Home Blog Pagina 2

Cielo del Mese di Marzo 2026

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

La Luna del Mese – Marzo 2026

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Marzo 2026

0

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 141

marzo 2026

Apriamo la rubrica di questo mese con una doppia scoperta realizzata da Michele Mazzucato nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, sulle immagini ottenute con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. Entrambe le scoperte sono purtroppo molto deboli e individuate oltre la mag.+20. La prima è stata realizzata la notte del 15 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4617 posta nella costellazione del Cancro a circa 360 milioni di anni luce di distanza. Nei giorni seguenti la scoperta, il nuovo transiente è aumentato di luminosità fino a raggiungere la mag.+19. Nella notte del 23 febbraio al Monte Palomar in California con il telescopio da 1,5 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026dgt è una giovane supernova di tipo II. La seconda scoperta è stata invece realizzata nella notte del 23 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4884 posta nella costellazione del Cancro a circa 420 milioni di anni luce di distanza. Come la precedente è stata scoperta intorno alla mag.+20,5 ma il giorno seguente era già aumentata di circa una magnitudine. Nella notte del 24 febbraio dal Roque de los Muchachos Observatory nelle Isole Canarie, con il Nordic Optical Telescope da 2,56 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026efq è una giovane supernova di tipo Ia, che intorno al 10 marzo dovrebbe superare la mag.+17.

Immagine di scoperta della SN2026dgt in UGC4617 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

Immagine di scoperta della SN2026efq in UGC4884 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

In assenza di scoperte amatoriali o di supernovae luminose in belle galassie, soffermeremo adesso la nostra attenzione su due outburst di una particolare classe di transienti, verificatisi nel mese di febbraio.

Ci riferiamo ai famosi LBV Luminous Blue Variable, conosciuti anche con il nome di Supernova Impostor. Questa classe di oggetti ad una prima analisi possono essere scambiati per supernovae classiche, ma ad un attento esame mostrano invece sostanziali differenze da esse, legate principalmente alle caratteristiche dello spettro e soprattutto alla luminosità assoluta assai più bassa di quella media di supernovae anche di tipo II (Magnitudine Assoluta di circa -12, contro i -16, -17 delle supernovae di tipo II). Il prototipo di questo tipo di stelle, nelle vicinanze della nostra galassia, è rappresentato dalla variabile S Doradus, una delle stelle più luminose della Grande Nube di Magellano; altre due stelle LBV altrettanto note sono Eta Carinae e P Cygni. In fase di riposo sono di classe spettrale B e spettro con presenza di insolite righe di emissione. Nella fase LBV tali stelle pulsano in modo irregolare, disperdendo nello spazio una buona parte degli strati esterni. Tale materiale va a formare una vera e propria nebulosa attorno a tali stelle. Un classico esempio in tal senso è rappresentato dalla nebulosa di Eta Carinae.

Al di fuori della nostra galassia conosciamo poco più di una ventina di oggetti LBV; per nessuno di essi si ha la certezza che si sia trasformato in una vera e propria supernova, ad esclusione forse solo del famoso 2009ip. Scoperto il 26 agosto del 2009 dal programma professionale denominato CHASE, nel settembre 2012 ebbe un forte outburst che lo portò a sfiorare la mag.+13 e straformarsi quasi certamente in una supernova di tipo IIn. Questi LBV possono perciò da un momento all’altro fare il “grande botto” ed esplodere come supernova. Vi suggeriamo pertanto di seguire questi strani oggetti ed in modo particolare i due LBV che in questo mese di febbraio hanno mostrato l’ennesima impennata di luminosità. Il primo dei due è conosciuto come 2000ch, scoperto il 3 maggio 2000 dal programma professionale di ricerca supernovae denominato LOSS Lick Observatory Supernovae Search nella galassia a spirale barrata NGC3432, inserita anche nel catalogo di Arp al numero 206 e posta nella costellazione del Leone Minore alla distanza di circa 40 milioni di anni luce. Dal 2000 ad oggi questo interessante LBV ha mostrato numerosi outburst che ultimamente si stanno ripetendo a distanza di circa un anno, a dimostrazione che l’instabilità della stella è molto elevata. Gli otto outburst mostrati in questi 25 anni sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. L’ultimo ha raggiunto la mag.+17 intorno alla metà di febbraio.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 50 secondi di esposizione.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.

Il secondo interessante LBV è invece conosciuto come AT2016blu, anche se fu scoperto l’11 gennaio 2012 sempre dal Lick Observatory Supernovae Search, inserendo la scoperta nel vecchio CBAT. Il 5 aprile 2016 l’astrofilo Ron Arbour individuando un nuovo outburst inserì la scoperta nel TNS e l’oggetto prese perciò il nome di AT2016blu. Questo Supernova Impostor è apparso nella galassia a spirale NGC4559 posta nella costellazione della Chioma di Berenice e distante circa 30 milioni di anni luce. Dal 2016 in avanti ha mostrato numerosi outburst con una cadenza annuale, raggiungendo i massimi di luminosità intorno alla mag.+16. Come per il precedente LBV, i numerosi outburst sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. Anche in questo caso, l’ultimo outburst ha raggiunto la mag.+17 intorno al 20 febbraio. NGC4559 ha ospitato al suo interno anche una supernova, la SN1941A scoperta il 5 febbraio 1941 dall’astronoma americana Rebecca Jones. Questi due Supernova Impostor sono pertanto da seguire con molta attenzione, perché potrebbero regalare delle importanti sorprese e poi sono situati in due galassie molto fotogeniche.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 90 secondi di esposizione.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.

Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.

 

Per seguire Supernovae Aggiornamenti: Iscriviti alla NewsLetter!

Transiti della ISS International Space Station Marzo 2026

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Asteroidi del mese di Marzo 2026

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Le Costellazioni del Mese

0

Le costellazioni del mese di Marzo 2026

Leone, Leone minore e Giraffa

Nel cielo di marzo incontriamo le costellazioni che caratterizzano la primavera boreale.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE

Una figura tipica di questo periodo è indubbiamente quella del Leone: essa è posta tra il Cancro e la Vergine ed è osservabile già dalla prima serata; per riconoscerla sarà sufficiente individuare la tipica forma trapezoidale che la identifica, di cui la stella Regolo (alfa Leonis) costituisce uno dei suoi vertici (quello orientato a Sud-Ovest).
Regolo è un sistema stellare composto da quattro stelle divise in due coppie; con la sua magnitudine +1,40 è la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno. Dista circa 79 anni luce da noi e la sua vicinanza all’Equatore celeste fa sì che possa essere osservata da tutte le aree popolate della Terra.
Con il suo colore bianco-azzurro, Regolo si rende facilmente visibile nelle serate primaverili e, insieme ad altre stelle della costellazione del Leone, va a comporre un asterismo chiamato Falce.
Si tratta di un oggetto molto brillante, noto anche come Falce Leonina, la cui forma richiama appunto quella dell’oggetto di cui porta il nome.
Il vertice Sud-Orientale della figura del Leone è costituito dalla stella Denebola, che rappresenta la coda dell’animale: è una delle stelle più vicine a noi, trovandosi a 36 anni luce di distanza; con la sua luce bianca è circa 17 volte più luminosa del Sole.
Denebola è una stella variabile della tipologia Delta Scuti, con una luminosità che varia leggermente nel giro di poche ore.
Da studi cinematici risulta che Denebola potrebbe essere una componente di un’associazione stellare di cui fanno parte anche Alpha Pictoris, Beta Canis Minoris e l’ammasso aperto IC 2391.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR3982 α Leonis Regulus 1.35 Variable; Multiple;
HR4534 β Leonis Denebola 2.14 Variable; Multiple;
HR4357 δ Leonis Zosma 2.56 Variable; Multiple;
HR4057 γ1 Leonis Algieba 2.61 Variable; Multiple;
HR3873 ε Leonis   2.98 Variable;
HR4359 θ Leonis Chertan 3.34 Variable;
HR4031 ζ Leonis Adhafera 3.44 Variable; Double;
HR3975 η Leonis   3.52 Variable; Double;
HR3852 ο Leonis Subra 3.52 Multiple;
HR4058 γ2 Leonis   3.8 Variable; Multiple;
HR4133 ρ Leonis   3.85 Variable;
HR3905 μ Leonis Rasalas 3.88  
HR4399 ι Leonis   3.94 Variable; Double;
HR4386 σ Leonis   4.05  
HR4471 υ Leonis   4.3 Double;
HR3773 λ Leonis Alterf 4.31 Variable;
HR3980 31 Leonis   4.37 Double;
HR4300 60 Leonis   4.42  
HR3731 κ Leonis   4.46 Variable; Multiple;
HR4368 φ Leonis   4.47 Double;

 

OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE

IMMAGINE GALASSIA A SPIRALE NGC 2903 CREDITI: ESA/Hubble, NASA e L. Ho, J. Lee e il team PHANGS-HST

La costellazione del Leone ospita diversi e interessanti oggetti non stellari, tra cui diverse galassie.
NGC 2903 oltre ad essere una galassia a spirale barrata, è anche l’oggetto del profondo cielo più brillante della costellazione, di cui possiamo ammirarne i dettagli nell’incredibile immagine ad alta risoluzione catturata dal Telescopio Spaziale HUBBLE, attraverso l’utilizzo della Advanced Camera for Surveys (ACS) e la Wide Field Camera 3 (WFC3).

IMMAGINE TRIPLETTO DEL LEONE  CREDITI: SIMONE PENDOLO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
IMMAGINE TRIPLETTO DEL LEONE CREDITI: SIMONE PENDOLO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

 

Molto amate dagli astrofili sono le galassie M66, M65 e NGC 3628 formano il famigerato Tripletto del Leone, che si trova a 35 milioni di anni luce dalla Terra.
Suggestivo anche il trio di galassie composto dagli oggetti M105, NGC 3384 e NGC 3389.

IMMAGINE TRIO DI GALASSIE M105, NGC 3384 e NGC 3389 CREDITI: FERNANDO OLIVEIRA DE MENEZES DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

 

Entro i confini della costellazione sono stati scoperti anche diversi sistemi planetari: attorno alla nana rossa Gliese 436, posta a 33 anni luce dal Sole, orbita un pianeta la cui massa è simile a quella di Nettuno; vi è poi la stella HD 102272 attorno alla quale orbitano due pianeti di tipo giovano.

Il Leone nella Mitologia

Nota già sin dai tempi dei Babilonesi per la sua identificazione con il Sole, poiché ospitava il Solstizio d’Estate, la costellazione del Leone è mitologicamente legata alla figura di Ercole.
Secondo il mito, la dea Era possedeva un famelico leone che tormentava il popolo di Nemea: l’animale, dotato di una spessa e invulnerabile pelliccia, sembrava essere immune a qualsiasi arma.
Nell’impresa di cacciarlo e ucciderlo vi riuscì solamente Ercole, che dopo aver sconfitto la feroce bestia, la scuoiò, indossando da quel momento la pelliccia impenetrabile del leone. La fierezza dell’animale fu tramutata in stelle da Zeus, che collocò la sua figura sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE

 

Nel cielo serale di marzo possiamo cercare la piccola costellazione del Leone Minore: essa fu introdotta nel 1687 dall’astronomo polacco Johannes Hevelius e raffigura un cucciolo di leone.
La costellazione è situata tra quella del Leone e dell’Orsa Maggiore, composta da debole stelli che non appartenevano a nessun’altra figura celeste.
Una curiosità riguardo a questo asterismo è che nonostante abbia una stella beta, non possegga una stella alfa: pare che proprio il fautore della costellazione non si preoccupó di classificare le stelle che aveva raggruppato nel Leone Minore e così circa 150 anni dopo, l’astronomo inglese Francis Baily, assegnò la lettera Beta alla seconda stella in ordine di brillantezza del Leone Minore, ma lasciò senza denominazione la più brillante!
Si tratta di Praecipua, una stella gigante di classe spettrale K0 situata ad una distanza di circa 98 anni luce, che ha una magnitudine apparente di 3,83.
La stella beta del Leone Minore è una binaria di magnitudine 4, 2 e le sue componenti orbitano tra loro in un periodo di 37 anni.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR4247 46 Leonis Minoris Praecipua 3.83 Variable;
HR4100 β Leonis Minoris   4.21 Double;
HR3974 21 Leonis Minoris   4.48 Variable;
HR3800 10 Leonis Minoris   4.55 Variable;
HR4166 37 Leonis Minoris   4.71  
HR4090 30 Leonis Minoris   4.74  
HR4192 41 Leonis Minoris   5.08  
HR3928 19 Leonis Minoris   5.14  
HR4203 42 Leonis Minoris   5.24 Double;
HR4024 23 Leonis Minoris   5.35  
HR3951 20 Leonis Minoris   5.36 Double;
HR3769 8 Leonis Minoris   5.37 Variable;
HR3815 11 Leonis Minoris   5.41 Variable; Double;
HR4081 28 Leonis Minoris   5.5  
HR4189 40 Leonis Minoris   5.51 Multiple;
HR4137 34 Leonis Minoris   5.58  
HR4113 32 Leonis Minoris   5.77  
HR3993     5.85 Variable;
HR4168 38 Leonis Minoris   5.85  
HR3764 7 Leonis Minoris   5.85 Multiple;

 

OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE MINORE

Uno degli oggetti non stellari più brillanti della costellazione è la galassia NGC 3344, ben visibile con un telescopio di 150 mm di apertura.

IMMAGINE NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI
IMMAGINE NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI

Vi sono poi altre galassie di facile osservazione come NGC 3486 e NGC 2859, anche se l’oggetto più misterioso presente nella costellazione è quello denominato come Hanny’s Voorwerp: dall’olandese “Oggetto di Hanny”, si tratta di un bizzarro oggetto che il telescopio della NASA/ESA, ha immortalato come un’insolita e spettrale macchia di gas verde che sembra fluttuare vicino a una galassia a spirale dall’aspetto normale,
chiamata IC 2497.

IMMAGINE HANNY’S VOORWERP CREDITI: NASA, ESA, William Keel (Università dell’Alabama, Tuscaloosa) e il team del Galaxy Zoo.

L’oggetto verdastro è visibile perché è stato illuminato da un fascio di luce proveniente dal nucleo della galassia. Questo fascio proveniva da un quasar, un oggetto luminoso ed energetico alimentato da un buco nero.
Il quasar potrebbe essersi spento negli ultimi 200.000 anni.

LA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA

In una remota area di cielo compresa tra Orsa Maggiore, Cassiopea e Auriga, è posta la costellazione della Giraffa, nota anche come Camelopardalis.
Si tratta di una costellazione circumpolare difficilmente riconoscibile ad occhio nudo, soprattutto da un cielo urbano, proprio perché è collocata in una regione buia della volta celeste ed è composta da stelle molto deboli.
La più luminosa della Giraffa è Beta Camelopardalis, una supergigante gialla di magnitudine +4,03 distante circa 900 anni luce.
Alfa Camelopardalis è invece una stella supergigante blu con magnitudine apparente di +4,29, distante 5240 anni luce.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1603 β Camelopardalis   4.03 Multiple;
HR1035     4.21 Variable; Double;
HR1542 α Camelopardalis   4.29  
HR1155     4.47 Variable;
HR1568 7 Camelopardalis   4.47 Multiple;
HR1040     4.54  
HR2527     4.55  
HR1148 γ Camelopardalis   4.63 Multiple;
HR1129     4.8 Double;
HR2209     4.8  
HR985     4.84 Variable; Double;
HR2742     4.96 Variable;
HR1205     5 Double;
HR1204     5.03  
HR1686     5.05 Multiple;
HR1467 3 Camelopardalis   5.05 Variable; Double;
HR1242     5.06  
HR1622 11 Camelopardalis   5.08 Variable; Multiple;
HR1046     5.09 Variable; Multiple;
HR1105     5.1 Variable;

 

OGGETTI NON STELLARI NELLA GIRAFFA

Questa costellazione è tuttavia ricca di vari oggetti del profondo cielo: tra questi c’è l’ammasso NGC 1502, composto da una cinquantina di stelle osservabile già con un buon binocolo.
Nei pressi dell’ammasso si trova un oggetto davvero affascinante, la cosiddetta Cascata di Kemble, un asterismo che appare come una sequenza di stelle di diversi colori e luminosità, disposte e allineate sono per un effetto prospettico.
Addentrandoci ancora nel profondo cielo in direzione della Giraffa, incontriamo la galassia a spirale intermedia NGC 2403, un oggetto molto amato dagli astrofili.

IMMAGINE NGC 2403 CREDITI DOMENICO DE SIMONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Trattandosi di una costellazione creata da Petrus Plancius nel 1612, quella della Giraffa non possiede riferimenti mitologici.

 

Le costellazioni del mese di Febbraio 2026

Gemelli e Cane Maggiore

Il cielo di febbraio ci conduce tra le stelle luminose delle costellazioni boreali: in serata possiamo ancora godere dell’imponente bellezza di Orione, del Toro, dei Gemelli e del Cane Maggiore, con la sua brillante Sirio!

LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI

I Gemelli transitano al meridiano intorno al 20 febbraio: la figura celeste è riconoscibile per le stelle principali che la compongono, Castore e Polluce.

Poste a 10 anni luce di distanza tra di loro, la classificazione delle due stelle all’interno della costellazione è un po’ controversa: l’autore del primo atlante celeste, Johann Bayer, decise di definire Castore come stella alfa della costellazione e, nonostante Polluce sia più brillante tanto da occupare il 17° posto nella lista delle 20 stelle più brillanti del cielo notturno, è Castore a ricoprire il ruolo di stella alfa dei Gemelli.
Castore (α Geminorum) ha una magnitudine 1,6 e dista da noi circa 52 anni luce: è un astro di colore bianco composto da 3 coppie di stelle, unite da una complessa interazione gravitazionale.

Polluce (β Geminorum) è una gigante di colore arancione con un magnitudine 1,15, posta a una distanza di 34 anni luce dalla Terra; si tratta delle gigante a noi più vicina.

Più di 10 anni fa è stato scoperto dagli astronomi un pianeta gigante gassoso, simile a Giove, che compie un’orbita completa intorno a Polluce in 590 giorni e a cui è stato dato il nome di Polluce b.
Tra le altre stelle che compongono la costellazione vi sono Alhena e Mebsuta: la prima è una subgigante bianca di magnitudine 1,93 distante 105 anni luce da noi, mentre la seconda è una supergigante gialla di magnitudine assoluta – 4, 15 e distante 903 anni luce da noi.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2990 β Geminorum Pollux 1.14 Variable; Multiple;
HR2421 γ Geminorum Alhena 1.93 Multiple;
HR2891 α Geminorum Castor 1.98 Variable; Multiple;
HR2890 α Geminorum   2.88 Multiple;
HR2286 μ Geminorum Tejat 2.88 Variable; Multiple;
HR2473 ε Geminorum Mebsuta 2.98 Variable; Double;
HR2216 η Geminorum Propus 3.28 Variable; Multiple;
HR2484 ξ Geminorum Alzirr 3.36 Variable;
HR2777 δ Geminorum Wasat 3.53 Multiple;
HR2985 κ Geminorum   3.57 Double;
HR2763 λ Geminorum   3.58 Variable; Multiple;
HR2540 θ Geminorum   3.6 Multiple;
HR2650 ζ Geminorum Mekbuda 3.79 Variable; Multiple;
HR2821 ι Geminorum   3.79  
HR2905 υ Geminorum   4.06 Variable; Double;
HR2343 ν Geminorum   4.15 Multiple;
HR2134 1 Geminorum   4.16 Variable; Multiple;
HR2852 ρ Geminorum   4.18 Multiple;
HR2973 σ Geminorum   4.28 Variable; Double;
HR2697 τ Geminorum   4.41 Variable; Multiple;

OGGETTI NON STELLARI NEI GEMELLI

Nei Gemelli sono presenti diversi ammassi e nebulose molto interessanti.

AMMASSO APERTO M 35 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI

Messier 35 è l’ammasso aperto più brillante della costellazione: esso è composto da circa 250 stelle, ed è un ammasso di quinta magnitudine, posto a una distanza di 2.800 anni luce dalla Terra. Se le condizioni lo consentono, l’ammasso è già visibile ad occhio nudo e con l’aiuto di un binocolo 10×50 si può scorgere qualche dettaglio in più, ma indubbiamente servirà l’ausilio di un telescopio, anche amatoriale, per poter individuare un maggior numero di dettagli.
Nei pressi di M 35 è presente anche l’ammasso NGC 2158, più remoto e compatto e dunque più difficile da osservare.
Tra le nebulose planetarie spicca NGC 2392, nota come Nebulosa Eskimo.

NGC 2392 CREDITI CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La zona occidentale dei Gemelli è ricca di nebulosità e tra queste spicca IC 443, un resto di supernova che ha avuto origine da un’esplosione avvenuta in un periodo compreso tra 3.000 e 30.000 anni fa.

IC 443 CREDITI LINO BENZ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

I GEMELLI NELLA MITOLOGIA

I due gemelli celesti sono protagonisti di varie pagine della mitologia, al cui centro delle vicende ritroviamo sempre Zeus e le sue manipolazioni.
Questa volta la legenda narra che il padre degli dei si era invaghito di Leda, nipote di Ares e regina di Sparta.
Per riuscire nell’intento di sedurla, Zeus si trasformò in un bellissimo cigno, e raggiunse Leda sulle rive di un fiume dove stava passeggiando.
La donna non poté scampare alla sua sorte e da questo inganno venne concepito un uovo (o forse due).
La stessa notte la regina si concesse al marito, il re Tindaro, e da queste unioni nacquero quattro bambini, ovvero due coppie di gemelli, della cui reale paternità non v’è certezza! Furono così attribuiti i gemelli immortali a Zeus, e cioè Polluce ed Elena (di Troia), e i mortali a Tindaro, ovvero Castore e Clitennestra.
Nonostante queste divisioni, ritroviamo Castore e Polluce con l’appellativo di Dioscuri tra le pagine del mito.
Castore eccelleva nel domare I cavalli, mente Polluce era un pugile formidabile; entrambi nutrivano un profondo sentimento l’uno per l’altro, ed erano inseparabili, tanto da prendere parte insieme anche alla famosa spedizione degli Argonauti.
Ma arrivarono degli eventi fatali, che li videro coinvolti con un’altra coppia di gemelli, per delle vicende di donne e bestiame.
In un duello con i fratelli Ida e Liceo, Castore ebbe la peggio mentre Polluce, che gli sopravvisse, implorò suo padre Zeus affinché potesse lasciare la Terra insieme a lui.
Zeus ne rimase impietosito, e concesse a Polluce di poter condividere un eterno abbraccio fraterno con Castore, impresso sul manto celeste!

LA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

Nel cielo di febbraio transita al meridiano anche la costellazione del Cane Maggiore: l’asterismo è individuabile partendo dalla Cintura di Orione e tracciando una linea verso Sud-Est che conduce direttamente a Sirio, stella alfa della costellazione nonché uno dei componenti del Triangolo Invernale.
Il Cane Maggiore è una figura ben visibile nel cielo serale nel periodo che va da dicembre ad aprile e, sebbene ricopra solo 380 gradi quadrati di volta celeste, è un oggetto che non passa inosservato.
Le stelle che lo compongono sono Mirzam, Adhara, Wezen, Aludra, Furud e ovviamente Sirio: si tratta di stelle blu e supergiganti blu.
Sirio, astro noto a chiunque abbia dato almeno una volta uno sguardo al cielo serale invernale, si trova a soli 8,6 anni luce da noi e con il suo intenso bagliore bianco-azzurro, e la sua magnitudine apparente -1,47, illumina le notti dell’inverno boreale.

SIRIO A SIRIO B CREDITI: FABRIZIO GUASCONI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La stella alfa del Cane Maggiore è un sistema binario: attorno alla componente principale, Sirio A, orbita una nana bianca di nome Sirio B, che compie una rivoluzione attorno alla componente primaria ogni 50 anni!
Riuscire a immortalare Sirio B è un’impresa ardua, poiché la componente primaria prevarica sulla secondaria con una forte luminosità.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR2491 α Canis Majoris Sirius -1.46 Multiple;
HR2618 ε Canis Majoris Adhara 1.5 Double;
HR2693 δ Canis Majoris Wezen 1.84 Variable;
HR2294 β Canis Majoris Mirzam 1.98 Variable; Double;
HR2827 η Canis Majoris Aludra 2.45 Double;
HR2282 ζ Canis Majoris Furud 3.02 Variable; Double;
HR2653 ο2 Canis Majoris   3.02  
HR2646 σ Canis Majoris Unurgunite 3.47 Variable; Double;
HR2749 ω Canis Majoris   3.85 Variable;
HR2580 ο1 Canis Majoris   3.87 Variable;
HR2429 ν2 Canis Majoris   3.95 Variable;
HR2538 κ Canis Majoris   3.96 Variable;
HR2574 θ Canis Majoris   4.07  
HR2657 γ Canis Majoris Muliphein 4.12  
HR2387 ξ1 Canis Majoris   4.33 Variable; Multiple;
HR2596 ι Canis Majoris   4.37 Variable;
HR2782 τ Canis Majoris   4.4 Variable; Multiple;
HR2443 ν3 Canis Majoris   4.43  
HR2361 λ Canis Majoris   4.48  
HR2414 ξ2 Canis Majoris   4.54  

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE

La costellazione contiene vari oggetti del profondo cielo: interessanti l’ammasso aperto M 41 visibile anche ad occhio nudo, la Nebulosa Gabbiano e la scenografica Nebulosa NGC 2359, nota come Elmo di Thor.

NGC 2359 CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Particolarmente apprezzabile è la coppia di galassie interagenti composta da NCG 2207 e IC 2163, due oggetti che dalla loro fusione potrebbero generare una nuova galassia ellittica.

NGC 2207 E IC 2163 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

IL CANE MAGGIORE NELLA MITOLOGIA

L’antico poeta greco Arato di Soli si riferí al Cane Maggiore come al cane da guardia del cacciatore Orione, che attraversava il cielo inseguendo una lepre, che ritroviamo nella manciata di stelle poste ai piedi di Orione.
La stella Sirio trova riferimento nel mito greco, con la parola seiros, che significa “che inaridisce”: questo perché, ai tempi dei Greci, il sorgere di Sirio all’alba, prima del Sole, indicava l’inizio dei giorni più roventi dell’estate, della canicola, ovvero i Giorni del Cane.

«Abbaiando lancia fiamme e raddoppia il caldo ardente del Sole» disse Manilio, esprimendo il pensiero dei Greci e dei Romani in merito all’arrivo di Sirio all’alba estiva, mentre Virgilio nelle Georgiche scrive di Sirio e del caldo periodo estivo come «la torrida Stella del Cane spacca i campi».
L’astro che allieta il nostro sguardo nelle fredde sere invernali, era per gli antichi popoli motivo di distruzione dei raccolti. Rimane il fatto che una stella così luminosa e scintillante non può che essere simbolo di rassicurante bellezza.

Le costellazioni del mese di Gennaio 2026

Ora era onde ‘l salir non volea storpio chè il Sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio…
Dante, Divina Commedia

Nel cielo dell’inverno boreale sfavillante costellazioni luminose, ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure più importanti del mese di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.

LA COSTELLAZIONE DEL TORO

La Costellazione del Toro a cura di https://theskylive.com/

Riconoscibile grazie alla sua stella Aldebaran, quella del Toro è una delle costellazioni della fascia dello Zodiaco, compresa tra Ariete e Gemelli; la figura si estende a Est/Sud-Est, dove la sua stella principale brilla con il suo inconfondibile colore rosso-arancio.
Aldebaran è una gigante arancione grande 40 volte il Sole, con una magnitudine +0,95 che la rende la quattordicesima stella più luminosa del cielo notturno.

L’astro rappresenta l’occhio del Toro mentre le stelle Elnath e Alheka costituiscono le corna dell’animale; beta Tauri, ovvero Elnath, brilla al confine con l’Auriga e infatti ha la peculiarità di essere attribuita ora al Toro ora all’Auriga.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1457 α Tauri Aldebaran 0.85 Variable; Multiple;
HR1791 β Tauri Elnath 1.65 Double;
HR1165 η Tauri Alcyone 2.87 Multiple;
HR1910 ζ Tauri Tianguan 3 Variable;
HR1412 θ2 Tauri Chamukuy 3.4 Variable; Multiple;
HR1239 λ Tauri   3.47 Variable;
HR1409 ε Tauri Ain 3.53 Double;
HR1030 ο Tauri   3.6 Variable;
HR1178 27 Tauri Atlas 3.63 Variable; Multiple;
HR1346 γ Tauri Prima Hyadum 3.65 Variable;
HR1142 17 Tauri Electra 3.7  
HR1038 ξ Tauri   3.74  
HR1373 δ1 Tauri Secunda Hyadum 3.76 Variable; Multiple;
HR1411 θ1 Tauri   3.84 Multiple;
HR1149 20 Tauri Maia 3.87 Variable;
HR1251 ν Tauri   3.91  
HR1066 5 Tauri   4.11  
HR1156 23 Tauri Merope 4.18 Variable;
HR1387 κ1 Tauri   4.22 Variable; Multiple;
HR1458 88 Tauri   4.25 Variable; Double;

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO NEL TORO

M45: UN AMMASSO APERTO NEL CUORE DELL’INVERNO

Oltre ai vari interessanti oggetti del profondo cielo presenti nel Toro, quello più famoso e facilmente riconoscibile è senza ombra di dubbio M45, noto a tutti con il nome di Pleiadi.

L’ammasso M45 di Mirko Tondinelli

Si tratta di un ammasso aperto situato nella spalla del Toro, distante 440 anni luce dalla Terra. Da un luogo buio sono visibili già sette delle stelle che lo compongono, per le quali l’ammasso viene anche comunemente denominato con l’appellativo di “le sette sorelle”; in realtà con un binocolo e soprattutto con un telescopio si scopre che l’ammasso è composto da centinaia di stelle, in prevalenza giganti blu e bianche, legate da un’origine comune e da reciproche forze gravitazionali. Attraverso l’oculare di un telescopio di apertura considerevole non sarà difficile osservare dei piccoli aloni che circondano le singole stelle: si tratta di nubi di polveri, ovvero nebulose a riflessione, illuminare dalle stelle. Le Pleiadi rappresentano uno degli oggetti più amati del cielo invernale, spesso protagoniste di suggestive congiunzioni con la Luna e pianeti.

L’ammasso trova numerosi riferimenti nella mitologia, in cui vengono identificate con le ninfe della montagna, figlie di Atlante e dell’oceanina Pleione: i loro nomi sono Alcione, Asterope, Celeno, Elettra, Maia, Merope e Taigeta.

Nella letteratura italiana troviamo un significativo riferimento alle Pleiadi nella poesia di Pascoli, il Gelsomino Notturno: “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolìo di stelle”. Il poeta paragona le Pleiadi a una chioccia con il suo seguito di pulcini intenti a pigolare.

M1 – Nebulosa Granchio

In direzione della Stella Alheka si trova uno degli oggetti più importanti in campo astronomico e nell’astronomia a raggi X, nonché il primo oggetto del Catalogo Messier ovvero la Nebulosa del Granchio, distante 6500 anni luce dal Sistema Solare.

La nebulosa Granchio, primo oggetto del catalogo Messier M1. Crediti Davide Nardulli

Durante la fase finale della sua vita la Supernova 1054 ha espulso una quantità enorme di materiali ferroso e gas, generando un’esplosione in grado di proiettare tutti i propri frammenti a una grande distanza e che ancora oggi viaggiano a una velocità che sfiora i 1500 km/s.
Oggi il centro della nebulosa ospita ciò che resta della stella esplosa, una potente stella di neutroni che ruotando su sé stessa crea l’effetto pulsar.

L’esplosione della Supernova 1054 non rimase inosservata: il 4 luglio del 1054 gli astronomi cinesi furono i primi ad accorgersi di un nuovo astro che brillava sulla volta celeste: la sua luminosità fu tale da essere visibile anche in pieno giorno, la sua magnitudine era infatti compresa tra – 7 e – 4,5.

Altre Nebulose

Il Toro vanta anche altri suggestivi oggetti deep sky, molto amati dagli astrofili, come ad esempio la Nebulosa Falchetto (LBN 777) e la Nebulosa Spaghetti (SH2-240), quest’ultima situata al confine con l’Auriga.

Nebulosa Spaghetti SH2-240 nella Costellazione del Toro di Giacomo Pro’

IL TORO NELLA MITOLOGIA

La figura del Toro è una delle più antiche di cui si trovi traccia: ben 5.000 anni fa, nei pressi di Aldebaran, era collocato il punto Gamma, che indica l’equinozio di primavera.

Già in alcuni scritti dei Sumeri compaiono riferimenti al Toro, come protagonista di storie d’amore conflittuali.
Presso gli antichi Egizi invece tali animali erano figure mitologiche da venerare.

Nell’antica Grecia il mito del Toro era associato alla figura del Minotauro, frutto del tradimento consumato da Pasifa con il sacro Toro di Creta, alle spalle del marito Minosse.

Vi sono poi le solite vicende legate alle metamorfosi di Zeus che in questo caso, innamoratosi della principessa fenicia Europa, decise di ricorrere alla trasformazione in un toro per poterla rapire e sedurre.

E fu così che un giorno Europa, mentre si trovava in compagnia delle sue ancelle sulla spiaggia, fu attirata dalla presenza di un bellissimo toro bianco; completamente ammaliata da esso, vi salì in groppa lasciandosi condurre fino all’isola di Creta, dopo aver galoppato attraverso il mare.

Ma l’idillio durò poco, poiché una volta giunti a destinazione, l’ingenua principessa scoprì l’inganno: Zeus le rivelò la, sua identità, abusando di lei. Dall’infelice unione nacquero Minosse, Radamanto e Serpedonte.

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA

La costellazione dell’Auriga. Cortesia di https://theskylive.com/

Nel mese di gennaio possiamo osservare la costellazione dell’Auriga, figura facile da individuare per via della sua forma a pentagono, che va ad unirsi alla schiera delle costellazioni che dominano l’inverno boreale.

La stella principale della costellazione (α Aurigae) è Capella, un sistema multiplo costituito da ben quattro stelle, distante 42,2 anni luce da noi; l’astro è situato nella parte settentrionale dell’Auriga ed è ben visibile nel cielo serale con il suo luccichio di colore giallo, e rappresenta la sesta stella più luminosa del cielo notturno.

Le altre stelle che compongono la costellazione dell’Auriga sono Menkalinan, Mahasim, Hassaleh e Almaaz.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1708 α Aurigae Capella 0.08 Variable; Multiple;
HR2088 β Aurigae Menkalinan 1.9 Variable; Multiple;
HR2095 θ Aurigae Mahasim 2.62 Variable; Multiple;
HR1577 ι Aurigae Hassaleh 2.69 Variable;
HR1605 ε Aurigae Almaaz 2.99 Variable; Multiple;
HR1641 η Aurigae Haedus 3.17 Variable;
HR2077 δ Aurigae   3.72 Multiple;
HR1612 ζ Aurigae Saclateni 3.75 Variable;
HR2012 ν Aurigae   3.97 Double;
HR2091 π Aurigae   4.26 Variable;
HR2219 κ Aurigae   4.35 Variable;
HR1995 τ Aurigae   4.52 Multiple;
HR1726 16 Aurigae   4.54 Variable; Double;
HR1729 λ Aurigae   4.71 Multiple;
HR2011 υ Aurigae   4.74 Variable;
HR1843 χ Aurigae   4.76  
HR1551 2 Aurigae   4.78  
HR2427 ψ2 Aurigae   4.79 Multiple;
HR1689 μ Aurigae   4.86  
HR2696 63 Aurigae   4.9  

OGGETTI NON STELLARI NELL’AURIGA

La costellazione ospita diversi oggetti del catalogo Messier, come gli ammassi aperti M36, M37 ed M38.

Nebulosa IC 405 di Giacomo Pro’.

Altri oggetti del profondo cielo molto interessanti sono le nebulose IC405 e IC410.

CAMPO LARGO IN AURIGA OGGETTI M38, IC417, IC410, IC405 CREDITI CRISTINA CELLINI

LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA NELLA MITOLOGIA

L’Auriga trova diversi riferimenti nella mitologia: una delle storie più diffuse è quella che associa Capella alla capra Amaltea, animale che secondo la mitologia greca allattó Zeus quando, ancora in fasce, venne abbandonato sull’isola di Creta.

Per tale motivo, in segno di gratitudine, l’animale fu collocato sulla volta celeste, accompagnato dai suoi due capretti partoriti proprio mentre allattava Zeus, associati alle stelle Eta e Zeta dell’Auriga.

Le costellazioni del mese di Dicembre 2025

Il cielo di dicembre è popolato da oggetti brillanti e inconfondibili: uno di questi è certamente la costellazione di Orione, figura celeste nota anche ai meno esperti di astronomia, individuabile ad occhio nudo già in contesti urbani.

LA COSTELLAZIONE DI ORIONE

Orione fa il suo ingresso sulla volta celeste già a fine estate, quando lo ritroviamo basso a Sud-Est da notte inoltrata fino alle prime luci dell’alba, per poi ritrovarlo nel periodo autunnale in serata, e da quel momento accompagnerà le nostre sere d’inverno a partire dalle ore successive al tramonto del Sole, raggiungendo il meridiano a gennaio inoltrato.

La stella principale della costellazione è Rigel, una supergigante blu che indica il ginocchio del “cacciatore celeste”, avente magnitudine 0,2; tuttavia è Betelgeuse la stella alfa della costellazione.

Betelgeuse, con il suo colore rosso-arancio, rappresenta una supergigante rossa con magnitudine 0,5 posta a 600 anni luce dalla Terra.

La stella indica il vertice nord-orientale di Orione e rappresenta anche uno dei vertici del Triangolo Invernale, asterismo composto da Sirio (Cane Maggiore) e Procione (Cane Minore).

Betelgeuse è un oggetto molto discusso in campo astronomico poiché alla fine del suo ciclo vitale potrebbe esplodere in supernova.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR1713 β Orionis Rigel 0.12 Variable; Multiple;
HR2061 α Orionis Betelgeuse 0.5 Variable; Multiple;
HR1790 γ Orionis Bellatrix 1.64 Variable; Double;
HR1903 ε Orionis Alnilam 1.7 Variable; Double;
HR1948 ζ Orionis Alnitak 2.05 Variable; Multiple;
HR2004 κ Orionis Saiph 2.06 Variable;
HR1852 δ Orionis Mintaka 2.23 Variable; Multiple;
HR1899 ι Orionis Hatysa 2.77 Variable; Multiple;
HR1543 π3 Orionis Tabit 3.19 Variable; Double;
HR1788 η Orionis   3.36 Variable; Multiple;
HR1879 λ Orionis Meissa 3.54 Variable; Multiple;
HR1735 τ Orionis   3.6 Multiple;
HR1552 π4 Orionis   3.69 Variable;
HR1567 π5 Orionis   3.72 Variable;
HR1931 σ Orionis   3.81 Multiple;
HR1580 ο2 Orionis   4.07 Multiple;
HR1907 φ2 Orionis   4.09  
HR2124 μ Orionis   4.12 Variable; Multiple;
HR1784 29 Orionis   4.14  
HR1839 32 Orionis   4.2 Double;

 

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ORIONE

Ciò che caratterizza l’immagine di Orione sulla volta celeste è indubbiamente la sua celebre “cintura”, asterismo dato composto dalle tre stelle Alnitak, Alnilam e Mintaka.

Nelle prossimità della cintura vi sono alcuni degli oggetti tra i più noti del profondo cielo, ovvero M43, NCG 1990, la Nebulosa Fiamma e la Nebulosa Testa di Cavallo.

Nebulosa Testa di Cavallo IC434, Nebulosa Fiamma NGC 2024 , Nebulosa di Orione M42. Crediti di Simeone Pendolo.

La Cintura di Orione è avvolta all’esterno da un imponente anello di nebulosità che dista circa 1600 anni luce dalla Terra, noto come Anello di Barnard, che ha una dimensione di 300 anni luce di diametro.

Si tratta del resto di una supernova esplosa probabilmente circa 2 milioni di anni fa.

IMMAGINE LDN 1622 CREDITI: COSIMO SECLÌ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Proprio sul bordo orientale dell’Anello di Barnard si trova un oggetto dall’aspetto tanto affascinante quanto inquietante: si tratta di LDN 1622, meglio noto come Nebulosa Boogeyman o Nebulosa dell’Uomo Oscuro.

L’oggetto si trova nei pressi del pian galattico, a 500 anni luce di distanza dalla Terra: si tratta di una nube oscura che si staglia su uno sfondo rosso di idrogeno incandescente.

La polvere scura è formata da gas talmente denso da nascondere la luce delle stelle retrostanti. Questa nebulosa non è un soggetto molto facile da immortalare, necessita infatti di diverse ore di riprese, ma ne vale di certo la pena.

La costellazione di Orione è uno scrigno pregno di bellezze del profondo cielo, e uno degli oggetti più famosi e ripresi dagli astrofili più o meno esperti è senza ombra di dubbio M42, la cosiddetta Nebulosa di Orione.

IMMAGINE M42 CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Si tratta di un complesso nebuloso molecolare in cui hanno origine importanti processi di formazione stellare e che si estende ampiamente tra la cintura e la spada di Orione; è una delle regioni stellari più attive, una vera e propria incubatrice di stelle.

Un altro oggetto presente in Orione, alla portata anche di un binocolo 10×50, è M 78 o Nebulosa Casper: rappresenta una nebulosa a riflessione tra le più brillanti, distante 1300 anni luce e situata sopra alla Cintura di Orione, visibile da luoghi bui già con piccole strumentazioni.

IMMAGINE M 78 CREDITI: GIUSEPPE DE PACE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

L’oggetto venne scoperto all’inizio del 1780 da Pierre Méchain, e fu inserito da Charles Messier nel suo catalogo degli oggetti nebulosi il 17 dicembre di quello stesso anno.

ORIONE NELLA MITOLOGIA

Orione è una delle figure di cui si narra nelle leggende delle antiche popolazioni, già a partire dai Sumeri. Per il mito greco Orione era il figlio di Euriale e Posidone, ed aveva il dono di saper camminare sull’acqua. Nell’Odissea Omero narra di lui come un abile cacciatore, sempre accompagnato dai suoi fedeli cani da caccia, in particolare il suo prediletto, Sirio.

Le sue avventure sono principalmente legate a storie d’amore e passioni a causa delle quali, il cacciatore, si trovava a dover fronteggiare rivali molto veementi, e arrivò persino a perdere la vista (poi recuperata) per una lite molto accesa.
Tra le tante storie, una delle più note è quella che lega Orione ad Artemide: arrivato a Delo, l’isola sacra ad Apollo, insieme alla sua amante Eos, Orione incontrò Artemide.

Accomunati dalla passione del tiro con l’arco, il cacciatore e la bellissima sorella gemella di Apollo, si innamorarono perdutamente.
Ma questo amore non andava proprio giù al dio greco, che considerava l’arrivo di Orione sulla sua isola una sorta di profanazione, tanto da ricorrere all’aiuto della Madre Terra per poterlo annientare definitivamente.

La Madre Terra scatenò contro Orione un velenosissimo e gigante scorpione, figura che sulla volta celeste ritroviamo a inseguire il cacciatore.
Orione impiegó tutte le sue forze, le sue frecce e armature pur di non soccombere, e si gettó in mare, dove il suo destino era già stato deciso da Apollo.

Mentre una notte Orione stava nuotando a pelo d’acqua, Apollo diede l’arco in mano a sua sorella Artemide, invitandola a puntare la freccia a largo, dove vi era poca visibilità: la dea scaglió con abilità il dardo fatale, colpendo a morte il suo amato.
Disperata per aver ucciso l’uomo che amava, incontrò la pietà di Zeus, che trasformò Orione in una brillante costellazione, così che ogni notte Artemide potesse contemplare il suo grande amore sulla volta celeste.

LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE

Ai piedi di Orione giace la piccola costellazione della Lepre, che transita al meridiano proprio a dicembre; si tratta di un oggetto di dimensioni contenute, ma abbastanza appariscente da essere individuato nel cielo notturno.
Arneb (alfa Leporis) è la stella principale della costellazione, una supergigante gialla di magnitudine 2,58, distante 1283 anni luce.
Beta Leporis è Nihal, una gigante brillante gialla di magnitudine 2,81, distante 159 anni luce.

Epsilon Leporis e Mu Leporis sono le altre due stelle che compongono la costellazione, con una magnitudine rispettivamente di 3,19 e 3,29.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LEPRE

La costellazione della Lepre giace sul brodo della Via Lattea, ma non tanto vicina da contenere importanti campi stellari: sono presenti tuttavia alcuni oggetti interni alla nostra galassia, quali l’ammasso globulare M 79, la Nebulosa IC 418.

M 79 è individuabile a sud della Stella Nihal, e c’è bisogno dell’ausilio do in binocolo di media potenza per poterlo cercare amatorialmente.

IMMAGINE IC 418 CREDITI: NASA e The Hubble Heritage Team (STScI/AURA) Ringraziamenti: Dr. Raghvendra Sahai (JPL) e Dr. Arsen R. Hajian (USNO)

La Nebulosa IC 418 è molto suggestiva, appare di taglio e la sua distanza si aggira attorno ai 2000 anni luce dalla Terra.
Tra gli oggetti più esterni alla Via Lattea troviamo invece la galassia a spirale NCG 1964, dal nucleo brillante e denso.

IMMAGINE NGC 1964 CREDITI: ESO/Jean-Christophe Lambry

LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE NELLA MITOLOGIA

Per gli arabi la stella beta della costellazione della Lepre significa “i cammelli saziando la loro sete”, Al-Nihal, come se ad alcuni momenti di osservazione loro associassero I cammelli nell’atto di dissetarsi nei pressi della vicina Via Lattea.

Nota anche alle antiche popolazioni greche, quella della lepre è una figura strettamente associata a quella di Orione, poiché rappresenta la preda inseguita dal cacciatore mitologico, ma preda anche del Cane Maggiore.

Un’antica leggenda narra di un forestiero che arrivò sull’isola Greca di Leros una piccola lepre, con l’intento di dar vita ad un allevamento di questo animale; in poco tempo però la situazione sfuggì di mano, poiché le lepri iniziarono a riprodursi in maniera incontrollata, invadendo l’isola e distruggendo i raccolti.

Gli abitanti dunque si mobilitarono in massa per contenere tale problema, eliminando tutte le lepri salvandone solo una, che fu posta in cielo tra le stelle.

Le costellazioni del mese di Novembre 2025

In un viaggio attraverso il cielo di novembre, incontriamo la mitologica costellazione di Perseo, un’affascinante figura nell’emisfero boreale. Nota come radiante dello sciame meteorico delle Perseidi e per il suo spettacolare Ammasso Doppio (NGC 869 e NGC 884) , Perseo si estende tra Andromeda e Auriga. La sua stella più celebre, Algol (Beta Persei), è il prototipo delle variabili a eclisse, con una luminosità che oscilla in meno di tre giorni. Questa costellazione, legata al mito dell’eroe che sconfisse Medusa e salvò Andromeda , è ricca anche di nebulose come M 76 e la vasta Nebulosa California (NGC 1499). Poco più a Sud di Perseo, è visibile la costellazione del Triangolo, una figura poco estesa e poco luminosa, ma riconoscibile per la sua forma. Nonostante la sua lontananza dalla Via Lattea, il Triangolo ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33 o Galassia del Triangolo, una delle galassie più vicine alla Via Lattea.  

LA COSTELLAZIONE DI PERSEO

Nel cielo di novembre incontriamo la costellazione di Perseo, una figura nota per il suo Ammasso Doppio e per essere il radiante di uno degli sciami meteorici più conosciuti, quello delle Perseidi.

La costellazione si estende fra quelle di Andromeda e Auriga ed è composta da circa 136 stelle visibili a occhio nudo, concentrate sostanzialmente in tre gruppi, in direzione delle stelle Mirfak, Algol ed Epsilon Persei.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR936 β Persei Algol 2.12 Variable; Multiple;
HR1203 ζ Persei   2.85 Variable; Multiple;
HR1220 ε Persei   2.89 Variable; Multiple;
HR915 γ Persei   2.93 Multiple;
HR1122 δ Persei   3.01 Variable; Double;
HR921 ρ Persei   3.39 Variable;
HR834 η Persei Miram 3.76 Multiple;
HR1135 ν Persei   3.77 Variable; Double;
HR941 κ Persei Misam 3.8 Variable; Double;
HR1131 ο Persei Atik 3.83 Variable; Double;
HR854 τ Persei   3.95 Variable; Multiple;
HR1273 48 Persei   4.04 Variable;
HR1228 ξ Persei Menkib 4.04 Variable;
HR937 ι Persei   4.05 Double;
HR496 φ Persei   4.07 Variable;
HR799 θ Persei   4.12 Variable; Multiple;
HR1303 μ Persei   4.14 Variable; Multiple;
HR840 16 Persei   4.23 Variable; Multiple;
HR1087 ψ Persei   4.23 Variable;

Da settembre a marzo, nell’emisfero boreale, Perseo è facilmente individuabile grazie al cospicuo numero di stelle di terza e quarta magnitudine: Mirfak è la stella principale della costellazione (alfa Persei) ed è una supergigante di colore giallo, con una magnitudine di 1,79, situata a una distanza di circa 590 anni luce.

Algol (Beta Persei) è la stella forse più nota in Perseo, e possiede una luminosità apparente che oscilla tra le magnitudini 2,12 e 3,39 in poco meno di tre giorni.

Algol è il prototipo di una classe di variabili, di forma regolare, in cui due componenti di un sistema binario si eclissano a vicenda causando la diminuzione della luminosità totale del sistema.

Essa è posta a una distanza di 93 anni luce.

OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN PERSEO

La costellazione è in parte attraversata dalla Via Lattea che però appare in maniera non proprio marcata in tale direzione, osservando anzi ad occhio nudo in direzione di Perseo, è come se la Via Lattea si interrompesse in alcuni tratti, originando un vuoto dovuto alla presenza di vasti banchi di nebulosità oscure.

Nonostante ciò, Perseo contiene diversi e interessanti oggetti del profondo cielo: uno dei più noti è certamente l’Ammasso Doppio, costituito dagli ammassi NGC 869 e NGC 884, che danno origine a uno dei più belli e luminosi oggetti del cielo notturno.

Doppio Ammasso in Perseo. Crediti EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione ospita anche l’Ammasso di Alfa Persei (Mel 20), un oggetto molto luminoso nella parte settentrionale della costellazione; molto nota anche la nebulosa planetaria M76 e la Nebulosa California (NGC 1499).

Quest’ultima è una nebulosa a emissione distante 1000 anni luce dalla Terra, ed è un oggetto deep sky molto amato dagli astrofili.

IMMAGINE NGC 1499 CREDITI: DANIELE BORSARI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM, IMMAGINE VINCITRICE DELLA CATEGORIA YOUNG NEL CONCORSO APY 2024.

Link all’intervista a Daniele Borsari https://www.coelum.com/articoli/astrofotografia/intervista-a-daniele-borsari

Qualche anno fa il telescopio spaziale Euclid ha ottenuto una sorprendente immagine che ci mostra l’Ammasso di Galassie di Perseo, oltre a 100.000 galassie più lontane visibili sullo sfondo, alcune della quali non erano mai state viste prima.

IMMAGINE GALASSIE DI PERSEO CREDITI: EUCLID/ESA.INT

PERSEO NELLA MITOLOGIA

Attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre,
giunse alla casa della Gorgone, e qua e là per i campi e per le strade
vedeva figure di uomini e di animali
tramutati da esseri veri in statue per aver visto Medusa.
Ovidio, Metamorfosi, IV, 778-781

Perseo è legato a diversi miti, in una narrazione che si intreccia con le figure di Pegaso, Andromeda, Medusa.

Perseo era il figlio mortale di Giove e Danae: al giovane venne affidato il compito di trovare e uccidere il mostro Medusa, una Gorgone con i serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare con un solo sguardo chiunque incrociasse il suo.

Medusa viveva su un’isola Situata Oltre l’oceano, insieme a Steno e Eurialo, altre due Gorgoni, mortali.

L’eroe giunse sull’isola dopo aver ricevuto in sogno, da Minerva, una spada con la quale decapitare il mostro e uno scudo riflettente affinché esso non potesse pietrificarlo.

Sul suo cammino Perseo incontrò anche le tre ninfe del Nord, che gli consegnarono un elmo speciale con la capacità di renderlo invisibile e una sacca dove riporre la testa di Medusa una volta recisa.

Alla fine Perseo riuscì a portare a termine il suo compito, uccidendo il mostro Medusa, dal cui sangue nacque Pegaso, il cavallo alato di cui si serví per fuggire e con il quale, durante il viaggio di ritorno, trasse in salvo Andromeda, incatenata sulla rupe sotto minaccia del mostro marino Ceto.

Per le sue gesta, da sempre narrate attraverso l’arte, Perseo si guadagnó un posto sulla volta celeste, brillando tra le stelle per l’eternità.

LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO

Poco più a Sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo incontriamo il Triangolo, una figura visibile nei mesi autunnali e invernali del nostro emisfero.

Si tratta di una costellazione poco estesa e poco luminosa, tuttavia riconoscibile per la sua forma.

Alfa Trianguli, dall’arabo Mothallah ovvero “la testa del Triangolo” è una gigante bianco-azzurra di magnitudine 3,42, distante 124 anni luce: è la stella principale della costellazione, una binaria che nonostante venga classificata come stella alfa, rappresenta la seconda più luminosa dopo beta Trianguli.

Quest’ultima, nota anche come Deltotum, è una subgigante gialla di magnitudine 3,00, distante 64 anni luce.

Il terzo vertice della costellazione è raffigurato da gamma Trianguli.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR622 β Trianguli   3  
HR544 α Trianguli Mothallah 3.41 Multiple;
HR664 γ Trianguli   4.01  
HR660 δ Trianguli   4.87 Double;
HR642 6 Trianguli   4.94 Variable; Double;
HR675 10 Trianguli   5.03 Double;
HR736 14 Trianguli   5.15  
HR655 7 Trianguli   5.28  
HR717 12 Trianguli   5.29  
HR758     5.3 Variable;
HR750 15 Trianguli   5.35 Variable; Double;
HR599 ε Trianguli   5.5 Variable; Double;
HR712 11 Trianguli   5.54  
HR490     5.64  
HR523     5.79  
HR564     5.82  
HR738     5.83  
HR720 13 Trianguli   5.89  
HR485     5.99  
HR757     6.1  

OGGETTI NON STELLARI NEL TRIANGOLO

La costellazione non vanta la presenza di numerosi oggetti del profondo cielo, data la sua lontananza dalla Via Lattea, nonostante questo però ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33.

IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nota come Galassia del Triangolo, questo oggetto si trova a una distanza stimata sui 3 milioni di anni luce ed essendo membro del Gruppo Locale, è una delle galassie più vicine alla Via Lattea. Da un luogo perfettamente buio e privo di qualsiasi tipo di inquinamento, si può tentare l’osservazione di M33 anche con un buon binocolo.

Di M33, oggetto di interesse per gli astrofili, colpiscono i suoi bracci a spirale aperti, ricchi di nebulose e regioni di formazione stellare.

Nella costellazione del Triangolo sono presenti anche le galassie IC 1727, NGC 672 e NGC 925, visibili anche con strumenti amatoriali.

IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI

IC 1727 è una galassia a spirale barrata che interagisce gravitazionalmente con NGC 672, due oggetti che sono frutto di grandi soddisfazioni per gli astrofili che si cimentano nelle loro riprese.

IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA

Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli Egizi la identificavano come il delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Trinacria, ovvero la Sicilia, isola sacra a Cerere dove, secondo il mito, è avvenuto il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.

La figura del Triangolo trova riferimenti nelle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, viene associato ad una sorta di segnale collocato sulla volta celeste, utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete. Una segnaletica stellare!

Le costellazioni del mese di Ottobre 2025

Andromeda e Pegaso 2025

Il cielo di ottobre ci conduce tra le costellazioni che caratterizzano l’autunno boreale: complici le ore di buio che prendono via via il sopravvento su quelle di luce, potremo volgere lo sguardo verso la volta celeste già in prima serata, con la certezza di poter riconoscere figure mitologiche come principesse e cavalli alati.
Tra queste ci soffermiamo sulle costellazioni di Andromeda e Pegaso, che con l’intrecciarsi dei loro astri e delle loro leggende, ci terranno compagnia nei mesi a venire.

LA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

Visibile già nel cielo serale di fine agosto, quella di Andromeda è una costellazione che può essere osservata fino a marzo all’emisfero boreale: per quanto sia abbastanza estesa (722 gradi quadrati circa), essa non vanta stelle particolarmente brillanti.
La più luminosa della costellazione è la stella Alpheratz ( o Sirrah), che un tempo faceva parte della costellazione di Pegaso (Delta Pegasi) e che oggi è una componente del famoso Quadrato di Pegaso, insieme alle stelle α, β e λ Pegasi.
Alfa Andromedae è situata a 97 anni luce dalla Terra ed è un sistema binario con una magnitudine apparente pari a +2,06.
Le altre stelle principali di Andromeda sono Mirach, Almach e Sadiradra, mentre nella costellazione sono presenti diverse doppie, come Mu Andromedae, una stella bianca di sequenza principale con una massa 2,3 volte quella del Sole; essa è catalogato come stella quadrupla ed è osservabile con un telescopio di medie dimensioni.

HR Number(*) Star designation Proper name Visualmagnitude Notes
HR15 α Andromedae Alpheratz 2.06 Variable; Double;
HR337 β Andromedae Mirach 2.06 Variable; Multiple;
HR603 γ1 Andromedae Almach 2.26 Multiple;
HR165 δ Andromedae   3.27 Multiple;
HR464 51 Andromedae Nembus 3.57  
HR8762 ο Andromedae   3.62 Variable; Multiple;
HR8961 λ Andromedae   3.82 Variable; Multiple;
HR269 μ Andromedae   3.87 Multiple;
HR215 ζ Andromedae   4.06 Variable; Multiple;
HR458 υ Andromedae Titawin 4.09 Multiple;
HR8976 κ Andromedae   4.14 Multiple;
HR335 φ Andromedae   4.25 Variable; Double;
HR8965 ι Andromedae   4.29 Variable;
HR154 π Andromedae   4.36 Variable; Multiple;
HR163 ε Andromedae   4.37  
HR271 η Andromedae   4.42 Double;
HR8830 7 Andromedae   4.52  
HR68 σ Andromedae   4.52 Variable;
HR226 ν Andromedae   4.53  
HR63 θ Andromedae   4.61 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA

M31 CREDITI: DAVIDE NARDULLI dalla Gallery PhotoCoelum

Nonostante la sua estensione, la costellazione non contiene un considerevole numero di oggetti del profondo cielo; in compenso ospita l’oggetto che oltre ad essere quello probabilmente più noto a chiunque, è altresí l’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo! Si tratta chiaramente di M 31, una grande galassia a spirale situata a una distanza di due milioni di anni luce. La galassia non balza immediatamente agli occhi, pur osservando da un luogo completamente buio, ma appare come una macchiolina sfocata che necessita almeno di un binocolo per essere distinta. Fotografando con le lunghe esposizioni, senza per forza dover effettuare estenuanti somme di scatti, si può già immortalare M 31, poiché appare nel cielo stellato sotto le sembianze di un punto luminoso con attorno un alone, nel suo insieme simile a un batuffolo.
Per immagini più sofisticate e dettagliate è necessario disporre di attrezzature adeguate, come camera di ripresa e telescopi di una buona apertura.

NGC 891 CREDITI: OSVALDO BOSETTI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Un altro suggestivo oggetto deep sky presente nella costellazione di Andromeda è la galassia a spirale NGC 891, che ad ampi ingrandimenti appare di taglio, rivelando una banda oscura di polveri e gas.

ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA

Fanciulla di rara bellezza, Andromeda era una principessa, figlia dei sovrani di Etiopia Cefeo e Cassiopea, che fu sul punto di pagare con la propria vita gli errori commessi da sua madre.

Cassiopea osó infatti definire sé stessa e Andromeda come le più belle, molto più delle Nereidi, le ninfe marine alla corte di Poseidone.

Il dio del mare non poté tollerare tale offesa e provocó una violenta inondazione per distruggere il regno di Cefeo; disperato, il sovrano decise di consultare l’oracolo che gli suggerì di immolare la giovane e ingenua figlia, affinché l’ira di Poseidone si placasse. Addolorato, Cefeo dovette incatenare Andromeda su di una rupe, esposta al famelico mostro marino Ceto. Destino volle che un bel giorno, a passare di lì, fosse il valoroso Perseo, che in sella al suo cavallo alato Pegaso, liberò Andromeda dalle catene e la salvó portandola via con sé e, successivamente, sposandola. Pare che a fu Atena a porre in cielo Andromeda, tra le stelle.

Come la vide con le braccia legate a una rigida rupe,
Perseo di marmo l’avrebbe creduta se l’aria leggera non avesse
mosso le chiome e le lacrime dagli occhi stilate non fossero,
inconsapevole ne ardeva stupito. Rapito alla vista di
quella bellezza, quasi di battere l’ali si scordava.
Come fu sceso a terra, disse “non meriti codesti ceppi ma quelli che legano amanti tra loro;
dimmi il tuo nome e la patria e perché sei legata”.

Ovidio, La Metamorfosi, Libro IV

LA COSTELLAZIONE DI PEGASO

Un’altra delle costellazioni visibili nel cielo boreale autunnale è Pegaso, che si presenta vicino a Cassiopea, ed è legato astronomicamente e mitologicamente ad Andromeda.

La figura è individuabile grazie al celebre asterismo noto come Quadrato di Pegaso, formato dalle sue stelle principali Markab, Scheat, Algenib più Sirrah, stella che come abbiamo già spiegato sopra, fa parte della costellazione di Andromeda.

Nonostante la stella alfa di Pegaso sia Markab, in realtà l’astro più brillante della costellazione è Enif (ε Pegasi) una supergigante rossa di magnitudine 2,38.

La costellazione contiene diverse stelle doppie, alcune facilmente risolvibili anche con medi ingrandimenti: un esempio lo è 1 Pegasi, un sistema doppio di stelle arancioni in cui la componente primaria ha una magnitudine 4,1 mente La secondaria è di nona grandezza; l’altro Sistema binario è 3 Pegasi, composto da due stelle bianco-giallastre di sesta e settima magnitudine.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR8308 ε Pegasi Enif 2.39 Variable; Multiple;
HR8775 β Pegasi Scheat 2.42 Variable; Multiple;
HR8781 α Pegasi Markab 2.49 Variable;
HR39 γ Pegasi Algenib 2.83 Variable; Multiple;
HR8650 η Pegasi Matar 2.94 Variable; Multiple;
HR8634 ζ Pegasi Homam 3.4 Double;
HR8684 μ Pegasi Sadalbari 3.48  
HR8450 θ Pegasi Biham 3.53 Variable;
HR8430 ι Pegasi   3.76 Variable; Double;
HR8667 λ Pegasi   3.95  
HR8173 1 Pegasi   4.08 Multiple;
HR8315 κ Pegasi   4.13 Multiple;
HR8665 ξ Pegasi   4.19 Multiple;
HR8454 π2 Pegasi   4.29  
HR8313 9 Pegasi   4.34 Variable;
HR8905 υ Pegasi Alkarab 4.4  
HR8795 55 Pegasi   4.52 Variable;
HR8923 70 Pegasi   4.55  
HR8225 2 Pegasi   4.57 Double;
HR8880 τ Pegasi Salm 4.6 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI PEGASO

Nella costellazione di Pegaso sono presenti diversi oggetti del profondo cielo come alcune appariscenti galassie, ma anche qualche ammasso.

NGC 7331 E SUPERNOVA SN 2025rbs CREDITI LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Uno degli oggetti deep sky più interessanti in Pegaso è la galassia a spirale NGC 7331, situata a 40 milioni di anni luce di distanza che per via della sua struttura e delle sue dimensioni, è spesso denominata come la “galassia gemella” della nostra Via Lattea.
Durante l’estate, più precisamente il 14 luglio 2025, il progetto GOTO (Gravitational-wave Optical Transient Observer), una rete di radiotelescopi robotici gestita dall’Osservatorio del Roque de Los Muchachos e dall’Osservatorio di Siding Spring, ha scoperto la Supernova Sn 2025rbs proprio nella galassia NGC 7331.
Questo straordinario oggetto ha una magnitudine apparente stimata intorno a +14, ed è visibile come un puntino luminoso al centro della galassia ospite, e ciò la rende individuabile anche attraverso l’utilizzo di telescopi amatoriali medio-grandi.

QUINTETTO DI STEPHAN CREDITI: MAGU MASSIMO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Un altro oggetto deep sky molto amato dagli astrofili è il Quintetto di Stephan, un gruppo visuale di cinque galassie molto scenico, situato a 290 milioni di anni luce e considerato dagli astronomi un autentico laboratorio in cui studiare la collisione tra le galassie e come questa impatti sulla materia che costituisce il mezzo intergalattico.
Oltre alle varie galassie, la costellazione di Pegaso ospita l’ammasso globulare M 15: si tratta di uno dei più densi della Via Lattea, situato a circa 33.600 anni luce, visibile già con l’utilizzo di un buon binocolo, ma risolvibile solo attraverso telescopi superiori a 200 mm di apertura.

M 15 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella costellazione è presente anche un sistema planetario extrasolare, 51 Pegasi, composto da una stella molto simile al Sole attorno a cui orbita un pianeta di tipo gioviano caldo, scoperto nel 1995.

PEGASO NELLA MITOLOGIA

Quella del cavallo alato è una figura che affascina da sempre l’immaginario collettivo, e la mitologia ce ne offre diverse narrazioni.
Il mito greco raffigura Pegaso con il cavallo alato che nacque da un fiotto di sangue scaturito dall’uccisione di Medusa per mano di Perseo, che tra l’altro se ne serví per liberare Andromeda dal mostro marino Ceto.
Pegaso era caro a Zeus poiché trasportava le folgori fino all’Olimpo, ma fu anche addomesticato da Bellerofonte, che in sella al cavallo combatteva con le Amazzoni e uccise la Chimera.
Dopo la morte di Bellerofonte, Pegaso fece ritorno all’Olimpo per poi riscendere sul Monte Elicona mentre si stava tenendo una gara di canto tra le Muse e le Pieridi: alle melodie intonate da quest’ultime, il monte prese a innalzarsi verso il cielo e solo lo zoccolo battuto a terra da Pegaso riuscì ad arrestarne la rapida ascesa.
Dalla terreno in cui il cavallo batté con forza, sgorgò una sorgente d’acqua, poi chiamata “sorgente del cavallo”.
Al termine delle sue imprese Pegaso prese il volo verso la volta celeste, dove rimase a brillare tra le stelle.

Le costellazioni del mese di Settembre 2025

Nel cielo di settembre, in bilico tra l’estate e l’autunno, incontriamo due costellazioni che rappresentano una coppia mitologica: si tratta di Cassiopea e Cefeo.

LA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Asterismo tipico del cielo boreale, Cassiopea è una figura visibile tutto l’anno e raggiunge la massima altezza proprio nel periodo autunnale. Poiché è molto vicina al polo nord celeste, Cassiopea rimane visibile per tutta la notte e per questo viene classificata come una costellazione circumpolare.

La sua peculiare forma a W o M, a seconda delle stagioni, la rende facilmente individuabile a Nord, nei pressi della Stella Polare.
Shedir (alfa Cassiopeiae) è l’astro principale della costellazione: si tratta di una gigante arancione di magnitudine apparente +2,25, situata a 229 anni luce dalla Terra. Il suo nome deriva dall’arabo ( صدر, şadr) e significa busto: essa infatti è collocata nel cuore della costellazione che, mitologicamente, rappresenta la regina di Etiopia.

Interessante è anche γ Cassiopeiae, la stella binaria a raggi X più brillante del cielo e l’unica ad essere visibile ad occhio nudo. Della costellazione fa anche parte Rho Cassiopeiae, una stella ipergigante gialla situata a 3400 anni luce dalla Terra.

RHO CASSIOPEIAE CREDITI: SALVATORE PELLEGRINO
HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR168 α Cassiopeiae Schedar 2.23 Variable; Multiple;
HR21 β Cassiopeiae Caph 2.27 Variable; Double;
HR264 γ Cassiopeiae   2.47 Variable; Multiple;
HR403 δ Cassiopeiae Ruchbah 2.68 Variable; Double;
HR542 ε Cassiopeiae Segin 3.38 Variable;
HR219 η Cassiopeiae Achird 3.44 Multiple;
HR153 ζ Cassiopeiae Fulu 3.66 Variable;
HR580 50 Cassiopeiae   3.98  
HR130 κ Cassiopeiae   4.16 Variable;
HR343 θ Cassiopeiae   4.33 Variable; Double;
HR707 ι Cassiopeiae   4.52 Variable; Multiple;
HR575 48 Cassiopeiae   4.54 Variable; Multiple;
HR193 ο Cassiopeiae   4.54 Variable; Double;
HR9045 ρ Cassiopeiae   4.54 Variable;
HR265 υ2 Cassiopeiae Castula 4.63  
HR442 χ Cassiopeiae   4.71  
HR123 λ Cassiopeiae   4.73 Double;
HR399 ψ Cassiopeiae   4.74 Multiple;
HR9066     4.8 Variable; Multiple;
HR179 ξ Cassiopeiae   4.8 Variable;

SUPERNOVAE IN CASSIOPEA

Nel 1572 nella costellazione di Cassiopea apparve improvvisamente un stella tanto luminosa quanto ci appare il pianeta Venere: essa venne denominata “nova di Tycho Brahe” dal nome dell’astronomo danese che condusse per oltre un anno osservazioni di questo oggetto, ad occhio nudo, riportando dati dettagliati; in conclusione, ciò che aveva osservato era una supernova.

Ma non è l’unico episodio di questo tipo quello che riguarda la costellazione di Cassiopea : nel 1680 è stata osservata una forte radiosorgente situata a 11 mila anni luce da noi, Cassiopea A.

Nel 2004 il telescopio spaziale Chandra ha scoperto anche una sorgente molto compatta di raggi X proprio al centro di Cassiopea A, le cui caratteristiche confermano che si tratta di una stella di neutroni che, con ogni probabilità, rappresenta il resto della Stella esplosa più di 300 anni fa.

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA

Nel tratto di Via Lattea boreale in cui è situata Cassiopea vi è un gran numero di nebulose e ammassi: due oggetti molto amati e ripresi dagli astrofili sono certamente la Nebulosa Cuore, IC1805, e la Nebulosa Anima, IC 1848.

NEBULOSA E ANIMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Al centro della Nebulosa Cuore è presente l’ammasso stellare Melotte 15, nato dalla stessa nebulosa.

MELOTTE 15 CREDITI: LORIS FERRINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altri oggetto amato dagli astrofili, presente in Cassiopea, è il noto ammasso aperto NGC 457, conosciuto anche come Ammasso Civetta.

NGC 457 CREDITI: ANDREA FERRI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

CASSIOPEA NELLA MITOLOGIA

Nella mitologia greca Cassiopea rappresenta la regina di Etiopia, moglie di Cefeo e madre di Andromeda: vanitosa e presuntuosa come poche, la sovrana era dedita principalmente a vantarsi e a spazzolare i suoi capelli per tutto il tempo; un giorno, però, commise un errore che portò all’intreccio di una serie di vicende ampiamente narrate nella mitologia.

Cassiopea si vantava di essere la più bella del reame e sosteneva che, insieme a sua figlia Andromeda, fosse persino più bella delle ninfe marine al seguito di Poseidone, le Nereidi. Il dio del mare, venuto a conoscenza di tali affermazioni, non mandò giù tale oltraggio, e decise di vendicarsi di Cassiopea, di Cefeo e del regno intero.

Poseidone decise di scatenare la sua ira verso il punto debole dei sovrani, ovvero la loro splendida e giovane figlia, Andromeda.
Il mito è piuttosto celebre e narra della giovane principessa che, per colpa di sua madre, fu rapita e legata su di una rupe infernale, preda del mostro marino Ceto; a salvarla dalle sue grinfie giunse l’eroe Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso.

A Cassiopea toccò la sorte di essere collocata sul suo trono celeste ma a testa in giù, nell’atto di specchiarsi o accarezzarsi i capelli e condannata a roteare per sempre attorno al polo celeste.

LA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Nella porzione di cielo tra l’Orsa Minore e Cassiopea, incontriamo Cefeo: si tratta anch’essa di una costellazione circumpolare, composta da stelle non molto luminose, che conferiscono a Cefeo la figura di una casetta con il tetto verso il Nord e la base che poggia sulla Via Lattea settentrionale.

La stella principale della costellazione è Alderamin (alfa Cephei), una stella bianca di magnitudine 2,45, che dista solo 49 anni luce.

Cefeo possiede un oggetto molto interessante, Mu Cephei, noto anche come Granatum Sidus, ovvero Stella Granata: si tratta di una supergigante rossa multipla di quarta magnitudine, inserita all’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi nel suo “Catalogo di Palermo”.

Il nome deriva da un’affermazione di William Herschel riportata nel suo “Philosophical Transaction”, riguardo ad alcune stelle non registrate nel British Catalogue di John Flamsteed. Herschel, riferendosi a Mu Cephei, disse che «Ha un bellissimo e profondo colore granata, simile a quello della stella periodica Omicron Ceti>>.

L’astro appare di questo colore per via della sua bassa temperatura superficiale, che corrisponde a circa 3000 K. Osservando da un punto privo di qualsiasi tipo di disturbo, la Stella Granata può anche essere individuata ad occhio nudo poco più a Sud di Alderamin, con il suo caratteristico colore rosso/arancio.

Ma Cefeo ospita anche un’altra stella, di certo più importante per l’astronomia, ovvero Delta Cephei: si tratta di una supergigante gialla posta a 890 anni luce, che rappresenta il prototipo di una classe delle cefeidi, una classe di stelle variabili molto importanti, oltre ad essere una delle cefeidi più vicine al Sole.

Delta Cephei contribuisce significativamente alla misurazione delle distanze cosmiche.

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR8162 α Cephei Alderamin 2.44 Variable; Multiple;
HR8974 γ Cephei Errai 3.21 Variable;
HR8238 β Cephei Alfirk 3.23 Variable; Multiple;
HR8465 ζ Cephei   3.35 Variable;
HR7957 η Cephei   3.43 Double;
HR8694 ι Cephei   3.52  
HR8571 δ Cephei   3.75 Variable; Multiple;
HR8316 μ Cephei   4.08 Variable; Multiple;
HR8494 ε Cephei   4.19 Variable; Double;
HR7850 θ Cephei   4.22  
HR285     4.25  
HR8334 ν Cephei   4.29 Variable;
HR8417 ξ Cephei Kurhah 4.29 Multiple;
HR7750 κ Cephei   4.39 Multiple;
HR8819 π Cephei   4.41 Multiple;
HR7955     4.51 Double;
HR8317 11 Cephei   4.56  
HR8748     4.71  
HR8279 9 Cephei   4.73 Variable;
HR8702     4.74 Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CEFEO

Poiché giace sul piano della Via Lattea settentrionale, la costellazione di Cefeo vanta numerosi oggetti del profondo cielo: una di questi è la Nebulosa oscura IC1396, meglio nota come Nebulosa Proboscide d’Elefante; molto appariscente anche la Galassia Fuochi d’Artificio (NGC 6946), una galassia a spirale che vanta un gran numero di supernovae osservate al suo interno.

NEBULOSE IRIS E FANTASMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Interessanti anche le nebulose Iris (NGC 7023) e Fantasma (Sh2-136): la prima è una nebulosa a riflessione, illuminata dalla stella HD 200775 e situata a circa 1400 anni luce dalla Terra; la seconda è una nube di polveri e gas che riflette la luce delle stelle vicine, assumendo le sembianze di un fantasma.

Un altro oggetto particolare, che ricorda la forma di uno squalo, è la Nebulosa oscura LDN 1235, nota anche come Shark Nebula.

SHARK NEBULA CREDITI: MICHELE BERNARDO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

La costellazione di Cefeo ospita anche la nebulosa planetaria NGC 7139, situata a 4000 anni luce.

NGC 7139 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

CEFEO NELLA MITOLOGIA

Come già citato sopra, nella mitologia Cefeo, figlio di Belo, rappresenta il sovrano di Etiopia, marito di Cassiopea e padre di Andromeda, che rischiò di perdere l’amata figlia per colpa della presunzione di sua moglie.

In seguito all’ira e alle minacce di Poseidone, Cefeo si rivolse a un oracolo per chiedergli come salvare la sua famiglia e il suo regno: ne ricevette un’amara risposta, ovvero che per mettere in salvo il suo intero regno, non vi era altra soluzione che quella di immolare la sua adorata principessa Andromeda; Cefeo dunque, da padre disperato, mise da parte il suo dolore e decise di sacrificare sua figlia.

Ma il fato volle che Perseo, passando nei pressi della rupe su cui era legata Andromeda, minacciata dal mostro marino Ceto, la salvasse, sposandola in seguito, e portando il lieto fine a questa brutta vicenda.

Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete;
per portare soccorso, ci sono pochi attimi.
Se io chiedessi la sua mano, io, Perseo, figlio di Giove
e di colei che quand’era imprigionata fu ingravidata da Giove con oro fecondo,
Perseo vincitore della Gorgone dalla chioma di serpi, che oso andarmene
per l’aria del cielo battendo le ali, non sarei forse preferito come genero a chiunque altro?
A così grandi doti, solo che mi assistano gli dèi,
cercherò comunque di aggiungere un merito.
Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore!
(Ovidio, Metamorfosi, IV, 695-703)

Cefeo si è guadagnato un posto sulla volta celeste e brilla insieme alla sua regina e alla sua adorata e unica figlia.

Le costellazioni del mese di Agosto 2025

Per larga parte il cielo è attraversato da striature e macchie chiare; la Via Lattea prende d’agosto una consistenza densa e si direbbe che trabocchi dal suo alveo; il chiaro e lo scuro sono così mescolati da impedire l’effetto prospettico d’un abisso nero sulla cui vuota lontananza campeggiano, ben in rilievo, le stelle; tutto resta sullo stesso piano: scintillio e nube argentea e tenebre.
Palomar, I.Calvino

Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

Nel mese di agosto transita al meridiano una delle più note e importanti costellazioni dello Zodiaco, ovvero quella del Sagittario. Nel nostro emisfero boreale la si individua nel punto più luminoso della Via Lattea, di cui contiene al suo interno il centro galattico. Pur rimanendo basso sull’orizzonte meridionale, seguito dalla Corona Australe e preceduto dallo Scorpione, il Sagittario è ben riconoscibile grazie all’asterismo della Teiera, composto dalle sue stelle più luminose.
Kaus Australis (ε Sagittarii) è la stella principale della costellazione: si tratta di una gigante blu di magnitudine 1,79 distante 145 anni luce.
La seconda stella più brillante è Sigma Sagittario, o Nunki, una gigante azzurra di magnitudine 2,05 mentre la terza più luminosa è Zeta Sagittarii.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7635 γ Sagittae   3.47 Variable;
HR7536 δ Sagittae   3.82 Variable;
HR7479 α Sagittae Sham 4.37 Multiple;
HR7488 β Sagittae   4.37  
HR7546 ζ Sagittae   5 Multiple;
HR7679 η Sagittae   5.1  
HR7609 10 Sagittae   5.36 Variable;
HR7645 13 Sagittae   5.37 Variable; Double;
HR7622 11 Sagittae   5.53  
HR7301 1 Sagittae   5.64  
HR7463 ε Sagittae   5.66 Variable; Multiple;
HR7780     5.8  
HR7672 15 Sagittae   5.8 Variable; Multiple;
HR7662     5.96 Double;
HR7299     6  
HR7260     6.07 Variable; Double;
HR7216     6.09  
HR7746 18 Sagittae   6.13  
HR7713     6.22  
HR7574 9 Sagittae   6.23 Variable;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO

La costellazione ospita un gran numero di oggetti del catalogo Messier, da ammassi a nebulose, ed è fonte di ricche produzioni in campo astrofotografico. Uno degli oggetti più noti e ripresi dagli astrofili è la Nebulosa Laguna, M 8, individuabile anche ad occhio nudo da un cielo idoneo.

NEBULOSA LAGUNA CREDITI: MIRKO TONDINELLI

Altre nebulose interessanti nel Sagittario sono M 17 e M 20, Trifida e Omega, mentre per quanto riguarda gli ammassi non possiamo fare a meno di citare M 22, uno dei più vicini e luminosi della volta celeste: ecco contiene più di mezzo milione di stelle e si può già individuare con un binocolo.

© ESA/Hubble

Al centro della Via Lattea, nella costellazione del Sagittario, è posta la più famosa e complessa radiosorgente luminosa, Sagittarius A, in cui sarebbe situato il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.

LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO NELLA MITOLOGIA

Metà uomo e metà cavallo: è così che viene raffigurato il Sagittario, come un arciere che, con indosso un mantello, tende l’arco in direzione dello Scorpione. Nella mitologia greca, Eratostene descrisse il Sagittario associandolo a Croto, abile arciere figlio di Pan, dio dei boschi e dell’agricoltura, ed Eufeme, nutrice delle Muse. Una delle vicende più note narra del legame di Croto con le Muse. Abile cacciatore, egli abitava sul Monte Elicona, dove inventò l’arte del tiro con l’arco. Croto viveva circondato dalle Muse e dalle loro arti: fu proprio in loro onore che il giovane inventò l’applauso, in segno di omaggio alle loro performance artistiche.

Di questo le Muse erano grate a Croto e così decisero di rivolgersi a Zeus affinché gli desse un posto d’onore sulla volta celeste; il padre degli dei accolse la loro proposta e decise di premiare Croto anche per le sue doti di arciere e cavallerizza, collocandolo tra le stelle.

… Esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.

Italo Calvino, Palomar

LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

lyra-mapNelle sere estive di agosto è impossibile alzare gli occhi al cielo e non far a caso a quella gemma di luce che brilla inconfondibile già dopo il tramonto. Si tratta di Vega, l’astro che rappresenta la costellazione della Lira.

Seppur di piccole dimensioni, quella della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale: alfa Lyrae è una stella color bianco-azzurro multipla, costituita da 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce. La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto il firmamento.

Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vega in quell’epoca era la Stella Polare e tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7001 α Lyrae Vega 0.03 Variable; Multiple;
HR7178 γ Lyrae Sulafat 3.24 Variable; Multiple;
HR7106 β Lyrae Sheliak 3.45 Variable; Multiple;
HR7157 13 Lyrae   4.04 Variable;
HR7139 δ2 Lyrae   4.3 Variable; Multiple;
HR6872 κ Lyrae   4.33 Variable;
HR7056 ζ1 Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7314 θ Lyrae   4.36 Variable; Multiple;
HR7298 η Lyrae Aladfar 4.39 Variable; Multiple;
HR7064     4.83  
HR7192 λ Lyrae   4.93 Variable;
HR7215 16 Lyrae   5.01 Variable; Multiple;
HR6903 μ Lyrae   5.12  
HR7162     5.22 Multiple;
HR7261 17 Lyrae   5.23 Multiple;
HR7102 ν2 Lyrae   5.25 Double;
HR7181     5.27  
HR7262 ι Lyrae   5.28  
HR7054 ε2 Lyrae   5.37 Variable; Multiple;
HR6997     5.42 Variable; Double;

VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA

Vega è la prima stella del cielo notturno ad essere stata fotografata: l’astro infatti è stato immortalato dall’astronomo statunitense William Cranch Bond e da uno dei pionieri del dagherrotipo, John Adams Whipple, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850. La stella principale della Lira venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura. Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.

OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA

La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di  ε Lyrae, la doppia per eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra.  Entrambe le stelle che compongono il sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra.  Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazione estiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili. Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa 2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.

M 57 CREDITI: CARLO MOLLICONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Altri oggetti deep sky da menzionare sono l’ammasso globulare M 56 e l’ammasso aperto NGC 6791 composto d diverse centinaia di stelle. Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.

LA LIRA NELLA MITOLOGIA

Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie e antiche popolazioni.
Una delle leggende più romantiche proviene all’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare.
Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo.
Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco.
Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata.
Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro.
Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno. Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e al suo inseparabile strumento musicale, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco.
Da quel momento Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice.
La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.

Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci
divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava
tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo
perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso.
Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine:
allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida
e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo.
(Manilio, Poeticon Astronomicon, I, 324-330)

LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è un’altra delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale.
È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente + 1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno.
Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo.
Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio.
Insieme a Deneb, Albireo va a comporre l’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.

TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

HR Number(*) Star designation Proper name Visual magnitude Notes
HR7924 α Cygni Deneb 1.25 Variable; Double;
HR7796 γ Cygni Sadr 2.2 Variable; Multiple;
HR7949 ε Cygni Aljanah 2.46 Multiple;
HR7528 δ Cygni Fawaris 2.87 Variable; Multiple;
HR7417 β1 Cygni Albireo 3.08 Variable; Multiple;
HR8115 ζ Cygni   3.2 Multiple;
HR8079 ξ Cygni   3.72 Variable;
HR8130 τ Cygni   3.72 Variable; Multiple;
HR7328 κ Cygni   3.77 Variable;
HR7735 31 Cygni   3.79 Variable; Multiple;
HR7420 ι2 Cygni   3.79  
HR7615 η Cygni   3.89 Variable; Multiple;
HR8028 ν Cygni   3.94  
HR7751 32 Cygni   3.98 Variable; Double;
HR7834 41 Cygni   4.01 Variable;
HR8252 ρ Cygni   4.02 Variable;
HR7942 52 Cygni   4.22 Double;
HR8335 π2 Cygni   4.23  
HR8143 σ Cygni   4.23 Variable;
HR7564 χ Cygni   4.23 Variable; Double;

OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO

La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deep sky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, oggetti molto amati e fotografati dagli astrofili.

NEBULOSA NORD AMERICA E PELLICANO CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova e la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa. Ora ciò ne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione.
La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.

NEBULOSA VELO CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM

Nella parte centro-meridionale della costellazione è presente una nebulosa a emissione nota come Nebulosa Tulipano, nota anche come Sh2 – 101.

NEBULOSA TULIPANO CREDITI: MIRKO TONDINELLI

IL CIGNO NELLA MITOLOGIA

Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, e molte di queste associano la figura del Cigno a quella di Zeus.
Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo cigno per poter sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre la Leda passeggiava sulle rive di un fiume, Zeus la possedette sotto le sembianze di un Cigno.
Dall’uovo concepito (anzi due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non vi era certezza sulla reale paternità anche se, le uova divine da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus.
Il Cigno brilla nel cielo a voler celebrare le “prodezze” del padre degli dei.

Le Comete del mese di Marzo: WIERZCHOS E SHAUMASSE AI SALUTI

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

La più grande immagine di ALMA mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea

L'immagine di ALMA finora più grande mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea (Crediti: ALMA(ESO/NAOJ/NRAO)/S. Longmore et al. Background: ESO/D. Minniti et al.)
L'immagine di ALMA finora più grande mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea (Crediti: ALMA(ESO/NAOJ/NRAO)/S. Longmore et al. Background: ESO/D. Minniti et al.)

Un team internazionale di astronomi ha realizzato la più grande e dettagliata immagine mai ottenuta con l’array radio ALMA, dedicata alla Zona Molecolare Centrale (CMZ) della Via Lattea, la vasta regione di gas e polveri che circonda il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia. Il mosaico, che nel cielo coprirebbe un’area equivalente a tre Lune piene affiancate, offre una visione senza precedenti della struttura interna di questa regione estrema.

L’immagine rivela una fitta rete di filamenti, nubi compatte e strutture turbolente, mostrando come il gas molecolare sia organizzato e si muova sotto l’influenza di intense forze gravitazionali, campi magnetici e radiazione. Grazie all’elevata sensibilità di ALMA, i ricercatori hanno identificato decine di molecole diverse, tracciando in dettaglio la composizione chimica del mezzo interstellare.

I dati fanno parte della survey ACES (ALMA CMZ Exploration Survey), un progetto a lungo termine volto a studiare sistematicamente il centro galattico. L’obiettivo è comprendere come si accumula il gas, come evolve nel tempo e in che modo riesce – o talvolta non riesce – a formare nuove stelle in un ambiente molto più estremo rispetto alle regioni periferiche della Via Lattea.

La CMZ presenta infatti condizioni fisiche simili a quelle che caratterizzavano le galassie nell’Universo primordiale: alte densità, forti turbolenze e intensa attività energetica. Per questo motivo, l’analisi dei dati ACES rappresenta un laboratorio naturale per testare i modelli di formazione stellare in condizioni estreme. I risultati contribuiranno a chiarire perché, nonostante l’abbondanza di materiale, il centro galattico produca relativamente poche stelle, migliorando la nostra comprensione dell’evoluzione delle galassie nel cosmo.

ASTRO-MATTONCINI
Divulgazione con le costruzioni LEGO

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Perché 1 è diverso da 1.000000

 

In aritmetica 1 è uguale a 1,000000. Se aggiungessi centomila zeri dopo la virgola, resterebbe sempre uguale a 1. In fisica invece no. Affermare che un tavolo è largo 1,000000 metri e non semplicemente 1 metro, significa infatti avere la piena conoscenza del fatto che esso è esattamente 1 metro fino alla precisione di sei zeri dopo la virgola, cioè un micron. Non solo, ma vuol dire anche che oltre la precisione di un micron non ho controllo di quanto sia largo il tavolo, che magari potrebbe essere 1,0000002 m o 1,00000047 m.
Il tutto nasce dall’abitudine prettamente scientifica di quantificare l’incertezza con la quale si misura una certa quantità, che sia una lunghezza, una temperatura, una velocità, etc. Incertezza che dipende tipicamente dalla tecnica di misura e dai fattori esterni che possono influire sull’esito della misura. Questa storia delle cifre decimali significative e dell’incertezza associata alla misura si insegna alla prima lezione di laboratorio di fisica il primo anno di università, ma in genere la si conosce (o la si dovrebbe conoscere) già dalle scuole superiori. Però poi trovi in giro gente che, pur proponendosi come persone di scienza, questa regola che è alla base della scienza sperimentale, non la conosce proprio.
È il caso di un’azienda di alcuni anni fa, che mise in vendita un oggetto che, stando alle specifiche della scheda tecnica, avrebbe dovuto avere proprietà incredibili: migliorare le performance atletiche, facilitare il recupero dopo lo sforzo, e incrementare l’equilibrio. Il tutto supportato da una lista di “esperti” a certificarne la validità scientifica. In particolare, il test per valutarne l’efficacia nel migliorare l’equilibrio consisteva nel far indossare il miracoloso braccialetto a un individuo, posizionarlo su una pedana stabilometrica, e misurarne l’equilibrio con e senza braccialetto.
Ma la cosa veramente divertente era il risultato delle misure. Che a nessuno venga il dubbio che stessero barando, e che le loro affermazioni non fossero supportate da solide evidenze sperimentali! Infatti, dai risultati veniva fuori che lo spostamento medio del baricentro della persona sottoposta al test era – mettiamo – 12,574866329 cm nel caso in cui essa avesse addosso il braccialetto, e 14,450036413 cm senza braccialetto. Probabilmente quei numeri, nella mente di chi aveva scritto la brochure allegata al braccialetto, dovevano servire a sottolineare la grande validità scientifica dei risultati ottenuti: mica numeri così, approssimati un tanto al chilo, ma valori estremamente precisi, frutto di uno studio accurato e meticoloso!
A questo punto, però, uno che ha la tara mentale imposta dalla laurea in fisica, la prima cosa che nota è il numero impressionante di cifre decimali dopo la virgola, per un valore espresso in centimetri. NOVE cifre decimali dopo la virgola! Infatti, secondo le comuni regole del metodo scientifico (che i nostri sperimentatori avrebbero dovuto conoscere) questo vuol dire che quei valori, espressi in centimetri con tutte quelle cifre, erano effettivamente noti fino a nove cifre decimali dopo la virgola. Infatti, nella scienza sperimentale, scrivere 1.000000000 invece che 1, non è la stessa cosa! E quindi dare i risultati espressi in cm con nove cifre significative dopo la virgola, significa che si ha piena conoscenza di quei valori fino a un miliardesimo di centimetro, che corrisponde a un decimo di Angstrom. In pratica si sta dicendo che si è misurato lo spostamento di una persona con una incertezza più piccola delle dimensioni di un atomo di Idrogeno.
Che dire? Lascio a voi le conclusioni.

L’articolo è pubblicato in COELUM 278

Un nuovo tipo di correttore di dispersione atmosferica – ESCLUSIVA COELUM
Principi fisici, progettazione e verifiche sperimentali di un correttore a lamina ottica per ridurre la dispersione atmosferica nelle osservazioni ad alta risoluzione.

Il nuovo filtro per la dispersione atmosferica studiato e realizzato da Massimo D'Apice.
Il nuovo filtro per la dispersione atmosferica studiato e realizzato da Massimo D'Apice.

 

Le osservazioni astronomiche da terra sono inevitabilmente influenzate dall’atmosfera, che agisce come un prisma alterando la luce dei corpi celesti e causando dispersione cromatica, soprattutto per oggetti bassi sull’orizzonte. Negli ultimi anni, con l’avvento del digitale, sono comparsi dispositivi noti come ADC (Atmospheric Dispersion Corrector), capaci di compensare parzialmente questo effetto. L’articolo presenta un nuovo approccio, basato su una lamina ottica piano-parallela, semplice ed efficace, per correggere la dispersione atmosferica e migliorare le riprese in alta risoluzione.

È ben noto che le osservazioni astronomiche condotte da terra risentono inevitabilmente delle condizioni atmosferiche sovrastanti il sito.
Come qualcuno ha osservato, e come tutti gli astrofili sperimentano costantemente, si può ben dire che la parte peggiore di un telescopio è l’atmosfera che si comporta, di fatto, come un mezzo rifrangente, anteposto allo strumento di osservazione, alterando la luce che la attraversa secondo le usuali leggi dell’ottica geometrica e fisica.
Lo studio dei diversi aspetti del problema è stato da tempo ampiamente approfondito e dibattuto a livello professionale ed ha portato a diverse soluzioni tecnologiche altamente sofisticate.
In campo amatoriale è invece solo relativamente recente l’introduzione di dispositivi atti a mitigare gli effetti negativi dell’atmosfera, specie nelle osservazioni in alta risoluzione dopo l’avvento della rivoluzione digitale.
In questo ambito, negli ultimi anni è stata posta una particolare attenzione all’analisi degli effetti della dispersione spettrale atmosferica che ha portato alla comparsa sul mercato dei cosiddetti “correttori di dispersione atmosferica”, correntemente indicati con l’acronimo inglese ADC (Atmospheric Dispersion Corrector).
La loro funzione, in sintesi, è quella di compensare in qualche misura il cromatismo indotto dalla dispersione della luce che attraversa gli strati di atmosfera prima di giungere a terra. Va da sé (secondo le leggi della fisica ottica) che l’effetto disperdente è tanto maggiore quanto più spessi e densi sono gli strati di atmosfera attraversati, ovvero quanto più bassi sull’orizzonte si vengono a trovare i corpi celesti, specie se osservati in condizioni di elevata umidità dell’aria.
In questi casi l’atmosfera si comporta di fatto come un prisma, scomponendo la luce nelle sue componenti cromatiche essenziali, cosa che si traduce in uno sfalsamento verticale dei colori nelle immagini riprese a terra attraverso un qualsiasi dispositivo ottico.

Figura 1 – A sinistra, effetto della dispersione atmosferica in analogia con quella di un prisma [1]. A destra, immagine stellare affetta da dispersione [2].
Figura 2 – Dispersione atmosferica, in secondi d’arco, in funzione della distanza zenitale, in gradi, calcolata per il sito dell’osservatorio Keck a Mauna Kea. A riprova della non linearità dell’effetto, si noti come la dispersione, tra 3200 e 10000 Å, quasi raddoppi tra 60° e 70° dallo Zenith [3].

L’effetto, di per sé contenuto, diviene però particolarmente evidente nelle riprese attraverso un telescopio, per via dell’amplificazione dovuta all’ingrandimento, tanto da compromettere l’osservazione in alta risoluzione di Sole, Luna, pianeti e stelle doppie quando questi, nel loro moto apparente sulla volta celeste, si vengono a trovare ad una ridotta altezza sull’orizzonte.
Va comunque precisato che la dispersione si manifesta teoricamente nell’osservazione di corpi celesti a qualsiasi altezza sull’orizzonte (ad esclusione dello Zenith, dove la dispersione è nulla), con un effetto in prima approssimazione variabile linearmente solo entro una distanza zenitale di circa 30°.

Occorre anche sottolineare, cosa a volte non del tutto evidente, che l’effetto della dispersione atmosferica non dipende in alcun modo dalla correzione cromatica dello strumento in uso, rifrattore acromatico, apocromatico o riflettore che sia, ma esclusivamente dalle condizioni fisico-geometriche degli strati atmosferici attraversati dalla luce prima di giungere al telescopio. Naturalmente ciò non toglie che un qualsiasi strumento introdurrà a sua volta le aberrazioni ottiche residue proprie della configurazione adottata, ma questo avverrà a prescindere dalla dispersione atmosferica e si potrà notare, ad esempio, anche nell’osservazione a distanza ridotta di oggetti a terra.
Ciò detto, non è mia intenzione approfondire qui tutti gli aspetti teorico-pratici del funzionamento degli ADC, ottimamente trattati nella bibliografia che raccomando di esaminare [1] [2] [9], ma concentrarmi piuttosto sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottabili praticamente per la compensazione della dispersione. In particolare, nel prosieguo descriverò una possibile soluzione, tuttora in via di sperimentazione, alternativa a quelle attualmente in commercio.
Dovrebbe a questo punto essere chiaro che il sistema ottico di un ADC deve consentire di variare la compensazione in funzione dell’altezza sull’orizzonte dell’oggetto osservato.
Questo comporta la necessità di variare il potere dispersivo del sistema ottico adottato nella sola direzione perpendicolare all’orizzonte, ovvero nella direzione in cui si manifesta la dispersione atmosferica.
Nel caso in cui il sistema disperdente sia costituito da uno o più prismi, tale variazione può essere realizzata per via ottica oppure meccanica, come pure da una combinazione delle due.
La variazione di tipo meccanico, valida in generale per tutti gli ADC prismatici, può essere ottenuta modificando la distanza che separa l’ADC dal piano focale del telescopio, parametro da cui dipende direttamente l’effetto di compensazione. Sul piano pratico si può ad esempio utilizzare un tubo estensibile elicoidale posto tra ADC e portaoculari, anche se questo richiederà la regolazione del fuoco ogni volta che si altera la distanza in questione.
Diversamente, la variazione di tipo ottico comporta un qualche movimento/sostituzione degli elementi ottici inseriti nell’ADC, con effetti trascurabili o, comunque, in genere limitati sul fuoco del telescopio, ma con una sensibile traslazione verticale dell’immagine sul piano focale.
Il sistema più semplice, utilizzato in alcuni dei primi ADC, è composto da un prisma ottico di forma isoscele con lo spigolo al vertice parallelo all’orizzonte, come illustrato in Fig. 3.
Per variare la compensazione era prevista una batteria di prismi con diversi angoli al vertice, da scegliersi di volta in volta in base alle necessità, come quelli in Fig. 4 con angoli compresi tra 2° e 20°.

Figura 3 - Principio di funzionamento di un prisma compensatore della dispersione atmosferica; schema rielaborato da [2].
Figura 3 – Principio di funzionamento di un prisma compensatore della dispersione atmosferica; schema rielaborato da [2].
Figura 4 - Serie di prismi con angoli al vertice progressivi tra 2° e 20° (Leitz).
Figura 4 – Serie di prismi con angoli al vertice progressivi tra 2° e 20° (Leitz).

Il sistema, per quanto efficace, non permetteva però una variazione continua della compensazione, ma solo a gradini (step), anche se, combinando un treno ottico con due prismi, era possibile ottenere una variazione di fatto sufficientemente precisa.
Per ovviare al problema si pensò quindi di utilizzare un sistema a due prismi retti, detti di Risley1, con angolo al vertice da 2° a 4°, ora universalmente adottato negli ADC commerciali, in cui la compensazione viene variata ruotando i prismi simmetricamente rispetto al piano verticale perpendicolare all’orizzonte passante per l’asse ottico del telescopio.
Orbene, questo sistema non è esente da complicazioni pratiche in quanto, specie nei dispositivi più economici (come lo ZWO, 150€), la rotazione dei due prismi è indipendente e la simmetricità dell’orientamento è affidata a comandi manuali con controllo “a vista” rispetto ad una scala graduata non sempre facilmente leggibile nelle condizioni osservative notturne (Fig. 5).

Figura 5 - Schema di funzionamento di un ADC con la rotazione di due prismi di Risley [1].
A sinistra compensazione minima (nulla), al centro massima, a destra modello economico ZWO.
Figura 5 – Schema di funzionamento di un ADC con la rotazione di due prismi di Risley [1].
A sinistra compensazione minima (nulla), al centro massima, a destra modello economico ZWO.

Per di più, il movimento di rotazione è piuttosto grossolano, in quanto non demoltiplicato, con conseguente rapida uscita dal campo di vista (specie se ad alto ingrandimento) dell’oggetto osservato, dovuta allo spostamento dei prismi. Va comunque segnalata la disponibilità di alcuni prodotti relativamente costosi (ad esempio quello della Pierro Astro mark 3, 500€) in cui il comando della rotazione dei prismi è affidato ad una singola manopola che agisce simmetricamente tramite un meccanismo interno.
Infine, l’apertura utile degli ADC in commercio è generalmente limitata a 20-24mm, con l’eccezione di alcuni prodotti particolarmente costosi (5000ϵ) che possono arrivare a 28-30mm (APM). Questo aspetto, di per sé non molto rilevante per le osservazioni planetarie, può invece rivelarsi decisivo nelle riprese del disco lunare o solare completo con strumenti di lunga focale.

Figura 6 – 3 modelli ADC evoluti: a sn APM Professional con apertura di 28mm, al centro e a ds i Pierro Astro mark2, con due leve, e mark3, con comando unico, entrambi con apertura di 24mm.
Figura 6 – 3 modelli ADC evoluti: a sn APM Professional con apertura di 28mm, al centro e a ds i Pierro Astro mark2, con due leve, e mark3, con comando unico, entrambi con apertura di 24mm.

A fronte delle caratteristiche e limitazioni dei prodotti commerciali, mi sono quindi chiesto se per un ADC fosse possibile adottare un sistema ottico alternativo che, oltre ad essere semplice ed efficace, fosse soprattutto operativamente conveniente nell’utilizzo pratico.
Dopo alcune riflessioni, ho pensato di approfondire le proprietà disperdenti di una lamina ottica piano parallela di un certo spessore, per verificare se questa potesse fungere, da sola, da elemento disperdente in un ADC. Esaminiamo quindi in dettaglio le proprietà ottico-geometriche di un simile elemento.

Per il seguito dell’articolo con i passaggi matematici, i grafici e le tabelle dei risultati si rimanda alla lettura dell’impaginato disponibile per gli abbonati qui https://www.coelum.com/coelum-digitale/coelum-astronomia-278-i-2026-digitale


 

A Scheggia il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia


Appuntamento il 1° marzo 2026 al Teatro Comunale

Si terrà domenica 1 marzo 2026, presso il Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo, il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia, promosso dalla Commissione Didattica dell’Unione Astrofili Italiani (UAI) in collaborazione con l’Associazione Astronomica Umbra.

L’iniziativa è rivolta a docenti, operatori culturali, divulgatori scientifici, astrofili e studenti, con l’obiettivo di condividere esperienze, strumenti e buone pratiche per l’insegnamento e la diffusione dell’astronomia nelle scuole e nei contesti educativi.

Il convegno rappresenta un momento di confronto nazionale sui metodi didattici, sui progetti di ricerca partecipata e sulle attività educative promosse dalle realtà scientifiche e associative del territorio.

Un programma articolato tra formazione e divulgazione

I lavori si apriranno alle ore 9:00 con la registrazione dei partecipanti e l’introduzione ufficiale al convegno. Nel corso della mattinata sono previste presentazioni dedicate all’Osservatorio Astronomico di Scheggia, alle attività dell’Associazione Astronomica Umbra e alle esperienze didattiche sviluppate a livello locale e nazionale.

Nel pomeriggio verranno illustrati progetti di rilievo scientifico ed educativo, tra cui il progetto StAnD – PRISMA-INAf e le attività sulla misura della parallasse lunare. Seguiranno workshop differenziati per ordine di scuola e un briefing conclusivo.

L’evento prevede momenti di pausa e networking, favorendo lo scambio diretto tra relatori, docenti e partecipanti.

Iscrizioni e informazioni

La partecipazione al convegno è gratuita previa prenotazione, da effettuare online dal 20 gennaio al 20 febbraio 2026 tramite apposito link.

Per informazioni su iscrizioni e programma:
m.montemaggi@uai.it – Tel. 348 0309900
amministrazione@uai.it – Tel. 06 94436469

Per informazioni logistiche:
https://astroumbra.blogspot.com/
info@astroumbra.org

Un’iniziativa al servizio della scuola

Il Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia si inserisce nel percorso della UAI volto a promuovere la cultura scientifica nelle scuole e a sostenere la formazione degli insegnanti attraverso attività strutturate, aggiornamento continuo e collaborazione con enti di ricerca.

ShaRA#14 – Il Rettangolo Rosso
 Target Peculiare per gli amici del Team ShaRA non troppo fotogenico ma di indubbia difficoltà

0
il Rettangolo Rosso catturato dal Team ShaRA nel progetto #14

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Pionieri Silenziosi
gli animali nell'esplorazione dello spazio

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Uomini di un certo “Impatto” – lo Studio Sperimentale dei Crateri Lunari

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Intervista al Premio Nobel John C. Mather

24 May 1993, Greenbelt, Maryland, USA --- John Mather, chief scientist on NASA's COBE mission, holds up radio maps made by the COBE satellite. The observatory discovered variations in the universe's background radiation, helping to refine the Big Bang theory. --- Image by © Roger Ressmeyer/CORBIS

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Transiente Catturato “al Volo”

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

𝗔𝗦𝗧𝗥𝗢𝗠𝗔𝗥𝗖𝗛𝗜𝗚𝗜𝗔𝗡𝗔 𝟮^ 𝗲𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

0

Domenica 15 Febbraio 2026 alle ore 17:00 presso Spaziotempo Circolo Arci

inaugureremo la mostra di fotografia astronomica a cura di astrofotografi marchigiani provenienti da tutta la Regione (Roberto Volpini, Corrado Di Noto, Fantasia Stefano, Andrea Marinelli, Simone Curzi, Michele Guzzini, Marco Piccini Astrophotography e me).

Tempo permettendo, osserveremo Giove in compagnia di Cristian Fattinnanzi

Ma quest’anno non ci fermiamo qui: avremo il piacere di conversare con dei rinomati ospiti

Molisella Lattanzi: astronoma e direttrice editoriale di COELUM Astronomia, storica rivista di astronomia distribuita in tutta Italia. Da 10 anni si occupa esclusivamente di divulgazione scientifica organizzando corsi per le scuole in ambito STEM ed eventi aperti al grande pubblico come il Festival dell’Astronomia Galassica. Segue come inviata i principali congressi e simposi di approfondimento di astrofisica e space economy promossi da istituti e organizzazioni di ricerca a valore nazionale.

Cristian Fattinnanzi: astrofilo pluripremiato APOD Nasa e creatore del celebre Minitrack, un astroinseguitore meccanico per foto a largo campo. Da sempre appassionato di astronomia ottiene diversi riconoscimenti in tutta Italia e nel 2021 pubblica il Suo primo libro “Che Stella è?”, un manuale che accompagna il lettore dal riconoscimento delle costellazioni fino alla post produzione di foto astronomiche.

Andrea Marinelli: appassionato fotografo e astrofotografo. Nel 2020 crea la pagina social Passione.Astrofotografia che ad oggi conta quasi 80.000 follower. Unisce la sua passione per le escursioni naturalistiche all’astrofotografia grazie alla sua dimora a Frontignano di Ussita a 1350mslm.

Associazione Astrofili Forca Canapine: associazione di astrofili dediti all’osservazione visuale/fotografica e alla didattica grazie ai corsi di astronomia proposti. L’associazione nasce a tutela del sito osservativo Forca Canapine, caratterizzato da un’ottima qualità del cielo e che converge ben tre regioni italiane. Numerose foto dei soci fondatori sono state premiate APOD Nasa.

Infine, ma non per ultimo, Michele Guzzini interverrà con una piccola presentazione del neonato Centro Astronomico Gianclaudio Ciampechini

A seguire…

ALBAADIRATICA LIVE ELECTRONICS: Riccardo Cappelluti è un sound artist emergente di Pescara. Si è laureato in Ingegneria del Suono e attualmente è iscritto al biennio di Musica Elettronica presso il Conservatorio Luisa D’Annunzio ed è membro e fondatore del collettivo “STUDIO FONÈ”. La sua pratica artistica esplora la composizione e l’improvvisazione elettroacustica sviluppando sistemi espressivi attraverso la programmazione con Max MSP, il circuit bending e la musica per i media visivi.

Ingresso riservato ai soci ARCI

Il CAPOTAURO un mito si fa largo: indagine sulla Natura di un Oggetto Enigmatico

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Bentornati su Marte! #278

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

È morto a 96 anni Antonino Zichichi, protagonista della fisica delle particelle, la testimonianza di Francesco Vissani

È morto all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico e divulgatore scientifico specializzato nella fisica delle particelle, a cui ha dato contributi rilevanti nel corso di una lunga carriera internazionale. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato anche tra gli ideatori dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso e fondatore, nel 1963, del Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”.

La notizia della scomparsa è stata confermata ufficialmente alle ore 10.30 attraverso la sua pagina Facebook. Nel comunicato diffuso si legge: «Questa mattina si è spento nel sonno il professor Antonino Zichichi. Nato a Trapani nel 1929, da un’antica famiglia di Erice, è stato un grande scienziato e un punto di riferimento per la fisica italiana e internazionale». Nel corso della sua attività ha lavorato anche al CERN di Ginevra, dove contribuì alla scoperta dell’antideutone, ed è stato professore emerito di Fisica Superiore presso l’Università di Bologna.

Zichichi lascia tre figli, cinque nipoti e una pronipote. Con la sua scomparsa viene meno una figura centrale della fisica italiana del secondo Novecento, capace di unire ricerca di alto livello, formazione e impegno costante nella diffusione della cultura scientifica.

Con profondo rispetto per chi ai massimi livelli riesce a promuovere la ricerca scientifica affrontando gli innumerevoli ostacoli che progetti ambiziosi devono necessariamente affrontare, la Redazione di Coelum si unisce

Nel ricordo firmato da Francesco Vissani dirigente di ricerca presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN, emerge con forza la dimensione umana, culturale e civile della figura di Zichichi. La sua azione viene collocata nel contesto storico della Guerra Fredda, quando i Laboratori del Gran Sasso nacquero come spazio neutrale di cooperazione scientifica internazionale.

Vissani sottolinea l’energia personale dello scienziato, la dedizione assoluta alla ricerca e il rispetto verso i propri maestri, maturati anche nel lavoro comune nell’esperimento LVD, che contribuì allo studio dei neutrini da collasso stellare. Centrale, nel ricordo, è anche il riferimento al “Manifesto di Erice” come sintesi del suo impegno per una scienza orientata alla pace e al dialogo.

Laboratori Nazionali del Gran Sasso, fortemente voluti da Antonino Zichichi, sono nati nel diffcile periodo della Guerra Fredda per offrire un territorio neutro di collaborazione tra scienziati di tutto il mondo, proprio come il CERN nacque dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per riunire l’Europa.
Per un giovane studente come me, scoprire alla ne degli anni ’80 che l’Italia stava realizzando un’impresa di tale portata fu motivo di profondo orgoglio e meraviglia. Sin da quando lo conobbi di persona, poco dopo il mio arrivo ai Laboratori, Zichichi mi trasmise l’impressione di una personalità dotata di un’energia inesauribile, animata da un rispetto ammirabile verso i propri maestri e da una dedizione assoluta a un’idea alta di scienza.
Abbiamo lavorato insieme all’interno del suo gruppo nell’esperimento LVD (Large Volume Detector), dove ho avuto la fortuna di incontrare colleghi straordinari. Insieme abbiamo chiarito le aspettative sui neutrini emessi dal collasso gravitazionale delle stelle, inaugurando un fione di ricerca che mi è tuttora carissimo.
Oggi, vorrei invitare tutti a rileggere il Manifesto di Erice che Zichichi stilò sulla scia del celebre manifesto Russell-Einstein. A mio avviso, rappresenta il suo lascito più attuale: un monito affinchè la scienza resti sempre al servizio della convivenza civile e il dialogo tra scienziati rimanga, come lui ci ha dimostrato, un prezioso strumento di pace, progresso e risoluzione delle crisi planetarie.
” Francesco Vissani.

La scheda tecnica, sempre a cura di Vissani, ricostruisce in modo sistematico l’evoluzione scientifica di Zichichi, mostrando la coerenza interna di un percorso che attraversa più di sessant’anni di ricerca.

Linea Scienti ca / ProgettoPeriodoContributi e Scoperte Principali
QED e Fisica del Muone1960 – 1970Misura del momento magnetico anomalo (g 􀀀 2) e della vita media del muone; veri che dell’Elettrodinamica Quantistica.
Antimateria Nucleare1965 – oggiScoperta dell’ antideuterio (1965); ricerca attuale di antielio e antinuclei con gli esper- imenti ALICE e AMS.
Struttura del Protone1965 – 1985Studi pionieristici sui fattori di forma \Time- like” del protone e annichilazione protone- antiprotone (pp).
Sviluppo Rivelatori (Elettroni/TOF)1965 – 2010Invenzione di telescopi per elettroni e sistemi TOF (Time-Of-Flight) con risoluzione tem- porale di 10-20 ps.
QCD e \E ective En- ergy”1980 – oggiIntroduzione del concetto di Energia E ettiva per uni care la descrizione delle interazioni adroniche e leptoniche.
Fisica ad HERA (ZEUS/H1)1990 – 2012Studio della struttura profonda del protone e produzione di quark pesanti (beauty e charm) in collisioni e 􀀀 p.
Astroparticelle (LVD/AMS)1990 – oggiRicerca di neutrini da supernova (Gran Sasso) e studio dei raggi cosmici nello spazio per la ricerca di materia oscura.
Progetto EEE (Scienza nelle Scuole)2004 – oggiCreazione di una rete nazionale di telescopi MRPC gestita da studenti delle scuole superi- ori per lo studio dei raggi cosmici.
LHC e Plasma di Quark (ALICE)2008 – oggiStudio del Quark-Gluon Plasma (QGP) e pro- duzione di particelle ad alte energie (TeV) in collisioni Pb 􀀀 Pb.
Complessità e New Physics2005 – oggiSaggi teorici e ri essioni sulla complessita a livello fondamentale e sulla logica della natura.

Nei primi anni della sua carriera, Antonino Zichichi si formò nell’ambito degli studi sui raggi cosmici. Nel 1956 conseguì la laurea a Palermo con una tesi dedicata a questo tema, sotto la guida di Mariano Santangelo, allora professore di fisica sperimentale. Il lavoro si concentrò sulla misura del flusso e sulla natura delle particelle cosmiche ad alta quota, attraverso una serie di esperimenti condotti al Laboratorio della Testa Grigia di Cervinia, a circa 3.500 metri di altitudine.

Quei risultati gli aprirono rapidamente le porte della collaborazione internazionale. Subito dopo la laurea, infatti, fu invitato a entrare nel gruppo di Patrick Blackett tra Londra e Manchester, un passaggio decisivo nella sua formazione scientifica, che lo portò poi ad approdare stabilmente al CERN di Ginevra, avviando una carriera destinata a svilupparsi nei principali centri mondiali della fisica delle particelle.

Un ruolo decisivo nella formazione scientifica di Zichichi fu svolto dal rapporto con Patrick Blackett, premio Nobel per la Fisica nel 1948. L’incontro con il fisico britannico rappresentò per lui una vera scuola di metodo e di visione scientifica. Da Blackett apprese l’idea che la ricerca non dovesse limitarsi a confermare teorie consolidate, ma puntare alla scoperta dell’“inaspettato”, un principio che avrebbe guidato tutta la sua attività, dalla scoperta dell’antideuterio alla continua ricerca di nuova fisica oltre il Modello Standard.

Il legame fu anche di natura tecnica e strumentale. Blackett, pioniere nell’uso delle camere a nebbia per lo studio dei raggi cosmici, trasmise a Zichichi l’attenzione per l’innovazione dei rivelatori, che lo scienziato italiano avrebbe poi sviluppato nelle tecnologie MRPC e nei grandi progetti sperimentali. Allo stesso tempo, entrambi consideravano i raggi cosmici un vero laboratorio naturale per indagare le leggi fondamentali, un approccio che Zichichi mantenne partecipando a esperimenti spaziali e terrestri.

Questo rapporto influenzò anche la sua visione culturale della scienza. Blackett fu tra i primi sostenitori del Centro di Erice e ispirò in Zichichi l’idea di unire ricerca d’avanguardia e diplomazia scientifica. Per lo scienziato trapanese, il maestro britannico rappresentò il passaggio dalla fisica “artigianale” alla grande scienza contemporanea, mantenendo però sempre l’umiltà e l’apertura verso l’imprevedibilità della natura.

Antonino Zichichi è stato una figura discussa, come spesso accade ai protagonisti della fisica moderna che hanno inciso in modo profondo e non allineato nel dibattito scientifico e pubblico. Una sorte che in passato ha riguardato numerosi nomi oggi unanimemente riconosciuti, le cui capacità e il cui contributo sono stati pienamente valutati solo a posteriori, insieme ai dovuti onori.

Al di là delle posizioni e delle controversie, resta il peso di un percorso scientifico che ha segnato istituzioni, progetti e generazioni di ricercatori. Per questo ci uniamo al cordoglio del mondo scientifico per la perdita di una voce autorevole, capace di esprimere un pensiero critico genuino e di interpretare la scienza come esercizio di responsabilità intellettuale e civile.

CARMELO METEOR: Bollettino Mensile delle Radiometeore

A cura della rete CARMELO
(Cheap Amatorial Radio Meteor Echoes LOgger)

Mariasole Maglione (GAV, Gruppo Astrofili Vicentini)
Lorenzo Barbieri (Rete CARMELO e AAB, Associazione Astrofili Bolognesi)

Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi (QUA), che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese. Il picco delle Quadrantidi si è verificato tra il 3 e il 4 gennaio.

I dati del mese di Gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2026.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, l’osservazione visuale delle Quadrantidi è stata ostacolata dalla presenza della Luna piena, e quella radio è stata penalizzata dal fatto che il picco massimo di attività dello sciame è avvenuto proprio quando il radiante era all’orizzonte. Nel grafico in fig. 2, che mostra il tasso orario nei giorni in cui c’è stata maggiore attività delle Quadrantidi, è ben visibile un primo filamento che presenta il suo massimo alla longitudine solare di circa 282.4° (prima freccia nera), mentre il secondo e ben più consistente massimo atteso alla longitudine solare di circa 283.1° (seconda freccia nera) avviene con l’altezza minima del radiante nella prima parte della serata del 3 gennaio. Il doppio filamento conferma anche le osservazioni di gennaio 2025 (4).

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. Le due frecce indicano il massimo in corrispondenza di due diversi filamenti.

Il passaggio dello sciame è visibile anche nella misura della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig. 3) che registra un aumento proprio nella notte tra il 3 ed il 4 gennaio con un valore massimo proprio centrato alla longitudine solare di circa 283.1°. Assai minore, invece, il dato relativo al primo filamento, un risultato che fa supporre un diverso indice di massa, con meteore più piccole e leggere rispetto al filamento principale.

Fig. 3: Potenza media dei segnali registrati tra l’1 e il 7 gennaio, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il valore massimo, centrato alla longitudine solare di circa 283.1°, in corrispondenza del secondo filamento.

Per tutta la giornata del 17 gennaio, inoltre, dalle 9 UT alle 16 UT, la rete CARMELO ha registrato un debole aumento della potenza media dei segnali ricevuti (vedi fig.4). È possibile associare questo aumento medio a una debole attività di sciami diurni (daylight showers), quindi senza controparti osservative nel visibile. Tra questi, considerate le osservazioni degli anni passati, potremmo citare le Serpentis-Coronae Borealis (594 RSE) oppure le γ-Ursae Minoris (404 GUM).

Fig. 4: Potenza media dei segnali registrati tra la longitudine solare 280° e 312° circa, con un picco indicato dalla freccia nera tra le 9 UT e le 16 UT del 17 gennaio.

Bibliografia

1) Eugène Delporte (1930), IAU: “Délimitation Scientifique des Constellations”. At the University Press
2) Peter Jenniskens (2004): “2003 EH_1 and the Quadrantid shower”. WGN, Journal of the International Meteor Organization, vol. 32, no.1, p.7-10
3) Ki-Won Lee et al. (2009): “Orbital Elements of Comet C/1490 Y1 and the Quadrantid shower”. Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, vol. 400
4) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2025): “Bollettino delle radiometeore di gennaio 2025”

Bollettino di Dicembre

Introduzione

Dicembre è il mese delle Geminidi (GEM), uno sciame originato dall’asteroide 3200 Phaeton. La massima attività delle Geminidi è stata registrata dalla rete CARMELO nella notte tra il 13 e il 14 dicembre. Non è stata invece registrata una particolare attività dallo sciame delle Ursidi, in analogia agli osservatori visuali.

I dati del mese di Dicembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di dicembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di dicembre 2025.

Le Geminidi

Nel mese di dicembre il protagonista è lo sciame meteorico delle Geminidi (GEM), una pioggia che si sta evolvendo in maniera molto rapida e che in meno di un centinaio d’anni probabilmente sparirà del tutto.

Lo sciame delle Geminidi rappresenta un caso unico tra gli sciami meteorici: la loro origine non è legata a una cometa, ma a un asteroide, 3200 Phaethon (1). Scoperto nel 1983 con il satellite IRAS (Infrared Astronomical Satellite), 3200 Phaethon è un asteroide di tipo Apollo con un’orbita fortemente ellittica, che incrocia quelle di Marte, Terra, Venere e Mercurio e che lo porta molto vicino al Sole, più di qualsiasi altro asteroide conosciuto. Questo passaggio ravvicinato genera temperature estremamente elevate, capaci di superare i 750°C, abbastanza per provocare la sublimazione di alcuni materiali superficiali e il rilascio di detriti. Questi detriti costituiscono proprio il materiale che origina le Geminidi.

I modelli suggeriscono che i detriti vengano prodotti in quantità significative a ogni passaggio dell’asteroide vicino al Sole, e si distribuiscano lungo la sua orbita in una scia compatta e ben definita.

Le Geminidi sono solitamente attive dal 2 al 19 dicembre. Negli ultimi anni lo ZHR (Zenithal
Hourly Rate) si è mantenuto costante con 120-150 meteore registrate all’ora e un picco di attività tra il 13 e il 14 dicembre.

Il radiante dello sciame, ovvero il punto in cielo da cui sembrano provenire le meteore, è situato nella costellazione dei Gemelli, vicino alla luminosa stella Castore. Per i cieli dell’emisfero boreale, sorge verso le ore 18 UT e tramonta attorno alle 9 UT.

Fig. 2: Immagine di Davide Alboresi Lenzi, socio AAB (Associazione Astrofili Bolognesi) scattata a Medelana (BO, Italy) il 14/12/2025. 355 pose da 1 minuto, ISO 1600. F=16mm, f/3.5. Il radiante, situato vicino alla stella Castore, è collocato nel punto in cui è iniziata la sequenza delle fotografie e cioè intorno alle 19:30 locali. Da quel momento esso salirà in cielo fino a transitare quasi allo zenith, per poi riabbassarsi verso la mattina.

Durante il picco massimo di attività previsto per le Geminidi, una prima lettura dei dati della rete CARMELO potrebbe suggerire una sottostima dell’attività rispetto alle attese. In realtà, questa apparente discrepanza è riconducibile principalmente alla configurazione geometrica attuale della rete di ricevitori.
Al momento, infatti, la rete CARMELO presenta una distribuzione fortemente concentrata sul territorio italiano, con un punto di vista osservativo sostanzialmente omogeneo. Questo comporta un campionamento del cielo non isotropo, ma fortemente dipendente dalla geometria di ricezione rispetto alla posizione del radiante dello sciame. L’estensione internazionale della rete, attualmente in fase di implementazione con l’ingresso di nuovi osservatori in altri Paesi europei, permetterà in futuro una copertura più uniforme e una migliore ricostruzione tridimensionale dell’attività meteorica.
Nel caso specifico delle Geminidi, il radiante è localizzato in prossimità della stella Castore, con coordinate equatoriali R.A. = 07h 34m 36s e Dec = +31° 53′ 19″. Nelle notti tra il 12 e il 14 dicembre, per le latitudini italiane il radiante ha transitato al meridiano a una declinazione prossima agli 80°, quindi in prossimità dello zenit.
I ricevitori attualmente operativi nella rete CARMELO presentano un campo osservativo centrato mediamente su una declinazione di circa 40°, con un’apertura angolare di ±30°. Ne consegue che la sensibilità geometrica della rete nei confronti dello sciame delle Geminidi è risultata ottimale nelle fasi iniziali e finali della notte, mentre è risultata molto ridotta in corrispondenza del transito meridiano del radiante, ovvero nella fascia centrale della notte.
L’andamento del tasso orario registrato, visibile in fig. 3, riflette bene questa configurazione: si osserva un incremento nelle prime ore serali, seguito da una progressiva diminuzione fino a metà nottata, con un andamento compatibile con una dipendenza sinusoidale dall’angolo di incidenza del radiante rispetto al campo di vista dei ricevitori, e quindi un nuovo aumento verso le ore mattutine.
Sulla base di questa distribuzione geometrica, è possibile ipotizzare che il valore reale del tasso orario al momento del massimo fosse significativamente superiore a quanto direttamente misurato dalla rete (la freccia in fig. 3 e 4), in linea con quanto riportato dalle osservazioni radio e visuali su scala globale.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Fig. 4: Durata degli eventi registrati tra il 12 e il 17 dicembre, in funzione della longitudine solare. In blu, l’altezza del radiante in cielo. La freccia indica il probabile picco massimo.

Un Confronto con il 2024

Questo è il primo bollettino del secondo anno di report mensili sull’attività registrata dalla rete CARMELO e sull’analisi qualitativa dei risultati. Possiamo quindi procedere a un breve confronto con i risultati riportati nel bollettino di dicembre 2024 (2).

Visivamente si nota subito la differenza tra i due grafici dei tassi orari registrati (fig.5), dovuta non al numero di eventi registrati, ma al diverso metodo di campionamento temporale. Nel 2024 i tassi orari erano calcolati su intervalli di un’ora, mentre negli ultimi mesi di quest’anno la risoluzione è stata modificata in intervalli di 15 minuti. I picchi risultano quindi più stretti e meno mediati, ma l’intensità complessiva dello sciame delle Geminidi risulta comunque confrontabile con quella dello scorso anno, se integrata su base oraria (tenendo conto delle considerazioni fatte in precedenza sulle rilevazioni).

Fig. 5: Sopra, andamento nel mese di dicembre 2024. Sotto, andamento del mese di dicembre 2025.

Un elemento che mostra invece una differenza reale rispetto al 2024 è il numero di conteggi registrati nei giorni precedenti e successivi al massimo dello sciame (sempre fig. 5), dominati in gran parte dalla componente sporadica. Nel 2025 questo fondo risulta sensibilmente più elevato, principalmente per tre motivi:
• Aumento del numero di stazioni operative nella rete;
• Introduzione dei nuovi processori P5 nei ricevitori di ultima generazione;
• Miglioramento degli algoritmi di rilevazione e classificazione del software.
Questi fattori hanno portato a un incremento della sensibilità complessiva del sistema e a una maggiore capacità di rilevare gli echi più deboli.

Bibliografia

1) Peter Jenniskens et al. (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, 397-422
2) Mariasole Maglione, Lorenzo Barbieri (2024): “Bollettino delle radiometeore di dicembre 2024

Bollettino di Novembre

Introduzione

Novembre è il mese delle Leonidi (LEO), ma quest’anno la rete CARMELO non ha registrato un’attività particolarmente intensa in corrispondenza del massimo previsto per lo sciame.

I dati del mese di Novembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di novembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di novembre 2025.

Le Leonidi

Nel mese di novembre il cielo torna a ospitare lo sciame delle Leonidi (LEO), associato alla cometa periodica 55P/Tempel-Tuttle e legato al suo ciclo orbitale di circa 33 anni. Ogni volta che la cometa attraversa il perielio rilascia una nuova scia di detriti, responsabili delle spettacolari “tempeste” meteoriche osservate in epoche come il 1966 o, più recentemente, il 2001.
Negli ultimi anni tuttavia il “serbatoio” di polveri che la Terra incontra a metà novembre si è progressivamente impoverito. Fino al prossimo ritorno della cometa, atteso per il 2031, lo sciame continuerà a mostrare un’attività sempre più modesta. Secondo le stime dell’International Meteor Organization (IMO), quest’anno la Terra ha incrociato due segmenti della scia del 1699 nella serata del 17 novembre, con una frequenza prevista di circa 15–20 meteore l’ora (1). Tuttavia il radiante, situato nella costellazione del Leone, si è alzato solo intorno alle 23:30 in Italia, in coincidenza del massimo atteso, impedendo quindi di rilevare un numero elevato di eventi.
I modelli indicavano anche possibili incontri con scie più antiche: quella del 1167 (prevista il 9 novembre), del 1633 (15 novembre) e un primo passaggio nella scia del 1699. Tuttavia, come spesso accade per le Leonidi in questa fase povera di materiale, le previsioni restavano accompagnate da un ampio margine d’incertezza.
L’attività osservata quest’anno dalla rete CARMELO conferma il quadro di debolezza dello sciame. Anche nelle rilevazioni visuali, come indicato dalle osservazioni del Global Meteor Network (GMN, 2), lo ZHR si è mantenuto su valori molto bassi, senza variazioni significative nei momenti in cui erano previsti i massimi.
L’unico incremento leggermente più evidente tra i rilevamenti di CARMELO si nota nella mattina del 19 novembre, attorno alla longitudine solare 236.8° (vedi fig. 2, dove è stato riportato in blu il grafico dell’altezza del radiante).
Considerata l’elevata velocità delle Leonidi, di circa 72 km/s ci si attenderebbe di rilevare echi radio con marcati echi di testa e chiari spostamenti Doppler, che sono come delle impronte caratteristiche delle meteore più rapide. Anche sotto questo aspetto, però, i dati della rete indicano una presenza molto scarsa di eventi riconducibili a meteore ad alta velocità.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 13 e il 23 novembre, in funzione della longitudine solare.

Bibliografia:
1) IMO, J. Rendtel (2025): “2025 Meteor Shower Calendar”, pag. 17
2) Global Meteor Network

Bollettino di Ottobre

Introduzione

Ottobre è il mese delle Orionidi (ORI). La rete CARMELO ha registrato un moderato aumento dell’attività meteorica tra il 21 e il 22 ottobre, e un ulteriore aumento tra il 26 e il 27 ottobre.

I dati del mese di Ottobre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di ottobre.

Fig. 1: Andamento nel mese di ottobre 2025.

Le Orionidi

Le Orionidi (ORI) sono uno sciame meteorico annuale originato dalla cometa 1P/Halley. La Terra incontra ogni anno il flusso di particelle lasciate dalla cometa lungo la sua orbita, dando origine allo sciame attivo tra inizio ottobre e i primi giorni di novembre. Il picco di attività si registra di solito intorno al 22 ottobre, con uno ZHR che può arrivare a circa 25 meteore all’ora, in condizioni favorevoli. Queste meteore sono piuttosto veloci: entrano nell’atmosfera terrestre a circa 67.5 km/s, producendo tracce rapide e sottili, a volte con meteore particolarmente luminose.
Le Orionidi hanno mostrato in passato anche episodi di incremento improvviso dell’attività (outburst). In particolare, nel 1993 si registrò un outburst inatteso nelle notti tra il 16 e il 18 ottobre, quindi qualche giorno prima del picco atteso. In quelle notti furono osservate anche meteore molto brillanti, in corrispondenza di longitudini solari intorno a 202°–205°. L’anno successivo il fenomeno non si ripeté (1).
Il radiante delle Orionidi si trova nella costellazione di Orione, vicino alla stella Betelgeuse. Questo significa che le meteore sembrano provenire da questa area del cielo. Per gli osservatori dell’emisfero settentrionale, come la rete CARMELO, il radiante sorge a tarda sera e raggiunge la massima elevazione nelle ore subito prima dell’alba. In fig.2, al tasso orario di segnali ricevuti nei giorni in cui è stato registrato un aumento del numero di meteore, compatibile con l’attività delle Orionidi, è sovrapposta una linea blu che indica l’elevazione del radiante.

Fig. 2: Tasso orario di eventi registrati tra il 17 e il 29 ottobre, in funzione della longitudine solare.

Quest’anno, la rete CARMELO ha rilevato un aumento apprezzabile nel tasso orario di eventi rilevati tra la longitudine solare 208° e 209°, quindi tra il 21 e il 22 ottobre. Tuttavia, proprio in corrispondenza del previsto passaggio della Terra nel massimo dello sciame delle Orionidi, il 22 ottobre, il radar Graves è stato spento per circa 4 ore.
Abbiamo notato anche un ulteriore aumento tra la longitudine solare 212° e 214°, ovvero tra il 26 e il 27 ottobre (vedi sempre fig.2).

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press, pag. 301-302

Bollettino di Settembre

Introduzione

A settembre l’attività meteorica rilevata dalla rete CARMELO è stata moderata e non ha permesso di evidenziare picchi di attività di determinati sciami. Abbiamo perciò scelto di sfruttare l’occasione per una riflessione ragionata sulla possibilità di valutare, almeno qualitativamente, il comportamento degli sciami meteorici a partire dai dati della rete.

I dati del mese di Settembre

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di settembre.

Fig. 1: Andamento nel mese di settembre 2025.

Nel mese di settembre l’attività meteorica registrata dalla rete CARMELO è stata più o meno costante. Non si sono verificati picchi di attività associabili a qualche sciame in particolare.

Il comportamento degli sciami

L’osservazione delle meteore tramite radio meteor scatter in ambito amatoriale, come abbiamo già visto, soffre la grave limitazione di non poter definire le orbite. Di conseguenza è impossibile classificare le singole meteore.
All’opposto, come è noto, questo tipo di osservazione prescinde dalle condizioni meteo e dalla presenza o meno del Sole o della Luna. Può quindi essere di supporto nella valutazione, almeno qualitativa, del comportamento degli sciami. Proviamo quindi a ipotizzare un utilizzo dei dati di CARMELO con questo obiettivo.
Ipotizziamo che uno sciame meteorico, al momento della sua formazione, abbia una struttura omogenea, cioè che le particelle che lo compongono siano uniformemente distribuite all’interno del cilindro venutosi a creare dalla liberazione di materia dal corpo progenitore.
Come è noto, col passare del tempo questa omogeneità viene a perdersi a causa di alcune forze perturbanti. La più nota di queste è quella che va sotto il nome di effetto di Poynting Robertson. Questo effetto si spiega con il fatto che le particelle che vengono riscaldate dal Sole tendono a raffreddarsi riemettendo la stessa energia nell’infrarosso, in tutte le direzioni.
Prendendo in esame il comportamento medio di tutte le particelle, quindi attribuendo loro una simmetria sferica, se la particella fosse ferma, la radiazione emessa sarebbe la stessa in tutte le direzioni, con uguale quantità e uguale frequenza.
Tutte le particelle invece viaggiano nel Sistema Solare, e lo fanno a una velocità di circa 30 km/s, di conseguenza nella direzione di marcia la frequenza della radiazione emessa è più alta di quella emessa nella direzione inversa, a causa dell’effetto Doppler. (1)
Secondo la legge di Plank, la famosa legge alla base della meccanica quantistica:

Dove e è l’energia, h la costante di Plank e 𝜈 la frequenza.
L’energia rilasciata nella direzione di marcia è maggiore di quella rilasciata nella direzione opposta: ne consegue quindi che la particella subisce un’azione frenante. Tale azione frenante non sarà uguale per tutte le particelle, ma sarà proporzionale alla loro capacità di ricevere e riemettere calore e quindi, tra le altre grandezze, alla loro massa.
Più un corpo viene rallentato più la sua orbita si “stringe”, cioè gli assi dell’orbita divengono minori. Ne consegue quindi che particelle diverse vengono indotte dall’effetto Poynting Robertson a differenziare le loro orbite in ragione della loro massa (vedi fig. 2).

Fig. 2: Differenziazione delle orbite in funzione delle masse.

Lo sciame, con il passare degli anni viene a perdere sempre più la sua simmetria. Ci sono due parametri, derivati dall’osservazione visuale, che descrivono analiticamente questo fenomeno:
• La densità del flusso meteorico (meteoric flux density).
• L’indice di massa (mass index).
La densità del flusso meteorico (meteoric flux density) si indica con Q(m0) ed è definita come la quantità di meteoroidi di massa m0 nell’unità di tempo, in una unità di area perpendicolare alla direzione del moto.
Per esempio, per m0 = 10 mg potremo avere Q(m0) = 0.001 miliardesimi al metro quadro al secondo.
L’indice di massa (mass index) è l’esponente (s) in una distribuzione di potenza delle masse dei meteoroidi, un metodo per modellare il numero di meteoroidi di diverse dimensioni esistenti. La formula è:

dN/dM = N₀(M/M*)⁻ˢ

dove dN è il numero di meteoroidi in un intervallo di massa dM, N₀ è una costante, M* è una massa caratteristica e s è l’indice di massa. (2)
Nel grafico che segue è riportato il confronto tra Q(m0) ed s per uno sciame generico: sulle ascisse la longitudine solare, cioè il tempo.

Fig. 3: Confronto tra Q(m0) ed s in uno sciame generico. (2)

La differenza tra il massimo di Q(m0) e il massimo di s rappresenta il lasso di tempo che intercorre tra il massimo della densità di particelle e il massimo di particelle di maggior massa, ed è proporzionale all’età dello sciame: quanto più lo sciame è giovane, tanto più la lunghezza della freccia rossa in fig. 3 tende a zero.
A complicare le cose, occorre considerare l’inclinazione delle orbite, che cambia il modo in cui la Terra incontra lo sciame (vedi fig. 4).

Fig. 4a – Orbita a bassa inclinazione sull’eclittica.

Fig. 4b – Orbita ad alta inclinazione sull’eclittica.

Fig. 5: Confronto tra HR e durata, nel caso delle Quadrantidi.

Si tratta di uno sciame notoriamente “giovane”, ma già alla sua età uno sfasamento tra i due massimi è apprezzabile.
Ammettendo che queste considerazioni abbiano un fondamento scientifico nonostante le semplificazioni effettuate, potremmo anche spingerci a valutare un ordine di grandezza delle distanze in gioco.
Considerando che

s=v*t

e che la velocità v della Terra nel Sistema Solare è di circa 30 Km/s, in 9 ore lo spazio percorso sarà di:

s=30*9*60*60 = 972000 Km

Ovvero, lo scivolamento verso un’orbita interna da parte delle particelle più massicce ha comportato una distanza tra le orbite dell’ordine di grandezza di un milione di chilometri.
L’attendibilità del confronto che qui proponiamo andrà verificata in futuro con altri sciami.

Bibliografia:
1) P. Jenniskens (2006): “Meteor showers and their parent comets”. Cambridge University Press
2) O. Belkovich, D. Pajovic, J M. Wislez (2005): “Basic elements of meteor stream theory”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 17 e seg.
3) O. Belkovich, Cis Verbeeck (2005): “The physics of meteoroid ablation and the formation of ionized meteor trails”. Proceedings of the radio meteor school 2005, p. 21 e seg.

Bollettino di Agosto

Introduzione

Agosto è il mese delle Perseidi. Quest’anno, nonostante lo sciame sia come sempre molto sparso, un picco di maggiore attività meteorica è stato registrato nella notte del 13 agosto.

I dati del mese di Agosto

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di agosto.

Fig. 1: Andamento nel mese di agosto 2025.

Le Perseidi

Le Perseidi (PER) sono uno degli sciami meteorici più noti e spettacolari dell’anno, attivo dalla fine di luglio fino a quasi la fine di agosto. Il massimo di attività si registra attorno alla metà del mese di agosto, ma lo sciame si distingue per la sua durata piuttosto estesa: le meteore possono essere osservate per diverse settimane, rendendolo un fenomeno diffuso e non circoscritto a una sola notte.
Le Perseidi sono originate dai detriti lasciati dalla cometa Swift-Tuttle, che la Terra incontra ogni anno in questo periodo. Il radiante si trova nella costellazione di Perseo, da cui lo sciame prende il nome. Le meteore sono particolarmente veloci, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 61 km/s, e producono scie luminose brillanti e persistenti, spesso accompagnate da tracce di ionizzazione ben rilevabili anche tramite osservazioni radio.
Quest’anno, la rete CARMELO ha registrato la maggiore attività dello sciame nella notte del 13 agosto, per una durata di circa 5-6 ore, tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°, come in fig. 2.

Fig. 2: Massimo di attività meteorica registrato tra la longitudine solare 140.1° e 140.4°.

Anche le osservazioni visuali dell’International Meteor Organization (IMO), in fig. 3, e, tramite le telecamere, del Global Meteor Network (GMN), in fig. 4, mostrano un picco di attività dello sciame in corrispondenza del 13 agosto (1), (2).

Fig. 3: Grafico dello ZHR (Zenithal Hourly Rate) registrato da IMO.

Fig. 4: Grafico del flusso di meteoroidi in atmosfera registrato dalle camere GMN.

Tornando ai nostri dati radio notiamo un aumento in corrispondenza delle ore 8-9 UT del 12 agosto, sia nel grafico della potenza ricevuta (in fig. 5) che nel grafico della durata degli echi meteorici (in fig. 6).
Sappiamo che la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi (saturazione del cilindro): quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati, tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati è anche proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.
Dato che l’energia cinetica è data da:

Ec = mv2/2

e dato che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano alla stessa velocità v, se ne deduce che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Quindi possiamo ipotizzare che in corrispondenza delle 8-9 UT del 12 agosto, alla longitudine solare 139.57° si sia misurato un aumento di energia cinetica, il che ci fa supporre che probabilmente sono entrati in atmosfera meteoroidi di massa maggiore rispetto alla media delle altre Perseidi, e con un anticipo di una trentina di ore rispetto al massimo del tasso orario.

Fig. 5: Grafico della potenza degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

Fig. 6: Grafico della durata degli echi meteorici con picco alla longitudine solare 139.57°.

Bollettino di Luglio

Introduzione

Nella prima metà del mese di luglio l’attività meteorica è stata moderata, principalmente dominata dallo sciame meteorico delle Psi Cassiopeidi (187 PCA).

I dati del mese di Luglio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di luglio.

Fig. 1: Andamento nel mese di luglio 2025.

Le Psi Cassiopeidi

Le Psi Cassiopeidi (187 PCA) sono uno sciame meteorico attivo nella prima metà di luglio, con picco massimo attorno alla metà del mese. Si tratta di uno sciame minore, poco visibile a occhio nudo ma rilevabile tramite sistemi di osservazione radio, grazie alla velocità e alla frequenza delle meteore, specie nelle ore crepuscolari. Non è associato ad alcun corpo progenitore noto (1).
Il radiante dello sciame è localizzato nella costellazione di Cassiopea, vicino alla stella Psi Cassiopeiae, da cui prende il nome. Le Psi Cassiopeidi sono rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 58 km/s, e producono echi radio intensi e di breve durata.
Nel 2025, lo sciame delle Psi Cassiopeidi ha mostrato un’attività crescente nella prima metà del mese di luglio, e la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con il tracciamento dello sciame (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra il 4 e il 18 luglio 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Psi Cassiopeidi.

Bibliografia:
(1) Peter Jenniskens et al. (2006): Meteor showers and their parent comets. Cambridge University Press

Bollettino di Giugno

Introduzione

A giugno la rete CARMELO ha registrato un’attività meteorica in crescente intensità, e nella prima metà del mese ha rilevato un’attività compatibile con lo sciame diurno delle Arietidi (171 ARI).

I dati del mese di Giugno

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di giugno.

Fig. 1: Andamento nel mese di giugno 2025.

Le Arietidi

Le Arietidi (171 ARI) sono uno sciame meteorico attivo da metà maggio a metà giugno. Si tratta del più intenso sciame meteorico diurno (daytime shower) dell’anno: il suo massimo avviene quando il Sole è già alto nel cielo, rendendone l’osservazione visuale estremamente difficile, con meno di una meteora visibile all’ora. Le meteore delle Arietidi sono tuttavia ben rilevabili con strumentazione radio.
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Ariete, in una posizione circa 4 gradi a sud-est della stella 41 Arietis. Le meteore sono generalmente rapide, con una velocità d’ingresso in atmosfera di circa 42 km/s, corrispondente a una velocità media rispetto ad altri sciami, non alta (1).
Nel 2025, lo sciame delle Arietidi ha mostrato una attività crescente tra il 3 e il 13 giugno, e anche la rete CARMELO ha rilevato un tasso orario compatibile con un picco giornaliero dello sciame tra le 11:00 e le 12:00 UT (fig. 2).

Fig. 2: Tasso orario tra l’1 e il 15 giugno 2025, con attività compatibile con il tracciamento dello sciame delle Arietidi.

Spegnimento del radar Graves

Dalla fig. 1 che mostra l’andamento del tasso orario di meteore rilevate dalla rete CARMELO salta all’occhio l’interruzione dell’11 giugno, tra le 7:00 UT e le 10:00 UT, ovvero tra le longitudini solari 80.28° e 80.40° (vedi fig. 3). Essa corrisponde a uno spegnimento del radar Graves in Francia, probabilmente causata da una manutenzione della stazione.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Durante lo spegnimento, durato circa tre ore, i ricevitori della rete CARMELO hanno registrato soltanto 4 eventi, tutti chiaramente identificabili come falsi positivi. In condizioni normali, nello stesso intervallo temporale, il sistema registra in media oltre 1000 eventi. Questo confronto porta a una considerazione interessante: se in assenza del segnale radar riceviamo solo 4 eventi spuri, significa che, in condizioni standard, circa il 99.6% delle registrazioni sono effettivamente meteore. Un risultato che conferma l’affidabilità del sistema di rilevamento automatico di CARMELO.

Bibliografia:

  1. 1Robert Lunsford (2025): Meteor Activity Outlook for 14-20 June 2025, eMeteorNews

Bollettino di Maggio

Introduzione

Nel mese di maggio la rete CARMELO non ha rilevato un’attività meteorica particolarmente intensa. All’inizio del mese si è verificato un picco, anche se non molto pronunciato, dello sciame delle Eta Aquaridi (ETA), nella notte tra il 5 e il 6 maggio. Segnaliamo inoltre il rilevamento di un outburst meteorico probabilmente legato alla cometa 73P/Schwassmann–Wachmann nei primi giorni di giugno.

I dati del mese di Maggio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di maggio.

Fig. 1: Andamento nel mese di maggio 2025.

Le Eta Aquaridi

Le Eta Aquaridi (ETA) sono uno sciame meteorico attivo ogni anno tra metà aprile e fine maggio, con un picco di visibilità attorno al 6 maggio. Anche se meno appariscenti rispetto a sciami più noti, le Eta Aquaridi rivestono una certa importanza particolare per la loro origine: i frammenti che le compongono provengono dalla celebre cometa di Halley, la stessa che dà origine anche alle Orionidi di ottobre (1).
Il radiante dello sciame si trova nella costellazione dell’Acquario, nei pressi della stella Eta Aquarii, da cui prende il nome. Nelle nostre latitudini questo punto sorge poco prima dell’alba, intorno alle 3:30, rendendo le ultime ore della notte il momento più adatto per l’osservazione e la rilevazione. A causa della posizione bassa del radiante sull’orizzonte, il numero di meteore visibili in Italia è generalmente limitato a circa 30–40 l’ora. Nelle regioni australi, dove il radiante si alza molto di più sull’orizzonte, lo sciame offre invece uno spettacolo ben più intenso, con tassi orari allo zenit (ZHR) che possono superare le 50–60 meteore all’ora.
Le Eta Aquaridi si distinguono anche per l’alta velocità delle meteore, che possono raggiungere oltre 66 km/s. Questo rende le loro tracce nel cielo particolarmente luminose e persistenti, con scie che talvolta permangono per diversi secondi.
Nel 2025, il picco di attività dello sciame era atteso nella notte tra il 5 e il 6 maggio. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata, in particolare tra le 2:00 e le 5:00 del mattino del 6 maggio, dove il massimo conteggio è stato di 204 eventi alle 2:00 quando ancora il radiante era sotto l’orizzonte, e successivamente, nell’intorno dell’alba, si è aggirato tra i 170 e i 180 eventi, tra le longitudini solari 45.55° e 45.67°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 5 e il 6 maggio 2025, con un’attività meteorica molto moderata.

Gli outburst del 31 maggio e 1 giugno

Il 6 giugno il Central Bureau for Astronomical Telegrams ha pubblicato il CBET 5561 (2), in cui si riportano due intensi outburst meteorici potenzialmente associati allo sciame minore delle Tau Herculids (61 TAH), generato da frammenti della cometa 73P/Schwassmann–Wachmann. Le osservazioni sono state condotte dal Croatian Meteor Network, che ha evidenziato due picchi ben distinti nel tasso orario di meteore, il secondo dei quali si è concluso bruscamente intorno alle 0:00 UTC del 2 giugno (longitudine solare 70.71°).
Quando una cometa come 73P/Schwassmann–Wachmann si frammenta (come è avvenuto in modo spettacolare nel 1995, con ulteriori rotture osservate nel 2006), rilascia materiale in grandi quantità: frammenti grandi e piccoli, polveri, e meteoroidi che vengono espulsi con velocità leggermente diverse tra loro. Queste differenze di velocità iniziale, anche minime, portano col tempo i meteoroidi a distribuirsi lungo l’orbita della cometa in modo non uniforme. Questo processo si chiama espansione differenziale: le particelle più veloci si allontanano in avanti, quelle più lente restano indietro. Dopo anni o decenni, queste “nuvole” si separano, generando pacchetti o filamenti che possono intersecare l’orbita terrestre in momenti precisi, dando luogo a outburst meteorici brevi ma intensi.
Nel caso della cometa 73P, diversi studi modellistici (3) hanno previsto che i detriti espulsi nei passaggi del 1995 e del 2006 — anni chiave per i suoi eventi di disgregazione — avrebbero potuto raggiungere la Terra intorno al 2022–2025. Il comportamento osservato in questi giorni è compatibile con l’arrivo di uno di questi filamenti di meteoroidi, confermando le simulazioni.
Osservando i dati della rete CARMELO, notiamo effettivamente un aumento del numero di echi meteorici rilevati tra l’1 e il 2 giugno, seguito da un improvviso calo proprio in corrispondenza alla longitudine solare 70.71° come indicato nel CBET.
Il radiante dello sciame associato alla cometa 73P transitava in meridiano proprio attorno a mezzanotte. Questo significa che al momento del calo non si era verificata alcuna variazione significativa nella geometria di osservazione. Il brusco calo dell’attività meteorica potrebbe quindi essere imputato alla cessazione del flusso di meteoroidi.

Fig. 3: Tasso orario tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 2025.

Bibliografia:

(1) A. Egal et al. (2020): Activity of the Eta-Aquariid and Orionid meteor showers, Astronomy & Astrophysics, Vol. 640
(2) Two meteor shower outbursts with potential connection to comet 73P, Central Bureau for Astronomical Telegrams, CBET 5561
(3) A Egal et al (2023): Modelling the 2022 τ-Herculid outburst, The Astrophysical Journal, Vol. 949
(4) L. Barbieri et al. (2024): What CARMELO can observe, eMeteorNews, vol. 9, no. 4, p. 241-248

Bollettino di Aprile

Introduzione

Aprile è il primo mese primaverile a mostrare degli sciami meteorici prevalenti, come quello antico delle Liridi (LYR). Il picco di attività per il 2025 era previsto tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha osservato un’attività moderata, con un lieve aumento nella notte tra il 22 e il 23 aprile, all’orario in cui la Lira si trovava circa in meridiano.

I dati del mese di Aprile

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di aprile.

Fig. 1: Andamento nel mese di aprile 2025.

Le Liridi

Le Liridi sono uno sciame meteorico attivo ogni anno in aprile, con un picco solitamente attorno al 22 del mese. Si tratta di uno degli sciami più antichi mai osservati, e dello sciame con la più lunga documentazione storica continua, con osservazioni che risalgono almeno al 687 a.C. (1).

Il corpo progenitore è stato identificato nel XIX secolo nella cometa C/1861 G1 (Thatcher), che impiega circa 415 anni per compiere un’orbita attorno al Sole. Le meteore di questo sciame hanno come radiante la costellazione della Lira, vicino alla brillante stella Vega. Le Liridi si distinguono per la loro velocità (circa 49 km/s) e per la possibilità di produrre scie brillanti e persistenti in cielo.

Solitamente si possono vedere attorno alle 15–20 meteore all’ora, ma occasionalmente si sono registrati picchi molto più elevati, che si riteneva fossero associati alla vicinanza della cometa madre alla Terra. Tuttavia, studi condotti alla fine del XX secolo hanno smentito questa correlazione diretta e indicano che gli outburst potrebbero essere invece legati a risonanze dinamiche o a dense regioni di materiale all’interno della scia cometaria (1).

Uno degli eventi più intensi fu l’outburst del 1803, con un tasso orario stimato di circa 860, che suscitò grande interesse astronomico. Uno più recente avvenne nel 1982, quando si registrarono fino a 90 meteore/h (2).

Nel 2025 il picco delle Liridi era atteso nelle ore notturne tra il 21 e il 22 aprile. La rete CARMELO ha registrato un’attività moderata tra il 21 e il 23 aprile, con un tasso orario di rilevazioni maggiori il 23, e un picco massimo alle 01:00 UT del 23 aprile, alla longitudine solare 32.80°.

Fig. 2: Tasso orario tra il 21 e il 24 aprile 2025, con picco di attività meteorica il 23 aprile alla longitudine solare 32.80°.

La lacuna delle 6

Un’anomalia ricorrente nei dati raccolti dalla rete CARMELO, già riscontrata in passato con il sistema RAMBO, è il sistematico calo di meteore registrate attorno alle ore 6 locali in primavera, proprio quando ci si attenderebbe il massimo giornaliero teorico della frequenza meteorica.

Fig. 3: Tasso orario di meteore in funzione dell’ora del giorno, in prossimità dell’equinozio di primavera, che ci si aspetterebbe di osservare.

Questo fenomeno, da noi definito “la lacuna delle 6” (vedi fig. 4), rappresenta un apparente paradosso osservativo che trova una spiegazione interessante.

Fig. 4: A sinistra, andamento del tasso orario di eventi registrato da CARMELO nell’aprile 2025, con evidente la “lacuna delle 6”; in inverno; a destra, dati raccolti in inverno.

Secondo il modello sviluppato da Giovanni Schiaparelli nel 1867 (3), la quantità di meteore osservata non è costante nel corso della giornata né dell’anno, ma segue delle variazioni regolari. Questo accade per via del movimento combinato della Terra, che ruota su sé stessa e orbita attorno al Sole. Anche se le meteore arrivassero da tutte le direzioni dello spazio in modo uniforme (cioè con una distribuzione isotropa dei radianti), l’effetto combinato tra la velocità della Terra e quella delle particelle meteoritiche crea un’illusione di concentrazione: le meteore sembrano arrivare in numero maggiore da una direzione specifica nel cielo, detta apice del moto terrestre (vedi fig.5).

Questo punto attraversa ogni giorno la volta celeste con un movimento analogo a quello del Sole e raggiunge il meridiano locale attorno alle 6 del mattino (tempo solare vero), generando così un massimo giornaliero della frequenza osservata. Simmetricamente, il minimo si verifica attorno alle 18.

Fig. 5: Rappresentazione dell’apice del moto terrestre rispetto all’eclittica e alla posizione di un osservatore sulla Terra.

Nel corso dell’anno, l’apice percorre l’eclittica, oscillando in declinazione: raggiunge valori massimi in primavera e minimi in autunno. Proprio in primavera, quindi, l’apice si trova a quote elevate (70–80° sull’orizzonte) durante il suo transito meridiano mattutino.

Fig. 6: Andamento dell’altezza del radiante sopra l’orizzonte nel corso dell’anno.

Le antenne utilizzate nella rete CARMELO sono caratterizzate da una discreta direttività, ed essendo fisse hanno un guadagno massimo concentrato in una specifica porzione di cielo. In particolare, la zona in cui l’antenna ha più guadagno nel ricevere i segnali radio riflessi dalle meteore è generalmente su declinazioni comprese tra 30° e +40° rispetto all’orizzonte. Questo comporta il fatto che le antenne della rete hanno meno sensibilità per meteore che si verificano ad altezze molto elevate nel cielo. E di conseguenza, quando l’apice del moto terrestre culmina in cielo ad alte declinazioni (vedi fig.7), come in primavera ed alle ore 6, le meteore che arrivano da quella direzione vengono intercettate con meno efficacia, con una conseguente riduzione delle rilevazioni proprio nel momento in cui, secondo la geometria, ci si attenderebbe il massimo di attività.

L’effetto risulta più evidente in primavera per due motivi principali:

  1. L’apice ha declinazioni più elevate.
  2. Il contributo meteorico è dominato dalle sporadiche, che rendono più “pulito” l’andamento sinusoidale.

Fig. 7: Posizione dell’apice del moto terrestre in primavera e in autunno.

Bibliografia:

Bollettino di Marzo

Introduzione

Marzo, come febbraio, è uno dei mesi meno attivi per quanto riguarda il passaggio di grossi sciami meteorici. In attesa del picco delle Liridi, previsto per la seconda metà di aprile, questo mese abbiamo concentrato la nostra attenzione su alcune considerazioni riguardanti il rumore radioelettrico.

I dati del mese di marzo

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di marzo.

Fig. 1: Andamento nel mese di marzo 2025.

Bollettino di Febbraio

Introduzione

Febbraio è uno dei mesi meno attivi dal punto di vista degli sciami meteorici. A differenza di gennaio, caratterizzato dal picco delle Quadrantidi, e di altri mesi con eventi più marcati, il periodo invernale centrale non presenta sciami di particolare rilievo. Tuttavia, l’osservazione radar permette di rilevare fenomeni altrimenti inosservabili, come i Daytime Showers, sciami meteorici il cui radiante è talmente vicino al Sole da non poter essere osservato con metodi ottici tradizionali. I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids (114 DXC).

I dati del mese di febbraio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.

In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di febbraio.

Fig. 1: Andamento nel mese di febbraio 2025.

I Daytime Showers

I Daytime Showers sono sciami meteorici i cui radianti si trovano molto vicini alla posizione del Sole nel cielo, rendendoli impossibili da osservare con strumenti ottici. A differenza degli sciami notturni, che presentano radianti ben visibili sopra l’orizzonte nelle ore serali o notturne, i Daytime Showers possono essere rilevati quasi esclusivamente attraverso osservazioni radar (1, 2). I loro radianti si trovano tipicamente tra i 20° e i 30° a ovest del Sole e vengono identificati grazie alle tecniche di radio-forward scatter e radar.
L’assenza di osservazioni ottiche implica che le informazioni su questi sciami sono spesso limitate. Mentre gli sciami notturni più noti, come le Perseidi o le Geminidi, hanno tassi di attività ben documentati e parametri ben definiti, molti Daytime Showers restano ancora poco studiati. Alcuni di essi mostrano attività più elevate e sono stati rilevati anche da reti di video osservazioni, mentre altri hanno un’attività così debole da rendere difficile una loro caratterizzazione precisa.
Le osservazioni radar degli ultimi decenni hanno comunque permesso di mappare i principali sciami diurni e di riconoscerne l’attività in periodi specifici dell’anno. Tra i più noti (2) vi sono quello delle Arietids (171 ARI), attivo tra maggio e giugno (3), e quello delle Sextantids (221 DSX), attivo tra settembre e ottobre. Nel periodo invernale, invece, l’attività dei Daytime Showers è generalmente più bassa, con sciami minori che mostrano un’attività difficilmente distinguibile dal rumore di fondo.
L’analisi di questi sciami è però importante per comprendere meglio la distribuzione e le caratteristiche della popolazione di meteoroidi nel Sistema Solare. Sebbene la loro attività sia spesso inferiore rispetto agli sciami principali, il loro studio permette di affinare i modelli di flusso meteorico e migliorare la nostra comprensione della dinamica delle particelle interplanetarie.

Le χ-Capricornids (114 DXC)

Le χ-Capricornids (114 DXC) sono uno sciame meteorico diurno attivo tra il 29 gennaio e il 28 febbraio, con un massimo previsto intorno al 13 febbraio alla longitudine solare 324.5° (2). Questo sciame è stato individuato grazie a osservazioni radar, poiché la vicinanza del suo radiante al Sole ne impedisce la rilevazione ottica tradizionale. L’attività dello sciame è classificata come bassa, con una distribuzione di meteoroidi caratterizzata da masse ridotte e velocità relativamente basse.
Il radiante delle χ-Capricornids sorge intorno alle 6:30 e tramonta intorno alle 14:30 (ora locale in Italia), limitando così la finestra temporale utile per la loro osservazione radar. A causa della loro bassa attività, non si registrano aumenti significativi nell’intensità dei segnali radio né variazioni rilevanti nella durata degli echi rilevati. Tuttavia, le osservazioni condotte nel corso degli anni hanno mostrato che questo sciame è compatibile con i dati raccolti, suggerendo che una frazione delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere alle χ-Capricornids.
Studi precedenti, tra cui quelli riportati da Jürgen Rendtel nel 2014 (2), indicano che la popolazione di meteoroidi appartenente alle χ-Capricornids potrebbe derivare da una sorgente progenitrice non ancora identificata con certezza. Il fatto che le meteore osservate abbiano una scarsa intensità e brevi echi radio suggerisce che i frammenti siano il risultato di un processo di erosione prolungato, piuttosto che di un evento di frammentazione recente.
I dati raccolti dalla rete CARMELO nel mese di febbraio mostrano segnali compatibili con la presenza del χ-Capricornids. Tuttavia, l’assenza di picchi significativi di intensità del segnale e di variazioni nella durata degli echi suggerisce che lo sciame, se effettivamente il segnale è presente, sia composto prevalentemente da meteoroidi di piccola massa e bassa velocità.
In fig.2, il rettangolo grigio evidenzia la finestra di visibilità del radiante sopra l’orizzonte in Italia.
Analizzando il tasso orario di eventi e la potenza massima del segnale (Max Power), si nota un’assenza di fluttuazioni marcate attorno al massimo atteso. Questo comportamento conferma la bassa attività dello sciame, ma la compatibilità dei dati con le previsioni suggerisce comunque che una parte delle meteore rilevate possa effettivamente appartenere al χ-Capricornids.

Fig. 2: Compatibilità delle osservazioni CARMELO con la presenza dello sciame delle χ-Capricornids.

Il Bollettino di Gennaio

Introduzione

Il mese di gennaio si apre con il picco delle Quadrantidi, che è lo sciame principale e dominante di tutto il mese, per il resto interessato solo dal passaggio di piogge minori. Il picco delle Quadrantidi si è verificato il 3 gennaio.

I dati del mese di gennaio

I grafici che seguono sono tratti da questa pagina: nelle ascisse è rappresentato il tempo, che è espresso in UT (Universal Time, Tempo Universale) oppure in longitudine solare (Solar Longitude) e le ordinate rappresentano il tasso orario (hourly rate), calcolato come il numero totale di eventi registrati dalla rete nell’ora diviso per il numero di ricevitori in funzione.
In fig.1, l’andamento dei segnali rilevati dai ricevitori per il mese di gennaio.

Fig. 1: Andamento nel mese di gennaio 2025.

Le Quadrantidi

Tra le piogge meteoriche annuali, le Quadrantidi di gennaio si distinguono solitamente per la loro intensità, raggiungendo picchi di attività compresi tra 60 e 200 meteore all’ora. Nonostante ciò, rimangono meno conosciute rispetto ad altri sciami più celebri, come le Perseidi o le Geminidi. La loro minore notorietà è dovuta anche al brevissimo picco di attività, che dura circa 24 ore.

Il radiante delle Quadrantidi si trova nella costellazione di Boote, in una posizione piuttosto bassa nel cielo settentrionale, tra la testa del Dragone e il timone del Grande Carro. Il nome deriva da Quadrans Muralis, un’antica costellazione creata nel 1795 dall’astronomo francese Jérôme Lalande che includeva parti del Boote e del Dragone, e che non rientra nella lista delle 88 costellazioni stilata dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU) nel 1922 e pubblicata nel 1930 (1).

L’origine di questo sciame resta un argomento dibattuto. Nel 2003, a seguito di una campagna osservativa sui corpi minori del Sistema Solare, l’astronomo Peter Jenniskens trovò un possibile corpo progenitore delle Quadrantidi nell’asteroide Near Earth (196256) 2003 EH1, un’ipotesi che le renderebbe uno dei pochi sciami meteorici derivanti da un asteroide e non da una cometa, analogamente alle Geminidi di dicembre (2). Da allora, 2003 E1 è considerato il corpo progenitore più probabile delle Quadrantidi. Esso potrebbe essere a sua volta un frammento della cometa C/1490 Y1 , che è stata osservata da astronomi cinesi, giapponesi e coreani poco più di 500 anni fa, nel 1490 (3).

Quest’anno, il picco massimo delle Quadrantidi era previsto il 3 gennaio alla longitudine solare 283.2°, corrispondente alle 17 UT. A quell’ora tuttavia il radiante dello sciame si trovava troppo basso sull’orizzonte per un corretto rilevamento. La rete CARMELO ha rilevato la massima attività alle 3 UT del 3 gennaio alla longitudine solare 286.6°, quando il tasso orario è stato di 224, e il radiante delle Quadrantidi era alto in cielo a Nord-Est (fig.2, con evidenziate con i tratti neri in basso le ore del giorno in cui il radiante si trovava sufficientemente in alto sopra l’orizzonte per l’osservazione).

Fig. 2: Picco di massima attività dello sciame delle Quadrantidi il 3 gennaio rilevato alla longitudine solare 282.6°, e picco atteso a 283.2° quando il radiante era troppo basso sull’orizzonte.

La composizione delle Quadrantidi

Il grafico che segue in fig.3 è un confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici nei giorni intorno al picco di attività delle Quadrantidi.

Si noti come i tre picchi del 3 e 4 gennaio nei due grafici siano molto diversi: il picco centrale, intorno alla longitudine solare 283° corrispondente alle ore 13 UT del 3 gennaio, ha echi molto più lunghi; la durata media raggiunge anche il mezzo secondo.

Fig. 3: Confronto tra il tasso orario e la durata media degli echi meteorici tra l’1 e il 6 gennaio.

Questa osservazione ci dice molto sulla composizione di questo sciame. Infatti, la durata di un’eco radio dipende dal tempo impiegato dalla meteora a dissolversi: quanto maggiore è il numero degli atomi ionizzati (ioni ed elettroni liberi), tanto più tempo dura il processo di deionizzazione. Il numero degli atomi ionizzati, o densità del plasma, è proporzionale all’energia cinetica dei corpi impattanti contro le prime molecole della ionosfera: più lo scontro è energetico, più atomi si disintegrano, e quindi più la radiometeora è densa.

Noi sappiamo che l’energia cinetica è data da: E = mv*v/2

e sappiamo che tutte le meteore appartenenti a uno stesso sciame viaggiano tutte alla stessa velocità v. Se ne deduce quindi che l’unico parametro che varia è m, cioè la massa.

Il grafico mostra quindi che lo sciame delle Quadrantidi può essere descritto come un cilindro avente all’esterno un “guscio” di meteore più piccole, e all’interno un filamento di meteore più grosse. Questa caratteristica è tipica degli sciami relativamente giovani (in tempi astronomici, ovviamente). Col trascorrere del tempo, infatti, questa composizione tende a cambiare, sia per l’effetto delle interazioni gravitazionali con i pianeti maggiori del Sistema Solare, sia per la pressione della radiazione solare che tende a spostare le particelle più massicce verso l’esterno dello sciame, generando quindi una conformazione non più simmetrica.

Da notare come nel grafico in basso in fig.3, il picco di aumento di densità verso la longitudine solare 284° (tra il 4 e il 5 gennaio) non sia un falso positivo, o un errore del sistema. Era presente anche al passaggio delle Quadrantidi nel gennaio 2023 e rilevato da CARMELO (4).

La strumentazione

La rete CARMELO è costituita da ricevitori radio SDR. In essi un microprocessore (Raspberry) svolge simultaneamente tre funzioni:
1) Pilotando un dongle, sintonizza la frequenza su cui trasmette il trasmettitore e si sintonizza come una radio, campiona il segnale radioelettrico e tramite la FFT (Fast Fourier Trasform) misura frequenza e potenza ricevuta.
2) Analizzando il dato ricevuto per ogni pacchetto, individua gli echi meteorici e scarta falsi positivi e interferenze.
3) Compila un file contenente il log dell’evento e lo spedisce ad un server.
I dati sono tutti generati da un medesimo standard, e sono pertanto omogenei e confrontabili. Un singolo ricevitore può essere assemblato con pochi dispositivi il cui costo attuale complessivo è di circa 210 euro.
Per partecipare alla rete leggi le istruzioni a questa pagina.

La rete CARMELO

La rete è attualmente composta da 14 ricevitori di cui 13 funzionanti, dislocati in Italia, Regno Unito, Croazia e USA. I ricevitori europei sono sintonizzati sulla frequenza della stazione radar Graves in Francia, pari a 143.050 MHz. Partecipano alla rete:
• Lorenzo Barbieri, Budrio (BO) ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Bologna ITA
• Associazione Astrofili Bolognesi, Medelana (BO) ITA
• Paolo Fontana, Castenaso (BO) ITA
• Paolo Fontana, Belluno (BL) ITA
• Associazione Astrofili Pisani, Orciatico (PI) ITA
• Gruppo Astrofili Persicetani, San Giovanni in Persiceto (BO) ITA
• Roberto Nesci, Foligno (PG) ITA
• MarSEC, Marana di Crespadoro (VI) ITA
• Gruppo Astrofili Vicentini, Arcugnano (VI) ITA
• Associazione Ravennate Astrofili Rheyta, Ravenna (RA) ITA
• Akademsko Astronomsko Društvo, Rijeka CRO
• Mike German a Hayfield, Derbyshire UK
• Mike Otte, Pearl City, Illinois USA
• Yuri Malagutti, Comano (TI) CH

L’auspicio degli autori è che la rete possa espandersi sia quantitativamente che geograficamente, permettendo così la produzione di dati di miglior qualità.


Vuoi essere sempre aggiornato sul Cielo del Mese?

ISCRIVITI alla NEWSLETTER!

Nuovo servizio di Spedizione con Corriere Espresso InPost

Per rispondere alle numerose richieste di un servizio di consegna più affidabile e rapido rispetto a quello postale tradizionale, Coelum introduce la spedizione tramite corriere espresso InPost, con consegna presso il locker più vicino, selezionabile attraverso l’apposita mappa.

Questa nuova modalità rappresenta un significativo salto di qualità nella gestione delle spedizioni, garantendo tempi più brevi, maggiore tracciabilità e maggiore flessibilità per i lettori, in particolare per chi ha difficoltà a ricevere pacchi durante l’orario di lavoro. Il sistema dei locker consente infatti di organizzare il ritiro in piena autonomia, secondo le proprie esigenze.

Negli ultimi anni, grazie alle agevolazioni riservate ai piccoli editori, Coelum ha potuto assorbire interamente i costi delle spedizioni postali, offrendo di fatto un servizio gratuito ai propri abbonati. Questo è avvenuto nonostante l’assenza di aumenti sugli abbonamenti e l’incremento dei costi editoriali, legato al cambio di formato e all’ampliamento dei contenuti.

Con un prezzo di copertina di 14,90 euro bimestrali, Coelum ha continuato, nel corso dei decenni, ad aumentare la quantità e la qualità dei contenuti, mantenendo un costo mensile medio pari a circa 7,95 euro, significativamente inferiore a quello delle altre riviste di divulgazione scientifica attualmente in distribuzione.

L’introduzione del corriere espresso comporta inevitabilmente un contributo alle spese di spedizione. La tariffa applicata, pari a 3,90 euro, è tra le più basse oggi disponibili sul mercato ed è normalmente riservata ai grandi operatori dell’e-commerce. Le piccole realtà editoriali, non potendo beneficiare di elevati volumi di spedizione, sono spesso costrette ad applicare costi ben più elevati.

La scelta di InPost consente a Coelum di offrire una soluzione economicamente sostenibile, rapida ed efficiente, riducendo sensibilmente i tempi di consegna e migliorando ulteriormente la qualità complessiva del servizio.

È importante ricordare che questo nuovo sistema richiede anche una maggiore attenzione da parte dei destinatari: non saranno possibili secondi invii in caso di mancato ritiro presso il locker. Eventuali nuove spedizioni richieste dovranno prevedere il rimborso delle spese aggiuntive sostenute.

Upgrade per gli abbonamenti in corso

Anche gli abbonamenti attualmente in essere potranno beneficiare della nuova modalità di spedizione tramite un upgrade dedicato.

L’upgrade dovrà essere richiesto esclusivamente contattando il servizio clienti all’indirizzo:

assistenza.vendite@coelum.com

Non saranno prese in considerazione richieste pervenute tramite altri canali.

L’importo da integrare sarà calcolato individualmente, in base alla durata residua dell’abbonamento, ed è pari a:

  • 3,90 euro per copia per le spedizioni in Italia
  • 4,60 euro per copia per le spedizioni verso le isole

Tale importo verrà moltiplicato per il numero di copie ancora da ricevere comprese nell’abbonamento.

Per il saldo, agli interessati verranno inviate istruzioni personalizzate, utilizzando la stessa modalità di pagamento già scelta al momento della sottoscrizione dell’abbonamento.

Considerata la gestione individuale di ogni richiesta, si chiede a tutti gli abbonati la massima collaborazione e la disponibilità ad attendere i tempi tecnici necessari per l’evasione delle pratiche. Il nostro impegno sarà quello di operare con la massima rapidità possibile.

Promozione di lancio

Per accompagnare l’introduzione del nuovo servizio, nei prossimi giorni Coelum offrirà la spedizione gratuita con corriere espresso sugli abbonamenti annuali e biennali.

ABBONAMENTO 1 ANNO CORRIERE GRATIS

ABBONAMENTO 2 ANNI CORRIERE GRATIS

Questa iniziativa conferma l’impegno costante della rivista nel migliorare i propri servizi, mantenendo al tempo stesso un equilibrio tra qualità editoriale, sostenibilità economica e attenzione verso i lettori.

A presto,
La redazione di Coelum Astronomia

RIES – Storia di un impatto cosmico nel cuore dell’Europa

Figura 5 - Suevite a contatto con brecce colorate (Bunte Breccia) nella cava di Aumühle, vicino a Oettinge.

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

SETUP FAST – superFAST – ultraFAST – quattro sensori in parallelo

Figura 3 - Setup Ultra Fast a quattro reflex completo di cavi di alimentazione corpi macchina e fasce anticondensa.

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

“Mayday mayday qui JetBlue 1230!”: L’allarme Airbus tra sicurezza del volo e dati scientifici contrastanti

Nell'immagine il modello Airbus Jet Blue 1230 individuato come coinvolto nell'allarme.

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Editoriale COELUM 278

Editoriale COELUM ASTRONOMIA n°278

Con l’inizio del 2026 prende avvio anche il nuovo “anno” di Coelum, che come i lettori più affezionati sanno comincia tradizionalmente con il numero di febbraio/marzo. Ci eravamo lasciati con un ampio approfondimento dedicato al progetto Lunar Gravitational Wave Antenna, una missione ambiziosa che colpisce soprattutto per la chiarezza e la linearità dell’impostazione: soluzioni essenziali che, come spesso accade, si rivelano anche particolarmente efficaci. Il contributo italiano è rilevante e Coelum continuerà a seguire da vicino l’evoluzione del progetto nei prossimi mesi.
A proposito di aggiornamenti proprio mentre leggerete queste righe, nei primi giorni di febbraio, a Reggio Emilia si svolge il congresso annuale di Geologia Planetaria: un appuntamento fondamentale per fare il punto sulle ricerche in corso e intercettare nuove linee di studio. Anche quest’anno ne trarremo spunto per selezionare i lavori più significativi e raccontarli attraverso la voce diretta dei protagonisti.

Il contributo più prezioso di questo numero è il grande lavoro di ricostruzione storica e scientifica dedicato alla supernova SN1987A, firmato da Fabio Briganti e Riccardo Mancini. Un’indagine accurata sulle fonti che si arricchisce dell’intervista a Ian Shelton, uno dei protagonisti della scoperta, e di immagini inedite, in esclusiva per Coelum, da lui stesso realizzate nei giorni cruciali del 1987. Ne emerge un racconto coinvolgente, attraversato dall’entusiasmo e dalla consapevolezza di aver assistito a un evento irripetibile.
In questo numero la sezione dedicata ai grandi telescopi è volutamente più contenuta: nuovi contributi sui grandi osservatori in costruzione stanno arrivando, ma per questa uscita abbiamo scelto di lasciare più spazio ad altre aree, in particolare a “Esplorazione” e “Astrofotografia e Tecnica”. La prima si arricchisce dell’intervista a Simonetta Di Pippo, referente nazionale per la Space Economy. A cura di Frida Paolella, l’intervista restituisce una visione concreta e positiva del futuro del settore, fondata su cooperazione internazionale e sviluppo tecnologico, un punto di vista che merita attenzione.
La sezione Astrofotografia ospita come di consueto i lavori dello ShaRA Team, ma con una novità: accanto alle immagini trovano spazio le testimonianze dirette degli autori, una sorta di guida passo passo ai processi di elaborazione, utile per comprendere le differenze tra i risultati. Scrivono per Coelum anche gli amici di AstroBoh!, protagonisti di una scoperta inattesa grazie a uno sguardo attento e allenato. I consigli e suggerimenti tecnici sono affidati a Massimo D’Apice, che presenta una nuova soluzione per l’uso dei filtri nella lotta alla dispersione atmosferica.
Ma nel numero 278 la sezione Astrofotografia segna anche il ritorno di una vecchia e graditissima conoscenza: Stefano Tognaccini, che propone l’ultima delle sue idee geniali. Una configurazione Ultra Fast, pensata per essere operativi in pochi minuti, riducendo al minimo la complessità tecnica senza rinunciare alla qualità del risultato. Un approccio che lascia più tempo all’osservazione e al piacere di vivere il cielo, prima ancora che di fotografarlo.
Si conclude in questo numero “Le mie 200 comete” di Claudio Pra, un percorso durato cinque puntate e decenni di osservazioni. Non tutte le comete hanno trovato spazio nelle singole uscite: una scelta necessaria, anche se non facile. Stiamo però già lavorando a nuove modalità per dare visibilità all’intero catalogo osservativo.
Ampio spazio, come sempre, è riservato a “Cielo e Cultura”, la sezione più ricca della rivista e forse quella che meglio rappresenta la missione di Coelum come progetto di divulgazione culturale. Oltre all’articolo dedicato alla SN1987A, troverete contributi esclusivi, tra cui l’intervista a John C. Mather, Premio Nobel per la Fisica, che racconta i nuovi progetti osservativi a cui sta collaborando, offrendo uno sguardo sugli investimenti scientifici dei prossimi anni. Per la prima volta scrive su Coelum Leandro Saracino, che ripercorre la storia delle ricerche sugli impatti lunari. Non manca uno spazio più ludico e creativo: con i LEGO, Lorenzo Montanari realizza strumenti per la divulgazione che coinvolgono bambine e bambini senza sosta.
Fotografare il cielo resta un’emozione unica. Ma secondo noi di Coelum la tecnica, per quanto raffinata, e il risultato finale dovrebbero sempre trovare il giusto equilibrio con il tempo necessario per fermarsi, alzare lo sguardo e godere delle meraviglie del cielo. Meno competizione, meno ansia da prestazione, più ascolto e consapevolezza: un approccio forse più lento, ma certamente più umano, capace di restituire all’astronomia amatoriale il suo valore più profondo.
Il resto lo lasciamo scoprire a voi.
Buona lettura.

Il cielo non cambia. Cambiamo noi, per raccontarlo meglio.

Pandora – il nuovo telescopio della NASA per esplorare atmosfere extraterrestri

La ricerca di mondi potenzialmente abitabili oltre il nostro sistema solare compie un passo significativo con il lancio del telescopio spaziale Pandora. Questa missione innovativa, guidata dalla NASA, è pensata per studiare in dettaglio le atmosfere degli esopianeti e capire meglio quali condizioni potrebbero rendere un pianeta ospitale per la vita. Pandora è un SmallSat, ovvero un satellite di piccole dimensioni ma con un obiettivo scientifico molto ambizioso: osservare i transiti di pianeti extrasolari davanti alle loro stelle e, da questi eventi, decodificare la composizione delle loro atmosfere. Durante un transito, parte della luce stellare filtra attraverso l’atmosfera del pianeta, e l’analisi di questa luce può rivelare la presenza di gas come vapore acqueo, metano, anidride carbonica o ossigeno, molecole di grande interesse per gli astrobiologi.
Tuttavia, uno dei problemi principali nella ricerca delle atmosfere dei pianeti è la variabilità delle stelle. Macchie stellari, facole e attività magnetica possono confondere le osservazioni, mascherando o simulando segnali atmosferici.

Rappresentazione artistica della missione Pandora, qui senza la copertura termica che proteggerà la sonda, mentre osserva una stella e il suo esopianeta in transito.
Crediti immagine: Goddard Space Flight Center/Conceptual Image Lab della NASA.

Pandora è progettato per monitorare simultaneamente la stella e il suo pianeta, separando i segnali luminosi per ottenere letture più affidabili.
Pandora non vuole rispondere direttamente alla domanda “c’è vita su altri pianeti?”, ma è un passo cruciale per capire dove e come cercarla. Le informazioni che fornirà contribuiranno a una migliore comprensione di quali atmosfere planetarie sono compatibili con condizioni di abitabilità, di come l’attività stellare influisce sui segnali atmosferici; quali pianeti meritano studi più approfonditi con telescopi di nuova generazione.
Il telescopio Pandora rappresenta una nuova frontiera nella caratterizzazione degli esopianeti: piccolo nel formato ma grande nel potenziale scientifico.

Integrando osservazioni multi-banda e strategie di analisi innovative, Pandora aiuta la comunità scientifica a decodificare l’universo dei pianeti extrasolari e a tracciare un percorso sempre più chiaro nella ricerca di mondi che potrebbero, un giorno, rivelarsi abitabili.

Esiste già una solida base di studi e paper scientifici che ndefiniscono obiettivi e metodologia di osservazione di Pandora. Un importante contributo scientifico è il paper “The Pandora SmallSat: Multiwavelength Characterization of Exoplanets and their Host Stars”, disponibile su arXiv e scritto da un team internazionale che include Elisa V. Quintana, Knicole D. Colón, Thomas Barclay e altri ricercatori. Questo lavoro descrive in dettaglio come Pandora sarà in grado di distinguerе il segnale della stella da quello del pianeta grazie a osservazioni multi-banda nel visibile e nel vicino infrarosso.https://arxiv.org/abs/2108.06438

Cielo del Mese di Febbraio 20206

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

La Luna del Mese – Febbraio 2026

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Febbraio 2026

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 140

Nella rubrica del mese scorso avevamo lanciato un appello ai lettori per controllare se ne propri archivi fosse presente un’immagine della galassia NGC3556 più conosciuta come Messier 108 nel periodo dal 20 novembre al 20 dicembre 2025. Un’eventuale immagine di questa galassia, in questo periodo e se abbastanza profonda come magnitudine limite, poteva contenere un’importante prediscovery della supernova SN2025ahqr. Anche gli osservatori dell’ISSP hanno effettuato questo controllo e con un certo rammarico è stata infatti trovata un’immagine del 29 novembre realizzata dall’Osservatorio di Monte Agliale con la supernova ben visibile, anche un po’ debole a mag.+18,5. Il programma automatico di controllo immagini utilizzato dagli amici di Lucca non aveva disponibile un’immagine di confronto adeguata e pertanto aveva scartato la preziosa immagine. Chi ha letto la rubrica dello scorso mese ricorderà che questa supernova era stata scoperta dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato Zwicky Transient Facility (ZTF) su un’immagine il 23 novembre con la supernova molto debole a mag.+20, ma stranamente la comunicazione fu inserita nel TNS quasi un mese dopo e precisamente il 20 dicembre. Se ZTF avesse operato in maniera normale avrebbe inserito la scoperta nel TNS il 23 novembre o al più tardi il 24 novembre e l’immagine di Monte Agliale sarebbe arrivata in ogni caso in ritardo di sei giorni, ma poiché per un motivo, che ancora oggi non ci sappiamo spiegare, la comunicazione era stata effettuata solo il 20 dicembre, l’Osservatorio di Monte Agliale aveva avuto la possibilità (servita su un piatto d’argento dal ritardo di comunicazione di ZTF) per scoprire una supernova addirittura in una galassia Messier. Sarebbe stata per la precisione l’undicesima supernova italiana di tutti i tempi scoperta in una galassia del catalogo di Messier. È inutile piangere sul latte versato, ma resta la consolazione che questa immagine è comunque molto utile per affinare i modelli evolutivi delle rare supernovae di tipo Iax e dimostra che le strategie di ricerca portate avanti dagli osservatori dell’ISSP sono adeguate e con un pizzico di fortuna in più, porteranno presto alla tanto sospirata scoperta.

Immagine di prediscovery della SN2025ahqr in M108 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Agliale con il telescopio Newton da 51cm F.4,5 esposizione di 30 secondi.

Veniamo al nuovo anno e la prima scoperta amatoriale del 2026 è stata messa a segno dal gruppo cinese di ricerca supernovae denominato XOSS che è stato anche il più prolifico in fatto di scoperte nel 2025. In realtà questi incredibili cinesi hanno realizzato in gennaio già tre scoperte, ma soffermeremo la nostra attenzione sulla prima che si è rivelata anche la più interessante. Nella notte dell’8 gennaio i bravi astrofili cinesi hanno individuato una debole nuova stella di mag.+18,1 nella piccola galassia a spirale UGC3028 posta nella costellazione del Perseo a circa 240 milioni di anni luce di distanza, non lontana (circa 5°) dalla famosa Nebulosa California. I primi a riprendere lo spettro conferma sono stati gli astronomi cinesi del Yunnan Observatory con il Lijiang Telescope da 2,4 metri. La SN2026gm, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di Tipo Ia scoperta pochi giorni dopo l’esplosione. Nei giorni seguenti la scoperta, la luminosità del transiente dovrebbe essere aumentata fino a superare la mag.+16 intorno al 20-25 gennaio. Si tratta pertanto di un facile oggetto, visto anche la posizione periferica rispetto al centro della galassia, ma attenzione alla stella di mag.+6,2 posta a soli 5’ a Nord della galassia che potrebbe disturbare le riprese.

Immagine della SN2026gm in UGC3028 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi.

Sempre dalla Cina è arrivata la seconda scoperta amatoriale del 2026. A realizzarla sono stati gli astrofili cinesi del Sumdo Observatory, che come avevamo visto nella precedente rubrica si sono classificati al secondo posto nel 2025 in fatto di scoperte amatoriali di supernovae. Nella notte del 10 gennaio Ziyang Mai e Bozhang Shi hanno individuato una debole stella nuova di mag.+17,94 nei pressi della piccola galassia LEDA2320905 posta nella costellazione del Bootes alla notevole distanza di circa 900 milioni di anni luce. Nei giorni seguenti la scoperta la luminosità del debole oggetto è rimasta pressoché costante, per poi calare leggermente. Ad oggi nessun osservatorio professionale ha ripreso lo spettro di conferma e pertanto al transiente è stata assegnata la sigla provvisoria AT2026no. Vista l’enorme distanza della galassia, che ha un modulo di distanza di circa 37 e poiché le supernovae di tipo Ia raggiungono il massimo di luminosità alla magnitudine assoluta di -19 proviamo a sbilanciarci in una previsione sulla classificazione: 37-19=18 quindi possiamo ipotizzare che i bravi astrofili cinesi hanno individuato una supernova di tipo Ia proprio intorno al massimo di luminosità.

Immagine della AT2026no in LEDA2320905 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 20 immagini da 180 secondi.

Passiamo adesso alla supernova più luminosa di questo inizio 2026. Stiamo parlando della SN2026acd scoperta il 14 gennaio dal programma professionale americano di ricerca supernovae e pianetini denominato ATLAS Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System nella galassia ellittica NGC4168, posta nella costellazione della Vergine a circa 100 milioni di anni luce di distanza. Fu scoperta da Willian Herschel l’8 aprile 1784 ed è considerata una galassia Seyfert cioè con un nucleo attivo, caratterizzato dalla presenza di un massiccio buco nero al suo interno. NGC4168 è accompagnata in cielo dalla galassia a spirale NGC4165 posta a circa 190 milioni di anni luce di distanza e dalla più piccola, perché lontana, galassia ellittica NGC4164 posta a circa 800 milioni di anni luce di distanza.
Queste tre galassie formano un triangolo quasi perfetto e l’attuale supernova è posizionata proprio al centro di questo ipotetico triangolo. La supernova sembra perciò contesa dalle tre galassie, ma vista la sua notevole luminosità è chiaramente ospitata dalla galassia più vicina delle tre, appunto NGC4168. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,88 ma nei giorni seguenti è aumentata progressivamente fino a raggiungere il suo massimo alla notevole mag.+13,5 a fine gennaio. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi del Gemini Observatory in Cile, nella notte del 15 gennaio, utilizzando il grande telescopio Gemini South da 8,1 matri. La SN2026acd è una giovane supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata da Riccardo Mancini con un telescopio Newton da 250mm F.5 esposizione di 35 minuti.

Immagine della SN2026acd in NGC4168 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 30 immagini da 120 secondi.

Chiudiamo la rubrica di questo mese con una bella notizia targata ISSP appena arrivata. Nella notte del 26 gennaio il team dell’Osservatorio di Monte Baldo composto da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli hanno individuato la loro prima Nova Extragalattica del 2026, immortalando una debole stellina di mag.+19,3 nella bella galassia a spirale Messier 81. Al momento in cui scriviamo, non abbiamo dati riguardo ad ulteriori osservazioni di follow-up, né di un eventuale spettro di conferma, non facile vista la debolezza del nuovo transiente. Al nuovo transiente è stata pertanto assegnata la sigla provvisoria AT2026blf.

Immagine di scoperta della AT2026blf in M81 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Dall-Kirkham da 400mm F.7 somma di 15 immagini da 180 secondi.

 

Leggi le altre puntate dedicate alle Supernovae qui 

Per seguire Supernovae Aggiornamenti: Iscriviti alla NewsLetter!

Coelum Astronomia 278 I/2026 Digitale

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Asteroidi del mese de Febbraio 2026

0

 

Asteroidi del mese di Febbraio 2026

(511) Davida

Davida fu scoperto da Raymond Smith Dugan il 30 maggio 1903 dall’osservatorio di Heidelberg, in Germania. Il nome è un omaggio a David Peck Todd, astronomo e professore all’Amherst College, di cui lo scopritore era stato allievo. L’uso del genere femminile fu imposto dalla ferrea consuetudine del tempo di assegnare ai pianetini nomi di donna, e per questo, Dugan fu costretto a declinare in tal modo il nome del suo mentore. Davida percorre un’orbita nella fascia principale esterna con semiasse maggiore di 3,16 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,19 e una ragguardevole inclinazione di 15,9 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 5,6 anni.

Con un diametro medio stimato intorno ai 290 km, Davida è uno dei più grandi asteroidi della fascia principale, tra il quinto e il settimo per dimensioni. È classificato come asteroide di tipo C, caratterizzato da una superficie scura composta da materiali carbonacei primitivi. Questa composizione comporta un’albedo molto bassa, che lo rende meno luminoso rispetto ad altri asteroidi di dimensioni simili, ma che presentano una natura rocciosa o metallica.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare con precisione il periodo di rotazione in 5,13 ore. Le immagini prese dai grandi telescopi a terra descrivono un corpo dalla forma irregolare, con una superficie segnata da grandi crateri da impatto.

Come e quando osservarlo

Davida sarà in opposizione il 23 Febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,6. Il suo moto sarà di 0,55 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Davida trasformarsi in una bella striscia luminosa di 22 secondi d’arco.

(11) Parthenope

Parthenope fu scoperto da Annibale de Gasparis l’11 maggio 1850 all’Osservatorio di Capodimonte a Napoli. Il nome è dedicato alla sirena Partenope, figura mitologica strettamente legata alla fondazione della città partenopea, di cui è simbolo ed eponimo. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,45 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,10 e inclinazione di 4,6 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,84 anni.

Parthenope è un grande asteroide con un diametro medio di circa 150 km. Appartiene al tipo S, il che indica una composizione prevalentemente rocciosa e una superficie dotata di un albedo moderatamente alta, tipico dei corpi della fascia interna, a differenza degli asteroidi più scuri e carbonacei diffusi nella fascia esterna.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce ha permesso di determinare un periodo di rotazione di 13,72 ore, con delle variazioni che suggeriscono una forma piuttosto irregolare.

Come e quando osservarlo

Parthenope sarà in opposizione il 25 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,2. Il suo moto sarà di 0,63 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Parthenope trasformarsi in una bella striscia luminosa di 25 secondi d’arco.

(07) Iris

Iris fu scoperto da John Russell Hind il 13 agosto 1847 dall’Osservatorio di George Bishop a Londra (Regent’s Park). Il nome deriva da Iris, la dea greca dell’arcobaleno e messaggera degli dèi, incaricata di portare agli uomini gli ordini di Zeus e di Era. Iris fu il primo asteroide scoperto da Hind e il settimo in assoluto ad essere individuato. Percorre un’orbita nella fascia principale interna con semiasse maggiore di 2,38 Unità Astronomiche, eccentricità di 0,23 e inclinazione di 3,51 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 3,69 anni.

Iris è uno dei più grandi asteroidi di tipo S della fascia principale, con un diametro medio stimato di circa 200 km. La sua superficie è composta da roccia mista a metalli e presenta un’albedo molto elevata, che lo rende un oggetto eccezionalmente brillante anche in strumenti di piccolo diametro. Questa alta riflettività, unita alla vicinanza al Sole durante il perielio, fa sì che Iris possa diventare talvolta più luminoso persino di corpi assai più grandi come Vesta o Pallas.

Dal punto di vista fotometrico, l’analisi delle curve di luce indica un periodo di rotazione di 7,14 ore. Le osservazioni da terra hanno rivelato una forma piuttosto schiacciata, segnata da una grande depressione, forse generata a seguito di un impatto. E’ interessante notare come lo spettro di Iris coincida con quello di uno specifico tipo di meteoriti, le condriti ordinarie di tipo L. Questa speciale similitudine suggerisce che Iris possa essere il corpo progenitore di questa classe di meteoriti, frammenti espulsi proprio da quell’antico evento collisionale, poi caduti sulla Terra.

Come e quando osservarlo

Iris sarà in opposizione il 27 febbraio, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 8,9. Il suo moto sarà di 0,66 secondi d’arco al minuto; quindi, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Iris trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

 


Vuoi essere sempre aggiornato sul Cielo del Mese?

ISCRIVITI alla NEWSLETTER!

Le Comete del mese di Febbraio: C/2026 A1 MAPS

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie


Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

La “Società Italiana di Scienze Planetarie – Angioletta Coradini” (SISP-AC) è lieta di annunciare che sta organizzando la XXI edizione del Congresso Nazionale di Scienze Planetarie. Il Congresso si svolgerà a Reggio Emilia dal 2 al 6 Febbraio 2026 nell’aula magna “Manodori” dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE). L’organizzazione dell’evento si avvale della collaborazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria di UNIMORE.

Il Congresso Nazionale di Scienze Planetarie è un appuntamento che, ormai da più di vent’anni, riunisce la comunità scientifica e tecnologica nazionale, impegnata in attività osservative da Terra, nella partecipazione a missioni spaziali, nelle attività di laboratorio e nella modellistica teorica.

La comunità italiana ha avuto da sempre un ruolo di protagonista nell’ambito dei grandi progetti di esplorazione del Sistema Solare, quali Cassini, Rosetta, Juice, BepiColombo. La stessa comunità è ancora oggi coinvolta nelle sfide presenti e future delle Scienze Planetarie, quali l’esplorazione della Luna, di Marte e di Mercurio, la difesa del nostro pianeta dal rischio asteroidale, lo studio dei sistemi extrasolari e la ricerca astrobiologica.

L’obiettivo del Congresso è quello di proporre annualmente un aggiornamento sullo stato della ricerca planetologica italiana e di facilitare e stimolare la comunicazione e le collaborazioni tra i ricercatori, gli enti finanziatori e l’industria.

Di particolare rilevanza è l’impegno della SISP-AC nello stimolare la partecipazione al Congresso dei giovani ricercatori (laureandi, dottorandi, postdoc, ecc.), i quali rappresentano la miglior garanzia per lo sviluppo futuro delle Scienze Planetarie. A questo scopo, oramai da diversi anni, la SISP-AC mette a disposizione un budget sostanzioso per l’emissione di grants dedicati a giovani ricercatori, che possono quindi partecipare ai lavori del Congresso senza pagare la quota di iscrizione.

Le tematiche generali del Congresso sono le più ampie possibili, allo scopo di accogliere e dare spazio alla multiforme ricchezza delle attività e degli obiettivi della comunità scientifica di riferimento:

  • Pianeti e Satelliti– Analisi dati, Analisi di Superfici, Atmosfere, Esosfere, Magnetosfere, Modellistica.
  • Piccoli Corpi– Comete e Asteroidi.
  • Dinamica dei corpi celesti naturali ed artificiali.
  • Meteore, Meteoriti e Polvere interplanetaria.
  • Planetologia sperimentale e di laboratorio– Strumentazione e Simulazioni.
  • Astrobiologia e Astrochimica.
  • Pianeti e Sistemi planetari extrasolari– Esopianeti, Esocomete, Dischi di accrescimento, Modelli di origine ed evoluzione di sistemi planetari.
  • Sviluppo di strumentazione (da spazio o da Terra) e Software.
  • Divulgazione, Didattica e Comunicazione.

Alle tematiche generali si aggiungono le sessioni Focus, volte ad approfondire tematiche specifiche, ad affrontare in modo innovativo temi trasversali, o a mettere in evidenza temi scientifici legati a nuove progettualità.

I Focus selezionati per il XXI Congresso sono:

  • Water in the inner Solar System: seasonal and climatic processes.
  • The meteorites and impactites collections in Italy.
  • Atmospheric observation and spectral modeling in Planetary Science.
  • Volatile and refractory material emissions in planetary environments: a modeling perspective.
  • Planetary Systems. Formation and evolution of debris disks along with planets.
  • Advanced image processing and Artificial Intelligence/Machine Learning (AI/ML) for planetary exploration.
  • From orbital data to scalable landing-site frameworks: integrating automated mapping, AI feature extraction, and community standards. 
  • Beyond the visible: uncovering interior composition and processes through tectonic and geodynamic lenses.

Da gennaio 2026 il programma del Congresso e gli abstracts saranno disponibili sul sito della SISP-AC ; successivi approfondimenti sui contenuti del Congresso saranno pubblicati sulla rivista COELUM nel corso del 2026.

Per ulteriori informazioni sul Congresso si consiglia di fare riferimento alla pagina web dedicata.

IL FILM dei Buchi Neri – Regia di Event Horizon Telescope

di Rocco Lico – Istituto di Radioastronomia (IRA-INAF)
Ma perché i buchi neri ci affascinano e incuriosiscono così tanto? I buchi neri sono oggetti così incredibilmente massivi da deformare lo spazio-tempo in modo estremo; per questo sono metaforicamente descritti come “buchi”. La loro forza gravitazionale è talmente intensa che persino la luce non può sfuggire dalle loro profondità, da qui il nome di “neri”. Il confine oltre il quale nessuna informazione può più raggiungere un osservatore esterno è chiamato orizzonte degli eventi. Una soglia che segna il punto di non ritorno dell’universo visibile. Come si potrebbe non rimanerne affascinati?
Non tutti i buchi neri sono uguali però. Alcuni hanno masse enormi e crescono nel cuore delle galassie, divorando gas e stelle per miliardi di anni. Questi colossi cosmici, con masse milioni o miliardi di volte superiori a quella del Sole, sono chiamati buchi neri supermassicci (SMBH, dall’inglese supermassive black holes). Tutte le galassie massicce, compresa la nostra, ne ospitano uno al loro centro. E questi SMBH non sono solo spettatori: influenzano la formazione delle stelle, la distribuzione del gas e perfino l’evoluzione dell’intera galassia.

La nostra stessa galassia, la Via Lattea, custodisce un SMBH nel suo cuore oscuro a circa 27.000 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Sagittario. Il suo nome è Sagittarius A* (SgrA*) e ha una massa di circa 4,3 milioni di Soli. La sua esistenza è stata inizialmente dedotta in modo indiretto, grazie agli effetti gravitazionali che produce sulle stelle circostanti. Le misure precise della posizione e della velocità di diverse stelle su orbite prossime al centro galattico possono infatti essere spiegate solo assumendo la presenza di un SMBH. Nel 2022, è arrivata la prima prova diretta dell’esistenza di SgrA* con la prima immagine su scala dell’orizzonte degli eventi realizzata dalla collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT).
Questo risultato ha richiesto l’utilizzo di una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo – dalle Ande cilene alle Hawaii, fino all’Antartide – che attraverso la cosiddetta tecnica dell’interferometria su lunghissima base (VLBI, dall’inglese Very Long Baseline Interferometry) ha consentito di simulare un telescopio virtuale grande quanto la Terra. Ho avuto il privilegio di partecipare in prima persona a questo progetto e a tutte le fasi di ricostruzione dell’immagine: è stato uno dei viaggi più affascinanti all’interno delle sfide scientifiche e tecnologiche più avanzate dell’astrofisica moderna. È davvero sbalorditivo osservare quali traguardi gli esseri umani possano realizzare quando collaborano in perfetta sinergia.

Posizioni dei telescopi partecipanti all’Event Horizon Telescope (EHT; mostrati in blu) e al Global mm-VLBI Array (GMVA; mostrati in giallo) durante la campagna globale VLBI del 2017. Telescopi aggiuntivi che osserveranno dal 2020 sono mostrati in azzurro; il Greenland Telescope (GLT) si è unito anche alla campagna condotta nel 2018. I telescopi pianificati che potrebbero unirsi all’EHT in futuro sono mostrati in verde.

Una “Foto” un po’ sfocata…

L’immagine sembra un po’ mossa e si distingue chiaramente una regione centrale più scura circondata da un’emissione anulare brillante e asimmetrica formata dai fotoni che, a causa della gravità estrema, seguono orbite circolari instabili, compiendo più giri attorno al buco nero prima di essere inghiottiti o di sfuggire verso l’esterno. La regione centrale più scura non rappresenta il buco nero stesso, ma la sua “ombra”, proiettata dall’orizzonte degli eventi, il cui diametro è circa 2,5 volte quello dell’orizzonte degli eventi e ci fornisce una stima della massa del buco nero, stabilendo così la scala fisica dello spazio-tempo circostante
La dimensione dell’ombra misurata di SgrA* è di circa 60 milioni di chilometri, un’estensione che rientrerebbe entro l’orbita di Mercurio, il pianeta più interno del Sistema Solare. Facendo un rapido calcolo ci rendiamo subito conto che la luce impiega pochi minuti per fare un giro completo attorno a SgrA*. Ciò implica che, nel corso delle osservazioni EHT, che durano diverse ore, SgrA* cambia configurazione in modo continuo, su scale temporali di pochi minuti. In pratica, era come cercare di fotografare un soggetto in continuo movimento. A complicare ulteriormente la sfida si aggiunge il fatto che SgrA* si trova a circa 27000 anni luce di distanza dalla Terra. E come se non bastasse, lungo questo percorso, la radiazione attraversa il plasma interstellare che diffonde e devia parzialmente il segnale, alterandone l’aspetto apparente. Tutto ciò rende la ricostruzione dell’immagine un processo estremamente complesso, e spiega perché la “fotografia” finale possa apparire leggermente sfocata.

Questa è la prima immagine di Sgr A*, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia.

Una Questione di variabilità

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Ma come si può ottenere un’immagine statica di un oggetto che cambia continuamente aspetto? Innanzitutto, la variabilità presente nei dati osservativi non è interamente dovuta alla sorgente: una parte di essa deriva dalle fluttuazioni strumentali dei diversi radiotelescopi utilizzati. Per caratterizzare e distinguere la variabilità intrinseca di SgrA* da quella introdotta dagli strumenti, abbiamo utilizzato due sorgenti compatte e brillanti, note come NRAO530 e J1924−2914, di cui conosciamo bene sia la morfologia sia le caratteristiche di variabilità. Analizzando il loro comportamento, abbiamo potuto modellare le fluttuazioni strumentali di ciascun telescopio e successivamente sottrarle dai dati di SgrA*. In questa modo, siamo sicuri che la variabilità residua sia effettivamente intrinseca alla sorgente. Questa fase, che è stata il primo passo del complesso processo di ricostruzione dell’immagine di SgrA*, ha richiesto diversi mesi di lavoro ed è stato e il contributo di un team dedicato che ho avuto il piacere di guidare.
Per tenere conto della variabilità residua nella produzione dell’immagine “statica”, abbiamo poi adottato due approcci indipendenti. Il primo, detto full-track imaging, consiste nello scomporre l’intero set di dati in una componente media, da cui si ricava un’immagine “media”, e una componente residua variabile nel tempo, che viene modellata rispetto all’immagine di riferimento. Il secondo, noto come snapshot imaging, suddivide invece il dataset in numerosi segmenti temporali di breve durata, in ciascuno dei quali la sorgente può essere considerata statica. Viene quindi generata un’immagine per ogni segmento, e infine si ottiene l’immagine finale mediando le ricostruzioni su tutti segmenti.
Entrambi gli approcci sono stati applicati utilizzando diversi algoritmi indipendenti, ciascuno con una serie di parametri specifici. Ho coordinato uno dei gruppi coinvolti in questa fase, producendo milioni di immagini attraverso varie combinazioni di algoritmi e parametri, utilizzando supercomputer distribuiti tra Europa e Stati Uniti. Pur semplificando qui molti aspetti tecnici, il concetto fondamentale che voglio trasmettere è che l’immagine di SgrA* non rappresenta una singola ricostruzione, bensì la media di milioni di immagini, frutto di un’elaborazione complessa che condensa in un’unica visione la dinamicità di un oggetto in costante evoluzione.

Il Film di SgrA*

L’immagine statica di SgrA* rappresenta solo il punto di partenza. La fisica che governa la regione attorno a un buco nero è infatti dinamica e turbolenta, e nel caso di buchi neri di massa relativamente “bassa” come SgrA*, anche molto rapida. Per comprendere a fondo processi fondamentali come l’accrescimento di materia, l’evoluzione e il ruolo dei campi magnetici, non bastano singoli fotogrammi: servono sequenze temporali, veri e propri film ad alta risoluzione temporale.
La collaborazione EHT sta già lavorando a questa nuova generazione di osservazioni, con l’obiettivo di passare dalle immagini ai filmati dell’attività attorno al buco nero. Riuscire a riprendere SgrA* In movimento significherà vedere in diretta la fisica estrema che regola queste regioni e ci permetterà di testare la Relatività Generale in condizioni mai esplorate prima.
Per rendere possibile tutto questo, all’interno della collaborazione si stanno sviluppando nuovi algoritmi di imaging dinamico, capaci di integrare la variabilità intrinseca dei dati direttamente nel processo di ricostruzione. Queste tecniche permetteranno di seguire l’evoluzione della materia vicino all’orizzonte degli eventi e di misurare con maggiore precisione parametri fondamentali come la massa, lo spin e l’inclinazione del buco nero. Tali informazioni offriranno vincoli cruciali sui meccanismi di formazione dei buchi neri, sulla loro storia evolutiva e sul loro ruolo nell’equilibrio energetico e dinamico delle galassie.

Guadagni di ogni singola antenna della rete EHT ottenute sui due calibratori NRAO530 (indicate in blu) e J1924−2914 (in verde) attraverso il processo di auto-calibrazione. Le bande colorate indicano l’incertezza entro 1-sigma dei valori sui guadagni. Queste correzioni verranno poi applicate ai dati su SgrA* per isolare le fluttuazioni strumentali dalla variabilità intrinseca della sorgente. Maggiori informazioni su EHT Collaboration 2022, Astrophysical Journal 930, 2, L13.

 

Un Gigante Buono

Nell’immaginario collettivo, il buco nero è spesso visto come un “aspirapolvere cosmico” che inghiotte tutto ciò che gli si avvicina, un po’ come “dove passa Attila non cresce più l’erba”. In realtà, le cose sono molto diverse. SgrA*, per esempio, pur avendo una massa di oltre quattro milioni di soli, è sorprendentemente “tranquillo”. Le simulazioni numeriche basate sulle più recenti osservazioni di EHT indicano che accresce materia a un ritmo di circa 10⁻⁹ masse solari all’anno: in altre parole, impiegherebbe un miliardo di anni per accumulare una quantità di materia pari alla massa del nostro Sole. Tradotto in termini più quotidiani, allo stesso ritmo un essere umano impiegherebbe più di un miliardo di anni per mangiare una singola mandorla.
Va però ricordato che questo è il tasso di accrescimento che osserviamo oggi o, più precisamente, com’era 27000 anni fa, il tempo che la luce impiega per raggiungerci dal centro della Galassia. Esistono tuttavia evidenze osservative che indicano come in passato SgrA* sia stato molto più attivo, con tassi di accrescimento decisamente superiori. Questi risultati forniscono indizi preziosi sui diversi scenari di formazione dei buchi neri supermassicci, che includono il collasso diretto di nubi di gas o di stelle molto massicce nell’universo primordiale, la fusione di più buchi neri o lunghi periodi di accrescimento sostenuto. Ma questa, come spesso accade in astrofisica, è un’altra storia, e meriterebbe un articolo a parte.

Il centro della gigantesca galassia ellittica M87, osservato con una risoluzione spaziale che copre sei ordini di grandezza. Le osservazioni a diverse lunghezze d’onda radio, realizzate con vari interferometri, rivelano in dettaglio la struttura del getto relativistico, fino a ingrandire la regione intorno al buco nero supermassiccio ripreso dalla collaborazione EHT.
 

 

Luce dalle Tenebre

Paradossalmente, pur essendo “invisibili”, i buchi neri illuminano l’universo come se fossero dei fari cosmici. In realtà la radiazione che vediamo non proviene dall’interno dell’orizzonte degli eventi, ma è il materiale che cade verso il buco nero che si riscalda fino a miliardi di gradi, emettendo radiazione in tutte le bande dello spettro, dai raggi gamma alle onde radio.
In alcune galassie attive, come M87, di cui la collaborazione EHT ha prodotto la prima immagine in assoluto su scala dell’orizzonte degli eventi nel 2019, il buco nero lancia potenti getti di plasma relativistico che si estendono per migliaia di anni luce. Questi fenomeni sono tra le manifestazioni più energetiche dell’universo e rappresentano veri e propri laboratori naturali per studiare la fisica estrema. Ma come si formano esattamente questi colossali getti di materia ed energia? Le osservazioni e le simulazioni numeriche indicano che la loro origine è strettamente legata ai campi magnetici che permeano il gas in accrescimento. Il plasma caldo e ionizzato nel disco che circonda il buco nero genera intensi campi magnetici che, in particolari condizioni, riescono a canalizzare parte dell’energia rotazionale del buco nero o del disco stesso in due flussi opposti, proiettati lungo l’asse di rotazione. Questi flussi vengono accelerati fino a velocità prossime a quella della luce, dando origine ai cosiddetti getti relativistici.
Il materiale all’interno dei getti è estremamente energetico: gli elettroni relativistici seguono un percorso lungo le linee del campo magnetico producendo radiazione che spazia dalle onde radio fino ai raggi X, un processo noto come emissione di sincrotrone. In molti casi, i fotoni generati in questo modo possono subire un ulteriore incremento di energia urtando contro elettroni ad altissima velocità, che trasferiscono loro parte della propria energia cinetica. Questo meccanismo, detto Compton inverso, spiega le intense emissioni di raggi gamma osservate in numerose galassie attive.
La potenza di questi getti è tale da superare la luminosità combinata di tutte le stelle della galassia ospite. Quando impattano sul gas circostante, i getti possono depositare energia, riscaldare il mezzo interstellare e perfino regolare la formazione stellare: un delicato equilibrio cosmico tra distruzione e creazione. Comprendere nei dettagli i meccanismi che danno origine ai getti relativistici, e il modo in cui riescono a mantenere la loro struttura collimata e stabile per centinaia di migliaia di anni luce, rappresenta ancora oggi una delle grandi sfide dell’astrofisica moderna.
Di recente, la collaborazione EHT ha pubblicato una nuova immagine di M87* ottenuta durante la campagna osservativa del 2021. L’analisi ha rivelato una marcata variabilità nella struttura del campo magnetico rispetto alle immagini del 2017 e del 2018, oltre a segnali dell’emissione estesa del getto in prossimità della sua base, direttamente collegata all’anello luminoso che circonda il buco nero. E proprio per cercare di rispondere a questi grandi interrogativi sui getti relativistici, la collaborazione EHT sta preparando per la primavera del 2026 una campagna osservativa multi-epoca di M87 e del suo getto. L’obiettivo è realizzare una vera e propria sequenza temporale, un “film” che seguirà l’evoluzione del sistema nell’arco di circa due mesi, permettendoci di osservare in tempo reale i processi fisici che avvengono nelle regioni più estreme dell’universo.
Intanto, ogni nuova osservazione ad alta risoluzione aggiunge un tassello a questo intricato e affascinante enigma cosmico.

Luce dalle Tenebre

 

Studiare un buco nero significa esplorare i limiti della conoscenza. Lì, dove la gravità raggiunge la sua massima intensità e la curvatura dello spazio-tempo diventa estrema, la fisica classica si arresta e deve lasciare il posto a qualcosa di nuovo. Forse un giorno riusciremo a unire la relatività e la meccanica quantistica, e il mistero dei buchi neri sarà la chiave per comprendere la natura ultima dell’universo.
Fino ad allora, continueremo a guardare oltre l’orizzonte: il film dei buchi neri sta per iniziare.

[/swpm_protected]

Instituto de Astrofísica de Andalucía

L’Istituto de Astrofisica de Andalucía (IAA) è uno dei centri di ricerca spagnoli appartenente al Consejo Superior de Investigación Científica (CSIC). La sua missione è approfondire la conoscenza del cosmo e renderlo fruibile dalla società tutta, mediante ricerche all’avanguardia nel campo dell’Astrofisica e delle Scienze dello spazio, la promozione dello sviluppo tecnologico, con la costruzione di nuovi strumenti, e la diffusione dei risultati scientifici presso la comunità scientifica ed il grande pubblico, con attività di comunicazione e divulgazione.
L’IAA-CSIC, fondato nel 1975, si è affermato come centro di riferimento nazionale e internazionale per la ricerca in Astrofisica, essendo oggi uno dei più grandi centri di ricerca del CSIC con più di 250 membri. Per la sua produzione scientifica, è il secondo centro spagnolo nel campo dell’Astrofisica e il settimo tra i centri CSIC di tutte le aree di ricerca.
Le linee di ricerca dell’IAA coprono tutti i principali ambiti dell’astrofisica moderna, dalla gravità quantistica al sistema solare, passando per l’evoluzione delle galassie, la cosmologia, le componenti della nostra Galassia ed i pianeti extrasolari. L’attività dell’IAA si basa sui tre pilastri fondamentali dell’Astrofisica moderna: l’osservazione dei fenomeni celesti con mezzi più sofisticati, lo sviluppo di nuova strumentazione, lo studio teorico e l’implementazione di simulazioni numeriche.

 

L’articolo è pubblicato in COELUM 277 VERSIONE CARTACEA


VII SIMPOSIO NAZIONALE DEGLI OTTICO-MECCANICI ITALIANI

Dalle radici dei Petruziani alle stelle di Collurania: sabato 24 gennaio 2026 torna l’incontro annuale dedicato all’astronomia e alla cultura scientifica, giunto alla sua settima edizione. L’evento, organizzato da Adriano Lolli, quest’anno cambia sede: il tradizionale appuntamento si svolgerà infatti a Montorio al Vomano, dopo l’edizione precedente ospitata a Roma. A condurre e coordinare gli interventi sarà Molisella Lattanzi di Coelum Astronomia.

Il programma della giornata si articolerà tra osservazione astronomica, approfondimenti tecnici e un percorso culturale che lega archeologia, storia e ricerca scientifica. La mattinata prenderà il via alle 10:30 a Montorio al Vomano, presso l’Osservatorio Astrakis, con un incontro tecnico dedicato all’“Anatomia di un osservatorio amatoriale”, focalizzato sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottate. In caso di condizioni meteorologiche favorevoli, è prevista anche l’osservazione del Sole in H-Alpha, per l’analisi della cromosfera e delle protuberanze solari.

Alle 13:00 l’attenzione si sposterà a Teramo per un itinerario culturale intitolato Viaggio nell’Antica Interamnia. Il percorso comprenderà la visita al sito preromano di Petrut, risalente all’Età del Bronzo e legato alla civiltà dei Petruziani, oltre all’Anfiteatro Romano e al Duomo. Non mancherà un omaggio a Vincenzo Cerulli, con una visita alla sua dimora storica, luogo simbolo della ricerca che portò alla scoperta dell’asteroide (704) Interamnia.

Nel pomeriggio, alle 15:00, l’appuntamento proseguirà a Collurania, presso l’Osservatorio Astronomico “Vincenzo Cerulli”, con una visita guidata tra le cupole storiche e le eccellenze dell’ottica astronomica italiana.

I lavori del VII Simposio Nazionale inizieranno alle 17:00 a Montorio al Vomano, presso il Ristorante Vomano, con una cena conviviale (quota di partecipazione: 35 euro). Dopo cena è previsto il rientro all’Osservatorio Astrakis per una sessione osservativa notturna, subordinata alle condizioni del cielo, dedicata alla cometa 3I/ATLAS, all’asteroide 16 Psyche e al pianeta Giove.

Alcune attività indicate nel programma sono facoltative e tutte le osservazioni astronomiche dipenderanno dalle condizioni meteorologiche. Il presente programma definisce l’itinerario e gli orari della giornata; nella prossima settimana sarà diffusa una locandina tecnica con il dettaglio dei relatori e l’elenco delle relazioni che animeranno il Simposio.

La partecipazione è a prenotazione obbligatoria. Per riservare il proprio posto o proporre una relazione tecnica è necessario contattare l’organizzatore all’indirizzo: lolliadriano@libero.it.

 

Einstein Telescope: Sardegna e Sassonia firmano una dichiarazione di intenti

Lunedì 12 gennaio a Roma, nella sede del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, e il Ministro della Scienza dello Stato libero della Sassonia, Sebastian Gemkow, hanno firmato una dichiarazione di intenti volta a rafforzare la collaborazione scientifica. L’obiettivo principale dell’accordo è sostenere il progetto Einstein Telescope (ET), futuro osservatorio per la ricerca di onde gravitazionali, che entrambe le regioni sono candidate a ospitare. La firma è avvenuta alla presenza del ministro Anna Maria Bernini e dei rappresentanti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e del Deutsche Zentrum für Astrophysik (DZA).

La Sardegna si candida ad accogliere l’infrastruttura nell’area di Sos Enattos, nel Nuorese, mentre la Sassonia propone un sito nella regione della Lusazia. Un terzo sito candidato si trova nell’Euregio Mosa-Reno, al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania. Attualmente la comunità scientifica sta valutando due possibili configurazioni per l’esperimento: una soluzione triangolare, con tre bracci di circa 10 chilometri da realizzare in un unico sito, oppure una configurazione composta da due interferometri a forma di elle (L), ciascuno con due bracci perpendicolari di circa 15 chilometri, da costruire in due siti distinti e geograficamente distanti.

Uno degli elementi centrali dell’accordo tra Sardegna e Sassonia è proprio il sostegno alla soluzione a “doppia L”, considerata particolarmente efficace in termini di impatto scientifico, fattibilità tecnica, efficienza dei costi e mitigazione dei rischi. Un’opzione sostenuta anche dal premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, presidente del comitato tecnico-scientifico istituito dal MUR a sostegno della candidatura italiana a ospitare ET, in un articolo pubblicato recentemente sul Tagesspiegel.

Più in dettaglio, la dichiarazione prevede l’avvio di una cooperazione scientifica strutturata tra le due regioni, con un coinvolgimento diretto delle università e degli enti di ricerca impegnati nel progetto ET (tra queste, le Università di Cagliari e Sassari, l’INFN, l’INAF, l’INGV, l’Università Tecnica di Dresda e il DZA). Tale collaborazione si concretizzerà attraverso lo sviluppo di progetti di ricerca e tecnologici congiunti, la condivisione dei dati geofisici, sismici e ambientali relativi ai due siti candidati e l’avvio di programmi formativi e post-laurea comuni nell’ambito dell’astrofisica e della fisica delle onde gravitazionali.

 

Il mondo dell’astronomia saluta il prof. Mario Rigutti, storico direttore dell’Osservatorio di Capodimonte

Mario Rigutti in una foto del 29 giugno 1979, crediti Osservatorio di Capodimonte

Ieri 12 gennaio 2026 a Firenze è scomparso il prof. Mario Rigutti, figura di riferimento dell’astrofisica italiana e protagonista del rinnovamento dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Aveva 99 anni.

Nato a Trieste nel 1926, Rigutti attraversò da giovanissimo gli anni difficili della guerra, mantenendo però intatta la passione per l’astronomia che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Dopo gli studi tra Trieste e Firenze, si formò all’Osservatorio di Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti e Guglielmo Righini, distinguendosi per le sue ricerche sulla fotosfera solare e sulle bande molecolari del cianogeno. Negli anni Sessanta il suo percorso scientifico si aprì alla dimensione internazionale: prima al Dominion Observatory di Ottawa in Canada, poi all’Università di Berkeley in California dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della fisica e dell’astrofisica solare del tempo. Fu protagonista di numerose spedizioni per l’osservazione di eclissi totali di Sole, contribuendo in modo decisivo alla conoscenza della corona solare. Fu in Canada (1963), in Grecia (1966), in Brasile (1966) e in Mauritania (1973). Da quest’ultima spedizione trasse ispirazione per il volume La scomparsa del Sole (Gianinni 2014), un racconto di viaggio e di culture nuove e di scienza.

Nel 1969 approdò a Napoli come Professore Ordinario di Astronomia all’Università Federico II e direttore degli Osservatori di Capodimonte e di Teramo. A Napoli, la sua guida, durata fino al 1992, segnò una stagione di profonda trasformazione scientifica, culturale e infrastrutturale.

«A lui si deve una profonda trasformazione scientifica e infrastrutturale dell’istituto» – commenta l’attuale direttore dell’Osservatorio, Pietro Schipani – «l’introduzione dell’indirizzo astrofisico all’Università di Napoli, la modernizzazione della strumentazione, la creazione del planetario didattico, dell’Auditorium e, nel 1991, del Museo dell’Osservatorio. Anche gli attuali astronomi di Capodimonte devono qualcosa al prof. Rigutti».

Instancabile divulgatore, autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche, Rigutti seppe parlare al grande pubblico con chiarezza e passione. Il suo libro Cento miliardi di stelle rimane un punto di riferimento per generazioni di lettori. Negli ultimi anni si dedicò anche alla narrativa e alla poesia, ottenendo numerosi riconoscimenti.

Nel 2019 il Minor Planet Center gli ha dedicato il pianetino (33823) Mariorigutti, un tributo alla sua lunga vita spesa a osservare e raccontare l’Universo.

Accanto alla scienza, coltivava l’arte del disegno a matita e un profondo amore per la musica classica che considerava una forma di armonia affine a quella del cosmo.

Socio di numerose Società scientifiche, Rigutti è stato presidente dell’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli nel 1991 e della Società Astronomica Italiana dal 1977 al 1981. È stato inoltre tra i fondatori e direttore del Giornale di Astronomia, contribuendo in modo decisivo alla crescita della cultura astronomica nel nostro Paese.

La comunità astronomica italiana perde oggi un protagonista appassionato e generoso, un uomo capace di unire rigore scientifico, visione culturale e un profondo impegno civile nella diffusione del sapere.

A cura di Mauro Gargano

Disegno a matita su carta dell’Osservatorio di Mario Rigutti del 1992, crediti Osservatorio di Capodimonte

 

News da Marte #43: Mars Sample Return non si farà!

Dopo anni di incertezze e sfide ingegneristiche, il sipario sembra essere calato su uno dei progetti più ambiziosi della storia dell’esplorazione spaziale: la missione Mars Sample Return (MSR). Secondo quanto riportato dai documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti e dalle analisi scientifiche, la missione che avrebbe dovuto riportare sulla Terra i primi campioni di roccia e sedimenti marziani è ufficialmente “morta” nella sua forma attuale.

Perché la missione è stata cancellata?

La causa principale della fine di MSR non è tecnologica, ma economica. Il costo stimato del programma è letteralmente esploso, passando da cifre iniziali relativamente contenute fino a raggiungere gli 11 miliardi di dollari nel 2024. Nonostante i tentativi della NASA di presentare, nel gennaio 2025, un nuovo piano più economico da circa 7 miliardi di dollari basato su architetture di atterraggio innovative (si vedano a riguardo News da Marte #36 e Coelum Astronomia n. 273), il Congresso ha deciso di non sostenere ulteriormente il programma esistente.

Il sacrificio finanziario richiesto da MSR avrebbe messo a rischio i progetti di esplorazione di Venere (due missioni già selezionate erano in stallo), di Urano (Uranus Orbiter and Probe, considerata una priorità scientifica) e altre missioni scientifiche minori. La fine di MSR ha permesso al Congresso di sbloccare fondi per un portafoglio di missioni più diversificato, includendo anche il supporto per i telescopi spaziali e la missione Dragonfly verso Titano che avrebbero altrimenti sofferto la diretta competizione per le risorse con la missione di ritorno dei campioni marziani.

Concetto originale della missione Mars Sample Return. Crediti: NASA/ESA/JPL-Caltech

Il budget totale approvato per la NASA per l’anno fiscale 2026 ammonta a circa 24.4 miliardi. Questa cifra rappresenta un compromesso raggiunto dal Congresso, che ha deciso di mantenere i finanziamenti quasi allo stesso livello dell’anno precedente respingendo la proposta iniziale dell’amministrazione Trump che prevedeva tagli drastici fino al 47%. Nel frattempo la richiesta per il budget militare è arrivata alla cifra record di 1500 miliardi, con un incremento di ben il 50%. Impossibile ignorare il fatto che questa richiesta abbia condizionato in qualche modo la disponibilità economica per i programmi scientifici, tra cui appunto MSR.

Le preziose fiale sono in un limbo

Questa decisione lascia in una situazione di incertezza il futuro del rover Perseverance. Fin dal suo arrivo su Marte nel 2021, il rover ha lavorato affiancando alle sue operazioni di analisi in situ le attività di raccolta dei carotaggi di roccia nel cratere Jezero. Tra i reperti più preziosi spicca indubbiamente il campione “Cheyava Falls”, che contiene depositi minerali chiamati “macchie di leopardo”: sulla Terra, strutture simili sono tipicamente lasciate da microbi.

Senza una missione di ritorno, questi potenziali indizi di una vita passata su Marte rimarranno depositati sulla superficie del Pianeta Rosso, in attesa di una futura (e incerta) navetta spaziale che li vada a recuperare. Fortunatamente, è improbabile che le fiale si degradino nel tempo, poiché l’ambiente marziano è estremamente freddo e secco.

Collage con le foto delle dieci fiale che Perseverance ha rilasciato al suolo tra dicembre 2022 e gennaio 2023 per la raccolta da parte di un futuro lander. NASA/JPL-Caltech

Le conseguenze internazionali e la sfida della Cina

La cancellazione avrà ripercussioni che vanno oltre i confini americani. La missione era un progetto congiunto con l’Agenzia Spaziale Europea che stava già lavorando all’Earth Return Orbiter, la sonda incaricata di “catturare” i campioni in orbita marziana. L’ESA sta ora valutando se trasformare il suo orbiter in una missione autonoma per lo studio della geologia marziana.

La cancellazione della missione si inserisce in un clima molto teso dal punto di vista geopolitico, con il governo statunitense che si è recentemente ritirato da decine di collaborazioni e trattati internazionali, senza contare ingerenze e discutibili dichiarazioni di “interesse” relativamente alla Groenlandia.

Tornando agli aspetti scientifici, gli esperti temono che questo ritiro possa segnalare una perdita di leadership nell’esplorazione spaziale degli Stati Uniti proprio mentre la Cina sta accelerando i tempi per il proprio programma di ritorno campioni da Marte. Nel caso del Paese del dragone sarà una missione di valore scientifico inferiore rispetto alle potenzialità che MSR avrebbe offerto, in quanto la qualità dei campioni sarà limitata a quanto disponibile nelle immediate vicinanze del lander. Perseverance, al contrario, ha raccolto i propri campioni percorrendo una distanza che è attualmente di ben 40 km.

Tuttavia, non tutto potrebbe essere perduto. Il Congresso non ha azzerato completamente i fondi, ma ha spostato 110 milioni di dollari in un nuovo programma denominato “Mars Future Missions”. Questi fondi sono destinati a supportare lo sviluppo di componenti vitali come radar, spettroscopia e sistemi di ingresso, discesa e atterraggio, oltre a tecnologie fondamentali per le missioni scientifiche dei prossimi dieci anni, comprese quelle verso la Luna e Marte. Questo permetterebbe alla NASA, in un futuro più favorevole dal punto di vista economico, di riavviare la missione con una strategia completamente nuova.

News da Marte #42: Venti marziani e un ipotetico visitatore interstellare

I venti su Marte soffiano molto più forte di quanto finora immaginassimo

Lo rivela un nuovo studio pubblicato l’8 ottobre su Science Advances (Dust Devil Migration Patterns Reveal Strong Near-surface Winds across Mars, Bickel et al. 2025), frutto dell’analisi di immagini raccolte nel corso di venti anni dalle sonde europee Mars Express ed ExoMars Trace Gas Orbiter (TGO).

Gli scienziati, guidati da Valentin Bickel dell’Università di Berna, hanno individuato e tracciato 1039 dust devil, i vortici di polvere che attraversano la superficie marziana come piccoli tornado. Si tratta della più vasta catalogazione mai realizzata di questi fenomeni, e per la prima volta include anche la direzione e la velocità dei loro movimenti.

Come si formano i “diavoli di polvere”

I dust devil nascono quando l’aria calda vicina al suolo sale rapidamente, incontrando strati più freddi che la fanno ruotare. Lo stesso fenomeno avviene nei deserti terrestri, ma su Marte ha effetti ben più duraturi: la sottile atmosfera e l’assenza di pioggia fanno sì che la polvere rimanga sospesa a lungo, contribuendo a modellare il clima del pianeta.

La polvere marziana, infatti, influenza la temperatura, riflettendo la luce solare di giorno e trattenendo il calore di notte. Inoltre può innescare la formazione di nubi e, nel caso delle tempeste di polvere più potenti, favorire la perdita di acqua verso lo spazio.

Una mappa dei venti di Marte

Grazie a un algoritmo di intelligenza artificiale addestrato a riconoscere i vortici nelle immagini satellitari, i ricercatori hanno analizzato migliaia di rilevazioni acquisite dai satelliti Mars Express e TGO a partire rispettivamente dal 2004 e dal 2016. Si è così scoperto che alcuni dust devil si muovono a velocità fino a 44 metri al secondo, equivalenti a 158 km/h.

Un valore sorprendente, superiore a quello previsto dai modelli climatici precedenti. Tuttavia, a causa della bassissima densità dell’atmosfera marziana, un vento del genere sarebbe ben lontano dal possedere la forza di una tempesta terrestre: si ritiene che a un astronauta, là sul suolo, sembrerebbe poco più di una brezza.

Tre diavoli di polvere fotografati da TGO l’8 novembre 2021. ESA/TGO/CaSSIS

Il nuovo catalogo globale dei dust devil consente di comprendere meglio dove e quando la polvere viene sollevata dal suolo. I vortici sono stati osservati in ogni regione del pianeta, dai crateri ai giganteschi vulcani, con una particolare concentrazione nella zona di Amazonis Planitia (in alto a sinistra nella mappa sottostante), una vasta pianura ricoperta di sabbia e polvere fine. La loro frequenza segue le stagioni marziane: sono più comuni in primavera e in estate, tra le 11:00 e le 14:00 LTST (ora solare locale), proprio come avviene nei deserti della Terra.

Mappa globale di Marte con i dust devil attivi durante primavere ed estati negli emisferi nord e sud. Le frecce indicano la direzione di spostamento nel caso sia stata rilevata; in assenza di questo dato, è indicata con un punto la sola posizione del diavolo di polvere. I quadrati bianchi sono le posizioni di rover e lander. Crediti: ExoMars TGO data: ESA/TGO/CaSSIS; Mars Express data: ESA/DLR/FU Berlin. Traduzione: Piras per Coelum

Si stima che, in media, ogni giorno su Marte si formi un dust devil per chilometro quadrato con una vita che varia da pochi minuti ad alcune ore. Pur nell’impossibilità per i due satelliti impiegati di rilevare ogni singolo diavolo di polvere sul pianeta, questo primo catalogo compie un passo importante nell’analisi statistica di tali fenomeni atmosferici e può permettere fin d’ora di migliorare i modelli del clima marziano a disposizione degli scienziati.

Oltre all’interesse scientifico, queste informazioni avranno un impatto concreto sulla pianificazione delle missioni spaziali. Conoscere la direzione e la forza dei venti aiuta a scegliere i siti di atterraggio più sicuri, a stimare quanta polvere potrebbe depositarsi sui pannelli solari di rover o lander e soppesare meglio i vantaggi offerti da sistemi di pulizia.

La prossima missione europea ExoMars che includerà il rover Rosalind Franklin,prevista attualmente per il 2030, sfrutterà le nostre attuali conoscenze sul clima marziano per evitare di atterrare durante la stagione delle tempeste globali di polvere.

Dalle imperfezioni ai dati scientifici

È interessante notare che i satelliti Mars Express e TGO non erano stati pensati per misurare i venti e i ricercatori hanno sfruttato un effetto indesiderato nelle immagini. Ogni foto è composta da acquisizioni in più canali, fino a 9 nel caso di Mars Express, ripresi con piccoli intervalli tra loro variabili tra 7 e 19 secondi. Questa tecnica di acquisizione non presenta problemi se il terreno è statico, quale è per l’appunto il principale campo d’indagine delle immagini satellitari. Ma se un oggetto si muove tra un canale e l’altro compaiono lievi “sfocature” colorate.

Immagine catturata il 3 dicembre 2021 dallo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System) a bordo di ExoMars TGO. TGO ha un ritardo di circa un secondo tra le singole immagini, acquisite in quattro canali che spaziano da 475 a 950 nm. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

Proprio analizzando questi spostamenti, il team è riuscito a calcolare la velocità dei vortici. Come spiega Bickel, “abbiamo trasformato il rumore delle immagini in dati scientifici preziosi”.

Due immagini dello strumento CaSSIS di TGO che qui, come è nel caso delle sue acquisizioni stereo (ovvero quando il satellite osserva la stessa regione da due punti distinti della sua orbita), sono spaziate temporalmente di 46 secondi. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

Il catalogo dei dust devil è già accessibile pubblicamente e verrà aggiornato man mano che arriveranno nuove immagini. Coordinando le osservazioni di più sonde, gli scienziati potranno verificare i risultati e migliorare la nostra conoscenza dei venti di Marte.

Perseverance non ha fotografato 3I/ATLAS, oppure sì?

La cometa 3I/ATLAS è il terzo oggetto noto proveniente dall’esterno del nostro Sistema Solare ad essere stato scoperto mentre attraversava i nostri dintorni spaziali. Gli astronomi hanno classificato questo corpo come interstellare a causa della forma iperbolica della sua orbita che non sembra seguire un percorso chiuso attorno al Sole. Tracciando all’indietro la traiettoria di 3I/ATLAS, risulta evidente che la cometa ha avuto origine al di fuori del nostro Sistema Solare.

La NASA, come altre agenzie spaziali, sta coordinando le attività per monitorare I3/ATLAS con i propri satelliti. Questo sforzo non è certamente agevolato dallo shutdown imposto a inizio ottobre dal governo statunitense che ha costretto al congedo forzato 15000 dipendenti NASA. Circa 3000 sono quelli che portano avanti le attività dell’agenzia, in alcuni casi inderogabili, senza le quali missioni miliardarie potrebbero essere compromesse o che assicurano la sicurezza degli astronauti nello spazio. Senza contare i preparativi per la cruciale Artemis 2 la cui prima finestra di lancio è prevista per febbraio 2026.

Tra i vari apparati che stanno tenendo d’occhio la cometa interstellare c’è anche un osservatore marziano d’eccezione: Perseverance. Il rover ha tentato in almeno due occasioni di fotografare la I3/ATLAS approfittando del massimo avvicinamento al Pianeta Rosso che è avvenuto il 3 ottobre, quando la cometa è sfilata a circa 30 milioni di km da Marte. Ma per raccontare di un grosso malinteso partiamo dal secondo tentativo di fotografare ATLAS che Perseverance ha compiuto nella notte del Sol 1643, alle ore 6:41 italiane del 4 ottobre.

L’immagine diffusa dalla NASA, senza tante spiegazioni, è questa.

Immagine della Left NavCam acquisita nel Sol 1643 (4 ottobre). Al momento nessun commento è arrivato dall’agenzia statunitense. NASA/JPL-Caltech

Moltissimi siti hanno ripreso questa immagine descrivendola come la documentazione di 3I/ATLAS da parte del rover marziano. Ma proviamo a indagare queste affermazioni.

Dallo studio della documentazione tecnica di Perseverance si scopre che le NavCam possono produrre immagini con risoluzione sino a 5120 x 3840, ma a causa di limitazioni di memoria il computer di bordo può gestire immagini solo fino a 1280 x 960 pixel. Quello che si fa per preservare la massima risoluzione disponibile è scomporre il frame originale, così come acquisito dal sensore, in un mosaico di 16 subframe. Ricomponendo l’immagine con tutti i subframe acquisiti da Perseverance si ottiene questa nuova immagine.

Composizione dell’immagine NavCam con tutti e 16 i subframe. NASA/JPL-Caltech/Piras

L’esposizione complessiva è di 52 secondi, ottenuta combinando 16 singole foto direttamente nel momento dell’acquisizione. Purtroppo si capisce ancora poco, con la corta scia che è difficile da posizionare nel cielo senza altri riferimenti.
Ci viene in aiuto un’ottima elaborazione da parte di Simeon Schmauß che ha ridotto il rumore digitale esaltando le altre debolissime stelle all’interno del campo visivo della NavCam.

NASA/JPL-Caltech/Simeon Schmauß

Al brillante alone dell’oggetto a sinistra si aggiungono altre stelle. La più brillante in alto al centro del campo è Acturus, mentre più giù si osservano la coda dell’Orsa Maggiore (si riesce persino a individuare la celeberrima coppia Mizar-Alcor).

Possiamo verificare questa visuale direttamente su Stellarium il quale, inserendo data e ora di acquisizione della foto, ci dà il responso: la scia luminosa non è stata prodotta da 3I/ATLAS ma da Fobos, la più grande delle lune marziane. La cometa è al centro del campo nella costellazione dei Cani da Caccia, non lontana da Cor Caroli, ma molto al di sotto del limite di osservabilità.

Verifica su Stellarium elaborata da Simeon Schmauß

L’angolo di puntamento e la rotazione di campo di 23° possono essere confermati in modo indipendente verificando i metadati delle foto. Si tratta di informazioni aggiuntive messe a disposizione dalla NASA che, tra i vari campi, includono anche delle sequenze di valori indicanti dove fosse puntata la camera e l’inclinazione del rover rispetto al terreno. Anche la lunghezza della scia è compatibile con un’esposizione di 52 secondi più i tempi intermedi di elaborazione interna (il rover sembra dovrebbe aver combinato 16 esposizioni da 3.28 secondi ciascuna, il massimo possibile) per un totale, dall’inizio alla fine, di circa un minuto.

Ma quindi questa cometa si vede da Marte?

Dopo aver analizzato l’immagine NavCam  e scoperto cosa sia realmente quella scia luminosa, facciamo un piccolo passo indietro. La notte è sempre quella del 4 ottobre, ma giusto qualche minuto prima.

Tra le 6:26 e le 6:36 Perseverance ha puntato verso 3I/ATLAS la Right MastCam-Z impostata a 110 mm di focale. Vengono prodotte 20 immagini da 30 secondi in cui apparentemente non si vede nulla che non sia un terribile rumore digitale.

Uno dei 20 frame acquisiti nel Sol 1643 con la Right MastCam-Z. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

Ancora una volta ci rivolgiamo a Simeon Schmauß il quale ha eseguito lo stacking delle 20 foto e un’eccellente elaborazione successiva.

NASA/JPL-Caltech/ASU/Simeon Schmauß

Tante scie stellari si accendono grazie all’elaborazione di Simeon, e c’è anche una macchia diffusa molto sospetta. Inserendo l’immagine in un software di astrometria abbiamo la conferma che ci troviamo proprio nella costellazione dei Cani da Caccia e che quella macchia è 3I/ATLAS, esattamente nella posizione prevista.

L’immagine finale con le annotazioni delle stelle visibili. NASA/JPL-Caltech/ASU/Simeon Schmauß

Un ringraziamento speciale a Simeon sia per le immagini che per lo scambio piacevole e proficuo che abbiamo avuto tramite messaggi privati su Bluesky.

3I/ATLAS vista anche dall’orbita di Marte

Il 7 ottobre l’agenzia spaziale europea ESA ha diffuso le immagini della cometa interstellare catturate tramite il satellite Trace Gas Orbiter. TGO ha impiegato lo strumento CaSSIS producendo una sequenza di immagini a partire da esposizioni di 5 secondi (se necessario cliccare per far partire la gif).

TGO osserva 3I/ATLAS il 3 ottobre. Crediti: ESA/TGO/CaSSIS

La dimensione del nucleo della cometa è troppo piccola per poter essere risolto dalla camera di TGO da 30 milioni di km di distanza, ciò che si vede è la brillante coma che si estende per alcune migliaia di km mentre il corpo celeste viene riscaldato dalla radiazione solare e i suoi ghiacci sublimano disperdendosi nello spazio.

Mancano ancora all’appello le immagini di Mars Express, penalizzata dal fatto che il suo massimo tempo di esposizione è di 500 ms, un decimo di TGO, e la luminosità di 3I/ATLAS è ancora troppo bassa per consentirne la rilevazione. Risulta che i due satelliti abbiano tentato anche l’osservazione spettrale con gli strumenti OMEGA e SPICAM di Mars Express e NOMAD di TGO, ma non sono stati rilasciati dettagli a riguardo. È possibile che la coma e la coda della cometa non siano abbastanza brillanti per ottenere delle rilevazioni significative.

A novembre 3I/ATLAS sarà osservata anche dalla sonda JUICE, anch’essa gestita dall’ESA. Tuttavia, vista la sua attuale vicinanza al Sole durante questo frangente del suo viaggio verso Giove, al momento sta usando l’antenna ad alto guadagno come scudo termico e le comunicazioni avvengono tramite l’antenna a basso guadagno e dal limitato data rate. Vista inoltre la sua posizione, dall’altra parte del Sistema Solare rispetto alla Terra, non avremo notizie della sua osservazione della cometa prima di febbraio dell’anno prossimo.

News da Marte #41: prove convincenti di vita su Marte

Nel pomeriggio di mercoledì 10 settembre la NASA ha indetto una conferenza stampa per riportare delle scoperte avvenute nell’ambito dell’esplorazione del Cratere Jezero da parte del rover Perseverance e documentate in un articolo appena pubblicato sulla rivista Nature (Hurowitz, J.A., Tice, M.M., Allwood, A.C. et al. Redox-driven mineral and organic associations in Jezero Crater, Mars).

Le rilevazioni del 2024

Il rover Perseverance, attivo su Marte dal 2021, sembra aver raggiunto uno degli obiettivi più ambiziosi della missione: cercare tracce di vita passata in un antico ambiente lacustre. Le nuove analisi condotte nella formazione Bright Angel, nella Neretva Vallis, hanno rivelato risultati che stimolano fortemente il dibattito scientifico.

Dopo aver individuato l’anno scorso Cheyava Falls, una roccia con macchie particolari, il rover Perseverance ha raccolto dati cruciali che sono stati poi sottoposti a un lungo processo di peer review, passaggio fondamentale che ha permesso di confermare la validità della scoperta. Un tempo scoperte simili venivano smentite, ma in questo caso i revisori hanno concordato che la scoperta della NASA è solida e potrebbe davvero rappresentare il segno più chiaro di vita mai trovato su Marte.

a – Immagine orbitale con il percorso del rover evidenziato in bianco, dalla valle Neretva fino agli affioramenti Bright Angel e Masonic Temple. I triangoli arancioni indicano i principali punti analizzati. b – Mosaico a 360° di Mastcam-Z che mostra il contatto tra la formazione chiara Bright Angel (in primo piano) e la Margin Unit (sullo sfondo). Sono indicate le aree di lavoro con i diversi target, tra cui Walhalla Glades, Cheyava Falls, Apollo Temple e il campione Sapphire Canyon. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

Le rocce esplorate sono argilliti, cioè rocce fini di origine sedimentaria, che contengono non solo carbonio organico ma anche particolari strutture mineralogiche: piccoli noduli e fronti di reazione formati da fosfati e solfuri di ferro. Minerali come la vivianite e la greigite, individuati grazie alle analisi chimiche e spettroscopiche, sono particolarmente interessanti perché sulla Terra si associano spesso a processi microbici in ambienti acquatici.

Gli strumenti impiegati

Queste osservazioni sono frutto del lavoro integrato di tre strumenti chiave del rover. Il primo è WATSON, la camera macro capace di fotografare in altissima risoluzione, che ha permesso di riconoscere le microscopiche strutture nodulari e i contrasti cromatici dei fronti di reazione, le cosiddette “macchie di leopardo” e i “semi di papavero” (leopard spots e poppy seeds in inglese)

C’è poi PIXL, lo spettrometro a fluorescenza X, che ha mappato la distribuzione chimica della roccia mostrando come ferro, fosforo e zolfo si concentrino nei noduli, confermando che si sono formati in situ a seguito di reazioni chimiche successive alla deposizione.

Sopra: immagine a colori di PIXL MCC del sito Cheyava Falls che mostra l’area scansionata e i singoli punti di analisi della fluorescenza a raggi-X, combinati per determinare la composizione chimica complessiva dell’argilla (color sabbia), dei nuclei del fronte di reazione (viola), dei noduli e dei bordi del fronte di reazione (verde). La barra di scala in basso misura 3 mm. Sotto: indice di mobilità degli elementi (τi,TiO2) per gli elementi studiati a Cheyava Falls. Questo grafico permette agli scienziati di capire quanto un certo elemento chimico si è mosso o si è concentrato rispetto alla roccia originale. Qui si evidenzia come noduli e bordi del fronte di reazione (segmento verde) e nuclei della fronte di reazione (segmento viola) mostrino arricchimenti o deplezioni rispetto alle argille circostanti.

L’ultimo strumento è SHERLOC, lo spettrometro Raman dedicato alla ricerca di molecole organiche, il quale ha individuato la banda G nei suoi spettri: un segnale caratteristico, centrato intorno a 1600 cm⁻¹, che indica la presenza di carbonio organico. La banda G è stata osservata in diversi target della formazione, in particolare ad Apollo Temple, mentre era assente in altre zone come Malgosa Crest.

A sinistra: immagine a colori ottenuta con la camera ACI di SHERLOC: si distinguono piccoli noduli formatisi all’interno della roccia stessa (autigeni) e le zone di alterazione chiamate fronti di reazione, dove i minerali sono cambiati chimicamente dopo la deposizione. Sono evidenziate anche le aree analizzate dagli strumenti SHERLOC e PIXL. A destra: spettri Raman misurati da SHERLOC su vari campioni della formazione Bright Angel. Il picco detto “banda G”, attorno a 1600 cm⁻¹, rivela la presenza di carbonio organico nei siti Walhalla Glades (blu), Cheyava Falls (rosso) e Apollo Temple (verde). Nel sito Malgosa Crest (giallo), invece, questo segnale non compare: un indizio che la distribuzione della materia organica non è uniforme. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS.

Quando parliamo di tracce organiche su Marte, uno dei segnali più cercati è la banda G rilevata dalla spettroscopia Raman. La banda G è un picco caratteristico nello spettro Raman, centrato intorno a 1600 cm⁻¹, che corrisponde alla vibrazione degli atomi di carbonio in strutture a legame sp², tipiche della grafite e di molte molecole organiche complesse.
La banda G da sola non prova l’esistenza di vita: il carbonio organico può avere origini abiotiche (sintesi chimica spontanea su Marte, apporti da meteoriti o polvere cosmica) oppure biotiche (derivanti da processi biologici). Tuttavia, il suo riscontro in associazione a minerali redox-sensibili come vivianite e greigite, e in un contesto sedimentario acquoso, aumenta l’interesse astrobiologico delle rocce della formazione Bright Angel. Sulla Terra, fenomeni simili avvengono in ambienti lacustri o marini poco ossigenati, dove la degradazione della materia organica da parte di microbi porta a riduzioni chimiche che precipitano questi minerali.

Quindi c’è stata davvero vita su Marte?

Nonostante la rilevanza di queste osservazione, gli scienziati mantengono grande prudenza: le stesse trasformazioni potrebbero anche essere spiegate da processi abiotici. Alcune reazioni puramente chimiche possono infatti ridurre il ferro e lo zolfo in condizioni compatibili con quelle presenti su Marte miliardi di anni fa. Come diceva l’indimenticato Carl Sagan «affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie».

Resta il fatto che la combinazione di materia organica, noduli mineralogici redox e contesto sedimentario acquoso configurano la formazione Bright Angel come uno dei siti più promettenti finora esplorati per indagare la questione della vita sul Pianeta Rosso.

Il lavoro del team scientifico di Perseverance ha permesso di utilizzare ogni strumento disponibile sul rover, spingendo al limite le sue capacità di analisi. Tuttavia, per determinare in modo definitivo se le “firme biologiche” trovate nelle rocce fangose siano effettivamente di origine biologica, è necessario riportare i campioni sulla Terra. Una possibile spiegazione non biologica suggerisce che i minerali come la grigite potrebbero essersi formati se la roccia fosse stata riscaldata, un processo che il rover non può confermare.

Perseverance ha già raccolto un campione da questa unità, chiamato “Sapphire Canyon”, che un giorno potrebbe essere analizzato nei laboratori terrestri. Solo studi più dettagliati, con strumentazione avanzata, potranno chiarire se le tracce trovate siano il risultato di semplici reazioni chimiche o, al contrario, il primo segnale della presenza di antichi microbi marziani.

Prelievo di Sapphire Canyon nel Sol 1215 (21 luglio 2024). NASA/JPL-Caltech/Piras
Video che documenta il prelievo del campione Sapphire Canyon. L’operazione, della durata di circa 16 minuti, viene qui mostrata due volte in sequenza

La speranza è che la comunità di ricerca, con l’accesso ai dati e, in futuro, ai campioni stessi, possa condurre esperimenti in laboratorio per replicare queste caratteristiche, sia con processi biologici che non, e svelare così il mistero. Questa ricerca continua e rappresenta solo l’ultimo tassello di un lavoro iniziato dalla NASA 30 anni fa con il piccolo rover Sojourner e che mantiene più vivo che mai l’entusiasmo per ciò che il futuro dell’esplorazione marziana ci riserverà.

L’articolo è disponibile a questo link.

News da Marte #40: le notti marziane di Perseverance tra aurore e lune brillanti

Riprendiamo due news recentemente pubblicate dalla NASA nei suoi canali d’informazione. Queste notizie riguardano alcune rilevazioni fotografiche eseguite dal rover Perseverance, il gioiello tecnologico che dal 2021 guida il programma di esplorazione del Pianeta Rosso. Tuttavia una delle pubblicazioni non è una novità assoluta, ma ne approfittiamo per espandere e analizzare ulteriormente l’argomento. Iniziamo proprio con questa prima notizia, si parte!

La prima osservazione di un’aurora marziana nello spettro visibile

I lettori e le lettrici più assidue di Coelum potrebbero ricordare un paragrafo intitolato in modo simile in News da Marte #30 o nel numero 269 della nostra rivista. Al tempo avevamo documentato la rilevazione di cui nel titolo grazie ai risultati presentati nel lavoro intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) presentato alla decima International Conference on Mars. Il 15 maggio l’articolo è stato finalmente pubblicato e grazie a questa versione estesa possiamo aggiungere alcuni elementi.

A sinistra la prima foto di un’aurora verde osservata su Marte, Sol 1094 di Mars 2020. A destra è riportata un’immagine di confronto del cielo notturno in cui il fenomeno è assente. La notte è illuminata dal satellite Deimos e dall’ancor più luminoso Fobos, fuori dall’inquadratura. Le tonalità rosse del cielo sono dovute all’abbondante polvere in sospensione nell’atmosfera. Foto eseguite con MastCam-Z. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/SSI

Il 15 marzo 2024, in seguito a un flare di intensità C4.9 originato dalla macchia solare AR3599, si è generata una potente espulsione di massa coronale che dal Sole ha viaggiato sino a Marte. Qui un’intera flotta di apparati era pronta a intercettare un fenomeno sino a quel momento solo teorizzato: l’emissione alla lunghezza d’onda di 557.7 nm, legata all’ossigeno atomico eccitato che anche sulla Terra produce il colore verde associato alle aurore.

Attraverso modelli matematici, il gruppo di lavoro guidato da Elise W. Knutsen (prima autrice dell’articolo) ha calcolato l’angolo ottimale con cui tentare l’osservazione dell’aurora dovuta alle SEP (solar energetic particle) in arrivo e massimizzare così la possibilità di rilevazione con lo spettrometro della SuperCam e le camere MastCam-Z.

La collaborazione tra team diversi è stata cruciale, garantendo l’opportunità di selezionare un fenomeno con intensità sufficiente a produrre l’emissione verde ricercata. Il Moon to Mars (M2M) Space Weather Analysis Office e il Community Coordinated Modeling Center (CCMC) hanno contribuito fornendo e analizzando in tempo reale i dati sulle eruzioni solari, producendo le simulazioni di CME (coronal mass ejection) e stimando i tempi d’impatto.

Quando è stata diramata l’allerta per la CME di metà marzo 2024 e “ne abbiamo visto l’intensità” – commenta Knutsen – “abbiamo stimato potesse generare un’aurora sufficientemente luminosa per essere rilevata dai nostri strumenti.”

Alcuni giorni dopo l’espulsione di massa coronale è giunta su Marte dove ha prodotto il fenomeno atteso e splendidamente documentato da Perseverance: un debolissimo bagliore verde presente quasi uniformemente in tutto il cielo esattamente alla lunghezza d’onda di 557.7 nm. L’arrivo della CME è stato confermato indipendentemente dagli strumenti a bordo dei satelliti MAVEN della NASA e da Mars Express dell’ESA.

“Le osservazioni dell’aurora nella luce visibile effettuate da Perseverance confermano un nuovo modo di studiare questi fenomeni, complementare a quanto possiamo osservare con i nostri orbiter marziani”, ha dichiarato Katie Stack Morgan, Project Scientist ad interim di Perseverance presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA. “Una comprensione più approfondita delle aurore e delle condizioni attorno a Marte che ne determinano la formazione è particolarmente importante mentre ci prepariamo a inviare lì, in sicurezza, degli esploratori umani”.

Questa rilevazione di successo, eseguita nel Sol 1094 della missione Mars 2020, è stata solo una di quattro complessive simili osservazioni che hanno tentato di rilevare il fenomeno dell’aurora nel cielo di Marte. Gli altri tentativi (eseguiti nei Sol 790, 900 e 1108) sono falliti ma hanno fornito dei profili di segnale medio indispensabili per discriminare l’eccesso nel canale verde dovuto all’aurora.

Profili del segnale in eccesso nel verde per tutti e quattro i tentativi di rilevamento dell’aurora. Il segnale medio in eccesso nel verde è espresso in funzione dell’angolo di elevazione. I profili Mastcam-Z e il modello sono mostrati come linee, mentre le misurazioni della radianza da parte di SuperCam sono indicate con rombi. I colori rappresentano diversi sol della missione. Solo il sol 1094 (linea verde continua) ha prodotto un rilevamento positivo. Le aree ombreggiate in verde e grigio rappresentano, rispettivamente, l’incertezza strumentale di Mastcam-Z per il miglior adattamento e l’intervallo di confidenza al 95% comprensivo delle incertezze dovute alle correzioni per la luce diffusa di Phobos. La linea tratteggiata arancione mostra il risultato di un modello di trasferimento radiativo per la riga aurorale adattato alla misurazione di SuperCam del sol 1094. (Knutsen EW, McConnochie TH, Lemmon M et al., Detection of visible-wavelength aurora on Mars. Sci Adv. 2025 May 16)

Alba marziana con Deimos e il Leone

Il rover Perseverance ci regala un’altra splendida immagine catturata prima dell’alba del Sol 1433 (1 marzo) all’ora locale 4:27. Sull’orizzonte est viene immortalata la piccola luna marziana Deimos, lunga appena 12 km e in quel momento distante circa 22000 km dal rover.

Alba marziana fotografata da Perseverance, Sol 1433. NASA/JPL-Caltech

Gli esperti elaboratori del JPL dichiarano che la foto è il risultato di 16 singole acquisizioni eseguite con la Left NavCam e combinate direttamente dal computer di bordo prima del loro invio. Per ciascuno scatto la camera di navigazione è stata impostata sul tempo massimo di acquisizione di 3.28 secondi, producendo così un’immagine che copre un intervallo complessivo di poco più di 52 secondi. Il campo inquadrato è di 90°x70°.

L’aspetto nebbioso dell’immagine è dovuto alla bassissima luminosità della scena che ha richiesto pesanti interventi di elaborazione. È presente un grande disturbo digitale legato sia al rumore elettronico del sensore che a qualche raggio cosmico che di tanto in tanto ha raggiunto il dispositivo di acquisizione. Quest’ultimo disturbo è visibile come brevi scie di pixel luminosi, non è difficile trovarne degli esempi quando si visiona l’immagine a piena risoluzione (disponibile a questo link).

Uno zoom spinto dell’immagine (reso possibile dal fatto che questa acquisizione non ha subito downscaling  ed è stata inviata alla massima risoluzione permessa dalla NavCam, 5120×3840 pixel) è in grado di rivelare dettagli aggiuntivi.

Andando a indagare nelle vicinanze di Deimos si individuano due corte scie stellari non dovute a raggi cosmici. Si tratta di Regolo e Algieba, due tra gli astri più luminosi della costellazione del Leone.

Vale la pena notare che Deimos, a differenza delle due stelle che hanno prodotto una scia di circa 0.2°, appare invece immobile. Questo è dovuto al periodo dell’orbita del satellite attorno al suo pianeta esattamente di 30,312 ore. È un tempo comparabile a quello del giorno marziano (24 ore e 39 minuti) e il risultato è che, visto da Marte, Deimos impiega circa 5,34 giorni marziani per tornare allo stesso punto nel cielo. Durante questo tempo il suo moto apparente, in direzione concorde con quello delle stelle, è estremamente lento e ciò fa sì che in lunghe esposizioni come quella qui analizzata sembri praticamente immobile.

Per questo aggiornamento da Marte è tutto, alla prossima!

News da Marte #39: il ciclo del carbonio marziano svelato da Curiosity

Grazie ai dati del rover Curiosity sono stati scoperti minerali che raccontano una storia affascinante: miliardi di anni fa su Marte era attivo un ciclo del carbonio.

È stato a lungo ritenuto che Marte possedesse un’atmosfera molto più densa di quella attuale e ricca di anidride carbonica. Le ricerche portate avanti sino a questo momento fallivano però nel trovare le evidenze fossili nelle rocce di questo composto. Lo studio pubblicato su Science il 17 aprile (Carbonates identified by the Curiosity rover indicate a carbon cycle operated on ancient Mars, Tutolo et al.) segna un punto di svolta nella comprensione della storia del clima e della geochimica del pianeta rosso.

Le tracce del passato in una roccia marziana

Se Marte avesse posseduto un’atmosfera con abbondanza di CO2, le prove sarebbero nelle rocce: l’anidride carbonica e l’acqua reagiscono e formano minerali carbonati. Le cronache delle attività dei rover marziani abbondano di rinvenimenti di questi minerali, ma sino a questo momento le rivelazioni spettrali compiute dagli orbiter e quelle in situ con gli strumenti in dotazione ai robot non avevano mai rilevato quantità di carbonati sufficienti a confermare le teorie.

Tra la fine del 2022 e l’autunno del 2023 Curiosity ha affrontato un’avanzata verso sud in direzione di Aeolis Mons che ha visto il rover risalire un centinaio di metri di quota. Durante la sua esplorazione della formazione sedimentaria denominata Mirador, Curiosity ha analizzato quattro campioni prelevati da diverse profondità con il suo strumento CheMin, in grado di identificare i minerali attraverso la diffrazione a raggi X.

Nella sua ricerca di carbonati alla base della formazione, il rover ha prelevato il primo campione il 19 ottobre 2022. Canaima, questo il suo nome, mostrava la presenza di cristalli di starkeyite.

Curiosity ha proseguito il suo spostamento entrando nella formazione geologica denominata Marker Band. In questa regione, tra i Sol 3752 e 3980 (marzo-ottobre 2023), il rover ha analizzato tre campioni: Tapo Caparo, Ubajara e Sequoia. Se tali nomi vi risultano familiari siete evidentemente assidui lettori e lettrici di questa rubrica perché in passato sono comparsi nelle pagine di News da Marte (ai relativi link potete comunque rinfrescarvi la memoria).

Foto del foro relativo al campione “Sequoia”, Sol 3980. NASA/JPL-Caltech

Ma torniamo ai nostri campioni.
In essi i ricercatori hanno individuato abbondanza di siderite (FeCO₃), un minerale carbonatico ferroso presente in concentrazioni fino al 10% in peso rispetto alla roccia. È la prima volta che questo tipo di carbonato viene trovato in quantità così elevate su Marte, e prima d’ora la sua rilevazione così abbondante era sfuggita alle osservazioni orbitali perché ricoperta superficialmente da differenti minerali.

(A) Colonna stratigrafica che mostra le altezze e le interpretazioni sedimentologiche della sezione verticale di 89 m attraversata dal rover. I gruppi, formazioni e membri rappresentano le unità sedimentarie, con stili di tratteggio indicanti la litologia. I cerchi neri segnano i luoghi di campionamento: CA (Canaima), TC (Tapo Caparo), UB (Ubajara) e SQ (Sequoia). Le linee verticali spesse segnano le elevazioni dove sono stati rilevati minerali di Mg-solfato (linea continua) e siderite (linea tratteggiata). (B) Mosaico di immagini ottiche orbitali del cratere Gale, con il percorso del rover Curiosity (linea bianca) su Mt. Sharp. I confini dei membri corrispondono alla sezione in (A). I punti di osservazione ChemCam sono riportati come cerchi colorati, indicanti la differenza rispetto alla composizione media del letto roccioso Chenapau. Tutolo et al.(2025)

Cosa racconta la siderite?

La siderite si forma in ambienti poveri d’acqua ma ricchi di anidride carbonica e con condizioni chimiche riducenti, cioè in assenza di ossigeno. Le analisi suggeriscono che questi carbonati si sono depositati attraverso l’evaporazione di acque sotterranee, in una fase in cui l’ambiente era abbastanza alcalino da permetterne la precipitazione.

Questa scoperta dimostra che, miliardi di anni fa, su Marte esistevano fluidi che reagivano con le rocce del sottosuolo in modo simile a quanto avviene sulla Terra. Ma soprattutto, la presenza di questi minerali implica che una parte dell’atmosfera marziana fu sequestrata nelle rocce attraverso reazioni chimiche.
Le stime, basate su analisi spettrografiche orbitali, ipotizzano che i carbonati abbiano trattenuto tra 0,01 e 1 bar di anidride carbonica.

(A) I dati di diffrazione a raggi X ottenuti dallo strumento CheMin per tre campioni marziani. I picchi indicano la presenza di minerali specifici, come siderite, gesso, pirosseno e altri. (B) I diagrammi a torta mostrano le percentuali dei minerali (e delle componenti amorfe) presenti nei campioni Tapo Caparo, Ubajara e Sequoia. La quantità di siderite è evidenziata in ciascuno. (C) Il diagramma triangolare confronta la composizione dei carbonati trovati nei campioni con quella di carbonati già noti da meteoriti marziani e da Comanche, un sito precedentemente studiato nel cratere Gusev. Tutolo et al.(2025)

Nelle descrizioni dei ricercatori, miliardi di anni fa il pianeta rosso era molto diverso da Marte come lo conosciamo ora. L’attuale atmosfera contiene soli 6 mbar di CO2, ma in passato si stima che le sole eruzioni vulcaniche possano averne fornito sino a 10 bar. Anche tenendo conto del gas disperso nello spazio (circa 3 bar) ci sarebbe comunque stata sufficiente pressione affinché l’acqua potesse essere presente stabilmente allo stato liquido.

Un ciclo del carbonio marziano

Ma la storia non finisce qui. I ricercatori hanno anche identificato minerali come ematite, goethite e akaganeite che, detto in termini estremamente specialistici, sono derivati dalla diagenesi della siderite in condizioni ossidanti.
Per i non specialisti: con diagenesi si intendono i processi che trasformano i sedimenti in rocce compatte successivamente alla loro deposizione.

Questo indica che una parte del carbonio, inizialmente intrappolata nei carbonati, fu successivamente rilasciata nell’atmosfera marziana chiudendo così un ciclo del carbonio parzialmente simile a quello terrestre.

Lo schema illustra il ciclo del carbonio proposto per l’antico Marte. L’evaporazione delle acque sotterranee porta inizialmente alla formazione di siderite, che intrappola CO₂ atmosferica. Con l’aumento dell’evaporazione si depositano solfati di calcio e magnesio. I sedimenti trasportati dal vento fanno salire nel tempo la zona di evaporazione. In una fase successiva, fluidi poveri di siderite infiltrano i sedimenti, distruggendo parte della siderite formata e liberando nuovamente CO₂ nell’atmosfera. Tutolo et al.(2025)

Implicazioni globali

Anche se queste scoperte provengono da un’unica area del cratere Gale, i ricercatori ipotizzano che sedimenti simili possano essere presenti in molte altre regioni del pianeta. Se confermata, la presenza diffusa di siderite potrebbe significare che Marte ha sequestrato (e in parte rilasciato) quantità di CO₂ comparabili a quelle dell’atmosfera odierna del pianeta, offrendo nuove chiavi di lettura sulla sua evoluzione climatica.

“Perforare la superficie stratificata marziana è come sfogliare un libro di storia” ha enfatizzato il ricercatore Thomas Bristow, coautore dello studio. “Bastano pochi centimetri di profondità per darci un’ottima idea dei minerali che si sono formati sulla superficie o nelle sue immediate vicinanze circa 3,5 miliardi di anni fa.”

Questa scoperta rafforza l’idea che Marte non sia sempre stato il deserto gelido che conosciamo oggi. La sua storia geologica rivela un mondo dinamico, con acqua liquida, reazioni chimiche attive e un’atmosfera capace di trasformarsi. E chissà: dove c’è un ciclo del carbonio, potrebbe esserci stata anche una nicchia abitabile.

Continuate a seguire News da Marte e Bentornati su Marte, la rubrica ospitata sulla rivista Coelum Astronomia che ogni due mesi va nel dettaglio delle scoperte e delle notizie più interessanti relative al Pianeta Rosso.

News da Marte #38 – Curiosity trova lunghissime molecole organiche

Bentornati su Marte!
Il rover Curiosity della NASA ha colpito ancora. Stavolta (o per meglio dire nel 2013), frugando tra le polveri di un antico lago marziano, ha scovato le più grandi molecole organiche mai trovate sul Pianeta Rosso. La scoperta è stata pubblicata lunedì 24 marzo sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e alimenta l’ipotesi che la chimica prebiotica su Marte possa essere stata più complessa di quanto immaginassimo.

Grandi molecole, domande ancora più grandi

Gli scienziati hanno analizzato un campione di roccia chiamato Cumberland e prelevato nel 2013 da Curiosity nella zona di Yellowknife Bay, all’interno del cratere Gale. A distanza di anni nuove analisi hanno rivelato la presenza di decano, undecano e dodecano, catene molecolari costituite rispettivamente da 10, 11 e 12 atomi di carbonio. Questi composti sembrano essere frammenti di acidi grassi, molecole fondamentali sulla Terra per la costruzione delle membrane cellulari. Questo però non implica necessariamente un’origine biologica: gli acidi grassi possono anche formarsi senza la presenza di vita, grazie a reazioni chimiche come quelle che avvengono nelle bocche idrotermali.

Il rover Curiosity della NASA ha perforato questa roccia, chiamata “Cumberland”, durante il 279° giorno marziano (o sol) della sua missione su Marte, il 19 maggio 2013, raccogliendo un campione di polvere dall’interno della roccia. Situata nella regione di Yellowknife Bay, all’interno del cratere Gale, questa zona era un tempo il fondo di un antico lago, offrendo condizioni ideali per la conservazione di molecole organiche. Le analisi successive hanno rivelato la presenza di composti organici complessi, tra cui decano, undecano e dodecano, le molecole organiche più grandi mai scoperte su Marte. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Un passo avanti verso la vita?

La cosa esaltante è che finora su Marte erano stati individuati solo composti organici piuttosto semplici. Questi nuovi ritrovamenti dimostrano che la chimica organica su Marte potrebbe essersi spinta più in là, forse fino a livelli compatibili con l’origine della vita. Inoltre, la scoperta dà una speranza concreta di trovare anche quelle molecole biologiche che possono essere considerate vere “firme” della vita passata, le cosiddette biosignature.

Questa grafica mostra le molecole organiche a catena lunga decano, undecano e dodecano. Si tratta delle molecole organiche più grandi scoperte su Marte fino a oggi. Crediti: NASA/Dan Gallagher

La ricerca fornisce un’altra buona notizia, ovvero che questi composti hanno resistito per miliardi di anni nonostante le difficili condizioni marziane. Significa che, se su Marte è mai esistita la vita, potremmo ancora avere una chance di trovarne le tracce.

Il fascino di Yellowknife Bay

La zona di Yellowknife Bay era risultata già molto interessante per gli scienziati. Si tratta di un’area che un tempo ospitava un lago, offrendo le condizioni ideali per preservare molecole organiche nel fango sedimentario. Le analisi precedenti su Cumberland avevano già rivelato un mix di argille (formatesi in acqua), zolfo (perfetto per conservare le molecole organiche), nitrati (importanti per la vita sulla Terra) e perfino metano con un tipo di carbonio che sulla Terra è associato ai processi biologici. Insomma, se dovessimo scegliere un posto su Marte dove un giorno scovare prove di vita passata, Yellowknife Bay sarebbe un candidato ideale.

Un aspetto esplorato dagli autori dello studio è la possibilità di trovare catene organiche ancora più lunghe di 13 atomi di carbonio. Questo rappresenterebbe una prova estremamente potente che potrebbe persino escludere per questi composti l’origine non biologica in quanto tali processi tipicamente generano catene più corte di 12 atomi. Purtroppo gli strumenti in possesso di Curiosity, in particolare il Sample Analysis at Mars (SAM) impiegato per queste analisi, non sono ottimizzati per rilevare moleecole più lunghe di quelle già individuate.

La scoperta del rover non fa che confermare l’importante di portare sulla Terra campioni marziani, per analizzarli con strumenti avanzati impossibili da spedire sul Pianeta Rosso. Non a caso NASA e ESA stanno lavorando a Mars Sample Return, la missione di recupero dei materiali raccolti da Perseverance che mira a risolvere una volta per tutte il mistero della vita su Marte.

Continuate a seguire News da Marte e Bentornati su Marte, la rubrica ospitata sulla rivista Coelum Astronomia che ogni due mesi va nel dettaglio delle scoperte e delle notizie più interessanti relative al Pianeta Rosso.

News da Marte #37: nubi crepuscolari e nuovi crateri

Le attività di ricerca svolte sul Pianeta Rosso non riguardano solo le prove che possano indicare l’esistenza di una passata vita batterica marziana. Ci sono anche tanti altri aspetti affascinanti che vengono indagati, come l’atmosfera e l’interno del pianeta come testimoniano due recenti ricerche: il primo analizzato è stato analizzato dal rover Curiosity e il secondo dal lander Insight con un aiuto…dall’alto.

Nubi crepuscolari nel video di Curiosity

Non è la prima volta che il rover Curiosity osserva il fenomeno delle nubi crepuscolari (chiamate anche nottilucenti) nel cielo di Marte. Un esempio a riguardo si trova in questa stessa rubrica nell’uscita di marzo del 2023.

La rilevazione più recente risale a meno di un mese fa, il 17 gennaio, quando la Left MastCam ha immortalato in 33 fotogrammi il transito ad alta quota di questa particolare formazione nuvolosa. La ripresa è durata circa 16 minuti e le immagini sono state acquisite a intervalli di 30 secondi.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/SSI

Nel video, ricomposto dagli specialisti del JPL e proposto velocizzato di 480 volte, si notano le nuvole transitare nella parte alta del fotogramma. Le nubi crepuscolari su Marte sono costituite da cristalli di anidride carbonica che, alle gelide temperature presenti a 60/80 km di quota, forma del ghiaccio. L’aggettivo “crepuscolare” fa riferimento al fatto che questo tipo di nube è troppo evanescente per essere visibile di giorno, e così la sua osservazione è possibile solo a ridosso dell’alba o del tramonto quando al suolo è buio ma gli alti strati dell’atmosfera vengono raggiunti dalla luce del Sole. A temperature superiori e quote leggermente inferiori, attorno ai 50 km, anche il debole vapore acqueo in atmosfera ghiaccia. Questo seconda tipologia di nubi si manifesta come pennacchi bianchi, anch’essi visibili nel video di Curiosity: sono le debolissime formazioni che compaiono nella parte inferiore dell’inquadratura e che si muovono in direzione opposta alle nubi crepuscolari.

Un secondo dettaglio del video riguarda non tanto il soggetto dell’acquisizione ma la visuale che risulta parzialmente oscurata da un cerchio. Non è un errore di elaborazione ma il modo con cui i tecnici di Curiosity stanno affrontando il problema alla ruota portafiltri della Left MastCam. Potreste ricordare da un vecchio articolo (News da Marte #23) che, dall’autunno 2023, la visuale della camera grandangolare del rover è parzialmente oscurata a causa della ruota che è rimasta bloccata a metà del filtro RGB. Questo intoppo sta tutt’ora privando il rover di oltre metà del campo permesso dalla camera a 34 mm oltre che della possibilità di eseguire osservazioni in alcune bande spettrali d’interesse per i geologi.
In ogni caso, per non sprecare bit nella trasmissione delle immagini dalla superficie di Marte verso la Terra, la porzione nera nella parte destra del frame viene esclusa già in fase di acquisizione. È una procedura di crop dell’area utile del sensore, ben familiare a chi si occupa di acquisizione di immagini planetarie al telescopio.

Entità del problema alla ruota portafiltri della Left MastCam di Curiosity, Sol 3998. NASA/JPL-Caltech

Un nuovo cratere ci aiuta a capire l’interno di Marte

Le rilevazioni del sismometro di InSight, il lander della NASA con cui si sono persi i contatti il 15 dicembre 2022, continua a produrre nuova scienza. In un articolo pubblicato il 3 febbraio sulla rivista Geophysical Research Letters si descrivono i dettagli relativi alla correlazione tra un cratere individuato dal Mars Reconnaissance Orbiter e una scossa rilevata da InSight.

Immagine del cratere acquisita dalla camera HiRise di MRO il 4 marzo 2021. NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Non solo i terremoti, ma anche gli impatti meteorici di significativa potenza, producono un concerto di onde sismiche che si propagano nella crosta e nel mantello dei pianeti rocciosi. L’analisi spettrale di queste onde e i differenti tempi di propagazione in base alle loro frequenze permette di approssimare un modello dell’interno del pianeta.

Proprio il cratere in oggetto, largo 21.5 metri e individuato a 1640 km da InSight nella regione di Cerberus Fossae, ha fornito spunti interessanti ai ricercatori. Nonostante la notevole distanza, le onde sismiche sono stato rilevate dal sismometro del lander con livelli di intensità significativi. Tali livelli non sarebbero stati possibili se le onde avessero viaggiato prevalentemente in superficie, in quanto la crosta marziana agisce come uno smorzatore. La spiegazione è che le vibrazioni abbiano quindi preso una via differente penetrando attraverso il mantello di Marte e trasmettendosi così sino alla posizione di InSight. Attraverso quella che i ricercatori hanno definito “autostrada sismica” le vibrazioni causate dagli eventi di impatto riescono a insinuarsi nell’interno del pianeta e propagarsi più facilmente di quanto sinora stimato.

Tra gli strumenti che negli ultimi anni stanno aiutando i ricercatori a individuare nuove caratteristiche su Marte, che siano crateri o diavoli di polvere, ci sono gli algoritmi di intelligenza artificiale. Dal 2021 il lavoro di analisi di centinaia di migliaia di immagini, pesante ed estremamente lento, è supportato da tecniche di machine learning che riescono a filtrare le acquisizioni eseguite dai satelliti in orbita marziana. L’analisi di una singola immagine della Context Camera (che possiamo vedere come la camera grandangolare di MRO), che richiedeva sino a 40 minuti di lavoro da parte di un operatore umano, adesso viene eseguita in meno di 5 secondi da un supercalcolatore. Anche il cratere individuato nella regione di Cerberus Fossae è stato scoperto nelle immagini grazie a questo nuovo strumento di elaborazione: un primo filtraggio ha rilevato 123 crateri recenti e un’analisi successiva a ridotto a 49 i potenziali match con i dati di InSight. L’intervento umano finale da parte di sismologi e ricercatori coinvolti nella stesura del paper scientifico ha poi individuato il cratere di interesse permettendo le successive analisi.

Anche per questo aggiornamento è tutto! Continuate a seguire News da Marte e Bentornati su Marte, la rubrica ospitata sulla rivista Coelum Astronomia che ogni due mesi va nel dettaglio delle scoperte e delle notizie più interessanti relative al Pianeta Rosso.

News da Marte #36: due opzioni per Mars Sample Return

Bentornati su Marte! Nella serata italiana di martedì 7 gennaio la NASA ha annunciato un’importante revisione del programma Mars Sample Return, destinato a riportare sulla Terra campioni raccolti dal rover Perseverance. Con un focus su costi, complessità e tempistiche, l’agenzia spaziale americana sta valutando due nuove opzioni per semplificare e accelerare il progetto.

Il contesto della missione

Dal 2021, il rover Perseverance sta esplorando il cratere Jezero su Marte. Fino ad oggi, il rover ha raccolto 28 campioni sigillati in tubi di titanio, rappresentativi di rocce, regolite e atmosfera. L’obiettivo del programma è recuperare questi campioni e riportarli sulla Terra per analisi che potrebbero rivoluzionare la comprensione del Pianeta Rosso e della sua evoluzione geologica.

Collage con le foto delle dieci fiale che Perseverance ha rilasciato al suolo tra dicembre 2022 e gennaio 2023 per la raccolta da parte di un futuro lander. NASA/JPL-Caltech

Tuttavia, il progetto originale, che prevedeva l’uso di diverse missioni e un approccio molto complesso, ha incontrato ostacoli significativi che abbiamo raccontato in numerosi appuntamenti di questa rubrica. I costi stimati avevano superato gli 11 miliardi di dollari e la data prevista per il recupero era slittata fino al 2040.

Nuova strategia: riduzione dei costi e maggiore efficienza

Nel briefing Bill Nelson, amministratore della NASA, ha spiegato come sia stato necessario “staccare la spina” al progetto originale e ripensare l’architettura della missione. Da aprile 2024 il team ha lavorato su due approcci principali:

  • Utilizzo della “Sky Crane”
    Questa opzione si basa sulla tecnologia già impiegata con successo per l’atterraggio dei rover Curiosity e Perseverance. Il sistema prevede l’uso di un lander dotato di un braccio robotico per trasferire i campioni su un veicolo di ascesa marziano (Mars Ascent Vehicle), che li trasporterà nell’orbita di Marte. Da lì, un orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea, li raccoglierà e li riporterà sulla Terra. Questa opzione offre un costo stimato di 6,6-7,7 miliardi di dollari e riduce la complessità del sistema.
Rappresentazione della Sky Crane in azione mentre depone Perseverance sul suolo marziano. NASA/JPL-Caltech
  • Coinvolgimento di partner commerciali
    L’altra opzione esplora l’uso di un grande lander commerciale fornito da aziende come SpaceX o Blue Origin. Questo approccio mira a sfruttare le capacità di carico elevate offerte dai veicoli commerciali. I costi stimati vanno dai 5,8 ai 7,1 miliardi di dollari.

Un focus su semplicità e rapidità

Indipendentemente dall’opzione scelta, il nuovo approccio mira a ridurre la complessità della missione e i rischi associati. È stato confermato un ruolo prioritario per il braccio robotico di Perseverance al fine di trasferire o comunque avvicinare i campioni direttamente al lander, riducendo la necessità di componenti aggiuntivi. A riguardo sembra accantonata l’idea di ricorrere a due piccoli elicotteri, sviluppati sul progetto di Ingenuity e dotati di un piccolo braccio robotico, per recuperare le dieci fiale rilasciate dal rover due anni fa.
Tra le innovazioni chiave discusse c’è l’introduzione di un sistema di alimentazione a radioisotopi che sostituiranno i pannelli solari, garantendo operatività anche durante le stagioni di tempeste di polvere marziane. A livello di trasferimento orbitale è stato poi scartata l’idea di un passaggio intermedio nell’orbita cis-lunare, che avrebbe comportato costi e complessità aggiuntivi, preferendo il ritorno diretto verso la Terra.

La NASA prevede di scegliere definitivamente l’architettura della missione entro la metà del 2026. Le prime missioni di lancio potrebbero avvenire già nel 2030 (orbiter di ritorno) e nel 2031 (lander e sistema di ascesa). Questo permetterebbe di recuperare i campioni entro la metà degli anni 2030, in anticipo rispetto alle previsioni più recenti piano originale. L’amministratore Nelson evidenzia che già a partire dal 2025 sarà necessario uno stanziamento di almeno 300 milioni di dollari da parte del Congresso per evitare ulteriori ritardi.

Concorrenza internazionale: la pressione della Cina

Un tema cruciale emerso durante il briefing è la competizione con la Cina, che ha annunciato piani per una propria missione di ritorno di campioni marziani entro la fine del decennio. Sebbene la NASA sottolinei la superiorità scientifica del proprio approccio, la pressione per accelerare il progetto è evidente. “Non possiamo lasciare che il primo ritorno di campioni avvenga su una navicella cinese” ha dichiarato Nelson, evidenziando l’importanza scientifica e politica del programma.

Per questo aggiornamento da Marte è tutto, alla prossima!
Trovate tutti gli aggiornamenti più recenti di News da Marte qui sotto espandendo le relative sezioni.

News da Marte #35

Bentornati su Marte! Questo nuovo aggiornamento dal Pianeta Rosso è interamente dedicato un rapporto preliminare presentato dalla NASA che fa luce sulla dinamica dell’incidente fatale che ha messo fine ai quasi 1000 giorni di operazioni di volo dell’elicotterino Ingenuity. Si parte!

L’ultimo volo di Ingenuity

È passato quasi un anno dal 18 gennaio 2024, il giorno in cui l’elicottero Ingenuity eseguì il suo ultimo volo. Si trattò della sua 72esima attività, programmata dagli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory con lo scopo di confermare la posizione dell’elicottero che nel precedente volo si era, diciamo così, smarrito. Il volo 71 era stato interrotto bruscamente con un atterraggio di emergenza perché, dopo 35 secondi dal decollo, il sistema di navigazione ottica non riusciva più a calcolare lo spostamento rispetto al terreno a causa dell’assenza di dettagli al suolo. Per verificare con precisione la posizione di atterraggio di Ingenuity viene così programmata una breve attività aerea della durata di 32 secondi.

Come detto, l’elicottero si trovava a operare in una zona con un suolo privo di caratteristiche superficiali significative e con in più la presenza di importanti variazioni nel livello del terreno a causa delle dune di sabbia. Un ambiente estremamente diverso da quello che aveva ospitato i primi 5 voli di test di Ingenuity, pianeggiante e ricco di piccoli sassi.

La programmazione del volo 72 consisteva in una rapida ascesa alla quota di 12 metri, lo stazionamento di alcuni secondi per catturare le immagini aeree e l’inizio della discesa 19 secondi dopo il decollo. Al 32esimo secondo, ad atterraggio quasi completato, la telemetria però si interruppe improvvisamente. Nei giorni che seguirono la NASA riuscì a riprendere contatto con l’elicottero e scattare alcune foto che documentavano lo stato dell’apparato: con grande delusione si scoprì che le punte delle quattro eliche erano spezzate. Terminava così la missione di esplorazione di Ingenuity.

Ingenuity sulla destra dell’immagine, adagiato su un crinale sabbioso. Sul lato opposto una delle sue eliche, scagliata a 15 metri di distanza. NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/CNRS

Cos’è successo quel giorno

Ci aiuta a ricostruire i fatti un’indagine dell’incidente, la prima a riguardare un velivolo su un altro pianeta. L’ha eseguita dalla NASA in collaborazione con AeroVironment, la compagnia che ha collaborato alla progettazione di Ingenuity. Il dettagliato rapporto sull’incidente sarà rilasciato nelle prossime settimane ma una news pubblicata dall’agenzia spaziale statunitense l’11 dicembre ci dà una prima interessante panoramica.

La catena di eventi che ha portato al danneggiamento dell’elicottero inizia probabilmente dal problema con il sistema di navigazione, basato sulla camera in bianco e nero puntata verso il basso, che non è riuscito a tracciare lo spostamento di Ingenuity nel corso del volo. Combinando l’informazione dell’altitudine con lo spostamento relativo dei sassi che riusciva a individuare, il sistema calcolava lo spostamento reale dell’elicottero e ne permetteva anche la stabilizzazione.

I dati di volo inviati da Ingenuity mostrano che dopo 20 secondi dal decollo l’apparato non riusciva più a trovare dei punti di riferimento e questo potrebbe aver causato una decisa deriva nello spostamento laterale mentre l’elicottero stava ancora discendendo al suolo.

Infografica con la sequenza dell’incidente occorso a Ingenuity. NASA/JPL-Caltech, traduzione Piras

Lo scenario più plausibile suggerisce un impatto violento sulla duna che combinato con la traslazione orizzontale ha portato Ingenuity a inclinarsi su un lato. Le eliche in rapidissima rotazione avrebbero quindi toccato il terreno spezzandosi tutte e quattro nel punto strutturalmente più fragile (a circa un terzo della loro lunghezza a partire dalla punta). Le eliche in queste condizioni, molto sbilanciate, avrebbero indotto forti vibrazioni nel sistema a doppio rotore comportando il distacco completo di una delle quattro eliche che è stata così scagliata a circa 15 metri di distanza. Durante questa sequenza di eventi un eccessivo assorbimento di corrente ha probabilmente portato al riavvio del computer di bordo e con esso alla perdita delle comunicazioni e delle immagini acquisite sino a quel momento.

NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/Piras
Uno dei fotogrammi acquisiti da Ingenuity nel Sol 1059 (11 febbraio) durante le fasi di indagine sull’incidente. L’ombra delle due eliche mostra chiaramente le punte spezzate. NASA/JPL-Caltech

Ingenuity non vola più ma lavora ancora da terra

Evidentemente impossibilitato nel proseguire le sue attività aeree, alcuni mesi fa l’elicotterino è stato riprogrammato dai tecnici NASA per svolgere dei compiti di monitoraggio meteorologico. Nel dare aggiornamenti sull’indagine relativa all’incidente di Ingenuity è stato anche rivelato che i contatti radio con il rover Perseverance stanno proseguendo al ritmo di circa uno alla settimana, il che permette di scaricare dati meteo e di avionica (non è chiaro in cosa consistano). Ogni minima informazione sarà preziosa per lo sviluppo dei futuri esploratori aerei che voleranno nei cieli di Marte, il primo dei quali potrebbe essere Mars Chopper. Si tratterà di un apparato con sei motori quasi 20 volte più pesante di Ingenuity (quindi oltre 35 kg!) pensato per eseguire voli giornalieri di 3 chilometri trasportando un carico scientifico significativo.

Rendering del futuro Mars Chopper. NASA/JPL-Caltech

Per questo aggiornamento da Marte è tutto, alla prossima!
Trovate tutti gli aggiornamenti più recenti di News da Marte qui sotto espandendo le relative sezioni.

News da Marte #34

Siamo di nuovo sul Pianeta Rosso! In queste ultime settimane Perseverance ha proseguito il suo spostamento verso ovest che stiamo documentando ormai da fine settembre. Tra spettacolari panorami e un insolito campo di candide rocce, vediamo quali sono state le sue attività più recenti. Partiamo!

Un panorama per la missione

Riguardo appunto alle immagini, un nuovo mosaico è stato recentemente diffuso nei canali NASA e in un colpo solo ci permette di osservare quasi tutte le regioni di Marte che Perseverance ha attraversato nei suoi anni sul Pianeta Rosso. Quest’ultima non è un’iperbole perché, grazie alle annotazioni, siamo in grado di individuare persino il sito di atterraggio dove il 18 febbraio 2021 il rover toccò la polvere marziana per la prima volta.

Panorama composto da 44 immagini acquisite il 27 settembre (Sol 1282) che spazia per decine di km. NASA/JPL-Caltech
Piccolissimo ritaglio di una porzione dell’immagine. Al centro, distante 8.7 km, c’è persino il sito di atterraggio di Mars 2020. NASA/JPL-Caltech

In questa immagine, e più precisamente la versione annotata con quasi 50 punti di interesse, riconosciamo alcune delle caratteristiche che ci hanno accompagnato in questi anni in cui abbiamo affiancato il rover nel corso della sua esplorazione di Marte. Per esempio la piana sopraelevata Kodiak, vista da vicino nell’aprile 2021, l’affioramento roccioso Enchanted Lake toccato nell’aprile 2022, o la regione di South Seitah sorvolata a 12 metri di altezza dall’elicottero Ingenuity il 5 agosto 2021.

Il panorama a piena risoluzione è grande 164 MB ma vale la pena perdersi al suo interno, lo trovate sul sito della NASA a questo link.

Nuove rocce a Pico Turquino

Sembra di  aver fatto un viaggio nel tempo, ma torniamo ora a cronache ben più recenti.

Per esempio alla foto di una roccia osservata nel Sol 1302 (18 ottobre) a cui viene assegnato il nome Observation Rock. Ci troviamo nella località Curtis Ridge, circa 200 metri a nord-est della posizione attuale individuata dalla mappa sottostante. Pico Turquino è invece il nome della più ampia regione in cui il rover sta transitando.

Mappa aggiornata al 13 novembre (Sol 1326). NASA/JPL-Caltech
Immagine di Observation Rock nell’elaborazione prodotta dagli esperti grafici. NASA/JPL-Caltech

Le tonalità apparentemente anomale sono dovute all’elaborazione, finalizzata ad aumentare il contrasto ed esaltare le deboli variazioni cromatiche. Insomma, non si tratta affatto di “rocce blu” scoperte da Perseverance come titolato in modo decisamente improprio da alcune testate qualche settimana fa riguardo a simili immagini marziane.

Strani ciottoli chiari

Dieci giorni dopo la ripresa di Observation Rock, e a meno di 80 metri di distanza in linea d’aria, Perseverance si trova impegnato in nuovi rilievi fotografici: alla base dell’area sopraelevata denominata Mist Park le camere del rover inquadrano un campo di sassi brillanti il cui colore molto chiaro risalta rispetto al rosso della polvere marziana e degli altri massi.

Non è la prima volta che queste regioni mostrano di ospitare delle rocce particolari, oseremmo dire fuori posto rispetto al resto delle caratteristiche geologiche. E questo è un piccolo mistero per gli scienziati.

Campo di rocce chiare catturato dalla Right NavCam nel Sol 1311 (27 ottobre)

Sulla Terra siamo abituati alla diversità geologica perché questa è perfettamente giustificata dai complessi processi indotti dall’attività tettonica, che “mescolando” i materiali che costituiscono la crosta sono in grado di produrre minerali dall’ampia varietà chimica e cromatica. Ma su Marte, con tettonica a placche fondamentalmente inesistente e una chimica della crosta dominata dal basalto, abbondano minerali scuri come olivina e pirosseni mentre i materiali chiari sono estremamente più rari.

Panoramica della regione di Mist Park. Left MastCam-Z, Sol 1311. NASA/JPL-Caltech/Piras

Questa chicca inattesa ha portato gli scienziati a richiedere al rover ulteriori investigazioni fotografiche (la cosiddetta remote science) con i filtri spettrali delle MastCam-Z e con il laser vaporizzatore della SuperCam. Purtroppo la scienza di prossimità non è stata possibile perché i sassolini sono troppo piccoli per essere ispezionati in sicurezza dagli strumenti montati sopra il braccio robotico di Perseverance. L’auspicio è che rocce più grandi ma con analoga composizione saranno trovate più avanti lungo il tragitto programmato così da poter procedere con analisi di maggior dettaglio anche del loro interno.

Un secondo mistero legato a queste rocce riguarda le modalità con cui sono arrivate qui venendo sparpagliate in un’area di soli pochi metri quadrati. Anche in questo caso, come per recenti ritrovamenti fuori posto, una delle ipotesi è che questi sassi siano arrivati qui per rotolamento da regioni a maggior altitudine esposte a un materiale bianco di qualche tipo. Un’altra possibile spiegazione è che siano ciò che resta di un’erosione che ha interessato una vena rocciosa, con i materiali più deboli che sarebbero stati dissolti portando alla luce queste rocce più solide.

Dettaglio su alcune delle rocce di Mist Park fotografate con la MastCam-Z di sinistra impostata a 110 mm di focale. NASA/JPL-Caltech/Piras

Per questo aggiornamento è tutto, alla prossima.

Trovate tutti gli aggiornamenti più recenti di News da Marte qui sotto espandendo le relative sezioni.

News da Marte #33

Facciamo di nuovo tappa sul Pianeta Rosso con nuove notizie sui rover Perseverance e Curiosity. Si parte!

Terreno scivoloso

Nel Sol 1285 (30 settembre) Perseverance è impegnato ad aggirare un promontorio e sta cercando una via verso ovest dopo la faticosa ascesa raccontata in News da Marte #32. I piloti della NASA programmano il rover per una salita ma qualcosa sembra non vada per il verso giusto. La telemetria e le foto scattate dalle camere di navigazione tracciano un quadro chiaro dimostrando che il nostro robot non sia riuscito a completare il percorso previsto e che abbia slittato alcune volte durante i tentativi di avanzamento. Queste perdite di trazione sono visibili nella mappa dello spostamento come delle apparenti lievi correzioni di rotta.

Le due tracce gialle mostrano il percorso di Perseverance nei Sol 1285 e 1286 (rispettivamente la porzione a destra e a sinistra). NASA/JPL-Caltech

La sabbia di questa regione dimostra delle proprietà particolari e si comporta in modo imprevisto, quasi come se fosse umida. Incastrandosi tra le righe trasversali del battistrada delle ruote genera un corpo compatto che slitta al suolo rallentando l’avanzamento del rover.
La soluzione più semplice sarebbe stata quella di prendere atto delle complicazioni, fare “inversione” e cercare un’altra strada. Ma questo avrebbe voluto dire allungare i tempi di spostamento e rinunciare a degli obiettivi scientifici che il team di geologi aveva evidentemente molto a cuore.

Quindi i piloti non si sono persi d’animo ed escogitano una soluzione brillante che consiste nel far procedere Perseverance…in retromarcia. Possiamo ipotizzare che si sia trattato di un discorso di bilanciamento, sfruttando magari il peso del generatore a radioisotopi (45 kg) che in questa inedita configurazione di spostamento si trovava quindi a generare una significativa leva sulle ruote posizionate più in alto. Sta di fatto che la mossa, eseguita nel Sol 1288, ha successo e permette al rover di risalire il crinale quanto basta prima di compiere una rotazione su sé stesso e proseguire verso ovest in assetto più convenzionale.

Sol 1287, dettaglio della ruota posteriore destra di Perseverance. La sabbia si è compattata in mezzo agli inserti in titanio del battistrada, compromettendo la trazione. Anche le tracce delle ruote sono estremamente confuse rispetto a quelle molto precise a cui siamo abituati. NASA/JPL-Caltech/Piras
Sol 1288, la ripresa con la Left NavCam mostra la parte posteriore del rover. Alle sue spalle mancano le consuete tracce nella sabbia o almeno i segni di una rotazione sul posto, a dimostrazione che Perseverance ha percorso questo tratto in retromarcia. NASA/JPL-Caltech/Piras
Foto del Sol 1288. Con la freccia gialla è indicata la posizione da cui l’immagine è stata acquisita al termine della giornata di spostamenti. In evidenza anche (marcato con la freccia rossa) lo stesso dettaglio nella sabbia con riferimento sia alla foto che alla mappa. Quello è presumibilmente il punto da cui Perseverance ha iniziato lo spostamento in retromarcia. NASA/JPL-Caltech/Piras

La Terra e Fobos osservati da Curiosity

Non è raro che i rover marziani vengano usati per fotografare il cielo del Pianeta Rosso. Questo avviene spesso di giorno per misurare il tau (il tasso di oscuramento legato alle polveri, rilevato quasi quotidianamente) o riprendere i transiti dei due satelliti di fronte al disco solare.

L’ultima osservazione di questo tipo risale al 30 settembre ad opera di Perseverance che ha ripreso un passaggio della luna maggiore di Marte, Fobos. Il video che vi propongo qui sotto consiste di 64 frame acquisiti in 47 secondi ed è velocizzato di 4 volte. I fotogrammi sono stati ripuliti dal rumore digitale e le transizioni interpolate per ottenere un risultato più fluido.

Video del transito di Fobos di fronte al Sole. Sol 1285 (NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras)

Sono più rare, e forse per questo parecchio più affascinanti, le riprese del cielo notturno di Marte.

Una di queste occasioni è capitata di recente a Curiosity che il 5 settembre (Sol 4295 di missione) è stato programmato per puntare il suo “sguardo” verso l’alto dopo il tramonto del Sole. Dalla sua posizione su Texoli, una collina isolata alle pendici del Monte Sharp, il rover ha eseguito una serie di scatti che hanno spaziato dall’orizzonte fino a circa 15° di elevazione. E in un piccolo angolo di cielo, grande appena mezzo grado, Curiosity ha eseguito la prima osservazione in assoluto di Fobos insieme alla Terra. I due corpi sono visibili nella parte alta dell’immagine, processata dagli esperti della NASA a partire da 17 foto. E qui si svela un piccolo “trucco” perché 5 di queste foto sono state eseguite di giorno mentre le restanti 12 sono esposizioni lunghe (comunque solo pochi secondi per evitare l’effetto scia) acquisite otto ore dopo, di notte, quando il Sole era tramontato da svariate ore e a più di 20° sotto l’orizzonte.

Le due immagini così come processate magistralmente dai grafici del JPL. NASA/JPL-Caltech

Però vediamo di aggiungere qualcosa alle cronache della NASA sin qui riportate, nello spirito di questa rubrica che spesso indaga dettagli nascosti ma (spero) di grande fascino.

L’elaborazione dell’immagine con lo zoom su Fobos e la Terra, in mezzo al notevole disturbo che emerge schiarendo le aree buie, rivela un piccolo “grumo” di pixel sospetto. Si tratta di distribuzione casuale del rumore digitale o c’è dell’altro?

Una possibile risposta viene dalla simulazione della scena immortalata da Curiosity tramite il software Stellarium. I dati della posizione possono essere ricavati dalla mappa messa a disposizione dalla NASA con la posizione del rover, le informazioni di scatto (con la data e l’ora in formato UTC) sono invece incluse nei metadati che corredano ogni singola immagine raw.

Il simulatore fornisce una risposta insperata: quel piccolo gruppo di pixel potrebbe essere la nostra Luna terrestre che brillava con magnitudine 2.8. Gli altri corpi erano invece estremamente più luminosi, con la Terra stimata a -1.7 e Fobos -4.1. Queste misure non tengono però conto dell’estinzione dovuta alla presenza di polveri nell’atmosfera di Marte, attualmente causa di un significativo oscuramento dovuto alle temperature in aumento.

Stellarium si conferma uno strumento di simulazione astronomica di notevole fedeltà. L’immagine qui mostrata è stata ottenuta modificando solo di una decina di arcominuti (corrispondenti all’incirca ad altrettanti km) la latitudine ricavata dalla mappa in modo da avvicinarsi quanto più possibile alla foto reale. L’ora di scatto è stata inserita esattamente come riportata nei metadati.

Sopra: elaborazione dell’immagine NASA con in evidenza l’area più chiara descritta. Sotto: simulazione da Stellarium. NASA/JPL-Caltech/Stellarium-Fabien Chereau/Piras

Anche per questo aggiornamento da Marte è tutto, alla prossima!

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #32!

Gli ultimissimi aggiornamenti da Perseverance e un po’ di notizie relative a missioni spaziali del presente e del futuro. Si parte!

La scalata di Perseverance e una strana roccia con le strisce

Il rover della NASA ha iniziato circa un mese fa la sua ascesa verso sud che rappresenta l’inizio del quinto capitolo della sua esplorazione di Marte, la Crater Rim Campaign.
Perseverance sta affrontando alcune delle sue salite più ripide di sempre e ha già guadagnato decine di metri in altezza nell’arco di poche settimane. Lungo la strada è stata anche eseguita l’abrasione di una roccia sedimentaria in modo da dare agli scienziati elementi per valutare come la geologia muti mentre il rover si allontana dagli scenari familiari che ha frequentato i mesi passati tra Neretva Vallis e Bright Angel (l’area in cui tra le altre cose ha eseguito il suo ultimo prelievo, individuata dal piccolo marker rosso nella mappa sottostante).

Mappa con la posizione di Perseverance aggiornata al 26 settembre (sol 1280 di missione). NASA/JPL-Caltech
Filmato con l’operazione di abrasione eseguita dal rover nel Sol 1257. NASA/JPL-Caltech/Piras
Foto della camera WATSON che documenta l’abrasione eseguita nel Sol 1257 (2 settembre). NASA/JPL-Caltech
Foto simile alla precedente ma scattata da due punti di vista distanti pochi cm l’uno dall’altro ed elaborata in modo da generare un’immagine stereografica chiamata anaglifo. Per ammirarne l’effetto di profondità sono necessari i comuni occhialini 3D rosso/ciano. NASA/JPL-Caltech/Piras

Grazie alle posizioni sopraelevate che sta raggiungendo possiamo godere di spettacolari paesaggi attorno al rover acquisiti per mezzo delle NavCam e delle MastCam-Z. Le montagne più lontane risultano oscurate a causa delle tempeste di sabbia che stanno attualmente affliggendo questa a zona di Marte. Vi propongo una breve selezione di immagini della regione.

Visuale verso sud nel Sol 1264 (9 settembre). C’è un moderato effetto fisheye in questa foto della NavCam, ma quella che si vede è la montagna che Perseverance sta scalando. NASA/JPL-Caltech/Piras
Mosaico di immagini della Left MastCam-Z scattate nel Sol 1266 (11 settembre), la camera era puntata verso est. L’inquadratura inclinata non è un errore di processamento ma testimonia la reale inclinazione del rover che in quel momento era impegnato nella salita in direzione sud (verso destra rispetto all’immagine). NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

La navigazione non procede a grande velocità, come intuibile nei tratti a nord della mappa dove si vede un’alta densità di pallini bianchi (ogni pallino rappresenta la posizione in un determinato Sol. La distanza di un pallino da quello che lo precede indica quasi sempre lo spostamento compiuto in quella giornata). Possiamo ragionevolmente supporre che la ragione dell’apparente lentezza non sia dovuta agli ostacoli del terreno che il rover si è trovato a dover evitare, poiché le immagini panoramiche non ne mostrano, ma piuttosto alle precauzioni adottate dai piloti che hanno fatto avanzare il robot su una collina parecchio scoscesa.

Intorno al Sol 1264 (9 settembre) Perseverance arriva in un’area più pianeggiante e può così aumentare considerevolmente le distanze percorse giornalmente superando i 150 metri per Sol. Ma dopo alcuni giorni di terreni abbastanza monotoni c’è qualcosa che cattura l’attenzione dei geologi: una roccia molto particolare, come mai ne erano state osservate prima su Marte, che viene battezzata Freya Castle.

Freya Castle osservata dalla Right MastCam-Z nel sol 1268 (13 settembre). NASA/JPL-Caltech/Piras
Un’altra immagine di Freya Castle, ma stavolta è un anaglifo. NASA/JPL-Caltech/Piras

Gli appassionati su internet vanno in estasi per questa roccia grande circa 20 cm che iniziano a chiamare amichevolmente “roccia zebrata”. I geologi formulano alcune ipotesi sulla sua origine e sulla ragione per cui si trovi qui. Si pensa che possa essere di formazione magmatica, oppure metamorfica, oppure una combinazione dei due processi. Ciò che è quasi certo è che, date le profonde differenze con il terreno circostante, non si è formata nella zona in cui è stata individuata da Perseverance. Potrebbe piuttosto essere rotolata qua da regioni a quota maggiore. È una spiegazione elettrizzante perché significa che il rover potrebbe rinvenire interi campi di rocce simili mentre continuerà la salita verso il bordo del cratere.

Poco è noto della chimica di Freya Castle e, in attesa di poter analizzare più nel dettaglio rocce simili, il team scientifico ha programmato Perseverance per una serie di acquisizioni in banda stretta per mezzo delle due MastCam-Z. Le camere montate sulla “testa” del rover integrano dei filtri e con ciascuno di essi è possibile isolare bande molto strette dello spettro. A noi queste foto potrebbero sembrare tutte uguali, al massimo con alcune variazioni di luminosità, ma per i geologi sono la chiave per individuare le specie chimiche che compongono le rocce.

Raccolta delle immagini acquisite da Perseverance con tutti i filtri a banda stretta a sua disposizione. Sol 1268. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

In questa raccolta mancano quattro filtri: si tratta dei due RGB con cui le camere realizzano le foto normali e i due filtri solari.

Mentre Perseverance continua la sua avanzata gli scienziati si tengono pronti per la prossima tappa molto attesa: Dox Castle. Sarà quasi certamente un argomento per le prossime cronache.

La Cina vuole fortissimamente Marte

Sono trascorsi solo pochi mesi dalla conclusione della missione Chang’e-6 (se n’è parlato in questo articolo), con la quale l’agenzia spaziale cinese CNSA è riuscita nell’obiettivo di portare sulla Terra della regolite lunare (per la precisione 1935 grammi) raccolta per la prima volta sul lato lontano del nostro satellite. Ma i piani spaziali del gigante asiatico non si fermano: i progetti di espansione passano inevitabilmente anche per la prossima frontiera, Marte, e le possibilità di ricerca scientifica offerte dal pianeta rosso. Possiamo affermare che la NASA sia attualmente leader mondiale dell’esplorazione spaziale ma le cose potrebbero cambiare nell’arco di pochi anni e stavolta non per colpa delle compagnie private.

All’inizio di settembre la CNSA ha presentato dei piani di modifica alla sua missione Tianwen-3 che, secondo i programmi diffusi nell’autunno 2023, sarebbe dovuta partire nel 2030 per svolgere dei compiti di raccolta di materiale dalla superficie di Marte per poi portarlo sulla Terra.

Il concetto è il medesimo a cui NASA ed ESA (Agenzia Spaziale Europea) mirano con la loro Mars Sample Return. Con la differenza che mentre la missione occidentale sta soffrendo un’enorme complessità e un budget richiesto crescente che ne stanno causando gravi ritardi, l’agenzia spaziale cinese sembra si potrà permettere persino di anticipare i tempi.

Nel corso della seconda International Deep Space Exploration Conference tenutasi il 5 e 6 settembre a Huangshan, Liu Jizhong, progettista capo della missione, ha rilasciato un aggiornamento che vede la data di lancio di Tianwen-3 spostata dal 2030 al 2028. L’anticipo di circa due anni non è casuale ma dipende com’è noto dai periodi orbitali della Terra e di Marte. Le finestre ottimali con il massimo avvicinamento tra i due pianeti si aprono ogni circa 26 mesi e durano poche settimane, frangenti nei quali si trovano usualmente concentrati tutti i lanci diretti verso il pianeta rosso.

La missione cinese impiegherà due razzi Lunga Marcia 5. Essi porteranno verso Marte un orbiter (che includerà il veicolo di ritorno verso la Terra) e il lander dotato del razzo di ascesa. La raccolta di materiale sarà eseguita dallo stesso lander che metterà al sicuro circa 500 grammi di regolite e piccoli sassi. Liu ha aggiunto che la CNSA intende collaborare con partner internazionali e i veicoli spaziali cinesi ospiteranno anche carichi scientifici per conto di altre nazioni. Ci sarà inoltre condivisione di dati e persino di campioni di materiale, il tutto nell’ottica di stabilire un’aperta cooperazione globale.

L’importante obiettivo scientifico di Tianwen-3 è la ricerca di tracce di vita passata su Marte (suona familiare?) ma il suo successo, soprattutto nei tempi stimati, candiderebbe fortemente la Cina al ruolo di nuovo leader mondiale nell’esplorazione spaziale realizzando, per usare le parole del capo di stato Xi Jinping, il “sogno eterno” cinese. Grazie a enormi investimenti e piani lungimiranti il paese del dragone intende inoltre proseguire le missioni lunari robotiche ma non solo (il primo astronauta cinese è atteso sulla Luna entro il 2030), la raccolta di roccia da una cometa con Tianwen-2 e l’esplorazione del sistema satellitare gioviano con Tianwen-4.

A proposito del programma Tianwen, potreste ricordare la missione capostipite che nel 2021 portò attorno e su Marte per conto della Cina il suo primo orbiter, il primo lander e il primo rover (Zhurong). La missione riuscì in ogni aspetto, con uno dei risultati più notevoli legato all’atterraggio che i cinesi hanno azzeccato al loro primo tentativo.

Il rover Zhurong insieme al lander con cui è atterrato su Marte. Questa foto storica è stata scattata da una piccola camera indipendente che il rover ha deposto al suolo. CNSA

MAVEN e Hubble scoprono il destino dell’acqua marziana

Nonostante decenni di ricerca sono ancora molti i dubbi su quale sia stato il destino dell’acqua un tempo ospitata sulla superficie di Marte. Parte di essa è presumibilmente finita nel sottosuolo (a riguardo si vedano Coelum Astronomia 270 e News da Marte #31), ma che fine ha fatto il resto? Un nuovo tassello nella nostra comprensione della storia del pianeta viene da uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science Advances e a prima firma di John T. Clarke della Boston University.

Clarke e colleghi hanno utilizzato i dati della sonda MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) e del telescopio spaziale Hubble per cercare di quantificare il tasso di fuga dell’idrogeno marziano nello spazio.
Il meccanismo con cui l’acqua di Marte evapora viene indotto dalla radiazione solare che scinde le molecole di H2O nelle sue componenti ossigeno e idrogeno. Quest’ultimo atomo è molto leggero e tende a disperdersi nello spazio con facilità, ma in mezzo agli atomi di idrogeno è presente una certa quantità di deuterio. Si tratta di un isotopo più pesante perché nel suo nucleo ospita anche un neutrone. Con il doppio del peso atomico il deuterio fugge dall’atmosfera a un tasso estremamente inferiore e così, confrontando la sua percentuale in atmosfera rispetto all’idrogeno, gli scienziati hanno uno strumento per stimare quanta acqua fosse presente su Marte in passato.

Gran parte dei dati impiegati nello studio derivano da misurazioni della sonda MAVEN la quale però non è abbastanza sensibile da poter rilevare le emissioni dovute al deuterio durante un intero anno marziano. Questa impossibilità è legata alla distanza mutevole di Marte dal Sole in quanto, a causa della marcata ellitticità della sua orbita, la variazione di distanza tra afelio e perielio è addirittura del 40%. MAVEN può eseguire le sue rilevazioni solo quando Marte è più vicino al Sole e l’atmosfera si espande a causa del maggior calore ricevuto.
Il buco nei dati relativo all’afelio è stato colmato dal telescopio Hubble che produce osservazioni utili allo scopo fin dagli anni ‘90 e ha così permesso di coprire tre interi cicli annuali marziali, ciascuno composto di 687 giorni terrestri.

Foto nel profondo infrarosso realizzate da Hubble durante il afelio (sopra) e perielio marziani. NASA, ESA, STScI, John T. Clarke (Boston University); Processing: Joseph DePasquale (STScI)

Insieme all’analisi del rapporto D/H (deuterio/idrogeno) allo scopo di stimare quanta acqua Marte abbia posseduto, i ricercatori hanno anche affinato i modelli matematici usati per descrivere l’atmosfera del pianeta. Il team autore dello studio ha scoperto che Marte è molto più dinamico di quanto ritenuto in precedenza e presenta cicli termici che, pur all’interno della loro annualità, variano anche su tempi molto più brevi, persino poche ore.

Il nuovo modello messo a punto dagli scienziati mostra come le molecole di acqua tendano a salire in alta quota durante le fasi di riscaldamento ed è in questi momenti che avviene la “fuga atomica”. Tuttavia le temperature dell’alta atmosfera da sole non sono sufficienti per dare agli atomi abbastanza energia da abbandonare la gravità marziana ed è qui che intervengono altri fenomeni quali collisioni con i protoni del vento solare e reazioni chimiche indotte dalla radiazione luminosa.

Lo studio dell’evoluzione del clima di Marte attraverso la storia della sua acqua aggiungerà elementi alla comprensione del passato degli altri due mondi all’interno della fascia abitabile del Sole, la Terra e Venere, ma anche di molti esopianeti che è impossibile osservare con analogo dettaglio.

Le sonde ESCAPADE partiranno l’anno prossimo (forse)

Il via libera era arrivato a fine agosto ma il 6 settembre c’è stato un improvviso dietro-front. La NASA ha annunciato che i due satelliti gemelli ESCAPADE (Escape and Plasma Acceleration and Dynamics Explorers) non decolleranno verso Marte il 13 ottobre. La data sarebbe stata anche quella del primo volo del vettore pesante incaricato del lancio, il lungamente atteso New Glenn costruito da Blue Origin, compagnia spaziale fondata dal magnate e imprenditore Jeff Bezos.

Nonostante le rassicurazioni di Blue Origin la NASA non è parsa totalmente fiduciosa che il razzo sarebbe stato pronto per la data stabilita e che l’ultimo flusso di verifiche, integrazioni e lo static fire (prova di accensione dei motori) sarebbero andati lisci.

La ragione per rinunciare al lancio a più di un mese dall’apertura della finestra del 13-21 ottobre verso Marte si spiega con la necessità per la NASA di avviare le procedure di preparazione al lancio tra le quali la più critica è il caricamento del propellente nei serbatoi dei due satelliti. I composti utilizzati sono idrazina e tetrossido di azoto, rispettivamente combustibile e ossidante, che vengono fatti venire in contatto per generare una violenta reazione senza l’uso di altri inneschi. È un tipo di miscela usata fin dagli anni ‘50 per la sua affidabilità ma è altamente tossica e richiede particolari cautele nella sua gestione.
Attraverso la dichiarazione diffusa nei suoi canali la NASA ha affermato che nel caso di annullamento del lancio l’operazione di svuotamento dei serbatoi delle sonde avrebbe rappresentato una complicazione tecnica e di programmazione delle attività, nonché una grossa spesa aggiuntiva. Un’eventualità troppo azzardata che ha fatto decidere per rimandare il lancio a non prima della primavera 2025. Questo significa che le sonde ESCAPADE perderanno la finestra per arrivare verso il Pianeta Rosso lungo la traiettoria più rapida, rischiando che il viaggio si allunghi di svariati mesi rispetto ai 6/7 che sono necessari in condizioni ideali.

Non sono stati rilasciati dettagli su traiettorie alternative in fase di studio ma c’è una possibilità non trascurabile che il lancio venga persino rimandato di due anni in attesa del prossimo avvicinamento tra la Terra e Marte.

Rappresentazione artistica dei satelliti ESCAPADE. James Rattray/Rocket Lab USA

La missione ESCAPADE utilizzerà due veicoli spaziali identici per studiare come il vento solare interagisce con l’ambiente magnetico di Marte provocando la fuga dell’atmosfera del pianeta.

“Questa missione può aiutarci a studiare l’atmosfera di Marte, un’informazione chiave mentre esploriamo sempre più lontano nel nostro sistema solare e abbiamo bisogno di proteggere astronauti e veicoli spaziali dal meteo spaziale,” ha dichiarato Nicky Fox, amministratrice associata per la scienza presso il quartier generale della NASA a Washington. “Siamo impegnati a portare ESCAPADE in sicurezza nello spazio, e non vedo l’ora di vederla partire per il suo viaggio verso Marte”. E noi con lei!

Anche per questo aggiornamento dal Pianeta Rosso è tutto, alla prossima!

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #31!

Bentornati su Marte! In questo nuovo appuntamento della rubrica ci sono aggiornamenti che interessano i due rover NASA Perseverance e Curiosity. Il primo sta esplorando delle aree a ovest del cratere Jezero e ha scoperto dei materiali di estremo interesse mentre il secondo, in modo decisamente fortuito, ha trovato dei materiali molto particolari all’interno di una roccia. Iniziamo le nostre cronache proprio con Curiosity, si parte!

Il primo zolfo puro rinvenuto su Marte

È stato con grande stupore che gli scienziati hanno rilevato una scoperta fatta dal veterano dei rover marziani (a proposito, il 5 agosto è ricorso il 12esimo anniversario dell’atterraggio di Curiosity sul Pianeta Rosso). Il 30 maggio il robot si stava spostando quando una delle sue ruote è passata sopra una roccia che si è frantumata mettendo in evidenza dei particolari cristalli gialli. La roccia è stata denominata “Convict Lake”, e le successive analisi sui cristalli eseguite con lo spettrometro APXS hanno rivelato qualcosa di mai osservato prima su Marte: zolfo puro.

 La roccia sbriciolata da Curiosity porta alla luce cristalli di zolfo puro. Foto del 7 giugno (Sol 4208). NASA/JPL-Caltech/MSSS
Questa roccia, battezzata “Snow Lake” e fotografata l’8 giugno, è molto simile a quella frantumata da Curiosity nove Sol prima. Un intero campo di rocce come questa circonda il rover e tutte presumibilmente inglobano zolfo. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Da ottobre 2023, ovvero da quando ha iniziato la sua avanzata all’interno del canale chiamato Gediz Vallis, Curiosity ha incontrato spesso dei composti chiamati solfati. La regione abbonda di questi sali (costituiti da zolfo legato con altri elementi) i quali si sono formati quando l’acqua che li ospitava è evaporata. La formazione di cristalli di zolfo puro richiede invece condizioni differenti e molto particolari che gli scienziati non ritenevano potessero essersi verificate in questa regione. Sulla Terra sono per esempio coinvolti processi vulcanici e attività idrotermale.

Di zolfo sembra essercene davvero parecchio qui in quanto Curiosity ha documentato un intero campo di rocce brillanti analoghe a quella frantumata. “Scoprire cose strane e inaspettate è ciò che rende emozionante l’esplorazione planetaria” ha commentato Ashwin Vasavada, scienziata che lavora alla missione. “Un campo di pietre fatte di puro zolfo non dovrebbe trovarsi là, perciò ora dobbiamo trovare una spiegazione”.

Gediz Vallis è uno dei principali motivi per cui il team scientifico ha scelto di atterrare in questa zona di Marte. Si pensa che il canale sia stato scavato da flussi di acqua liquida e detriti che hanno lasciato creste di massi e sedimenti che si estendono per quasi tre km e mezzo lungo il versante della montagna al di sotto del canale. L’obiettivo attuale è comprendere meglio come questo paesaggio sia cambiato miliardi di anni fa e, sebbene le recenti scoperte abbiano aiutato, c’è ancora molto da svelare. Le ultime osservazioni di Curiosity sembrano indicare che due fenomeni abbiano alternativamente plasmato la regione. Da una parte violenti flussi alluvionali, testimoniati da rocce smussate e arrotondate portate dall’acqua, dall’altra frane avvenute in un ambiente asciutto le cui prove sono rocce dai bordi netti e angolati. Le reazioni chimiche avvenute in ambiente umido hanno modificato la chimica delle rocce e infine l’azione di vento e sabbia ha continuato a sagomare il paesaggio.

Mappa con la posizione di Curiosity aggiornata al 18 agosto. In evidenza il canale denominato Gediz Vallis e al centro sulla sinistra, per confronto, Piazza San Pietro nella Città del Vaticano: la porzione qui sovraimposta è lunga 565 metri. NASA/JPL-Caltech/Piras

Un prelievo di roccia, il 41esimo per Curiosity, è stato eseguito il 18 giugno sulla roccia “Mammoth Lakes”. Le rocce di zolfo sono estremamente fragili per lo strumento di campionamento del rover, perciò l’operazione ha richiesto qualche attenzione extra sia nella ricerca di una roccia con caratteristiche adatte che nell’operazione di “parcheggio” di Curiosity in modo che esso risultasse stabile e non a rischio di scivolare. I materiali sono stati poi depositati negli strumenti del rover per analisi dettagliate e i risultati aiuteranno gli scienziati a decifrare la storia geologica di questa regione.

Da giugno il rover si è ormai allontanato dall’area del prelievo su “Mammoth Lakes” e si è spostato verso sud percorrendo poco più di 100 metri. Tante nuove foto e anche un ulteriore campionamento di roccia stanno tenendo impegnato Curiosity mentre procede nell’ascesa verso Aeolis Mons, il rilievo di 5500 metri che svetta all’interno del Cratere Gale, con ogni strato della montagna che rappresenta un diverso periodo nella storia di Marte.

Foto della roccia “Mammoth Lakes” scattata nel Sol 4234. In basso è inquadrato il foro del trapano mentre in alto si nota l’abrasione superficiale eseguita tramite lo spazzolino metallico con il quale Curiosity pulisce le rocce da analizzare. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Un prelievo di roccia, il 41esimo per Curiosity, è stato eseguito il 18 giugno sulla roccia “Mammoth Lakes”. Le rocce di zolfo sono estremamente fragili per lo strumento di campionamento del rover, perciò l’operazione ha richiesto qualche attenzione extra sia nella ricerca di una roccia con caratteristiche adatte che nell’operazione di “parcheggio” di Curiosity in modo che esso risultasse stabile e non a rischio di scivolare. I materiali sono stati poi depositati negli strumenti del rover per analisi dettagliate e i risultati aiuteranno gli scienziati a decifrare la storia geologica di questa regione.

Da giugno il rover si è ormai allontanato dall’area del prelievo su “Mammoth Lakes” e si è spostato verso sud percorrendo poco più di 100 metri. Tante nuove foto e anche un ulteriore campionamento di roccia stanno tenendo impegnato Curiosity mentre procede nell’ascesa verso Aeolis Mons, il rilievo di 5500 metri che svetta all’interno del Cratere Gale, con ogni strato della montagna che rappresenta un diverso periodo nella storia di Marte.

Foto della roccia “Mammoth Lakes” scattata nel Sol 4234. In basso è inquadrato il foro del trapano mentre in alto si nota l’abrasione superficiale eseguita tramite lo spazzolino metallico con il quale Curiosity pulisce le rocce da analizzare. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Macchie di leopardo per Perseverance

A circa 3700 km di distanza dal Cratere Gale continuano le investigazioni dell’altro rover messo in campo dalla NASA e che sta esplorando il bordo ovest del Cratere Jezero. Nel numero 269 di Coelum Astronomia avevamo lasciato Perseverance poco dopo il suo arrivo a “Bright Angel”, la località caratterizzata da rocce chiare situata a nord di Neretva Vallis. Quest’ultimo è il canale sabbioso largo 400 metri dove un tempo scorreva un impetuoso fiume che alimentava il lago all’interno di Jezero.

L’abrasione del Sol 1179 (13 giugno), come ipotizzato, ha preceduto un prelievo vero e proprio che è stato eseguito a metà luglio nel punto più a nord raggiunto dal rover, dove l’argine del canale si eleva diventando quasi invalicabile. È qui che, nelle settimane antecedenti il momento del prelievo, una serie di osservazioni ha prodotto uno dei più importanti risultati della missione fino a questo momento. Facciamo un passo indietro e vediamo con ordine le scoperte fatte dal rover a “Bright Angel”.

Il 23 giugno, durante un breve spostamento all’interno dell’area, Perseverance incontra una formazione molto interessante sopra una roccia con dimensioni 100×60 cm che viene battezzata Cheyava Falls.

Dettaglio di Cheyava Fall con delle annotazioni che indicano i dettagli di interesse del masso: le “macchie di leopardo” e un grosso cristallo di olivina. NASA/JPL-Caltech/MSSS

La roccia è percorsa da vene bianche parallele tra loro composte da solfato di calcio con inglobati qua e là cristalli di olivina, un minerale dalle tonalità verdi che si forma nelle rocce magmatiche. In mezzo alle vene bianche viene individuato del materiale rossastro che indica la presenza di ematite, uno dei composti che conferiscono alla superficie a Marte il suo caratteristico colore. La porzione di ematite è costellata di piccoli puntini con dimensioni nell’ordine di pochi millimetri, con contorni scuri e irregolari che racchiudono zone di colore chiaro. Questa conformazione e colorazione è ciò che ha ispirato gli scienziati che li hanno denominati “macchie di leopardo”.

Una serie di scansioni con lo strumento SHERLOC (ebbene sì, ha ripreso a funzionare ma lo vediamo dopo) ha dimostrato in modo molto convincente che le rocce di Cheyava Falls contengono composti organici. Questa rilevazione si aggiunge a due dati importanti: il primo è il fatto, praticamente assodato vista la quantità di indicazioni in questo senso, che qui anticamente scorreva abbondante acqua. Il secondo dato è fornito dalle “macchie di leopardo”.

Dettaglio delle particolari formazioni rinvenute su Cheyava Falls, macro della camera WATSON del 23 giugno (Sol 1188). NASA/JPL-Caltech

Si ritiene che siano state delle reazioni chimiche a trasformare l’ematite da rossa a bianca con il rilascio di ferro e fosfati che sono andati a formare l’alone scuro documentato nelle immagini della camera WATSON. Tali reazioni chimiche sono ben note sulla Terra, ed è appurato che possono essere usate come fonte di energia da forme di vita batterica fornendo una correlazione molto forte tra la presenza di microbi e questo tipo di formazioni nelle rocce sedimentarie. In un colpo solo quindi Cheyava Falls si è rivelata essere la scoperta più importante eseguita fino a questo momento da Perseverance.

Inizia la scienza di contatto

Le investigazioni proseguono con un’abrasione che viene eseguita nel Sol 1191 (26 giugno). Il masso investigato non è però quello interessato dalle precedenti analisi ma uno collocato a fianco a Cheyava Falls, poco più in alto rispetto alla prospettiva del rover, che viene denominato Steamboat Mountain.

La zona brillante al centro della foto è il punto dell’abrasione eseguita il 26 giugno. La grande roccia sedimentaria in basso è Cheyava Falls. NASA/JPL-Caltech/Piras

Una documentazione fotografica di grande dettaglio viene acquisita dalla camera WATSON sia di giorno che di notte. Questo strumento fotografico è infatti dotato di sei illuminatori a LED che producono luce bianca e negli ultravioletti. Lunghezze d’onda ad alta energia quali gli UV sono usate per rilevare i fenomeni di fluorescenza propri di alcuni minerali.

Parte frontale della camera WATSON fotografata l’8 marzo 2021 (Sol 17). Il coperchio frontale della camera è chiuso ma quattro aperture mostrano i LED bianchi (sopra e sotto) e quelli UV (a sinistra). NASA/JPL-Caltech/MSSS

 

 

Osservazione notturna dell’abrasione larga 5 cm acquisita da WATSON. La scena è illuminata dai LED della camera. Sol 1191. NASA/JPL-Caltech

Dopo una breve deviazione alcuni metri verso est che lo impegna per non più di cinque giorni, il rover torna sui suoi passi il 17 luglio (Sol 1211) ed è pronto per proseguire le indagini sul masso Cheyava Falls. Si inizia con una fresatura della roccia che espone il materiale interno e in corrispondenza della porzione abrasa permette agli scienziati di continuare a comprendere le caratteristiche eccezionali illustrate nel paragrafo precedente. Gli strumenti impiegati sono le MastCam-Z, SuperCam, WATSON, SHERLOC e PIXL. Ciascuno di essi indaga un diverso aspetto del materiale per fornire una visione d’insieme ma, inevitabilmente, limitata. Tale limite è dettato dalla dimensione e dal peso degli strumenti che il rover ha potuto portare con sé sul Pianeta Rosso. Per andare oltre servirebbe portare queste rocce in laboratori specializzati, ma per fortuna Perseverance è attrezzato per questo obiettivo.

Il trapano di cui è dotato, in combinazione con un set di particolari punte che ormai conosciamo bene, permette al rover di estrarre piccoli carotaggi di roccia. Dopo l’interesse suscitato da questo masso era inevitabile che gli scienziati intendessero prelevarne un campione, e il rover è stato messo in azione il 21 luglio (Sol 1215). Il campione viene sigillato nella sua fiala lo stesso giorno del prelievo, misura 62 mm e viene denominato “Sapphire Canyon”. Si tratta del 22esimo campione di roccia raccolto sinora dal rover e quello appena chiuso è il 25esimo contenitore impiegato. Infatti, oltre a quelli rocciosi, Perseverance ha raccolto due campioni di sabbia a dicembre 2022 e un campione di aria ad agosto 2021.

Mosaico di foto della Left MastCam-Z che mostra il foro e l’abrasione su Cheyava Falls, la roccia a sinistra dell’immagine. Sol 1217 (23 luglio), NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras
Cambia la prospettiva ma le due rocce sono ben riconoscibili: Cheyava Falls sulla sinistra, con in mostra la fresatura appena eseguita, e Steamboat Mountain a destra con l’abrasione di qualche Sol più vecchia. Left NavCam, Sol 1211. NASA/JPL-Caltech/Piras

Lo stato di Mars Sample Return e la scala CoLD

Come ben sanno i lettori di questa rubrica, il prelievo di campioni per il loro invio verso la Terra è una delle parti più importanti della missione Mars 2020 e costituisce il primo passaggio nell’ambito del progetto ampio (e molto più complesso) chiamato ‘Mars Sample Return’. I campioni di sabbia e roccia che Perseverance sta raccogliendo durante la sua esplorazione del Cratere Jezero vengono sigillati all’interno di piccole fiale di titanio. Questi contenitori saranno poi affidati nell’ordine: a un lander per raccolta e manipolazione; a un piccolo razzo che li porterà in orbita marziana; infine a un orbiter che da Marte tornerà verso la Terra con il contenitore dei campioni, affidando agli scienziati attuali e alle future generazioni il compito di svelare i segreti del Pianeta Rosso. Data prevista di fine missione circa entro metà del prossimo decennio, a patto che la NASA riesca nell’obiettivo di revisione della missione per ridurre i costi e velocizzare il termine delle operazioni (questa fase è descritta in maggior dettaglio in ‘Bentornati su Marte’ del numero 268 di Coelum Astronomia). L’agenzia statunitense ha terminato da alcuni mesi la fase in cui attendeva input da privati e centri NASA per modificare gli aspetti più critici della Mars Sample Return, e un resoconto è atteso per l’inizio dell’autunno. In quel momento comprenderemo meglio il futuro della missione e capiremo se davvero, come auspichiamo da anni con fiducia, i ricercatori potranno mettere le mani sui campioni per svelare eventuali tracce di passata vita batterica su Marte.

Del resto Cheyava Falls, il masso oggetto della cronaca che state leggendo, si è rivelato sinora il più promettente e tantissimi scienziati sono elettrizzati dai risultati preliminari delle sue analisi. Ma, al momento, quanto è probabile la rilevazione di possibile vita microbica extraterrestre sulla base delle informazioni disponibili?

Gli astrobiologi hanno sviluppato la scala CoLD (Confidence of Life Detection) per indicare con quanta probabilità un determinato campione possa essere associato a forme di vita, passata o presente. La scala si compone di sette gradini che vanno dalla ‘rilevazione del possibile segnale’ allo step finale che è la ‘conferma indipendente’. Ci sono passaggi intermedi come per esempio ‘esclusione di contaminazioni’, ‘esclusione di processi non biologici’ o ‘segnali aggiuntivi indipendenti’, tutti pensati in accordo con il metodo scientifico con lo scopo di non dare nulla per scontato. Data l’eco che la loro scoperta ha generato, potremmo essere portati a pensare che le rilevazioni su Cheyava Falls si collochino su una posizione di rilevo della scala CoLD, ma sono stati gli stessi scienziati che lavorano con Perseverance a stemperare gli entusiasmi. Siamo infatti ancora sul primo gradino, vale a dire il semplice rilevamento di un elemento d’interesse. Esistono alcuni processi non biologici che potrebbero aver generato queste ‘macchie di leopardo’ osservate sull’ematite tra i quali l’esposizione a temperature elevatissime, incompatibili con la vita, e che fornirebbero una spiegazione alla presenza dell’olivina la quale ha appunto origine magmatica.

Perseverance si scatta un nuovo selfie

Forse grazie all’agenda di attività un po’ più libera del solito o forse per celebrare la scoperta di questo masso così interessante e il successo del campionamento, il 24 luglio Perseverance si scatta un selfie. Per la maggior parte di noi umani si tratta ormai di un’operazione quasi banale ma su Marte, a centinaia di milioni di km di distanza e con un robot di una complessità spaventosa, non esistono operazioni semplici.

Perseverance impiega 46 minuti per scattare 62 immagini con la camera WATSON installata sul braccio robotico. Seguendo una sequenza di dettagliate istruzioni stilate dai tecnici del Jet Propulsion Laboratory, il rover muove il suo arto come in una precisissima coreografia nel corso della quale orienta lo stretto campo visivo della camera in tutte le direzioni attorno a sé. La finezza migliore è riservata per i momenti in cui il braccio rischierebbe di finire all’interno dell’inquadratura: con ulteriori acrobazie permesse dai cinque snodi di cui esso è dotato, Perseverance riesce a portare a termine una panoramica di 180° nella quale sembra che la foto sia stata fatta da qualcuno là su Marte a fianco al rover. Con una piccola variazione di appena tre foto è stata elaborata una versione alternativa dell’immagine riportata su queste pagine, dove sembra che il rover, invece di guardare in camera, stia ammirando con compiacimento il lavoro che ha eseguito sulla roccia al suolo.

Il più recente autoscatto di Perseverance. Sol 1218. NASA/JPL-Caltech/MSSS
Uno degli scatti alternativi nei quali la “Mast” del rover guarda verso il basso. NASA/JPL-Caltech/Piras

Combinando i singoli scatti nel modo opportuno, e soprattutto posizionandoli nel punto corretto del mosaico finale, possiamo anche renderci conto dell’ordine nel quale il rover abbia “scansionato” il paesaggio attorno a sé. Ve lo mostro in questo video che ho realizzato. La proiezione è diversa da quella usata dalla NASA perché le opzioni sono numerose quando si desidera di passare da una ripresa panoramica a una rappresentazione su un piano, ciascuna con i suoi pro e contro.

Dopo il prelievo e questo simpatico selfie sembra che per Perseverance non ci sia altro da studiare in questa regione, Bright Angel, che ha rispettato appieno le attese degli scienziati. Il rover può così tornare indietro verso il centro di Neretva Vallis e riprendere la sua strada verso sud-ovest dove inizierà la prossima parte della sua missione.

Sol 1224 (30 luglio), Perseverance si lascia alle spalle Bright Angel. NASA/JPL-Caltech
Posizione di Perseverance aggiornata al 20 agosto. La larga striscia chiara in alto è la regione Bright Angel con il marker relativo al prelievo lì eseguito. NASA/JPL-Caltech.

Un nuovo capitolo di esplorazione a Jezero

Quattro campagne scientifiche completate, tre anni e mezzo di esplorazione del fondo di Jezero e del delta del fiume, quasi 28 km percorsi e 22 campioni di roccia raccolti. Con questi numeri e i suoi strumenti scientifici in eccellenti condizioni operative Perseverance ha iniziato a fine agosto il quinto capitolo di esplorazione, la Crater Rim Campaign, che lo vedrà raggiungere il bordo occidentale del cratere. Lo attendono probabilmente i terreni più ripidi affrontati finora, con pendenze che arriveranno a 23° di inclinazione richiedendo la massima attenzione da parte dei piloti e ottime prestazioni dell’autonavigatore. Le regioni di maggiore interesse che il team scientifico intende esplorare sono state individuate in “Pico Turquino” e “Witch Hazel Hill”.

Mappa con il percorso elaborato dai piloti di Perseverance attraverso il bordo ovest del cratere Jezero. NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Il percorso verso la prima di queste regioni dista 1.8 km da “Serpentine Rapids”, l’area dove Perseverance si trovava a metà agosto, e richiederà al rover di risalire un primo dislivello di 300 metri. Nelle immagini satellitari “Pico Turquino” mostra fratture che potrebbe essere state causate da un’antica attività idrotermale. Le osservazioni orbitali di “Witch Hazel Hill” documentano invece possibili stratificazioni di materiali risalenti a un’epoca molto antica, quando il clima marziano era profondamente diverso rispetto a quello attuale. Questa zona, situata circa 1700 metri a ovest di “Pico Turquino” e ulteriori 250 metri più in alto, presenta un substrato roccioso chiaro simile a quello incontrato a “Bright Angel”, il che fa ipotizzare che anche qui potrebbero venir rilevate strutture e biosignature chimiche analoghe, generate forse miliardi di anni fa da batteri in presenza di acqua corrente.

Mosaico di 59 scatti che mostra la visuale verso sud delle zone che Perseverance si accinge a raggiungere. La prima di esse, “Dox Castle”, si trova poco a sinistra del rilievo di destra a 750 metri dalla posizione dell’immagine. Foto del 4 agosto (Sol 1229), NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS

I campioni finora raccolti da Perseverance hanno già offerto informazioni scientifiche di grande valore, ma la missione intravede altre scoperte all’orizzonte. “I campioni attuali rappresentano una raccolta di enorme interesse scientifico, ma esplorare il bordo del cratere ci offrirà l’opportunità di ottenere ulteriori campioni che potrebbero rivelarsi cruciali per comprendere la storia geologica di Marte,” ha dichiarato la scienziata Eleni Ravanis, membro del team Mastcam-Z di Perseverance e uno dei leader scientifici della Crater Rim Campaign. “In particolare ci aspettiamo di analizzare rocce provenienti dalla crosta marziana più antica. Queste rocce si sono formate attraverso una moltitudine di processi geologici, e alcune potrebbero rappresentare ambienti antichi, potenzialmente abitabili, che non sono mai stati esaminati da vicino prima d’ora.”

Ma raggiungere la cima del cratere non sarà un’impresa semplice. Perseverance dovrà seguire un percorso studiato dai tecnici per ridurre al minimo i rischi, pur offrendo al team scientifico delle opportunità di ricerca. Durante la prima parte dell’ascesa il rover guadagnerà circa 300 metri di altitudine raggiungendo la sommità in un’area che il team scientifico ha battezzato “Aurora Park”.

Da lì, a centinaia di metri sopra un vasto cratere di 45 chilometri di diametro, Perseverance sarà pronto per iniziare il prossimo capitolo della sua esplorazione.

Un oceano di acqua sotterranea all’interno di Marte?

Impiegando i dati acquisiti dal lander InSight della NASA, nel corso dei quali ha rilevato e misurato migliaia di piccoli sismi, un gruppo di ricercatori delle Università di San Diego e Berkley sono giunti alla conclusione che l’interno della crosta marziana potrebbe ospitare quantità enormi di acqua a profondità comprese tra 11.5 e 20 km. Fratture e porosità delle rocce ignee all’interno del pianeta, saturate di acqua, fornirebbero la migliore giustificazione ai dati rilevati dalla sonda. La quantità d’acqua che permea le rocce sarebbe tale da poter ricoprire l’intero pianeta con un immenso oceano profondo circa 1.5 km. Questa scoperta non solo arricchisce la nostra comprensione del ciclo dell’acqua marziano, ma offre anche nuove prospettive su come il clima di Marte sia cambiato drasticamente. La possibilità che parte dell’acqua marziana sia rimasta intrappolata nella crosta, piuttosto che evaporare completamente nello spazio, potrebbe aiutare a risolvere il mistero di come il pianeta abbia perso la sua atmosfera e si sia trasformato da un mondo potenzialmente abitabile a un deserto gelido. Sebbene l’accesso a queste riserve d’acqua sia attualmente fuori dalla nostra portata, lo studio apre la possibilità che tali ambienti profondi possano ospitare forme di vita microbica, analogamente a quanto osservato nelle miniere e negli oceani profondi sulla Terra. I risultati della ricerca potrebbero influenzare la pianificazione delle future missioni su Marte, indirizzando l’attenzione verso l’esplorazione del sottosuolo. La possibilità di trovare acqua liquida a grandi profondità potrebbe portare a missioni mirate a sondare queste zone e, in futuro, a sviluppare tecnologie in grado di sfruttare queste risorse che potrebbero rivelarsi cruciali per la colonizzazione del pianeta.

Rappresentazione artistica dell’interno di Marte in base allo studio in oggetto. James Tuttle Keane e Aaron Rodriquez, Scripps Institute of Oceanography

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #30!

Riprendiamo l’esplorazione del Pianeta Rosso con Perseverance che si trovava a un passo da Neretva Vallis, il greto sabbioso dell’antico fiume che miliardi di anni fa scorreva verso est confluendo nel Cratere Jezero. C’è anche qualche interessante integrazione riguardante le aurore marziane catturate direttamente dalla superficie e per finire eccellenti conferme sullo stato della camera SHERLOC. Si parte!

Dove eravamo

Nel precedente appuntamento della rubrica abbiamo lasciato il rover Perseverance impegnato nell’analisi di un’abrasione eseguita su una roccia depositata al suolo. Grazie agli aggiornamenti NASA abbiamo nel frattempo scoperto che la roccia viene battezzata Old Faithful Geyser, ma ci sono dettagli geologici molto più interessanti del suo nome.

Avvio dell’operazione di fresatura catturato dalla Front Left HazCam, Sol 1051. NASA/JPL-Caltech/Piras
Una delle fotografie diurne eseguite dalla camera WATSON successivamente alla fresatura, Sol 1051. NASA/JPL-Caltech

La roccia Old Faithful Geyser, così come i tre prelievi che l’hanno preceduta eseguiti lungo la Marginal Unit (Pelican Point, Lefroy Bay e il più recente Comer Geyser), si conferma ricca di carbonati. Ma ci sono alcune differenze nel modo in cui i grani sono cementati all’interno che rendono ciascuna roccia, in un certo senso, unica. La spiegazione potrebbe risiedere nei meccanismi di formazione o in differenti processi di alterazione. Lo studio di questa nuova roccia è stato pensato per integrare le analisi sinora a disposizione degli scienziati in modo da espandere i campionamenti man mano che Perseverance si muove verso ovest e servirà a comprendere se le rocce carbonatiche lungo il percorso siano formate tramite processi sedimentari, vulcanoclastici o ignei.

L’osservazione di Old Faithful Geyser non si è fermata all’imaging esterno ma ha impiegato anche lo strumento PIXL, lo spettrometro a raggi X installato sul braccio robotico, che ha analizzato l’interno della roccia per mappare la dimensione e distribuzione dei grani della roccia. Anche questo rilievo sarà confrontato con quelli analoghi eseguiti nelle settimane passate.

Confronto fra le tre rocce da cui Perseverance ha estratto gli ultimi tre campioni. NASA/JPL-Caltech/Piras

Perseverance mette il turbo

Dopo aver completato il percorso a ostacoli schivando massi e sabbia lungo l’Unità Marginale e procedendo per questa ragione a rilento, i piloti della NASA vedono finalmente tra le dune uno spiraglio verso nord che permetta al rover di accedere all’interno di Neretva Vallis senza pericoli. Il rischio di insabbiarsi era prima d’ora talmente concreto che è stato accettato di perdere tempo con la lenta traversata sulle rocce della West Marginal Unit.

Visuale verso nord nel Sol 1158 (23 maggio). NASA/JPL-Caltech/Piras
Spostamenti di Perseverance dal Sol 1159 al 1176

Il Sol 1162 (27 maggio) Perseverance si è così potuto insinuare verso nord attraverso Dunraven Pass, muovendosi per la notevole distanza di 200 metri e ricordandoci delle sue vere potenzialità messe in ombra nelle precedenti settimane: la tratta unica più lunga era stata di 90 metri, ma mediamente ogni spostamento (o drive, come li chiamano i tecnici) non ha superato i 30.

Il rover giunge al centro dalla valle sabbiosa un tempo costituente il letto del fiume che fluiva verso est in direzione del cratere Jezero. Dalla posizione indicata con il marker rosso a destra nella mappa numero 2 Perseverance esegue una serie di scatti con le MastCam-Z per comporre un mosaico di Mount Washburn, il rilievo che si erge all’interno di Neretva Vallis ben visibile nelle immagini satellitari e che il rover inquadra guardando verso est. Gli scienziati avevano già osservato la regione da lontano cogliendo alcune peculiarità nella composizione e trama delle rocce e appena l’occasione si presenta decidono di indagare ulteriormente.

Il risultato è indubbiamente un bel panorama ma c’è qualcosa di più che salta all’occhio anche ai meno esperti: al centro dell’immagine si staglia un masso alto circa 40 cm eccezionalmente brillante con delle macchie scure. Viene battezzato “Atoko Point” dal nome di un rilievo a est del Grand Canyon in Arizona.

Panorama del Sol 1162. NASA/JPL-Caltech

È noto che impetuosi fiumi, su Marte come sulla Terra, siano stati in grado di trasportare materiale verso valle anche per lunghe distanze, e il masso qui inquadrato sembra provenire davvero da molto lontano. Peraltro non è l’unico con una superficie così chiara in quanto ingrandendo l’immagine se ne scorgono anche altri. Potrebbe essere una piccola anteprima di ciò che attende il rover nei prossimi mesi e anni di missione, o addirittura provenire da regioni che Perseverance non raggiungerà mai. I tecnici non si fanno sfuggire l’occasione di investigare più nel dettaglio “Atoka Point” e lo fanno con ulteriori zoom della MastCam-Z e con la SuperCam, quest’ultima impiegata anche con il suo laser vaporizzatore per indagare la chimica del masso.

Atoko Point nel dettaglio catturato dalla Left MastCam-Z, Sol 1162. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras
Unione di tre immagini di SuperCam RMI, Sol 1162. NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/Piras

Finalmente Bright Angel!

Dopo l’osservazione di Mount Washburn Perseverance non ha fatto altre tappe e ha proceduto spedito prima leggermente verso nord a toccare “Tuff Cliff” e poi verso ovest attraversando “Cedar Ridge” fino all’arrivo alla destinazione finale: Bright Angel.

Immagine NavCam del Sol 1172. Ci troviamo all’interno di Neretva Vallis e guardiamo verso ovest. A destra si intuisce Bright Angel appena alle pendici del rilievo. NASA/JPL-Caltech

È questo il nome che gli scienziati hanno dato all’area al confine ovest dell’Unità Marginale e parzialmente inglobata in Neretva Vallis. Ben visibile anche dalle immagini satellitari grazie al suo colore chiaro che spicca rispetto alle zone circostanti, era nel mirino dei ricercatori ancora prima che la missione del rover iniziasse nel 2021. Le rocce chiare che costituiscono Bright Angel potrebbero essere sedimenti che nel tempo si sono accumulato e hanno formato il canale o materiale ancora più antico, esposto dall’azione erosiva dell’acqua.

Perseverance arriva alla base dell’affioramento intorno al 10 giugno. Le prime immagini stupiscono i geologi e l’intero team scientifico: le rocce presentano strutture stratificate con bordi taglienti che richiamano alla mente vene minerali, simili a quelle osservate mesi fa alla base del cono alluvionale con la differenza che qui sono molto più abbondanti. Ci sono anche alcuni piccoli sassi raggruppati tra loro che presentano delle piccole sfere in superficie. Il team ci mette poco a inventare un’analogia per queste strutture che vengono scherzosamente definite “simili a popcorn”. La visione d’insieme suggerisce che in questa regione scorresse acqua di falda.

Le strutture a “popcorn” di Bright Angel osservate da Perseverance nel Sol 1175, Left MastCam-Z. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras
Sottilissimi scaglie di roccia emergono dalla sabbia e proiettano al suolo le proprie ombre frastagliate. Right MastCam-Z nel Sol 1182. NASA/JPL-Caltech/ASU/Piras

Nei Sol successivi Perseverance è risalito verso nord di qualche decina di metri documentando il paesaggio circostante e la chimica delle rocce con analisi spettrali. Nei Sol 1179 e 1191 (13 e 26 giugno) si è poi proceduto a due distinte fresature di basamenti al suolo, a non troppa distanza l’uno dall’altro.

Fresatura eseguita da Perseverance nel Sol 1191. NASA/JPL-Caltech/Piras
Osservazione dell’abrasione con la camera WATSON, Sol 1191. NASA/JPL-Caltech/Piras

Vedremo se prima di proseguire le esplorazioni il rover, che nel frattempo è praticamente stazionario da alcune settimane, verrà programmato anche per un nuovo prelievo. La regione attualmente in esplorazione è un tesoro per i geologi tra lastre erose dall’acqua, concrezioni di olivina e vene minerali che tagliano in due i massi al suolo.

Credo che siamo in tanti a non vedere l’ora di leggere le analisi degli scienziati al lavoro nella missione del rover non appena saranno disponibil! E come sempre troverete sulle pagine di Coelum Astronomia una completa e rigorosa sintesi delle evidenze risultanti, perciò continuate a seguire questa rubrica web e la sua gemella sulla rivista cartacea.

Riguardo a Perseverance, una volta terminati i lavori in quest’area tornerà sul versante sud del canale in direzione di “Serpentine Rapids” per poi continuare a percorrere Neretva Vallis verso ovest.

Breve avanzamento di Perseverance all’interno di Bright Angel e posizione aggiornata al Sol 2104 (9 luglio)

La CME di maggio: i risultati scientifici

Nel precedente appuntamento della rubrica avevamo visto che l’orbiter MAVEN e il rover Curiosity si stessero preparando all’analisi delle espulsioni di massa coronale originate dalla macchia solare AR3664.

Le rilevazioni più importanti dei due apparati statunitensi non hanno però riguardato le CME legate al brillamento di classe X3.8 dell’11 maggio (quello direttamente responsabile delle aurore documentate sulla Terra sino a latitudini tropicali) e neppure il brillamento X8.79 del 14 maggio.

Un terzo brillamento di intensità ancora maggiore è avvenuto il 20 maggio quando la macchia AR3664 era ormai sparita dal disco solare visibile dalla Terra ma è stata rilevata e misurata nella sua intensità dal satellite NASA-ESA Solar Orbiter. La potenza stimata è stata X12, rendendo questo l’evento più energetico misurato dal novembre 2003.

Sulla superficie di Marte i tecnici di Curiosity si sono fatti trovare pronti con lo strumento Radiation Assessment Detector (RAD), ma non solo. Il rilevatore di particelle del rover ha misurato una quantità di radiazioni al suolo pari a 8.1 millisievert, equivalenti all’incirca a 30 radiografie al torace. Pur non rappresentando una dose letale per un astronauta che si fosse trovato senza adeguate schermature su Marte, è tuttavia la massima rilevazione mai misurata da Curiosity nei suoi 12 anni di operazioni.

Altre analisi di Curiosity hanno impiegato degli strumenti ottici, ovvero MastCam e NavCam. Queste ultime hanno monitorato il paesaggio marziano e documentano l’interazione delle particelle cariche con i fotorilevatori del sensore CCD. Il risultato è rumore digitale che dà luogo a una specie di “neve”. Nelle immagini acquisite si notano persino intere strisciate, generate da singole particelle che hanno percorso il piano del sensore eccitando molteplici pixel.

Immagine NavCam del 20 maggio, Sol 4190. NASA/JPL-Caltech

Le osservazioni con le MastCam sono state invece un po’ diverse a partire dal fatto che si sono svolte durante la notte e hanno cercato di rilevare l’emissione ottica del vento solare, ovvero l’aurora. La ricerca di questa debolissima traccia giustifica le acquisizioni descritte in News da Marte #29 che, a una prima occhiata, poteva sembrare avessero poco senso. Ma abbiamo fatto bene a non giungere a conclusioni affrettate e riservarci di tornare in seguito sulla loro analisi.

Le aurore su Marte

Sul Pianeta Rosso, a causa dell’assenza di un campo magnetico globale, l’interazione tra le particelle cariche e l’atmosfera non è concentrata sui poli come sulla Terra ma genera fenomeni differenti. Uno tra questi è noto con il nome di aurora diffusa e si manifesta a livello planetario come un bagliore nell’emisfero al buio in specifiche linee di emissione nell’ultravioletto a cavallo tra 130.4 e 297.2 nanometri dovute ad anidride carbonica, monossido di carbonio e ossigeno atomico. Le lunghezze d’onda interessate sarebbero perciò esterne alle bande passanti dei filtri di Curiosity che arrivano al massimo a circa 420 nm, corrispondenti al limite inferiore della banda del colore blu. Recentissimi studi hanno però confermato l’esistenza finora solo teorizzata di un’emissione aggiuntiva legata all’ossigeno localizzata a 557.7 nm, nella lunghezza d’onda del colore verde e perciò in piena banda visibile. È un risultato attualmente ancora in fase di pre-print e che dovrebbe venir presentato tra un paio di settimane alla decima International Conference on Mars a Pasadena, California, e che sfrutta le rilevazioni eseguite con le camere di Perseverance. Le tecniche di analisi sono estremamente interessanti e meritano una descrizione nel paragrafo finale di questo articolo.

In orbita marziana era contemporaneamente al lavoro MAVEN che ha rilevato il fenomeno già menzionato delle aurore diffuse nell’intero emisfero in ombra mentre il pianeta veniva investito dalle particelle solari. Durante le osservazioni, eseguite dal 14 al 20 maggio, la sonda parrebbe aver rilevato anche un’altra tipologia di fenomeno chiamato aurora discreta. Queste ultime sono generate dall’interazione del vento solare con le aree, piccole e sparpagliate soprattutto nell’emisfero sud di Marte, in cui si conserva un intenso magnetismo crostale. Si tratta di regioni di crosta raffreddatesi quando ancora il pianeta aveva un magnetismo globale che si è così conservato nelle rocce. Queste regioni non sono state in seguito bersagliate da grandi impatti meteorici che, alzando la temperatura oltre la soglia per cui la roccia perde le proprietà magnetiche (temperatura di Curie), hanno fatto sì che gran parte della superficie di Marte perdesse anche questo magnetismo residuo. Ma nelle aree dove ancora si conserva è talmente intenso da guidare la formazione di aurore estremamente localizzate.

Rilevazione del 20 maggio di MAVEN nell’emisfero notturno di Marte con lo strumento sensibile all’ultravioletto. NASA/University of Colorado/LASP

Per completare la trattazione vale la pena menzionare un ulteriore tipo di aurora marziana: a quelle diffuse e quelle discrete si aggiungono le aurore protoniche (scoperte da MAVEN nel 2018) che riguardano l’emisfero illuminato.

Nel 2022 la sonda emiratina Hope ha invece rilevato per la prima volta un potenziale quarto tipo di aurora (definito come sinuosa discreta) la cui emissione osservata nell’ultravioletto si distendeva per una grande porzione dell’emisfero marziano in ombra. La spiegazione per questo nuovo fenomeno non è al momento chiara perché mostra caratteristiche simili a quelle delle aurore discrete, ovvero una precisa localizzazione, sebbene sia apparentemente generata dagli stessi meccanismi delle aurore globali. I prossimi mesi di attività solare e le osservazioni che seguiranno aiuteranno a far chiarezza.

Emirates Mars Mission

L’aurora nel visibile di Perseverance

Il 15 marzo un flare di intensità C4.9 (quindi circa 90 volte inferiore rispetto al fenomeno X3.8 legato alle aurore terrestri di maggio) originato dalla macchia solare AR3599 ha generato un’espulsione di massa coronale interplanetaria che ha viaggiato sino a Marte. Nel paper intitolato First Detection Of Visible-Wavelength Aurora On Mars (Knutsen, McConnochie, Lemmon et al., 2024) vengono riportati i risultati del quarto tentativo, stavolta riuscito, di rilevare un’aurora diffusa direttamente dalla superficie di Marte e, per la prima volta in assoluto, dell’emissione a 557.7 nm dell’ossigeno atomico responsabile della tinta verde comune anche alle aurore terrestri. Per farlo gli scienziati sono ricorsi a Perseverance e allo spettrometro della SuperCam, dotato tra le altre cose di un amplificatore ottico nell’intervallo 535-853 nm utile per aumentare l’intensità della debole emissione d’interesse. 

L’ora di arrivo della tempesta solare ha rispettato le previsioni e l’impatto con Marte è stato confermato anche da un incremento di errori nella memoria della sonda Mars Express di un fattore 4. Le osservazioni spettrali di Perseverance sono partite alle 00:34 del Sol 1094 e, dopo aver compensato il rumore di fondo e applicato gli opportuni filtraggi, mostra in modo eloquente il picco di luce alla lunghezza d’onda attesa.

In nero la media delle acquisizioni spettrali della SuperCam e in verde la curva di miglior adattamento. In basso in rosso il rumore residuo. Knutsen, McConnochie, Lemmon et al.

Al termine delle rilevazioni con la SuperCam, Perseverance ha eseguito acquisizioni anche con le MastCam-Z utilizzando i filtri RBG con cui produce le immagini nello spettro visibile. Nonostante la presenza in cielo del luminoso Fobos che ha aggiunto una tinta giallo-arancio alle immagini, al termine delle compensazioni anche le immagini della MastCam-Z hanno mostrato un eccesso di radiazione nel canale verde. 

I ricercatori hanno concluso che l’evento CME studiato ha prodotto un’emissione con intensità stimata di 93 Rayleigh (unità di misura per il flusso luminoso). Le rilevazioni oggetto di studio sono state parzialmente degradate dalla presenza di polveri in sospensione nell’atmosfera che hanno ridotto la luminosità dell’evento, ma si ritiene che in condizioni atmosferiche migliori o nel caso di CME di poco più potenti si potrebbe raggiungere la soglia di visibilità umana. Quindi, un giorno, astronauti e astronaute potrebbero vedere con i loro occhi aurore su Marte.

SHERLOC è di nuovo operativa

La comunicazione ufficiale è arrivata il 17 giugno attraverso gli aggiornamenti resi disponibili dalla NASA e conferma ciò che su queste pagine avevamo già ipotizzato a metà maggio in News da Marte #28. Succede spesso che nelle immagini grezze si nascondano piccole anticipazioni su ciò che verrà narrato più tardi nelle cronache dei rover…

Sono state proprio le immagini acquisite l’11 maggio che hanno confermato la ripresa funzionalità della camera SHERLOC che a inizio gennaio era rimasta con lo sportellino di protezione della lente bloccato in posizione socchiusa.

Posizione della camera SHERLOC ACI sulla torretta del braccio robotico, Sol 1044. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

I tentativi di ripristinare la funzionalità del piccolo motore che aziona lo sportellino, che permette inoltre il fondamentale controllo della messa a fuoco, hanno avuto parziale successo nel corso dei mesi di lavoro. I tecnici hanno scaldato l’attuatore coinvolto, hanno azionato il trapano nel tentativo di smuovere granelli di polvere che potessero ostacolare il movimento di apertura, eseguito particolari acrobazie con il braccio robotico…

Non si sa di preciso quale di queste azioni sia stata risolutiva, ma alla fine i tecnici sono riusciti ad aprire lo sportellino quanto bastava per non ostruire più la lente di SHERLOC che è sia una camera che uno spettrometro. Il motore non era però in grado di muoversi liberamente e perciò una precisa messa a fuoco era ancora impossibile da ottenere. È servito un piano B.

Se l’obiettivo fotografico non può agire sulla messa a fuoco allora si può intervenire avvicinando o allontanando la camera al soggetto. Sfruttando l’estrema precisione dei movimenti del braccio robotico, capace di spostamenti minimi di 0.25 millimetri, i tecnici hanno eseguito un test sul target di calibrazione di SHERLOC individuando in 40 mm la distanza dal soggetto per ottenere una precisa messa a fuoco.

La prima immagine nuovamente a fuoco di SHERLOC viene acquisita nel Sol 1047. NASA/JPL-Caltech/Piras

Per il primo test vero e proprio su una roccia bisogna aspettare qualche giorno marziano, il Sol 1153. Il risultato dà esito positivo.

18 maggio, Perseverance fotografa di nuovo una roccia con SHERLOC ACI. NASA/JPL-Caltech

Quasi un mese dopo, il 17 giugno, si presenta l’occasione di testare anche lo spettrometro di SHERLOC. Anche questo test ha successo, e la NASA può così dichiarare ufficialmente riuscito un debug hardware eseguito su un apparato distante centinaia di milioni di km. Pur con la limitazione di non poter agire sulla messa a fuoco diretta tramite l’obiettivo, Perseverance continuerà a produrre dati di immutata qualità scientifica con SHERLOC. Avanti tutta!

Anche per questo appuntamento è tutto, alla prossima!

Bentornati su Marte nella sezione News da Marte #29!

Questo aggiornamento sulle attività dei rover NASA sarà un po’ più mirato del solito e si focalizzerà principalmente su due tipi di tempeste, di sabbia e solari, e le loro conseguenze. Nella seconda parte ci divertiremo poi a indagare il Sole grazie all’occhio acutissimo di Perseverance. Si parte!

Il massimo del ciclo solare

Maggio è stato un mese di grandissimo interesse per chi si occupa di scienza del Sole. Ci avviciniamo al picco di attività della nostra stella all’interno del ciclo di 11 anni, e gli strepitosi fenomeni di aurore e SAR osservati sulla Terra sino a latitudini tropicali ne sono stati la prova. Su Marte la NASA non si farà trovare impreparata in quanto ha due apparati pronti non solo per rilevare ma anche misurare l’intensità delle eruzioni solari e i fenomeni che ne conseguono.

MAVEN

Il primo di questi apparati si trova in orbita ed è la sonda MAVEN, acronimo di Mars Atmosphere and Volatile Evolution. La missione del satellite, iniziata nel settembre 2014, è focalizzata sulla misurazione della fuga dell’atmosfera di Marte, cercare di comprenderne l’evoluzione nel tempo e da qui dedurre quale fosse il clima del pianeta nel suo passato.

NASA/GFSC

Non è poi un caso che MAVEN sia progettata anche per rilevare radiazioni e influenza del vento solare; infatti i picchi di attività della nostra stella, su un pianeta privo di campo magnetico globale come Marte, riescono a soffiare via l’atmosfera durante tempeste solari particolarmente violente. I modelli climatici prevedono che le stagioni marziane più calde, oltre a produrre le celebri tempeste di sabbia che talvolta arrivano ad avvolgere l’interno pianeta, riscaldino e “gonfino” significativamente l’atmosfera. In essa si trova miscelato anche il vapore acqueo che sublima dai ghiacci e che viene così investito dal vento solare e disperso nello spazio. Questo processo, ripetuto nel corso di miliardi di anni, potrebbe aver avuto il potenziale di trasformare un mondo umido nell’attuale deserto arido che è Marte. Un cruciale fattore di riscaldamento globale del pianeta giunge dal suo posizionamento in perielio, punto di massima vicinanza al Sole. L’orbita di Marte ha una marcata eccentricità e questo fa sì che nel punto di perielio il pianeta riceva quasi il 50% di radiazione e calore in più rispetto all’afelio. La stagione delle tempeste di sabbia è attualmente in corso. Siamo infatti a ridosso del perielio (avvenuto l’8 maggio) e quest’anno in concomitanza, come detto, di un periodo di intensa attività solare. MAVEN sta sfruttando questa sovrapposizione di eventi per compiere studi alla ricerca di conferme sperimentali sulla validità delle teorie attuali sulla fuga dell’atmosfera.

Curiosity

Il secondo apparato messo in campo dalla NASA per studiare gli attuali picchi di attività solare è il rover Curiosity. Insieme agli strumenti per l’analisi chimica delle rocce e le numerose camere, il robot monta sulla propria plancia uno strumento chiamato RAD. Il nome è l’acronimo di Radiation Assessment Detector e si tratta di un rilevatore di particelle altamente energetiche.

NASA/JPL-Caltech/MSSS

RAD studia la radiazione solare che filtra nell’atmosfera e colpisce la superficie di Marte. Queste particelle hanno sufficiente energia per spezzare le molecole organiche, inducendo dei processi che danneggiano le eventuali tracce fossili di vita batterica che rappresentano gli attuali obiettivi di studio sul Pianeta Rosso. Ma gli scopi di RAD non si fermano qui: lo strumento sta fornendo indicazioni sulle schermature di cui i futuri habitat umani dovranno essere dotati per fornire un sufficiente livello di sicurezza ai primi astronauti che metteranno piede su Marte. Prima ancora dell’atterraggio sul pianeta nel 2012 a bordo di Curiosity, RAD ha misurato la radiazione nello spazio interplanetario, anche in questo caso con lo scopo di quantificare la pericolosità di un viaggio spaziale per un equipaggio. Gli strumenti di MAVEN e il RAD di Curiosity si completano a vicenda, potremmo dire: i detector del satellite sono sensibili alle radiazioni a bassa energia mentre RAD rileva quelle estremamente più energetiche che riescono a penetrare l’atmosfera e arrivare sino alla superficie. Per questa ragione capita che i team del rover e della sonda lavorino fianco a fianco per caratterizzare da prospettive differenti un medesimo evento solare. Vedremo probabilmente in uscita nei prossimi mesi qualche news o paper scientifico basato sulle rilevazioni che questi due apparati stanno portando avanti.

A caccia dell’aurora

Il 14 maggio la macchia solare AR3664, balzata ai proverbiali onori delle cronache in quanto responsabile pochi giorni prima delle aurore più potenti dal 2003 a oggi, era ormai sul bordo orientale del Sole. Forse intenzionata a dare un saluto memorabile alla Terra, quel giorno ha prodotto un flare di classe X8.79, il più potente del Ciclo Solare 25.

news da marte
Immagine a 131 Å del satellite Solar Dynamics Observatory. NASA/SDO/AIA team

Ma mentre la conseguente espulsione di massa coronale non ha interessato la Terra a causa della posizione al confine del disco solare, AR3664 era orientata in direzione di Marte. Sul Pianeta Rosso, a causa dell’assenza di un campo magnetico, l’interazione tra le particelle cariche del vento solare e l’atmosfera non è concentrata sui poli come sulla Terra ma appare come un’aurora diffusa globale. Gli aggiornamenti NASA sulle attività del rover Curiosity riportano che i tecnici abbiano deciso qualche giorno dopo la CME di svolgere un’osservazione notturna del cielo con le MastCam del rover alla ricerca dell’elusivo bagliore aurorale. L’attività è stata eseguita nella tarda serata del Sol 4189, producendo complessivamente 24 immagini a lunga esposizione (12 per ciascuna camera) a intervalli di 105 secondi che sono state rese disponibili nelle pagine dedicate alle foto grezze. Nel database NASA non ho purtroppo trovato disponibili dei dark frame per rimuovere il rumore digitale dei sensori e provare così a ripulire le immagini. Ogni tentativo di elaborazione di queste foto è stato inutile e tutto ciò che si vede è il disturbo di acquisizione che sovrasta anche l’eventuale segnale prodotto dalle stelle. Da parte mia non posso fare assunzioni se queste riprese abbiano avuto successo, vedremo in future news ufficiali quali siano stati i risultati.

News da Marte
Una delle 24 immagini notturne acquisite da Curiosity nel Sol 4189. Right MastCam. NASA/JPL-Caltech/MSSS

C’è da aggiungere che, nonostante queste foto siano state scattate sia dalla MastCam di destra che da quella di sinistra, probabilmente solo la Left ci avrebbe permesso di apprezzare il fenomeno astronomico dell’aurora grazie alla lunghezza focale di 34 mm opposta al 100 mm della Right. Dal punto di vista della tecnica fotografica un teleobiettivo è estremamente limitante qualora si vogliano osservare ampie parti del cielo come sarebbe stato opportuno in questo caso. Ma da settembre 2023 la Left MastCam continua a presentare il problema della ruota portafiltri bloccata a metà del filtro trasparente L0 (problema descritto per la prima volta in News da Marte #23). Attualmente i tecnici stanno continuando a impiegare la camera con l’accorgimento di scaricare perlopiù solo dei ritagli delle foto per non sprecare risorse con le porzioni oscurate delle immagini.

Foto del Sol 4191 della Left MastCam di Curiosity. NASA/JPL-Caltech/MSSS  
Simulazione del ritaglio a cui le immagini della Left MastCam vengono attualmente sottoposte. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras
News da Marte
Recente immagine della Left MastCam con il ritaglio descritto. NASA/JPL-Caltech/MSSS

Nuove osservazioni solari di Perseverance

Curiosity non è stato l’unico rover che a maggio ha guardato il cielo di Marte. Anche Perseverance è stato impegnato in osservazioni con il naso all’insù, sia solari che stellari. Come visto in passato su queste pagine, le rilevazioni solari sono permesse dalle MastCam-Z, la coppia di camere montate sulla testa (da qui il termine Mast) del rover e dotate di uno zoom (da qui la lettera Z) con escursione 26-110 mm che si differenziano dalle focali fisse di Curiosity. Ciascuna camera monta una ruota di filtri con cui isolare specifiche lunghezze d’onda nello spettro, in modo da capire esattamente quali specie minerali siano più abbondanti in determinate rocce. Tra questi filtri ce ne sono anche due solari, con i quali il rover osserva quasi quotidianamente il Sole per studiare quante polveri siano presenti in sospensione nell’atmosfera e di conseguenza stimare il parametro dello spessore ottico indicato con la lettera greca tau. Alle migliaia di foto scattate da scienziati e semplici appassionati alla macchia AR3664 menzionata nelle cronache di Curiosity, è doveroso per noi esploratori marziani aggiungere le riprese eseguite da Perseverance. Questa macchia, talmente grande da essere stata visibile persino a occhio nudo (ma sempre, ricordo, con gli opportuni filtri), alla sua massima dimensione si è estesa su una lunghezza pari a quasi 18 Terre una a fianco all’altra.

Il Sole visto da Marte il 12 maggio

Tra le immagini che ho selezionato per l’articolo la prima è stata acquisita il 12 maggio (Sol 1147) quindi all’indomani dei fenomeni aurorali estremi. Quando ormai sulla Terra AR3664 si accingeva a tramontare sul lato orientale del disco solare (come illustrato nell’immagine di SDO) su Marte la macchia aveva da poco iniziato a dare bella mostra di sé.

News da Marte
Foto della Left MastCam-Z del 12 maggio, Sol 1147. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras  
Il Sole del 12 maggio visto dallo strumento Helioseismic Magnetic Imager a bordo del satellite SDO. NASA/SDO/HMI team/SpaceWeatherLive

Vale la pena tornare un po’ indietro nel tempo con le immagini del satellite SDO della NASA e ripescare un’acquisizione dello strumento Helioseismic Magnetic Imager datata 4 maggio. In essa si riconosce quasi perfettamente la configurazione di macchie solari che 8 giorni dopo, in seguito alla rotazione della superficie della nostra stella, era rivolta verso Marte.

Immagine del 4 maggio. NASA/SDO/HMI team/SpaceWeatherLive

Il Sole visto da Marte il 14 maggio

11 ore prima che AR3664 producesse l’impressionante brillamento con intensità X8.79 menzionato a inizio articolo, Perseverance aveva fotografato ancora una volta il Sole. L’immagine risultante conferma l’ottimo allineamento della macchia solare in direzione di Marte e ci lascia a fantasticare su quali aurore l’eruzione avrebbe potuto produrre sulla Terra se fosse avvenuta pochi giorni prima!

NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras

Rotazione solare: animazione

Le ultime immagini sul tema che desidero mostrarvi sono due animazioni realizzate a partire dalle foto solari di Perseverance dal 30 aprile al 22 maggio. I frame della prima gif sono quelli originali così come scaricati dalle pagine NASA, con l’unico accorgimento di aver centrato l’inquadratura sul Sole. Si notano i pixel colorati dovuti al rumore digitale del sensore, l’inclinazione variabile del Sole in base all’ora a cui le foto sono state scattate e soprattutto la mutevole luminosità legata a quanta polvere fosse presente in atmosfera.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

Ho quindi sottoposto i frame alla pulizia dagli hot pixel, uniformato l’esposizione e corretto l’inclinazione del disco in modo da rendere fluida la rotazione. Questo è il ben più gradevole risultato.

NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

Ma questa polvere nell’aria che la sta facendo da padrona…si riesce a vedere? Come spesso avviene, un’immagine vale più di mille parole. Ecco una foto realizzata dalla camera di navigazione di Perseverance che illustra come i rilievi all’orizzonte quasi svaniscano a causa dell’oscuramento atmosferico.

Ripresa con la Left NavCam nel Sol 1158, 23 maggio. In basso c’è un ritaglio della porzione superiore della stessa foto. NASA/JPL-Caltech/Piras

Astrofotografia da Marte

Apparentemente non legato all’osservazione di particolari fenomeni nei cieli marziani, nella notte del Sol 1153 Perseverance ha eseguito uno scatto a lunga esposizione con la MastCam-Z di sinistra. Stavolta, a differenza delle immagini notturne di Curiosity, i tecnici hanno prodotto anche dei rudimentali dark frame eseguendo preliminarmente degli scatti con il filtro solare che, grazie all’oscuramento estremo che fornisce, ha bloccato a sufficienza ogni potenziale luce in ingresso alla camera. Ho potuto utilizzare queste particolari immagini per provare a migliorare il light frame, ovvero la foto notturna vera e propria. L’immagine è rimasta comunque rumorosa perché ho aumentato molto il contrasto con lo scopo di evidenziare sia la scia delle stelle che parte del paesaggio. Ebbene sì, Perseverance ha osservato delle stelle all’orizzonte.

Left MastCam-Z, Sol 1153. NASA/JPL-Caltech/ASU/MSSS/Piras

I metadati dell’immagine grezza ci aiutano a collocare lo scatto esattamente in direzione ovest e questo è coerente con l’inclinazione delle stelle le quali, viste dall’emisfero nord di Marte, stanno tramontando. Con l’ausilio del software di simulazione Stellarium possiamo ricostruire il cielo visto da Perseverance inserendo data e ora della foto (le 2:49 italiane del 18 maggio). Se con un po’ di pazienza inseriamo anche le specifiche del sensore, la lunghezza focale impiegata per quest’acquisizione e inseriamo un correttivo che tenga conto dell’inclinazione del rover rispetto al terreno, troviamo un’ottima corrispondenza con il campo inquadrato dalla MastCam-Z e scopriamo l’esatta zona di cielo puntata.

Simulazione della foto notturna di Perseverance. Stellarium/Piras
Costellazione australe della Gru vista da Marte

Andando a indagare nelle immagini diurne delle NavCam acquisite in quei giorni Sol (quando Perseverance è rimasto fermo alcuni giorni nella stessa posizione) troviamo il rilievo che compare nella foto e che, dopo un’opportuna compensazione della distorsione della lente, si sovrappone abbastanza bene con lo scatto notturno.
 

La foto notturna del Sol 1153 è qui sovrapposta a un’immagine della Right NavCam del Sol 1151. NASA/JPL-Caltech/MSSS/Piras

Tutte le news su Marte sono disponibili QUI.