalle stelle Denebola, Spica e Arturo.

Verso Nord, si mantengono alte le costellazioni dell’Orsa Minore e del Drago, mentre il Cefeo e Cassiopea rimangono più basse sull’orizzonte. Nel frattempo, si fanno sempre più evidenti le costellazioni che anticipano il cielo estivo: Ercole e la Lira in direzione Est guadagnano progressivamente altezza nel corso del mese, seguiti dal Cigno e dall’Ofiuco, e, ancora più in basso, dall’Aquila.

L’approfondimento di questo mese sarà dedicato alla costellazione del Centauro che, seppur bassa sull’orizzonte, attorno alla mezzanotte di metà mese si troverà in prossimità del meridiano locale.

LA COSTELLAZIONE DEL CENTAURO

Nonostante che dalle nostre latitudini ne sia osservabile soltanto la porzione superiore, quella del Centauro (in latino Centaurus, abbreviato Cen) è una costellazione che si rivela interessante da trattare sotto molteplici punti di vista.

La porzione della costellazioni del Centauro visibile alle latitudini di Terni (centro Italia). Crediti: Stellarium.

Prendendo come riferimento la Vergine e immaginando di tracciare a partire dalla stella Spica una linea verticale diretta verso il basso, al di sotto quindi della fascia popolata da Bilancia, Corvo, Cratere e Idra, si incontrano le stelle più settentrionali della costellazione australe del Centauro.

Guardando la costellazione nel suo complesso e indipendentemente dalla reale visibilità dai cieli italiani, essa si compone di più di 200 stelle visibili a occhio nudo, anche se la sua forma – metà di uomo e metà di cavallo – risulta meno immediata da cogliere rispetto ad altre: la parte inferiore, più ricca e compatta, risulta maggiormente distinguibile rispetto alla parte superiore corrispondente al busto umano.

La “stella” più luminosa, in assoluto la terza dopo Sirio e Canopo (magnitudine apparente -0.27), è Alpha Centauri, nota anche come Rigel Kentaurus, che in arabo significa “il piede del centauro”. Si tratta in realtà di un sistema triplo costituito da due stelle simili al Sole e da una nana rossa. Quest’ultima è Proxima Centauri, che con i suoi 4.24 anni luce di distanza, è la stella a noi più vicina. Poco più in alto, a circa 4º verso Ovest, si trova Beta Centauri (magnitudine apparente 0.60), conosciuta anche con il nome Hadar (dall’ebraico, con significato di “splendore, bellezza”): anche in questo caso un sistema triplo, formato da una coppia principale di stelle di colore bianco-azzurro e da una terza stella più debole che vi orbita attorno. Insieme ad Alpha Centauri, essa costituisce uno dei principali riferimenti per individuare la costellazione, oltre a formare, per gli osservatori dell’emisfero australe, una linea guida utile per localizzare la vicina Croce del Sud.

Le stelle Gamma, Delta ed Epsilon Centauri, tutte comprese tra la seconda e la terza magnitudine e poste a distanze variabili di alcune centinaia di anni luce dalla Terra, completano la metà inferiore della costellazione.

Spostandoci invece nella metà superiore, l’unica pienamente osservabile dalle nostre latitudini, troviamo una regione più povera e meno compatta, ma in cui sono presenti alcune stelle significative dal punto di vista osservativo. Tra queste, salendo dal basso verso l’alto, troviamo Zeta e Theta Centauri: la prima, visibile soltanto nelle regioni del Sud Italia, è una binaria spettroscopica di magnitudine 2.55 e a una distanza di 385 anni luce. L’altra, nota anche come Menkent (dall’arabo, “spalla”), è invece la terza più luminosa dell’intera costellazione – magnitudine apparente 2.06 e distanza di 59 anni luce – e, data la sua posizione, risulta una delle più accessibili per gli osservatori dell’emisfero nord.

Oggetti di cielo profondo nella costellazione del Centauro

La costellazione ospita numerosi oggetti rilevanti, primo tra tutti l’ammasso globulare Omega Centauri (conosciuto anche con il nome di C80), il più grande della Via Lattea, di età stimata pari a circa 12 miliardi di anni e contenente una decina di milioni di stelle. Posto a 17700 anni luce, esso è visibile anche con piccoli strumenti come una debole macchia lattiginosa da latitudini inferiori ai 40º.

Omega Centauri ripreso in remoto dalla Namibia il 22 maggio 2025 da Giuseppe Pappa per Coelum e pubblicato su questo sito web il 24 maggio 2025

Per quanto riguarda le galassie, sono almeno tre gli oggetti interessanti: NGC 5128, NGC 4945 e NGC 4622.

NGC 5128, conosciuta come C77 o Centaurus A, si trova a circa 11-13 milioni di anni luce di distanza e presenta una morfologia lenticolare; il suo nucleo è inoltre conosciuto per essere una delle maggiori radiosorgenti tra quelle note. Essa è tecnicamente visibile anche dalle nostre latitudini, seppur rimanendo bassa all’orizzonte; stessa condizione di visibilità anche per NGC 4945, una delle galassie più prossime al Gruppo Locale, con una distanza di circa 13 milioni di anni luce (circa 6 volte la distanza che ci separa dalla Galassia di Andromeda). All’osservazione si presenta di taglio e con l’ausilio di un telescopio di medie dimensioni si può rilevare la presenza di nubi oscure lungo il piano galattico.

NGC 5128 e NGC 4945, rispettivamente: ripreso in remoto dalla Namibia il 27 maggio 2025 da Giuseppe Pappa per Coelum e pubblicato su questo sito web il 28 maggio 2025; fotografata il 18 aprile 2020 da Emanuele Disco per Coelum e pubblicata su questo sito web il 30 maggio 2020

Purtroppo invece, impossibile da osservare dall’Italia NGC 4622, nota anche come Backword Galaxy (“Galassia che ruota all’indietro”): distante 111 milioni di anni luce, è un oggetto decisamente affascinante, poiché sorprendentemente presenta i bracci principali che puntano nella direzione di rotazione anziché in quella opposta come di consueto.

Nella costellazione sono presenti anche diverse nebulose, tra le quali IC 2944 (“Nebulosa del pollo che corre”) e NGC 3918 (chiamata anche Blue Planetary). La prima è una nebulosa a emissione associata a fenomeni di formazione stellare che si trova a circa 6500 anni luce, nel braccio del Sagittario della Via Lattea. La seconda invece – che si trova a circa 2600 anni luce dal Sole e ha una magnitudine apparente circa 8 – venne osservata per la prima volta nel marzo 1834 da Sir John Herschel e da lui nominata “Planetaria blu”. Nessuna delle due è però visibile dal nostro emisfero.

IC 2944 ripresa da Hakos Farm, Namibia il 6 luglio 2010 da Giacomo Bartolacci per Coelum e pubblicata su questo sito web l’11 maggio 2011

Mitologia e storia della costellazione del Centauro

Sebbene possa sembrare “fuori luogo” in questa rubrica, in realtà essa rientrava nel catalogo delle 48 costellazioni di Tolomeo (II secolo d.C.). Per effetto del moto di precessione degli equinozi, oggi non è più possibile osservarla per intero, ma ci dà lo spunto per raccontare una storia lunga più di duemila anni.

Copia manoscritta della “Lettera di Andrea Corsali allo illustrissimo Principe Duca Juliano de Medici, venuta Dellindia del mese di Octobre nel XDXVI” (National Library of Australia)

A differenza della configurazione odierna, all’epoca erano incluse nel Centauro anche le stelle dell’attuale Croce del Sud. Esse vennero indentificate con questo nome soltanto in epoca moderna da Andrea Corsali, geografo, navigatore e astronomo fiorentino. Tra il 1515 e il 1517, durante un viaggio verso le Indie orientali, così scrisse in una lettera indirizzata a Giuliano de’ Medici (figlio di Lorenzo il Magnifico):

«[…] pigliammo il giorno col sole e ricontrammo la notte con l’astrolabio, ed evidentemente lo manifestano due nugolette di ragionevol grandezza, ch’intorno ad essa continuamente ora abbassandosi e ora alzandosi in moto circulare camminano, con una stella sempre nel mezzo, la qual con esse si volge lontana dal polo circa undici gradi. Sopra di queste apparisce una croce maravigliosa nel mezzo di cinque stelle, che la circondano (com’il Carro la Tramontana) con altre stelle, che con esse vanno intorno al polo girandole lontano circa trenta gradi: e fa suo corso in 24 ore, ed è di tanta bellezza che non mi pare ad alcuno segno celeste doverla comparare, come nella forma qui di sotto appare»

Tornando alla costellazione del Centauro, non è un caso quindi che essa sia legata alla figura greca di Chirone: secondo il mito riportato anche da Igino in epoca romana, Crono, colto dalla moglie Rea durante l’atto amoroso con la ninfa marina Filira, si dette alla fuga assumendo la forma di un cavallo. Per questo motivo, il figlio appena concepito – Chirone, appunto – nacque con le sembianze di un centauro, metà uomo e metà cavallo. Essendo colto e saggio, esperto di medicina e di musica, divenne col tempo maestro di sempre più giovani nobili ed eroi; tra essi, anche Asclepio ed Eracle. E proprio per mano di Eracle egli trovò la morte: dopo essere stato colpito accidentalmente da una delle sue frecce intrise del mortale veleno dell’Idra, si trovò in preda ad atroci sofferenze, eppure allo stesso tempo impossibilitato a morire, data la sua discendenza divina. Zeus decise allora di porre fine a questa irrisolvibile agonia, rendendolo mortale e collocandolo poi per sempre tra le stelle. Qui – sintesi tra istinto e intelletto – è raffigurato in associazione alle costellazioni del Lupo (prima del Rinascimento, nota semplicemente come “Bestia”) e a quella dell’Altare, nell’atto di compiere un sacrificio animale.

La Luna del Mese – Maggio 2026

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DAL MITO ALLE BASI LUNARI


28 aprile, ore 21:00 – Diretta streaming

La Luna torna protagonista di un incontro dedicato alla sua esplorazione, tra storia, ricerca scientifica e prospettive future. Martedì 28 aprile alle ore 21:00, un nuovo appuntamento in diretta streaming sui canali YouTube di Associazione Lattanino Cupolino e Coelum Astronomia accompagnerà il pubblico in un percorso articolato e aggiornato sul nostro satellite naturale.

L’evento propone una panoramica completa: dalle prime interpretazioni mitologiche e osservazioni astronomiche, fino alle grandi missioni del XX secolo e ai programmi contemporanei che puntano a riportare l’uomo sulla Luna in modo stabile.

Ospiti della serata:

  • Luca Tonietti – Astrobiologo e ricercatore presso l’Università di Napoli Parthenope
  • Mattia Esposito – Dottorando in Scienze Polari presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia

Moderazione:

  • Dario Esposito – Dottorando in Molecular Science for Earth and Space presso la Scuola Superiore Meridionale di Napoli

Contenuti dell’incontro

Il webinar offrirà una lettura chiara e strutturata dell’evoluzione del rapporto tra l’umanità e la Luna. Si partirà dalle radici culturali e scientifiche, per arrivare alle missioni Apollo, che hanno segnato un punto di svolta nella storia dell’esplorazione spaziale.

Particolare attenzione sarà dedicata ai programmi attuali, come Artemis, che mirano a stabilire una presenza umana duratura sulla superficie lunare. In questo contesto verrà introdotto il concetto di In-Situ Resource Utilization (ISRU), una delle chiavi tecnologiche per il futuro dell’esplorazione: l’utilizzo diretto delle risorse disponibili sulla Luna – come acqua e ossigeno – per supportare missioni prolungate e sostenibili.

L’incontro affronterà quindi non solo gli aspetti storici e scientifici, ma anche le implicazioni operative e tecnologiche delle future basi lunari, offrendo una visione concreta delle sfide ancora aperte e delle opportunità in fase di sviluppo.

Come partecipare

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti.
La diretta sarà trasmessa sui canali YouTube di: Coelum Astronomia 

 

Prima luce per PoET: il telescopio solare che ci aiuterà a scovare gli esopianeti

The Paranal solar ESPRESSO Telescope (PoET) will collect sunlight and redirect it to ESO’s ESPRESSO instrument, which will obtain highly detailed spectra of both the entire Sun and specific regions such as sunspots. These observations will be key to understanding the ‘noise’ that similar features in other stars introduce in observations aimed at detecting exoplanets around them. PoET’s main telescope, seen here being lowered into its dome, has a 60-cm mirror. PoET also has a second smaller telescope that collects light from the entire disc of the Sun.

Ad inizio aprile 2026 si sono concluse con successo le operazioni di “prima luce” per il nuovo telescopio solare PoET (Paranal solar ESPRESSO Telescope), installato presso l’Osservatorio Europeo Australe (ESO) al Paranal, in Cile. Questo strumento sarà in grado di analizzare aree specifiche del disco solare con una risoluzione altissima e in un modo mai visto prima, portando benefici non solo alla fisica solare, ma anche alla ricerca di esopianeti.

Ad oggi sono stati confermati oltre 5000 esopianeti, ma pochissimi di questi possono essere considerati veri gemelli del sistema Sole-Terra. L’individuazione e la caratterizzazione di altre “Terre” in orbita attorno a soli lontani è uno degli obiettivi più ambiziosi dell’astrofisica moderna. Tuttavia, questa ricerca è ostacolata dal cosiddetto “rumore” astrofisico delle stelle ospiti: l’attività stellare, infatti, distorce gli spettri osservati rendendo difficile isolare il segnale del pianeta.

I processi fisici alla base delle strutture come macchie solari e facole producono variazioni nelle posizioni e nei profili delle linee spettrali. La comunità scientifica ha dunque compreso che, per fare passi avanti, è necessario identificare nel dettaglio i processi che guidano queste variazioni. In questo contesto, il Sole diventa il bersaglio ideale: è l’unica stella che possiamo “risolvere”, ovvero osservarne la superficie non come un unico punto luminoso, ma distinguendone le singole strutture.

Per trovare nuove risposte è necessario ottenere spettri del Sole ad altissima precisione, risolti spazialmente sul disco. Per farlo, il telescopio PoET è stato collegato a ESPRESSO (Echelle SPectrograph for Rocky Exoplanet and Stable Spectroscopic Observations), uno spettrografo ad alta risoluzione estremamente stabile installato nella Coudé room del VLT (Very Large Telescope).

Osservando simultaneamente sia il disco solare che le singole strutture superficiali, gli astronomi possono determinare con precisione come l’attività stellare modifica lo spettro solare. Questo può poi essere utilizzato come guida per rimuovere con precisione il “rumore” da stelle distanti che potrebbero ospitare esopianeti. Questa capacità sarà fondamentale per il successo delle prossime missioni spaziali, come PLATO, dedicate alla caccia di mondi simili alla Terra.

Per raggiungere i suoi obiettivi, PoET si avvale di un sofisticato sistema composto da tre telescopi che lavorano in sinergia. Il cuore del progetto è il Telescopio Principale (MT), realizzato dall’italiana Officina Stellare: si tratta di un telescopio da 60 cm di diametro con configurazione gregoriana. Questa scelta tecnica, standard per le osservazioni solari, permette di inserire un dissipatore di calore (heat rejector) nel fuoco intermedio, proteggendo la strumentazione dalle altissime temperature generate dalla luce solare concentrata.

Montati “in groppa” (piggyback) al telescopio principale, troviamo altri due rifrattori: il telescopio “scientifico” e quello di “imaging”, che formano insieme il Telescopio di Puntamento (PT). Mentre il telescopio principale osserva aree minuscole del disco, il sistema di puntamento permette di catturare simultaneamente la luce dell’intero disco solare integrato, come se stessimo osservando una stella lontana.

PoET è progettato per inviare la luce solare allo spettrografo ESPRESSO tramite un complesso sistema di fibre ottiche. La sua flessibilità è straordinaria: può osservare il Sole su diverse scale spaziali, passando da un diametro angolare di 55 secondi d’arco, la dimensione tipica di una macchia solare media, fino a una risoluzione di appena 1 secondo d’arco, ovvero la scala di un singolo granulo solare.

Il sodalizio tra PoET ed ESPRESSO rappresenta una soluzione incredibilmente efficiente, un vero sistema win-win. Da un lato, permette di analizzare la luce solare utilizzando uno degli spettrometri più grandi e sofisticati al mondo. Dall’altro, ottimizza i tempi di utilizzo del VLT: ESPRESSO, solitamente impiegato per le osservazioni notturne di stelle distanti, può ora lavorare a pieno regime anche durante il giorno, quando rimarrebbe altrimenti inutilizzato.

Non resta che attendere i primi dati da Paranal; PeET promette sia di rivoluzionare la nostra comprensione del Sole e dei fenomeni che avvengo sulla sua superficie, mostrando dettagli che fino ad ora nessuno strumento e riuscito a svelare, fornendo al contempo la chiave per isolare il debole segnale di mondi lontani dal “rumore” della loro stella madre.

Santos, N. C., et al., PoET: the Paranal solar ESPRESSO Telescope.
Crediti immagine di copertina (ESO)

CARMELO METEOR: Bollettino di Marzo 2026 delle Radiometeore

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A cura della rete CARMELo
(Cheap Amatorial Radio Meteor Echoes Logger)

Mariasole Maglione (Rete CARMELo e GAV, Gruppo Astrofili Vicentini)
Lorenzo Barbieri (Rete CARMELo e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)
Gaetano Brando (Rete CARMELo e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)
Silvana Sarto (Rete CARMELo e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)
Giovanni Furlato (Rete CARMELo e MarSEC)
William Rivato (Rete CARMELo e MarSEC)

Bollettino di Marzo

Introduzione

Anche marzo, come febbraio, è un mese poco attivo per quanto riguarda gli sciami meteorici, e non ha presentato, come da aspettative, sciami di particolare rilievo. Per questo ne abbiamo approfittato per approfondire ulteriormente il tema delle velocità delle meteore in relazione alla posizione della Terra nel corso del suo moto di rotazione.

I dati del mese di marzo

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione. La risoluzione temporale è di 15 minuti.

Fig. 1: Andamento nel mese di marzo 2026.

Analisi dei profili degli echi radio e velocità delle meteore

Nel precedente bollettino (2) abbiamo analizzato la variazione della velocità media delle meteore nell’arco della giornata utilizzando la statistica delle potenze radioelettriche registrate dalla rete CARMELo. In quell’analisi abbiamo visto come il grafico della potenza media degli echi, in parte determinata dall’energia cinetica dei meteoroidi, mostri un andamento opposto (controfase) rispetto al grafico del numero di eventi, fornendo una indicazione della variazione delle velocità in funzione dell’ora locale.

Questo mese affrontiamo lo stesso tema da un punto di vista diverso, utilizzando non più un dato di misura come la potenza, ma analizzando il profilo degli echi radio, il tempo di salita del segnale o time rise.

Come noto, l’eco radar di una meteora è prodotto dalla ionizzazione dell’atmosfera lungo la traiettoria del meteoroide. Il passaggio della particella genera infatti un cilindro di plasma costituito da coppie ione-elettrone libere. La riflessione del segnale radio su questo cilindro ionizzato avviene secondo le leggi della riflessione speculare delle onde elettromagnetiche: l’angolo di incidenza è uguale all’angolo di riflessione.

Una conseguenza fondamentale di questa geometria è che l’eco osservato proviene essenzialmente da un solo punto della traiettoria percorsa dal meteoroide, detto “punto di riflessione speculare” o “punto di massima vicinanza” P. Questo è il punto per cui il percorso complessivo del segnale (dal trasmettitore al cilindro ionizzato e da questo al ricevitore) è il minimo possibile.

In prima approssimazione, quindi, l’intero fenomeno osservativo può essere descritto considerando esclusivamente una regione attorno a questo punto.

Consideriamo ora un tratto della traiettoria meteorica centrato nel punto P (vedi fig.2). Allontanandosi da P, il cammino ottico del segnale aumenta progressivamente aumentando il ritardo del segnale e ciò cambia la fase dell’onda ricevuta. I punti per cui questo ritardo di fase raggiunge λ/4 delimitano la cosiddetta “prima zona di Fresnel”, che rappresenta la regione efficace di interferenza costruttiva del segnale riflesso.

La lunghezza caratteristica di questa regione, nel caso di osservazioni in backscatter, è data da (1):

dove:

  • d è la distanza tra trasmettitore e meteora;
  • λ è la lunghezza d’onda del segnale radio trasmesso e riflesso.
Fig. 2. Rappresentazione schematica di una zona di Fresnel.

Durante l’attraversamento della prima zona di Fresnel, il meteoroide produce progressivamente ionizzazione, portando il segnale da un livello nullo fino al massimo dell’eco osservato. Il tempo impiegato in questo attraversamento viene definito time rise (tempo di salita del segnale)

Fig. 3. Valutazione del time rise sul profilo del segnale di una radiometeora.

Assumendo, in prima approssimazione, un moto rettilineo uniforme del meteoroide, questo tempo è legato alla lunghezza L e alla velocità v da una relazione del tipo (2):

Ne consegue che:

  • Meteore più veloci presentano un time rise più breve;
  • Meteore più lente presentano un time rise più lungo.

Nel precedente bollettino (2) abbiamo illustrato come la velocità con cui le meteore entrano nell’atmosfera terrestre dipende dalla combinazione tra la loro velocità nello spazio interplanetario e la velocità orbitale della Terra. In particolare, le meteore osservate intorno alle 6 (ora locale) presentano velocità risultanti dalla somma tra la loro velocità nello spazio (nel sistema di riferimento del Sistema Solare) e quella della Terra, poiché l’osservatore è rivolto nella direzione del moto orbitale terrestre. Al contrario, intorno alle 18 (ora locale), le meteore presentano velocità risultanti dalla differenza tra la loro velocità e quella della Terra, in quanto l’osservatore guarda nella direzione opposta al moto orbitale.

Da quanto appena discusso, ci aspettiamo quindi che:

  • Al mattino il time rise sia mediamente più breve;
  • Alla sera il time rise mediamente più lungo.

Naturalmente, le meteore sporadiche arrivano da direzioni casuali e con velocità intrinseche diverse. Tuttavia, su un campione sufficientemente ampio, gli effetti statistici legati alla geometria del moto terrestre dovrebbero emergere.

Per verificare questa previsione abbiamo analizzato un database di eventi registrati dalla rete CARMELo in un intervallo di oltre un mese, tra gennaio e febbraio 2026.

Per ridurre il contributo degli sciami meteorici e concentrarci sulle meteore sporadiche:

  • Sono stati esclusi i primi giorni di gennaio, dominati dalle Quadrantidi;
  • Sono stati selezionati solo eventi con rapporto segnale/rumore maggiore di 20 dB, al fine di determinare con maggiore precisione il profilo temporale dell’eco;
  • determinare con maggiore precisione il profilo temporale dell’eco;
  • I dati sono stati suddivisi in due gruppi:
    • Eventi registrati nelle due ore attorno alle 6 locali.
    • Eventi registrati nelle due ore attorno alle 18 locali.
Fig. 4 Distribuzione dei time rise intorno alle 6 ora locale.
Fig. 5 Distribuzione dei time rise intorno alle 18 ora locale.

Dall’analisi emerge chiaramente che:

  • La distribuzione mattutina è spostata verso tempi di salita più brevi;
  • La distribuzione serale mostra una maggiore presenza di tempi di salita più lunghi.

Questa analisi conferma, con un approccio completamente indipendente, i risultati ottenuti nel precedente bollettino:

  • La velocità media delle meteore osservate varia nel corso della giornata;
  • Tale variazione è una diretta conseguenza della geometria del moto terrestre.

Si può inoltre tentare di verificare se l’ordine di grandezza della misura del time rise misurato da CARMELo sia compatibile con le velocità delle meteore.  A tal fine utilizziamo la (1) per stimare le dimensioni della prima zona di Fresnel. Consideriamo l’equazione valida anche per un sistema di forward scatter e la applichiamo alla geometria Graves – Italia, considerando la frequenza del trasmettitore di Graves.

Assumiamo quindi che d = 600000 e  λ = 2  (metri): dalla (1) ricaviamo una lunghezza della zona di Fresnel di circa 1500 metri.

Applicando la (2) per un time raise di 30 ms come quello predominante al mattino troviamo un valore di poco superiore ai 50000 m/s, valore che va quasi a dimezzarsi per time rise di 50 ms come quelli predominanti la sera. Questi valori sono perfettamente compatibili con l’ordine di grandezza delle velocità delle meteore in riferimento alla Terra, che come sappiamo vanno da 16 a 72 Km/s.

Da tutto ciò si evidenzia che la rete CARMELo non si limita a contare eventi, ma è in grado di ricavare informazioni fisiche sulle meteore, analizzando in dettaglio la forma degli echi radio. Il fatto che una grandezza temporale come il time rise, legata direttamente alla velocità del meteoroide, mostri l’andamento previsto teoricamente rappresenta un’ulteriore verifica osservativa della dinamica degli impatti meteorici.

Bibliografia:

  1. Oleg I. Belkovich e Jean-Marc Wislez (2006): “The physics of backscattering of radio waves from ionized meteor trails”. Proceedings of radio meteor school 2005, p. 27-33
  2. M. Maglione, L. Barbieri (2026): “Bollettino delle radiometeore di febbraio 2026

La strumentazione

La rete CARMELo è costituita da ricevitori radio SDR. In essi un microprocessore (Raspberry) svolge simultaneamente tre funzioni:

1) Pilotando un dongle, sintonizza la frequenza su cui trasmette il trasmettitore e si sintonizza come una radio, campiona il segnale radioelettrico e tramite la FFT (Fast Fourier Transform) misura frequenza e potenza ricevuta.

2) Analizzando il dato ricevuto per ogni pacchetto, individua gli echi meteorici e scarta falsi positivi e interferenze.

3) Compila un file contenente il log dell’evento e lo spedisce ad un server.

I dati sono tutti generati da un medesimo standard, e sono pertanto omogenei e confrontabili. Un singolo ricevitore può essere assemblato con pochi dispositivi il cui costo attuale complessivo è di circa 210 euro.

Per partecipare alla rete leggi le istruzioni a questa pagina.

La rete CARMELo

La rete è attualmente composta da 16 ricevitori dislocati in Italia, Regno Unito, Svizzera e USA. I ricevitori europei sono sintonizzati sulla frequenza della stazione radar Graves in Francia, pari a 143.050 MHz. Partecipano alla rete:

  • Lorenzo Barbieri, Budrio (BO) ITA
  • Associazione Astrofili Bolognesi, Bologna ITA
  • Associazione Astrofili Bolognesi, Medelana (BO) ITA
  • Paolo Fontana, Castenaso (BO) ITA
  • Associazione Astrofili Pisani, Orciatico (PI) ITA
  • Gruppo Astrofili Persicetani,  San Giovanni in Persiceto (BO) ITA
  • Roberto Nesci, Foligno (PG) ITA
  • MarSEC, Marana di Crespadoro (VI) ITA
  • Gruppo Astrofili Vicentini, Arcugnano (VI) ITA
  • Associazione Ravennate Astrofili Rheyta, Ravenna (RA) ITA
  • Mike German, Hayfield, Derbyshire UK
  • Mike Otte, Pearl City, Illinois USA
  • Yuri Malagutti, Comano (TI) CH
  • Leslie Fry, Trawscoed Ceredigion, Wales UK
  • Brian Coleman, Redenham Observatory, Andover, England UK

L’auspicio degli autori è che la rete possa espandersi sia quantitativamente che geograficamente, permettendo così la produzione di dati di miglior qualità.

News da Marte #44: 21 molecole organiche trovate da Curiosity, mai così tante su Marte

La scienza planetaria funziona in un modo lento, significativamente diverso dalla nostra epoca del tutto e subito, e la ricerca oggetto di questa notizia ha attraversato oltre un lustro.

Il rover Curiosity ha trapanato una roccia su Marte nell’ottobre del 2020, ha polverizzato il campione, lo ha consegnato al suo laboratorio di bordo…e poi ha aspettato. Non perché qualcosa fosse andato storto: semplicemente, quell’esperimento e i suoi risultati era troppo importanti per aver fretta. I dati hanno viaggiato nello spazio, sono stati analizzati, rianalizzati, confrontati e discussi tra decine di scienziati in tre continenti. Più di cinque anni dopo, il 21 aprile 2026, il team ha pubblicato i risultati su Nature Communications: in quella roccia erano nascosti i composti organici più vari mai trovati sulla superficie di Marte. Ventuno molecole contenenti carbonio, sette delle quali mai viste prima sul Pianeta Rosso. Il campione si chiama Mary Anning 3, in onore della paleontologa inglese dell’Ottocento che rivoluzionò la comprensione della vita preistorica terrestre.

Un luogo chiamato Glen Torridon

Quando Curiosity ha raccolto quel campione, si trovava nella regione di “Glen Torridon”, sul fianco del Monte Sharp (una montagna alta 5 chilometri al centro del cratere Gale. “Glen Torridon” è informalmente soprannominata la trincea delle argille: è una zona dove miliardi di anni fa si trovavano laghi e corsi d’acqua; l’acqua, evaporando e ricolmando ciclicamente la regione, ha arricchito le rocce di minerali argillosi. Le argille hanno la straordinaria proprietà di intrappolare e conservare le molecole organiche, proteggendole dalla radiazione cosmica che colpisce incessantemente la superficie marziana.

Curiosity aveva già trovato in questa zona tracce di organici in strati di argillite, ma la roccia chiamata “Mozie Law”, da cui è stato estratto Mary Anning 3, era qualcosa di diverso: il rover aveva davanti a sé un’arenaria finemente laminata, vecchia di circa 3,5 miliardi di anni, con una ricchezza minerale che prometteva bene. Era la candidata ideale per un esperimento pianificato da anni.

Lo strumento autore della scoperta, SAM, con il pannello laterale rimosso in preparazione dei test ambientali di laboratorio. Sono visibili i tre strumenti della suite: lo spettrometro laser accordabile (TLS) in basso a sinistra, lo spettrometro di massa a quadrupolo (QMS) in alto a destra e il gascromatografo (GC) in basso a destra. NASA /JPL

La cartuccia di chimica umida

SAM (Sample Analysis at Mars) è il laboratorio chimico interno di Curiosity: grande più o meno come un forno a microonde, pesa circa 38 chilogrammi e include un gascromatografo, uno spettrometro di massa, un laser per l’analisi isotopica e una serie di forni per la pirolisi, all’interno dei quali i campioni di roccia polverizzata vengono riscaldati fino a temperature altissime per liberare i gas che contengono.

La caratteristica più preziosa di SAM sono le sue 74 coppette, piccoli contenitori in cui Curiosity deposita la polvere di roccia per l’analisi. La maggior parte sono coppette di quarzo standard per la pirolisi normale. Nove, però, sono speciali: sigillate con doppio foglio di alluminio, contengono reagenti chimici liquidi. Sono le coppette di chimica umida. Sette contengono MTBSTFA, un derivatizzante già usato in precedenza. Le ultime due, invece, contengono idrossido di tetrammoniometile (TMAH) in soluzione di metanolo al 25%.

Il Sample Manipulation System di SAM e il “carosello” con le 74 coppette. Qui è mostrato sotto sopra. NASA/JPL/Honeybee Robotics

Il TMAH è un reagente fortemente alcalino che rompe le macromolecole organiche complesse, troppo poco volatili per la pirolisi ordinaria. Allo stesso tempo le metila, cioè aggiunge gruppi metile che le rendono volatili e separabili per gascromatografia. Il processo si chiama termochimiolisi.

Ogni coppetta è un consumabile portato da Terra nel 2011, impiegabile una sola volta e non ricaricabile: usarne una è una decisione irreversibile. “Glen Torridon”, con le sue argille ricche e la sua storia acquosa, era l’occasione giusta. Mary Anning 3 è stato il primo campione esposto al TMAH in situ su Marte.

Ritaglio annotato del selfie-mosaico che Curiosity si è scattato nell’ottobre 2020 davanti alla località denominata “Mary Anning”. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Ventuno molecole, una storia aperta

Quando i dati sono arrivati, il team ha trovato 21 molecole contenenti carbonio. Sette erano del tutto nuove per Marte. Tra le identificate con certezza: naftalene, benzotiofene, metil benzoato, trimetilbenzene, tetrametilbenzene, metiln aftalene. Per lo più molecole aromatiche, ovvero strutture ad anello chimicamente stabili su scale temporali geologiche.

Il benzotiofene in particolare ha fatto alzare le sopracciglia: è una molecola contenente zolfo che è stata trovata in molti meteoriti carbonacei, tra cui il famoso Murchison, uno dei meteoriti più studiati al mondo, vecchio di oltre 4 miliardi di anni e caduto in Australia nel 1969. Per verificare che la termochimiolisi con TMAH funzionasse davvero, il team ha replicato l’esperimento in laboratorio su un campione di Murchison producendo, tra le varie molecole, proprio il benzotiofene. La corrispondenza suggerisce che le molecole di Mary Anning 3 potrebbero derivare da materiale macromolecolare simile.

La scoperta più discussa è però un’altra: tra i picchi cromatografici è stata identificata una struttura compatibile con un N-eterociclo, probabilmente un dimetil-indolo. Gli N-eterocicli sono anelli molecolari contenenti azoto che includono, tra l’altro, le basi azotate degli acidi nucleici, i mattoni fondamentali del DNA e dell’RNA.

Trovare un N-eterociclo su Marte non significa trovare DNA marziano. Come ha detto Amy Williams, prima autrice del paper e ricercatrice dell’Università della Florida, «queste strutture possono essere precursori chimici di molecole azotate più complesse. Non erano mai state trovate prima sulla superficie marziana, né confermate nei meteoriti marziani studiati in laboratorio terrestre».

I cromatogrammi ottenuti dallo strumento SAM a bordo di Curiosity (A, C), confrontati con esperimenti di riferimento condotti in laboratorio terrestre sullo stesso tipo di strumento (B, D), confermano la presenza di trimetilbenzene, tetrametilbenzene, metil benzoato, diidronaftalene, naftalene e benzotiofene nel campione Mary Anning. Il metilnaftalene è identificato in via preliminare. In A e C, la linea blu continua rappresenta l’esperimento TMAH; la linea arancione tratteggiata è l’analisi di controllo eseguita prima dell’esperimento, senza campione; la linea grigia punteggiata è l’analisi di pulizia successiva.

L’origine di tutto questo rimane sconosciuta, con tre ipotesi principali aperte.
Le molecole potrebbero derivare da meteoriti caduti su Marte in miliardi di anni (come Murchison) che seminarono molecole organiche ovunque nel sistema solare e il Pianeta Rosso ne è stato bombardato per tutta la sua storia. Oppure potrebbero essere il prodotto di processi geochimici abiotici come la serpentinizzazione, una reazione tra acqua e minerali ferrosi che può produrre molecole organiche senza alcun intervento biologico. Oppure, terza possibilità che nessuno esclude ma nessuno ancora sostiene con certezza, potrebbero essere tracce di chimica biologica.

Il secondo TMAH e quello che viene dopo

Mentre il team analizzava i dati di Mary Anning 3, Curiosity stava esplorando la regione delle “ragnatele”, le formazioni boxwork di Mount Sharp con caratteristiche creste mineralizzate create da acque sotterranee miliardi di anni fa. E in quella zona, il rover ha usato la sua seconda e ultima coppetta TMAH. I risultati di quell’esperimento sono ancora in fase di analisi e saranno oggetto di un prossimo paper.

Nel frattempo, ad anni di distanza dal campionamento di Mary Anning 3, la tecnica TMAH si prepara a volare di nuovo su Marte. Stavolta sarà a bordo del rover Rosalind Franklin dell’ESA, il cui lancio è previsto per il 2028. Il suo strumento principale, MOMA (Mars Organic Molecule Analyzer), è una versione di nuova generazione di SAM, sviluppata proprio con la collaborazione del Goddard Space Flight Center. Potrà eseguire chimica umida con TMAH su campioni estratti fino a due metri di profondità, dove la radiazione non arriva e dove le molecole organiche hanno ancora più probabilità di essere preservate intatte. Una versione simile, chiamata DraMS, volerà invece su Titano a bordo del quadricottero Dragonfly.

La paleontologa e il rover

Il nome del campione non è casuale. Mary Anning fu la paleontologa che nell’Ottocento scoprì i primi scheletri completi di ittiosauro e plesiosauro sulle scogliere del Dorset, contribuendo a stabilire che la vita sulla Terra aveva una storia molto più lunga di quanto si credesse. Il parallelo con ciò che Curiosity sta cercando su Marte è evidente, e il team di naming lo ha scelto con cognizione di causa.

Non abbiamo ancora trovato vita su Marte. Abbiamo trovato molecole organiche complesse, tra cui possibili precursori di strutture biologicamente rilevanti, in rocce di 3,5 miliardi di anni. È un punto di partenza, non una risposta.

Per maggiori dettagli sull’argomento vi rimando al paper disponibile al seguente link https://www.nature.com/articles/s41467-026-70656-0

 

Tutte le news su Marte sono disponibili QUI.

Stelle Primordiali: la stella più incontaminata mai scoperta

In questo numero di COELUM, parliamo non di una ma bensì di due immagini che lo ShaRA Team ha realizzato fra il finire del 2024 e l’inizio del 2025: la Piccola e la Grande Nube di Magellano. Questi due oggetti sono fra i più caratteristici del cielo australe e non potevano di certo sfuggire alle grinfie del team di Astrofotografi remoti ShaRA!

Comprendere l’origine delle stelle significa anche comprendere l’origine stessa dell’Universo.

Le prime stelle , Popolazione III, non sono mai state osservate in modo diretto. La loro esistenza è prevista in modo teorico e rappresenta uno dei grandi obiettivi dell’astrofisica moderna.

Adesso vi racconto della scoperta riguardante la stella SDSS J0715–7334, nella Grande Nube di Magellano che è stata descritta in un lavoro pubblicato su Nature Astronomy. Uno studio che rappresenta oggi il riferimento principale per l’analisi delle stelle ultra-povere di metalli. Insomma, le stelle “sempliciotte”.
Gli autori hanno identificato una stella con metallicità pari a circa 0,005% di quella solare, estrema povertà sia di ferro che di carbonio, caratteristiche compatibili con una formazione da gas quasi primordiale.
Ricordiamo che dopo il Big Bang, l’Universo era composto quasi esclusivamente da idrogeno ed elio. Le prime stelle si formarono in questo ambiente semplice, ma estremamente instabile.
Queste stelle erano molto massicce, vivevano pochi milioni di anni e in più esplodevano come supernove.
Il loro ruolo è stato fondamentale perché hanno prodotto i primi elementi pesanti, dando inizio alla chimica cosmica.
Come mostrato nei modelli teorici di formazione stellare primordiale (Bromm & Larson 2004; Bromm & Yoshida 2011), queste stelle erano profondamente diverse da quelle che osserviamo oggi.

Questa illustrazione mostra la Grande Nube di Magellano, la Via Lattea e la stella gigante rossa evoluta a bassa metallicità SDSS J0715–7334. Le sue caratteristiche ci aiutano a comprendere meglio come le stelle nell’Universo crescono e acquisiscono le loro proprietà attuali. ( Credit: Navid Marvi/Carnegie Science)

SDSS J0715–7334

SDSS J0715–7334 appartiene con ogni probabilità alla Popolazione II primitiva, ovvero una generazione successiva alle prime stelle.
Sappiamo che la metallicità rappresenta un indicatore chiave nell’evoluzione cosmica.
Studi precedenti (Beers & Christlieb 2005) hanno dimostrato che le stelle estremamente povere di metalli sono strumenti fondamentali per ricostruire la storia dell’Universo. Tuttavia, SDSS J0715–7334 si distingue perché, è povera non solo di ferro ma anche di carbonio (a differenza di molte altre stelle antiche), questo la rende una delle stelle più “pure” mai osservate.

Come già scritto, ma ci tengo a riprendere il concetto, la stella si trova nell’alone della Grande Nube di Magellano, una regione caratterizzata da stelle antiche e poco contaminate. La sua natura di gigante rossa ha reso possibile uno studio dettagliato del suo spettro, elemento fondamentale per determinarne la composizione chimica.
Pertanto concludo, ma vorrei che siate voi ad approfondire lo studio, che SDSS J0715–7334 è una vera e propria capsula del tempo cosmica.
Non osserviamo direttamente le prime stelle, ma attraverso questa scoperta possiamo ricostruire la loro esistenza, la loro evoluzione e il loro impatto sull’Universo.

Fonte Nature Astronomy

Spazio alla fantasia

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Il ritmo (poco) segreto delle opposizioni

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Un Universo senza Confini: Amalia Ercoli Finzi

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Il viaggio di Hayabusa2 continua: il punto sulla missione e il futuro verso asteroidi mai esplorati

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Illustration by Akihiro Ikeshita (C) Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA)

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Pensieri di un fisico quando gli sfugge un bicchiere di mano

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Firmato il contratto tra Agenzia Spaziale Europea e GAL Hassin

Rappresentazione dei tre campi di vista dei telesocpi del GAL Hassin e dell’Agenzia Spaziale Europea. Da sinistra, il Galhassin Robotic Telescope (GRT, 40 cm) con un campo di vista di 9 lune piene; il Wide-field Mufara Telescope (1 metro) con un campo di vista di 25 lune piene e il FlyEye dell’ESA con un campo di vista di 200 lune piene. Crediti: Fondazioe GAL Hassin / Alessandro Nastasi e crediti (e copyright) ESA/A. Baker


È stato firmato il contratto tra l’European Space Agency (ESA) e la Fondazione GAL Hassin per la gestione del telescopio Flyeye, dedicato allo studio degli oggetti vicini alla Terra, che entrerà nei prossimi mesi in funzione sul Monte Mufara. Un passo decisivo che consolida anni di lavoro e collaborazione.

Ma dietro l’accordo formale, che avviene nel contesto di un’ampia collaborazione scientifica, c’è molto di più. C’è la costruzione di un presidio scientifico strategico per la difesa planetaria. Flyeye rappresenta infatti il primo grande asset dell’ESA progettato specificamente per la scoperta e la caratterizzazione dei Near-Earth Objects (NEO), asteroidi e comete anche potenzialmente pericolosi (Potenzially Hazardous Objects, PHO) per un possibile impatto con la Terra.

Il Wide-field Mufara Telescope (WMT) sulla cima di Monte Mufara, 1865 metri. Crediti: Fondazione GAL Hassin / Alessandro Nastasi

La Fondazione GAL Hassin assume quindi un ruolo centrale nella gestione operativa del telescopio, occupandosi della manutenzione correttiva e preventiva, delle attività di calibrazione e dei futuri aggiornamenti della struttura e delle sue componenti tecnologiche. A questo si affianca un’attività fondamentale quanto delicata di interfaccia con gli stakeholder locali, elemento chiave per garantire l’integrazione del sito nel contesto territoriale e il corretto svolgimento delle operazioni.

Il telescopio FlyEye è programmato direttamente dal Near Earth Object Coordination Centre (NEOCC) a Frascati (Roma). Questo centro fa parte della struttura ESRIN dell’ESA e della più ampia rete di telescopi NEO, che include siti a Tenerife (Isole Canarie) e Cebreros a La Silla (Cile), oltre a collaborazioni con telescopi esterni e servizi di osservazione.

“Come spesso accade nei grandi progetti scientifici, il valore aggiunto nasce dalla collaborazione” – dice il Presidente della Fondazione GAL Hassin Giuseppe Mogavero –  “Le infrastrutture osservative già in dotazione della Fondazione, in particolare il Wide-field Mufara Telescope (WMT), e l’esperienza maturata sul campo rappresentano un complemento ideale alle capacità del Flyeye e al programma operativo guidato dall’ESA. I nuovi NEO individuati dal Flyeye potranno infatti essere rapidamente confermati (o esclusi) grazie al WMT, creando un sistema integrato di scoperta e validazione senza precedenti”.

Non si tratta soltanto di un telescopio, ma di un sistema complesso che unisce tecnologia avanzata, competenze scientifiche e coordinamento internazionale. La firma di questo contratto segna dunque l’inizio di una nuova fase: quella operativa, in cui osservazione, monitoraggio e prevenzione diventano azioni concrete.

La Fondazione ha già avviato la creazione di un team dedicato al progetto che prevede la presenza di un Project Manager che coordina le attività e si interfaccerà con i referenti ESA, un astronomo specializzato per le attività di ricerca e un technical officer (operatore tecnico specializzato) per il supporto operativo e tecnologico.

In un’epoca in cui la consapevolezza dei rischi cosmici cresce insieme alle nostre capacità di osservazione, questa intesa rappresenta un passo concreto verso una difesa planetaria sempre più coordinata. E da Monte Mufara, ancora una volta, lo sguardo dell’umanità si estende verso il futuro, con la scienza come guida.

Per informazioni e contatti Sito Ufficiale Gal Hassin

DOVE VA A FINIRE LA LUCE NEL CIELO?

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Ghiacciai interstellari, da dove nasce realmente l’acqua dei pianeti?

SPHEREx

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Alzando gli occhi al cielo – Seconda metà di aprile: due settimane a caccia di congiunzioni

Scollinate le prime due settimane del mese, si apre un periodo – almeno sulla carta – particolarmente ricco, col susseguirsi di numerose congiunzioni che vedono protagonisti Luna, pianeti e ammassi stellari. Sfortunatamente, soltanto due saranno le serate davvero da segnare sul calendario: il 19 e il 23 aprile; tutto il resto appartiene più alla geometria celeste piuttosto che a una possibile esperienza osservativa.

Giovedì 16 aprile: una serie di congiunzioni difficilmente visibili

Nel corso della giornata si verificheranno ben tre congiunzioni in ascensione retta: Luna–Marte (alle 02:45 ora locale), Luna–Saturno (alle 08:06 ora locale) e Mercurio–Nettuno (alle 18:27 oral locale). Si tratta di configurazioni interessanti dal punto di vista geometrico; tuttavia, non saranno osservabili nel momento esatto in cui si verificano, e anche un tentativo alle prime luci dell’alba risulterà piuttosto impegnativo.

All’alba del 16 aprile si presenterà, infatti, un suggestivo raggruppamento che coinvolge la Luna e quattro pianeti — Mercurio, Marte, Saturno e Nettuno (quest’ultimo, non visibile senza l’ausilio di un telescopio) — distribuiti tra le costellazioni dei Pesci e della Balena. Nonostante il colpo d’occhio potenzialmente notevole, la configurazione è penalizzata da una geometria sfavorevole: tutti gli oggetti sorgono poco prima del Sole e rimangono quindi confinati a bassissima altezza sull’orizzonte orientale.

Configurazione di Luna, Marte, Saturno, Mercurio e Nettuno nell’unica finestra osservativa potenzialmente sfruttabile (alba di giovedì 16 aprile). Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium

L’eventuale osservazione richiederebbe un orizzonte perfettamente libero verso Est e una finestra temporale estremamente ridotta, dell’ordine di 10-20 minuti, il cui inizio varia indicativamente tra le 05:30 – per le regioni affacciate sul mar Adriatico – e le 05:45 – per quelle sul mar Tirrenico, riflettendo lo scarto longitudinale tra le diverse aree della penisola. A ciò si aggiunge una valutazione che tenga conto delle differenze in latitudine: le regioni centro-meridionali risultano infatti leggermente favorite, poiché l’inclinazione dell’eclittica rispetto all’orizzonte consente agli oggetti di guadagnare qualche grado di altezza in un cielo ancora relativamente scuro. Procedendo verso nord, invece, la minore inclinazione dell’eclittica fa sì che pianeti e Luna restino più bassi e immersi nella luce dell’alba già immediatamente dopo il loro sorgere, riducendo sensibilmente il contrasto e quindi la possibilità di osservazione.

Domenica 19 aprile: la prima occasione realmente accessibile

La situazione cambia radicalmente a chiusura di questa settimana; anche in questo caso si verificheranno tre eventi di congiunzione: Luna-Venere (10:48 ora locale), Luna-Pleiadi (19:03 ora locale), Luna-Urano (19:42 ora locale). Sebbene tutti e tre si verifichino in orario diurno, basterà attendere il tramonto del Sole, per godere di un cielo sufficientemente scuro e trovare ancora ben evidente l’avvicinamento tra il nostro satellite, al suo secondo giorno dopo il novilunio, le Pleiadi e Venere, visibili a occhio nudo tra le costellazioni del Toro e dell’Ariete. Disponendo poi di un buon binocolo, sarà possibile completare il quartetto individuando anche il pianeta Urano.

Fissando lo sguardo verso l’orizzonte occidentale, il momento più favorevole per l’osservazione sarà in un intervallo compreso tra 30 e 90 minuti dopo la scomparsa del Sole, quando il cielo avrà perso sufficiente luminosità da far emergere le Pleiadi, ma gli oggetti non saranno ancora troppo bassi. Venere, con magnitudine attorno a -4, rimane visibile anche nel crepuscolo e funge da riferimento luminoso dominante.

Configurazione di Luna, Venere, Urano e Pleiadi al tramonto di domenica 19 aprile. Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium
Configurazione di Marte, Saturno e Mercurio all’alba di lunedì 20. Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium

Lunedì 20 aprile: congiunzioni nascoste

Il 20 aprile sarà la volta di un’interessante configurazione di Marte, Saturno e Mercurio, senza il contributo diretto della Luna. Certamente notevole dal punto di vista geometrico, date le separazioni decisamente contenute tra i pianeti che si alterneranno in congiunzione – Mercurio-Marte alle 02:02 ora locale, Mercurio-Saturno alle 10:03 ora locale, Marte-Saturno alle 19:36 ora locale –, risulterà però estremamente difficile da osservare. La prima e l’ultima congiunzione (in ordine temporale), vedranno i pianeti coinvolti al di sotto dell’orizzonte, mentre la seconda si verificherà in orario diurno; per questo, la visibilità dell’accostamento – in ogni caso in un momento non coincidente con nessuna delle tre congiunzioni – presenta caratteristiche simili a quelle del 16 aprile. Anche in questo caso, infatti, l’evento rimane tecnicamente significativo, ma osservativamente marginale, con una finestra osservativa ridotta a 10-20 minuti prima dell’alba e con i pianeti estremamente bassi sull’orizzonte: una configurazione interessante sulla carta, ma di fatto poco accessibile.

Mercoledì 22 e giovedì 23 aprile: gli appuntamenti più ricchi

A una settimana esatta dalla fine del mese, si presenta un’occasione davvero da non perdere, con due serate osservative potenzialmente molto interessanti.

Già dal tramonto di mercoledì 22 sarà possibile, infatti, assistere all’incontro tra Giove e la Luna, crescente e con oltre il 30% di illuminazione; esso culminerà alle 00:03 di giovedì, con la loro congiunzione, sebbene piuttosto bassa sull’orizzonte Ovest. Con qualche differenza rispetto al mese scorso (26 marzo), in questo caso i due oggetti si troveranno – a una distanza angolare inferiore ai 4 gradi – perfettamente compresi tra Castore e Polluce, nella costellazione dei Gemelli, e saranno osservabili fino a circa l’una di notte, ora dopo la quale entrambi scenderanno sotto l’orizzonte.

Configurazione della congiunzione tra Luna e Giove durante la notte tra mercoledì 22 e giovedì 23 aprile (ore 00:03 ora locale). Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium

Nel corso della stessa nottata è previsto anche il massimo dello sciame meteorico delle Liridi, che, originato dai resti della cometa C/1861 G1 Thatcher, è solito offrire tra le 15 e le 20 meteore all’ora. Esso prende il nome dal cosiddetto “quadrante” dello sciame, ossia la parte di cielo dalla quale sembra provenire la maggior parte delle meteore; in questo caso, dalla costellazione della Lira. Per questo motivo, il momento migliore per tentare di osservarle, sarà oltre la metà della nottata, quando Vega si troverà alta nel cielo, mentre la Luna sarà già tramontata, così da limitare la sua influenza sul fondo cielo.

Tornando ad osservare anche durante la sera successiva (giovedì 23), troveremo protagonisti sia l’incontro tra Venere e le Pleiadi, visibile al tramonto, soltanto un’oretta dopo il momento esatto della congiunzione (19:42 ora locale), sia quello tra la Luna e Polluce, nella costellazione dei Gemelli, la cui congiunzione avviene però in orario diurno (11:38 ora locale).

Aspetto del cielo compreso tra Sud e Sud-Ovest nella prima parte della notte di giovedì 23 aprile. Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium

Il momento migliore per iniziare l’osservazione, in modo analogo all’evento del 19, sarà a partire da 30 minuti dopo il tramonto, così da riuscire a distinguere l’ammasso delle Pleiadi, e da avere entrambi gli oggetti sufficientemente alti sull’orizzonte.  Già da questo momento, alzando gli occhi fino a circa 60º sull’orizzonte, in direzione Sud-Ovest, troveremo la Luna quasi allineata con Castore e Polluce, che potremo accompagnare con lo sguardo sino al loro tramonto, intorno alle due di notte, a conclusione di due serate tra le più interessanti dell’intero mese.

Configurazioni di Venere e Pleiadi, e di Luna e Polluce durante la notte di giovedì 23 aprile. Simulazione ottenuta utilizzando TheSkyLive Planetarium

Per una panoramica completa di tutti gli eventi astronomici del mese, si rimanda al “Cielo del Mese” – Aprile, pubblicato su questo sito web il 31 Marzo 2026 (https://www.coelum.com/appuntamenti/cielo-del-mese/cielo-del-mese-di-aprile-2026).

In copertina: “Luna e Venere in congiunzione”, fotografate il 4 novembre 2024 da Mauro Muscas per Coelum, e inserite su questo sito web il 9 novembre 2024 (https://www.coelum.com/photo-coelum/photo/photo_gabrym_luna-e-venere-in-congiunzione-4).

Premio Vincenzo Ferraro 2026: aperte le candidature per giovani ricercatori in fisica dello spazio


È aperta l’edizione 2026 del Premio Vincenzo Ferraro, iniziativa promossa dalla Vincenzo Ferraro Association per valorizzare giovani studiosi nel campo della fisica dello spazio.

Il premio rende omaggio alla figura del professor Vincenzo C.A. Ferraro, astrofisico originario della penisola sorrentina e pioniere nello studio della fisica dei plasmi, con l’obiettivo di incentivare la ricerca scientifica in questo ambito.

Il riconoscimento è destinato a ricercatori under 35 in possesso di un dottorato in Fisica (o titolo equivalente) conseguito dopo il 1° settembre 2021, con una tesi incentrata sullo studio dei plasmi spaziali.

Il premio, pari a 1.000 euro lordi, sarà assegnato da una commissione scientifica sulla base del merito, valutando curriculum, qualità della tesi di dottorato ed eventuali pubblicazioni scientifiche.

Le candidature dovranno essere inviate in formato elettronico entro il 5 maggio 2026, corredate da curriculum, certificazione del dottorato, tesi e pubblicazioni scientifiche.

La cerimonia di premiazione si terrà nell’ottobre 2026 in occasione di una conferenza sulla penisola sorrentina, con l’obiettivo di dare visibilità ai risultati del concorso e ai lavori premiati.

Il Premio Ferraro rappresenta un’opportunità concreta per sostenere e promuovere le nuove generazioni di ricercatori impegnati nello studio della fisica dei plasmi e dell’ambiente spaziale.

Il regolamento è disponibile in PDF al seguente LINK

Per informazioni e contatti Sito Ufficiale Premio Vincenzo Ferraro

Vento stellare che accresce il buco nero supermassicio di M60-UCD1

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Un coordinato tutto celeste

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LO SAPEVI DAVVERO? – Perché dalla Terra le stelle si vedono solo di notte?

Se facessimo un sondaggio chiedendo se le stelle sono sopra le nostre teste anche in pieno giorno o compaiono soltanto di notte, sicuramente tutti risponderebbero che ci sono anche di giorno, ma che semplicemente non possiamo vederle se non al calare della sera. Chiedendo il perché, però, scommetto che la maggior parte degli intervistati – ritenendo anche la domanda piuttosto banale – risponderebbe che è perché c’è la luce del Sole; almeno, per esperienza, ricevo quasi sempre questa risposta. Che non è sbagliata, ma è incompleta. La luce del Sole da sola non basterebbe per nascondere le stelle. Diciamo che la luce solare è uno dei due ingredienti che ci spiegano il fenomeno; l’altro è qualcosa di cui in quanto esseri umani abbiamo un disperato bisogno, ma che risulta un po’ una seccatura quando vogliamo osservare il cielo: l’atmosfera. Possiamo visualizzarla come un guscio di gas che incapsula il nostro pianeta e che offre indubbiamente vantaggi innumerevoli: contiene tutti gli elementi necessari per la respirazione, garantisce le condizioni di pressione, temperatura e clima adatte alla nostra sopravvivenza, ci protegge dalle radiazioni nocive del Sole e dagli impatti meteorici.

La diffusione atmosferica

Ma quindi cosa c’entra in tutto questo l’atmosfera? L’atmosfera interagisce con la luce, dando origine – tra gli altri – a un fenomeno detto diffusione Rayleigh.

Partiamo col dire che la luce può essere rappresentata come un’onda elettromagnetica, per la quale possiamo indicare una lunghezza d’onda (indicata con la lettera greca 𝜆, lambda), ossia la distanza tra due picchi della sua forma d’onda.

Schematizzazione di un’onda elettromagnetica

Tutt’intorno alla Terra si trova l’atmosfera, e l’atmosfera terrestre è densa e fatta di atomi e particelle minuscole, molto più piccole della lunghezza d’onda che compone la luce del Sole. Per questo motivo, quando la luce solare proveniente dalla nostra stella interagisce con le particelle dell’atmosfera si ha il fenomeno della diffusione: la luce viene deviata in tutte le direzioni e l’intero cielo – e non soltanto il disco solare – appare luminoso, impedendoci di vedere le stelle. Occorre aspettare che l’interazione della luce con l’atmosfera diventi trascurabile – cosa che avviene un certo tempo dopo il tramonto – per vederle comparire sulla volta celeste. Questo vale fino a che rimaniamo sulla superficie del nostro pianeta; basterebbe alzarsi oltre l’atmosfera – ad esempio ai 400 km medi di quota della Stazione Spaziale Internazionale – per osservare il Sole senza che questo ci copra la vista di tutte le altre stelle.

Il colore del cielo

Immediatamente collegato a quanto abbiamo appena detto, c’è la questione del colore del cielo durante il giorno: perché è azzurro? Ma sempre a causa dell’atmosfera, ovviamente! L’intensità della luce diffusa tramite diffusione Rayleigh è inversamente proporzionale alla lunghezza d’onda della radiazione; di conseguenza, viene deviata meglio la luce con lunghezza d’onda più corta, cioè quella “blu”. Ma la componente con 𝜆 minore non sarebbe quella “viola”? Sì, in effetti questo è teoricamente vero, ma in questo caso entrano in gioco due fattori: da una parte la composizione della luce emessa dal Sole – che contiene meno fotoni “viola” rispetto a quelli “blu” – e dell’altra la nostra biologia, a causa della quale l’occhio umano è meno sensibile al colore viola. Quest’ultimo punto in particolare, badate bene, non è un caso, poiché nel processo di evoluzione, l’uomo ha sviluppato maggiore sensibilità esattamente in quella parte della radiazione visibile in cui l’emissione solare è più intensa.

“La via lattea al lago Rosset” di Luca Casale, disponibile su Wikimedia Commons, licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 (CC BY-SA 4.0). Immagine modificata dall’autore dell’articolo.

L’effetto al tramonto

Potreste obiettare però che il cielo non sempre è blu. Vi propongo allora un quiz: che cosa sono queste due immagini?

Collage. Immagine a sinistra: Cometa C/2023 A3, fotografata da Capo Milazzo al tramonto il 13 ottobre 2024 da Vincenzo Russo per Coelum e pubblicata su questo sito web l’11 dicembre 2024. Immagine a destra: foto del tramonto sul Cratere Gusev scattata il 19 maggio 2005 dal Rover Spirit (NASA)

La prima è chiaramente un tramonto; ma la seconda? È un tramonto anche quello; ma fotografato dove? Quando durante gli eventi in planetario, pongo ai ragazzi questa stessa domanda, aggiungo che il primo è un tramonto terrestre, solitamente le mani scattano in aria e c’è sempre qualcuno che risponde che la seconda immagine viene dalla Luna. Ma dalla Luna non può essere, perché alla Luna manca un’atmosfera e quindi sulla sua superficie non può avvenire il fenomeno della diffusione.

La seconda immagine viene da Marte, e ci è stata restituita dai vari rover in perlustrazione sul suolo marziano. La grande differenza con il nostro pianeta sta però nella composizione della sua atmosfera, più rarefatta e molto più polverosa. È proprio la presenza di polvere che mette in moto un altro tipo di diffusione, la diffusione di Mie, che si verifica quando appunto le particelle sono di dimensioni comparabili o più grandi rispetto alla lunghezza d’onda della luce. Questo diverso tipo di diffusione non favorisce un “colore” rispetto a un altro, ma la combinazione con la composizione delle polveri presenti in sospensione nell’atmosfera, rende il cielo di colore rosso/arancione durante il giorno.

Per quale motivo però il cielo cambia colore al tramonto, sia sulla Terra che su Marte? Perché al tramonto, poiché il Sole si trova al di sotto dell’orizzonte, la luce deve attraversare in entrambi i casi uno strato maggiore di atmosfera, e questo fa sì che la luce – “blu” sul nostro pianeta e “rossa” su Marte – venga diffusa ancora di più, lasciando arrivare ai nostri occhi anche gli altri colori dello spettro visibile.

La cosa davvero straordinaria è che un fenomeno che diamo per scontato fin da bambini, come il fatto che le stelle non si vedano di giorno, è in realtà il punto di partenza per spiegare molti altri effetti che osserviamo nel cielo. Come, per esempio, perché il cielo notturno ci appare sempre diverso durante il corso dell’anno. Ma questa è un’altra storia… e ricordate: anche le domande più semplici nascondo dettagli inaspettati.

Limite di Velocità Cosmico – Antitelefono Tachionico
Il paradosso dell’antitelefono tachionico

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Stelle Giganti tra le Spire del Serpente Apep

Nell'immagine, ripresa nell'infrarosso dal JWST, quattro gusci ricchi di polveri attorniano le tre stelle centrali del sistema Apep, composto da una coppia di massicce stelle di Wolf-Rayet e una singola supergigante più lontana. La collisione tra i venti stellari e l'interazione ravvicinata tra le due stelle del sistema binario creano immensi vortici sinuosi di polveri, simili alle spire di un serpente che si morde la coda. Crediti: NASA, ESA, CSA, STScI, Y. Han (Caltech), R. White (Macquarie University), A. Pagan (STScI).

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Siamo a casa! La crew di Artemis II rientra sulla Terra

L’equipaggio di Artemis II è visibile su una zattera gonfiabile, chiamata “front porch”, dopo essere uscito dal veicolo spaziale. La missione Artemis II è ammarata con successo nell’Oceano Pacifico alle 20:07 (EDT) del 10 aprile 2026. NASA

Dopo il successo del lancio del vettore SLS nella notte fra il 1 e il 2 Aprile e l’acquisizione di un gran numero di dati scientifici e immagini mozzafiato, gli astronauti di Artemis II hanno fatto ritorno in sicurezza sulla Terra.

I responsabili della missione Artemis II hanno descritto il rientro come l’esito di un processo collettivo di altissima complessità, frutto del lavoro coordinato di ingegneri, tecnici e team operativi distribuiti tra centri e partner internazionali. In apertura è stato sottolineato con chiarezza come il successo appartenga innanzitutto a chi ha progettato, costruito e gestito il sistema: “oggi il merito è degli ingegneri e dei tecnici che hanno lavorato su questa macchina… e il loro lavoro è stato valido” — Ahmed Chhatria, Associate Administrator NASA. Lo stesso Chhatria ha richiamato un principio fondamentale dell’ingegneria aerospaziale, evidenziando come il rientro rappresenti il banco di prova definitivo: “come diciamo nel nostro settore, alla fine è la fisica a decidere”.

Dal punto di vista programmatico, la missione viene inquadrata come un passaggio chiave nel percorso di ritorno umano verso la Luna. “Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo portato quattro persone straordinarie fino alla Luna e le abbiamo riportate sulla Terra in sicurezza per la prima volta in oltre 50 anni” — Lori Glaze, Head of Artemis Programs. Al tempo stesso, è stata ribadita con decisione la natura di questa missione come fase iniziale di un programma più ampio: “questa missione… è solo l’inizio” — Lori Glaze, Head of Artemis Programs, indicando chiaramente l’avvio di una nuova fase operativa orientata alla continuità e allo sviluppo delle missioni successive.

La conferenza ufficiale post rientro di Orion nella missione Artemis II con i massimi esponenti della direzione della missione: Amit Kshatriya, Lori Glaze, Howard Hu, Rick Henfling e Shawn Quinn

Alle 7:33 pm EDT (01:33 ora italiana) il crew module si è separato dal service module europeo, proseguendo per il suo viaggio verso la Terra, mentre il modulo di servizio si disintegrerà nell’atmosfera terrestre sopra l’Oceano Pacifico. Questo non rappresenta un pericolo attivo, in quanto la traiettoria di rientro di Artemis II è stata progettata per garantire che eventuali detriti rimanenti non costituiscano una minaccia per la terraferma, le persone o le rotte di navigazione. Successivamente, alle 01:37 ora italiana, Orion ha eseguito la manovra di rise burn del modulo equipaggio, regolando l’orientamento del veicolo per allineare correttamente lo scudo termico in vista del rientro in atmosfera. Proprio qui sta la differenza maggiore fra Artemis I e Artemis II: durante il rientro Artemis II avrà un angolo di incidenza più ripido che gli permetterà di sopportare maggiori carichi di calore rispetto ad Artemis I.

Ogni operazione è andata come previsto, compreso il meteo del sito di ammaraggio per cui è stato dato il segnale di “Go”.

Distacco del crew module dal service module europeo [Fonte: diretta youtube https://www.youtube.com/watch?v=nfhDuOHMp0A]

Alle 01:53 ora italiana, Orion ha raggiunto l’atmosfera terrestre a circa 122 km dalla superficie terrestre, con una velocità di crocera pari a 35 volte la velocità del suono e a circa 3.150 km dal punto di ammaraggio. È qui che la navicella incontra per la prima volta l’atmosfera superiore e inizia la sua discesa guidata. Pochi istanti dopo, inizia il periodo di blackout programmato delle comunicazioni, della durata prevista di circa sei minuti. Questo blackout è dovuto all’accumulo di plasma che si viene a creare attorno alla capsula a causa della ionizzazione dell’atmosfera stessa, causata dalla temperatura estrema raggiunta.

Le comunicazioni sono riprese alle 2:00 ora italiana come da programma.

Entrati nell’atmosfera. Un istante prima del blackout.

Alle 2:02 ora italiana, il mission control center di Houston ha comunicato agli astronauti a bordo di Orion che la loro rotta di rientro è nominale e che il team di recupero è già in contatto visivo.

Mission Control Center in Houston [Fonte: Diretta Youtube]

Alle 02:03 ora italiana, a 7 km di altitudine, il primo set di paracadute di Orion si è aperto per rallentare e stabilizzare la navicella. La velocità di Orion è scesa a 525 km/h e si trova a 13 km dal sito di ammaraggio.

Primo set di paracadute per il rallentamento della velocità di rientro della capsula Orion [Fonte: Diretta Youtube]

Alle 02:04 ora italiana, A un’altitudine di 1.6 km, il primo set di paracadute si sono staccati dalla capsula e i tre paracadute principali si sono aperti, riducendo la velocità a meno di 219 km/h e guidando Orion nella sua discesa finale fino all’ammaraggio.

Paracaduti principali per il rallentamento della velocità di rientro della capsula Orion [Fonte: Diretta Youtube]
Visuale dall’alto dei paracaduti principali per il rallentamento della velocità di rientro della capsula Orion [Fonte: Diretta Youtube]

Alle 02:07 ora italiana: Splashdown! La crew di Artemis II è ufficialmente rientrata sulla Terra! L’ammaraggio è avvenuto con successo nell’Oceano Pacifico al largo della costa di San Diego.

Gli ingegneri hanno effettuato alcuni test mentre Orion si trovava in acqua, prima di spegnere i sistemi non essenziali e consegnare la navicella al team di recupero a bordo della USS John P. Murtha.

Durante le operazioni di recupero ci sono stati alcuni problemi tecnici in cui il team di recupero ha dichiarato che loro riuscivano a sentire le comunicazioni da parte degli astronauti all’interno della capsula ma il viceversa non era possibile.

Ammaraggio avvenuto con successo per la capsula Orion [Fonte: https://www.nasa.gov/blogs/missions/2026/04/10/artemis-ii-flight-day-10-re-entry-live-updates/]

Alle 02:12 ora italiana, su indicazione del responsabile del recupero della NASA, i membri del team dell’agenzia e della US military statunitense hanno iniziato le procedure di avvicinamento alla navicella a bordo di gommoni.

Circa un’ora dopo l’ammaraggio, l’equipaggio è stato estratto da Orion e trasportato sulla USS John P. Murtha, per poi essere trasferito a bordo della nave tramite gli elicotteri della Marina. Da questo momento gli astronauti saranno sottoposti a controlli medici post-missione, prima di rientrare a terra e imbarcarsi su un volo diretto al Johnson Space Center della NASA a Houston.

Il comandante di Artemis II e astronauta della NASA Reid Wiseman viene issato a bordo di un elicottero militare statunitense prima di essere trasportato verso la USS John P. Murtha.

Contemporaneamente, i sommozzatori della Marina inizieranno il recupero della navicella fissando una fune di verricello a Orion per trainarla nel bacino di carenaggio della nave. Durante questa manovra, verranno utilizzate altre quattro funi di traino collegate ai punti di ancoraggio sul modulo dell’equipaggio per garantirne la stabilità. Una volta che Orion sarà posizionata sopra l’apposito supporto, i tecnici svuoteranno il bacino di carenaggio e metteranno in sicurezza la capsula.

Dopo aver fissato il carico a bordo, le squadre riporteranno Orion alla base navale di San Diego, da dove verrà poi trasferita al Kennedy Space Center in Florida. In quest’ultima sede, i tecnici effettueranno un’ispezione completa del veicolo, recupereranno i dati di bordo, rimuoveranno i carichi utili e completeranno gli ulteriori controlli post-volo.

Fonte: BLOG NASA MISSION

Bentornati su Marte! #279

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Artemis II verso il rientro: Orion atteso nell’Oceano Pacifico nella notte italiana

La missione Artemis II si avvicina alla conclusione con il rientro della capsula Orion spacecraft previsto nelle prossime ore. Dopo il sorvolo del lato nascosto della Luna il 6 aprile e l’uscita dalla sfera d’influenza lunare il giorno successivo, l’equipaggio è ora in rotta diretta verso la Terra.

A bordo si trovano gli astronauti della NASA Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e l’astronauta della Canadian Space Agency Jeremy Hansen. Selezionati nell’aprile 2023, hanno affrontato tre anni di addestramento congiunto per questa missione circumlunare della durata complessiva di circa 10 giorni.

Nel Flight Day 9, ultimo giorno completo nello spazio, l’equipaggio ha avviato le operazioni di preparazione al rientro, lavorando alla riconfigurazione della cabina, alla messa in sicurezza delle attrezzature e alla revisione dettagliata delle procedure di re-entry e splashdown. Parallelamente sono stati aggiornati i dati meteorologici e lo stato delle squadre di recupero, mentre sono state ripassate anche le operazioni previste dopo l’ammaraggio.

Dal punto di vista dinamico, Orion ha eseguito una manovra di correzione della traiettoria con un’accensione dei thruster della durata di 9 secondi, producendo una variazione di velocità di circa 1,6 m/s (5,3 ft/s). Una ulteriore correzione è programmata nel corso del 10 aprile per rifinire con precisione il corridoio di rientro atmosferico. Durante queste fasi si è verificata una breve perdita del segnale di ritorno, legata a un cambio di data rate, risolta rapidamente senza conseguenze operative.

La sequenza di rientro avverrà nella notte tra il 10 e l’11 aprile (ora italiana), secondo una timeline ormai consolidata:

  • 01:33 (11 aprile) – Separazione del modulo di servizio
  • 01:37 – Accensione finale di correzione della traiettoria
  • 01:53 – Inizio blackout delle comunicazioni per formazione di plasma
  • 02:03 – Apertura dei paracadute stabilizzatori (drogue) a circa 6.700 metri
  • 02:04 – Dispiegamento dei tre paracadute principali a circa 1.800 metri
  • 02:07 – Splashdown nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego

Durante il rientro la capsula raggiungerà velocità prossime ai 38.400 km/h, con carichi fino a 3,9 g sull’equipaggio. Il blackout delle comunicazioni, della durata di circa sei minuti, rappresenta una fase nominale dovuta alla formazione di plasma attorno al veicolo durante il picco di riscaldamento.

EVENTI CRITICI:

  • SEPARAZIONE DEL MODULO EQUIPAGGIO E DEL MODULO DI SERVIZIO (42 MINUTI PRIMA DELL’AMMARAGGIO)
  • ACCENSIONE DI CORREZIONE DEL MODULO EQUIPAGGIO
  • INTERFACCIA DI INGRESSO – ORION ENTRA NELL’ATMOSFERA TERRESTRE (400.000 PIEDI, 13 MINUTI PRIMA DELL’AMMARAGGIO)
  • ESPULSIONE DEL FORWARD BAY COVER (COPERCHIO DEL VANO ANTERIORE) (36.000–24.000 PIEDI)
  • APERTURA DEI PARACADUTE STABILIZZATORI (DROGUE), PILOTA E PRINCIPALI (22.000 PIEDI, 6.800–5.600 PIEDI, 5.000 PIEDI)
  • AMMARAGGIO
  • SGANCIO DEI PARACADUTE PRINCIPALI E ATTIVAZIONE DEL SISTEMA DI RADDRIZZAMENTO DEL MODULO EQUIPAGGIO ORION
  • RECUPERO

Dopo l’ammaraggio, gli astronauti saranno recuperati tramite elicotteri e trasferiti sulla nave anfibia USS John P. Murtha, dove saranno sottoposti alle prime valutazioni mediche post-missione prima del rientro a Houston, presso il Johnson Space Center.

Tutti i parametri indicano un rientro nominale e conforme alla pianificazione. Le manovre di correzione hanno mantenuto Orion all’interno del corridoio previsto, mentre l’anomalia di comunicazione registrata nelle ore precedenti è stata gestita senza impatti sulla missione. Il rientro di Artemis II rappresenta il primo test completo con equipaggio del sistema Orion nello spazio profondo, un passaggio chiave nel programma di esplorazione lunare della NASA.

Fonte: NASA MISSION

CIAK – Oltre lo schermo. “L’ultima missione: Project Hail Mary”

Arrivato il periodo pasquale, sono finalmente riuscita a ritagliarmi qualche giorno di pausa dalle mille incombenze della routine; dopo tanto – a essere sincera, fin troppo tempo – sono anche tornata al cinema, stranamente su proposta del mio ragazzo. Ancor più stranamente, ha suggerito di andare a vedere “L’ultima missione Project Hail Mary”, un film di fantascienza, genere che a me piace molto, ma di cui lui fa in genere volentieri a meno; non me lo sono fatto ripetere due volte.

Non aspettatevi però una recensione dettagliata o un’analisi tecnica del film, perché non ne sarei all’altezza e sul web ci sono un sacco di content creator molto più qualificati per questo. Non mi soffermerò nemmeno troppo su quanto ci sia di scientificamente accurato: preferisco invece proporvi qualche pensiero sparso, nato in sala tra una risata e l’altra.

Sì, perché questo è un film in alcune parti davvero spassoso, di quelli che fanno piangere dal ridere; alcuni dei temi più interessanti si trovano talmente tanto nascosti tra le pieghe di una narrazione che riesce a rimanere leggera, che quasi si fatica a coglierne appieno la profondità.

Rappresentazione delle stelle nei dintorni del Sole, entro un raggio di 14 anni luce

La trama di per sé potrebbe essere riassunta in poche righe: il Sole sta perdendo progressivamente la propria energia ad opera di misteriosi microorganismi a cui viene dato il nome di “astrofagi” – dal greco, letteralmente “mangiatori di stelle” –, con conseguenze per la Terra che saranno inimmaginabili nel giro di pochi decenni. Da uno studio sulle stelle nelle vicinanze del Sole, appare che tutte abbiano subito la stessa contaminazione, ad eccezione di Tau Ceti, nella costellazione della Balena. L’unica speranza per l’umanità è quella di mettere in piedi nel minor tempo possibile una missione con biglietto di sola andata per scoprirne il motivo e, sperabilmente, trovare una soluzione.

Di tutto questo però, lo spettatore viene a conoscenza a poco a poco: catapultato nell’azione in medias res, assiste al risveglio improvviso del protagonista dal coma indotto – all’interno di un’astronave, senza avere idea di quando, come o perché ci sia salito – e lo accompagna nel tentativo affannoso di ricomporre un confuso puzzle di ricordi. Lo vediamo rendersi conto di essere solo, anni luce lontano da casa e impossibilitato a tornarvi, finendo per annegare la disperazione in una sacca di vodka formato spaziale. E con l’affiorare dei primi ricordi, iniziamo a conoscerlo: si chiama Ryland Grace, brillante biologo molecolare, diventato insegnante di scuola media perché tagliato fuori dalla comunità scientifica, e senza alcuna pretesa di diventare un eroe. Reclutato all’interno del Progetto Hail Mary – “Ave Maria”, nome che la dice lunga sulle probabilità di successo – come membro del team di terra, si trova invece inspiegabilmente nello spazio, unico dell’equipaggio ad essere sopravvissuto.

Con l’arrivo di Grace in orbita attorno a Tau Ceti e l’incontro con la creatura aliena a cui darà nome Rocky, arriva anche il momento in cui la trama, nel senso stretto della parola, diventa sempre meno importante, certamente presente, ma soltanto in sottofondo. Più che proseguire nel racconto del film, sento qui il bisogno di soffermarmi sulle riflessioni che ha messo in moto: alcune domande, più che risposte.

La solitudine (e la convivenza forzata)

Mentre l’equipaggio di Artemis II ha stabilito il record di massima distanza dalla Terra, il futuro dell’esplorazione guarda più avanti, verso un futuro fatto di basi lunari, sfruttamento delle risorse locali e punti di partenza verso mondi più lontani.

Si sta procedendo un tassello dopo l’altro nel percorso che condurrà all’esplorazione di Marte, ma tanti sono ad oggi gli aspetti per cui non si hanno ancora pronte delle soluzioni. Tra i tanti, quello che passa più in sordina, sovrastato dai più evidenti problemi ingegneristici, ma che rimane forse una delle barriere maggiori che si frappongono fra l’uomo e l’esplorazione a lungo raggio è la nostra stessa psiche.

Sulla Hail Mary soffriamo con Grace quando si scopre l’unico ancora in vita, piangiamo con lui quando restituisce allo spazio i corpi dei suoi compagni, che pure non ricorda, e non possiamo fare altro che pensare “lo faremmo anche noi” mentre dà fondo a una riserva di alcool sulla quale riesce insperabilmente a mettere le mani. Poche scene più tardi, lo vediamo però pronto a lottare, aggrappandosi con tutto sé stesso a un’altra forma di vita che, per quanto diversa dalla sua, è pur sempre vita; poco importa che sia un alieno apparentemente fatto di roccia, senza una faccia e che parla per accordi. Rocky e Grace diventano un’ancora l’uno per l’altro, un antidoto alla disperazione e alla solitudine dello spazio profondo, oltre che alleati nell’elaborare (e portare a compimento) il piano per salvare il Sole e 40 Eridani. Questo perché «l’uomo è un animale sociale», lo scriveva Aristotele più di duemila anni fa, e continua ad essere vero; ma non troppo, aggiungerei.

Logo delle missioni Mars 500 (terminata nel novembre 2011) e CHAPEA 1 (terminata nel luglio 2024)

Eh sì, perché se da una parte la solitudine assoluta è una condizione quasi impossibile da sostenere, allo stesso modo può diventarlo la convivenza forzata; e se la prima è qualcosa di quasi astratto, difficile da immaginare, la seconda rappresenta un rischio molto più concreto anche nello spazio. Sorridiamo mentre lo sentiamo dire dallo stesso Grace, esasperato dall’udito straordinario del suo nuovo compagno di viaggio e dalla conseguente assenza di privacy. Ma possiamo immaginare anche noi senza troppa difficoltà che sfida possa essere condividere con altre persone uno spazio ristretto per molto tempo, senza possibilità di fuga e senza pause, e lo sanno bene anche le agenzie spaziali, che da più di dieci anni studiano il comportamento degli astronauti in ambienti ristretti. Mars 500 (ESA – Roscosmos, 2010) e CHAPEA 1 (NASA, 2023) sono state due missioni spaziali progettate esattamente per questo scopo; due missioni spaziali un po’ sui generis, perché nessuna delle due si è tecnicamente mai staccata dal suolo terrestre. Sono state però simulazioni quanto più fedeli possibili alle condizioni di viaggio per e di ritorno dal Pianeta rosso, per sondarne la fattibilità dal punto di vista psicologico.

La scienza come tentativo umano

Nella figura di Grace ravviso ciascuno di noi e c’è qualcosa di profondamente rassicurante nel vedere la scienza raccontata per mezzo di lui e Rocky, che passa attraverso sbagli e tentativi. Una scienza che avanza a piccoli passi grazie alla collaborazione tra individui, capace di scavalcare barriere e ostacoli che sembrano insormontabili; ma soprattutto, una scienza che resta profondamente umana. Perché prima ancora che scienziato, Grace è una persona: ha paura, fugge, sbaglia, e proprio per questo riesce a scegliere. Ed è forse nella sua scelta finale che questa umanità emerge con più forza. Quando in seguito a una scoperta che potrebbe avere esiti devastanti, decide di invertire la rotta per salvare Rocky – che per primo gli aveva offerto un modo per affrontare un viaggio di ritorno fino a quel momento ritenuto impossibile – e il suo pianeta, rinunciando di fatto alla possibilità di tornare sulla Terra, Grace non sta compiendo un gesto eroico nel senso più classico del termine; sta facendo qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile: sta scegliendo qualcuno. In un universo vastissimo e indifferente, sceglie una relazione. Sceglie una forma di “casa” – un pianeta alieno – diversa da quella che aveva sempre immaginato, ma non per questo meno appagante. E a quel punto viene quasi spontaneo chiedersi se casa sia davvero un luogo a cui tornare, o piuttosto qualcuno accanto a cui restare.

La ricerca della vita: il bias di una vita “come la nostra”

Centrale nel film è certamente il tema della presenza di vita aliena: negli studi di Grace, con la scoperta degli astrofagi e delle taumebe, fino al suo compimento nell’incontro con Rocky. 

Voyager Golden Record: un disco di grammofono contenente suoni e immagini come testimonianza della vita terrestre a bordo delle missioni Voyager 1 e 2 (1977). Si vede qualcosa di simile anche a bordo della Hail Mary

Se le probabilità sono tutt’altro che sfavorevoli, al momento non abbiamo ancora alcuna prova sperimentale della presenza di vita oltre quella terrestre. In astrofisica sono stati fatti dei tentativi di stimare quante civiltà potrebbero esistere nella nostra galassia, come l’equazione di Drake. C’è però anche il paradosso di Fermi, che si può riassumere nella domanda disarmante «se l’universo è così vasto, dove sono tutti?», a cui si aggiunge un altro limite: anche se esistesse una vita intelligente, la comunicazione potrebbe restare proibitiva 

Eppure, forse, il punto non è tanto se esistano, ma quanto siamo pronti a riconoscerli. Quello che Grace ha sostenuto per tutta la sua vita accademica è che l’acqua non è necessariamente l’unica base per la vita; in effetti questo teoricamente è vero. Per comprendere come funzioni la vita ci basiamo, ovviamente, sull’unica che conosciamo: la nostra. Non abbiamo altri termini di paragone, nessun altro esempio noto.

Gli astrofagi stessi si collocano in quella zona di confine tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo solo immaginare: abbastanza plausibili da farci riflettere, abbastanza alieni da costringerci a uscire dai nostri schemi. Se esistesse una vita basata sull’iridio? Ce la perderemmo di sicuro. E allora a volte mi domando: e se stessimo sbagliando tutto nelle nostre ricerche, cercando nello spazio qualcosa che ci somigli, senza considerare che l’universo non ha alcun motivo per assomigliarci? Rispondere a questa domanda è difficilissimo; concettualmente potremmo dire che stiamo eliminando a priori una quantità sterminata di possibilità, ma dal lato pratico è vero anche che in una ricerca da qualche parte si dovrà pur iniziare e che le risorse – di tempo e denaro – non sono infinite, e allora non è illogico partire là dove possiamo contare almeno su una certezza. 

Se mai troveremo qualcuno come Rocky, avremo nuove evidenze e si apriranno le porte per ricerche del tutto nuove; ad oggi però, il concetto di fascia di abitabilità in cui sia possibile trovare acqua liquida resta ancora il punto di partenza.

Ma al di là di ogni riflessione, quello che mi sono portata fuori dalla sala è stato un senso di appagamento emotivo difficile da spiegare, ma che forse potrei riassumere con una sola parola, o meglio, tre: «Amaze. Amaze. Amaze», citazione che del film è stata fatta niente di meno che dal controllo missione NASA in uno scambio con l’equipaggio a bordo dell’Orion in sorvolo sul lato nascosto della Luna. E sì, anche con una gran voglia di leggere il romanzo di Andy Weir – proprio l’autore di “The Martian” –, di cui questo film è la trasposizione su pellicola. Cercherò di recuperarlo e vi darò aggiornamenti; come si è soliti dire in questi casi: stay tuned…  

Spagna Capitale delle Eclissi
Il ciclo unico del 2026–2028

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ShaRA#14.1 – Abell 370 e la lente gravitazionale dell’Arco del Drago

Figura 1 - Superstack ShaRA su Abell 370, partendo da una composizione LRGB con 34 ore di posa complessive, realizzate col CDK24 cileno di un membro del team.

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Star Party Romagnolo 2026: astronomia, divulgazione e natura nel cuore dell’Appennino forlivese


Corniolo (FC), 12-14 giugno 2026

COMUNICATO STAMPA

Star Party Romagnolo 2026: astronomia, divulgazione e natura nel cuore dell’Appennino forlivese

Corniolo (FC), giugno 2026 – Torna uno degli appuntamenti più attesi dagli appassionati di astronomia del territorio: lo Star Party Romagnolo 2026, organizzato congiuntamente da A.R.A.R. (Associazione Ravennate Astrofili Rheyta), A.A.F. (Astro Amici Forlivesi) e A.A.R. (Associazione Astronomica del Rubicone). L’iniziativa, aperta a visualisti, astrofotografi, fotografi e curiosi, si articolerà in due momenti distinti, con un programma che unisce osservazione del cielo, divulgazione scientifica e attività all’aria aperta.

Il primo appuntamento è fissato dal 12 al 14 giugno 2026, con il tradizionale Star Party presso l’Area Sosta Camper di Corniolo. Tre giornate dedicate all’osservazione astronomica, alla condivisione tra appassionati e a momenti di approfondimento scientifico. Tra gli eventi principali spiccano la conferenza dell’astronomo Luca Angeretti sul tema dell’“Astronomia Multimessaggera”, la mostra di astrofotografie realizzata dai gruppi organizzatori e il concorso “4 telescopi”, dedicato ai migliori setup osservativi.

La giornata di sabato 13 giugno vedrà inoltre la partecipazione della rivista Coelum Astronomia, coinvolta nelle attività divulgative e negli incontri con il pubblico, insieme a esposizioni di strumenti e iniziative come la “cottura con forni solari” a cura di SolAAR Lab.

Le attività osservative si svolgeranno nelle ore serali, a partire dalle 22:30, sfruttando le condizioni favorevoli del cielo appenninico, mentre durante il giorno saranno proposti momenti di relax, incontri e conferenze.

Il secondo appuntamento è previsto per sabato 20 giugno 2026, con una giornata aperta al pubblico dedicata a trekking e astronomia. Il programma include osservazioni solari, conferenze divulgative, osservazioni notturne al telescopio e un trekking serale con tappe osservative, pensato per coniugare l’esperienza naturalistica con quella astronomica.

L’evento si svolgerà sempre a Corniolo, con attività distribuite tra la sede della Pro Loco e l’area dello Star Party. Alcune iniziative saranno gratuite, mentre altre – come aperitivo e trekking – richiederanno prenotazione.

La partecipazione allo Star Party prevede un contributo giornaliero di 7 euro, comprensivo di servizi, accesso alle conferenze e alla mostra fotografica. I pasti saranno disponibili su prenotazione, con proposte semplici e legate al territorio, come pizza e piadina fritta con salumi, a cura della Pro Loco Corniolo Campigna.

Le iscrizioni sono obbligatorie e devono essere effettuate entro il 5 giugno 2026 tramite questo apposito form online .

Lo Star Party Romagnolo si conferma così un appuntamento capace di unire rigore scientifico, passione amatoriale e valorizzazione del territorio, offrendo un’occasione concreta di incontro tra comunità astronomica e pubblico.

Il file completo con REGOLAMENTO e COSTI è disponibile per il DOWNLOAD

Per informazioni:
starpartyromagnolo@gmail.com

Artemis II: Galleria immagini del fly-by, alba e eclissi

La Terra tramonta alle 00:41 (ora italiana, CEST) del 7 aprile 2026 oltre il bordo curvo della Luna, in questa immagine catturata dall’equipaggio di Artemis II durante il viaggio attorno al lato nascosto della Luna. Il bacino Mare Orientale si trova sul margine della superficie lunare visibile. Il bacino di Hertzsprung Basin appare come due sottili anelli concentrici, interrotti da Vavilov crater, un cratere più giovane sovrapposto alla struttura più antica. Le linee di depressioni sono catene di crateri secondari formati dal materiale espulso (ejecta) dall’enorme impatto che ha generato l’Orientale. La parte scura della Terra è immersa nella notte. Sul lato illuminato, si osservano nubi in movimento sopra la regione dell’Australia e dell’Oceania. Crediti immagine: NASA

Da qualche minuto la NASA ha pubblicato la galleria degli scatti catturati dalla missione Artemis II durante il sorvolo della superficie lunare nella notte fra il 6 e il 7 aprile (ora italiana). La meraviglia nell’occhio di chi osserva.

“Tramonto della Terra (Earthset) catturato attraverso il finestrino della navicella Orion alle 00:41 (ora italiana) del 7 aprile 2026, durante il flyby lunare dell’equipaggio di Artemis II.

Una Terra dai toni blu attenuati, con brillanti nubi bianche, tramonta dietro la superficie craterizzata della Luna. La porzione oscura della Terra è immersa nella notte. Sul lato illuminato, si distinguono vortici nuvolosi sopra la regione di Australia e Oceania.

In primo piano, il cratere Ohm presenta bordi terrazzati e un fondo relativamente piatto, interrotto da picchi centrali. Questi picchi si formano nei crateri complessi quando la superficie lunare, liquefatta dall’impatto, risale verso l’alto durante la formazione del cratere.”

Crediti immagine: NASA
La Terra tramonta alle 00:41 (ora italiana, CEST) del 7 aprile 2026 oltre il bordo curvo della Luna, in questa immagine catturata dall’equipaggio di Artemis II durante il viaggio attorno al lato nascosto della Luna.

Il bacino Mare Orientale si trova sul margine della superficie lunare visibile. Il bacino di Hertzsprung Basin appare come due sottili anelli concentrici, interrotti da Vavilov crater, un cratere più giovane sovrapposto alla struttura più antica.

Le linee di depressioni sono catene di crateri secondari formati dal materiale espulso (ejecta) dall’enorme impatto che ha generato l’Orientale. La parte scura della Terra è immersa nella notte. Sul lato illuminato, si osservano nubi in movimento sopra la regione dell’Australia e dell’Oceania.

Crediti immagine: NASA
Una vista ravvicinata dalla navicella NASA Orion durante il flyby lunare dell’equipaggio di Artemis II, il 6 aprile 2026, mostra un’eclissi totale di Sole, con solo una parte della Luna visibile nell’inquadratura mentre oscura completamente il Sole.

Sebbene il disco lunare completo si estenda oltre i limiti dell’immagine, la tenue corona solare rimane visibile come un alone soffuso di luce attorno al bordo della Luna. Da questa prospettiva nello spazio profondo, la Luna appariva sufficientemente grande da sostenere quasi 54 minuti di totalità, una durata nettamente superiore rispetto alle eclissi totali osservabili dalla Terra.

Questa inquadratura parziale enfatizza la scala dell’allineamento e consente di distinguere strutture sottili nella corona durante il raro evento prolungato osservato dall’equipaggio.

Il brillante riflesso argenteo visibile sul bordo sinistro dell’immagine è il pianeta Venere. La struttura tondeggiante, di colore grigio scuro, visibile lungo l’orizzonte lunare tra le posizioni delle ore 9 e 10 è il Mare Crisium, una formazione osservabile anche dalla Terra.

Le deboli caratteristiche superficiali della Luna risultano visibili grazie alla luce riflessa dalla Terra, che fornisce una fonte di illuminazione indiretta. Crediti NASA
Catturata dall’equipaggio di Artemis II, l’area fortemente craterizzata del bordo orientale del bacino Polo Sud-Aitken è visibile con il terminatore in ombra — il confine tra il giorno e la notte lunare — nella parte superiore dell’immagine.
Il bacino Polo Sud-Aitken è il più grande e antico bacino della Luna e offre uno sguardo su una storia geologica primordiale sviluppatasi nell’arco di miliardi di anni.
Credito immagine: NASA
L’equipaggio di Artemis II – la Specialista di missione Christina Koch (in alto a sinistra), la Specialista di missione Jeremy Hansen (in basso a sinistra), il Comandante Reid Wiseman (in basso a destra) e il Pilota Victor Glover (in alto a destra) – utilizza visori per eclissi, identici a quelli prodotti dalla NASA per l’eclissi anulare del 2023 e per l’eclissi totale di Sole del 2024, per proteggere gli occhi nei momenti chiave dell’eclissi solare osservata durante il loro flyby lunare.

Si tratta del primo utilizzo di occhiali per eclissi sulla Luna per osservare in sicurezza un’eclissi solare.

Crediti immagine: NASA
L’astronauta Jeremy Hansen cattura un’immagine attraverso la copertura della fotocamera che protegge il finestrino 2 della navicella Orion spacecraft.

La copertura della fotocamera, essenzialmente una tenda con un’apertura per il passaggio dell’obiettivo, viene utilizzata per evitare che la luce proveniente dall’interno della cabina si rifletta sui vetri del finestrino. Crediti NASA
Earthrise, ripresa attraverso il finestrino della navicella Orion alle 01:22 (ora italiana) durante il sorvolo del lato nascosto della Luna da parte dell’equipaggio di Artemis II. La Terra appare come una sottile falce, con solo il bordo superiore illuminato. La delicata tonalità blu del pianeta e i sistemi nuvolosi bianchi sparsi risaltano contro il nero dello spazio, mentre la parte inferiore sfuma nella notte.

Scattata con un obiettivo da 400 mm, l’immagine — Earthrise — mostra un notevole allineamento tra Terra e Luna, con la Luna in primo piano nella parte superiore e la Terra al di sotto. Lungo l’orizzonte lunare, il terreno accidentato si staglia in silhouette contro la brillante falce terrestre.

Entrambi i corpi sono orientati con i poli nord a sinistra e i poli sud a destra, offrendo una prospettiva unica del nostro pianeta dallo spazio profondo. Questa fotografia è stata ruotata di 90 gradi in senso orario per una visualizzazione standard. Crediti NASA
L’equipaggio di Artemis II cattura una porzione della Luna mentre emerge lungo il terminatore – il confine tra il giorno e la notte lunare – dove la luce solare radente proietta ombre lunghe e spettacolari sulla superficie. Questa illuminazione a basso angolo mette in risalto la topografia accidentata della Luna, rivelando crateri, dorsali e strutture di bacino con grande dettaglio.

Lungo il terminatore spiccano strutture come il cratere Jule, il cratere Birkhoff, il cratere Stebbins e gli altopiani circostanti. Da questa prospettiva, il gioco di luci e ombre evidenzia la complessità della superficie lunare in modo non osservabile quando è completamente illuminata.

L’immagine è stata acquisita circa tre ore dopo l’inizio del periodo di osservazione lunare dell’equipaggio, mentre sorvolavano il lato nascosto della Luna nel sesto giorno della missione.

Crediti immagine: NASA
Catturata dall’equipaggio di Artemis II durante il sorvolo lunare del 6 aprile 2026, questa immagine mostra la Luna che eclissa completamente il Sole.

Dal punto di vista dell’equipaggio, la Luna appare sufficientemente grande da bloccare interamente il Sole, creando quasi 54 minuti di totalità e offrendo una visione molto più estesa rispetto a quella possibile dalla Terra.

La corona solare forma un alone luminoso attorno al disco lunare oscurato, rivelando dettagli dell’atmosfera esterna del Sole normalmente nascosti dalla sua intensa luminosità.

Sono visibili anche alcune stelle, solitamente troppo deboli per essere osservate quando si fotografa la Luna; tuttavia, con la Luna in ombra, risultano facilmente rilevabili.

Questo punto di osservazione unico offre sia un’immagine di grande impatto visivo sia una preziosa opportunità per gli astronauti di documentare e descrivere la corona durante il ritorno dell’umanità nello spazio profondo.

Nell’immagine è visibile anche il debole bagliore della faccia visibile della Luna, illuminata dalla luce riflessa dalla Terra (luce cinerea).

Crediti immagine: NASA
Il pilota di Artemis II, Victor Glover, il comandante Reid Wiseman e lo specialista di missione Jeremy Hansen si preparano al loro viaggio attorno al lato nascosto della Luna configurando l’attrezzatura fotografica poco prima di iniziare le osservazioni durante il flyby lunare.
Crediti immagine: NASA
Catturata dalla navicella Orion spacecraft verso la fine del sorvolo lunare della missione Artemis II il 6 aprile, questa immagine mostra il Sole che inizia a riemergere da dietro la Luna mentre l’eclissi esce dalla fase di totalità.

Solo una parte della Luna è visibile nell’inquadratura: il suo bordo curvo rivela una sottile e brillante falce di luce solare che ritorna dopo quasi un’ora di oscurità.

Negli ultimi istanti dell’eclissi osservati dall’equipaggio, la luce che riappare crea un forte contrasto con la silhouette lunare e mette in evidenza dettagli della topografia della Luna normalmente non visibili lungo il suo bordo.

Questa fase fugace cattura l’allineamento dinamico tra Sole, Luna e navicella, mentre Orion prosegue il suo viaggio di ritorno dal lato nascosto della Luna.

Crediti immagine: NASA
La Terra appare minuscola mentre la Luna domina la scena in questa immagine scattata dall’equipaggio di Artemis II durante il flyby lunare del 6 aprile 2026. La fotografia è stata acquisita 36 minuti prima del tramonto della Terra (Earthset), mostrando il nostro pianeta sospeso nel nero dello spazio, appena oltre il bordo della parte illuminata della Luna.

La Terra si presenta in fase crescente, con la luce solare proveniente da destra.

Il bacino del Mare Orientale (Orientale), con il suo fondo scuro formato da lava solidificata e gli anelli esterni di montagne, occupa quasi il terzo inferiore della superficie lunare inquadrata. Le diverse tonalità visibili nel mare suggeriscono variazioni nella composizione mineralogica.

Le linee di piccole depressioni sopra l’Orientale sono catene di crateri secondari, generate dal materiale espulso durante un impatto primario particolarmente violento.

Sono chiaramente visibili anche i due nuovi crateri per cui l’equipaggio di Artemis II ha proposto i nomi Integrity e Carroll.

Il bordo della superficie visibile della Luna è chiamato “limbo lunare”: osservato da lontano appare quasi come un arco perfettamente circolare, tranne nei casi in cui è retroilluminato, come in altre immagini catturate dalla missione Artemis II. Crediti NASA
Durante il periodo di osservazione durante il flyby lunare, l’equipaggio di Artemis II ha catturato questa immagine alle 21:41 (ora italiana), mostrando gli anelli del bacino Orientale, uno dei più giovani e meglio conservati grandi crateri da impatto della Luna.

Questi anelli concentrici offrono agli scienziati una rara opportunità per comprendere come gli impatti di grande scala modellino le superfici planetarie, contribuendo a perfezionare i modelli di formazione dei crateri e la storia geologica della Luna.

Alla posizione delle ore 10 del bacino Orientale sono visibili due crateri più piccoli, che l’equipaggio di Artemis II ha proposto di chiamare Integrity e Carroll.

Queste caratteristiche evidenziano come le osservazioni dell’equipaggio possano supportare direttamente l’identificazione delle strutture superficiali e l’attività scientifica in tempo reale. Crediti NASA
A metà del loro periodo di osservazione lunare, i membri dell’equipaggio di Artemis II – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – si fermano per girare la telecamera e scattare un selfie all’interno della navicella Orion. Crediti NASA

Fonte: NASA MISSION

Artemis II in orbita attorno alla Luna!

Il gran giorno che ha marcato il ritorno dell’uomo in orbita attorno alla Luna per la prima volta dopo la missione Apollo 17 del 1972, è iniziato sulle note di “Good Morning” di Mandisa and TobyMac, a soli 30304 km dalla superficie lunare.

Alle 19:30 ora italiana del 6 aprile, il team scientifico della NASA ha inviato all’equipaggio la lista definitiva dei 30 obiettivi sulla superficie lunare, tra cui il bacino Orientale, un cratere di quasi 965 chilometri di diametro che si estende a cavallo del lato visibile e nascosto della Luna. Questo cratere, risalente a 3,8 miliardi di anni fa, si è formato in seguito all’impatto di un grande oggetto sulla superficie lunare e conserva chiare tracce di tale collisione. Anche il bacino di Hertzsprung è presente nella lista degli obiettivi dell’equipaggio. Situato a nord-ovest del bacino Orientale, è un cratere di quasi 640 chilometri di diametro sul lato oscuro della Luna. Hertzsprung offre un’opportunità di confronto unico con il bacino Orientale, poiché le sue caratteristiche sono state erose da impatti successivi. Confrontando la topografia dei due crateri, le osservazioni dell’equipaggio aiuteranno gli scienziati a comprendere meglio l’evoluzione delle caratteristiche lunari su scale temporali geologiche.

Foto scattata dall’equipaggio di Artemis II poco prima di andare a dormire alla conclusione del quinto giorno. Fonte [https://www.nasa.gov/blogs/missions/2026/04/06/artemis-ii-flight-day-6-crew-ready-for-lunar-flyby/]

Poco dopo le 20:00 ora italiana, l’equipaggio ha descritto dei piccoli crateri senza nome sulla superficie lunare e, chiamando la Terra, hanno suggerito dei nomi provvisori fra cui “Carroll” in onore della defunta moglie di Reid Weisman, Carroll Taylor Wiseman, scomparsa il 17 maggio 2020. Al termine di questa missione, le proposte per il nome del cratere saranno formalmente presentate all’Unione Astronomica Internazionale, l’organizzazione che si occupa della denominazione dei corpi celesti e delle loro caratteristiche superficiali.

Schema illustrativo dei crateri conosciuti e i crateri indicati dagli astronauti di Artemis II. Fonte [https://www.nasa.gov/blogs/missions/2026/04/06/artemis-ii-flight-day-6-lunar-flyby-updates/]

Alle 19:56 ora italiana, la navicella spaziale ha battuto il record di distanza dalla Terra mai percorsa da un essere umano, superando il primato stabilito dall’Apollo 13 nell’aprile del 1970, durante il suo rientro di emergenza sulla Terra. “Superando la distanza massima mai percorsa dall’uomo dalla Terra, lo facciamo per onorare gli straordinari sforzi e le imprese dei nostri predecessori nell’esplorazione spaziale. Continueremo il nostro viaggio ancora più lontano nello spazio, prima che Madre Terra riesca a riportarci a tutto ciò che ci è caro. Ma soprattutto, scegliamo questo momento per lanciare una sfida a questa generazione e alle prossime, affinché questo record non duri a lungo.” è ciò che ha affermato l’astronauta Jeremy Hansen per l’occasione.

L’osservazione lunare è iniziata alle 20:45 circa ora italiana e il flyby, della durata di circa sette ore, ha coperto il periodo in cui la navicella Orion era sufficientemente vicina alla Luna da consentire all’equipaggio di effettuare osservazioni dettagliate delle formazioni geologiche sulla superficie lunare. Le osservazioni hanno compreso immagini in diretta della Luna riprese dalle telecamere montate sui pannelli solari di Orion, la cui qualità è stata variabile durante il periodo di osservazione lunare a causa della distanza dalla Terra, dei limiti del sistema e della larghezza di banda della rete di comunicazione della NASA.

Nei momenti in cui Orion si è trovata dietro la Luna, a partire dalle 00:44 circa ora italiana, la missione ha attivato un’interruzione programmata delle comunicazioni della durata di circa 40 minuti. “Mentre ci prepariamo a interrompere le comunicazioni radio, continueremo a sentire il vostro amore dalla Terra. E a tutti voi laggiù sulla Terra e intorno ad essa, vi amiamo dalla Luna. Ci rivedremo dall’altra parte.” sono state la parole di Victor Glover, il pilota di Artemis II. Durante questo periodo, la Luna ha infatti bloccato i segnali radio necessari al Deep Space Network per mantenere il contatto con la sonda. Poco dopo la perdita del segnale, Orion ha raggiunto il punto di massimo avvicinamento intorno alle 01:02 ora italiana, quando si è trovata a soli 6.550 km dalla superficie. Verso la fine dell’osservazione, a partire dalle 02:35 ora italiana, l’equipaggio ha assistito a un’eclissi solare dallo spazio della durata di circa un’ora, quando Orion, la Luna e il Sole si sono allineati. Durante questo periodo, hanno osservato una Luna perlopiù oscurata e hanno sfruttato l’occasione per analizzare la corona solare, lo strato più esterno dell’atmosfera solare, così come appare attorno al bordo lunare.

Restiamo in attesa delle immagini catturare a documentare questa impresa storica.

La schedula della giornata si è presentata come segue:

  • 19:30: L’ufficiale scientifico del Centro di Controllo Missione presso il Johnson Space Center della NASA a Houston ha informato l’equipaggio sugli obiettivi scientifici per il prossimo sorvolo.
  • 19:56: L’equipaggio di Artemis II ha superato il record precedentemente stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13 nel 1970 per la massima distanza raggiunta dall’uomo dalla Terra.
  • 20:45: Inizio delle osservazioni lunari.
  • 00:44: Temporanea perdita delle comunicazioni con l’equipaggio a causa del passaggio della navicella Orion dietro la Luna.
  • 00:45: Durante il “Tramonto della Terra”, la Terra è scivolata dietro la Luna dalla prospettiva di Orion.
  • 01:02: Orion ha raggiunto il punto di massimo avvicinamento alla Luna a 6.530 km dalla superficie.
  • 01:07: L’equipaggio ha raggiunto la massima distanza dalla Terra durante la missione (405.000 km).
  • 01:25: L'”alba terrestre” ha segnato il momento in cui la Terra è tornata visibile sul bordo opposto della Luna.
  • 01:25: Il centro di controllo missione ha ristabilito le comunicazioni con gli astronauti.
  • 02:35-03:32: Durante un’eclissi solare, il Sole è passato dietro la Luna dal punto di vista dell’equipaggio.
  • 03:20: Le osservazioni lunari si sono concluse.

Alle 19:25 ora italiana del 7 aprile, la capsula Orion uscirà dalla sfera di influenza lunare a 66100 km dalla Luna.

Fonte: NASA MISSION

LA MAPS NON CE L’HA FATTA

L'ultima immagine della camera LASCO 3 prima dell'immersione della cometa dietro al disco solare.

La kreuz C/2026 A1 MAPS ha perso il suo impari duello con il Sole.

Nelle immagini fornite dalle camere LASCO 2 e 3 installate a bordo della sonda solare SOHO è stato possibile osservare un allungamento del nucleo poche ore prima del passaggio al perielio, bruttissimo indizio sullo stato di salute dell’astro chiomato. Scomparsa dietro il Sole è comunque cominciata una speranzosa attesa durante la quale tutti abbiamo sognato di vederla ricomparire dalla parte opposta, magari luminosissima. Ma, nascosto ai nostri occhi, il destino dell’astro chiomato si è drammaticamente consumato, come d’altronde era prevedibile.

Un passaggio a soli 170.000 km dalla superficie solare è un azzardo che ben difficilmente può vedere una cometa di piccolissime dimensioni come MAPS uscirne indenne, ed infatti la nube di detriti e gas ricomparsa dopo qualche ora ha definitivamente spento ogni speranza e confermato la disintegrazione dell’ oggetto. Non ci resta che trasferire le aspettative sulla C/2025 K1 PanSTARRS, a sua volta in procinto di raggiungere il perielio programmato per il 20 aprile. la luminosità, ancora incerta, non sarà probabilmente quella che ci attendevamo dalla cometa kamikaze appena andata distrutta, ma il massimo avvicinamento al Sole si realizzerà ad una distanza meno estrema e dovrebbe comunque essere sufficiente per consolarci in parte dalla delusione, anche perché le condizioni prospettiche, pur non favorevolissime, sono decisamente migliori.

NB: Il nome “kreuz” deriva da Heinrich Kreutz, che studiò un gruppo particolare di comete con orbite molto simili.

 

Filmato della distruzione della cometa kreuz C/2026 A1 MAPS ripreso dalla Camera LASCO 2 di SOHO.

 

Filmato della distruzione della cometa kreuz C/2026 A1 MAPS ripreso dalla Camera LASCO 3 di SOHO.
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