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A Scheggia il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia


Appuntamento il 1° marzo 2026 al Teatro Comunale

Si terrà domenica 1 marzo 2026, presso il Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo, il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia, promosso dalla Commissione Didattica dell’Unione Astrofili Italiani (UAI) in collaborazione con l’Associazione Astronomica Umbra.

L’iniziativa è rivolta a docenti, operatori culturali, divulgatori scientifici, astrofili e studenti, con l’obiettivo di condividere esperienze, strumenti e buone pratiche per l’insegnamento e la diffusione dell’astronomia nelle scuole e nei contesti educativi.

Il convegno rappresenta un momento di confronto nazionale sui metodi didattici, sui progetti di ricerca partecipata e sulle attività educative promosse dalle realtà scientifiche e associative del territorio.

Un programma articolato tra formazione e divulgazione

I lavori si apriranno alle ore 9:00 con la registrazione dei partecipanti e l’introduzione ufficiale al convegno. Nel corso della mattinata sono previste presentazioni dedicate all’Osservatorio Astronomico di Scheggia, alle attività dell’Associazione Astronomica Umbra e alle esperienze didattiche sviluppate a livello locale e nazionale.

Nel pomeriggio verranno illustrati progetti di rilievo scientifico ed educativo, tra cui il progetto StAnD – PRISMA-INAf e le attività sulla misura della parallasse lunare. Seguiranno workshop differenziati per ordine di scuola e un briefing conclusivo.

L’evento prevede momenti di pausa e networking, favorendo lo scambio diretto tra relatori, docenti e partecipanti.

Iscrizioni e informazioni

La partecipazione al convegno è gratuita previa prenotazione, da effettuare online dal 20 gennaio al 20 febbraio 2026 tramite apposito link.

Per informazioni su iscrizioni e programma:
m.montemaggi@uai.it – Tel. 348 0309900
amministrazione@uai.it – Tel. 06 94436469

Per informazioni logistiche:
https://astroumbra.blogspot.com/
info@astroumbra.org

Un’iniziativa al servizio della scuola

Il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia si inserisce nel percorso della UAI volto a promuovere la cultura scientifica nelle scuole e a sostenere la formazione degli insegnanti attraverso attività strutturate, aggiornamento continuo e collaborazione con enti di ricerca.

ShaRA#14 – Il Rettangolo Rosso
 Target Peculiare per gli amici del Team ShaRA non troppo fotogenico ma di indubbia difficoltà

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il Rettangolo Rosso catturato dal Team ShaRA nel progetto #14

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Pionieri Silenziosi
gli animali nell'esplorazione dello spazio

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Uomini di un certo “Impatto” – lo Studio Sperimentale dei Crateri Lunari

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Intervista al Premio Nobel John C. Mather

24 May 1993, Greenbelt, Maryland, USA --- John Mather, chief scientist on NASA's COBE mission, holds up radio maps made by the COBE satellite. The observatory discovered variations in the universe's background radiation, helping to refine the Big Bang theory. --- Image by © Roger Ressmeyer/CORBIS

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Transiente Catturato “al Volo”

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𝗔𝗦𝗧𝗥𝗢𝗠𝗔𝗥𝗖𝗛𝗜𝗚𝗜𝗔𝗡𝗔 𝟮^ 𝗲𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

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Domenica 15 Febbraio 2026 alle ore 17:00 presso Spaziotempo Circolo Arci

inaugureremo la mostra di fotografia astronomica a cura di astrofotografi marchigiani provenienti da tutta la Regione (Roberto Volpini, Corrado Di Noto, Fantasia Stefano, Andrea Marinelli, Simone Curzi, Michele Guzzini, Marco Piccini Astrophotography e me).

Tempo permettendo, osserveremo Giove in compagnia di Cristian Fattinnanzi

Ma quest’anno non ci fermiamo qui: avremo il piacere di conversare con dei rinomati ospiti

Molisella Lattanzi: astronoma e direttrice editoriale di COELUM Astronomia, storica rivista di astronomia distribuita in tutta Italia. Da 10 anni si occupa esclusivamente di divulgazione scientifica organizzando corsi per le scuole in ambito STEM ed eventi aperti al grande pubblico come il Festival dell’Astronomia Galassica. Segue come inviata i principali congressi e simposi di approfondimento di astrofisica e space economy promossi da istituti e organizzazioni di ricerca a valore nazionale.

Cristian Fattinnanzi: astrofilo pluripremiato APOD Nasa e creatore del celebre Minitrack, un astroinseguitore meccanico per foto a largo campo. Da sempre appassionato di astronomia ottiene diversi riconoscimenti in tutta Italia e nel 2021 pubblica il Suo primo libro “Che Stella è?”, un manuale che accompagna il lettore dal riconoscimento delle costellazioni fino alla post produzione di foto astronomiche.

Andrea Marinelli: appassionato fotografo e astrofotografo. Nel 2020 crea la pagina social Passione.Astrofotografia che ad oggi conta quasi 80.000 follower. Unisce la sua passione per le escursioni naturalistiche all’astrofotografia grazie alla sua dimora a Frontignano di Ussita a 1350mslm.

Associazione Astrofili Forca Canapine: associazione di astrofili dediti all’osservazione visuale/fotografica e alla didattica grazie ai corsi di astronomia proposti. L’associazione nasce a tutela del sito osservativo Forca Canapine, caratterizzato da un’ottima qualità del cielo e che converge ben tre regioni italiane. Numerose foto dei soci fondatori sono state premiate APOD Nasa.

Infine, ma non per ultimo, Michele Guzzini interverrà con una piccola presentazione del neonato Centro Astronomico Gianclaudio Ciampechini

A seguire…

ALBAADIRATICA LIVE ELECTRONICS: Riccardo Cappelluti è un sound artist emergente di Pescara. Si è laureato in Ingegneria del Suono e attualmente è iscritto al biennio di Musica Elettronica presso il Conservatorio Luisa D’Annunzio ed è membro e fondatore del collettivo “STUDIO FONÈ”. La sua pratica artistica esplora la composizione e l’improvvisazione elettroacustica sviluppando sistemi espressivi attraverso la programmazione con Max MSP, il circuit bending e la musica per i media visivi.

Ingresso riservato ai soci ARCI

Il CAPOTAURO un mito si fa largo: indagine sulla Natura di un Oggetto Enigmatico

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Bentornati su Marte! #278

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È morto a 96 anni Antonino Zichichi, protagonista della fisica delle particelle, la testimonianza di Francesco Vissani

È morto all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico e divulgatore scientifico specializzato nella fisica delle particelle, a cui ha dato contributi rilevanti nel corso di una lunga carriera internazionale. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato anche tra gli ideatori dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso e fondatore, nel 1963, del Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”.

La notizia della scomparsa è stata confermata ufficialmente alle ore 10.30 attraverso la sua pagina Facebook. Nel comunicato diffuso si legge: «Questa mattina si è spento nel sonno il professor Antonino Zichichi. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato un grande scienziato e un punto di riferimento per la fisica italiana e internazionale». Nel corso della sua attività ha lavorato anche al CERN di Ginevra, dove contribuì alla scoperta dell’antideutone, ed è stato professore emerito di Fisica Superiore presso l’Università di Bologna.

Zichichi lascia tre figli, cinque nipoti e una pronipote. Con la sua scomparsa viene meno una figura centrale della fisica italiana del secondo Novecento, capace di unire ricerca di alto livello, formazione e impegno costante nella diffusione della cultura scientifica.

Con profondo rispetto per chi ai massimi livelli riesce a promuovere la ricerca scientifica affrontando gli innumerevoli ostacoli che progetti ambiziosi devono necessariamente affrontare, la Redazione di Coelum si unisce

Nel ricordo firmato da Francesco Vissani dirigente di ricerca presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN, emerge con forza la dimensione umana, culturale e civile della figura di Zichichi. La sua azione viene collocata nel contesto storico della Guerra Fredda, quando i Laboratori del Gran Sasso nacquero come spazio neutrale di cooperazione scientifica internazionale.

Vissani sottolinea l’energia personale dello scienziato, la dedizione assoluta alla ricerca e il rispetto verso i propri maestri, maturati anche nel lavoro comune nell’esperimento LVD, che contribuì allo studio dei neutrini da collasso stellare. Centrale, nel ricordo, è anche il riferimento al “Manifesto di Erice” come sintesi del suo impegno per una scienza orientata alla pace e al dialogo.

Laboratori Nazionali del Gran Sasso, fortemente voluti da Antonino Zichichi, sono nati nel diffcile periodo della Guerra Fredda per offrire un territorio neutro di collaborazione tra scienziati di tutto il mondo, proprio come il CERN nacque dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per riunire l’Europa.
Per un giovane studente come me, scoprire alla ne degli anni ’80 che l’Italia stava realizzando un’impresa di tale portata fu motivo di profondo orgoglio e meraviglia. Sin da quando lo conobbi di persona, poco dopo il mio arrivo ai Laboratori, Zichichi mi trasmise l’impressione di una personalità dotata di un’energia inesauribile, animata da un rispetto ammirabile verso i propri maestri e da una dedizione assoluta a un’idea alta di scienza.
Abbiamo lavorato insieme all’interno del suo gruppo nell’esperimento LVD (Large Volume Detector), dove ho avuto la fortuna di incontrare colleghi straordinari. Insieme abbiamo chiarito le aspettative sui neutrini emessi dal collasso gravitazionale delle stelle, inaugurando un fione di ricerca che mi è tuttora carissimo.
Oggi, vorrei invitare tutti a rileggere il Manifesto di Erice che Zichichi stilò sulla scia del celebre manifesto Russell-Einstein. A mio avviso, rappresenta il suo lascito più attuale: un monito affinchè la scienza resti sempre al servizio della convivenza civile e il dialogo tra scienziati rimanga, come lui ci ha dimostrato, un prezioso strumento di pace, progresso e risoluzione delle crisi planetarie.
” Francesco Vissani.

La scheda tecnica, sempre a cura di Vissani, ricostruisce in modo sistematico l’evoluzione scientifica di Zichichi, mostrando la coerenza interna di un percorso che attraversa più di sessant’anni di ricerca.

Linea Scienti ca / ProgettoPeriodoContributi e Scoperte Principali
QED e Fisica del Muone1960 – 1970Misura del momento magnetico anomalo (g 􀀀 2) e della vita media del muone; veri che dell’Elettrodinamica Quantistica.
Antimateria Nucleare1965 – oggiScoperta dell’ antideuterio (1965); ricerca attuale di antielio e antinuclei con gli esper- imenti ALICE e AMS.
Struttura del Protone1965 – 1985Studi pionieristici sui fattori di forma \Time- like” del protone e annichilazione protone- antiprotone (pp).
Sviluppo Rivelatori (Elettroni/TOF)1965 – 2010Invenzione di telescopi per elettroni e sistemi TOF (Time-Of-Flight) con risoluzione tem- porale di 10-20 ps.
QCD e \E ective En- ergy”1980 – oggiIntroduzione del concetto di Energia E ettiva per uni care la descrizione delle interazioni adroniche e leptoniche.
Fisica ad HERA (ZEUS/H1)1990 – 2012Studio della struttura profonda del protone e produzione di quark pesanti (beauty e charm) in collisioni e 􀀀 p.
Astroparticelle (LVD/AMS)1990 – oggiRicerca di neutrini da supernova (Gran Sasso) e studio dei raggi cosmici nello spazio per la ricerca di materia oscura.
Progetto EEE (Scienza nelle Scuole)2004 – oggiCreazione di una rete nazionale di telescopi MRPC gestita da studenti delle scuole superi- ori per lo studio dei raggi cosmici.
LHC e Plasma di Quark (ALICE)2008 – oggiStudio del Quark-Gluon Plasma (QGP) e pro- duzione di particelle ad alte energie (TeV) in collisioni Pb 􀀀 Pb.
Complessità e New Physics2005 – oggiSaggi teorici e ri essioni sulla complessita a livello fondamentale e sulla logica della natura.

Nei primi anni della sua carriera, Antonino Zichichi si formò nell’ambito degli studi sui raggi cosmici. Nel 1956 conseguì la laurea a Palermo con una tesi dedicata a questo tema, sotto la guida di Mariano Santangelo, allora professore di fisica sperimentale. Il lavoro si concentrò sulla misura del flusso e sulla natura delle particelle cosmiche ad alta quota, attraverso una serie di esperimenti condotti al Laboratorio della Testa Grigia di Cervinia, a circa 3.500 metri di altitudine.

Quei risultati gli aprirono rapidamente le porte della collaborazione internazionale. Subito dopo la laurea, infatti, fu invitato a entrare nel gruppo di Patrick Blackett tra Londra e Manchester, un passaggio decisivo nella sua formazione scientifica, che lo portò poi ad approdare stabilmente al CERN di Ginevra, avviando una carriera destinata a svilupparsi nei principali centri mondiali della fisica delle particelle.

Un ruolo decisivo nella formazione scientifica di Zichichi fu svolto dal rapporto con Patrick Blackett, premio Nobel per la Fisica nel 1948. L’incontro con il fisico britannico rappresentò per lui una vera scuola di metodo e di visione scientifica. Da Blackett apprese l’idea che la ricerca non dovesse limitarsi a confermare teorie consolidate, ma puntare alla scoperta dell’“inaspettato”, un principio che avrebbe guidato tutta la sua attività, dalla scoperta dell’antideuterio alla continua ricerca di nuova fisica oltre il Modello Standard.

Il legame fu anche di natura tecnica e strumentale. Blackett, pioniere nell’uso delle camere a nebbia per lo studio dei raggi cosmici, trasmise a Zichichi l’attenzione per l’innovazione dei rivelatori, che lo scienziato italiano avrebbe poi sviluppato nelle tecnologie MRPC e nei grandi progetti sperimentali. Allo stesso tempo, entrambi consideravano i raggi cosmici un vero laboratorio naturale per indagare le leggi fondamentali, un approccio che Zichichi mantenne partecipando a esperimenti spaziali e terrestri.

Questo rapporto influenzò anche la sua visione culturale della scienza. Blackett fu tra i primi sostenitori del Centro di Erice e ispirò in Zichichi l’idea di unire ricerca d’avanguardia e diplomazia scientifica. Per lo scienziato trapanese, il maestro britannico rappresentò il passaggio dalla fisica “artigianale” alla grande scienza contemporanea, mantenendo però sempre l’umiltà e l’apertura verso l’imprevedibilità della natura.

Antonino Zichichi è stato una figura discussa, come spesso accade ai protagonisti della fisica moderna che hanno inciso in modo profondo e non allineato nel dibattito scientifico e pubblico. Una sorte che in passato ha riguardato numerosi nomi oggi unanimemente riconosciuti, le cui capacità e il cui contributo sono stati pienamente valutati solo a posteriori, insieme ai dovuti onori.

Al di là delle posizioni e delle controversie, resta il peso di un percorso scientifico che ha segnato istituzioni, progetti e generazioni di ricercatori. Per questo ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico per la perdita di una voce autorevole, capace di esprimere un pensiero critico genuino e di interpretare la scienza come esercizio di responsabilità intellettuale e civile.

CARMELO METEOR: Bollettino Mensile delle Radiometeore

A cura della rete CARMELO
(Cheap Amatorial Radio Meteor Echoes LOgger)

Mariasole Maglione (GAV, Gruppo Astrofili Vicentini)
Lorenzo Barbieri (Rete CARMELO e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)

Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi (QUA), che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese. Il picco delle Quadrantidi si è verificato tra il 3 e il 4 gennaio.

I dati del mese di Gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2026.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, l’osservazione visuale delle Quadrantidi è stata ostacolata dalla presenza della Luna piena, e quella radio è stata penalizzata dal fatto che il picco massimo di attività dello sciame è avvenuto proprio quando il radiante era all’orizzonte. Nel grafico in fig. 2, che mostra il tasso orario nei giorni in cui c’è stata maggiore attività delle Quadrantidi, è ben visibile un primo filamento che presenta il suo massimo alla longitudine solare di circa 282.4° (prima freccia nera), mentre il secondo e ben più consistente massimo atteso alla longitudine solare di circa 283.1° (seconda freccia nera) avviene con l’altezza minima del radiante nella prima parte della serata del 3 gennaio. Il doppio filamento conferma anche le osservazioni di gennaio 2025 (4).

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. Le due frecce indicano il massimo in corrispondenza di due diversi filamenti.

Il passaggio dello sciame è visibile anche nella misura della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig. 3) che registra un aumento proprio nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio con un valore massimo proprio centrato alla longitudine solare di circa 283.1°. Assai minore, invece, il dato relativo al primo filamento, un risultato che fa supporre un diverso indice di massa, con meteore più piccole e leggere rispetto al filamento principale.

Fig. 3: Potenza media dei segnali registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il valore massimo, centrato alla longitudine solare di circa 283.1°, in corrispondenza del secondo filamento.

Per tutta la giornata del 17 gennaio, inoltre, dalle 9 UT alle 16 UT, la rete CARMELO ha registrato un debole aumento della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig.4). È possibile associare questo aumento medio a una debole attività di sciami diurni (daylight showers), quindi senza controparti osservative nel visibile. Tra questi, considerate le osservazioni degli anni passati, potremmo citare le Serpentis-Coronae Borealis (594 RSE) oppure le γ-Ursae Minoris (404 GUM).

Fig. 4: Potenza media dei segnali registrati tra la longitudine solare 280° e 312° circa, con un picco indicato dalla freccia nera tra le 9 UT e le 16 UT del 17 gennaio.

Bibliografia

1) Eugène Delporte (1930), IAU: “Délimitation Scientifique des Constellations”. At the University Press
2) Peter Jenniskens (2004): “2003 EH_1 and the Quadrantid shower”. WGN, Journal of the International Meteor Organization, vol. 32, no.1, p.7-10
3) Ki-Won Lee et al. (2009): “Orbital Elements of Comet C/1490 Y1 and the Quadrantid shower”. Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, vol. 400
4) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2025): “Bollettino delle radiometeore di gennaio 2025”

Bollettino di Dicembre

Introduzione

Dicembre è il mese delle Geminidi (GEM), uno sciame originato dall’asteroide 3200 Phaeton. La massima attività delle Geminidi è stata registrata dalla rete CARMELO nella notte tra il 13 e il 14 dicembre. Non è stata invece registrata una particolare attività dallo sciame delle Ursidi, in analogia agli osservatori visuali.

I dati del mese di Dicembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di dicembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di dicembre 2025.

Le Geminidi

Nel mese di dicembre il protagonista è lo sciame meteorico delle Geminidi (GEM), una pioggia che si sta evolvendo in maniera molto rapida e che in meno di un centinaio d’anni probabilmente sparirà del tutto.

Lo sciame delle Geminidi rappresenta un caso unico tra gli sciami meteorici: la loro origine non è legata a una cometa, ma a un asteroide, 3200 Phaethon (1). Scoperto nel 1983 con il satellite IRAS (Infrared Astronomical Satellite), 3200 Phaethon è un asteroide di tipo Apollo con un’orbita fortemente ellittica, che incrocia quelle di Marte, Terra, Venere e Mercurio e che lo porta molto vicino al Sole, più di qualsiasi altro asteroide conosciuto. Questo passaggio ravvicinato genera temperature estremamente elevate, capaci di superare i 750°C, abbastanza per provocare la sublimazione di alcuni materiali superficiali e il rilascio di detriti. Questi detriti costituiscono proprio il materiale che origina le Geminidi.

I modelli suggeriscono che i detriti vengano prodotti in quantità significative a ogni passaggio dell’asteroide vicino al Sole, e si distribuiscano lungo la sua orbita in una scia compatta e ben definita.

Le Geminidi sono solitamente attive dal 2 al 19 dicembre. Negli ultimi anni lo ZHR (Zenithal
Hourly Rate) si è mantenuto costante con 120-150 meteore registrate all’ora e un picco di attività tra il 13 e il 14 dicembre.

Il radiante dello sciame, ovvero il punto in cielo da cui sembrano provenire le meteore, è situato nella costellazione dei Gemelli, vicino alla luminosa stella Castore. Per i cieli dell’emisfero boreale, sorge verso le ore 18 UT e tramonta attorno alle 9 UT.

Fig. 2: Immagine di Davide Alboresi Lenzi, socio AAB (Associazione Astrofili Bolognesi) scattata a Medelana (BO, Italy) il 14/12/2025. 355 pose da 1 minuto, ISO 1600. F=16mm, f/3.5. Il radiante, situato vicino alla stella Castore, è collocato nel punto in cui è iniziata la sequenza delle fotografie e cioè intorno alle 19:30 locali. Da quel momento esso salirà in cielo fino a transitare quasi allo zenith, per poi riabbassarsi verso la mattina.

Durante il picco massimo di attività previsto per le Geminidi, una prima lettura dei dati della rete CARMELO potrebbe suggerire una sottostima dell’attività rispetto alle attese. In realtà, questa apparente discrepanza è riconducibile principalmente alla configurazione geometrica attuale della rete di ricevitori.
Al momento, infatti, la rete CARMELO presenta una distribuzione fortemente concentrata sul territorio italiano, con un punto di vista osservativo sostanzialmente omogeneo. Questo comporta un campionamento del cielo non isotropo, ma fortemente dipendente dalla geometria di ricezione rispetto alla posizione del radiante dello sciame. L’estensione internazionale della rete, attualmente in fase di implementazione con l’ingresso di nuovi osservatori in altri Paesi europei, permetterà in futuro una copertura più uniforme e una migliore ricostruzione tridimensionale dell’attività meteorica.
Nel caso specifico delle Geminidi, il radiante è localizzato in prossimità della stella Castore, con coordinate equatoriali R.A. = 07h 34m 36s e Dec = +31° 53′ 19″. Nelle notti tra il 12 e il 14 dicembre, per le latitudini italiane il radiante ha transitato al meridiano a una declinazione prossima agli 80°, quindi in prossimità dello zenit.
I ricevitori attualmente operativi nella rete CARMELO presentano un campo osservativo centrato mediamente su una declinazione di circa 40°, con un’apertura angolare di ±30°. Ne consegue che la sensibilità geometrica della rete nei confronti dello sciame delle Geminidi è risultata ottimale nelle fasi iniziali e finali della notte, mentre è risultata molto ridotta in corrispondenza del transito meridiano del radiante, ovvero nella fascia centrale della notte.
L’andamento del tasso orario registrato, visibile in fig. 3, riflette bene questa configurazione: si osserva un incremento nelle prime ore serali, seguito da una progressiva diminuzione fino a metà nottata, con un andamento compatibile con una dipendenza sinusoidale dall’angolo di incidenza del radiante rispetto al campo di vista dei ricevitori, e quindi un nuovo aumento verso le ore mattutine.
Sulla base di questa distribuzione geometrica, è possibile ipotizzare che il valore reale del tasso orario al momento del massimo fosse significativamente superiore a quanto direttamente misurato dalla rete (la freccia in fig. 3 e 4), in linea con quanto riportato dalle osservazioni radio e visuali su scala globale.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Un Confronto con il 2024

Questo è il primo bollettino del secondo anno di report mensili sull’attività registrata dalla rete CARMELO e sull’analisi qualitativa dei risultati. Possiamo quindi procedere a un breve confronto con i risultati riportati nel bollettino di dicembre 2024 (2).

Visivamente si nota subito la differenza tra i due grafici dei tassi orari registrati (fig.5), dovuta non al numero di eventi registrati, ma al diverso metodo di campionamento temporale. Nel 2024 i tassi orari erano calcolati su intervalli di un’ora, mentre negli ultimi mesi di quest’anno la risoluzione è stata modificata in intervalli di 15 minuti. I picchi risultano quindi più stretti e meno mediati, ma l’intensità complessiva dello sciame delle Geminidi risulta comunque confrontabile con quella dello scorso anno, se integrata su base oraria (tenendo conto delle considerazioni fatte in precedenza sulle rilevazioni).

Fig. 5: Sopra, andamento nel mese di dicembre 2024. Sotto, andamento del mese di dicembre 2025.

Un elemento che mostra invece una differenza reale rispetto al 2024 è il numero di conteggi registrati nei giorni precedenti e successivi al massimo dello sciame (sempre fig. 5), dominati in gran parte dalla componente sporadica. Nel 2025 questo fondo risulta sensibilmente più elevato, principalmente per tre motivi:
• Aumento del numero di stazioni operative nella rete;
• Introduzione dei nuovi processori P5 nei ricevitori di ultima generazione;
• Miglioramento degli algoritmi di rilevazione e classificazione del software.
Questi fattori hanno portato a un incremento della sensibilità complessiva del sistema e a una maggiore capacità di rilevare gli echi più deboli.

Bibliografia

1) Peter Jenniskens et al. (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, 397-422
2) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2024): “Bollettino delle radiometeore di dicembre 2024

Bollettino di Novembre

Introduzione

Novembre è il mese delle Leonidi (LEO), ma quest’anno la rete CARMELO non ha registrato un’attività particolarmente intensa in corrispondenza del massimo previsto per lo sciame.

I dati del mese di Novembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di novembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di novembre 2025.

Le Leonidi

Nel mese di novembre il cielo torna a ospitare lo sciame delle Leonidi (LEO), associato alla cometa periodica 55P/Tempel-Tuttle e legato al suo ciclo orbitale di circa 33 anni. Ogni volta che la cometa attraversa il perielio rilascia una nuova scia di detriti, responsabili delle spettacolari “tempeste” meteoriche osservate in epoche come il 1966 o, più recentemente, il 2001.
Negli ultimi anni tuttavia il “serbatoio” di polveri che la Terra incontra a metà novembre si è progressivamente impoverito. Fino al prossimo ritorno della cometa, atteso per il 2031, lo sciame continuerà a mostrare un’attività sempre più modesta. Secondo le stime dell’International Meteor Organization (IMO), quest’anno la Terra ha incrociato due segmenti della scia del 1699 nella serata del 17 novembre, con una frequenza prevista di circa 15–20 meteore l’ora (1). Tuttavia il radiante, situato nella costellazione del Leone, si è alzato solo intorno alle 23:30 in Italia, in coincidenza del massimo atteso, impedendo quindi di rilevare un numero elevato di eventi.
I modelli indicavano anche possibili incontri con scie più antiche: quella del 1167 (prevista il 9 novembre), del 1633 (15 novembre) e un primo passaggio nella scia del 1699. Tuttavia, come spesso accade per le Leonidi in questa fase povera di materiale, le previsioni restavano accompagnate da un ampio margine d’incertezza.
L’attività osservata quest’anno dalla rete CARMELO conferma il quadro di debolezza dello sciame. Anche nelle rilevazioni visuali, come indicato dalle osservazioni del Global Meteor Network (GMN, 2), lo ZHR si è mantenuto su valori molto bassi, senza variazioni significative nei momenti in cui erano previsti i massimi.
L’unico incremento leggermente più evidente tra i rilevamenti di CARMELO si nota nella mattina del 19 novembre, attorno alla longitudine solare 236.8° (vedi fig. 2, dove è stato riportato in blu il grafico dell’altezza del radiante).
Considerata l’elevata velocità delle Leonidi, di circa 72 km/s ci si attenderebbe di rilevare echi radio con marcati echi di testa e chiari spostamenti Doppler, che sono come delle impronte caratteristiche delle meteore più rapide. Anche sotto questo aspetto, però, i dati della rete indicano una presenza molto scarsa di eventi riconducibili a meteore ad alta velocità.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 13 e il 23 novembre, in funzione della longitudine solare.

Bibliografia:
1) IMO, J. Rendtel (2025): “2025 Meteor Shower Calendar”, pag. 17
2) Global Meteor Network

Bollettino di Ottobre

Introduzione

Ottobre è il mese delle Orionidi (ORI). La rete CARMELO ha registrato un moderato aumento dell’attività meteorica tra il 21 e il 22 ottobre, e un ulteriore aumento tra il 26 e il 27 ottobre.

I dati del mese di Ottobre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di ottobre.

Fig. 1: Andamento nel mese di ottobre 2025.

Le Orionidi

Le Orionidi (ORI) sono uno sciame meteorico annuale originato dalla cometa 1P/Halley. La Terra incontra ogni anno il flusso di particelle lasciate dalla cometa lungo la sua orbita, dando origine allo sciame attivo tra inizio ottobre e i primi giorni di novembre. Il picco di attività si registra di solito intorno al 22 ottobre, con uno ZHR che può arrivare a circa 25 meteore all’ora, in condizioni favorevoli. Queste meteore sono piuttosto veloci: entrano nell’atmosfera terrestre a circa 67.5 km/s, producendo tracce rapide e sottili, a volte con meteore particolarmente luminose.
Le Orionidi hanno mostrato in passato anche episodi di incremento improvviso dell’attività (outburst). In particolare, nel 1993 si registrò un outburst inatteso nelle notti tra il 16 e il 18 ottobre, quindi qualche giorno prima del picco atteso. In quelle notti furono osservate anche meteore molto brillanti, in corrispondenza di longitudini solari intorno a 202°–205°. L’anno successivo il fenomeno non si ripeté (1).
Il radiante delle Orionidi si trova nella costellazione di Orione, vicino alla stella Betelgeuse. Questo significa che le meteore sembrano provenire da questa area del cielo. Per gli osservatori dell’emisfero settentrionale, come la rete CARMELO, il radiante sorge a tarda sera e raggiunge la massima elevazione nelle ore subito prima dell’alba. In fig.2, al tasso orario di segnali ricevuti nei giorni in cui è stato registrato un aumento del numero di meteore, compatibile con l’attività delle Orionidi, è sovrapposta una linea blu che indica l’elevazione del radiante.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 17 e il 29 ottobre, in funzione della longitudine solare.

Quest’anno, la rete CARMELO ha rilevato un aumento apprezzabile nel tasso orario di eventi rilevati tra la longitudine solare 208° e 209°, quindi tra il 21 e il 22 ottobre. Tuttavia, proprio in corrispondenza del previsto passaggio della Terra nel massimo dello sciame delle Orionidi, il 22 ottobre, il radar Graves è stato spento per circa 4 ore.
Abbiamo notato anche un ulteriore aumento tra la longitudine solare 212° e 214°, ovvero tra il 26 e il 27 ottobre (vedi sempre fig.2).

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, pag. 301-302

Bollettino di Settembre

Introduzione

A settembre l’attività meteorica rilevata dalla rete CARMELO è stata moderata e non ha permesso di evidenziare picchi di attività di determinati sciami. Abbiamo perciò scelto di sfruttare l’occasione per una riflessione ragionata sulla possibilità di valutare, almeno qualitativamente, il comportamento degli sciami meteorici a partire dai dati della rete.

I dati del mese di Settembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di settembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di settembre 2025.

Nel mese di settembre l’attività meteorica registrata dalla rete CARMELO è stata più o meno costante. Non si sono verificati picchi di attività associabili a qualche sciame in particolare.

Il comportamento degli sciami

L’osservazione delle meteore tramite radio meteor scatter in ambito amatoriale, come abbiamo già visto, soffre la grave limitazione di non poter definire le orbite. Di conseguenza è impossibile classificare le singole meteore.
All’opposto, come è noto, questo tipo di osservazione prescinde dalle condizioni meteo e dalla presenza o meno del Sole o della Luna. Può quindi essere di supporto nella valutazione, almeno qualitativa, del comportamento degli sciami. Proviamo quindi a ipotizzare un utilizzo dei dati di CARMELO con questo obiettivo.
Ipotizziamo che uno sciame meteorico, al momento della sua formazione, abbia una struttura omogenea, cioè che le particelle che lo compongono siano uniformemente distribuite all’interno del cilindro venutosi a creare dalla liberazione di materia dal corpo progenitore.
Come è noto, col passare del tempo questa omogeneità viene a perdersi a causa di alcune forze perturbanti. La più nota di queste è quella che va sotto il nome di effetto di Poynting Robertson. Questo effetto si spiega con il fatto che le particelle che vengono riscaldate dal Sole tendono a raffreddarsi riemettendo la stessa energia nell’infrarosso, in tutte le direzioni.
Prendendo in esame il comportamento medio di tutte le particelle, quindi attribuendo loro una simmetria sferica, se la particella fosse ferma, la radiazione emessa sarebbe la stessa in tutte le direzioni, con uguale quantità e uguale frequenza.
Tutte le particelle invece viaggiano nel Sistema Solare, e lo fanno a una velocità di circa 30 km/s, di conseguenza nella direzione di marcia la frequenza della radiazione emessa è più alta di quella emessa nella direzione inversa, a causa dell’effetto Doppler. (1)
Secondo la legge di Plank, la famosa legge alla base della meccanica quantistica:

Dove e è l’energia, h la costante di Plank e 𝜈 la frequenza.
L’energia rilasciata nella direzione di marcia è maggiore di quella rilasciata nella direzione opposta: ne consegue quindi che la particella subisce un’azione frenante. Tale azione frenante non sarà uguale per tutte le particelle, ma sarà proporzionale alla loro capacità di ricevere e riemettere calore e quindi, tra le altre grandezze, alla loro massa.
Più un corpo viene rallentato più la sua orbita si “stringe”, cioè gli assi dell’orbita divengono minori. Ne consegue quindi che particelle diverse vengono indotte dall’effetto Poynting Robertson a differenziare le loro orbite in ragione della loro massa (vedi fig. 2).

Fig. 2: Differenziazione delle orbite in funzione delle masse.

Lo sciame, con il passare degli anni viene a perdere sempre più la sua simmetria. Ci sono due parametri, derivati dall’osservazione visuale, che descrivono analiticamente questo fenomeno:
• La densità del flusso meteorico (meteoric flux density).
• L’indice di massa (mass index).
La densità del flusso meteorico (meteoric flux density) si indica con Q(m0) ed è definita come la quantità di meteoroidi di massa m0 nell’unità di tempo, in una unità di area perpendicolare alla direzione del moto.
Per esempio, per m0 = 10 mg potremo avere Q(m0) = 0.001 miliardesimi al metro quadro al secondo.
L’indice di massa (mass index) è l’esponente (s) in una distribuzione di potenza delle masse dei meteoroidi, un metodo per modellare il numero di meteoroidi di diverse dimensioni esistenti. La formula è:

dN/dM = N₀(M/M*)⁻ˢ

dove dN è il numero di meteoroidi in un intervallo di massa dM, N₀ è una costante, M* è una massa caratteristica e s è l’indice di massa. (2)
Nel grafico che segue è riportato il confronto tra Q(m0) ed s per uno sciame generico: sulle ascisse la longitudine solare, cioè il tempo.

Fig. 3: Confronto tra Q(m0) ed s in uno sciame generico. (2)

La differenza tra il massimo di Q(m0) e il massimo di s rappresenta il lasso di tempo che intercorre tra il massimo della densità di particelle e il massimo di particelle di maggior massa, ed è proporzionale all’età dello sciame: quanto più lo sciame è giovane, tanto più la lunghezza della freccia rossa in fig. 3 tende a zero.
A complicare le cose, occorre considerare l’inclinazione delle orbite, che cambia il modo in cui la Terra incontra lo sciame (vedi fig. 4).

Fig. 4a – Orbita a bassa inclinazione sull’eclittica.

Fig. 4b – Orbita ad alta inclinazione sull’eclittica.

Fig. 5: Confronto tra HR e durata, nel caso delle Quadrantidi.

Si tratta di uno sciame notoriamente “giovane”, ma già alla sua età uno sfasamento tra i due massimi è apprezzabile.
Ammettendo che queste considerazioni abbiano un fondamento scientifico nonostante le semplificazioni effettuate, potremmo anche spingerci a valutare un ordine di grandezza delle distanze in gioco.
Considerando che

s=v*t

e che la velocità v della Terra nel Sistema Solare è di circa 30 Km/s, in 9 ore lo spazio percorso sarà di:

s=30*9*60*60 = 972000 Km

Ovvero, lo scivolamento verso un’orbita interna da parte delle particelle più massicce ha comportato una distanza tra le orbite dell’ordine di grandezza di un milione di chilometri.
L’attendibilità del confronto che qui proponiamo andrà verificata in futuro con altri sciami.

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press
2) O. Belkovich, D. Pajovic, J M. Wislez (2005): “Basic elements of meteor stream theory”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 17 e seg.
3) O. Belkovich, Cis Verbeeck (2005): “The physics of meteoroid ablation and the formation of ionized meteor trails”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 21 e seg.

Bollettino di Agosto

Introduzione

Agosto è il mese delle Perseidi. Quest’anno, nonostante lo sciame sia come sempre molto sparso, un picco di maggiore attività meteorica è stato registrato nella notte del 13 agosto.

I dati del mese di Agosto

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di agosto.

Fig. 1: Andamento nel mese di agosto 2025.

Le Perseidi

Le Perseidi (PER) sono uno degli sciami meteorici più noti e spettacolari dell’anno, attivo dalla fine di luglio fino a quasi la fine di agosto. Il massimo di attività si registra attorno alla metà del mese di agosto, ma lo sciame si distingue per la sua durata piuttosto estesa: le meteore possono essere osservate per diverse settimane, rendendolo un fenomeno diffuso e non circoscritto a una sola notte.
Le Perseidi sono originate dai detriti lasciati dalla cometa Swift-Tuttle, che la Terra incontra ogni anno in questo periodo. Il radiante si trova nella costellazione di Perseo, da cui lo sciame prende il nome. Le meteore sono particolarmente veloci, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 61 km/s, e producono scie luminose brillanti e persistenti, spesso accompagnate da tracce di ionizzazione ben rilevabili anche tramite osservazioni radio.
Quest’anno, la rete CARMELO ha registrato la maggiore attività dello sciame nella notte del 13 agosto, per una durata di circa 5-6 ore, tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°, come in fig. 2.

Fig. 2: Massimo di attività meteorica registrato tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°.

Anche le osservazioni visuali dell’International Meteor Organization (IMO), in fig. 3, e, tramite le telecamere, del Global Meteor Network (GMN), in fig. 4, mostrano un picco di attività dello sciame in corrispondenza del 13 agosto (1), (2).

Fig. 3: Grafico dello ZHR (Zenithal Hourly Rate) registrato da IMO.

Fig. 4: Grafico del flusso di meteoroidi in atmosfera registrato dalle camere GMN.

Tornando ai nostri dati radio notiamo un aumento in corrispondenza delle ore 8-9 UT del 12 agosto, sia nel grafico della potenza ricevuta (in fig. 5) che nel grafico della durata degli echi meteorici (in fig. 6).
Sappiamo che la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi (saturazione del cilindro): quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati, tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati è anche proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.
Dato che l’energia cinetica è data da:

Ec = mv2/2

e dato che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano alla stessa velocità v, se ne deduce che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Quindi possiamo ipotizzare che in corrispondenza delle 8-9 UT del 12 agosto, alla longitudine solare 139.57° si sia misurato un aumento di energia cinetica, il che ci fa supporre che probabilmente sono entrati in atmosfera meteoroidi di massa maggiore rispetto alla media delle altre Perseidi, e con un anticipo di una trentina di ore rispetto al massimo del tasso orario.

Fig. 5: Grafico della potenza degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

Fig. 6: Grafico della durata degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

Bollettino di Luglio

Introduzione

Nella prima metà del mese di luglio l’attività meteorica è stata moderata, principalmente dominata dallo sciame meteorico delle Psi Cassiopeidi (187 PCA).

I dati del mese di Luglio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di luglio.

Fig. 1: Andamento nel mese di luglio 2025.

Le Psi Cassiopeidi

Le Psi Cassiopeidi (187 PCA) sono uno sciame meteorico attivo nella prima metà di luglio, con picco massimo attorno alla metà del mese. Si tratta di uno sciame minore, poco visibile a occhio nudo ma rilevabile tramite sistemi di osservazione radio, grazie alla velocità e alla frequenza delle meteore, specie nelle ore crepuscolari. Non è associato ad alcun corpo progenitore noto (1).
Il radiante dello sciame è localizzato nella costellazione di Cassiopea, vicino alla stella Psi Cassiopeiae, da cui prende il nome. Le Psi Cassiopeidi sono rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 58 km/s, e producono echi radio intensi e di breve durata.
Nel 2025, lo sciame delle Psi Cassiopeidi ha mostrato un’attività crescente nella prima metà del mese di luglio, e la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con il tracciamento dello sciame (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra il 4 e il 18 luglio 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Psi Cassiopeidi.

Bibliografia:
(1) Peter Jenniskens et al. (2006): Meteor showers and their parent comets. Cambridge University Press

Bollettino di Giugno

Introduzione

A giugno la rete CARMELO ha registrato un’attività meteorica in crescente intensità, e nella prima metà del mese ha rilevato un’attività compatibile con lo sciame diurno delle Arietidi (171 ARI).

I dati del mese di Giugno

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di giugno.

Fig. 1: Andamento nel mese di giugno 2025.

Le Arietidi

Le Arietidi (171 ARI) sono uno sciame meteorico attivo da metà maggio a metà giugno. Si tratta del più intenso sciame meteorico diurno (daytime shower) dell’anno: il suo massimo avviene quando il Sole è già alto nel cielo, rendendone l’osservazione visuale estremamente difficile, con meno di una meteora visibile all’ora. Le meteore delle Arietidi sono tuttavia ben rilevabili con strumentazione radio.
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Ariete, in una posizione circa 4 gradi a sud-est della stella 41 Arietis. Le meteore sono generalmente rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 42 km/s, corrispondente a una velocità media rispetto ad altri sciami, non alta (1).
Nel 2025, lo sciame delle Arietidi ha mostrato una attività crescente tra il 3 e il 13 giugno, e anche la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con un picco giornaliero dello sciame tra le 11:00 e le 12:00 UT (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra l’1 e il 15 giugno 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Arietidi.

Spegnimento del radar Graves

Dalla fig. 1 che mostra l’andamento del tasso orario di meteore rilevate dalla rete CARMELO salta all’occhio l’interruzione dell’11 giugno, tra le 7:00 UT e le 10:00 UT, ovvero tra le longitudini solari 80.28° e 80.40° (vedi fig. 3). Essa corrisponde a uno spegnimento del radar Graves in Francia, probabilmente causata da una manutenzione della stazione.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Durante lo spegnimento, durato circa tre ore, i ricevitori della rete CARMELO hanno registrato soltanto 4 eventi, tutti chiaramente identificabili come falsi positivi. In condizioni normali, nello stesso intervallo temporale, il sistema registra in media oltre 1000 eventi. Questo confronto porta a una considerazione interessante: se in assenza del segnale radar riceviamo solo 4 eventi spuri, significa che, in condizioni standard, circa il 99.6% delle registrazioni sono effettivamente meteore. Un risultato che conferma l’affidabilità del sistema di rilevamento automatico di CARMELO.

Bibliografia:

  1. 1Robert Lunsford (2025): Meteor Activity Outlook for 14-20 June 2025, eMeteorNews

Bollettino di Maggio

Introduzione

Nel mese di maggio la rete CARMELO non ha rilevato un’attività meteorica particolarmente intensa. All’inizio del mese si è verificato un picco, anche se non molto pronunciato, dello sciame delle Eta Aquaridi (ETA), nella notte tra il 5 e il 6 maggio. Segnaliamo inoltre il rilevamento di un outburst meteorico probabilmente legato alla cometa 73P/Schwassmann–Wachmann nei primi giorni di giugno.

I dati del mese di Maggio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di maggio.

Fig. 1: Andamento nel mese di maggio 2025.

Le Eta Aquaridi

Le Eta Aquaridi (ETA) sono uno sciame meteorico attivo ogni anno tra metà aprile e fine maggio, con un picco di visibilità attorno al 6 maggio. Anche se meno appariscenti rispetto a sciami più noti, le Eta Aquaridi rivestono una certa importanza particolare per la loro origine: i frammenti che le compongono provengono dalla celebre cometa di Halley, la stessa che dà origine anche alle Orionidi di ottobre (1).
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Acquario, nei pressi della stella Eta Aquarii, da cui prende il nome. Nelle nostre latitudini questo punto sorge poco prima dell’alba, intorno alle 3:30, rendendo le ultime ore della notte il momento più adatto per l’osservazione e la rilevazione. A causa della posizione bassa del radiante sull’orizzonte, il numero di meteore visibili in Italia è generalmente limitato a circa 30–40 l’ora. Nelle regioni australi, dove il radiante si alza molto di più sull’orizzonte, lo sciame offre invece uno spettacolo ben più intenso, con tassi orari allo zenit (ZHR) che possono superare le 50–60 meteore all’ora.
Le Eta Aquaridi si distinguono anche per l’alta velocità delle meteore, che possono raggiungere oltre 66 km/s. Questo rende le loro tracce nel cielo particolarmente luminose e persistenti, con scie che talvolta permangono per diversi secondi.
Nel 2025, il picco di attività dello sciame era atteso nella notte tra il 5 e il 6 maggio. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata, in particolare tra le 2:00 e le 5:00 del mattino del 6 maggio, dove il massimo conteggio è stato di 204 eventi alle 2:00 quando ancora il radiante era sotto l’orizzonte, e successivamente, nell’intorno dell’alba, si è aggirato tra i 170 e i 180 eventi, tra le longitudini solari 45.55° e 45.67°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 5 e il 6 maggio 2025, con un’attività meteorica molto moderata.

Gli outburst del 31 maggio e 1 giugno

Il 6 giugno il Central Bureau for Astronomical Telegrams ha pubblicato il CBET 5561 (2), in cui si riportano due intensi outburst meteorici potenzialmente associati allo sciame minore delle Tau Herculids (61 TAH), generato da frammenti della cometa 73P/Schwassmann–Wachmann. Le osservazioni sono state condotte dal Croatian Meteor Network, che ha evidenziato due picchi ben distinti nel tasso orario di meteore, il secondo dei quali si è concluso bruscamente intorno alle 0:00 UTC del 2 giugno (longitudine solare 70.71°).
Quando una cometa come 73P/Schwassmann–Wachmann si frammenta (come è avvenuto in modo spettacolare nel 1995, con ulteriori rotture osservate nel 2006), rilascia materiale in grandi quantità: frammenti grandi e piccoli, polveri, e meteoroidi che vengono espulsi con velocità leggermente diverse tra loro. Queste differenze di velocità iniziale, anche minime, portano col tempo i meteoroidi a distribuirsi lungo l’orbita della cometa in modo non uniforme. Questo processo si chiama espansione differenziale: le particelle più veloci si allontanano in avanti, quelle più lente restano indietro. Dopo anni o decenni, queste “nuvole” si separano, generando pacchetti o filamenti che possono intersecare l’orbita terrestre in momenti precisi, dando luogo a outburst meteorici brevi ma intensi.
Nel caso della cometa 73P, diversi studi modellistici (3) hanno previsto che i detriti espulsi nei passaggi del 1995 e del 2006 — anni chiave per i suoi eventi di disgregazione — avrebbero potuto raggiungere la Terra intorno al 2022–2025. Il comportamento osservato in questi giorni è compatibile con l’arrivo di uno di questi filamenti di meteoroidi, confermando le simulazioni.
Osservando i dati della rete CARMELO, notiamo effettivamente un aumento del numero di echi meteorici rilevati tra l’1 e il 2 giugno, seguito da un improvviso calo proprio in corrispondenza alla longitudine solare 70.71° come indicato nel CBET.
Il radiante dello sciame associato alla cometa 73P transitava in meridiano proprio attorno a mezzanotte. Questo significa che al momento del calo non si era verificata alcuna variazione significativa nella geometria di osservazione. Il brusco calo dell’attività meteorica potrebbe quindi essere imputato alla cessazione del flusso di meteoroidi.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Bibliografia:

(1) A. Egal et al. (2020): Activity of the Eta-Aquariid and Orionid meteor showers, Astronomy & Astrophysics, Vol. 640
(2) Two meteor shower outbursts with potential connection to comet 73P, Central Bureau for Astronomical Telegrams, CBET 5561
(3) A Egal et al (2023): Modelling the 2022 τ-Herculid outburst, The Astrophysical Journal, Vol. 949
(4) L. Barbieri et al. (2024): What CARMELO can observe, eMeteorNews, vol. 9, no. 4, p. 241-248

Bollettino di Aprile

Introduzione

Aprile è il primo mese primaverile a mostrare degli sciami meteorici prevalenti, come quello antico delle Liridi (LYR). Il picco di attività per il 2025 era previsto tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha osservato un’attività moderata, con un lieve aumento nella notte tra il 22 e il 23 aprile, all’orario in cui la Lira si trovava circa in meridiano.

I dati del mese di Aprile

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di aprile.

Fig. 1: Andamento nel mese di aprile 2025.

Le Liridi

Le Liridi sono uno sciame meteorico attivo ogni anno in aprile, con un picco solitamente attorno al 22 del mese. Si tratta di uno degli sciami più antichi mai osservati, e dello sciame con la più lunga documentazione storica continua, con osservazioni che risalgono almeno al 687 a.C. (1).

Il corpo progenitore è stato identificato nel XIX secolo nella cometa C/1861 G1 (Thatcher), che impiega circa 415 anni per compiere un’orbita attorno al Sole. Le meteore di questo sciame hanno come radiante la costellazione della Lira, vicino alla brillante stella Vega. Le Liridi si distinguono per la loro velocità (circa 49 km/s) e per la possibilità di produrre scie brillanti e persistenti in cielo.

Solitamente si possono vedere attorno alle 15–20 meteore all’ora, ma occasionalmente si sono registrati picchi molto più elevati, che si riteneva fossero associati alla vicinanza della cometa madre alla Terra. Tuttavia, studi condotti alla fine del XX secolo hanno smentito questa correlazione diretta e indicano che gli outburst potrebbero essere invece legati a risonanze dinamiche o a dense regioni di materiale all’interno della scia cometaria (1).

Uno degli eventi più intensi fu l’outburst del 1803, con un tasso orario stimato di circa 860, che suscitò grande interesse astronomico. Uno più recente avvenne nel 1982, quando si registrarono fino a 90 meteore/h (2).

Nel 2025 il picco delle Liridi era atteso nelle ore notturne tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata tra il 21 e il 23 aprile, con un tasso orario di rilevazioni maggiori il 23, e un picco massimo alle 01:00 UT del 23 aprile, alla longitudine solare 32.80°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 21 e il 24 aprile 2025, con picco di attività meteorica il 23 aprile alla longitudine solare 32.80°.

La lacuna delle 6

Un’anomalia ricorrente nei dati raccolti dalla rete CARMELO, già riscontrata in passato con il sistema RAMBO, è il sistematico calo di meteore registrate attorno alle ore 6 locali in primavera, proprio quando ci si attenderebbe il massimo giornaliero teorico della frequenza meteorica.

Fig. 3: Tasso orario di meteore in funzione dell’ora del giorno, in prossimità dell’equinozio di primavera, che ci si aspetterebbe di osservare.

Questo fenomeno, da noi definito “la lacuna delle 6” (vedi fig. 4), rappresenta un apparente paradosso osservativo che trova una spiegazione interessante.

Fig. 4: A sinistra, andamento del tasso orario di eventi registrato da CARMELO nell’aprile 2025, con evidente la “lacuna delle 6”; in inverno; a destra, dati raccolti in inverno.

Secondo il modello sviluppato da Giovanni Schiaparelli nel 1867 (3), la quantità di meteore osservata non è costante nel corso della giornata né dell’anno, ma segue delle variazioni regolari. Questo accade per via del movimento combinato della Terra, che ruota su sé stessa e orbita attorno al Sole. Anche se le meteore arrivassero da tutte le direzioni dello spazio in modo uniforme (cioè con una distribuzione isotropa dei radianti), l’effetto combinato tra la velocità della Terra e quella delle particelle meteoritiche crea un’illusione di concentrazione: le meteore sembrano arrivare in numero maggiore da una direzione specifica nel cielo, detta apice del moto terrestre (vedi fig.5).

Questo punto attraversa ogni giorno la volta celeste con un movimento analogo a quello del Sole e raggiunge il meridiano locale attorno alle 6 del mattino (tempo solare vero), generando così un massimo giornaliero della frequenza osservata. Simmetricamente, il minimo si verifica attorno alle 18.

Fig. 5: Rappresentazione dell’apice del moto terrestre rispetto all’eclittica e alla posizione di un osservatore sulla Terra.

Nel corso dell’anno, l’apice percorre l’eclittica, oscillando in declinazione: raggiunge valori massimi in primavera e minimi in autunno. Proprio in primavera, quindi, l’apice si trova a quote elevate (70–80° sull’orizzonte) durante il suo transito meridiano mattutino.

Fig. 6: Andamento dell’altezza del radiante sopra l’orizzonte nel corso dell’anno.

Le antenne utilizzate nella rete CARMELO sono caratterizzate da una discreta direttività, ed essendo fisse hanno un guadagno massimo concentrato in una specifica porzione di cielo. In particolare, la zona in cui l’antenna ha più guadagno nel ricevere i segnali radio riflessi dalle meteore è generalmente su declinazioni comprese tra 30° e +40° rispetto all’orizzonte. Questo comporta il fatto che le antenne della rete hanno meno sensibilità per meteore che si verificano ad altezze molto elevate nel cielo. E di conseguenza, quando l’apice del moto terrestre culmina in cielo ad alte declinazioni (vedi fig.7), come in primavera ed alle ore 6, le meteore che arrivano da quella direzione vengono intercettate con meno efficacia, con una conseguente riduzione delle rilevazioni proprio nel momento in cui, secondo la geometria, ci si attenderebbe il massimo di attività.

L’effetto risulta più evidente in primavera per due motivi principali:

  1. L’apice ha declinazioni più elevate.
  2. Il contributo meteorico è dominato dalle sporadiche, che rendono più “pulito” l’andamento sinusoidale.

Fig. 7: Posizione dell’apice del moto terrestre in primavera e in autunno.

Bibliografia:

Bollettino di Marzo

Introduzione

Marzo, come febbraio, è uno dei mesi meno attivi per quanto riguarda il passaggio di grossi sciami meteorici. In attesa del picco delle Liridi, previsto per la seconda metà di aprile, questo mese abbiamo concentrato la nostra attenzione su alcune considerazioni riguardanti il rumore radioelettrico.

I dati del mese di marzo

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di marzo.

Fig. 1: Andamento nel mese di marzo 2025.

Bollettino di Febbraio

Introduzione

Febbraio è uno dei mesi meno attivi dal punto di vista degli sciami meteorici. A differenza di gennaio, caratterizzato dal picco delle Quadrantidi, e di altri mesi con eventi più marcati, il periodo invernale centrale non presenta sciami di particolare rilievo. Tuttavia, l’osservazione radar permette di rilevare fenomeni altrimenti inosservabili, come i Daytime Showers, sciami meteorici il cui radiante è talmente vicino al Sole da non poter essere osservato con metodi ottici tradizionali. I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids (114 DXC).

I dati del mese di febbraio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di febbraio.

Fig. 1: Andamento nel mese di febbraio 2025.

I Daytime Showers

I Daytime Showers sono sciami meteorici i cui radianti si trovano molto vicini alla posizione del Sole nel cielo, rendendoli impossibili da osservare con strumenti ottici. A differenza degli sciami notturni, che presentano radianti ben visibili sopra l’orizzonte nelle ore serali o notturne, i Daytime Showers possono essere rilevati quasi esclusivamente attraverso osservazioni radar (1, 2). I loro radianti si trovano tipicamente tra i 20° e i 30° a ovest del Sole e vengono identificati grazie alle tecniche di radio-forward scatter e radar.
L’assenza di osservazioni ottiche implica che le informazioni su questi sciami sono spesso limitate. Mentre gli sciami notturni più noti, come le Perseidi o le Geminidi, hanno tassi di attività ben documentati e parametri ben definiti, molti Daytime Showers restano ancora poco studiati. Alcuni di essi mostrano attività più elevate e sono stati rilevati anche da reti di video osservazioni, mentre altri hanno un’attività così debole da rendere difficile una loro caratterizzazione precisa.
Le osservazioni radar degli ultimi decenni hanno comunque permesso di mappare i principali sciami diurni e di riconoscerne l’attività in periodi specifici dell’anno. Tra i più noti (2) vi sono quello delle Arietids (171 ARI), attivo tra maggio e giugno (3), e quello delle Sextantids (221 DSX), attivo tra settembre e ottobre. Nel periodo invernale, invece, l’attività dei Daytime Showers è generalmente più bassa, con sciami minori che mostrano un’attività difficilmente distinguibile dal rumore di fondo.
L’analisi di questi sciami è però importante per comprendere meglio la distribuzione e le caratteristiche della popolazione di meteoroidi nel Sistema Solare. Sebbene la loro attività sia spesso inferiore rispetto agli sciami principali, il loro studio permette di affinare i modelli di flusso meteorico e migliorare la nostra comprensione della dinamica delle particelle interplanetarie.

Le χ-Capricornids (114 DXC)

Le χ-Capricornids (114 DXC) sono uno sciame meteorico diurno attivo tra il 29 gennaio e il 28 febbraio, con un massimo previsto intorno al 13 febbraio alla longitudine solare 324.5° (2). Questo sciame è stato individuato grazie a osservazioni radar, poiché la vicinanza del suo radiante al Sole ne impedisce la rilevazione ottica tradizionale. L’attività dello sciame è classificata come bassa, con una distribuzione di meteoroidi caratterizzata da masse ridotte e velocità relativamente basse.
Il radiante delle χ-Capricornids sorge intorno alle 6:30 e tramonta intorno alle 14:30 (ora locale in Italia), limitando così la finestra temporale utile per la loro osservazione radar. A causa della loro bassa attività, non si registrano aumenti significativi nell’intensità dei segnali radio né variazioni rilevanti nella durata degli echi rilevati. Tuttavia, le osservazioni condotte nel corso degli anni hanno mostrato che questo sciame è compatibile con i dati raccolti, suggerendo che una frazione delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere alle χ-Capricornids.
Studi precedenti, tra cui quelli riportati da Jürgen Rendtel nel 2014 (2), indicano che la popolazione di meteoroidi appartenente alle χ-Capricornids potrebbe derivare da una sorgente progenitrice non ancora identificata con certezza. Il fatto che le meteore osservate abbiano una scarsa intensità e brevi echi radio suggerisce che i frammenti siano il risultato di un processo di erosione prolungato, piuttosto che di un evento di frammentazione recente.
I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza del χ-Capricornids. Tuttavia, l’assenza di picchi significativi di intensità del segnale e di variazioni nella durata degli echi suggerisce che lo sciame, se effettivamente il segnale è presente, sia composto prevalentemente da meteoroidi di piccola massa e bassa velocità.
In fig.2, il rettangolo grigio evidenzia la finestra di visibilità del radiante sopra l’orizzonte in Italia.
Analizzando il tasso orario di eventi e la potenza massima del segnale (Max Power), si nota un’assenza di fluttuazioni marcate attorno al massimo atteso. Questo comportamento conferma la bassa attività dello sciame, ma la compatibilità dei dati con le previsioni suggerisce comunque che una parte delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere al χ-Capricornids.

Fig. 2: Compatibilità delle osservazioni CARMELO con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids.

Il Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi, che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese, per il resto interessato solo dal passaggio di piogge minori. Il picco delle Quadrantidi si è verificato il 3 gennaio.

I dati del mese di gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2025.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, il picco massimo delle Quadrantidi era previsto il 3 gennaio alla longitudine solare 283.2°, corrispondente alle 17 UT. A quell’ora tuttavia il radiante dello sciame si trovava troppo basso sull’orizzonte per un corretto rilevamento. La rete CARMELO ha rilevato la massima attività alle 3 UT del 3 gennaio alla longitudine solare 286.6°, quando il tasso orario è stato di 224, e il radiante delle Quadrantidi era alto in cielo a Nord-Est (fig.2, con evidenziate con i tratti neri in basso le ore del giorno in cui il radiante si trovava sufficientemente in alto sopra l’orizzonte per l’osservazione).

Fig. 2: Picco di massima attività dello sciame delle Quadrantidi il 3 gennaio rilevato alla longitudine solare 282.6°, e picco atteso a 283.2° quando il radiante era troppo basso sull’orizzonte.

La composizione delle Quadrantidi

Il grafico che segue in fig.3 è un confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici nei giorni intorno al picco di attività delle Quadrantidi.

Si noti come i tre picchi del 3 e 4 gennaio nei due grafici siano molto diversi: il picco centrale, intorno alla longitudine solare 283° corrispondente alle ore 13 UT del 3 gennaio, ha echi molto più lunghi; la durata media raggiunge anche il mezzo secondo.

Fig. 3: Confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici tra l’1 e il 6 gennaio.

Questa osservazione ci dice molto sulla composizione di questo sciame. Infatti, la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi: quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati (ioni ed elettroni liberi), tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati, o densità del plasma, è proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.

Noi sappiamo che l’energia cinetica è data da: E = mv*v/2

e sappiamo che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano tutte alla stessa velocità v. Se ne deduce quindi che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Il grafico mostra quindi che lo sciame delle Quadrantidi può essere descritto come un cilindro avente all’esterno un “guscio” di meteore più piccole, e all’interno un filamento di meteore più grosse. Questa caratteristica è tipica degli sciami relativamente giovani (in tempi astronomici, ovviamente). Col trascorrere del tempo, infatti, questa composizione tende a cambiare, sia per l’effetto delle interazioni gravitazionali con i pianeti maggiori del Sistema Solare, sia per la pressione della radiazione solare che tende a spostare le particelle più massicce verso l’esterno dello sciame, generando quindi una conformazione non più simmetrica.

Da notare come nel grafico in basso in fig.3, il picco di aumento di densità verso la longitudine solare 284° (tra il 4 e il 5 gennaio) non sia un falso positivo, o un errore del sistema. Era presente anche al passaggio delle Quadrantidi nel gennaio 2023 e rilevato da CARMELO (4).

La strumentazione

La rete CARMELO è costituita da ricevitori radio SDR. In essi un microprocessore (Raspberry) svolge simultaneamente tre funzioni:
1) Pilotando un dongle, sintonizza la frequenza su cui trasmette il trasmettitore e si sintonizza come una radio, campiona il segnale radioelettrico e tramite la FFT (Fast Fourier Trasform) misura frequenza e potenza ricevuta.
2) Analizzando il dato ricevuto per ogni pacchetto, individua gli echi meteorici e scarta falsi positivi e interferenze.
3) Compila un file contenente il log dell’evento e lo spedisce ad un server.
I dati sono tutti generati da un medesimo standard, e sono pertanto omogenei e confrontabili. Un singolo ricevitore può essere assemblato con pochi dispositivi il cui costo attuale complessivo è di circa 210 euro.
Per partecipare alla rete leggi le istruzioni a questa pagina.

La rete CARMELO

La rete è attualmente composta da 14 ricevitori di cui 13 funzionanti, dislocati in Italia, Regno Unito, Croazia e USA. I ricevitori europei sono sintonizzati sulla frequenza della stazione radar Graves in Francia, pari a 143.050 MHz. Partecipano alla rete:
• Lorenzo Barbieri, Budrio (BO) ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Bologna ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Medelana (BO) ITA
• Paolo Fontana, Castenaso (BO) ITA
• Paolo Fontana, Belluno (BL) ITA
• Associazione Astrofili Pisani, Orciatico (PI) ITA
• Gruppo Astrofili Persicetani, San Giovanni in Persiceto (BO) ITA
• Roberto Nesci, Foligno (PG) ITA
• MarSEC, Marana di Crespadoro (VI) ITA
• Gruppo Astrofili Vicentini, Arcugnano (VI) ITA
• Associazione Ravennate Astrofili Rheyta, Ravenna (RA) ITA
• Akademsko Astronomsko Društvo, Rijeka CRO
• Mike German a Hayfield, Derbyshire UK
• Mike Otte, Pearl City, Illinois USA
• Yuri Malagutti, Comano (TI) CH

L’auspicio degli autori è che la rete possa espandersi sia quantitativamente che geograficamente, permettendo così la produzione di dati di miglior qualità.


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RIES – Storia di un impatto cosmico nel cuore dell’Europa

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“Mayday mayday qui JetBlue 1230!”: L’allarme Airbus tra sicurezza del volo e dati scientifici contrastanti

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Editoriale COELUM 278

Editoriale COELUM ASTRONOMIA n°278

Con l’inizio del 2026 prende avvio anche il nuovo “anno” di Coelum, che come i lettori più affezionati sanno comincia tradizionalmente con il numero di febbraio/marzo. Ci eravamo lasciati con un ampio approfondimento dedicato al progetto Lunar Gravitational Wave Antenna, una missione ambiziosa che colpisce soprattutto per la chiarezza e la linearità dell’impostazione: soluzioni essenziali che, come spesso accade, si rivelano anche particolarmente efficaci. Il contributo italiano è rilevante e Coelum continuerà a seguire da vicino l’evoluzione del progetto nei prossimi mesi.
A proposito di aggiornamenti proprio mentre leggerete queste righe, nei primi giorni di febbraio, a Reggio Emilia si svolge il congresso annuale di Geologia Planetaria: un appuntamento fondamentale per fare il punto sulle ricerche in corso e intercettare nuove linee di studio. Anche quest’anno ne trarremo spunto per selezionare i lavori più significativi e raccontarli attraverso la voce diretta dei protagonisti.

Il contributo più prezioso di questo numero è il grande lavoro di ricostruzione storica e scientifica dedicato alla supernova SN1987A, firmato da Fabio Briganti e Riccardo Mancini. Un’indagine accurata sulle fonti che si arricchisce dell’intervista a Ian Shelton, uno dei protagonisti della scoperta, e di immagini inedite, in esclusiva per Coelum, da lui stesso realizzate nei giorni cruciali del 1987. Ne emerge un racconto coinvolgente, attraversato dall’entusiasmo e dalla consapevolezza di aver assistito a un evento irripetibile.
In questo numero la sezione dedicata ai grandi telescopi è volutamente più contenuta: nuovi contributi sui grandi osservatori in costruzione stanno arrivando, ma per questa uscita abbiamo scelto di lasciare più spazio ad altre aree, in particolare a “Esplorazione” e “Astrofotografia e Tecnica”. La prima si arricchisce dell’intervista a Simonetta Di Pippo, referente nazionale per la Space Economy. A cura di Frida Paolella, l’intervista restituisce una visione concreta e positiva del futuro del settore, fondata su cooperazione internazionale e sviluppo tecnologico, un punto di vista che merita attenzione.
La sezione Astrofotografia ospita come di consueto i lavori dello ShaRA Team, ma con una novità: accanto alle immagini trovano spazio le testimonianze dirette degli autori, una sorta di guida passo passo ai processi di elaborazione, utile per comprendere le differenze tra i risultati. Scrivono per Coelum anche gli amici di AstroBoh!, protagonisti di una scoperta inattesa grazie a uno sguardo attento e allenato. I consigli e suggerimenti tecnici sono affidati a Massimo D’Apice, che presenta una nuova soluzione per l’uso dei filtri nella lotta alla dispersione atmosferica.
Ma nel numero 278 la sezione Astrofotografia segna anche il ritorno di una vecchia e graditissima conoscenza: Stefano Tognaccini, che propone l’ultima delle sue idee geniali. Una configurazione Ultra Fast, pensata per essere operativi in pochi minuti, riducendo al minimo la complessità tecnica senza rinunciare alla qualità del risultato. Un approccio che lascia più tempo all’osservazione e al piacere di vivere il cielo, prima ancora che di fotografarlo.
Si conclude in questo numero “Le mie 200 comete” di Claudio Pra, un percorso durato cinque puntate e decenni di osservazioni. Non tutte le comete hanno trovato spazio nelle singole uscite: una scelta necessaria, anche se non facile. Stiamo però già lavorando a nuove modalità per dare visibilità all’intero catalogo osservativo.
Ampio spazio, come sempre, è riservato a “Cielo e Cultura”, la sezione più ricca della rivista e forse quella che meglio rappresenta la missione di Coelum come progetto di divulgazione culturale. Oltre all’articolo dedicato alla SN1987A, troverete contributi esclusivi, tra cui l’intervista a John C. Mather, Premio Nobel per la Fisica, che racconta i nuovi progetti osservativi a cui sta collaborando, offrendo uno sguardo sugli investimenti scientifici dei prossimi anni. Per la prima volta scrive su Coelum Leandro Saracino, che ripercorre la storia delle ricerche sugli impatti lunari. Non manca uno spazio più ludico e creativo: con i LEGO, Lorenzo Montanari realizza strumenti per la divulgazione che coinvolgono bambine e bambini senza sosta.
Fotografare il cielo resta un’emozione unica. Ma secondo noi di Coelum la tecnica, per quanto raffinata, e il risultato finale dovrebbero sempre trovare il giusto equilibrio con il tempo necessario per fermarsi, alzare lo sguardo e godere delle meraviglie del cielo. Meno competizione, meno ansia da prestazione, più ascolto e consapevolezza: un approccio forse più lento, ma certamente più umano, capace di restituire all’astronomia amatoriale il suo valore più profondo.
Il resto lo lasciamo scoprire a voi.
Buona lettura.

Il cielo non cambia. Cambiamo noi, per raccontarlo meglio.

Pandora – il nuovo telescopio della NASA per esplorare atmosfere extraterrestri

La ricerca di mondi potenzialmente abitabili oltre il nostro sistema solare compie un passo significativo con il lancio del telescopio spaziale Pandora. Questa missione innovativa, guidata dalla NASA, è pensata per studiare in dettaglio le atmosfere degli esopianeti e capire meglio quali condizioni potrebbero rendere un pianeta ospitale per la vita. Pandora è un SmallSat, ovvero un satellite di piccole dimensioni ma con un obiettivo scientifico molto ambizioso: osservare i transiti di pianeti extrasolari davanti alle loro stelle e, da questi eventi, decodificare la composizione delle loro atmosfere. Durante un transito, parte della luce stellare filtra attraverso l’atmosfera del pianeta, e l’analisi di questa luce può rivelare la presenza di gas come vapore acqueo, metano, anidride carbonica o ossigeno, molecole di grande interesse per gli astrobiologi.
Tuttavia, uno dei problemi principali nella ricerca delle atmosfere dei pianeti è la variabilità delle stelle. Macchie stellari, facole e attività magnetica possono confondere le osservazioni, mascherando o simulando segnali atmosferici.

Rappresentazione artistica della missione Pandora, qui senza la copertura termica che proteggerà la sonda, mentre osserva una stella e il suo esopianeta in transito.
Crediti immagine: Goddard Space Flight Center/Conceptual Image Lab della NASA.

Pandora è progettato per monitorare simultaneamente la stella e il suo pianeta, separando i segnali luminosi per ottenere letture più affidabili.
Pandora non vuole rispondere direttamente alla domanda “c’è vita su altri pianeti?”, ma è un passo cruciale per capire dove e come cercarla. Le informazioni che fornirà contribuiranno a una migliore comprensione di quali atmosfere planetarie sono compatibili con condizioni di abitabilità, di come l’attività stellare influisce sui segnali atmosferici; quali pianeti meritano studi più approfonditi con telescopi di nuova generazione.
Il telescopio Pandora rappresenta una nuova frontiera nella caratterizzazione degli esopianeti: piccolo nel formato ma grande nel potenziale scientifico.

Integrando osservazioni multi-banda e strategie di analisi innovative, Pandora aiuta la comunità scientifica a decodificare l’universo dei pianeti extrasolari e a tracciare un percorso sempre più chiaro nella ricerca di mondi che potrebbero, un giorno, rivelarsi abitabili.

Esiste già una solida base di studi e paper scientifici che ndefiniscono obiettivi e metodologia di osservazione di Pandora. Un importante contributo scientifico è il paper “The Pandora SmallSat: Multiwavelength Characterization of Exoplanets and their Host Stars”, disponibile su arXiv e scritto da un team internazionale che include Elisa V. Quintana, Knicole D. Colón, Thomas Barclay e altri ricercatori. Questo lavoro descrive in dettaglio come Pandora sarà in grado di distinguerе il segnale della stella da quello del pianeta grazie a osservazioni multi-banda nel visibile e nel vicino infrarosso.https://arxiv.org/abs/2108.06438

Cielo del Mese di Febbraio 20206

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Febbraio 2026

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 140

Nella rubrica del mese scorso avevamo lanciato un appello ai lettori per controllare se ne propri archivi fosse presente un’immagine della galassia NGC3556 più conosciuta come Messier 108 nel periodo dal 20 novembre al 20 dicembre 2025. Un’eventuale immagine di questa galassia, in questo periodo e se abbastanza profonda come magnitudine limite, poteva contenere un’importante prediscovery della supernova SN2025ahqr. Anche gli osservatori dell’ISSP hanno effettuato questo controllo e con un certo rammarico è stata infatti trovata un’immagine del 29 novembre realizzata dall’Osservatorio di Monte Agliale con la supernova ben visibile, anche un po’ debole a mag.+18,5. Il programma automatico di controllo immagini utilizzato dagli amici di Lucca non aveva disponibile un’immagine di confronto adeguata e pertanto aveva scartato la preziosa immagine. Chi ha letto la rubrica dello scorso mese ricorderà che questa supernova era stata scoperta dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato Zwicky Transient Facility (ZTF) su un’immagine il 23 novembre con la supernova molto debole a mag.+20, ma stranamente la comunicazione fu inserita nel TNS quasi un mese dopo e precisamente il 20 dicembre. Se ZTF avesse operato in maniera normale avrebbe inserito la scoperta nel TNS il 23 novembre o al più tardi il 24 novembre e l’immagine di Monte Agliale sarebbe arrivata in ogni caso in ritardo di sei giorni, ma poiché per un motivo, che ancora oggi non ci sappiamo spiegare, la comunicazione era stata effettuata solo il 20 dicembre, l’Osservatorio di Monte Agliale aveva avuto la possibilità (servita su un piatto d’argento dal ritardo di comunicazione di ZTF) per scoprire una supernova addirittura in una galassia Messier. Sarebbe stata per la precisione l’undicesima supernova italiana di tutti i tempi scoperta in una galassia del catalogo di Messier. È inutile piangere sul latte versato, ma resta la consolazione che questa immagine è comunque molto utile per affinare i modelli evolutivi delle rare supernovae di tipo Iax e dimostra che le strategie di ricerca portate avanti dagli osservatori dell’ISSP sono adeguate e con un pizzico di fortuna in più, porteranno presto alla tanto sospirata scoperta.

Immagine di prediscovery della SN2025ahqr in M108 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale con il telescopio Newton da 51cm F.4,5 esposizione di 30 secondi.

Veniamo al nuovo anno e la prima scoperta amatoriale del 2026 è stata messa a segno dal gruppo cinese di ricerca supernovae denominato XOSS che è stato anche il più prolifico in fatto di scoperte nel 2025. In realtà questi incredibili cinesi hanno realizzato in gennaio già tre scoperte, ma soffermeremo la nostra attenzione sulla prima che si è rivelata anche la più interessante. Nella notte dell’8 gennaio i bravi astrofili cinesi hanno individuato una debole nuova stella di mag.+18,1 nella piccola galassia a spirale UGC3028 posta nella costellazione del Perseo a circa 240 milioni di anni luce di distanza, non lontana (circa 5°) dalla famosa Nebulosa California. I primi a riprendere lo spettro conferma sono stati gli astronomi cinesi del Yunnan Observatory con il Lijiang Telescope da 2,4 metri. La SN2026gm, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di Tipo Ia scoperta pochi giorni dopo l’esplosione. Nei giorni seguenti la scoperta, la luminosità del transiente dovrebbe essere aumentata fino a superare la mag.+16 intorno al 20-25 gennaio. Si tratta pertanto di un facile oggetto, visto anche la posizione periferica rispetto al centro della galassia, ma attenzione alla stella di mag.+6,2 posta a soli 5’ a Nord della galassia che potrebbe disturbare le riprese.

Immagine della SN2026gm in UGC3028 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Sempre dalla Cina è arrivata la seconda scoperta amatoriale del 2026. A realizzarla sono stati gli astrofili cinesi del Sumdo Observatory, che come avevamo visto nella precedente rubrica si sono classificati al secondo posto nel 2025 in fatto di scoperte amatoriali di supernovae. Nella notte del 10 gennaio Ziyang Mai e Bozhang Shi hanno individuato una debole stella nuova di mag.+17,94 nei pressi della piccola galassia LEDA2320905 posta nella costellazione del Bootes alla notevole distanza di circa 900 milioni di anni luce. Nei giorni seguenti la scoperta la luminosità del debole oggetto è rimasta pressoché costante, per poi calare leggermente. Ad oggi nessun osservatorio professionale ha ripreso lo spettro di conferma e pertanto al transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2026no. Vista l’enorme distanza della galassia, che ha un modulo di distanza di circa 37 e poiché le supernovae di tipo Ia raggiungono il massimo di luminosità alla magnitudine assoluta di -19 proviamo a sbilanciarci in una previsione sulla classificazione: 37-19=18 quindi possiamo ipotizzare che i bravi astrofili cinesi hanno individuato una supernova di tipo Ia proprio intorno al massimo di luminosità.

Immagine della AT2026no in LEDA2320905 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 20 immagini da 180 secondi.

Passiamo adesso alla supernova più luminosa di questo inizio 2026. Stiamo parlando della SN2026acd scoperta il 14 gennaio dal programma professionale americano di ricerca supernovae e pianetini denominato ATLAS Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System nella galassia ellittica NGC4168, posta nella costellazione della Vergine a circa 100 milioni di anni luce di distanza. Fu scoperta da Willian Herschel l’8 aprile 1784 ed è considerata una galassia Seyfert cioè con un nucleo attivo, caratterizzato dalla presenza di un massiccio buco nero al suo interno. NGC4168 è accompagnata in cielo dalla galassia a spirale NGC4165 posta a circa 190 milioni di anni luce di distanza e dalla più piccola, perché lontana, galassia ellittica NGC4164 posta a circa 800 milioni di anni luce di distanza.
Queste tre galassie formano un triangolo quasi perfetto e l’attuale supernova è posizionata proprio al centro di questo ipotetico triangolo. La supernova sembra perciò contesa dalle tre galassie, ma vista la sua notevole luminosità è chiaramente ospitata dalla galassia più vicina delle tre, appunto NGC4168. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,88 ma nei giorni seguenti è aumentata progressivamente fino a raggiungere il suo massimo alla notevole mag.+13,5 a fine gennaio. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi del Gemini Observatory in Cile, nella notte del 15 gennaio, utilizzando il grande telescopio Gemini South da 8,1 matri. La SN2026acd è una giovane supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 35 minuti.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 120 secondi.

Chiudiamo la rubrica di questo mese con una bella notizia targata ISSP appena arrivata. Nella notte del 26 gennaio il team dell’Osservatorio di Monte Baldo composto da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli hanno individuato la loro prima Nova Extragalattica del 2026, immortalando una debole stellina di mag.+19,3 nella bella galassia a spirale Messier 81. Al momento in cui scriviamo, non abbiamo dati riguardo ad ulteriori osservazioni di follow-up, né di un eventuale spettro di conferma, non facile vista la debolezza del nuovo transiente. Al nuovo transiente è stata pertanto assegnata la sigla provvisoria AT2026blf.

Immagine di scoperta della AT2026blf in M81 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 15 immagini da 180 secondi.

 

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Coelum Astronomia 278 I/2026 Digitale

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Asteroidi del mese de Febbraio 2026

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Asteroidi del mese di Febbraio 2026

(511) Davida

Davida fu scoperto da Raymond Smith Dugan il 30 maggio 1903 dall’osservatorio di Heidelberg, in Germania. Il nome è un omaggio a David Peck Todd, astronomo e professore all’Amherst College, di cui lo scopritore era stato allievo. L’uso del genere femminile fu imposto dalla ferrea consuetudine del tempo di assegnare ai pianetini nomi di donna, e per questo, Dugan fu costretto a declinare in tal modo il nome del suo mentore. Davida percorre un’orbita nella fascia principale esterna con semiasse maggiore di 3,16 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,19 e una ragguardevole inclinazione di 15,9 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 5,6 anni.

Con un diametro medio stimato intorno ai 290 km, Davida è uno dei più grandi asteroidi della fascia principale, tra il quinto e il settimo per dimensioni. È classificato come asteroide di tipo C, caratterizzato da una superficie scura composta da materiali carbonacei primitivi. Questa composizione comporta un’albedo molto bassa, che lo rende meno luminoso rispetto ad altri asteroidi di dimensioni simili, ma che presentano una natura rocciosa o metallica.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare con precisione il periodo di rotazione in 5,13 ore. Le immagini prese dai grandi telescopi a terra descrivono un corpo dalla forma irregolare, con una superficie segnata da grandi crateri da impatto.

Come e quando osservarlo

Davida sarà in opposizione il 23 Febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,6. Il suo moto sarà di 0,55 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Davida trasformarsi in una bella striscia luminosa di 22 secondi d’arco.

(11) Parthenope

Parthenope fu scoperto da Annibale de Gasparis l’11 maggio 1850 all’Osservatorio di Capodimonte a Napoli. Il nome è dedicato alla sirena Partenope, figura mitologica strettamente legata alla fondazione della città partenopea, di cui è simbolo ed eponimo. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,45 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,10 e inclinazione di 4,6 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,84 anni.

Parthenope è un grande asteroide con un diametro medio di circa 150 km. Appartiene al tipo S, il che indica una composizione prevalentemente rocciosa e una superficie dotata di un albedo moderatamente alta, tipico dei corpi della fascia interna, a differenza degli asteroidi più scuri e carbonacei diffusi nella fascia esterna.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare un periodo di rotazione di 13,72 ore, con delle variazioni che suggeriscono una forma piuttosto irregolare.

Come e quando osservarlo

Parthenope sarà in opposizione il 25 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,2. Il suo moto sarà di 0,63 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Parthenope trasformarsi in una bella striscia luminosa di 25 secondi d’arco.

(07) Iris

Iris fu scoperto da John Russell Hind il 13 agosto 1847 dall’Osservatorio di George Bishop a Londra (Regent’s Park). Il nome deriva da Iris, la dea greca dell’arcobaleno e messaggera degli dèi, incaricata di portare agli uomini gli ordini di Zeus e di Era. Iris fu il primo asteroide scoperto da Hind e il settimo in assoluto ad essere individuato. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,38 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,23 e inclinazione di 3,51 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,69 anni.

Iris è uno dei più grandi asteroidi di tipo S della fascia principale, con un diametro medio stimato di circa 200 km. La sua superficie è composta da roccia mista a metalli e presenta un’albedo molto elevata, che lo rende un oggetto eccezionalmente brillante anche in strumenti di piccolo diametro. Questa alta riflettività, unita alla vicinanza al Sole durante il perielio, fa sì che Iris possa diventare talvolta più luminoso persino di corpi assai più grandi come Vesta o Pallas.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce indica un periodo di rotazione di 7,14 ore. Le osservazioni da terra hanno rivelato una forma piuttosto schiacciata, segnata da una grande depressione, forse generata a seguito di un impatto. E’ interessante notare come lo spettro di Iris coincida con quello di uno specifico tipo di meteoriti, le condriti ordinarie di tipo L. Questa speciale similitudine suggerisce che Iris possa essere il corpo progenitore di questa classe di meteoriti, frammenti espulsi proprio da quell’antico evento collisionale, poi caduti sulla Terra.

Come e quando osservarlo

Iris sarà in opposizione il 27 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 8,9. Il suo moto sarà di 0,66 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Iris trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

 


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Le Comete del mese di Febbraio: C/2026 A1 MAPS

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XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie


Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

La “Società Italiana di Scienze Planetarie – Angioletta Coradini” (SISP-AC) è lieta di annunciare che sta organizzando la XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie. Il Congresso si svolgerà a Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE). L’organizzazione dell’evento si avvale della collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria di UNIMORE.

Il Congresso Nazionale di Scienze Planetarie è un appuntamento che, ormai da più di vent’anni, riunisce la comunità scientifica e tecnologica nazionale, impegnata in attività osservative da Terra, nella partecipazione a missioni spaziali, nelle attività di laboratorio e nella modellistica teorica.

La comunità italiana ha avuto da sempre un ruolo di protagonista nell’ambito dei grandi progetti di esplorazione del Sistema Solare, quali Cassini, Rosetta, Juice, BepiColombo. La stessa comunità è ancora oggi coinvolta nelle sfide presenti e future delle Scienze Planetarie, quali l’esplorazione della Luna, di Marte e di Mercurio, la difesa del nostro pianeta dal rischio asteroidale, lo studio dei sistemi extrasolari e la ricerca astrobiologica.

L’obiettivo del Congresso è quello di proporre annualmente un aggiornamento sullo stato della ricerca planetologica italiana e di facilitare e stimolare la comunicazione e le collaborazioni tra i ricercatori, gli enti finanziatori e l’industria.

Di particolare rilevanza è l’impegno della SISP-AC nello stimolare la partecipazione al Congresso dei giovani ricercatori (laureandi, dottorandi, postdoc, ecc.), i quali rappresentano la miglior garanzia per lo sviluppo futuro delle Scienze Planetarie. A questo scopo, oramai da diversi anni, la SISP-AC mette a disposizione un budget sostanzioso per l’emissione di grants dedicati a giovani ricercatori, che possono quindi partecipare ai lavori del Congresso senza pagare la quota di iscrizione.

Le tematiche generali del Congresso sono le più ampie possibili, allo scopo di accogliere e dare spazio alla multiforme ricchezza delle attività e degli obiettivi della comunità scientifica di riferimento:

  • Pianeti e Satelliti– Analisi dati, Analisi di Superfici, Atmosfere, Esosfere, Magnetosfere, Modellistica.
  • Piccoli Corpi– Comete e Asteroidi.
  • Dinamica dei corpi celesti naturali ed artificiali.
  • Meteore, Meteoriti e Polvere interplanetaria.
  • Planetologia sperimentale e di laboratorio– Strumentazione e Simulazioni.
  • Astrobiologia e Astrochimica.
  • Pianeti e Sistemi planetari extrasolari– Esopianeti, Esocomete, Dischi di accrescimento, Modelli di origine ed evoluzione di sistemi planetari.
  • Sviluppo di strumentazione (da spazio o da Terra) e Software.
  • Divulgazione, Didattica e Comunicazione.

Alle tematiche generali si aggiungono le sessioni Focus, volte ad approfondire tematiche specifiche, ad affrontare in modo innovativo temi trasversali, o a mettere in evidenza temi scientifici legati a nuove progettualità.

I Focus selezionati per il XXI Congresso sono:

  • Water in the inner Solar System: seasonal and climatic processes.
  • The meteorites and impactites collections in Italy.
  • Atmospheric observation and spectral modeling in Planetary Science.
  • Volatile and refractory material emissions in planetary environments: a modeling perspective.
  • Planetary Systems. Formation and evolution of debris disks along with planets.
  • Advanced image processing and Artificial Intelligence/Machine Learning (AI/ML) for planetary exploration.
  • From orbital data to scalable landing-site frameworks: integrating automated mapping, AI feature extraction, and community standards. 
  • Beyond the visible: uncovering interior composition and processes through tectonic and geodynamic lenses.

Da gennaio 2026 il programma del Congresso e gli abstracts saranno disponibili sul sito della SISP-AC ; successivi approfondimenti sui contenuti del Congresso saranno pubblicati sulla rivista COELUM nel corso del 2026.

Per ulteriori informazioni sul Congresso si consiglia di fare riferimento alla pagina web dedicata.

IL FILM dei Buchi Neri – Regia di Event Horizon Telescope

di Rocco Lico – Istituto di Radioastronomia (IRA-INAF)
Ma perché i buchi neri ci affascinano e incuriosiscono così tanto? I buchi neri sono oggetti così incredibilmente massivi da deformare lo spazio-tempo in modo estremo; per questo sono metaforicamente descritti come “buchi”. La loro forza gravitazionale è talmente intensa che persino la luce non può sfuggire dalle loro profondità, da qui il nome di “neri”. Il confine oltre il quale nessuna informazione può più raggiungere un osservatore esterno è chiamato orizzonte degli eventi. Una soglia che segna il punto di non ritorno dell’universo visibile. Come si potrebbe non rimanerne affascinati?
Non tutti i buchi neri sono uguali però. Alcuni hanno masse enormi e crescono nel cuore delle galassie, divorando gas e stelle per miliardi di anni. Questi colossi cosmici, con masse milioni o miliardi di volte superiori a quella del Sole, sono chiamati buchi neri supermassicci (SMBH, dall’inglese supermassive black holes). Tutte le galassie massicce, compresa la nostra, ne ospitano uno al loro centro. E questi SMBH non sono solo spettatori: influenzano la formazione delle stelle, la distribuzione del gas e perfino l’evoluzione dell’intera galassia.

La nostra stessa galassia, la Via Lattea, custodisce un SMBH nel suo cuore oscuro a circa 27.000 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Sagittario. Il suo nome è Sagittarius A* (SgrA*) e ha una massa di circa 4,3 milioni di Soli. La sua esistenza è stata inizialmente dedotta in modo indiretto, grazie agli effetti gravitazionali che produce sulle stelle circostanti. Le misure precise della posizione e della velocità di diverse stelle su orbite prossime al centro galattico possono infatti essere spiegate solo assumendo la presenza di un SMBH. Nel 2022, è arrivata la prima prova diretta dell’esistenza di SgrA* con la prima immagine su scala dell’orizzonte degli eventi realizzata dalla collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT).
Questo risultato ha richiesto l’utilizzo di una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo – dalle Ande cilene alle Hawaii, fino all’Antartide – che attraverso la cosiddetta tecnica dell’interferometria su lunghissima base (VLBI, dall’inglese Very Long Baseline Interferometry) ha consentito di simulare un telescopio virtuale grande quanto la Terra. Ho avuto il privilegio di partecipare in prima persona a questo progetto e a tutte le fasi di ricostruzione dell’immagine: è stato uno dei viaggi più affascinanti all’interno delle sfide scientifiche e tecnologiche più avanzate dell’astrofisica moderna. È davvero sbalorditivo osservare quali traguardi gli esseri umani possano realizzare quando collaborano in perfetta sinergia.

Posizioni dei telescopi partecipanti all’Event Horizon Telescope (EHT; mostrati in blu) e al Global mm-VLBI Array (GMVA; mostrati in giallo) durante la campagna globale VLBI del 2017. Telescopi aggiuntivi che osserveranno dal 2020 sono mostrati in azzurro; il Greenland Telescope (GLT) si è unito anche alla campagna condotta nel 2018. I telescopi pianificati che potrebbero unirsi all’EHT in futuro sono mostrati in verde.

Una “Foto” un po’ sfocata…

L’immagine sembra un po’ mossa e si distingue chiaramente una regione centrale più scura circondata da un’emissione anulare brillante e asimmetrica formata dai fotoni che, a causa della gravità estrema, seguono orbite circolari instabili, compiendo più giri attorno al buco nero prima di essere inghiottiti o di sfuggire verso l’esterno. La regione centrale più scura non rappresenta il buco nero stesso, ma la sua “ombra”, proiettata dall’orizzonte degli eventi, il cui diametro è circa 2,5 volte quello dell’orizzonte degli eventi e ci fornisce una stima della massa del buco nero, stabilendo così la scala fisica dello spazio-tempo circostante
La dimensione dell’ombra misurata di SgrA* è di circa 60 milioni di chilometri, un’estensione che rientrerebbe entro l’orbita di Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare. Facendo un rapido calcolo ci rendiamo subito conto che la luce impiega pochi minuti per fare un giro completo attorno a SgrA*. Ciò implica che, nel corso delle osservazioni EHT, che durano diverse ore, SgrA* cambia configurazione in modo continuo, su scale temporali di pochi minuti. In pratica, era come cercare di fotografare un soggetto in continuo movimento. A complicare ulteriormente la sfida si aggiunge il fatto che SgrA* si trova a circa 27000 anni luce di distanza dalla Terra. E come se non bastasse, lungo questo percorso, la radiazione attraversa il plasma interstellare che diffonde e devia parzialmente il segnale, alterandone l’aspetto apparente. Tutto ciò rende la ricostruzione dell’immagine un processo estremamente complesso, e spiega perché la “fotografia” finale possa apparire leggermente sfocata.

Questa è la prima immagine di Sgr A*, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia.

Una Questione di variabilità

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Ma come si può ottenere un’immagine statica di un oggetto che cambia continuamente aspetto? Innanzitutto, la variabilità presente nei dati osservativi non è interamente dovuta alla sorgente: una parte di essa deriva dalle fluttuazioni strumentali dei diversi radiotelescopi utilizzati. Per caratterizzare e distinguere la variabilità intrinseca di SgrA* da quella introdotta dagli strumenti, abbiamo utilizzato due sorgenti compatte e brillanti, note come NRAO530 e J1924−2914, di cui conosciamo bene sia la morfologia sia le caratteristiche di variabilità. Analizzando il loro comportamento, abbiamo potuto modellare le fluttuazioni strumentali di ciascun telescopio e successivamente sottrarle dai dati di SgrA*. In questa modo, siamo sicuri che la variabilità residua sia effettivamente intrinseca alla sorgente. Questa fase, che è stata il primo passo del complesso processo di ricostruzione dell’immagine di SgrA*, ha richiesto diversi mesi di lavoro ed è stato e il contributo di un team dedicato che ho avuto il piacere di guidare.
Per tenere conto della variabilità residua nella produzione dell’immagine “statica”, abbiamo poi adottato due approcci indipendenti. Il primo, detto full-track imaging, consiste nello scomporre l’intero set di dati in una componente media, da cui si ricava un’immagine “media”, e una componente residua variabile nel tempo, che viene modellata rispetto all’immagine di riferimento. Il secondo, noto come snapshot imaging, suddivide invece il dataset in numerosi segmenti temporali di breve durata, in ciascuno dei quali la sorgente può essere considerata statica. Viene quindi generata un’immagine per ogni segmento, e infine si ottiene l’immagine finale mediando le ricostruzioni su tutti segmenti.
Entrambi gli approcci sono stati applicati utilizzando diversi algoritmi indipendenti, ciascuno con una serie di parametri specifici. Ho coordinato uno dei gruppi coinvolti in questa fase, producendo milioni di immagini attraverso varie combinazioni di algoritmi e parametri, utilizzando supercomputer distribuiti tra Europa e Stati Uniti. Pur semplificando qui molti aspetti tecnici, il concetto fondamentale che voglio trasmettere è che l’immagine di SgrA* non rappresenta una singola ricostruzione, bensì la media di milioni di immagini, frutto di un’elaborazione complessa che condensa in un’unica visione la dinamicità di un oggetto in costante evoluzione.

Il Film di SgrA*

L’immagine statica di SgrA* rappresenta solo il punto di partenza. La fisica che governa la regione attorno a un buco nero è infatti dinamica e turbolenta, e nel caso di buchi neri di massa relativamente “bassa” come SgrA*, anche molto rapida. Per comprendere a fondo processi fondamentali come l’accrescimento di materia, l’evoluzione e il ruolo dei campi magnetici, non bastano singoli fotogrammi: servono sequenze temporali, veri e propri film ad alta risoluzione temporale.
La collaborazione EHT sta già lavorando a questa nuova generazione di osservazioni, con l’obiettivo di passare dalle immagini ai filmati dell’attività attorno al buco nero. Riuscire a riprendere SgrA* In movimento significherà vedere in diretta la fisica estrema che regola queste regioni e ci permetterà di testare la Relatività Generale in condizioni mai esplorate prima.
Per rendere possibile tutto questo, all’interno della collaborazione si stanno sviluppando nuovi algoritmi di imaging dinamico, capaci di integrare la variabilità intrinseca dei dati direttamente nel processo di ricostruzione. Queste tecniche permetteranno di seguire l’evoluzione della materia vicino all’orizzonte degli eventi e di misurare con maggiore precisione parametri fondamentali come la massa, lo spin e l’inclinazione del buco nero. Tali informazioni offriranno vincoli cruciali sui meccanismi di formazione dei buchi neri, sulla loro storia evolutiva e sul loro ruolo nell’equilibrio energetico e dinamico delle galassie.

Guadagni di ogni singola antenna della rete EHT ottenute sui due calibratori NRAO530 (indicate in blu) e J1924−2914 (in verde) attraverso il processo di auto-calibrazione. Le bande colorate indicano l’incertezza entro 1-sigma dei valori sui guadagni. Queste correzioni verranno poi applicate ai dati su SgrA* per isolare le fluttuazioni strumentali dalla variabilità intrinseca della sorgente. Maggiori informazioni su EHT Collaboration 2022, Astrophysical Journal 930, 2, L13.

 

Un Gigante Buono

Nell’immaginario collettivo, il buco nero è spesso visto come un “aspirapolvere cosmico” che inghiotte tutto ciò che gli si avvicina, un po’ come “dove passa Attila non cresce più l’erba”. In realtà, le cose sono molto diverse. SgrA*, per esempio, pur avendo una massa di oltre quattro milioni di soli, è sorprendentemente “tranquillo”. Le simulazioni numeriche basate sulle più recenti osservazioni di EHT indicano che accresce materia a un ritmo di circa 10⁻⁹ masse solari all’anno: in altre parole, impiegherebbe un miliardo di anni per accumulare una quantità di materia pari alla massa del nostro Sole. Tradotto in termini più quotidiani, allo stesso ritmo un essere umano impiegherebbe più di un miliardo di anni per mangiare una singola mandorla.
Va però ricordato che questo è il tasso di accrescimento che osserviamo oggi o, più precisamente, com’era 27000 anni fa, il tempo che la luce impiega per raggiungerci dal centro della Galassia. Esistono tuttavia evidenze osservative che indicano come in passato SgrA* sia stato molto più attivo, con tassi di accrescimento decisamente superiori. Questi risultati forniscono indizi preziosi sui diversi scenari di formazione dei buchi neri supermassicci, che includono il collasso diretto di nubi di gas o di stelle molto massicce nell’universo primordiale, la fusione di più buchi neri o lunghi periodi di accrescimento sostenuto. Ma questa, come spesso accade in astrofisica, è un’altra storia, e meriterebbe un articolo a parte.

Il centro della gigantesca galassia ellittica M87, osservato con una risoluzione spaziale che copre sei ordini di grandezza. Le osservazioni a diverse lunghezze d’onda radio, realizzate con vari interferometri, rivelano in dettaglio la struttura del getto relativistico, fino a ingrandire la regione intorno al buco nero supermassiccio ripreso dalla collaborazione EHT.
 

 

Luce dalle Tenebre

Paradossalmente, pur essendo “invisibili”, i buchi neri illuminano l’universo come se fossero dei fari cosmici. In realtà la radiazione che vediamo non proviene dall’interno dell’orizzonte degli eventi, ma è il materiale che cade verso il buco nero che si riscalda fino a miliardi di gradi, emettendo radiazione in tutte le bande dello spettro, dai raggi gamma alle onde radio.
In alcune galassie attive, come M87, di cui la collaborazione EHT ha prodotto la prima immagine in assoluto su scala dell’orizzonte degli eventi nel 2019, il buco nero lancia potenti getti di plasma relativistico che si estendono per migliaia di anni luce. Questi fenomeni sono tra le manifestazioni più energetiche dell’universo e rappresentano veri e propri laboratori naturali per studiare la fisica estrema. Ma come si formano esattamente questi colossali getti di materia ed energia? Le osservazioni e le simulazioni numeriche indicano che la loro origine è strettamente legata ai campi magnetici che permeano il gas in accrescimento. Il plasma caldo e ionizzato nel disco che circonda il buco nero genera intensi campi magnetici che, in particolari condizioni, riescono a canalizzare parte dell’energia rotazionale del buco nero o del disco stesso in due flussi opposti, proiettati lungo l’asse di rotazione. Questi flussi vengono accelerati fino a velocità prossime a quella della luce, dando origine ai cosiddetti getti relativistici.
Il materiale all’interno dei getti è estremamente energetico: gli elettroni relativistici seguono un percorso lungo le linee del campo magnetico producendo radiazione che spazia dalle onde radio fino ai raggi X, un processo noto come emissione di sincrotrone. In molti casi, i fotoni generati in questo modo possono subire un ulteriore incremento di energia urtando contro elettroni ad altissima velocità, che trasferiscono loro parte della propria energia cinetica. Questo meccanismo, detto Compton inverso, spiega le intense emissioni di raggi gamma osservate in numerose galassie attive.
La potenza di questi getti è tale da superare la luminosità combinata di tutte le stelle della galassia ospite. Quando impattano sul gas circostante, i getti possono depositare energia, riscaldare il mezzo interstellare e perfino regolare la formazione stellare: un delicato equilibrio cosmico tra distruzione e creazione. Comprendere nei dettagli i meccanismi che danno origine ai getti relativistici, e il modo in cui riescono a mantenere la loro struttura collimata e stabile per centinaia di migliaia di anni luce, rappresenta ancora oggi una delle grandi sfide dell’astrofisica moderna.
Di recente, la collaborazione EHT ha pubblicato una nuova immagine di M87* ottenuta durante la campagna osservativa del 2021. L’analisi ha rivelato una marcata variabilità nella struttura del campo magnetico rispetto alle immagini del 2017 e del 2018, oltre a segnali dell’emissione estesa del getto in prossimità della sua base, direttamente collegata all’anello luminoso che circonda il buco nero. E proprio per cercare di rispondere a questi grandi interrogativi sui getti relativistici, la collaborazione EHT sta preparando per la primavera del 2026 una campagna osservativa multi-epoca di M87 e del suo getto. L’obiettivo è realizzare una vera e propria sequenza temporale, un “film” che seguirà l’evoluzione del sistema nell’arco di circa due mesi, permettendoci di osservare in tempo reale i processi fisici che avvengono nelle regioni più estreme dell’universo.
Intanto, ogni nuova osservazione ad alta risoluzione aggiunge un tassello a questo intricato e affascinante enigma cosmico.

Luce dalle Tenebre

 

Studiare un buco nero significa esplorare i limiti della conoscenza. Lì, dove la gravità raggiunge la sua massima intensità e la curvatura dello spazio-tempo diventa estrema, la fisica classica si arresta e deve lasciare il posto a qualcosa di nuovo. Forse un giorno riusciremo a unire la relatività e la meccanica quantistica, e il mistero dei buchi neri sarà la chiave per comprendere la natura ultima dell’universo.
Fino ad allora, continueremo a guardare oltre l’orizzonte: il film dei buchi neri sta per iniziare.

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Instituto de Astrofísica de Andalucía

L’Istituto de Astrofisica de Andalucía (IAA) è uno dei centri di ricerca spagnoli appartenente al Consejo Superior de Investigación Científica (CSIC). La sua missione è approfondire la conoscenza del cosmo e renderlo fruibile dalla società tutta, mediante ricerche all’avanguardia nel campo dell’Astrofisica e delle Scienze dello spazio, la promozione dello sviluppo tecnologico, con la costruzione di nuovi strumenti, e la diffusione dei risultati scientifici presso la comunità scientifica ed il grande pubblico, con attività di comunicazione e divulgazione.
L’IAA-CSIC, fondato nel 1975, si è affermato come centro di riferimento nazionale e internazionale per la ricerca in Astrofisica, essendo oggi uno dei più grandi centri di ricerca del CSIC con più di 250 membri. Per la sua produzione scientifica, è il secondo centro spagnolo nel campo dell’Astrofisica e il settimo tra i centri CSIC di tutte le aree di ricerca.
Le linee di ricerca dell’IAA coprono tutti i principali ambiti dell’astrofisica moderna, dalla gravità quantistica al sistema solare, passando per l’evoluzione delle galassie, la cosmologia, le componenti della nostra Galassia ed i pianeti extrasolari. L’attività dell’IAA si basa sui tre pilastri fondamentali dell’Astrofisica moderna: l’osservazione dei fenomeni celesti con mezzi più sofisticati, lo sviluppo di nuova strumentazione, lo studio teorico e l’implementazione di simulazioni numeriche.

 

L’articolo è pubblicato in COELUM 277 VERSIONE CARTACEA


VII SIMPOSIO NAZIONALE DEGLI OTTICO-MECCANICI ITALIANI

Dalle radici dei Petruziani alle stelle di Collurania: sabato 24 gennaio 2026 torna l’incontro annuale dedicato all’astronomia e alla cultura scientifica, giunto alla sua settima edizione. L’evento, organizzato da Adriano Lolli, quest’anno cambia sede: il tradizionale appuntamento si svolgerà infatti a Montorio al Vomano, dopo l’edizione precedente ospitata a Roma. A condurre e coordinare gli interventi sarà Molisella Lattanzi di Coelum Astronomia.

Il programma della giornata si articolerà tra osservazione astronomica, approfondimenti tecnici e un percorso culturale che lega archeologia, storia e ricerca scientifica. La mattinata prenderà il via alle 10:30 a Montorio al Vomano, presso l’Osservatorio Astrakis, con un incontro tecnico dedicato all’“Anatomia di un osservatorio amatoriale”, focalizzato sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottate. In caso di condizioni meteorologiche favorevoli, è prevista anche l’osservazione del Sole in H-Alpha, per l’analisi della cromosfera e delle protuberanze solari.

Alle 13:00 l’attenzione si sposterà a Teramo per un itinerario culturale intitolato Viaggio nell’Antica Interamnia. Il percorso comprenderà la visita al sito preromano di Petrut, risalente all’Età del Bronzo e legato alla civiltà dei Petruziani, oltre all’Anfiteatro Romano e al Duomo. Non mancherà un omaggio a Vincenzo Cerulli, con una visita alla sua dimora storica, luogo simbolo della ricerca che portò alla scoperta dell’asteroide (704) Interamnia.

Nel pomeriggio, alle 15:00, l’appuntamento proseguirà a Collurania, presso l’Osservatorio Astronomico “Vincenzo Cerulli”, con una visita guidata tra le cupole storiche e le eccellenze dell’ottica astronomica italiana.

I lavori del VII Simposio Nazionale inizieranno alle 17:00 a Montorio al Vomano, presso il Ristorante Vomano, con una cena conviviale (quota di partecipazione: 35 euro). Dopo cena è previsto il rientro all’Osservatorio Astrakis per una sessione osservativa notturna, subordinata alle condizioni del cielo, dedicata alla cometa 3I/ATLAS, all’asteroide 16 Psyche e al pianeta Giove.

Alcune attività indicate nel programma sono facoltative e tutte le osservazioni astronomiche dipenderanno dalle condizioni meteorologiche. Il presente programma definisce l’itinerario e gli orari della giornata; nella prossima settimana sarà diffusa una locandina tecnica con il dettaglio dei relatori e l’elenco delle relazioni che animeranno il Simposio.

La partecipazione è a prenotazione obbligatoria. Per riservare il proprio posto o proporre una relazione tecnica è necessario contattare l’organizzatore all’indirizzo: lolliadriano@libero.it.

 

Einstein Telescope: Sardegna e Sassonia firmano una dichiarazione di intenti

Lunedì 12 gennaio a Roma, nella sede del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, e il Ministro della Scienza dello Stato libero della Sassonia, Sebastian Gemkow, hanno firmato una dichiarazione di intenti volta a rafforzare la collaborazione scientifica. L’obiettivo principale dell’accordo è sostenere il progetto Einstein Telescope (ET), futuro osservatorio per la ricerca di onde gravitazionali, che entrambe le regioni sono candidate a ospitare. La firma è avvenuta alla presenza del ministro Anna Maria Bernini e dei rappresentanti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e del Deutsche Zentrum für Astrophysik (DZA).

La Sardegna si candida ad accogliere l’infrastruttura nell’area di Sos Enattos, nel Nuorese, mentre la Sassonia propone un sito nella regione della Lusazia. Un terzo sito candidato si trova nell’Euregio Mosa-Reno, al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania. Attualmente la comunità scientifica sta valutando due possibili configurazioni per l’esperimento: una soluzione triangolare, con tre bracci di circa 10 chilometri da realizzare in un unico sito, oppure una configurazione composta da due interferometri a forma di elle (L), ciascuno con due bracci perpendicolari di circa 15 chilometri, da costruire in due siti distinti e geograficamente distanti.

Uno degli elementi centrali dell’accordo tra Sardegna e Sassonia è proprio il sostegno alla soluzione a “doppia L”, considerata particolarmente efficace in termini di impatto scientifico, fattibilità tecnica, efficienza dei costi e mitigazione dei rischi. Un’opzione sostenuta anche dal premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, presidente del comitato tecnico-scientifico istituito dal MUR a sostegno della candidatura italiana a ospitare ET, in un articolo pubblicato recentemente sul Tagesspiegel.

Più in dettaglio, la dichiarazione prevede l’avvio di una cooperazione scientifica strutturata tra le due regioni, con un coinvolgimento diretto delle università e degli enti di ricerca impegnati nel progetto ET (tra queste, le Università di Cagliari e Sassari, l’INFN, l’INAF, l’INGV, l’Università Tecnica di Dresda e il DZA). Tale collaborazione si concretizzerà attraverso lo sviluppo di progetti di ricerca e tecnologici congiunti, la condivisione dei dati geofisici, sismici e ambientali relativi ai due siti candidati e l’avvio di programmi formativi e post-laurea comuni nell’ambito dell’astrofisica e della fisica delle onde gravitazionali.

 

Il mondo dell’astronomia saluta il prof. Mario Rigutti, storico direttore dell’Osservatorio di Capodimonte

Mario Rigutti in una foto del 29 giugno 1979, crediti Osservatorio di Capodimonte

Ieri 12 gennaio 2026 a Firenze è scomparso il prof. Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Aveva 99 anni.

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomparsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come Professore Ordinario di Astronomia all’Università Federico II e direttore degli Osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» – commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio, Pietro Schipani – «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del Museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Instancabile divulgatore, autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti.

Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’Universo.

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo.

Socio di numerose Società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli nel 1991 e della Società Astronomica Italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di Astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese.

La comunità astronomica italiana perde oggi un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

A cura di Mauro Gargano

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio di Mario Rigutti del 1992, crediti Osservatorio di Capodimonte

 

News da Marte #43: Mars Sample Return non si farà!

Dopo anni di incertezze e sfide ingegneristiche, il sipario sembra essere calato su uno dei progetti più ambiziosi della storia dell’esplorazione spaziale: la missione Mars Sample Return (MSR). Secondo quanto riportato dai documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti e dalle analisi scientifiche, la missione che avrebbe dovuto riportare sulla Terra i primi campioni di roccia e sedimenti marziani è ufficialmente “morta” nella sua forma attuale.

Perché la missione è stata cancellata?

La causa principale della fine di MSR non è tecnologica, ma economica. Il costo stimato del programma è letteralmente esploso, passando da cifre iniziali relativamente contenute fino a raggiungere gli 11 miliardi di dollari nel 2024. Nonostante i tentativi della NASA di presentare, nel gennaio 2025, un nuovo piano più economico da circa 7 miliardi di dollari basato su architetture di atterraggio innovative (si vedano a riguardo News da Marte #36 e Coelum Astronomia n. 273), il Congresso ha deciso di non sostenere ulteriormente il programma esistente.

Il sacrificio finanziario richiesto da MSR avrebbe messo a rischio i progetti di esplorazione di Venere (due missioni già selezionate erano in stallo), di Urano (Uranus Orbiter and Probe, considerata una priorità scientifica) e altre missioni scientifiche minori. La fine di MSR ha permesso al Congresso di sbloccare fondi per un portafoglio di missioni più diversificato, includendo anche il supporto per i telescopi spaziali e la missione Dragonfly verso Titano che avrebbero altrimenti sofferto la diretta competizione per le risorse con la missione di ritorno dei campioni marziani.

Concetto originale della missione Mars Sample Return. Crediti: NASA/ESA/JPL-Caltech

Il budget totale approvato per la NASA per l’anno fiscale 2026 ammonta a circa 24.4 miliardi. Questa cifra rappresenta un compromesso raggiunto dal Congresso, che ha deciso di mantenere i finanziamenti quasi allo stesso livello dell’anno precedente respingendo la proposta iniziale dell’amministrazione Trump che prevedeva tagli drastici fino al 47%. Nel frattempo la richiesta per il budget militare è arrivata alla cifra record di 1500 miliardi, con un incremento di ben il 50%. Impossibile ignorare il fatto che questa richiesta abbia condizionato in qualche modo la disponibilità economica per i programmi scientifici, tra cui appunto MSR.

Le preziose fiale sono in un limbo

Questa decisione lascia in una situazione di incertezza il futuro del rover Perseverance. Fin dal suo arrivo su Marte nel 2021, il rover ha lavorato affiancando alle sue operazioni di analisi in situ le attività di raccolta dei carotaggi di roccia nel cratere Jezero. Tra i reperti più preziosi spicca indubbiamente il campione “Cheyava Falls”, che contiene depositi minerali chiamati “macchie di leopardo”: sulla Terra, strutture simili sono tipicamente lasciate da microbi.

Senza una missione di ritorno, questi potenziali indizi di una vita passata su Marte rimarranno depositati sulla superficie del Pianeta Rosso, in attesa di una futura (e incerta) navetta spaziale che li vada a recuperare. Fortunatamente, è improbabile che le fiale si degradino nel tempo, poiché l’ambiente marziano è estremamente freddo e secco.

Collage con le foto delle dieci fiale che Perseverance ha rilasciato al suolo tra dicembre 2022 e gennaio 2023 per la raccolta da parte di un futuro lander. NASA/JPL-Caltech

Le conseguenze internazionali e la sfida della Cina

La cancellazione avrà ripercussioni che vanno oltre i confini americani. La missione era un progetto congiunto con l’Agenzia Spaziale Europea che stava già lavorando all’Earth Return Orbiter, la sonda incaricata di “catturare” i campioni in orbita marziana. L’ESA sta ora valutando se trasformare il suo orbiter in una missione autonoma per lo studio della geologia marziana.

La cancellazione della missione si inserisce in un clima molto teso dal punto di vista geopolitico, con il governo statunitense che si è recentemente ritirato da decine di collaborazioni e trattati internazionali, senza contare ingerenze e discutibili dichiarazioni di “interesse” relativamente alla Groenlandia.

Tornando agli aspetti scientifici, gli esperti temono che questo ritiro possa segnalare una perdita di leadership nell’esplorazione spaziale degli Stati Uniti proprio mentre la Cina sta accelerando i tempi per il proprio programma di ritorno campioni da Marte. Nel caso del Paese del dragone sarà una missione di valore scientifico inferiore rispetto alle potenzialità che MSR avrebbe offerto, in quanto la qualità dei campioni sarà limitata a quanto disponibile nelle immediate vicinanze del lander. Perseverance, al contrario, ha raccolto i propri campioni percorrendo una distanza che è attualmente di ben 40 km.

Tuttavia, non tutto potrebbe essere perduto. Il Congresso non ha azzerato completamente i fondi, ma ha spostato 110 milioni di dollari in un nuovo programma denominato “Mars Future Missions”. Questi fondi sono destinati a supportare lo sviluppo di componenti vitali come radar, spettroscopia e sistemi di ingresso, discesa e atterraggio, oltre a tecnologie fondamentali per le missioni scientifiche dei prossimi dieci anni, comprese quelle verso la Luna e Marte. Questo permetterebbe alla NASA, in un futuro più favorevole dal punto di vista economico, di riavviare la missione con una strategia completamente nuova.

News da Marte #42: Venti marziani e un ipotetico visitatore interstellare

I venti su Marte soffiano molto più forte di quanto finora immaginassimo

Lo rivela un nuovo studio pubblicato l’8 ottobre su Science Advances (Dust Devil Migration Patterns Reveal Strong Near-surface Winds across Mars, Bickel et al. 2025), frutto dell’analisi di immagini raccolte nel corso di venti anni dalle sonde europee Mars Express ed ExoMars Trace Gas Orbiter (TGO).

Gli scienziati, guidati da Valentin Bickel dell’Università di Berna, hanno individuato e tracciato 1039 dust devil, i vortici di polvere che attraversano la superficie marziana come piccoli tornado. Si tratta della più vasta catalogazione mai realizzata di questi fenomeni, e per la prima volta include anche la direzione e la velocità dei loro movimenti.

Come si formano i “diavoli di polvere”

I dust devil nascono quando l’aria calda vicina al suolo sale rapidamente, incontrando strati più freddi che la fanno ruotare. Lo stesso fenomeno avviene nei deserti terrestri, ma su Marte ha effetti ben più duraturi: la sottile atmosfera e l’assenza di pioggia fanno sì che la polvere rimanga sospesa a lungo, contribuendo a modellare il clima del pianeta.

La polvere marziana, infatti, influenza la temperatura, riflettendo la luce solare di giorno e trattenendo il calore di notte. Inoltre può innescare la formazione di nubi e, nel caso delle tempeste di polvere più potenti, favorire la perdita di acqua verso lo spazio.

Una mappa dei venti di Marte

Grazie a un algoritmo di intelligenza artificiale addestrato a riconoscere i vortici nelle immagini satellitari, i ricercatori hanno analizzato migliaia di rilevazioni acquisite dai satelliti Mars Express e TGO a partire rispettivamente dal 2004 e dal 2016. Si è così scoperto che alcuni dust devil si muovono a velocità fino a 44 metri al secondo, equivalenti a 158 km/h.

Un valore sorprendente, superiore a quello previsto dai modelli climatici precedenti. Tuttavia, a causa della bassissima densità dell’atmosfera marziana, un vento del genere sarebbe ben lontano dal possedere la forza di una tempesta terrestre: si ritiene che a un astronauta, là sul suolo, sembrerebbe poco più di una brezza.

Tre diavoli di polvere fotografati da TGO l’8 novembre 2021. ESA/TGO/CaSSIS

Il nuovo catalogo globale dei dust devil consente di comprendere meglio dove e quando la polvere viene sollevata dal suolo. I vortici sono stati osservati in ogni regione del pianeta, dai crateri ai giganteschi vulcani, con una particolare concentrazione nella zona di Amazonis Planitia (in alto a sinistra nella mappa sottostante), una vasta pianura ricoperta di sabbia e polvere fine. La loro frequenza segue le stagioni marziane: sono più comuni in primavera e in estate, tra le 11:00 e le 14:00 LTST (ora solare locale), proprio come avviene nei deserti della Terra.

Mappa globale di Marte con i dust devil attivi durante primavere ed estati negli emisferi nord e sud. Le frecce indicano la direzione di spostamento nel caso sia stata rilevata; in assenza di questo dato, è indicata con un punto la sola posizione del diavolo di polvere. I quadrati bianchi sono le posizioni di rover e lander. Crediti: ExoMars TGO data: ESA/TGO/CaSSIS; Mars Express data: ESA/DLR/FU Berlin. Traduzione: Piras per Coelum

Si stima che, in media, ogni giorno su Marte si formi un dust devil per chilometro quadrato con una vita che varia da pochi minuti ad alcune ore. Pur nell’impossibilità per i due satelliti impiegati di rilevare ogni singolo diavolo di polvere sul pianeta, questo primo catalogo compie un passo importante nell’analisi statistica di tali fenomeni atmosferici e può permettere fin d’ora di migliorare i modelli del clima marziano a disposizione degli scienziati.

Oltre all’interesse scientifico, queste informazioni avranno un impatto concreto sulla pianificazione delle missioni spaziali. Conoscere la direzione e la forza dei venti aiuta a scegliere i siti di atterraggio più sicuri, a stimare quanta polvere potrebbe depositarsi sui pannelli solari di rover o lander e soppesare meglio i vantaggi offerti da sistemi di pulizia.

La prossima missione europea ExoMars che includerà il rover Rosalind Franklin,prevista attualmente per il 2030, sfrutterà le nostre attuali conoscenze sul clima marziano per evitare di atterrare durante la stagione delle tempeste globali di polvere.

Dalle imperfezioni ai dati scientifici

È interessante notare che i satelliti Mars Express e TGO non erano stati pensati per misurare i venti e i ricercatori hanno sfruttato un effetto indesiderato nelle immagini. Ogni foto è composta da acquisizioni in più canali, fino a 9 nel caso di Mars Express, ripresi con piccoli intervalli tra loro variabili tra 7 e 19 secondi. Questa tecnica di acquisizione non presenta problemi se il terreno è statico, quale è per l’appunto il principale campo d’indagine delle immagini satellitari. Ma se un oggetto si muove tra un canale e l’altro compaiono lievi “sfocature” colorate.

Immagine catturata il 3 dicembre 2021 dallo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System) a bordo di ExoMars TGO. TGO ha un ritardo di circa un secondo tra le singole immagini, acquisite in quattro canali che spaziano da 475 a 950 nm. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

Proprio analizzando questi spostamenti, il team è riuscito a calcolare la velocità dei vortici. Come spiega Bickel, “abbiamo trasformato il rumore delle immagini in dati scientifici preziosi”.

Due immagini dello strumento CaSSIS di TGO che qui, come è nel caso delle sue acquisizioni stereo (ovvero quando il satellite osserva la stessa regione da due punti distinti della sua orbita), sono spaziate temporalmente di 46 secondi. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

Il catalogo dei dust devil è già accessibile pubblicamente e verrà aggiornato man mano che arriveranno nuove immagini. Coordinando le osservazioni di più sonde, gli scienziati potranno verificare i risultati e migliorare la nostra conoscenza dei venti di Marte.

Perseverance non ha fotografato 3I/ATLAS, oppure sì?

La cometa 3I/ATLAS è il terzo oggetto noto proveniente dall’esterno del nostro Sistema Solare ad essere stato scoperto mentre attraversava i nostri dintorni spaziali. Gli astronomi hanno classificato questo corpo come interstellare a causa della forma iperbolica della sua orbita che non sembra seguire un percorso chiuso attorno al Sole. Tracciando all’indietro la traiettoria di 3I/ATLAS, risulta evidente che la cometa ha avuto origine al di fuori del nostro Sistema Solare.

La NASA, come altre agenzie spaziali, sta coordinando le attività per monitorare I3/ATLAS con i propri satelliti. Questo sforzo non è certamente agevolato dallo shutdown imposto a inizio ottobre dal governo statunitense che ha costretto al congedo forzato 15000 dipendenti NASA. Circa 3000 sono quelli che portano avanti le attività dell’agenzia, in alcuni casi inderogabili, senza le quali missioni miliardarie potrebbero essere compromesse o che assicurano la sicurezza degli astronauti nello spazio. Senza contare i preparativi per la cruciale Artemis 2 la cui prima finestra di lancio è prevista per febbraio 2026.

Tra i vari apparati che stanno tenendo d’occhio la cometa interstellare c’è anche un osservatore marziano d’eccezione: Perseverance. Il rover ha tentato in almeno due occasioni di fotografare la I3/ATLAS approfittando del massimo avvicinamento al Pianeta Rosso che è avvenuto il 3 ottobre, quando la cometa è sfilata a circa 30 milioni di km da Marte. Ma per raccontare di un grosso malinteso partiamo dal secondo tentativo di fotografare ATLAS che Perseverance ha compiuto nella notte del Sol 1643, alle ore 6:41 italiane del 4 ottobre.

L’immagine diffusa dalla NASA, senza tante spiegazioni, è questa.

Immagine della Left NavCam acquisita nel Sol 1643 (4 ottobre). Al momento nessun commento è arrivato dall’agenzia statunitense. NASA/JPL-Caltech

Moltissimi siti hanno ripreso questa immagine descrivendola come la documentazione di 3I/ATLAS da parte del rover marziano. Ma proviamo a indagare queste affermazioni.

Dallo studio della documentazione tecnica di Perseverance si scopre che le NavCam possono produrre immagini con risoluzione sino a 5120 x 3840, ma a causa di limitazioni di memoria il computer di bordo può gestire immagini solo fino a 1280 x 960 pixel. Quello che si fa per preservare la massima risoluzione disponibile è scomporre il frame originale, così come acquisito dal sensore, in un mosaico di 16 subframe. Ricomponendo l’immagine con tutti i subframe acquisiti da Perseverance si ottiene questa nuova immagine.

Composizione dell’immagine NavCam con tutti e 16 i subframe. NASA/JPL-Caltech/Piras

L’esposizione complessiva è di 52 secondi, ottenuta combinando 16 singole foto direttamente nel momento dell’acquisizione. Purtroppo si capisce ancora poco, con la corta scia che è difficile da posizionare nel cielo senza altri riferimenti.
Ci viene in aiuto un’ottima elaborazione da parte di Simeon Schmauß che ha ridotto il rumore digitale esaltando le altre debolissime stelle all’interno del campo visivo della NavCam.

NASA/JPL-Caltech/Simeon Schmauß

Al brillante alone dell’oggetto a sinistra si aggiungono altre stelle. La più brillante in alto al centro del campo è Acturus, mentre più giù si osservano la coda dell’Orsa Maggiore (si riesce persino a individuare la celeberrima coppia Mizar-Alcor).

Possiamo verificare questa visuale direttamente su Stellarium il quale, inserendo data e ora di acquisizione della foto, ci dà il responso: la scia luminosa non è stata prodotta da 3I/ATLAS ma da Fobos, la più grande delle lune marziane. La cometa è al centro del campo nella costellazione dei Cani da Caccia, non lontana da Cor Caroli, ma molto al di sotto del limite di osservabilità.

Verifica su Stellarium elaborata da Simeon Schmauß

L’angolo di puntamento e la rotazione di campo di 23° possono essere confermati in modo indipendente verificando i metadati delle foto. Si tratta di informazioni aggiuntive messe a disposizione dalla NASA che, tra i vari campi, includono anche delle sequenze di valori indicanti dove fosse puntata la camera e l’inclinazione del rover rispetto al terreno. Anche la lunghezza della scia è compatibile con un’esposizione di 52 secondi più i tempi intermedi di elaborazione interna (il rover sembra dovrebbe aver combinato 16 esposizioni da 3.28 secondi ciascuna, il massimo possibile) per un totale, dall’inizio alla fine, di circa un minuto.

Ma quindi questa cometa si vede da Marte?

Dopo aver analizzato l’immagine NavCam  e scoperto cosa sia realmente quella scia luminosa, facciamo un piccolo passo indietro. La notte è sempre quella del 4 ottobre, ma giusto qualche minuto prima.

Tra le 6:26 e le 6:36 Perseverance ha puntato verso 3I/ATLAS la Right MastCam-Z impostata a 110 mm di focale. Vengono prodotte 20 immagini da 30 secondi in cui apparentemente non si vede nulla che non sia un terribile rumore digitale.

Uno dei 20 frame acquisiti nel Sol 1643 con la Right MastCam-Z. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

Ancora una volta ci rivolgiamo a Simeon Schmauß il quale ha eseguito lo stacking delle 20 foto e un’eccellente elaborazione successiva.

NASA/JPL-Caltech/ASU/Simeon Schmauß

Tante scie stellari si accendono grazie all’elaborazione di Simeon, e c’è anche una macchia diffusa molto sospetta. Inserendo l’immagine in un software di astrometria abbiamo la conferma che ci troviamo proprio nella costellazione dei Cani da Caccia e che quella macchia è 3I/ATLAS, esattamente nella posizione prevista.

L’immagine finale con le annotazioni delle stelle visibili. NASA/JPL-Caltech/ASU/Simeon Schmauß

Un ringraziamento speciale a Simeon sia per le immagini che per lo scambio piacevole e proficuo che abbiamo avuto tramite messaggi privati su Bluesky.

3I/ATLAS vista anche dall’orbita di Marte

Il 7 ottobre l’agenzia spaziale europea ESA ha diffuso le immagini della cometa interstellare catturate tramite il satellite Trace Gas Orbiter. TGO ha impiegato lo strumento CaSSIS producendo una sequenza di immagini a partire da esposizioni di 5 secondi (se necessario cliccare per far partire la gif).

TGO osserva 3I/ATLAS il 3 ottobre. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

La dimensione del nucleo della cometa è troppo piccola per poter essere risolto dalla camera di TGO da 30 milioni di km di distanza, ciò che si vede è la brillante coma che si estende per alcune migliaia di km mentre il corpo celeste viene riscaldato dalla radiazione solare e i suoi ghiacci sublimano disperdendosi nello spazio.

Mancano ancora all’appello le immagini di Mars Express, penalizzata dal fatto che il suo massimo tempo di esposizione è di 500 ms, un decimo di TGO, e la luminosità di 3I/ATLAS è ancora troppo bassa per consentirne la rilevazione. Risulta che i due satelliti abbiano tentato anche l’osservazione spettrale con gli strumenti OMEGA e SPICAM di Mars Express e NOMAD di TGO, ma non sono stati rilasciati dettagli a riguardo. È possibile che la coma e la coda della cometa non siano abbastanza brillanti per ottenere delle rilevazioni significative.

A novembre 3I/ATLAS sarà osservata anche dalla sonda JUICE, anch’essa gestita dall’ESA. Tuttavia, vista la sua attuale vicinanza al Sole durante questo frangente del suo viaggio verso Giove, al momento sta usando l’antenna ad alto guadagno come scudo termico e le comunicazioni avvengono tramite l’antenna a basso guadagno e dal limitato data rate. Vista inoltre la sua posizione, dall’altra parte del Sistema Solare rispetto alla Terra, non avremo notizie della sua osservazione della cometa prima di febbraio dell’anno prossimo.

News da Marte #41: prove convincenti di vita su Marte

Nel pomeriggio di mercoledì 10 settembre la NASA ha indetto una conferenza stampa per riportare delle scoperte avvenute nell’ambito dell’esplorazione del Cratere Jezero da parte del rover Perseverance e documentate in un articolo appena pubblicato sulla rivista Nature (Hurowitz, J.A., Tice, M.M., Allwood, A.C. et al. Redox-driven mineral and organic associations in Jezero Crater, Mars).

Le rilevazioni del 2024

Il rover Perseverance, attivo su Marte dal 2021, sembra aver raggiunto uno degli obiettivi più ambiziosi della missione: cercare tracce di vita passata in un antico ambiente lacustre. Le nuove analisi condotte nella formazione Bright Angel, nella Neretva Vallis, hanno rivelato risultati che stimolano fortemente il dibattito scientifico.

Dopo aver individuato l’anno scorso Cheyava Falls, una roccia con macchie particolari, il rover Perseverance ha raccolto dati cruciali che sono stati poi sottoposti a un lungo processo di peer review, passaggio fondamentale che ha permesso di confermare la validità della scoperta. Un tempo scoperte simili venivano smentite, ma in questo caso i revisori hanno concordato che la scoperta della NASA è solida e potrebbe davvero rappresentare il segno più chiaro di vita mai trovato su Marte.

a – Immagine orbitale con il percorso del rover evidenziato in bianco, dalla valle Neretva fino agli affioramenti Bright Angel e Masonic Temple. I triangoli arancioni indicano i principali punti analizzati. b – Mosaico a 360° di Mastcam-Z che mostra il contatto tra la formazione chiara Bright Angel (in primo piano) e la Margin Unit (sullo sfondo). Sono indicate le aree di lavoro con i diversi target, tra cui Walhalla Glades, Cheyava Falls, Apollo Temple e il campione Sapphire Canyon. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

Le rocce esplorate sono argilliti, cioè rocce fini di origine sedimentaria, che contengono non solo carbonio organico ma anche particolari strutture mineralogiche: piccoli noduli e fronti di reazione formati da fosfati e solfuri di ferro. Minerali come la vivianite e la greigite, individuati grazie alle analisi chimiche e spettroscopiche, sono particolarmente interessanti perché sulla Terra si associano spesso a processi microbici in ambienti acquatici.

Gli strumenti impiegati

Queste osservazioni sono frutto del lavoro integrato di tre strumenti chiave del rover. Il primo è WATSON, la camera macro capace di fotografare in altissima risoluzione, che ha permesso di riconoscere le microscopiche strutture nodulari e i contrasti cromatici dei fronti di reazione, le cosiddette “macchie di leopardo” e i “semi di papavero” (leopard spots e poppy seeds in inglese)

C’è poi PIXL, lo spettrometro a fluorescenza X, che ha mappato la distribuzione chimica della roccia mostrando come ferro, fosforo e zolfo si concentrino nei noduli, confermando che si sono formati in situ a seguito di reazioni chimiche successive alla deposizione.

Sopra: immagine a colori di PIXL MCC del sito Cheyava Falls che mostra l’area scansionata e i singoli punti di analisi della fluorescenza a raggi-X, combinati per determinare la composizione chimica complessiva dell’argilla (color sabbia), dei nuclei del fronte di reazione (viola), dei noduli e dei bordi del fronte di reazione (verde). La barra di scala in basso misura 3 mm. Sotto: indice di mobilità degli elementi (τi,TiO2) per gli elementi studiati a Cheyava Falls. Questo grafico permette agli scienziati di capire quanto un certo elemento chimico si è mosso o si è concentrato rispetto alla roccia originale. Qui si evidenzia come noduli e bordi del fronte di reazione (segmento verde) e nuclei della fronte di reazione (segmento viola) mostrino arricchimenti o deplezioni rispetto alle argille circostanti.

L’ultimo strumento è SHERLOC, lo spettrometro Raman dedicato alla ricerca di molecole organiche, il quale ha individuato la banda G nei suoi spettri: un segnale caratteristico, centrato intorno a 1600 cm⁻¹, che indica la presenza di carbonio organico. La banda G è stata osservata in diversi target della formazione, in particolare ad Apollo Temple, mentre era assente in altre zone come Malgosa Crest.

A sinistra: immagine a colori ottenuta con la camera ACI di SHERLOC: si distinguono piccoli noduli formatisi all’interno della roccia stessa (autigeni) e le zone di alterazione chiamate fronti di reazione, dove i minerali sono cambiati chimicamente dopo la deposizione. Sono evidenziate anche le aree analizzate dagli strumenti SHERLOC e PIXL. A destra: spettri Raman misurati da SHERLOC su vari campioni della formazione Bright Angel. Il picco detto “banda G”, attorno a 1600 cm⁻¹, rivela la presenza di carbonio organico nei siti Walhalla Glades (blu), Cheyava Falls (rosso) e Apollo Temple (verde). Nel sito Malgosa Crest (giallo), invece, questo segnale non compare: un indizio che la distribuzione della materia organica non è uniforme. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS.

Quando parliamo di tracce organiche su Marte, uno dei segnali più cercati è la banda G rilevata dalla spettroscopia Raman. La banda G è un picco caratteristico nello spettro Raman, centrato intorno a 1600 cm⁻¹, che corrisponde alla vibrazione degli atomi di carbonio in strutture a legame sp², tipiche della grafite e di molte molecole organiche complesse.
La banda G da sola non prova l’esistenza di vita: il carbonio organico può avere origini abiotiche (sintesi chimica spontanea su Marte, apporti da meteoriti o polvere cosmica) oppure biotiche (derivanti da processi biologici). Tuttavia, il suo riscontro in associazione a minerali redox-sensibili come vivianite e greigite, e in un contesto sedimentario acquoso, aumenta l’interesse astrobiologico delle rocce della formazione Bright Angel. Sulla Terra, fenomeni simili avvengono in ambienti lacustri o marini poco ossigenati, dove la degradazione della materia organica da parte di microbi porta a riduzioni chimiche che precipitano questi minerali.

Quindi c’è stata davvero vita su Marte?

Nonostante la rilevanza di queste osservazione, gli scienziati mantengono grande prudenza: le stesse trasformazioni potrebbero anche essere spiegate da processi abiotici. Alcune reazioni puramente chimiche possono infatti ridurre il ferro e lo zolfo in condizioni compatibili con quelle presenti su Marte miliardi di anni fa. Come diceva l’indimenticato Carl Sagan «affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie».

Resta il fatto che la combinazione di materia organica, noduli mineralogici redox e contesto sedimentario acquoso configurano la formazione Bright Angel come uno dei siti più promettenti finora esplorati per indagare la questione della vita sul Pianeta Rosso.

Il lavoro del team scientifico di Perseverance ha permesso di utilizzare ogni strumento disponibile sul rover, spingendo al limite le sue capacità di analisi. Tuttavia, per determinare in modo definitivo se le “firme biologiche” trovate nelle rocce fangose siano effettivamente di origine biologica, è necessario riportare i campioni sulla Terra. Una possibile spiegazione non biologica suggerisce che i minerali come la grigite potrebbero essersi formati se la roccia fosse stata riscaldata, un processo che il rover non può confermare.

Perseverance ha già raccolto un campione da questa unità, chiamato “Sapphire Canyon”, che un giorno potrebbe essere analizzato nei laboratori terrestri. Solo studi più dettagliati, con strumentazione avanzata, potranno chiarire se le tracce trovate siano il risultato di semplici reazioni chimiche o, al contrario, il primo segnale della presenza di antichi microbi marziani.

Prelievo di Sapphire Canyon nel Sol 1215 (21 luglio 2024). NASA/JPL-Caltech/Piras
Video che documenta il prelievo del campione Sapphire Canyon. L’operazione, della durata di circa 16 minuti, viene qui mostrata due volte in sequenza

La speranza è che la comunità di ricerca, con l’accesso ai dati e, in futuro, ai campioni stessi, possa condurre esperimenti in laboratorio per replicare queste caratteristiche, sia con processi biologici che non, e svelare così il mistero. Questa ricerca continua e rappresenta solo l’ultimo tassello di un lavoro iniziato dalla NASA 30 anni fa con il piccolo rover Sojourner e che mantiene più vivo che mai l’entusiasmo per ciò che il futuro dell’esplorazione marziana ci riserverà.

L’articolo è disponibile a questo link.

News da Marte #40: le notti marziane di Perseverance tra aurore e lune brillanti

Riprendiamo due news recentemente pubblicate dalla NASA nei suoi canali d’informazione. Queste notizie riguardano alcune rilevazioni fotografiche eseguite dal rover Perseverance, il gioiello tecnologico che dal 2021 guida il programma di esplorazione del Pianeta Rosso. Tuttavia una delle pubblicazioni non è una novità assoluta, ma ne approfittiamo per espandere e analizzare ulteriormente l’argomento. Iniziamo proprio con questa prima notizia, si parte!

La prima osservazione di un’aurora marziana nello spettro visibile

I lettori e le lettrici più assidue di Coelum potrebbero ricordare un paragrafo intitolato in modo simile in News da Marte #30 o nel numero 269 della nostra rivista. Al tempo avevamo documentato la rilevazione di cui nel titolo grazie ai risultati presentati nel lavoro intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) presentato alla decima International Conference on Mars. Il 15 maggio l’articolo è stato finalmente pubblicato e grazie a questa versione estesa possiamo aggiungere alcuni elementi.

A sinistra la prima foto di un’aurora verde osservata su Marte, Sol 1094 di Mars 2020. A destra è riportata un’immagine di confronto del cielo notturno in cui il fenomeno è assente. La notte è illuminata dal satellite Deimos e dall’ancor più luminoso Fobos, fuori dall’inquadratura. Le tonalità rosse del cielo sono dovute all’abbondante polvere in sospensione nell’atmosfera. Foto eseguite con MastCam-Z. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/SSI

Il 15 marzo 2024, in seguito a un flare di intensità C4.9 originato dalla macchia solare AR3599, si è generata una potente espulsione di massa coronale che dal Sole ha viaggiato sino a Marte. Qui un’intera flotta di apparati era pronta a intercettare un fenomeno sino a quel momento solo teorizzato: l’emissione alla lunghezza d’onda di 557.7 nm, legata all’ossigeno atomico eccitato che anche sulla Terra produce il colore verde associato alle aurore.

Attraverso modelli matematici, il gruppo di lavoro guidato da Elise W. Knutsen (prima autrice dell’articolo) ha calcolato l’angolo ottimale con cui tentare l’osservazione dell’aurora dovuta alle SEP (solar energetic particle) in arrivo e massimizzare così la possibilità di rilevazione con lo spettrometro della SuperCam e le camere MastCam-Z.

La collaborazione tra team diversi è stata cruciale, garantendo l’opportunità di selezionare un fenomeno con intensità sufficiente a produrre l’emissione verde ricercata. Il Moon to Mars (M2M) Space Weather Analysis Office e il Community Coordinated Modeling Center (CCMC) hanno contribuito fornendo e analizzando in tempo reale i dati sulle eruzioni solari, producendo le simulazioni di CME (coronal mass ejection) e stimando i tempi d’impatto.

Quando è stata diramata l’allerta per la CME di metà marzo 2024 e “ne abbiamo visto l’intensità” – commenta Knutsen – “abbiamo stimato potesse generare un’aurora sufficientemente luminosa per essere rilevata dai nostri strumenti.”

Alcuni giorni dopo l’espulsione di massa coronale è giunta su Marte dove ha prodotto il fenomeno atteso e splendidamente documentato da Perseverance: un debolissimo bagliore verde presente quasi uniformemente in tutto il cielo esattamente alla lunghezza d’onda di 557.7 nm. L’arrivo della CME è stato confermato indipendentemente dagli strumenti a bordo dei satelliti MAVEN della NASA e da Mars Express dell’ESA.

“Le osservazioni dell’aurora nella luce visibile effettuate da Perseverance confermano un nuovo modo di studiare questi fenomeni, complementare a quanto possiamo osservare con i nostri orbiter marziani”, ha dichiarato Katie Stack Morgan, Project Scientist ad interim di Perseverance presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA. “Una comprensione più approfondita delle aurore e delle condizioni attorno a Marte che ne determinano la formazione è particolarmente importante mentre ci prepariamo a inviare lì, in sicurezza, degli esploratori umani”.

Questa rilevazione di successo, eseguita nel Sol 1094 della missione Mars 2020, è stata solo una di quattro complessive simili osservazioni che hanno tentato di rilevare il fenomeno dell’aurora nel cielo di Marte. Gli altri tentativi (eseguiti nei Sol 790, 900 e 1108) sono falliti ma hanno fornito dei profili di segnale medio indispensabili per discriminare l’eccesso nel canale verde dovuto all’aurora.

Profili del segnale in eccesso nel verde per tutti e quattro i tentativi di rilevamento dell’aurora. Il segnale medio in eccesso nel verde è espresso in funzione dell’angolo di elevazione. I profili Mastcam-Z e il modello sono mostrati come linee, mentre le misurazioni della radianza da parte di SuperCam sono indicate con rombi. I colori rappresentano diversi sol della missione. Solo il sol 1094 (linea verde continua) ha prodotto un rilevamento positivo. Le aree ombreggiate in verde e grigio rappresentano, rispettivamente, l’incertezza strumentale di Mastcam-Z per il miglior adattamento e l’intervallo di confidenza al 95% comprensivo delle incertezze dovute alle correzioni per la luce diffusa di Phobos. La linea tratteggiata arancione mostra il risultato di un modello di trasferimento radiativo per la riga aurorale adattato alla misurazione di SuperCam del sol 1094. (Knutsen EW, McConnochie TH, Lemmon M et al., Detection of visible-wavelength aurora on Mars. Sci Adv. 2025 May 16)

Alba marziana con Deimos e il Leone

Il rover Perseverance ci regala un’altra splendida immagine catturata prima dell’alba del Sol 1433 (1 marzo) all’ora locale 4:27. Sull’orizzonte est viene immortalata la piccola luna marziana Deimos, lunga appena 12 km e in quel momento distante circa 22000 km dal rover.

Alba marziana fotografata da Perseverance, Sol 1433. NASA/JPL-Caltech

Gli esperti elaboratori del JPL dichiarano che la foto è il risultato di 16 singole acquisizioni eseguite con la Left NavCam e combinate direttamente dal computer di bordo prima del loro invio. Per ciascuno scatto la camera di navigazione è stata impostata sul tempo massimo di acquisizione di 3.28 secondi, producendo così un’immagine che copre un intervallo complessivo di poco più di 52 secondi. Il campo inquadrato è di 90°x70°.

L’aspetto nebbioso dell’immagine è dovuto alla bassissima luminosità della scena che ha richiesto pesanti interventi di elaborazione. È presente un grande disturbo digitale legato sia al rumore elettronico del sensore che a qualche raggio cosmico che di tanto in tanto ha raggiunto il dispositivo di acquisizione. Quest’ultimo disturbo è visibile come brevi scie di pixel luminosi, non è difficile trovarne degli esempi quando si visiona l’immagine a piena risoluzione (disponibile a questo link).

Uno zoom spinto dell’immagine (reso possibile dal fatto che questa acquisizione non ha subito downscaling  ed è stata inviata alla massima risoluzione permessa dalla NavCam, 5120×3840 pixel) è in grado di rivelare dettagli aggiuntivi.

Andando a indagare nelle vicinanze di Deimos si individuano due corte scie stellari non dovute a raggi cosmici. Si tratta di Regolo e Algieba, due tra gli astri più luminosi della costellazione del Leone.

Vale la pena notare che Deimos, a differenza delle due stelle che hanno prodotto una scia di circa 0.2°, appare invece immobile. Questo è dovuto al periodo dell’orbita del satellite attorno al suo pianeta esattamente di 30,312 ore. È un tempo comparabile a quello del giorno marziano (24 ore e 39 minuti) e il risultato è che, visto da Marte, Deimos impiega circa 5,34 giorni marziani per tornare allo stesso punto nel cielo. Durante questo tempo il suo moto apparente, in direzione concorde con quello delle stelle, è estremamente lento e ciò fa sì che in lunghe esposizioni come quella qui analizzata sembri praticamente immobile.

Per questo aggiornamento da Marte è tutto, alla prossima!

News da Marte #39: il ciclo del carbonio marziano svelato da Curiosity

Grazie ai dati del rover Curiosity sono stati scoperti minerali che raccontano una storia affascinante: miliardi di anni fa su Marte era attivo un ciclo del carbonio.

È stato a lungo ritenuto che Marte possedesse un’atmosfera molto più densa di quella attuale e ricca di anidride carbonica. Le ricerche portate avanti sino a questo momento fallivano però nel trovare le evidenze fossili nelle rocce di questo composto. Lo studio pubblicato su Science il 17 aprile (Carbonates identified by the Curiosity rover indicate a carbon cycle operated on ancient Mars, Tutolo et al.) segna un punto di svolta nella comprensione della storia del clima e della geochimica del pianeta rosso.

Le tracce del passato in una roccia marziana

Se Marte avesse posseduto un’atmosfera con abbondanza di CO2, le prove sarebbero nelle rocce: l’anidride carbonica e l’acqua reagiscono e formano minerali carbonati. Le cronache delle attività dei rover marziani abbondano di rinvenimenti di questi minerali, ma sino a questo momento le rivelazioni spettrali compiute dagli orbiter e quelle in situ con gli strumenti in dotazione ai robot non avevano mai rilevato quantità di carbonati sufficienti a confermare le teorie.

Tra la fine del 2022 e l’autunno del 2023 Curiosity ha affrontato un’avanzata verso sud in direzione di Aeolis Mons che ha visto il rover risalire un centinaio di metri di quota. Durante la sua esplorazione della formazione sedimentaria denominata Mirador, Curiosity ha analizzato quattro campioni prelevati da diverse profondità con il suo strumento CheMin, in grado di identificare i minerali attraverso la diffrazione a raggi X.

Nella sua ricerca di carbonati alla base della formazione, il rover ha prelevato il primo campione il 19 ottobre 2022. Canaima, questo il suo nome, mostrava la presenza di cristalli di starkeyite.

Curiosity ha proseguito il suo spostamento entrando nella formazione geologica denominata Marker Band. In questa regione, tra i Sol 3752 e 3980 (marzo-ottobre 2023), il rover ha analizzato tre campioni: Tapo Caparo, Ubajara e Sequoia. Se tali nomi vi risultano familiari siete evidentemente assidui lettori e lettrici di questa rubrica perché in passato sono comparsi nelle pagine di News da Marte (ai relativi link potete comunque rinfrescarvi la memoria).

Foto del foro relativo al campione “Sequoia”, Sol 3980. NASA/JPL-Caltech

Ma torniamo ai nostri campioni.
In essi i ricercatori hanno individuato abbondanza di siderite (FeCO₃), un minerale carbonatico ferroso presente in concentrazioni fino al 10% in peso rispetto alla roccia. È la prima volta che questo tipo di carbonato viene trovato in quantità così elevate su Marte, e prima d’ora la sua rilevazione così abbondante era sfuggita alle osservazioni orbitali perché ricoperta superficialmente da differenti minerali.

(A) Colonna stratigrafica che mostra le altezze e le interpretazioni sedimentologiche della sezione verticale di 89 m attraversata dal rover. I gruppi, formazioni e membri rappresentano le unità sedimentarie, con stili di tratteggio indicanti la litologia. I cerchi neri segnano i luoghi di campionamento: CA (Canaima), TC (Tapo Caparo), UB (Ubajara) e SQ (Sequoia). Le linee verticali spesse segnano le elevazioni dove sono stati rilevati minerali di Mg-solfato (linea continua) e siderite (linea tratteggiata). (B) Mosaico di immagini ottiche orbitali del cratere Gale, con il percorso del rover Curiosity (linea bianca) su Mt. Sharp. I confini dei membri corrispondono alla sezione in (A). I punti di osservazione ChemCam sono riportati come cerchi colorati, indicanti la differenza rispetto alla composizione media del letto roccioso Chenapau. Tutolo et al.(2025)

Cosa racconta la siderite?

La siderite si forma in ambienti poveri d’acqua ma ricchi di anidride carbonica e con condizioni chimiche riducenti, cioè in assenza di ossigeno. Le analisi suggeriscono che questi carbonati si sono depositati attraverso l’evaporazione di acque sotterranee, in una fase in cui l’ambiente era abbastanza alcalino da permetterne la precipitazione.

Questa scoperta dimostra che, miliardi di anni fa, su Marte esistevano fluidi che reagivano con le rocce del sottosuolo in modo simile a quanto avviene sulla Terra. Ma soprattutto, la presenza di questi minerali implica che una parte dell’atmosfera marziana fu sequestrata nelle rocce attraverso reazioni chimiche.
Le stime, basate su analisi spettrografiche orbitali, ipotizzano che i carbonati abbiano trattenuto tra 0,01 e 1 bar di anidride carbonica.

(A) I dati di diffrazione a raggi X ottenuti dallo strumento CheMin per tre campioni marziani. I picchi indicano la presenza di minerali specifici, come siderite, gesso, pirosseno e altri. (B) I diagrammi a torta mostrano le percentuali dei minerali (e delle componenti amorfe) presenti nei campioni Tapo Caparo, Ubajara e Sequoia. La quantità di siderite è evidenziata in ciascuno. (C) Il diagramma triangolare confronta la composizione dei carbonati trovati nei campioni con quella di carbonati già noti da meteoriti marziani e da Comanche, un sito precedentemente studiato nel cratere Gusev. Tutolo et al.(2025)

Nelle descrizioni dei ricercatori, miliardi di anni fa il pianeta rosso era molto diverso da Marte come lo conosciamo ora. L’attuale atmosfera contiene soli 6 mbar di CO2, ma in passato si stima che le sole eruzioni vulcaniche possano averne fornito sino a 10 bar. Anche tenendo conto del gas disperso nello spazio (circa 3 bar) ci sarebbe comunque stata sufficiente pressione affinché l’acqua potesse essere presente stabilmente allo stato liquido.

Un ciclo del carbonio marziano

Ma la storia non finisce qui. I ricercatori hanno anche identificato minerali come ematite, goethite e akaganeite che, detto in termini estremamente specialistici, sono derivati dalla diagenesi della siderite in condizioni ossidanti.
Per i non specialisti: con diagenesi si intendono i processi che trasformano i sedimenti in rocce compatte successivamente alla loro deposizione.

Questo indica che una parte del carbonio, inizialmente intrappolata nei carbonati, fu successivamente rilasciata nell’atmosfera marziana chiudendo così un ciclo del carbonio parzialmente simile a quello terrestre.

Lo schema illustra il ciclo del carbonio proposto per l’antico Marte. L’evaporazione delle acque sotterranee porta inizialmente alla formazione di siderite, che intrappola CO₂ atmosferica. Con l’aumento dell’evaporazione si depositano solfati di calcio e magnesio. I sedimenti trasportati dal vento fanno salire nel tempo la zona di evaporazione. In una fase successiva, fluidi poveri di siderite infiltrano i sedimenti, distruggendo parte della siderite formata e liberando nuovamente CO₂ nell’atmosfera. Tutolo et al.(2025)

Implicazioni globali

Anche se queste scoperte provengono da un’unica area del cratere Gale, i ricercatori ipotizzano che sedimenti simili possano essere presenti in molte altre regioni del pianeta. Se confermata, la presenza diffusa di siderite potrebbe significare che Marte ha sequestrato (e in parte rilasciato) quantità di CO₂ comparabili a quelle dell’atmosfera odierna del pianeta, offrendo nuove chiavi di lettura sulla sua evoluzione climatica.

“Perforare la superficie stratificata marziana è come sfogliare un libro di storia” ha enfatizzato il ricercatore Thomas Bristow, coautore dello studio. “Bastano pochi centimetri di profondità per darci un’ottima idea dei minerali che si sono formati sulla superficie o nelle sue immediate vicinanze circa 3,5 miliardi di anni fa.”

Questa scoperta rafforza l’idea che Marte non sia sempre stato il deserto gelido che conosciamo oggi. La sua storia geologica rivela un mondo dinamico, con acqua liquida, reazioni chimiche attive e un’atmosfera capace di trasformarsi. E chissà: dove c’è un ciclo del carbonio, potrebbe esserci stata anche una nicchia abitabile.

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News da Marte #38 – Curiosity trova lunghissime molecole organiche

Bentornati su Marte!
Il rover Curiosity della NASA ha colpito ancora. Stavolta (o per meglio dire nel 2013), frugando tra le polveri di un antico lago marziano, ha scovato le più grandi molecole organiche mai trovate sul Pianeta Rosso. La scoperta è stata pubblicata lunedì 24 marzo sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e alimenta l’ipotesi che la chimica prebiotica su Marte possa essere stata più complessa di quanto immaginassimo.

Grandi molecole, domande ancora più grandi

Gli scienziati hanno analizzato un campione di roccia chiamato Cumberland e prelevato nel 2013 da Curiosity nella zona di Yellowknife Bay, all’interno del cratere Gale. A distanza di anni nuove analisi hanno rivelato la presenza di decano, undecano e dodecano, catene molecolari costituite rispettivamente da 10, 11 e 12 atomi di carbonio. Questi composti sembrano essere frammenti di acidi grassi, molecole fondamentali sulla Terra per la costruzione delle membrane cellulari. Questo però non implica necessariamente un’origine biologica: gli acidi grassi possono anche formarsi senza la presenza di vita, grazie a reazioni chimiche come quelle che avvengono nelle bocche idrotermali.

Il rover Curiosity della NASA ha perforato questa roccia, chiamata “Cumberland”, durante il 279° giorno marziano (o sol) della sua missione su Marte, il 19 maggio 2013, raccogliendo un campione di polvere dall’interno della roccia. Situata nella regione di Yellowknife Bay, all’interno del cratere Gale, questa zona era un tempo il fondo di un antico lago, offrendo condizioni ideali per la conservazione di molecole organiche. Le analisi successive hanno rivelato la presenza di composti organici complessi, tra cui decano, undecano e dodecano, le molecole organiche più grandi mai scoperte su Marte. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Un passo avanti verso la vita?

La cosa esaltante è che finora su Marte erano stati individuati solo composti organici piuttosto semplici. Questi nuovi ritrovamenti dimostrano che la chimica organica su Marte potrebbe essersi spinta più in là, forse fino a livelli compatibili con l’origine della vita. Inoltre, la scoperta dà una speranza concreta di trovare anche quelle molecole biologiche che possono essere considerate vere “firme” della vita passata, le cosiddette biosignature.

Questa grafica mostra le molecole organiche a catena lunga decano, undecano e dodecano. Si tratta delle molecole organiche più grandi scoperte su Marte fino a oggi. Crediti: NASA/Dan Gallagher

La ricerca fornisce un’altra buona notizia, ovvero che questi composti hanno resistito per miliardi di anni nonostante le difficili condizioni marziane. Significa che, se su Marte è mai esistita la vita, potremmo ancora avere una chance di trovarne le tracce.

Il fascino di Yellowknife Bay

La zona di Yellowknife Bay era risultata già molto interessante per gli scienziati. Si tratta di un’area che un tempo ospitava un lago, offrendo le condizioni ideali per preservare molecole organiche nel fango sedimentario. Le analisi precedenti su Cumberland avevano già rivelato un mix di argille (formatesi in acqua), zolfo (perfetto per conservare le molecole organiche), nitrati (importanti per la vita sulla Terra) e perfino metano con un tipo di carbonio che sulla Terra è associato ai processi biologici. Insomma, se dovessimo scegliere un posto su Marte dove un giorno scovare prove di vita passata, Yellowknife Bay sarebbe un candidato ideale.

Un aspetto esplorato dagli autori dello studio è la possibilità di trovare catene organiche ancora più lunghe di 13 atomi di carbonio. Questo rappresenterebbe una prova estremamente potente che potrebbe persino escludere per questi composti l’origine non biologica in quanto tali processi tipicamente generano catene più corte di 12 atomi. Purtroppo gli strumenti in possesso di Curiosity, in particolare il Sample Analysis at Mars (SAM) impiegato per queste analisi, non sono ottimizzati per rilevare moleecole più lunghe di quelle già individuate.

La scoperta del rover non fa che confermare l’importante di portare sulla Terra campioni marziani, per analizzarli con strumenti avanzati impossibili da spedire sul Pianeta Rosso. Non a caso NASA e ESA stanno lavorando a Mars Sample Return, la missione di recupero dei materiali raccolti da Perseverance che mira a risolvere una volta per tutte il mistero della vita su Marte.

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News da Marte #37: nubi crepuscolari e nuovi crateri

Le attività di ricerca svolte sul Pianeta Rosso non riguardano solo le prove che possano indicare l’esistenza di una passata vita batterica marziana. Ci sono anche tanti altri aspetti affascinanti che vengono indagati, come l’atmosfera e l’interno del pianeta come testimoniano due recenti ricerche: il primo analizzato è stato analizzato dal rover Curiosity e il secondo dal lander Insight con un aiuto…dall’alto.

Nubi crepuscolari nel video di Curiosity

Non è la prima volta che il rover Curiosity osserva il fenomeno delle nubi crepuscolari (chiamate anche nottilucenti) nel cielo di Marte. Un esempio a riguardo si trova in questa stessa rubrica nell’uscita di marzo del 2023.

La rilevazione più recente risale a meno di un mese fa, il 17 gennaio, quando la Left MastCam ha immortalato in 33 fotogrammi il transito ad alta quota di questa particolare formazione nuvolosa. La ripresa è durata circa 16 minuti e le immagini sono state acquisite a intervalli di 30 secondi.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/SSI

Nel video, ricomposto dagli specialisti del JPL e proposto velocizzato di 480 volte, si notano le nuvole transitare nella parte alta del fotogramma. Le nubi crepuscolari su Marte sono costituite da cristalli di anidride carbonica che, alle gelide temperature presenti a 60/80 km di quota, forma del ghiaccio. L’aggettivo “crepuscolare” fa riferimento al fatto che questo tipo di nube è troppo evanescente per essere visibile di giorno, e così la sua osservazione è possibile solo a ridosso dell’alba o del tramonto quando al suolo è buio ma gli alti strati dell’atmosfera vengono raggiunti dalla luce del Sole. A temperature superiori e quote leggermente inferiori, attorno ai 50 km, anche il debole vapore acqueo in atmosfera ghiaccia. Questo seconda tipologia di nubi si manifesta come pennacchi bianchi, anch’essi visibili nel video di Curiosity: sono le debolissime formazioni che compaiono nella parte inferiore dell’inquadratura e che si muovono in direzione opposta alle nubi crepuscolari.

Un secondo dettaglio del video riguarda non tanto il soggetto dell’acquisizione ma la visuale che risulta parzialmente oscurata da un cerchio. Non è un errore di elaborazione ma il modo con cui i tecnici di Curiosity stanno affrontando il problema alla ruota portafiltri della Left MastCam. Potreste ricordare da un vecchio articolo (News da Marte #23) che, dall’autunno 2023, la visuale della camera grandangolare del rover è parzialmente oscurata a causa della ruota che è rimasta bloccata a metà del filtro RGB. Questo intoppo sta tutt’ora privando il rover di oltre metà del campo permesso dalla camera a 34 mm oltre che della possibilità di eseguire osservazioni in alcune bande spettrali d’interesse per i geologi.
In ogni caso, per non sprecare bit nella trasmissione delle immagini dalla superficie di Marte verso la Terra, la porzione nera nella parte destra del frame viene esclusa già in fase di acquisizione. È una procedura di crop dell’area utile del sensore, ben familiare a chi si occupa di acquisizione di immagini planetarie al telescopio.

Entità del problema alla ruota portafiltri della Left MastCam di Curiosity, Sol 3998. NASA/JPL-Caltech

Un nuovo cratere ci aiuta a capire l’interno di Marte

Le rilevazioni del sismometro di InSight, il lander della NASA con cui si sono persi i contatti il 15 dicembre 2022, continua a produrre nuova scienza. In un articolo pubblicato il 3 febbraio sulla rivista Geophysical Research Letters si descrivono i dettagli relativi alla correlazione tra un cratere individuato dal Mars Reconnaissance Orbiter e una scossa rilevata da InSight.

Immagine del cratere acquisita dalla camera HiRise di MRO il 4 marzo 2021. NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Non solo i terremoti, ma anche gli impatti meteorici di significativa potenza, producono un concerto di onde sismiche che si propagano nella crosta e nel mantello dei pianeti rocciosi. L’analisi spettrale di queste onde e i differenti tempi di propagazione in base alle loro frequenze permette di approssimare un modello dell’interno del pianeta.

Proprio il cratere in oggetto, largo 21.5 metri e individuato a 1640 km da InSight nella regione di Cerberus Fossae, ha fornito spunti interessanti ai ricercatori. Nonostante la notevole distanza, le onde sismiche sono stato rilevate dal sismometro del lander con livelli di intensità significativi. Tali livelli non sarebbero stati possibili se le onde avessero viaggiato prevalentemente in superficie, in quanto la crosta marziana agisce come uno smorzatore. La spiegazione è che le vibrazioni abbiano quindi preso una via differente penetrando attraverso il mantello di Marte e trasmettendosi così sino alla posizione di InSight. Attraverso quella che i ricercatori hanno definito “autostrada sismica” le vibrazioni causate dagli eventi di impatto riescono a insinuarsi nell’interno del pianeta e propagarsi più facilmente di quanto sinora stimato.

Tra gli strumenti che negli ultimi anni stanno aiutando i ricercatori a individuare nuove caratteristiche su Marte, che siano crateri o diavoli di polvere, ci sono gli algoritmi di intelligenza artificiale. Dal 2021 il lavoro di analisi di centinaia di migliaia di immagini, pesante ed estremamente lento, è supportato da tecniche di machine learning che riescono a filtrare le acquisizioni eseguite dai satelliti in orbita marziana. L’analisi di una singola immagine della Context Camera (che possiamo vedere come la camera grandangolare di MRO), che richiedeva sino a 40 minuti di lavoro da parte di un operatore umano, adesso viene eseguita in meno di 5 secondi da un supercalcolatore. Anche il cratere individuato nella regione di Cerberus Fossae è stato scoperto nelle immagini grazie a questo nuovo strumento di elaborazione: un primo filtraggio ha rilevato 123 crateri recenti e un’analisi successiva a ridotto a 49 i potenziali match con i dati di InSight. L’intervento umano finale da parte di sismologi e ricercatori coinvolti nella stesura del paper scientifico ha poi individuato il cratere di interesse permettendo le successive analisi.

Anche per questo aggiornamento è tutto! Continuate a seguire News da Marte e Bentornati su Marte, la rubrica ospitata sulla rivista Coelum Astronomia che ogni due mesi va nel dettaglio delle scoperte e delle notizie più interessanti relative al Pianeta Rosso.

News da Marte #36: due opzioni per Mars Sample Return

Bentornati su Marte! Nella serata italiana di martedì 7 gennaio la NASA ha annunciato un’importante revisione del programma Mars Sample Return, destinato a riportare sulla Terra campioni raccolti dal rover Perseverance. Con un focus su costi, complessità e tempistiche, l’agenzia spaziale americana sta valutando due nuove opzioni per semplificare e accelerare il progetto.

Il contesto della missione

Dal 2021, il rover Perseverance sta esplorando il cratere Jezero su Marte. Fino ad oggi, il rover ha raccolto 28 campioni sigillati in tubi di titanio, rappresentativi di rocce, regolite e atmosfera. L’obiettivo del programma è recuperare questi campioni e riportarli sulla Terra per analisi che potrebbero rivoluzionare la comprensione del Pianeta Rosso e della sua evoluzione geologica.

Collage con le foto delle dieci fiale che Perseverance ha rilasciato al suolo tra dicembre 2022 e gennaio 2023 per la raccolta da parte di un futuro lander. NASA/JPL-Caltech

Tuttavia, il progetto originale, che prevedeva l’uso di diverse missioni e un approccio molto complesso, ha incontrato ostacoli significativi che abbiamo raccontato in numerosi appuntamenti di questa rubrica. I costi stimati avevano superato gli 11 miliardi di dollari e la data prevista per il recupero era slittata fino al 2040.

Nuova strategia: riduzione dei costi e maggiore efficienza

Nel briefing Bill Nelson, amministratore della NASA, ha spiegato come sia stato necessario “staccare la spina” al progetto originale e ripensare l’architettura della missione. Da aprile 2024 il team ha lavorato su due approcci principali:

  • Utilizzo della “Sky Crane”
    Questa opzione si basa sulla tecnologia già impiegata con successo per l’atterraggio dei rover Curiosity e Perseverance. Il sistema prevede l’uso di un lander dotato di un braccio robotico per trasferire i campioni su un veicolo di ascesa marziano (Mars Ascent Vehicle), che li trasporterà nell’orbita di Marte. Da lì, un orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea, li raccoglierà e li riporterà sulla Terra. Questa opzione offre un costo stimato di 6,6-7,7 miliardi di dollari e riduce la complessità del sistema.
Rappresentazione della Sky Crane in azione mentre depone Perseverance sul suolo marziano. NASA/JPL-Caltech
  • Coinvolgimento di partner commerciali
    L’altra opzione esplora l’uso di un grande lander commerciale fornito da aziende come SpaceX o Blue Origin. Questo approccio mira a sfruttare le capacità di carico elevate offerte dai veicoli commerciali. I costi stimati vanno dai 5,8 ai 7,1 miliardi di dollari.

Un focus su semplicità e rapidità

Indipendentemente dall’opzione scelta, il nuovo approccio mira a ridurre la complessità della missione e i rischi associati. È stato confermato un ruolo prioritario per il braccio robotico di Perseverance al fine di trasferire o comunque avvicinare i campioni direttamente al lander, riducendo la necessità di componenti aggiuntivi. A riguardo sembra accantonata l’idea di ricorrere a due piccoli elicotteri, sviluppati sul progetto di Ingenuity e dotati di un piccolo braccio robotico, per recuperare le dieci fiale rilasciate dal rover due anni fa.
Tra le innovazioni chiave discusse c’è l’introduzione di un sistema di alimentazione a radioisotopi che sostituiranno i pannelli solari, garantendo operatività anche durante le stagioni di tempeste di polvere marziane. A livello di trasferimento orbitale è stato poi scartata l’idea di un passaggio intermedio nell’orbita cis-lunare, che avrebbe comportato costi e complessità aggiuntivi, preferendo il ritorno diretto verso la Terra.

La NASA prevede di scegliere definitivamente l’architettura della missione entro la metà del 2026. Le prime missioni di lancio potrebbero avvenire già nel 2030 (orbiter di ritorno) e nel 2031 (lander e sistema di ascesa). Questo permetterebbe di recuperare i campioni entro la metà degli anni 2030, in anticipo rispetto alle previsioni più recenti piano originale. L’amministratore Nelson evidenzia che già a partire dal 2025 sarà necessario uno stanziamento di almeno 300 milioni di dollari da parte del Congresso per evitare ulteriori ritardi.

Concorrenza internazionale: la pressione della Cina

Un tema cruciale emerso durante il briefing è la competizione con la Cina, che ha annunciato piani per una propria missione di ritorno di campioni marziani entro la fine del decennio. Sebbene la NASA sottolinei la superiorità scientifica del proprio approccio, la pressione per accelerare il progetto è evidente. “Non possiamo lasciare che il primo ritorno di campioni avvenga su una navicella cinese” ha dichiarato Nelson, evidenziando l’importanza scientifica e politica del programma.

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News da Marte #35

Bentornati su Marte! Questo nuovo aggiornamento dal Pianeta Rosso è interamente dedicato un rapporto preliminare presentato dalla NASA che fa luce sulla dinamica dell’incidente fatale che ha messo fine ai quasi 1000 giorni di operazioni di volo dell’elicotterino Ingenuity. Si parte!

L’ultimo volo di Ingenuity

È passato quasi un anno dal 18 gennaio 2024, il giorno in cui l’elicottero Ingenuity eseguì il suo ultimo volo. Si trattò della sua 72esima attività, programmata dagli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory con lo scopo di confermare la posizione dell’elicottero che nel precedente volo si era, diciamo così, smarrito. Il volo 71 era stato interrotto bruscamente con un atterraggio di emergenza perché, dopo 35 secondi dal decollo, il sistema di navigazione ottica non riusciva più a calcolare lo spostamento rispetto al terreno a causa dell’assenza di dettagli al suolo. Per verificare con precisione la posizione di atterraggio di Ingenuity viene così programmata una breve attività aerea della durata di 32 secondi.

Come detto, l’elicottero si trovava a operare in una zona con un suolo privo di caratteristiche superficiali significative e con in più la presenza di importanti variazioni nel livello del terreno a causa delle dune di sabbia. Un ambiente estremamente diverso da quello che aveva ospitato i primi 5 voli di test di Ingenuity, pianeggiante e ricco di piccoli sassi.

La programmazione del volo 72 consisteva in una rapida ascesa alla quota di 12 metri, lo stazionamento di alcuni secondi per catturare le immagini aeree e l’inizio della discesa 19 secondi dopo il decollo. Al 32esimo secondo, ad atterraggio quasi completato, la telemetria però si interruppe improvvisamente. Nei giorni che seguirono la NASA riuscì a riprendere contatto con l’elicottero e scattare alcune foto che documentavano lo stato dell’apparato: con grande delusione si scoprì che le punte delle quattro eliche erano spezzate. Terminava così la missione di esplorazione di Ingenuity.

Ingenuity sulla destra dell’immagine, adagiato su un crinale sabbioso. Sul lato opposto una delle sue eliche, scagliata a 15 metri di distanza. NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/CNRS

Cos’è successo quel giorno

Ci aiuta a ricostruire i fatti un’indagine dell’incidente, la prima a riguardare un velivolo su un altro pianeta. L’ha eseguita dalla NASA in collaborazione con AeroVironment, la compagnia che ha collaborato alla progettazione di Ingenuity. Il dettagliato rapporto sull’incidente sarà rilasciato nelle prossime settimane ma una news pubblicata dall’agenzia spaziale statunitense l’11 dicembre ci dà una prima interessante panoramica.

La catena di eventi che ha portato al danneggiamento dell’elicottero inizia probabilmente dal problema con il sistema di navigazione, basato sulla camera in bianco e nero puntata verso il basso, che non è riuscito a tracciare lo spostamento di Ingenuity nel corso del volo. Combinando l’informazione dell’altitudine con lo spostamento relativo dei sassi che riusciva a individuare, il sistema calcolava lo spostamento reale dell’elicottero e ne permetteva anche la stabilizzazione.

I dati di volo inviati da Ingenuity mostrano che dopo 20 secondi dal decollo l’apparato non riusciva più a trovare dei punti di riferimento e questo potrebbe aver causato una decisa deriva nello spostamento laterale mentre l’elicottero stava ancora discendendo al suolo.

Infografica con la sequenza dell’incidente occorso a Ingenuity. NASA/JPL-Caltech, traduzione Piras

Lo scenario più plausibile suggerisce un impatto violento sulla duna che combinato con la traslazione orizzontale ha portato Ingenuity a inclinarsi su un lato. Le eliche in rapidissima rotazione avrebbero quindi toccato il terreno spezzandosi tutte e quattro nel punto strutturalmente più fragile (a circa un terzo della loro lunghezza a partire dalla punta). Le eliche in queste condizioni, molto sbilanciate, avrebbero indotto forti vibrazioni nel sistema a doppio rotore comportando il distacco completo di una delle quattro eliche che è stata così scagliata a circa 15 metri di distanza. Durante questa sequenza di eventi un eccessivo assorbimento di corrente ha probabilmente portato al riavvio del computer di bordo e con esso alla perdita delle comunicazioni e delle immagini acquisite sino a quel momento.

NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/Piras
Uno dei fotogrammi acquisiti da Ingenuity nel Sol 1059 (11 febbraio) durante le fasi di indagine sull’incidente. L’ombra delle due eliche mostra chiaramente le punte spezzate. NASA/JPL-Caltech

Ingenuity non vola più ma lavora ancora da terra

Evidentemente impossibilitato nel proseguire le sue attività aeree, alcuni mesi fa l’elicotterino è stato riprogrammato dai tecnici NASA per svolgere dei compiti di monitoraggio meteorologico. Nel dare aggiornamenti sull’indagine relativa all’incidente di Ingenuity è stato anche rivelato che i contatti radio con il rover Perseverance stanno proseguendo al ritmo di circa uno alla settimana, il che permette di scaricare dati meteo e di avionica (non è chiaro in cosa consistano). Ogni minima informazione sarà preziosa per lo sviluppo dei futuri esploratori aerei che voleranno nei cieli di Marte, il primo dei quali potrebbe essere Mars Chopper. Si tratterà di un apparato con sei motori quasi 20 volte più pesante di Ingenuity (quindi oltre 35 kg!) pensato per eseguire voli giornalieri di 3 chilometri trasportando un carico scientifico significativo.

Rendering del futuro Mars Chopper. NASA/JPL-Caltech

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News da Marte #34

Siamo di nuovo sul Pianeta Rosso! In queste ultime settimane Perseverance ha proseguito il suo spostamento verso ovest che stiamo documentando ormai da fine settembre. Tra spettacolari panorami e un insolito campo di candide rocce, vediamo quali sono state le sue attività più recenti. Partiamo!

Un panorama per la missione

Riguardo appunto alle immagini, un nuovo mosaico è stato recentemente diffuso nei canali NASA e in un colpo solo ci permette di osservare quasi tutte le regioni di Marte che Perseverance ha attraversato nei suoi anni sul Pianeta Rosso. Quest’ultima non è un’iperbole perché, grazie alle annotazioni, siamo in grado di individuare persino il sito di atterraggio dove il 18 febbraio 2021 il rover toccò la polvere marziana per la prima volta.

Panorama composto da 44 immagini acquisite il 27 settembre (Sol 1282) che spazia per decine di km. NASA/JPL-Caltech
Piccolissimo ritaglio di una porzione dell’immagine. Al centro, distante 8.7 km, c’è persino il sito di atterraggio di Mars 2020. NASA/JPL-Caltech

In questa immagine, e più precisamente la versione annotata con quasi 50 punti di interesse, riconosciamo alcune delle caratteristiche che ci hanno accompagnato in questi anni in cui abbiamo affiancato il rover nel corso della sua esplorazione di Marte. Per esempio la piana sopraelevata Kodiak, vista da vicino nell’aprile 2021, l’affioramento roccioso Enchanted Lake toccato nell’aprile 2022, o la regione di South Seitah sorvolata a 12 metri di altezza dall’elicottero Ingenuity il 5 agosto 2021.

Il panorama a piena risoluzione è grande 164 MB ma vale la pena perdersi al suo interno, lo trovate sul sito della NASA a questo link.

Nuove rocce a Pico Turquino

Sembra di  aver fatto un viaggio nel tempo, ma torniamo ora a cronache ben più recenti.

Per esempio alla foto di una roccia osservata nel Sol 1302 (18 ottobre) a cui viene assegnato il nome Observation Rock. Ci troviamo nella località Curtis Ridge, circa 200 metri a nord-est della posizione attuale individuata dalla mappa sottostante. Pico Turquino è invece il nome della più ampia regione in cui il rover sta transitando.

Mappa aggiornata al 13 novembre (Sol 1326). NASA/JPL-Caltech
Immagine di Observation Rock nell’elaborazione prodotta dagli esperti grafici. NASA/JPL-Caltech

Le tonalità apparentemente anomale sono dovute all’elaborazione, finalizzata ad aumentare il contrasto ed esaltare le deboli variazioni cromatiche. Insomma, non si tratta affatto di “rocce blu” scoperte da Perseverance come titolato in modo decisamente improprio da alcune testate qualche settimana fa riguardo a simili immagini marziane.

Strani ciottoli chiari

Dieci giorni dopo la ripresa di Observation Rock, e a meno di 80 metri di distanza in linea d’aria, Perseverance si trova impegnato in nuovi rilievi fotografici: alla base dell’area sopraelevata denominata Mist Park le camere del rover inquadrano un campo di sassi brillanti il cui colore molto chiaro risalta rispetto al rosso della polvere marziana e degli altri massi.

Non è la prima volta che queste regioni mostrano di ospitare delle rocce particolari, oseremmo dire fuori posto rispetto al resto delle caratteristiche geologiche. E questo è un piccolo mistero per gli scienziati.

Campo di rocce chiare catturato dalla Right NavCam nel Sol 1311 (27 ottobre)

Sulla Terra siamo abituati alla diversità geologica perché questa è perfettamente giustificata dai complessi processi indotti dall’attività tettonica, che “mescolando” i materiali che costituiscono la crosta sono in grado di produrre minerali dall’ampia varietà chimica e cromatica. Ma su Marte, con tettonica a placche fondamentalmente inesistente e una chimica della crosta dominata dal basalto, abbondano minerali scuri come olivina e pirosseni mentre i materiali chiari sono estremamente più rari.

Panoramica della regione di Mist Park. Left MastCam-Z, Sol 1311. NASA/JPL-Caltech/Piras

Questa chicca inattesa ha portato gli scienziati a richiedere al rover ulteriori investigazioni fotografiche (la cosiddetta remote science) con i filtri spettrali delle MastCam-Z e con il laser vaporizzatore della SuperCam. Purtroppo la scienza di prossimità non è stata possibile perché i sassolini sono troppo piccoli per essere ispezionati in sicurezza dagli strumenti montati sopra il braccio robotico di Perseverance. L’auspicio è che rocce più grandi ma con analoga composizione saranno trovate più avanti lungo il tragitto programmato così da poter procedere con analisi di maggior dettaglio anche del loro interno.

Un secondo mistero legato a queste rocce riguarda le modalità con cui sono arrivate qui venendo sparpagliate in un’area di soli pochi metri quadrati. Anche in questo caso, come per recenti ritrovamenti fuori posto, una delle ipotesi è che questi sassi siano arrivati qui per rotolamento da regioni a maggior altitudine esposte a un materiale bianco di qualche tipo. Un’altra possibile spiegazione è che siano ciò che resta di un’erosione che ha interessato una vena rocciosa, con i materiali più deboli che sarebbero stati dissolti portando alla luce queste rocce più solide.

Dettaglio su alcune delle rocce di Mist Park fotografate con la MastCam-Z di sinistra impostata a 110 mm di focale. NASA/JPL-Caltech/Piras

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News da Marte #33

Facciamo di nuovo tappa sul Pianeta Rosso con nuove notizie sui rover Perseverance e Curiosity. Si parte!

Terreno scivoloso

Nel Sol 1285 (30 settembre) Perseverance è impegnato ad aggirare un promontorio e sta cercando una via verso ovest dopo la faticosa ascesa raccontata in News da Marte #32. I piloti della NASA programmano il rover per una salita ma qualcosa sembra non vada per il verso giusto. La telemetria e le foto scattate dalle camere di navigazione tracciano un quadro chiaro dimostrando che il nostro robot non sia riuscito a completare il percorso previsto e che abbia slittato alcune volte durante i tentativi di avanzamento. Queste perdite di trazione sono visibili nella mappa dello spostamento come delle apparenti lievi correzioni di rotta.

Le due tracce gialle mostrano il percorso di Perseverance nei Sol 1285 e 1286 (rispettivamente la porzione a destra e a sinistra). NASA/JPL-Caltech

La sabbia di questa regione dimostra delle proprietà particolari e si comporta in modo imprevisto, quasi come se fosse umida. Incastrandosi tra le righe trasversali del battistrada delle ruote genera un corpo compatto che slitta al suolo rallentando l’avanzamento del rover.
La soluzione più semplice sarebbe stata quella di prendere atto delle complicazioni, fare “inversione” e cercare un’altra strada. Ma questo avrebbe voluto dire allungare i tempi di spostamento e rinunciare a degli obiettivi scientifici che il team di geologi aveva evidentemente molto a cuore.

Quindi i piloti non si sono persi d’animo ed escogitano una soluzione brillante che consiste nel far procedere Perseverance…in retromarcia. Possiamo ipotizzare che si sia trattato di un discorso di bilanciamento, sfruttando magari il peso del generatore a radioisotopi (45 kg) che in questa inedita configurazione di spostamento si trovava quindi a generare una significativa leva sulle ruote posizionate più in alto. Sta di fatto che la mossa, eseguita nel Sol 1288, ha successo e permette al rover di risalire il crinale quanto basta prima di compiere una rotazione su sé stesso e proseguire verso ovest in assetto più convenzionale.

Sol 1287, dettaglio della ruota posteriore destra di Perseverance. La sabbia si è compattata in mezzo agli inserti in titanio del battistrada, compromettendo la trazione. Anche le tracce delle ruote sono estremamente confuse rispetto a quelle molto precise a cui siamo abituati. NASA/JPL-Caltech/Piras
Sol 1288, la ripresa con la Left NavCam mostra la parte posteriore del rover. Alle sue spalle mancano le consuete tracce nella sabbia o almeno i segni di una rotazione sul posto, a dimostrazione che Perseverance ha percorso questo tratto in retromarcia. NASA/JPL-Caltech/Piras
Foto del Sol 1288. Con la freccia gialla è indicata la posizione da cui l’immagine è stata acquisita al termine della giornata di spostamenti. In evidenza anche (marcato con la freccia rossa) lo stesso dettaglio nella sabbia con riferimento sia alla foto che alla mappa. Quello è presumibilmente il punto da cui Perseverance ha iniziato lo spostamento in retromarcia. NASA/JPL-Caltech/Piras

La Terra e Fobos osservati da Curiosity

Non è raro che i rover marziani vengano usati per fotografare il cielo del Pianeta Rosso. Questo avviene spesso di giorno per misurare il tau (il tasso di oscuramento legato alle polveri, rilevato quasi quotidianamente) o riprendere i transiti dei due satelliti di fronte al disco solare.

L’ultima osservazione di questo tipo risale al 30 settembre ad opera di Perseverance che ha ripreso un passaggio della luna maggiore di Marte, Fobos. Il video che vi propongo qui sotto consiste di 64 frame acquisiti in 47 secondi ed è velocizzato di 4 volte. I fotogrammi sono stati ripuliti dal rumore digitale e le transizioni interpolate per ottenere un risultato più fluido.

Video del transito di Fobos di fronte al Sole. Sol 1285 (NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras)

Sono più rare, e forse per questo parecchio più affascinanti, le riprese del cielo notturno di Marte.

Una di queste occasioni è capitata di recente a Curiosity che il 5 settembre (Sol 4295 di missione) è stato programmato per puntare il suo “sguardo” verso l’alto dopo il tramonto del Sole. Dalla sua posizione su Texoli, una collina isolata alle pendici del Monte Sharp, il rover ha eseguito una serie di scatti che hanno spaziato dall’orizzonte fino a circa 15° di elevazione. E in un piccolo angolo di cielo, grande appena mezzo grado, Curiosity ha eseguito la prima osservazione in assoluto di Fobos insieme alla Terra. I due corpi sono visibili nella parte alta dell’immagine, processata dagli esperti della NASA a partire da 17 foto. E qui si svela un piccolo “trucco” perché 5 di queste foto sono state eseguite di giorno mentre le restanti 12 sono esposizioni lunghe (comunque solo pochi secondi per evitare l’effetto scia) acquisite otto ore dopo, di notte, quando il Sole era tramontato da svariate ore e a più di 20° sotto l’orizzonte.

Le due immagini così come processate magistralmente dai grafici del JPL. NASA/JPL-Caltech

Però vediamo di aggiungere qualcosa alle cronache della NASA sin qui riportate, nello spirito di questa rubrica che spesso indaga dettagli nascosti ma (spero) di grande fascino.

L’elaborazione dell’immagine con lo zoom su Fobos e la Terra, in mezzo al notevole disturbo che emerge schiarendo le aree buie, rivela un piccolo “grumo” di pixel sospetto. Si tratta di distribuzione casuale del rumore digitale o c’è dell’altro?

Una possibile risposta viene dalla simulazione della scena immortalata da Curiosity tramite il software Stellarium. I dati della posizione possono essere ricavati dalla mappa messa a disposizione dalla NASA con la posizione del rover, le informazioni di scatto (con la data e l’ora in formato UTC) sono invece incluse nei metadati che corredano ogni singola immagine raw.

Il simulatore fornisce una risposta insperata: quel piccolo gruppo di pixel potrebbe essere la nostra Luna terrestre che brillava con magnitudine 2.8. Gli altri corpi erano invece estremamente più luminosi, con la Terra stimata a -1.7 e Fobos -4.1. Queste misure non tengono però conto dell’estinzione dovuta alla presenza di polveri nell’atmosfera di Marte, attualmente causa di un significativo oscuramento dovuto alle temperature in aumento.

Stellarium si conferma uno strumento di simulazione astronomica di notevole fedeltà. L’immagine qui mostrata è stata ottenuta modificando solo di una decina di arcominuti (corrispondenti all’incirca ad altrettanti km) la latitudine ricavata dalla mappa in modo da avvicinarsi quanto più possibile alla foto reale. L’ora di scatto è stata inserita esattamente come riportata nei metadati.

Sopra: elaborazione dell’immagine NASA con in evidenza l’area più chiara descritta. Sotto: simulazione da Stellarium. NASA/JPL-Caltech/Stellarium-Fabien Chereau/Piras

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Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #32!

Gli ultimissimi aggiornamenti da Perseverance e un po’ di notizie relative a missioni spaziali del presente e del futuro. Si parte!

La scalata di Perseverance e una strana roccia con le strisce

Il rover della NASA ha iniziato circa un mese fa la sua ascesa verso sud che rappresenta l’inizio del quinto capitolo della sua esplorazione di Marte, la Crater Rim Campaign.
Perseverance sta affrontando alcune delle sue salite più ripide di sempre e ha già guadagnato decine di metri in altezza nell’arco di poche settimane. Lungo la strada è stata anche eseguita l’abrasione di una roccia sedimentaria in modo da dare agli scienziati elementi per valutare come la geologia muti mentre il rover si allontana dagli scenari familiari che ha frequentato i mesi passati tra Neretva Vallis e Bright Angel (l’area in cui tra le altre cose ha eseguito il suo ultimo prelievo, individuata dal piccolo marker rosso nella mappa sottostante).

Mappa con la posizione di Perseverance aggiornata al 26 settembre (sol 1280 di missione). NASA/JPL-Caltech
Filmato con l’operazione di abrasione eseguita dal rover nel Sol 1257. NASA/JPL-Caltech/Piras
Foto della camera WATSON che documenta l’abrasione eseguita nel Sol 1257 (2 settembre). NASA/JPL-Caltech
Foto simile alla precedente ma scattata da due punti di vista distanti pochi cm l’uno dall’altro ed elaborata in modo da generare un’immagine stereografica chiamata anaglifo. Per ammirarne l’effetto di profondità sono necessari i comuni occhialini 3D rosso/ciano. NASA/JPL-Caltech/Piras

Grazie alle posizioni sopraelevate che sta raggiungendo possiamo godere di spettacolari paesaggi attorno al rover acquisiti per mezzo delle NavCam e delle MastCam-Z. Le montagne più lontane risultano oscurate a causa delle tempeste di sabbia che stanno attualmente affliggendo questa a zona di Marte. Vi propongo una breve selezione di immagini della regione.

Visuale verso sud nel Sol 1264 (9 settembre). C’è un moderato effetto fisheye in questa foto della NavCam, ma quella che si vede è la montagna che Perseverance sta scalando. NASA/JPL-Caltech/Piras
Mosaico di immagini della Left MastCam-Z scattate nel Sol 1266 (11 settembre), la camera era puntata verso est. L’inquadratura inclinata non è un errore di processamento ma testimonia la reale inclinazione del rover che in quel momento era impegnato nella salita in direzione sud (verso destra rispetto all’immagine). NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

La navigazione non procede a grande velocità, come intuibile nei tratti a nord della mappa dove si vede un’alta densità di pallini bianchi (ogni pallino rappresenta la posizione in un determinato Sol. La distanza di un pallino da quello che lo precede indica quasi sempre lo spostamento compiuto in quella giornata). Possiamo ragionevolmente supporre che la ragione dell’apparente lentezza non sia dovuta agli ostacoli del terreno che il rover si è trovato a dover evitare, poiché le immagini panoramiche non ne mostrano, ma piuttosto alle precauzioni adottate dai piloti che hanno fatto avanzare il robot su una collina parecchio scoscesa.

Intorno al Sol 1264 (9 settembre) Perseverance arriva in un’area più pianeggiante e può così aumentare considerevolmente le distanze percorse giornalmente superando i 150 metri per Sol. Ma dopo alcuni giorni di terreni abbastanza monotoni c’è qualcosa che cattura l’attenzione dei geologi: una roccia molto particolare, come mai ne erano state osservate prima su Marte, che viene battezzata Freya Castle.

Freya Castle osservata dalla Right MastCam-Z nel sol 1268 (13 settembre). NASA/JPL-Caltech/Piras
Un’altra immagine di Freya Castle, ma stavolta è un anaglifo. NASA/JPL-Caltech/Piras

Gli appassionati su internet vanno in estasi per questa roccia grande circa 20 cm che iniziano a chiamare amichevolmente “roccia zebrata”. I geologi formulano alcune ipotesi sulla sua origine e sulla ragione per cui si trovi qui. Si pensa che possa essere di formazione magmatica, oppure metamorfica, oppure una combinazione dei due processi. Ciò che è quasi certo è che, date le profonde differenze con il terreno circostante, non si è formata nella zona in cui è stata individuata da Perseverance. Potrebbe piuttosto essere rotolata qua da regioni a quota maggiore. È una spiegazione elettrizzante perché significa che il rover potrebbe rinvenire interi campi di rocce simili mentre continuerà la salita verso il bordo del cratere.

Poco è noto della chimica di Freya Castle e, in attesa di poter analizzare più nel dettaglio rocce simili, il team scientifico ha programmato Perseverance per una serie di acquisizioni in banda stretta per mezzo delle due MastCam-Z. Le camere montate sulla “testa” del rover integrano dei filtri e con ciascuno di essi è possibile isolare bande molto strette dello spettro. A noi queste foto potrebbero sembrare tutte uguali, al massimo con alcune variazioni di luminosità, ma per i geologi sono la chiave per individuare le specie chimiche che compongono le rocce.

Raccolta delle immagini acquisite da Perseverance con tutti i filtri a banda stretta a sua disposizione. Sol 1268. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

In questa raccolta mancano quattro filtri: si tratta dei due RGB con cui le camere realizzano le foto normali e i due filtri solari.

Mentre Perseverance continua la sua avanzata gli scienziati si tengono pronti per la prossima tappa molto attesa: Dox Castle. Sarà quasi certamente un argomento per le prossime cronache.

La Cina vuole fortissimamente Marte

Sono trascorsi solo pochi mesi dalla conclusione della missione Chang’e-6 (se n’è parlato in questo articolo), con la quale l’agenzia spaziale cinese CNSA è riuscita nell’obiettivo di portare sulla Terra della regolite lunare (per la precisione 1935 grammi) raccolta per la prima volta sul lato lontano del nostro satellite. Ma i piani spaziali del gigante asiatico non si fermano: i progetti di espansione passano inevitabilmente anche per la prossima frontiera, Marte, e le possibilità di ricerca scientifica offerte dal pianeta rosso. Possiamo affermare che la NASA sia attualmente leader mondiale dell’esplorazione spaziale ma le cose potrebbero cambiare nell’arco di pochi anni e stavolta non per colpa delle compagnie private.

All’inizio di settembre la CNSA ha presentato dei piani di modifica alla sua missione Tianwen-3 che, secondo i programmi diffusi nell’autunno 2023, sarebbe dovuta partire nel 2030 per svolgere dei compiti di raccolta di materiale dalla superficie di Marte per poi portarlo sulla Terra.

Il concetto è il medesimo a cui NASA ed ESA (Agenzia Spaziale Europea) mirano con la loro Mars Sample Return. Con la differenza che mentre la missione occidentale sta soffrendo un’enorme complessità e un budget richiesto crescente che ne stanno causando gravi ritardi, l’agenzia spaziale cinese sembra si potrà permettere persino di anticipare i tempi.

Nel corso della seconda International Deep Space Exploration Conference tenutasi il 5 e 6 settembre a Huangshan, Liu Jizhong, progettista capo della missione, ha rilasciato un aggiornamento che vede la data di lancio di Tianwen-3 spostata dal 2030 al 2028. L’anticipo di circa due anni non è casuale ma dipende com’è noto dai periodi orbitali della Terra e di Marte. Le finestre ottimali con il massimo avvicinamento tra i due pianeti si aprono ogni circa 26 mesi e durano poche settimane, frangenti nei quali si trovano usualmente concentrati tutti i lanci diretti verso il pianeta rosso.

La missione cinese impiegherà due razzi Lunga Marcia 5. Essi porteranno verso Marte un orbiter (che includerà il veicolo di ritorno verso la Terra) e il lander dotato del razzo di ascesa. La raccolta di materiale sarà eseguita dallo stesso lander che metterà al sicuro circa 500 grammi di regolite e piccoli sassi. Liu ha aggiunto che la CNSA intende collaborare con partner internazionali e i veicoli spaziali cinesi ospiteranno anche carichi scientifici per conto di altre nazioni. Ci sarà inoltre condivisione di dati e persino di campioni di materiale, il tutto nell’ottica di stabilire un’aperta cooperazione globale.

L’importante obiettivo scientifico di Tianwen-3 è la ricerca di tracce di vita passata su Marte (suona familiare?) ma il suo successo, soprattutto nei tempi stimati, candiderebbe fortemente la Cina al ruolo di nuovo leader mondiale nell’esplorazione spaziale realizzando, per usare le parole del capo di stato Xi Jinping, il “sogno eterno” cinese. Grazie a enormi investimenti e piani lungimiranti il paese del dragone intende inoltre proseguire le missioni lunari robotiche ma non solo (il primo astronauta cinese è atteso sulla Luna entro il 2030), la raccolta di roccia da una cometa con Tianwen-2 e l’esplorazione del sistema satellitare gioviano con Tianwen-4.

A proposito del programma Tianwen, potreste ricordare la missione capostipite che nel 2021 portò attorno e su Marte per conto della Cina il suo primo orbiter, il primo lander e il primo rover (Zhurong). La missione riuscì in ogni aspetto, con uno dei risultati più notevoli legato all’atterraggio che i cinesi hanno azzeccato al loro primo tentativo.

Il rover Zhurong insieme al lander con cui è atterrato su Marte. Questa foto storica è stata scattata da una piccola camera indipendente che il rover ha deposto al suolo. CNSA

MAVEN e Hubble scoprono il destino dell’acqua marziana

Nonostante decenni di ricerca sono ancora molti i dubbi su quale sia stato il destino dell’acqua un tempo ospitata sulla superficie di Marte. Parte di essa è presumibilmente finita nel sottosuolo (a riguardo si vedano Coelum Astronomia 270 e News da Marte #31), ma che fine ha fatto il resto? Un nuovo tassello nella nostra comprensione della storia del pianeta viene da uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science Advances e a prima firma di John T. Clarke della Boston University.

Clarke e colleghi hanno utilizzato i dati della sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) e del telescopio spaziale Hubble per cercare di quantificare il tasso di fuga dell’idrogeno marziano nello spazio.
Il meccanismo con cui l’acqua di Marte evapora viene indotto dalla radiazione solare che scinde le molecole di H2O nelle sue componenti ossigeno e idrogeno. Quest’ultimo atomo è molto leggero e tende a disperdersi nello spazio con facilità, ma in mezzo agli atomi di idrogeno è presente una certa quantità di deuterio. Si tratta di un isotopo più pesante perché nel suo nucleo ospita anche un neutrone. Con il doppio del peso atomico il deuterio fugge dall’atmosfera a un tasso estremamente inferiore e così, confrontando la sua percentuale in atmosfera rispetto all’idrogeno, gli scienziati hanno uno strumento per stimare quanta acqua fosse presente su Marte in passato.

Gran parte dei dati impiegati nello studio derivano da misurazioni della sonda MAVEN la quale però non è abbastanza sensibile da poter rilevare le emissioni dovute al deuterio durante un intero anno marziano. Questa impossibilità è legata alla distanza mutevole di Marte dal Sole in quanto, a causa della marcata ellitticità della sua orbita, la variazione di distanza tra afelio e perielio è addirittura del 40%. MAVEN può eseguire le sue rilevazioni solo quando Marte è più vicino al Sole e l’atmosfera si espande a causa del maggior calore ricevuto.
Il buco nei dati relativo all’afelio è stato colmato dal telescopio Hubble che produce osservazioni utili allo scopo fin dagli anni ‘90 e ha così permesso di coprire tre interi cicli annuali marziali, ciascuno composto di 687 giorni terrestri.

Foto nel profondo infrarosso realizzate da Hubble durante il afelio (sopra) e perielio marziani. NASA, ESA, STScI, John T. Clarke (Boston University); Processing: Joseph DePasquale (STScI)

Insieme all’analisi del rapporto D/H (deuterio/idrogeno) allo scopo di stimare quanta acqua Marte abbia posseduto, i ricercatori hanno anche affinato i modelli matematici usati per descrivere l’atmosfera del pianeta. Il team autore dello studio ha scoperto che Marte è molto più dinamico di quanto ritenuto in precedenza e presenta cicli termici che, pur all’interno della loro annualità, variano anche su tempi molto più brevi, persino poche ore.

Il nuovo modello messo a punto dagli scienziati mostra come le molecole di acqua tendano a salire in alta quota durante le fasi di riscaldamento ed è in questi momenti che avviene la “fuga atomica”. Tuttavia le temperature dell’alta atmosfera da sole non sono sufficienti per dare agli atomi abbastanza energia da abbandonare la gravità marziana ed è qui che intervengono altri fenomeni quali collisioni con i protoni del vento solare e reazioni chimiche indotte dalla radiazione luminosa.

Lo studio dell’evoluzione del clima di Marte attraverso la storia della sua acqua aggiungerà elementi alla comprensione del passato degli altri due mondi all’interno della fascia abitabile del Sole, la Terra e Venere, ma anche di molti esopianeti che è impossibile osservare con analogo dettaglio.

Le sonde ESCAPADE partiranno l’anno prossimo (forse)

Il via libera era arrivato a fine agosto ma il 6 settembre c’è stato un improvviso dietro-front. La NASA ha annunciato che i due satelliti gemelli ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) non decolleranno verso Marte il 13 ottobre. La data sarebbe stata anche quella del primo volo del vettore pesante incaricato del lancio, il lungamente atteso New Glenn costruito da Blue Origin, compagnia spaziale fondata dal magnate e imprenditore Jeff Bezos.

Nonostante le rassicurazioni di Blue Origin la NASA non è parsa totalmente fiduciosa che il razzo sarebbe stato pronto per la data stabilita e che l’ultimo flusso di verifiche, integrazioni e lo static fire (prova di accensione dei motori) sarebbero andati lisci.

La ragione per rinunciare al lancio a più di un mese dall’apertura della finestra del 13-21 ottobre verso Marte si spiega con la necessità per la NASA di avviare le procedure di preparazione al lancio tra le quali la più critica è il caricamento del propellente nei serbatoi dei due satelliti. I composti utilizzati sono idrazina e tetrossido di azoto, rispettivamente combustibile e ossidante, che vengono fatti venire in contatto per generare una violenta reazione senza l’uso di altri inneschi. È un tipo di miscela usata fin dagli anni ‘50 per la sua affidabilità ma è altamente tossica e richiede particolari cautele nella sua gestione.
Attraverso la dichiarazione diffusa nei suoi canali la NASA ha affermato che nel caso di annullamento del lancio l’operazione di svuotamento dei serbatoi delle sonde avrebbe rappresentato una complicazione tecnica e di programmazione delle attività, nonché una grossa spesa aggiuntiva. Un’eventualità troppo azzardata che ha fatto decidere per rimandare il lancio a non prima della primavera 2025. Questo significa che le sonde ESCAPADE perderanno la finestra per arrivare verso il Pianeta Rosso lungo la traiettoria più rapida, rischiando che il viaggio si allunghi di svariati mesi rispetto ai 6/7 che sono necessari in condizioni ideali.

Non sono stati rilasciati dettagli su traiettorie alternative in fase di studio ma c’è una possibilità non trascurabile che il lancio venga persino rimandato di due anni in attesa del prossimo avvicinamento tra la Terra e Marte.

Rappresentazione artistica dei satelliti ESCAPADE. James Rattray/Rocket Lab USA

La missione ESCAPADE utilizzerà due veicoli spaziali identici per studiare come il vento solare interagisce con l’ambiente magnetico di Marte provocando la fuga dell’atmosfera del pianeta.

“Questa missione può aiutarci a studiare l’atmosfera di Marte, un’informazione chiave mentre esploriamo sempre più lontano nel nostro sistema solare e abbiamo bisogno di proteggere astronauti e veicoli spaziali dal meteo spaziale,” ha dichiarato Nicky Fox, amministratrice associata per la scienza presso il quartier generale della NASA a Washington. “Siamo impegnati a portare ESCAPADE in sicurezza nello spazio, e non vedo l’ora di vederla partire per il suo viaggio verso Marte”. E noi con lei!

Anche per questo aggiornamento dal Pianeta Rosso è tutto, alla prossima!

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #31!

Bentornati su Marte! In questo nuovo appuntamento della rubrica ci sono aggiornamenti che interessano i due rover NASA Perseverance e Curiosity. Il primo sta esplorando delle aree a ovest del cratere Jezero e ha scoperto dei materiali di estremo interesse mentre il secondo, in modo decisamente fortuito, ha trovato dei materiali molto particolari all’interno di una roccia. Iniziamo le nostre cronache proprio con Curiosity, si parte!

Il primo zolfo puro rinvenuto su Marte

È stato con grande stupore che gli scienziati hanno rilevato una scoperta fatta dal veterano dei rover marziani (a proposito, il 5 agosto è ricorso il 12esimo anniversario dell’atterraggio di Curiosity sul Pianeta Rosso). Il 30 maggio il robot si stava spostando quando una delle sue ruote è passata sopra una roccia che si è frantumata mettendo in evidenza dei particolari cristalli gialli. La roccia è stata denominata “Convict Lake”, e le successive analisi sui cristalli eseguite con lo spettrometro APXS hanno rivelato qualcosa di mai osservato prima su Marte: zolfo puro.

 La roccia sbriciolata da Curiosity porta alla luce cristalli di zolfo puro. Foto del 7 giugno (Sol 4208). NASA/JPL-Caltech/MSSS
Questa roccia, battezzata “Snow Lake” e fotografata l’8 giugno, è molto simile a quella frantumata da Curiosity nove Sol prima. Un intero campo di rocce come questa circonda il rover e tutte presumibilmente inglobano zolfo. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Da ottobre 2023, ovvero da quando ha iniziato la sua avanzata all’interno del canale chiamato Gediz Vallis, Curiosity ha incontrato spesso dei composti chiamati solfati. La regione abbonda di questi sali (costituiti da zolfo legato con altri elementi) i quali si sono formati quando l’acqua che li ospitava è evaporata. La formazione di cristalli di zolfo puro richiede invece condizioni differenti e molto particolari che gli scienziati non ritenevano potessero essersi verificate in questa regione. Sulla Terra sono per esempio coinvolti processi vulcanici e attività idrotermale.

Di zolfo sembra essercene davvero parecchio qui in quanto Curiosity ha documentato un intero campo di rocce brillanti analoghe a quella frantumata. “Scoprire cose strane e inaspettate è ciò che rende emozionante l’esplorazione planetaria” ha commentato Ashwin Vasavada, scienziata che lavora alla missione. “Un campo di pietre fatte di puro zolfo non dovrebbe trovarsi là, perciò ora dobbiamo trovare una spiegazione”.

Gediz Vallis è uno dei principali motivi per cui il team scientifico ha scelto di atterrare in questa zona di Marte. Si pensa che il canale sia stato scavato da flussi di acqua liquida e detriti che hanno lasciato creste di massi e sedimenti che si estendono per quasi tre km e mezzo lungo il versante della montagna al di sotto del canale. L’obiettivo attuale è comprendere meglio come questo paesaggio sia cambiato miliardi di anni fa e, sebbene le recenti scoperte abbiano aiutato, c’è ancora molto da svelare. Le ultime osservazioni di Curiosity sembrano indicare che due fenomeni abbiano alternativamente plasmato la regione. Da una parte violenti flussi alluvionali, testimoniati da rocce smussate e arrotondate portate dall’acqua, dall’altra frane avvenute in un ambiente asciutto le cui prove sono rocce dai bordi netti e angolati. Le reazioni chimiche avvenute in ambiente umido hanno modificato la chimica delle rocce e infine l’azione di vento e sabbia ha continuato a sagomare il paesaggio.

Mappa con la posizione di Curiosity aggiornata al 18 agosto. In evidenza il canale denominato Gediz Vallis e al centro sulla sinistra, per confronto, Piazza San Pietro nella Città del Vaticano: la porzione qui sovraimposta è lunga 565 metri. NASA/JPL-Caltech/Piras

Un prelievo di roccia, il 41esimo per Curiosity, è stato eseguito il 18 giugno sulla roccia “Mammoth Lakes”. Le rocce di zolfo sono estremamente fragili per lo strumento di campionamento del rover, perciò l’operazione ha richiesto qualche attenzione extra sia nella ricerca di una roccia con caratteristiche adatte che nell’operazione di “parcheggio” di Curiosity in modo che esso risultasse stabile e non a rischio di scivolare. I materiali sono stati poi depositati negli strumenti del rover per analisi dettagliate e i risultati aiuteranno gli scienziati a decifrare la storia geologica di questa regione.

Da giugno il rover si è ormai allontanato dall’area del prelievo su “Mammoth Lakes” e si è spostato verso sud percorrendo poco più di 100 metri. Tante nuove foto e anche un ulteriore campionamento di roccia stanno tenendo impegnato Curiosity mentre procede nell’ascesa verso Aeolis Mons, il rilievo di 5500 metri che svetta all’interno del Cratere Gale, con ogni strato della montagna che rappresenta un diverso periodo nella storia di Marte.

Foto della roccia “Mammoth Lakes” scattata nel Sol 4234. In basso è inquadrato il foro del trapano mentre in alto si nota l’abrasione superficiale eseguita tramite lo spazzolino metallico con il quale Curiosity pulisce le rocce da analizzare. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Un prelievo di roccia, il 41esimo per Curiosity, è stato eseguito il 18 giugno sulla roccia “Mammoth Lakes”. Le rocce di zolfo sono estremamente fragili per lo strumento di campionamento del rover, perciò l’operazione ha richiesto qualche attenzione extra sia nella ricerca di una roccia con caratteristiche adatte che nell’operazione di “parcheggio” di Curiosity in modo che esso risultasse stabile e non a rischio di scivolare. I materiali sono stati poi depositati negli strumenti del rover per analisi dettagliate e i risultati aiuteranno gli scienziati a decifrare la storia geologica di questa regione.

Da giugno il rover si è ormai allontanato dall’area del prelievo su “Mammoth Lakes” e si è spostato verso sud percorrendo poco più di 100 metri. Tante nuove foto e anche un ulteriore campionamento di roccia stanno tenendo impegnato Curiosity mentre procede nell’ascesa verso Aeolis Mons, il rilievo di 5500 metri che svetta all’interno del Cratere Gale, con ogni strato della montagna che rappresenta un diverso periodo nella storia di Marte.

Foto della roccia “Mammoth Lakes” scattata nel Sol 4234. In basso è inquadrato il foro del trapano mentre in alto si nota l’abrasione superficiale eseguita tramite lo spazzolino metallico con il quale Curiosity pulisce le rocce da analizzare. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Macchie di leopardo per Perseverance

A circa 3700 km di distanza dal Cratere Gale continuano le investigazioni dell’altro rover messo in campo dalla NASA e che sta esplorando il bordo ovest del Cratere Jezero. Nel numero 269 di Coelum Astronomia avevamo lasciato Perseverance poco dopo il suo arrivo a “Bright Angel”, la località caratterizzata da rocce chiare situata a nord di Neretva Vallis. Quest’ultimo è il canale sabbioso largo 400 metri dove un tempo scorreva un impetuoso fiume che alimentava il lago all’interno di Jezero.

L’abrasione del Sol 1179 (13 giugno), come ipotizzato, ha preceduto un prelievo vero e proprio che è stato eseguito a metà luglio nel punto più a nord raggiunto dal rover, dove l’argine del canale si eleva diventando quasi invalicabile. È qui che, nelle settimane antecedenti il momento del prelievo, una serie di osservazioni ha prodotto uno dei più importanti risultati della missione fino a questo momento. Facciamo un passo indietro e vediamo con ordine le scoperte fatte dal rover a “Bright Angel”.

Il 23 giugno, durante un breve spostamento all’interno dell’area, Perseverance incontra una formazione molto interessante sopra una roccia con dimensioni 100×60 cm che viene battezzata Cheyava Falls.

Dettaglio di Cheyava Fall con delle annotazioni che indicano i dettagli di interesse del masso: le “macchie di leopardo” e un grosso cristallo di olivina. NASA/JPL-Caltech/MSSS

La roccia è percorsa da vene bianche parallele tra loro composte da solfato di calcio con inglobati qua e là cristalli di olivina, un minerale dalle tonalità verdi che si forma nelle rocce magmatiche. In mezzo alle vene bianche viene individuato del materiale rossastro che indica la presenza di ematite, uno dei composti che conferiscono alla superficie a Marte il suo caratteristico colore. La porzione di ematite è costellata di piccoli puntini con dimensioni nell’ordine di pochi millimetri, con contorni scuri e irregolari che racchiudono zone di colore chiaro. Questa conformazione e colorazione è ciò che ha ispirato gli scienziati che li hanno denominati “macchie di leopardo”.

Una serie di scansioni con lo strumento SHERLOC (ebbene sì, ha ripreso a funzionare ma lo vediamo dopo) ha dimostrato in modo molto convincente che le rocce di Cheyava Falls contengono composti organici. Questa rilevazione si aggiunge a due dati importanti: il primo è il fatto, praticamente assodato vista la quantità di indicazioni in questo senso, che qui anticamente scorreva abbondante acqua. Il secondo dato è fornito dalle “macchie di leopardo”.

Dettaglio delle particolari formazioni rinvenute su Cheyava Falls, macro della camera WATSON del 23 giugno (Sol 1188). NASA/JPL-Caltech

Si ritiene che siano state delle reazioni chimiche a trasformare l’ematite da rossa a bianca con il rilascio di ferro e fosfati che sono andati a formare l’alone scuro documentato nelle immagini della camera WATSON. Tali reazioni chimiche sono ben note sulla Terra, ed è appurato che possono essere usate come fonte di energia da forme di vita batterica fornendo una correlazione molto forte tra la presenza di microbi e questo tipo di formazioni nelle rocce sedimentarie. In un colpo solo quindi Cheyava Falls si è rivelata essere la scoperta più importante eseguita fino a questo momento da Perseverance.

Inizia la scienza di contatto

Le investigazioni proseguono con un’abrasione che viene eseguita nel Sol 1191 (26 giugno). Il masso investigato non è però quello interessato dalle precedenti analisi ma uno collocato a fianco a Cheyava Falls, poco più in alto rispetto alla prospettiva del rover, che viene denominato Steamboat Mountain.

La zona brillante al centro della foto è il punto dell’abrasione eseguita il 26 giugno. La grande roccia sedimentaria in basso è Cheyava Falls. NASA/JPL-Caltech/Piras

Una documentazione fotografica di grande dettaglio viene acquisita dalla camera WATSON sia di giorno che di notte. Questo strumento fotografico è infatti dotato di sei illuminatori a LED che producono luce bianca e negli ultravioletti. Lunghezze d’onda ad alta energia quali gli UV sono usate per rilevare i fenomeni di fluorescenza propri di alcuni minerali.

Parte frontale della camera WATSON fotografata l’8 marzo 2021 (Sol 17). Il coperchio frontale della camera è chiuso ma quattro aperture mostrano i LED bianchi (sopra e sotto) e quelli UV (a sinistra). NASA/JPL-Caltech/MSSS

 

 

Osservazione notturna dell’abrasione larga 5 cm acquisita da WATSON. La scena è illuminata dai LED della camera. Sol 1191. NASA/JPL-Caltech

Dopo una breve deviazione alcuni metri verso est che lo impegna per non più di cinque giorni, il rover torna sui suoi passi il 17 luglio (Sol 1211) ed è pronto per proseguire le indagini sul masso Cheyava Falls. Si inizia con una fresatura della roccia che espone il materiale interno e in corrispondenza della porzione abrasa permette agli scienziati di continuare a comprendere le caratteristiche eccezionali illustrate nel paragrafo precedente. Gli strumenti impiegati sono le MastCam-Z, SuperCam, WATSON, SHERLOC e PIXL. Ciascuno di essi indaga un diverso aspetto del materiale per fornire una visione d’insieme ma, inevitabilmente, limitata. Tale limite è dettato dalla dimensione e dal peso degli strumenti che il rover ha potuto portare con sé sul Pianeta Rosso. Per andare oltre servirebbe portare queste rocce in laboratori specializzati, ma per fortuna Perseverance è attrezzato per questo obiettivo.

Il trapano di cui è dotato, in combinazione con un set di particolari punte che ormai conosciamo bene, permette al rover di estrarre piccoli carotaggi di roccia. Dopo l’interesse suscitato da questo masso era inevitabile che gli scienziati intendessero prelevarne un campione, e il rover è stato messo in azione il 21 luglio (Sol 1215). Il campione viene sigillato nella sua fiala lo stesso giorno del prelievo, misura 62 mm e viene denominato “Sapphire Canyon”. Si tratta del 22esimo campione di roccia raccolto sinora dal rover e quello appena chiuso è il 25esimo contenitore impiegato. Infatti, oltre a quelli rocciosi, Perseverance ha raccolto due campioni di sabbia a dicembre 2022 e un campione di aria ad agosto 2021.

Mosaico di foto della Left MastCam-Z che mostra il foro e l’abrasione su Cheyava Falls, la roccia a sinistra dell’immagine. Sol 1217 (23 luglio), NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras
Cambia la prospettiva ma le due rocce sono ben riconoscibili: Cheyava Falls sulla sinistra, con in mostra la fresatura appena eseguita, e Steamboat Mountain a destra con l’abrasione di qualche Sol più vecchia. Left NavCam, Sol 1211. NASA/JPL-Caltech/Piras

Lo stato di Mars Sample Return e la scala CoLD

Come ben sanno i lettori di questa rubrica, il prelievo di campioni per il loro invio verso la Terra è una delle parti più importanti della missione Mars 2020 e costituisce il primo passaggio nell’ambito del progetto ampio (e molto più complesso) chiamato ‘Mars Sample Return’. I campioni di sabbia e roccia che Perseverance sta raccogliendo durante la sua esplorazione del Cratere Jezero vengono sigillati all’interno di piccole fiale di titanio. Questi contenitori saranno poi affidati nell’ordine: a un lander per raccolta e manipolazione; a un piccolo razzo che li porterà in orbita marziana; infine a un orbiter che da Marte tornerà verso la Terra con il contenitore dei campioni, affidando agli scienziati attuali e alle future generazioni il compito di svelare i segreti del Pianeta Rosso. Data prevista di fine missione circa entro metà del prossimo decennio, a patto che la NASA riesca nell’obiettivo di revisione della missione per ridurre i costi e velocizzare il termine delle operazioni (questa fase è descritta in maggior dettaglio in ‘Bentornati su Marte’ del numero 268 di Coelum Astronomia). L’agenzia statunitense ha terminato da alcuni mesi la fase in cui attendeva input da privati e centri NASA per modificare gli aspetti più critici della Mars Sample Return, e un resoconto è atteso per l’inizio dell’autunno. In quel momento comprenderemo meglio il futuro della missione e capiremo se davvero, come auspichiamo da anni con fiducia, i ricercatori potranno mettere le mani sui campioni per svelare eventuali tracce di passata vita batterica su Marte.

Del resto Cheyava Falls, il masso oggetto della cronaca che state leggendo, si è rivelato sinora il più promettente e tantissimi scienziati sono elettrizzati dai risultati preliminari delle sue analisi. Ma, al momento, quanto è probabile la rilevazione di possibile vita microbica extraterrestre sulla base delle informazioni disponibili?

Gli astrobiologi hanno sviluppato la scala CoLD (Confidence of Life Detection) per indicare con quanta probabilità un determinato campione possa essere associato a forme di vita, passata o presente. La scala si compone di sette gradini che vanno dalla ‘rilevazione del possibile segnale’ allo step finale che è la ‘conferma indipendente’. Ci sono passaggi intermedi come per esempio ‘esclusione di contaminazioni’, ‘esclusione di processi non biologici’ o ‘segnali aggiuntivi indipendenti’, tutti pensati in accordo con il metodo scientifico con lo scopo di non dare nulla per scontato. Data l’eco che la loro scoperta ha generato, potremmo essere portati a pensare che le rilevazioni su Cheyava Falls si collochino su una posizione di rilevo della scala CoLD, ma sono stati gli stessi scienziati che lavorano con Perseverance a stemperare gli entusiasmi. Siamo infatti ancora sul primo gradino, vale a dire il semplice rilevamento di un elemento d’interesse. Esistono alcuni processi non biologici che potrebbero aver generato queste ‘macchie di leopardo’ osservate sull’ematite tra i quali l’esposizione a temperature elevatissime, incompatibili con la vita, e che fornirebbero una spiegazione alla presenza dell’olivina la quale ha appunto origine magmatica.

Perseverance si scatta un nuovo selfie

Forse grazie all’agenda di attività un po’ più libera del solito o forse per celebrare la scoperta di questo masso così interessante e il successo del campionamento, il 24 luglio Perseverance si scatta un selfie. Per la maggior parte di noi umani si tratta ormai di un’operazione quasi banale ma su Marte, a centinaia di milioni di km di distanza e con un robot di una complessità spaventosa, non esistono operazioni semplici.

Perseverance impiega 46 minuti per scattare 62 immagini con la camera WATSON installata sul braccio robotico. Seguendo una sequenza di dettagliate istruzioni stilate dai tecnici del Jet Propulsion Laboratory, il rover muove il suo arto come in una precisissima coreografia nel corso della quale orienta lo stretto campo visivo della camera in tutte le direzioni attorno a sé. La finezza migliore è riservata per i momenti in cui il braccio rischierebbe di finire all’interno dell’inquadratura: con ulteriori acrobazie permesse dai cinque snodi di cui esso è dotato, Perseverance riesce a portare a termine una panoramica di 180° nella quale sembra che la foto sia stata fatta da qualcuno là su Marte a fianco al rover. Con una piccola variazione di appena tre foto è stata elaborata una versione alternativa dell’immagine riportata su queste pagine, dove sembra che il rover, invece di guardare in camera, stia ammirando con compiacimento il lavoro che ha eseguito sulla roccia al suolo.

Il più recente autoscatto di Perseverance. Sol 1218. NASA/JPL-Caltech/MSSS
Uno degli scatti alternativi nei quali la “Mast” del rover guarda verso il basso. NASA/JPL-Caltech/Piras

Combinando i singoli scatti nel modo opportuno, e soprattutto posizionandoli nel punto corretto del mosaico finale, possiamo anche renderci conto dell’ordine nel quale il rover abbia “scansionato” il paesaggio attorno a sé. Ve lo mostro in questo video che ho realizzato. La proiezione è diversa da quella usata dalla NASA perché le opzioni sono numerose quando si desidera di passare da una ripresa panoramica a una rappresentazione su un piano, ciascuna con i suoi pro e contro.

Dopo il prelievo e questo simpatico selfie sembra che per Perseverance non ci sia altro da studiare in questa regione, Bright Angel, che ha rispettato appieno le attese degli scienziati. Il rover può così tornare indietro verso il centro di Neretva Vallis e riprendere la sua strada verso sud-ovest dove inizierà la prossima parte della sua missione.

Sol 1224 (30 luglio), Perseverance si lascia alle spalle Bright Angel. NASA/JPL-Caltech
Posizione di Perseverance aggiornata al 20 agosto. La larga striscia chiara in alto è la regione Bright Angel con il marker relativo al prelievo lì eseguito. NASA/JPL-Caltech.

Un nuovo capitolo di esplorazione a Jezero

Quattro campagne scientifiche completate, tre anni e mezzo di esplorazione del fondo di Jezero e del delta del fiume, quasi 28 km percorsi e 22 campioni di roccia raccolti. Con questi numeri e i suoi strumenti scientifici in eccellenti condizioni operative Perseverance ha iniziato a fine agosto il quinto capitolo di esplorazione, la Crater Rim Campaign, che lo vedrà raggiungere il bordo occidentale del cratere. Lo attendono probabilmente i terreni più ripidi affrontati finora, con pendenze che arriveranno a 23° di inclinazione richiedendo la massima attenzione da parte dei piloti e ottime prestazioni dell’autonavigatore. Le regioni di maggiore interesse che il team scientifico intende esplorare sono state individuate in “Pico Turquino” e “Witch Hazel Hill”.

Mappa con il percorso elaborato dai piloti di Perseverance attraverso il bordo ovest del cratere Jezero. NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Il percorso verso la prima di queste regioni dista 1.8 km da “Serpentine Rapids”, l’area dove Perseverance si trovava a metà agosto, e richiederà al rover di risalire un primo dislivello di 300 metri. Nelle immagini satellitari “Pico Turquino” mostra fratture che potrebbe essere state causate da un’antica attività idrotermale. Le osservazioni orbitali di “Witch Hazel Hill” documentano invece possibili stratificazioni di materiali risalenti a un’epoca molto antica, quando il clima marziano era profondamente diverso rispetto a quello attuale. Questa zona, situata circa 1700 metri a ovest di “Pico Turquino” e ulteriori 250 metri più in alto, presenta un substrato roccioso chiaro simile a quello incontrato a “Bright Angel”, il che fa ipotizzare che anche qui potrebbero venir rilevate strutture e biosignature chimiche analoghe, generate forse miliardi di anni fa da batteri in presenza di acqua corrente.

Mosaico di 59 scatti che mostra la visuale verso sud delle zone che Perseverance si accinge a raggiungere. La prima di esse, “Dox Castle”, si trova poco a sinistra del rilievo di destra a 750 metri dalla posizione dell’immagine. Foto del 4 agosto (Sol 1229), NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

I campioni finora raccolti da Perseverance hanno già offerto informazioni scientifiche di grande valore, ma la missione intravede altre scoperte all’orizzonte. “I campioni attuali rappresentano una raccolta di enorme interesse scientifico, ma esplorare il bordo del cratere ci offrirà l’opportunità di ottenere ulteriori campioni che potrebbero rivelarsi cruciali per comprendere la storia geologica di Marte,” ha dichiarato la scienziata Eleni Ravanis, membro del team Mastcam-Z di Perseverance e uno dei leader scientifici della Crater Rim Campaign. “In particolare ci aspettiamo di analizzare rocce provenienti dalla crosta marziana più antica. Queste rocce si sono formate attraverso una moltitudine di processi geologici, e alcune potrebbero rappresentare ambienti antichi, potenzialmente abitabili, che non sono mai stati esaminati da vicino prima d’ora.”

Ma raggiungere la cima del cratere non sarà un’impresa semplice. Perseverance dovrà seguire un percorso studiato dai tecnici per ridurre al minimo i rischi, pur offrendo al team scientifico delle opportunità di ricerca. Durante la prima parte dell’ascesa il rover guadagnerà circa 300 metri di altitudine raggiungendo la sommità in un’area che il team scientifico ha battezzato “Aurora Park”.

Da lì, a centinaia di metri sopra un vasto cratere di 45 chilometri di diametro, Perseverance sarà pronto per iniziare il prossimo capitolo della sua esplorazione.

Un oceano di acqua sotterranea all’interno di Marte?

Impiegando i dati acquisiti dal lander InSight della NASA, nel corso dei quali ha rilevato e misurato migliaia di piccoli sismi, un gruppo di ricercatori delle Università di San Diego e Berkley sono giunti alla conclusione che l’interno della crosta marziana potrebbe ospitare quantità enormi di acqua a profondità comprese tra 11.5 e 20 km. Fratture e porosità delle rocce ignee all’interno del pianeta, saturate di acqua, fornirebbero la migliore giustificazione ai dati rilevati dalla sonda. La quantità d’acqua che permea le rocce sarebbe tale da poter ricoprire l’intero pianeta con un immenso oceano profondo circa 1.5 km. Questa scoperta non solo arricchisce la nostra comprensione del ciclo dell’acqua marziano, ma offre anche nuove prospettive su come il clima di Marte sia cambiato drasticamente. La possibilità che parte dell’acqua marziana sia rimasta intrappolata nella crosta, piuttosto che evaporare completamente nello spazio, potrebbe aiutare a risolvere il mistero di come il pianeta abbia perso la sua atmosfera e si sia trasformato da un mondo potenzialmente abitabile a un deserto gelido. Sebbene l’accesso a queste riserve d’acqua sia attualmente fuori dalla nostra portata, lo studio apre la possibilità che tali ambienti profondi possano ospitare forme di vita microbica, analogamente a quanto osservato nelle miniere e negli oceani profondi sulla Terra. I risultati della ricerca potrebbero influenzare la pianificazione delle future missioni su Marte, indirizzando l’attenzione verso l’esplorazione del sottosuolo. La possibilità di trovare acqua liquida a grandi profondità potrebbe portare a missioni mirate a sondare queste zone e, in futuro, a sviluppare tecnologie in grado di sfruttare queste risorse che potrebbero rivelarsi cruciali per la colonizzazione del pianeta.

Rappresentazione artistica dell’interno di Marte in base allo studio in oggetto. James Tuttle Keane e Aaron Rodriquez, Scripps Institute of Oceanography

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #30!

Riprendiamo l’esplorazione del Pianeta Rosso con Perseverance che si trovava a un passo da Neretva Vallis, il greto sabbioso dell’antico fiume che miliardi di anni fa scorreva verso est confluendo nel Cratere Jezero. C’è anche qualche interessante integrazione riguardante le aurore marziane catturate direttamente dalla superficie e per finire eccellenti conferme sullo stato della camera SHERLOC. Si parte!

Dove eravamo

Nel precedente appuntamento della rubrica abbiamo lasciato il rover Perseverance impegnato nell’analisi di un’abrasione eseguita su una roccia depositata al suolo. Grazie agli aggiornamenti NASA abbiamo nel frattempo scoperto che la roccia viene battezzata Old Faithful Geyser, ma ci sono dettagli geologici molto più interessanti del suo nome.

Avvio dell’operazione di fresatura catturato dalla Front Left HazCam, Sol 1051. NASA/JPL-Caltech/Piras
Una delle fotografie diurne eseguite dalla camera WATSON successivamente alla fresatura, Sol 1051. NASA/JPL-Caltech

La roccia Old Faithful Geyser, così come i tre prelievi che l’hanno preceduta eseguiti lungo la Marginal Unit (Pelican Point, Lefroy Bay e il più recente Comer Geyser), si conferma ricca di carbonati. Ma ci sono alcune differenze nel modo in cui i grani sono cementati all’interno che rendono ciascuna roccia, in un certo senso, unica. La spiegazione potrebbe risiedere nei meccanismi di formazione o in differenti processi di alterazione. Lo studio di questa nuova roccia è stato pensato per integrare le analisi sinora a disposizione degli scienziati in modo da espandere i campionamenti man mano che Perseverance si muove verso ovest e servirà a comprendere se le rocce carbonatiche lungo il percorso siano formate tramite processi sedimentari, vulcanoclastici o ignei.

L’osservazione di Old Faithful Geyser non si è fermata all’imaging esterno ma ha impiegato anche lo strumento PIXL, lo spettrometro a raggi X installato sul braccio robotico, che ha analizzato l’interno della roccia per mappare la dimensione e distribuzione dei grani della roccia. Anche questo rilievo sarà confrontato con quelli analoghi eseguiti nelle settimane passate.

Confronto fra le tre rocce da cui Perseverance ha estratto gli ultimi tre campioni. NASA/JPL-Caltech/Piras

Perseverance mette il turbo

Dopo aver completato il percorso a ostacoli schivando massi e sabbia lungo l’Unità Marginale e procedendo per questa ragione a rilento, i piloti della NASA vedono finalmente tra le dune uno spiraglio verso nord che permetta al rover di accedere all’interno di Neretva Vallis senza pericoli. Il rischio di insabbiarsi era prima d’ora talmente concreto che è stato accettato di perdere tempo con la lenta traversata sulle rocce della West Marginal Unit.

Visuale verso nord nel Sol 1158 (23 maggio). NASA/JPL-Caltech/Piras
Spostamenti di Perseverance dal Sol 1159 al 1176

Il Sol 1162 (27 maggio) Perseverance si è così potuto insinuare verso nord attraverso Dunraven Pass, muovendosi per la notevole distanza di 200 metri e ricordandoci delle sue vere potenzialità messe in ombra nelle precedenti settimane: la tratta unica più lunga era stata di 90 metri, ma mediamente ogni spostamento (o drive, come li chiamano i tecnici) non ha superato i 30.

Il rover giunge al centro dalla valle sabbiosa un tempo costituente il letto del fiume che fluiva verso est in direzione del cratere Jezero. Dalla posizione indicata con il marker rosso a destra nella mappa numero 2 Perseverance esegue una serie di scatti con le MastCam-Z per comporre un mosaico di Mount Washburn, il rilievo che si erge all’interno di Neretva Vallis ben visibile nelle immagini satellitari e che il rover inquadra guardando verso est. Gli scienziati avevano già osservato la regione da lontano cogliendo alcune peculiarità nella composizione e trama delle rocce e appena l’occasione si presenta decidono di indagare ulteriormente.

Il risultato è indubbiamente un bel panorama ma c’è qualcosa di più che salta all’occhio anche ai meno esperti: al centro dell’immagine si staglia un masso alto circa 40 cm eccezionalmente brillante con delle macchie scure. Viene battezzato “Atoko Point” dal nome di un rilievo a est del Grand Canyon in Arizona.

Panorama del Sol 1162. NASA/JPL-Caltech

È noto che impetuosi fiumi, su Marte come sulla Terra, siano stati in grado di trasportare materiale verso valle anche per lunghe distanze, e il masso qui inquadrato sembra provenire davvero da molto lontano. Peraltro non è l’unico con una superficie così chiara in quanto ingrandendo l’immagine se ne scorgono anche altri. Potrebbe essere una piccola anteprima di ciò che attende il rover nei prossimi mesi e anni di missione, o addirittura provenire da regioni che Perseverance non raggiungerà mai. I tecnici non si fanno sfuggire l’occasione di investigare più nel dettaglio “Atoka Point” e lo fanno con ulteriori zoom della MastCam-Z e con la SuperCam, quest’ultima impiegata anche con il suo laser vaporizzatore per indagare la chimica del masso.

Atoko Point nel dettaglio catturato dalla Left MastCam-Z, Sol 1162. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras
Unione di tre immagini di SuperCam RMI, Sol 1162. NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/Piras

Finalmente Bright Angel!

Dopo l’osservazione di Mount Washburn Perseverance non ha fatto altre tappe e ha proceduto spedito prima leggermente verso nord a toccare “Tuff Cliff” e poi verso ovest attraversando “Cedar Ridge” fino all’arrivo alla destinazione finale: Bright Angel.

Immagine NavCam del Sol 1172. Ci troviamo all’interno di Neretva Vallis e guardiamo verso ovest. A destra si intuisce Bright Angel appena alle pendici del rilievo. NASA/JPL-Caltech

È questo il nome che gli scienziati hanno dato all’area al confine ovest dell’Unità Marginale e parzialmente inglobata in Neretva Vallis. Ben visibile anche dalle immagini satellitari grazie al suo colore chiaro che spicca rispetto alle zone circostanti, era nel mirino dei ricercatori ancora prima che la missione del rover iniziasse nel 2021. Le rocce chiare che costituiscono Bright Angel potrebbero essere sedimenti che nel tempo si sono accumulato e hanno formato il canale o materiale ancora più antico, esposto dall’azione erosiva dell’acqua.

Perseverance arriva alla base dell’affioramento intorno al 10 giugno. Le prime immagini stupiscono i geologi e l’intero team scientifico: le rocce presentano strutture stratificate con bordi taglienti che richiamano alla mente vene minerali, simili a quelle osservate mesi fa alla base del cono alluvionale con la differenza che qui sono molto più abbondanti. Ci sono anche alcuni piccoli sassi raggruppati tra loro che presentano delle piccole sfere in superficie. Il team ci mette poco a inventare un’analogia per queste strutture che vengono scherzosamente definite “simili a popcorn”. La visione d’insieme suggerisce che in questa regione scorresse acqua di falda.

Le strutture a “popcorn” di Bright Angel osservate da Perseverance nel Sol 1175, Left MastCam-Z. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras
Sottilissimi scaglie di roccia emergono dalla sabbia e proiettano al suolo le proprie ombre frastagliate. Right MastCam-Z nel Sol 1182. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras

Nei Sol successivi Perseverance è risalito verso nord di qualche decina di metri documentando il paesaggio circostante e la chimica delle rocce con analisi spettrali. Nei Sol 1179 e 1191 (13 e 26 giugno) si è poi proceduto a due distinte fresature di basamenti al suolo, a non troppa distanza l’uno dall’altro.

Fresatura eseguita da Perseverance nel Sol 1191. NASA/JPL-Caltech/Piras
Osservazione dell’abrasione con la camera WATSON, Sol 1191. NASA/JPL-Caltech/Piras

Vedremo se prima di proseguire le esplorazioni il rover, che nel frattempo è praticamente stazionario da alcune settimane, verrà programmato anche per un nuovo prelievo. La regione attualmente in esplorazione è un tesoro per i geologi tra lastre erose dall’acqua, concrezioni di olivina e vene minerali che tagliano in due i massi al suolo.

Credo che siamo in tanti a non vedere l’ora di leggere le analisi degli scienziati al lavoro nella missione del rover non appena saranno disponibil! E come sempre troverete sulle pagine di Coelum Astronomia una completa e rigorosa sintesi delle evidenze risultanti, perciò continuate a seguire questa rubrica web e la sua gemella sulla rivista cartacea.

Riguardo a Perseverance, una volta terminati i lavori in quest’area tornerà sul versante sud del canale in direzione di “Serpentine Rapids” per poi continuare a percorrere Neretva Vallis verso ovest.

Breve avanzamento di Perseverance all’interno di Bright Angel e posizione aggiornata al Sol 2104 (9 luglio)

La CME di maggio: i risultati scientifici

Nel precedente appuntamento della rubrica avevamo visto che l’orbiter MAVEN e il rover Curiosity si stessero preparando all’analisi delle espulsioni di massa coronale originate dalla macchia solare AR3664.

Le rilevazioni più importanti dei due apparati statunitensi non hanno però riguardato le CME legate al brillamento di classe X3.8 dell’11 maggio (quello direttamente responsabile delle aurore documentate sulla Terra sino a latitudini tropicali) e neppure il brillamento X8.79 del 14 maggio.

Un terzo brillamento di intensità ancora maggiore è avvenuto il 20 maggio quando la macchia AR3664 era ormai sparita dal disco solare visibile dalla Terra ma è stata rilevata e misurata nella sua intensità dal satellite NASA-ESA Solar Orbiter. La potenza stimata è stata X12, rendendo questo l’evento più energetico misurato dal novembre 2003.

Sulla superficie di Marte i tecnici di Curiosity si sono fatti trovare pronti con lo strumento Radiation Assessment Detector (RAD), ma non solo. Il rilevatore di particelle del rover ha misurato una quantità di radiazioni al suolo pari a 8.1 millisievert, equivalenti all’incirca a 30 radiografie al torace. Pur non rappresentando una dose letale per un astronauta che si fosse trovato senza adeguate schermature su Marte, è tuttavia la massima rilevazione mai misurata da Curiosity nei suoi 12 anni di operazioni.

Altre analisi di Curiosity hanno impiegato degli strumenti ottici, ovvero MastCam e NavCam. Queste ultime hanno monitorato il paesaggio marziano e documentano l’interazione delle particelle cariche con i fotorilevatori del sensore CCD. Il risultato è rumore digitale che dà luogo a una specie di “neve”. Nelle immagini acquisite si notano persino intere strisciate, generate da singole particelle che hanno percorso il piano del sensore eccitando molteplici pixel.

Immagine NavCam del 20 maggio, Sol 4190. NASA/JPL-Caltech

Le osservazioni con le MastCam sono state invece un po’ diverse a partire dal fatto che si sono svolte durante la notte e hanno cercato di rilevare l’emissione ottica del vento solare, ovvero l’aurora. La ricerca di questa debolissima traccia giustifica le acquisizioni descritte in News da Marte #29 che, a una prima occhiata, poteva sembrare avessero poco senso. Ma abbiamo fatto bene a non giungere a conclusioni affrettate e riservarci di tornare in seguito sulla loro analisi.

Le aurore su Marte

Sul Pianeta Rosso, a causa dell’assenza di un campo magnetico globale, l’interazione tra le particelle cariche e l’atmosfera non è concentrata sui poli come sulla Terra ma genera fenomeni differenti. Uno tra questi è noto con il nome di aurora diffusa e si manifesta a livello planetario come un bagliore nell’emisfero al buio in specifiche linee di emissione nell’ultravioletto a cavallo tra 130.4 e 297.2 nanometri dovute ad anidride carbonica, monossido di carbonio e ossigeno atomico. Le lunghezze d’onda interessate sarebbero perciò esterne alle bande passanti dei filtri di Curiosity che arrivano al massimo a circa 420 nm, corrispondenti al limite inferiore della banda del colore blu. Recentissimi studi hanno però confermato l’esistenza finora solo teorizzata di un’emissione aggiuntiva legata all’ossigeno localizzata a 557.7 nm, nella lunghezza d’onda del colore verde e perciò in piena banda visibile. È un risultato attualmente ancora in fase di pre-print e che dovrebbe venir presentato tra un paio di settimane alla decima International Conference on Mars a Pasadena, California, e che sfrutta le rilevazioni eseguite con le camere di Perseverance. Le tecniche di analisi sono estremamente interessanti e meritano una descrizione nel paragrafo finale di questo articolo.

In orbita marziana era contemporaneamente al lavoro MAVEN che ha rilevato il fenomeno già menzionato delle aurore diffuse nell’intero emisfero in ombra mentre il pianeta veniva investito dalle particelle solari. Durante le osservazioni, eseguite dal 14 al 20 maggio, la sonda parrebbe aver rilevato anche un’altra tipologia di fenomeno chiamato aurora discreta. Queste ultime sono generate dall’interazione del vento solare con le aree, piccole e sparpagliate soprattutto nell’emisfero sud di Marte, in cui si conserva un intenso magnetismo crostale. Si tratta di regioni di crosta raffreddatesi quando ancora il pianeta aveva un magnetismo globale che si è così conservato nelle rocce. Queste regioni non sono state in seguito bersagliate da grandi impatti meteorici che, alzando la temperatura oltre la soglia per cui la roccia perde le proprietà magnetiche (temperatura di Curie), hanno fatto sì che gran parte della superficie di Marte perdesse anche questo magnetismo residuo. Ma nelle aree dove ancora si conserva è talmente intenso da guidare la formazione di aurore estremamente localizzate.

Rilevazione del 20 maggio di MAVEN nell’emisfero notturno di Marte con lo strumento sensibile all’ultravioletto. NASA/University of Colorado/LASP

Per completare la trattazione vale la pena menzionare un ulteriore tipo di aurora marziana: a quelle diffuse e quelle discrete si aggiungono le aurore protoniche (scoperte da MAVEN nel 2018) che riguardano l’emisfero illuminato.

Nel 2022 la sonda emiratina Hope ha invece rilevato per la prima volta un potenziale quarto tipo di aurora (definito come sinuosa discreta) la cui emissione osservata nell’ultravioletto si distendeva per una grande porzione dell’emisfero marziano in ombra. La spiegazione per questo nuovo fenomeno non è al momento chiara perché mostra caratteristiche simili a quelle delle aurore discrete, ovvero una precisa localizzazione, sebbene sia apparentemente generata dagli stessi meccanismi delle aurore globali. I prossimi mesi di attività solare e le osservazioni che seguiranno aiuteranno a far chiarezza.

Emirates Mars Mission

L’aurora nel visibile di Perseverance

Il 15 marzo un flare di intensità C4.9 (quindi circa 90 volte inferiore rispetto al fenomeno X3.8 legato alle aurore terrestri di maggio) originato dalla macchia solare AR3599 ha generato un’espulsione di massa coronale interplanetaria che ha viaggiato sino a Marte. Nel paper intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) vengono riportati i risultati del quarto tentativo, stavolta riuscito, di rilevare un’aurora diffusa direttamente dalla superficie di Marte e, per la prima volta in assoluto, dell’emissione a 557.7 nm dell’ossigeno atomico responsabile della tinta verde comune anche alle aurore terrestri. Per farlo gli scienziati sono ricorsi a Perseverance e allo spettrometro della SuperCam, dotato tra le altre cose di un amplificatore ottico nell’intervallo 535-853 nm utile per aumentare l’intensità della debole emissione d’interesse. 

L’ora di arrivo della tempesta solare ha rispettato le previsioni e l’impatto con Marte è stato confermato anche da un incremento di errori nella memoria della sonda Mars Express di un fattore 4. Le osservazioni spettrali di Perseverance sono partite alle 00:34 del Sol 1094 e, dopo aver compensato il rumore di fondo e applicato gli opportuni filtraggi, mostra in modo eloquente il picco di luce alla lunghezza d’onda attesa.

In nero la media delle acquisizioni spettrali della SuperCam e in verde la curva di miglior adattamento. In basso in rosso il rumore residuo. Knutsen, McConnochie, Lemmon et al.

Al termine delle rilevazioni con la SuperCam, Perseverance ha eseguito acquisizioni anche con le MastCam-Z utilizzando i filtri RBG con cui produce le immagini nello spettro visibile. Nonostante la presenza in cielo del luminoso Fobos che ha aggiunto una tinta giallo-arancio alle immagini, al termine delle compensazioni anche le immagini della MastCam-Z hanno mostrato un eccesso di radiazione nel canale verde. 

I ricercatori hanno concluso che l’evento CME studiato ha prodotto un’emissione con intensità stimata di 93 Rayleigh (unità di misura per il flusso luminoso). Le rilevazioni oggetto di studio sono state parzialmente degradate dalla presenza di polveri in sospensione nell’atmosfera che hanno ridotto la luminosità dell’evento, ma si ritiene che in condizioni atmosferiche migliori o nel caso di CME di poco più potenti si potrebbe raggiungere la soglia di visibilità umana. Quindi, un giorno, astronauti e astronaute potrebbero vedere con i loro occhi aurore su Marte.

SHERLOC è di nuovo operativa

La comunicazione ufficiale è arrivata il 17 giugno attraverso gli aggiornamenti resi disponibili dalla NASA e conferma ciò che su queste pagine avevamo già ipotizzato a metà maggio in News da Marte #28. Succede spesso che nelle immagini grezze si nascondano piccole anticipazioni su ciò che verrà narrato più tardi nelle cronache dei rover…

Sono state proprio le immagini acquisite l’11 maggio che hanno confermato la ripresa funzionalità della camera SHERLOC che a inizio gennaio era rimasta con lo sportellino di protezione della lente bloccato in posizione socchiusa.

Posizione della camera SHERLOC ACI sulla torretta del braccio robotico, Sol 1044. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

I tentativi di ripristinare la funzionalità del piccolo motore che aziona lo sportellino, che permette inoltre il fondamentale controllo della messa a fuoco, hanno avuto parziale successo nel corso dei mesi di lavoro. I tecnici hanno scaldato l’attuatore coinvolto, hanno azionato il trapano nel tentativo di smuovere granelli di polvere che potessero ostacolare il movimento di apertura, eseguito particolari acrobazie con il braccio robotico…

Non si sa di preciso quale di queste azioni sia stata risolutiva, ma alla fine i tecnici sono riusciti ad aprire lo sportellino quanto bastava per non ostruire più la lente di SHERLOC che è sia una camera che uno spettrometro. Il motore non era però in grado di muoversi liberamente e perciò una precisa messa a fuoco era ancora impossibile da ottenere. È servito un piano B.

Se l’obiettivo fotografico non può agire sulla messa a fuoco allora si può intervenire avvicinando o allontanando la camera al soggetto. Sfruttando l’estrema precisione dei movimenti del braccio robotico, capace di spostamenti minimi di 0.25 millimetri, i tecnici hanno eseguito un test sul target di calibrazione di SHERLOC individuando in 40 mm la distanza dal soggetto per ottenere una precisa messa a fuoco.

La prima immagine nuovamente a fuoco di SHERLOC viene acquisita nel Sol 1047. NASA/JPL-Caltech/Piras

Per il primo test vero e proprio su una roccia bisogna aspettare qualche giorno marziano, il Sol 1153. Il risultato dà esito positivo.

18 maggio, Perseverance fotografa di nuovo una roccia con SHERLOC ACI. NASA/JPL-Caltech

Quasi un mese dopo, il 17 giugno, si presenta l’occasione di testare anche lo spettrometro di SHERLOC. Anche questo test ha successo, e la NASA può così dichiarare ufficialmente riuscito un debug hardware eseguito su un apparato distante centinaia di milioni di km. Pur con la limitazione di non poter agire sulla messa a fuoco diretta tramite l’obiettivo, Perseverance continuerà a produrre dati di immutata qualità scientifica con SHERLOC. Avanti tutta!

Anche per questo appuntamento è tutto, alla prossima!

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #29!

Questo aggiornamento sulle attività dei rover NASA sarà un po’ più mirato del solito e si focalizzerà principalmente su due tipi di tempeste, di sabbia e solari, e le loro conseguenze. Nella seconda parte ci divertiremo poi a indagare il Sole grazie all’occhio acutissimo di Perseverance. Si parte!

Il massimo del ciclo solare

Maggio è stato un mese di grandissimo interesse per chi si occupa di scienza del Sole. Ci avviciniamo al picco di attività della nostra stella all’interno del ciclo di 11 anni, e gli strepitosi fenomeni di aurore e SAR osservati sulla Terra sino a latitudini tropicali ne sono stati la prova. Su Marte la NASA non si farà trovare impreparata in quanto ha due apparati pronti non solo per rilevare ma anche misurare l’intensità delle eruzioni solari e i fenomeni che ne conseguono.

MAVEN

Il primo di questi apparati si trova in orbita ed è la sonda MAVEN, acronimo di Mars Atmosphere and Volatile Evolution. La missione del satellite, iniziata nel settembre 2014, è focalizzata sulla misurazione della fuga dell’atmosfera di Marte, cercare di comprenderne l’evoluzione nel tempo e da qui dedurre quale fosse il clima del pianeta nel suo passato.

NASA/GFSC

Non è poi un caso che MAVEN sia progettata anche per rilevare radiazioni e influenza del vento solare; infatti i picchi di attività della nostra stella, su un pianeta privo di campo magnetico globale come Marte, riescono a soffiare via l’atmosfera durante tempeste solari particolarmente violente. I modelli climatici prevedono che le stagioni marziane più calde, oltre a produrre le celebri tempeste di sabbia che talvolta arrivano ad avvolgere l’interno pianeta, riscaldino e “gonfino” significativamente l’atmosfera. In essa si trova miscelato anche il vapore acqueo che sublima dai ghiacci e che viene così investito dal vento solare e disperso nello spazio. Questo processo, ripetuto nel corso di miliardi di anni, potrebbe aver avuto il potenziale di trasformare un mondo umido nell’attuale deserto arido che è Marte. Un cruciale fattore di riscaldamento globale del pianeta giunge dal suo posizionamento in perielio, punto di massima vicinanza al Sole. L’orbita di Marte ha una marcata eccentricità e questo fa sì che nel punto di perielio il pianeta riceva quasi il 50% di radiazione e calore in più rispetto all’afelio. La stagione delle tempeste di sabbia è attualmente in corso. Siamo infatti a ridosso del perielio (avvenuto l’8 maggio) e quest’anno in concomitanza, come detto, di un periodo di intensa attività solare. MAVEN sta sfruttando questa sovrapposizione di eventi per compiere studi alla ricerca di conferme sperimentali sulla validità delle teorie attuali sulla fuga dell’atmosfera.

Curiosity

Il secondo apparato messo in campo dalla NASA per studiare gli attuali picchi di attività solare è il rover Curiosity. Insieme agli strumenti per l’analisi chimica delle rocce e le numerose camere, il robot monta sulla propria plancia uno strumento chiamato RAD. Il nome è l’acronimo di Radiation Assessment Detector e si tratta di un rilevatore di particelle altamente energetiche.

NASA/JPL-Caltech/MSSS

RAD studia la radiazione solare che filtra nell’atmosfera e colpisce la superficie di Marte. Queste particelle hanno sufficiente energia per spezzare le molecole organiche, inducendo dei processi che danneggiano le eventuali tracce fossili di vita batterica che rappresentano gli attuali obiettivi di studio sul Pianeta Rosso. Ma gli scopi di RAD non si fermano qui: lo strumento sta fornendo indicazioni sulle schermature di cui i futuri habitat umani dovranno essere dotati per fornire un sufficiente livello di sicurezza ai primi astronauti che metteranno piede su Marte. Prima ancora dell’atterraggio sul pianeta nel 2012 a bordo di Curiosity, RAD ha misurato la radiazione nello spazio interplanetario, anche in questo caso con lo scopo di quantificare la pericolosità di un viaggio spaziale per un equipaggio. Gli strumenti di MAVEN e il RAD di Curiosity si completano a vicenda, potremmo dire: i detector del satellite sono sensibili alle radiazioni a bassa energia mentre RAD rileva quelle estremamente più energetiche che riescono a penetrare l’atmosfera e arrivare sino alla superficie. Per questa ragione capita che i team del rover e della sonda lavorino fianco a fianco per caratterizzare da prospettive differenti un medesimo evento solare. Vedremo probabilmente in uscita nei prossimi mesi qualche news o paper scientifico basato sulle rilevazioni che questi due apparati stanno portando avanti.

A caccia dell’aurora

Il 14 maggio la macchia solare AR3664, balzata ai proverbiali onori delle cronache in quanto responsabile pochi giorni prima delle aurore più potenti dal 2003 a oggi, era ormai sul bordo orientale del Sole. Forse intenzionata a dare un saluto memorabile alla Terra, quel giorno ha prodotto un flare di classe X8.79, il più potente del Ciclo Solare 25.

news da marte
Immagine a 131 Å del satellite Solar Dynamics Observatory. NASA/SDO/AIA team

Ma mentre la conseguente espulsione di massa coronale non ha interessato la Terra a causa della posizione al confine del disco solare, AR3664 era orientata in direzione di Marte. Sul Pianeta Rosso, a causa dell’assenza di un campo magnetico, l’interazione tra le particelle cariche del vento solare e l’atmosfera non è concentrata sui poli come sulla Terra ma appare come un’aurora diffusa globale. Gli aggiornamenti NASA sulle attività del rover Curiosity riportano che i tecnici abbiano deciso qualche giorno dopo la CME di svolgere un’osservazione notturna del cielo con le MastCam del rover alla ricerca dell’elusivo bagliore aurorale. L’attività è stata eseguita nella tarda serata del Sol 4189, producendo complessivamente 24 immagini a lunga esposizione (12 per ciascuna camera) a intervalli di 105 secondi che sono state rese disponibili nelle pagine dedicate alle foto grezze. Nel database NASA non ho purtroppo trovato disponibili dei dark frame per rimuovere il rumore digitale dei sensori e provare così a ripulire le immagini. Ogni tentativo di elaborazione di queste foto è stato inutile e tutto ciò che si vede è il disturbo di acquisizione che sovrasta anche l’eventuale segnale prodotto dalle stelle. Da parte mia non posso fare assunzioni se queste riprese abbiano avuto successo, vedremo in future news ufficiali quali siano stati i risultati.

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Una delle 24 immagini notturne acquisite da Curiosity nel Sol 4189. Right MastCam. NASA/JPL-Caltech/MSSS

C’è da aggiungere che, nonostante queste foto siano state scattate sia dalla MastCam di destra che da quella di sinistra, probabilmente solo la Left ci avrebbe permesso di apprezzare il fenomeno astronomico dell’aurora grazie alla lunghezza focale di 34 mm opposta al 100 mm della Right. Dal punto di vista della tecnica fotografica un teleobiettivo è estremamente limitante qualora si vogliano osservare ampie parti del cielo come sarebbe stato opportuno in questo caso. Ma da settembre 2023 la Left MastCam continua a presentare il problema della ruota portafiltri bloccata a metà del filtro trasparente L0 (problema descritto per la prima volta in News da Marte #23). Attualmente i tecnici stanno continuando a impiegare la camera con l’accorgimento di scaricare perlopiù solo dei ritagli delle foto per non sprecare risorse con le porzioni oscurate delle immagini.

Foto del Sol 4191 della Left MastCam di Curiosity. NASA/JPL-Caltech/MSSS  
Simulazione del ritaglio a cui le immagini della Left MastCam vengono attualmente sottoposte. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras
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Recente immagine della Left MastCam con il ritaglio descritto. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Nuove osservazioni solari di Perseverance

Curiosity non è stato l’unico rover che a maggio ha guardato il cielo di Marte. Anche Perseverance è stato impegnato in osservazioni con il naso all’insù, sia solari che stellari. Come visto in passato su queste pagine, le rilevazioni solari sono permesse dalle MastCam-Z, la coppia di camere montate sulla testa (da qui il termine Mast) del rover e dotate di uno zoom (da qui la lettera Z) con escursione 26-110 mm che si differenziano dalle focali fisse di Curiosity. Ciascuna camera monta una ruota di filtri con cui isolare specifiche lunghezze d’onda nello spettro, in modo da capire esattamente quali specie minerali siano più abbondanti in determinate rocce. Tra questi filtri ce ne sono anche due solari, con i quali il rover osserva quasi quotidianamente il Sole per studiare quante polveri siano presenti in sospensione nell’atmosfera e di conseguenza stimare il parametro dello spessore ottico indicato con la lettera greca tau. Alle migliaia di foto scattate da scienziati e semplici appassionati alla macchia AR3664 menzionata nelle cronache di Curiosity, è doveroso per noi esploratori marziani aggiungere le riprese eseguite da Perseverance. Questa macchia, talmente grande da essere stata visibile persino a occhio nudo (ma sempre, ricordo, con gli opportuni filtri), alla sua massima dimensione si è estesa su una lunghezza pari a quasi 18 Terre una a fianco all’altra.

Il Sole visto da Marte il 12 maggio

Tra le immagini che ho selezionato per l’articolo la prima è stata acquisita il 12 maggio (Sol 1147) quindi all’indomani dei fenomeni aurorali estremi. Quando ormai sulla Terra AR3664 si accingeva a tramontare sul lato orientale del disco solare (come illustrato nell’immagine di SDO) su Marte la macchia aveva da poco iniziato a dare bella mostra di sé.

News da Marte
Foto della Left MastCam-Z del 12 maggio, Sol 1147. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras  
Il Sole del 12 maggio visto dallo strumento Helioseismic Magnetic Imager a bordo del satellite SDO. NASA/SDO/HMI team/SpaceWeatherLive

Vale la pena tornare un po’ indietro nel tempo con le immagini del satellite SDO della NASA e ripescare un’acquisizione dello strumento Helioseismic Magnetic Imager datata 4 maggio. In essa si riconosce quasi perfettamente la configurazione di macchie solari che 8 giorni dopo, in seguito alla rotazione della superficie della nostra stella, era rivolta verso Marte.

Immagine del 4 maggio. NASA/SDO/HMI team/SpaceWeatherLive

Il Sole visto da Marte il 14 maggio

11 ore prima che AR3664 producesse l’impressionante brillamento con intensità X8.79 menzionato a inizio articolo, Perseverance aveva fotografato ancora una volta il Sole. L’immagine risultante conferma l’ottimo allineamento della macchia solare in direzione di Marte e ci lascia a fantasticare su quali aurore l’eruzione avrebbe potuto produrre sulla Terra se fosse avvenuta pochi giorni prima!

NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras

Rotazione solare: animazione

Le ultime immagini sul tema che desidero mostrarvi sono due animazioni realizzate a partire dalle foto solari di Perseverance dal 30 aprile al 22 maggio. I frame della prima gif sono quelli originali così come scaricati dalle pagine NASA, con l’unico accorgimento di aver centrato l’inquadratura sul Sole. Si notano i pixel colorati dovuti al rumore digitale del sensore, l’inclinazione variabile del Sole in base all’ora a cui le foto sono state scattate e soprattutto la mutevole luminosità legata a quanta polvere fosse presente in atmosfera.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

Ho quindi sottoposto i frame alla pulizia dagli hot pixel, uniformato l’esposizione e corretto l’inclinazione del disco in modo da rendere fluida la rotazione. Questo è il ben più gradevole risultato.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

Ma questa polvere nell’aria che la sta facendo da padrona…si riesce a vedere? Come spesso avviene, un’immagine vale più di mille parole. Ecco una foto realizzata dalla camera di navigazione di Perseverance che illustra come i rilievi all’orizzonte quasi svaniscano a causa dell’oscuramento atmosferico.

Ripresa con la Left NavCam nel Sol 1158, 23 maggio. In basso c’è un ritaglio della porzione superiore della stessa foto. NASA/JPL-Caltech/Piras

Astrofotografia da Marte

Apparentemente non legato all’osservazione di particolari fenomeni nei cieli marziani, nella notte del Sol 1153 Perseverance ha eseguito uno scatto a lunga esposizione con la MastCam-Z di sinistra. Stavolta, a differenza delle immagini notturne di Curiosity, i tecnici hanno prodotto anche dei rudimentali dark frame eseguendo preliminarmente degli scatti con il filtro solare che, grazie all’oscuramento estremo che fornisce, ha bloccato a sufficienza ogni potenziale luce in ingresso alla camera. Ho potuto utilizzare queste particolari immagini per provare a migliorare il light frame, ovvero la foto notturna vera e propria. L’immagine è rimasta comunque rumorosa perché ho aumentato molto il contrasto con lo scopo di evidenziare sia la scia delle stelle che parte del paesaggio. Ebbene sì, Perseverance ha osservato delle stelle all’orizzonte.

Left MastCam-Z, Sol 1153. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras

I metadati dell’immagine grezza ci aiutano a collocare lo scatto esattamente in direzione ovest e questo è coerente con l’inclinazione delle stelle le quali, viste dall’emisfero nord di Marte, stanno tramontando. Con l’ausilio del software di simulazione Stellarium possiamo ricostruire il cielo visto da Perseverance inserendo data e ora della foto (le 2:49 italiane del 18 maggio). Se con un po’ di pazienza inseriamo anche le specifiche del sensore, la lunghezza focale impiegata per quest’acquisizione e inseriamo un correttivo che tenga conto dell’inclinazione del rover rispetto al terreno, troviamo un’ottima corrispondenza con il campo inquadrato dalla MastCam-Z e scopriamo l’esatta zona di cielo puntata.

Simulazione della foto notturna di Perseverance. Stellarium/Piras
Costellazione australe della Gru vista da Marte

Andando a indagare nelle immagini diurne delle NavCam acquisite in quei giorni Sol (quando Perseverance è rimasto fermo alcuni giorni nella stessa posizione) troviamo il rilievo che compare nella foto e che, dopo un’opportuna compensazione della distorsione della lente, si sovrappone abbastanza bene con lo scatto notturno.
 

La foto notturna del Sol 1153 è qui sovrapposta a un’immagine della Right NavCam del Sol 1151. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

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Cielo del Mese

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IL CIELO DEL MESE DI GENNAIO 2026

Mappa del cielo alle ore (TMEC): 01 GEN> 23:00   15 GEN> 22:00  30 GEN> 21:00

Gennaio 2026 offre ottime opportunità di osservazione astronomica: la Luna attraversa tutte le fasi, dal primo giorno con 12 giorni di età fino al Plenilunio del 3 gennaio e al Novilunio del 18 gennaio, con dettagli geologici spettacolari come i crateri Schickard, Wargentin, Archimedes e Aristillus osservabili al telescopio. Numerose congiunzioni si verificano tra Luna, Giove, Saturno, Regolo e l’ammasso M45. La ISS offre passaggi visibili dal 13 al 29 gennaio. Il cielo invernale mostra costellazioni luminose come Toro e Auriga, con oggetti deep sky notevoli, tra cui le Pleiadi, la Nebulosa Granchio M1 e nebulose IC. Supernovae e Novae continuano a essere osservate, con scoperte in M31 e galassie distanti fino a 500 milioni di anni luce. Infine, la cometa 24P/Shaumasse raggiunge il perielio, visibile in gennaio per chi dispone di cieli scuri e strumenti adeguati.

COSTELLAZIONI NEL CIELO DEL MESE DI GENNAIO 2026

Nel cielo dell’inverno boreale sfavillante costellazioni luminose, ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure più importanti del mese di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.

Tutte le descrizioni sono in Le Costellazioni del mese di Gennaio a cura di @teresamolinaro

I principali eventi di Novembre 2025 (pubblicati nell’Almanacco 2025 vedi Coelum 277)

Data Ora Cosa Come

01/01/2026 22:43 Luna Perigeo 360346 km
03/01/2026 11:02 Luna Piena
03/01/2026 17:38 Terra Perielio 0.9833 A.U.
04/01/2026 01:31 Massimo delle Quadrantidi
04/01/2026 05:05 Congiunzione Luna-Polluce 3.0°S
05/01/2026 02:46 Congiunzione Luna-Presepe 1.3°N
06/01/2026 12:04 Mercurio Afelio 0.4667 A.U.
06/01/2026 16:58 Venere Congiunzione Superiore
06/01/2026 17:57 Congiunzione Luna-Regolo 0.5°N
07/01/2026 12:21 Luna Nodo Discendente
08/01/2026 04:52 Congiunzione Venere-Marte 0.2°N
09/01/2026 10:57 Marte Congiunzione Sole
10/01/2026 09:21 Giove Opposizione
10/01/2026 16:48 Ultimo Quarto
11/01/2026 01:34 Congiunzione Luna-Spica 1.7°S
13/01/2026 21:47 Luna Apogeo 405436 km
14/01/2026 21:12 Congiunzione Luna-Antares 0.6°S
18/01/2026 03:39 Congiunzione Mercurio-Marte 1.0°S
18/01/2026 15:11 Congiunzione Luna-Marte 2.6°S
18/01/2026 16:08 Congiunzione Luna-Mercurio 1.6°S
18/01/2026 20:52 Luna Nuova
19/01/2026 02:01 Congiunzione Luna-Venere 2.1°S
21/01/2026 16:44 Mercurio Congiunzione Superiore
22/01/2026 01:03 Luna Nodo Ascendente
22/01/2026 20:35 Venere Afelio 0.72824 A.U.
23/01/2026 13:37 Congiunzione Luna-Saturno 4.3°N
23/01/2026 16:47 Congiunzione Luna-Nettuno 3.5°N
26/01/2026 05:47 Primo Quarto
27/01/2026 19:46 Congiunzione Luna-Urano 5.4°N
27/01/2026 22:43 Congiunzione Luna-Pleiadi 1.1°N
29/01/2026 00:44 Congiunzione Mercurio-Venere 0.7°S
29/01/2026 22:52 Luna Perigeo 365876 km
31/01/2026 03:30 Congiunzione Luna-Giove 3.9°N
31/01/2026 15:24 Congiunzione Luna-Polluce 3.0°S

TABELLE EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA

RA
Ascensione Retta
DEC
Declinazione
SUNDIST
Distanza Sole
EADIST
Distanza Terra
ELONG
Elongazione Massima
MAG
Magnitudine
DIAM
Diametro
PHASE
Fase
RISE
Orario Sorgere
TRAN
Orario al Meridiano
SET
Orario Tramonto

 

NAME RA DEC EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Sole 18:45:47.7 -23:01:14.8 0.98333 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:14 16:45
2 Sole 18:50:12.4 -22:56:11.4 0.98331 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:14 16:46
3 Sole 18:54:36.8 -22:50:40.7 0.9833 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:15 16:47
4 Sole 18:59:00.8 -22:44:42.8 0.9833 0.0 -26.7 1951.9 100.0 07:43 12:15 16:48
5 Sole 19:03:24.3 -22:38:17.8 0.98331 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:16 16:49
6 Sole 19:07:47.5 -22:31:26.0 0.98332 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:16 16:50
7 Sole 19:12:10.2 -22:24:07.4 0.98334 0.0 -26.7 1951.8 100.0 07:43 12:17 16:51
8 Sole 19:16:32.4 -22:16:22.4 0.98336 0.0 -26.7 1951.7 100.0 07:42 12:17 16:52
9 Sole 19:20:54.2 -22:08:11.1 0.98339 0.0 -26.7 1951.7 100.0 07:42 12:18 16:53
10 Sole 19:25:15.4 -21:59:33.7 0.98343 0.0 -26.7 1951.6 100.0 07:42 12:18 16:54
11 Sole 19:29:36.1 -21:50:30.5 0.98347 0.0 -26.7 1951.5 100.0 07:42 12:18 16:56
12 Sole 19:33:56.2 -21:41:01.7 0.98351 0.0 -26.7 1951.4 100.0 07:41 12:19 16:57
13 Sole 19:38:15.7 -21:31:07.7 0.98356 0.0 -26.7 1951.3 100.0 07:41 12:19 16:58
14 Sole 19:42:34.7 -21:20:48.6 0.98362 0.0 -26.7 1951.2 100.0 07:40 12:19 16:59
15 Sole 19:46:53.0 -21:10:04.9 0.98367 0.0 -26.7 1951.1 100.0 07:40 12:20 17:00
16 Sole 19:51:10.6 -20:58:56.7 0.98374 0.0 -26.7 1951.0 100.0 07:39 12:20 17:01
17 Sole 19:55:27.6 -20:47:24.5 0.9838 0.0 -26.7 1950.9 100.0 07:39 12:21 17:03
18 Sole 19:59:43.9 -20:35:28.5 0.98388 0.0 -26.7 1950.7 100.0 07:38 12:21 17:04
19 Sole 20:03:59.5 -20:23:09.2 0.98395 0.0 -26.7 1950.6 100.0 07:38 12:21 17:05
20 Sole 20:08:14.3 -20:10:26.7 0.98403 0.0 -26.7 1950.4 100.0 07:37 12:21 17:07
21 Sole 20:12:28.4 -19:57:21.6 0.98411 0.0 -26.7 1950.3 100.0 07:36 12:22 17:08
22 Sole 20:16:41.8 -19:43:54.0 0.98419 0.0 -26.7 1950.1 100.0 07:36 12:22 17:09
23 Sole 20:20:54.3 -19:30:04.5 0.98428 0.0 -26.7 1949.9 100.0 07:35 12:22 17:10
24 Sole 20:25:06.1 -19:15:53.4 0.98438 0.0 -26.7 1949.7 100.0 07:34 12:22 17:12
25 Sole 20:29:17.0 -19:01:21.0 0.98447 0.0 -26.7 1949.5 100.0 07:33 12:23 17:13
26 Sole 20:33:27.2 -18:46:27.8 0.98457 0.0 -26.7 1949.3 100.0 07:32 12:23 17:14
27 Sole 20:37:36.5 -18:31:14.1 0.98468 0.0 -26.7 1949.1 100.0 07:31 12:23 17:16
28 Sole 20:41:45.0 -18:15:40.3 0.98479 0.0 -26.7 1948.9 100.0 07:31 12:23 17:17
29 Sole 20:45:52.6 -17:59:46.8 0.98491 0.0 -26.7 1948.7 100.0 07:30 12:24 17:18
30 Sole 20:49:59.5 -17:43:34.1 0.98503 0.0 -26.7 1948.4 100.0 07:29 12:24 17:20
31 Sole 20:54:05.5 -17:27:02.5 0.98516 0.0 -26.7 1948.2 100.0 07:27 12:24 17:21

 

NAME RA DEC EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Luna 04:12:57.7 26:17:22.1 361089 145.2 -12.0 2015.0 91.1 14:21 21:39 05:49
2 Luna 05:19:52.2 28:06:42.6 360352 159.0 -12.3 2022.3 96.7 15:25 22:45 07:03
3 Luna 06:27:47.7 27:51:57.7 361300 172.1 -12.7 2018.1 99.5 16:40 23:52 08:04
4 Luna 07:33:33.3 25:36:37.7 363938 -171.6 -12.6 2002.3 99.5 18:01 00:56 08:51
5 Luna 08:34:51.0 21:41:37.6 368071 -158.8 -12.3 1976.8 96.6 19:21 01:55 09:27
6 Luna 09:30:54.8 16:36:22.2 373339 -145.9 -11.9 1944.4 91.4 20:36 02:48 09:54
7 Luna 10:22:13.6 10:49:43.9 379273 -133.2 -11.5 1908.5 84.3 21:47 03:36 10:16
8 Luna 11:09:53.8 04:45:22.2 385372 -121.0 -11.2 1872.4 75.9 22:54 04:21 10:36
9 Luna 11:55:12.5 -01:18:56.9 391164 -109.2 -10.8 1838.8 66.6 24:00 05:03 10:54
10 Luna 12:39:24.8 -07:10:00.7 396254 -97.8 -10.5 1809.4 56.9 –:– 05:44 11:13
11 Luna 13:23:38.8 -12:37:18.7 400351 -86.7 -10.2 1785.4 47.2 01:04 06:26 11:33
12 Luna 14:08:54.1 -17:31:23.0 403276 -75.8 -9.9 1767.5 37.8 02:09 07:09 11:55
13 Luna 14:55:58.5 -21:42:37.0 404959 -65.0 -9.6 1755.6 29.0 03:14 07:54 12:22
14 Luna 15:45:22.4 -25:00:41.5 405431 -54.2 -9.3 1749.6 20.9 04:18 08:42 12:55
15 Luna 16:37:10.2 -27:14:54.0 404801 -43.4 -9.1 1749.0 13.8 05:20 09:32 13:37
16 Luna 17:30:54.3 -28:15:29.0 403239 -32.6 -8.8 1753.2 7.9 06:15 10:24 14:28
17 Luna 18:25:37.1 -27:55:46.0 400946 -21.6 -8.5 1761.5 3.5 07:04 11:17 15:28
18 Luna 19:20:06.0 -26:14:09.3 398134 -10.7 -8.2 1773.2 0.9 07:44 12:09 16:34
19 Luna 20:13:17.0 -23:14:55.2 394998 3.6 -8.1 1787.7 0.1 08:17 12:58 17:43
20 Luna 21:04:33.1 -19:07:23.6 391697 13.3 -8.3 1804.3 1.3 08:43 13:46 18:53
21 Luna 21:53:51.2 -14:04:12.1 388349 24.9 -8.7 1822.7 4.7 09:06 14:32 20:03
22 Luna 22:41:38.1 -08:19:35.4 385021 36.9 -9.0 1842.4 10.0 09:27 15:16 21:14
23 Luna 23:28:42.1 -02:08:26.7 381748 49.0 -9.3 1863.3 17.3 09:47 01:17 22:24
24 Luna 00:16:05.6 04:13:48.9 378548 61.4 -9.7 1885.2 26.2 10:06 19:52 23:37
25 Luna 01:04:59.9 10:30:39.1 375454 74.1 -10.0 1907.4 36.4 10:28 16:48 –:–
26 Luna 01:56:38.1 16:23:23.2 372535 86.9 -10.4 1929.5 47.4 10:55 17:37 00:52
27 Luna 02:52:04.0 21:30:18.7 369917 99.9 -10.7 1950.2 58.7 11:28 18:29 02:10
28 Luna 03:51:50.6 25:26:56.2 367782 113.1 -11.1 1968.1 69.7 12:10 19:27 03:30
29 Luna 04:55:30.3 27:48:51.4 366357 126.5 -11.4 1981.4 79.8 13:06 20:29 04:45
30 Luna 06:01:18.1 28:17:54.6 365874 140.0 -11.8 1988.3 88.3 14:14 21:33 05:50
31 Luna 07:06:35.1 26:49:11.6 366526 153.5 -12.1 1987.2 94.8 15:32 22:37 06:42

 

EQUAZIONE DEL TEMPO 

GIORNO Giorno Anno Giorno Giuliano Inizio Crepuscolo Astronomico Inizio Crepuscolo Nautico Inizio Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Civile Fine Crepuscolo Nautico Fine Crepuscolo Astronomico A TWI
1 Giovedì 1 2461041.5 -3.3 06:00 06:34 07:10 17:18 17:54 18:28
2 Venerdì 2 2461042.5 -3.8 06:00 06:34 07:10 17:19 17:55 18:29
3 Sabato 3 2461043.5 -4.2 06:00 06:34 07:10 17:20 17:55 18:30
4 Domenica 4 2461044.5 -4.7 06:00 06:34 07:11 17:21 17:56 18:31
5 Lunedì 5 2461045.5 -5.1 06:00 06:34 07:10 17:22 17:57 18:31
6 Martedì 6 2461046.5 -5.6 06:00 06:34 07:10 17:23 17:58 18:32
7 Mercoledì 7 2461047.5 -6.0 06:00 06:34 07:10 17:24 17:59 18:33
8 Giovedì 8 2461048.5 -6.5 06:00 06:34 07:10 17:25 18:00 18:34
9 Venerdì 9 2461049.5 -6.9 06:00 06:34 07:10 17:26 18:01 18:35
10 Sabato 10 2461050.5 -7.3 06:00 06:34 07:10 17:27 18:02 18:36
11 Domenica 11 2461051.5 -7.7 06:00 06:34 07:10 17:28 18:03 18:37
12 Lunedì 12 2461052.5 -8.1 06:00 06:34 07:09 17:29 18:04 18:38
13 Martedì 13 2461053.5 -8.5 05:59 06:33 07:09 17:30 18:05 18:39
14 Mercoledì 14 2461054.5 -8.8 05:59 06:33 07:09 17:31 18:06 18:40
15 Giovedì 15 2461055.5 -9.2 05:59 06:33 07:08 17:32 18:07 18:41
16 Venerdì 16 2461056.5 -9.5 05:58 06:32 07:08 17:33 18:08 18:42
17 Sabato 17 2461057.5 -9.9 05:58 06:32 07:07 17:34 18:09 18:43
18 Domenica 18 2461058.5 -10.2 05:58 06:31 07:07 17:36 18:10 18:44
19 Lunedì 19 2461059.5 -10.5 05:57 06:31 07:06 17:37 18:11 18:45
20 Martedì 20 2461060.5 -10.8 05:57 06:30 07:06 17:38 18:12 18:46
21 Mercoledì 21 2461061.5 -11.1 05:56 06:30 07:05 17:39 18:14 18:47
22 Giovedì 22 2461062.5 -11.4 05:56 06:29 07:04 17:40 18:15 18:49
23 Venerdì 23 2461063.5 -11.7 05:55 06:29 07:04 17:42 18:16 18:50
24 Sabato 24 2461064.5 -11.9 05:55 06:28 07:03 17:43 18:17 18:51
25 Domenica 25 2461065.5 -12.2 05:54 06:27 07:02 17:44 18:18 18:52
26 Lunedì 26 2461066.5 -12.4 05:53 06:27 07:01 17:45 18:19 18:53
27 Martedì 27 2461067.5 -12.6 05:53 06:26 07:01 17:46 18:20 18:54
28 Mercoledì 28 2461068.5 -12.8 05:52 06:25 07:00 17:48 18:22 18:55
29 Giovedì 29 2461069.5 -13.0 05:51 06:24 06:59 17:49 18:23 18:57
30 Venerdì 30 2461070.5 -13.2 05:50 06:23 06:58 17:50 18:24 18:58
31 Sabato 31 2461071.5 -13.3 05:49 06:22 06:57 17:51 18:25 18:59

 

GIORNO Sorgere Transito Tramonto Durata Giorno Durata Notte
1 Giovedì 07:43 12:14 16:45 09:02:25 14:57:35
2 Venerdì 07:43 12:14 16:46 09:03:16 14:56:44
3 Sabato 07:43 12:15 16:47 09:04:11 14:55:49
4 Domenica 07:43 12:15 16:48 09:05:10 14:54:50
5 Lunedì 07:43 12:16 16:49 09:06:13 14:53:47
6 Martedì 07:43 12:16 16:50 09:07:20 14:52:40
7 Mercoledì 07:43 12:17 16:51 09:08:32 14:51:28
8 Giovedì 07:42 12:17 16:52 09:09:47 14:50:13
9 Venerdì 07:42 12:18 16:53 09:11:06 14:48:54
10 Sabato 07:42 12:18 16:54 09:12:29 14:47:31
11 Domenica 07:42 12:18 16:56 09:13:55 14:46:05
12 Lunedì 07:41 12:19 16:57 09:15:25 14:44:35
13 Martedì 07:41 12:19 16:58 09:16:59 14:43:01
14 Mercoledì 07:40 12:19 16:59 09:18:36 14:41:24
15 Giovedì 07:40 12:20 17:00 09:20:17 14:39:43
16 Venerdì 07:39 12:20 17:01 09:22:00 14:38:00
17 Sabato 07:39 12:21 17:03 09:23:48 14:36:12
18 Domenica 07:38 12:21 17:04 09:25:38 14:34:22
19 Lunedì 07:38 12:21 17:05 09:27:31 14:32:29
20 Martedì 07:37 12:21 17:07 09:29:27 14:30:33
21 Mercoledì 07:36 12:22 17:08 09:31:26 14:28:34
22 Giovedì 07:36 12:22 17:09 09:33:28 14:26:32
23 Venerdì 07:35 12:22 17:10 09:35:33 14:24:27
24 Sabato 07:34 12:22 17:12 09:37:40 14:22:20
25 Domenica 07:33 12:23 17:13 09:39:50 14:20:10
26 Lunedì 07:32 12:23 17:14 09:42:02 14:17:58
27 Martedì 07:31 12:23 17:16 09:44:16 14:15:44
28 Mercoledì 07:31 12:23 17:17 09:46:33 14:13:27
29 Giovedì 07:30 12:24 17:18 09:48:52 14:11:08
30 Venerdì 07:29 12:24 17:20 09:51:13 14:08:47
31 Sabato 07:27 12:24 17:21 09:53:37 14:06:23

 

Pianeti di Gennaio

MERCURIO

01/01 Sorge: h 06:58 Tramonta: h 15:48
31/01 Sorge: h 07:58 Tramonta: h 17:52

La sua osservabilità peggiora drasticamente nel corso del mese a causa della rapida riduzione della sua distanza angolare dal Sole (elongazione). All’inizio del mese, l’elongazione è di -12.0° e la sua magnitudine è di circa -0.6, un periodo relativamente favorevole per l’osservazione prima dell’alba: il 1° gennaio, Mercurio sorge alle 06:58, circa 45 minuti prima del sorgere del Sole (07:43), offrendo una breve finestra di visibilità a est. Il giorno 6 gennaio il pianeta si trova all’Afelio (0.4667 A.U.), ma la sua traiettoria continua ad avvicinarsi alla stella madre. Il punto di non osservabilità viene raggiunto con la Congiunzione Superiore del 21 gennaio, quando si allinea con il Sole e diventa completamente indistinguibile nel suo bagliore, segnando la fine della sua apparizione mattutina. Nella parte finale del mese, Mercurio riemerge a ovest nel cielo serale; tuttavia, la sua elongazione al 31 gennaio è ancora modesta (7.5°). La congiunzione Luna-Mercurio si verifica il 26 gennaio (4.0°S) troppo vicini al Sole.

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Mercurio 17:53:49.2 -23:59:45.7 0.46247 1.37724 -12.0 -0.6 4.9 94.9 06:58 11:23 15:48
2 Mercurio 18:00:30.6 -24:06:44.8 0.46387 1.38455 -11.4 -0.6 4.9 95.4 07:01 11:26 15:50
3 Mercurio 18:07:14.3 -24:12:29.6 0.46498 1.39131 -10.9 -0.6 4.8 95.8 07:05 11:29 15:53
4 Mercurio 18:14:00.0 -24:16:58.8 0.46582 1.39753 -10.4 -0.6 4.8 96.2 07:08 11:32 15:55
5 Mercurio 18:20:47.7 -24:20:10.9 0.46638 1.4032 -9.9 -0.6 4.8 96.6 07:11 11:35 15:58
6 Mercurio 18:27:37.3 -24:22:04.9 0.46667 1.40833 -9.4 -0.7 4.8 96.9 07:14 11:37 16:01
7 Mercurio 18:34:28.5 -24:22:39.4 0.46667 1.41293 -8.9 -0.7 4.8 97.3 07:17 11:40 16:03
8 Mercurio 18:41:21.4 -24:21:53.3 0.46639 1.41699 -8.3 -0.7 4.8 97.6 07:20 11:43 16:07
9 Mercurio 18:48:15.8 -24:19:45.6 0.46584 1.42052 -7.8 -0.7 4.7 97.9 07:23 11:46 16:10
10 Mercurio 18:55:11.5 -24:16:15.2 0.4658 1.42352 -7.3 -0.8 4.7 98.2 07:25 11:49 16:13
11 Mercurio 19:02:08.6 -24:11:21.2 0.46389 1.42598 -6.7 -0.8 4.7 98.4 07:28 11:52 16:17
12 Mercurio 19:09:06.8 -24:05:02.6 0.4625 1.4279 -6.2 -0.9 4.7 98.7 07:30 11:55 16:20
13 Mercurio 19:16:06.1 -23:57:18.6 0.46084 1.42928 -5.7 -0.9 4.7 98.9 07:33 11:58 16:24
14 Mercurio 19:23:06.4 -23:48:08.3 0.45891 1.43012 -5.1 -0.9 4.7 99.1 07:35 12:02 16:28
15 Mercurio 19:30:07.5 -23:37:30.9 0.4567 1.4304 -4.6 -1.0 4.7 99.3 07:37 12:05 16:32
16 Mercurio 19:37:09.4 -23:25:25.8 0.45423 1.43013 -4.1 -1.0 4.7 99.4 07:39 12:08 16:36
17 Mercurio 19:44:12.0 -23:11:52.2 0.4515 1.42928 -3.6 -1.1 4.7 99.5 07:41 12:11 16:40
18 Mercurio 19:51:15.1 -22:56:49.4 0.4485 1.42786 -3.1 -1.1 4.7 99.7 07:43 12:14 16:45
19 Mercurio 19:58:18.6 -22:40:17.0 0.44525 1.42585 -2.6 -1.2 4.7 99.7 07:45 12:17 16:49
20 Mercurio 20:05:22.5 -22:22:14.3 0.44176 1.42323 -2.3 -1.2 4.7 99.8 07:47 12:20 16:54
21 Mercurio 20:12:26.5 -22:02:41.0 0.43801 1.42 -2.1 -1.3 4.7 99.8 07:48 12:23 16:59
22 Mercurio 20:19:30.7 -21:41:36.6 0.43403 1.41613 2.1 -1.3 4.8 99.8 07:50 12:26 17:04
23 Mercurio 20:26:34.7 -21:19:00.9 0.42982 1.41161 2.3 -1.3 4.8 99.8 07:51 12:30 17:09
24 Mercurio 20:33:38.7 -20:54:53.7 0.42539 1.40641 2.6 -1.3 4.8 99.7 07:52 12:33 17:14
25 Mercurio 20:40:42.3 -20:29:14.9 0.42076 1.40053 3.1 -1.3 4.8 99.6 07:53 12:36 17:19
26 Mercurio 20:47:45.5 -20:02:04.5 0.41592 1.39393 3.6 -1.3 4.8 99.4 07:54 12:39 17:24
27 Mercurio 20:54:48.0 -19:33:22.8 0.41089 1.38658 4.2 -1.3 4.9 99.2 07:55 12:42 17:30
28 Mercurio 21:01:49.8 -19:03:10.2 0.4057 1.37847 4.8 -1.3 4.9 98.9 07:56 12:45 17:35
29 Mercurio 21:08:50.6 -18:31:27.4 0.40035 1.36957 5.5 -1.3 4.9 98.6 07:57 12:48 17:41
30 Mercurio 21:15:50.1 -17:58:15.3 0.39486 1.35983 6.2 -1.2 5.0 98.2 07:57 12:51 17:46
31 Mercurio 21:22:48.1 -17:23:35.1 0.38926 1.34924 6.8 -1.2 5.0 97.7 07:58 12:54 17:52

 

VENERE

01/01 Sorge: h 05:18 Tramonta: h 16:35
31/01 Sorge: h 07:52 Tramonta: h 17:47

Venere inizia gennaio 2026 in una fase di quasi totale inosservabilità visiva. Il pianeta, pur mantenendo la sua brillantezza (magnitudine circa -3.9), è in rapido avvicinamento al Sole nel cielo del mattino, come dimostra la sua elongazione che è solo di -1.5 all’inizio del mese. Già il 1° gennaio, Venere sorge alle 07:42, quasi contemporaneamente al Sole (07:43), rendendolo praticamente indistinguibile nel bagliore del crepuscolo. L’evento centrale che segna un punto di non osservabilità è la Congiunzione Superiore del 6 gennaio, quando Venere passa dietro al Sole scomparendo completamente dalla vista per diverse settimane, segnando la fine della sua apparizione mattutina e l’inizio della fase serale. Subito dopo, l’8 gennaio si verifica la stretta Congiunzione Venere-Marte (0.2N), anch’essa in luce diurna. Nella parte finale di gennaio, Venere riemerge debolmente come oggetto serale a ovest, ma la sua osservabilità resta estremamente difficile.

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Venere 18:39:59.9 -23:37:28.0 0.72736 1.70994 -1.5 -3.9 9.8 100.0 07:42 12:09 16:35
2 Venere 18:45:29.3 -23:34:07.4 0.72744 1.7102 -1.3 -3.9 9.8 100.0 07:43 12:10 16:37
3 Venere 18:50:58.3 -23:30:02.9 0.72751 1.71042 -1.1 -3.9 9.8 100.0 07:45 12:12 16:39
4 Venere 18:56:26.9 -23:25:14.8 0.72758 1.7106 -0.9 -3.9 9.8 100.0 07:46 12:13 16:41
5 Venere 19:01:55.1 -23:19:43.3 0.72765 1.71075 -0.8 -3.9 9.8 100.0 07:47 12:15 16:43
6 Venere 19:07:22.8 -23:13:28.5 0.72771 1.71086 -0.7 -3.9 9.8 100.0 07:48 12:16 16:45
7 Venere 19:12:49.9 -23:06:30.7 0.72777 1.71093 0.7 -3.9 9.8 100.0 07:49 12:18 16:47
8 Venere 19:18:16.4 -22:58:50.2 0.72783 1.71096 0.8 -3.9 9.8 100.0 07:49 12:19 16:50
9 Venere 19:23:42.2 -22:50:27.3 0.72788 1.71095 1.0 -3.9 9.8 100.0 07:50 12:21 16:52
10 Venere 19:29:07.3 -22:41:22.3 0.72793 1.7109 1.1 -3.9 9.8 100.0 07:51 12:22 16:54
11 Venere 19:34:31.6 -22:31:35.7 0.72798 1.71082 1.3 -3.9 9.8 100.0 07:52 12:24 16:56
12 Venere 19:39:55.2 -22:21:07.7 0.72802 1.7107 1.5 -3.9 9.8 100.0 07:52 12:25 16:59
13 Venere 19:45:17.8 -22:09:59.0 0.72806 1.71053 1.8 -3.9 9.8 100.0 07:53 12:27 17:01
14 Venere 19:50:39.6 -21:58:09.8 0.72809 1.71033 2.0 -3.9 9.8 99.9 07:53 12:28 17:03
15 Venere 19:56:00.4 -21:45:40.8 0.72812 1.71009 2.2 -3.9 9.8 99.9 07:54 12:30 17:06
16 Venere 20:01:20.2 -21:32:32.5 0.72815 1.70981 2.4 -3.9 9.8 99.9 07:54 12:31 17:08
17 Venere 20:06:39.0 -21:18:45.3 0.72818 1.70948 2.7 -3.9 9.8 99.9 07:54 12:32 17:11
18 Venere 20:11:56.7 -21:04:19.9 0.7282 1.70912 2.9 -3.9 9.8 99.9 07:55 12:34 17:13
19 Venere 20:17:13.4 -20:49:16.9 0.72821 1.70872 3.1 -3.9 9.8 99.9 07:55 12:35 17:16
20 Venere 20:22:28.9 -20:33:36.8 0.72822 1.70827 3.4 -3.9 9.8 99.8 07:55 12:36 17:18
21 Venere 20:27:43.2 -20:17:20.4 0.72823 1.70779 3.6 -3.9 9.8 99.8 07:55 12:38 17:21
22 Venere 20:32:56.4 -20:00:28.1 0.72824 1.70726 3.8 -3.9 9.9 99.8 07:55 12:39 17:24
23 Venere 20:38:08.4 -19:43:00.8 0.72824 1.7067 4.1 -3.9 9.9 99.8 07:55 12:40 17:26
24 Venere 20:43:19.1 -19:24:59.0 0.72824 1.70609 4.3 -3.9 9.9 99.7 07:55 12:41 17:29
25 Venere 20:48:28.6 -19:06:23.4 0.72823 1.70545 4.5 -3.9 9.9 99.7 07:54 12:43 17:31
26 Venere 20:53:36.9 -18:47:14.8 0.72822 1.70476 4.8 -3.9 9.9 99.7 07:54 12:44 17:34
27 Venere 20:58:43.9 -18:27:33.9 0.72821 1.70404 5.0 -3.9 9.9 99.7 07:54 12:45 17:37
28 Venere 21:03:49.6 -18:07:21.3 0.72819 1.70327 5.2 -3.9 9.9 99.6 07:54 12:46 17:39
29 Venere 21:08:54.1 -17:46:37.9 0.72817 1.70247 5.5 -3.9 9.9 99.6 07:53 12:47 17:42
30 Venere 21:13:57.3 -17:25:24.3 0.72814 1.70162 5.7 -3.9 9.9 99.5 07:53 12:48 17:44
31 Venere 21:18:59.3 -17:03:41.4 0.72811 1.70074 6.0 -3.9 9.9 99.5 07:52 12:49 17:47

 

 

 

MARTE

01/01 Sorge: h 07:57 Tramonta: h 16:49
31/01 Sorge: h 07:19 Tramonta: h 16:48

Marte è praticamente inosservabile per tutto gennaio 2026. L’evento chiave è la sua Congiunzione Solare del 9 gennaio, quando passa a soli 0 56′ dal Sole, scomparendo completamente nel bagliore per diverse settimane. Già all’inizio del mese, Marte sorge alle 07:57, dopo il Sole (07:43), e tramonta quasi in contemporanea. Anche la stretta congiunzione con Venere (0.2°) l’8 gennaio è preclusa alla vista. Dopo la Congiunzione, pur spostandosi nel cielo mattutino, la visibilità resta negata dalla ridotta elongazione: a fine mese sorge solo 7 minuti prima dell’alba (07:22), rimanendo troppo basso e immerso nel crepuscolo. Marte è anche alla massima distanza dalla Terra (2.40 A.U.), apparendo al suo minimo diametro (3.9”).

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Marte 18:55:22.8 -23:43:21.6 1.42875 2.41073 2.3 1.2 3.9 100.0 07:57 12:23 16:49
2 Marte 18:58:42.9 -23:39:13.4 1.42772 2.40994 2.1 1.2 3.9 100.0 07:56 12:22 16:49
3 Marte 19:02:03.0 -23:34:49.2 1.4267 2.40912 1.9 1.2 3.9 100.0 07:55 12:22 16:49
4 Marte 19:05:23.0 -23:30:09.1 1.42568 2.4083 1.6 1.2 3.9 100.0 07:54 12:21 16:48
5 Marte 19:08:42.9 -23:25:13.2 1.42468 2.40745 1.5 1.2 3.9 100.0 07:53 12:21 16:48
6 Marte 19:12:02.7 -23:20:01.3 1.42368 2.40659 1.3 1.2 3.9 100.0 07:52 12:20 16:48
7 Marte 19:15:22.5 -23:14:33.7 1.42269 2.40571 1.1 1.2 3.9 100.0 07:51 12:19 16:48
8 Marte 19:18:42.1 -23:08:50.2 1.42171 2.40481 1.0 1.2 3.9 100.0 07:50 12:19 16:48
9 Marte 19:22:01.6 -23:02:51.1 1.42074 2.4039 0.9 1.2 3.9 100.0 07:49 12:18 16:47
10 Marte 19:25:21.0 -22:56:36.2 1.41978 2.40298 -1.0 1.2 3.9 100.0 07:48 12:17 16:47
11 Marte 19:28:40.2 -22:50:05.8 1.41883 2.40203 -1.0 1.2 3.9 100.0 07:47 12:17 16:47
12 Marte 19:31:59.2 -22:43:19.8 1.41789 2.40107 -1.1 1.2 3.9 100.0 07:46 12:16 16:47
13 Marte 19:35:18.1 -22:36:18.4 1.41695 2.4001 -1.3 1.2 3.9 100.0 07:44 12:16 16:47
14 Marte 19:38:36.8 -22:29:01.6 1.41603 2.3991 -1.5 1.2 3.9 100.0 07:43 12:15 16:47
15 Marte 19:41:55.3 -22:21:29.6 1.41512 2.3981 -1.7 1.2 3.9 100.0 07:42 12:14 16:47
16 Marte 19:45:13.6 -22:13:42.5 1.41422 2.39707 -1.9 1.2 3.9 100.0 07:41 12:14 16:47
17 Marte 19:48:31.7 -22:05:40.3 1.41332 2.39603 -2.1 1.2 3.9 100.0 07:39 12:13 16:47
18 Marte 19:51:49.5 -21:57:23.1 1.41244 2.39498 -2.3 1.2 3.9 100.0 07:38 12:12 16:47
19 Marte 19:55:07.1 -21:48:51.2 1.41157 2.39391 -2.5 1.2 3.9 100.0 07:37 12:12 16:47
20 Marte 19:58:24.4 -21:40:04.6 1.41071 2.39282 -2.7 1.2 3.9 100.0 07:35 12:11 16:47
21 Marte 20:01:41.4 -21:31:03.4 1.40985 2.39173 -3.0 1.2 3.9 100.0 07:34 12:10 16:47
22 Marte 20:04:58.1 -21:21:47.7 1.40901 2.39061 -3.2 1.2 3.9 100.0 07:33 12:10 16:47
23 Marte 20:08:14.5 -21:12:17.7 1.40818 2.38949 -3.4 1.2 3.9 100.0 07:31 12:09 16:47
24 Marte 20:11:30.6 -21:02:33.5 1.40736 2.38834 -3.7 1.2 3.9 100.0 07:30 12:08 16:47
25 Marte 20:14:46.4 -20:52:35.3 1.40656 2.38719 -3.9 1.2 3.9 99.9 07:28 12:08 16:47
26 Marte 20:18:01.9 -20:42:23.1 1.40576 2.38603 -4.1 1.2 3.9 99.9 07:27 12:07 16:48
27 Marte 20:21:17.0 -20:31:57.2 1.40497 2.38485 -4.3 1.2 3.9 99.9 07:25 12:06 16:48
28 Marte 20:24:31.8 -20:21:17.6 1.4042 2.38366 -4.6 1.2 3.9 99.9 07:24 12:06 16:48
29 Marte 20:27:46.2 -20:10:24.6 1.40343 2.38246 -4.8 1.2 3.9 99.9 07:22 12:05 16:48
30 Marte 20:31:00.2 -19:59:18.3 1.40268 2.38126 -5.0 1.2 3.9 99.9 07:21 12:04 16:48
31 Marte 20:34:13.9 -19:47:58.9 1.40194 2.38004 -5.3 1.2 3.9 99.9 07:19 12:03 16:48

 

 

GIOVE

01/01 Sorge: h 17:24 Tramonta: h 08:32
31/01 Sorge: h 15:07 Tramonta: h 06:20

Gennaio 2026 è il periodo migliore per l’osservazione di Giove, che raggiungerà il suo picco di visibilità e luminosità. Il 3 gennaio Giove raggiunge il Perigeo (minima distanza dalla Terra) e, di conseguenza, il suo diametro apparente massimo (circa 47″) e una luminosità eccezionale con magnitudine di circa -2.7. L’evento centrale è l’Opposizione al Sole che si verifica il 10 gennaio. Durante l’opposizione, il pianeta sorge al tramonto e tramonta all’alba, restando visibile per l’intera notte e raggiungendo la sua massima altezza sull’orizzonte intorno alla mezzanotte. Per l’intero mese la sua fase è del 100%. Anche a fine mese la visibilità è ottima: il 31 gennaio Giove sorge alle 15:37 e tramonta alle 05:54. Infine, il 31 gennaio Giove conclude il suo moto retrogrado apparente, ritornando al moto diretto e segnando la fine del periodo di massima stazionarietà.

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Giove 07:32:31.2 21:58:41.3 5.21186 4.24276 -169.2 -2.7 46.4 100.0 17:24 01:00 08:32
2 Giove 07:31:57.8 22:00:03.4 5.21222 4.24028 -170.3 -2.7 46.4 100.0 17:20 00:55 08:27
3 Giove 07:31:24.2 22:01:25.5 5.21258 4.23811 -171.5 -2.7 46.4 100.0 17:15 00:51 08:23
4 Giove 07:30:50.4 22:02:47.5 5.21294 4.23625 -172.6 -2.7 46.4 100.0 17:11 00:46 08:18
5 Giove 07:30:16.4 22:04:09.5 5.21331 4.23471 -173.8 -2.7 46.5 100.0 17:06 00:42 08:14
6 Giove 07:29:42.3 22:05:31.2 5.21367 4.23348 -174.9 -2.7 46.5 100.0 17:01 00:37 08:10
7 Giove 07:29:08.0 22:06:52.7 5.21403 4.23257 -176.1 -2.7 46.5 100.0 16:57 00:33 08:05
8 Giove 07:28:33.6 22:08:13.9 5.2144 4.23197 -177.2 -2.7 46.5 100.0 16:52 00:28 08:01
9 Giove 07:27:59.2 22:09:34.7 5.21476 4.23169 -178.4 -2.7 46.5 100.0 16:47 00:24 07:57
10 Giove 07:27:24.7 22:10:55.0 5.21512 4.23173 -179.5 -2.7 46.5 100.0 16:43 00:19 07:52
11 Giove 07:26:50.2 22:12:14.8 5.21549 4.23209 179.3 -2.7 46.5 100.0 16:38 00:15 07:48
12 Giove 07:26:15.7 22:13:34.0 5.21585 4.23276 178.1 -2.7 46.5 100.0 16:33 00:10 07:44
13 Giove 07:25:41.2 22:14:52.6 5.21621 4.23376 177.0 -2.7 46.5 100.0 16:29 00:06 07:39
14 Giove 07:25:06.8 22:16:10.6 5.21657 4.23507 175.8 -2.7 46.5 100.0 16:24 00:01 07:35
15 Giove 07:24:32.4 22:17:27.8 5.21694 4.2367 174.7 -2.7 46.4 100.0 16:19 23:57 07:31
16 Giove 07:23:58.2 22:18:44.3 5.2173 4.23865 173.5 -2.7 46.4 100.0 16:15 23:52 07:26
17 Giove 07:23:24.1 22:20:00.0 5.21766 4.24092 172.4 -2.7 46.4 100.0 16:10 23:48 07:22
18 Giove 07:22:50.2 22:21:14.8 5.21802 4.2435 171.2 -2.7 46.4 100.0 16:06 23:43 07:17
19 Giove 07:22:16.5 22:22:28.8 5.21839 4.2464 170.1 -2.7 46.3 100.0 16:01 23:39 07:13
20 Giove 07:21:43.0 22:23:41.8 5.21875 4.24961 168.9 -2.7 46.3 100.0 15:57 23:35 07:08
21 Giove 07:21:09.7 22:24:53.8 5.21911 4.25313 167.8 -2.7 46.3 100.0 15:52 23:30 07:04
22 Giove 07:20:36.7 22:26:04.7 5.21947 4.25697 166.6 -2.7 46.2 100.0 15:48 23:26 07:00
23 Giove 07:20:04.0 22:27:14.6 5.21983 4.26111 165.5 -2.7 46.2 99.9 15:43 23:21 06:55
24 Giove 07:19:31.7 22:28:23.3 5.2202 4.26556 164.4 -2.6 46.1 99.9 15:39 23:17 06:51
25 Giove 07:18:59.6 22:29:30.8 5.22056 4.27032 163.2 -2.6 46.1 99.9 15:34 23:12 06:46
26 Giove 07:18:28.0 22:30:37.1 5.22092 4.27537 162.1 -2.6 46.0 99.9 15:30 23:08 06:42
27 Giove 07:17:56.7 22:31:42.1 5.22128 4.28073 160.9 -2.6 46.0 99.9 15:25 23:03 06:38
28 Giove 07:17:25.9 22:32:45.9 5.22164 4.28638 159.8 -2.6 45.9 99.9 15:21 22:59 06:33
29 Giove 07:16:55.5 22:33:48.4 5.22201 4.29232 158.7 -2.6 45.8 99.9 15:16 22:54 06:29
30 Giove 07:16:25.6 22:34:49.6 5.22237 4.29855 157.5 -2.6 45.8 99.9 15:11 22:50 06:24
31 Giove 07:15:56.1 22:35:49.5 5.22273 4.30507 156.4 -2.6 45.7 99.9 15:07 22:46 06:20

 

SATURNO

01/01 Sorge: h 11:26 Tramonta: h 23:04
31/01 Sorge: h 09:33 Tramonta: h 21:18

Gennaio 2026 si configura come un mese di progressivo deterioramento della visibilità per Saturno, pur mantenendo una luminosità visibile ad occhio nudo con magnitudine di circa +1.2. La sua elongazione (distanza angolare dal Sole) diminuisce, passando da circa 75.7° il 1° gennaio a 51.2° il 31 gennaio. Questa riduzione significa che il pianeta si sta avvicinando al Sole nel cielo serale, riducendo gradualmente la sua finestra di osservazione. L’evento più notevole del mese è la congiunzione Luna-Saturno, che si verifica il 23 gennaio alle 13:40 CET, con la Luna (fase crescente del 26%) che passa 4° 21′ a nord di Saturno. Questa congiunzione sarà osservabile la sera, con Saturno che si abbassa verso l’orizzonte ovest-sud-ovest. Per quanto riguarda la visibilità notturna, il 1° gennaio Saturno tramonta alle 23:04, permettendo circa sei ore e mezza di osservazione dopo il tramonto del Sole (16:41). Tuttavia, l’orario di tramonto si anticipa rapidamente: entro il 27 gennaio, Saturno tramonta alle 21:32, e la finestra serale si restringe.

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Saturno 23:49:30.9 -03:35:50.9 9.51859 9.71458 75.7 1.2 17.0 99.7 11:26 17:15 23:04
2 Saturno 23:49:43.6 -03:34:15.7 9.51828 9.7306 74.7 1.2 17.0 99.8 11:22 17:11 23:00
3 Saturno 23:49:56.7 -03:32:38.4 9.51797 9.74655 73.7 1.2 17.0 99.8 11:19 17:07 22:56
4 Saturno 23:50:10.1 -03:30:59.0 9.51766 9.76242 72.8 1.2 17.0 99.8 11:15 17:03 22:53
5 Saturno 23:50:23.8 -03:29:17.5 9.51735 9.77821 71.8 1.2 16.9 99.8 11:11 17:00 22:49
6 Saturno 23:50:37.8 -03:27:34.1 9.51705 9.79391 70.9 1.2 16.9 99.8 11:07 16:56 22:45
7 Saturno 23:50:52.2 -03:25:48.7 9.51674 9.80952 69.9 1.2 16.9 99.8 11:03 16:52 22:42
8 Saturno 23:51:06.9 -03:24:01.3 9.51643 9.82504 69.0 1.2 16.9 99.8 10:59 16:49 22:38
9 Saturno 23:51:21.9 -03:22:11.9 9.51612 9.84046 68.0 1.2 16.8 99.8 10:56 16:45 22:35
10 Saturno 23:51:37.2 -03:20:20.6 9.51581 9.85578 67.1 1.2 16.8 99.8 10:52 16:41 22:31
11 Saturno 23:51:52.8 -03:18:27.3 9.5155 9871 66.1 1.2 16.8 99.8 10:48 16:38 22:27
12 Saturno 23:52:08.8 -03:16:32.2 9.51519 9.8861 65.2 1.2 16.8 99.8 10:44 16:34 22:24
13 Saturno 23:52:25.0 -03:14:35.1 9.51488 9.90109 64.2 1.2 16.7 99.8 10:40 16:30 22:20
14 Saturno 23:52:41.6 -03:12:36.1 9.51458 9.91597 63.3 1.2 16.7 99.8 10:36 16:27 22:17
15 Saturno 23:52:58.4 -03:10:35.4 9.51427 9.93072 62.4 1.2 16.7 99.8 10:33 16:23 22:13
16 Saturno 23:53:15.6 -03:08:32.8 9.51396 9.94534 61.4 1.2 16.7 99.8 10:29 16:19 22:10
17 Saturno 23:53:33.1 -03:06:28.4 9.51365 9.95984 60.5 1.2 16.6 99.8 10:25 16:16 22:06
18 Saturno 23:53:50.8 -03:04:22.3 9.51334 9.9742 59.5 1.2 16.6 99.8 10:21 16:12 22:03
19 Saturno 23:54:08.9 -03:02:14.4 9.51303 9.98842 58.6 1.2 16.6 99.8 10:18 16:08 22:00
20 Saturno 23:54:27.2 -03:00:04.9 9.51272 10.0025 57.7 1.2 16.6 99.8 10:14 16:05 21:56
21 Saturno 23:54:45.8 -02:57:53.8 9.51241 10.01644 56.7 1.2 16.5 99.8 10:10 16:01 21:53
22 Saturno 23:55:04.6 -02:55:41.0 9.5121 10.03022 55.8 1.2 16.5 99.8 10:06 15:58 21:49
23 Saturno 23:55:23.8 -02:53:26.6 9.5118 10.04385 54.9 1.2 16.5 99.8 10:03 15:54 21:46
24 Saturno 23:55:43.2 -02:51:10.7 9.51149 10.05733 54.0 1.2 16.5 99.8 09:59 15:50 21:42
25 Saturno 23:56:02.8 -02:48:53.3 9.51118 10.07064 53.0 1.2 16.4 99.8 09:55 15:47 21:39
26 Saturno 23:56:22.7 -02:46:34.3 9.51087 10.0838 52.1 1.2 16.4 99.8 09:52 15:43 21:36
27 Saturno 23:56:42.9 -02:44:13.8 9.51056 10.09678 51.2 1.2 16.4 99.8 09:48 15:40 21:32
28 Saturno 23:57:03.3 -02:41:51.9 9.51025 10.1096 50.3 1.2 16.4 99.8 09:44 15:36 21:29
29 Saturno 23:57:24.0 -02:39:28.5 9.50994 10.12225 49.3 1.2 16.4 99.8 09:41 15:32 21:25
30 Saturno 23:57:44.9 -02:37:03.7 9.50963 10.13472 48.4 1.2 16.3 99.8 09:37 15:29 21:22
31 Saturno 23:58:06.0 -02:34:37.6 9.50933 10.14701 47.5 1.2 16.3 99.9 09:33 15:25 21:18

 

 

URANO

01/01 Sorge: 13:47 Tramonta: 04:31
31/01 Sorge: 11:48 Tramonta: 02:31

Gennaio 2026 offre buone opportunità per osservare Urano (mag. 5.7) nel cielo serale. L’elongazione rimane elevata, scendendo da 137.4° a 106.4°. Il 1° gennaio Urano tramonta alle 04:31 , offrendo molte ore di osservazione dopo il tramonto del Sole (16:45).

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Urano 03:42:57.0 19:30:34.5 19.49019 18.75485 137.4 5.6 3.7 100.0 13:47 21:11 04:31
2 Urano 03:42:50.3 19:30:13.6 19.49001 18.7665 136.4 5.6 3.7 100.0 13:43 21:07 04:27
3 Urano 03:42:43.7 19:29:53.3 19.48984 18.77837 135.3 5.6 3.7 100.0 13:39 21:03 04:23
4 Urano 03:42:37.3 19:29:33.5 19.48966 18.79047 134.3 5.6 3.6 100.0 13:35 20:59 04:19
5 Urano 03:42:31.0 19:29:14.2 19.48948 18.80277 133.2 5.6 3.6 100.0 13:31 20:55 04:15
6 Urano 03:42:25.0 19:28:55.6 19.48931 18.81529 132.2 5.6 3.6 100.0 13:27 20:51 04:11
7 Urano 03:42:19.1 19:28:37.4 19.48913 18.82802 131.2 5.6 3.6 100.0 13:23 20:47 04:07
8 Urano 03:42:13.3 19:28:19.9 19.48895 18.84095 130.1 5.6 3.6 100.0 13:19 20:43 04:03
9 Urano 03:42:07.8 19:28:02.9 19.48878 18.85408 129.1 5.6 3.6 100.0 13:15 20:39 03:59
10 Urano 03:42:02.5 19:27:46.4 19.4886 18.86741 128.0 5.6 3.6 100.0 13:11 20:35 03:55
11 Urano 03:41:57.3 19:27:30.6 19.48842 18.88092 127.0 5.6 3.6 100.0 13:07 20:31 03:51
12 Urano 03:41:52.3 19:27:15.4 19.48825 18.89463 126.0 5.6 3.6 100.0 13:03 20:27 03:47
13 Urano 03:41:47.5 19:27:00.9 19.48807 18.90851 124.9 5.6 3.6 100.0 12:59 20:23 03:43
14 Urano 03:41:43.0 19:26:46.9 19.48789 18.92258 123.9 5.6 3.6 100.0 12:55 20:19 03:39
15 Urano 03:41:38.6 19:26:33.7 19.48772 18.93682 122.8 5.6 3.6 100.0 12:51 20:15 03:35
16 Urano 03:41:34.4 19:26:21.1 19.48754 18.95122 121.8 5.6 3.6 100.0 12:47 20:11 03:31
17 Urano 03:41:30.4 19:26:09.2 19.48736 18.96579 120.8 5.6 3.6 100.0 12:43 20:07 03:27
18 Urano 03:41:26.7 19:25:58.0 19.48719 18.98052 119.7 5.7 3.6 100.0 12:39 20:03 03:23
19 Urano 03:41:23.1 19:25:47.4 19.48701 18.9954 118.7 5.7 3.6 100.0 12:35 19:59 03:19
20 Urano 03:41:19.7 19:25:37.5 19.48683 19.01042 117.7 5.7 3.6 99.9 12:31 19:55 03:15
21 Urano 03:41:16.6 19:25:28.4 19.48666 19.02559 116.6 5.7 3.6 99.9 12:27 19:51 03:11
22 Urano 03:41:13.6 19:25:19.8 19.48648 19.0409 115.6 5.7 3.6 99.9 12:23 19:47 03:07
23 Urano 03:41:10.9 19:25:12.0 19.4863 19.05634 114.6 5.7 3.6 99.9 12:19 19:43 03:03
24 Urano 03:41:08.3 19:25:04.8 19.48612 19.07191 113.6 5.7 3.6 99.9 12:15 19:39 02:59
25 Urano 03:41:06.0 19:24:58.3 19.48595 19.08759 112.5 5.7 3.6 99.9 12:11 19:35 02:55
26 Urano 03:41:03.9 19:24:52.5 19.48577 19.10339 111.5 5.7 3.6 99.9 12:07 19:31 02:51
27 Urano 03:41:02.0 19:24:47.4 19.48559 19.1193 110.5 5.7 3.6 99.9 12:03 19:27 02:47
28 Urano 03:41:00.3 19:24:43.1 19.48542 19.13532 109.5 5.7 3.6 99.9 12:00 19:23 02:43
29 Urano 03:40:58.9 19:24:39.5 19.48524 19.15143 108.4 5.7 3.6 99.9 11:56 19:19 02:39
30 Urano 03:40:57.7 19:24:36.6 19.48506 19.16764 107.4 5.7 3.6 99.9 11:52 19:15 02:35
31 Urano 03:40:56.7 19:24:34.4 19.48488 19.18394 106.4 5.7 3.6 99.9 11:48 19:11 02:31

 

 

NETTUNO

01/01 Sorge: 11:29 Tramonta: 23:22
31/01 Sorge: 09:32 Tramonta: 21:28

Nettuno (mag. 7.9) è visibile solo con telescopi professionali. L’elongazione cala da 79.0° a 49.1°. L’1 gennaio tramonta alle 23:22 , offrendo circa 6 ore di osservazione dopo il tramonto del Sole. La sua congiunzione con la Luna (3.5°N) avviene il 23 gennaio.

NAME RA DEC SUNDIST EADIST ELONG MAG DIAM PHASE RISE TRAN SET
1 Nettuno 00:00:18.7 -01:25:06.8 29.8847 30.05709 79.0 7.9 2.4 100.0 11:29 17:29 23:22
2 Nettuno 00:00:21.4 -01:24:46.5 29.88468 30.07409 78.0 7.9 2.4 100.0 11:25 17:25 23:19
3 Nettuno 00:00:24.3 -01:24:25.4 29.88465 30.09102 77.0 7.9 2.4 100.0 11:21 17:21 23:15
4 Nettuno 00:00:27.2 -01:24:03.6 29.88463 30.10789 76.0 7.9 2.4 100.0 11:17 17:17 23:11
5 Nettuno 00:00:30.3 -01:23:41.0 29.8846 30.12468 75.0 7.9 2.4 100.0 11:13 17:13 23:07
6 Nettuno 00:00:33.5 -01:23:17.7 29.88457 30.1414 74.0 7.9 2.4 100.0 11:09 17:10 23:03
7 Nettuno 00:00:36.9 -01:22:53.7 29.88455 30.15804 73.0 7.9 2.4 100.0 11:05 17:06 22:59
8 Nettuno 00:00:40.3 -01:22:28.9 29.88452 30.17459 72.0 7.9 2.4 100.0 11:01 17:02 22:55
9 Nettuno 00:00:43.9 -01:22:03.4 29.8845 30.19105 71.0 7.9 2.4 100.0 10:57 16:58 22:51
10 Nettuno 00:00:47.5 -01:21:37.1 29.88447 30.20741 70.0 7.9 2.4 100.0 10:53 16:54 22:47
11 Nettuno 00:00:51.3 -01:21:10.1 29.88445 30.22367 68.9 7.9 2.4 100.0 10:49 16:50 22:44
12 Nettuno 00:00:55.3 -01:20:42.3 29.88442 30.23983 67.9 7.9 2.4 100.0 10:46 16:46 22:40
13 Nettuno 00:00:59.3 -01:20:13.8 29.8844 30.25587 66.9 7.9 2.4 100.0 10:42 16:43 22:36
14 Nettuno 00:01:03.4 -01:19:44.6 29.88437 30.2718 65.9 7.9 2.4 100.0 10:38 16:39 22:32
15 Nettuno 00:01:07.7 -01:19:14.6 29.88435 30.28761 64.9 7.9 2.4 100.0 10:34 16:35 22:28
16 Nettuno 00:01:12.1 -01:18:43.9 29.88432 30.30329 64.0 7.9 2.4 100.0 10:30 16:31 22:24
17 Nettuno 00:01:16.6 -01:18:12.5 29.88429 30.31884 63.0 7.9 2.4 100.0 10:26 16:27 22:21
18 Nettuno 00:01:21.2 -01:17:40.4 29.88427 30.33426 62.0 7.9 2.4 100.0 10:22 16:23 22:17
19 Nettuno 00:01:25.9 -01:17:07.7 29.88424 30.34953 61.0 7.9 2.4 100.0 10:18 16:19 22:13
20 Nettuno 00:01:30.7 -01:16:34.3 29.88422 30.36466 60.0 7.9 2.4 100.0 10:14 16:16 22:09
21 Nettuno 00:01:35.6 -01:16:00.2 29.88419 30.37965 59.0 7.9 2.4 100.0 10:10 16:12 22:05
22 Nettuno 00:01:40.6 -01:15:25.5 29.88417 30.39447 58.0 7.9 2.4 100.0 10:07 16:08 22:02
23 Nettuno 00:01:45.7 -01:14:50.2 29.88414 30.40914 57.0 7.9 2.4 100.0 10:03 16:04 21:58
24 Nettuno 00:01:50.9 -01:14:14.3 29.88412 30.42365 56.0 7.9 2.4 100.0 09:59 16:00 21:54
25 Nettuno 00:01:56.3 -01:13:37.7 29.88409 30.43798 55.0 7.9 2.4 100.0 09:55 15:56 21:50
26 Nettuno 00:02:01.7 -01:13:00.5 29.88407 30.45215 54.0 7.9 2.4 100.0 09:51 15:52 21:47
27 Nettuno 00:02:07.2 -01:12:22.7 29.88404 30.46614 53.0 7.9 2.4 100.0 09:48 15:49 21:43
28 Nettuno 00:02:12.8 -01:11:44.2 29.88402 30.47995 52.0 7.9 2.4 100.0 09:44 15:45 21:39
29 Nettuno 00:02:18.5 -01:11:05.1 29.88399 30.49358 51.0 7.9 2.4 100.0 09:40 15:41 21:35
30 Nettuno 00:02:24.4 -01:10:25.5 29.88396 30.50702 50.0 7.9 2.4 100.0 09:36 15:37 21:32
31 Nettuno 00:02:30.3 -01:09:45.3 29.88394 30.52027 49.1 7.9 2.4 100.0 09:32 15:33 21:28

 

 

LUNA

Gennaio 2026 offre numerose occasioni per l’osservazione lunare: dalla Luna di 12 giorni del 1° gennaio, ideale per esplorare il quartetto di crateri Schickard, Nasmyth, Phocylides e Wargentin, fino alle fasi successive del ciclo lunare. Il Primo Quarto del 26 gennaio consentirà osservazioni dettagliate nell’area del Mare Imbrium, con crateri come Archimedes, Aristillus e Autolycus, oltre a interessanti falci e libramenti favorevoli.

L’articolo completo dedicato alla Luna è a cura di Francesco Badalotti e disponibile QUI

ASTEROIDI – PICCOLI MONDI

Nel gennaio 2026 tre asteroidi della fascia principale raggiungono l’opposizione offrendo condizioni osservative favorevoli: (40) Harmonia, (44) Nysa e (39) Laetitia. Corpi diversi per dimensioni, composizione e morfologia, ma accomunati da buona luminosità e moti apparenti contenuti, ideali sia per l’osservazione visuale sia per la ripresa astrofotografica.

L’articolo completo sugli asteroidi del mese di Novembre è a cura di Marco Iozzi e disponibile QUI

COMETE

Nel primo mese del nuovo anno le osservazioni si incentreranno sulla periodica 24P/Shaumasse che nella prima decade di gennaio raggiungerà il perielio.

L’articolo completo sulle comete di Novembre è a cura di Claudio Pra e disponibile QUI

TRANSITI STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

I Transiti maggiori nel nostro cielo della ISS International Space Station per il mese di Gennaio a cura di Giuseppe Petricca disponibile QUI

 

 

 

La rubrica di fine 2025 sulle supernovae e novae si chiude con risultati di grande rilievo: due novae scoperte in M31 dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo, una rara e debolissima supernova di tipo Iax in M108, nuove scoperte internazionali in collaborazione con osservatori professionali e un bilancio che conferma il ruolo centrale degli astrofili nella ricerca sui transienti.

La rubrica completa dedicata alla Supernovae a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini è disponibile QUI

Trovi il Cielo del Mese di Novembre nel numero 277 di Coelum Astronomia.

La Luna del Mese – Gennaio 2026

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Gennaio 2026

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a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 139

Apriamo l’ultima rubrica supernovae dell’anno con la bella notizia della scoperta di una Nova nella galassia di Andromeda M31 realizzata dal team di Monte Baldo (ISSP) composto da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli. Nella notte del 14 dicembre hanno individuato una stella nuova di mag.+17,5 utilizzando il telescopio Dall-Kirkham da 40cm F.7 accoppiato ad una CCD KAF Moravian G4-9000. Il giorno seguente il nuovo transiente, a cui è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025agwf, era salito repentinamente di luminosità alla mag.+16,5 diventando perciò un oggetto relativamente facile da seguire. La ciliegina sulla torta è arrivata la notte del 20 dicembre con lo spettro ottenuto dal nostro Claudio Balcon, con il transiente in calo di luminosità, prossimo alla mag.+18. Abbiamo pertanto una Nova scoperta e classificata tutto in casa ISSP. La Nova ha ricevuto la sigla definita M31N 2025-12c cioè la terza Nova di dicembre 2025 scoperta nella galassia M31.

Immagine di scoperta della AT2025agwf in M31 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7

L’esperto ricercatore ceco di Novae Extragalattiche Kamil Hornoch, che con il Danish Telescopio da 1,54 metri a La Silla Observatory aveva immortalato questa Nova, si è dovuto accontentare della scoperta indipendente, perché battuto sul tempo per qualche ora dagli amici di Monte Baldo. Ci teniamo a sottolineare che sempre nella notte del 20 dicembre Claudio Balcon ha classificato altre due Novae presenti in M31, realizzando un nuovo record con tre Novae classificate in M31 nella stessa notte. Riguardo alle supernovae Claudio Balcon chiude l’anno con l’incredibile quota di 202 supernovae classificate per primo nel TNS. Un vero record se si pensa che il secondo in classifica, in fatto di classificazioni amatoriali di supernovae, è l’astrofilo inglese Robin Leadbeater a quota 35, mentre sul terzo gradino del podio troviamo l’astrofilo francese Emmanuel Soubrouillard fermo a quota 5 classificazioni.

Tornando al team dell’Osservatorio di Monte Baldo, Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli, non contenti di questo successo, chiudono l’anno in bellezza mettendo a segno un’altra scoperta. Nella notte del 22 dicembre hanno infatti individuato un’altra nuova stella di mag.+18,5 sempre nella stupenda galassia di Andromeda M31. Inizialmente la posizione del nuovo transiente, denominato AT2025ahzx, sembrava quasi coincidere con quella di una stella supergigante rossa di mag.+20,6 (distante circa un 1”) e quindi essere una semplice variabile. Nella notte seguente del 23 dicembre il solito ricercatore ceco Kamil Hornoch, con il Danish Telescopio da 1,54 metri a La Silla Observatory ha ripreso il nuovo transiente, salito alla mag.+17,5 e ha confermato che la distanza del nuovo oggetto dalla stella supergigante rossa è di circa 1,2” e quindi si tratta di una Nova in M31 assegnandole la sigla definitiva M31N 2025-12e. Questa è la sesta Nova scoperta dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo, in questo per loro proficuo anno 2025.

Immagine di scoperta della AT2025ahzx in M31 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7

Proseguiamo con un’importante notizia, che però ci lascia un po’ di amaro in bocca perché meno sensazionale di come normalmente poteva essere. Stiamo parlando di una nuova supernova scoperta in una galassia del catalogo di Messier, che mancava da oltre due anni. Queste supernovae sono da sempre tra le più affascinanti, poiché le galassie del catalogo di Messier, essendo tra le più vicine e spettacolari, ospitano spesso eventi che risultano anche tra i più luminosi osservabili. Non è purtroppo il caso di questa ultima supernova la SN2025ahqr scoperta nella bella galassia spirale barrata M108 posta nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 30 milioni di anni luce di distanza ed accompagnata in cielo, naturalmente solo prospetticamente, da un altro oggetto del catalogo di Messier, M97 la famosa nebulosa planetaria Gufo, posta a soli 39’ a Sud di M108 formando un fotogenico quadretto nelle immagini a campo largo. Questa supernova sarà infatti ricordata come la supernova più debole fra tutte le 71 supernovae esplose nelle galassie del catalogo di Messier, avendo raggiunto il massimo di luminosità alla debole mag.+18. Anche la storia della scoperta ci lascia leggermente spiazzati, perché avvenuta in maniera molto inusuale. A mettere a segno la scoperta è stato il programma professionale americano di ricerca supernovae denominato Zwicky Transient Facility (ZTF) che il 20 dicembre ha comunicato nel TNS la scoperta di questo nuovo transiente realizzata nella notte del 23 novembre alla debole mag.+20 quindi la comunicazione è avvenuta quasi un mese dopo l’acquisizione dell’immagine di scoperta.

Immagine a largo campo con in M108 insieme alla nebula planetaria “Gufo” M97 ripresa da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 mosaico di due immagini da 30 minuti.

Perché questo ritardo enorme per un transiente si molto debole, ma individuato in una galassia del catalogo di Messier? Non abbiamo una risposta precisa, ma possiamo solo ipotizzare che i sistemi automatici abbiano fallito, oppure abbiano generato un’allerta per verifica manuale che per qualche motivo è rimasta in standby. In contemporanea con l’inserimento della scoperta nel TNS, sempre ZTF, utilizzando il Gemini North Telescope da 8,1 metri al Mauna Kea Observatory ha ottenuto lo spettro di conferma. La SN2025ahqr è una rara supernova di tipo Iax (02cx-like) con la fase, al momento dell’ottenimento dello spettro, pari a circa tre settimane dopo il massimo di luminosità e con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano alla bassa velocità di circa 4.000 km/s tipica di questo tipo di supernovae. Il massimo di luminosità si è perciò verificato intorno alla fine del mese di novembre e poiché è stata trovata un’immagine del 27 novembre ottenuta dal programma professionale americano denominato Pan-STARRS con la supernova che mostrava una luminosità pari alla mag.+18,16 è molto probabile che il massimo di luminosità non sia andato oltre alla mag.+18. Le supernovae di tipo Iax sono transienti rari e peculiari, che prendono il nome dal prototipo di questo gruppo di oggetti, cioè la SN2002cx. Sono supernovae di solito più deboli e con righe nello spettro molto più strette rispetto ad una normale supernova di tipo Ia e sono associate a popolazione stellare giovane. La SN2025ahqr è forse la più debole fra tutte le supernovae di tipo Iax conosciute e come se non bastasse la luminosità della supernova è oscurata dalle polveri della galassia ospite che toglie ulteriori due magnitudine di luminosità.

Concludiamo ricordando che questa supernova non è assolutamente facile da seguire anche se esplosa in una galassia Messier, ma poiché M108 con la vicina M97 è un oggetto fotogenico seguito anche da chi non fa ricerca di supernova, facciamo un appello ai lettori per controllare se nei loro archivi è presente un’immagine di M108 ripresa dal 20 novembre al 20 dicembre. Potrebbero avere ottenuto un’importante pre-discovery. Per chi avesse catturato un’immagine a colori, la supernova è più evidente nel canale R (red) perché arrossata dalle polveri della galassia.

Continuiamo con questa corposa rubrica di fine anno analizzando una scoperta del nuovo gruppo di astrofili cinesi di ricerca supernovae che fanno capo al Sumdo Observatory. Nella notte del 24 novembre Ziyang Mai e Bozhang Shi hanno individuato una debole stella nuova di mag.+18,05 nei pressi della piccola galassia 2MASX J21104814+4341173 posta nella costellazione del Cigno a circa 170 milioni di anni luce di distanza e vicina alla famosa nebulosa Nord America. L’oggetto era molto distante dalla galassia, facendo inizialmente ipotizzare di essere di fronte ad una variabile cataclismica della nostra Via Lattea. Trascorsi 15 giorni dalla scoperta però il transiente era sempre evidente e con una luminosità quasi invariata a mag.+18,1. Non poteva perciò trattarsi di una variabile cataclismica, la cui luminosità normalmente dopo il picco iniziale cala vistosamente nel giro di pochi giorni. Serviva però uno spettro di conferma, che fortunatamente è arrivato nella notte del 9 dicembre ottenuto al Calar Alto Observatory nella Sierra Nevada in Spagna con il telescopio da 2,2 metri. La SN2025aewb, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di tipo IIP scoperta circa una settimana dopo il massimo di luminosità, verificatosi intorno alla metà di novembre. Con questa scoperta i cinesi del Sumdo Observatory raggiungono quota 6 scoperte nel 2025, preceduti solo dagli altri cinesi del programma XOSS che occupano la vetta della classifica con l’incredibile quota di 38 supernovae scoperte nel 2025. Per la prima volta dopo tanti anni l’esperto ricercatore giapponese Koichi Itagaki non sale sul podio delle scoperte amatoriali e con sole due scoperte si deve accontentare del quarto posto, lasciando l’ultimo scalino del podio al nostro Giancarlo Cortini che nel 2025 ha messo a segno tre scoperte.

Immagine di scoperta della SN2025aewb in 2MASX J21104814+4341173 realizzata dal team del Sumdo Observatory con un telescopio Celestron 11 Edge HD F.10

Immagine della SN2025aewb in 2MASX J21104814+4341173 realizzata 15 giorni dopo la scoperta dal team del Sumdo Observatory con un telescopio Celestron 11 Edge HD F.10

Immagine della SN2025aewb in 2MASX J21104814+4341173 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Concludiamo la rubrica con una stupenda tripletta realizzata nella notte dell’8 dicembre da Michele Mazzucato nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, sulle immagini ottenute con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. La prima scoperta è stata ottenuta nella piccola galassia a spirale vista di taglio PGC70793 posta nella costellazione di Pegaso a circa 320 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,6 ed è aumentato fino alla mag.+17 intorno al 25 dicembre. Nella notte del 12 dicembre dal Palomar Observatory in California con il telescopio da 1,5 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma, che ha permesso di classificare il nuovo oggetto come una supernova di tipo IIb ed assegnare la sigla definitiva SN2025afzk. La seconda scoperta è stata ottenuta nella galassia a spirale UGC1882 posta nella costellazione del Triangolo, al confine con quella di Andromeda, a circa 500 milioni di anni luce di distanza. Anche questo nuovo transiente al momento della scoperta mostrava una luminosità molto debole pari alla mag.+19,5 e nei giorni seguenti è rimasto costante come luminosità. Nella notte del 16 dicembre dal Keck Observatory con il telescopio gigante Keck II da 10 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2025agby, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di tipo IIn, che presenta diverse linee di emissione dell’Idrogeno forti e strette (Narrow).

Immagine di scoperta della SN2025afzk in PGC70793 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Immagine della SN2025afzk in PGC70793 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Immagine di scoperta della SN2025agby in UGC1882 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Infine la terza scoperta che è stata ottenuta nella galassia a spirale UGC564 posta nella costellazione di Andromeda a circa 490 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,9 e nei giorni seguenti la scoperta ha incrementato di pochi decimi la sua luminosità. Ad oggi nessun osservatorio professionale ha ripreso uno spettro di conferma e pertanto al nuovo oggetto è stata assegnata la sigla provvisoria AT2025agbz. Da notare che la posizione è quasi coincidente con quella della SN2008en scoperta il 3 agosto 2008 dal famoso astrofilo inglese Tom Boles.

Immagine di scoperta della AT2025agbz in UGC564 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Immagine della AT2025agbz in UGC564 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

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Asteroidi del mese Gennaio 2026

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Asteroidi del mese di Gennaio 2026

(40) Harmonia

Harmonia fu scoperto da Hermann Goldschmidt il 31 marzo 1856 dal suo osservatorio parigino che aveva sul balcone di casa. Il nome fu scelto in onore della dea greca dell’armonia per celebrare la pace seguita alla Guerra di Crimea. Percorre un’orbita quasi circolare nella fascia principale interna con semiasse di 2,26 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,04 e inclinazione di 4,2 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,41 anni. Harmonia presenta un diametro vicino ai 111 km, con un’albedo piuttosto elevata, coerente con la sua natura rocciosa che lo fa rientrare nella classificazione di tipo S. Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce identifica un periodo di rotazione di 8,9 ore con un’ampiezza di variazione modesta. Le inversioni, combinate con altre tecniche osservative dal suolo, forniscono l’immagine di un oggetto compatto di forma moderatamente allungata

Come e quando osservarlo

Harmonia sarà in opposizione il 2 gennaio, momento nel quale raggiungerà la nona magnitudine. Il suo moto sarà di 0,71 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Harmonia trasformarsi in una bella striscia luminosa di 28 secondi d’arco.

(44) Nysa

Nysa fu scoperto da Hermann Goldschmidt il 27 maggio 1857 a Parigi. Il nome gli fu dedicato in onore della regione di Nysa che, secondo la mitologia greca, fu il luogo dove le ninfe allevarono il giovane Dioniso. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,42 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,14 e inclinazione di 3,7 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,77 anni.

Nysa è il membro più brillante della famiglia omonima ed appartiene al complesso Nysa-Polana, un raggruppamento eterogeneo estremamente interessante poiché contiene sia asteroidi brillanti e rocciosi come Nysa, sia corpi molto più scuri e primitivi come Polana. Con un diametro medio di circa 71 km, Nysa si distingue per la sua alta albedo, vicina a 0,5, caratteristica che lo colloca nel tipo E della classificazione di Tholen (asteroidi a composizione rocciosa altamente riflettente), mentre rientra nel tipo Xc in quella SMASS.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce indica un periodo di rotazione di 6,42 ore. La ricostruzione della forma tramite queste curve mostra un profilo marcatamente conico, un dato che suggerisce che Nysa possa essere in realtà un asteroide binario a contatto, o comunque un corpo dalla morfologia complessa.

Come e quando osservarlo

Nysa sarà in opposizione il 23 gennaio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 8,6. Il suo moto sarà di 0,65 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Nysa trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

(39) Laetitia

Laetitia fu scoperto da Jean Chacornac l’8 febbraio 1856 dall’Osservatorio di Parigi. Il nome fu scelto per celebrare Letizia, la divinità romana della gioia e dell’allegria. Percorre un’orbita nella fascia principale centrale con semiasse maggiore di 2,77 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,11 e inclinazione di 10,4 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 4,61 anni.

Laetitia è un asteroide di grandi dimensioni, con un diametro stimato di circa 170 km. Presenta un’albedo piuttosto elevata (0,29), coerente con un oggetto a composizione prevalentemente rocciosa. È proprio grazie a questa sua alta riflettività, unita alle dimensioni generose, che risulta essere uno dei corpi più luminosi della fascia principale durante le apparizioni favorevoli.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce indica un periodo di rotazione di 5,14 ore. I dati osservativi suggeriscono una forma marcatamente allungata, quasi ellissoidale, che genera ampie variazioni di luminosità (fino a 0,5 magnitudini) durante la rotazione.

Come e quando osservarlo

Laetitia sarà in opposizione il 27 gennaio momento nel quale raggiungerà la decima magnitudine. Il suo moto sarà di 0,60 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Laetitia trasformarsi in una bella striscia luminosa di 24 secondi d’arco.

 

 


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Bilancio sulla cometa interstellare 3I ATLAS e sulla C/2025 K1 ATLAS

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3I ATLAS del 27/12, di passaggio nei pressi della brillante stella 31 Leonis. Riprese effettuate con una reflex Canon 80d al fuoco diretto di un riflettore da 20 cm. f/5, 50" di esposizione, 6400 iso, migliorate in post produzione.

 

Parliamo di due comete che sono riuscite a catturare l’interesse degli appassionati, soprattutto in novembre ma anche in dicembre, la prima per la sua provenienza dall’esterno del Sistema Solare mentre l’altra per la sua frammentazione in più parti. La 3I ATLAS è andata oltre la luminosità prevista scendendo nel suo miglior momento al di sotto della decima magnitudine, risultando dunque a sorpresa alla portata di strumenti piuttosto modesti. Personalmente, oltre che con strumenti di una certa potenza, sono riuscito ad osservarla anche tramite un binocolo 25×100, aiutato dalla sua compattezza che la faceva somigliare ad una stellina appena sfocata che in un telescopio mostrava uno spiccante falso nucleo circondato da una brillante chioma. Nelle migliori foto si sono viste anche la coda e a una sottile anticoda. Sicuramente il suo passaggio, ancora da seguire nonostante il suo allontanamento e conseguente indebolimento, sarà ricordato e gli studi in corso ci permetteranno di capire qualcosa in più su questo enigmatico “astro chiomato”. La C/2025 K1 ATLAS si è invece rivelata una bellissima cometa nonostante non abbia raggiunto l’ottava magnitudine inizialmente prevista, fermandosi appena al di sotto della decima grandezza. Ha però sfoggiato una vistosa codina facilmente rilevabile in telescopi di media potenza. Ma ciò che l’ha posta al centro dell’attenzione è stata soprattutto la sua fratturazione in più frammenti, tre dei quali sono stati fotografati piuttosto agevolmente da molti amatori. In visuale invece, nel momento della rottura, si è notato l’allungamento della testa che da tondeggiante si è trasformata in un segmento rettilineo. Insomma, due oggetti davvero interessanti, che hanno tenuto alta l’attenzione degli osservatori e regalato loro molte emozioni e soddisfazioni.

 

3I ATLAS del 27/12, di passaggio nei pressi della brillante stella 31 Leonis. Riprese effettuate con una reflex Canon 80d al fuoco diretto di un riflettore da 20 cm. f/5, 50″ di esposizione, 6400 iso, migliorate in post produzione.

 

 

 


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Fotografare un Telescopio Spaziale (JWST) a 1,5 milioni di chilometri

C’è un’emozione particolare nel puntare il telescopio non verso una nebulosa o una galassia lontana, ma verso un altro strumento, un gioiello della tecnologia umana che a sua volta scruta l’Universo: il James Webb Space Telescope (JWST). L’idea di poterlo immortalare dalla Terra, a 1,5 milioni di chilometri di distanza, può sembrare quasi irrealizzabile. Eppure, con costanza, tecnica e un pizzico di fortuna, questa sfida può essere vinta anche da un astrofilo appassionato.

 

Principi Astronomici di Base

Il JWST orbita nel punto lagrangiano L2, una posizione stabile ma non fissa, a differenza dei satelliti geostazionari. Questo significa che la sua luce è estremamente debole, intorno alla magnitudine apparente 22: un livello che richiederebbe ore di esposizione e strumenti professionali di grande diametro. Ma qui sta la sfida: riprenderlo non come una sorgente fissa, ma coglierne i riflessi, i cosiddetti flare, quando i suoi pannelli solari e le superfici riflettenti, combinando perfettamente orientazione e posizione, inviano verso la Terra un lampo luminoso di pochi secondi.
Come gli storici flare dei satelliti Iridium, anche il JWST può occasionalmente regalare improvvisi balzi di luminosità, portandosi ben al di sopra della sua magnitudine media e divenendo accessibile a strumenti amatoriali. Fotografarlo significa avere pazienza, conoscere le tecniche giuste e, soprattutto, lasciarsi guidare dall’entusiasmo di inseguire un obiettivo che unisce scienza, passione e un pizzico di avventura.
Per comprendere la difficoltà della ripresa, bisogna ricordare alcuni concetti essenziali. La magnitudine apparente misura la luminosità degli oggetti celesti visti dalla Terra: più il numero è alto, più l’oggetto è debole. Un astro di magnitudine 22 è praticamente invisibile per strumenti amatoriali e richiede grandi telescopi e lunghe esposizioni.

Il problema, però, è che il JWST non è fermo. Si muove rispetto alle stelle di fondo e questo movimento impedisce di accumulare lunghe esposizioni senza vederlo “spostarsi” nel campo. Dopo 10–20 secondi, a seconda della focale, l’oggetto non si trova più nella stessa posizione e non può essere sommato come una galassia o una nebulosa. Di conseguenza, nella pratica amatoriale tradizionale, non si fotografa il Webb alla sua luminosità media, ma si spera di coglierne un flare: un riflesso speculare che può portare la sua luminosità anche 5 magnitudini sopra il normale, rendendolo improvvisamente visibile.

Un paragone utile sono i satelliti Iridium, che negli anni 2000 hanno stupito migliaia di appassionati con spettacolari bagliori: da una magnitudine tipica di 2–3 fino a picchi di –7 e oltre, visibili a occhio nudo e più brillanti di Venere. Un fenomeno raro ma documentato, che mostra quanto le riflessioni possano alterare la visibilità di un satellite.

Pianificare dell’Osservazione

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Il primo passo per tentare la “caccia al Webb” è procurarsi le effemeridi aggiornate, cioè le coordinate di posizione del telescopio rispetto al cielo. Queste si possono ottenere attraverso servizi come NASA JPL Horizons, che permettono di scaricare file compatibili con software di pianificazione come Ekos, SharpCap o NINA.

Vi descrivo la procedura:

  1. Collegarsi a https://ssd.jpl.nasa.gov/horizons/.
  2. Target body: JWST (codice “-170”).
  3. Inserire le coordinate del proprio sito in Observer Location.
  4. Intervallo temporale: 5 min o meno per un tracciamento accurato.
  5. Esportare in formato CSV o TXT, pronti per l’import nei software di puntamento o guida.

Tuttavia, c’è un avvertimento importante: seguire il Webb come un satellite e accumulare pose lunghe non funziona con telescopi medi e piccoli, perché la magnitudine media di 22 rimarrebbe fuori portata, oltre ad avere le stelle di fondo strisciate.

La strategia varia quindi in base allo strumento:

  • Con telescopi di grande diametro e camere idonee è teoricamente possibile tentare un inseguimento diretto, sincronizzando la montatura con l’orbita del JWST.
  • Con telescopi amatoriali, si punta a sfruttare i flare: si lavora in modalità classica, con inseguimento siderale, accettando che il Webb si muova lentamente sul campo. L’obiettivo non è accumulare la sua debole luce continua, ma catturare i rari momenti in cui riflette abbastanza da diventare visibile.

È fondamentale scegliere serate stabili, con cielo limpido e senza Luna, perché la debolezza intrinseca del segnale non perdona disturbi. La pazienza è parte integrante del metodo: non si può prevedere con precisione quando avverrà il flare, ma solo perseverare finché non si presenta.

Strumentazione

Per la mia esperienza ho utilizzato il mio telescopio Eurinome, configurazione Newton, diametro 310 mm, f/5, focale 1550 mm, montato su una Astro-Physics 1200: una montatura robusta e precisa, in grado di garantire inseguimenti affidabili per ore senza autoguida.

Il telescopio Eurinome Newton 310 mm f/5 con montatura Astro-Physics 1200, camera ASI 183MM e paraluce installato, all’interno della cupola dell’osservatorio astronomico Arrakis (Montorio al Vomano).

Elemento chiave del setup è stata la camera ASI 183MM monocromatica, scelta per la sua elevata sensibilità e per la capacità di registrare dettagli molto deboli con tempi relativamente brevi. In un contesto di ricerca di flare, dove la luminosità varia bruscamente e non si può contare su lunghe esposizioni, la sensibilità della camera è fondamentale per riuscire a “bloccare” anche i lampi più fugaci.

Il software di acquisizione scelto è stato SharpCap, che offre una funzione molto utile per questi casi: il live stack. In pratica, invece di sommare lunghe pose, si accumulano in tempo reale tanti scatti brevi (nel mio caso, 15 pose da 10 secondi ciascuna, per un totale di 150 secondi). Questo metodo impedisce che i flare, essendo brevissimi, vengano “spalmati” e cancellati dalla media del fondo cielo. Infatti, nelle immagini finali in una singola posa compaiono tre flare distinti, separati da spazi neri: il segno evidente del movimento del Webb e della sua natura intermittente.

Un altro accessorio importante, spesso sottovalutato, è stato il paraluce. Nel caso di un telescopio Newtoniano, dove la camera si trova in prossimità dell’ingresso del tubo ottico il paraluce aiuta a ridurre riflessi parassiti provenienti dal monitor del computer riflessi dalle pareti della cupola all’interno dell’osservatorio. Altro aspetto positivo del paraluce, e quello di limitare l’ingresso di umidità e polvere.
Per i lettori meno esperti, ecco qualche termine chiave:

  • Live stack: tecnica che somma in tempo reale molte pose brevi, migliorando il segnale senza rischiare mosso o saturazioni.
  • Binning: modalità che unisce i pixel della camera in gruppi, aumentando la sensibilità a scapito della risoluzione.
  • Gain: amplificazione elettronica del segnale, utile per rendere visibili dettagli molto deboli, ma da dosare con cura per evitare rumore.
Camera ASI 183MM monocromatica della ZWO usata dall’autore.

Questi strumenti, se usati con criterio, permettono di avvicinare risultati scientificamente utili anche con setup non professionali.

Strategia di Ripresa

La vera strategia, al di là della tecnica, è stata la pazienza. Non basta una notte fortunata: nel mio caso sono servite tre serate consecutive da circa tre ore ciascuna prima di ottenere il risultato. Il Webb era lì, invisibile, e solo quando la geometria della riflessione ha inviato un lampo verso la Terra si è materializzato nell’immagine.
Questo aspetto è cruciale: i flare non sono frequenti, dipendono dall’orientazione del telescopio e dalla posizione relativa osservatore–Sole–JWST. La perseveranza, quindi, diventa parte integrante del metodo osservativo: non arrendersi al primo tentativo, ma insistere finché la combinazione non si realizza.
Un esempio concreto del fenomeno dei flare lo avevo già documentato anni fa con i satelliti Iridium, famosi per i loro improvvisi bagliori. Nel mio caso, l’Iridium 55 passò da una magnitudine di circa +2.5 a un incredibile –7, ben visibile a occhio nudo.
Il video è disponibile su youtube:
https://www.youtube.com/watch?v=5vf8CUoGsE8


Gli Iridium e i loro spettacolari flare


I satelliti Iridium, lanciati a partire dagli anni ’90 per fornire copertura telefonica globale, hanno fatto la gioia di migliaia di appassionati grazie ai loro riflessi speculari: bagliori improvvisi e intensissimi, visibili persino a occhio nudo. Da magnitudini di 2–3 potevano raggiungere picchi di –7, più brillanti di Venere.
Con il lancio della nuova costellazione Iridium NEXT, i vecchi satelliti sono stati progressivamente dismessi. La maggior parte è stata deorbitata tra il 2017 e il 2019: sono stati portati su orbite più basse per assicurare il rientro atmosferico e la completa disintegrazione, nel rispetto delle normative sui detriti spaziali.
Per approfondire la storia e il “pensionamento” dei vecchi Iridium, segnalo un interessante video ufficiale:
👉https://www.youtube.com/watch?v=q2lVFvg69Fc


 

Elaborazione dei Dati

Una volta catturate le immagini, arriva il momento dell’elaborazione. Ho scelto di usare Astra Image, un software semplice ma efficace che permette di agire sui parametri essenziali senza cadere nella tentazione di “abbellire” artificialmente il risultato.

Fotogramma originale così come restituito da SharpCap, con il JWST appena percettibile sul monitor ma probabilmente non distinguibile nella stampa, in quanto il segnale è ancora sommerso dal rumore di fondo.

 

Trattandosi di fotografie a carattere scientifico, è sconsigliabile usare software con ritocchi basati su intelligenza artificiale o su algoritmi di abbellimento: il rischio è introdurre artefatti, cioè dettagli inventati che non esistono davvero. Per aumentare la leggibilità del segnale, ho regolato soltanto luminosità, contrasto ed esposizione, in due passaggi successivi. Infine, ho applicato una leggera correzione con lo strumento shadows per mantenere un fondo nero uniforme, senza però cancellare tracce reali.

È importante precisare che l’immagine presentata mostra l’intero campo inquadrato dalla camera ASI 183MM, pari a circa 0,4 gradi di lato maggiore, necessario per mantenere nel fotogramma il telescopio spaziale durante l’intera sessione.
Tuttavia, l’elaborazione del fotogramma a pieno campo non è sufficiente: il segnale del JWST rimane troppo debole per essere distinto a occhio nudo. Per documentare correttamente il fenomeno, il dettaglio deve quindi essere isolato e ingrandito, così da consentire un’analisi visiva precisa del segnale.

Dettaglio ingrandito del medesimo campo, elaborato con Astra Image. L’ottimizzazione di contrasto e luminosità rende leggibili i flare più deboli, mantenendo inalterata la struttura reale dell’immagine.

 

Risultati e Analisi delle Immagini

L’analisi delle immagini ha permesso di isolare e identificare con chiarezza i flare attribuibili al telescopio spaziale James Webb. Per mostrare l’evoluzione del fenomeno nel tempo, sono state selezionate tre pose consecutive, acquisite a intervalli di pochi minuti.

Nella prima immagine (a sinistra) non è presente alcun segnale: rappresenta una delle numerose esposizioni “neutre”, prive di flare, e costituisce quindi un utile riferimento per il fondo cielo.

Nella seconda e nella terza immagine (al centro e a destra) si nota invece la comparsa di un segnale luminoso debole ma coerente, evidenziato da un cerchio giallo.

Una linea di riferimento blu, tracciata tra due stelle fisse, consente di visualizzare con precisione lo spostamento apparente del telescopio nel campo: nel secondo fotogramma il flare non tocca ancora la linea, mentre nel successivo si posiziona esattamente su di essa.
Questo semplice confronto temporale evidenzia il moto del JWST rispetto allo sfondo stellare, confermando l’autenticità del fenomeno e la corretta identificazione del segnale.

Sequenza di tre fotogrammi al JWST – 17 settembre 2025.
A sinistra: immagine di riferimento priva di flare.
Al centro e a destra: comparsa del segnale luminoso attribuito al JWST, evidenziato dal cerchio giallo. La linea blu, tracciata tra due stelle fisse, mostra lo spostamento apparente del telescopio tra due pose separate da circa sette minuti.

Pur trattandosi di immagini non spettacolari dal punto di vista estetico, il loro valore scientifico e didattico è notevole: esse dimostrano la possibilità, con strumentazione amatoriale e un’analisi accurata, di documentare da Terra la presenza di un telescopio spaziale posto a circa 1,5 milioni di chilometri.
Nel complesso, il fenomeno è stato osservato per circa 9 minuti e 40 secondi, oltre i quali, negli scatti successivi, non si sono più registrate riflessioni.
Il primo scatto è iniziato alle 23:38:25 del 17 settembre 2025 con una posa di 100 secondi, terminata alle 23:40:05. Un secondo flare è stato documentato nello scatto successivo, iniziato alle 23:41:35 e durato 110 secondi, conclusosi alle 23:43:25. Infine, il terzo scatto, avviato alle 23:45:35 e durato 150 secondi, ha rappresentato il risultato più significativo, rivelando tre flare ben distinti fino alle 23:48:05.

Ciò ad indicare chiaramente la natura transitoria dei flare, legati alla precisa geometria sole–telescopio–terra.

Questa sequenza temporale precisa non solo documenta il fenomeno, ma costituisce anche un riferimento metodologico: la necessità di annotare con rigore gli orari e la durata degli scatti si rivela fondamentale per lo studio e la ripetibilità dell’esperimento.
L’esperienza ha inoltre permesso di individuare che, per la configurazione e gli strumenti utilizzati, un tempo di 150 secondi rappresenta l’esposizione ottimale: abbastanza lunga da accumulare segnale sufficiente, ma non così estesa da diluire i brevi lampi di luce del JWST.

Consigli Pratici e varianti

Per chi volesse cimentarsi in questa avventura, ecco alcuni suggerimenti:

  • Usare un paraluce per ridurre riflessi parassiti.
  • Fare i dark frame per eliminare il rumore della camera e migliorare la qualità del segnale.
  • Preferire pose brevi e live stack rispetto a lunghe esposizioni.
  • Non scoraggiarsi: i flare non seguono effemeridi prevedibili come accadeva per gli Iridium, servono pazienza e perseveranza.Cielo buio e limpido, senza Luna, anche la minima foschia può cancellare il segnale.
  • Quota del target ≥ 30° sull’orizzonte.
  • Orologio del PC sincronizzato via NTP entro 1 s per confrontare con precisione i tempi dei flare.
  • Non utilizzare lo spianatore di campo. Nel caso di un Newton, il centro del campo è già corretto ed è proprio lì che si concentra l’informazione utile. Inserire un correttore significa introdurre un gruppo ottico di più lenti che inevitabilmente riduce la luminosità e la risoluzione centrale. Meglio sfruttare l’ottica nativa, perché in questo tipo di riprese serve ogni fotone disponibile.

Per chi dispone di telescopi di grande diametro, è possibile tentare l’inseguimento del JWST con effemeridi precise e software di tracking; per strumenti più piccoli, invece, la soluzione realistica resta la ricerca dei flare.

Un ultimo consiglio riguarda la condivisione dei risultati. Annotare con precisione date, orari, parametri di ripresa e condizioni osservative consente sia di confrontarsi con altri astrofili, sia di fornire dati utili alla comunità scientifica amatoriale. Pubblicare immagini e sequenze accompagnate da note tecniche non solo valorizza lo sforzo, ma stimola altri appassionati a cimentarsi in questa sfida affascinante.

Conclusioni

Fotografare il James Webb dalla Terra è una sfida che unisce tecnica, passione e un pizzico di fortuna. Non si tratta di ottenere immagini spettacolari, ma di dimostrare che, con mezzi amatoriali e tanta costanza, è possibile catturare la presenza di un colosso tecnologico che opera lontano dalla nostra atmosfera.
In questa esperienza personale, la pazienza è stata la chiave: ore di tentativi, serate senza risultati, fino al lampo inatteso che ha rivelato il Webb nel mio campo. Un successo che non appartiene solo al singolo astrofilo, ma a tutta la comunità degli appassionati che, notte dopo notte, continua a trasformare un hobby in ricerca, curiosità in scoperte, sogni in immagini reali.
L’esperimento ha anche dimostrato come, anche con strumenti amatoriali opportunamente configurati, sia possibile documentare con precisione fenomeni luminosi in rapido movimento come i flare artificiali. La metodologia adottata — basata su tempi di esposizione calibrati, registrazione accurata degli orari e confronto fotometrico — si è rivelata efficace per l’identificazione e l’analisi del fenomeno.
Questa ricerca apre le porte a successivi sviluppi in campo astrometrico e fotometrico, ambiti nei quali sarà possibile misurare con maggiore accuratezza traiettorie, intensità e variazioni di luminosità. Tali approfondimenti dovranno essere pianificati con procedure di acquisizione e analisi più strutturate, per estendere l’esperimento a un contesto osservativo sistematico.
E forse, più di ogni altra cosa, questa esperienza invita a guardare ancora, ricordandoci che anche un medio telescopio, se guidato dalla passione, può toccare l’infinito.

Scheda Tecnica di Acquisizione

Parametro Valore/Strumento
Telescopio Newton Eurinome 310 mm f/5
Focale 1550 mm
Montatura Astro-Physics 1200
Camera ASI 183 monocromatica
Software acquisizione SharpCap
Modalità Live Stack
Numero pose per stack 15
Tempo di posa per singolo 10 s
Tempo totale per stack 150 s
Gain 300
Binning 3×3

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L’articolo è pubblicato in COELUM 277 VERSIONE CARTACEA


SPETTROSCOPIA applicazioni per astrofili

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Partono i Lavori del CTAO: il Più Grande Osservatorio di Raggi Gamma al Mondo

This image illustrates all three classes of the 99 telescopes planned for the southern hemisphere at ESO's Paranal Observatory, as viewed from the centre of the array. This rendering is not an accurate representation of the final array layout, but it illustrates the enormous scale of the CTA telescopes and the array itself.

Il 18 dicembre 2025 è iniziata ufficialmente la costruzione del Cherenkov Telescope Array Observatory (CTAO – vedi Coelum), una delle infrastrutture scientifiche più ambiziose mai realizzate nel campo dell’astrofisica delle alte energie. Una volta completato, il CTAO diventerà il più grande e potente osservatorio di raggi gamma sulla Terra, aprendo una nuova finestra sull’Universo. La cerimonia di inaugurazione si è svolta presso il sito meridionale del progetto, situato nel deserto di Atacama, in Cile. Qui, l’assenza quasi totale di inquinamento luminoso e le condizioni atmosferiche eccezionali rendono il cielo notturno un laboratorio naturale ideale per l’astronomia di precisione. Non a caso, l’Atacama ospita già alcune delle più importanti strutture osservative del mondo.

Inaugurazione del monumento della capsula del tempo al CTAO-sud (Crediti: ESO/CHEPOX)

Il CTAO è il risultato di una collaborazione scientifica internazionale che coinvolge istituti di ricerca, università e agenzie scientifiche di numerosi Paesi. In questo contesto, l’ESO (European Southern Observatory) riveste un ruolo centrale: è partner fondatore del progetto e ospita il sito meridionale dell’array, rafforzando ulteriormente il legame tra l’astronomia europea e il Cile.

«È un piacere assistere all’inizio della costruzione del sito meridionale qui a Paranal», ha dichiarato Xavier Barcons, Direttore Generale dell’ESO, durante la cerimonia inaugurale. Secondo Barcons, il CTAO rappresenta non solo un traguardo tecnologico e scientifico, ma anche un simbolo della cooperazione internazionale, capace di unire competenze, risorse e visioni diverse attorno a un obiettivo comune: comprendere meglio l’Universo. Il progetto consolida inoltre il ruolo del Cile come capitale mondiale dell’astronomia, un Paese che negli ultimi decenni ha saputo investire nella scienza e nella tutela dei cieli bui, diventando un punto di riferimento per la ricerca astronomica globale.

Il CTAO non è un singolo telescopio, ma un insieme di telescopi cooperanti, distribuiti su un’ampia area e progettati per lavorare in sinergia. Il loro obiettivo è osservare i raggi gamma, la forma di radiazione elettromagnetica più energetica conosciuta, prodotta da alcuni dei fenomeni più estremi dell’Universo, tra cui supernove ed esplosioni stellari catastrofiche, nuclei galattici attivi alimentati da buchi neri supermassicci,

I lavori di costruzione iniziano con la preparazione del sito e la posa delle fondamenta dei telescopi, affidati a un consorzio di aziende cilene. L’installazione dei primi strumenti è prevista entro la fine del 2026, mentre l’osservatorio entrerà progressivamente in funzione negli anni successivi. Una volta pienamente operativo, il CTAO consentirà studi rivoluzionari sull’origine dei raggi cosmici, sulla natura della materia oscura e sui meccanismi di accelerazione delle particelle nell’Universo.

Il CTAO non sarà solo un osservatorio, ma anche una piattaforma scientifica aperta alla comunità internazionale, favorendo l’accesso ai dati e la formazione di nuove generazioni di ricercatori.

Fonte: European Southern Observatory – Press Release No. ESO2521

Due Esplosioni per Distruggere una Stella – SNR 0509-67.5

L'immagine ripresa dal Very Large Telescope (VLT) dell'ESO mostra il resto di supernova SNR 0509-67.5, formato da materiale in espansione ad alta velocità, espulso in seguito alla doppia esplosione di una nana bianca. Lo strumento MUSE installato sul VLT ha permesso di mappare la distribuzione di vari elementi chimici nel resto. In particolare, il calcio è mostrato in blu e forma due gusci concentrici, mentre l'idrogeno è rappresentato in tonalità arancio. Credit: ESO/P. Das et al. / Stelle di Fondo (Hubble): K. Noll et al.

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Baby-Stelle nel Toro – GN 04.32.8

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Intervista a Jill Tarter: la scienziata che trasformò la ricerca della vita aliena in una disciplina rigorosa insignita della Fellows Medal

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In un’epoca in cui le notizie sempre più clamorose e sempre più incredibili si accavallano senza più avere tempo per una dovuta verifica, è difficile tenere saldo il timone del metodo scientifico per riuscire a navigare senza incidenti nel procelloso mare della disinformazione.

Queste riflessioni sono il pane quotidiano soprattutto per gli scienziati e le scienziate che hanno dedicato la loro intera carriera allo sviluppo di tecniche affidabili, verificabili e ripetibili per la ricerca scientifica della vita al di fuori del nostro Pianeta. La sfida è fenomenale: si tratta senza dubbio alcuno di uno degli obiettivi filosoficamente affascinanti ed ambiziosi che l’essere umano si sia mai posto.

Abbiamo avuto la fortuna di poter intervistare una figura determinante nello sviluppo di questo ambito di ricerca: Jill Tarter, classe 1944, una delle protagoniste delle iniziative SETI, acronimo di “Search for Extra Terrestrial Intelligence”. Grande amica di Carl Sagan, lo scienziato che permise di compiere enormi passi avanti nella definizione del problema dell’esobiologia in termini scientifici ed oggettivi, la professoressa Tarter ottenne un dottorato in Astronomia alla Cornell University di New York con una tesi sugli oggetti celesti che per via della mancanza di una massa sufficiente non riescono ad avviare i processi di fusione nucleare, e pertanto non riescono a diventare stelle. La Tarter coniò per questi oggetti il termine di “nana bruna”, in seguito scoperti da Rafael Rebolo dell’IAC nel 1995.

Jill Tarter è un mito ed un simbolo per le donne che si dedicano alla scienza: a quanto pare Sagan si inspirò a lei per il personaggio di Ellie Arroway, protagonista del romanzo “Contact” del 1985, da cui fu poi tratto il film omonimo del 1997, con protagonista Jodie Foster e regia di Robert Zemeckis. Nel 1989 l’organizzazione Women in Aerospace le tributò un Lifetime Achievement Award e nel 2004 fu nominata dal prestigioso Time Magazine come una delle cento personalità più influenti al Mondo.
Proprio mentre realizzavamo gli ultimi ritocchi all’intervista oggetto di questo servizio, dagli Stati Uniti è giunta la notizia che il 23 ottobre 2025 la prestigiosa California Academy of Science, con sede presso il Golden Gate Park di San Francisco, ha conferito il premio annuale della Fellows Medal alla scienziata Jill Tarter, co-fondatrice dell’Istituto SETI e Bernard M. Oliver Chair Emerita del SETI Institute.

Intervista a cura di Thomas Villa

Thomas Villa — Professoressa Jill Tarter, che cos’è in poche parole il progetto SETI?

Jill Tarter — Nell’Istituto SETI cerchiamo intelligenze extraterrestri in grado di emettere un segnale rilevabile, cioè cerchiamo tracce della tecnologia di qualcun altro.

Dovremmo dire “SETT”, cioè “Search for Extra Terrestrial Technology”, ma il marchio “SETI” è ormai consolidato, quindi lo teniamo, ricordando però che ciò che cerchiamo è, di fatto, la tecnologia di altriChe cosa non è il SETI: non è un’indagine sugli UFO, non è una religione o, peggio, una setta. Non sempre siamo “politicamente corretti”, e questo talvolta complica le cose. In sostanza, il SETI è un insieme di esplorazioni scientifiche che provano a rispondere con esperimenti a una domanda antichissima. È un progetto realizzato da persone molto pragmatiche — no, non siamo “mistici”: siamo scienziati “tosti”. Dobbiamo capire che potenzialmente è un impegno multigenerazionale. L’universo è vasto, e se pensiamo a quanto potremmo dover esplorare — quante bande, polarizzazioni, frequenze, direzioni in cielo — c’è davvero un’enormità da cercare. Potremmo non portare mai a termine il compito: la risposta potrebbe essere che siamo soli, oppure potrebbero volerci più generazioni.
Ma soprattutto è importantissimo ricordare che si tratta di una domanda antica. Ci riguarda, e riguarda l’Universo, come siamo venuti all’esistenza e come potremmo evolvere. Dobbiamo fare esperimenti per rispondere a questa domanda. Qual è l’esperimento giusto? Possiamo provare il “SETI andando a verificare di persona”: va bene nel Sistema Solare, e in parte lo facciamo — analizziamo superfici di corpi del Sistema Solare per cercare prove di geoingegneria. Ma per lo spazio lontano è presto per andare “là fuori”. Dunque restano approcci passivi: telerilevamento di corpi molto distanti. In pratica, la nostra definizione di intelligenza è la capacità di costruire un trasmettitore.
Anche accettando questa definizione ristretta, quanto è probabile che le ricerche che possiamo condurre abbiano successo?

TV — Il progetto SETI è nato da alcune iniziative precedenti: per esempio ricordiamo l’idea di Frank Drake con l’esperimento Ozma del 1960, ossia l’osservazione di due stelle vicine simili al sole: Tau Ceti ed Epsilon Eridani con il radiotelescopio di Green Bank nella Virginia Occidentale.
C’è stato anche, ad esempio, il Rapporto Cyclops della NASA nel 1971, che fu l’occasione che le permise di iniziare a sviluppare le sue idee…

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Frank Drake. Crediti Raphael Perrino.

JT — Cyclops non fu un’osservazione: era un’idea, un documento, un workshop. E fu il primo esempio di tentativo di capire quale potesse essere il tipo di segnale emesso da un extraterrestre: giusto, e che cosa servisse — quali tecnologie, quale sensibilità — per poter provare a rilevare qualcosa.
TV — Lei dice di sentirsi ingegnere “nel cuore”, ma è affascinata dalla possibilità, dalla chance, di osservare un segnale emesso da qualche abitante intelligente del nostro universo.
JT— Be’, e a lei non piacerebbe? Voglio dire, è una delle domande più grandi in assoluto. Non abbiamo una risposta, e gli ingegneri hanno un ruolo da giocare nel produrre gli strumenti di cui abbiamo bisogno per fare misure che potrebbero mostrarci qualche anomalia.
TV — È ciò di cui scrissero Morrison e Cocconi nel celebre articolo “Searching for Interstellar Communications” sul numero 184, 844–846, della rivista Nature del 1959, sull’eventualità di un’osservazione diretta, per esempio alla lunghezza d’onda di 21 cm.
Dunque, quale caratteristica chiave rende la riga dell’idrogeno così interessante per l’osservazione?
JT — L’idrogeno è l’elemento universale, giusto?
È stato creato nel Big Bang, e tutti, ovunque, lo sanno. Dunque è forse una “segnaletica”, un luogo ovvio in cui cercare.
L’intero spettro elettromagnetico — dalle onde radio più lunghe ai gamma più energetici — può fare da portatore d’informazione. Ma la riga dell’idrogeno è così fondamentale che Cocconi e Morrison ipotizzarono che potesse essere l’intervallo di frequenze che chiunque, dovunque, sceglierebbe per trasmettere o ascoltare informazioni. È la sua onnipresenza a renderla interessante.
E, naturalmente, allora non conoscevamo molte molecole: conoscevamo CN e CH da osservazioni ottiche; poco dopo avremmo conosciuto l’OH. Oggi sappiamo di molecole poliatomiche con 18 atomi, giusto? All’epoca non sapevamo nulla di tutto ciò. Quindi, non solo è universale, ma era anche ciò che conoscevamo allora. E, ovviamente, c’è anche una questione interessante, perché l’idrogeno è essenziale per osservare l’Universo.
TV — Quindi è una frequenza che volontariamente e intenzionalmente si tende a tenere fuori dalle comunicazioni. E questo è molto importante, perché oggi abbiamo qualche difficoltà a mantenere “pulito” il cielo e a contenere l’inquinamento elettromagnetico, sia nel visibile sia nelle radiofrequenze. Va preservata per l’osservazione astronomica: è un tratto comune che potremmo condividere con qualche “omini verdi” curiosi di astrofisica…
JT — Esatto. Abbiamo un problema con lo spettro dell’idrogeno. Le tecnologie si pestano i piedi a vicenda, interferendo l’una con l’altra.
E l’idrogeno, poiché è così fondamentale, è stato protetto dal World Administrative Radio Council (WARC), che stabilì che non si dovesse trasmettere a quella frequenza. Se questo accade ovunque, se tutti proteggono la riga e non la usano, allora… forse non c’è nulla da trovare.
D’altro canto, ciò crea un fondo molto basso e silenzioso. È un dilemma. Continuiamo a pensare che abbia senso, ma abbiamo allargato l’interesse a un intervallo di frequenze più ampio, non solo specifico per l’idrogeno, perché, di nuovo, se ovunque è protetto e nessuno trasmette, non sarà molto fruttuoso. Già, ecco.
TV — Ed è in qualche modo più facile rilevare un’emissione intenzionale — per esempio una serie di numeri primi. È una caratteristica-chiave che manifesta intenzionalità. Ed è una “tecnofirma”.
JT — Ed è in qualche modo più facile da rilevare di un biomarcatore che potrebbe risultare ambiguo, per così dire.
Con i biomarcatori, almeno per i candidati del nostro Sistema Solare, c’è l’opportunità di testare in situ: possiamo andare su altri pianeti, su asteroidi e comete, e letteralmente avere tra le mani del materiale, portarlo in laboratorio e analizzarlo.
Con le comunicazioni radio o elettromagnetiche non puoi “afferrare” nulla: devi osservare. E tutti i magnifici esperimenti che oggi riusciamo a fare in laboratorio — studiando la chimica quantistica alla base della biologia — sono fantastici.
Ma quando osserviamo con telescopi ottici o radio, non stiamo guardando una singola molecola o un piccolo insieme di molecole: stiamo guardando tutte le molecole lungo la linea di vista tra noi e un eventuale trasmettitore.
Questo complica, perché tutte quelle molecole “mediano” le caratteristiche specifiche. È difficile capire come vedere quella chimica quantistica di molecole individuali quando hai solo una grande colonna di informazione integrata.
Quello potrebbe essere un segnale spurio, per così dire. Noi cerchiamo emissioni spurie.
TV — Questo ci riporta a una frase che lei disse nel 2006: se mai troveremo vita lontano dalla Terra, gli esseri umani avranno una visione diversa di che cosa significhi davvero essere umani.
Anche quando conosceremo la risposta alla domanda “siamo soli?”, che è la domanda chiave. Stiamo cercando la vita là fuori, ma siamo consapevoli di che cosa renda la vita sulla Terra davvero “vita”?
Sappiamo che esiste una sorta di spettro continuo che porta dalla chimica semplice alla chimica complessa e alla vita.
Ma non sappiamo dove stia davvero il confine. Dove comincia la vita?
JT — No, non lo sappiamo.
E, di nuovo, facciamo esperimenti per capire come funzionano le reazioni chimiche: come si prendono molecole semplici e si costruiscono biomolecole più grandi. Possiamo farlo in laboratorio, ma non su grandi distanze perché, di nuovo, stai mediando su ogni molecola.
È una sfida interessante. E quando trovi qualcosa e qualcuno fa un annuncio, ci sarà molta competizione, giusto? Avrai scienziati che diranno: “No, non è quello, è quest’altro”. Oppure: “Non puoi dirlo, per questo motivo”.
TV — Non sarà, diciamo, una smoking gun. Non sarà una scienza “pulita”.
E la scienza non funziona così: dev’essere messa alla prova da prospettive diverse.
JT — Sì. Seriamente: oggi la mia grande domanda è proprio questa.
Di chi ci fidiamo per l’informazione scientifica, in particolare quando ha un impatto enorme come la rilevazione di vita oltre la Terra?

Carl Sagan. Crediti NASA/JPL.
Pubblico Dominio

TV — Ed è per questo che SETI ha un Post-Detection Hub all’Università di St Andrews, in Scozia — guidato dal prof. John Elliott e altri studiosi — che lavora su come elaborare e comunicare al grande pubblico questi risultati se, e quando, si potrà confermare l’arrivo di un segnale.
JT — Sotto l’egida dell’International Academy of Astronautics (legge spaziale), abbiamo elaborato una serie di principi che riteniamo tutti dovrebbero seguire in questo processo. In parte lo facemmo all’epoca della
Guerra Fredda per dare ai colleghi russi un supporto: se avessero rilevato qualcosa, avrebbero avuto basi per dirlo al mondo.
È difficile dirlo… Prima di tutto, immagino… non proprio “prima di tutto”. C’erano timori che, se fossero stati gli scienziati russi a fare la scoperta, il loro governo avesse proibito di renderla pubblica, o completamente pubblica.
Così abbiamo sviluppato quei principi; ma il punto è che non c’è un meccanismo di applicazione. Diciamo: dovreste fare questo, sarebbe bene fare quello, ha senso quest’altro… ma chi li fa rispettare?
Non c’è un esercito, non c’è… Giusto?
È semplicemente un buon insieme di linee guida che speriamo vengano seguite. E per chi, come noi, è affascinato dalla storia del SETI, è interessante vedere come la controparte russa abbia contribuito all’intero progetto.
TV — Per esempio, Šklovskij e il suo libro scritto insieme a Sagan, Intelligent Life in the Universe: condividevano un terreno comune di discussione per capire quale potesse essere la tecnologia “game-changer” successiva da applicare, e su entrambi i lati della Cortina di Ferro erano concentrati su questo tema.
JT — Come dicevo, uno dei motivi per sviluppare quei principi era dare ai colleghi sovietici un sostegno, per incoraggiarli a rendere pubblica qualunque cosa trovassero.
Perché Sagan, credo, fosse di origine ucraina, quindi aveva quel legame con Šklovskij. Sì, capiva come funzionavano le cose per quegli scienziati.
TV — Carl Sagan è il mio eroe. È stato anche un grande mediatore. È stato grande in molte cose diverse.
Aveva la capacità di immaginare scenari futuri.
JT — Sì, era un comunicatore straordinario. Sapeva parlarti in modo comprensibile anche se non padroneggiavi i dettagli di biochimica di cui stava parlando.
Sapeva raccontarti qual è il tuo posto nell’universo, come ti inserisci in tutto questo meraviglioso cosmo.
TV — E voi due (Sagan e Tarter) facevate parte del Committee for Skeptical Inquiry.
Lei era membro nel 1994. È un tema cruciale, oggi che siamo inondati da ogni tipo di fake news e fatichiamo a trovare fonti affidabili di informazione scientifica. C’è chi chiede: come possiamo essere certi di ciò che è scientifico e di ciò che non lo è?
JT — Questa è davvero la domanda che mi interessa di più adesso.
Come creiamo un canale affidabile per la comunicazione scientifica?
Personalmente sono rimasta estremamente delusa quando il dottor Anthony Fauci non fece più parte del governo: poté dirci che, durante la pandemia — durante la quale, per me, era lo scienziato di riferimento —, ciò che poteva dire, e soprattutto quando poteva dirlo, era controllato dall’amministrazione, che non voleva turbare il mercato azionario. È stato scoraggiante, perché pensavo fosse la nostra fonte affidabile.
Eppure è stato messo sotto ricatto.
TV — E questo ci riporta al SETI, perché nel 1992 lei premette il pulsante dello strumento HRMS ad Arecibo: un trionfo per il programma. Era stato concepito per scrutare lo spazio alla ricerca di segnali intelligenti dal cosmo.
Ma l’anno dopo, nel 1993, l’intero progetto venne chiuso da un senatore — un senatore del Nevada, il senatore Richard Bryan. È la politica che spegne la ricerca, un po’ come sta accadendo in questi mesi negli Stati Uniti. Come ha vissuto quella doccia fredda?
JT — Mi parve di ricevere un calcio nello stomaco. Fu straziante pensare che un solo senatore potesse fare questo: cambiare un programma scientifico elaborato in collaborazione tra individui e stati.
Un senatore poteva dire: “Macché, finito”.
Siamo riusciti a restare in vita perché il referente alla NASA, John Billingham, responsabile della divisione Life Sciences, riuscì a trovare fondi residui di altri progetti, quelli che a fine anno sarebbero stati restituiti alla sede centrale.
Riuscì a raccogliere quei fondi e a permettere al SETI di continuare fino all’anno successivo; poi, nel ciclo di bilancio, la NASA tornò dicendo: “Lo facciamo. È una priorità”. E oggi, ovviamente, è nella loro mission statement: cercano la vita. In seguito alla chiusura del programma SETI nel 1995 ci dedicammo al Project Phoenix, così chiamato perché “risorgeva dalle ceneri” della cancellazione congressuale negli USA.
Utilizzammo il radiotelescopio di Arecibo. Il SETI Institute ha lavorato su questo: una ricerca nel dominio microonde da 1,2 a 3,6 GHz su oltre mille stelle. Cercavamo segnali a banda stretta, compressi in frequenza.
La natura non lo fa, perché le emissioni di atomi e molecole, pur se individualmente strette, vengono “allargate” dalle velocità relative (Doppler) in un insieme. Con laser e altre tecnologie, invece, puoi produrre segnali stretti.
Analizzammo impulsi e continui in tempo reale per seguire ciò che trovavamo. Per noi ancora oggi è cruciale il computing: più veloce è, meglio possiamo reagire subito.
Un’altra cosa che abbiamo cercato di fare con Phoenix è usare due telescopi molto distanti e guardare simultaneamente lo stesso bersaglio: se trovi la stessa anomalia in entrambi i siti, puoi essere abbastanza sicuro che non sia nella tua strumentazione (forse nel software, ma non nell’hardware).
La maggior parte di queste ricerche è stata finanziata privatamente.
Immaginate un grafico con frequenza sull’asse orizzontale e tempo su quello verticale: l’occhio vede pattern — segnali stretti continui che “derivano”, cambiando frequenza nel tempo.
Nello stesso dataset cerchi impulsi, alzando la soglia, cercando sequenze regolari. Siamo leggermente più sensibili agli impulsi che ai segnali CW. Sfruttiamo anche il Doppler differenziale causato dalla rotazione terrestre: i due telescopi vedranno il segnale a frequenza/tempo leggermente diversi, e questo ci aiuta a rimuovere l’interferenza terrestre.
TV — In seguito al crollo del radiotelescopio di Arecibo nel 2020 com’è la situazione per la ricerca della vita intelligente nel cosmo?
JT — Ci sono interessanti sviluppi, per esempio l’iniziativa Breakthrough Listen di Yuri Milner, Mark Zuckerberg e Sergej Brin e altri grandi finanziatori. È il futuro della ricerca SETI.
La sua promessa di 100 milioni di dollari in dieci anni è stata fenomenale: ha dato stabilità in un momento in cui eravamo vulnerabili agli isterismi o alle gesta di singoli membri del Congresso.
Quindi l’impegno di Milner è stato davvero, davvero importante. Più recentemente abbiamo avuto la fortuna di ricevere un lascito da Franklin Antonio, uno dei fondatori di Qualcomm.
Il lascito di Franklin è sostanzialmente di un paio di centinaia di milioni di dollari: ci consente di vivere degli interessi anno dopo anno, lasciando intatto il fondo principale, che così non può essere “spento” da un singolo individuo.
È una grande fortuna: mi fa sentire molto meglio… una boccata d’aria fresca, per così dire.
TV — Esiste anche il progetto Laser SETI. Saremo in grado di rilevare stretti segnali di luce visibile come “fari” laser da un sistema solare vicino?
JT — È un tipo di rilevazione molto interessante. Stanno cercando un segnale emesso come laser… Sì, guarda nella parte ottica dello spettro elettromagnetico alla ricerca di anomalie, segnali che riteniamo la natura non possa produrre.
Cercano segnali artificialmente confinati in una banda di frequenze molto stretta. In natura hai molecole e atomi che si muovono gli uni rispetto agli altri, allargando l’emissione; con l’ingegneria puoi creare un segnale a una sola frequenza, ed è proprio quel tipo di segnale che cercano.
Abbiamo installato in vari luoghi rivelatori nella parte ottica dello spettro in grado di individuare queste anomalie che non pensiamo possano essere prodotte dalla natura. Si chiama Laser SETI.
TV — Esiste anche il progetto Laser SETI. Saremo in grado di rilevare stretti segnali di luce visibile come “fari” laser da un sistema solare vicino?
JT — È un tipo di rilevazione molto interessante. Stanno cercando un segnale emesso come laser… Sì, guarda nella parte ottica dello spettro elettromagnetico alla ricerca di anomalie, segnali che riteniamo la natura non possa produrre.
Cercano segnali artificialmente confinati in una banda di frequenze molto stretta. In natura hai molecole e atomi che si muovono gli uni rispetto agli altri, allargando l’emissione; con l’ingegneria puoi creare un segnale a una sola frequenza, ed è proprio quel tipo di segnale che cercano.
Abbiamo installato in vari luoghi rivelatori nella parte ottica dello spettro in grado di individuare queste anomalie che non pensiamo possano essere prodotte dalla natura.
Si chiama Laser SETI.
TV — È una scienza visionaria fatta da un’ingegnera nel profondo. Le capita di sognare a occhi aperti mentre progetta tutta questa tecnica, o si concentra solo sui dettagli, tralasciando la parte “idealistica”?
JT — All’inizio era certamente un sogno.
Non sapevamo come avremmo potuto farlo; ma ora, sa, i computer si sono rivelati la chiave.
Il fatto che possano guardare i dati e analizzare l’uscita dei rivelatori così rapidamente da permetterci di “ripuntare” immediatamente se troviamo qualcosa di interessante — e questo ci aiuta a verificare che provenga davvero dal cielo e non dalla nostra strumentazione — è affascinante.
È divertente.
TV — Ho sentito che ai tempi dell’università ci furono questioni di genere quando cercò di andare alla Cornell University. Il suo cognome è Jill Cornell Tarter, ma ebbe problemi a ottenere la borsa alla Cornell.
JT — Sì. Alla fondazione dell’università, Ezra Cornell istituì una borsa per i discendenti nominativi, le generazioni future, per frequentare Cornell.
Quando toccò a me andare al college, mia madre scrisse all’ufficio aiuti finanziari della Cornell chiedendo la borsa “Cornell” per sua figlia, Jill. Risposero: “Gentile signora Cornell, ci dispiace, ma quella borsa è solo per discendenti maschi”. Assurdo. Incredibile. Ma Cornell fu intelligente: probabilmente si erano “risvegliati” su quel tema e la settimana successiva mi offrirono una borsa migliore, che copriva tasse e libri per cinque anni nella School of Engineering. Ne fui felicissima..
TV — Lei è un simbolo per le donne nella ricerca STEM. Nel 2004 Time Magazine l’ha indicata tra le 15 donne più influenti. Niente male.
JT — Già. Ci sono molte foto dei miei compagni di studi in cui il titolo potrebbe essere: “Una di queste non è come le altre”. E quanto a Time Magazine… sì, figo, figo.
TV — Ha visto dei miglioramenti nell’apertura delle comunità scientifiche verso le donne e la scienza?
JT — Sì, il problema della disuguaglianza di genere sta migliorando. Nel mio anno eravamo in 300: io ero l’unica donna. Ma due anni fa, nella scuola di ingegneria — ingegneria fisica, quello che feci io — c’erano più donne che uomini. È un enorme cambiamento, in parte perché l’informatica è stata portata sotto l’ombrello dell’ingegneria e sta attirando molte donne.
TV — Che cosa pensa dell’ExoLife Finder (vedi Coelum n°272) e del nulling della stella centrale per rilevare il pianeta?
JT — Il nulling interferometry è un gran trucco. Lo usiamo in radioastronomia da molto tempo; è più difficile nell’ottico, ma adesso si può fare, e ha senso.
Un pianeta non ha luce propria: non brilla; riflette la luce stellare, ma è molto più debole della stella stessa.
Quindi cerchi qualcosa che è dieci miliardi di volte più debole della stella, proprio accanto alla stella. Se hai una tecnica che può prendere la luce in arrivo ai rivelatori e “rimuovere” quella stellare — annullarla — hai una chance di trovare quella sorgente planetaria debolissima. Dunque: nulling interferometer. Finalmente possiamo farlo. È fantastico.
TV — Ho parlato con Jeff Kuhn, e dice che si può arrivare a “vedere un continente” a 30 anni luce di distanza. È sconvolgente. Con l’ExoLife Finder sarà davvero la prima volta che potremo ottenere una qualunque mappa geografica di una regione di un pianeta lontano.
JT — Di solito vediamo i pianeti come un semplice “alone”.
L’ExoLife Finder ha questi trucchi: può rimuovere abbastanza luce stellare da permettere, guardando la luce riflessa dal pianeta, di capire se si tratti di una costa, di uno specchio d’acqua o di un deserto.
Ci stiamo avvicinando. Non ti mostrerà i posti migliori dove investire in immobili, ma ti mostrerà le grandi differenze della geografia planetaria.
TV — Posso chiederle della recente pretesa su K2-18 b di aver trovato molecole legate alla vita? Affermano di aver rilevato dimetil solfuro e/o dimetil disolfuro. Che cosa ne pensa?
JT — Non sono coinvolta e non conosco la scienza in dettaglio, e non voglio commentare perché non sarei una fonte scientifica affidabile. Lo trovo molto intrigante. Noti quanta attenzione pubblica c’è su ricerche altrimenti piuttosto “asciutte” o comunque non sensazionali: quando parli di vita, all’improvviso interessa a tutti. Ma non sono un’esperta su quel caso, quindi mi fermo qui.
Scegliere di non rispondere a domande la cui risposta non è al momento disponibile è la miglior maniera di rispettare il metodo scientifico. Come ebbe a dire una volta Claude Levi-Strauss, “Lo scienziato non è colui che dà le risposte giuste, ma colui che pone le domande giuste”.
E poche domande sono più impegnative e difficili da porre nel modo corretto e rigoroso dell’antica questione s nostra apparente solitudine nel cosmo.

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