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Report Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia 2026



Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo

Si è da poco concluso il X Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia UAI, presso il Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo (PG). Anche questa edizione ha fatto registrare una buona partecipazione di astrofili e docenti, soprattutto locali, provenienti dagli Istituti Comprensivi di Perugia, Gualdo Tadino, Umbertide, Torgiano Bettona, Sigillo e altri. Segno di un grande lavoro da parte dell’Associazione Astronomica Umbra (AAU) e Starlight – un planetario tra le dita, le due Delegazioni Territoriali impegnate nell’organizzazione della manifestazione, che da anni collaborano con la Commissione Didattica e promuovono una delle Scuole Estive UAI.

Oltre 50 convenuti, provenienti da 8 diverse regioni italiane, hanno potuto fruire di questa importante occasione di condivisione e approfondimento dedicata in particolare ad astrofili, planetaristi e docenti di ogni ordine e grado. Come ormai da alcuni anni il Convegno prevede diversi interventi, spunti e proposte, seguiti da workshop tematici suddivisi per livello scolastico (Primaria, Secondaria di Primo Grado e Secondaria di Secondo Grado).

La giornata è iniziata con la registrazione dei partecipanti, a ciascuno dei quali è stata consegnata una cartellina contenente il programma della giornata, materiale informativo delle associazioni locali, e altri materiali relativi alle attività della giornata.

Il Convegno è stato aperto dai saluti di benvenuto da parte di Giorgio Carlani, presidente dell’AAU, della vicesindaca Mariella Facchini e della vicepreside Katia Comanducci dell’IC Sigillo, che ha messo a disposizione anche alcuni spazi scolastici per lo svolgimento dei workshop.

In seguito Matteo Montemaggi, responsabile della Commissione Didattica ha declinato brevemente il programma della giornata e le modalità di svolgimento. A raccontare e presentare brevemente le associazioni locali Giorgio Carlani, che ha parlato anche della recente inaugurazione dell’Osservatorio Astronomico della Pezza, e Simonetta Ercoli, che ha raccontato di come è nata Starlight – un planetario tra le dita e la passione per le attività didattiche in diverse scuole locali.

Una breve pausa caffè è stata seguita dagli interventi di Barbara Avella (IC Via Casal Bianco di Roma) e Mauro Crepaldi (IC Rita Levi Montalcini di Roma) due docenti di Scuola Primaria che ci hanno raccontato di una esperienza, tutt’ora in pieno svolgimento nelle proprie scuole, promossa dal team OAE Italia (Office of Astronomy for Education) dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) gestita dall’INAF (Istituto Nazionale di AstroFisica) e riguardante la progettazione di attività didattiche innovative e inclusive a tema astronomico.

Il coordinatore della Commissione, Matteo Montemaggi, ha poi presentato le Scuole Estive UAI 2026, prima dell’incursione di Luigi Marcon, responsabile della Sezione Gnomonica UAI, che ha invitato i presenti a partecipare al 25° Seminario Nazionale di Gnomonica, che si terrà poco distante da Scheggia, a Matelica, dal 15 al 17 maggio pv.

Ultimo intervento della mattinata a cura di Simonetta Ercoli che ha raccontato invece di un progetto locale dedicato al cielo e al Cantico delle Creature.

Al pranzo, organizzato dagli ospitanti e consumato sul posto, è seguito un duplice intervento a cura di Paolo Morini (Associazione Ravennate Astrofili Rheyta – Planetario di Ravenna e responsabile della Rete di Eratostene UAI) relativamente ai due progetti internazionali. Il primo dedicato alla “Misura della parallasse lunare e distanza del nostro satellite”, sempre tramite l’OAE (Office of Astronomy for Education) e il secondo relativo ad alcune “attività collaterali” da svolgere anche come Formazione Scuola Lavoro (ex PCTO), inserite all’interno del progetto StAnD (Students as Planetary Defenders), che fa capo al programma PRISMA (Prima Rete Italiana per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera) di INAF.

Subito dopo i partecipanti sono stati divisi in tre gruppi per i workshop tematici, ognuno dedicato al proprio specifico livello, nei quali è stata offerta un’originale proposta didattica a tema astronomico da proporre ai propri studenti.

  • Workshop didattico per la Scuola Primaria

Il cielo è di tutti gli occhi, di ogni occhio è il cielo intero”

(a cura di Federica Baldelli, attività didattica per la Scuola Primaria – IC Gualdo Tadino)

  • Workshop didattico per la Scuola Secondaria di primo grado

“… e quindi uscimmo a riveder le stelle – piccoli astronomi crescono”

(a cura di Daniela Rosati, attività didattica per la Scuola Secondaria di primo grado – IC Torgiano-Bettona)

  • Workshop didattico per la Scuola Secondaria di secondo grado

La Misurazione del Tempo: dallo Gnomone all’Orologio Atomico”

(a cura di Daniela Ambrosi, attività didattica per la Scuola secondaria di secondo grado – Liceo scientifico G. Galilei)

A seguire, un veloce breafing conclusivo nel Teatro, prima dei ringraziamenti e saluti finali.

La UAI, in quanto ente accreditato presso il MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito), anche quest’anno ha consegnato un attestato di partecipazione che rende questa giornata valida ai fini dell’aggiornamento professionale per il personale docente.

L’impressione, a caldo, è che il clima di lavoro sia stato piuttosto disteso e proficuo e in tanti abbiano apprezzato l’iniziativa, approfittando anche per conoscere nuovi/e colleghi/e e tessere nuove collaborazioni.

La passione si condivide…

Cielo del Mese di Marzo 2026

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La Luna del Mese – Marzo 2026

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Marzo 2026

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a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 141

marzo 2026

Apriamo la rubrica di questo mese con una doppia scoperta realizzata da Michele Mazzucato nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, sulle immagini ottenute con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. Entrambe le scoperte sono purtroppo molto deboli e individuate oltre la mag.+20. La prima è stata realizzata la notte del 15 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4617 posta nella costellazione del Cancro a circa 360 milioni di anni luce di distanza. Nei giorni seguenti la scoperta, il nuovo transiente è aumentato di luminosità fino a raggiungere la mag.+19. Nella notte del 23 febbraio al Monte Palomar in California con il telescopio da 1,5 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026dgt è una giovane supernova di tipo II. La seconda scoperta è stata invece realizzata nella notte del 23 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4884 posta nella costellazione del Cancro a circa 420 milioni di anni luce di distanza. Come la precedente è stata scoperta intorno alla mag.+20,5 ma il giorno seguente era già aumentata di circa una magnitudine. Nella notte del 24 febbraio dal Roque de los Muchachos Observatory nelle Isole Canarie, con il Nordic Optical Telescope da 2,56 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026efq è una giovane supernova di tipo Ia, che intorno al 10 marzo dovrebbe superare la mag.+17.

Immagine di scoperta della SN2026dgt in UGC4617 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Immagine di scoperta della SN2026efq in UGC4884 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

In assenza di scoperte amatoriali o di supernovae luminose in belle galassie, soffermeremo adesso la nostra attenzione su due outburst di una particolare classe di transienti, verificatisi nel mese di febbraio.

Ci riferiamo ai famosi LBV Luminous Blue Variable, conosciuti anche con il nome di Supernova Impostor. Questa classe di oggetti ad una prima analisi possono essere scambiati per supernovae classiche, ma ad un attento esame mostrano invece sostanziali differenze da esse, legate principalmente alle caratteristiche dello spettro e soprattutto alla luminosità assoluta assai più bassa di quella media di supernovae anche di tipo II (Magnitudine Assoluta di circa -12, contro i -16, -17 delle supernovae di tipo II). Il prototipo di questo tipo di stelle, nelle vicinanze della nostra galassia, è rappresentato dalla variabile S Doradus, una delle stelle più luminose della Grande Nube di Magellano; altre due stelle LBV altrettanto note sono Eta Carinae e P Cygni. In fase di riposo sono di classe spettrale B e spettro con presenza di insolite righe di emissione. Nella fase LBV tali stelle pulsano in modo irregolare, disperdendo nello spazio una buona parte degli strati esterni. Tale materiale va a formare una vera e propria nebulosa attorno a tali stelle. Un classico esempio in tal senso è rappresentato dalla nebulosa di Eta Carinae.

Al di fuori della nostra galassia conosciamo poco più di una ventina di oggetti LBV; per nessuno di essi si ha la certezza che si sia trasformato in una vera e propria supernova, ad esclusione forse solo del famoso 2009ip. Scoperto il 26 agosto del 2009 dal programma professionale denominato CHASE, nel settembre 2012 ebbe un forte outburst che lo portò a sfiorare la mag.+13 e straformarsi quasi certamente in una supernova di tipo IIn. Questi LBV possono perciò da un momento all’altro fare il “grande botto” ed esplodere come supernova. Vi suggeriamo pertanto di seguire questi strani oggetti ed in modo particolare i due LBV che in questo mese di febbraio hanno mostrato l’ennesima impennata di luminosità. Il primo dei due è conosciuto come 2000ch, scoperto il 3 maggio 2000 dal programma professionale di ricerca supernovae denominato LOSS Lick Observatory Supernovae Search nella galassia a spirale barrata NGC3432, inserita anche nel catalogo di Arp al numero 206 e posta nella costellazione del Leone Minore alla distanza di circa 40 milioni di anni luce. Dal 2000 ad oggi questo interessante LBV ha mostrato numerosi outburst che ultimamente si stanno ripetendo a distanza di circa un anno, a dimostrazione che l’instabilità della stella è molto elevata. Gli otto outburst mostrati in questi 25 anni sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. L’ultimo ha raggiunto la mag.+17 intorno alla metà di febbraio.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 50 secondi di esposizione.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.

Il secondo interessante LBV è invece conosciuto come AT2016blu, anche se fu scoperto l’11 gennaio 2012 sempre dal Lick Observatory Supernovae Search, inserendo la scoperta nel vecchio CBAT. Il 5 aprile 2016 l’astrofilo Ron Arbour individuando un nuovo outburst inserì la scoperta nel TNS e l’oggetto prese perciò il nome di AT2016blu. Questo Supernova Impostor è apparso nella galassia a spirale NGC4559 posta nella costellazione della Chioma di Berenice e distante circa 30 milioni di anni luce. Dal 2016 in avanti ha mostrato numerosi outburst con una cadenza annuale, raggiungendo i massimi di luminosità intorno alla mag.+16. Come per il precedente LBV, i numerosi outburst sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. Anche in questo caso, l’ultimo outburst ha raggiunto la mag.+17 intorno al 20 febbraio. NGC4559 ha ospitato al suo interno anche una supernova, la SN1941A scoperta il 5 febbraio 1941 dall’astronoma americana Rebecca Jones. Questi due Supernova Impostor sono pertanto da seguire con molta attenzione, perché potrebbero regalare delle importanti sorprese e poi sono situati in due galassie molto fotogeniche.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 90 secondi di esposizione.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.

 

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Transiti della ISS International Space Station Marzo 2026

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Asteroidi del mese di Marzo 2026

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Le Costellazioni del Mese

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Le costellazioni del mese di Marzo 2026

Leone, Leone minore e Giraffa

Nel cielo di marzo incontriamo le costellazioni che caratterizzano la primavera boreale.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE

Una figura tipica di questo periodo è indubbiamente quella del Leone: essa è posta tra il Cancro e la Vergine ed è osservabile già dalla prima serata; per riconoscerla sarà sufficiente individuare la tipica forma trapezoidale che la identifica, di cui la stella Regolo (alfa Leonis) costituisce uno dei suoi vertici (quello orientato a Sud-Ovest).
Regolo è un sistema stellare composto da quattro stelle divise in due coppie; con la sua magnitudine +1,40 è la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno. Dista circa 79 anni luce da noi e la sua vicinanza all’Equatore celeste fa sì che possa essere osservata da tutte le aree popolate della Terra.
Con il suo colore bianco-azzurro, Regolo si rende facilmente visibile nelle serate primaverili e, insieme ad altre stelle della costellazione del Leone, va a comporre un asterismo chiamato Falce.
Si tratta di un oggetto molto brillante, noto anche come Falce Leonina, la cui forma richiama appunto quella dell’oggetto di cui porta il nome.
Il vertice Sud-Orientale della figura del Leone è costituito dalla stella Denebola, che rappresenta la coda dell’animale: è una delle stelle più vicine a noi, trovandosi a 36 anni luce di distanza; con la sua luce bianca è circa 17 volte più luminosa del Sole.
Denebola è una stella variabile della tipologia Delta Scuti, con una luminosità che varia leggermente nel giro di poche ore.
Da studi cinematici risulta che Denebola potrebbe essere una componente di un’associazione stellare di cui fanno parte anche Alpha Pictoris, Beta Canis Minoris e l’ammasso aperto IC 2391.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR3982 α Leonis Regulus 1.35 Variable; Multiple;
HR4534 β Leonis Denebola 2.14 Variable; Multiple;
HR4357 δ Leonis Zosma 2.56 Variable; Multiple;
HR4057 γ1 Leonis Algieba 2.61 Variable; Multiple;
HR3873 ε Leonis   2.98 Variable;
HR4359 θ Leonis Chertan 3.34 Variable;
HR4031 ζ Leonis Adhafera 3.44 Variable; Double;
HR3975 η Leonis   3.52 Variable; Double;
HR3852 ο Leonis Subra 3.52 Multiple;
HR4058 γ2 Leonis   3.8 Variable; Multiple;
HR4133 ρ Leonis   3.85 Variable;
HR3905 μ Leonis Rasalas 3.88  
HR4399 ι Leonis   3.94 Variable; Double;
HR4386 σ Leonis   4.05  
HR4471 υ Leonis   4.3 Double;
HR3773 λ Leonis Alterf 4.31 Variable;
HR3980 31 Leonis   4.37 Double;
HR4300 60 Leonis   4.42  
HR3731 κ Leonis   4.46 Variable; Multiple;
HR4368 φ Leonis   4.47 Double;

 

OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE

IMMAGINE GALASSIA A SPIRALE NGC 2903 CREDITI: ESA/Hubble, NASA e L. Ho, J. Lee e il team PHANGS-HST

La costellazione del Leone ospita diversi e interessanti oggetti non stellari, tra cui diverse galassie.
NGC 2903 oltre ad essere una galassia a spirale barrata, è anche l’oggetto del profondo cielo più brillante della costellazione, di cui possiamo ammirarne i dettagli nell’incredibile immagine ad alta risoluzione catturata dal Telescopio Spaziale HUBBLE, attraverso l’utilizzo della Advanced Camera for Surveys (ACS) e la Wide Field Camera 3 (WFC3).

IMMAGINE TRIPLETTO DEL LEONE  CREDITI: SIMONE PENDOLO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
IMMAGINE TRIPLETTO DEL LEONE CREDITI: SIMONE PENDOLO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

 

Molto amate dagli astrofili sono le galassie M66, M65 e NGC 3628 formano il famigerato Tripletto del Leone, che si trova a 35 milioni di anni luce dalla Terra.
Suggestivo anche il trio di galassie composto dagli oggetti M105, NGC 3384 e NGC 3389.

IMMAGINE TRIO DI GALASSIE M105, NGC 3384 e NGC 3389 CREDITI: FERNANDO OLIVEIRA DE MENEZES DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

 

Entro i confini della costellazione sono stati scoperti anche diversi sistemi planetari: attorno alla nana rossa Gliese 436, posta a 33 anni luce dal Sole, orbita un pianeta la cui massa è simile a quella di Nettuno; vi è poi la stella HD 102272 attorno alla quale orbitano due pianeti di tipo giovano.

Il Leone nella Mitologia

Nota già sin dai tempi dei Babilonesi per la sua identificazione con il Sole, poiché ospitava il Solstizio d’Estate, la costellazione del Leone è mitologicamente legata alla figura di Ercole.
Secondo il mito, la dea Era possedeva un famelico leone che tormentava il popolo di Nemea: l’animale, dotato di una spessa e invulnerabile pelliccia, sembrava essere immune a qualsiasi arma.
Nell’impresa di cacciarlo e ucciderlo vi riuscì solamente Ercole, che dopo aver sconfitto la feroce bestia, la scuoiò, indossando da quel momento la pelliccia impenetrabile del leone. La fierezza dell’animale fu tramutata in stelle da Zeus, che collocò la sua figura sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE

 

Nel cielo serale di marzo possiamo cercare la piccola costellazione del Leone Minore: essa fu introdotta nel 1687 dall’astronomo polacco Johannes Hevelius e raffigura un cucciolo di leone.
La costellazione è situata tra quella del Leone e dell’Orsa Maggiore, composta da debole stelli che non appartenevano a nessun’altra figura celeste.
Una curiosità riguardo a questo asterismo è che nonostante abbia una stella beta, non possegga una stella alfa: pare che proprio il fautore della costellazione non si preoccupó di classificare le stelle che aveva raggruppato nel Leone Minore e così circa 150 anni dopo, l’astronomo inglese Francis Baily, assegnò la lettera Beta alla seconda stella in ordine di brillantezza del Leone Minore, ma lasciò senza denominazione la più brillante!
Si tratta di Praecipua, una stella gigante di classe spettrale K0 situata ad una distanza di circa 98 anni luce, che ha una magnitudine apparente di 3,83.
La stella beta del Leone Minore è una binaria di magnitudine 4, 2 e le sue componenti orbitano tra loro in un periodo di 37 anni.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR4247 46 Leonis Minoris Praecipua 3.83 Variable;
HR4100 β Leonis Minoris   4.21 Double;
HR3974 21 Leonis Minoris   4.48 Variable;
HR3800 10 Leonis Minoris   4.55 Variable;
HR4166 37 Leonis Minoris   4.71  
HR4090 30 Leonis Minoris   4.74  
HR4192 41 Leonis Minoris   5.08  
HR3928 19 Leonis Minoris   5.14  
HR4203 42 Leonis Minoris   5.24 Double;
HR4024 23 Leonis Minoris   5.35  
HR3951 20 Leonis Minoris   5.36 Double;
HR3769 8 Leonis Minoris   5.37 Variable;
HR3815 11 Leonis Minoris   5.41 Variable; Double;
HR4081 28 Leonis Minoris   5.5  
HR4189 40 Leonis Minoris   5.51 Multiple;
HR4137 34 Leonis Minoris   5.58  
HR4113 32 Leonis Minoris   5.77  
HR3993     5.85 Variable;
HR4168 38 Leonis Minoris   5.85  
HR3764 7 Leonis Minoris   5.85 Multiple;

 

OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE MINORE

Uno degli oggetti non stellari più brillanti della costellazione è la galassia NGC 3344, ben visibile con un telescopio di 150 mm di apertura.

IMMAGINE NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI
IMMAGINE NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI

Vi sono poi altre galassie di facile osservazione come NGC 3486 e NGC 2859, anche se l’oggetto più misterioso presente nella costellazione è quello denominato come Hanny’s Voorwerp: dall’olandese “Oggetto di Hanny”, si tratta di un bizzarro oggetto che il telescopio della NASA/ESA, ha immortalato come un’insolita e spettrale macchia di gas verde che sembra fluttuare vicino a una galassia a spirale dall’aspetto normale,
chiamata IC 2497.

IMMAGINE HANNY’S VOORWERP CREDITI: NASA, ESA, William Keel (Università dell’Alabama, Tuscaloosa) e il team del Galaxy Zoo.

L’oggetto verdastro è visibile perché è stato illuminato da un fascio di luce proveniente dal nucleo della galassia. Questo fascio proveniva da un quasar, un oggetto luminoso ed energetico alimentato da un buco nero.
Il quasar potrebbe essersi spento negli ultimi 200.000 anni.

LA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA

In una remota area di cielo compresa tra Orsa Maggiore, Cassiopea e Auriga, è posta la costellazione della Giraffa, nota anche come Camelopardalis.
Si tratta di una costellazione circumpolare difficilmente riconoscibile ad occhio nudo, soprattutto da un cielo urbano, proprio perché è collocata in una regione buia della volta celeste ed è composta da stelle molto deboli.
La più luminosa della Giraffa è Beta Camelopardalis, una supergigante gialla di magnitudine +4,03 distante circa 900 anni luce.
Alfa Camelopardalis è invece una stella supergigante blu con magnitudine apparente di +4,29, distante 5240 anni luce.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1603 β Camelopardalis   4.03 Multiple;
HR1035     4.21 Variable; Double;
HR1542 α Camelopardalis   4.29  
HR1155     4.47 Variable;
HR1568 7 Camelopardalis   4.47 Multiple;
HR1040     4.54  
HR2527     4.55  
HR1148 γ Camelopardalis   4.63 Multiple;
HR1129     4.8 Double;
HR2209     4.8  
HR985     4.84 Variable; Double;
HR2742     4.96 Variable;
HR1205     5 Double;
HR1204     5.03  
HR1686     5.05 Multiple;
HR1467 3 Camelopardalis   5.05 Variable; Double;
HR1242     5.06  
HR1622 11 Camelopardalis   5.08 Variable; Multiple;
HR1046     5.09 Variable; Multiple;
HR1105     5.1 Variable;

 

OGGETTI NON STELLARI NELLA GIRAFFA

Questa costellazione è tuttavia ricca di vari oggetti del profondo cielo: tra questi c’è l’ammasso NGC 1502, composto da una cinquantina di stelle osservabile già con un buon binocolo.
Nei pressi dell’ammasso si trova un oggetto davvero affascinante, la cosiddetta Cascata di Kemble, un asterismo che appare come una sequenza di stelle di diversi colori e luminosità, disposte e allineate sono per un effetto prospettico.
Addentrandoci ancora nel profondo cielo in direzione della Giraffa, incontriamo la galassia a spirale intermedia NGC 2403, un oggetto molto amato dagli astrofili.

IMMAGINE NGC 2403 CREDITI DOMENICO DE SIMONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Trattandosi di una costellazione creata da Petrus Plancius nel 1612, quella della Giraffa non possiede riferimenti mitologici.

 

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Le costellazioni del mese di Febbraio 2026

Gemelli e Cane Maggiore

Il cielo di febbraio ci conduce tra le stelle luminose delle costellazioni boreali: in serata possiamo ancora godere dell’imponente bellezza di Orione, del Toro, dei Gemelli e del Cane Maggiore, con la sua brillante Sirio!

LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI

I Gemelli transitano al meridiano intorno al 20 febbraio: la figura celeste è riconoscibile per le stelle principali che la compongono, Castore e Polluce.

Poste a 10 anni luce di distanza tra di loro, la classificazione delle due stelle all’interno della costellazione è un po’ controversa: l’autore del primo atlante celeste, Johann Bayer, decise di definire Castore come stella alfa della costellazione e, nonostante Polluce sia più brillante tanto da occupare il 17° posto nella lista delle 20 stelle più brillanti del cielo notturno, è Castore a ricoprire il ruolo di stella alfa dei Gemelli.
Castore (α Geminorum) ha una magnitudine 1,6 e dista da noi circa 52 anni luce: è un astro di colore bianco composto da 3 coppie di stelle, unite da una complessa interazione gravitazionale.

Polluce (β Geminorum) è una gigante di colore arancione con un magnitudine 1,15, posta a una distanza di 34 anni luce dalla Terra; si tratta delle gigante a noi più vicina.

Più di 10 anni fa è stato scoperto dagli astronomi un pianeta gigante gassoso, simile a Giove, che compie un’orbita completa intorno a Polluce in 590 giorni e a cui è stato dato il nome di Polluce b.
Tra le altre stelle che compongono la costellazione vi sono Alhena e Mebsuta: la prima è una subgigante bianca di magnitudine 1,93 distante 105 anni luce da noi, mentre la seconda è una supergigante gialla di magnitudine assoluta – 4, 15 e distante 903 anni luce da noi.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2990 β Geminorum Pollux 1.14 Variable; Multiple;
HR2421 γ Geminorum Alhena 1.93 Multiple;
HR2891 α Geminorum Castor 1.98 Variable; Multiple;
HR2890 α Geminorum   2.88 Multiple;
HR2286 μ Geminorum Tejat 2.88 Variable; Multiple;
HR2473 ε Geminorum Mebsuta 2.98 Variable; Double;
HR2216 η Geminorum Propus 3.28 Variable; Multiple;
HR2484 ξ Geminorum Alzirr 3.36 Variable;
HR2777 δ Geminorum Wasat 3.53 Multiple;
HR2985 κ Geminorum   3.57 Double;
HR2763 λ Geminorum   3.58 Variable; Multiple;
HR2540 θ Geminorum   3.6 Multiple;
HR2650 ζ Geminorum Mekbuda 3.79 Variable; Multiple;
HR2821 ι Geminorum   3.79  
HR2905 υ Geminorum   4.06 Variable; Double;
HR2343 ν Geminorum   4.15 Multiple;
HR2134 1 Geminorum   4.16 Variable; Multiple;
HR2852 ρ Geminorum   4.18 Multiple;
HR2973 σ Geminorum   4.28 Variable; Double;
HR2697 τ Geminorum   4.41 Variable; Multiple;

OGGETTI NON STELLARI NEI GEMELLI

Nei Gemelli sono presenti diversi ammassi e nebulose molto interessanti.

AMMASSO APERTO M 35 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI

Messier 35 è l’ammasso aperto più brillante della costellazione: esso è composto da circa 250 stelle, ed è un ammasso di quinta magnitudine, posto a una distanza di 2.800 anni luce dalla Terra. Se le condizioni lo consentono, l’ammasso è già visibile ad occhio nudo e con l’aiuto di un binocolo 10×50 si può scorgere qualche dettaglio in più, ma indubbiamente servirà l’ausilio di un telescopio, anche amatoriale, per poter individuare un maggior numero di dettagli.
Nei pressi di M 35 è presente anche l’ammasso NGC 2158, più remoto e compatto e dunque più difficile da osservare.
Tra le nebulose planetarie spicca NGC 2392, nota come Nebulosa Eskimo.

NGC 2392 CREDITI CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La zona occidentale dei Gemelli è ricca di nebulosità e tra queste spicca IC 443, un resto di supernova che ha avuto origine da un’esplosione avvenuta in un periodo compreso tra 3.000 e 30.000 anni fa.

IC 443 CREDITI LINO BENZ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

I GEMELLI NELLA MITOLOGIA

I due gemelli celesti sono protagonisti di varie pagine della mitologia, al cui centro delle vicende ritroviamo sempre Zeus e le sue manipolazioni.
Questa volta la legenda narra che il padre degli dei si era invaghito di Leda, nipote di Ares e regina di Sparta.
Per riuscire nell’intento di sedurla, Zeus si trasformò in un bellissimo cigno, e raggiunse Leda sulle rive di un fiume dove stava passeggiando.
La donna non poté scampare alla sua sorte e da questo inganno venne concepito un uovo (o forse due).
La stessa notte la regina si concesse al marito, il re Tindaro, e da queste unioni nacquero quattro bambini, ovvero due coppie di gemelli, della cui reale paternità non v’è certezza! Furono così attribuiti i gemelli immortali a Zeus, e cioè Polluce ed Elena (di Troia), e i mortali a Tindaro, ovvero Castore e Clitennestra.
Nonostante queste divisioni, ritroviamo Castore e Polluce con l’appellativo di Dioscuri tra le pagine del mito.
Castore eccelleva nel domare I cavalli, mente Polluce era un pugile formidabile; entrambi nutrivano un profondo sentimento l’uno per l’altro, ed erano inseparabili, tanto da prendere parte insieme anche alla famosa spedizione degli Argonauti.
Ma arrivarono degli eventi fatali, che li videro coinvolti con un’altra coppia di gemelli, per delle vicende di donne e bestiame.
In un duello con i fratelli Ida e Liceo, Castore ebbe la peggio mentre Polluce, che gli sopravvisse, implorò suo padre Zeus affinché potesse lasciare la Terra insieme a lui.
Zeus ne rimase impietosito, e concesse a Polluce di poter condividere un eterno abbraccio fraterno con Castore, impresso sul manto celeste!

LA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

Nel cielo di febbraio transita al meridiano anche la costellazione del Cane Maggiore: l’asterismo è individuabile partendo dalla Cintura di Orione e tracciando una linea verso Sud-Est che conduce direttamente a Sirio, stella alfa della costellazione nonché uno dei componenti del Triangolo Invernale.
Il Cane Maggiore è una figura ben visibile nel cielo serale nel periodo che va da dicembre ad aprile e, sebbene ricopra solo 380 gradi quadrati di volta celeste, è un oggetto che non passa inosservato.
Le stelle che lo compongono sono Mirzam, Adhara, Wezen, Aludra, Furud e ovviamente Sirio: si tratta di stelle blu e supergiganti blu.
Sirio, astro noto a chiunque abbia dato almeno una volta uno sguardo al cielo serale invernale, si trova a soli 8,6 anni luce da noi e con il suo intenso bagliore bianco-azzurro, e la sua magnitudine apparente -1,47, illumina le notti dell’inverno boreale.

SIRIO A SIRIO B CREDITI: FABRIZIO GUASCONI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La stella alfa del Cane Maggiore è un sistema binario: attorno alla componente principale, Sirio A, orbita una nana bianca di nome Sirio B, che compie una rivoluzione attorno alla componente primaria ogni 50 anni!
Riuscire a immortalare Sirio B è un’impresa ardua, poiché la componente primaria prevarica sulla secondaria con una forte luminosità.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2491 α Canis Majoris Sirius -1.46 Multiple;
HR2618 ε Canis Majoris Adhara 1.5 Double;
HR2693 δ Canis Majoris Wezen 1.84 Variable;
HR2294 β Canis Majoris Mirzam 1.98 Variable; Double;
HR2827 η Canis Majoris Aludra 2.45 Double;
HR2282 ζ Canis Majoris Furud 3.02 Variable; Double;
HR2653 ο2 Canis Majoris   3.02  
HR2646 σ Canis Majoris Unurgunite 3.47 Variable; Double;
HR2749 ω Canis Majoris   3.85 Variable;
HR2580 ο1 Canis Majoris   3.87 Variable;
HR2429 ν2 Canis Majoris   3.95 Variable;
HR2538 κ Canis Majoris   3.96 Variable;
HR2574 θ Canis Majoris   4.07  
HR2657 γ Canis Majoris Muliphein 4.12  
HR2387 ξ1 Canis Majoris   4.33 Variable; Multiple;
HR2596 ι Canis Majoris   4.37 Variable;
HR2782 τ Canis Majoris   4.4 Variable; Multiple;
HR2443 ν3 Canis Majoris   4.43  
HR2361 λ Canis Majoris   4.48  
HR2414 ξ2 Canis Majoris   4.54  

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

La costellazione contiene vari oggetti del profondo cielo: interessanti l’ammasso aperto M 41 visibile anche ad occhio nudo, la Nebulosa Gabbiano e la scenografica Nebulosa NGC 2359, nota come Elmo di Thor.

NGC 2359 CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Particolarmente apprezzabile è la coppia di galassie interagenti composta da NCG 2207 e IC 2163, due oggetti che dalla loro fusione potrebbero generare una nuova galassia ellittica.

NGC 2207 E IC 2163 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

IL CANE MAGGIORE NELLA MITOLOGIA

L’antico poeta greco Arato di Soli si riferí al Cane Maggiore come al cane da guardia del cacciatore Orione, che attraversava il cielo inseguendo una lepre, che ritroviamo nella manciata di stelle poste ai piedi di Orione.
La stella Sirio trova riferimento nel mito greco, con la parola seiros, che significa “che inaridisce”: questo perché, ai tempi dei Greci, il sorgere di Sirio all’alba, prima del Sole, indicava l’inizio dei giorni più roventi dell’estate, della canicola, ovvero i Giorni del Cane.

«Abbaiando lancia fiamme e raddoppia il caldo ardente del Sole» disse Manilio, esprimendo il pensiero dei Greci e dei Romani in merito all’arrivo di Sirio all’alba estiva, mentre Virgilio nelle Georgiche scrive di Sirio e del caldo periodo estivo come «la torrida Stella del Cane spacca i campi».
L’astro che allieta il nostro sguardo nelle fredde sere invernali, era per gli antichi popoli motivo di distruzione dei raccolti. Rimane il fatto che una stella così luminosa e scintillante non può che essere simbolo di rassicurante bellezza.

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Le costellazioni del mese di Gennaio 2026

Ora era onde ‘l salir non volea storpio chè il Sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio…
Dante, Divina Commedia

Nel cielo dell’inverno boreale sfavillante costellazioni luminose, ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure più importanti del mese di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.

LA COSTELLAZIONE DEL TORO

La Costellazione del Toro a cura di https://theskylive.com/

Riconoscibile grazie alla sua stella Aldebaran, quella del Toro è una delle costellazioni della fascia dello Zodiaco, compresa tra Ariete e Gemelli; la figura si estende a Est/Sud-Est, dove la sua stella principale brilla con il suo inconfondibile colore rosso-arancio.
Aldebaran è una gigante arancione grande 40 volte il Sole, con una magnitudine +0,95 che la rende la quattordicesima stella più luminosa del cielo notturno.

L’astro rappresenta l’occhio del Toro mentre le stelle Elnath e Alheka costituiscono le corna dell’animale; beta Tauri, ovvero Elnath, brilla al confine con l’Auriga e infatti ha la peculiarità di essere attribuita ora al Toro ora all’Auriga.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1457 α Tauri Aldebaran 0.85 Variable; Multiple;
HR1791 β Tauri Elnath 1.65 Double;
HR1165 η Tauri Alcyone 2.87 Multiple;
HR1910 ζ Tauri Tianguan 3 Variable;
HR1412 θ2 Tauri Chamukuy 3.4 Variable; Multiple;
HR1239 λ Tauri   3.47 Variable;
HR1409 ε Tauri Ain 3.53 Double;
HR1030 ο Tauri   3.6 Variable;
HR1178 27 Tauri Atlas 3.63 Variable; Multiple;
HR1346 γ Tauri Prima Hyadum 3.65 Variable;
HR1142 17 Tauri Electra 3.7  
HR1038 ξ Tauri   3.74  
HR1373 δ1 Tauri Secunda Hyadum 3.76 Variable; Multiple;
HR1411 θ1 Tauri   3.84 Multiple;
HR1149 20 Tauri Maia 3.87 Variable;
HR1251 ν Tauri   3.91  
HR1066 5 Tauri   4.11  
HR1156 23 Tauri Merope 4.18 Variable;
HR1387 κ1 Tauri   4.22 Variable; Multiple;
HR1458 88 Tauri   4.25 Variable; Double;

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL TORO

M45: UN AMMASSO APERTO NEL CUORE DELL’INVERNO

Oltre ai vari interessanti oggetti del profondo cielo presenti nel Toro, quello più famoso e facilmente riconoscibile è senza ombra di dubbio M45, noto a tutti con il nome di Pleiadi.

L’ammasso M45 di Mirko Tondinelli

Si tratta di un ammasso aperto situato nella spalla del Toro, distante 440 anni luce dalla Terra. Da un luogo buio sono visibili già sette delle stelle che lo compongono, per le quali l’ammasso viene anche comunemente denominato con l’appellativo di “le sette sorelle”; in realtà con un binocolo e soprattutto con un telescopio si scopre che l’ammasso è composto da centinaia di stelle, in prevalenza giganti blu e bianche, legate da un’origine comune e da reciproche forze gravitazionali. Attraverso l’oculare di un telescopio di apertura considerevole non sarà difficile osservare dei piccoli aloni che circondano le singole stelle: si tratta di nubi di polveri, ovvero nebulose a riflessione, illuminare dalle stelle. Le Pleiadi rappresentano uno degli oggetti più amati del cielo invernale, spesso protagoniste di suggestive congiunzioni con la Luna e pianeti.

L’ammasso trova numerosi riferimenti nella mitologia, in cui vengono identificate con le ninfe della montagna, figlie di Atlante e dell’oceanina Pleione: i loro nomi sono Alcione, Asterope, Celeno, Elettra, Maia, Merope e Taigeta.

Nella letteratura italiana troviamo un significativo riferimento alle Pleiadi nella poesia di Pascoli, il Gelsomino Notturno: “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolìo di stelle”. Il poeta paragona le Pleiadi a una chioccia con il suo seguito di pulcini intenti a pigolare.

M1 – Nebulosa Granchio

In direzione della Stella Alheka si trova uno degli oggetti più importanti in campo astronomico e nell’astronomia a raggi X, nonché il primo oggetto del Catalogo Messier ovvero la Nebulosa del Granchio, distante 6500 anni luce dal Sistema Solare.

La nebulosa Granchio, primo oggetto del catalogo Messier M1. Crediti Davide Nardulli

Durante la fase finale della sua vita la Supernova 1054 ha espulso una quantità enorme di materiali ferroso e gas, generando un’esplosione in grado di proiettare tutti i propri frammenti a una grande distanza e che ancora oggi viaggiano a una velocità che sfiora i 1500 km/s.
Oggi il centro della nebulosa ospita ciò che resta della stella esplosa, una potente stella di neutroni che ruotando su sé stessa crea l’effetto pulsar.

L’esplosione della Supernova 1054 non rimase inosservata: il 4 luglio del 1054 gli astronomi cinesi furono i primi ad accorgersi di un nuovo astro che brillava sulla volta celeste: la sua luminosità fu tale da essere visibile anche in pieno giorno, la sua magnitudine era infatti compresa tra – 7 e – 4,5.

Altre Nebulose

Il Toro vanta anche altri suggestivi oggetti deep sky, molto amati dagli astrofili, come ad esempio la Nebulosa Falchetto (LBN 777) e la Nebulosa Spaghetti (SH2-240), quest’ultima situata al confine con l’Auriga.

Nebulosa Spaghetti SH2-240 nella Costellazione del Toro di Giacomo Pro’

IL TORO NELLA MITOLOGIA

La figura del Toro è una delle più antiche di cui si trovi traccia: ben 5.000 anni fa, nei pressi di Aldebaran, era collocato il punto Gamma, che indica l’equinozio di primavera.

Già in alcuni scritti dei Sumeri compaiono riferimenti al Toro, come protagonista di storie d’amore conflittuali.
Presso gli antichi Egizi invece tali animali erano figure mitologiche da venerare.

Nell’antica Grecia il mito del Toro era associato alla figura del Minotauro, frutto del tradimento consumato da Pasifa con il sacro Toro di Creta, alle spalle del marito Minosse.

Vi sono poi le solite vicende legate alle metamorfosi di Zeus che in questo caso, innamoratosi della principessa fenicia Europa, decise di ricorrere alla trasformazione in un toro per poterla rapire e sedurre.

E fu così che un giorno Europa, mentre si trovava in compagnia delle sue ancelle sulla spiaggia, fu attirata dalla presenza di un bellissimo toro bianco; completamente ammaliata da esso, vi salì in groppa lasciandosi condurre fino all’isola di Creta, dopo aver galoppato attraverso il mare.

Ma l’idillio durò poco, poiché una volta giunti a destinazione, l’ingenua principessa scoprì l’inganno: Zeus le rivelò la, sua identità, abusando di lei. Dall’infelice unione nacquero Minosse, Radamanto e Serpedonte.

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA

La costellazione dell’Auriga. Cortesia di https://theskylive.com/

Nel mese di gennaio possiamo osservare la costellazione dell’Auriga, figura facile da individuare per via della sua forma a pentagono, che va ad unirsi alla schiera delle costellazioni che dominano l’inverno boreale.

La stella principale della costellazione (α Aurigae) è Capella, un sistema multiplo costituito da ben quattro stelle, distante 42,2 anni luce da noi; l’astro è situato nella parte settentrionale dell’Auriga ed è ben visibile nel cielo serale con il suo luccichio di colore giallo, e rappresenta la sesta stella più luminosa del cielo notturno.

Le altre stelle che compongono la costellazione dell’Auriga sono Menkalinan, Mahasim, Hassaleh e Almaaz.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1708 α Aurigae Capella 0.08 Variable; Multiple;
HR2088 β Aurigae Menkalinan 1.9 Variable; Multiple;
HR2095 θ Aurigae Mahasim 2.62 Variable; Multiple;
HR1577 ι Aurigae Hassaleh 2.69 Variable;
HR1605 ε Aurigae Almaaz 2.99 Variable; Multiple;
HR1641 η Aurigae Haedus 3.17 Variable;
HR2077 δ Aurigae   3.72 Multiple;
HR1612 ζ Aurigae Saclateni 3.75 Variable;
HR2012 ν Aurigae   3.97 Double;
HR2091 π Aurigae   4.26 Variable;
HR2219 κ Aurigae   4.35 Variable;
HR1995 τ Aurigae   4.52 Multiple;
HR1726 16 Aurigae   4.54 Variable; Double;
HR1729 λ Aurigae   4.71 Multiple;
HR2011 υ Aurigae   4.74 Variable;
HR1843 χ Aurigae   4.76  
HR1551 2 Aurigae   4.78  
HR2427 ψ2 Aurigae   4.79 Multiple;
HR1689 μ Aurigae   4.86  
HR2696 63 Aurigae   4.9  

OGGETTI NON STELLARI NELL’AURIGA

La costellazione ospita diversi oggetti del catalogo Messier, come gli ammassi aperti M36, M37 ed M38.

Nebulosa IC 405 di Giacomo Pro’.

Altri oggetti del profondo cielo molto interessanti sono le nebulose IC405 e IC410.

CAMPO LARGO IN AURIGA OGGETTI M38, IC417, IC410, IC405 CREDITI CRISTINA CELLINI

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA NELLA MITOLOGIA

L’Auriga trova diversi riferimenti nella mitologia: una delle storie più diffuse è quella che associa Capella alla capra Amaltea, animale che secondo la mitologia greca allattó Zeus quando, ancora in fasce, venne abbandonato sull’isola di Creta.

Per tale motivo, in segno di gratitudine, l’animale fu collocato sulla volta celeste, accompagnato dai suoi due capretti partoriti proprio mentre allattava Zeus, associati alle stelle Eta e Zeta dell’Auriga.

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Le costellazioni del mese di Dicembre 2025

Il cielo di dicembre è popolato da oggetti brillanti e inconfondibili: uno di questi è certamente la costellazione di Orione, figura celeste nota anche ai meno esperti di astronomia, individuabile ad occhio nudo già in contesti urbani.

LA COSTELLAZIONE DI ORIONE

Orione fa il suo ingresso sulla volta celeste già a fine estate, quando lo ritroviamo basso a Sud-Est da notte inoltrata fino alle prime luci dell’alba, per poi ritrovarlo nel periodo autunnale in serata, e da quel momento accompagnerà le nostre sere d’inverno a partire dalle ore successive al tramonto del Sole, raggiungendo il meridiano a gennaio inoltrato.

La stella principale della costellazione è Rigel, una supergigante blu che indica il ginocchio del “cacciatore celeste”, avente magnitudine 0,2; tuttavia è Betelgeuse la stella alfa della costellazione.

Betelgeuse, con il suo colore rosso-arancio, rappresenta una supergigante rossa con magnitudine 0,5 posta a 600 anni luce dalla Terra.

La stella indica il vertice nord-orientale di Orione e rappresenta anche uno dei vertici del Triangolo Invernale, asterismo composto da Sirio (Cane Maggiore) e Procione (Cane Minore).

Betelgeuse è un oggetto molto discusso in campo astronomico poiché alla fine del suo ciclo vitale potrebbe esplodere in supernova.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1713 β Orionis Rigel 0.12 Variable; Multiple;
HR2061 α Orionis Betelgeuse 0.5 Variable; Multiple;
HR1790 γ Orionis Bellatrix 1.64 Variable; Double;
HR1903 ε Orionis Alnilam 1.7 Variable; Double;
HR1948 ζ Orionis Alnitak 2.05 Variable; Multiple;
HR2004 κ Orionis Saiph 2.06 Variable;
HR1852 δ Orionis Mintaka 2.23 Variable; Multiple;
HR1899 ι Orionis Hatysa 2.77 Variable; Multiple;
HR1543 π3 Orionis Tabit 3.19 Variable; Double;
HR1788 η Orionis   3.36 Variable; Multiple;
HR1879 λ Orionis Meissa 3.54 Variable; Multiple;
HR1735 τ Orionis   3.6 Multiple;
HR1552 π4 Orionis   3.69 Variable;
HR1567 π5 Orionis   3.72 Variable;
HR1931 σ Orionis   3.81 Multiple;
HR1580 ο2 Orionis   4.07 Multiple;
HR1907 φ2 Orionis   4.09  
HR2124 μ Orionis   4.12 Variable; Multiple;
HR1784 29 Orionis   4.14  
HR1839 32 Orionis   4.2 Double;

 

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ORIONE

Ciò che caratterizza l’immagine di Orione sulla volta celeste è indubbiamente la sua celebre “cintura”, asterismo dato composto dalle tre stelle Alnitak, Alnilam e Mintaka.

Nelle prossimità della cintura vi sono alcuni degli oggetti tra i più noti del profondo cielo, ovvero M43, NCG 1990, la Nebulosa Fiamma e la Nebulosa Testa di Cavallo.

Nebulosa Testa di Cavallo IC434, Nebulosa Fiamma NGC 2024 , Nebulosa di Orione M42. Crediti di Simeone Pendolo.

La Cintura di Orione è avvolta all’esterno da un imponente anello di nebulosità che dista circa 1600 anni luce dalla Terra, noto come Anello di Barnard, che ha una dimensione di 300 anni luce di diametro.

Si tratta del resto di una supernova esplosa probabilmente circa 2 milioni di anni fa.

IMMAGINE LDN 1622 CREDITI: COSIMO SECLÌ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Proprio sul bordo orientale dell’Anello di Barnard si trova un oggetto dall’aspetto tanto affascinante quanto inquietante: si tratta di LDN 1622, meglio noto come Nebulosa Boogeyman o Nebulosa dell’Uomo Oscuro.

L’oggetto si trova nei pressi del pian galattico, a 500 anni luce di distanza dalla Terra: si tratta di una nube oscura che si staglia su uno sfondo rosso di idrogeno incandescente.

La polvere scura è formata da gas talmente denso da nascondere la luce delle stelle retrostanti. Questa nebulosa non è un soggetto molto facile da immortalare, necessita infatti di diverse ore di riprese, ma ne vale di certo la pena.

La costellazione di Orione è uno scrigno pregno di bellezze del profondo cielo, e uno degli oggetti più famosi e ripresi dagli astrofili più o meno esperti è senza ombra di dubbio M42, la cosiddetta Nebulosa di Orione.

IMMAGINE M42 CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Si tratta di un complesso nebuloso molecolare in cui hanno origine importanti processi di formazione stellare e che si estende ampiamente tra la cintura e la spada di Orione; è una delle regioni stellari più attive, una vera e propria incubatrice di stelle.

Un altro oggetto presente in Orione, alla portata anche di un binocolo 10×50, è M 78 o Nebulosa Casper: rappresenta una nebulosa a riflessione tra le più brillanti, distante 1300 anni luce e situata sopra alla Cintura di Orione, visibile da luoghi bui già con piccole strumentazioni.

IMMAGINE M 78 CREDITI: GIUSEPPE DE PACE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

L’oggetto venne scoperto all’inizio del 1780 da Pierre Méchain, e fu inserito da Charles Messier nel suo catalogo degli oggetti nebulosi il 17 dicembre di quello stesso anno.

ORIONE NELLA MITOLOGIA

Orione è una delle figure di cui si narra nelle leggende delle antiche popolazioni, già a partire dai Sumeri. Per il mito greco Orione era il figlio di Euriale e Posidone, ed aveva il dono di saper camminare sull’acqua. Nell’Odissea Omero narra di lui come un abile cacciatore, sempre accompagnato dai suoi fedeli cani da caccia, in particolare il suo prediletto, Sirio.

Le sue avventure sono principalmente legate a storie d’amore e passioni a causa delle quali, il cacciatore, si trovava a dover fronteggiare rivali molto veementi, e arrivò persino a perdere la vista (poi recuperata) per una lite molto accesa.
Tra le tante storie, una delle più note è quella che lega Orione ad Artemide: arrivato a Delo, l’isola sacra ad Apollo, insieme alla sua amante Eos, Orione incontrò Artemide.

Accomunati dalla passione del tiro con l’arco, il cacciatore e la bellissima sorella gemella di Apollo, si innamorarono perdutamente.
Ma questo amore non andava proprio giù al dio greco, che considerava l’arrivo di Orione sulla sua isola una sorta di profanazione, tanto da ricorrere all’aiuto della Madre Terra per poterlo annientare definitivamente.

La Madre Terra scatenò contro Orione un velenosissimo e gigante scorpione, figura che sulla volta celeste ritroviamo a inseguire il cacciatore.
Orione impiegó tutte le sue forze, le sue frecce e armature pur di non soccombere, e si gettó in mare, dove il suo destino era già stato deciso da Apollo.

Mentre una notte Orione stava nuotando a pelo d’acqua, Apollo diede l’arco in mano a sua sorella Artemide, invitandola a puntare la freccia a largo, dove vi era poca visibilità: la dea scaglió con abilità il dardo fatale, colpendo a morte il suo amato.
Disperata per aver ucciso l’uomo che amava, incontrò la pietà di Zeus, che trasformò Orione in una brillante costellazione, così che ogni notte Artemide potesse contemplare il suo grande amore sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE

Ai piedi di Orione giace la piccola costellazione della Lepre, che transita al meridiano proprio a dicembre; si tratta di un oggetto di dimensioni contenute, ma abbastanza appariscente da essere individuato nel cielo notturno.
Arneb (alfa Leporis) è la stella principale della costellazione, una supergigante gialla di magnitudine 2,58, distante 1283 anni luce.
Beta Leporis è Nihal, una gigante brillante gialla di magnitudine 2,81, distante 159 anni luce.

Epsilon Leporis e Mu Leporis sono le altre due stelle che compongono la costellazione, con una magnitudine rispettivamente di 3,19 e 3,29.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LEPRE

La costellazione della Lepre giace sul brodo della Via Lattea, ma non tanto vicina da contenere importanti campi stellari: sono presenti tuttavia alcuni oggetti interni alla nostra galassia, quali l’ammasso globulare M 79, la Nebulosa IC 418.

M 79 è individuabile a sud della Stella Nihal, e c’è bisogno dell’ausilio do in binocolo di media potenza per poterlo cercare amatorialmente.

IMMAGINE IC 418 CREDITI: NASA e The Hubble Heritage Team (STScI/AURA) Ringraziamenti: Dr. Raghvendra Sahai (JPL) e Dr. Arsen R. Hajian (USNO)

La Nebulosa IC 418 è molto suggestiva, appare di taglio e la sua distanza si aggira attorno ai 2000 anni luce dalla Terra.
Tra gli oggetti più esterni alla Via Lattea troviamo invece la galassia a spirale NCG 1964, dal nucleo brillante e denso.

IMMAGINE NGC 1964 CREDITI: ESO/Jean-Christophe Lambry

LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE NELLA MITOLOGIA

Per gli arabi la stella beta della costellazione della Lepre significa “i cammelli saziando la loro sete”, Al-Nihal, come se ad alcuni momenti di osservazione loro associassero I cammelli nell’atto di dissetarsi nei pressi della vicina Via Lattea.

Nota anche alle antiche popolazioni greche, quella della lepre è una figura strettamente associata a quella di Orione, poiché rappresenta la preda inseguita dal cacciatore mitologico, ma preda anche del Cane Maggiore.

Un’antica leggenda narra di un forestiero che arrivò sull’isola Greca di Leros una piccola lepre, con l’intento di dar vita ad un allevamento di questo animale; in poco tempo però la situazione sfuggì di mano, poiché le lepri iniziarono a riprodursi in maniera incontrollata, invadendo l’isola e distruggendo i raccolti.

Gli abitanti dunque si mobilitarono in massa per contenere tale problema, eliminando tutte le lepri salvandone solo una, che fu posta in cielo tra le stelle.

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Le costellazioni del mese di Novembre 2025

In un viaggio attraverso il cielo di novembre, incontriamo la mitologica costellazione di Perseo, un’affascinante figura nell’emisfero boreale. Nota come radiante dello sciame meteorico delle Perseidi e per il suo spettacolare Ammasso Doppio (NGC 869 e NGC 884) , Perseo si estende tra Andromeda e Auriga. La sua stella più celebre, Algol (Beta Persei), è il prototipo delle variabili a eclisse, con una luminosità che oscilla in meno di tre giorni. Questa costellazione, legata al mito dell’eroe che sconfisse Medusa e salvò Andromeda , è ricca anche di nebulose come M 76 e la vasta Nebulosa California (NGC 1499). Poco più a Sud di Perseo, è visibile la costellazione del Triangolo, una figura poco estesa e poco luminosa, ma riconoscibile per la sua forma. Nonostante la sua lontananza dalla Via Lattea, il Triangolo ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33 o Galassia del Triangolo, una delle galassie più vicine alla Via Lattea.  

LA COSTELLAZIONE DI PERSEO

Nel cielo di novembre incontriamo la costellazione di Perseo, una figura nota per il suo Ammasso Doppio e per essere il radiante di uno degli sciami meteorici più conosciuti, quello delle Perseidi.

La costellazione si estende fra quelle di Andromeda e Auriga ed è composta da circa 136 stelle visibili a occhio nudo, concentrate sostanzialmente in tre gruppi, in direzione delle stelle Mirfak, Algol ed Epsilon Persei.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR936 β Persei Algol 2.12 Variable; Multiple;
HR1203 ζ Persei   2.85 Variable; Multiple;
HR1220 ε Persei   2.89 Variable; Multiple;
HR915 γ Persei   2.93 Multiple;
HR1122 δ Persei   3.01 Variable; Double;
HR921 ρ Persei   3.39 Variable;
HR834 η Persei Miram 3.76 Multiple;
HR1135 ν Persei   3.77 Variable; Double;
HR941 κ Persei Misam 3.8 Variable; Double;
HR1131 ο Persei Atik 3.83 Variable; Double;
HR854 τ Persei   3.95 Variable; Multiple;
HR1273 48 Persei   4.04 Variable;
HR1228 ξ Persei Menkib 4.04 Variable;
HR937 ι Persei   4.05 Double;
HR496 φ Persei   4.07 Variable;
HR799 θ Persei   4.12 Variable; Multiple;
HR1303 μ Persei   4.14 Variable; Multiple;
HR840 16 Persei   4.23 Variable; Multiple;
HR1087 ψ Persei   4.23 Variable;

Da settembre a marzo, nell’emisfero boreale, Perseo è facilmente individuabile grazie al cospicuo numero di stelle di terza e quarta magnitudine: Mirfak è la stella principale della costellazione (alfa Persei) ed è una supergigante di colore giallo, con una magnitudine di 1,79, situata a una distanza di circa 590 anni luce.

Algol (Beta Persei) è la stella forse più nota in Perseo, e possiede una luminosità apparente che oscilla tra le magnitudini 2,12 e 3,39 in poco meno di tre giorni.

Algol è il prototipo di una classe di variabili, di forma regolare, in cui due componenti di un sistema binario si eclissano a vicenda causando la diminuzione della luminosità totale del sistema.

Essa è posta a una distanza di 93 anni luce.

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN PERSEO

La costellazione è in parte attraversata dalla Via Lattea che però appare in maniera non proprio marcata in tale direzione, osservando anzi ad occhio nudo in direzione di Perseo, è come se la Via Lattea si interrompesse in alcuni tratti, originando un vuoto dovuto alla presenza di vasti banchi di nebulosità oscure.

Nonostante ciò, Perseo contiene diversi e interessanti oggetti del profondo cielo: uno dei più noti è certamente l’Ammasso Doppio, costituito dagli ammassi NGC 869 e NGC 884, che danno origine a uno dei più belli e luminosi oggetti del cielo notturno.

Doppio Ammasso in Perseo. Crediti EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione ospita anche l’Ammasso di Alfa Persei (Mel 20), un oggetto molto luminoso nella parte settentrionale della costellazione; molto nota anche la nebulosa planetaria M76 e la Nebulosa California (NGC 1499).

Quest’ultima è una nebulosa a emissione distante 1000 anni luce dalla Terra, ed è un oggetto deep sky molto amato dagli astrofili.

IMMAGINE NGC 1499 CREDITI: DANIELE BORSARI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM, IMMAGINE VINCITRICE DELLA CATEGORIA YOUNG NEL CONCORSO APY 2024.

Link all’intervista a Daniele Borsari https://www.coelum.com/articoli/astrofotografia/intervista-a-daniele-borsari

Qualche anno fa il telescopio spaziale Euclid ha ottenuto una sorprendente immagine che ci mostra l’Ammasso di Galassie di Perseo, oltre a 100.000 galassie più lontane visibili sullo sfondo, alcune della quali non erano mai state viste prima.

IMMAGINE GALASSIE DI PERSEO CREDITI: EUCLID/ESA.INT

PERSEO NELLA MITOLOGIA

Attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre,
giunse alla casa della Gorgone, e qua e là per i campi e per le strade
vedeva figure di uomini e di animali
tramutati da esseri veri in statue per aver visto Medusa.
Ovidio, Metamorfosi, IV, 778-781

Perseo è legato a diversi miti, in una narrazione che si intreccia con le figure di Pegaso, Andromeda, Medusa.

Perseo era il figlio mortale di Giove e Danae: al giovane venne affidato il compito di trovare e uccidere il mostro Medusa, una Gorgone con i serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare con un solo sguardo chiunque incrociasse il suo.

Medusa viveva su un’isola Situata Oltre l’oceano, insieme a Steno e Eurialo, altre due Gorgoni, mortali.

L’eroe giunse sull’isola dopo aver ricevuto in sogno, da Minerva, una spada con la quale decapitare il mostro e uno scudo riflettente affinché esso non potesse pietrificarlo.

Sul suo cammino Perseo incontrò anche le tre ninfe del Nord, che gli consegnarono un elmo speciale con la capacità di renderlo invisibile e una sacca dove riporre la testa di Medusa una volta recisa.

Alla fine Perseo riuscì a portare a termine il suo compito, uccidendo il mostro Medusa, dal cui sangue nacque Pegaso, il cavallo alato di cui si serví per fuggire e con il quale, durante il viaggio di ritorno, trasse in salvo Andromeda, incatenata sulla rupe sotto minaccia del mostro marino Ceto.

Per le sue gesta, da sempre narrate attraverso l’arte, Perseo si guadagnó un posto sulla volta celeste, brillando tra le stelle per l’eternità.

LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO

Poco più a Sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo incontriamo il Triangolo, una figura visibile nei mesi autunnali e invernali del nostro emisfero.

Si tratta di una costellazione poco estesa e poco luminosa, tuttavia riconoscibile per la sua forma.

Alfa Trianguli, dall’arabo Mothallah ovvero “la testa del Triangolo” è una gigante bianco-azzurra di magnitudine 3,42, distante 124 anni luce: è la stella principale della costellazione, una binaria che nonostante venga classificata come stella alfa, rappresenta la seconda più luminosa dopo beta Trianguli.

Quest’ultima, nota anche come Deltotum, è una subgigante gialla di magnitudine 3,00, distante 64 anni luce.

Il terzo vertice della costellazione è raffigurato da gamma Trianguli.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR622 β Trianguli   3  
HR544 α Trianguli Mothallah 3.41 Multiple;
HR664 γ Trianguli   4.01  
HR660 δ Trianguli   4.87 Double;
HR642 6 Trianguli   4.94 Variable; Double;
HR675 10 Trianguli   5.03 Double;
HR736 14 Trianguli   5.15  
HR655 7 Trianguli   5.28  
HR717 12 Trianguli   5.29  
HR758     5.3 Variable;
HR750 15 Trianguli   5.35 Variable; Double;
HR599 ε Trianguli   5.5 Variable; Double;
HR712 11 Trianguli   5.54  
HR490     5.64  
HR523     5.79  
HR564     5.82  
HR738     5.83  
HR720 13 Trianguli   5.89  
HR485     5.99  
HR757     6.1  

OGGETTI NON STELLARI NEL TRIANGOLO

La costellazione non vanta la presenza di numerosi oggetti del profondo cielo, data la sua lontananza dalla Via Lattea, nonostante questo però ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33.

IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nota come Galassia del Triangolo, questo oggetto si trova a una distanza stimata sui 3 milioni di anni luce ed essendo membro del Gruppo Locale, è una delle galassie più vicine alla Via Lattea. Da un luogo perfettamente buio e privo di qualsiasi tipo di inquinamento, si può tentare l’osservazione di M33 anche con un buon binocolo.

Di M33, oggetto di interesse per gli astrofili, colpiscono i suoi bracci a spirale aperti, ricchi di nebulose e regioni di formazione stellare.

Nella costellazione del Triangolo sono presenti anche le galassie IC 1727, NGC 672 e NGC 925, visibili anche con strumenti amatoriali.

IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

IC 1727 è una galassia a spirale barrata che interagisce gravitazionalmente con NGC 672, due oggetti che sono frutto di grandi soddisfazioni per gli astrofili che si cimentano nelle loro riprese.

IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA

Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli Egizi la identificavano come il delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Trinacria, ovvero la Sicilia, isola sacra a Cerere dove, secondo il mito, è avvenuto il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.

La figura del Triangolo trova riferimenti nelle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, viene associato ad una sorta di segnale collocato sulla volta celeste, utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete. Una segnaletica stellare!

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Le costellazioni del mese di Ottobre 2025

Andromeda e Pegaso 2025

Il cielo di ottobre ci conduce tra le costellazioni che caratterizzano l’autunno boreale: complici le ore di buio che prendono via via il sopravvento su quelle di luce, potremo volgere lo sguardo verso la volta celeste già in prima serata, con la certezza di poter riconoscere figure mitologiche come principesse e cavalli alati.
Tra queste ci soffermiamo sulle costellazioni di Andromeda e Pegaso, che con l’intrecciarsi dei loro astri e delle loro leggende, ci terranno compagnia nei mesi a venire.

LA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

Visibile già nel cielo serale di fine agosto, quella di Andromeda è una costellazione che può essere osservata fino a marzo all’emisfero boreale: per quanto sia abbastanza estesa (722 gradi quadrati circa), essa non vanta stelle particolarmente brillanti.
La più luminosa della costellazione è la stella Alpheratz ( o Sirrah), che un tempo faceva parte della costellazione di Pegaso (Delta Pegasi) e che oggi è una componente del famoso Quadrato di Pegaso, insieme alle stelle α, β e λ Pegasi.
Alfa Andromedae è situata a 97 anni luce dalla Terra ed è un sistema binario con una magnitudine apparente pari a +2,06.
Le altre stelle principali di Andromeda sono Mirach, Almach e Sadiradra, mentre nella costellazione sono presenti diverse doppie, come Mu Andromedae, una stella bianca di sequenza principale con una massa 2,3 volte quella del Sole; essa è catalogato come stella quadrupla ed è osservabile con un telescopio di medie dimensioni.

HR Number(*) Star designation Proper name Visualmagnitude Notes
HR15 α Andromedae Alpheratz 2.06 Variable; Double;
HR337 β Andromedae Mirach 2.06 Variable; Multiple;
HR603 γ1 Andromedae Almach 2.26 Multiple;
HR165 δ Andromedae   3.27 Multiple;
HR464 51 Andromedae Nembus 3.57  
HR8762 ο Andromedae   3.62 Variable; Multiple;
HR8961 λ Andromedae   3.82 Variable; Multiple;
HR269 μ Andromedae   3.87 Multiple;
HR215 ζ Andromedae   4.06 Variable; Multiple;
HR458 υ Andromedae Titawin 4.09 Multiple;
HR8976 κ Andromedae   4.14 Multiple;
HR335 φ Andromedae   4.25 Variable; Double;
HR8965 ι Andromedae   4.29 Variable;
HR154 π Andromedae   4.36 Variable; Multiple;
HR163 ε Andromedae   4.37  
HR271 η Andromedae   4.42 Double;
HR8830 7 Andromedae   4.52  
HR68 σ Andromedae   4.52 Variable;
HR226 ν Andromedae   4.53  
HR63 θ Andromedae   4.61 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

M31 CREDITI: DAVIDE NARDULLI dalla Gallery PhotoCoelum

Nonostante la sua estensione, la costellazione non contiene un considerevole numero di oggetti del profondo cielo; in compenso ospita l’oggetto che oltre ad essere quello probabilmente più noto a chiunque, è altresí l’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo! Si tratta chiaramente di M 31, una grande galassia a spirale situata a una distanza di due milioni di anni luce. La galassia non balza immediatamente agli occhi, pur osservando da un luogo completamente buio, ma appare come una macchiolina sfocata che necessita almeno di un binocolo per essere distinta. Fotografando con le lunghe esposizioni, senza per forza dover effettuare estenuanti somme di scatti, si può già immortalare M 31, poiché appare nel cielo stellato sotto le sembianze di un punto luminoso con attorno un alone, nel suo insieme simile a un batuffolo.
Per immagini più sofisticate e dettagliate è necessario disporre di attrezzature adeguate, come camera di ripresa e telescopi di una buona apertura.

NGC 891 CREDITI: OSVALDO BOSETTI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Un altro suggestivo oggetto deep sky presente nella costellazione di Andromeda è la galassia a spirale NGC 891, che ad ampi ingrandimenti appare di taglio, rivelando una banda oscura di polveri e gas.

ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA

Fanciulla di rara bellezza, Andromeda era una principessa, figlia dei sovrani di Etiopia Cefeo e Cassiopea, che fu sul punto di pagare con la propria vita gli errori commessi da sua madre.

Cassiopea osó infatti definire sé stessa e Andromeda come le più belle, molto più delle Nereidi, le ninfe marine alla corte di Poseidone.

Il dio del mare non poté tollerare tale offesa e provocó una violenta inondazione per distruggere il regno di Cefeo; disperato, il sovrano decise di consultare l’oracolo che gli suggerì di immolare la giovane e ingenua figlia, affinché l’ira di Poseidone si placasse. Addolorato, Cefeo dovette incatenare Andromeda su di una rupe, esposta al famelico mostro marino Ceto. Destino volle che un bel giorno, a passare di lì, fosse il valoroso Perseo, che in sella al suo cavallo alato Pegaso, liberò Andromeda dalle catene e la salvó portandola via con sé e, successivamente, sposandola. Pare che a fu Atena a porre in cielo Andromeda, tra le stelle.

Come la vide con le braccia legate a una rigida rupe,
Perseo di marmo l’avrebbe creduta se l’aria leggera non avesse
mosso le chiome e le lacrime dagli occhi stilate non fossero,
inconsapevole ne ardeva stupito. Rapito alla vista di
quella bellezza, quasi di battere l’ali si scordava.
Come fu sceso a terra, disse “non meriti codesti ceppi ma quelli che legano amanti tra loro;
dimmi il tuo nome e la patria e perché sei legata”.

Ovidio, La Metamorfosi, Libro IV

LA COSTELLAZIONE DI PEGASO

Un’altra delle costellazioni visibili nel cielo boreale autunnale è Pegaso, che si presenta vicino a Cassiopea, ed è legato astronomicamente e mitologicamente ad Andromeda.

La figura è individuabile grazie al celebre asterismo noto come Quadrato di Pegaso, formato dalle sue stelle principali Markab, Scheat, Algenib più Sirrah, stella che come abbiamo già spiegato sopra, fa parte della costellazione di Andromeda.

Nonostante la stella alfa di Pegaso sia Markab, in realtà l’astro più brillante della costellazione è Enif (ε Pegasi) una supergigante rossa di magnitudine 2,38.

La costellazione contiene diverse stelle doppie, alcune facilmente risolvibili anche con medi ingrandimenti: un esempio lo è 1 Pegasi, un sistema doppio di stelle arancioni in cui la componente primaria ha una magnitudine 4,1 mente La secondaria è di nona grandezza; l’altro Sistema binario è 3 Pegasi, composto da due stelle bianco-giallastre di sesta e settima magnitudine.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR8308 ε Pegasi Enif 2.39 Variable; Multiple;
HR8775 β Pegasi Scheat 2.42 Variable; Multiple;
HR8781 α Pegasi Markab 2.49 Variable;
HR39 γ Pegasi Algenib 2.83 Variable; Multiple;
HR8650 η Pegasi Matar 2.94 Variable; Multiple;
HR8634 ζ Pegasi Homam 3.4 Double;
HR8684 μ Pegasi Sadalbari 3.48  
HR8450 θ Pegasi Biham 3.53 Variable;
HR8430 ι Pegasi   3.76 Variable; Double;
HR8667 λ Pegasi   3.95  
HR8173 1 Pegasi   4.08 Multiple;
HR8315 κ Pegasi   4.13 Multiple;
HR8665 ξ Pegasi   4.19 Multiple;
HR8454 π2 Pegasi   4.29  
HR8313 9 Pegasi   4.34 Variable;
HR8905 υ Pegasi Alkarab 4.4  
HR8795 55 Pegasi   4.52 Variable;
HR8923 70 Pegasi   4.55  
HR8225 2 Pegasi   4.57 Double;
HR8880 τ Pegasi Salm 4.6 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI PEGASO

Nella costellazione di Pegaso sono presenti diversi oggetti del profondo cielo come alcune appariscenti galassie, ma anche qualche ammasso.

NGC 7331 E SUPERNOVA SN 2025rbs CREDITI LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Uno degli oggetti deep sky più interessanti in Pegaso è la galassia a spirale NGC 7331, situata a 40 milioni di anni luce di distanza che per via della sua struttura e delle sue dimensioni, è spesso denominata come la “galassia gemella” della nostra Via Lattea.
Durante l’estate, più precisamente il 14 luglio 2025, il progetto GOTO (Gravitational-wave Optical Transient Observer), una rete di radiotelescopi robotici gestita dall’Osservatorio del Roque de Los Muchachos e dall’Osservatorio di Siding Spring, ha scoperto la Supernova Sn 2025rbs proprio nella galassia NGC 7331.
Questo straordinario oggetto ha una magnitudine apparente stimata intorno a +14, ed è visibile come un puntino luminoso al centro della galassia ospite, e ciò la rende individuabile anche attraverso l’utilizzo di telescopi amatoriali medio-grandi.

QUINTETTO DI STEPHAN CREDITI: MAGU MASSIMO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Un altro oggetto deep sky molto amato dagli astrofili è il Quintetto di Stephan, un gruppo visuale di cinque galassie molto scenico, situato a 290 milioni di anni luce e considerato dagli astronomi un autentico laboratorio in cui studiare la collisione tra le galassie e come questa impatti sulla materia che costituisce il mezzo intergalattico.
Oltre alle varie galassie, la costellazione di Pegaso ospita l’ammasso globulare M 15: si tratta di uno dei più densi della Via Lattea, situato a circa 33.600 anni luce, visibile già con l’utilizzo di un buon binocolo, ma risolvibile solo attraverso telescopi superiori a 200 mm di apertura.

M 15 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella costellazione è presente anche un sistema planetario extrasolare, 51 Pegasi, composto da una stella molto simile al Sole attorno a cui orbita un pianeta di tipo gioviano caldo, scoperto nel 1995.

PEGASO NELLA MITOLOGIA

Quella del cavallo alato è una figura che affascina da sempre l’immaginario collettivo, e la mitologia ce ne offre diverse narrazioni.
Il mito greco raffigura Pegaso con il cavallo alato che nacque da un fiotto di sangue scaturito dall’uccisione di Medusa per mano di Perseo, che tra l’altro se ne serví per liberare Andromeda dal mostro marino Ceto.
Pegaso era caro a Zeus poiché trasportava le folgori fino all’Olimpo, ma fu anche addomesticato da Bellerofonte, che in sella al cavallo combatteva con le Amazzoni e uccise la Chimera.
Dopo la morte di Bellerofonte, Pegaso fece ritorno all’Olimpo per poi riscendere sul Monte Elicona mentre si stava tenendo una gara di canto tra le Muse e le Pieridi: alle melodie intonate da quest’ultime, il monte prese a innalzarsi verso il cielo e solo lo zoccolo battuto a terra da Pegaso riuscì ad arrestarne la rapida ascesa.
Dalla terreno in cui il cavallo batté con forza, sgorgò una sorgente d’acqua, poi chiamata “sorgente del cavallo”.
Al termine delle sue imprese Pegaso prese il volo verso la volta celeste, dove rimase a brillare tra le stelle.

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Le costellazioni del mese di Settembre 2025

Nel cielo di settembre, in bilico tra l’estate e l’autunno, incontriamo due costellazioni che rappresentano una coppia mitologica: si tratta di Cassiopea e Cefeo.

LA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Asterismo tipico del cielo boreale, Cassiopea è una figura visibile tutto l’anno e raggiunge la massima altezza proprio nel periodo autunnale. Poiché è molto vicina al polo nord celeste, Cassiopea rimane visibile per tutta la notte e per questo viene classificata come una costellazione circumpolare.

La sua peculiare forma a W o M, a seconda delle stagioni, la rende facilmente individuabile a Nord, nei pressi della Stella Polare.
Shedir (alfa Cassiopeiae) è l’astro principale della costellazione: si tratta di una gigante arancione di magnitudine apparente +2,25, situata a 229 anni luce dalla Terra. Il suo nome deriva dall’arabo ( صدر, şadr) e significa busto: essa infatti è collocata nel cuore della costellazione che, mitologicamente, rappresenta la regina di Etiopia.

Interessante è anche γ Cassiopeiae, la stella binaria a raggi X più brillante del cielo e l’unica ad essere visibile ad occhio nudo. Della costellazione fa anche parte Rho Cassiopeiae, una stella ipergigante gialla situata a 3400 anni luce dalla Terra.

RHO CASSIOPEIAE CREDITI: SALVATORE PELLEGRINO
HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR168 α Cassiopeiae Schedar 2.23 Variable; Multiple;
HR21 β Cassiopeiae Caph 2.27 Variable; Double;
HR264 γ Cassiopeiae   2.47 Variable; Multiple;
HR403 δ Cassiopeiae Ruchbah 2.68 Variable; Double;
HR542 ε Cassiopeiae Segin 3.38 Variable;
HR219 η Cassiopeiae Achird 3.44 Multiple;
HR153 ζ Cassiopeiae Fulu 3.66 Variable;
HR580 50 Cassiopeiae   3.98  
HR130 κ Cassiopeiae   4.16 Variable;
HR343 θ Cassiopeiae   4.33 Variable; Double;
HR707 ι Cassiopeiae   4.52 Variable; Multiple;
HR575 48 Cassiopeiae   4.54 Variable; Multiple;
HR193 ο Cassiopeiae   4.54 Variable; Double;
HR9045 ρ Cassiopeiae   4.54 Variable;
HR265 υ2 Cassiopeiae Castula 4.63  
HR442 χ Cassiopeiae   4.71  
HR123 λ Cassiopeiae   4.73 Double;
HR399 ψ Cassiopeiae   4.74 Multiple;
HR9066     4.8 Variable; Multiple;
HR179 ξ Cassiopeiae   4.8 Variable;

SUPERNOVAE IN CASSIOPEA

Nel 1572 nella costellazione di Cassiopea apparve improvvisamente un stella tanto luminosa quanto ci appare il pianeta Venere: essa venne denominata “nova di Tycho Brahe” dal nome dell’astronomo danese che condusse per oltre un anno osservazioni di questo oggetto, ad occhio nudo, riportando dati dettagliati; in conclusione, ciò che aveva osservato era una supernova.

Ma non è l’unico episodio di questo tipo quello che riguarda la costellazione di Cassiopea : nel 1680 è stata osservata una forte radiosorgente situata a 11 mila anni luce da noi, Cassiopea A.

Nel 2004 il telescopio spaziale Chandra ha scoperto anche una sorgente molto compatta di raggi X proprio al centro di Cassiopea A, le cui caratteristiche confermano che si tratta di una stella di neutroni che, con ogni probabilità, rappresenta il resto della Stella esplosa più di 300 anni fa.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Nel tratto di Via Lattea boreale in cui è situata Cassiopea vi è un gran numero di nebulose e ammassi: due oggetti molto amati e ripresi dagli astrofili sono certamente la Nebulosa Cuore, IC1805, e la Nebulosa Anima, IC 1848.

NEBULOSA E ANIMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Al centro della Nebulosa Cuore è presente l’ammasso stellare Melotte 15, nato dalla stessa nebulosa.

MELOTTE 15 CREDITI: LORIS FERRINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altri oggetto amato dagli astrofili, presente in Cassiopea, è il noto ammasso aperto NGC 457, conosciuto anche come Ammasso Civetta.

NGC 457 CREDITI: ANDREA FERRI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

CASSIOPEA NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia greca Cassiopea rappresenta la regina di Etiopia, moglie di Cefeo e madre di Andromeda: vanitosa e presuntuosa come poche, la sovrana era dedita principalmente a vantarsi e a spazzolare i suoi capelli per tutto il tempo; un giorno, però, commise un errore che portò all’intreccio di una serie di vicende ampiamente narrate nella mitologia.

Cassiopea si vantava di essere la più bella del reame e sosteneva che, insieme a sua figlia Andromeda, fosse persino più bella delle ninfe marine al seguito di Poseidone, le Nereidi. Il dio del mare, venuto a conoscenza di tali affermazioni, non mandò giù tale oltraggio, e decise di vendicarsi di Cassiopea, di Cefeo e del regno intero.

Poseidone decise di scatenare la sua ira verso il punto debole dei sovrani, ovvero la loro splendida e giovane figlia, Andromeda.
Il mito è piuttosto celebre e narra della giovane principessa che, per colpa di sua madre, fu rapita e legata su di una rupe infernale, preda del mostro marino Ceto; a salvarla dalle sue grinfie giunse l’eroe Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso.

A Cassiopea toccò la sorte di essere collocata sul suo trono celeste ma a testa in giù, nell’atto di specchiarsi o accarezzarsi i capelli e condannata a roteare per sempre attorno al polo celeste.

LA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Nella porzione di cielo tra l’Orsa Minore e Cassiopea, incontriamo Cefeo: si tratta anch’essa di una costellazione circumpolare, composta da stelle non molto luminose, che conferiscono a Cefeo la figura di una casetta con il tetto verso il Nord e la base che poggia sulla Via Lattea settentrionale.

La stella principale della costellazione è Alderamin (alfa Cephei), una stella bianca di magnitudine 2,45, che dista solo 49 anni luce.

Cefeo possiede un oggetto molto interessante, Mu Cephei, noto anche come Granatum Sidus, ovvero Stella Granata: si tratta di una supergigante rossa multipla di quarta magnitudine, inserita all’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi nel suo “Catalogo di Palermo”.

Il nome deriva da un’affermazione di William Herschel riportata nel suo “Philosophical Transaction”, riguardo ad alcune stelle non registrate nel British Catalogue di John Flamsteed. Herschel, riferendosi a Mu Cephei, disse che «Ha un bellissimo e profondo colore granata, simile a quello della stella periodica Omicron Ceti>>.

L’astro appare di questo colore per via della sua bassa temperatura superficiale, che corrisponde a circa 3000 K. Osservando da un punto privo di qualsiasi tipo di disturbo, la Stella Granata può anche essere individuata ad occhio nudo poco più a Sud di Alderamin, con il suo caratteristico colore rosso/arancio.

Ma Cefeo ospita anche un’altra stella, di certo più importante per l’astronomia, ovvero Delta Cephei: si tratta di una supergigante gialla posta a 890 anni luce, che rappresenta il prototipo di una classe delle cefeidi, una classe di stelle variabili molto importanti, oltre ad essere una delle cefeidi più vicine al Sole.

Delta Cephei contribuisce significativamente alla misurazione delle distanze cosmiche.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR8162 α Cephei Alderamin 2.44 Variable; Multiple;
HR8974 γ Cephei Errai 3.21 Variable;
HR8238 β Cephei Alfirk 3.23 Variable; Multiple;
HR8465 ζ Cephei   3.35 Variable;
HR7957 η Cephei   3.43 Double;
HR8694 ι Cephei   3.52  
HR8571 δ Cephei   3.75 Variable; Multiple;
HR8316 μ Cephei   4.08 Variable; Multiple;
HR8494 ε Cephei   4.19 Variable; Double;
HR7850 θ Cephei   4.22  
HR285     4.25  
HR8334 ν Cephei   4.29 Variable;
HR8417 ξ Cephei Kurhah 4.29 Multiple;
HR7750 κ Cephei   4.39 Multiple;
HR8819 π Cephei   4.41 Multiple;
HR7955     4.51 Double;
HR8317 11 Cephei   4.56  
HR8748     4.71  
HR8279 9 Cephei   4.73 Variable;
HR8702     4.74 Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Poiché giace sul piano della Via Lattea settentrionale, la costellazione di Cefeo vanta numerosi oggetti del profondo cielo: una di questi è la Nebulosa oscura IC1396, meglio nota come Nebulosa Proboscide d’Elefante; molto appariscente anche la Galassia Fuochi d’Artificio (NGC 6946), una galassia a spirale che vanta un gran numero di supernovae osservate al suo interno.

NEBULOSE IRIS E FANTASMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Interessanti anche le nebulose Iris (NGC 7023) e Fantasma (Sh2-136): la prima è una nebulosa a riflessione, illuminata dalla stella HD 200775 e situata a circa 1400 anni luce dalla Terra; la seconda è una nube di polveri e gas che riflette la luce delle stelle vicine, assumendo le sembianze di un fantasma.

Un altro oggetto particolare, che ricorda la forma di uno squalo, è la Nebulosa oscura LDN 1235, nota anche come Shark Nebula.

SHARK NEBULA CREDITI: MICHELE BERNARDO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione di Cefeo ospita anche la nebulosa planetaria NGC 7139, situata a 4000 anni luce.

NGC 7139 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

CEFEO NELLA MITOLOGIA

Come già citato sopra, nella mitologia Cefeo, figlio di Belo, rappresenta il sovrano di Etiopia, marito di Cassiopea e padre di Andromeda, che rischiò di perdere l’amata figlia per colpa della presunzione di sua moglie.

In seguito all’ira e alle minacce di Poseidone, Cefeo si rivolse a un oracolo per chiedergli come salvare la sua famiglia e il suo regno: ne ricevette un’amara risposta, ovvero che per mettere in salvo il suo intero regno, non vi era altra soluzione che quella di immolare la sua adorata principessa Andromeda; Cefeo dunque, da padre disperato, mise da parte il suo dolore e decise di sacrificare sua figlia.

Ma il fato volle che Perseo, passando nei pressi della rupe su cui era legata Andromeda, minacciata dal mostro marino Ceto, la salvasse, sposandola in seguito, e portando il lieto fine a questa brutta vicenda.

Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete;
per portare soccorso, ci sono pochi attimi.
Se io chiedessi la sua mano, io, Perseo, figlio di Giove
e di colei che quand’era imprigionata fu ingravidata da Giove con oro fecondo,
Perseo vincitore della Gorgone dalla chioma di serpi, che oso andarmene
per l’aria del cielo battendo le ali, non sarei forse preferito come genero a chiunque altro?
A così grandi doti, solo che mi assistano gli dèi,
cercherò comunque di aggiungere un merito.
Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore!
(Ovidio, Metamorfosi, IV, 695-703)

Cefeo si è guadagnato un posto sulla volta celeste e brilla insieme alla sua regina e alla sua adorata e unica figlia.

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Le costellazioni del mese di Agosto 2025

Per larga parte il cielo è attraversato da striature e macchie chiare; la Via Lattea prende d’agosto una consistenza densa e si direbbe che trabocchi dal suo alveo; il chiaro e lo scuro sono così mescolati da impedire l’effetto prospettico d’un abisso nero sulla cui vuota lontananza campeggiano, ben in rilievo, le stelle; tutto resta sullo stesso piano: scintillio e nube argentea e tenebre.
Palomar, I.Calvino

Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

Nel mese di agosto transita al meridiano una delle più note e importanti costellazioni dello Zodiaco, ovvero quella del Sagittario. Nel nostro emisfero boreale la si individua nel punto più luminoso della Via Lattea, di cui contiene al suo interno il centro galattico. Pur rimanendo basso sull’orizzonte meridionale, seguito dalla Corona Australe e preceduto dallo Scorpione, il Sagittario è ben riconoscibile grazie all’asterismo della Teiera, composto dalle sue stelle più luminose.
Kaus Australis (ε Sagittarii) è la stella principale della costellazione: si tratta di una gigante blu di magnitudine 1,79 distante 145 anni luce.
La seconda stella più brillante è Sigma Sagittario, o Nunki, una gigante azzurra di magnitudine 2,05 mentre la terza più luminosa è Zeta Sagittarii.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7635 γ Sagittae   3.47 Variable;
HR7536 δ Sagittae   3.82 Variable;
HR7479 α Sagittae Sham 4.37 Multiple;
HR7488 β Sagittae   4.37  
HR7546 ζ Sagittae   5 Multiple;
HR7679 η Sagittae   5.1  
HR7609 10 Sagittae   5.36 Variable;
HR7645 13 Sagittae   5.37 Variable; Double;
HR7622 11 Sagittae   5.53  
HR7301 1 Sagittae   5.64  
HR7463 ε Sagittae   5.66 Variable; Multiple;
HR7780     5.8  
HR7672 15 Sagittae   5.8 Variable; Multiple;
HR7662     5.96 Double;
HR7299     6  
HR7260     6.07 Variable; Double;
HR7216     6.09  
HR7746 18 Sagittae   6.13  
HR7713     6.22  
HR7574 9 Sagittae   6.23 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

La costellazione ospita un gran numero di oggetti del catalogo Messier, da ammassi a nebulose, ed è fonte di ricche produzioni in campo astrofotografico. Uno degli oggetti più noti e ripresi dagli astrofili è la Nebulosa Laguna, M 8, individuabile anche ad occhio nudo da un cielo idoneo.

NEBULOSA LAGUNA CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Altre nebulose interessanti nel Sagittario sono M 17 e M 20, Trifida e Omega, mentre per quanto riguarda gli ammassi non possiamo fare a meno di citare M 22, uno dei più vicini e luminosi della volta celeste: ecco contiene più di mezzo milione di stelle e si può già individuare con un binocolo.

© ESA/Hubble

Al centro della Via Lattea, nella costellazione del Sagittario, è posta la più famosa e complessa radiosorgente luminosa, Sagittarius A, in cui sarebbe situato il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO NELLA MITOLOGIA

Metà uomo e metà cavallo: è così che viene raffigurato il Sagittario, come un arciere che, con indosso un mantello, tende l’arco in direzione dello Scorpione. Nella mitologia greca, Eratostene descrisse il Sagittario associandolo a Croto, abile arciere figlio di Pan, dio dei boschi e dell’agricoltura, ed Eufeme, nutrice delle Muse. Una delle vicende più note narra del legame di Croto con le Muse. Abile cacciatore, egli abitava sul Monte Elicona, dove inventò l’arte del tiro con l’arco. Croto viveva circondato dalle Muse e dalle loro arti: fu proprio in loro onore che il giovane inventò l’applauso, in segno di omaggio alle loro performance artistiche.

Di questo le Muse erano grate a Croto e così decisero di rivolgersi a Zeus affinché gli desse un posto d’onore sulla volta celeste; il padre degli dei accolse la loro proposta e decise di premiare Croto anche per le sue doti di arciere e cavallerizza, collocandolo tra le stelle.

… Esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.

Italo Calvino, Palomar

LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

lyra-mapNelle sere estive di agosto è impossibile alzare gli occhi al cielo e non far a caso a quella gemma di luce che brilla inconfondibile già dopo il tramonto. Si tratta di Vega, l’astro che rappresenta la costellazione della Lira.

Seppur di piccole dimensioni, quella della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale: alfa Lyrae è una stella color bianco-azzurro multipla, costituita da 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce. La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto il firmamento.

Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vega in quell’epoca era la Stella Polare e tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7001 α Lyrae Vega 0.03 Variable; Multiple;
HR7178 γ Lyrae Sulafat 3.24 Variable; Multiple;
HR7106 β Lyrae Sheliak 3.45 Variable; Multiple;
HR7157 13 Lyrae   4.04 Variable;
HR7139 δ2 Lyrae   4.3 Variable; Multiple;
HR6872 κ Lyrae   4.33 Variable;
HR7056 ζ1 Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7314 θ Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7298 η Lyrae Aladfar 4.39 Variable; Multiple;
HR7064     4.83  
HR7192 λ Lyrae   4.93 Variable;
HR7215 16 Lyrae   5.01 Variable; Multiple;
HR6903 μ Lyrae   5.12  
HR7162     5.22 Multiple;
HR7261 17 Lyrae   5.23 Multiple;
HR7102 ν2 Lyrae   5.25 Double;
HR7181     5.27  
HR7262 ι Lyrae   5.28  
HR7054 ε2 Lyrae   5.37 Variable; Multiple;
HR6997     5.42 Variable; Double;

VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA

Vega è la prima stella del cielo notturno ad essere stata fotografata: l’astro infatti è stato immortalato dall’astronomo statunitense William Cranch Bond e da uno dei pionieri del dagherrotipo, John Adams Whipple, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850. La stella principale della Lira venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura. Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA

La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di  ε Lyrae, la doppia per eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra.  Entrambe le stelle che compongono il sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra.  Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazione estiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili. Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa 2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.

M 57 CREDITI: CARLO MOLLICONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altri oggetti deep sky da menzionare sono l’ammasso globulare M 56 e l’ammasso aperto NGC 6791 composto d diverse centinaia di stelle. Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.

LA LIRA NELLA MITOLOGIA

Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie e antiche popolazioni.
Una delle leggende più romantiche proviene all’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare.
Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo.
Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco.
Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata.
Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro.
Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno. Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e al suo inseparabile strumento musicale, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco.
Da quel momento Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice.
La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.

Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci
divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava
tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo
perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso.
Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine:
allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida
e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo.
(Manilio, Poeticon Astronomicon, I, 324-330)

LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è un’altra delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale.
È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente + 1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno.
Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo.
Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio.
Insieme a Deneb, Albireo va a comporre l’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7924 α Cygni Deneb 1.25 Variable; Double;
HR7796 γ Cygni Sadr 2.2 Variable; Multiple;
HR7949 ε Cygni Aljanah 2.46 Multiple;
HR7528 δ Cygni Fawaris 2.87 Variable; Multiple;
HR7417 β1 Cygni Albireo 3.08 Variable; Multiple;
HR8115 ζ Cygni   3.2 Multiple;
HR8079 ξ Cygni   3.72 Variable;
HR8130 τ Cygni   3.72 Variable; Multiple;
HR7328 κ Cygni   3.77 Variable;
HR7735 31 Cygni   3.79 Variable; Multiple;
HR7420 ι2 Cygni   3.79  
HR7615 η Cygni   3.89 Variable; Multiple;
HR8028 ν Cygni   3.94  
HR7751 32 Cygni   3.98 Variable; Double;
HR7834 41 Cygni   4.01 Variable;
HR8252 ρ Cygni   4.02 Variable;
HR7942 52 Cygni   4.22 Double;
HR8335 π2 Cygni   4.23  
HR8143 σ Cygni   4.23 Variable;
HR7564 χ Cygni   4.23 Variable; Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deep sky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, oggetti molto amati e fotografati dagli astrofili.

NEBULOSA NORD AMERICA E PELLICANO CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova e la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa. Ora ciò ne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione.
La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.

NEBULOSA VELO CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte centro-meridionale della costellazione è presente una nebulosa a emissione nota come Nebulosa Tulipano, nota anche come Sh2 – 101.

NEBULOSA TULIPANO CREDITI: MIRKO TONDINELLI

IL CIGNO NELLA MITOLOGIA

Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, e molte di queste associano la figura del Cigno a quella di Zeus.
Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo cigno per poter sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre la Leda passeggiava sulle rive di un fiume, Zeus la possedette sotto le sembianze di un Cigno.
Dall’uovo concepito (anzi due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non vi era certezza sulla reale paternità anche se, le uova divine da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus.
Il Cigno brilla nel cielo a voler celebrare le “prodezze” del padre degli dei.

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Le Comete del mese di Marzo: WIERZCHOS E SHAUMASSE AI SALUTI

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La più grande immagine di ALMA mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea

L'immagine di ALMA finora più grande mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea (Crediti: ALMA(ESO/NAOJ/NRAO)/S. Longmore et al. Background: ESO/D. Minniti et al.)
L'immagine di ALMA finora più grande mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea (Crediti: ALMA(ESO/NAOJ/NRAO)/S. Longmore et al. Background: ESO/D. Minniti et al.)

Un team internazionale di astronomi ha realizzato la più grande e dettagliata immagine mai ottenuta con l’array radio ALMA, dedicata alla Zona Molecolare Centrale (CMZ) della Via Lattea, la vasta regione di gas e polveri che circonda il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia. Il mosaico, che nel cielo coprirebbe un’area equivalente a tre Lune piene affiancate, offre una visione senza precedenti della struttura interna di questa regione estrema.

L’immagine rivela una fitta rete di filamenti, nubi compatte e strutture turbolente, mostrando come il gas molecolare sia organizzato e si muova sotto l’influenza di intense forze gravitazionali, campi magnetici e radiazione. Grazie all’elevata sensibilità di ALMA, i ricercatori hanno identificato decine di molecole diverse, tracciando in dettaglio la composizione chimica del mezzo interstellare.

I dati fanno parte della survey ACES (ALMA CMZ Exploration Survey), un progetto a lungo termine volto a studiare sistematicamente il centro galattico. L’obiettivo è comprendere come si accumula il gas, come evolve nel tempo e in che modo riesce – o talvolta non riesce – a formare nuove stelle in un ambiente molto più estremo rispetto alle regioni periferiche della Via Lattea.

La CMZ presenta infatti condizioni fisiche simili a quelle che caratterizzavano le galassie nell’Universo primordiale: alte densità, forti turbolenze e intensa attività energetica. Per questo motivo, l’analisi dei dati ACES rappresenta un laboratorio naturale per testare i modelli di formazione stellare in condizioni estreme. I risultati contribuiranno a chiarire perché, nonostante l’abbondanza di materiale, il centro galattico produca relativamente poche stelle, migliorando la nostra comprensione dell’evoluzione delle galassie nel cosmo.

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Perché 1 è diverso da 1.000000

 

In aritmetica 1 è uguale a 1,000000. Se aggiungessi centomila zeri dopo la virgola, resterebbe sempre uguale a 1. In fisica invece no. Affermare che un tavolo è largo 1,000000 metri e non semplicemente 1 metro, significa infatti avere la piena conoscenza del fatto che esso è esattamente 1 metro fino alla precisione di sei zeri dopo la virgola, cioè un micron. Non solo, ma vuol dire anche che oltre la precisione di un micron non ho controllo di quanto sia largo il tavolo, che magari potrebbe essere 1,0000002 m o 1,00000047 m.
Il tutto nasce dall’abitudine prettamente scientifica di quantificare l’incertezza con la quale si misura una certa quantità, che sia una lunghezza, una temperatura, una velocità, etc. Incertezza che dipende tipicamente dalla tecnica di misura e dai fattori esterni che possono influire sull’esito della misura. Questa storia delle cifre decimali significative e dell’incertezza associata alla misura si insegna alla prima lezione di laboratorio di fisica il primo anno di università, ma in genere la si conosce (o la si dovrebbe conoscere) già dalle scuole superiori. Però poi trovi in giro gente che, pur proponendosi come persone di scienza, questa regola che è alla base della scienza sperimentale, non la conosce proprio.
È il caso di un’azienda di alcuni anni fa, che mise in vendita un oggetto che, stando alle specifiche della scheda tecnica, avrebbe dovuto avere proprietà incredibili: migliorare le performance atletiche, facilitare il recupero dopo lo sforzo, e incrementare l’equilibrio. Il tutto supportato da una lista di “esperti” a certificarne la validità scientifica. In particolare, il test per valutarne l’efficacia nel migliorare l’equilibrio consisteva nel far indossare il miracoloso braccialetto a un individuo, posizionarlo su una pedana stabilometrica, e misurarne l’equilibrio con e senza braccialetto.
Ma la cosa veramente divertente era il risultato delle misure. Che a nessuno venga il dubbio che stessero barando, e che le loro affermazioni non fossero supportate da solide evidenze sperimentali! Infatti, dai risultati veniva fuori che lo spostamento medio del baricentro della persona sottoposta al test era – mettiamo – 12,574866329 cm nel caso in cui essa avesse addosso il braccialetto, e 14,450036413 cm senza braccialetto. Probabilmente quei numeri, nella mente di chi aveva scritto la brochure allegata al braccialetto, dovevano servire a sottolineare la grande validità scientifica dei risultati ottenuti: mica numeri così, approssimati un tanto al chilo, ma valori estremamente precisi, frutto di uno studio accurato e meticoloso!
A questo punto, però, uno che ha la tara mentale imposta dalla laurea in fisica, la prima cosa che nota è il numero impressionante di cifre decimali dopo la virgola, per un valore espresso in centimetri. NOVE cifre decimali dopo la virgola! Infatti, secondo le comuni regole del metodo scientifico (che i nostri sperimentatori avrebbero dovuto conoscere) questo vuol dire che quei valori, espressi in centimetri con tutte quelle cifre, erano effettivamente noti fino a nove cifre decimali dopo la virgola. Infatti, nella scienza sperimentale, scrivere 1.000000000 invece che 1, non è la stessa cosa! E quindi dare i risultati espressi in cm con nove cifre significative dopo la virgola, significa che si ha piena conoscenza di quei valori fino a un miliardesimo di centimetro, che corrisponde a un decimo di Angstrom. In pratica si sta dicendo che si è misurato lo spostamento di una persona con una incertezza più piccola delle dimensioni di un atomo di Idrogeno.
Che dire? Lascio a voi le conclusioni.

L’articolo è pubblicato in COELUM 278

Un nuovo tipo di correttore di dispersione atmosferica – ESCLUSIVA COELUM
Principi fisici, progettazione e verifiche sperimentali di un correttore a lamina ottica per ridurre la dispersione atmosferica nelle osservazioni ad alta risoluzione.

Il nuovo filtro per la dispersione atmosferica studiato e realizzato da Massimo D'Apice.
Il nuovo filtro per la dispersione atmosferica studiato e realizzato da Massimo D'Apice.

 

Le osservazioni astronomiche da terra sono inevitabilmente influenzate dall’atmosfera, che agisce come un prisma alterando la luce dei corpi celesti e causando dispersione cromatica, soprattutto per oggetti bassi sull’orizzonte. Negli ultimi anni, con l’avvento del digitale, sono comparsi dispositivi noti come ADC (Atmospheric Dispersion Corrector), capaci di compensare parzialmente questo effetto. L’articolo presenta un nuovo approccio, basato su una lamina ottica piano-parallela, semplice ed efficace, per correggere la dispersione atmosferica e migliorare le riprese in alta risoluzione.

È ben noto che le osservazioni astronomiche condotte da terra risentono inevitabilmente delle condizioni atmosferiche sovrastanti il sito.
Come qualcuno ha osservato, e come tutti gli astrofili sperimentano costantemente, si può ben dire che la parte peggiore di un telescopio è l’atmosfera che si comporta, di fatto, come un mezzo rifrangente, anteposto allo strumento di osservazione, alterando la luce che la attraversa secondo le usuali leggi dell’ottica geometrica e fisica.
Lo studio dei diversi aspetti del problema è stato da tempo ampiamente approfondito e dibattuto a livello professionale ed ha portato a diverse soluzioni tecnologiche altamente sofisticate.
In campo amatoriale è invece solo relativamente recente l’introduzione di dispositivi atti a mitigare gli effetti negativi dell’atmosfera, specie nelle osservazioni in alta risoluzione dopo l’avvento della rivoluzione digitale.
In questo ambito, negli ultimi anni è stata posta una particolare attenzione all’analisi degli effetti della dispersione spettrale atmosferica che ha portato alla comparsa sul mercato dei cosiddetti “correttori di dispersione atmosferica”, correntemente indicati con l’acronimo inglese ADC (Atmospheric Dispersion Corrector).
La loro funzione, in sintesi, è quella di compensare in qualche misura il cromatismo indotto dalla dispersione della luce che attraversa gli strati di atmosfera prima di giungere a terra. Va da sé (secondo le leggi della fisica ottica) che l’effetto disperdente è tanto maggiore quanto più spessi e densi sono gli strati di atmosfera attraversati, ovvero quanto più bassi sull’orizzonte si vengono a trovare i corpi celesti, specie se osservati in condizioni di elevata umidità dell’aria.
In questi casi l’atmosfera si comporta di fatto come un prisma, scomponendo la luce nelle sue componenti cromatiche essenziali, cosa che si traduce in uno sfalsamento verticale dei colori nelle immagini riprese a terra attraverso un qualsiasi dispositivo ottico.

Figura 1 – A sinistra, effetto della dispersione atmosferica in analogia con quella di un prisma [1]. A destra, immagine stellare affetta da dispersione [2].
Figura 2 – Dispersione atmosferica, in secondi d’arco, in funzione della distanza zenitale, in gradi, calcolata per il sito dell’osservatorio Keck a Mauna Kea. A riprova della non linearità dell’effetto, si noti come la dispersione, tra 3200 e 10000 Å, quasi raddoppi tra 60° e 70° dallo Zenith [3].

L’effetto, di per sé contenuto, diviene però particolarmente evidente nelle riprese attraverso un telescopio, per via dell’amplificazione dovuta all’ingrandimento, tanto da compromettere l’osservazione in alta risoluzione di Sole, Luna, pianeti e stelle doppie quando questi, nel loro moto apparente sulla volta celeste, si vengono a trovare ad una ridotta altezza sull’orizzonte.
Va comunque precisato che la dispersione si manifesta teoricamente nell’osservazione di corpi celesti a qualsiasi altezza sull’orizzonte (ad esclusione dello Zenith, dove la dispersione è nulla), con un effetto in prima approssimazione variabile linearmente solo entro una distanza zenitale di circa 30°.

Occorre anche sottolineare, cosa a volte non del tutto evidente, che l’effetto della dispersione atmosferica non dipende in alcun modo dalla correzione cromatica dello strumento in uso, rifrattore acromatico, apocromatico o riflettore che sia, ma esclusivamente dalle condizioni fisico-geometriche degli strati atmosferici attraversati dalla luce prima di giungere al telescopio. Naturalmente ciò non toglie che un qualsiasi strumento introdurrà a sua volta le aberrazioni ottiche residue proprie della configurazione adottata, ma questo avverrà a prescindere dalla dispersione atmosferica e si potrà notare, ad esempio, anche nell’osservazione a distanza ridotta di oggetti a terra.
Ciò detto, non è mia intenzione approfondire qui tutti gli aspetti teorico-pratici del funzionamento degli ADC, ottimamente trattati nella bibliografia che raccomando di esaminare [1] [2] [9], ma concentrarmi piuttosto sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottabili praticamente per la compensazione della dispersione. In particolare, nel prosieguo descriverò una possibile soluzione, tuttora in via di sperimentazione, alternativa a quelle attualmente in commercio.
Dovrebbe a questo punto essere chiaro che il sistema ottico di un ADC deve consentire di variare la compensazione in funzione dell’altezza sull’orizzonte dell’oggetto osservato.
Questo comporta la necessità di variare il potere dispersivo del sistema ottico adottato nella sola direzione perpendicolare all’orizzonte, ovvero nella direzione in cui si manifesta la dispersione atmosferica.
Nel caso in cui il sistema disperdente sia costituito da uno o più prismi, tale variazione può essere realizzata per via ottica oppure meccanica, come pure da una combinazione delle due.
La variazione di tipo meccanico, valida in generale per tutti gli ADC prismatici, può essere ottenuta modificando la distanza che separa l’ADC dal piano focale del telescopio, parametro da cui dipende direttamente l’effetto di compensazione. Sul piano pratico si può ad esempio utilizzare un tubo estensibile elicoidale posto tra ADC e portaoculari, anche se questo richiederà la regolazione del fuoco ogni volta che si altera la distanza in questione.
Diversamente, la variazione di tipo ottico comporta un qualche movimento/sostituzione degli elementi ottici inseriti nell’ADC, con effetti trascurabili o, comunque, in genere limitati sul fuoco del telescopio, ma con una sensibile traslazione verticale dell’immagine sul piano focale.
Il sistema più semplice, utilizzato in alcuni dei primi ADC, è composto da un prisma ottico di forma isoscele con lo spigolo al vertice parallelo all’orizzonte, come illustrato in Fig. 3.
Per variare la compensazione era prevista una batteria di prismi con diversi angoli al vertice, da scegliersi di volta in volta in base alle necessità, come quelli in Fig. 4 con angoli compresi tra 2° e 20°.

Figura 3 - Principio di funzionamento di un prisma compensatore della dispersione atmosferica; schema rielaborato da [2].
Figura 3 – Principio di funzionamento di un prisma compensatore della dispersione atmosferica; schema rielaborato da [2].
Figura 4 - Serie di prismi con angoli al vertice progressivi tra 2° e 20° (Leitz).
Figura 4 – Serie di prismi con angoli al vertice progressivi tra 2° e 20° (Leitz).

Il sistema, per quanto efficace, non permetteva però una variazione continua della compensazione, ma solo a gradini (step), anche se, combinando un treno ottico con due prismi, era possibile ottenere una variazione di fatto sufficientemente precisa.
Per ovviare al problema si pensò quindi di utilizzare un sistema a due prismi retti, detti di Risley1, con angolo al vertice da 2° a 4°, ora universalmente adottato negli ADC commerciali, in cui la compensazione viene variata ruotando i prismi simmetricamente rispetto al piano verticale perpendicolare all’orizzonte passante per l’asse ottico del telescopio.
Orbene, questo sistema non è esente da complicazioni pratiche in quanto, specie nei dispositivi più economici (come lo ZWO, 150€), la rotazione dei due prismi è indipendente e la simmetricità dell’orientamento è affidata a comandi manuali con controllo “a vista” rispetto ad una scala graduata non sempre facilmente leggibile nelle condizioni osservative notturne (Fig. 5).

Figura 5 - Schema di funzionamento di un ADC con la rotazione di due prismi di Risley [1].
A sinistra compensazione minima (nulla), al centro massima, a destra modello economico ZWO.
Figura 5 – Schema di funzionamento di un ADC con la rotazione di due prismi di Risley [1].
A sinistra compensazione minima (nulla), al centro massima, a destra modello economico ZWO.

Per di più, il movimento di rotazione è piuttosto grossolano, in quanto non demoltiplicato, con conseguente rapida uscita dal campo di vista (specie se ad alto ingrandimento) dell’oggetto osservato, dovuta allo spostamento dei prismi. Va comunque segnalata la disponibilità di alcuni prodotti relativamente costosi (ad esempio quello della Pierro Astro mark 3, 500€) in cui il comando della rotazione dei prismi è affidato ad una singola manopola che agisce simmetricamente tramite un meccanismo interno.
Infine, l’apertura utile degli ADC in commercio è generalmente limitata a 20-24mm, con l’eccezione di alcuni prodotti particolarmente costosi (5000ϵ) che possono arrivare a 28-30mm (APM). Questo aspetto, di per sé non molto rilevante per le osservazioni planetarie, può invece rivelarsi decisivo nelle riprese del disco lunare o solare completo con strumenti di lunga focale.

Figura 6 – 3 modelli ADC evoluti: a sn APM Professional con apertura di 28mm, al centro e a ds i Pierro Astro mark2, con due leve, e mark3, con comando unico, entrambi con apertura di 24mm.
Figura 6 – 3 modelli ADC evoluti: a sn APM Professional con apertura di 28mm, al centro e a ds i Pierro Astro mark2, con due leve, e mark3, con comando unico, entrambi con apertura di 24mm.

A fronte delle caratteristiche e limitazioni dei prodotti commerciali, mi sono quindi chiesto se per un ADC fosse possibile adottare un sistema ottico alternativo che, oltre ad essere semplice ed efficace, fosse soprattutto operativamente conveniente nell’utilizzo pratico.
Dopo alcune riflessioni, ho pensato di approfondire le proprietà disperdenti di una lamina ottica piano parallela di un certo spessore, per verificare se questa potesse fungere, da sola, da elemento disperdente in un ADC. Esaminiamo quindi in dettaglio le proprietà ottico-geometriche di un simile elemento.

Per il seguito dell’articolo con i passaggi matematici, i grafici e le tabelle dei risultati si rimanda alla lettura dell’impaginato disponibile per gli abbonati qui https://www.coelum.com/coelum-digitale/coelum-astronomia-278-i-2026-digitale


 

A Scheggia il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia


Appuntamento il 1° marzo 2026 al Teatro Comunale

Si terrà domenica 1 marzo 2026, presso il Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo, il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia, promosso dalla Commissione Didattica dell’Unione Astrofili Italiani (UAI) in collaborazione con l’Associazione Astronomica Umbra.

L’iniziativa è rivolta a docenti, operatori culturali, divulgatori scientifici, astrofili e studenti, con l’obiettivo di condividere esperienze, strumenti e buone pratiche per l’insegnamento e la diffusione dell’astronomia nelle scuole e nei contesti educativi.

Il convegno rappresenta un momento di confronto nazionale sui metodi didattici, sui progetti di ricerca partecipata e sulle attività educative promosse dalle realtà scientifiche e associative del territorio.

Un programma articolato tra formazione e divulgazione

I lavori si apriranno alle ore 9:00 con la registrazione dei partecipanti e l’introduzione ufficiale al convegno. Nel corso della mattinata sono previste presentazioni dedicate all’Osservatorio Astronomico di Scheggia, alle attività dell’Associazione Astronomica Umbra e alle esperienze didattiche sviluppate a livello locale e nazionale.

Nel pomeriggio verranno illustrati progetti di rilievo scientifico ed educativo, tra cui il progetto StAnD – PRISMA-INAf e le attività sulla misura della parallasse lunare. Seguiranno workshop differenziati per ordine di scuola e un briefing conclusivo.

L’evento prevede momenti di pausa e networking, favorendo lo scambio diretto tra relatori, docenti e partecipanti.

Iscrizioni e informazioni

La partecipazione al convegno è gratuita previa prenotazione, da effettuare online dal 20 gennaio al 20 febbraio 2026 tramite apposito link.

Per informazioni su iscrizioni e programma:
m.montemaggi@uai.it – Tel. 348 0309900
amministrazione@uai.it – Tel. 06 94436469

Per informazioni logistiche:
https://astroumbra.blogspot.com/
info@astroumbra.org

Un’iniziativa al servizio della scuola

Il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia si inserisce nel percorso della UAI volto a promuovere la cultura scientifica nelle scuole e a sostenere la formazione degli insegnanti attraverso attività strutturate, aggiornamento continuo e collaborazione con enti di ricerca.

ShaRA#14 – Il Rettangolo Rosso
 Target Peculiare per gli amici del Team ShaRA non troppo fotogenico ma di indubbia difficoltà

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il Rettangolo Rosso catturato dal Team ShaRA nel progetto #14

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Pionieri Silenziosi
gli animali nell'esplorazione dello spazio

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Uomini di un certo “Impatto” – lo Studio Sperimentale dei Crateri Lunari

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Intervista al Premio Nobel John C. Mather

24 May 1993, Greenbelt, Maryland, USA --- John Mather, chief scientist on NASA's COBE mission, holds up radio maps made by the COBE satellite. The observatory discovered variations in the universe's background radiation, helping to refine the Big Bang theory. --- Image by © Roger Ressmeyer/CORBIS

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Transiente Catturato “al Volo”

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𝗔𝗦𝗧𝗥𝗢𝗠𝗔𝗥𝗖𝗛𝗜𝗚𝗜𝗔𝗡𝗔 𝟮^ 𝗲𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

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Domenica 15 Febbraio 2026 alle ore 17:00 presso Spaziotempo Circolo Arci

inaugureremo la mostra di fotografia astronomica a cura di astrofotografi marchigiani provenienti da tutta la Regione (Roberto Volpini, Corrado Di Noto, Fantasia Stefano, Andrea Marinelli, Simone Curzi, Michele Guzzini, Marco Piccini Astrophotography e me).

Tempo permettendo, osserveremo Giove in compagnia di Cristian Fattinnanzi

Ma quest’anno non ci fermiamo qui: avremo il piacere di conversare con dei rinomati ospiti

Molisella Lattanzi: astronoma e direttrice editoriale di COELUM Astronomia, storica rivista di astronomia distribuita in tutta Italia. Da 10 anni si occupa esclusivamente di divulgazione scientifica organizzando corsi per le scuole in ambito STEM ed eventi aperti al grande pubblico come il Festival dell’Astronomia Galassica. Segue come inviata i principali congressi e simposi di approfondimento di astrofisica e space economy promossi da istituti e organizzazioni di ricerca a valore nazionale.

Cristian Fattinnanzi: astrofilo pluripremiato APOD Nasa e creatore del celebre Minitrack, un astroinseguitore meccanico per foto a largo campo. Da sempre appassionato di astronomia ottiene diversi riconoscimenti in tutta Italia e nel 2021 pubblica il Suo primo libro “Che Stella è?”, un manuale che accompagna il lettore dal riconoscimento delle costellazioni fino alla post produzione di foto astronomiche.

Andrea Marinelli: appassionato fotografo e astrofotografo. Nel 2020 crea la pagina social Passione.Astrofotografia che ad oggi conta quasi 80.000 follower. Unisce la sua passione per le escursioni naturalistiche all’astrofotografia grazie alla sua dimora a Frontignano di Ussita a 1350mslm.

Associazione Astrofili Forca Canapine: associazione di astrofili dediti all’osservazione visuale/fotografica e alla didattica grazie ai corsi di astronomia proposti. L’associazione nasce a tutela del sito osservativo Forca Canapine, caratterizzato da un’ottima qualità del cielo e che converge ben tre regioni italiane. Numerose foto dei soci fondatori sono state premiate APOD Nasa.

Infine, ma non per ultimo, Michele Guzzini interverrà con una piccola presentazione del neonato Centro Astronomico Gianclaudio Ciampechini

A seguire…

ALBAADIRATICA LIVE ELECTRONICS: Riccardo Cappelluti è un sound artist emergente di Pescara. Si è laureato in Ingegneria del Suono e attualmente è iscritto al biennio di Musica Elettronica presso il Conservatorio Luisa D’Annunzio ed è membro e fondatore del collettivo “STUDIO FONÈ”. La sua pratica artistica esplora la composizione e l’improvvisazione elettroacustica sviluppando sistemi espressivi attraverso la programmazione con Max MSP, il circuit bending e la musica per i media visivi.

Ingresso riservato ai soci ARCI

Il CAPOTAURO un mito si fa largo: indagine sulla Natura di un Oggetto Enigmatico

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Bentornati su Marte! #278

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È morto a 96 anni Antonino Zichichi, protagonista della fisica delle particelle, la testimonianza di Francesco Vissani

È morto all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico e divulgatore scientifico specializzato nella fisica delle particelle, a cui ha dato contributi rilevanti nel corso di una lunga carriera internazionale. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato anche tra gli ideatori dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso e fondatore, nel 1963, del Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”.

La notizia della scomparsa è stata confermata ufficialmente alle ore 10.30 attraverso la sua pagina Facebook. Nel comunicato diffuso si legge: «Questa mattina si è spento nel sonno il professor Antonino Zichichi. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato un grande scienziato e un punto di riferimento per la fisica italiana e internazionale». Nel corso della sua attività ha lavorato anche al CERN di Ginevra, dove contribuì alla scoperta dell’antideutone, ed è stato professore emerito di Fisica Superiore presso l’Università di Bologna.

Zichichi lascia tre figli, cinque nipoti e una pronipote. Con la sua scomparsa viene meno una figura centrale della fisica italiana del secondo Novecento, capace di unire ricerca di alto livello, formazione e impegno costante nella diffusione della cultura scientifica.

Con profondo rispetto per chi ai massimi livelli riesce a promuovere la ricerca scientifica affrontando gli innumerevoli ostacoli che progetti ambiziosi devono necessariamente affrontare, la Redazione di Coelum si unisce

Nel ricordo firmato da Francesco Vissani dirigente di ricerca presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN, emerge con forza la dimensione umana, culturale e civile della figura di Zichichi. La sua azione viene collocata nel contesto storico della Guerra Fredda, quando i Laboratori del Gran Sasso nacquero come spazio neutrale di cooperazione scientifica internazionale.

Vissani sottolinea l’energia personale dello scienziato, la dedizione assoluta alla ricerca e il rispetto verso i propri maestri, maturati anche nel lavoro comune nell’esperimento LVD, che contribuì allo studio dei neutrini da collasso stellare. Centrale, nel ricordo, è anche il riferimento al “Manifesto di Erice” come sintesi del suo impegno per una scienza orientata alla pace e al dialogo.

Laboratori Nazionali del Gran Sasso, fortemente voluti da Antonino Zichichi, sono nati nel diffcile periodo della Guerra Fredda per offrire un territorio neutro di collaborazione tra scienziati di tutto il mondo, proprio come il CERN nacque dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per riunire l’Europa.
Per un giovane studente come me, scoprire alla ne degli anni ’80 che l’Italia stava realizzando un’impresa di tale portata fu motivo di profondo orgoglio e meraviglia. Sin da quando lo conobbi di persona, poco dopo il mio arrivo ai Laboratori, Zichichi mi trasmise l’impressione di una personalità dotata di un’energia inesauribile, animata da un rispetto ammirabile verso i propri maestri e da una dedizione assoluta a un’idea alta di scienza.
Abbiamo lavorato insieme all’interno del suo gruppo nell’esperimento LVD (Large Volume Detector), dove ho avuto la fortuna di incontrare colleghi straordinari. Insieme abbiamo chiarito le aspettative sui neutrini emessi dal collasso gravitazionale delle stelle, inaugurando un fione di ricerca che mi è tuttora carissimo.
Oggi, vorrei invitare tutti a rileggere il Manifesto di Erice che Zichichi stilò sulla scia del celebre manifesto Russell-Einstein. A mio avviso, rappresenta il suo lascito più attuale: un monito affinchè la scienza resti sempre al servizio della convivenza civile e il dialogo tra scienziati rimanga, come lui ci ha dimostrato, un prezioso strumento di pace, progresso e risoluzione delle crisi planetarie.
” Francesco Vissani.

La scheda tecnica, sempre a cura di Vissani, ricostruisce in modo sistematico l’evoluzione scientifica di Zichichi, mostrando la coerenza interna di un percorso che attraversa più di sessant’anni di ricerca.

Linea Scienti ca / ProgettoPeriodoContributi e Scoperte Principali
QED e Fisica del Muone1960 – 1970Misura del momento magnetico anomalo (g 􀀀 2) e della vita media del muone; veri che dell’Elettrodinamica Quantistica.
Antimateria Nucleare1965 – oggiScoperta dell’ antideuterio (1965); ricerca attuale di antielio e antinuclei con gli esper- imenti ALICE e AMS.
Struttura del Protone1965 – 1985Studi pionieristici sui fattori di forma \Time- like” del protone e annichilazione protone- antiprotone (pp).
Sviluppo Rivelatori (Elettroni/TOF)1965 – 2010Invenzione di telescopi per elettroni e sistemi TOF (Time-Of-Flight) con risoluzione tem- porale di 10-20 ps.
QCD e \E ective En- ergy”1980 – oggiIntroduzione del concetto di Energia E ettiva per uni care la descrizione delle interazioni adroniche e leptoniche.
Fisica ad HERA (ZEUS/H1)1990 – 2012Studio della struttura profonda del protone e produzione di quark pesanti (beauty e charm) in collisioni e 􀀀 p.
Astroparticelle (LVD/AMS)1990 – oggiRicerca di neutrini da supernova (Gran Sasso) e studio dei raggi cosmici nello spazio per la ricerca di materia oscura.
Progetto EEE (Scienza nelle Scuole)2004 – oggiCreazione di una rete nazionale di telescopi MRPC gestita da studenti delle scuole superi- ori per lo studio dei raggi cosmici.
LHC e Plasma di Quark (ALICE)2008 – oggiStudio del Quark-Gluon Plasma (QGP) e pro- duzione di particelle ad alte energie (TeV) in collisioni Pb 􀀀 Pb.
Complessità e New Physics2005 – oggiSaggi teorici e ri essioni sulla complessita a livello fondamentale e sulla logica della natura.

Nei primi anni della sua carriera, Antonino Zichichi si formò nell’ambito degli studi sui raggi cosmici. Nel 1956 conseguì la laurea a Palermo con una tesi dedicata a questo tema, sotto la guida di Mariano Santangelo, allora professore di fisica sperimentale. Il lavoro si concentrò sulla misura del flusso e sulla natura delle particelle cosmiche ad alta quota, attraverso una serie di esperimenti condotti al Laboratorio della Testa Grigia di Cervinia, a circa 3.500 metri di altitudine.

Quei risultati gli aprirono rapidamente le porte della collaborazione internazionale. Subito dopo la laurea, infatti, fu invitato a entrare nel gruppo di Patrick Blackett tra Londra e Manchester, un passaggio decisivo nella sua formazione scientifica, che lo portò poi ad approdare stabilmente al CERN di Ginevra, avviando una carriera destinata a svilupparsi nei principali centri mondiali della fisica delle particelle.

Un ruolo decisivo nella formazione scientifica di Zichichi fu svolto dal rapporto con Patrick Blackett, premio Nobel per la Fisica nel 1948. L’incontro con il fisico britannico rappresentò per lui una vera scuola di metodo e di visione scientifica. Da Blackett apprese l’idea che la ricerca non dovesse limitarsi a confermare teorie consolidate, ma puntare alla scoperta dell’“inaspettato”, un principio che avrebbe guidato tutta la sua attività, dalla scoperta dell’antideuterio alla continua ricerca di nuova fisica oltre il Modello Standard.

Il legame fu anche di natura tecnica e strumentale. Blackett, pioniere nell’uso delle camere a nebbia per lo studio dei raggi cosmici, trasmise a Zichichi l’attenzione per l’innovazione dei rivelatori, che lo scienziato italiano avrebbe poi sviluppato nelle tecnologie MRPC e nei grandi progetti sperimentali. Allo stesso tempo, entrambi consideravano i raggi cosmici un vero laboratorio naturale per indagare le leggi fondamentali, un approccio che Zichichi mantenne partecipando a esperimenti spaziali e terrestri.

Questo rapporto influenzò anche la sua visione culturale della scienza. Blackett fu tra i primi sostenitori del Centro di Erice e ispirò in Zichichi l’idea di unire ricerca d’avanguardia e diplomazia scientifica. Per lo scienziato trapanese, il maestro britannico rappresentò il passaggio dalla fisica “artigianale” alla grande scienza contemporanea, mantenendo però sempre l’umiltà e l’apertura verso l’imprevedibilità della natura.

Antonino Zichichi è stato una figura discussa, come spesso accade ai protagonisti della fisica moderna che hanno inciso in modo profondo e non allineato nel dibattito scientifico e pubblico. Una sorte che in passato ha riguardato numerosi nomi oggi unanimemente riconosciuti, le cui capacità e il cui contributo sono stati pienamente valutati solo a posteriori, insieme ai dovuti onori.

Al di là delle posizioni e delle controversie, resta il peso di un percorso scientifico che ha segnato istituzioni, progetti e generazioni di ricercatori. Per questo ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico per la perdita di una voce autorevole, capace di esprimere un pensiero critico genuino e di interpretare la scienza come esercizio di responsabilità intellettuale e civile.

CARMELO METEOR: Bollettino Mensile delle Radiometeore

A cura della rete CARMELO
(Cheap Amatorial Radio Meteor Echoes LOgger)

Mariasole Maglione (GAV, Gruppo Astrofili Vicentini)
Lorenzo Barbieri (Rete CARMELO e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)

Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi (QUA), che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese. Il picco delle Quadrantidi si è verificato tra il 3 e il 4 gennaio.

I dati del mese di Gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2026.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, l’osservazione visuale delle Quadrantidi è stata ostacolata dalla presenza della Luna piena, e quella radio è stata penalizzata dal fatto che il picco massimo di attività dello sciame è avvenuto proprio quando il radiante era all’orizzonte. Nel grafico in fig. 2, che mostra il tasso orario nei giorni in cui c’è stata maggiore attività delle Quadrantidi, è ben visibile un primo filamento che presenta il suo massimo alla longitudine solare di circa 282.4° (prima freccia nera), mentre il secondo e ben più consistente massimo atteso alla longitudine solare di circa 283.1° (seconda freccia nera) avviene con l’altezza minima del radiante nella prima parte della serata del 3 gennaio. Il doppio filamento conferma anche le osservazioni di gennaio 2025 (4).

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. Le due frecce indicano il massimo in corrispondenza di due diversi filamenti.

Il passaggio dello sciame è visibile anche nella misura della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig. 3) che registra un aumento proprio nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio con un valore massimo proprio centrato alla longitudine solare di circa 283.1°. Assai minore, invece, il dato relativo al primo filamento, un risultato che fa supporre un diverso indice di massa, con meteore più piccole e leggere rispetto al filamento principale.

Fig. 3: Potenza media dei segnali registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il valore massimo, centrato alla longitudine solare di circa 283.1°, in corrispondenza del secondo filamento.

Per tutta la giornata del 17 gennaio, inoltre, dalle 9 UT alle 16 UT, la rete CARMELO ha registrato un debole aumento della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig.4). È possibile associare questo aumento medio a una debole attività di sciami diurni (daylight showers), quindi senza controparti osservative nel visibile. Tra questi, considerate le osservazioni degli anni passati, potremmo citare le Serpentis-Coronae Borealis (594 RSE) oppure le γ-Ursae Minoris (404 GUM).

Fig. 4: Potenza media dei segnali registrati tra la longitudine solare 280° e 312° circa, con un picco indicato dalla freccia nera tra le 9 UT e le 16 UT del 17 gennaio.

Bibliografia

1) Eugène Delporte (1930), IAU: “Délimitation Scientifique des Constellations”. At the University Press
2) Peter Jenniskens (2004): “2003 EH_1 and the Quadrantid shower”. WGN, Journal of the International Meteor Organization, vol. 32, no.1, p.7-10
3) Ki-Won Lee et al. (2009): “Orbital Elements of Comet C/1490 Y1 and the Quadrantid shower”. Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, vol. 400
4) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2025): “Bollettino delle radiometeore di gennaio 2025”

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Bollettino di Dicembre

Introduzione

Dicembre è il mese delle Geminidi (GEM), uno sciame originato dall’asteroide 3200 Phaeton. La massima attività delle Geminidi è stata registrata dalla rete CARMELO nella notte tra il 13 e il 14 dicembre. Non è stata invece registrata una particolare attività dallo sciame delle Ursidi, in analogia agli osservatori visuali.

I dati del mese di Dicembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di dicembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di dicembre 2025.

Le Geminidi

Nel mese di dicembre il protagonista è lo sciame meteorico delle Geminidi (GEM), una pioggia che si sta evolvendo in maniera molto rapida e che in meno di un centinaio d’anni probabilmente sparirà del tutto.

Lo sciame delle Geminidi rappresenta un caso unico tra gli sciami meteorici: la loro origine non è legata a una cometa, ma a un asteroide, 3200 Phaethon (1). Scoperto nel 1983 con il satellite IRAS (Infrared Astronomical Satellite), 3200 Phaethon è un asteroide di tipo Apollo con un’orbita fortemente ellittica, che incrocia quelle di Marte, Terra, Venere e Mercurio e che lo porta molto vicino al Sole, più di qualsiasi altro asteroide conosciuto. Questo passaggio ravvicinato genera temperature estremamente elevate, capaci di superare i 750°C, abbastanza per provocare la sublimazione di alcuni materiali superficiali e il rilascio di detriti. Questi detriti costituiscono proprio il materiale che origina le Geminidi.

I modelli suggeriscono che i detriti vengano prodotti in quantità significative a ogni passaggio dell’asteroide vicino al Sole, e si distribuiscano lungo la sua orbita in una scia compatta e ben definita.

Le Geminidi sono solitamente attive dal 2 al 19 dicembre. Negli ultimi anni lo ZHR (Zenithal
Hourly Rate) si è mantenuto costante con 120-150 meteore registrate all’ora e un picco di attività tra il 13 e il 14 dicembre.

Il radiante dello sciame, ovvero il punto in cielo da cui sembrano provenire le meteore, è situato nella costellazione dei Gemelli, vicino alla luminosa stella Castore. Per i cieli dell’emisfero boreale, sorge verso le ore 18 UT e tramonta attorno alle 9 UT.

Fig. 2: Immagine di Davide Alboresi Lenzi, socio AAB (Associazione Astrofili Bolognesi) scattata a Medelana (BO, Italy) il 14/12/2025. 355 pose da 1 minuto, ISO 1600. F=16mm, f/3.5. Il radiante, situato vicino alla stella Castore, è collocato nel punto in cui è iniziata la sequenza delle fotografie e cioè intorno alle 19:30 locali. Da quel momento esso salirà in cielo fino a transitare quasi allo zenith, per poi riabbassarsi verso la mattina.

Durante il picco massimo di attività previsto per le Geminidi, una prima lettura dei dati della rete CARMELO potrebbe suggerire una sottostima dell’attività rispetto alle attese. In realtà, questa apparente discrepanza è riconducibile principalmente alla configurazione geometrica attuale della rete di ricevitori.
Al momento, infatti, la rete CARMELO presenta una distribuzione fortemente concentrata sul territorio italiano, con un punto di vista osservativo sostanzialmente omogeneo. Questo comporta un campionamento del cielo non isotropo, ma fortemente dipendente dalla geometria di ricezione rispetto alla posizione del radiante dello sciame. L’estensione internazionale della rete, attualmente in fase di implementazione con l’ingresso di nuovi osservatori in altri Paesi europei, permetterà in futuro una copertura più uniforme e una migliore ricostruzione tridimensionale dell’attività meteorica.
Nel caso specifico delle Geminidi, il radiante è localizzato in prossimità della stella Castore, con coordinate equatoriali R.A. = 07h 34m 36s e Dec = +31° 53′ 19″. Nelle notti tra il 12 e il 14 dicembre, per le latitudini italiane il radiante ha transitato al meridiano a una declinazione prossima agli 80°, quindi in prossimità dello zenit.
I ricevitori attualmente operativi nella rete CARMELO presentano un campo osservativo centrato mediamente su una declinazione di circa 40°, con un’apertura angolare di ±30°. Ne consegue che la sensibilità geometrica della rete nei confronti dello sciame delle Geminidi è risultata ottimale nelle fasi iniziali e finali della notte, mentre è risultata molto ridotta in corrispondenza del transito meridiano del radiante, ovvero nella fascia centrale della notte.
L’andamento del tasso orario registrato, visibile in fig. 3, riflette bene questa configurazione: si osserva un incremento nelle prime ore serali, seguito da una progressiva diminuzione fino a metà nottata, con un andamento compatibile con una dipendenza sinusoidale dall’angolo di incidenza del radiante rispetto al campo di vista dei ricevitori, e quindi un nuovo aumento verso le ore mattutine.
Sulla base di questa distribuzione geometrica, è possibile ipotizzare che il valore reale del tasso orario al momento del massimo fosse significativamente superiore a quanto direttamente misurato dalla rete (la freccia in fig. 3 e 4), in linea con quanto riportato dalle osservazioni radio e visuali su scala globale.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Un Confronto con il 2024

Questo è il primo bollettino del secondo anno di report mensili sull’attività registrata dalla rete CARMELO e sull’analisi qualitativa dei risultati. Possiamo quindi procedere a un breve confronto con i risultati riportati nel bollettino di dicembre 2024 (2).

Visivamente si nota subito la differenza tra i due grafici dei tassi orari registrati (fig.5), dovuta non al numero di eventi registrati, ma al diverso metodo di campionamento temporale. Nel 2024 i tassi orari erano calcolati su intervalli di un’ora, mentre negli ultimi mesi di quest’anno la risoluzione è stata modificata in intervalli di 15 minuti. I picchi risultano quindi più stretti e meno mediati, ma l’intensità complessiva dello sciame delle Geminidi risulta comunque confrontabile con quella dello scorso anno, se integrata su base oraria (tenendo conto delle considerazioni fatte in precedenza sulle rilevazioni).

Fig. 5: Sopra, andamento nel mese di dicembre 2024. Sotto, andamento del mese di dicembre 2025.

Un elemento che mostra invece una differenza reale rispetto al 2024 è il numero di conteggi registrati nei giorni precedenti e successivi al massimo dello sciame (sempre fig. 5), dominati in gran parte dalla componente sporadica. Nel 2025 questo fondo risulta sensibilmente più elevato, principalmente per tre motivi:
• Aumento del numero di stazioni operative nella rete;
• Introduzione dei nuovi processori P5 nei ricevitori di ultima generazione;
• Miglioramento degli algoritmi di rilevazione e classificazione del software.
Questi fattori hanno portato a un incremento della sensibilità complessiva del sistema e a una maggiore capacità di rilevare gli echi più deboli.

Bibliografia

1) Peter Jenniskens et al. (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, 397-422
2) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2024): “Bollettino delle radiometeore di dicembre 2024

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Novembre” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Novembre” ]

Bollettino di Novembre

Introduzione

Novembre è il mese delle Leonidi (LEO), ma quest’anno la rete CARMELO non ha registrato un’attività particolarmente intensa in corrispondenza del massimo previsto per lo sciame.

I dati del mese di Novembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di novembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di novembre 2025.

Le Leonidi

Nel mese di novembre il cielo torna a ospitare lo sciame delle Leonidi (LEO), associato alla cometa periodica 55P/Tempel-Tuttle e legato al suo ciclo orbitale di circa 33 anni. Ogni volta che la cometa attraversa il perielio rilascia una nuova scia di detriti, responsabili delle spettacolari “tempeste” meteoriche osservate in epoche come il 1966 o, più recentemente, il 2001.
Negli ultimi anni tuttavia il “serbatoio” di polveri che la Terra incontra a metà novembre si è progressivamente impoverito. Fino al prossimo ritorno della cometa, atteso per il 2031, lo sciame continuerà a mostrare un’attività sempre più modesta. Secondo le stime dell’International Meteor Organization (IMO), quest’anno la Terra ha incrociato due segmenti della scia del 1699 nella serata del 17 novembre, con una frequenza prevista di circa 15–20 meteore l’ora (1). Tuttavia il radiante, situato nella costellazione del Leone, si è alzato solo intorno alle 23:30 in Italia, in coincidenza del massimo atteso, impedendo quindi di rilevare un numero elevato di eventi.
I modelli indicavano anche possibili incontri con scie più antiche: quella del 1167 (prevista il 9 novembre), del 1633 (15 novembre) e un primo passaggio nella scia del 1699. Tuttavia, come spesso accade per le Leonidi in questa fase povera di materiale, le previsioni restavano accompagnate da un ampio margine d’incertezza.
L’attività osservata quest’anno dalla rete CARMELO conferma il quadro di debolezza dello sciame. Anche nelle rilevazioni visuali, come indicato dalle osservazioni del Global Meteor Network (GMN, 2), lo ZHR si è mantenuto su valori molto bassi, senza variazioni significative nei momenti in cui erano previsti i massimi.
L’unico incremento leggermente più evidente tra i rilevamenti di CARMELO si nota nella mattina del 19 novembre, attorno alla longitudine solare 236.8° (vedi fig. 2, dove è stato riportato in blu il grafico dell’altezza del radiante).
Considerata l’elevata velocità delle Leonidi, di circa 72 km/s ci si attenderebbe di rilevare echi radio con marcati echi di testa e chiari spostamenti Doppler, che sono come delle impronte caratteristiche delle meteore più rapide. Anche sotto questo aspetto, però, i dati della rete indicano una presenza molto scarsa di eventi riconducibili a meteore ad alta velocità.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 13 e il 23 novembre, in funzione della longitudine solare.

Bibliografia:
1) IMO, J. Rendtel (2025): “2025 Meteor Shower Calendar”, pag. 17
2) Global Meteor Network

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Ottobre” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Ottobre” ]

Bollettino di Ottobre

Introduzione

Ottobre è il mese delle Orionidi (ORI). La rete CARMELO ha registrato un moderato aumento dell’attività meteorica tra il 21 e il 22 ottobre, e un ulteriore aumento tra il 26 e il 27 ottobre.

I dati del mese di Ottobre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di ottobre.

Fig. 1: Andamento nel mese di ottobre 2025.

Le Orionidi

Le Orionidi (ORI) sono uno sciame meteorico annuale originato dalla cometa 1P/Halley. La Terra incontra ogni anno il flusso di particelle lasciate dalla cometa lungo la sua orbita, dando origine allo sciame attivo tra inizio ottobre e i primi giorni di novembre. Il picco di attività si registra di solito intorno al 22 ottobre, con uno ZHR che può arrivare a circa 25 meteore all’ora, in condizioni favorevoli. Queste meteore sono piuttosto veloci: entrano nell’atmosfera terrestre a circa 67.5 km/s, producendo tracce rapide e sottili, a volte con meteore particolarmente luminose.
Le Orionidi hanno mostrato in passato anche episodi di incremento improvviso dell’attività (outburst). In particolare, nel 1993 si registrò un outburst inatteso nelle notti tra il 16 e il 18 ottobre, quindi qualche giorno prima del picco atteso. In quelle notti furono osservate anche meteore molto brillanti, in corrispondenza di longitudini solari intorno a 202°–205°. L’anno successivo il fenomeno non si ripeté (1).
Il radiante delle Orionidi si trova nella costellazione di Orione, vicino alla stella Betelgeuse. Questo significa che le meteore sembrano provenire da questa area del cielo. Per gli osservatori dell’emisfero settentrionale, come la rete CARMELO, il radiante sorge a tarda sera e raggiunge la massima elevazione nelle ore subito prima dell’alba. In fig.2, al tasso orario di segnali ricevuti nei giorni in cui è stato registrato un aumento del numero di meteore, compatibile con l’attività delle Orionidi, è sovrapposta una linea blu che indica l’elevazione del radiante.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 17 e il 29 ottobre, in funzione della longitudine solare.

Quest’anno, la rete CARMELO ha rilevato un aumento apprezzabile nel tasso orario di eventi rilevati tra la longitudine solare 208° e 209°, quindi tra il 21 e il 22 ottobre. Tuttavia, proprio in corrispondenza del previsto passaggio della Terra nel massimo dello sciame delle Orionidi, il 22 ottobre, il radar Graves è stato spento per circa 4 ore.
Abbiamo notato anche un ulteriore aumento tra la longitudine solare 212° e 214°, ovvero tra il 26 e il 27 ottobre (vedi sempre fig.2).

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, pag. 301-302

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Settembre” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Settembre” ]

Bollettino di Settembre

Introduzione

A settembre l’attività meteorica rilevata dalla rete CARMELO è stata moderata e non ha permesso di evidenziare picchi di attività di determinati sciami. Abbiamo perciò scelto di sfruttare l’occasione per una riflessione ragionata sulla possibilità di valutare, almeno qualitativamente, il comportamento degli sciami meteorici a partire dai dati della rete.

I dati del mese di Settembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di settembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di settembre 2025.

Nel mese di settembre l’attività meteorica registrata dalla rete CARMELO è stata più o meno costante. Non si sono verificati picchi di attività associabili a qualche sciame in particolare.

Il comportamento degli sciami

L’osservazione delle meteore tramite radio meteor scatter in ambito amatoriale, come abbiamo già visto, soffre la grave limitazione di non poter definire le orbite. Di conseguenza è impossibile classificare le singole meteore.
All’opposto, come è noto, questo tipo di osservazione prescinde dalle condizioni meteo e dalla presenza o meno del Sole o della Luna. Può quindi essere di supporto nella valutazione, almeno qualitativa, del comportamento degli sciami. Proviamo quindi a ipotizzare un utilizzo dei dati di CARMELO con questo obiettivo.
Ipotizziamo che uno sciame meteorico, al momento della sua formazione, abbia una struttura omogenea, cioè che le particelle che lo compongono siano uniformemente distribuite all’interno del cilindro venutosi a creare dalla liberazione di materia dal corpo progenitore.
Come è noto, col passare del tempo questa omogeneità viene a perdersi a causa di alcune forze perturbanti. La più nota di queste è quella che va sotto il nome di effetto di Poynting Robertson. Questo effetto si spiega con il fatto che le particelle che vengono riscaldate dal Sole tendono a raffreddarsi riemettendo la stessa energia nell’infrarosso, in tutte le direzioni.
Prendendo in esame il comportamento medio di tutte le particelle, quindi attribuendo loro una simmetria sferica, se la particella fosse ferma, la radiazione emessa sarebbe la stessa in tutte le direzioni, con uguale quantità e uguale frequenza.
Tutte le particelle invece viaggiano nel Sistema Solare, e lo fanno a una velocità di circa 30 km/s, di conseguenza nella direzione di marcia la frequenza della radiazione emessa è più alta di quella emessa nella direzione inversa, a causa dell’effetto Doppler. (1)
Secondo la legge di Plank, la famosa legge alla base della meccanica quantistica:

Dove e è l’energia, h la costante di Plank e 𝜈 la frequenza.
L’energia rilasciata nella direzione di marcia è maggiore di quella rilasciata nella direzione opposta: ne consegue quindi che la particella subisce un’azione frenante. Tale azione frenante non sarà uguale per tutte le particelle, ma sarà proporzionale alla loro capacità di ricevere e riemettere calore e quindi, tra le altre grandezze, alla loro massa.
Più un corpo viene rallentato più la sua orbita si “stringe”, cioè gli assi dell’orbita divengono minori. Ne consegue quindi che particelle diverse vengono indotte dall’effetto Poynting Robertson a differenziare le loro orbite in ragione della loro massa (vedi fig. 2).

Fig. 2: Differenziazione delle orbite in funzione delle masse.

Lo sciame, con il passare degli anni viene a perdere sempre più la sua simmetria. Ci sono due parametri, derivati dall’osservazione visuale, che descrivono analiticamente questo fenomeno:
• La densità del flusso meteorico (meteoric flux density).
• L’indice di massa (mass index).
La densità del flusso meteorico (meteoric flux density) si indica con Q(m0) ed è definita come la quantità di meteoroidi di massa m0 nell’unità di tempo, in una unità di area perpendicolare alla direzione del moto.
Per esempio, per m0 = 10 mg potremo avere Q(m0) = 0.001 miliardesimi al metro quadro al secondo.
L’indice di massa (mass index) è l’esponente (s) in una distribuzione di potenza delle masse dei meteoroidi, un metodo per modellare il numero di meteoroidi di diverse dimensioni esistenti. La formula è:

dN/dM = N₀(M/M*)⁻ˢ

dove dN è il numero di meteoroidi in un intervallo di massa dM, N₀ è una costante, M* è una massa caratteristica e s è l’indice di massa. (2)
Nel grafico che segue è riportato il confronto tra Q(m0) ed s per uno sciame generico: sulle ascisse la longitudine solare, cioè il tempo.

Fig. 3: Confronto tra Q(m0) ed s in uno sciame generico. (2)

La differenza tra il massimo di Q(m0) e il massimo di s rappresenta il lasso di tempo che intercorre tra il massimo della densità di particelle e il massimo di particelle di maggior massa, ed è proporzionale all’età dello sciame: quanto più lo sciame è giovane, tanto più la lunghezza della freccia rossa in fig. 3 tende a zero.
A complicare le cose, occorre considerare l’inclinazione delle orbite, che cambia il modo in cui la Terra incontra lo sciame (vedi fig. 4).

Fig. 4a – Orbita a bassa inclinazione sull’eclittica.

Fig. 4b – Orbita ad alta inclinazione sull’eclittica.

Fig. 5: Confronto tra HR e durata, nel caso delle Quadrantidi.

Si tratta di uno sciame notoriamente “giovane”, ma già alla sua età uno sfasamento tra i due massimi è apprezzabile.
Ammettendo che queste considerazioni abbiano un fondamento scientifico nonostante le semplificazioni effettuate, potremmo anche spingerci a valutare un ordine di grandezza delle distanze in gioco.
Considerando che

s=v*t

e che la velocità v della Terra nel Sistema Solare è di circa 30 Km/s, in 9 ore lo spazio percorso sarà di:

s=30*9*60*60 = 972000 Km

Ovvero, lo scivolamento verso un’orbita interna da parte delle particelle più massicce ha comportato una distanza tra le orbite dell’ordine di grandezza di un milione di chilometri.
L’attendibilità del confronto che qui proponiamo andrà verificata in futuro con altri sciami.

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press
2) O. Belkovich, D. Pajovic, J M. Wislez (2005): “Basic elements of meteor stream theory”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 17 e seg.
3) O. Belkovich, Cis Verbeeck (2005): “The physics of meteoroid ablation and the formation of ionized meteor trails”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 21 e seg.

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Agosto” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Agosto” ]

Bollettino di Agosto

Introduzione

Agosto è il mese delle Perseidi. Quest’anno, nonostante lo sciame sia come sempre molto sparso, un picco di maggiore attività meteorica è stato registrato nella notte del 13 agosto.

I dati del mese di Agosto

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di agosto.

Fig. 1: Andamento nel mese di agosto 2025.

Le Perseidi

Le Perseidi (PER) sono uno degli sciami meteorici più noti e spettacolari dell’anno, attivo dalla fine di luglio fino a quasi la fine di agosto. Il massimo di attività si registra attorno alla metà del mese di agosto, ma lo sciame si distingue per la sua durata piuttosto estesa: le meteore possono essere osservate per diverse settimane, rendendolo un fenomeno diffuso e non circoscritto a una sola notte.
Le Perseidi sono originate dai detriti lasciati dalla cometa Swift-Tuttle, che la Terra incontra ogni anno in questo periodo. Il radiante si trova nella costellazione di Perseo, da cui lo sciame prende il nome. Le meteore sono particolarmente veloci, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 61 km/s, e producono scie luminose brillanti e persistenti, spesso accompagnate da tracce di ionizzazione ben rilevabili anche tramite osservazioni radio.
Quest’anno, la rete CARMELO ha registrato la maggiore attività dello sciame nella notte del 13 agosto, per una durata di circa 5-6 ore, tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°, come in fig. 2.

Fig. 2: Massimo di attività meteorica registrato tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°.

Anche le osservazioni visuali dell’International Meteor Organization (IMO), in fig. 3, e, tramite le telecamere, del Global Meteor Network (GMN), in fig. 4, mostrano un picco di attività dello sciame in corrispondenza del 13 agosto (1), (2).

Fig. 3: Grafico dello ZHR (Zenithal Hourly Rate) registrato da IMO.

Fig. 4: Grafico del flusso di meteoroidi in atmosfera registrato dalle camere GMN.

Tornando ai nostri dati radio notiamo un aumento in corrispondenza delle ore 8-9 UT del 12 agosto, sia nel grafico della potenza ricevuta (in fig. 5) che nel grafico della durata degli echi meteorici (in fig. 6).
Sappiamo che la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi (saturazione del cilindro): quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati, tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati è anche proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.
Dato che l’energia cinetica è data da:

Ec = mv2/2

e dato che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano alla stessa velocità v, se ne deduce che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Quindi possiamo ipotizzare che in corrispondenza delle 8-9 UT del 12 agosto, alla longitudine solare 139.57° si sia misurato un aumento di energia cinetica, il che ci fa supporre che probabilmente sono entrati in atmosfera meteoroidi di massa maggiore rispetto alla media delle altre Perseidi, e con un anticipo di una trentina di ore rispetto al massimo del tasso orario.

Fig. 5: Grafico della potenza degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

Fig. 6: Grafico della durata degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Luglio” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Luglio” ]

Bollettino di Luglio

Introduzione

Nella prima metà del mese di luglio l’attività meteorica è stata moderata, principalmente dominata dallo sciame meteorico delle Psi Cassiopeidi (187 PCA).

I dati del mese di Luglio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di luglio.

Fig. 1: Andamento nel mese di luglio 2025.

Le Psi Cassiopeidi

Le Psi Cassiopeidi (187 PCA) sono uno sciame meteorico attivo nella prima metà di luglio, con picco massimo attorno alla metà del mese. Si tratta di uno sciame minore, poco visibile a occhio nudo ma rilevabile tramite sistemi di osservazione radio, grazie alla velocità e alla frequenza delle meteore, specie nelle ore crepuscolari. Non è associato ad alcun corpo progenitore noto (1).
Il radiante dello sciame è localizzato nella costellazione di Cassiopea, vicino alla stella Psi Cassiopeiae, da cui prende il nome. Le Psi Cassiopeidi sono rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 58 km/s, e producono echi radio intensi e di breve durata.
Nel 2025, lo sciame delle Psi Cassiopeidi ha mostrato un’attività crescente nella prima metà del mese di luglio, e la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con il tracciamento dello sciame (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra il 4 e il 18 luglio 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Psi Cassiopeidi.

Bibliografia:
(1) Peter Jenniskens et al. (2006): Meteor showers and their parent comets. Cambridge University Press

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Giugno” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Giugno” ]

Bollettino di Giugno

Introduzione

A giugno la rete CARMELO ha registrato un’attività meteorica in crescente intensità, e nella prima metà del mese ha rilevato un’attività compatibile con lo sciame diurno delle Arietidi (171 ARI).

I dati del mese di Giugno

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di giugno.

Fig. 1: Andamento nel mese di giugno 2025.

Le Arietidi

Le Arietidi (171 ARI) sono uno sciame meteorico attivo da metà maggio a metà giugno. Si tratta del più intenso sciame meteorico diurno (daytime shower) dell’anno: il suo massimo avviene quando il Sole è già alto nel cielo, rendendone l’osservazione visuale estremamente difficile, con meno di una meteora visibile all’ora. Le meteore delle Arietidi sono tuttavia ben rilevabili con strumentazione radio.
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Ariete, in una posizione circa 4 gradi a sud-est della stella 41 Arietis. Le meteore sono generalmente rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 42 km/s, corrispondente a una velocità media rispetto ad altri sciami, non alta (1).
Nel 2025, lo sciame delle Arietidi ha mostrato una attività crescente tra il 3 e il 13 giugno, e anche la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con un picco giornaliero dello sciame tra le 11:00 e le 12:00 UT (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra l’1 e il 15 giugno 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Arietidi.

Spegnimento del radar Graves

Dalla fig. 1 che mostra l’andamento del tasso orario di meteore rilevate dalla rete CARMELO salta all’occhio l’interruzione dell’11 giugno, tra le 7:00 UT e le 10:00 UT, ovvero tra le longitudini solari 80.28° e 80.40° (vedi fig. 3). Essa corrisponde a uno spegnimento del radar Graves in Francia, probabilmente causata da una manutenzione della stazione.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Durante lo spegnimento, durato circa tre ore, i ricevitori della rete CARMELO hanno registrato soltanto 4 eventi, tutti chiaramente identificabili come falsi positivi. In condizioni normali, nello stesso intervallo temporale, il sistema registra in media oltre 1000 eventi. Questo confronto porta a una considerazione interessante: se in assenza del segnale radar riceviamo solo 4 eventi spuri, significa che, in condizioni standard, circa il 99.6% delle registrazioni sono effettivamente meteore. Un risultato che conferma l’affidabilità del sistema di rilevamento automatico di CARMELO.

Bibliografia:

  1. 1Robert Lunsford (2025): Meteor Activity Outlook for 14-20 June 2025, eMeteorNews

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Maggio” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Maggio” ]

Bollettino di Maggio

Introduzione

Nel mese di maggio la rete CARMELO non ha rilevato un’attività meteorica particolarmente intensa. All’inizio del mese si è verificato un picco, anche se non molto pronunciato, dello sciame delle Eta Aquaridi (ETA), nella notte tra il 5 e il 6 maggio. Segnaliamo inoltre il rilevamento di un outburst meteorico probabilmente legato alla cometa 73P/Schwassmann–Wachmann nei primi giorni di giugno.

I dati del mese di Maggio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di maggio.

Fig. 1: Andamento nel mese di maggio 2025.

Le Eta Aquaridi

Le Eta Aquaridi (ETA) sono uno sciame meteorico attivo ogni anno tra metà aprile e fine maggio, con un picco di visibilità attorno al 6 maggio. Anche se meno appariscenti rispetto a sciami più noti, le Eta Aquaridi rivestono una certa importanza particolare per la loro origine: i frammenti che le compongono provengono dalla celebre cometa di Halley, la stessa che dà origine anche alle Orionidi di ottobre (1).
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Acquario, nei pressi della stella Eta Aquarii, da cui prende il nome. Nelle nostre latitudini questo punto sorge poco prima dell’alba, intorno alle 3:30, rendendo le ultime ore della notte il momento più adatto per l’osservazione e la rilevazione. A causa della posizione bassa del radiante sull’orizzonte, il numero di meteore visibili in Italia è generalmente limitato a circa 30–40 l’ora. Nelle regioni australi, dove il radiante si alza molto di più sull’orizzonte, lo sciame offre invece uno spettacolo ben più intenso, con tassi orari allo zenit (ZHR) che possono superare le 50–60 meteore all’ora.
Le Eta Aquaridi si distinguono anche per l’alta velocità delle meteore, che possono raggiungere oltre 66 km/s. Questo rende le loro tracce nel cielo particolarmente luminose e persistenti, con scie che talvolta permangono per diversi secondi.
Nel 2025, il picco di attività dello sciame era atteso nella notte tra il 5 e il 6 maggio. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata, in particolare tra le 2:00 e le 5:00 del mattino del 6 maggio, dove il massimo conteggio è stato di 204 eventi alle 2:00 quando ancora il radiante era sotto l’orizzonte, e successivamente, nell’intorno dell’alba, si è aggirato tra i 170 e i 180 eventi, tra le longitudini solari 45.55° e 45.67°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 5 e il 6 maggio 2025, con un’attività meteorica molto moderata.

Gli outburst del 31 maggio e 1 giugno

Il 6 giugno il Central Bureau for Astronomical Telegrams ha pubblicato il CBET 5561 (2), in cui si riportano due intensi outburst meteorici potenzialmente associati allo sciame minore delle Tau Herculids (61 TAH), generato da frammenti della cometa 73P/Schwassmann–Wachmann. Le osservazioni sono state condotte dal Croatian Meteor Network, che ha evidenziato due picchi ben distinti nel tasso orario di meteore, il secondo dei quali si è concluso bruscamente intorno alle 0:00 UTC del 2 giugno (longitudine solare 70.71°).
Quando una cometa come 73P/Schwassmann–Wachmann si frammenta (come è avvenuto in modo spettacolare nel 1995, con ulteriori rotture osservate nel 2006), rilascia materiale in grandi quantità: frammenti grandi e piccoli, polveri, e meteoroidi che vengono espulsi con velocità leggermente diverse tra loro. Queste differenze di velocità iniziale, anche minime, portano col tempo i meteoroidi a distribuirsi lungo l’orbita della cometa in modo non uniforme. Questo processo si chiama espansione differenziale: le particelle più veloci si allontanano in avanti, quelle più lente restano indietro. Dopo anni o decenni, queste “nuvole” si separano, generando pacchetti o filamenti che possono intersecare l’orbita terrestre in momenti precisi, dando luogo a outburst meteorici brevi ma intensi.
Nel caso della cometa 73P, diversi studi modellistici (3) hanno previsto che i detriti espulsi nei passaggi del 1995 e del 2006 — anni chiave per i suoi eventi di disgregazione — avrebbero potuto raggiungere la Terra intorno al 2022–2025. Il comportamento osservato in questi giorni è compatibile con l’arrivo di uno di questi filamenti di meteoroidi, confermando le simulazioni.
Osservando i dati della rete CARMELO, notiamo effettivamente un aumento del numero di echi meteorici rilevati tra l’1 e il 2 giugno, seguito da un improvviso calo proprio in corrispondenza alla longitudine solare 70.71° come indicato nel CBET.
Il radiante dello sciame associato alla cometa 73P transitava in meridiano proprio attorno a mezzanotte. Questo significa che al momento del calo non si era verificata alcuna variazione significativa nella geometria di osservazione. Il brusco calo dell’attività meteorica potrebbe quindi essere imputato alla cessazione del flusso di meteoroidi.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Bibliografia:

(1) A. Egal et al. (2020): Activity of the Eta-Aquariid and Orionid meteor showers, Astronomy & Astrophysics, Vol. 640
(2) Two meteor shower outbursts with potential connection to comet 73P, Central Bureau for Astronomical Telegrams, CBET 5561
(3) A Egal et al (2023): Modelling the 2022 τ-Herculid outburst, The Astrophysical Journal, Vol. 949
(4) L. Barbieri et al. (2024): What CARMELO can observe, eMeteorNews, vol. 9, no. 4, p. 241-248

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Bollettino di Aprile

Introduzione

Aprile è il primo mese primaverile a mostrare degli sciami meteorici prevalenti, come quello antico delle Liridi (LYR). Il picco di attività per il 2025 era previsto tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha osservato un’attività moderata, con un lieve aumento nella notte tra il 22 e il 23 aprile, all’orario in cui la Lira si trovava circa in meridiano.

I dati del mese di Aprile

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di aprile.

Fig. 1: Andamento nel mese di aprile 2025.

Le Liridi

Le Liridi sono uno sciame meteorico attivo ogni anno in aprile, con un picco solitamente attorno al 22 del mese. Si tratta di uno degli sciami più antichi mai osservati, e dello sciame con la più lunga documentazione storica continua, con osservazioni che risalgono almeno al 687 a.C. (1).

Il corpo progenitore è stato identificato nel XIX secolo nella cometa C/1861 G1 (Thatcher), che impiega circa 415 anni per compiere un’orbita attorno al Sole. Le meteore di questo sciame hanno come radiante la costellazione della Lira, vicino alla brillante stella Vega. Le Liridi si distinguono per la loro velocità (circa 49 km/s) e per la possibilità di produrre scie brillanti e persistenti in cielo.

Solitamente si possono vedere attorno alle 15–20 meteore all’ora, ma occasionalmente si sono registrati picchi molto più elevati, che si riteneva fossero associati alla vicinanza della cometa madre alla Terra. Tuttavia, studi condotti alla fine del XX secolo hanno smentito questa correlazione diretta e indicano che gli outburst potrebbero essere invece legati a risonanze dinamiche o a dense regioni di materiale all’interno della scia cometaria (1).

Uno degli eventi più intensi fu l’outburst del 1803, con un tasso orario stimato di circa 860, che suscitò grande interesse astronomico. Uno più recente avvenne nel 1982, quando si registrarono fino a 90 meteore/h (2).

Nel 2025 il picco delle Liridi era atteso nelle ore notturne tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata tra il 21 e il 23 aprile, con un tasso orario di rilevazioni maggiori il 23, e un picco massimo alle 01:00 UT del 23 aprile, alla longitudine solare 32.80°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 21 e il 24 aprile 2025, con picco di attività meteorica il 23 aprile alla longitudine solare 32.80°.

La lacuna delle 6

Un’anomalia ricorrente nei dati raccolti dalla rete CARMELO, già riscontrata in passato con il sistema RAMBO, è il sistematico calo di meteore registrate attorno alle ore 6 locali in primavera, proprio quando ci si attenderebbe il massimo giornaliero teorico della frequenza meteorica.

Fig. 3: Tasso orario di meteore in funzione dell’ora del giorno, in prossimità dell’equinozio di primavera, che ci si aspetterebbe di osservare.

Questo fenomeno, da noi definito “la lacuna delle 6” (vedi fig. 4), rappresenta un apparente paradosso osservativo che trova una spiegazione interessante.

Fig. 4: A sinistra, andamento del tasso orario di eventi registrato da CARMELO nell’aprile 2025, con evidente la “lacuna delle 6”; in inverno; a destra, dati raccolti in inverno.

Secondo il modello sviluppato da Giovanni Schiaparelli nel 1867 (3), la quantità di meteore osservata non è costante nel corso della giornata né dell’anno, ma segue delle variazioni regolari. Questo accade per via del movimento combinato della Terra, che ruota su sé stessa e orbita attorno al Sole. Anche se le meteore arrivassero da tutte le direzioni dello spazio in modo uniforme (cioè con una distribuzione isotropa dei radianti), l’effetto combinato tra la velocità della Terra e quella delle particelle meteoritiche crea un’illusione di concentrazione: le meteore sembrano arrivare in numero maggiore da una direzione specifica nel cielo, detta apice del moto terrestre (vedi fig.5).

Questo punto attraversa ogni giorno la volta celeste con un movimento analogo a quello del Sole e raggiunge il meridiano locale attorno alle 6 del mattino (tempo solare vero), generando così un massimo giornaliero della frequenza osservata. Simmetricamente, il minimo si verifica attorno alle 18.

Fig. 5: Rappresentazione dell’apice del moto terrestre rispetto all’eclittica e alla posizione di un osservatore sulla Terra.

Nel corso dell’anno, l’apice percorre l’eclittica, oscillando in declinazione: raggiunge valori massimi in primavera e minimi in autunno. Proprio in primavera, quindi, l’apice si trova a quote elevate (70–80° sull’orizzonte) durante il suo transito meridiano mattutino.

Fig. 6: Andamento dell’altezza del radiante sopra l’orizzonte nel corso dell’anno.

Le antenne utilizzate nella rete CARMELO sono caratterizzate da una discreta direttività, ed essendo fisse hanno un guadagno massimo concentrato in una specifica porzione di cielo. In particolare, la zona in cui l’antenna ha più guadagno nel ricevere i segnali radio riflessi dalle meteore è generalmente su declinazioni comprese tra 30° e +40° rispetto all’orizzonte. Questo comporta il fatto che le antenne della rete hanno meno sensibilità per meteore che si verificano ad altezze molto elevate nel cielo. E di conseguenza, quando l’apice del moto terrestre culmina in cielo ad alte declinazioni (vedi fig.7), come in primavera ed alle ore 6, le meteore che arrivano da quella direzione vengono intercettate con meno efficacia, con una conseguente riduzione delle rilevazioni proprio nel momento in cui, secondo la geometria, ci si attenderebbe il massimo di attività.

L’effetto risulta più evidente in primavera per due motivi principali:

  1. L’apice ha declinazioni più elevate.
  2. Il contributo meteorico è dominato dalle sporadiche, che rendono più “pulito” l’andamento sinusoidale.

Fig. 7: Posizione dell’apice del moto terrestre in primavera e in autunno.

Bibliografia:

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Bollettino di Marzo

Introduzione

Marzo, come febbraio, è uno dei mesi meno attivi per quanto riguarda il passaggio di grossi sciami meteorici. In attesa del picco delle Liridi, previsto per la seconda metà di aprile, questo mese abbiamo concentrato la nostra attenzione su alcune considerazioni riguardanti il rumore radioelettrico.

I dati del mese di marzo

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di marzo.

Fig. 1: Andamento nel mese di marzo 2025.

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Febbraio” collapse_text=”NASCONDI il bollettino di Febbraio” ]

Bollettino di Febbraio

Introduzione

Febbraio è uno dei mesi meno attivi dal punto di vista degli sciami meteorici. A differenza di gennaio, caratterizzato dal picco delle Quadrantidi, e di altri mesi con eventi più marcati, il periodo invernale centrale non presenta sciami di particolare rilievo. Tuttavia, l’osservazione radar permette di rilevare fenomeni altrimenti inosservabili, come i Daytime Showers, sciami meteorici il cui radiante è talmente vicino al Sole da non poter essere osservato con metodi ottici tradizionali. I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids (114 DXC).

I dati del mese di febbraio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di febbraio.

Fig. 1: Andamento nel mese di febbraio 2025.

I Daytime Showers

I Daytime Showers sono sciami meteorici i cui radianti si trovano molto vicini alla posizione del Sole nel cielo, rendendoli impossibili da osservare con strumenti ottici. A differenza degli sciami notturni, che presentano radianti ben visibili sopra l’orizzonte nelle ore serali o notturne, i Daytime Showers possono essere rilevati quasi esclusivamente attraverso osservazioni radar (1, 2). I loro radianti si trovano tipicamente tra i 20° e i 30° a ovest del Sole e vengono identificati grazie alle tecniche di radio-forward scatter e radar.
L’assenza di osservazioni ottiche implica che le informazioni su questi sciami sono spesso limitate. Mentre gli sciami notturni più noti, come le Perseidi o le Geminidi, hanno tassi di attività ben documentati e parametri ben definiti, molti Daytime Showers restano ancora poco studiati. Alcuni di essi mostrano attività più elevate e sono stati rilevati anche da reti di video osservazioni, mentre altri hanno un’attività così debole da rendere difficile una loro caratterizzazione precisa.
Le osservazioni radar degli ultimi decenni hanno comunque permesso di mappare i principali sciami diurni e di riconoscerne l’attività in periodi specifici dell’anno. Tra i più noti (2) vi sono quello delle Arietids (171 ARI), attivo tra maggio e giugno (3), e quello delle Sextantids (221 DSX), attivo tra settembre e ottobre. Nel periodo invernale, invece, l’attività dei Daytime Showers è generalmente più bassa, con sciami minori che mostrano un’attività difficilmente distinguibile dal rumore di fondo.
L’analisi di questi sciami è però importante per comprendere meglio la distribuzione e le caratteristiche della popolazione di meteoroidi nel Sistema Solare. Sebbene la loro attività sia spesso inferiore rispetto agli sciami principali, il loro studio permette di affinare i modelli di flusso meteorico e migliorare la nostra comprensione della dinamica delle particelle interplanetarie.

Le χ-Capricornids (114 DXC)

Le χ-Capricornids (114 DXC) sono uno sciame meteorico diurno attivo tra il 29 gennaio e il 28 febbraio, con un massimo previsto intorno al 13 febbraio alla longitudine solare 324.5° (2). Questo sciame è stato individuato grazie a osservazioni radar, poiché la vicinanza del suo radiante al Sole ne impedisce la rilevazione ottica tradizionale. L’attività dello sciame è classificata come bassa, con una distribuzione di meteoroidi caratterizzata da masse ridotte e velocità relativamente basse.
Il radiante delle χ-Capricornids sorge intorno alle 6:30 e tramonta intorno alle 14:30 (ora locale in Italia), limitando così la finestra temporale utile per la loro osservazione radar. A causa della loro bassa attività, non si registrano aumenti significativi nell’intensità dei segnali radio né variazioni rilevanti nella durata degli echi rilevati. Tuttavia, le osservazioni condotte nel corso degli anni hanno mostrato che questo sciame è compatibile con i dati raccolti, suggerendo che una frazione delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere alle χ-Capricornids.
Studi precedenti, tra cui quelli riportati da Jürgen Rendtel nel 2014 (2), indicano che la popolazione di meteoroidi appartenente alle χ-Capricornids potrebbe derivare da una sorgente progenitrice non ancora identificata con certezza. Il fatto che le meteore osservate abbiano una scarsa intensità e brevi echi radio suggerisce che i frammenti siano il risultato di un processo di erosione prolungato, piuttosto che di un evento di frammentazione recente.
I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza del χ-Capricornids. Tuttavia, l’assenza di picchi significativi di intensità del segnale e di variazioni nella durata degli echi suggerisce che lo sciame, se effettivamente il segnale è presente, sia composto prevalentemente da meteoroidi di piccola massa e bassa velocità.
In fig.2, il rettangolo grigio evidenzia la finestra di visibilità del radiante sopra l’orizzonte in Italia.
Analizzando il tasso orario di eventi e la potenza massima del segnale (Max Power), si nota un’assenza di fluttuazioni marcate attorno al massimo atteso. Questo comportamento conferma la bassa attività dello sciame, ma la compatibilità dei dati con le previsioni suggerisce comunque che una parte delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere al χ-Capricornids.

Fig. 2: Compatibilità delle osservazioni CARMELO con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids.

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[bg_collapse view=”button-orange” color=”#4a4949″ expand_text=”MOSTRA il Bollettino di Gennaio” collapse_text=”NASCONDI il Bollettino di Gennaio” ]

Il Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi, che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese, per il resto interessato solo dal passaggio di piogge minori. Il picco delle Quadrantidi si è verificato il 3 gennaio.

I dati del mese di gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2025.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, il picco massimo delle Quadrantidi era previsto il 3 gennaio alla longitudine solare 283.2°, corrispondente alle 17 UT. A quell’ora tuttavia il radiante dello sciame si trovava troppo basso sull’orizzonte per un corretto rilevamento. La rete CARMELO ha rilevato la massima attività alle 3 UT del 3 gennaio alla longitudine solare 286.6°, quando il tasso orario è stato di 224, e il radiante delle Quadrantidi era alto in cielo a Nord-Est (fig.2, con evidenziate con i tratti neri in basso le ore del giorno in cui il radiante si trovava sufficientemente in alto sopra l’orizzonte per l’osservazione).

Fig. 2: Picco di massima attività dello sciame delle Quadrantidi il 3 gennaio rilevato alla longitudine solare 282.6°, e picco atteso a 283.2° quando il radiante era troppo basso sull’orizzonte.

La composizione delle Quadrantidi

Il grafico che segue in fig.3 è un confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici nei giorni intorno al picco di attività delle Quadrantidi.

Si noti come i tre picchi del 3 e 4 gennaio nei due grafici siano molto diversi: il picco centrale, intorno alla longitudine solare 283° corrispondente alle ore 13 UT del 3 gennaio, ha echi molto più lunghi; la durata media raggiunge anche il mezzo secondo.

Fig. 3: Confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici tra l’1 e il 6 gennaio.

Questa osservazione ci dice molto sulla composizione di questo sciame. Infatti, la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi: quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati (ioni ed elettroni liberi), tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati, o densità del plasma, è proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.

Noi sappiamo che l’energia cinetica è data da: E = mv*v/2

e sappiamo che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano tutte alla stessa velocità v. Se ne deduce quindi che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Il grafico mostra quindi che lo sciame delle Quadrantidi può essere descritto come un cilindro avente all’esterno un “guscio” di meteore più piccole, e all’interno un filamento di meteore più grosse. Questa caratteristica è tipica degli sciami relativamente giovani (in tempi astronomici, ovviamente). Col trascorrere del tempo, infatti, questa composizione tende a cambiare, sia per l’effetto delle interazioni gravitazionali con i pianeti maggiori del Sistema Solare, sia per la pressione della radiazione solare che tende a spostare le particelle più massicce verso l’esterno dello sciame, generando quindi una conformazione non più simmetrica.

Da notare come nel grafico in basso in fig.3, il picco di aumento di densità verso la longitudine solare 284° (tra il 4 e il 5 gennaio) non sia un falso positivo, o un errore del sistema. Era presente anche al passaggio delle Quadrantidi nel gennaio 2023 e rilevato da CARMELO (4).

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La strumentazione

La rete CARMELO è costituita da ricevitori radio SDR. In essi un microprocessore (Raspberry) svolge simultaneamente tre funzioni:
1) Pilotando un dongle, sintonizza la frequenza su cui trasmette il trasmettitore e si sintonizza come una radio, campiona il segnale radioelettrico e tramite la FFT (Fast Fourier Trasform) misura frequenza e potenza ricevuta.
2) Analizzando il dato ricevuto per ogni pacchetto, individua gli echi meteorici e scarta falsi positivi e interferenze.
3) Compila un file contenente il log dell’evento e lo spedisce ad un server.
I dati sono tutti generati da un medesimo standard, e sono pertanto omogenei e confrontabili. Un singolo ricevitore può essere assemblato con pochi dispositivi il cui costo attuale complessivo è di circa 210 euro.
Per partecipare alla rete leggi le istruzioni a questa pagina.

La rete CARMELO

La rete è attualmente composta da 14 ricevitori di cui 13 funzionanti, dislocati in Italia, Regno Unito, Croazia e USA. I ricevitori europei sono sintonizzati sulla frequenza della stazione radar Graves in Francia, pari a 143.050 MHz. Partecipano alla rete:
• Lorenzo Barbieri, Budrio (BO) ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Bologna ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Medelana (BO) ITA
• Paolo Fontana, Castenaso (BO) ITA
• Paolo Fontana, Belluno (BL) ITA
• Associazione Astrofili Pisani, Orciatico (PI) ITA
• Gruppo Astrofili Persicetani, San Giovanni in Persiceto (BO) ITA
• Roberto Nesci, Foligno (PG) ITA
• MarSEC, Marana di Crespadoro (VI) ITA
• Gruppo Astrofili Vicentini, Arcugnano (VI) ITA
• Associazione Ravennate Astrofili Rheyta, Ravenna (RA) ITA
• Akademsko Astronomsko Društvo, Rijeka CRO
• Mike German a Hayfield, Derbyshire UK
• Mike Otte, Pearl City, Illinois USA
• Yuri Malagutti, Comano (TI) CH

L’auspicio degli autori è che la rete possa espandersi sia quantitativamente che geograficamente, permettendo così la produzione di dati di miglior qualità.


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Editoriale COELUM 278

Editoriale COELUM ASTRONOMIA n°278

Con l’inizio del 2026 prende avvio anche il nuovo “anno” di Coelum, che come i lettori più affezionati sanno comincia tradizionalmente con il numero di febbraio/marzo. Ci eravamo lasciati con un ampio approfondimento dedicato al progetto Lunar Gravitational Wave Antenna, una missione ambiziosa che colpisce soprattutto per la chiarezza e la linearità dell’impostazione: soluzioni essenziali che, come spesso accade, si rivelano anche particolarmente efficaci. Il contributo italiano è rilevante e Coelum continuerà a seguire da vicino l’evoluzione del progetto nei prossimi mesi.
A proposito di aggiornamenti proprio mentre leggerete queste righe, nei primi giorni di febbraio, a Reggio Emilia si svolge il congresso annuale di Geologia Planetaria: un appuntamento fondamentale per fare il punto sulle ricerche in corso e intercettare nuove linee di studio. Anche quest’anno ne trarremo spunto per selezionare i lavori più significativi e raccontarli attraverso la voce diretta dei protagonisti.

Il contributo più prezioso di questo numero è il grande lavoro di ricostruzione storica e scientifica dedicato alla supernova SN1987A, firmato da Fabio Briganti e Riccardo Mancini. Un’indagine accurata sulle fonti che si arricchisce dell’intervista a Ian Shelton, uno dei protagonisti della scoperta, e di immagini inedite, in esclusiva per Coelum, da lui stesso realizzate nei giorni cruciali del 1987. Ne emerge un racconto coinvolgente, attraversato dall’entusiasmo e dalla consapevolezza di aver assistito a un evento irripetibile.
In questo numero la sezione dedicata ai grandi telescopi è volutamente più contenuta: nuovi contributi sui grandi osservatori in costruzione stanno arrivando, ma per questa uscita abbiamo scelto di lasciare più spazio ad altre aree, in particolare a “Esplorazione” e “Astrofotografia e Tecnica”. La prima si arricchisce dell’intervista a Simonetta Di Pippo, referente nazionale per la Space Economy. A cura di Frida Paolella, l’intervista restituisce una visione concreta e positiva del futuro del settore, fondata su cooperazione internazionale e sviluppo tecnologico, un punto di vista che merita attenzione.
La sezione Astrofotografia ospita come di consueto i lavori dello ShaRA Team, ma con una novità: accanto alle immagini trovano spazio le testimonianze dirette degli autori, una sorta di guida passo passo ai processi di elaborazione, utile per comprendere le differenze tra i risultati. Scrivono per Coelum anche gli amici di AstroBoh!, protagonisti di una scoperta inattesa grazie a uno sguardo attento e allenato. I consigli e suggerimenti tecnici sono affidati a Massimo D’Apice, che presenta una nuova soluzione per l’uso dei filtri nella lotta alla dispersione atmosferica.
Ma nel numero 278 la sezione Astrofotografia segna anche il ritorno di una vecchia e graditissima conoscenza: Stefano Tognaccini, che propone l’ultima delle sue idee geniali. Una configurazione Ultra Fast, pensata per essere operativi in pochi minuti, riducendo al minimo la complessità tecnica senza rinunciare alla qualità del risultato. Un approccio che lascia più tempo all’osservazione e al piacere di vivere il cielo, prima ancora che di fotografarlo.
Si conclude in questo numero “Le mie 200 comete” di Claudio Pra, un percorso durato cinque puntate e decenni di osservazioni. Non tutte le comete hanno trovato spazio nelle singole uscite: una scelta necessaria, anche se non facile. Stiamo però già lavorando a nuove modalità per dare visibilità all’intero catalogo osservativo.
Ampio spazio, come sempre, è riservato a “Cielo e Cultura”, la sezione più ricca della rivista e forse quella che meglio rappresenta la missione di Coelum come progetto di divulgazione culturale. Oltre all’articolo dedicato alla SN1987A, troverete contributi esclusivi, tra cui l’intervista a John C. Mather, Premio Nobel per la Fisica, che racconta i nuovi progetti osservativi a cui sta collaborando, offrendo uno sguardo sugli investimenti scientifici dei prossimi anni. Per la prima volta scrive su Coelum Leandro Saracino, che ripercorre la storia delle ricerche sugli impatti lunari. Non manca uno spazio più ludico e creativo: con i LEGO, Lorenzo Montanari realizza strumenti per la divulgazione che coinvolgono bambine e bambini senza sosta.
Fotografare il cielo resta un’emozione unica. Ma secondo noi di Coelum la tecnica, per quanto raffinata, e il risultato finale dovrebbero sempre trovare il giusto equilibrio con il tempo necessario per fermarsi, alzare lo sguardo e godere delle meraviglie del cielo. Meno competizione, meno ansia da prestazione, più ascolto e consapevolezza: un approccio forse più lento, ma certamente più umano, capace di restituire all’astronomia amatoriale il suo valore più profondo.
Il resto lo lasciamo scoprire a voi.
Buona lettura.

Il cielo non cambia. Cambiamo noi, per raccontarlo meglio.

Pandora – il nuovo telescopio della NASA per esplorare atmosfere extraterrestri

La ricerca di mondi potenzialmente abitabili oltre il nostro sistema solare compie un passo significativo con il lancio del telescopio spaziale Pandora. Questa missione innovativa, guidata dalla NASA, è pensata per studiare in dettaglio le atmosfere degli esopianeti e capire meglio quali condizioni potrebbero rendere un pianeta ospitale per la vita. Pandora è un SmallSat, ovvero un satellite di piccole dimensioni ma con un obiettivo scientifico molto ambizioso: osservare i transiti di pianeti extrasolari davanti alle loro stelle e, da questi eventi, decodificare la composizione delle loro atmosfere. Durante un transito, parte della luce stellare filtra attraverso l’atmosfera del pianeta, e l’analisi di questa luce può rivelare la presenza di gas come vapore acqueo, metano, anidride carbonica o ossigeno, molecole di grande interesse per gli astrobiologi.
Tuttavia, uno dei problemi principali nella ricerca delle atmosfere dei pianeti è la variabilità delle stelle. Macchie stellari, facole e attività magnetica possono confondere le osservazioni, mascherando o simulando segnali atmosferici.

Rappresentazione artistica della missione Pandora, qui senza la copertura termica che proteggerà la sonda, mentre osserva una stella e il suo esopianeta in transito.
Crediti immagine: Goddard Space Flight Center/Conceptual Image Lab della NASA.

Pandora è progettato per monitorare simultaneamente la stella e il suo pianeta, separando i segnali luminosi per ottenere letture più affidabili.
Pandora non vuole rispondere direttamente alla domanda “c’è vita su altri pianeti?”, ma è un passo cruciale per capire dove e come cercarla. Le informazioni che fornirà contribuiranno a una migliore comprensione di quali atmosfere planetarie sono compatibili con condizioni di abitabilità, di come l’attività stellare influisce sui segnali atmosferici; quali pianeti meritano studi più approfonditi con telescopi di nuova generazione.
Il telescopio Pandora rappresenta una nuova frontiera nella caratterizzazione degli esopianeti: piccolo nel formato ma grande nel potenziale scientifico.

Integrando osservazioni multi-banda e strategie di analisi innovative, Pandora aiuta la comunità scientifica a decodificare l’universo dei pianeti extrasolari e a tracciare un percorso sempre più chiaro nella ricerca di mondi che potrebbero, un giorno, rivelarsi abitabili.

Esiste già una solida base di studi e paper scientifici che ndefiniscono obiettivi e metodologia di osservazione di Pandora. Un importante contributo scientifico è il paper “The Pandora SmallSat: Multiwavelength Characterization of Exoplanets and their Host Stars”, disponibile su arXiv e scritto da un team internazionale che include Elisa V. Quintana, Knicole D. Colón, Thomas Barclay e altri ricercatori. Questo lavoro descrive in dettaglio come Pandora sarà in grado di distinguerе il segnale della stella da quello del pianeta grazie a osservazioni multi-banda nel visibile e nel vicino infrarosso.https://arxiv.org/abs/2108.06438

Cielo del Mese di Febbraio 20206

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La Luna del Mese – Febbraio 2026

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Febbraio 2026

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 140

Nella rubrica del mese scorso avevamo lanciato un appello ai lettori per controllare se ne propri archivi fosse presente un’immagine della galassia NGC3556 più conosciuta come Messier 108 nel periodo dal 20 novembre al 20 dicembre 2025. Un’eventuale immagine di questa galassia, in questo periodo e se abbastanza profonda come magnitudine limite, poteva contenere un’importante prediscovery della supernova SN2025ahqr. Anche gli osservatori dell’ISSP hanno effettuato questo controllo e con un certo rammarico è stata infatti trovata un’immagine del 29 novembre realizzata dall’Osservatorio di Monte Agliale con la supernova ben visibile, anche un po’ debole a mag.+18,5. Il programma automatico di controllo immagini utilizzato dagli amici di Lucca non aveva disponibile un’immagine di confronto adeguata e pertanto aveva scartato la preziosa immagine. Chi ha letto la rubrica dello scorso mese ricorderà che questa supernova era stata scoperta dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato Zwicky Transient Facility (ZTF) su un’immagine il 23 novembre con la supernova molto debole a mag.+20, ma stranamente la comunicazione fu inserita nel TNS quasi un mese dopo e precisamente il 20 dicembre. Se ZTF avesse operato in maniera normale avrebbe inserito la scoperta nel TNS il 23 novembre o al più tardi il 24 novembre e l’immagine di Monte Agliale sarebbe arrivata in ogni caso in ritardo di sei giorni, ma poiché per un motivo, che ancora oggi non ci sappiamo spiegare, la comunicazione era stata effettuata solo il 20 dicembre, l’Osservatorio di Monte Agliale aveva avuto la possibilità (servita su un piatto d’argento dal ritardo di comunicazione di ZTF) per scoprire una supernova addirittura in una galassia Messier. Sarebbe stata per la precisione l’undicesima supernova italiana di tutti i tempi scoperta in una galassia del catalogo di Messier. È inutile piangere sul latte versato, ma resta la consolazione che questa immagine è comunque molto utile per affinare i modelli evolutivi delle rare supernovae di tipo Iax e dimostra che le strategie di ricerca portate avanti dagli osservatori dell’ISSP sono adeguate e con un pizzico di fortuna in più, porteranno presto alla tanto sospirata scoperta.

Immagine di prediscovery della SN2025ahqr in M108 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale con il telescopio Newton da 51cm F.4,5 esposizione di 30 secondi.

Veniamo al nuovo anno e la prima scoperta amatoriale del 2026 è stata messa a segno dal gruppo cinese di ricerca supernovae denominato XOSS che è stato anche il più prolifico in fatto di scoperte nel 2025. In realtà questi incredibili cinesi hanno realizzato in gennaio già tre scoperte, ma soffermeremo la nostra attenzione sulla prima che si è rivelata anche la più interessante. Nella notte dell’8 gennaio i bravi astrofili cinesi hanno individuato una debole nuova stella di mag.+18,1 nella piccola galassia a spirale UGC3028 posta nella costellazione del Perseo a circa 240 milioni di anni luce di distanza, non lontana (circa 5°) dalla famosa Nebulosa California. I primi a riprendere lo spettro conferma sono stati gli astronomi cinesi del Yunnan Observatory con il Lijiang Telescope da 2,4 metri. La SN2026gm, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di Tipo Ia scoperta pochi giorni dopo l’esplosione. Nei giorni seguenti la scoperta, la luminosità del transiente dovrebbe essere aumentata fino a superare la mag.+16 intorno al 20-25 gennaio. Si tratta pertanto di un facile oggetto, visto anche la posizione periferica rispetto al centro della galassia, ma attenzione alla stella di mag.+6,2 posta a soli 5’ a Nord della galassia che potrebbe disturbare le riprese.

Immagine della SN2026gm in UGC3028 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Sempre dalla Cina è arrivata la seconda scoperta amatoriale del 2026. A realizzarla sono stati gli astrofili cinesi del Sumdo Observatory, che come avevamo visto nella precedente rubrica si sono classificati al secondo posto nel 2025 in fatto di scoperte amatoriali di supernovae. Nella notte del 10 gennaio Ziyang Mai e Bozhang Shi hanno individuato una debole stella nuova di mag.+17,94 nei pressi della piccola galassia LEDA2320905 posta nella costellazione del Bootes alla notevole distanza di circa 900 milioni di anni luce. Nei giorni seguenti la scoperta la luminosità del debole oggetto è rimasta pressoché costante, per poi calare leggermente. Ad oggi nessun osservatorio professionale ha ripreso lo spettro di conferma e pertanto al transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2026no. Vista l’enorme distanza della galassia, che ha un modulo di distanza di circa 37 e poiché le supernovae di tipo Ia raggiungono il massimo di luminosità alla magnitudine assoluta di -19 proviamo a sbilanciarci in una previsione sulla classificazione: 37-19=18 quindi possiamo ipotizzare che i bravi astrofili cinesi hanno individuato una supernova di tipo Ia proprio intorno al massimo di luminosità.

Immagine della AT2026no in LEDA2320905 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 20 immagini da 180 secondi.

Passiamo adesso alla supernova più luminosa di questo inizio 2026. Stiamo parlando della SN2026acd scoperta il 14 gennaio dal programma professionale americano di ricerca supernovae e pianetini denominato ATLAS Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System nella galassia ellittica NGC4168, posta nella costellazione della Vergine a circa 100 milioni di anni luce di distanza. Fu scoperta da Willian Herschel l’8 aprile 1784 ed è considerata una galassia Seyfert cioè con un nucleo attivo, caratterizzato dalla presenza di un massiccio buco nero al suo interno. NGC4168 è accompagnata in cielo dalla galassia a spirale NGC4165 posta a circa 190 milioni di anni luce di distanza e dalla più piccola, perché lontana, galassia ellittica NGC4164 posta a circa 800 milioni di anni luce di distanza.
Queste tre galassie formano un triangolo quasi perfetto e l’attuale supernova è posizionata proprio al centro di questo ipotetico triangolo. La supernova sembra perciò contesa dalle tre galassie, ma vista la sua notevole luminosità è chiaramente ospitata dalla galassia più vicina delle tre, appunto NGC4168. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,88 ma nei giorni seguenti è aumentata progressivamente fino a raggiungere il suo massimo alla notevole mag.+13,5 a fine gennaio. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi del Gemini Observatory in Cile, nella notte del 15 gennaio, utilizzando il grande telescopio Gemini South da 8,1 matri. La SN2026acd è una giovane supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 35 minuti.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 120 secondi.

Chiudiamo la rubrica di questo mese con una bella notizia targata ISSP appena arrivata. Nella notte del 26 gennaio il team dell’Osservatorio di Monte Baldo composto da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli hanno individuato la loro prima Nova Extragalattica del 2026, immortalando una debole stellina di mag.+19,3 nella bella galassia a spirale Messier 81. Al momento in cui scriviamo, non abbiamo dati riguardo ad ulteriori osservazioni di follow-up, né di un eventuale spettro di conferma, non facile vista la debolezza del nuovo transiente. Al nuovo transiente è stata pertanto assegnata la sigla provvisoria AT2026blf.

Immagine di scoperta della AT2026blf in M81 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 15 immagini da 180 secondi.

 

Leggi le altre puntate dedicate alle Supernovae qui 

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Coelum Astronomia 278 I/2026 Digitale

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Asteroidi del mese de Febbraio 2026

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Asteroidi del mese di Febbraio 2026

(511) Davida

Davida fu scoperto da Raymond Smith Dugan il 30 maggio 1903 dall’osservatorio di Heidelberg, in Germania. Il nome è un omaggio a David Peck Todd, astronomo e professore all’Amherst College, di cui lo scopritore era stato allievo. L’uso del genere femminile fu imposto dalla ferrea consuetudine del tempo di assegnare ai pianetini nomi di donna, e per questo, Dugan fu costretto a declinare in tal modo il nome del suo mentore. Davida percorre un’orbita nella fascia principale esterna con semiasse maggiore di 3,16 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,19 e una ragguardevole inclinazione di 15,9 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 5,6 anni.

Con un diametro medio stimato intorno ai 290 km, Davida è uno dei più grandi asteroidi della fascia principale, tra il quinto e il settimo per dimensioni. È classificato come asteroide di tipo C, caratterizzato da una superficie scura composta da materiali carbonacei primitivi. Questa composizione comporta un’albedo molto bassa, che lo rende meno luminoso rispetto ad altri asteroidi di dimensioni simili, ma che presentano una natura rocciosa o metallica.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare con precisione il periodo di rotazione in 5,13 ore. Le immagini prese dai grandi telescopi a terra descrivono un corpo dalla forma irregolare, con una superficie segnata da grandi crateri da impatto.

Come e quando osservarlo

Davida sarà in opposizione il 23 Febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,6. Il suo moto sarà di 0,55 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Davida trasformarsi in una bella striscia luminosa di 22 secondi d’arco.

(11) Parthenope

Parthenope fu scoperto da Annibale de Gasparis l’11 maggio 1850 all’Osservatorio di Capodimonte a Napoli. Il nome è dedicato alla sirena Partenope, figura mitologica strettamente legata alla fondazione della città partenopea, di cui è simbolo ed eponimo. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,45 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,10 e inclinazione di 4,6 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,84 anni.

Parthenope è un grande asteroide con un diametro medio di circa 150 km. Appartiene al tipo S, il che indica una composizione prevalentemente rocciosa e una superficie dotata di un albedo moderatamente alta, tipico dei corpi della fascia interna, a differenza degli asteroidi più scuri e carbonacei diffusi nella fascia esterna.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare un periodo di rotazione di 13,72 ore, con delle variazioni che suggeriscono una forma piuttosto irregolare.

Come e quando osservarlo

Parthenope sarà in opposizione il 25 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,2. Il suo moto sarà di 0,63 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Parthenope trasformarsi in una bella striscia luminosa di 25 secondi d’arco.

(07) Iris

Iris fu scoperto da John Russell Hind il 13 agosto 1847 dall’Osservatorio di George Bishop a Londra (Regent’s Park). Il nome deriva da Iris, la dea greca dell’arcobaleno e messaggera degli dèi, incaricata di portare agli uomini gli ordini di Zeus e di Era. Iris fu il primo asteroide scoperto da Hind e il settimo in assoluto ad essere individuato. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,38 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,23 e inclinazione di 3,51 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,69 anni.

Iris è uno dei più grandi asteroidi di tipo S della fascia principale, con un diametro medio stimato di circa 200 km. La sua superficie è composta da roccia mista a metalli e presenta un’albedo molto elevata, che lo rende un oggetto eccezionalmente brillante anche in strumenti di piccolo diametro. Questa alta riflettività, unita alla vicinanza al Sole durante il perielio, fa sì che Iris possa diventare talvolta più luminoso persino di corpi assai più grandi come Vesta o Pallas.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce indica un periodo di rotazione di 7,14 ore. Le osservazioni da terra hanno rivelato una forma piuttosto schiacciata, segnata da una grande depressione, forse generata a seguito di un impatto. E’ interessante notare come lo spettro di Iris coincida con quello di uno specifico tipo di meteoriti, le condriti ordinarie di tipo L. Questa speciale similitudine suggerisce che Iris possa essere il corpo progenitore di questa classe di meteoriti, frammenti espulsi proprio da quell’antico evento collisionale, poi caduti sulla Terra.

Come e quando osservarlo

Iris sarà in opposizione il 27 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 8,9. Il suo moto sarà di 0,66 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Iris trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

 


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Le Comete del mese di Febbraio: C/2026 A1 MAPS

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XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie


Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

La “Società Italiana di Scienze Planetarie – Angioletta Coradini” (SISP-AC) è lieta di annunciare che sta organizzando la XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie. Il Congresso si svolgerà a Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE). L’organizzazione dell’evento si avvale della collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria di UNIMORE.

Il Congresso Nazionale di Scienze Planetarie è un appuntamento che, ormai da più di vent’anni, riunisce la comunità scientifica e tecnologica nazionale, impegnata in attività osservative da Terra, nella partecipazione a missioni spaziali, nelle attività di laboratorio e nella modellistica teorica.

La comunità italiana ha avuto da sempre un ruolo di protagonista nell’ambito dei grandi progetti di esplorazione del Sistema Solare, quali Cassini, Rosetta, Juice, BepiColombo. La stessa comunità è ancora oggi coinvolta nelle sfide presenti e future delle Scienze Planetarie, quali l’esplorazione della Luna, di Marte e di Mercurio, la difesa del nostro pianeta dal rischio asteroidale, lo studio dei sistemi extrasolari e la ricerca astrobiologica.

L’obiettivo del Congresso è quello di proporre annualmente un aggiornamento sullo stato della ricerca planetologica italiana e di facilitare e stimolare la comunicazione e le collaborazioni tra i ricercatori, gli enti finanziatori e l’industria.

Di particolare rilevanza è l’impegno della SISP-AC nello stimolare la partecipazione al Congresso dei giovani ricercatori (laureandi, dottorandi, postdoc, ecc.), i quali rappresentano la miglior garanzia per lo sviluppo futuro delle Scienze Planetarie. A questo scopo, oramai da diversi anni, la SISP-AC mette a disposizione un budget sostanzioso per l’emissione di grants dedicati a giovani ricercatori, che possono quindi partecipare ai lavori del Congresso senza pagare la quota di iscrizione.

Le tematiche generali del Congresso sono le più ampie possibili, allo scopo di accogliere e dare spazio alla multiforme ricchezza delle attività e degli obiettivi della comunità scientifica di riferimento:

  • Pianeti e Satelliti– Analisi dati, Analisi di Superfici, Atmosfere, Esosfere, Magnetosfere, Modellistica.
  • Piccoli Corpi– Comete e Asteroidi.
  • Dinamica dei corpi celesti naturali ed artificiali.
  • Meteore, Meteoriti e Polvere interplanetaria.
  • Planetologia sperimentale e di laboratorio– Strumentazione e Simulazioni.
  • Astrobiologia e Astrochimica.
  • Pianeti e Sistemi planetari extrasolari– Esopianeti, Esocomete, Dischi di accrescimento, Modelli di origine ed evoluzione di sistemi planetari.
  • Sviluppo di strumentazione (da spazio o da Terra) e Software.
  • Divulgazione, Didattica e Comunicazione.

Alle tematiche generali si aggiungono le sessioni Focus, volte ad approfondire tematiche specifiche, ad affrontare in modo innovativo temi trasversali, o a mettere in evidenza temi scientifici legati a nuove progettualità.

I Focus selezionati per il XXI Congresso sono:

  • Water in the inner Solar System: seasonal and climatic processes.
  • The meteorites and impactites collections in Italy.
  • Atmospheric observation and spectral modeling in Planetary Science.
  • Volatile and refractory material emissions in planetary environments: a modeling perspective.
  • Planetary Systems. Formation and evolution of debris disks along with planets.
  • Advanced image processing and Artificial Intelligence/Machine Learning (AI/ML) for planetary exploration.
  • From orbital data to scalable landing-site frameworks: integrating automated mapping, AI feature extraction, and community standards. 
  • Beyond the visible: uncovering interior composition and processes through tectonic and geodynamic lenses.

Da gennaio 2026 il programma del Congresso e gli abstracts saranno disponibili sul sito della SISP-AC ; successivi approfondimenti sui contenuti del Congresso saranno pubblicati sulla rivista COELUM nel corso del 2026.

Per ulteriori informazioni sul Congresso si consiglia di fare riferimento alla pagina web dedicata.

IL FILM dei Buchi Neri – Regia di Event Horizon Telescope

di Rocco Lico – Istituto di Radioastronomia (IRA-INAF)
Ma perché i buchi neri ci affascinano e incuriosiscono così tanto? I buchi neri sono oggetti così incredibilmente massivi da deformare lo spazio-tempo in modo estremo; per questo sono metaforicamente descritti come “buchi”. La loro forza gravitazionale è talmente intensa che persino la luce non può sfuggire dalle loro profondità, da qui il nome di “neri”. Il confine oltre il quale nessuna informazione può più raggiungere un osservatore esterno è chiamato orizzonte degli eventi. Una soglia che segna il punto di non ritorno dell’universo visibile. Come si potrebbe non rimanerne affascinati?
Non tutti i buchi neri sono uguali però. Alcuni hanno masse enormi e crescono nel cuore delle galassie, divorando gas e stelle per miliardi di anni. Questi colossi cosmici, con masse milioni o miliardi di volte superiori a quella del Sole, sono chiamati buchi neri supermassicci (SMBH, dall’inglese supermassive black holes). Tutte le galassie massicce, compresa la nostra, ne ospitano uno al loro centro. E questi SMBH non sono solo spettatori: influenzano la formazione delle stelle, la distribuzione del gas e perfino l’evoluzione dell’intera galassia.

La nostra stessa galassia, la Via Lattea, custodisce un SMBH nel suo cuore oscuro a circa 27.000 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Sagittario. Il suo nome è Sagittarius A* (SgrA*) e ha una massa di circa 4,3 milioni di Soli. La sua esistenza è stata inizialmente dedotta in modo indiretto, grazie agli effetti gravitazionali che produce sulle stelle circostanti. Le misure precise della posizione e della velocità di diverse stelle su orbite prossime al centro galattico possono infatti essere spiegate solo assumendo la presenza di un SMBH. Nel 2022, è arrivata la prima prova diretta dell’esistenza di SgrA* con la prima immagine su scala dell’orizzonte degli eventi realizzata dalla collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT).
Questo risultato ha richiesto l’utilizzo di una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo – dalle Ande cilene alle Hawaii, fino all’Antartide – che attraverso la cosiddetta tecnica dell’interferometria su lunghissima base (VLBI, dall’inglese Very Long Baseline Interferometry) ha consentito di simulare un telescopio virtuale grande quanto la Terra. Ho avuto il privilegio di partecipare in prima persona a questo progetto e a tutte le fasi di ricostruzione dell’immagine: è stato uno dei viaggi più affascinanti all’interno delle sfide scientifiche e tecnologiche più avanzate dell’astrofisica moderna. È davvero sbalorditivo osservare quali traguardi gli esseri umani possano realizzare quando collaborano in perfetta sinergia.

Posizioni dei telescopi partecipanti all’Event Horizon Telescope (EHT; mostrati in blu) e al Global mm-VLBI Array (GMVA; mostrati in giallo) durante la campagna globale VLBI del 2017. Telescopi aggiuntivi che osserveranno dal 2020 sono mostrati in azzurro; il Greenland Telescope (GLT) si è unito anche alla campagna condotta nel 2018. I telescopi pianificati che potrebbero unirsi all’EHT in futuro sono mostrati in verde.

Una “Foto” un po’ sfocata…

L’immagine sembra un po’ mossa e si distingue chiaramente una regione centrale più scura circondata da un’emissione anulare brillante e asimmetrica formata dai fotoni che, a causa della gravità estrema, seguono orbite circolari instabili, compiendo più giri attorno al buco nero prima di essere inghiottiti o di sfuggire verso l’esterno. La regione centrale più scura non rappresenta il buco nero stesso, ma la sua “ombra”, proiettata dall’orizzonte degli eventi, il cui diametro è circa 2,5 volte quello dell’orizzonte degli eventi e ci fornisce una stima della massa del buco nero, stabilendo così la scala fisica dello spazio-tempo circostante
La dimensione dell’ombra misurata di SgrA* è di circa 60 milioni di chilometri, un’estensione che rientrerebbe entro l’orbita di Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare. Facendo un rapido calcolo ci rendiamo subito conto che la luce impiega pochi minuti per fare un giro completo attorno a SgrA*. Ciò implica che, nel corso delle osservazioni EHT, che durano diverse ore, SgrA* cambia configurazione in modo continuo, su scale temporali di pochi minuti. In pratica, era come cercare di fotografare un soggetto in continuo movimento. A complicare ulteriormente la sfida si aggiunge il fatto che SgrA* si trova a circa 27000 anni luce di distanza dalla Terra. E come se non bastasse, lungo questo percorso, la radiazione attraversa il plasma interstellare che diffonde e devia parzialmente il segnale, alterandone l’aspetto apparente. Tutto ciò rende la ricostruzione dell’immagine un processo estremamente complesso, e spiega perché la “fotografia” finale possa apparire leggermente sfocata.

Questa è la prima immagine di Sgr A*, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia.

Una Questione di variabilità

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Ma come si può ottenere un’immagine statica di un oggetto che cambia continuamente aspetto? Innanzitutto, la variabilità presente nei dati osservativi non è interamente dovuta alla sorgente: una parte di essa deriva dalle fluttuazioni strumentali dei diversi radiotelescopi utilizzati. Per caratterizzare e distinguere la variabilità intrinseca di SgrA* da quella introdotta dagli strumenti, abbiamo utilizzato due sorgenti compatte e brillanti, note come NRAO530 e J1924−2914, di cui conosciamo bene sia la morfologia sia le caratteristiche di variabilità. Analizzando il loro comportamento, abbiamo potuto modellare le fluttuazioni strumentali di ciascun telescopio e successivamente sottrarle dai dati di SgrA*. In questa modo, siamo sicuri che la variabilità residua sia effettivamente intrinseca alla sorgente. Questa fase, che è stata il primo passo del complesso processo di ricostruzione dell’immagine di SgrA*, ha richiesto diversi mesi di lavoro ed è stato e il contributo di un team dedicato che ho avuto il piacere di guidare.
Per tenere conto della variabilità residua nella produzione dell’immagine “statica”, abbiamo poi adottato due approcci indipendenti. Il primo, detto full-track imaging, consiste nello scomporre l’intero set di dati in una componente media, da cui si ricava un’immagine “media”, e una componente residua variabile nel tempo, che viene modellata rispetto all’immagine di riferimento. Il secondo, noto come snapshot imaging, suddivide invece il dataset in numerosi segmenti temporali di breve durata, in ciascuno dei quali la sorgente può essere considerata statica. Viene quindi generata un’immagine per ogni segmento, e infine si ottiene l’immagine finale mediando le ricostruzioni su tutti segmenti.
Entrambi gli approcci sono stati applicati utilizzando diversi algoritmi indipendenti, ciascuno con una serie di parametri specifici. Ho coordinato uno dei gruppi coinvolti in questa fase, producendo milioni di immagini attraverso varie combinazioni di algoritmi e parametri, utilizzando supercomputer distribuiti tra Europa e Stati Uniti. Pur semplificando qui molti aspetti tecnici, il concetto fondamentale che voglio trasmettere è che l’immagine di SgrA* non rappresenta una singola ricostruzione, bensì la media di milioni di immagini, frutto di un’elaborazione complessa che condensa in un’unica visione la dinamicità di un oggetto in costante evoluzione.

Il Film di SgrA*

L’immagine statica di SgrA* rappresenta solo il punto di partenza. La fisica che governa la regione attorno a un buco nero è infatti dinamica e turbolenta, e nel caso di buchi neri di massa relativamente “bassa” come SgrA*, anche molto rapida. Per comprendere a fondo processi fondamentali come l’accrescimento di materia, l’evoluzione e il ruolo dei campi magnetici, non bastano singoli fotogrammi: servono sequenze temporali, veri e propri film ad alta risoluzione temporale.
La collaborazione EHT sta già lavorando a questa nuova generazione di osservazioni, con l’obiettivo di passare dalle immagini ai filmati dell’attività attorno al buco nero. Riuscire a riprendere SgrA* In movimento significherà vedere in diretta la fisica estrema che regola queste regioni e ci permetterà di testare la Relatività Generale in condizioni mai esplorate prima.
Per rendere possibile tutto questo, all’interno della collaborazione si stanno sviluppando nuovi algoritmi di imaging dinamico, capaci di integrare la variabilità intrinseca dei dati direttamente nel processo di ricostruzione. Queste tecniche permetteranno di seguire l’evoluzione della materia vicino all’orizzonte degli eventi e di misurare con maggiore precisione parametri fondamentali come la massa, lo spin e l’inclinazione del buco nero. Tali informazioni offriranno vincoli cruciali sui meccanismi di formazione dei buchi neri, sulla loro storia evolutiva e sul loro ruolo nell’equilibrio energetico e dinamico delle galassie.

Guadagni di ogni singola antenna della rete EHT ottenute sui due calibratori NRAO530 (indicate in blu) e J1924−2914 (in verde) attraverso il processo di auto-calibrazione. Le bande colorate indicano l’incertezza entro 1-sigma dei valori sui guadagni. Queste correzioni verranno poi applicate ai dati su SgrA* per isolare le fluttuazioni strumentali dalla variabilità intrinseca della sorgente. Maggiori informazioni su EHT Collaboration 2022, Astrophysical Journal 930, 2, L13.

 

Un Gigante Buono

Nell’immaginario collettivo, il buco nero è spesso visto come un “aspirapolvere cosmico” che inghiotte tutto ciò che gli si avvicina, un po’ come “dove passa Attila non cresce più l’erba”. In realtà, le cose sono molto diverse. SgrA*, per esempio, pur avendo una massa di oltre quattro milioni di soli, è sorprendentemente “tranquillo”. Le simulazioni numeriche basate sulle più recenti osservazioni di EHT indicano che accresce materia a un ritmo di circa 10⁻⁹ masse solari all’anno: in altre parole, impiegherebbe un miliardo di anni per accumulare una quantità di materia pari alla massa del nostro Sole. Tradotto in termini più quotidiani, allo stesso ritmo un essere umano impiegherebbe più di un miliardo di anni per mangiare una singola mandorla.
Va però ricordato che questo è il tasso di accrescimento che osserviamo oggi o, più precisamente, com’era 27000 anni fa, il tempo che la luce impiega per raggiungerci dal centro della Galassia. Esistono tuttavia evidenze osservative che indicano come in passato SgrA* sia stato molto più attivo, con tassi di accrescimento decisamente superiori. Questi risultati forniscono indizi preziosi sui diversi scenari di formazione dei buchi neri supermassicci, che includono il collasso diretto di nubi di gas o di stelle molto massicce nell’universo primordiale, la fusione di più buchi neri o lunghi periodi di accrescimento sostenuto. Ma questa, come spesso accade in astrofisica, è un’altra storia, e meriterebbe un articolo a parte.

Il centro della gigantesca galassia ellittica M87, osservato con una risoluzione spaziale che copre sei ordini di grandezza. Le osservazioni a diverse lunghezze d’onda radio, realizzate con vari interferometri, rivelano in dettaglio la struttura del getto relativistico, fino a ingrandire la regione intorno al buco nero supermassiccio ripreso dalla collaborazione EHT.
 

 

Luce dalle Tenebre

Paradossalmente, pur essendo “invisibili”, i buchi neri illuminano l’universo come se fossero dei fari cosmici. In realtà la radiazione che vediamo non proviene dall’interno dell’orizzonte degli eventi, ma è il materiale che cade verso il buco nero che si riscalda fino a miliardi di gradi, emettendo radiazione in tutte le bande dello spettro, dai raggi gamma alle onde radio.
In alcune galassie attive, come M87, di cui la collaborazione EHT ha prodotto la prima immagine in assoluto su scala dell’orizzonte degli eventi nel 2019, il buco nero lancia potenti getti di plasma relativistico che si estendono per migliaia di anni luce. Questi fenomeni sono tra le manifestazioni più energetiche dell’universo e rappresentano veri e propri laboratori naturali per studiare la fisica estrema. Ma come si formano esattamente questi colossali getti di materia ed energia? Le osservazioni e le simulazioni numeriche indicano che la loro origine è strettamente legata ai campi magnetici che permeano il gas in accrescimento. Il plasma caldo e ionizzato nel disco che circonda il buco nero genera intensi campi magnetici che, in particolari condizioni, riescono a canalizzare parte dell’energia rotazionale del buco nero o del disco stesso in due flussi opposti, proiettati lungo l’asse di rotazione. Questi flussi vengono accelerati fino a velocità prossime a quella della luce, dando origine ai cosiddetti getti relativistici.
Il materiale all’interno dei getti è estremamente energetico: gli elettroni relativistici seguono un percorso lungo le linee del campo magnetico producendo radiazione che spazia dalle onde radio fino ai raggi X, un processo noto come emissione di sincrotrone. In molti casi, i fotoni generati in questo modo possono subire un ulteriore incremento di energia urtando contro elettroni ad altissima velocità, che trasferiscono loro parte della propria energia cinetica. Questo meccanismo, detto Compton inverso, spiega le intense emissioni di raggi gamma osservate in numerose galassie attive.
La potenza di questi getti è tale da superare la luminosità combinata di tutte le stelle della galassia ospite. Quando impattano sul gas circostante, i getti possono depositare energia, riscaldare il mezzo interstellare e perfino regolare la formazione stellare: un delicato equilibrio cosmico tra distruzione e creazione. Comprendere nei dettagli i meccanismi che danno origine ai getti relativistici, e il modo in cui riescono a mantenere la loro struttura collimata e stabile per centinaia di migliaia di anni luce, rappresenta ancora oggi una delle grandi sfide dell’astrofisica moderna.
Di recente, la collaborazione EHT ha pubblicato una nuova immagine di M87* ottenuta durante la campagna osservativa del 2021. L’analisi ha rivelato una marcata variabilità nella struttura del campo magnetico rispetto alle immagini del 2017 e del 2018, oltre a segnali dell’emissione estesa del getto in prossimità della sua base, direttamente collegata all’anello luminoso che circonda il buco nero. E proprio per cercare di rispondere a questi grandi interrogativi sui getti relativistici, la collaborazione EHT sta preparando per la primavera del 2026 una campagna osservativa multi-epoca di M87 e del suo getto. L’obiettivo è realizzare una vera e propria sequenza temporale, un “film” che seguirà l’evoluzione del sistema nell’arco di circa due mesi, permettendoci di osservare in tempo reale i processi fisici che avvengono nelle regioni più estreme dell’universo.
Intanto, ogni nuova osservazione ad alta risoluzione aggiunge un tassello a questo intricato e affascinante enigma cosmico.

Luce dalle Tenebre

 

Studiare un buco nero significa esplorare i limiti della conoscenza. Lì, dove la gravità raggiunge la sua massima intensità e la curvatura dello spazio-tempo diventa estrema, la fisica classica si arresta e deve lasciare il posto a qualcosa di nuovo. Forse un giorno riusciremo a unire la relatività e la meccanica quantistica, e il mistero dei buchi neri sarà la chiave per comprendere la natura ultima dell’universo.
Fino ad allora, continueremo a guardare oltre l’orizzonte: il film dei buchi neri sta per iniziare.

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Instituto de Astrofísica de Andalucía

L’Istituto de Astrofisica de Andalucía (IAA) è uno dei centri di ricerca spagnoli appartenente al Consejo Superior de Investigación Científica (CSIC). La sua missione è approfondire la conoscenza del cosmo e renderlo fruibile dalla società tutta, mediante ricerche all’avanguardia nel campo dell’Astrofisica e delle Scienze dello spazio, la promozione dello sviluppo tecnologico, con la costruzione di nuovi strumenti, e la diffusione dei risultati scientifici presso la comunità scientifica ed il grande pubblico, con attività di comunicazione e divulgazione.
L’IAA-CSIC, fondato nel 1975, si è affermato come centro di riferimento nazionale e internazionale per la ricerca in Astrofisica, essendo oggi uno dei più grandi centri di ricerca del CSIC con più di 250 membri. Per la sua produzione scientifica, è il secondo centro spagnolo nel campo dell’Astrofisica e il settimo tra i centri CSIC di tutte le aree di ricerca.
Le linee di ricerca dell’IAA coprono tutti i principali ambiti dell’astrofisica moderna, dalla gravità quantistica al sistema solare, passando per l’evoluzione delle galassie, la cosmologia, le componenti della nostra Galassia ed i pianeti extrasolari. L’attività dell’IAA si basa sui tre pilastri fondamentali dell’Astrofisica moderna: l’osservazione dei fenomeni celesti con mezzi più sofisticati, lo sviluppo di nuova strumentazione, lo studio teorico e l’implementazione di simulazioni numeriche.

 

L’articolo è pubblicato in COELUM 277 VERSIONE CARTACEA


VII SIMPOSIO NAZIONALE DEGLI OTTICO-MECCANICI ITALIANI

Dalle radici dei Petruziani alle stelle di Collurania: sabato 24 gennaio 2026 torna l’incontro annuale dedicato all’astronomia e alla cultura scientifica, giunto alla sua settima edizione. L’evento, organizzato da Adriano Lolli, quest’anno cambia sede: il tradizionale appuntamento si svolgerà infatti a Montorio al Vomano, dopo l’edizione precedente ospitata a Roma. A condurre e coordinare gli interventi sarà Molisella Lattanzi di Coelum Astronomia.

Il programma della giornata si articolerà tra osservazione astronomica, approfondimenti tecnici e un percorso culturale che lega archeologia, storia e ricerca scientifica. La mattinata prenderà il via alle 10:30 a Montorio al Vomano, presso l’Osservatorio Astrakis, con un incontro tecnico dedicato all’“Anatomia di un osservatorio amatoriale”, focalizzato sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottate. In caso di condizioni meteorologiche favorevoli, è prevista anche l’osservazione del Sole in H-Alpha, per l’analisi della cromosfera e delle protuberanze solari.

Alle 13:00 l’attenzione si sposterà a Teramo per un itinerario culturale intitolato Viaggio nell’Antica Interamnia. Il percorso comprenderà la visita al sito preromano di Petrut, risalente all’Età del Bronzo e legato alla civiltà dei Petruziani, oltre all’Anfiteatro Romano e al Duomo. Non mancherà un omaggio a Vincenzo Cerulli, con una visita alla sua dimora storica, luogo simbolo della ricerca che portò alla scoperta dell’asteroide (704) Interamnia.

Nel pomeriggio, alle 15:00, l’appuntamento proseguirà a Collurania, presso l’Osservatorio Astronomico “Vincenzo Cerulli”, con una visita guidata tra le cupole storiche e le eccellenze dell’ottica astronomica italiana.

I lavori del VII Simposio Nazionale inizieranno alle 17:00 a Montorio al Vomano, presso il Ristorante Vomano, con una cena conviviale (quota di partecipazione: 35 euro). Dopo cena è previsto il rientro all’Osservatorio Astrakis per una sessione osservativa notturna, subordinata alle condizioni del cielo, dedicata alla cometa 3I/ATLAS, all’asteroide 16 Psyche e al pianeta Giove.

Alcune attività indicate nel programma sono facoltative e tutte le osservazioni astronomiche dipenderanno dalle condizioni meteorologiche. Il presente programma definisce l’itinerario e gli orari della giornata; nella prossima settimana sarà diffusa una locandina tecnica con il dettaglio dei relatori e l’elenco delle relazioni che animeranno il Simposio.

La partecipazione è a prenotazione obbligatoria. Per riservare il proprio posto o proporre una relazione tecnica è necessario contattare l’organizzatore all’indirizzo: lolliadriano@libero.it.

 

Einstein Telescope: Sardegna e Sassonia firmano una dichiarazione di intenti

Lunedì 12 gennaio a Roma, nella sede del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, e il Ministro della Scienza dello Stato libero della Sassonia, Sebastian Gemkow, hanno firmato una dichiarazione di intenti volta a rafforzare la collaborazione scientifica. L’obiettivo principale dell’accordo è sostenere il progetto Einstein Telescope (ET), futuro osservatorio per la ricerca di onde gravitazionali, che entrambe le regioni sono candidate a ospitare. La firma è avvenuta alla presenza del ministro Anna Maria Bernini e dei rappresentanti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e del Deutsche Zentrum für Astrophysik (DZA).

La Sardegna si candida ad accogliere l’infrastruttura nell’area di Sos Enattos, nel Nuorese, mentre la Sassonia propone un sito nella regione della Lusazia. Un terzo sito candidato si trova nell’Euregio Mosa-Reno, al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania. Attualmente la comunità scientifica sta valutando due possibili configurazioni per l’esperimento: una soluzione triangolare, con tre bracci di circa 10 chilometri da realizzare in un unico sito, oppure una configurazione composta da due interferometri a forma di elle (L), ciascuno con due bracci perpendicolari di circa 15 chilometri, da costruire in due siti distinti e geograficamente distanti.

Uno degli elementi centrali dell’accordo tra Sardegna e Sassonia è proprio il sostegno alla soluzione a “doppia L”, considerata particolarmente efficace in termini di impatto scientifico, fattibilità tecnica, efficienza dei costi e mitigazione dei rischi. Un’opzione sostenuta anche dal premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, presidente del comitato tecnico-scientifico istituito dal MUR a sostegno della candidatura italiana a ospitare ET, in un articolo pubblicato recentemente sul Tagesspiegel.

Più in dettaglio, la dichiarazione prevede l’avvio di una cooperazione scientifica strutturata tra le due regioni, con un coinvolgimento diretto delle università e degli enti di ricerca impegnati nel progetto ET (tra queste, le Università di Cagliari e Sassari, l’INFN, l’INAF, l’INGV, l’Università Tecnica di Dresda e il DZA). Tale collaborazione si concretizzerà attraverso lo sviluppo di progetti di ricerca e tecnologici congiunti, la condivisione dei dati geofisici, sismici e ambientali relativi ai due siti candidati e l’avvio di programmi formativi e post-laurea comuni nell’ambito dell’astrofisica e della fisica delle onde gravitazionali.

 

Il mondo dell’astronomia saluta il prof. Mario Rigutti, storico direttore dell’Osservatorio di Capodimonte

Mario Rigutti in una foto del 29 giugno 1979, crediti Osservatorio di Capodimonte

Ieri 12 gennaio 2026 a Firenze è scomparso il prof. Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Aveva 99 anni.

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomparsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come Professore Ordinario di Astronomia all’Università Federico II e direttore degli Osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» – commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio, Pietro Schipani – «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del Museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Instancabile divulgatore, autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti.

Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’Universo.

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo.

Socio di numerose Società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli nel 1991 e della Società Astronomica Italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di Astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese.

La comunità astronomica italiana perde oggi un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

A cura di Mauro Gargano

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio di Mario Rigutti del 1992, crediti Osservatorio di Capodimonte