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Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.3)

Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
Ravagnin.

PARTE 03

Cronaca di una giornata memorabile

 a cura di Alessandro Ravagnin

La mattina del 10 Maggio,dopo aver accompagnato i bambini a scuola come normalmente faccio al venerdì prima di andare al lavoro, ho deciso di tornare a casa per una fugace occhiata al Sole. Nei giorni precedenti, il gruppo di macchie identificato con la sigla AR3664 aveva fatto sfoggio di sé e si era sviluppato in modo importante, sia nel numero di fotosferiche che nella loro configurazione magnetica. Non volevo perdere l’occasione per dare una sbirciatina a quella che per quel momento era la più grande, complessa e attiva regione del 25esimo ciclo solare. Il cielo era limpido e la nostra stella, poco dopo le 8:15 (6:15 UTC), era ancora bassa sull’orizzonte est, a circa 25° di altezza. Dopo aver aperto l’osservatorio nel giardino di casa ho montato il filtro Daystar Quark Prominence sul rifrattore Tecnosky 115/800mm, come sempre faccio quando voglio osservare la dinamica cromosfera solare nella riga H-alpha dell’idrogeno ionizzato, nonché il filtro Baader Astrosolar in testa al C11HD, per una ripresa della fotosfera in luce bianca.

Il programma di quei 15 minuti di osservazione prevedeva quindi un paio di filmati e niente più. Spesso capita dalle mie parti (ma non solo dalle mie) che nelle mattinate primaverili/estive, l’atmosfera sia abbastanza stabile nelle prime ore dell’alba, permettendo di avere un seeing discreto per riprese in alta risoluzione. Alle 6.30 UTC era tutto pronto, la strumentazione era montata, il Sole era nel campo delle due camere di ripresa, la messa a fuoco era stata effettuata. Si preannunciava una normale sessione di ripresa, ma…

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6.35

AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC
AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC

Inizio riprese con C11HD in luce bianca (foto1): il gruppo di macchie si presenta maestoso e veramente intricato; sono circa 60 e l’estensione spaziale sul disco solare è impressionante, stimabile sui 300.000km lineari circa, ossia 23 “terre” messe una accanto all’altra.

 

 

 

 

6.40

AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC
AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC

Passo alle riprese della cromosfera col rifrattore da 115mm e il filtro H-alpha: mi accorgo subito di una zona particolarmente brillante proprio in corrispondenza della AR3664 (foto2) e per curiosità andai a vedere sull’App Space Weather App il grafico con i dati in real-time della radiazione X provenienti dal satellite GOES e le immagini del telescopio spaziale SDO nella banda UV (sono fonti di dati ed immagini che utilizzo molto spesso per monitorare i brillamenti solari, che nella loro forma più energetica possono arrivare fino alla classe X).

 

 

 

6.41

Configurazione con spettroscopio montato al fuoco diretto del C11HD, con camera guida ASI432MM, camera di ripresa ASI2600MM, fenditura da 19micron e reticolo da 2400linee/mm. Sul rifrattore 115/800 è montato il Quark Prominence per le riprese della cromosfera con la ASI183MM
Configurazione con spettroscopio montato al fuoco diretto del C11HD, con camera guida ASI432MM, camera di ripresa ASI2600MM, fenditura da 19micron e reticolo da 2400linee/mm. Sul rifrattore 115/800 è montato il Quark Prominence per le riprese della cromosfera con la ASI183MM

Noto subito l’immediata partenza di un brillamento importante, la curva delle radiazioni X infatti schizza verso l’alto superando la soglia M5 (alle 6.35 era M3). Riprendo un paio di filmati da circa 60s secondi l’uno ed alle e 6.43 UTC ricontrollo nuovamente l’App: superata la soglia X1 e la curva non da cenni di smorzamento!

In un momento di frenesia incredibile (i flare X sono molto veloci e soprattutto molto rari: fino a questo momento, considerando l’ultimo ciclo solare, se ne sono registrati solamente 21). Decido di smontare l’attrezzatura dal C11HD per passare immediatamente alla configurazione “spettroscopica”. Voglio riprendere lo spettro del flare in alta risoluzione!

Con pochi istanti a disposizione per riconfigurare il tutto cerco di essere più veloce possibile: non posso  sprecare tempo. Monto il Sol’Ex col reticolo da 2400l/mm e la fenditura da 19micrometri sul fuoco del C11HD (foto3).

6.43

Fenditura ripresa dalla camera guida relativa allo spettro delle 6.48UTC
Fenditura ripresa dalla camera guida relativa allo spettro delle 6.48UTC

Centro lo spettro nella regione UV ruotando la ghiera apposita, metto a fuoco lo spettro del Sole e posiziono la fenditura sopra l’area del brillamento, sfruttando la camera di guida che mi restituisce l’immagine in luce bianca del gruppo. In luce bianca, il brillamento ovviamente non è visibile, sfrutto quindi la ripresa H-alpha fatta qualche istante fa, per avere il riferimento corretto (uso come “guida” le macchie scure, visibili in entrambe le riprese) per il posizionamento preciso della sottile strisciolina nera della fenditura sopra l’area che sta generando il flare (foto 4).

 

 

6.48

(A) Spettro ottenuto con la camera di ripresa alle 6.48UTC: si notano le forti emissioni in corrispondenza delle righe della serie di Balmer e del Calcio inionizzato nella regione UV/B dello spettro (range 3860A÷4300A); la riga orizzontale scura in basso è dovuta alla macchia solare (ombra e penombra) posizionata sotto l’area del brillamento
(A) Spettro ottenuto con la camera di ripresa alle 6.48UTC: si notano le forti emissioni in corrispondenza delle righe della serie di Balmer e del Calcio inionizzato nella regione UV/B dello spettro (range 3860A÷4300A); la riga orizzontale scura in basso è dovuta alla macchia solare (ombra e penombra) posizionata sotto l’area del brillamento
.(B) Mmostra i grafici calibrati in lambda e flusso della regione dello spettro centrata sul doppietto del Calcio inizzato, facendo una scansione verticale dello spettro di (A)
(B) Mmostra i grafici calibrati in lambda e flusso della regione dello spettro centrata sul doppietto del Calcio inizzato, facendo una scansione verticale dello spettro di (A)

Sono letteralmente “sopra” al brillamento e lo spettro mostra (foto 5a), con mia incredibile meraviglia, delle luminosissime fasce verticali che interrompono in modo irregolare le varie righe scure di assorbimento del tipico spettro solare! Cosa sono? Le righe della serie di Balmer visibili nella regione UV/B inquadrata (h-delta, h-gamma, h-epsilon, h-theta) che anziché essere in assorbimento, si presentano in emissione a causa dell’enorme energia liberata dal flare! Anche le righe del calcio ionizzato sono invertite in certi punti! Avvio il filmato e nel mentre controllo nuovamente il grafico delle radiazioni X: la curva continuava a crescere ed ha appena superato la soglia X3 (foto 5b).

6.54

Progressione delle emissioni X registrate dal Telescopio Spaziale GOES centrata sul picco del Flare
Progressione delle emissioni X registrate dal Telescopio Spaziale GOES centrata sul picco del Flare

Dopo il primo filmato decido di muovere leggermente la montatura perché le aree in emissione si sono affievolite, probabilmente per il fatto che la posizione del flare si è leggermente spostata (il plasma è in rapido movimento in questi momenti). Per ancora 4 minuti inseguo quindi l’area del brillamento, effettuando 4 riprese proprio prima del picco X, che alle 6.54UTC raggiunge la classe X3.98, la più alta registrata fino ad nell’intero 25esimo ciclo solare.

Dopo le quattro riprese spettroscopiche, torno a riprendere immediatamente la regione attiva con il 115mm e il filtro H-alpha, e poi passo nuovamente alla configurazione spettroscopica, tento questa volta una ripresa in bassa risoluzione, col reticolo da 300l/mm. Ma a questo punto, purtroppo, il flare non è più visibile nella finestra ottica del mio spettrografo (da 3700A a 8000A), nonostante nei raggi X e UV stesse ancora emettendo fortissime radiazioni.

7:13

AR3664 in H-alpha, ripresa col 115mm f/8 + IR/UV cut + Daystar Quark Prominence + ASI432MM alle 7.13UTC versione a colori e B/N.
AR3664 in H-alpha, ripresa col 115mm f/8 + IR/UV cut + Daystar Quark Prominence + ASI432MM alle 7.13UTC versione a colori e B/N.

Concludo quindi la sessione di riprese (foto7), dopo una mezz’ora di pura eccitazione astronomica e continui cambi di setup (sembro un meccanico della Ferrari durante un pit-stop!). Infine vado a lavorare, ma bramo di tornare a casa nel tardo pomeriggio per elaborare i 25 gigabyte di dati raccolti. Spero inoltre di poter ammirare la prevista aurora causata dalla CME (Espulsione di Massa Coronale) che potrebbe investire la nostra Terra in giornata!

 

 

 

 

20:32

Subito dopo cena, il cellulare inizia a squillare di continuo: gli amici segnalano cieli dipinti di rosso, in una euforia generale. Vado subito in giardino e guardo verso Nord, ma una fitta coltre di nuvole campeggia stabile sopra al Monte Grappa estendendosi fino allo Zenit (foto 8).

a lato: nuvoletta fantozziana sopra la mia testa in corrispondenza del primo picco dell’evento aurorale del 10 Maggio 2024

 

 

 

00:12

Attendo qualche ora e finalmente, subito dopo mezzanotte, il cielo si apre e con mio enorme stupore posso ammirare negli squarci fra le nuvole, un balletto di atomi di ossigeno atomico eccitato negli strati alti dell’atmosfera terrestre. Apro nuovamente l’App Space Weather Live e gli indici del tempo di perturbazione sono schizzati spaventosamente alla categoria “tempesta estrema”.

a lato: indice di tempo di perturbazione e ovale aurorale la sera del 10 maggio

 

 

 

00:15

Cielo dipinto di rosso sopra al Monte Grappa, ripreso tra le luci di Romano d’Ezzelino alle 22.30UTC del 10 Maggio 2024 con la Canon EOS modificata e obiettivo Canon 18-70mm impostato a 40mm f/3.8 (2s di posa).
Cielo dipinto di rosso sopra al Monte Grappa, ripreso tra le luci di Romano d’Ezzelino alle 22.30UTC del 10 Maggio 2024 con la Canon EOS modificata e obiettivo Canon 18-70mm impostato a 40mm f/3.8 (2s di posa).
Spettro in bassa risoluzione del cielo ottenuto col C11HD alle 22.33 UTC, si nota il picco di emissione dell’Ossigeno atomico OI centrato nella regione rossa dello spettro a 6300A nonché deboli emissioni dell’Azoto atomico NI e Azotomolecolare ionizzato una volta N2+ (spettro non calibrato in flusso).
Spettro in bassa risoluzione del cielo ottenuto col C11HD alle 22.33 UTC, si nota il picco di emissione dell’Ossigeno atomico OI centrato nella regione rossa dello spettro a 6300A nonché deboli emissioni dell’Azoto atomico NI e Azotomolecolare ionizzato una volta N2+ (spettro non calibrato in flusso).

Faccio qualche foto (foto10) e riprendo lo spettro del cielo puntando a caso verso nord, nel cuore dell’Orsa Maggiore, il C11HD è parcheggiato in posizione di riposo con lo spettroscopio in configurazione bassa risoluzione, ancora montato da stamattina (foto11).

Dopo una giornata del genere andare a letto non è stato semplice. In testa avevo gli atomi dei gas dell’atmosfera solare del flare mattutino e quelli dell’atmosfera terrestre durante l’aurora notturna. Ammetto che non ho chiuso occhio pensando a quanto bello e dinamico sia l’Universo e soprattutto il nostro Sole, che ogni giorno ci regala calore, luce ed eventi emozionanti come quello memorabile del 10 maggio. Uno spettacolo forse più unico che raro.

Riferimenti web/multimediali

https://astrotrex.wordpress.com/2024/05/10/spectrum-of-x3-98-class-flare/

https://youtu.be/Jy6hU47ovA0?si=KvkiIlcGDMiOhE8u

 

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Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.2)

L’aurora sul Lago di Misurina (BL) (Cristian Bigontina, Notti delle Dolomiti)
L’aurora sul Lago di Misurina (BL) (Cristian Bigontina, Notti delle Dolomiti)

Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
Ravagnin.

PARTE 02

Il diario di un’aurora italiana

 a cura di Alessandro Marchini direttore dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena

La notte tra il 10 e l’11 maggio un’incredibile aurora boreale si è accesa nei cieli italiani. Si è trattato di un evento assolutamente straordinario e inconsueto per le nostre latitudini.

E pensare che due anni fa, nel febbraio 2022, ero andato a caccia dell’aurora fino a Tromsø, in Norvegia, per tornare dal viaggio abbastanza deluso: il tempo era stato inclemente ed insieme al gruppo di amici che erano con me siamo riusciti a vedere le luci del nord solo per qualche istante in quattro notti di nuvole, neve e pioggia.

La debole aurora del 27 febbraio 2022
in Norvegia (Stefano Parrini)
La debole aurora del 27 febbraio 2022
in Norvegia (Stefano Parrini)

Vivo a Siena, poco fuori dal centro storico, a casa ho due finestre a nord e la sera del 10 maggio mi sono affacciato più volte a guardare il cielo in quella direzione, finché non è stato chiaro che quelle strisciate rosa che stavo vedendo, sul profilo della città e distanti dal punto del tramonto, non potevano che essere le luci di un’aurora.

Le prime avvisaglie dell’aurora sopra Siena alle 22:30 del 10 maggio
(Crediti autore)
Le prime avvisaglie dell’aurora sopra Siena alle 22:30 del 10 maggio
(Crediti autore)

Come è stato possibile che l’aurora, timida e dispettosa in Norvegia, mi avesse inseguito fino a casa, per mostrarsi in tutta la sua magnificenza? Ma soprattutto, era prevedibile un’aurora su Siena tanto da farmi affacciare continuamente alla finestra per sperare di vedere le “luci del nord” da 43 gradi di latitudine?

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Per la verità il giorno precedente e la mattina stessa avevo avvisato alcuni amici della remota eventualità di un’aurora visibile anche dalla Toscana, ma non ci speravo davvero anche perché, durante i miei 59 anni di vita e le tante notti passate col naso all’insù, non mi era mai successo di vedere un’aurora boreale da Siena.

Tutto inizia con una tempesta solare.

La teoria è nota: una potente esplosione sulla superficie del Sole, un X-flare rivolto verso la Terra, rilascia un’enorme quantità di particelle cariche che dopo 18-48 ore raggiungono il nostro pianeta e, convogliate dalle linee di forza del campo magnetico terrestre, accendono i gas dell’atmosfera intorno ai poli, in quella zona ad anello che viene definita ovale aurorale.

E’ un effetto simile a quello che conosciamo per i vecchi tubi al neon dove il passaggio della corrente elettrica eccita gli atomi del gas all’interno del tubo: quando gli atomi si diseccitano emettono fotoni, cioè luce, il cui colore dipende dal tipo di gas utilizzato.

Questo spiega anche i diversi colori delle aurore polari che dipendono dagli atomi e molecole dei gas della nostra atmosfera incontrati dal flusso di particelle cariche provenienti dal Sole.

Se l’esplosione solare è particolarmente intensa e diretta esattamente verso la Terra, l’effetto sarà maggiore: l’aurora sarà a sua volta più intensa e colorata e l’ovale aurorale potrà estendersi fino a raggiungere latitudini inconsuete.

Le aurore italiane

Nella storia del nostro paese sono molto rare le testimonianze di fenomeni aurorali: oltre al SAR (StableAuroralRedarc) del novembre 2023, si hanno immagini di aurore visibili dal nord Italia nel 2015, 2011, fino alla spettacolare aurora del 31 ottobre 2003. Nel 1989 una potente tempesta solare causò un blackout elettrico di 12 ore in alcune regioni del Nord-America e provocò un’aurora visibile anche in Italia, documentata fino a Venezia.

Ma per trovare testimonianze di aurore visibili sulla gran parte della nostra penisola dobbiamo scorrere il calendario a ritroso fino al 1939, o addirittura fino ad alcune spettacolari aurore registrate nel 1848, nel 1851 e nel 1870. Quest’ultima in particolare, vista la notte del 24-25 ottobre da tutta Italia, è di particolare interesse perché fu documentata in Sicilia con alcuni acquerelli che l’autore, il signor Montemagno di Caltagirone, inviò all’allora direttore dell’Osservatorio di Palermo Gaetano Cacciatore. Quegli acquerelli, attualmente conservati negli archivi dell’INAF di Palermo, mostrano un’impressionante somiglianza tra l’evoluzione del fenomeno del 1870 con quello, recentissimo, del 10-11 maggio.

A sinistra tre acquerelli (tavole 3, 4 e 5) realizzati dal signor Montemagno
di Caltagirone per documentare l’aurora vista dalla Sicilia nel 1870, a
destra tre fotografie dell’aurora del 2024 riprese da Siena.
(Crediti acquerelli: INAF Osservatorio di Palermo. Foto: AM).
A sinistra tre acquerelli (tavole 3, 4 e 5) realizzati dal signor Montemagno
di Caltagirone per documentare l’aurora vista dalla Sicilia nel 1870, a
destra tre fotografie dell’aurora del 2024 riprese da Siena.
(Crediti acquerelli: INAF Osservatorio di Palermo. Foto: AM).

Se il Signor Montemagno di Caltagirone la seppe dipingere, c’è chi seppe descriverne le emozioni: la poesia “L’aurora boreale” di Giovanni Pascoli fu ispirata dall’evento del 1870 a cuiil poetapoté assistere quando, adolescente, frequentava il collego dei Padri Scolopi di Urbino.

L’attività solare, il motore delle aurore

La tecnologia attualmente a nostra disposizione ci permette di osservare il Sole per studiarne i fenomeni superficiali.

All’osservatorio astronomico dell’Università di Siena dove lavoro, utilizziamo un piccolo telescopio solare per spiegare un po’ di fisica della nostra stella agli studenti universitari e a quelli delle scuole che svolgono con noi percorsi didattici di astronomia. Con quello strumento possiamo osservare le regioni attive, le zone della superficie del Sole dove sono presenti le macchie solari da cui possono sollevarsi le protuberanze o sprigionarsi i brillamenti: questi fenomeni esplosivi, i flare, sono il vero motore delle aurore.

Macchie solari e protuberanze, fenomeni sulla
superficie del Sole ripresi col telescopio solare
dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di
Siena (Claudio Vallerani)
Macchie solari e protuberanze, fenomeni sulla
superficie del Sole ripresi col telescopio solare
dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di
Siena (Claudio Vallerani)

Ci sono anche siti internet di telescopi spaziali dedicati al Sole che chiunque può consultare per avere immagini dell’attività solare molto più dettagliate di quelle del nostro telescopio, ad esempio il sito del Solar Dynamics Observatory(SDO) della NASA (sdo.gsfc.nasa.gov). Su questo sito il 7-8 maggio avevo potuto notare la presenza di un grande gruppo di macchie solari nella zona centrale del Sole, quindi orientato verso la Terra: era la regione attiva 3664.

Il Sole visto dal telescopio spaziale SDO l’8 maggio scorso con due filtri differenti.
Nell’immagine a sinistra si nota, al centro del Sole, il grande gruppo di
macchie della regione attiva 3664, a destra un potente brillamento sprigionatosi
da quella stessa zona.
Il Sole visto dal telescopio spaziale SDO l’8 maggio scorso con due filtri differenti.
Nell’immagine a sinistra si nota, al centro del Sole, il grande gruppo di
macchie della regione attiva 3664, a destra un potente brillamento sprigionatosi
da quella stessa zona.

Ci sono anche siti internet dove è possibile controllare l’intensità dei flare e la previsione della loro interazione col campo magnetico terrestre.

I flare sono classificati in cinque grandi classi, A, B, C, M e X, in base alla potenza crescente (su base logaritmica) di emissione di raggi X. I flare di classe X sono spesso associati a espulsioni di massa coronale (CME, Coronal Mass Ejection); queste potenti esplosioni solari possono causare tempeste geomagnetiche di maggiore intensità, capaci di provocare dei “radio blackout” mandando in tilt i satelliti in orbita intorno alla Terra. E di innescare aurore molto intense.Un sito dove controllare se si sono verificati i flare è quello di SpaceWeatherLive (www.spaceweatherlive.com).

Oltre ad avere indicazione della potenza diun flare solare, è possibile prevedere quanto sarà intenso il suo effetto, cioè la tempesta geomagnetica (geomagneticstorm) che provocherà se raggiungerà la Terra, interagendo con l’atmosfera. In questo caso la scala va da G 1, per piccole intensità, fino a G 5 per le tempeste geomagnetiche estremamente potenti. Un sito consultabile per conoscere l’attività geomagnetica è quello dello Space WeatherPrediction Center, un servizio della National Oceanic and AtmosphericAdministraion(www.swpc.noaa.gov).

La teoria è nota, ma poter prevedere un’aurora boreale visibile dall’Italia è del tutto aleatorio

Bene, è ormai chiaro che per avere un’intensa aurora polare servono alcuni ingredienti chiave: un flare, un’esplosione solare possibilmente di classe X, seguito da un’espulsione di massa coronale diretta verso la Terra che causi una tempesta geomagnetica sulla nostra atmosfera.

Ma il valore che più di ogni altro può dirci quanta probabilità avremo di vedere un’aurora è l’indice dell’attività geomagnetica che viene misuratocontinuamente da magnetometri terrestri posizionatiin molte località del mondo. Si tratta dell’indice Kp che può avere valori da 0, quando non c’è attività geomagnetica, a 9, quando l’attività è massima. Uno dei siti di riferimento è ancora lo Space WeatherLive, alla pagina “Aurora forecast” (www.spaceweatherlive.com/en/auroral-activity/aurora-forecast.html).I cacciatori di aurore si fregano le mani quando leggono, per le loro latitudini, un indice Kp da 7 a 9!

A quel punto si guarda l’ultima, importante previsione: quella a brevissimo termine dell’estensione e dell’intensità dell’ovale aurorale. Uno dei siti di riferimento è quello dello Space WeatherPrediction Center della NOAA, alla pagina www.swpc.noaa.gov/products/aurora-30-minute-forecast. L’immagine mostra la previsione dell’ovale nei successivi 30 minuti sui due emisferi, con una scala di colori inequivocabile: in assenza di attività geomagnetica l’ovale è sottile, verde semitrasparente, quando invece c’è una tempesta in atto l’ovale si allarga e si colora di giallo e di rosso, in base all’intensità.

L’aurora italiana del 10-11 maggio 2024

Consultando i siti già menzionati, l’8 e il 9maggio ho potuto vedere che erano stati registrati alcuniX-flarein successione, seguiti da altrettante espulsioni di massa coronale. Per questo motivo la mattina del 9 ho controllato le previsioni dell’indice Kpper le medie latitudini, che erano sorprendenti: per la notte tra il 10 e l’11 maggio l’indice era previsto tra valori di 8 e 9, come non l’avevo mai visto.

La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11
maggio (spaceweatherlive.com)
La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11
maggio (spaceweatherlive.com)

La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11 maggio (spaceweatherlive.com)

La mattina del 10 ho controllato le previsioni meteo, sperando che quella sera il cielo fosse sereno, e ho avvisato alcuni amici di guardare verso nord nella speranza di vedere, dall’Italia, le luci dell’aurora boreale. Ovviamente mi hanno preso per matto…

Ma quella sera, poco dopo le 22, è iniziato lo spettacolo.

Il cielo era sereno e dalla finestra a nord ho cominciato a vedere delle stranissime striature rosa-fucsia. Ho preso subito la macchina fotografica, ho impostato 5 secondi di esposizione e l’ho appoggiata sul davanzale: già la prima foto confermava che sopra al profilo medievale di Siena si stava accendendo l’aurora. Ho subito avvisato via WhatsApp tutti gli amici che mi sono venuti in mente, i vari gruppi di astrofili di cui faccio parte e ho pubblicato la prima, inequivocabile foto dell’aurora sui profili social dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena.

Da quel momento è stato un susseguirsi di emozioni, con le luci del nord che cambiavano lentamente ma continuamente di forma e intensità. Probabilmente nella prima ora abbiamo osservato un SAR (Stable Auroral Redarc) che si è lentamente spento intorno alle 23:30.

A mezzanotte pensavo fosse finito lo spettacolo ma prima di togliere la macchina fotografica dalla finestra ho consultato la previsione dell’ovale aurorale…

 
La previsione per le 0:26 italiane dell’11 maggio, con l’ovale aurorale che arriva a sfiorare l’Italia (nel riquadro bianco).

La previsione per le 0:26 italiane dell’11 maggio, con l’ovale aurorale che arriva a sfiorare l’Italia (nel riquadro bianco).

Ho lasciato la macchina fotografica sul davanzale e a mezzanotte e mezza si è riaccesa un’aurora ancor più spettacolare. Anche a occhio nudo, nonostante le luci della città, vedevo colonne di luce grigio-violacee, le foto a lunga esposizione ovviamente le mostravano decisamente viola e molto più colorate. Era meraviglioso vedere le luci danzanti dell’aurora sopra il cielo della mia città, colonne luminose viola con sotto, in alcuni momenti, delle striature grigio-verdi tipiche di questi fenomeni.

Nel frattempo cominciavo a essere sommerso dalle foto degli amici toscani e, sui social dell’Osservatorio, da tante altre foto praticamente da tutta Italia.

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#NotHaarp!

E’ stata un’esperienza fantastica, rovinata soloda valanghe di commenti sui nostri social di alcuni complottisti che ormai non riescono a godersi un fenomeno naturale, noto fin dall’antichità, ma cercano di trovare cause artificiali, come l’esperimento HAARP (High Frequency Active AuroralResearch Program) che nasce nel 1993 in Alaska come installazione militare per lo studio della ionosfera. Dismessa nel 2013 e rivenduta per uso civile nel 2015, adesso è gestita dall’Università di Fairbanks ed è una struttura visitabile da chiunque, comprese le scuole che spesso ci vanno in gita di istruzione.Parliamo di una installazione che può simulare gli effetti di disturbo che una tempesta solare può provocare sulle telecomunicazioni, o aiutare a costruire modelli accurati di ciò che accade nella ionosfera, rendendo la struttura un ottimo laboratorio di ricerca utilizzato da enti e università di tutto il mondo.Il raggio massimo raggiunto da esperimenti simili raggiunge al massimo 500 Km, peraltro senza alcuna conseguenza.

L’esperimento HAARP tirato in ballo dagli amanti del complotto utilizza potenze ridicole (pochi megawatt) rispetto a quelle di una tempesta solare (centinaia di gigawatt) e non può produrre aurore artificiali visibili in mezzo mondo come quella, naturale, del 10 maggio scorso, vista persino nell’emisfero sud, in Nuova Zelanda. L’Università di Fairbanks, travolta dal clamore mediatico dei complottisti, lo ha chiaramente spiegato con un comunicato.

Le aurore sono fenomeni sì straordinari alle nostre latitudini, ma sono accaduti altre volte in passato, quando HAARP non esisteva ancora, come abbiamo già mostrato in precedenza.

Ricordando una notte diversa da tutte le altre, quando le luci dell’aurora boreale si sono accese sul cielo di Siena.

La mattina dell’11 maggio, prima di andare a dormire qualche ora, ho realizzato un video velocizzato con la sequenza delle immagini raccolte nei venti minuti di massima intensità, potete vederlo qui: youtu.be/S8RbJuenGKE.

E’ stata un notte unica ed emozionante, di quelle che un poeta come Ungaretti avrebbe definito “una notte diversa da ogni altra notte del mondo”.

Come documentare un’aurora è descritto nella terza parte

L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.1)

Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
Ravagnin.

PARTE 01

I COLORI DELLA TEMPESTA: COME, PERCHE’ E QUANDO

 a cura di Francesco Berrilli e Valentina Penza Università di Roma “Tor Vergata”

I fisici solari hanno delle specifiche date (e dei nomi) a cui sono particolarmente affezionati. Una ad esempio è il 1º settembre 1859, giorno in cui si manifestò sulla nostra stella un evento abbastanza comune nel suo genere, ma in quella occasione particolarmente violento nella sua intensità, al punto da meritare un appellativo tutto suo: evento di Carrington. In realtà il 1º settembre 1859 furono due gli astronomi inglesi, Richard Christopher Carrington e Richard Hodgson che osservarono sulla superficie del Sole un brillamento di luce “bianca” estremamente intenso in una zona del disco solare che stava attirando già da qualche giorno l’attenzione per la presenza un esteso gruppo di macchie solari. L’evento in sé sarebbe rimasto una notazione destinata ad incuriosire giusto qualche altro studioso, se non fosse stato per la grande quantità di particelle elettricamente cariche espulse ad alta velocità e in direzione della Terra il giorno successivo: una delle tempeste magnetiche più intense di cui si ha testimonianza nella storia dell’umanità. Il fenomeno diede luogo ad aurore a latitudini estremamente basse (come Roma e Catania) e danneggiò parte della rete telegrafica del mondo. Per avere una stima dell’intensità del fascio si può dire che il nostro Sole lanciò verso la Terra particelle cariche con un’energia pari a dieci miliardi di bombe atomiche.

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Solo pochi anni dopo, il 4 febbraio 1872, un altro gruppo di macchie causò un nuovo potente evento che Angelo Secchi, direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano, studiò e descrisse come un’aurora elettrica che illuminò i cieli di Roma. Anche quell’evento fu osservato in tutto il mondo e produsse il primo incidente globale della nostra storia tecnologica interrompendo le comunicazioni tra Stati Uniti ed Europa che avvenivano con un cavo transoceanico.

Se queste storie vi sembrano familiari e magari avete l’impressione che raccontino avvenimenti più recenti (rete telegrafica a parte) è perché qualcosa del genere è accaduto nuovamente nella notte tra il 10 e l’11 maggio scorso. Anche in questo caso molti telescopi solari erano puntati verso la nostra stella per studiare l’evoluzione di una regione di macchie dalla dimensione straordinariamente elevata (lo 0.24% dell’intera superficie solare, più grande di Giove) e soprattutto dalla configurazione particolarmente complessa, che nella sua struttura aveva immediatamente richiamato alla mente l’evento Carrington (Fig. 1).

Il disegno della regione attiva di macchie
solari così come disegnata nel 1859 da Carrington
confrontata con una foto del gruppo AR3664 il 10
Maggio 2024 nella riga del Calcio K nel vicino ultravioletto
(foto di F. Berrilli)

Ciò che è accaduto, questa volta, non è stato dunque per gli scienziati del tutto inatteso. Una dozzina di brillamenti (in inglese, flares), tra cui diversi di classe X[1] ed alcuni associati ad immense emissioni di massa coronale (CME, acronimo di Coronal Mass Ejection) che hanno permesso a moltissime persone sparse quasi su tutto il globo di assistere il 10 maggio ad aurore magnifiche, come testimoniato dalle centinaia di foto che hanno invaso il web provenienti da zone ove scatti di luci boreali ed australi non erano mai pervenuti.

Se a causare le bellissime colonne di luce nei cieli notturni sono sempre le particelle accelerate dal Sole dobbiamo anche dire che quanto osservato a basse latitudini lo scorso maggio non è stata una vera e propria aurora, quanto piuttosto quelle che si chiamano Stable Auroral Red arc, il cui acronimo è SAR. Come vedremo, le aurore sono prodotte direttamente dalle particelle solari che si trovano nel vento solare o nelle CME che colpiscono gli atomi e le molecole (principalmente Ossigeno e Azoto) che compongono l’alta atmosfera della Terra. Le SAR invece sono prodotte dalle particelle cariche intrappolate nelle famose cinture o fasce di radiazione di Van Allen. Tali fasce sono composte dalle particelle solari catturate e trattenute intorno alla Terra dal campo magnetico terrestre, il grande scudo che protegge il nostro pianeta dalla radiazione solare. L’intensa tempesta geomagnetica prodotta dal Sole ha indebolito il campo magnetico terrestre e ha permesso alle correnti ad anello che scorrono nelle fasce di Van Allen di scendere in basso e di colpire l’alta atmosfera, causando i suggestivi archi SAR.

Ma andiamo con ordine e proviamo a spiegare meglio cosa è successo, sul Sole e sulla Terra, a maggio scorso, e probabilmente anche nel 1859 o nel 1872 e in altre occasioni storiche simili. Procediamo a ritroso nell’evoluzione dell’evento partendo proprio dalla sua conclusione più spettacolare: l’aurora o la SAR. La spettacolare danza di drappeggi variegatamente colorati (dal verde al viola, fino al rosso) che si è osservata nei cieli è la conseguenza degli urti delle particelle emesse dal Sole con le differenti particelle presenti nella ionosfera terrestre, una regione della nostra atmosfera compresa tra i 60 ed i 1000 km, costituita principalmente da atomi e molecole ionizzate. Tale regione ha la particolarità di presentare popolazioni di particelle diverse ad altezze diverse, in relazione alla loro massa: le più leggere, come gli atomi di elio, più in alto, le più pesanti, come gli atomi di ossigeno e ancora più le molecole di azoto, più in basso. Tali particelle vengono eccitate, ionizzate o, in caso di molecole, dissociate e questo genera emissione di luce a lunghezze d’onda differenti (e quindi di colori differenti). Gli atomi di ossigeno, per esempio, sono responsabili del colore verde (lunghezza d’onda di 557.7 nm), mentre alle molecole di azoto si deve la luce violacea, che per questo motivo risulta visibile ad una quota più bassa rispetto alla verde. La luce più rossa, per finire è prodotta dalle SAR. Il suo aspetto più diffuso rende la luce rossa quella più comune da osservare a basse latitudini. È noto infatti che le zone del pianeta da cui è più probabile vedere fenomeni aurorali sono quelle ad alte latitudini, cioè quelle più prossime ai poli magnetici, dove le linee di forza del campo magnetico terrestre convergono.

Procedendo nella nostra analisi a ritroso, la domanda ora è perché il Sole ogni tanto (e ogni quanto?) emette particelle cariche e perché non tutte queste emissioni danno origine ad un’aurora? In parte lo abbiamo accennato all’inizio di questo articolo: il Sole emette quantità di particelle in corrispondenza di particolari regioni tra cui le cosiddette “Regioni Attive”, che sono la manifestazione visibile degli intricati e dinamici campi magnetici presenti sulla superficie (fotosfera) della nostra stella. Inoltre, la regione calda più esterna al sole, la corona, è la responsabile del vento solare che in particolari condizioni (vento solare veloce) contribuisce alle aurore osservate ad alte latitudini. Il campo magnetico solare ha una struttura molto più complessa di quello terrestre. Quest’ultimo somiglia al campo generato da una normale calamita, quello che si chiama dipolo magnetico, caratterizzato da linee di campo chiuse e simmetriche, che escono da un polo (per convezione il Sud) ed entrano nell’altro (il Nord) con una struttura abbastanza semplice, a parte le distorsioni dovute alla costante pressione del vento solare su di essa (Fig.2).

[1] I brillamenti vengono classificati in base alla loro intensità nella regione della radiazione X attraverso una lettera; in ordine crescente sono di classe B, seguiti da C, M e X, che sono i piùintensi.  All’interno di ogni classe, c’è una scala più fine da 1 a 9.  Analogamente alla scala Richter, usata per i terremoti, ogni passaggio di classe rappresenta un aumento di dieci volte nell’emissione di energia.

Figura 2 Schema delle linee del campo magnetico terrestre e di come venga distorto dalla presenza continua del vento solare (credits https://www.ucl.ac.uk)

Nel Sole le linee del campo magnetico sono molto più complicate. Esse infatti interagiscono con il plasma e con i suoi moti convettivi e turbolenti presenti negli strati sottostanti la superficie e risentono della rotazione differenziale della stella, ossia del fatto che il Sole non ruota come un corpo rigido ma con velocità di rotazione diverse a latitudini diverse, e di grandi flussi di plasma che scorrono lungo i meridiani della nostra stella (un po’ come accade con le grandi correnti negli oceani terrestri). Il processo che dà origine al campo magnetico nel Sole, e contestualmente alla sua variabilità ciclica, è dovuto all’insieme di tutti questi flussi di plasma e prende il nome di dinamo solare globale ed è schematizzato in Fig.3. Nella figura si osservano le linee allungate e distorte dai vari flussi del plasma solare che trasformano il campo toroidale, il cui nome ci dice che ha la forma di una ciambella o toro interno al Sole, in poloidale, cioè che emerge principalmente dai poli, e viceversa, con un ciclo magnetico totale di circa 22 anni e di attività di circa 11 anni.

Figura 3. Schema dei processi di dinamo solare. Le linee nere rappresentano linee di campo magnetico globale interno al Sole. Le linee rosse invece rappresentano il campo magnetico una volta che è emerso dalla fotosfera solare. Il campo magnetico fotosferico regola l’attività di ciò che avviene negli strati più esterni dell’atmosfera solare (credits https://www2.hao.ucar.edu).

Durante l’intero processo dinamo molte caratteristiche del Sole presentano un andamento ciclico in cui il campo magnetico e le sue manifestazioni passano da una fase di minimo (campo poloidale, attività bassa, poche macchie e regioni brillanti) ad una di massimo (campo fortemente toroidale, elevata attività magnetica, molte regioni attive). Al momento la nostra stella si trova in prossimità del massimo del ciclo solare 25 (il numero è convenzionale, col primo ciclo solare che inizia il 1755, da quando cioè ci sono sufficienti dati osservativi). Il numero di brillamenti solari cresce all’aumentare dell’attività magnetica solare.

I brillamenti o flare solari si producono nelle regioni attive più complesse e corrispondono ad un rilascio improvviso di energia, sia sotto forma di radiazione luminosa che di particelle, dovuto ad un fenomeno che avviene in un plasma altamente conduttivo, noto come riconnessione magnetica. Si tratta di un processo magnetico particolare che converte l’energia magnetica in energia cinetica e termica e che accelera le particelle dell’atmosfera solare. In particolari condizioni il vento solare e le nubi di plasma composti da queste particelle (soprattutto elettroni e protoni) possono perturbare pesantemente il campo magnetico terrestre (quello mostrato in Fig.2) e dare luogo ad una tempesta geomagnetica, la cui intensità è misurata con un indice, il K-index, il cui valore è compreso tra 0 e 9 (la tempesta del 10 maggio 2024 ha raggiunto il valore massimo).

Come abbiamo visto, quando le particelle entrano nella ionosfera in prossimità dei poli magnetici della Terra danno origine allo spettacolo dell’aurora (boreale o australe a seconda dell’emisfero da cui si osserva). Ma oltre a produrre un magnifico spettacolo queste tempeste possono causare danni ad infrastrutture tecnologiche e strumentazioni elettroniche, sia nello spazio che a Terra, a causa delle correnti elettriche indotte e dell’interazione stessa tra particelle e circuiti. È ciò che accadde durante l’evento Carrington, in una società per altro che era ben lontana dalla forte dipendenza dalla tecnologia come invece lo è ai nostri tempi.

Ma cosa avverrebbe oggi se ci fosse un evento Carrington, o magari un super-brillamento?

Il nostro Sole è sostanzialmente una stella tranquilla. Tuttavia come abbiamo visto possono crearsi sulla fotosfera condizioni magnetiche tali per cui i brillamenti possono essere veramente molto intensi, molto più intensi di quelli che hanno prodotto i fenomeni osservati lo scorso maggio. Abbiamo visto come l’evento Carrington del 1859 creò una imponente tempesta geomagnetica che non solo produsse le aurore a basse latitudini ma scatenò anche incendi nelle linee telegrafiche. Sappiamo inoltre che l’evento del 1872 mise fuori uso il collegamento transoceanico tra Stati Uniti ed Europa creando il primo blackout globale nelle telecomunicazioni. In epoca moderna non abbiamo mai sperimentato una tempesta solare tipo Carrington, ma alcune proiezioni fatte dalle maggiori compagnie assicurative mondiali riportano che potrebbero verificarsi blackout globali della durata potenziale di anni a causa del danneggiamento simultaneo di diversi trasformatori ad altissima tensione che sono difficili da sostituire. Ovviamente questo produrrebbe un effetto a cascata sulle telecomunicazioni, sui servizi di emergenza e di prima necessità per la nostra società e sulle transazioni finanziarie. Probabilmente perderemmo decine di satelliti con effetti globali importanti. Anche in questo caso sarebbero necessari anni per rimettere in orbita intere flotte satellitari e ripristinare i servizi mancanti, sempre a causa delle difficoltà di reperimento di molti lanciatori e dei tempi di realizzazione dei satelliti.

Ma se eventi di questa portata avvengono ogni qualche secolo, sappiamo oggi che la nostra stella può produrre qualcosa di molto più energetico di un evento Carrington. Studiando particolari isotopi contenuti negli anelli degli alberi abbiamo scoperto che in epoche più antiche il Sole ha prodotto tempeste solari ancora peggiori, mega tempeste 10 o 100 volte più intense dell’evento Carrington. Sappiamo che una tempesta del genere c’è stata nel 775 d.C. ed altre nel 5259 a.C., con il nostro pianeta da non molto emerso dall’ultima era glaciale, e nel 7176 a.C., quando la civiltà agricola stava prendendo il posto della società nomade di cacciatori-raccoglitori. Sappiamo datare con estrema esattezza questi eventi proprio grazie all’uso degli anelli degli alberi (la scienza della dendrocronologia consente la datazione esatta sfruttando il conteggio degli anelli di accrescimento annuale). Mega tempeste di questa portata, per fortuna estremamente rare, avrebbero effetti devastanti sulla nostra civiltà tecnologica, probabilmente riportandoci indietro di decine di anni, ad un’era senza internet e senza tecnologia legata all’utilizzo dei satelliti.

Il futuro della nostra civiltà tecnologica, che molto dipenderà dallo spazio, o il futuro dell’esplorazione lunare o marziana non potranno prescindere dalla consapevolezza che lo spazio interplanetario è governato dall’attività della nostra stella. Se oggi abbiamo sistemi ridondanti che ci permettono di avere una tecnologia resiliente ad eventi come quelli dello scorso maggio, tuttavia non possiamo abbassare la guardia. Sappiamo infatti che la nostra stella produrrà eventi Carrington o super-brillamenti in futuro. Oramai siamo certi che la questione non è “se avverrà una super tempesta” ma solo “quando avverrà”. Per prevenire gli effetti di una super-tempesta solare i più importanti organismi di ricerca e le maggiori agenzie spaziali studiano la fisica che governa l’attività solare e lavorano ad algoritmi di previsione di quello che si chiama lo Space Weather (o meteorologia spaziale). L’importanza di questo ramo della scienza è diventato così evidente che enti internazionali come lo statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e l’europea ESA (Europe Space Agency) hanno da molti anni creato al loro interno uffici e centri di studio specificatamente dedicati alla predizione di fenomeni di Space Weather.

Anche il gruppo di fisica solare e spaziale del Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma Tor Vergata partecipa a questa sfida. Lo fa offrendo corsi universitari sulla fisica del Sole e dello Spazio e lavorando in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana sia nell’ambito del programma ASPIS (ASI Space Weather InfraStructure) sia coordinando una team di aziende e istituti di ricerca che realizzeranno un nano satellite (Sun Cube On E-SEE) per lo studio dell’emissione ad alta energia del Sole, dall’ultravioletto ai raggi Gamma. Inoltre coordina, assieme a colleghi della Georgia State University, una rete globale di telescopi robotizzati (la Global Automatic Telescopes for Exploring the Sun – GATES) che studieranno in modo automatico il campo magnetico fotosferico ed il Sole a diverse lunghezze d’onda e partecipa alla realizzazione del grande European Solar Telescope (EST).

Sebbene gli scienziati che studiano la nostra stella ancora non abbiano compreso appieno il funzionamento del processo che genera il campo magnetico globale e la sua evoluzione, tuttavia sanno che è proprio il campo magnetico del Sole uno dei fattori chiave per predire l’attività solare e le tempeste. Applicando tecniche di Intelligenza Artificiale combinate con lo studio dei processi fisici che avvengo sul Sole gli studiosi del sole e dello spazio interrogano la complessità e le proprietà del campo magnetico in quelle regioni della superficie del Sole, potenzialmente le future responsabili delle super tempeste, per rendere la nostra società tecnologica protetta da eventi estremi della nostra stella.

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La cronaca della serata è nella seconda puntata

L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


LE SUPERNOVAE EXTRAGALATTICHE PIU’ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA (pt.1): SN1885A IN M31

M31_cefeide_Hubble
Lastra fotografica della galassia di Andromeda M31 ripresa da Edwin Hubble nella notte fra il 5 e il 6 ottobre 1923 con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Sono segnate tre “N” che rappresentano tre Novae. Quando Hubble andò a comparare questa immagine con alcune immagini di Novae ottenute in anni precedenti, notò che una di queste tre Novae, aumentava e diminuiva la sua luminosità ad intervalli regolari di circa 31 giorni. Aveva scoperto la prima Cefeide della galassia di Andromeda. Cancellò perciò la “N” e la sostituì con la dicitura “VAR” variabile. Da quella notte iniziò l’era Extragalattica, che cambiò radicalmente le nostre conoscenze sull’Universo e M31 divenne una Galassia e non più una Nebulosa della Via lattea.

DOPO LA RASSEGNA DELLE SUPERNOVA ITALIANE NELLE GALASSIE MESSIER, CON LA QUALE
ABBIAMO RIPERCORSO LA STORIA DELLE DIECI PIÙ IMPORTANTI SCOPERTE E CHE CI HA
PERMESSO DI AMMIRARE ANCHE IMMAGINI INEDITE E ACCEDERE AD INFORMAZIONI CHE
NON AVREMMO MAI PENSATO DI POTER OTTENERE, RITENIAMO CONCLUSO QUESTO PERCORSO
E CI SEMBRA OPPORTUNO APRIRE UNA NUOVA SEQUENZA CON “LE SUPERNOVAE
EXTRAGALATTICHE PIÙ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA”.

ABSTRACT

Hai mai sentito parlare di una stella che ha cambiato per sempre la nostra comprensione dell’Universo? Nel 1885, un misterioso lampo di luce esplose nella galassia di Andromeda, visibile ad occhio nudo e destinato a lasciare un segno indelebile nella storia dell’astronomia. La scoperta della supernova SN1885A, inizialmente fraintesa e quasi dimenticata, ha rivoluzionato il modo in cui vediamo le galassie e l’intero cosmo. Ma cosa succederebbe se oggi esplodesse una supernova simile? E perché, dopo quasi 140 anni, gli astronomi stanno ancora cercando tracce di questo evento epocale? Scopri i segreti e le incredibili coincidenze che hanno portato a riscrivere i libri di scienza, e lasciati affascinare dalla storia di una scoperta che ha cambiato tutto.

SN1885A IN M31

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Dopo la rassegna delle supernova italiane nelle galassie Messier, con la quale abbiamo ripercorso la storia delle dieci più importanti scoperte e che ci ha permesso di ammirare anche immagini inedite e accedere ad informazioni che non avremmo mai pensato di poter ottenere, riteniamo concluso questo percorso e ci sembra opportuno aprire una nuova sequenza con “Le supernovae extragalattiche più luminose ed importanti della storia”.

Primo piano dell’astronomo tedesco Carl Ernst Albrecht Hartwig.
Primo piano dell’astronomo tedesco Carl Ernst Albrecht Hartwig.

Nel nuovo progetto passeremo in rassegna circa una quindicina supernovae, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della ricerca di supernovae extragalattiche e in questa ottica ci sembra doveroso iniziare con la prima supernova extragalattica della storia e cioè la SN1885A, scoperta ufficialmente il 20 agosto 1885 dall’astronomo tedesco Ernst Hartwig nella bella e famosa galassia di Andromeda M31. In realtà il primo a osservare la “nuova stella” fu l’astronomo francese Ludovic Gully nella notte del 17 agosto, il quale però non dette importanza all’osservazione confondendola con un difetto causato dalla luce della Luna. Ernst Hartwig invece comunicò ufficialmente la scoperta con un telegramma datato 31 agosto 1885. Alla fine del 1800 non era ancora nota la vera natura delle galassie, considerate come nebulose della nostra Via Lattea, quindi di fatto molto più vicine in termini di distanze. L’oggetto fu perciò classificato come una stella variabile, assegnandole la sigla S And, cioè la seconda stella variabile scoperta nella costellazione di Andromeda. Solo agli inizi del 1900 e più precisamente nell’ottobre 1923 grazie all’intuizione dell’astronomo statunitense Edwin Hubble si capì che la galassia di Andromeda M31 era situata al di fuori della Via Lattea ad una distanza molto più elevata. Hubble scoprì infatti una variabile cefeide analizzando delle lastre fotografiche della galassia di Andromeda M31 riprese con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Le variabili cefeidi sono indicatori precisi di distanze e la cefeide scoperta in M31, come altre scoperte successivamente, risultavano molto più deboli rispetto a quelle presenti nella Via Lattea, quindi dovevano perciò essere situate ad una distanza maggiore (candele standard). Hubble calcolò la nuova lontananza in circa un milione di anni luce, anche se in realtà M31 si trova a circa 2,5 milioni di anni luce, ma l’importante era definire che quella “nebulosa a spirale” si trovava in ogni caso fuori della nostra galassia.

M31_Isaac Roberts_18881229
Una delle primissime immagini fotografiche della galassia di Andromeda M31 realizzata il 29 dicembre 1888 dall’astronomo inglese Isaac Roberts utilizzando un telescopio Newton da 500mm F.5 con un rifrattore da 175mm montato in parallelo come telescopio di guida. Esposizione di 4 ore.

Fino al 1923, anno dell’intervento di Hubble, le “supernovae” classificate erano state 19 benchè confuse con altri oggetti, ma la nuova scoperta portò ad una nuova interpretazione del fenomeno non più equiparabile alle più note stelle Novae o stelle variabili presenti nella nostra galassia. Pochi anni più tardi, agli inizi degli anni ’30 gli astronomi Edwin Baade e Fritz Zwicky coniarono il nome “supernova” per distinguere la nuova categoria dalle classiche Novae e come diretta conseguenza  la scoperta di Hartwig fu perciò ribattezzata con SN1885A, cioè la prima supernova del 1885.

M31_cefeide_Hubble
Lastra fotografica della galassia di Andromeda M31 ripresa da Edwin Hubble nella notte fra il 5 e il 6 ottobre 1923 con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Sono segnate tre “N” che rappresentano tre Novae. Quando Hubble andò a comparare questa immagine con alcune immagini di Novae ottenute in anni precedenti, notò che una di queste tre Novae, aumentava e diminuiva la sua luminosità ad intervalli regolari di circa 31 giorni. Aveva scoperto la prima Cefeide della galassia di Andromeda. Cancellò perciò la “N” e la sostituì con la dicitura “VAR” variabile. Da quella notte iniziò l’era Extragalattica, che cambiò radicalmente le nostre conoscenze sull’Universo e M31 divenne una Galassia e non più una Nebulosa della Via lattea.

Durante la rassegna di “Le supernovae italiane nelle galassie Messier” abbiamo avuto la fortuna di ritrovare immagini inedite come ad esempio quelle relative alle quattro supernovae scoperte da Leonida Rosino, ripescate dopo 50/60 anni negli archivi dell’Osservatorio di Asiago (vedi Coelum Astronomia n°254). Ci siamo perciò chiesti: perché non provare ad entrare in possesso di qualche lastra o disegno o manoscritto relativo a questa prima ed importantissima supernova extragalattica? Certo sono passati quasi 140 anni e l’impresa non si presentava semplice.

M31 con posizione SN1885A
Immagine della galassia di Andromeda M31 ripresa da Riccardo Mancini con un rifrattore APO da 72mm F.6 e 5 ore di posa. Sull’immagine abbiamo segnato la posizione dove esplose la SN1885A.

Abbiamo iniziato la ricerca contattando direttamente il Tartu Observatory in Estonia lo stesso osservatorio da cui Ernst Hartwig scoprì la SN1885A. Sapevamo già che sarebbe stato impossibile ritrovare una lastra fotografica perché la prima immagine fotografica della galassia di Andromeda risale al 1888 (tre anni dopo la scoperta) ed è un lavoro dell’astronomo inglese Isaac Roberts dal suo osservatorio nel Sussex, utilizzando un telescopio da 500mm F.5 con un rifrattore da 175mm montato in parallelo come telescopio di guida, la lunga esposizione di quell’immagine (4 ore di posa) permise di mostrare per la prima volta la struttura a spirale della galassia. La prima risposta alla nostra mail è arrivata da Merili Jauk, assistente all’osservatorio Tartu, che si è reso disponibile a compiere una ricerca sia nell’archivio dell’osservatorio, che in quello del museo dell’università di Tartu. Dopo qualche giorni abbiamo ricevuto anche un contatto dal direttore dell’osservatorio Antti Tamm, il quale ci informava che la scoperta della SN1885A rappresenta si un importante evento nella storia dell’osservatorio, ma purtroppo dopo un’accurata ricerca negli archivi non avevano trovato nessun disegno e nessun diario della scoperta. Tuttavia per fortuna ci diede anche un altro spunto: nel 1886 l’anno seguente la scoperta, Hartwig si trasferì in Germania per assumere la carica di direttore dell’osservatorio di Bamberga e forse il prezioso materiale era stato trasferito lì. Non era il caso di perdersi d’animo così ci siamo rivolti all’Osservatorio di Bamberga, chiedendo la cortesia di effettuare una ricerca anche nei loro archivi. Con piacevole sorpresa ci sembra doveroso sottolineare come anche in questa occasione la collaborazione non sia venuta meno ed infatti nel giro di poco abbiamo ricevuto una rapida risposta da Joern Wilms, professore di astronomia e astrofisica dell’Università di Norimberga, chiamato in causa da Katrin Berger membro dello staff dell’Osservatorio di Bamberga.

Fotomontaggio M31+stella
Fotomontaggio realizzato utilizzando un’immagine della galassia di Andromeda M31 ripresa da Riccardo Mancini con un rifrattore APO da 72mm F.6 e 5 ore di posa, a cui è stata sovrapposta un’immagine della stella Pleione nelle Pleiadi di mag.+5, collocata nella posizione in cui esplose la SN1885A per dare un’idea di cosa potremmo vedere oggi se esplodesse in M31 una supernova di tipo Ia.

Joern Wilms ci ha spiegato che nei loro archivi è presente solo un lungo trattato in lingua tedesca sulle stelle variabili realizzato nel 1915 da vari astronomi fra cui Ernst Hartwig. All’interno di questo trattato Ernst Hartwig riporta un dettagliato resoconto della scoperta della SN1885A. Nel 2015 Joern Wilms ed altri professori dell’Università di Norimberga hanno tradotto il documento dal tedesco all’inglese. Non ci sembra opportuno pubblicare il testo per intero così come ricevuto da professore, che riporta a sinistra l’originale in lingua tedesca e a destra la traduzione in lingua inglese. Riassumiamo però alcuni passaggi salienti inerenti alla notte della scoperta. “In occasione della visita del professore di filosofia Dr. G. Teichmuller e della professoressa Bottecher all’osservatorio in Dorpat, nella notte del 20 agosto 1885, Ernest Hartwig puntò il grande rifrattore dell’osservatorio da 23cm di diametro verso la galassia di Andromeda e con grande stupore esclamò: c’è un Sole di colore arancio vicino al centro bianco della nebulosa! Il Dr. Teichmuller che aveva osservato la galassia con Hartwig nove giorni prima, disse immediatamente che quella stella non era presente nella loro precedente osservazione. Il nuovo oggetto aveva una luminosità intorno alla mag.+6. Venne presa subito in considerazione l’idea di comunicare la scoperta con un telegramma a Kiel, ma le nuvole arrivarono velocemente coprendo tutto il cielo e il maltempo durò purtroppo per sette giorni consecutivi impedendo ulteriori osservazioni. Nonostante le insistenze di Hartwig il direttore dell’osservatorio non acconsenti all’invio fino al 27 agosto quando il cielo tornò sereno e Hartwig ed il suo direttore puntarono nuovamente il rifrattore sulla galassia e con grande stupore e soddisfazione videro che la stella era sempre nella solita posizione anche se leggermente calata di luminosità alla mag.+7. Fu preparato perciò il testo del telegramma di scoperta che fu inoltrato il 31 agosto dall’ufficio telegrafico della stazione ferroviaria. Alle 2 del mattino del giorno seguente l’Osservatorio di Dorpat ricevette da Kiel il telegramma che ufficializzava la scoperta a favore di Ernest Hartwig.”

M31_Ferrando
Bellissima immagine della galassia di Andromeda M31 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando.

La supernova raggiunse il massimo di luminosità intorno al 19 agosto alla mag.+5,8 osservabile perciò ad occhio nudo per poi declinare rapidamente. Dall’analisi della curva di luce è stato ipotizzato che si trattasse di una supernova di tipo Ia peculiare a causa dell’inusuale rapida salita e discesa dal massimo di luminosità, oltre a mostrare un picco leggermente al di sotto del normale per circa mezza magnitudine e con un colore stranamente rossastro intorno al massimo di luminosità. 

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

L’effetto guarda altrove

ABSTRACT

Cosa accomuna un incontro casuale con Van Morrison in una libreria di New York e la misteriosa connessione tra la Piramide di Cheope e la velocità della luce? Potrebbe sembrare il preludio a un romanzo di fantascienza, ma dietro a queste coincidenze apparentemente straordinarie si cela un principio scientifico che sfida la nostra percezione della realtà: l’effetto “guarda altrove”. Scopri come il “look-elsewhere effect” demistifica le coincidenze più incredibili e perché, prima di lasciarsi incantare da numeri e incontri sorprendenti, dovremmo guardare oltre le apparenze. Preparati a vedere il mondo con occhi nuovi e a mettere in discussione tutto ciò che credevi fosse impossibile!

Incredibili coincidenze non così incredibili

Incredibile coincidenza numero 1: anni fa, durante una vacanza a New York, in una libreria ho incontrato Van Morrison, uno dei grandi della musica moderna, e anche uno dei miei idoli. E non avendo il coraggio di dirgli nulla del tipo “Van!Sei proprio tu!? Facciamo un selfie, dai!”, mi sono limitato a pensare che incontrare Van Morrison in una libreria a Manhattan era una coincidenza veramente incredibile.

Incredibile coincidenza numero 2: la Piramide di Cheope è collocata alla latitudine Nord di29.979167 gradi, e questo numero corrisponde, nelle prime 5 cifre, alla velocità della luce, 299 792 458 m/s. Secondo alcuni questa non può essere una semplice coincidenza, ma rappresenterebbe invece la manifestazione delle incredibili conoscenze degli egizi.

Prendiamo quindi a pretesto il mio inaspettato incontro ravvicinato con Van Morrison e la curiosità sulla Grande Piramide (vera, in termini di coincidenza numerica, sebbene la corrispondenza non è completa, ma solo sulle prime cifre), per imparare qualcosa che è alla base della metodologia scientifica sperimentale: il “look-elsewhere effect” (effetto “guarda altrove”), come lo chiamano i fisici delle particelle, in statistica altrimenti detto “multiple comparison” (confronto multiplo).

Tralasciando il fatto non proprio marginale che gli egizi non conoscevano né i metri né i secondi, e nemmeno i gradi, così di primo acchito si potrebbe dire che è veramente una coincidenza curiosa e molto improbabile che la latitudine della Piramide di Cheope sia uguale, anche se solo nelle prime cinque cifre, alla velocità della luce. Così come appare un evento altamente improbabile quello di incontrare Van Morrison durante una vacanza di qualche giorno a New York curiosando in una libreria. E invece dove sta l’errore? Sta nel trascurare il look-elsewhere effect.

Infatti una curiosa coincidenza poteva verificarsi in una miriade di modi diversi. Poteva verificarsi fra il perimetro della piramide espresso in avambracci del Faraone e la costante di Planck, il volume della piramide espresso in giare di frumento e lo spostamento verso il rosso della galassia NGC271-2interno4, la distanza fra la cima della piramide e la punta del naso della sfinge (prima che si rompesse) espressa in opportuni multipli della lunghezza d’onda della transizione iperfine dell’Idrogeno atomico, e così via.

Analogamente, io non ero partito dall’Italia dicendomi: “spero di incontrare Van Morrison a New York”.  Avrei potuto incontrare Bruce Springsteen, o qualche altro personaggio famoso, o magari Rinaldi, quello che per merenda a scuola si portava panini grandi come portaerei, e che da allora non ho più rivisto. Sarebbero state tutte coincidenze impreviste e sorprendenti.

Quindi, alla luce degli infiniti modi in cui è possibile trovare una coincidenza che ci colpisca, la coincidenza che riguarda la Piramide, apparentemente improbabile per come ci viene proposta, in realtà non è poi così incredibile. Anzi, se tenessimo conto del “look-elsewhere effect“, tutto sommato ci dovremmo stupire che ci sia solo questa coincidenza. In realtà probabilmente ce ne sono molte altre, che aspettano di essere scoperte. Quindi, nel caso in questione, la domanda: “qual è la probabilità chele prime cinque cifre della latitudine della Piramide di Cheope corrispondano alle prime cinque cifre della velocità della luce espressa in m/s?” è assolutamente mal posta. In modo del tutto analogo al mio incontro ravvicinato con Van Morrison, non è affatto questo quello che è accaduto! Quello che è accaduto è una corrispondenza (parziale!) fra uno degli infiniti numeri che riguardano la piramide di Cheope e un altro degli infiniti numeri che hanno a che fare con la scienza moderna. E se poi consideriamo che questa corrispondenza poteva riguardare non la piramide di Cheope, ma qualunque altra costruzione o manufatto legato alla civiltà egizia, o magari Sumerica (gli appassionati delle cose che non esistono adorano i Sumeri) i casi possibili diventano smisuratamente grandi. Certamente anche nelle misure del lavandino della mia cucina si celano incredibili e inspiegabili coincidenze cosmiche che aspettano di essere scoperte, come aveva già sottolineato Umberto Eco in uno dei suoi arguti scritti.

Il look-elsewhere effect è molto utilizzato nelle analisi dei risultati scientifici, qualora si cerchino effetti e anomalie non previsti a priori. Supponiamo infatti di raccogliere dati tra cui cercare la presenza di qualche nuovo fenomeno, ad esempio la produzione di una nuova particella (ma potrebbe essere anche una patologia non ipotizzata a priori). E supponiamo che questo nuovo fenomeno si manifesti come una anomalia rispetto al fondo, a ciò che ci appare “normale”. E supponiamo anche di non sapere cosa aspettarci a priori, di non sapere se esista una nuova particella o una patologia nascosta in quei dati, e nemmeno, nel caso dovesse esistere, come e dove dovrebbe manifestarsi. E supponiamo quindi di osservare nei dati raccolti qualcosa che ci sembra incompatibile con l’ipotesi di solo fondo.

A questo punto, prima di comprare il frac per Stoccolma, dobbiamo chiederci quanto frequentemente una analoga anomalia potrebbe apparire per caso in qualunque altro modo nei dati che abbiamo raccolto. La domanda da porsi è quindi: qual è la probabilità di osservare, in tutto l’insieme dei dati a nostra disposizione, una fluttuazione rispetto al fondo di quella entità? Se si considerano tutte le possibili analoghe fluttuazioni che ovunque possono saltare fuori per caso, ecco che la nostra mirabolante scoperta potrebbe diventare decisamente meno eclatante.

L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

Cosmologia: la dinamica stellare sfida la materia oscura

Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO. Materia Oscusa
Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO.

ABSTRACT

Nell’intricato scenario delle galassie nane, un’intensa battaglia tra effetti della dinamica stellare e materia oscura decide il destino del rapporto M/L. Mentre la spoliazione mareale e le binarie non risolte tentano di influenzare la partita, la materia oscura rivendica la sua presenza indiscussa. Riuscirà costei ad avere l’ultima parola, ole stelle faranno finalmente luce su misteri ancora insondati?

Materia oscura o effetti dinamici? Un’analisi delle galassie nane

La materia oscura rappresenta uno dei più grandi enigmi della cosmologia moderna. Nonostante la sua natura elusiva, si ritiene che essa costituisca circa l’85% della massa totale del cosmo. Dai MACHOs (Massive Astrophysical Compact Halo Objects), ossia oggetti compatti di alone, alle particelle esotiche massive e debolmente interagenti che vanno sotto il nome di WIMPs (Weakly Interactive Massive Particles), svariate sono state le speculazioni fatte per identificare la composizione della materia oscura, nessuna delle quali, però, ancora verificata sperimentalmente. Ad oggi, infatti, l’esistenza della materia oscura viene ancora dedotta solo indirettamente sfruttandogli effetti gravitazionali che essa produce su galassie e ammassi di galassie.

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Uno degli indizi più evidenti a supporto della materia oscura è l’anomalo rapporto massa-luminosità (M/L) osservato soprattutto nelle galassie nane satelliti della Via Lattea. Spesso definite “fossili dell’universo primordiale” in quanto formatesi ad alto redshift cosmologico, le galassie nane vengono annoverate non soltanto tra le più antiche strutture presenti nell’universo conosciuto, ma anche tra quelle più oscure, poiché la loro massa misurata utilizzando il moto delle stelle membro (massa dinamica) raggiunge valori estremamente elevati a fronte di quella ottenuta dal conteggio di queste (massa luminosa).

Venendo la massa totale di un sistema stellare tipicamente calcolata come somma delle masse delle stelle che lo compongono, ci si aspetta che massa e luminosità abbiano andamento correlato: un sistema ricco di stelle dovrebbe cioè essere contemporaneamente luminoso e massivo. Questo ragionamento sembra peraltro non valere per le galassie nane, che risultano massive seppur poco luminose per via della mancata coincidenza tra le due stime di massa.

Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO. Materia Oscusa
Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO.

La discrepanza tra massa dinamica e luminosa nelle galassie nane ha indotto  quindi gli scienziati a postulare che queste ultime siano dominate dalla materia oscura, nella convinzione che l’eccesso di massa responsabile dell’aumento del rapporto M/L debba necessariamente essere attribuito a qualcosa di diverso dalle stelle. Tuttavia, alcuni studi di dinamica stellare, la branca dell’astrofisica che utilizza i moti e le interazioni tra stelle per spiegare le proprietà dei loro sistemi ospiti, hanno avanzato delle interpretazioni alternative a tale fenomeno. Esse si concentrano su un parametro cinematico noto come dispersione di velocità, che fornisce una misura statistica della variabilità delle velocità stellari rispetto alla velocità media sistemica. In sostanza, la dispersione di velocità indica quanto le velocità delle stelle possano discostarsi dal valore più probabile atteso per identificare i membri della galassia considerata. Secondo il teorema del viriale, che stabilisce il rapporto tra l’energia cinetica e l’energia potenziale di un sistema stellare in equilibrio gravitazionale, la massa dinamica cresce rapidamente all’aumentare della dispersione di velocità. Pertanto, la sovrastima della dispersione di velocità si traduce immediatamente nell’inflazione della massa dinamica, provocando un effetto analogo a quello di un eccesso di massa sul rapporto M/L. In particolare, la spoliazione mareale (tidal stripping) e le stelle binarie non risolte sono stati proposti come possibili meccanismi contribuenti all’incremento della dispersione delle velocità stellari, senza la necessità di invocare una cospicua quantità di materia oscura aggiuntiva.

Sorge dunque spontanea la fatidica domanda: esiste davvero la materia oscura, oppure il problema della sovrastima della massa delle galassie nane può trovare  una diversa giustificazione fisica?

Spoliazione mareale: una perdita di stelle piuttosto complicata

Con l’espressione spoliazione mareale si fa riferimento al processo di perdita di massa subito da una galassia satellite ad ogni passaggio al pericentro della sua orbita attorno alla galassia principale. Tale meccanismo prevede che le stelle situate nelle regioni più esterne delle galassie nane vengano strappate dalle forze mareali originate dalle differenze nel campo gravitazionale della galassia ospite. Infatti, il campo gravitazionale di un corpo massiccio non è uniforme: esso è più forte nei pressi del corpo e diminuisce con la distanza. Ciò fa sì che i corpi minori al suo interno sperimentino un’attrazione gravitazionale maggiore nelle parti più vicine rispetto a quelle più lontane. Ne deriva che l’accelerazione di gravità impartita alle stelle dei sistemi sottoposti a forze mareali dipende dalla loro posizione, con il conseguente sviluppo di un gradiente di velocità. In questo modo, le stelle perse, distribuite lungo code mareali che si dipartono dalla galassia madre (Fig. 2), saranno caratterizzate da velocità estremamente variabili, di intensità proporzionale al campo gravitazionale esterno.

Fig.2 - Coda mareale della galassia a spirale Girino. Crediti: Hubble Legacy Archive, ESA, NASA. Materia Oscura
Fig.2 – Coda mareale della galassia a spirale
Girino. Crediti: Hubble Legacy Archive, ESA,
NASA.

Ora, il gradiente di velocità introdotto dalle forze mareali comporta che le stelle strappate mostrino una dispersione di velocità più ampia: ergo, se la linea di vista dell’osservatore passa vicino a una delle code mareali, la probabilità di intercettare stelle non più legate alla galassia nana aumenta, anche a piccole distanze proiettate dal centro di questa (Fig. 3). L’inclusione di tali stelle nel campione misurato conduce ad una sovrastima della dispersione di velocità fino al 20% nel caso specifico di osservazioni nella direzione di estensione della coda. Eppure, il corrispondente fattore di inflazione della massa dinamica si rivela insufficiente a rendere conto del rapporto M/L associato alle galassie nane sferoidali nell’alone della Via Lattea.

Fig.3: Andamento della dispersione di velocità osservata lungo la linea di vista (σ los) in funzione della distanza radiale dal centro della galassia nana sferoidale simulata (R) lungo tre diverse direzioni rispetto alla coda mareale: parallela (linea continua), perpendicolare (linea punteggiata) ed ad angoli intermedi tra le due (linea tratteggiata). A grandi raggi (R > 1 kpc), l’aumento della dispersione di velocità è massimo se la linea di vista si trova lungo la direzione parallela alla coda mareale, inferiore se si trova ad angoli intermedi, e trascurabile se si trova in direzione ad essa perpendicolare.
Crediti: Klimentowski J., Lokas E.L., Kazantzidis S., Prada F., Mayer L., Mamon G.A., 2007, MNRAS, 378, 353.

Binarie non risolte, furbe ingannatrici della dispersione di velocità

Un altro elemento che può influenzare significativamente la dispersione di velocità nelle galassie nane è la presenza di stelle binarie, coppie di stelle legate gravitazionalmente e orbitanti intorno ad un comune baricentro. Invero, le stelle singole si muovono seguendo le dinamiche generali della galassia ospite, mentre le binarie sono contraddistinte da un moto aggiuntivo, detto orbitale, dovuto alla stella compagna. Questo moto viene considerato spurio in quanto avente un effetto inquinante sulla dispersione di velocità, essendo causa del suo aumento rispetto al valore intrinseco.
Ma cosa si intende per valore intrinseco della dispersione di velocità di un sistema stellare? Immaginiamo una coppia di stelle piuttosto vicine tra loro e supponiamo che siano entrambe risolte, ossia distinguibili mediante l’uso di un telescopio o l’analisi del loro spettro luminoso: esse potranno quindi essere trattate come un unico oggetto determinando massa, posizione e velocità del corrispettivo baricentro. Il valore intrinseco della dispersione di velocità sarà perciò quello ricavato dalle velocità delle stelle singole, che sono prive di una compagna, e dai baricentri delle binarie. D’altro canto, qualora le componenti di un sistema binario non vengano opportunamente distinte, risulterà impossibile individuarne il baricentro condiviso e stabilire il valore intrinseco della dispersione di velocità, giacché esse verranno scambiate per stelle singole e il loro moto orbitale non verrà rimosso al momento della misura della dispersione di velocità. Da qui la logica deduzione che addizionare il moto orbitale a quello di baricentro può sfociare in una crescita drammatica della dispersione di velocità laddove il numero di stelle binarie non risolte sia elevato. Inoltre, la velocità delle componenti di una stella binaria è vincolata ai parametri orbitali del semiasse maggiore (la distanza tra le componenti) e dell’eccentricità (il grado di schiacciamento dell’orbita). Ebbene, se il contributo dell’eccentricità può essere ritenuto trascurabile, per converso quello del semiasse maggiore ha un peso notevole, poiché quanto più esso è corto, tanto più la velocità è alta. Diminuendo allora il valore del semiasse maggiore, il che equivale ad avvicinare le componenti delle binarie affinché diventino più strette, si ottiene un incremento della dispersione di velocità e, parimenti, della massa dinamica.
Due sono, in definitiva, gli ingredienti imprescindibili della ricetta per massimizzare la contaminazione da parte del moto orbitale: una frazione di binarie non risolte non troppo esigua e un relativo intervallo di semiassi maggiori non troppo largo.
Resta, infine, da valutare la dipendenza di tali condizioni dall’ambiente, le cui caratteristiche giocano un ruolo fondamentale sul tasso di sopravvivenza della popolazione binaria che contengono. A tal proposito, emerge che nei sistemi stellari più massicci le frequenti interazioni gravitazionali dovute alla maggiore densità di stelle portano alla disgregazione delle binarie più larghe e instabili, riducendone la frazione nel tempo (Fig. 4). È questo il motivo per cui le galassie nane ultra-faint, meno massive e luminose della loro controparte sferoidale, si configurano come principali candidate a testare l’impatto delle stelle binarie non risolte sulla dispersione di velocità. E, in effetti, i più recenti modelli teorici, validati per mezzo dei dati osservativi, riportano un aumento della dispersione di velocità addirittura del 40% nelle galassie nane ultra-faint, ma non eccedente la soglia del 30% in quelle sferoidali, con un effetto amplificato alle alte frazioni di binarie e alle basse lunghezze dei semiassi. Ne discende che solo nel primo caso le stelle binarie non risolte partecipano in maniera sostanziale all’inflazione del rapporto M/L, pur rimanendo complementari alla materia oscura.

Fig.4: Dipendenza del rapporto tra la dispersione di velocità osservata nel caso in cui tutte le binarie non siano risolte e la dispersione di velocità intrinseca (σtot⁄σ0 ) dalla densità di massa (ρ) della galassia nana ultra-faint simulata. Ogni curva corrisponde ad una diversa frazione di binarie (fb), crescente dal basso verso l’alto conformemente ai valori indicati in legenda.
Si nota come, per ogni frazione di binarie non nulla considerata, la sovrastima della dispersione di velocità diminuisca all’aumentare della densità di massa, ossia spostandosi da sinistra verso destra all’interno del grafico. Crediti: Pianta C., Capuzzo-Dolcetta R., Carraro G., 2022, ApJ, 939, 3.

La materia oscura vince la partita

In conclusione, nessuna delle ipotesi avanzate dalla dinamica stellare pare in grado di eliminare completamente l’esigenza di integrare la materia oscura nel contesto delle galassie nane satelliti della Via Lattea. Difatti, né la spoliazione mareale né le binarie non risolte forniscono un apporto abbastanza rilevante alla sovrastima della massa dinamica di tali sistemi per giustificare i valori misurati del rapporto M/L. Nondimeno, la consapevolezza delle ripercussioni che questi meccanismi possono avere sulla dispersione di velocità estrapolata dagli spettri stellari è cruciale per assicurare l’accuratezza del campione di oggetti selezionato per effettuarne il calcolo. Ecco perché le galassie nane si confermano laboratori naturali ideali per lo studio della materia oscura nell’universo locale.

Un altra prova a favore dell’esistenza della materia oscura, dunque? Risposta affermativa, ma attenzione a non dimenticare l’importanza degli effetti dinamici!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


LO SCIAME METEORICO DELLE PERSEADI

Lo sciame meteorico delle Perseidi sarà attivo dal 17 luglio al 24 Agosto,
raggiungendo il picco massimo di meteore intorno al 12 agosto

In questo periodo, ci sarà la possibilità di vedere le meteore Perseidi ogni volta che il punto radiante dello sciame, nella costellazione di Perseo, sarà sopra l’orizzonte; il numero di meteore visibili aumenterà quanto più alto sarà il punto radiante nel cielo.
Da Roma il punto radiante è circumpolare, il che significa che si trova sempre sopra l’orizzonte e lo sciame sarà attivo per tutta la notte.
Al suo apice, si prevede che lo sciame produca un tasso nominale di circa 150 meteore all’ora ( ZHR ). Tuttavia, questo tasso orario zenitale è calcolato assumendo un cielo perfettamente buio e che il radiante dello sciame sia situato direttamente sopra la testa. In pratica, qualsiasi vera osservazione non raggiungerà queste condizioni ideali. Il numero di meteore che probabilmente si vedranno è quindi inferiore.
Da Roma, il radiante dello sciame apparirà a un’altitudine massima di 70° sopra l’orizzonte con una stima nel momento di massimo splendore dello sciame di circa 141 meteore all’ora.
La Luna, in Bilancia, sarà intorno al primo quarto di fase al culmine dello sciame, ma tramonterà alle 23:36 e non interferirà più nel corso della notte.

NELL’IMMAGINE IL PUNTO RADIANTE DELLE PERSEIDI.
CREDITI IN-THE-SKY.ORG

Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto

 

Il museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto è una realtà che raggruppa diversi ambiti didattici che vanno dall’Astronomia all’Orto Botanico, dal laboratorio dell’insetto alla Fisica Experience. Il polo riservato all’astronomia è gestito dal Gruppo Astrofili Persicetani (GAPers) che quest’anno festeggia i 40 anni della sua fondazione, si trova all’interno dell’area dell’Orto Botanico “Ulisse Aldrovandi” e si compone di: un osservatorio, un planetario e di una serie di collezioni naturalistiche, tra le quali una collezione di meteoriti tra le più importanti in Italia.

Museo cielo terra san giovanni persiceto
Romano Serra descrive uno dei legni di Tungunska

La collezione è collocata al primo piano della struttura che ospita anche il planetario ed è il risultato della passione e della perseveranza di Romano Serra, che dal 1978 raccoglie meteoriti, sia come opera di ricerca propria sul territorio sia acquistandoli quando rari e importanti a livello didattico e divulgativo. Cercare meteoriti non è affatto semplice; i luoghi migliori sono solitamente i deserti, che uniscono l’ambiente arido, che prolunga il tempo di conservazione delle croste di fusione sulla superficie delle meteoriti, all’assenza di vegetazione ed in talune aree alla presenza di un tavolato di ciottoli chiari che facilita il riconoscimento delle meteoriti, dalle superfici più scure. Ciononostante, Romano Serra può vantare un centinaio di ritrovamenti, una quantità notevole, frutto di decine di spedizioni nel Sahara ed in molti altri deserti. I pezzi presenti nella raccolta nel complesso superano tuttavia il migliaio, segno che la gran parte è composta da pezzi inevitabilmente acquistati. Tutte le classi di meteoriti sono ben rappresentate, a partire dalle condriti ordinarie, con bellissimi pezzi orientati o ricchi di regmagliti[1] o addirittura che mostrano shattercones[2]. Sono presenti anche molte classi di Carbonacee, e diverse rare Enstatiti.Tra le Acondriti, solo per citarne alcune, appaiono tutte le tre classi delle HED[3](Eucriti, Diogeniti e Howarditi), alcune meteoriti marziane (Shergottiti), brecce lunari, Aubriti ed Acondriti primitive. Ben rappresentate sono anche le Pallasiti, e le Sideriti (Ottaedriti, Esaedriti ed Atassiti).

Per alcuni famosi crateri terrestri, sono disponibili apposite raccolte che comprendono campioni dei meteoriti che hanno formato i crateri stessi, assieme ad impattitirocciose (Rocce terrestre che hanno subito alterazioni) o vetrose (Vetri formatisi a causa della fusione di materiali silicei) formatesi a seguito dell’impatto

Notevole è la raccolta dei pezzi che appartenenti al Kamil Crater, il cratere individuato nel 2008 dalle immagini di Google Earth da Vincenzo De Michele, e visitato da Serra in alcune delle molte spedizioni a cui ha partecipato. Oltre ad alcune stupende meteoriti, anche fra questi reperti sono presenti vetri e una roccia terrestre che mostra shattercones.

Per i crateri di Wabar, in Arabia Saudita, appaiono diversi vetri, sia neri (Le famose perle del Wabar) che chiari oltre a impattiti rocciose ed alcune belle sideriti.

Vetrina delle condriti (in basso) e delle
acondriti (in alto)

Anche Canyon del Diablo (MeteorCrater in Arizona)è ben rappresentato grazie ad alcuni campioni ed un plastico del cratere.

Ma i due “pezzi forti” del museo sono la ricchissima raccolta di Lybian Glass e la sezione dei legni di Tunguska.

Il vetro del deserto libico (LDG), si è formato a seguito di una caduta meteorica di 26 milioni di anni fa, che con il calore dell’esplosione vetrificò la sabbia del deserto in una vasta area tra Libia ed Egitto. Il vetro, di un bel colore giallo chiaro è stato utilizzato per migliaia di anni per costruire manufatti, dai bifacciali acheuleani, alle lame del paleolitico superiore, alle punte di freccia, per finire in stupendi ornamenti della civiltà faraonica come lo scarabeo del pettorale di Tutankhamnon. E’ difficile descrivere l’emozione di vedere un manufatto realizzato decine di migliaia di anni fa utilizzando un vetro creato dall’impatto di un asteroide ancora più antico, fino a 26 milioni di anni fa.

I legni di Tungunska sono certamente il settore più importante del museo, a cui appartengono più di un centinaio di campioni, un numero che rende la raccolta probabilmente la più ricca al mondo, recuperati in ben sette spedizioni alle quali Serra ha partecipato dal 1991 al 2018. Sezioni di alberi tagliati in varie zone nell’area dell’evento, tronchi carbonizzati, campioni di terreno, foto, rilevamenti e persino gli spettri di piccole gocce di vetro, sono gli elementi di una ricchissima esposizione che agli occhi attenti può insegnare molto, come ad esempio un tronco d’albero che mostra stretti anelli rotondi di accrescimento della foresta profonda ma che dopo il 1908 si ovalizzano (L’albero ha cambiato inclinazione a seguito dell’onda d’urto).

La ricchissima collezione è purtroppo raccolta in uno spazio assolutamente insufficiente per essere giustamente valorizzata e molti pezzi più che interessanti rischiano di passare inosservati al visitatore perché “affogati” nella folla di campioni che riempiono le vetrine. La solaraccoltadi meteoriti italiane in grado di esporre anche una perfetta riproduzione del meteorite di Renazzo meriterebbe uno svolgimento descrittivo ed espositivo ben maggiore.

Ma di contro a questo limite, oltre alla ricchezza ed alla bellezza di questa collezione sta la simpatia e la competenza del Dr. Romano Serra che, con un meteorite tra le mani, tra aneddoti e racconti, riesce a trasportare chi lo ascolta attraverso le sabbie sahariane, la taiga siberiana o sul “rim” di un cratere, in una passeggiata che può ben definirsi “tra cielo e terra”.

[1]Depressioni simili a “ditate” dovute all’ablazione operata dall’atmosfera terrestre in fase di caduta meteorite.

[2] Coni di frattura si irradiano solitamente da un apice e sono dovuti ad uno shock da impatto.

[3]Classe di meteoriti provenienti da un corpo differenziato (Probabilmente Vesta).

Museo

Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto

Indirizzo

Vicolo Baciadonne 1, San Giovanni in Persiceto

Contatti

–       Telefono 051-827067 (Lasciare messaggio in segreteria)

–       Mail segreteria@agenter.it

Orari:

Venerdì sera dalle 21:00 oppure su appuntamento concordato.

Biglietto Ingresso:

Ingresso planetario 6€ – Museo meteoriti ed osservatorio gratuiti.

Link al sito

https://museocieloeterra.org/scopri-il-museo/area-astronomica/

 

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NGC 4753 nella Costellazione della Vergine

NGC 4753
NGC 4753 si trova a circa 60 milioni di anni luce dalla Terra nella costellazione della Vergine e fu scoperta per la prima volta dall'astronomo William Herschel nel 1784. È un membro del gruppo di galassie NGC 4753 all'interno della nube della Vergine II, che comprende circa 100 galassie e ammassi di galassie. Si ritiene che questa galassia sia il risultato di una fusione galattica con una galassia nana vicina avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa.

ABSTRACT

NGC 4753 è una galassia lenticolare situata a circa 60 milioni di anni luce nella Costellazione della Vergine, osservata dal telescopio Hubble. Questa galassia mostra un aspetto spettrale con un disco distorto di polveri che oscura la luce delle stelle retrostanti. NGC 4753 combina caratteristiche delle galassie ellittiche e spirali, appartenendo alla categoria delle lenticolari. Si ritiene che tali galassie possano derivare da spirali prive di gas necessario per formare nuovi bracci o da fusioni galattiche. Priva di materiale per la nascita di nuove stelle, NGC 4753 continuerà ad affievolirsi. La sua struttura insolita potrebbe essere il risultato di una fusione con una galassia nana avvenuta circa 13 miliardi di anni fa, che ha generato fasce di polveri oscure attorno al nucleo galattico. Il disco di polveri, in precessione differenziale, mostra un tasso di precessione più rapido al centro rispetto ai bordi. Osservato dall’alto, il disco apparirebbe come una normale galassia a spirale. La galassia, scoperta da William Herschel nel 1784, è parte della Nube Virgo II e possiede oltre mille ammassi globulari. Lo studio di NGC 4753 offre agli scienziati l’opportunità di testare teorie sulla formazione delle galassie lenticolari, grazie alla sua complessa struttura e ambiente a bassa densità.


Polveri Galattiche come un Nido Cosmico


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Il soggetto di questa ripresa di Hubble dal fascino indubbio è NGC 4753, una galassia lenticolare dall’aspetto spettrale e indefinito, localizzata a circa 60 milioni di anni luce da noi nella Costellazione della Vergine.

Una delle caratteristiche più impressionanti è il disco distorto, visibile di taglio e composto da densi filamenti di polveri, che attornia il centro della galassia, oscurando la luce emessa dalle stelle retrostanti. Fasce di polveri interstellari come queste sono tipiche delle galassie a spirale, ma qui sono incorporate in un ovale biancastro composto da miriadi di antiche stelle in orbita attorno al nucleo galattico, caratteristica tipica delle galassie ellittiche. In effetti, NGC 4753 appartiene alla famiglia delle galassie lenticolari, una tipologia che comprende caratteristiche proprie sia delle ellittiche che delle spirali.

La relazione tra questi tre tipi di galassie non è ancora ben nota, ma si ritiene che le galassie lenticolari possano essere spirali fallite, rimaste a corto del gas necessario per formare i tipici bracci a spirale ricchi di giovani stelle blu, oppure che possano derivare da una fusione galattica. Priva di gran parte del materiale necessario per far nascere nuove stelle, NGC 4753 probabilmente continuerà ad affievolirsi nel corso del tempo.

NGC 4753
La posizione di NGC 4753 nella costellazione della
Vergine indicata con il punto rosso.
Coordinate: 12 53 37,08 – -1° 19′ 54.5”

L’eccellente capacità risolutiva del telescopio Hubble ci permette di ammirare le strutture polverose attorno al nucleo galattico con incredibile dettaglio. NGC 4753 fu scoperta dall’astronomo William Herschel nel 1784 e fa parte di un gruppo di galassie all’interno della Nube Virgo II, un insieme composto da un centinaio tra singole galassie e ammassi di galassie che si estende oltre il bordo meridionale del Superammasso della Vergine. Gran parte della massa di questa galassia è concentrata in un alone sferico leggermente appiattito che la avvolge. Inoltre, NGC 4753 possiede una popolazione di oltre un migliaio di ammassi globulari in orbita attorno al suo centro.


Si ritiene che la struttura insolita dell’oggetto derivi da una fusione con una vicina galassia nana, avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa. Le caratteristiche fasce di polveri oscure che attorniano il centro galattico, formando una sorta di un nido intrecciato ben visibile in contrasto al bagliore stellare diffuso, deriverebbero quindi da un processo di accrescimento progressivo di materiale proveniente da un evento di fusione. Le collisioni galattiche provocano notevoli sconvolgimenti nella struttura originale delle galassie coinvolte, dislocando polveri, gas e stelle in quantità.


Secondo gli scienziati, le interazioni gravitazionali conseguenti alla fusione hanno fatto sì che il materiale sottratto alla polverosa galassia nana, precipitando verso il nucleo della compagna maggiore, si raccogliesse in un disco rotante soggetto a precessione differenziale, un processo che avviene quando il tasso di precessione varia in dipendenza dal raggio. Ricordiamo che la precessione si verifica quando varia l’orientamento dell’asse di rotazione di un oggetto, come nel caso del moto di una trottola che rallenta.


NGC 4753
NGC 4753 si trova a circa 60 milioni di anni luce dalla Terra nella costellazione della Vergine e fu scoperta per la prima volta dall’astronomo William Herschel nel 1784. È un membro del gruppo di galassie NGC 4753 all’interno della nube della Vergine II, che comprende circa 100 galassie e ammassi di galassie. Si ritiene che questa galassia sia il risultato di una fusione galattica con una galassia nana vicina avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa.

In questo caso particolare, la forma del polveroso disco distorto in orbita attorno al nucleo galattico sarebbe dovuta al fatto che il tasso di precessione risulta più rapido vicino al centro del disco e più lento nei pressi dei bordi esterni. Secondo gli scienziati, il disco, qui visibile di profilo, se osservato da una prospettiva a volo d’uccello assumerebbe una struttura simile a quella di una normale galassia a spirale.

NGC 4753 è particolarmente interessante non solo per il suo aspetto insolito, ma anche perché il suo studio può permettere agli scienziati di testare varie teorie relative alla formazione delle galassie lenticolari, data la complessa struttura e l’ambiente a bassa densità che la caratterizza.


Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

NGC 4753 è una galassia lenticolare appartenente al cosiddetto “Superammasso della Vergine”, superammasso che contiene il nostro Gruppo Locale e, ovviamente, anche la nostra galassia, la Via Lattea. La sfida che proponiamo ai lettori dotati della strumentazione adatta è quella di riuscire a registrare i sottili filamenti scuri che avvolgono il nucleo di questa particolare galassia, una sfida che purtroppo si può intraprendere solo con tecniche digitali, dato che visualmente siamo di fronte a dettagli troppo minuti per essere percepiti, nonostante la luminosità dell’oggetto si attesti attorno ad una interessante decima magnitudine.


La posizione suggerisce il periodo di migliore osservabilità nella primavera, quando NGC 4753 arriva ad un’altezza sull’orizzonte tra i 40° ed i 50° per le varie località italiane. Collocata appena all’interno del quadrilatero principale della costellazione della Vergine, la cui base è definita dalle stelle Spica e Porrima, possiamo rintracciarla spostandoci di circa 3° verso est partendo proprio dalla stella Porrima quando si trova al culmine verso Sud. La galassia si stima disti circa 60 milioni di anni luce dalla Via Lattea, una distanza tutto sommato sufficientemente prossima (per gli standard galattici) che ne definisce una dimensione apparente interessante, con un diametro maggiore di circa 0,06°.


L’osservazione visuale si può intraprendere ed ovviamente sarà più gratificante utilizzando un telescopio dal diametro generoso. La sfida sarà percepire la luminosità non regolare del nucleo, con una zona più scura da un lato di questo. La magnitudine pone questo oggetto alla portata di strumenti con diametro attorno ai 20 cm, ma per distinguere senza dubbi qualche dettaglio del nucleo occorreranno strumenti un po’ più potenti. Per osservarla suggeriamo ingrandimenti almeno medi (pupilla d’uscita di circa 1,5-2mm), in modo da rendere il fondo cielo abbastanza scuro e aumentare il contrasto una volta completato l’adattamento al buio dei nostri occhi.

La ripresa dei sottili dettagli del nucleo è un po’ al limite per le fotocamere digitali, molto meglio potranno fare i CCD raffreddati, con cui potremo utilizzar e lunghezze focali a partire dai 1500-2000mm (sul sensore la galassia avrà una dimensione pari a circa 1/900esimo della focale, quindi circa2mm usando uno strumento tipo un C8 ad F/10, che ha una focale di 2000mm). L’uso dei filtri per ridurre l’inquinamento luminoso sarà di scarso aiuto: molto meglio puntare su una location buia, sfruttandole ore in cui NGC 4753 è alta sull’orizzonte in una serata con condizioni di ottima trasparenza atmosferica.


Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

Visuale: 3/5

Fotografica: 4/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2420a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

 
 

L’Universo visto con il VLT Survey Telescope (VST)

La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

ABSTRACT

Il VLT Survey Telescope (VST), situato presso l’Osservatorio Paranal in Cile, è uno strumento di primaria importanza per l’astronomia moderna. Con un diametro di 2,6 metri e la fotocamera OmegaCAM, VST offre un’ampia visione del cielo, consentendo di esplorare dettagliatamente galassie e ammassi di galassie. Questo telescopio è fondamentale per comprendere i processi di formazione ed evoluzione delle galassie, grazie alla sua capacità di catturare immagini di alta risoluzione su un ampio campo visivo. Le immagini dettagliate di VST permettono di osservare elementi come bracci a spirale, barre, anelli, e segni di interazioni gravitazionali, contribuendo alla comprensione della morfologia e della struttura delle galassie.

Tra gli oggetti studiati dal VST vi sono la galassia ESO510-G13, con la sua caratteristica struttura distorta a forma di “S”, il gruppo di galassie HCG90, noto per le intense interazioni gravitazionali tra i suoi membri, e l’ammasso di galassie Abell 1689, che offre preziose informazioni sulla distribuzione della materia nell’universo locale. Queste osservazioni consentono agli astronomi di analizzare la struttura a grande scala dell’universo e di osservare fenomeni come le lenti gravitazionali, che rivelano galassie lontane e offrono una visione delle prime fasi dell’universo.

Dalle galassie vicine agli ammassi lontani

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Il VST è il telescopio ottico dal diametro di 2,6 metri, che si trova presso l’osservatorio dello European Southern Observatory (ESO) di Paranal, in Cile. Questo straordinario telescopio ricopre un ruolo cruciale nell’esplorazione dettagliata dell’universo locale, permettendo agli astronomi di ottenere immagini di alta qualità di galassie e ammassi di galassie, e di utilizzare tali dati per comprendere meglio i processi di formazione ed evoluzione su scala cosmica nel nostro “vicinato” astronomico.

Grazie alla sua fotocamera a grande campo, OmegaCAM, VST è in grado di osservare vaste porzioni di cielo. Ogni immagine copre infatti un grado quadrato di cielo, dandoci la possibilità di studiare un’area equivalente a circa quattro volte le dimensioni angolari della Luna piena.

Il grande campo di vista combinato con l’elevata risoluzione angolare rende il VST particolarmente efficace nell’esplorazione dell’universo locale, in particolare per lo studio di galassie e ammassi di galassie. Le immagini VST consentono agli astronomi di analizzare in dettaglio le caratteristiche morfologiche e strutturali di tali galassie, rivelando elementi come bracci a spirale, barre, anelli e segni di interazioni gravitazionali. Tali informazioni sono cruciali per comprendere i processi di formazione ed evoluzione delle galassie nell’ambiente cosmico locale.

Inoltre, il VST può mappare efficientemente vasti volumi dell’universo circostante, consentendo l’individuazione e lo studio approfondito di importanti ammassi e superammassi di galassie. Queste strutture su larga scala forniscono preziose informazioni sulla distribuzione della materia nell’universo locale e sulla sua organizzazione gerarchica, gettando luce sulla struttura a grande scala dell’universo nelle vicinanze della Via Lattea.

Le recenti immagini catturate dal telescopio VST di oggetti come la galassia ESO510-G13, il gruppo di galassie HCG 90 e l’ammasso di galassie Abell 1689 mettono in mostra l’elevata qualità e risoluzione delle osservazioni effettuate da questo potente strumento.

ESO510-G13

Il VST ha catturato un’immagine di ESO510-G13, una galassia a spirale insolita che si trova nella costellazione australe dell’Idra, a circa 150 milioni di anni luce dalla Terra. Di solito, quando una galassia a spirale è vista di taglio, il suo disco di polvere e le braccia a spirale ci appaiono piatti.

La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

L’immagine VST, invece, rivela una struttura a disco distorta, simile a una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso.

Gli aloni stellari rappresentano i resti fossili delle passate interazioni gravitazionali e, grazie alle immagini profonde ottenute con VST gli astronomi sono ora in grado di studiarli per cercare di capire la storia di formazione ed evoluzione delle galassie. La struttura distorta del disco di ESO510-G13 indica che essa ha recentemente subito una collisione con una galassia vicina. Le forze gravitazionali deformano le strutture delle galassie mentre le loro stelle, gas e polveri si fondono insieme in un processo che richiede milioni di anni. Alla fine le perturbazioni si attenueranno e ESO510-G13 diventerà una galassia singola dall’aspetto normale.

Grazie al grande campo di VST, oltre ad ESO510-G13 si possono scorgere, nella stessa immagine, anche tantissime stelle appartenenti alla Via Lattea, galassie lontanissime e, in basso a destra, una coppia di galassie a spirale a circa 250 milioni di anni luce da noi. 

HCG90

Scrutando il cielo alla ricerca di galassie, l’astronomo canadese Paul Hickson identificò circa 100 gruppi di galassie i cui membri si trovavano molto vicini tra loro, in una configurazione molto “compatta”. All’interno di questi particolari gruppi, oggi noti come “Hickson Compact Groups” (HCG), le galassie interagiscono tra di loro, spesso in maniera violenta, proprio a causa della loro vicinanza. Queste interazioni danno origine a strutture spettacolari come code mareali, galassie distorte, regioni di intensa formazione stellare o anelli di polvere.

Il gruppo compatto di galassie HCG90. Il VST ha catturato i segni dell’interazione tra le galassie ellittiche al centro, NGC 7173 ed NGC 7176, e una galassia a spirale polverosa allungata e deformata. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
Il gruppo compatto di galassie HCG90. Il VST ha catturato i segni dell’interazione tra le galassie ellittiche al centro, NGC 7173 ed NGC 7176, e una galassia a spirale polverosa allungata e deformata. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

Il telescopio VST ha osservato uno di questi gruppi di galassie, HCG90, regalando agli astronomi immagini molto dettagliate. HCG90 dista circa 100 milioni di anni luce dalla Terra, e si trova nella costellazione del Pesce Australe.

Al centro dell’immagine sono chiaramente visibili due galassie ellittiche, NGC 7173 ed NGC 7176, e tra di loro una galassia a spirale polverosa allungata e deformata.

Le tre galassie sono fortemente interagenti, come si può dedurre dalla loro forma distorta e dalla presenza delle tante scie di stelle e gas (code mareali) che si osservano nell’immagine. L’interazione in corso tra i tre corpi celesti, sta strappando loro stelle e gas. Questo incontro ravvicinato provocherà un’intensa formazione stellare e si concluderà con la fusione delle tre galassie in una grande galassia singola.

Più a Nord nell’immagine, si può vedere la quarta componente del gruppo, NGC7172, che non sembra prendere parte alle interazioni in corso tra le altre galassie del gruppo.

NGC7172 è una galassia a spirale peculiare, e l’immagine di VST evidenzia le scure nubi di polvere che ne attraversano il nucleo.

Nel campo di vista sono ben visibili tante altre galassie, che però non appartengono al gruppo compatto HCG90.

Abell 1689

Le galassie amano raccogliersi in grandi gruppi, chiamati ammassi. Le galassie di un ammasso sono tenute insieme dalla forza di gravità. Oltre che dalle componenti luminose, l’attrazione gravitazionale è anche generata dalla materia oscura, di cui gli ammassi sono ricchi. Gli ammassi contengono centinaia, fino a migliaia di galassie e misurano tra i 5 e i 30 milioni di anni luce.

L’ammasso di galassie Abell 1689. La fotocamera a grande campo di VST è riuscita a catturare, in un’unica immagine, un ammasso contenente più di duecento galassie. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
L’ammasso di galassie Abell 1689. La fotocamera a grande campo di VST è riuscita a catturare, in un’unica immagine, un ammasso contenente più di duecento galassie. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

In questa immagine possiamo ammirare l’ammasso di galassie Abell1689, situato nella costellazione della Vergine a 2,3 miliardi di anni luce di distanza da noi. Grazie al grande campo della camera di VST e al fatto che questo ammasso è molto distante dalla Terra, possiamo osservarlo interamente in un’unica immagine.

Abell 1689 contiene più di duecento galassie, che appaiono come brillanti pallini dorati. Come accade comunemente negli ammassi, la maggior parte delle galassie sono concentrate nelle regioni centrali, ma lo spazio tra di loro è riempito da enormi quantità di gas caldo e della materia oscura. Le galassie nel centro dell’ammasso sono circondate da aloni stellari e da scie di gas e stelle, segno dell’intensa attività di interazione in corso nelle regioni più dense.

Ammassi di galassie massivi come Abell 1689 piegano e distorcono lo spazio circostante, influenzando il modo in cui la luce degli oggetti situati dietro l’ammasso si propaga nello spazio. Questo fenomeno, noto come “lente gravitazionale”, genera piccoli archi di luce, che non sono altro che la luce distorta delle galassie che si trovano dietro l’ammasso.

Grazie alle osservazioni degli ammassi di galassie, gli astronomi possono studiare in dettaglio non solo la struttura e le dinamiche degli ammassi stessi ma anche oggetti altrimenti troppo deboli per essere osservati direttamente, ad opera del fenomeno ‘’lente’’ che amplifica la luce delle galassie lontane, fornendo una visione delle prime fasi dell’Universo.

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AFGL 5180 nella Costellazione dei Gemelli

AFGL 5180 hubble
Nascosti tra le vaste nubi di regioni di formazione stellare come questa si trovano potenziali indizi sulla formazione del nostro Sistema Solare. L'immagine della settimana del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA di questa settimana presenta AFGL 5180 è un bellissimo vivaio stellare situato nella costellazione dei Gemelli (I Gemelli).

ABSTRACT

La regione di formazione stellare AFGL 5180, situata a circa 6.500 anni luce nella Costellazione dei Gemelli, è un componente significativo del Complesso Nebuloso Molecolare di Gemini OB1. Il telescopio Hubble ha catturato un’immagine spettacolare di questa regione, dove una stella massiccia, nascosta in dense nubi di gas e polveri, espelle potenti getti di plasma. Questi getti illuminano le nubi circostanti e creano cavità nel materiale interstellare, fenomeno tipico delle zone di formazione stellare. I getti sono il risultato delle interazioni tra i campi magnetici delle stelle neonate e i dischi polverosi che le circondano, che causano l’espulsione di gas ionizzato.

La stella nascente, circa dieci volte più massiccia del Sole, è quasi invisibile in banda ottica e persino nell’infrarosso. Il violento impatto dei getti con il materiale circostante crea onde d’urto visibili nel vicino infrarosso. AFGL 5180 contiene anche numerosi giovani oggetti stellari che espellono getti indipendenti. Questo complesso nebulare offre un’importante opportunità di studio per comprendere i modelli di formazione stellare massiccia, come l’accrescimento del nucleo e l’accrescimento competitivo. Le osservazioni di Hubble forniscono dati cruciali per svelare i misteri della formazione ed evoluzione stellare e galattica.

Baby-Stelle tra le Nuvole Oscure

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Nubi di polveri e stelle neonate creano l’artistico panorama cosmico qui ripreso dal telescopio Hubble: si tratta della regione di formazione stellare AFGL 5180, parte del vasto Complesso Nebuloso Molecolare di Gemini OB1, un insieme che comprende grandi nubi molecolari, nebulose a emissione e le stelle giganti blu dell’associazione Gem OB1, a circa 6.500 anni di distanza da noi nella Costellazione dei Gemelli.

Al centro dell’immagine una stella massiccia, ancora annidata in spesse coltri di gas e polveri, espelle una coppia di energetici getti di plasma, che si estendono trasversalmente dall’angolo destro in alto all’angolo sinistro in basso della ripresa. I getti ultraveloci impattano violentemente sul materiale circostante, illuminando le nuvole nere ricche di polveri e scavando cavità nel denso materiale, in modo simile alla luce di un faro che illumina nubi temporalesche in un cielo tempestoso.

Giovani getti come questi sono tipici delle zone di formazione stellare. Si ritiene siano dovuti a interazioni tra i potenti campi magnetici di stelle neonate rotanti e i dischi polverosi che ancora le circondano e che costituiscono la fonte di materiale per alimentare la loro crescita. Simili interazioni provocano l’espulsione in opposte direzioni di stretti deflussi di gas ionizzato, caratterizzati da una serie di addensamenti che si susseguono, a indicare che la sorgente stellare ha espulso materiale a intermittenza.

La posizione della nube di formazione
stellare AFGL 5180
AR: 06 08 53.98 - DEC: 21° 38' 31.70''
La posizione della nube di formazione stellare AFGL 5180 AR: 06 08 53.98 – DEC: 21° 38′ 31.70”

Il violento impatto tra deflussi di plasma e materiale nelle nubi crea brillanti onde d’urto che possono essere individuate nel vicino infrarosso, rilevato dalla Wide Field Camera 3 (WFC3) a bordo di Hubble. La stella nascente, una decina di volte più massiccia del Sole, è del tutto invisibile in banda ottica e rimane ampiamente nascosta alla vista persino se osservata nell’infrarosso. Un chiaro esempio delle conseguenze distruttive che i rapidi venti e le cocenti radiazioni della stella provocano sul mezzo interstellare sono gli oscuri pilastri di polveri a forma di dita, che si stagliano sullo sfondo grigio fumo in basso nell’immagine.

Le stelle neonate popolano ambienti caotici e oscuri, ma un modo per scoprirle è individuare gli effetti dei loro getti sulle zone circostanti. Gli astronomi hanno scoperto una dozzina di giovani oggetti stellari più piccoli in questo complesso nebulare, attorno alla stella massiccia centrale. Le nuove stelline hanno un’età di poche centinaia di migliaia di anni ed espellono deflussi indipendenti in una varietà di direzioni. Grazie a osservazioni come questa possiamo studiare le interazioni tra protostelle di massa elevata e le loro compagne di massa inferiore nell’ambito della nube molecolare di origine.

AFGL 5180 hubble
Nascosti tra le vaste nubi di regioni di formazione stellare come questa si trovano potenziali indizi sulla formazione del nostro Sistema Solare. L’immagine della settimana del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA di questa settimana presenta AFGL 5180 è un bellissimo vivaio stellare situato nella costellazione dei Gemelli (I Gemelli).

Due modelli principali di formazione stellare massiccia sono attualmente allo studio: l’accrescimento del nucleo e l’accrescimento competitivo. Quest’ultimo prevede che le stelle massicce si formino al centro di un denso ammasso di “stelline” più piccole, acquisendo massa anche grazie a fusioni con protostelle vicine. D’altro canto, il modello di accrescimento del nucleo prevede che la formazione stellare massiccia possa avvenire anche in ambienti isolati, in modo simile a quanto avviene per le stelle simili al Sole. Studi osservativi su regioni come AFGL 5180 possono svelare indizi fondamentali per chiarire la validità dei vari modelli.

Nella nostra galassia le giovani stelle massicce sono molto più difficili da studiare rispetto alle stelle più piccole. Il fatto che siano annidate in spesse nubi oscure, si accendano rapidamente e muoiano in fretta, le rende molto più rare da osservare durante la loro infanzia. Tuttavia il loro studio è fondamentale, perché possono regolare la formazione di nuove generazioni di stelle, così come l’evoluzione di intere galassie.

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

AFGL 5180 è una piccola zona nebulosa situata proprio ai piedi della costellazione dei Gemelli. Un buon riferimento per rintracciare l’oggetto è costituito dalla presenza nelle vicinanze dell’ammasso M35 dei Gemelli da cui dovremo abbassarci di circa 3° in direzione della stella Betelgeuse in Orione, verso sud.

Il periodo migliore per tentarne l’osservazione o intraprenderne la ripresa, suggerito dalle costellazioni citate, è quello invernale. Dall’inizio di novembre fino a tutto febbraio infatti troveremo l’oggetto alto più di 30° sull’orizzonte, con picchi tra i 65° ed i 75°, a seconda della posizione dell’osservatore lungo la penisola italiana, nelle lunghe notti di fine dicembre.

Chi in passato ha ripreso la zona della nebulosa “Testa di Scimmia” (NGC 2174) potrà verificare se nelle immagini ottenute compaia già la debole nebulosa sede d un’intensa attività di formazione stellare. AFGL 5180 si trova infatti circa 1° a nord di distanza da NGC 2174 nella costellazione di Orione, per cui è piuttosto probabile che immagini a campo medio-largo le mostrino insieme, completando un bel terzetto anche con la “Nebulosa Medusa” (IC 443) dei Gemelli.

L’osservazione visuale è decisamente difficile data la bassa luminosità dell’oggetto, caratterizzato da una forte componente infrarossa, radiazione a cui la vista umana purtroppo è decisamente poco sensibile. Filtri nebulari e ampi diametri degli strumenti (ipotizzo oltre i 40 cm), usati sotto cieli molto bui, potrebbero mostrarne il lieve bagliore, ma sicuramente saranno le tecniche di ripresa digitali a dare risultati più gratificanti.

La ripresa con fotocamere digitali, anche modificate, risulta piuttosto al limite, molto meglio potranno fare i CCD raffreddati, usati in abbinamento a strumenti con diametro di almeno 20-25 cm e focali medio lunghe. L’uso dei filtri per ridurre l’inquinamento luminoso o ancor meglio le riprese in tricromia a banda stretta potranno regalare dettagli interessanti dell’oggetto, molto dipenderà dalla qualità del cielo e dalla perizia dell’astrofotografo.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

Visuale: 5/5

Fotografica: 4/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2110a/

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Realtà Virtuale per l’Astrofisica

Screenshot

Realtà Virtuale: una Rivoluzione nell’Analisi e Visualizzazione dei Modelli Scientifici per l’Astrofisica

INTRODUZIONE

Negli ultimi anni, le osservazioni astronomiche hanno rivelato dettagli sempre più affascinanti sugli oggetti celesti, producendo un’enorme quantità di dati di altissima qualità (si veda Figura 1). Questo progresso ha reso necessario sviluppare modelli fisici sempre più precisi per descrivere i fenomeni astronomici, svelando i segreti nascosti nella loro struttura e nei processi che li governano.

Realtà Virtuale per l'Astrofisica
Figura 1. La figura mostra la ricchezza di particolari messa in evidenza dal James Webb Space Telescope (JWST) nelle recenti osservazioni di alcuni oggetti astronomici: (A) il resto di supernova Cassiopea A a circa 11 mila anni luce di distanza – D. Milisavljevic (Purdue University), T. Temim (Princeton University), I. De Looze (University of Gent); (B) la galassia NGC 7496 ad oltre 24 milioni di anni luce – Judy Schmidt (CfA); (C) l’oggetto Herbig-Haro 46/47 legato a getti protostellari– J. De Pasquale (STScI); (D) la nebulosa planetaria NGC 3132.
Crediti: NASA/ESA/CSA/STScI.

Tra i modelli fisici più usati nello studio degli oggetti astronomici troviamo quelli denominati magnetoidrodinamici (MHD), che si basano su un insieme di equazioni che descrivono il comportamento del plasma e dei gas negli oggetti astronomici anche in presenza di intensi campi magnetici. Si tratta di modelli fondamentali per comprendere la struttura, la dinamica e l’energetica di una vasta gamma di oggetti celesti, migliorando significativamente l’analisi e l’interpretazione delle osservazioni astronomiche.

Per sviluppare simili modelli è richiesto l’uso di sofisticati codici numerici, progettati appositamente per i plasmi astrofisici. A loro volto i codici necessitano di sistemi di calcolo parallelo ad alte prestazioni (noti anche come supercomputer), capaci di sollecitare migliaia di processori contemporaneamente, e di enormi risorse computazionali in termini di tempo di calcolo e memoria di archiviazione. Un esempio di tale tipologia di computer è il supercalcolatore Leonardo ospitato presso la facility nazionale di calcolo ad alte prestazioni del CINECA (si veda Figura 2). Ulteriori difficoltà legate allo sviluppo e allo studio dei modelli sono la complessità dei dati prodotti e la quantità enorme di informazioni scientifiche in essi contenuta, difficile da estrarre e interpretare. Sono aspetti che rappresentano una sfida sia per l’analisi che per la visualizzazione dei dati prodotti dai moderni modelli scientifici.

Realtà Virtuale per l'Astrofisica
Figura 2. A sinistra un esempio di supercomputer usato anche per la ricerca scientifica. Si tratta di Leonardo, uno tra i più potenti computer al mondo ospitato e gestito dal consorzio Cineca. Il supercomputer è stato installato nel 2022 nel nuovo data center situato nel Tecnopolo di Bologna, ed è uno dei tre precursori di sistemi di classe exascale annunciati da Euro HPC Undertaking.
Crediti: CINECA.

Ed è qui che entra in gioco la Realtà Virtuale, emergendo come uno strumento potente e innovativo per l’analisi e la visualizzazione di modelli scientifici complessi. Originariamente sviluppata per scopi di intrattenimento, la VR (ndr Virtual Reality) sta trovando applicazioni sempre più significative nella ricerca scientifica.

Gli scienziati dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Palermo e dell’Università degli Studi di Palermo contribuiscono attivamente a questa rivoluzione, sviluppando nuovi strumenti che consentono di esplorare e studiare modelli 3D in un ambiente immersivo. Un approccio che non solo sta migliorando la comprensione dei fenomeni astrofisici, ma rende la scienza più accessibile e coinvolgente per un pubblico più ampio anche di non addetti ai lavori.

Le Potenzialità della Realtà Virtuale nella Ricerca Scientifica

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La realtà virtuale offre una serie di vantaggi unici rispetto ai metodi tradizionali di visualizzazione dei dati scientifici. In un contesto tradizionale, gli scienziati sono spesso limitati a rappresentazioni bidimensionali sugli schermi dei computer, che possono rendere difficile l’analisi dei dati e l’interpretazione di strutture complesse in essi contenute. La VR, invece, permette ai ricercatori di immergersi, se così si può dire, completamente nei dati, navigando in uno spazio tridimensionale che replica fedelmente le condizioni simulate (Figura 3).

La capacità di esplorare i modelli scientifici in tre dimensioni è particolarmente utile in campi come l’astrofisica, dove le strutture che caratterizzano un determinato oggetto o fenomeno celeste possono presentare una grande ricchezza di particolari, oppure in strutture spesso interconnesse tra loro, la cui natura rende difficile identificare quali siano i processi fisici responsabili per questa o quella struttura o proprietà del fenomeno studiato. Per esempio, se si considera l’esplosione di una supernova: i detriti stellari espulsi possono formare una complessa rete fatta di filamenti e nodi di plasma con composizione chimica diversa che sono difficili da visualizzare e analizzare in 2D. Tale struttura spesso riflette processi fisici che avvengono subito dopo il collasso del nucleo stellare e, pertanto, codificano informazioni che possono essere di notevole importanza per studiare le complesse fasi che seguono il collasso del nucleo stellare e determinano l’esplosione della supernova. Con la realtà virtuale, gli scienziati possono navigare e interagire con i modelli generati in modo naturale e intuitivo, superando le limitazioni delle tradizionali rappresentazioni 2D su schermo. Una tecnica che facilita l’esame delle strutture da diverse angolazioni e punti di vista, e può permettere di isolare e analizzare specifici elementi del modello con una precisione difficile da raggiungere con metodi di visualizzazione tradizionali.

a man wearing a mask and standing in front of two monitors Realtà Virtuale per l'astrofisica
Figura 3. Ricercatori dell’INAF usano visori per la realtà virtuale per esplorare modelli MHD di esplosioni di supernova. Il modello, visibile anche sullo schermo del computer in primo piano, descrive la struttura del materiale stellare espulso a seguito di una esplosione di supernova.
Crediti: INAF.

Il Progetto 3DMAP-VR

Il progetto 3DMAP-VR (3-Dimensional Modeling of Astrophysical Phenomena in Virtual Reality) è stato avviato nel 2019 dai ricercatori dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Palermo con l’obiettivo di creare un ambiente di lavoro e sviluppo di modelli scientifici i quali si avvalgono anche di strumenti per la realtà virtuale. I modelli MHD tridimensionali, ricchi di dettagli e informazioni scientifiche, vengono generati attraverso simulazioni numeriche eseguite su supercomputer. Le simulazioni che ne risultano tengono conto di tutti i processi fisici rilevanti nei fenomeni astrofisici come, ad esempio, la gravità, la conduzione termica orientata dal campo magnetico, le perdite di energia dovute alla radiazione, le deviazioni dall’equilibrio della temperatura tra protoni ed elettroni, il riscaldamento dovuto al decadimento radiativo di elementi instabili (come, per esempio in nickel 56 prodotto a seguito di una esplosione di supernova) e l’accelerazione di particelle a velocità relativistiche come quelle che costituiscono i raggi cosmici.

Il processo per creare visualizzazioni in VR dei modelli scientifici nel progetto si articola in tre fasi principali:

  1. Accurate simulazioni 3D MHD per scopi scientifici: innanzitutto, i modelli 3D MHD vengono prodotti tramite simulazioni numeriche eseguite su supercomputer paralleli. Sono necessarie milioni di ore di calcolo e l’uso di migliaia di processori in parallelo.
  2. Strumenti per l’analisi dei modelli e per la produzione di mesh e texture dei diversi componenti del modello: come secondo passo, vengono realizzate grafiche 3D interattive e navigabili delle simulazioni astrofisiche utilizzando strumenti comunemente impiegati dalla comunità scientifica per l’analisi dei dati. Una tecnica mista costituita da superfici isodensità multistrato con diverse opacità è impiegata per realizzare le grafiche 3D.
  3. Strumenti per la creazione di oggetti esplorabili in realtà virtuale: infine, una rappresentazione in VR dei modelli astrofisici viene realizzata caricando le grafiche 3D su piattaforme pubbliche come Sketchfab, una delle più grandi piattaforme open access per la pubblicazione e la condivisione di contenuti di realtà virtuale e di realtà aumentata. Una volta caricate le grafiche 3D, le rappresentazioni per realtà virtuale del modello vengono riprodotte attraverso un ambiente intuitivo fornito da Sketchfab per definire le proprietà (come opacità, texture, luminosità, ecc.) degli oggetti che compongono il modello e per il post-processing del modello al fine di migliorare il rendering e mettere in risalto caratteristiche o proprietà specifiche di interesse per l’oggetto astronomico studiato (Figura 4).
Realtà Virtuale per l'Astrofisica
Figura 4. Esempi di modelli scientifici sviluppati nell’ambito del progetto 3DMAP-VR: distribuzione di elementi pesanti nel materiale stellare espulso a seguito di una esplosione di supernova (pannello in alto a sinistra); struttura dell’Universo osservabile con i filamenti di galassie e i grossi ammassi di galassie (pannello centrale); evento di distruzione mareale di una stella a causa della vicinanza con un buco nero (pannello in alto a destra); struttura di un quasar (pannello in basso a sinistra); disco circumstellare attorno ad una stella in formazione (pannello in basso a destra).
Crediti: INAF.

Divulgazione e Coinvolgimento del Pubblico

Uno degli aspetti più interessanti del progetto 3DMAP-VR è la sua capacità di rendere la scienza accessibile e coinvolgente per il pubblico. Nell’ambito di questo progetto, sono state realizzate diverse gallerie di modelli, esplorabili anche in realtà virtuale, sui siti Sketchfab e Artstation, quest’ultima una piattaforma leader per la vetrina di arte e design (vedi esempi nella Figura 5). Sono gallerie che promuovono una divulgazione ampia e accessibile dei risultati scientifici, coinvolgendo sia la comunità scientifica che il pubblico. Ad esempio, su Sketchfab la galleria “Universe in hands”, è dedicata ai modelli 3D MHD originariamente sviluppati per la ricerca scientifica e pubblicati su riviste internazionali i quali hanno permesso di esplorare e studiare vari aspetti affascinanti degli oggetti celesti (vedi Figura 5) come ad esempio: strutture magnetiche della corona solare e delle stelle di tipo spettrale avanzato; fenomeni di accrescimento in stelle giovani in formazione; getti protostellari; esplosioni di novae e supernove; meccanismi di accelerazione di particelle relativistiche nei fronti d’urto dei resti di supernova. Grazie a queste rappresentazioni 3D interattive, è possibile condividere la meraviglia dell’astrofisica con un vasto pubblico, rendendo accessibili e comprensibili i complessi processi cosmici che modellano il nostro Universo.

Figura 5. Il pannello in alto mostra le gallerie di modelli sviluppati nell’ambito del progetto 3DMAP-VR e pubblicati sulla piattaforma Sketchfab. Il pannello in basso mostra alcuni dei modelli pubblicati sulla piattaforma Artstation.
Crediti: INAF.

I contenuti derivati dalle simulazioni scientifiche hanno riscosso un enorme successo durante gli eventi di divulgazione scientifica e tra i non esperti. Un risultato positivo che ha motivato i ricercatori di INAF a spingersi oltre le simulazioni numeriche. Sono stati così realizzati nuovi modelli non basati solo su simulazioni scientifiche, ma arricchiti di dettagli non presenti nelle simulazioni che illustrano fenomeni e oggetti astrofisici sulla base delle attuali conoscenze. La prima collezione della nuova classe di risorse è stata “The art of Astrophysical Phenomena“, dove è possibile visitare ed esplorare modelli che illustrano con l’ausilio di grafiche accattivanti, la fisica che governa svariati fenomeni e oggetti astrofisici. Alla prima sono seguite altre due collezioni: “Anatomy of Astrophysical Objects” e “The Science of Science Fiction“. La prima collezione mostra rappresentazioni schematiche adatte alla didattica per comprendere la struttura degli oggetti astrofisici sulla base delle attuali conoscenze. La seconda collezione esamina famosi film di fantascienza mettendo in evidenza i passaggi nei quali essi riproducono più o meno accuratamente la scienza (fornendo così una scienza plausibile e precisa).

I modelli sono stati utilizzati inoltre per creare una serie di video adatti alla divulgazione scientifica che descrivono oggetti e fenomeni astrofisici, disponibili in italiano (SocialMente: condividiAMO l’Universo) e in inglese (Universe in hands). Infine, altri contenuti sono stati utilizzati ancora per animare mostre in eventi di divulgazione pubblica oppure per esposizioni nei planetari. Un esempio di utilizzo è il Museo dei Modelli Astronomici, MuMAS realizzato dai membri del progetto 3DMAP-VR specializzati nella didattica e comunicazione ove è possibile osservare da vicino, con l’ausilio della tecnologia del metaverso, oggetti astrofisici tra i più energetici dell’Universo (pannello in alto a sinistra in Figura 6).

Realtà Virtuale per l'Astrofisica
Figura 6. La figura mostra le schermate di alcune istituzioni internazionali che si sono avvalse delle risorse messe a disposizione dal progetto 3DMAP-VR per la divulgazione scientifica. Il Museo dei Modelli Astronomici (MuMAS) dell’INAF (pannello in alto a sinistra); un fermo immagine del documentario “Spark: The Universe in Us” prodotto dal California Academy of Sciences (pannello in alto a destra); il museo virtuale Voyager, sviluppato dallo Smithsonian Astrophysical Observatory (pannello in basso a sinistra); un fermo immagine dell’applicazione StarBlast sviluppato dall’Università degli Studi di Palermo in collaborazione con l’INAF nell’ambito del progetto internazionale PHAROS (pannello in basso a destra).

Le risorse prodotte nell’ambito del progetto 3DMAP-VR stanno avendo un impatto straordinario anche a livello internazionale, trasformando di fatto il modo in cui si comunica la scienza. Alcuni dei modelli 3DMAP-VR sono inoltre stati impiegati dalla NASA per creare affascinanti visualizzazioni di oggetti astronomici osservati con telescopi a raggi X. In fine, sono stati sviluppati kit di stampa 3D per persone con disabilità visive, rendendo l’astronomia accessibile a tutti.

Il prestigioso Smithsonian Astrophysical Observatory ha integrato vari modelli di 3DMAP-VR nel proprio museo virtuale Voyager, accessibile a tutti e che presenta modelli scientifici sviluppato da immagini generate dall’Osservatorio a raggi X Chandra (pannello in basso a sinistra in Figura 6). Allo stesso tempo, la California Academy of Sciences ha sfruttato uno dei modelli di 3DMAP-VR nella produzione di “Spark: The Universe in Us“, un documentario mozzafiato che esplora la profonda connessione tra noi e le stelle partendo dalle origini cosmiche degli elementi che ci compongono (pannello in alto a destra in Figura 6). Infine, cinque dei più affascinanti resti di supernova della nostra Galassia e della Grande Nube di Magellano (Cassiopea A, la nebulosa Granchio, SN 1006, IC 443 ed SN 1987A) sono diventati protagonisti di “StarBlast“, un’applicazione che sfrutta la realtà virtuale per coinvolgere il pubblico in emozionanti viaggi spaziali, e che rientra tra le attività di divulgazione scientifica del progetto internazionale PHAROS. L’applicazione, sviluppata da ricercatori dell’Università di Palermo in collaborazione con l’INAF è totalmente gratuita e disponibile sulla piattaforma STEAM. Grazie a queste attività, l’Universo diventa più accessibile, ispirando meraviglia e curiosità verso i misteri del cosmo.

Analisi di Dati Scientifici

Oltre alla visualizzazione immersiva dei modelli 3D MHD, le tecnologie per realtà virtuale possono essere sfruttate per un’analisi approfondita degli stessi modelli. Gli strumenti di analisi basati sulla VR consentirebbero di esplorare i modelli 3D in modo interattivo, raggiungendo un livello di dettaglio che non può essere ottenuto con le piattaforme di visualizzazione e analisi dei dati tradizionali. Tuttavia, gli strumenti basati sulla realtà virtuale specificamente progettati per l’analisi delle simulazioni numeriche non sono ancora di uso comune nella comunità scientifica, e richiedono ancora lo sviluppo di tecniche e metodi ad hoc.

I ricercatori dell’INAF di Palermo stanno ora lavorando ad un progetto innovativo per analizzare simulazioni scientifiche in VR. Per la sperimentazione hanno optato per Unreal Engine (UE), originariamente un motore per videogiochi che per le sue incredibili capacità grafiche e di interattività è potenzialmente adatto anche per l’analisi delle simulazioni scientifiche. Il primo passo è stato visualizzare in 3D i modelli di simulazioni scientifiche in tempo reale, ciò ha permesso di dimostrare la fattibilità dell’esplorazione dei dati scientifici in modo nuovo, con la possibilità di modificare le visualizzazioni in tempo reale tramite un opportuno pannello di controllo in VR. La successiva integrazione di UE con ParaView, un potente software di analisi dei dati usato dalla comunità scientifica, ha concesso ai ricercatori di analizzare e visualizzare i risultati direttamente nell’ambiente per realtà virtuale. Il risultato più significativo è la dimostrazione che è possibile eseguire analisi avanzate in pochi secondi, rendendo la scienza più interattiva e accessibile.

Conclusione

La realtà virtuale potrebbe rivoluzionare la nostra visione dell’Universo. Grazie al progetto 3DMAP-VR si è visto come questa tecnologia può trasformare profondamente la ricerca scientifica e la comunicazione delle scoperte astronomiche. Uno degli aspetti più affascinanti della realtà virtuale è la sua capacità di rendere la scienza accessibile a chiunque, non solo agli esperti. Grazie alla realtà virtuale, esplorare l’Universo diventa un’esperienza coinvolgente, che permette di vedere e comprendere fenomeni complessi in modo interattivo e intuitivo. Con l’evoluzione tecnologica in corso, ci attendiamo un aumento delle applicazioni innovative che sfrutteranno le straordinarie capacità con tecniche simili. Progetti come 3DMAP-VR forniscono un supporto ai modelli scientifici che spingono più avanti i confini della conoscenza scientifica. Ma ancor di più possono anche rendere l’astrofisica accessibile, coinvolgente e inclusiva per tutti, dimostrando il potenziale della tecnologia nel rendere la scienza un’affascinante avventura per ogni curioso.

Approfondimenti

Articoli scientifici relativi al progetto 3DMAP-VR:

  • Orlando,I, Pillitteri, F.  Bocchino, L. Daricello, and L. Leonardi, “3DMAP-VR, A Project to Visualize Three-dimensional Models of Astrophysical Phenomena in Virtual Reality”, Res. Notes AAS 3 176 (2019)
  • Leonardi, S. Orlando, S. Daricello, “Come ti racconto l’Astrofisica:video innovativi, realtà virtuale e aumentata”, Bricks n.4 (2022)
  • Orlando, M. Miceli, U. Lo Cicero, and S. Ustamujic, “Virtual reality for the analysis and visualization of scientific numerical models”, Mem. S.A.It. Vol. 94, 13 (2024)

Notizia media INAF sull’applicazione StarBlast:

–       StarBlast: esplosioni stellari in realtà virtuale, Redazione Media Inaf,29/11/2021

–       DEMO – StarBlast, a VR tour of the outcome of stellar explosions, youtube

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

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  • non dovrà superare i 3 minuti in caso di video,
  • non dovrà essere più di un link in caso di blogger,
  • deve essere di una sola puntata breve in caso di podcast,
  • deve essere uno short in caso di video o cortometraggio.
  • non dovrà essere più breve di 1000 parole in caso di testo o articolo

Non saranno presi in considerazione i progetti arrivati oltre la mezzanotte del 31 agosto 2024 e saranno selezionati solo progetti di divulgazione scientifica a tema astronomico o aerospaziale.
La giuria è costituita dalla redazione affiancata da esponenti del mondo scientifico, accademico, della ricerca, della comunicazione e della società.
Ogni componente del comitato valuterà con un punteggio le candidature per ciascuna delle due categorie, dalla somma dei punteggi emergerà il vincitore o la vincitrice per il tema Marte e per il tema Luna.

Sono ammessi anche i lavori di gruppi o associazioni.

I vincitori saranno annunciati il 5 settembre

I premi

Colore Bianco
Marchio TECNODIDATTICA
Materiale Plastica
Peso articolo 1,2 Chilogrammi
Global Trade Identification Number 08007239977211

Informazioni su questo articolo

  • Mappamondo lunare innovativo ed elegante, con piedistallo e asta in alluminio, diametro 30 cm e sfera che ruota sul proprio asse
  • Cartografia ufficiale National Geographic, ricca di informazioni in latino sulla geografia della luna: crateri, rilievi, mari e punti di allunaggio delle missioni spaziali
  • Un raffinato oggetto di design progettato dai noti designer danesi Claus Jensen & Henrik Holbaek dello Studio Tools Design
  • Grazie alla lampadina LED interna in dotazione, si trasforma da risorsa per appassionati di scienza e astronomia a suggestiva lampada di atmosfera
  • I mappamondi Tecnodidattica fanno uso di tecnologie avanzate e di materiali pregiati, realizzati secondo gli alti standard di sicurezza e qualità Made in Italy

Colore Rosso
Marchio TECNODIDATTICA
Materiale Plastica
Tipo di mappa fisico
Peso articolo 1 Chilogrammi

Informazioni su questo articolo

  • Mappamondo del pianeta Marte, innovativo ed elegante, con piedistallo e asta in nylon, diametro 30 cm e sfera che ruota sul proprio asse
  • Cartografia ufficiale National Geographic, ricca di informazioni in latino sulla geografia fisica del pianeta rosso e le sue formazioni geologiche, osservate con telescopi e missioni spaziali
  • Un raffinato oggetto di design progettato dai noti designer danesi Claus Jensen & Henrik Holbaek dello Studio Tools Design
  • Grazie alla lampadina LED interna in dotazione, si trasforma da risorsa per appassionati di scienza e astronomia a suggestiva lampada di atmosfera
  • I mappamondi Tecnodidattica fanno uso di tecnologie avanzate e di materiali pregiati, realizzati secondo gli alti standard di sicurezza e qualità Made in Italy

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Inviando il contributo e in caso di vincita si concede a COELUM i diritti d’opera sull’elaborato e l’autorizzazione alla pubblicazione dello stesso su tutti i canali in essere. Qualsiasi altro utilizzo dovrà essere da COELUM approvato.

Tutti i contributi dovranno essere originali e mai stati distribuiti in maniera gratuita né attraverso il web né su altri canali. Fatto salvo che per i vincitori, il vincolo di pubblicazione decadrà il giorno 5 settembre dopo l’annuncio dei premi assegnati.

Hai dubbi? Scrivi a coelumastro@coelum.com

La Storia di GAMMA CEPHEI

Gamma Cephei
Nel figura tratta dal libro di Covone "altre Terre" lo schema della sistema stella Gamma Cephei, con due stelle e un pianeta gigante

Sembra solo un puntino luminoso e privo di struttura, come tutte le altre stelle del Cosmo. Ma ogni stella ha una sua storia, una sua individualità che si nasconde dietro quel piccolo bagliore di luce. La storia di Gamma Cephei è tra le più interessanti del cielo.

Gamma Cephei dista circa 45 anni luce dalla nostra stella ed è in realtà un sistema stellare binario. La componente principale, Gamma Cephei A, è circa 1,4 volte la massa del Sole, ma è cinque volte più grande. È una subgigante classificata come K1 III-IV, ovvero una stella arrivata quasi alla fine della sua splendente vita percorrendo i vari gradini della serie spettrale e giungendo allo stadio di una lunga vecchiaia. La sua compagna Gamma Cephei B è una nana rossa circa tre volte meno massiva e molto meno luminosa, del tipo spettrale M4V. La piccola compagna fu scoperta da Gordon Walker e Bruce Campbell nel 1987 utilizzando misure di velocità radiali tramite osservazioni spettroscopiche. I due astronomi determinano che la nana rossa si muove intorno alla compagna più luminosa su un’orbita fortemente ellittica con un periodo di circa sei anni, ad una distanza media di circa 20 unità astronomiche.

Gamma Cephei
Gamma Cephei ripresa dall’autrice

Poco mesi dopo, come racconta Giovanni Covone nelle pagine di “Altre Terre”, Walker  e Campbell trovarono gli indizi del primo pianeta fuori dal Sistema Solare. Ulteriori misure mostravano la possibile presenza di un pianeta più grande di Giove, in orbita intorno alla stella maggiore, su un’orbita di circa due anni. Sarebbe stata una scoperta storica (infatti il primo pianeta estrapolare confermato fu scoperto sette anni dopo, nel 1995). Al candidato pianeta fu perfino dato un nome proprio, Tadmor, ma le prove non erano ancora sufficienti per dichiarare una scoperta.

“Tra i pianeti perduti, quello intorno a Gamma Cephei A occupa un posto particolare. Non era un pianeta inventato, non era un falso segnale nei dati immaginato da un astronomo troppo speranzoso. Era un vero pianeta, ma non era stato riconosciuto. Oggi è uno dei pochi tra gli oltre cinquemila noti che ha persino un nome: Tadmor, l’antico nome semitico della città di Palmira, in Siria, patrimonio dell’umanità.” (“Altre Terre”, pag. 187).

Al gruppo di Gordon e Campbell mancarono le risorse per compiere ulteriori osservazioni. Lo stesso Bruce Campbell, all’età di quarant’anni era ancora un astronomo precario presso la Victoria University (Toronto): in assenza di certezze sul suo futuro e preso dallo sconforto, “a un metro dal suo traguardo decise di lasciare il gruppo e l’astronomia.”

Gamma Cephei
Nel figura tratta dal libro di Covone “altre Terre” lo schema della sistema stella Gamma Cephei, con due stelle e un pianeta gigante

Nuove osservazioni nel 2003 confermarono la presenza del pianeta nel sistema binario, sulla stessa orbita misurata quindici anni prima da Campbell e Gordon. Chissà: con un pizzico di fortuna e di determinazione di più, la storia avrebbe potuto essere diversa. Ma è una storia che merita di essere ricordata perché, come ricorda Covone, “il lavoro degli scienziati poggia sulle generazioni dei giganti che ci hanno preceduto e ci permettono di guardare un po’ più lontano. Bruce Campbell, Gordon Walker sono tra i giganti verso cui tutti gli odierni cacciatori di pianeti hanno un debito.”

ASTRI SENZA CRINIERA Osservazione Diurna

Osservazione Diurna. Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500 f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro
Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500 f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro

Introduzione

La vista di un bel cielo azzurro preannuncia una notte carica di stelle. Ma non bisogna per forza aspettare l’arrivo del buio per cominciare, perché oltre al Sole, gli astri più luminosi del cielo come Luna e pianeti, possono essere visti e fotografati, talvolta con maggior profitto, anche con ancora la luce del Sole nella pratica comunemente chiamata Osservazione Diurna.

La Luna stessa passa praticamente la metà del suo tempo nel cielo diurno, per cui può capitare facilmente di trovarla in congiunzione con altri corpi celesti, anche quando l’atmosfera è ancora rivestita d’azzurro o di oro. Ecco allora alcuni consigli per provare ad ammirare e a riprendere al meglio questi spettacoli celesti, di giorno, all’alba o al tramonto che sia.

Spunti per l’osservazione visuale di Paolo Palma

Seppure nelle ore diurne il Sole pare rubare praticamente la scena, la sua abbagliante luce non riesce a cancellare totalmente alla vista gli altri oggetti del Sistema Solare: è molto facile ad esempio individuare la Luna, soprattutto quando è alta sull’orizzonte, non è troppo sottile ed è abbastanza lontana dal Sole. Ma con un po’ di allenamento, è possibile rintracciare anche Venere, che dopo il Sole e la Luna, è l’astro più luminoso del cielo.

 

Osservazione diurna
Figura 6: Venere di giorno all’oculare. Huawei p30 pro ISO50. Napoli, 11 agosto 2023 14:50 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

 

Spunti per la ripresa fotografica a cura di Teresa Molinaro

Quando si parla di astrofotografia si pensa inevitabilmente alla ripresa di oggetti celesti in un contesto quasi sempre notturno; ma la cosa sorprendente è che si può fotografare una modesta quantità di oggetti anche in pieno giorno, o nei momenti che precedono l’alba e seguono il tramonto, quando il cielo è avvolto nel bagliore solare.

Ovviamente non ci si improvvisa astrofotografi, è invece fondamentale avere solide conoscenze sia nelle basi della fotografia, sia nel sapersi orientare nel cielo riconoscendo i vari fenomeni astronomici che in esso si manifestano.

Osservazione Diurna
Luna calante di mezzogiorno settembre 2022 di Teresa Molinaro

 

Osservare e fotografare nelle ore crepuscolari o in pieno giorno

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di Paolo Palma

Venere come Stella del Giorno

Venere è così luminosa che non allontanandosi mai dal Sole oltre i 47 gradi, ha ereditato gli appellativi di “Stella della Sera” e “Stella del Mattino” – in latino Vespero e Lucifero – perché nell’alternarsi del dì e della notte, è il primo e l’ultimo astro a vedersi. È così impressionante vederlo scalare il cielo che nella tradizione biblica ha impersonato colui che sfida Dio prima di sprofondare nelle tenebre. Così luminosa insomma, da essere immediatamente riconoscibile dalle stelle, facilmente confondibile con un oggetto artificiale, e tanto da essere visibile in pieno giorno – anche ad occhio nudo – come un piccolissimo puntino di colore bianco.

Di giorno, spoglio di quell’intensa luce che lo avvolge di notte, è molto più difficile da individuare, ma nello stesso tempo è proprio in quelle ore che è più facile apprezzare le suadenti forme che assume lungo lo zodiaco. Fasi, che riportando alla mente quelle visibili nella Luna, furono sintetizzate poeticamente da Galileo nel celebre anagramma: «la madre degli amori imita le figure di Cinzia».

Un po’ di storia

Già Galileo racconta di aver osservato Venere di giorno ad occhio nudo. E nel farlo rimase fortemente sorpreso di notare come il luminosissimo pianeta apparisse al telescopio molto più piccolo di quanto ci si aspettava, soprattutto a confronto di Giove, che pur essendo meno luminoso, mostrava solitamente dimensioni apparenti maggiori. Giunse così alla comprensione dell’irradiazione, quell’illusione che ai nostri occhi fa apparire gli oggetti luminosi più grandi di quanto siano nella realtà: «bisogna osservare la grandezza di Venere veduta di giorno, e non di notte, quando la capellatura de’ suoi raggi la rappresenta dieci o più volte maggiore che ‘l giorno».

Ancora lui ci racconta delle primissime osservazioni diurne di Giove e di Sirio al telescopio e molti altri astronomi lo seguiranno in quest’esperienza: nel XIX secolo troviamo ancora Franks che si dilettava ad osservare il colore delle stelle più luminose in pieno giorno e le sistematiche osservazioni di Thomas Dick di astri fino alla seconda magnitudine. Ma la storia sarebbe cominciata molto prima dell’era telescopica, almeno da come sembrano indicare le osservazioni diurne di Venere riportate negli annali delle dinastie Goryeo e Joseon del mondo orientale.

Come trovare Venere

Se abbiamo una buona vista possiamo provarci anche noi. Bisogna assicurarsi della limpidezza del cielo e provare, almeno inizialmente, quando il pianeta si trova molto distante dal Sole. Bisogna sapere in che direzione cercarlo e non avendo alcuna stella per orientarsi, conviene provare sempre dallo stesso luogo, semmai anche con l’aiuto di un binocolo, individuando il Sud e trasformando gli elementi del paesaggio in punti di riferimento. È opportuno scegliere un luogo in ombra per non lasciarsi abbagliare dalla luce solare, respirare profondamente ed evitare di stare a lungo con la testa verso l’alto senza fare soste. Una volta individuato, può sparire facilmente alla vista, per cui, come l’esperienza dimostra, la presenza di elementi lontani come nuvole, aerei, cime montuose o palazzi, si rivela utile sia per individuarlo nel cielo azzurro, sia per non perderlo e sia per ritrovarlo nuovamente quando succede.

Osservazione diurna
Congiunzione diurna Luna – Spica. Nikon ISO400 1/400s. Basilica Santa Croce in Gerusalemme, Roma, 16 giugno 2024 18:25 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

Dalla Luna e dal Sole fino a Venere

In particolari momenti è la Luna stessa a trovarsi nei paraggi di Venere. E quando accade è una vera fortuna, perché in tali condizioni, trovata la Luna, diventa impossibile non vedere Venere, anche per chi prova a cercarla per la prima volta: il 9 novembre dello scorso anno ad esempio, assieme a decine di bambini della scuola primaria di Roma ho potuto osservare ad occhio nudo la sua occultazione da parte della Luna in pieno giorno senza alcuna difficoltà.

Quest’anno le congiunzioni diurne Luna – Venere saranno abbastanza larghe, per cui per individuarlo si rivelano molto utili le famose misurazioni angolari fatte con la mano, perché conosciuta la distanza dei due oggetti attraverso un software, si sa dove provare a cercarlo. La mattina del prossimo 5 settembre potrebbe essere il momento migliore per provarci, perché disteranno tra loro meno di 2 gradi. Poi si allontaneranno sempre di più, fino al tramonto, quando la separazione sarà più larga di circa 3 volte.

Osservazione diurna
Figura2: Venere in fase di giorno. Nikon ISO 100 1/1250s. Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, Napoli, 8 gennaio 2022 11:40 UT, a poche ore dalla congiunzione inferiore. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

Anche il Sole può diventare un punto di riferimento quando Venere ha una bassa elongazione, ma più la distanza tra i due si riduce, più è conveniente la mediazione di un binocolo. E quando si è diventati esperti e padroni della cosa, si può addirittura provare ad osservarlo in prossimità delle congiunzioni col Sole, inferiori e superiori, quando cioè la loro distanza si riduce a pochissimi gradi: in quei giorni è facile sapere dove trovare Venere e diventa uno spettacolo osservare al binocolo o al telescopio le sue bellissime fasi.

Provateci solo se avete abbastanza esperienza da non arrecare danni ai vostri occhi puntando inavvertitamente il Sole: bisogna trovare il modo giusto per nascondere la nostra stella e valutare l’ombra di quale edificio possa meglio prestarsi alla situazione, considerando che il pianeta negli anni, a distanza di giorni e nelle differenti ore del giorno, può trovarsi in una qualunque direzione del disco solare. Anche in questi casi diventa più facile individuare il pianeta nei pressi del mezzogiorno piuttosto che prima o dopo il sorgere o il tramonto del Sole, perché al meridiano lo spessore dell’atmosfera è notevolmente inferiore e perché un cielo azzurro crea maggiore contrasto di quello giallo o arancione.

Osservazione Diurna Figura 3: Venere in falce attraverso l’oculare di giorno. A51 ISO40 1/50s. Roma, 30 novembre 2021, 13:40 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma
Figura 3: Venere in falce attraverso l’oculare di giorno. A51 ISO40 1/50s. Roma, 30 novembre 2021, 13:40 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

Da Venere fino agli altri pianeti e alle stelle

Con Mercurio, Marte, Giove e Saturno le cose si complicano un po’: di giorno ad occhio nudo sono praticamente inosservabili, ma con un binocolo, lo zoom di una fotocamera o al telescopio diventano visibili, sempre ovviamente se si sa dove cercare. Al telescopio si riduce il numero di dettagli visibili sulla loro superficie rispetto a quelli apprezzabili durante la sera o la notte, ma trovarli in congiunzione tra loro o con la Luna è sempre un’occasione da non perdere. In mancanza di un telescopio automatico, conviene provare a cercarli quando si trovano in congiunzione con oggetti più facilmente individuabili, come la Luna o Venere, o farlo nelle ore crepuscolari, spazzolando la zona celeste interessata, una volta accertatisi che lo strumento sia a fuoco.

Osservazione Diurna Saturno di giorno. Mak 127 e iPhone 13, ISO32 1/43s. Cavenago di Brianza, 20
giugno 2024 3:29 UT. Credito: Alessio Ursino.
Saturno di giorno. Mak 127 e iPhone 13, ISO32 1/43s. Cavenago di Brianza, 20
giugno 2024 3:29 UT. Credito: Alessio Ursino.

Mercurio ad esempio, non allontanandosi mai troppo dal Sole, è spesso così basso e luminoso da apparire come una luce informe e spesso luccicante proprio come le stelle. Osservarlo al telescopio allora, quando è molto luminoso e col Sole poco sopra l’orizzonte, riduce gli effetti della rifrazione atmosferica e permette di apprezzare anche le fasi che assume.

Quando il Sole è poco sopra l’orizzonte anche le stelle luminose pur non essendo visibili ad occhio nudo, appaiono chiaramente al binocolo o al telescopio: anche questi sono spettacoli da non perdere. Uno dei più belli si verificherà  il 6 settembre, quando già prima del tramonto potremmo ammirare uno spicchio di Luna in congiunzione stretta con Spica.

Altre tecniche con un telescopio

Chi ha un telescopio o un binocolo sprovvisto di puntamento automatico può provare ad osservare un pianeta o un astro luminoso in pieno giorno puntandolo quando è ancora visibile all’alba ed inseguendolo col passare delle ore. Il 14 agosto ad esempio, si potrebbe provare a seguire la congiunzione stretta Giove – Marte fino all’arrivo del Sole per verificare se e per quanto tempo Marte rimarrà visibile nonostante la sua bassa magnitudine del periodo. O nelle albe di metà dicembre si potrebbe provare a seguire Mercurio per osservare meglio le sue fasi.

Con ancora meno fatica, si può provare inquadrando di notte l’esatta zona celeste che l’astro attraverserà il dì seguente. Conviene sempre osservarli quando sono nei pressi del meridiano, per cui, con l’aiuto di un software, una volta ricavate le coordinate altazimutali che l’astro avrà all’ora che si intende osservarlo, basterà – la sera precedente – inquadrare quell’esatta zona celeste con le stesse coordinate altazimutali ricavate. Tutto dipenderà dalla buona trasparenza del cielo. Con questa tecnica ho osservato al telescopio Mercurio, Giove e Saturno, ma anche la stella Arturo, presenti nel campo inquadrato anche se non sempre individuabili alla prima occhiata. Bisogna solo avere l’accortezza di mettere bene a fuoco l’immagine la sera prima, di non spostare lo strumento nell’attesa, coprire obiettivi e cercatori dell’eventuale passaggio del Sole e ricordarsi che come un vero primo appuntamento, non è ammesso nessun ritardo.


di Teresa Molinaro

Fotografare gli Astri all’Alba

Già all’alba la volta celeste può regalarci scenari interessanti: può capitare infatti che una determinata congiunzione tra pianeti, o tra la Luna e un pianeta, si verifichi all’aurora; in quel caso un astrofotografo sa che dovrà pianificare la sua sessione fotografica in relazione a diversi fattori, uno su tutti è certamente la luce che inonda il cielo nel crepuscolo mattutino contrapposta a quella più flebile degli astri.

Dopo aver individuato i soggetti e i luoghi idonei da cui fotografarli, sarà fondamentale essere dotati di un treppiede stabile sul quale montare la nostra fotocamera, impostando la modalità live-view, così facendo saremo in grado di lavorare in perfette condizioni di stabilità.

Si procede poi al settaggio: esposizione, tempo di scatto, ISO ma, soprattutto, una perfetta messa a fuoco (che dovrà essere rigorosamente manuale), ricordandoci di utilizzare un telecomando per scattare senza provocare inutili oscillazioni nella fase di scatto.

Osservazione diurna. Luna e Venere al mattino del 26 giugno 2022 ore 05:40 Palermo, Sicilia Nikon D7500 f/5 1/15s ISO 800 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro
Luna e Venere al mattino del 26 giugno 2022 ore 05:40 Palermo, Sicilia Nikon D7500 f/5 1/15s ISO 800 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro

Per immortalare una scena in cui i soggetti celesti sono ad esempio una falce di Luna in fase calante e un pianeta come Venere, su di un cielo nitido, una corretta impostazione (per una foto come quella sopra) per una reflex con teleobiettivo 70-300 mm, potrebbe essere di un’apertura di diaframma con valore 5, un tempo di scatto di 1/15s e ISO 800.

È chiaro che il settaggio varia in base alla fotocamera che stiamo utilizzando, agli obiettivi e alle condizioni di luce più o meno forte, per cui è importante conoscere le proprie attrezzature e come si comportano nelle varie situazioni.

Se avremo realizzato uno scatto soddisfacente, non sarà necessario intervenire con una eccessiva post-produzione, ma potremo semplicemente avvalerci di piccoli aggiustamenti relativi alla regolazione di luci e ombre, ai colori e all’attenuazione del rumore digitale, qualora ce ne fosse, utilizzando un programma per l’editing fotografico come Photoshop o Lightroom, indispensabile per un fotografo.

Queste dritte, infine, valgono sostanzialmente per i cosiddetti scatti singoli, che ultimamente sembrano essere un po’ fuori moda, poiché spesso ci si accosta all’astrofotografia con l’intento di impressionare il pubblico, ottenendo talvolta come risultato un buon lavoro di grafica a discapito del racconto, elemento chiave in fotografia.

Alba di Sole, Tramonto di Luna

Uno sei soggetti facilmente identificabili nelle prime ore del mattino è la Luna, poco dopo la fase di piena: può accadere che in alcuni giorni del mese, quando il Sole è sorto da poco, il nostro satellite si trovi nella sua primissima fase calante, illuminato dalla luce solare, ancora per qualche ora dopo l’alba.

Potrebbero presentarsi delle difficoltà date dalla forte luce del Sole, tipica del mattino: per fotografare questo tipo di scena, mettendo magari in risalto la Luna e i suoi dettagli, sarà necessario l’utilizzo di un teleobiettivo e bisognerà chiudere il diaframma a valori più o meno superiori a 13-14, per poi impostare un tempo di scatto molto veloce, ad esempio 1/500s e settare gli ISO non oltre i 200.

In questo modo daremo più nitidezza al corpo celeste, mentre potremo schiarire le ombre del paesaggio in seguito, in fase di post – produzione.

La Luna di Mezzogiorno

Altro momento della giornata in cui è facile imbattersi nella Luna (Gibbosa calante) è a mezzogiorno! In quel momento il Sole inonda ogni cosa con una luce molto decisa, sempre sfavorevole per la fotografia.

E proprio in pieno giorno, nei giusti periodi, potremo dedicarci alla ricerca di Venere, servendo cidi binocoli o telescopi per identificarlo nel cielo azzurro.

In questi casi, per portare a casa degli scatti validi, dovremo utilizzare un buon teleobiettivo per avvicinarci all’oggetto celeste e riuscire a fotografarlo, anche a mano libera se si ha mano ferma, ovviamente entro i limiti degli strumenti che impiegheremo; il diaframma dovrà essere discretamente chiuso, ISO massimo a 200 e tempi di scatto impostati da 1/500s in su (dipende sempre dai nostri obiettivi e dalla loro luminosità).

Fotografare il nostro satellite naturale in una cornice diurna necessita di un cielo nitido ma, se mai dovessero sopraggiungere delle leggere nuvole, la scena ne trarrebbe vantaggio, dando luogo a una composizione originale, un aspetto che però è il fotografo a dover gestire al meglio.

 

Osservazione Fig. 2 - Luna calante al mattino del 31
marzo 2021, ore 8:11 Bagheria, Sicilia
Nikon D7500 f/13 1/800s ISO 200
300mm. Credito Teresa Molinaro
Fig. 2 – Luna calante al mattino del 31 marzo 2021, ore 8:11 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/13 1/800s ISO 200 300mm. Credito Teresa Molinaro

Per realizzare questa foto sono state utilizzate le seguenti impostazioni: modello di fotocamera Nikon D7500 con obiettivo 70-300 mm, tempo di scatto 1/320s, apertura del diaframma con valore 14 e ISO 200. 

L’elaborazione di questo scatto è stata pressoché nulla, se non per convertite il file da RAW in Jpg. A parte qualche lieve operazione di editing per ciò che concerne l’attenuazione della forte luminosità, e per dare uniformità al colore (già naturale di suo), si è conferita all’immagine un po’ di nitidezza generale.

ANSEL ADAMS  E LA SUA “Moonrise, Hernandez, New Mexico”

Quando si parla di “Luna di giorno” il pensiero di un fotografo va subito a “Moonrise, Hernandez, New Mexico” del celebre Ansel Adams, realizzata il pomeriggio del 1 ° novembre 1941: la sua è una foto iconica, poiché non solo vi è rappresentato il paesaggio in bianco e nero, cifra distintiva di uno dei grandi maestri della fotografia di tutta la storia, ma poiché  Adams è stato uno dei primi a inserire la Luna in un contesto diurno, mentre era illuminata dagli ultimi raggi di Sole.

Pare che il fotografo si accorse per caso di questa scena mentre stava percorrendo in auto la strada verso Espanola:  scese rapidamente per riuscire a lavorare con quegli ultimi raggi di Sole a disposizione, imbracció la sua strumentazione e immortalò quel paesaggio in cui spiccavano una chiesa e un cimitero di croci bianche, illuminate dall’ultima luce del giorno, sullo sfondo delle cime innevate e in alto una coltre di nubi anch’esse irradiate dal Sole, mentre a sovrastare la scena c’era una gibbosa crescente a riflettere quella luce che di lì a poco sarebbe svanita.

La fotografia che potete facilmente individuare online è l’emblema della rappresentazione di un corpo celeste ripreso di giorno, escludendo ovviamente il Sole, poiché Ansel Adams ci dimostra come sia possibile ritrarre una luminosa Luna senza tuttavia perderne i dettagli, ambientandola nel paesaggio anch’esso correttamente esposto.

Osservazione Diurna. Luna calante di mezzogiorno 18 settembre 2022 ore 12:00 Bagheria, Sicilia Nikon
D7500 f/14 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm scatto a mano libera. Credito: Teresa Molinaro
Luna calante di mezzogiorno 18 settembre 2022 ore 12:00 Bagheria, Sicilia Nikon
D7500 f/14 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm scatto a mano libera. Credito: Teresa Molinaro

Ritratti Celesti al Crepuscolo Serale

La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.

E’ un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? E’ così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.

Palomar, I. Calvino

Nell’ora magica del crepuscolo, volgendolo sguardo ad Ovest, potremo avventurarci alla ricerca della  Luna alle sue prime fasi e nelle stesse porzioni di cielo, in determinate occasioni, potremmo provare a individuare Saturno, spesso visibile subito dopo il tramonto, oppure uno dei pianeti più elusivi del sistema solare, Mercurio: il pianeta, in determinate fasi dell’anno, si mostra negli istanti successivi al tramonto e rimane visibile sull’orizzonte occidentale per al massimo un’ora dopo il calar del Sole, nel giorno di massima elongazione.

Tentare di fotografare Mercurio può essere difficoltoso per via della sua scarsa luminosità, ma non impossibile se ad accompagnarlo c’è qualche altro oggetto celeste, come la Luna o Venere.

A maggio 2020 si è verificata una stretta congiunzione proprio tra i pianeti Mercurio e Venere, che hanno incantato gli amanti del cielo in una danza serale, tra le sfumature del crepuscolo.

Osservazione Diurna Venere e Mercurio nel crepuscolo serale 22 maggio 2020 ore 20:53 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/5.6 1/8s ISO 1600 obiettivo 18-105mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro
Venere e Mercurio nel crepuscolo serale 22 maggio 2020 ore 20:53 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/5.6 1/8s ISO 1600 obiettivo 18-105mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro

Per realizzare lo scatto di una simile congiunzione, va tenuto conto che la luminosità percepita dal nostro occhio sarà diversa rispetto a quella captata dalla nostra fotocamera, per cui il diaframma dovrà essere più aperto e il tempo di scatto più lento.

Nello spazio di tempo in cui il giorno cede il passo alla notte accadono cose incredibili: se ci poniamo, di contro, verso l’orizzonte orientale, potremo ammirare fenomeni come la Cintura di Venere con al di sopra la Luna piena appena sorta, magari avvolta in delle affascinanti nuvole rosa.

Osservazione Diurna. Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500
f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro
Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500
f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro

In questo preciso momento il crepuscolo è al suo culmine, per cui il fotografo si troverà a dover contrastare la luminosità della Luna che sorge e la penombra che avvolge il paesaggio.

Dunque non bisognerà esagerare con l’apertura del diaframma, per evitare di ritrovarsi una palla di luce al posto della Luna!

In questo caso sarà preferibile aumentare gli ISO, con moderazione, e soprattutto anche in relazione ai limiti della nostra fotocamera, che sarà bene conoscere per tempo, onde evitare di trovarci impreparati e perdere preziosi momenti in inutili prove.

La bellezza della notte rimane tale, infinita e immutata, ma le sfumature offerte dai colori del giorno sono molteplici e talmente suggestive che vale la pena lasciarsene coinvolgere e fermarle nel tempo.

Una foto ben riuscita racchiude in sé una giusta padronanza della tecnica, il bagaglio personale del fotografo e la gestione della luce perché, non dimentichiamolo, noi fotografi è con la luce che scriviamo; da astrofotografi, poi, abbiamo il privilegio di poter narrare storie scrivendo con la luce degli astri, imprimendo scorci di infinito nell’eternità.

Osservazione Diurna Luna piena
che sorge sul mare
tra i colori dell'ombra
della Terra e la
Cintura di Venere.
Credito Teresa
Molinaro.
Luna piena che sorge sul mare tra i colori dell’ombra della Terra e la Cintura di Venere.
Credito Teresa Molinaro.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

GANYMED: il più grande dei NEO

1086 GANYMED
Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

Nel mese di agosto avremo l’opportunità di osservare GANYMED in opposizione il più grande asteroide Near-Earth Object fino ad oggi scoperti.

(1036) Ganymed è un asteroide near-Earth appartenente al gruppo Amor, una sottocategoria di NEA la cui orbita li porta ad avvicinarsi a quella terrestre ma senza attraversarla. Scoperto dall’astronomo tedesco Walter Baade il 23 ottobre 1924 presso l’Osservatorio di Bergedorf, con un diametro di 37,7 chilometri è il più grande degli asteroidi near-Earth ad oggi conosciuti. Ganymed orbita attorno al Sole a una distanza che varia da 1.25 unità astronomiche (186.997.338 Km) al perielio, a 4,09 unità astronomiche (611.855.291 Km) all’afelio, completando un’orbita ogni 4.35 anni (1.587 giorni) con un’eccentricità di 0,53 e un’inclinazione di 27° rispetto all’eclittica. A causa dell’elevata eccentricità dell’orbita Ganymed appartiene anche ai cosiddetti “Mars Crossers”,  un gruppo di asteroidi le cui orbite attraversano l’orbita del pianeta rosso. Ganymed è classificato di tipo S con una superficie composta principalmente da silicati e metalli. Questo pianetino deve il suo nome a Ganimede, figura mitologica greca, giovinetto rapito da Zeus per la sua bellezza e divenuto poi coppiere alla mensa degli dei. (1036) Ganymed sarà in opposizione l’8 Agosto, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10.6. Il suo moto angolare sarà di gli 0,88 secondi d’arco al minuto.
1086 GANYMED
Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

Consigli per le riprese

Per far si che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle  nostre immagini dovremo utilizzare tempi di esposizione fino ad un massimo di 3,5 minuti. Per ottenere  invece una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo (1036) Ganymed trasformarsi in una bella striscia luminosa di 35 secondi d’arco.

MESSIER 17 – Nebulosa Omega o del Cigno

© ESO/INAF-VST/OmegaCAM

ABSTRACT

Continuando lungo la scia della Nebulosa Aquila, vista nello scorso numero, approdiamo a Messier 17, la Nebulosa Omega (o del Cigno). Scoperta, come vedremo, nel 1746, questa nebulosa ad emissione offre viste affascinanti di regioni di formazione stellare (una delle più luminose dell’intera Via Lattea) insieme ad un locale ammasso aperto di giovani stelle calde.

Storia delle osservazioni

Come annunciato, questa nebulosa venne inizialmente scoperta dall’astronomo e matematico svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux nel 1746. La descrisse come avente “una perfetta forma a raggiera, o a coda di cometa, con bordi ben definiti e gradienti luminosi ed oscuri tra la porzione centrale ed i suoi bordi”.

Dato che questa scoperta non venne mai annunciata pubblicamente (ritrovata solo dopo ulteriori letture degli scritti di de Chéseaux), la nebulosa venne riscoperta indipendentemente da Charles Messier nel 1764 che scriveva: “Un treno luminoso senza stelle con una forma distinta rassomigliante quella della Nebulosa di Andromeda [Messier 31] ma molto più debole. Si possono distinguere alcuni astri paralleli all’equatore della nebulosa”.

L’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel e suo figlio John riuscirono ad osservare molto di più, rispettivamente nel 1783 e nel 1833. Il primo descrisse la nebulosa come meravigliosa ed estesa e annotando, come Messier, che il suo aspetto ricordava quello di M31. John, invece, fu il primo a provare a disegnare accuratamente questo astro, aggiungendo: “La figura di questa nebulosa è quasi quella di una capitale greca omega, Ω, un po’ distorta e molto disegualmente luminosa. … Messier percepì solo il brillante ramo orientale della nebulosa ora in questione, senza nessuna delle circonvoluzioni annesse che furono notate per la prima volta da mio padre. Le principali peculiarità che ho osservato in esso sono: Il nodo risolvibile nella parte orientale del ramo luminoso ed il nodo molto più debole e più piccolo all’estremità nord-occidentale”.

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La descrizione dell’inglese William Henry Smyth é forse una delle più affascinanti: “Una magnifica, arcuata, ed irrisolvibile luminosità che occupa piú di un terzo dell’area inquadrata, in uno splendido gruppo di stelle”.

L’astronomo amatoriale inglese George Frederick Chambers paragonò la forma di M17 a quella di “un cigno che fluttua sull’acqua”. Da qui, uno dei nomi di questo oggetto celeste, Nebulosa del Cigno.

Posizione della Nebulosa Omega o Messier 17 nella costellazione del Sagittario
Posizione della Nebulosa Omega o Messier 17 nella costellazione del Sagittario

Caratteristiche fisiche

Messier 17, come anticipato in apertura, é una regione di formazione stellare attiva, resa brillante dalla radiazione associata alla formazione di giovani giganti blu. E’ possibile notare che alcune di queste stelle sono raggruppate in un ammasso aperto che conta circa 35 elementi, oscurato da polveri.

Questa nebulosa, trovandosi circa 6000 anni luce dalla Terra, é posizionata in un braccio della galassia (Braccio del Sagittario) differente e piú interno rispetto al nostro (Braccio di Orione). Nello stesso braccio é possibile rintracciare molti altri oggetti celesti visibili tra le costellazioni dello Scorpione e del Centauro. Dal nostro punto di vista, l’osservazione di questa nebulosa é ostacolata dalla presenza di polveri interstellari, trovandosi sul bordo della cosiddetta Fenditura dell’Aquila, una zona ricca di nebulose oscure che bloccano la vista degli oggetti celesti nella parte settentrionale del Braccio del Sagittario.

Il suo diametro é di circa 15 anni luce, con la nuvola di materia interstellare che la racchiude che si estende su un diametro di 40 anni luce, e una massa complessiva di 30000 masse solari. La geometria di M17 é peculiare, dato che appare molto simile alla Nebulosa di Orione (M42) ma vista di profilo, invece che di fronte.

Il piccolo ammasso aperto presente al suo interno, con una trentina di elementi, ha solamente un milione di anni di etá, rendendolo uno degli ammassi celesti piú giovani della nostra galassia. E, al contrario dell’ammasso, il numero di stelle nella nebulosa é molto più alto, fino ad 800 astri, con un altro migliaio di protostelle ancora in fase di formazione.

Due stelle ipergiganti, HD 168625 (V4030 Sagittarii) e HD 168607 (V4029 Sagittarii), potrebbero essere associate con questa nebulosa. Questo tipo di stelle é molto raro, raggiungendo luminosità che possono arrivare ad alcune milioni di volte quella del nostro Sole, con specifiche firme spettrali che indicano instabilità atmosferica elevata e alta perdita di materia. In particolare, le due HD menzionate sopra presentano, rispettivamente, una luminosità di 240000 e 220000 volte quella del Sole.

Un esempio di stella di questo tipo é la massiva UY Scuti (considerata supergigante da molti, ma ipergigante da alcuni), con una luminosità di 124000 volte quella del Sole ed un diametro di 1.26 miliardi di km. Per fare un esempio pratico, se questa stella venisse posta al centro del nostro Sistema Solare, la sua fotosfera (la porzione esterna della superficie stellare) arriverebbe ben oltre l’orbita di Marte, forse anche alla cintura degli asteroidi.

© ESO/INAF-VST/OmegaCAM

Posizione nel Cielo

Designazione: M17- NGC 6618

Tipo: Nebulosa ad emissione

Classe: regione H II

Distanza: 6000 anni luce

Estensione: 15 anni luce 

Costellazione: Sagittarius

Ascensione Retta: 18h 20m 26s

Declinazione: −16° 10′ 36″

Magnitudine:+6.0

Diametro Apparente: 11’ x 11’

Scopritore: Philippe Loys de Chéseaux nel 1745

M17 è facilmente rintracciabile  a circa due gradi a SE della stella γ (Gamma) Scuti.Puó anche essere individuata a circa un terzo del percorso che unisce la stella menzionata prima con il sistema quintuplo di μ (Mu) Sagittarii (Polis).

Un altro valido metodo é quello di prolungare una linea immaginaria tra le stelle ε (Epsilon) Sagittarii (Kaus Australis) e δ (Delta) Sagittarii (Kaus Media), per circa il doppio di questa distanza, con M17 a culminare la linea.

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questa nebulosa è da giugno ad ottobre.

  • Occhio nudo: osservabile, ma con molta difficoltà. Occorrono cieli tersi e bui lontano da tutte le sorgenti di inquinamento luminoso.
  • Binocolo: facilmente osservabile anche con binocoli di dimensioni minori, con un aspetto che rimane concentrato e nebuloso, come una macchia allungata nel cielo.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro: poche differenze con l’osservazione binoculare, ma è possibile iniziare a distinguere alcune strutture che la compongono.
    • Medio diametro: con telescopi da 12-15 cm la nebulosa appare caratterizzata da molte sfumature e giochi di luce.
    • Grande diametro: la visione diventa eccezionale con strumenti da 200 mm in su, con ottime viste sulle regioni periferiche e alternanza di zone oscure e più luminose.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

Aggiornamenti dall’ INFN

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Aggiornamenti INFN

Grandi novità dal mondo della Fisica Nucleare e per il telescopio Einstein

NASCE LA BOLOGNA QUANTUM ALLIANCE

Il futuro delle scienze e delle tecnologie quantistiche trova a Bologna un nuovo punto di riferimento a livello nazionale ed europeo. È la Bologna Quantum Alliance (BOQA): un’intesa che riunisce Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Consorzio Interuniversitario CINECA, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Siglato alla vigilia del G7 Scienza e Tecnologia, ospitato al Tecnopolo di Bologna, l’accordo mette a sistema le tante competenze distribuite sul territorio nazionale legate a temi d’avanguardia della scienza quantistica, dalla ricerca fondamentale alle applicazioni scientifiche e industriali.

In questo modo, grazie al ruolo di coordinamento svolto dall’Alma Mater, la Bologna Quantum Alliance potrà dare un forte impulso allo sviluppo dell’intera filiera quantistica, promovendo ambiti strategici come quello dei computer quantistici, delle comunicazioni quantistiche sicure e della sensoristica quantistica di precisione. Un nuovo fondamentale tassello che va ad arricchire l’ecosistema dell’innovazione bolognese e dell’Emilia-Romagna.

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

EINSTEIN TELESCOPE: ACCORDO ITALIA-SPAGNA PER LA CANDIDATURA DELLA SARDEGNA

Si rafforza la candidatura italiana per la costruzione di Einstein Telescope in Sardegna. Il ministro dell’università e della ricerca, Anna Maria Bernini, ha firmato oggi, 2 luglio, a Olbia, in Sardegna, un’intesa con il viceministro spagnolo della scienza, ricerca e innovazione, Juan Cruz Cigudosa, che prevede il sostegno della Spagna alla proposta italiana.

“L’accordo firmato oggi con la Spagna – ha detto il ministro Bernini – rafforza la proposta italiana di realizzare Einstein Telescope nel nostro Paese, in Sardegna, al centro del Mediterraneo. Ringrazio il viceministro Cigudosa per essere venuto a Olbia per firmarlo proprio nella Regione dove vogliamo realizzare l’infrastruttura. Il Governo sta sostenendo convintamente il progetto come dimostra l’impegno finanziario di 950 milioni già assunto nei mesi scorsi. Si tratta di una scelta strategica per un Paese che vogliamo sempre più ambizioso e attrattivo. L’Italia è leader nel mondo per la fisica e questa intesa dimostra l’altissima credibilità scientifica a livello internazionale di cui gode il nostro Paese. ET – ha concluso il ministro – darà un impulso decisivo al programma di rafforzamento dell’ecosistema della ricerca che vogliamo sempre più attrattivo”.

“La candidatura della Sardegna a ospitare Einstein Telescope diventa sempre più forte”, sottolinea anche il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli. “La sottoscrizione dell’accordo di cooperazione scientifica tra Italia e Spagna rappresenta un importantissimo riconoscimento internazionale del valore della nostra proposta, che si fonda da un lato sulla qualità, unica nel panorama europeo, del sito sardo, dall’altro sulla comprovata competenza ed esperienza della comunità scientifica italiana nella ricerca sperimentale delle onde gravitazionali, da Edoardo Amaldi ai successi dell’attuale interferometro europeo Virgo, che si trova proprio in Italia. Ringraziamo il Ministro Bernini e tutto il Governo per il loro grande impegno, e siamo fiduciosi che la nostra proposta raccoglierà un sempre più ampio consenso internazionale”, conclude Zoccoli.

Aggiornamenti INFN

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

EINSTEIN TELESCOPE, IN ASCOLTO DELL’UNIVERSO

26 luglio 2024 – 24 novembre 2024 
Centro Comunale Castello di San Michele – Cagliari

Una collaborazione di Orientare srl e INFN, con il patrocinio del Comune di Cagliari

La mostra Einstein Telescope, in ascolto dell’universo offre un affascinante viaggio alla scoperta del cosmo e di uno dei più importanti progetti di ricerca dei prossimi decenni: studiare l’universo con le onde gravitazionali, risalendo indietro nel tempo fino all’epoca in cui è comparsa la luce, è l’obiettivo dell’ambizioso progetto scientifico, raccontato lungo un percorso che, grazie anche a contenuti multimediali, farà alzare ai visitatori gli occhi al cielo per guardare con nuova curiosità lo spazio profondo, ancora così sconosciuto. Partendo da Albert Einstein e dalla sua teoria della Relatività Generale, l’esposizione cercherà di presentare in modo semplice la scienza e le prospettive del progetto di ricerca.

Aggiornamenti INFN

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

Fonte: Comunicato stampa a cura di Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

La danza cosmica di T Coronae Borealis

ABSTRACT

T Coronae Borealis è una stella nota anche come la “Blaze Star”, dove il termine “blaze” si riferisce a una fiamma intensa o ad un bagliore brillante e descrive in modo poetico e evocativo la natura esplosiva e brillante delle eruzioni periodiche di questa stella.

T Coronae Borealis (T CrB) è infatti delle poche Novae Ricorrenti ad oggi note, ècioè una stella che presenta esplosioni periodiche molto energetiche che provocano un brusco e deciso innalzamento della sua luminosità.

Tutte le analisi scientifiche finora effettuate portano alla conclusione che, molto probabilmente, la prossima “esplosione ricorrente” di T CrBavverrà entro pochi mesi o al più tardi entro il prossimo anno. Sebbene l’evento avrà un impatto visivo modesto, dal punto di vista scientifico rappresenterà un’opportunità straordinaria per approfondire la nostra comprensione della dinamica dei sistemi stellari complessi, stimolando l’interesse e l’entusiasmo degli astronomi di tutto il mondo.

C’è anche un altro motivo di interesse per gli astronomi non professionisti: T CrB è uno dei casi in cui l’astronomia amatoriale ha fornito e continuerà a fornire un contributo rilevante e di prim’ordine.

Molti sono gli aspetti di interesse che riguardano T CrB: in questo articolone analizzeremo alcuni, spingendoci ad un livello di dettaglio leggermente più spinto rispetto a quello di analoghi articoli apparsi sui quotidiani e web, nell’intento di raggiungere una comprensione maggiore di quanto sta accadendo e di quanto sta per accadere.

Inizieremo richiamando brevemente la natura delle Novae e delle Novae ricorrenti. Ci concentreremo poi su T CrB, ripercorrendo un po’ la storia delle sue osservazioni più antiche, descrivendo poi quali sono i segni premonitori della grande esplosione prossima ventura. Esamineremo quindi la natura della curva di luce di T CrB ed analizzeremo alcuni dei principali fenomeni che la riguardano e che non sono ancora completamente spiegati, fino a toccare uno degli aspetti più intriganti tra quelli non ancora compresi appieno: la possibilità che T CrB divenga una supernova di tipo Ia.

DESCLAIMER: 

nei giorni in cui stavamo chiudendo questo articolo le notizie su un’imminente esplosione sembravano confermate. Avremmo potuto attendere per la pubblicazione ma crediamo che informare il lettore su ciò che sta per accadere possa offrire un giusto strumento per valutare le notizie che si diffonderanno proprio in seguito all’evento significativo. Per fortuna ad oggi T Coronae Borealis è ancora in stato di allerta e non mostra evidenti esplosioni per cui vi invitiamo a godervi l’accurato articolo a cura del GrAG con le curve di luce e i riferimenti storici così da avere il possesso di un quadro completo della situazione. 

Verso la Prossima Esplosione: Previsioni e Misteri

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Sistemi Binari e Novae: La Danza Cosmica

Almeno il 50% delle stelle nell’Universo sono parte di un sistema binario, in cui due stelle orbitano attorno a un comune centro di massa.

In alcuni casi, le stelle possono interagire così strettamente fra loro da scambiarsi massa attraverso un processo noto appunto come trasferimento di massa. Ogni stella in un sistema binario è caratterizzata dal suo “lobo di Roche” (cfr. figura 1 e 2), una regione nello spazio entro la quale la gravità della stella domina sul materiale circostante. Se il materiale si trova all’interno del lobo di Roche della stella, rimane sotto il controllo gravitazionale della stella stessa mentre invece il materiale che supera questo confine può cadere verso l’altra stella del sistema.

T Coronae Borealis
Figura 1 e 2

Prendiamo ad esempio i due sistemi binari raffigurati nelle figure 1 e 2: nel sistema della figura 1 le stelle sono ampiamente contenute nel proprio lobo di Roche e le due stelle rimangono ben separate. Nel sistema della figura 2 la stella più grande oltrepassa il proprio lobo di Roche perdendo materia verso la più piccola.

Novae

Un tipo comune di sistema binario è costituito da una nana bianca e una gigante rossa. In questo scenario, la nana bianca, molto compatta e molto densa, “ruba” materia dalla sua compagna gigante rossa. Questo processo di trasferimento di massa avviene quando il materiale dalla gigante rossa oltrepassa il suo lobo di Roche e cade sulla superficie della nana bianca.

Figura 3: Illustrazione artistica di un sistema binario con trasferimento di massa tra una gigante rossa e una nana bianca.

Le novae sono fenomeni esplosivi che si verificano nei sistemi binari quando una nana bianca acquisisce materiale oltre una certa soglia dalla propria compagna gigante rossa. Il materiale acquisito è principalmente idrogeno, che forma uno strato degenere sulla superficie della nana bianca. Nel tempo, la pressione e la temperatura all’interno di questo strato aumentano fino a raggiungere livelli critici. A questo punto, la fusione dell’idrogeno in elio si innesca in maniera esplosiva, liberando una quantità enorme di energia in un breve periodo.

La fusione termonucleare esplosiva sulla superficie della nana bianca provoca un improvviso aumento della luminosità, trasformando una stella altrimenti debole in un faro brillante nel cielo. Questo fenomeno è osservabile dalla Terra come un “flash” di alta luminosità, che può durare da pochi giorni a diverse settimane prima che la stella torni al suo stato originale.

Il processo si può ripetere più volte, a seconda della quantità di materiale disponibile per l’accrescimento. Quando questo ciclo esplosivo si ripete periodicamente, il sistema è classificato come una nova ricorrente.

Ci sono oggi dieci Novae ricorrenti conosciute nella nostra galassia, anche se si sospetta che molte Novae siano ricorrenti con periodi tanto più ampi quanto più alto è l’incremento di magnitudine durante l’esplosione.

tabella 1, wikipedia, voce “novae ricorrenti”

T Coronae Borealis, la protagonista: cos’è, cosa accadrà

Come si vede alla terza riga della tabella 1, T Coronae Borealis è una nova ricorrente a circa 3000 anni luce dalla Terra, di magnitudine a riposo pari a 9,8-10. È un sistema binario costituito da una gigante rossa ed una nana bianca. Di seguito sono riportate le principali caratteristiche orbitali e fisiche del sistema[1]:

[1]valori da Munari dicembre 2023, Schaefer marzo 2023, Selvelli et al. luglio 1992

Sistema Binario

Gigante rossa

Nana Bianca

Distanza: 916 parsec

Periodo: 227,56 gg

Inclinazione: 65 gradi

Semiasse maggiore: 0,54 UA

Eccentricità nulla

Massa: 0,93 masse solari

Temperatura: 3600 gradi

Raggio: 75 raggi solari

Massa: 1,3 masse solari

Temperatura: 105 gradi in quiescenza

Raggio: 0,23 raggi solari

Si stima che T CrB raggiungerà durante l’esplosione una magnitudine pari a 2, che è più o meno la magnitudine della stella polare.  L’effetto visibile ad occhio nudo, quindi, sarà la comparsa di una stella “tipo stella polare” nella costellazione di Corona Boreale, nella posizione evidenziata dalla freccia nella riproduzione di figura 4 e 5. Le stelle di magnitudine 2 nel cielo sono una cinquantina, con l’esplosione di T CrB per qualche giorno se ne aggiungerà una, non un grande spettacolo, ma la comparsa di una “NOVA stella” sarà di per se un evento eccitante.

Figura 4: prima dell’esplosione

 

Figura 5: durante l’esplosione

T CrB nella storia

Ad oggi, sono documentate quattro esplosioni di T CrB, tutte distanziate di ca 80 anni o comunque di un numero di anni pari ad un multiplo di 80.

Figura 6: le esplosioni di T CrB documentate nella storia

Come qualche volta accade per i fenomeni astronomici, riferimenti si possono trovare anche in manoscritti storici. In particolare, per due eventi è stata svolta una approfondita indagine di archivio, scoprendo e studiando una serie di documenti del 1787 e, con una affascinante convergenza del mestiere di storico e di astronomo, addirittura nel 1217.

Vediamo brevemente i risultati di questa indagine storica.

L’esplosione del 1217

Nel 1217, l’Abate Burchard di Ursberg osservò un fenomeno celeste straordinario, descritto come una “stella” che brillava intensamente nella costellazione della Corona Boreale. Questo evento è stato documentato nella Chronicon Urspergensis, una cronaca medievale che copre il periodo dal 1126 al 1229. Burchard riportò che, nel periodo autunnale dello stesso anno, una stella che normalmente era poco visibile brillò con grande luce e mantenne questa luminosità per molti giorni. Inoltre, un raggio molto brillante si estendeva dalla stella verso l’alto, simile a un grande fascio di luce. Questo fenomeno fu visibile per diversi giorni e fu interpretato da Burchard come un “segno meraviglioso”[1].

[1]Riportiamo il testo della cronaca tradotto in italiano: “Nello stesso anno, nel periodo autunnale, di sera dopo il tramonto del sole, fu visto un segno meraviglioso in una stella a occidente. Infatti, quando quella stella, situata verso sud, declinava leggermente verso ovest, in direzione di quella stella che gli astrologi chiamano corona di Arianna (N.d.A.: corona borealis), come noi stessi annotammo, era precedentemente piccola e poi ritornò a essere piccola, ma allora brillò con una luce maggiore, e si vide salire da essa verso l’altezza del firmamento un raggio molto chiaro, come una grande e alta trave. E questo fu visto per molti giorni, come detto, nel periodo autunnale di sera; poi gradualmente scomparve e la stella ritornò alla sua piccolezza. Anche i predicatori in quei tempi asserivano che molti altri segni avvenissero in cielo e in terra, che sarebbe troppo lungo enumerare e aggiungere a questa brevità.”.Il testo originale in latino è: “Eodem anno tempore autumpnali, hora vespertina post occasum solis in quadam stella in occidente visum est signum mirabile. Namcum stella illa, posita versus austrum, aliquantulum declinans in occidentem, in directo siderisillius, quod vocant astrologi coronam Ariadnae, sicut nos ipsiannotavimus, anteaerat parva et post ad parvitatemredi it, sed tunc maiori luminerefuls it, visusque est ab ea ascendere versus altitudinem firmamenti quidam radiusvaldeclarus, quasi trabes magna et alta. Et hoc per multos dies, utpredictumest, tempore autumpnalis erovisumest; post paulatimdefecit et ad suamparvitatem stella rediit. Predicatore squoquehistemporibus multa alia asserebant contigissesigna in celo et in terra, quae longumesset enumerare et huic brevitatian nectere.”

Il racconto di Burchard è stato analizzato in profondità e la conclusione dei ricercatori che se ne sono occupati è che il testo si riferisca in effetti ad una “stella” (termine esplicitamente contenuto nella versione in latino). La descrizione di una “stella” esclude la possibilità di una cometa, dato che Burchard non usò i termini a quel tempo comunemente associati alle comete. Inoltre, l’interpretazione positiva del fenomeno come un “segno meraviglioso” è incompatibile con la visione negativa che le comete avevano nell’epoca medievale.

Gli studiosi hanno concluso che l’evento osservato da Burchard era molto probabilmente un’eruzione di T CrB, fornendo un’importante testimonianza storica delle eruzioni di questa nova ricorrente.

L’esplosione del 1789

Nel dicembre del 1787, l’astronomo inglese Francis Wollaston registrò una posizione astrometrica di una stella che si ritiene fosse l’eruzione della Nova T Coronae Borealis (T CrB).

Wollaston pubblicò nel 1789 un catalogo di tutte le stelle luminose e interessanti note all’epoca. Il catalogo fu realizzato con una metodica molto scrupolosa, utilizzando sia osservazioni di Wollaston sia informazioni presenti in molti cataloghi pre-esistenti, inclusi il Catalogo Britannico di stelle di Flamstead, il catalogo di nebulose e ammassi di Messier, il catalogo di stelle doppie di William Herschel, e una dozzina di altri cataloghi. Wollaston mirava a riunire i vari cataloghi disparati ed a volte conflittuali, e a processare tutte le coordinate in un’unica epoca comune del 1790. In molti casi dubbi, Wollaston ebbe comunicazioni con i compilatori dei cataloghi precedenti.

Il catalogo includeva anche una stella le cui coordinate coincidevano esattamente con la posizione di T CrB, Tenuto conto del fatto che nelle vicinanze di T CrB non ci sono stelle più luminose di magnitudine 13, che la la magnitudine limite di Wollaston è di 7,8 e che misure da lui effettuate in date precedenti il dicembre 1787 non riportano alcuna stella nella posizione di T CrB, l’unica possibile spiegazione per l’osservazione del 1787 è che si tratti di T CrB stessa in fase di post-esplosione al momento dell’osservazione.

L’esplosione del 1866

T CrB è stata la prima nova osservata con “metodi moderni”  e la prima su cui, in occasione dell’esplosione del 1866, sono state effettuate misure spettrografiche. L’autore di tali osservazioni è stato William Huggins, un pioniere della spettroscopia astronomica.

William Huggins (1824-1910) fu un eminente astronomo britannico che rivoluzionò l’astronomia attraverso l’uso della spettroscopia per studiare le stelle e altri oggetti celesti. Huggins inizialmente si dedicò alla medicina, ma presto rivolse la sua attenzione all’astronomia, costruendo un osservatorio privato nella sua residenza (Becker, 2010).

Nel maggio del 1866 Huggins ricevette una lettera da John Birmingham, un astronomo amatoriale irlandese, riguardante una nuova stella nella costellazione della Corona Boreale. Questo evento segnò l’inizio di una serie di osservazioni dettagliate da parte di Huggins e del suo collaboratore William Allen Miller utilizzando uno spettroscopio per analizzare la luce emessa dalla nova. Le osservazioni spettroscopiche furono condotte il 16 maggio 1866, appena quattro giorni dopo la scoperta di Birmingham. Huggins notò che lo spettro della nova era composto da una serie di linee brillanti sovrapposte a un fondo quasi continuo:

“Esaminando lo spettro della stella vicino a ε Coronae Borealis, fui colpito dall’apparizione di linee brillanti su uno spettro continuo. Queste linee brillanti furono viste distintamente in più occasioni, e non ci sono dubbi sulla loro realtà.”

Interpretò queste linee come emissioni di gas idrogeno incandescente, mentre il continuo spezzato da linee di assorbimento era attribuito al corpo stellare.

Nel corso delle osservazioni, Huggins sviluppò una teoria secondo cui la nova era una stella in fiamme, che aveva espulso una grande quantità di gas idrogeno a causa di un evento catastrofico. Credeva che il calore intenso della stella avesse innescato e consumato rapidamente il gas e ciò spiegava l’improvviso aumento e il rapido declino della luminosità della nova.

L’esplosione del 1946

Nel 1946, T Coronae Borealis (T CrB) è esplosa di nuovo, raggiungendo una magnitudine visuale di 2.0. Un evento che è stato ben documentato confermando T CrB come una delle novae ricorrenti più luminose osservate sin ora. L’esplosione del 1946 è avvenuta 80 anni dopo la precedente del 1866, consolidando il pattern di ricorrenza di circa 80 anni di questa nova​​.

L’osservazione del 1946 è stata riportata da numerosi astronomi, con dettagliate misurazioni fotometriche e spettroscopiche.

T CrB la ricostruzione della curva di luce dal 1842 ad oggi

Basilare per ogni studio teorico e per ogni previsione di quanto accadrà anche nell’immediato futuro è la disponibilità della curva di luce integrale di T Coronae Borealis. Tale curva di luce è stata ricavata tramite un esteso e scrupoloso lavoro di raccolta ed analisi di osservazioni che coprono il periodo dal 1842 ad oggi. Le osservazioni provengono da fonti molto differenti tra di loro ed hanno richiesto una notevole attività di validazione, selezione, omogeneizzazione e riduzione dei dati al sistema fotometrico standard Johnson 𝐵 e 𝑉.

La curva di luce risultante è riportata nel grafico che segue, dove sono evidenziate in verde le osservazioni in V-band ed in blu le osservazioni in B-band. Sono ben visibili le esplosioni del 1866 e del 1946.

T Coronae Borealis
Figura 7: la curva di luce di T Coronae Borealis, dal 1866 ad oggi

Come già accennato, in un così esteso intervallo temporale le fonti prese in considerazione sono state molte, ed è davvero interessante e significativo vedere quali sono state le varie tecniche di raccolta dati, suddivisibili in osservazioni visive, osservazioni fotografiche, Fotometria Fotoelettrica e CCD.

  • Osservazioni Visive: sono 116,844 e rappresentano quasi il 90% del totale delle osservazioni. Ciascuna osservazione fornisce una stima della magnitudine di T CrB. Per la maggior parte appartengono all’American Association of Variable Star Observers (AAVSO) International Database.
  • Fotografia: Sono stati analizzati archivi di lastre per ottenere magnitudini fotografiche. Si tratta di una racconta di osservazioni che coprono un periodo significativo, esse si rivelate essenziali per ricostruire la curva di luce storica.
  • Fotometria Fotoelettrica e CCD: Dal 1946 in poi, le misurazioni sono state effettuate utilizzando dispositivi fotoelettrici e, successivamente, CCD. Il miglioramento della tecnologia ha favorito una maggiore precisione nelle misurazioni di luminosità.

La maggior parte delle osservazioni sono catalogate in vari archivi gestiti da diverse organizzazioni astronomiche, tra cui quelli dell’AAVSO e della British Astronomical Association (BAA).

Contributo degli Astronomi Amatoriali

Gli astronomi amatoriali hanno svolto un ruolo fondamentale nel monitoraggio di T CrB, soprattutto per quanto riguarda la continuità ed assiduità delle osservazioni: dal 1946 al 2022. Si tratta di una mole di dati impressionante se si considera che sono state registrate in media quattro misurazioni visive per ogni notte!

Dal 1973 ca in poi, gli astronomi amatoriali hanno iniziato a effettuare osservazioni fotoelettriche e dal 2004 osservazioni CCD ben calibrate.

Ad oggi, il contributo degli astronomi amatoriali è cresciuto ancora di importanza, in corrispondenza con il miglioramento della strumentazione disponibile, della precisione delle osservazioni e di una maggiore attenzione alla elaborazione corretta dei dati.

Il contributo del GrAG ad ANS Collaboration

Da alcuni mesi, alcuni soci del GrAG partecipano alle attività di osservazione della Asiago Novae and Symbiotic Stars Collaboration (ANS Collaboration). 

La ANS Collaboration nasce nel 2005 sulla scia della lunga esperienza maturata ad Asiago dal professor U. Munari sul coinvolgimento di astrofili in esperienze di ricerca astronomica a profilo professionale. La mission di ANS è produrre, su oggetti selezionati, misurazioni astronomiche di alta precisione in ambito fotometrico multi-banda e spettroscopico.

Le osservazioni del GrAG vengono effettuate utilizzando il telescopio remoto sociale CosmoGrag, sono poi successivamente sottoposte a riduzione e a trasformazione verso il sistema standard fotometrico Cousin Johnson utilizzano il tool ANS Photometry ed inviate ai database centralizzati dell’osservatorio di Asiago, contribuendo in tal modo ad incrementare il numero di osservazioni di qualità di T CrB.

T CrB: caratteristiche della curca di luce, segni premonitori della nuova esplosione, stima della data della prossima esplosione

Nella curva di luce di T CrB della figura 7 sono ben riconoscibili alcuni fenomeni differenti fra loro e ben caratterizzati. In particolare, sono molto significativi per le previsioni sulla data della prossima esplosione:

  • l’incremento della magnitudine negli anni precedente l’esplosione
  • la presenza di un profondo minimo molto netto a ridosso dell’esplosione

Innalzamento della magnitudine pre-post esplosione (high state)

Il grafico riportato in figura 8 è una rappresentazione differente della curva di luce della figura 7, in cui si nota, specialmente nella banda B, l’innalzamento della magnitudine nel periodo precedente e successivo alla esplosione del 1946, approssimativamente dal 1936 al 1954. Un analogo innalzamento si è verificato a partire dal 2015! 

T Coronae Borealis
Figura8: la curva di luce di T CrB, dettaglio sugli “high state” pre e post esplosione; I punti che rappresentano le osservazioni sono stati mediati su un intervallo di tempo di 114 giorni (vale a dire, i punti relativi ad un intervallo di 114 giorni sono stati eliminati dal grafico ed al loro posto è stato inserito un unico punto riportante la media delle osservazioni), in modo da eliminare o quantomeno fortemente indebolire le variazioni di breve periodo ed evidenziare quindi le tendenze più significative.

Approfondendo questa linea di ragionamento e supponendo che il comportamento di T CrB sia rimasto più o meno immutato, la previsione per la nuova esplosione è che avvenga tra marzo-aprile del 2024 e settembre-ottobre del 2026.

T CrB: il minimo pre-esplosione

Nella curva di luce della figura 8 si individua anche un profondo minimo appena precedente l’esplosione del 1946. 

Per verificare se tale comportamento si sta ripresentando anche nella nostra era storica è necessario studiare il grafico con l’andamento della curva di luce dal 2021.

T Coronae Borealis
Figura 9: l’evidenza del minimo pre-esplosione. I punti verdi e blu sono le osservazioni nelle bande rispettivamente V e B mentre la linea piena è l’andamento teorico della curva di luce.

Sia in V sia in B è riconoscibile l’oscillazione legata al periodo di 227,56 giorni del sistema binario e, soprattutto, una diminuzione della magnitudine a partire dall’intervallo marzo-aprile del 2023, in perfetta analogia a quanto accaduto nel 1946. Dal confronto di dettaglio del minimo del 1946 e quello del 2023, si ricava una stima che vede l’esplosione collocata questa volta in un lasso ancora più stretto da febbraio a settembre 2024.

T CrB i fenomeni non spiegati

Molti sono i fenomeni riguardanti T CrB che necessitano di un assestamento dei modelli teorici e quindi di ulteriori osservazioni approfondite. E quale migliore occasione di indagine e di analisi se non quella offerta dall’esplosione prossima ventura?

L’innalzamento della magnitudine pre-post esplosione ed il minimo pre-esplosione

Sono i fenomeni di cui abbiamo già parlato, in particolare per i “pre” come segnali premonitori della nuova esplosione.

L’ipotesi più attendibile per l’incremento di luminosità prima dell’esplosione è l’aumento della velocità di accrescimento del disco che circonda la nana bianca: la gigante rossa inizia a trasferire massa attraverso il lobo di Roche a un ritmo circa 20 volte superiore al normale, e questo incremento nel tasso di accrescimento produce l’innalzamento della luminosità del disco di accrescimento.

Per quanto riguarda il periodo di tempo posteriore all’esplosione, lo stato di alta luminosità potrebbe essere dovuto invece alla prosecuzione della fusione nucleare sulla superficie della nana bianca.

In ultimo per l’improvvisa diminuzione di luminosità che provoca il minimo pre-esplosione, la causa più probabile sembra essere l’incremento di materiale espulso dalla gigante rossa che va ad alimentare la nube di polvere che circonda il sistema binario la quale a sua volta oscura la luce della stella, portando al calo di luminosità di cui sopra.

Per tutti questi fenomeni, non esiste tuttavia un modello consolidato.

Il “massimo secondario”: un fenomeno le cui cause sono state svelate

Dopo le esplosioni del 1866 e del 1946 la curva di luce presenta un netto “massimo secondario”, ben visibile nel grafico di dettaglio della figura 10.

Figura 10: la curva di luce cala velocemente fino a tornare ai livelli precedenti l’esplosione in ca 30 giorni, per poi risalire bruscamente dopo ca 110 giorni e ridiscendere nuovamente intorno al giorno 210, definendo così un netto “massimo secondario”

Lo spettro nel massimo secondario è continuo, il colore B-V è lo stesso del massimo primario, l’energia coinvolta è circa cento volte inferiore a quella del massimo primario.

Nel tempo sono stata avanzate varie ipotesi di spiegazione, basate sostanzialmente sull’innesco di una seconda esplosione termonucleare, nessuna delle quali tuttavia soddisfacente.

Recentemente, è stato proposto (Munari, dic 2023) che il secondo picco di luminosità prenda origine da un fenomeno di riemissione/riflessione da parte della gigante rossa della luce ricevuta dalla nana bianca. Vediamo meglio cosa ciò implica.

Nella figura 11 viene riportata la posizione relativa ad un osservatore sulla Terra della gigante (palla blu) e della nana bianca (crocetta rossa) in funzione del passare del tempo, calcolata secondo i parametri orbitali riportati in precedenza.

Il cerchio disegnato sulla gigante individua la temperatura e la zona via via colpita dalla radiazione della nana bianca. La nana bianca si sta raffreddando dopo l’esplosione così anche la radiazione, processo che determina temperature sempre più basse della zona colpita della gigante (da sinistra a destra si passa dal verde vivo al rosso spento).

Figura 11: posizione relativa della gigante rossa (cerchio blu) e della nana bianca (crocetta rossa); posizione dei giorni 164, 175, 187 e 198, contati a partire dall’esplosione

Sviluppando matematicamente il modello ed ipotizzando che la temperatura della nana bianca decresca nel tempo con l’andamento mostrato nel grafico 12 nel periodo in esame, si ottiene la curva di luce teorica della figura 13, in perfetto accordo con le osservazioni.

Figura 12: Andamento della temperatura della nana bianca a valle della esplosione, da 200.000 gradi a meno di 100.000.

 

Figura 13: Curva di luce. I pallini neri indicano le osservazioni effettuate mentre la linea continua è l’output del modello teorico.

Dopo anni di studi ed approfondimenti vari, una spiegazione molto semplice ed immediata, e proprio per questo convincente, ha fatto capolino: come direbbe Occam con il suo proverbiale rasoio, “quando senti il rumore di zoccoli, pensa ai cavalli, non alle zebre!

La variazione del periodo

Come sappiamo, T CrB è un sistema binario di periodo 227,55 giorni. Ma il periodo di T CrB non è costante nel tempo fattore non irrilevante se si stabilire l’evoluzione futura del sistema.

Per quanto riguarda il periodo, possono essere individuati tre intervalli di tempo con comportamenti differenti:

  • 1867-1946: nessuna variazione: i dati, pur affetti da ampia indeterminazione, indicano che non si sono presentati cambiamenti di notevole entità
  • 1946: incremento netto del periodo: in corrispondenza dell’esplosione del 1946 si presenta un incremento chiaro del periodo, pari a 0.185[1] giorni; l’ipotesi più accreditata è che si sia verificata una espulsione di materiale dalla nana bianca durante l’eruzione nova, che avrebbe allontanato le due stelle; questa ipotesi, tuttavia, non è confermata e contrasta con il fatto che la massa espulsa richiesta è superiore alle aspettative per le novae
  • 1946-2022: diminuzione del periodo: diminuzione di entità minore ma costante del periodo pari a -8.9[2]x10-6 giorni al giorno; fra le ipotesi all’origine sono la perdita di massa del sistema stellare (vento stellare), il trasferimento di massa dalla gigante alla nana bianca, l’interazione con un terzo corpo nel sistema. I dati attualmente disponibili, però, non confermano nessuna di queste ipotesi

Negli ultimi due casi, quindi, l’entità della variazione è tale da non essere spiegabile con gli attuali modelli teorici e saranno necessarie ulteriori osservazioni e studi per comprendere appieno la vera natura dei fenomeni.

[1] 0.185 +/- 0.056 giorni

[2] 8.9 +/- 1.6×10-6

Evoluzione di T CrB: diventerà una supernova di tipo Ia?

Le supernove, fenomeni catastrofici derivanti dal collasso del nucleo delle stelle massicce, presentano una eccezione significativa nelle supernove di tipo Ia. Queste ultime anno origine nei sistemi binari composti da una gigante rossa e una nana bianca. Nel processo, la nana bianca accresce massa dalla compagna fino a superare il limite di Chandrasekhar di 1,4 masse solari, provocando il collasso del nucleo e un’esplosione conseguente al bruciamento esplosivo del carbonio.

Le supernove Ia sono cruciali per l’astrofisica e la cosmologia: servono per misurare distanze cosmiche e tracciare l’espansione dell’Universo, oltre a contribuire significativamente alla chimica galattica producendo elementi come ferro, manganese, nichel e cobalto.

Ci sono alcuni fenomeni che indicano la possibile evoluzione di T CrB in supernova Ia.

T CrB è un sistema binario con una nana bianca che ha una massa di circa 1,3 masse solari, vicino al limite critico. Studi teorici (Kato et al., 2015) suggeriscono che la relazione tra il periodo, la massa della gigante rossa e la massa della nana bianca ricade tra quelle che rende possibile l’evoluzione in supernova. Anche le variazioni del periodo osservate in T CrB descritte in precedenza potrebbero essere indicative di questo processo evolutivo.

Molto rilevante per capire il destino di T CrB è inoltre la sua composizione: T CrB potrebbe essere un candidato per una futura supernova Ia se la sua nana bianca fosse composta di carbonio e ossigeno. In tal caso, gli attuali modelli teorici sulla struttura ed evoluzione delle nove prevedono che la nana possa aumentare la propria massa nel tempo fino a superare il limite di Chandrasekhar. Se la nana bianca fosse costituita invece da ossigeno, neon e magnesio, i meccanismi di “smaltimento di massa” della nana bianca sarebbero più efficienti e quindi la sua massa rimarrebbe al di sotto di quella limite.

L’esplosione di T CrB fornirà indizi preziosi sulla sua natura. Se il materiale espulso sarà ricco di neon, indicherà una nana bianca di ossigeno, neon e magnesio. In caso contrario, confermerebbe una nana bianca di carbonio e ossigeno, suggerendo la possibilità di una futura supernova Ia.

Conclusione 

Questa carrellata su T Coronae Borealis (che speriamo sia stata non troppo faticosa per il lettor) è a nostro parere un’ottima occasione di approfondimento sia dei temi specifici riguardanti T CrB sia dei metodi di analisi utilizzati dalla comunità scientifica (cfr. ad esempio la ricostruzione e l’analisi dettagliata e quasi strenua della curva di luce).

Abbiamo inoltre avuto modo di sottolineare il contributo assolutamente non trascurabile degli astronomi amatoriali, che diventa sempre più importante e qualificato, grazie anche all’organizzazione in gruppi ed associazioni quali ANS Collaboration e AAVSO: una ulteriore conferma dell’importanza delle osservazioni a lungo termine e della collaborazione tra astronomi professionisti e dilettanti.

I misteri su T CrB per cui non esistono ancora spiegazioni consolidate sono molti, nell’articolo abbiano analizzato i principali:

  • Cause fisiche delle peculiarità della curva di luce:
    • “High state” prima e dopo l’esplosione
    • Minimo molto marcato appena prima dell’esplosione
    • Minimo secondario dopo ca cento giorni dall’esplosione
  • Cause fisiche della variazione del periodo del sistema binario che costituisce la T CrB
  • Evoluzione di T CrB: diverrà o meno una supernova di tipo Ia?

Che dire, se non ribadire ulteriormente che sarà essenziale seguire con estrema attenzione l’evoluzione di T CrB nei prossimi anni/mesi/giorni  e speriamo che il nostro contributo si riveli all’altezza.

Referenze

Laddove non diversamente indicato, le informazioni dell’articolo sono prese dagli articolidi Schaefer e di Munari.

  1. and Mikolajewska J., oct 1997, New binary parameters for the symbiotic recurrent nova T Coronae Borealis
  2. , HachisuI., 2015, Theory of Nova Outbursts and Type Ia Supernovae
  3. , dic2023, The secondary maximum of T CrB caused by irradiation of the red giant by a cooling white dwarf;
  4. , lug 2023, The”super-active” accretion phase of T CrB has ended;
  5. Schaefer B. E., set 2023, webinar AAVSO “Recurrent Nova T CrB Coming Soon to a Sky Near You!”
  6. Schaefer B. E.; mar 2023, The 𝐵&𝑉 Light Curves for Recurrent Nova T CrB From 1842–2022, the Unique Pre- and Post-Eruption High-States, the Complex Period Changes,and the Upcoming Eruption in 2025.5+/-1.3;
  7. Schaefer B. E., 2023, The recurrent nova T CrB had prior eruptions observed near December 1787 and October 1217 AD;
  8. L., CassatellaA., GilmozziR., lug 1992, The nature of the recurrent nova T Coronae Borealis: ultraviolet evidence for a white dwarf accretor
  9. J. Becker, 2010, From dilettante to serious amateur:williamhuggins’ move into the inner circle

Referenze delle figure


Il CosmoGrAG

La realizzazione del CosmoGrAG è stata lunga e complessa ed è stata completamente gestita all’interno della associazione. La cupola, con un diametro di 3 metri, ospita un telescopio Newton da 12”/30 cm con apertura focale F3, montato su una montatura equatoriale in grado di sostenere un carico fino a 50 kg. Il sistema di acquisizione dati è composto da un CCD APS-H da 9,2 megapixel e pixel di 7,4 micron, filtri fotometrici BVRI Johnson Cousins, un fuocheggiatore elettronico con una risoluzione di 0,01 micron e componenti elettronici dedicati alla gestione remota.

Il processo di acquisizione e raccolta degli scatti è gestito tramite un software open source installato su un PC dedicato, che controlla l’intera strumentazione, inclusi i pannelli fotovoltaici installati per il risparmio energetico. Le sequenze di acquisizione sono dotate di sistemi di controllo che avvertono in caso di problemi.

Cos’è l’AAVSO e quali sono le sue funzioni

L’American Association of Variable Star Observers (AAVSO) è un’organizzazione scientifica ed educativa senza scopo di lucro che riunisce astronomi dilettanti e professionisti di tutto il mondo interessati allo studio delle stelle che cambiano di luminosità: le stelle variabili. La missione dell’AAVSO è di consentire a chiunque di partecipare alla scoperta scientifica, le sue principali attività sono:

  • osservazione e analisi di stelle variabili ed esopianeti
  • raccolta e archiviazione delle osservazioni per l’accesso a livello mondiale
  • creazione di forti collaborazioni tra astronomi dilettanti e professionisti
  • promozione della ricerca e della formazione scientifica.

L’AAVSO è stata fondata nel 1911 per coordinare le osservazioni di stelle variabili effettuate in gran parte da astronomi dilettanti per l’Osservatorio dell’Harvard College. Oggi la sede dell’associazione è situata a Cambridge, Massachusetts, ed ha partecipanti attivi in più di cento Paesi.

L’adesione all’AAVSO è aperta a tutti, professionisti, dilettanti e osservatori di stelle variabili.

Cos’è una curva di luce

In astronomia la “curva di luce” è un grafico che rappresenta la variazione della luminosità di un oggetto celeste nel corso del tempo. Questo è particolarmente rilevante nell’osservazione di fenomeni astronomici come stelle variabili, novae o supernovae.

La curva di luce in JD (Julian Date) plot mostra la variazione della luminosità in funzione del tempo, espresso in giorni giuliani. Ogni punto sulla curva rappresenta una misurazione di luminosità in una specifica data, fornendo una rappresentazione temporale delle variazioni osservate.

Le curve di luce forniscono informazioni preziose sull’oggetto osservato, consentendo agli astronomi di studiare i cambiamenti nella luminosità e di trarre conclusioni riguardo ai processi fisici che si verificano nell’oggetto astronomico in esame.

Evoluzione di una Nova in Supernova

Esistono vari tipi di supernove (Ia, Ib, Ic, II) classificate secondo i loro spettri

  • Tipo I: Supernove senza righe di idrogeno
    • Tipo Ia hanno una forte riga di Si II
    • Tipo Ib hanno righe di Elio Tipo
    • Ic non hanno Elio
  • Tipo II: Supernove con righe di idrogeno nello spettro

I tipi II, Ib, Ic sono riconducibili al collasso del nucleo in stelle massicce (fase finale della vita delle stelle)

Il tipo Ia invece si origina in sistemi binari costituiti da una gigante rossa ed una nana bianca (novae)

Figura 16: Wikipedia, voce “supernova tipo Ia”

Sistema Fotometrico Stardard Johnson

Un sistema standard fotometrico è un insieme di regole e misurazioni stabilite per quantificare e standardizzare la misura della luminosità degli oggetti celesti. Fornisce quindi una base coerente e standardizzata per la misurazione della luminosità e del colore degli oggetti celesti, consentendo agli astronomi di effettuare confronti significativi tra dati provenienti da diverse fonti e strumenti

Un sistema standard fotometrico include:

  • Bande di lunghezza d’onda ben definite su cui effettuare le osservazioni utilizzando appositi filtri, come ad esempio UBVRI, nel sistema fotometrico Johnson-Cousins (sono i filtri del CosmoGrAG)
  • Stelle standard, il cui flusso luminoso sia stato accuratamente misurato e documentato in diverse bande; sono utilizzate come punti di riferimento per calibrare le misurazioni di luminosità di altri oggetti celesti (Landolt, CMC-15, URAT1, AAVSO Photometric All-Sky Survey (APASS), USNO,…)
  • Procedure di calibrazione: protocolli e tecniche utilizzate per garantire che le misurazioni ottenute siano accurate e confrontabili. Includono la correzione per effetti atmosferici, l’efficienza del telescopio e della fotocamera, e altre correzioni necessarie.

Il sistema fotometrico standard Johnson è uno dei più utilizzati nell’astronomia per la classificazione delle stelle e la misurazione della loro luminosità. Questo sistema è stato sviluppato da Harold Johnson e William Morgan negli anni ’50.

Il GRAG: obiettivi e sito osservativo

L’Associazione Astrofili “Galileo Galilei” di Tarquinia, costituita da appassionati astrofili nelle province di Viterbo e Roma, si propone di riunire gli amanti dell’astronomia nel territorio di Monte Romano per osservazioni e astrofotografia. Senza scopi di lucro, la comunità offre un supporto tecnico di monitoraggio astronomico da anni, coinvolgendo appassionati provenienti da varie regioni.

L’obiettivo principale dell’associazione è stabilire un punto fisso di osservazione per incontri mensili attrezzati e facilmente accessibili. La “Galileo Galilei” si impegna nella divulgazione scientifica organizzando corsi nelle scuole di ogni livello e classe, inclusi corsi di astronomia e astrofotografia per persone svantaggiate o diversamente abili. L’autofinanziamento avviene attraverso corsi a pagamento di livello superiore avanzato. L’associazione offre serate pubbliche gratuite o tematiche, come osservazioni astronomiche durante eventi celesti, conferenze sulle proprie attività di ricerca amatoriale, conferenze con astronomi professionisti.

Il progetto ha ricevuto supporto dalle autorità locali, tra cui il sindaco di Monte Romano e l’Università Agraria locale. Il GrAG dispone infatti di un terreno gentilmente messo a disposizione ad uso gratuito dall’Università Agraria di Monte Romano (Viterbo), facilmente raggiungibile da gran parte del Lazio, riservato ai soci effettivi del Gruppo Astrofili Galileo Galilei e dei loro progetti sociali e pubblici. Il sito gode di un buon SQM medio misurato in 21.2.

Riconosciuta ufficialmente dalla regione Lazio dal 2022 per il suo impegno nella lotta all’Inquinamento Luminoso, il GrAG opera anche come osservatorio semi-professionale, godendo della tutela del cielo per Lasco di Picio entro un raggio di 10 km.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

E ORA, CHE FINE FA IL PROGETTO DI ESPANSIONE?

La raccolta fondi è terminata non raggiungendo purtroppo la quota di investimento necessaria per supportare l’espansione di Coelum oltre i confini nazionali. Chi conosce la storia della rivista però sa bene che ciò non può essere considerato un ostacolo.

Negli anni Coelum ha saputo cambiare più volte forma per adattarsi alle richieste dei lettori Ha sperimentato, sempre tra i primi, tutte le nuove soluzioni tecnologiche, aperto canali e avviato collaborazioni anche quando forse gli strumenti non erano esattamente maturi. Chi ricorda Coelum Stream? Ottima piattaforma video con contributi valutati con cura, ora a pensarci sembra preistoria. Ora che puoi andare live sul telefono di mezzo mondo per dire qualsiasi cosa come pensare al consumo di banda, webcam da applicare ai pc, microfoni e pochissima post produzione e zero filtri.. ok erano altri tempi però non più di 20 anni a pensare bene!

COELUM PARLERA’ SPAGNOLO

Il punto è che oltre a considerare i tempi più che maturi per portare i contenuti di Coelum ad un pubblico più ampio, la raccolta fondi ha generato una serie di azioni a catena fra cui contatti diretti con appassionati e professionisti ispanofoni europei ma anche di oltre oceano. Bene o male quindi l’idea è piaciuta e cavalcheremo l’onda fino a trovare anche il sostegno finanziario indispensabile.

Continuate a seguire le notizie e detto fra noi aspettatevi qualcosa già dal prossimo numero!


Il Sogno di Espandersi

Coelum Astronomia è nata in Italia e ha conquistato il cuore di tanti appassionati di astronomia con contenuti di alta qualità, articoli approfonditi e un linguaggio accessibile. Ora, immaginiamo un futuro in cui questa eccellenza italiana possa essere condivisa con la comunità ispanofona. Pensate al piacere di vedere un progetto editoriale italiano estendersi oltre i nostri confini, rappresentando l’Italia su un palcoscenico internazionale.

 

Coelum Astronomía para el Mundo Hispano

Un’Opportunità per i Nostri Autori

Per i nostri stimati autori, questa espansione significa ancora di più. Gli articoli che oggi sono scritti solo per un pubblico italiano saranno tradotti e adattati per i lettori ispanici. Questo offre agli autori l’opportunità di vedere i propri contenuti apprezzati e valorizzati da un pubblico nuovo e diverso, aumentando la loro visibilità e impatto. Non è solo un’evoluzione della rivista, ma un riconoscimento del talento e della passione che i nostri autori mettono in ogni singolo articolo.

 

Perché Abbiamo Bisogno di Voi

Realizzare questa visione richiede risorse significative. Dobbiamo tradurre e adattare i contenuti, sviluppare la nuova piattaforma web e promuovere il sito tra i lettori ispanici. Con il vostro sostegno su Kickstarter, possiamo coprire questi costi e fare in modo che Coelum en Español diventi una realtà. Il vostro contributo non è solo un aiuto economico, ma un atto di fiducia e di amore verso la scienza e la divulgazione.

Ogni contributo è un passo avanti verso un futuro in cui la conoscenza e la passione per l’astronomia non conoscono confini. Pensate alla gioia e all’orgoglio di sapere che la vostra rivista preferita sta ispirando nuovi appassionati dall’altra parte del mondo. Questa è un’opportunità unica per essere parte di un progetto che celebra la nostra eredità e la nostra visione di un mondo più connesso e informato.

 

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Agosto 2024

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 123

SUPERNOVAE AGGIORNAMENTI

Questo mese torniamo a parlare di scoperte amatoriali con una vecchia conoscenza dell’emisfero meridionale: il neozelandese Stuart Parker. Fino al 2021 Parker rivaleggiava a suon di scoperte con il grande Itagaki per contendersi la terza posizione della Top Ten mondiale amatoriale. Purtroppo nell’agosto del 2021 una grande tempesta danneggiò irreparabilmente il suo osservatorio posto ad Oxford, piccola cittadina a circa 60 km dalla città di Christchurch e per un paio di anni ha dovuto sospendere la sua grande passione di cercare supernovae. Finalmente nel febbraio 2023 e tornato al successo con la SN2023pbx nella galassia NGC3557 ed adesso mette a segno una nuova e luminosa scoperta ottenuta la notte del  10 luglio nella galassia lenticolare NGC3706 posta nella costellazione del Centauro a circa 130 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+16 e anche se molto luminoso era situato vicino al nucleo della galassia ospite. Stranamente nessun osservatorio professionale ad oggi ha ripreso lo spettro di conferma e pertanto il nuovo oggetto ha ancora la sigla provvisoria AT2024pfn. Fortunatamente abbiamo un’immagine di follow-up ottenuta cinque giorni dopo la scoperta dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa, che perciò ha confermato la presenza della supernova con una luminosità in aumento a mag.+14,5. Purtroppo dalle nostre latitudini la galassia NGC3706 non è facile da osservare trovandosi alla declinazione di -36°. Sono avvantaggiati gli astrofili del Sud Italia con la galassia che a Catania culmina a circa 16° sopra l’orizzonte.

Immagine della AT2024pfn in NGC3706 ripresa dall’astrofilo neozelandese Stuart Parker in remoto con un telescopio da 400mm.

Immagine della AT2024pfn in NGC3706 ripresa dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa con un riflettore da 360mm F.8,4 somma di 12 immagini sa 60 secondi.

Anche gli astrofili cinesi del programma XOSS, capitanati da Xing Gao, sono tornati al successo, proprio nella notte del 10 luglio, individuando una debole stellina di mag.+18,7 nella piccola galassia a spirale UGC11499 posta nella costellazione del Cigno a circa 340 milioni di anni luce di distanza. In questi ultimi anni i cinesi sono stati sicuramente i più prolifici in fatto di scoperte, ben 11 nel 2024, raggiungendo la quota di 98 scoperte e occupando in maniera stabile la settima posizione del Top Ten mondiale. A breve raggiungeranno quota 100, un traguardo che solo un ristretto numero di grandi astrofili è riuscito a raggiungere: Puckett 385, Newton 202, Itagaki 182, Parker 167, Boles 155 e Monard 150. I primi a riprendere lo spettro di conferma della supernova cinese sono stati gli astronomi americani dell’Osservatorio di Mauna Kea nelle Isole Hawaii con il telescopio da 2,2 metri. La SN2024pgy, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di Tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità, con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano alla velocità di circa 14.000 km/s. Intorno al 25 luglio la supernova ha infatti raggiunto il suo massimo di luminosità, sfiorando la mag.+16. I cinese sono stati rapidi nell’inserire la scoperta nel TNS bruciando sul tempo due programmi professionali denominati GOTO e ZTF che avevano immortalato questa supernova alla mag.+19,6 il giorno prima dei cinesi. Questa è la seconda supernova conosciuta esplosa nella galassia UGC11499. La prima fu la SN2009hz, di tipo II, scoperta il 3 agosto del 2009 dal programma professionale di ricerca supernovae denominato LOSS.

Immagine della SN2024pgy in UGC11499 ripresa da Riccardo Mancini con un Newton 250mm F.5 somma di 36 immagini da 120 secondi.

Immagine della SN2024pgy in UGC11499 ripresa dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4

 

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Coelum Astronomia 269 IV/2024 Digitale

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Le Costellazioni Napoletane

Costellazioni Napoletane
Anteprima della proiezione delle Costellazioni Napoletane nel software planetario Stellarium.

ABSTRACT

L’articolo “Il cielo sopra Napoli” di Ida De Rosa e Gino Civita descrive un affascinante progetto dell’Unione Astrofili Napoletani (UAN), che ha trasformato le costellazioni tradizionali in un cielo partenopeo unico ricco di Costellazioni Napoletane. Napoli, città di contrasti e creatività, ha ispirato i soci del Gruppo Costellazioni dell’UAN a reinterpretare il firmamento con simboli della cultura napoletana. Ad esempio, Orione è diventato una moka, mentre il Grande Carro si è trasformato in un mandolino. Figure mitiche come Andromeda sono state sostituite dalla sirena Partenope, e i Gemelli sono diventati la Bella ‘mbriana e il Munaciello.

Il progetto ha coinvolto una meticolosa ricerca iconografica per individuare i simboli napoletani più rappresentativi. Ida De Rosa, con la sua fantasia e abilità di disegnatrice, ha illustrato le nuove costellazioni. Per rendere accessibile la mappa celeste partenopea, il gruppo ha utilizzato Stellarium, un planetario virtuale. Gino Civita ha gestito la configurazione tecnica, definendo stelle e linee per ogni costellazione.

Il risultato finale è una mappa del cielo che celebra la cultura napoletana, offrendo una nuova prospettiva sulle costellazioni tradizionali e invitando gli appassionati di astronomia a vedere il cielo con occhi diversi.

Il cielo sopra Napoli

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Napoli è una città speciale, dove amore e odio si confrontano, si scontrano, si abbracciano. Dove la fantasiosa creatività dei suoi abitanti e la realtà spesso dura si armonizzano. L’unicità di questa città si manifesta anche nel suo modo di interpretare il cielo, dove le Costellazioni ufficiali cambiano forma, assumendo i contorni della tradizione partenopea. Alzando gli occhi verso la volta celeste sembra di sentire l’odore di quel caffè dal gusto così unico, mentre il gigante Orione si trasforma in una Moka. Un suono antico fa vibrare le stelle, e il Grande Carro piano piano diventa un mandolino. E se all’improvviso qualcuno vi fa uno sgambetto, forse è stata semplicemente una burla del Munaciello, che se la ride accanto alla Bella ‘mbriana, rubando insieme il posto ai Gemelli. Insomma, a Napoli il cielo è diverso!

Da sempre l’Uomo, osservando il cielo, ha cercato in esso qualcosa a cui poter affidare le proprie credenze e le proprie tradizioni, per renderle in questo modo infinite e immortali. Così, unendo con fantasia quei piccoli puntini luminosi nel firmamento, ha riempito la volta celeste di forme e simboli appartenenti alla propria cultura.

Una sera, alcuni soci del Gruppo Costellazioni dell’UAN (Unione Astrofili Napoletani), mentre erano intenti a scrutare la volta celeste e dibattevamo su questi concetti, si sono domandati: “Ma un napoletano, con la sua fantasia, alzando gli occhi al cielo cosa vedrebbe tra le stelle splendenti? La testa di Medusa o quella di Maradona? Il Cefeo o il busto di San Gennaro? Da qui l’idea, avanzata dal nostro Paolo Palma e accolta con entusiasmo da tutti, di realizzare un cielo completamente partenopeo, dove le “Costellazioni napoletane” sostituiscono quelle tradizionali.

Il gruppo di astrofili si è messo subito al lavoro, in un clima sereno e rilassato, spesso anche ilare, dove ciascuno ha trovato una propria collocazione, in base alle specifiche conoscenze, competenze e attitudini, collaborando alla ricerca di soluzioni che fossero il miglior compromesso tra creatività e limiti tecnici.

Anzitutto, un’accurata ricerca iconografica, che sarebbe poi diventata la piccola guida del cielo sopra Napoli, ha permesso di individuare i simboli e i miti più rappresentativi della cultura partenopea, da trasformare nelle geometrie delle nuove costellazioni. Ed ecco che, come per magia, Andromeda, la bella principessa etiope, ha preso le sembianze più familiari della bella sirena Partenope, il Grande Carro si è trasformato in un mandolino, i Gemelli sono diventati la Bella ‘mbrianae ‘o Munaciello. I personaggi, i simboli e i miti di Napoli si sono incastonati tra le stelle, in un’interpretazione tutta partenopea della volta celeste.

Costellazioni Napoletane
La costellazione dei Gemelli si è trasformata nella “La Bella ‘mbriana e il Munaciello”
Costellazioni Napoletane
La costellazione di Orione è diventata una moca per il caffè sbuffante!
Costellazioni Napoletane
Un simbolo iconico del mondo partenopeo non poteva mancare in un cielo napoletano moderno: Maradona.

La seconda fase del progetto è stata affidata a Ida De Rosa, appassionata di stelle e abile disegnatrice, dotata di quella dose di fantasia e di follia necessaria per sovrapporre alle immagini stilizzate, formate da punti e linee, le sue illustrazioni particolareggiate. Per alcune figure il lavoro creativo è stato immediato: ad esempio, per Orione, la cui forma richiama facilmente alla mente una tradizionale caffettiera moka, oppure per Cassiopea, con la sua sagoma a “M” in cui scorgere intuitivamente il Vesuvio e il Monte Somma. Anche la testa di Medusa o la Corona boreale erano perfette per contenere, rispettivamente, la testa di Maradona e la maschera di Pulcinella. Altri simboli, invece, hanno richiesto un lavoro artistico di immaginazione più complesso e non indifferente. È il caso della Pedamentina, una delle strade più note di Napoli caratterizzata da bellissimi scorci paesaggistici: affinché la sua forma potesse coincidere con le stelle che delineano la costellazione dell’Eridano, è stato necessario un disegno più stilizzato e meno realistico.

Costellazioni Napoletane
Cassiopea alla base del tracciato per il Vesuvio

A questo punto, non restava che rendere disponibile la neonata mappa del cielo napoletano attraverso un supporto informatico. La scelta è ricaduta su Stellarium, il planetario virtuale particolarmente apprezzato dagli astrofili, sia per le sue estese capacità di personalizzazione che per la fruibilità a titolo gratuito. Gino Civita, uno degli informatici del gruppo, si è assunto l’onere del lavoro!

Decine di finestre aperte sul desktop del computer, file di configurazione con i quali definire le stelle e le linee per ciascuna costellazione, parametri da selezionare, ricerche nei cataloghi stellari, immagini da scansionare e da adattare al formato richiesto da Stellarium: le giornate sono trascorse veloci.

Costellazioni Napoletane
Anteprima della proiezione delle Costellazioni Napoletane nel software planetario Stellarium.

Tutto era ormai pronto. Un clic ed ecco comparire finalmente sullo schermo il Cielo sopra Napoli! Un progetto impegnativo, nato quasi per scherzo, ma che oggi intende diffondere nel mondo, anche tramite le costellazioni, la meravigliosa cultura napoletana!

E voi, amici delle stelle, osservando il cielo e le costellazioni dalla vostra città, cosa ci vedete, in quei milioni di piccoli puntini luminosi?

ICONOGRAFIA DEL CIELO SOPRA NAPOLI

A cura del Gruppo Costellazioni dell’UAN (Unione Astrofili Napoletani)

Nelle schede a seguire la descrizione iconografica dei simboli della cultura partenopea riprodotti nel cielo sopra Napoli. L’iconografa comprende un’immagine reale dell’oggetto, il tracciato della costellazione con la traiettoria delle linee e la riproduzione grafica.

Scheda 01 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 02 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 03 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 04 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 04 Iconografia delle Costellazioni Napoletane

Come installare le Costellazioni Napoletane in Stellarium

Stellarium è disponibile gratuitamente per tutte le piattaforme (Unix, Windows e macOS) all’URL
Ecco i passi necessari per installare la cultura del cielo “Neapolitan”, realizzata dal Gruppo Costellazioni
dell’Unione Astrofili Napoletani, per un PC con sistema operativo Windows:
1. Vai all’URL https://stellarium.org/skycultures-list.html
2. Scorri la lista e fai clic su Neapolitan
3. Apri la cartella dove è stato scaricato lo zip. Solitamente, la cartella Download
4. Estrai il contenuto dello zip in una cartella qualsiasi. Entra nella cartella creata, troverai la cartella neapolitan con tutti i file necessari.
5. Copia questa cartella nella cartella C:\Program Files\Stellarium\skycultures
Il percorso potrebbe cambiare leggermente a seconda della versione di Windows. Ad esempio, invece
che Program Filespotresti trovare Programmi, oppure Programmi (x86)
6. Esegui Stellarium
7. Dal menu di sinistra scegli “Finestra delle opzioni del cielo”, oppure premi F4 sulla tastiera
8. Vai su “Culture del Cielo”
9. Scorri l’elenco di sinistra e scegli Neapolitan
10. Nel riquadro delle “Opzioni”, accanto a “Mostra etichette” scegli dal menu a discesa la voce “Nativo”
(in questo modo, vedrai le etichette in napoletano). Quindi, chiudi la finestra.
11. Per visualizzare anche i disegni, nel menu in basso seleziona “Figure delle costellazioni”, oppure premi to r sulla tastiera del computer
12. Divertiti con le Costellazioni napoletane!

Le Costellazioni Napoletane saranno presto disponibili nei planetari d’Italia. Segui Coelum per rimanere aggiornato.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

I CIELI DELL’APPENNINO ROMAGNOLO

I Cieli della Romagna
Cometa C/2020 F/3 Neowise. Canon 450D non modificata, Obiettivo Samyang 14mm F/4, Iso 800, singola posa da 30 secondi. Autori Cristina Cellini e Fiorenzo Mazzotti

NEL NUMERO 263 ABBIAMO INTERROTTO LA RUBRICA DEDICATA
AI LUOGHI MIGLIORI DA CUI FOTOGRAFARE CON UNA
MESSAGGIO DI CRISTINA CELLINI SULLO STATO DEL TERRITORIO
DOPO GLI EVENTI CHE HANNO COLPIO NELLO SCORSO
ANNO LA ROMAGNA. A DISTANZA DI UN ANNO RIPRENDIAMO
IL DISCORSO SU I CIELI DELL’APPENNINO ROMAGNOLO PROPRIO CON LA STESSA AUTRICE PER
RACCONTARE UN TERRITORIO DA RISCOPRIRE PASSO PASSO
MAGARI ANCHE CON QUALCHE SPUNTO PIU’ LUDICO!

ABSTRACT

L’articolo “I cieli dell’Appennino Romagnolo (aggiornamento 2024 post alluvione)” scritto da Cristina Cellini, Luca Argalia e Davide Alboresi Lenzi, offre una panoramica dettagliata sui siti migliori per l’osservazione astronomica nella regione dell’Appennino Romagnolo, focalizzandosi sulle esperienze post alluvione del maggio 2023. Gli autori raccontano come l’alluvione e le frane abbiano temporaneamente interrotto le loro attività, lasciando il territorio ancora segnato. Nonostante ciò, la determinazione a tornare alla normalità e a continuare l’osservazione astronomica ha prevalso, spingendo gli appassionati a cercare nuovi luoghi non colpiti dagli eventi atmosferici.

La maggior parte delle osservazioni astronomiche viene effettuata dall’osservatorio domestico degli autori situato nella campagna ravennate. Tuttavia, essi cercano costantemente nuove postazioni nelle montagne dell’Appennino, in luoghi con cieli meno inquinati dalla luce artificiale. Tra i siti descritti, Linaro-San Romano emerge come uno dei preferiti per il suo cielo scuro verso sud, ideale per la fotografia di nebulose e della Via Lattea. Monte Romano, sede dell’Osservatorio Astronomico del Gruppo Astrofili Antares, è un altro luogo storico per le osservazioni, sebbene sia parzialmente compromesso dall’inquinamento luminoso proveniente da Firenze.

Il Monte Fumaiolo è considerato il sito più buio dell’Appennino Romagnolo, nonostante alcune limitazioni dovute all’inquinamento luminoso e alla topografia locale. Altri luoghi di interesse includono il Monte Trebbio, recentemente reso accessibile grazie alla riapertura di una strada collinare, e l’agriturismo Cà Bionda, noto per essere un punto di ritrovo per gli astrofili e dotato di strutture adatte all’osservazione notturna.

In sintesi, il documento non solo evidenzia i migliori siti per l’astrofotografia ma trasmette anche la resilienza e la passione degli astrofili romagnoli nel superare le difficoltà causate dagli eventi naturali e continuare a esplorare i cieli stellati .

La Romagna: dove osservare

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Vi avevo lasciato un anno fa con la promessa di tornare a parlarvi dei cieli dell’Appennino Romagnolo, un racconto lasciato in sospeso a causa dell’alluvione e delle frane del terribile maggio 2023. È passato poco più di un anno da quegli eventi eccezionali e il nostro territorio è ancora pesantemente segnato, ma, fin dal primo momento, il desiderio di tornare al più presto alla normalità si è rivelato più forte di qualsiasi altro impedimento.

Una normalità che per noi significava anche tornare a fotografare sotto i cieli stellati, su quelle montagne capaci di regalarci sensazioni, sogni e soprattutto immagini irrealizzabili da quei cieli inquinati che ci ospitano quotidianamente. Molti luoghi sono, purtroppo, tuttora inaccessibili tanto che abbiamo trascorso buona parte della scorsa estate supervisionando le postazioni che frequentavamo maggiormente, ma ogni volta sbarre e cartelli ci ricordavano il divieto di accesso. Il nuovo anno non ha portato sostanziali miglioramenti, per cui in attesa di una normalità che vorrà il suo tempo per ristabilirsi e riprendendo in mano l’articolo, ho cercato di concentrare la mia attenzione su quei luoghi che non sono stati sin dall’inizio particolarmente coinvolti da quegli eventi.

Realizzo la maggior parte delle mie immagini astronomiche dal mio osservatorio domestico sito nella campagna ravennate, costruito insieme con mio marito, con cui condivido questa passione. Dalla mia postazione suburbana non è possibile dedicarmi alle foto a largo campo, a quella “Via Lattea”, ovvero il bordo della nostra galassia, ben visibile soprattutto in estate, ma che necessita di cieli più bui per emergere. Molte delle nostre passeggiate domenicali in Appennino sono mosse dalla ricerca di nuovi luoghi dove poterci posizionare con il nostro camper e la nostra strumentazione, sempre scegliendo cieli che ci regalino quelle immagini che non riusciamo a realizzare da casa.

Vi accompagnerò, quindi, alla scoperta di alcuni di quei luoghi, siti vecchi e nuovi che possono essere considerati i paradisi degli “astrofotografi” romagnoli.

I cieli di Romagna
La mappa estratta da http://lightpollutionmap.info
mostra la distribuzione dell’inquinamento luminoso nelle zone
del basso Forlì. Le aree più rosse sono quelle dove l’impatto
delle luci è più forte.

 

I cieli della Romagna
In alto: mappa dell’area con evidenziate le località suggerite. Google Maps.

Linaro-San Romano (FC)

Questo luogo è molto veloce da raggiungere da Ravenna, dista infatti circa 50 minuti da casa nostra. Si percorre la E45 (una superstrada ad alto scorrimento) in direzione sud (verso Roma) e, uscendo a Borrello, si seguono le indicazioni per Linaro. Poco prima del paese si prende una strada a destra che porta a Pieve di Rivoschio. Dopo il paese di San Romano la strada sale rapidamente, ma non è troppo stretta e non presenta particolari difficoltà. Al di là della rapidità per arrivarvi, quello che veramente colpisce è il cielo a sud favoloso, probabilmente uno dei migliori che io abbia mai visto! L’abbiamo scoperto la scorsa estate grazie all’amico Luca Argalia, che mi ha aiutato in parte della stesura di questo articolo. Si tratta di uno spiazzo di accesso ad un impianto fotovoltaico, con il fondo in ghiaino, ed è abbastanza ampio da consentire di posizionarsi con diversi telescopi. Nonostante il luogo sia solo a 400 metri sul livello del mare, il sud, come dicevo, è fantastico, bello scuro fino all’orizzonte; stessa cosa non si può dire del nord/est, dove le luci della riviera risultano molto più invadenti. Nella prima serata avevo in mente di dedicarmi alle nebulose fra Scorpione e Ophiuco ed ho puntato la mia QHY533C, dotata di obiettivo Samyang 35mm e montata sull’astro inseguitore Skywatcher StarAdventures, proprio su questi oggetti. Contemporaneamente avevo montato la reflex Canon R8 non modificata sulla Ioptron IEQ30 per fotografare la Via Lattea tra lo Scorpione e il Sagittario, con l’obiettivo da 85mm. Una notte magica, dove tutto è filato liscio, cosa che non succede praticamente mai. Tornata a casa ero curiosa di elaborare le immagini, soprattutto quelle fatte con la reflex e l’attesa è stata ripagata nel vedere che erano comparse anche la “Zampa di gatto” (NGC6334) e “l’Aragosta” (NGC6357), due nebulose davvero difficili da catturare alle nostre latitudini.

I cieli di Romagna
La strumentazione dell’autrice durante la prima serata a Linaro. Autore Cristina Cellini

Capirete quindi con quanta trepidazione ho atteso di tornare in quel luogo, cogliendo l’occasione proprio per concentrarmi sulle due nebulose, che avevo già fotografato una volta singolarmente da casa, ma che meditavo da tempo di rifare, trovando la situazione giusta.

L’occasione si è ripresentata la settimana successiva anche se, qualche problema con l’attrezzatura, non mi ha permesso di sfruttare tutta la finestra temporale di ripresa (dicevamo appunto che quasi mai va tutto liscio..). Puntando oggetti a latitudini così basse, avevo scelto di riprendere utilizzando il filtro Optolong L-extreme, un filtro a doppia banda stretta che lascia passare le emissioni in idrogeno e in ossigeno, proprio quelle che mi servivano per realizzare l’immagine. I risultati mi hanno dato ragione permettendomi di realizzare una buona immagine, avessi a disposizione un numero di pose inferiore a quanto pianificato.

Ora aspetto la prossima estate per provare altri oggetti “bassi”, fra cui M6 e M7, due meravigliosi ammassi aperti del catalogo Messier (vedi rispettivamente COELUM 259 E 260), che ho già ripreso una volta da casa, ma che vorrei riprendere da cieli migliori.

I Cieli della Romagna
la Via Lattea fra Scorpione e Sagittario: Canon R8 non modificata;
obiettivo Canon 85mm F/4; montatura Ioptron IEQ30;
12 pose da 2 minuti – Iso 800; Calibrata con dark;
Elaborazione: Astroart8 e Paint Shop Pro2023. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

 

I Cieli della Romagna
NGC 6357 Aragosta e NGC 6334 Zampa di Gatto: Obiettivo Samyang
135mm F/4 – QHY533C raffreddata -10; Montatura Skywatcher StarAdventures
– Nessuna autoguida ; Filtro Optolong L-Extreme – 31x3min;
Acquisizione: Astroart8 – Calibrata con Dark.Elaborazione: Astroart8, MaximDL5
e Paint Shop Pro 2023. Autori Cristina Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Monte Romano (RA)

È il luogo “storico” degli astrofotografi, dove si trova anche l’osservatorio Astronomico del Gruppo Astrofili Antares di Cotignola. Un cucuzzolo con poca vegetazione, dove a volte il vento la fa da padrone. Ricordo un anno in cui ci andammo per partecipare ad una Maratona Messier. Era marzo e, dopo aver piazzato l’attrezzatura e iniziato l’osservazione degli oggetti, si alzò un vento dispettoso che ci fece volare via tavoli, sedie e l’attrezzatura più leggera. Il luogo si raggiunge da Faenza (RA) percorrendo la strada provinciale che porta verso Firenze. Arrivati all’abitato di San Martino in Gattara ci si inerpica, verso destra, per una strada più stretta (sempre asfaltata) che porta all’osservatorio. Durante il periodo estivo l’osservatorio propone diverse attività, soprattutto di osservazione del cielo. I soci possono sistemare i loro telescopi sul grande prato prospicente l’osservatorio, ma ci sono anche diverse piazzole, lungo la strada che porta all’osservatorio, che si rivelano molto utili per chi vuole fotografare in solitaria, godendosi una serata di relax sotto le stelle. Purtroppo, nel corso degli anni, il sud/ovest è gradualmente peggiorato, soprattutto a causa delle luci provenienti dalla città metropolitana di Firenze, che si trova proprio in quella direzione.

I Cieli della Romagna
Via Lattea da Monte Romano. Canon 450D non modificata, Obiettivo
Samyang 14mm F/4, 5 immagini da 30 secondi a Iso 800. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Ci siamo recati sul posto in occasione del passaggio della cometa C/2020 F3 Neowise, ma la serata non è stata delle migliori, soprattutto a causa del transitare di nuvole che hanno rubato parte delle ore di buio.

I Cieli della Romagna
Cometa C/2020 F/3 Neowise. Canon 450D non modificata, Obiettivo
Samyang 14mm F/4, Iso 800, singola posa da 30 secondi. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Monte Fumaiolo (FC)

Il monte Fumaiolo (1407 m s.l.m.) è una cima dell’Appennino Tosco-Romagnolo, in quella parte che viene definita “Appennino Cesenate”. È noto soprattutto perché vicino alla sua vetta, a 1268 m s.l.m. è situata la sorgente del fiume Tevere. Oltre al fiume Tevere, il Monte Fumaiolo ospita la sorgente del fiume Savio, una montagna tutto sommato importante. A questo monte è legato anche un aneddoto storico: fino all’epoca fascista il territorio attorno al monte Fumaiolo (che corrisponde all’odierno comune di Verghereto, in provincia di Forlì-Cesena), faceva parte della Toscana. Nel 1923 Benito Mussolini, senza ragione geografica, ma per dare importanza alla propria terra d’origine, decretò una modifica dei confini tra le province di Arezzo e Forlì, includendo in quest’ultima la sorgente del Tevere, “fiume sacro ai destini di Roma”. Per sancire l’importanza di tale avvenimento fu organizzata un’imponente manifestazione pubblica e nel punto dove sorge il Tevere fu inaugurato un monumento marmoreo con i simboli della Roma Imperiale: l’aquila e la lupa capitolina.

A detta di molti è il posto più buio dell’Appennino Romagnolo. Personalmente non ci siamo mai stati, ma l’amico Luca Argalia vi si è recato diverse volte e mi ha fornito queste informazioni sul luogo.

Il sito osservativo situato nei pressi del monte Fumaiolo si trova a 1240 m sul livello del mare, vicino ad un luogo panoramico detto ” i sassoni “, poco prima del valico. Si può godere di un buon cielo, un bortle 4, con però alcune limitazioni. La zona est è coperta proprio dal monte Fumaiolo, alto 1400 m circa, mentre la zona nord e un po’ il sud sono disturbati dall’inquinamento luminoso. Osservando a quota più alta, ed essendo il luogo a cavallo tra Romagna e Toscana, non vi sono montagne che schermano le luci della pianura e dei paesi toscani. 

Dista circa 90 km da Ravenna e si raggiunge percorrendo la E45 fino a Quarto. Si seguono prima le indicazioni per Acquapartita e Alfero, poi quelle per il monte Fumaiolo. Il luogo di osservazione non è molto ampio; io in genere mi servo di un paio di piazzole a bordo strada o al limite del prato, nonostante un po’ di pendenza, quando non vi sono al pascolo le mucche. C’è chi invece si reca proprio ai “sassoni”, dove c’è uno spiazzo più nascosto dalla strada; il dazio da pagare è il trasporto a mano della varia attrezzatura per una trentina di metri, visto che un’auto normale non può affrontare quest’ultimo pezzo di sentiero.”

I cieli della Romagna
NGC6888 – Crescent nebuladal Fumaiolo (autore Luca Argalia)
Dati: 64 x 300 sec a gain 5 e offset 25 @ -15° c + 117 dark + 30 flat e
darkflat – Filtro: Astronomik UV/IR Block L2
Montatura: EQ6 pro – Ottica: Takahashi FSQ106
Sensore: QHY168C – Cam guida e tele: magzero mz5-m su Scopos 62/520
Software acquisizione: nina e phd2 – Software sviluppo: AstroPixelProcessor
e Photoshop – Temperatura esterna: 12 ° C – Umidità 37%

Monte Trebbio (FC)

La scorsa primavera ci siamo accorti della riapertura di parte di una strada collinare che da Faenza porta verso Modigliana, passando dal monte Trebbio (SP73-SP81). Si devono percorrere circa 20km da Faenza (RA), più o meno 30 minuti di viaggio, per una strada un po’ stretta, ma senza particolari difficoltà. Avevamo già supervisionato il posto diverse volte avendo notato lungo la strada alcune piazzole, non troppo grandi, ma sufficienti per posizionarci con il nostro camper e con la strumentazione. Nei pressi si trova anche un rudere chiamato “Castellaccio della Pietra”, raggiungibile solo a piedi a causa della pendenza della strada di accesso. Poco dopo, lungo il crinale, si trova un bel campeggio (https://www.lalunasultrebbio.it/), con un’ottima cucina che abbiamo sperimentato personalmente per ciò mi sento di consigliarlo non si vive di sola astronomia! Parlando con i gestori abbiamo saputo che durante l’estate vengono organizzate delle serate osservative, inoltre si mostrano molto disponibili verso gli astrofili, acconsentendo a spegnere le luci nel caso di presenza di astrofotografi al lavoro all’interno del campeggio. Visitando il campeggio, ci siamo recati nella parte più alta dove è presente un ampio spazio per poter posizionare l’attrezzatura. La visuale sud è priva di vegetazione, e sembra adatta a riprendere anche oggetti bassi sull’orizzonte. Il campeggio dispone anche di bungalow e piscina, perché quindi non provare ad unire l’utile al dilettevole? Ci siamo ripromessi di tornarvi durante l’estate, per testare direttamente la qualità del cielo.

L’autrice

Civitella Agriturismo Cà Bionda

Questo agriturismo è votato all’astronomia da sempre. Si raggiunge partendo da Forlì e seguendo le indicazioni per Meldola – Santa Sofia, lungo la strada che porta verso la Campigna, un’altra località ben nota agli astrofili locali, dove in passato si svolgeva un famoso Star Party. Ora, nel piazzale dove si svolgeva lo Star Party, è stata creata un’area sosta camper attrezzata con luci che non consentono più di dedicarsi alla fotografia notturna del cielo… Tornando all’agriturismo, ci siamo stati una ventina di anni fa, quando era frequentato assiduamente dal gruppo Astrofili Forlivesi, che aveva sul luogo un proprio osservatorio. Poi è nato nostro figlio, e per tanti motivi non siamo più riusciti a tornarvi. Sapevamo anche che il gestore di allora, che conoscevamo bene, aveva lasciato l’attività e ultimamente, soprattutto in seguito all’alluvione e alle frane, ci chiedevamo quale fosse la situazione dell’agriturismo e dell’osservatorio. La risposta l’ho trovata qualche giorno fa scorrendo le notizie di Facebook. Ho notato un post di un amico che, proprio unendo l’utile al dilettevole, era andato a fotografare lassù. Così ne ho approfittato per chiedergli qualche aggiornamento sulla situazione attuale.

Foto Davide Alboresi Lenzi

Questo è quello che mi ha risposto l’amico Davide Alboresi Lenzi.

Situato a Civitella di Romagna sulle splendide colline adiacenti il Parco delle Foreste Casentinesi, l’Agriturismo Ca’ Bionda offre ricettività in un ambiente molto bello, con una particolare cura ed attenzione alla natura ed al relax, un’ottima cucina ed un rapporto qualità prezzo eccellente. Al di sopra della struttura, salendo per un centinaio di metri, si raggiunge un pianoro che si trova a circa 350 m di quota s.l.m. Questo ampio terrazzo naturale offre una vista a 360° mozzafiato, tanto più che è inserito nel circuito “Big Bench Community Project” delle panchine panoramiche. Dal punto di vista dell’astronomia i gestori sono più che friendly: a richiesta hanno spento le luci, comunque tenui, della struttura favorendo il buio. Il pianoro è oltretutto comodamente raggiungibile con le auto, per poter scaricare/caricare la strumentazione astronomica.

Veniamo al cielo: purtroppo un giudizio obiettivo al 100% non posso ancora darlo: veli e foschia hanno favorito l’inquinamento luminoso proveniente da Forlì, ad est della struttura (la prima notte, la seconda copertura al 100%). Ma da SSE a N, in senso orario, si può invece godere di un cielo molto buono, con scarsissimo inquinamento luminoso. La casetta presente, adesso vuota, era un vecchio osservatorio e la collocazione la dice lunga sulla possibile qualità del cielo, garantita appunto dalla presenza del Parco naturale adiacente (direzione O). Lo spazio sul pianoro è molto ampio, concedendo la possibilità di organizzare eventuali star party (ne ho parlato col gestore che è rimasto entusiasta all’idea). In conclusione, lo considero un posto assolutamente da provare per gli astrofili. E se è brutto tempo il cinghiale di nonna Otelia vi farà tornare il buon umore.

I cieli di Romagna
Via Lattea dalla Cà Bionda
Pentax K70 – Zoom Pentax @ F=16mm, f/3.5 – 26×60 sec @ 3200 ISO
con autodark – Astrotracer – Elaborazione: Nebulb+Photoshop
Autore: Davide Alboresi Lenzi

Conclusione

Siamo giunti alla fine di questo viaggio astronomico. Sicuramente il nostro Appennino risente in parte dell’inquinamento luminoso proveniente dalla pianura padana, ma si trovano ancora luoghi in cui si può ritrovare quel cielo stellato che tanto ci riporta in pace con noi stessi. Chissà se qualcuno dei luoghi che vi ho descritto ha stuzzicato la vostra curiosità, e magari potrebbe essere la meta di un futuro viaggio in cui unire la passione per il bel cielo a quella per il buon cibo. Del resto, siamo “romagnoli” e come diceva sempre un mio amico astrofilo: “se gli affari vanno male (osservazioni astronomiche) il corpo non deve patire!”.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

In Calabria tanta Astronomia!

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Appuntamenti a tema astronomico in Calabria nelle prossime settimane

Grazie alle segnalazioni del nostro caro autore prof. Francesco Veltri, ecco gli eventi a tema astronomico organizzati nella regione Calabria. Durante gli eventi sarà possibile osservare il cielo guidati alla scoperta di costellazioni ed astri notevoli. Si inizia il 1 agosto a Marcellinara, Città che Legge, in provincia di Catanzaro, con la Serata di Osservazione Astronomica. L’appuntamento è in piazza F. Scerbo per l’osservazione guidata ad occhio nudo (partecipazione gratuita e senza prenotazione). Si prosegue poi con tre eventi successivi organizzati in collaborazione con il FAI Fondo Ambiente Italiano sabato 3 e domenica 11 e 25 agosto. L’appuntamento è a Località Croce di Magara a Spezzano della Sila un’emozionante esperienza guidata dall’esperto astrofilo Francesco Veltri che illustrerà le meraviglie del cielo attraverso un’osservazione astronomica ad occhio nudo: un appassionante viaggio alla scoperta di stelle, costellazioni e miti sotto il cielo dei Giganti della Sila che faranno da sfondo ad una passeggiata in notturna dal grande fascino. Per info 366 6152986 oppure  faisila@fondoambiente.it

AllSkyCam fai-da-te

AllSkyCam

ABSTRACT

L’articolo descrive la realizzazione di una AllSkyCam fai-da-te, una camera che riprende tutto il cielo, utile per astrofili e astrofotografi per monitorare in tempo reale le condizioni della volta celeste. Questo dispositivo diventa indispensabile quando si opera da postazioni remote, permettendo di decidere se iniziare o terminare una sessione di ripresa.

L’idea nasce dalla necessità di sostituire una AllSkyCam non più funzionante dell’associazione ADARA. I costi dei nuovi modelli erano elevati, quindi si è optato per una soluzione economica fai-da-te utilizzando un Raspberry Pi con una camera compatibile, montato in una scatola stagna. Il costo totale è inferiore ai 250 euro.

Per il software, si è scelto frankAllSkyCam, un programma gratuito e leggero che fornisce funzionalità essenziali come gli orari di alba e tramonto, le fasi lunari, umidità e temperatura. La costruzione richiede componenti come un Raspberry Pi4, una scheda micro-SD ad alte prestazioni, una camera Pi HQ Cam, una lente fish-eye, resistenze anticondensa, un relè, un sensore di temperatura e umidità, una scatola stagna, un alimentatore e vari cavi e connettori.

L’articolo guida passo dopo passo l’assemblaggio, dalla preparazione della scatola, al montaggio dei componenti, alla configurazione della camera e del software. La messa a fuoco della camera può essere effettuata tramite un monitor locale o streaming video.

Il software frankAllSkyCam include funzionalità come la visualizzazione in tempo reale delle immagini del cielo, l’indicazione dei pianeti principali, la generazione automatica di timelapse e startrail, e l’integrazione con sensori interni ed esterni per monitorare le condizioni ambientali e gestire il sistema anticondensa. La configurazione del software è flessibile, permettendo di personalizzare aspetti come la risoluzione delle immagini, i parametri dei sensori e l’upload delle immagini su un sito web remoto.

Il progetto, testato in diverse condizioni climatiche per oltre due anni, si è dimostrato affidabile e stabile. Il software è disponibile su GitHub e offre una soluzione economica e facile da implementare per gli astrofili.

Realizzare una AllSkyCam e farla funzionare in pochi minuti con un software gratuito

Cos’è una AllSkyCam? A cosa serve?

Si tratta di una camera che inquadra tutto il cielo, da cui, il nome AllSkyCam. È molto utile agli astrofili, specialmente agli astrofotografi perché, grazie all’immagine del cielo in tempo reale, si riesce a guardare lo stato della volta celeste e, quindi, a capire se è il caso di cominciare/terminare una sessione. È evidente che diventa davvero necessaria quando si lavora da postazioni remote. In questi casi, la AllSkyCam è l’unico mezzo per capire in autonomia la situazione attuale e la tendenza evolutiva del cielo.

Alcuni astrofili usano la AllSkyCam per catturare foto delle meteore. Altri ancora, per generare simpatici video Timelapse del cielo e, perché no, la classica “strisciata al polo”, nota come “startrail”.

L’idea

Tutto è nato per necessità. Nella nostra associazione astrofili ADARA, sita a Brallo di Pregola, un’incantevole località dell’Oltrepò Pavese, avevamo già una AllSkyCam in servizio da diversi anni. Era la nostra finestra sul cielo, il nostro “corrispondente” che ci comunicava se potevamo attivare le nostre postazioni remote e cominciare le sessioni di ripresa.

Improvvisamente, la nostra AllSkyCam ha cessato di funzionare. Così, ci siamo posti il problema di sostituirla con una nuova. Pronti a cercare il nuovo modello… ed ecco l’amara sorpresa: per sostituirla con qualcosa di più recente, si sarebbe arrivati a spendere almeno 700 euro per un modello base, se non di più.

Subito ci sembrano troppi. Ci domandiamo: è mai possibile che, con la disponibilità di sensori CMOS a basso costo e con la diffusione delle videocamere di sorveglianza, ormai disponibili per qualche decina di euro, si debba arrivare a cifre così elevate?

Dopo un veloce giro in rete, troviamo l’alternativa fai-da-te. Ci occorre un Raspberry PI con una camera compatibile (ne esistono diversi modelli). Il tutto va montato in una scatola stagna, con una apertura protetta verso il cielo. Poi, un po’ di software per gestirla. E te la cavi con meno di 250 euro.

E il software? Girando per il web, è stato facile trovare diversi progetti open source, molto evoluti e molto carini, che arrivano a fornire funzionalità che, francamente, vanno anche oltre le nostre esigenze. Ed è proprio questo il punto. Qual è il problema da risolvere? Nel nostro caso, capire le condizioni del cielo ed avere qualche informazione a corredo, tipo:

  • Quando sorge/tramonta il sole e comincia/finisce il buio astronomico?
  • Quando sorge/tramonta la luna?
  • Qual è la fase lunare attuale?
  • Umidità e temperatura?

Insomma, sono queste le informazioni di base che ci aiutano a pianificare una sessione di ripresa o le attività da visualista.

Ebbene, in questo articolo vedremo come realizzare una AllSkyCam completa e ci affideremo ad uno dei software più leggeri esistenti. Si tratta del frankAllSkyCam, realizzato da… me!

Vediamo ora come costruirla.

La realizzazione

Va precisato che quando ti cimenti in un progetto fai-da-te, costruisci prototipi, capisci quello che non funziona, quello che va modificato. Commetti errori, impari e migliori. E questo ahimè ha un impatto economico. Ho comprato pezzi inutili, parti inadeguate, distrutto componenti… ma sono arrivato al risultato atteso. Ci sono arrivato divertendomi e raggiungendo un livello di prestazioni stabile. Le sperimentazioni, una volta realizzato il tutto, sono durate oltre un anno: la AllSkyCam è stata testata in ogni stagione e condizione meteo. E quindi neve, sole, pioggia, grandine e temperature estreme hanno aiutato a correggere il tiro e migliorare nel tempo. Ormai sono oltre due anni che le AllSkyCam installate lavorano bene. Il livello di maturità è soddisfacente e lo scopo di questo articolo è cercare condividere la mia esperienza per aiutare gli astrofili interessati ad arrivare velocemente alla realizzazione, evitando di commettere di nuovo gli stessi errori.

Partiamo subito dall’occorrente. Ecco la lista della spesa:

  • Raspberry Pi4 Model B. Va benissimo il modello 4GB RAM. Costo intorno ai 100 euro. Attenzione. Va bene anche un Pi Zero, anche se lo sconsiglierei. Alcuni amici astrofili hanno testato con il Pi zero e funziona senza problemi. Ovviamente, la generazione dei timelapse è veramente lenta. Andrebbe bene anche un vecchio Pi3 ma più avanti scopriremo che disporre di un Pi4 può offrire anche altre opportunità.
  • Una schedina di memoria micro-SD Card. Ho scelto quella ad alte prestazioni, essendo esposta alle intemperie h24. Nella mia esperienza, quelle ordinarie si danneggiano dopo qualche mese. I modelli “high endurance” sono molto più affidabili. Bastano 32GB. Ma vista la poca differenza di prezzo, ho scelto il taglio da 64GB, reperibile a circa 30 euro.
  • Una camera Raspberry Pi. Io ho optato per la Pi HQ Cam, ma funziona qualsiasi PiCam. Anche le ben note ArduCam. L’importante è che queste camerine funzionino con il pacchetto libcamera. Naturalmente è necessario il cavo flat per il collegamento della camerina. Di solito viene fornito a corredo. Il costo della HQ Cam si aggira intorno ai 65 euro
  • Lente fish-eye da montare davanti alla camerina. L’ho recuperata a circa 15 euro (170° totali, 1,7mm di focale).
  • Resistenze per evitare la formazione di condensa. Si possono utilizzare 2 striscette adesive da 12W, alimentate a 12V. Costo sui 10 euro. Naturalmente, è possibile usare qualsiasi altro tipo di resistenza (purché scaldi abbastanza) ma questo richiede alcune considerazioni che faremo più avanti, in un paragrafo dedicato.
  • Relè per comandare l’accensione/spegnimento delle resistenze. Circa 5 euro.
  • Sensore di temperatura e umidità, per misurare le condizioni interne al box. Circa 8 euro.
  • Scatola per contenere il tutto (esempio una IP65). Si recupera tra i 15 e i 20 euro.
  • Alimentatore 12V 10A, circa 10 euro.
  • Convertitore DC 12V – 5V per alimentare il Raspberry, circa 10 euro.
  • Connettore “aeronautico” RJ45, per collegare la AllSkyCam al cavo LAN. Evitabile se si dispone di copertura WiFi. Per prenderne 2 ci vogliono circa 15 euro.
  • Passacavi ermetico, per il cavo di alimentazione. Costa circa 1 euro se comprato in un Brico.
  • Cupolino in plexiglass, diametro da 3,5 pollici. Una dimensione maggiore risulta essere più sensibile a problemi di condensa interna. Costo inferiore ai 10 euro.
  • Una piccola tavoletta di legno multistrato, delle dimensioni della base della scatola elettrica, da inserire come supporto su cui montare i vari componenti.
  • Un po’ di cavo elettrico rosso-nero (DC)
  • Alcuni cavetti jumper Dupont, per collegare i sensori ed il relè al Raspberry PI. Un pacco intero costa sui 10 euro.
  • Silicone, per sigillare il cupolino alla scatola elettrica.
  • Un sacchetto da 50g di silica gel da lasciare nella scatola elettrica. Un pacchetto da 6 costa circa 15 euro.

Come si può notare, l’intero costo si aggira intorno ai 300 euro. Direi che tutto l’occorrente è reperibile su Amazon.

Assembliamo la nostra AllSkyCam!

Procediamo per passi.

  1. La scatola deve essere dotata di un fondo “millefori” su cui montare i componenti. La mia ne era sprovvista, ragion per cui è stato necessario sagomare una tavoletta in multistrato su cui montare i componenti da posizionare sul fondo della scatola. Bisogna avere l’accortezza di non coprire tutto il fondo, ma lasciare una zona libera, per consentire l’ingresso del cavo LAN e del cavo di alimentazione 12V, che entreranno, appunto, dal fondo attraverso, rispettivamente, un connettore aeronautico RJ45 ed un passacavi. È ovvio che, in caso di uso del WiFi, entra solo il cavo di alimentazione. Va fatta una precisazione su questo punto. Il Raspberry Pi può essere alimentato con un PoEHat, cosa che ho voluto evitare per limitare i costi ed anche perché, nel caso specifico, la posizione della SkyCam è raggiunta dall’alimentazione.
  2. Successivamente sono da posizionare il Raspberry Pi, l’adattatore DC 12V-5V ed il relè (che dovrà comandare le resistenze anticondensa) nel fondo della scatola cercando di ottenere la migliore combinazione di posizioni nella zona destra, lasciando, sul lato opposto, lo spazio per poter sistemare la camera.  Una volta individuata la disposizione più ottimale dei componenti, è preferibile procedere con le operazioni di montaggio vere e proprie fuori della scatola, sulla tavoletta di legno sagomata, in modo da avere gradi di libertà nelle attività di assemblaggio.
  3. Trovato un layout comodo, si procede con il fissaggio dei componenti, semplicemente avvitandoli sulla tavoletta di cui sopra (in alternativa, si possono usare dei ganci con fascette a stringere).
  4. Trapano alla mano, si praticano 2 fori nel fondo della scatola per installare rispettivamente il passacavi attraverso il quale arriverà l’alimentazione 12V, ed il connettore aeronautico per il cavo LAN RJ45. Una nota. Se si vuole, si può evitare il connettore LAN RJ45 ed utilizzare, al suo posto, un normale passacavi. In tal caso, si passa il cavo 8 poli (Cat. 5e o 6) e poi si crimpa il connettore RJ45 maschio. Il problema però è che, in caso di smontaggio della AllSkyCam per manutenzione, dovremo tagliare il cavo e poi, al montaggio, ri-crimpare lo spinotto RJ45.
  5. E’ il momento di collegare i primi cavi. La linea 12V deve arrivare direttamente all’alimentatore del Raspberry (convertitore 12V-5V) ed alle resistenze anticondensa, qui previa connessione al relé che ne comanderà accensione e spegnimento. Il connettore aeronautico andrà nella presa LAN del Raspberry.
  6. Il relè offre, da un lato, tre connessioni verso il Raspberry: tensione di riferimento, tensione 5V+ e comando. Qui suggerirei di collegarli alla board del raspberry, tramite i cavetti Dupont, ai pin n.2 (5V), n.6 (Gnd)e n.18 (GPIO 24). E’ possibile scegliere anche pin diversi. Dall’altro lato, il relè offre l’uscita di tensione che alimenterà le resistenze.
  7. E’ il momento di installare la camera di ripresa, nel nostro caso, la Pi HQ Cam. L’ho fissata al fondo della scatola usando dei piedini ad “L”, che hanno, sulla base, un foro di fissaggio e sull’apice, un foro filettato che consente il montaggio della camera. Naturalmente, dovremo montare la lente grandangolare, semplicemente avvitandola davanti al sensore CMOS. La camerina dovrà essere “innalzata” per uscire dalla scatola fino a sfiorare la superficie interna del cupolino. Quindi, va considerato l’uso di prolunghe facilmente reperibili anche su Amazon. Per regolare l’altezza, occorre quindi montare il cupolino al coperchio della scatola (vedi punti successivi) e poi fissare l’altezza definitiva della camera CMOS, che andrà collegata, tramite il suo cavo flat, alla board del Raspberry Pi, facendo attenzione al verso del cavo, il cui pin 0 è tipicamente quello azzurro (seguire il foglietto di istruzioni).
  8. E’ giunto il momento di forare il coperchio della scatola elettrica per il successivo montaggio del cupolino.  Occorre una fresa montata ad un trapano. Il foro deve essere centrato in corrispondenza dell’obbiettivo della camerina CMOS e deve avere un diametro tale da poter consentire il successivo montaggio del cupolino. In altre parole, se il diametro interno del cupolino è 3 pollici (circa 7,7cm) farei un foro da 6cm. Occorre, quindi, una fresa da 6cm. Effettuato il foro, procediamo con il fissaggio del cupolino. Questo, tipicamente, dispone di una serie di fiorellini sulla sua base di appoggio. E’ necessario praticare i fiorellini corrispondenti anche sul coperchio della scatola elettrica, in modo da consentire il fissaggio tramite piccoli perni e bulloni (tipicamente M2 o M3). Prima di avvitare, dobbiamo distribuire della colla siliconica sulla base di appoggio del cupolino. Dopo l’avvitatura dello stesso, occorre sigillare per bene i bordi esterni del cupolino stesso.
  9. Montiamo ora le resistenze anticondensa. Ho utilizzato 2 striscette adesive da 12Watt. Mi sono accorto che producono un calore molto forte. L’idea era di attaccarle al cupolino, ma avrei rischiato deformazioni al plexiglass, per cui le ho incollate ad una striscetta di silicone che ho poi sistemato all’interno del cupolino. Le resistenze andranno collegati al polo positivo, in uscita dal relè, ed al polo negativo dell’alimentazione generale.

Ora che tutto è pronto, non rimane altro che installare il sistema operativo e procedere con la messa a fuoco della camera. Soltanto dopo sarà possibile chiudere definitivamente la scatola con le sue viti. Da notare che la Pi HQ Cam è quanto più possibile vicina al cupolino, in modo da limitare le distorsioni di immagine.

AllSkyCam
A sinistra – Particolare della AllSkyCam.
Si notino le resistenze montate direttamente sul lato interno del cupolino, poi dopo
rimosse per l’eccessivo calore generato.

La preparazione del software di sistema

E’ necessario disporre di una microSD Card (32GB è già sufficiente). La card va preparata con il sistema operativo Bullseye. Per far questo, occorre utilizzare il Raspberry PiImager (disponibile al sito www.raspberry.com/software), un tool molto semplice da usare.

Una volta installato sul PC/Mac, prima di scrivere l’immagine sulla microSD, vanno configurate le opzioni base (es. Hostname, WiFi/LAN, layout tastiera, time zone, username/password), ma questa configurazione esula dallo scopo di questo articolo. Va detto che il software AllSkyCam non necessita del sistema operativo completo di desktop. La versione “Lite” va più che bene. Anzi, è raccomandata.

Procediamo ora con il primo avvio del sistema. Inseriamo la scheda microSD nel Raspberry Pi, colleghiamo un monitor e, una volta avviato il sistema, procediamo all’aggiornamento del sistema operativo, digitando, al prompt dei comandi:

  • sudo apt update
  • sudo apt upgrade(alla eventuale domanda, rispondere y)

Adesso bisogna installare alcuni pacchetti software. E’ necessaria la connessione ad internet.

  • pip (per l’installazione di pacchetti Python, dovrebbe già essere presente nel sistema) – sudo aptinstall python3-pip
  • ImageMagick (libreria pythonper la gestione delle immagini) – sudo apt-get install libmagickwand-dev
  • ffmpeg (software per la generazione video, nel nostro caso, timelapse) – sudo aptinstallffmpeg

Procediamo adesso con la messa a fuoco della camera, digitando: libcamera-vid -t 100000

Ora vedremo, al monitor locale, il video trasmesso dalla Pi HQ Cam. Possiamo quindi mettere a fuoco ruotando la ghiera della camera, avendo cura di inquadrare il cielo. Possiamo aumentare la durata del video aumentando il valore 100000 della riga di comando. Nota: se non abbiamo un monitor da collegare al Raspberry Pi, possiamo comunque generare uno stream video e renderlo disponibile sulla rete: libcamera-vid -t 0 —inline —listen -o tcp://0.0.0.0:8888

Dopodiché, da un’altra postazione sulla stessa rete, possiamo usare, ad esempio un client VLC ed aprire il network stream, indicando l’indirizzo IP del Raspberry Pi e la porta sulla quale il Raspberry sta generando lo streaming (es. tcp/h264://raspberrypi.local:8888). La messa a fuoco tramite streaming video non è il massimo. Bisogna tener conto di qualche secondo di ritardo introdotto dalla trasmissione. Per cui bisogna procedere con piccole rotazioni della ghiera di messa a fuoco ed attendere di vedere l’effetto sul client video.

Una volta terminata la messa a fuoco, possiamo inserire nella scatola il sacchetto di silica gel e chiudere la AllSkyCam.

Nota: frankAllSkyCam utilizza il software libcamera (incluso nell’ultimo sistema operativo Raspberry). La versione precedente (raspistill) non è supportata.

Configurazione di frankAllSkyCam

È possibile configurare diversi aspetti, dalla risoluzione dell’immaginealla dimensione del font di caratteri, alla posizione del testo sull’immagine, etc. Ma concentriamoci sugli aspetti più importanti, lasciando gli altri settings con i valori predefiniti.

Il file di configurazione è situato in: /home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

Per modificarlo,è possibile utilizzare l’editor nano: nano /home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

Parametri base:

  • inte = AstroBrallo.com #nome della AllSkyCam
  • latitude = 44,73#latitudine del sito di osservazione
  • longitude = 9.31   #longitudine del sito di osservazione
  • time_zone = Europe/Rome   #time zone
  • nel caso in cui si possegga un SQM-LE, bisogna abilitarlo in questo modo:
  • use_sqm = y   #y = ho un SQM-LE; n=non ho un SQM-LE
  • ip_addess = 192.168.1.10 #indirizzoipdel dispositivo SQM_LE
  • port = 10001  #porta di comunicazione del SQM LE
  • write_log = n #abilitazione ai log

Se si vuole utilizzare un sito web esterno su cui pubblicare l’immagine AllSky, bisogna configurare i seguenti parametri FTP:

  • isFTP=True   #True = attivo il trasferimento verso sito web esterno. False=no
  • FTP_server = tuo_ftpserver.com
  • FTP_login = tuo_nomeutente
  • FTP_pass = tua_password
  • FTP_uploadFolder =tua_upload_dir
  • FTP_filenameAllSkyImgJPG = allskycam   #solo nome file. Non aggiungere “.jpg”
  • FTP_fileNameStarTrailJPG = /startrails/starTrail.jpg  #nome file startrail
  • FTP_fileNameTimelapseMP4 = /videos/frankAllSkycam  #cartella dei video timelapse

In base alla configurazione di cui sopra, la allskycam, le immagini startrail e i video timelapse verranno caricati su un sito remoto, tramite FTP. Naturalmente, se non si desidera usare un FTP remoto basta impostare isFTP=False

Due ulteriori parametri abilitano/disabilitano la generazione dei timelapse:

  • nightTL = True   #True = viene generato il timelapse notturno; False = no
  • fullTL = True#True = viene generato il timelapse 24h; False = no

Il file allskycam_night.mp4 mostrerà solo il timelapse notturno, dal tramonto all’alba e verrà generato se nightTL = True

Analogamente, allskycam_24h.mp4 mostrerà le 24 ore e verrà generato se fullTL = True

Ci sono alcune altre opzioni. Il file config.txt è autoesplicativo ed è possibile personalizzare molti aspetti, incluso il logo, l’immagine della bussola, e “dati extra” che potremmo decidere di scrivere sulla nostra immagine AllSkyCam, ad esempio informazioni provenienti da sensori esterni,quali la velocità del vento, l’umidità, la temperatura e/o altro.

Una volta completata la configurazione, è necessario verificare se il tutto funziona. Dalla riga di comando, basta digitare: python3 -m frankAllSkyCam

Per verificare il funzionamento facciamo attenzione ad eventuali messaggi di errore (quasi sempre sono dovuti ad errori di configurazione. Quindi controlliamo bene il file config.txt)abbiamo diverse opzioni:

  1. tramite browser, provarehttp://<your_raspberry_IP>
  2. Sul disco locale del Raspberry Pi, verificare l’esistenza del file jpeg (nome del file contiene data ed ora): /home/pi/frankAllSkyCam/img/<img_folder_with_date>/
  3. Sul sito web remoto (nel caso sia stato configurato) dovrebbe essere visibile l’immagine AllSkyCam

Se tutto funziona, rendiamo tutto automatico. Basta digitare questo comando: python3 -m frankAllSkyCam.crontab

AllSkyCam
A destra – La AllSkyCam completa.
Si noti l’anello di silicone azzurro, interno al cupolino, introdotto per evitare il contatto diretto tra le resistenze ed il cupolino
(al fine di evitare il rischio di deformazione dello stesso, dovuto all’eccessivo calore generato).

Gestione del sistema anticondensa

Il tema della formazione della condensa sul cupolino, e della sua gestione, è probabilmente la parte più complessa della realizzazione di una AllSkyCam. Esistono diverse scuole di pensiero: AllSkyCam ventilata, completamente sigillata, valvole di pressione, ed altre idee creative. Tutte sono più o meno funzionanti ma, nel mio caso, ho testato con successo questo approccio:

  • AllSkyCam completamente (ben) sigillata.
  • Installazione di un sensore di temperatura ed umidità interno al box, preferibilmente nell’area sottesa dal cupolino
  • Installazione di un sensore di temperatura ed umidità esterno al box

I due sensori potrebbero anche non essere necessari. Infatti, nel mio caso, per diversi mesi ho interrogato, via http, una stazione meteo che si trova a qualche Km di distanza, ricavando direttamente il valore del punto di rugiada della zona. Data la distanza, i valori non erano sempre attendibili, per cui ho pensato di rendermi autonomo e di installare i due sensori di cui sopra.

Mentre il sensore interno (2) sarà collegato direttamente al Raspberry Pi (ho usato un sensore DHT22 che costa circa 8 euro. Il software frankAllSkyCam include lo script per la lettura della temperatura), il sensore esterno (3) potrà essere anche lontano, comunque nella stessa zona di installazione. Nel mio caso, ho usato un sensore di umidità e temperatura WiFi, facilmente interrogabile via http. Una volta acquisiti i valori dei due sensori, diventa immediato calcolare direttamente il punto di rugiada con una delle formule che si possono trovare facilmente in Rete.

Il nostro software frankAllSkyCam dispone di un file python: /home/pi/frankAllSkyCam/tools/checkDew.py

che implementa la logica sopra descritta, e che ogni 10 minuti (è in crontab) acquisisce le letture dai sensori e provvede ad accendere o spegnere le resistenze, dopo aver ricavato il valore del punto di rugiada. In alternativa, è possibile guardare al valore del tasso di umidità interno e/o combinare questa informazione con quella relativa al punto di rugiada.

Alcuni astrofili hanno usato un approccio altrettanto empirico, probabilmente più semplice, e con ottimi risultati. Senza basarsi sui valori del punto di rugiada/umidità interna, hanno programmato l’accensione delle resistenze in modo incondizionato: accensione al tramonto e spegnimento dopo l’alba. In questo modo, hanno evitato l’installazione dei sensori. Attenzione però a non utilizzare resistenze troppo scaldanti: il cupolino potrebbe deformarsi in caso di calore eccessivo.

Le funzionalità del software frankAllSkyCam

Prima di procedere con l’installazione, mi soffermo sulle funzionalità di questo software, scritto da me (da cui il nome frankAllSkyCam). Oltre a fornire l’immagine del cielo in tempo reale, fornisce le seguenti informazioni:

  • Immagine fase della Luna (fase, %illuminazione, orari di alba e tramonto, prossima luna nuova)
  • Sole (orari di alba e tramonto)
  • Orari di inizio e fine del buio astronomico
  • SQM (calcolato dall’analisi dell’immagine, oppure letto dal lettore SQM-LE, se disponibile)
  • Indicazione dei pianeti principali presenti in cielo, con le rispettive icone
  • Valori provenienti da eventuali sensori sia collegati al Raspberry Pi, sia disponibili tramite rete (es. Temperatura, Umidità, dati di stazioni meteo, …)

Tali dati vengono riportati sull’immagine insieme con 2 loghi a scelta (es. Bussola e logo personale) e nome della location. Le posizioni di queste informazioni, la dimensione del testo, il colore del font (diurno e notturno) sono customizzabili da un file di configurazione.

Ogni mattina, questo software genera automaticamente:

  • Timelapse delle ultime 24 ore
  • Timelapse della notte appena trascorsa
  • Startrail della notte precedente

Inoltre, attraverso l’interfaccia web, visualizza le costellazioni in overlap all’immagine del cielo. In questo modo, accedendo – tramite browser – alla AllSkyCam è possibile vedere, tutte insieme, le informazioni utili a pianificare e gestire una eventuale osservativa.

Altra funzionalità è la gestione automatica anticondensa, ma questa verrà trattata più avanti, in un paragrafo dedicato.

Una nota a parte la merita la misurazione dell’SQM. Il software frankAllSkyCam comunica con un SQM LE leggendo i valori SQM ed adeguando, di conseguenza, il tempo di esposizione dell’immagine del cielo. Qualora non fosse disponibile un SQM-LE, il software fornisce una ottima stima del valore SQM, analizzando i dati del fotogramma. Per raggiungere questo risultato ho scritto un algoritmo “machine learning” addestrato con le letture reali dell’SMQ-LE. Il training è durato una settimana ed i valori di SQM calcolati sono quasi sovrapponibili a quellirilevati dall’SQM-LE.

Se si intende usare il Raspberry Pi anche come server web, è necessario che installare Apache (o altro server web). Per installare Apache, basta digitare questo comando: sudo aptinstall apache2 -y

dopodiché occorrerà creare la cartella che ospiterà l’immagine allskycam.jpg: sudo mkdir /var/www/html/img

A questo punto, occorre spostare il file index.html, generato durante l’installazione, nel server web locale: sudo mv /home/pi/frankAllSkyCam/index.html /var/www/html/

In questo modo, potremo vedere la nostra immagine del cielo usando semplicemente questo indirizzo: http://<indirizzo_IP raspberry/

Se vogliamo un vero e proprio sito web, questo viene fornito a corredo del software frankAllSkyCam, ed è immediatamente utilizzabile e personalizzabile.Una delle sue particolarità è la possibilità di mostrare l’overlay della mappa celeste sull’immagine del cielo, grazie ad un codice javascript open source disponibile in Rete. Un esempio reale è visibile qui:

http://www.meteobrallo.com/webcam/allsky/

Ultimo punto da considerare: dobbiamo decidere se la nostra AllSkyCam sarà destinata ad essere accessibile da utenti esterni oppure no. Se si, come credo, dovremo scegliere se utilizzare un sito web esterno alla nostra rete locale, oppure se usare il Raspberry Pi come web server pubblico. Nel primo caso, il software frankAllSkyCam esporterà l’immagine del cielo (via FTP) sul sito esterno. Questa soluzione potrebbe essere preferibile, sia per ragioni di sicurezza (in modo da evitare di esporre il Raspberry Pi su una rete pubblica), sia per evitare sovraccarico di richieste http che potrebbero degradare le prestazioni della nostra rete locale. Fare leva su un sito esterno è la mia preferenza personale. Ma comunque, qualora lo volessimo, è ovviamente possibile usare il Raspberry Pi come web server pubblico. In tal caso, sul nostro router, sarebbe necessaria una configurazione di “port forwarding” per esporre il servizio http del Raspberry Pi (su porta 80) su rete pubblica, associandolo ad una porta esterna (es. 8080). Il router si occuperà di reindirizzare le richieste in arrivo sulla porta 8080 verso la AllSkyCam che risponderà sulla porta 80. Dall’esterno bisognerà usare un indirizzo tipo questo:

http://<IP pubblico del mio router>:8080/

al posto dell’indirizzo IP pubblico del mio router è preferibile usare un servizio DNS (dinamico o statico, a seconda della natura del mio IP pubblico.

Naturalmente, frankAllSkyCam è gratuito e presente su GitHub.

Installazione del software frankAllSkyCam

L’installazione è davvero immediata. Assicurarsi di essere connessi ad internet e, dal prompt dei comandi del Raspberry Pi, digitare:

pip3 installfrankAllSkyCam

Se non si rilevano messaggi di errore, l’installazione è terminata, ma è necessario configurare ancora alcuni parametri, in base alle proprie preferenze. Per fare ciò, bisogna avviare il programma digitando: python3 -m frankAllSkyCam

Verranno create alcune cartelle:

/home/pi/frankAllSkyCam cartella principale del programma
/home/pi/frankAllSkyCam/img cartella delle immagini generate. Conterrà delle sottocartelle, ognuna relativa alle immagini di 24 ore. Il nome delle sottocartelle conterrà la data delle riprese. Queste cartelle verranno automaticamente cancellate dopo un numero “x” di giorni, definito nel file di configurazione
/home/pi/frankAllSkyCam/log Cartella contenente i log del software
/home/pi/frankAllSkyCam/mq Cartella contenente i file di supporto per il calcolo dell’SQM, quando il dispositivo SQM-LE non è disponibile
/home/pi/frankAllSkyCam/png Cartella contenente il proprio logo, la bussola (entrambi personalizzabili), le immagini di luna e pianeti.

ed alcuni file, tra cui:

/home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

/home/pi/frankAllSkyCam/index.html

config.txtcontiene la configurazione di frankAllSkyCam.

index.txt è una pagina web semplice che mostra l’immagine AllSky

Ora non resta che configurare le preferenze.

Conclusione

frankAllSkyCam ha un footprint bassissimo (richiede pochi Kb) ed una robustezza elevata, essendo basato sulle componenti del sistema operativo e su alcune librerie software consolidate. Nel corso del tempo (ormai è live da oltre 2 anni) è stato adottato da diversi astrofili nel mondo, anche su modelli di Raspberry molto economici (es. Raspberry Zero) e camere CMOS, pur compatibili con Raspberry Pi, ma con caratteristiche davvero base. Diciamo che fa il suo lavoro ed ha zero-issue riportate su GitHub. Quindi, se cercate una soluzione economica e “zero-sbatti”, questo potrebbe fare al vostro caso

25 anni per Chandra X-ray Observatory

chandra
Le immagini spaziano dai resti di supernova, come Cassiopea A, alle regioni di formazione stellare come la Nebulosa di Orione, alla regione al centro della Via Lattea. Questo montaggio contiene anche oggetti oltre la nostra galassia, tra cui altre galassie e ammassi di galassie.

CfA celebra il 25° anniversario di Chandra

Venticinque anni fa, lo Space Shuttle Columbia è stato lanciato nello spazio con a bordo il Chandra X-ray Observatory. I comunicati stampa del Chandra X-ray Center, CfA e Smithsonian hanno condiviso 25 nuove immagini realizzate con i dati Chandra per festeggiare questa ricorrenza memorabile 

Il 22 luglio, il Chandra Operations Control Center di Burlington, ha organizzato un evento per celebrare l’occasione con tutto lo staff di Chandra. Tra gli oratori c’erano il direttore di Chandra Pat Slane, il direttore di CfA Lisa Kewley e Kevin Hix di MSFC. C’è stata anche una visita speciale dell’astronauta Cady Coleman, specialista di missione su STS-93, che ha tenuto un discorso e firmato autografi.

Per celebrare il 25° anniversario del suo lancio, l’osservatorio a raggi X Chandra della NASA pubblica 25 immagini inedite di un’ampia gamma di oggetti cosmici.

Le immagini spaziano dai resti di supernova, come Cassiopea A, alle regioni di formazione stellare come la Nebulosa di Orione, alla regione al centro della Via Lattea. Questo montaggio contiene anche oggetti oltre la nostra galassia, tra cui altre galassie e ammassi di galassie.

Le immagini, create con i dati raccolti da Chandra, esplorano con raggi X tutti gli angoli dell’universo. Combinando i raggi X misurati da Chandra con altri osservatori spaziali e telescopi a terra, gli astronomi possono cercare di dare risposte ad alcune delle domande più complesse sui misteri del nostro cosmo.

Il 23 luglio 1999, lo Space Shuttle Columbia ha portato in orbita Chandra, all’epoca il carico utile più pesante mai trasportato dallo shuttle. Con il comandante Eileen Collins al timone, gli astronauti a bordo del Columbia hanno dispiegato con successo Chandra nella sua orbita altamente ellittica che lo porta a quasi un terzo della distanza dalla Luna.

“Per un quarto di secolo, Chandra ha fatto una scoperta dopo l’altra,” ha detto Pat Slane, direttore del Chandra X-ray Center situato presso lo Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge, Massachusetts. “Gli astronomi hanno utilizzato Chandra per indagare su misteri di cui non eravamo nemmeno a conoscenza quando abbiamo costruito il telescopio, tra cui esopianeti ed energia oscura.”

I raggi X sono un tipo di luce particolarmente penetrante che rivela oggetti estremamente caldi e processi fisici molto energetici. Molte affascinanti regioni nello spazio brillano intensamente nei raggi X, come i detriti delle stelle esplose e il materiale che turbina attorno ai buchi neri. Anche stelle, galassie e persino pianeti emettono raggi X che possono essere studiati con Chandra.

La nuova serie di immagini è un campione di quasi 25.000 osservazioni che Chandra ha effettuato durante il suo quarto di secolo nello spazio.

Chandra
Riproduzione del telescopio Chandra. Crediti @Nasa

Nel 1976, Riccardo Giacconi e Harvey Tananbaum proposero per primi alla NASA la missione che un giorno sarebbe diventata Chandra. Alla fine, Chandra fu selezionata per diventare uno dei “Grandi Osservatori” della NASA, insieme al telescopio spaziale Hubble e al Compton Gamma Ray Observatory e allo Spitzer Space Telescope, ora in pensione, ognuno dei quali osservava diversi tipi di luce.

Nel 2002, Giacconi è stato insignito del Premio Nobel per la fisica “per i contributi pionieristici all’astrofisica, che hanno portato alla scoperta di sorgenti cosmiche di raggi X”, gettando le basi per lo sviluppo e il lancio di Chandra.

Oggi, gli astronomi continuano a usare i dati di Chandra insieme ad altri potenti telescopi, tra cui il James Webb Space Telescope della NASA, IXPE (Imaging X-ray Polarimetry Explorer) e molti altri. Ad esempio, l’anno scorso, il lavoro di Chandra con Webb ha portato alla scoperta di due dei buchi neri più distanti mai visti (riportati qui e qui ), e il lavoro con IXPE ha rivelato le “ossa” di una mano cosmica spettrale, nello studio di una nebulosa a raggi X creata da una pulsar.

La scienza di Chandra ha portato a oltre 700 dottorati di ricerca e ha supportato un bacino di talenti eterogeneo di oltre 3.500 studenti universitari e laureati, circa 1.700 postdoc e oltre 5.000 ricercatori principali unici negli Stati Uniti e nel mondo. La domanda per l’utilizzo del telescopio è stata costantemente alta per tutta la durata della missione e alla fine solo il 20% di tutte le richieste sono state accolte per mancanza di tempo.

Gli scienziati hanno scritto oltre 10.000 articoli sottoposti a revisione paritaria e accettati basati sui dati di Chandra, raccogliendo quasi mezzo milione di citazioni, di fatto Chandra è una delle missioni NASA più produttive nel campo dell’astrofisica.

“A nome dell’equipaggio STS-93, siamo tremendamente orgogliosi del Chandra X-ray Observatory e del suo brillante team che ha costruito e lanciato questo tesoro astronomico”, ha affermato Eileen Collins, comandante della missione dello Space Shuttle Columbia che ha lanciato Chandra nello spazio nel 1999. “Le scoperte di Chandra ci hanno continuamente stupito e impressionato negli ultimi 25 anni”.

Questo montaggio contiene 25 nuove immagini con dati provenienti dall’Osservatorio a raggi X Chandra della NASA, che vengono rilasciati per commemorare il 25° anniversario del telescopio nello spazio, come descritto nel nostro ultimo comunicato stampa . Dal suo lancio nello spazio il 23 luglio 1999, Chandra è stata la missione di punta della NASA per l’astronomia a raggi X nella sua flotta di “Grandi Osservatori”. Chandra scopre nuovi fenomeni esotici ed esamina vecchi misteri, osservando oggetti all’interno del nostro Sistema Solare fino quasi al limite dell’Universo osservabile.

Chandra scoprì rapidamente per la prima volta una sorgente puntiforme di raggi X nel centro di Cas A, in seguito confermata come una stella di neutroni. Poi Chandra fu utilizzato per scoprire prove di un “superfluido” all’interno della stella di neutroni sempre di Cas A, per determinare se la stella massiccia originale potrebbe essersi rivoltata durante l’esplosione, un altro tassello per comprendere il meccanismo di fine vita delle stelle massicce.

Nebulosa del Granchio
Crediti: Raggi X: (Chandra) NASA/CXC/SAO, (IXPE) NASA/MSFC; Ottico: NASA/ESA/STScI; Elaborazione delle immagini: NASA/CXC/SAO/K. Arcand, L. Frattare e J. Schmidt

Fonte: https://chandra.cfa.harvard.edu/press/24_releases/press_072224.html

Muonionalusta (Il segreto del ferro)

MUONIONALUSTA Il segreto del ferro
Fetta di Muonionalusta di 1.400g della collezione di meteoriti dell’Osservatorio del Monte Baldo.

ABSTRACT

Circa un milione di anni fa, in Lapponia, un meteorite illuminò la notte polare, dividendo la sua scia in frammenti incandescenti. Nessun uomo assistette all’evento, poiché nessuno era ancora giunto in quelle lande gelide. Nel 1906, vicino a Kitkiöjärvi in Svezia, due ragazzi trovarono una strana pietra, poi riconosciuta come siderite e denominata Muonionalusta. Nel corso degli anni, numerosi frammenti sono stati trovati e distribuiti in musei e collezioni private. Muonionalusta appartiene alla classe delle Sideriti Ottaedriti tipo IVA, caratterizzate da inclusioni di Triolite. Questo meteorite è uno dei più antichi, formatosi circa 4.5653 milioni di anni fa. Le sue tipiche figure di Widmanstätten, strutture lamellari visibili dopo specifici trattamenti, testimoniano la sua origine extraterrestre. Il ferro meteorico è stato usato dall’uomo per creare armi e utensili, come il pugnale del faraone Tutankhamon, recentemente confermato di origine meteorica.

Muonionalusta Il segreto del ferro

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Circa un milione di anni fa, in quella regione del nord della Scandinavia che oggi chiamiamo Lapponia un lampo accecante illuminò la notte polare e per qualche istante illuminò le pianure, le lontane montagne innevate e le grandi foreste di conifere. Una scia lucente si divise in più parti e poi rapidamente si spense. Poco dopo giunse un profondo boato, mentre in un’area di 25 chilometri, cadevano decine di frammenti incandescenti.  Poi tutto si quietò. Di sicuro nessun uomo assistette all’evento poiché, sebbene i nostri progenitori fossero già usciti dall’Africa da centinaia di migliaia di anni, nessuno, fino a quel momento si era ancora spostato in quelle gelide lande attorno al circolo polare artico. Quattro glaciazioni passarono e quelle pietre cadute dal cielo furono più volte sommerse da spesse calotte di ghiaccio, tornando magari a vedere la luce del Sole nel successivo periodo interglaciale.

Nel 1906, vicino al villaggio svedese dall’impronunciabile nome di Kitkiöjärvi due ragazzi, a guardia di un branco di renne, trovarono una strana pietra, pesante e coperta di ruggine. Qualche anno dopo la pietra fu riconosciuta come siderite e pubblicata dal prof. A.G. Högbom del museo di scienze naturali svedesi, che gli diede il nome di Muonionalusta. Nei decenni successivi altri campioni furono trovati, dapprima casualmente (scavi per le fondazioni di una casa nel ‘46 e una strada nel ’63), poi in modo sempre più sistematico, specie negli ultimi decenni, tanto che oggi centinaia di frammenti più o meno massicci, sono sparsi nei musei di tutto il mondo, in molte collezioni private e qualche azienda si è anche spinta a produrre orologi con il quadrante ricavato da una lamina di meteorite.

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Fetta di Muonionalusta di 1.400g della
collezione di meteoriti dell’Osservatorio
del Monte Baldo.

Muonionalusta appartiene infatti alla classe delle Sideriti Ottaedriti tipo IVA.

I campioni di tale gruppo di meteoriti, al quale ad esempio appartiene anche la famosissima Gibeon (la più grande meteorite singola trovata al mondo, in Namibia), sono oggi considerati parte del nucleo di ferro e nikel di un asteroide abbastanza grande da aver subito una differenziazione. La caratteristica più importante è rappresentata da un solfuro di ferro detto “Triolite” presente con inclusioni di alcuni centimetri. Lo studio dei radiogenici di Muonionalusta porta a un’epoca di formazione del corpo di 4.565,3 milioni di anni, facendone la più antica meteorite ferrosa conosciuta, aggregatasi appena 1 milione di anni dopo la formazione dei CAIs (inclusioni di minerali ricchi di Calcio e Alluminio che si ritengono formati nelle parti più interne e prossime alla protostella della nebulosa pre-solare). Il raffreddamento successivo del corpo progenitore avvenne in 1-2 milioni di anni, mentre la distruzione dell’asteroide, a causa di un impatto, sarebbe avvenuta in epoca relativamente recente; circa 400 milioni di anni fa. Ci troviamo quindi di fronte ad un altro meteorite che racconta le primissime fasi della formazione del Sistema Solare e che conferma che il processo di formazione di planetesimi di grandi dimensioni fu estremamente rapido, seppure ad oggi non siamo ancora in grado di costruire modelli consistenti ed in grado di giustificare la velocità di formazione di oggetti differenziati.

La caratteristica che rende questo tipo di meteorite particolarmente amato dai collezionisti è la tipica tessitura a lamelle chiamate “Figure di Widmanstätten

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Dettaglio delle figure di Widmanstätten
del meteorite Muonionalusta.

Le figure di Widmanstätten sono un processo di cristallizzazione che si verifica in una lega ferro/nikel (Kamacite), quando questa subisce un lentissimo processo di raffreddamento, in milioni di anni. Un processo che avviene in maniera spontanea nel nucleo di un planetoide differenziato, man mano che il nucleo si raffredda, a causa del decadimento degli elementi radioattivi contenuti. Ovviamente, nessuna tecnologia siderurgica è in grado di riprodurle. La loro presenza è quindi una dimostrazione certa dell’origine extra-terrestre della meteorite ferrosa.. Tipicamente la cristallizzazione diviene visibile sono dopo aver tagliato e lucidato il meteorite, trattandone poi la superficie con acido nitrico diluito, che causa l’ossidazione differenziale della lega.

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Arpione Eschimese ricavato con ferro
della meteorite di Cape York.

All’aumentare del tenore di nikel nel meteorite, la struttura delle lamelle diviene via via da grossolana a fine, fino a sparire del tutto nelle “Atassiti”, meteoriti con un tenore di Nikel superiore al 16%. Le Atassiti sono piuttosto rare, anche se la più grande meteorite ferrosa trovata sulla terra è Hoba, scoperta in Namibia e del peso di 66 tonnellate.

Il ferro meteorico è stato per lungo tempo utilizzato dall’umanità per ricavarne armi e utensili.  E’ certo che gli eschimesi utilizzassero il ferro della grande pioggia di meteoriti avvenuta circa 2000 anni fa nella zona di Cape York in Groenlandia, da cui questo meteorite prende il nome. Ma il caso più celebre è certamente quello del pugnale di ferro del faraone Tutankhamon, un oggetto a quell’epoca molto più costoso dell’oro e che recentemente è stato confermato di origine meteorica.

Nome

Muonionalusta

Anno e luogo del  I ritrovamento Kitkiöjärvi – Svezia – 1906
Massa (conosciuta) 230 kg
Classificazione Ottaedrite fine –Iron IVA
Riferimenti Meteoritical Bullettin: MB20 (1961)
NHM Catalogue: 5a edizione (2000)
Met Base: v.7.1 (2006)
Link al MeteoriticalBullettin https://www.lpi.usra.edu/meteor/metbull.php?code=16873

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

Chesire Cat – Stregatto – Superare i Propri Limiti

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 6 L'immagine in copertina dell'articolo con in sovraimpressione i redshift dei vari componenti risolti nella mia immagine, tra i quali la galassia distorta più distante di magnitudine 22.6 (nel canale r) a z=2.8, ossia ad una distanza co-movente di 21 miliardi di anni luce; nella parte alta del campo, è riportata come riferimento la magnitudine (21 nel canale r) di un’altra galassia dell’ammasso fossile in primo piano a z=0.42, le cui due giganti ellittiche centrali (gli occhi del gatto) concorrono alla distorsione gravitazionale delle quattro galassie di fondo.

ABSTRACT

L’articolo di Alessandro Ravagnin “Oltre i limiti” esplora il suo percorso di quasi 30 anni nell’astrofotografia, evidenziando l’evoluzione dalla semplice osservazione e disegno di oggetti celesti con un modesto telescopio Konus da 6 cm, alla cattura di fenomeni spaziali complessi con attrezzature avanzate per arrivare al Chesire Cat o Stregatto. Inizialmente limitato dal piccolo diametro del telescopio e dai cieli inquinati di Mestre, Ravagnin passò dai disegni alla fotografia analogica, e infine all’imaging digitale con le prime webcam come la Philips Vesta Pro. La sua passione per l’astronomia ha subito un salto significativo con l’acquisto di un telescopio C8, che gli ha permesso di catturare oggetti del sistema solare e immagini basilari del cielo profondo, nonostante le condizioni di visibilità sfavorevoli.

Un momento cruciale fu l’acquisto di una casa in campagna a Romano d’Ezzelino e la creazione di un osservatorio semi-automatizzato chiamato ADAM. Equipaggiato con un C11HD Edge e vari accessori, la capacità di Ravagnin di esplorare l’universo si ampliò notevolmente. Tuttavia, le limitazioni del cielo locale, con un valore SQM raramente superiore a 18,5/19 mag./arc sec², imposero sfide significative per l’imaging del cielo profondo. Scoprì che per ottenere immagini di alta qualità dalla sua posizione erano necessarie esposizioni molto più lunghe rispetto a quelle scattate sotto cieli più scuri con telescopi remoti in Cile, Namibia e Spagna, parte del progetto ShaRA che ha co-fondato nel 2022.

L’esplorazione delle lenti gravitazionali, un concetto previsto dalla relatività generale di Einstein, costituisce un tema centrale nel suo lavoro recente. Ravagnin ha accettato la sfida di fotografare questi fenomeni dal proprio giardino, concentrandosi su due specifiche lenti gravitazionali: “Cheshire Cat” (SDSS J103842.59+484917.7) e “Cosmic Horseshoe” (J1004+4112). Queste lenti, che agiscono come telescopi cosmici naturali, ingrandiscono e distorcono la luce proveniente da galassie lontane. Nonostante le difficoltà intrinseche, inclusi i lunghi tempi di esposizione e l’elaborazione meticolosa delle immagini, Ravagnin è riuscito a catturare l’elusivo “Cheshire Cat” integrando 20 ore di dati raccolti in diverse notti.

L’articolo sottolinea la disparità delle risorse disponibili per diversi astrofotografi e l’importanza di comprendere i limiti e le capacità delle proprie attrezzature e condizioni di osservazione. Il lavoro di Ravagnin mette in risalto la pazienza, la perseveranza e l’uso innovativo della tecnologia disponibile per spingere i confini dell’astrofotografia amatoriale. Il suo racconto dettagliato del processo, dalla selezione iniziale del target all’elaborazione finale dell’immagine, fornisce preziose intuizioni e ispirazione sia per i principianti che per gli astrofotografi esperti. Attraverso la sua dedizione e l’approccio creativo, Ravagnin dimostra che sono possibili realizzazioni straordinarie in astrofotografia anche in condizioni meno che ideali.

Sfide Impossibili Stregatto

Riprendo il cielo da ormai quasi 30 anni: quando ero giovanissimo mi dilettavo nel disegnare ciò che vedevo all’oculare riportando su un taccuino tutto quello che il mio piccolo Konus da 6cm di diametro mi permetteva di osservare: crateri lunari, bande nuvolose di Giove, macchie solari fotosferiche, qualche ammasso globulare. Quello era il mio Universo osservabile ed io muovevo i miei primi passi nello spazio profondo.

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Poi venne l’era della ripresa fotografica con le camere analogiche e iniziai a scattare sui vecchi negativi nella speranza di riuscire a catturare quello che l’occhio non mi permetteva di vedere.

Dopo anni di pratica, con risultati non eccelsi, complice anche un inquinatissimo cielo cittadino come quello di Mestre, allargai il mio orizzonte approdando alla ripresa degli oggetti celesti tramite le prime webcam digitali quali la gloriosa Philips Vesta Pro ed uno splendido C8 Arancione del 1984 su montatura motorizzata a forcella. L’accoppiata C8 + webcam digitale, nonostante il pessimo cielo mestrino, ma fortunatamente abbastanza “calmo” con nottate di ottimo seeing, mi permise di divertirmi assai con tutti gli oggetti del nostro Sistema Solare e di muovere i primi passi nella ripresa degli oggetti DeepSky più luminosi: iniziai a osservare i “canali” di Marte seguendo la stagionalità delle sue calotte polari, ripresi i transiti di Mercurio e Venere davanti al Sole, le eclissi di Sole e di Luna, l’occultazione di Saturno da parte del nostro satellite e soprattutto feci le prime foto di M42, M13 e M27, i grandi “classici” del cielo profondo.

Per anni mi specializzai nella ripresa planetaria, senza troppo approfondire il DeepSky, ma ad un certo punto della mia vita due eventi diedero una sterzata importante all’ancestrale passione per l’astronomia: una nuova casa e la pandemia! Il COVID19 cambiò tutto facendomi fare un incredibile balzo evolutivo: l’acquisto di una casa in periferia di Romano d’Ezzelino (provincia di Vicenza) e la costruzione di un piccolo osservatorio semi automatizzato mi permisero di iniziare a navigare nell’Universo senza pormi più grossi limiti e confini. Il mio Universo osservabile si ampliò improvvisamente e la mia passione per l’astronomia ne beneficiò. All’interno dell’Osservatorio chiamato ADAM, in onore e ricordo dei miei genitori e dei genitori di mia moglie, installai un C11HD Edge ed un Tecnosky 115/800 su Sky-watcher EQ8 e tutti gli accessori fotografici del caso (acquistato tutto rigorosamente usato!): ruote porta filtri, filtri larga banda e banda stretta, filtri solari in luce bianca e H-alpha, filtri planetari, camere CMOS e focheggiatori digitali, fasce anticondensa e PC di controllo, connesso tramite Desktop Remoto col Notebook dentro casa.

Chesire Cat - Stregatto
Figura 1 – Nella singola posa da 180s realizzata col C11HD dalla pianura
padana (qui è stato effettuato un autostretch con PixInsight,
senza applicare alcuna ulteriore elaborazione) non sembra
esserci traccia del gatto, nemmeno dei più brillanti occhi di
colore giallo paglierino, come evidenziato dal riquadro con lo
zoom sulla porzione di cielo dove il gatto cerca di nascondersi.

I limiti di un cielo con valori di SQM quasi mai superiori a 18.5/19 mag./arc sec2 (Bortle>7) impongono certe restrizioni nelle riprese di oggetti profondi, soprattutto per oggetti con bassa brillanza superficiale. Dall’esperienza che ho maturato  negli ultimi due anni operando sia da casa che con i telescopi remoti (cileni, namibiani e spagnoli sotto cieli con SQM tendenzialmente sempre sopra i 22) del progetto ShaRA, fondato nell’ottobre 2022 assieme a 2 cari amici, mi son persuaso che “mediamente” 20/30 minuti di ripresa con un telescopio cileno possono corrispondere a più o meno 15/20 ore di riprese da casa mia. Per “corrispondono” intendo dire che riesco a raggiungere circa la stessa profondità e pulizia del segnale a parità di target. Una differenza abissale nella profondità raggiungibile, considerando soprattutto un’altra enorme limitazione del mio sito osservativo rispetto a quelli citati prima: il numero di nottate di cielo “sereno”. Target estremamente deboli, necessitano di decine e decine di ore di ripresa da cieli inquinati come il mio, il che vuol dire che per accumulare tutti i fotoni necessari per estrapolare nebulose o galassie dal fondo cielo, si richiedono almeno 5/6 serate di bel tempo e possibilmente senza la Luna nei paraggi. Ma purtroppo la Pianura Padana non è così clemente come il deserto di Atacama e la Luna fa un po’ come le pare e piace: di necessità bisogna fare virtù, sfruttando ogni finestra possibile inimmaginabile e armandosi di moltissima pazienza. Nell’ultimo anno e mezzo ho sviluppato progetti la cui durata ha superato abbondantemente i due mesi, mettendo a dura prova l’entusiasmo per un hobby già di suo molto complicato. Parlo di progetti e non di fotografie, perché mi piace molto corroborare il contenuto “artistico” dell’astrofotografia, con lo sviluppo di contenuti e approfondimenti scientifici sul target ripreso, sia per mia conoscenza personale, che a fini divulgativi. In questo ciclo di due articoli dedicati “all’estremo” vorrei condividere i risultati che son riuscito a raggiungere spingendo al limite (e forse oltre) il mio setup, presentando delle foto non spettacolari ma, a mio modo di vedere, entusiasmanti se comparate al target ripreso e soprattutto considerata la mia location. In rete si trovano sicuramente fotografie strabilianti e probabilmente migliori di quelle che propongo, ma bisogna tenere bene a mente, quando si paragonano risultati ottenuti da diversi astrofotografi sia dell’attrezzatura utilizzata che, soprattutto, del cielo sotto il quale si è ripreso.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 2
Nella sequenza di possono apprezzare le quattro fasi dell’elaborazione con PixInsight che hanno portato alla realizzazione dell’immagine finale.Partendo da sinistra si vede il singolo scatto da 180s non processato al quale è stato applicato un autostretch, poi lo stacking di 100 scatti da 180s non processati realizzati nella migliore nottata in termini di trasparenza del cielo (si nota un miglioramento del rapporto segnale/rumore), poi il risultato dell’applicazione del tool BlurXTerminator che ha permesso di far emergere i primi dettagli delle galassie distorte ed infine all’estrema destra il risultato dell’applicazione del tool NoiseXTerminator capace di ridurre il rumore dell’immagine in modo significativo (si noti il fondo cielo molto più pulito).

È giusto mostrare e spiegare a chi si avvicina per la prima volta a questo hobby, cosa è possibile ottenere utilizzando uno smartphone connesso ad un 114 da un cielo cittadino (spendendo 300 euro) e cosa è possibile ottenere con un CDK24 robotizzato ubicato a 2000 metri sul livello del mare in pieno deserto andino (spendendo 150.000 euro di materiale e 5.000 euro all’anno di servizio). Considerazioni spesso sottovalutate nei concorsi fotografici, dove si tende a premiare la spettacolarità di un’immagine a prescindere dalle condizioni di ripresa, favorendo di fatto gli astrofotografi più fortunati che possono accedere a cieli e a strumentazione non alla portata di tutti (sia per questioni geografiche che economiche). Un po’ come se venisse organizzata una corsa a premi e potessero partecipare sia le scuderie di formula uno che un ragazzino con la sua bicicletta.

Veniamo dunque al primo progetto che ha visto una lunga gestazione ma che mi ha dato una incredibile soddisfazione!

Dopo aver fotografato più o meno tutte le più grandi e luminose galassie del Gruppo Locale (M31, M33, M81, M82, M106, M77, etc etc) mi misi in testa di provare a riprendere uno degli effetti più stupefacenti in campo astronomico: una lente gravitazionale.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 3
Immagine finale ottenuta sommando 400 pose da 180s a pieno campo e sulla quale sono stati applicati i tool StarXTerminator, BlurXTerminatorin PixInsighted un aumento contrasti con l’App Photoshop Express. Il gatto si cela sornione al centro del FoV, leggermente spostato sulla destra, molto piccolo.

Le lenti gravitazionali sono la manifestazione più chiara e lampante di quanto formulato da Einstein nel lontano 1916 all’interno della sua teoria della relatività generale: la massa (le grandi masse) distorcono lo spazio/tempo creando una sottospecie di enorme telescopio rifrattore cosmico, capace di ingrandire ed amplificare la luce proveniente da galassie distantissime e dietro la massa distorcente rispetto alla linea di vista. La luce proveniente da questi oggetti lontani viene deviata a sufficienza da permetterci di vedere quello che nella nostra esperienza quotidiana non immaginiamo nemmeno possa accadere, ossia vedere quello che sta fisicamente dietro a qualcuno/qualcosa. La prima lente gravitazionale fu osservata nel 1979 da Dennis Walsh, Robert F. Carswell e Ray J. Weymann, i quali ripresero il doppio quasar Q0957+561: si accorsero però che le due controparti erano invece lo stesso quasar sdoppiato per effetto della lente gravitazionale operata da un terzo corpo, non visibile, sito tra noi e il Quasar stesso.

Ho iniziato così a cercare in rete qualche catalogo di lenti gravitazionali, ovviamente realizzato grazie a decenni di osservazioni con telescopi a terra e soprattutto col telescopio Spaziale Hubble, il primo strumento inventato dagli esseri umani capace di risolvere al meglio questi incredibili oggetti. Mi focalizzai sui più spettacolari, ossia quelle ad arco, dove l’oggetto distorto si presenta non come un semplice puntino, ma come una lunga striscia semicircolare, proprio come nelle spettacolari immagini di Interstellar, mentre Cooper & Co attraversano il ponte di Einstein-Rosen in direzione di Gargantua. Le testimonianze fotografiche di astrofili capaci di riprendere i deboli archi distorti di lontane galassie sono veramente poche e limitate ad un numero di oggetti che si possono contare sulle dita di una mano. Questi oggetti sono estremamente piccoli e deboli, motivo per il quale servono cieli bui, lunghe esposizioni e focali superiori ai due metri. Sul primo punto, avrei potuto risolvere utilizzando un telescopio remoto in affitto ma con un neo dato dal costo che avrei dovuto sostenere per realizzare almeno 4/5 ore di posa. Ma la soddisfazione non sarebbe stata tanta, quanto quella che avrei potuto provare realizzando l’impresa dal giardino di casa mia! E così ho selezionato gli unici due target alla mia portata, ossia le due lenti gravitazionali ad arco più luminose ed estese del cielo: SDSS J103842.59+484917.7 e J1004+4112.

La prima è battezzata “Cheshire cat”, per la palese somiglianza con lo Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre la seconda “Cosmic Horseshoe”, per la somiglianza con un ferro di cavallo. Durante gli scorsi mesi mi sono concentrato soprattutto sul primo target, non per una maggiore simpatia nutrita verso i gatti rispetto ai cavalli, ma semplicemente meglio osservabile durante le notti dei mesi invernali.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 4
Lo Stregatto è visibile in questo crop molto ingrandito dell’immagine finale, priva di colori e poco appariscente, ma carica di significato grazie all’estrema difficoltà nell’estrazione dal luminoso fondo cielo (inquinato) del poco segnale generato dai fotoni della più distante galassia distorta, partiti la bellezza di 11.5 miliardi di anni di anni fa!

Ho così iniziato a riprendere col C11HD a focale piena (2880mm) e con la ASI2600MM senza anteporre alcun filtro prima della camera, con l’obiettivo di raccogliere più fotoni possibile da questo target elusivo, proprio come lo Stregatto di Alice, il cui componente più lontano si trova z = 2.8 e quindi attualmente ad una distanza radiale co-movente di circa 21 miliardi di anni luce*

*fotoni hanno viaggiato fino al mio sensore per ben 11.5 miliardi di anni e sono partiti quando l’Universo aveva poco più di un paio di miliardi di anni, durante questo periodo, l’Universo si è espanso e l’oggetto ad oggi ha raggiunto la distanza di appunto 21 miliardi di anni luce)!

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 5
In letteratura scientifica si usa spesso pubblicare immagini a contrasti invertiti per evidenziare al megliole tenui strutture presenti in immagini DeepSky, come le code mareali dovute all’interazione tra galassie interagenti. La dimensione angolare della faccia dello Stregatto è di circa 15 secondi d’arco, ossia un terzo del diametro apparente di Giove in piena opposizione!

Ho atteso pazientemente di imbattermi in una settimana di cielo decisamente buio, almeno per ciò che si riesce ad ottenere dalle mie parti, ed ho lasciato l’attrezzatura lavorare tutta la notte per 7 giorni consecutivi. Ho realizzato il puntamento a mano, controllando la montatura da dentro casa e verificando il FoV utilizzando a riferimento 7 stelle abbastanza luminose da poter essere registrate dalla camera con 1s di posa (tool web blackwaterskies.co.uk/). Ammetto che all’inizio sono andato alla cieca, perché anche dopo i primi 180s di posa, nel file grezzo, non c’era quasi traccia degli occhietti del gatto, le due principali galassie ellittiche (di magnitudine attorno alla 19 e z = 0.42), colpevoli della distorsione gravitazionale assieme al resto delle galassie del gruppo fossile di cui fanno parte. Nelle riprese riuscivo ad individuare solo qualche pixel leggermente più “rumoroso” rispetto al resto del fondo cielo (figura 1). Ma ho continuato imperterrito col programma prestabilito.

All’indomani di ogni sessione, ho effettuato lo stacking dei sub raccolti ed una veloce elaborazione (stretching lineare) con l’obiettivo di evidenziare i contorni principali del viso del gatto e valutare la qualità delle riprese. Al termine della settimana, ho selezionato le 3 migliori sessioni, ed ho rifatto lo stacking di tutti i relativi sub per un totale di 20 ore di integrazione. Quattro sessioni non erano di sufficiente qualità per questioni metereologiche (cielo non particolarmente limpido) e son state scartate.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 6
L’immagine in copertina dell’articolo con in sovraimpressione i redshift dei vari componenti risolti nella mia immagine, tra i quali la galassia distorta più distante di magnitudine 22.6 (nel canale r) a z=2.8, ossia ad una distanza co-movente di 21 miliardi di anni luce; nella parte alta del campo, è riportata come riferimento la magnitudine (21 nel canale r) di un’altra galassia dell’ammasso fossile in primo piano a z=0.42, le cui due giganti ellittiche centrali (gli occhi del gatto) concorrono alla distorsione gravitazionale delle quattro galassie di fondo.

Dopo lo stacking finale mi sono dedicato ad un processing più accurato, eseguendo uno stretching lineare, uno non lineare lavorando sulle curve ai bassi valori di intensità e successivamente un’applicazione di BlurXTerminator e StarXTerminator (figura 2). Come ultimo passaggio, infine, ho aumentato la chiarezza ed i contrasti dell’immagine con l’efficace App Photoshop Express (figura 3, crop ingrandito in figura 4), nonché ho realizzato una versione a contrasti invertiti ottenendo una modalità di visualizzazione spesso utilizzata in letteratura scientifica per gli oggetti deboli (figura 5). Et voilà … l’elusivo Stregatto comparso come per magia di fronte ai miei occhi! Come pure il sorriso sornione comparso nella mia faccia di riflesso.

Ci si rivede nel prossimo numero, con un’altra sfida “impossibile”!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

Spedizione con Premium Press

NUOVO SERVIZIO EXPRESS PER LA SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO

Dopo i recenti disservizi dovuti ai ritardi nelle consegne da parte di Poste Italiane sul prodotto Piego Libri, grazie al suggerimento di un lettore, la direzione è lieta di annunciare il passaggio in tempi utili ad un nuovo contratto più celere “Premium Press“.

Le Poste Italiane sono lo strumento identificato dallo Stato per sostenere la diffusione della piccola editoria specializzata e per assolvere a tale ruolo esse ricevono un sostanziale contributo (vedi le tabelle rimborsi per il 2020 https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/misure-di-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/2020/ ). I contributi si rendono indispensabili perché la piccola editoria, come ugualmente la cultura in genere, non può competere con le dinamiche concorrenziali commerciali ma essendo altresì una funzione vitale per la crescita della Nazione essa deve essere preservata e accompagnata.

La direzione è determinata a far rispettare tale presupposto e per tal motivo sono ancora in essere reclami e procedure. Nel frattempo tuttavia, nell’interesse del lettore, è stato ritenuto opportuno tentare con un nuovo contratto che, seppur gestito dagli stessi organi, offre, almeno su carta, tempi e garanzie migliori per la consegna.

Non cantiamo quindi vittoria ma siamo fiduciosi e almeno per la prossima spedizione, il 269 in partenza in un paio di giorni, avremo fatto un altro tentativo

Non molleremo.

ShaRA#8.1 – Il Delfino

ShaRA#8.1 – Il Delfino
ShaRA#8.1 – Il Delfino Super Staking risultato finale

ABSTRACT

Il gruppo ShaRA, che esplora il cielo australe e occasionalmente il boreale, ha concluso il suo ottavo progetto con “il Delfino”, ShaRA#8.1. Dopo il successo del precedente progetto “ShaRA#7: The Shell”, il team ha continuato a utilizzare un telescopio remoto di un membro del gruppo, riducendo i costi e aumentando la flessibilità delle osservazioni. Hanno accolto due nuovi membri, Fabio Di Stefano e Alberto Lupi. Il progetto si è concentrato sulla nebulosa Testa di Delfino (SH2-308), ripresa con un telescopio Newton da 500mm in Cile. La stella Wolf-Rayet WR6 al centro della nebulosa ha creato una bolla visibile grazie alla sua espulsione di idrogeno e ai potenti venti stellari. L’elaborazione delle immagini ha evidenziato sia l’ossigeno ionizzato sia l’idrogeno. Il team ha identificato anche la nebulosa planetaria PN G234.9-09.7 e due possibili nuove planetarie non ancora classificate. Il progetto ha beneficiato di contributi da diverse località, inclusa la Namibia e l’Italia, con l’obiettivo di approfondire la comprensione scientifica di questi fenomeni. Il gruppo invita altri astrofili e professionisti a unirsi alla loro ricerca per classificare i nuovi oggetti scoperti, in attesa della chiusura dell’ottavo progetto nel prossimo numero.

di Alessandro Ravagnin, Andrea Iorio e ShaRA Team

Introduzione Il Delfino

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Il gruppo ShaRA continua attivamente la caccia ai più affascinanti target dell’emisfero australe, facendo ogni tanto una capatina su soggetti visibili anche dall’emisfero boreale, nonostante la scarsa altezza sull’orizzonte.

Il progetto precedente, “ShaRA#7: The Shell”, ci ha permesso di utilizzare per la prima volta e in modo condiviso, un piccolo telescopio remoto di proprietà di un membro del gruppo e di recente installazione presso il sempre più affollato complesso ObsTech a Rio Hurtado; operando con un telescopio remoto di proprietà abbiamo potuto divertirci liberamente abbattendo l’esborso economico e riducendo di molto i limiti nella schedulazione delle osservazioni (in tal senso stay turned perchè anticipiamo che altre novità ci riguarderanno nel prossimo futuro..).

Prima di passare al racconto del nostro ottavo progetto, ci teniamo però a dare il benvenuto agli due ultimi ingressi nel gruppo: Fabio Di Stefano e Alberto Lupi, arrivati a noi poche settimane fa proprio grazie alla lettura dei nostri articoli periodici su Coelum!

Con ShaRA#8 siamo tornati ad operare come di consueto e abbiamo concentrato gli sforzi su un target ripreso col metro cileno. In realtà, anche questa volta, ci sono stati alcuni problemi col grande RC1000 (rotazione FoV non prevista e alcuni sub mossi per perdita stella guida) e siamo stati dunque costretti a recuperare tre sessioni e a posticipare la chiusura dell’ottavo progetto, il cui vero target principale verrà svelato nel prossimo numero. In questa puntata invece racconteremo di un piccolo “regalo” che ci siamo dedicati, riprendendo con il 50cm (molto più economico del “metrone”) un soggetto molto bello e visibile anche nel nostro emisfero, per il quale è stato sufficiente accantonare meno del 10% del budget raccolto, il resto andrà a sostenere l’obiettivo principale. Inoltre, il coordinatore del gruppo, nome noto di Coelum Alessandro Ravagnin, ha contribuito sponsorizzando in proprio una seconda acquisizione con un Samyang da 135mm ubicato in Namibia (servizio remoto Skygems) di più ampio campo rispetto a quanto concordato con il gruppo. e aggiungendo uno spettro in bassa risoluzione realizzato con lo StarAnalyzer200 e il proprio C11HD dal giardino di casa a Romano d’Ezzelino (insomma, una triplice ripresa da tre continenti diversi!).

Il target

Abbiamo acquisito segnale per tre ore e mezza con il fantastico Newton da 500mm e 1900mm di focale, il T2, puntando sulla meravigliosa nebulosa Testa di Delfino, annotata nei database come SH2-308 e nel frattempo, in attesa di terminare le riprese e come nostro solito abbiamo approfittato per approfondire dal punto di vista scientifico il nuovo soggetto e di cose interessanti ne sono uscite molte.

ShaRA#8.1 – Il Delfino
Ripresa di A.Ravagnin col Samyang da 135mm dalla
Namibia, camera ASI2400MC e filtro dual band
H-alpha/OIII. Quattro pannelli montati a mosaico
che riprendono la costellazione del Cane Maggiore.

Al centro della nebulosa c’è una stella di Wolf-Rayet, WR6, un sistema binario composto da una stella di classe WN5 e da una compagna invisibile di piccola massa le quali orbitano l’una attorno all’altra con un periodo di ≈ 3,7 giorni. WR6 è l’artefice della nebulosa Testa di Delfino, che grazie ad una espulsione passata del suo guscio esterno di Idrogeno e ai suoi forti venti stellari (più di 2000km/s), spazza il mezzo interstellare generando “la bolla” visibile ai nostri telescopi.

WR6 e la sua nebulosa Testa di Delfino si stanno allontanando da noi con una velocità di circa 33 km/s e il complesso “stella + nebulosa” sta fuggendo dal piano galattico con un vettore di velocità trasversale puntato esattamente verso il lato più luminoso di SH2-308. La grande separazione di WR6 dal piano galattico indica che questa stella potrebbe essere una stella in fuga (in letteratura “run-away star”) dall’ammasso stellare aperto Collinder 121, dal quale sarebbe stata inizialmente espulsa.

WR6 è una delle stelle più luminose conosciute nel suo genere: l’espulsione del suo guscio esterno di idrogeno gassoso ha permesso di mettere in luce gli strati interni ricchi di elio e azoto prodotto dal ciclo CNO (da qui la classificazione delle stelle WR di tipo WN, in base all’intensità delle righe NIII a 463,4-464,1 nm e 531.4 nm, NIV a 347,9-348,4 nm e 405,8 nm e NV a 460,3 nm, 461,9 nm, e 493,3-494,4 nm) che bruciano a temperature altissime.

L’intensa radiazione emessa da WR6 genera altrettanto potenti venti stellari (con velocità anche superiori a 2000Km/s) che modellano il gas circostante in una vasta bolla di idrogeno e ossigeno ionizzati. L’ossigeno ionizzato a 500nm è quello che vediamo nella regione di color ciano dello spettro e che in bolle nebulari come quella attorno a WR6 ha temperatura superiori ai 10.000K e si origina per shock dovuto all’espansione dell’idrogeno espulso dalla stella centrale in un mezzo con densità sufficientemente bassa da permettere un lento raffreddamento. Si nota, infatti, un discreto dislocamento tra l’emissione H-alpha (che segue nello spettro) e quella OIII (che precede nello spettro) nella nebulosa SH2-308. In letteratura, la differenza di posizione/dimensioni relative dei rispettivi gusci di H-alpha e OIII vanno a definire la tipologia di bolla nebulare, di Tipo II nel caso della Testa di Delfino.

Ampliando lo sguardo e allontanandoci dal guscio principale, ovvero la Testa del Delfino, è possibile osservare inoltre altre nebulosità più estese, concentriche e centrate sempre su WR6. I due principali “complessi” di questa struttura sono classificati come SH2-303, SH2-304 e sembrano appunto strette parenti di SH2-308 e WR6.

L’elaborazione e l’immagine finale

Come accennato nel precedente paragrafo, abbiamo utilizzato il telescopio T2 cileno (Newton 500mm di apertura e 1900mm di focale), con camera FLI16803 e filtri Astrodon RGB True Balance Gen II e Halpha/OIII da 5nm per un totale 3.5 ore di segnale.

In questa occasione i file grezzi di alta qualità (il setup in questione è tra i migliori che abbiamo mai incontrato tra i vari servizi remoti) hanno consentito di ottenere dei master di altissimo livello e, pertanto, non ci sono state grosse difficoltà nell’elaborazione. I partecipanti hanno singolarmente ottenuto degli eccellenti risultati, seguendo nettamente due distinte scuole di pensiero: chi ha dato maggior importanza al guscio di ossigeno ionizzato e chi, invece, ha preferito enfatizzare i veli di idrogeno racchiusi nella Testa di Delfino.

In generale si è optato per una composizione HOO mentre i file RGB sono stati utilizzati per le stelle.

Contributi dei partecipanti

ShaRA#8.1 – Il Delfino Trabuio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Trabuio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Vergani
ShaRA#8.1 – Il Delfino Vergani
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ravagnin
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ravagnin
ShaRA#8.1 – Il Delfino Michieletto
ShaRA#8.1 – Il Delfino Michieletto
ShaRA#8.1 – Il Delfino Maffioli
ShaRA#8.1 – Il Delfino Maffioli
ShaRA#8.1 – Il Delfino Lioce
ShaRA#8.1 – Il Delfino Lioce
ShaRA#8.1 – Il Delfino Linsalata
ShaRA#8.1 – Il Delfino Linsalata
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ligustri
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ligustri
ShaRA#8.1 – Il Delfino Iorio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Iorio
ShaRA#8.1 – Il Delfino DiFusco
ShaRA#8.1 – Il Delfino DiFusco
ShaRA#8.1 – Il Delfino Curzi
ShaRA#8.1 – Il Delfino Curzi
ShaRA#8.1 – Il Delfino Bertocco
ShaRA#8.1 – Il Delfino Bertocco

Gli oggetti misteriosi

Aguzzando la vista è possibile individuare altri oggetti nel campo inquadrato dal T2. Il principale, segnalato da Andrea Iorio, è la nebulosa planetaria classificata come PN G234.9-09.7, la cui stella centrale è una debolissima stella di magnitudine 19, una Gaia EDR3 2922355602864621568 e distante 9.500 anni luce.

Successivamente, sono state individuate da Gianpaolo Michieletto altre due piccole “macchioline” di color ciano anche se ricerche nei principali database non hanno dato alcun esito. Successivamente abbiamo indagato sulla veridicità delle macchie cercando fotografie ultra-deep anche in rete da dove è effettivamente arrivata la conferma, esse non sono dovute a rumore o artefatti del setup utilizzato perché compaiono anche in altre immagini di altri astrofotografi.

Cosa abbiamo ripreso dunque? Sembrerebbero due planetarie o altri due gusci di OIII simili alla Testa di Delfino, ma senza un’indagine spettroscopica approfondita nulla si può escludere. Tuttavia confrontando le dimensioni, i due oggetti sembrano molto più distanti di SH2-308  da cui l’ipotesi che potrebbero essere localizzati nel braccio esterno della nostra Via Lattea suggerito dalle mappe di Gaia.

Saremmo felici se qualche lettore dotato di strumentazione professionale potesse supportarci in questa avvincente ricerca; nel frattempo ci stiamo prodigando contattando anche qualche professionista disposto ad approfondire insieme a noi la natura delle bolle misteriose e chissà mai, classificare a nostro nome i due oggetti.

Per il momento vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo numero con la chiusura dell’ottavo progetto di astrofotografia condivisa del gruppo ShaRA!

Nel mosaico la disposizione degli oggetti indagati nella ricerca #8:
• Zoom 1: stella WR6. alias EZ Canis Majoris con spettro in bassa risoluzione
(C11HD + StarAnalyzer200 + ASI183MM, Romano d’Ezzelino) dove si
vedono i picchi di emissione dovuti all’Elio ionizzato
• Zoom 2: dettaglio della shell OIII col “displacement” rispetto il fronte H-alpha
che ne stabilisce la tipologia (Type II, testo blu nell’inserto scientifico
dell’articolo)
• Zoom 3: nebulosa planetaria MPA J0656-2356
• Zoom 4&5: addensamenti molecolari a forma sferica non classificati

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


Teletrasporto, ipervelocità e altre amenità

ABSTRACT

Il testo di Zaninotti Ranieri esplora i sogni tecnologici della fantascienza, affrontandoli con un approccio critico. Il teletrasporto, un concetto popolare, viene suddiviso in due tipi: il trasporto reale di materia e il trasferimento di informazioni per la ricostruzione dell’oggetto. Entrambi presentano enormi sfide tecniche, come l’energia richiesta e la precisione nella ricostruzione. Il metodo che prevede la disintegrazione e ricostruzione dell’originale viene criticato come un semplice duplicatore, sollevando anche questioni etiche.

L’idea di velocità superiori a quella della luce è altrettanto problematica. La fisica relativistica mostra che raggiungere o superare la velocità della luce richiederebbe energia infinita, rendendo questa possibilità irrealizzabile. I tachioni, particelle ipotetiche che superano la velocità della luce, sono teoricamente possibili ma praticamente inutilizzabili e non provate.

La teoria della curvatura dello spazio di Miguel Alcubierre, che prevede la manipolazione dello spazio-tempo per viaggiare velocemente, è affascinante ma attualmente impraticabile a causa delle immense masse richieste e dell’ipotetica necessità di materia con massa negativa.

Infine, il testo critica la possibilità di distruggere pianeti con un raggio come quello della Morte Nera di Star Wars, calcolando l’energia necessaria come immensamente superiore a quella emessa dal Sole in 150 anni.

Il documento conclude che la fantascienza, sebbene affascinante, dovrebbe essere apprezzata per il suo valore immaginativo piuttosto che per le sue previsioni tecniche sul futuro.

Introduzione

Quanti sono i sogni tecnologici che un affamato di fantascienza, anela di vedere un giorno realizzati?

A seguire ne affronteremo alcuni (del resto siamo in Astrodivagazioni niente di serio) ma non sarà per spezzare una lancia a loro favore, no, bensì sarà per affondarli criticamente e meticolosamente.

Se sei quindi un sognatore che spera di vedere il bel giorno in cui tutto questo sarà realizzato, chiudi pure il testo che stai leggendo e vai a prendere un bel fumetto di Flash Gordon; se invece vorrai ancora tuffarti nelle amare acque della scienza, allora armati di una poltrona, di un buon calice di Rum adeguatamente invecchiato (ma quello buono, non quelle schifezze dolciastre di moda al giorno d’oggi), e continua pure a leggere, io cercherò di essere il tuo Virgilio in questo viaggio nelle tristi bolge della cruda realtà.

Teletrasporto

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Che dire, uno dei più gettonati sogni fantascientifici, sogno che periodicamente riaffiora dalle patinate pagine dei vari tabloid di divulgazione più o meno scientifiche, su cui continuano a scrivere diversi mattacchioni che vogliono fare presa sul pubblico omettendo o semplicemente trascurando qualche ‘dettaglio’ fondamentale.

Teletrasporto.

Bene.

Il desiderio di trasferirsi da qui a lì senza sforzo.

I vari teletrasporti che si vedono nelle numerose saghe di fantascienza si possono suddividere in due tipi:

  1. I teletrasporti in cui avviene un vero e proprio “trasporto” di materia, che spostano materialmente il soggetto
  2. I teletrasporti che invece analizzano l’oggetto e ne trasferiscono l’informazione al ricevitore, che lo ricostruisce perfettamente

Sorvolando su tutte le decine di obiezioni che si potrebbero avanzare ad esempio sulla quantità di energia necessaria per trasferire un oggetto pesante come un corpo umano, oppure sull’effettiva conoscenza così dettagliata della composizione appunto di una persona, dalle sue membra fino al suo spirito, tale da poterla ricostruire tale e quale, vi invito a riflettere su un aspetto a cui forse nessuno di voi, nonostante la nuova serie di Star Trek di questi anni, ha mai pensato.

Il trasmettitore di tipo due  (ti disintegro, ti analizzo, trasmetto i dati e ti ricostruisco) non è un trasmettitore di materia, bensì un duplicatore.

Abbiamo distrutto l’originale analizzandolo, ed ora, con le informazioni ricevute, ne potremmo rifare uno, nessuno e centomila (cit.), perché è questo che succederà: l’originale muore ma noi ne faremo un clone.

Sì, proprio cloni, e, se si trattasse di un essere umano, questi cloni sarebbero veramente convinti di essere l’originale (ne abbiamo fatta una copia perfetta, ricordate?), ma ovviamente non possono esserlo, in quanto, fatto uno, potremmo farne tranquillamente altre dozzine (oppure nessuno!) seguendo semplicemente le istruzioni, mentre l’originale è morto sacrificandosi per l’analisi.

Ma anche se (SE) riuscissimo ad analizzare un Mario Rossi perfettamente senza torcergli un capello, allora verrà comunque creato un clone a destinazione, e a questo punto ci troveremmo due Mario Rossi contemporaneamente.

Ancora, tutto questo senza contare che il ricevitore dovrà attingere da qualche parte le risorse per creare l’oggetto: saranno enormi serbatoi di elementi da assemblare atomo per atomo con infinita meticolosità? O sarà semplice energia che verrà convertita in qualche maniera in materia?

In quest’ultimo caso, sappiate che l’energia necessaria sarà appena appena esagerata: per fare un chilogrammo di materia, servirebbero circa 25.000 GWh, ovvero quanta energia elettrica consuma in un mese l’Italia intera.

Ma allora di cosa ci parlano le cronache più o meno quotidiane che ci bombardano con i successi nel campo del teletrasporto?

Semplicemente omettono di dire che sono riusciti a “teletrasportare” l’informazione a livello quantistico di una singola particella o giù di lì, ma nulla di fisico, solo l’informazione.

Di una particella, beninteso (elettrone, protone o che dir si voglia), non di una banana o di un batterio.

Siccome una cellula umana pesa circa un nanogrammo (10-12 gr), e considerato che in un grammo di qualsiasi sostanza ci sono circa 6 x 1023 nucleoni (è la costante di Avogadro), questo significa che (elettroni esclusi) in una cellula ci sono circa 6 x 1011 nucleoni, più circa la metà di elettroni, quindi un totale approssimativo di 1.000.000.000.000 (mille miliardi!) di particelle.

E una persona che pesa 70 Kg, ha 70.000.000.000.000 (settantamila miliardi) volte tale peso!

Lascio a voi il calcolo di quante particelle in totale dovrebbe minuziosamente assemblare un tale miracoloso marchingegno; senza sbagliare ovviamente, altrimenti rischiereste di dover usare un gomito per annusare una margherita!

Un paragrafo a parte meriterebbe il discorso etico, qui volutamente non affrontato, anche se potrebbe però essere benissimo lo spunto per un prossimo approfondimento sull’argomento, stay tuned!

Arrivati a questo punto, io direi che il Titanic del teletrasporto è bell’e che affondato.

una nebulosa planetaria all’interno di Messier 15, denominata Pease 1 (in onore di Francis Gladheim Pease, il suo scopritore).

Velocità Superluminali

 

E qui ci giochiamo l’asso.

Velocità superluminali (via! Più veloci della luce! – cit.), altro bell’argomento da appassionati di Star Trek assieme al teletrasporto che miseramente è destinato a naufragare.

Le distanze interstellari sono così immense che il solo pensare di percorrerle a velocità tradizionali è fuori discussione: chi accetterebbe di pagare il biglietto per Alpha Centauri, sapendo che dovrebbe attendere decine di migliaia di anni per arrivarci?

Ecco allora che la fantascienza ci ha proposto diverse soluzioni per poter arrivare in tempo al nostro appuntamento:

Accelerare fino a superare la velocità della luce

Semplicemente non si può, e il motivo sta nel fattore di Lorentz:

Dove ‘v’ è la velocità dell’oggetto in questione, e ‘c’ è la velocità della luce.

Come si può vedere dalla formula (e dal grafico qui sotto che la rappresenta visivamente), all’aumentare di ‘v’, approssimandosi a ‘c’ (quindi quando la velocità si avvicina a quella della luce), ‘γ’ (il Fattore di Lorentz) tende ad infinito.

Ora, ‘γ’ è il valore che:

  • Moltiplichiamo per la massa di un oggetto per ottenere quella che chiamiamo ‘massa relativistica’; questo incremento di massa è l’energia che dobbiamo fornire all’oggetto per raggiungere la velocità desiderata, e che tende ad infinito avvicinandosi sempre più a ‘c’. Questo comporta che serve un’energia infinita per arrivare a ‘c’, e quindi non è possibile.
  • Quando ci avviciniamo alla velocità della luce, il tempo inoltre rallenta sempre di più, fino a fermarsi (per i fotoni, che viaggiano a ‘c’, ad esempio, il tempo non scorre), e, ovviamente, senza lo scorrere del tempo non possiamo fare nulla, neppure cercare di incrementare la velocità.
  • La lunghezza dell’oggetto, lungo la direzione di marcia, si divide per detto fattore con il risultato che si contrae sempre più, fino ad azzerarsi quando si arriva a ‘c’.

Ovviamente questo per un osservatore esterno, mentre per il soggetto tutto appare normale.

Non solo, ma anche arrivare ad una frazione apprezzabile di ‘c’ sarebbe veramente arduo, viste le energie in gioco.

Per i motivi sopra esposti, non è possibile, per un oggetto materiale, arrivare o superare la velocità della luce.

Più che affondato, mai partito.

Tachioni

Il tachione (dal greco ταχύςtachýs, “veloce”) è un’ipotetica particella avente velocità superiore a quella della luce.

Queste ‘bestiacce’ hanno caratteristiche molto peculiari:

  • Nascono già con una velocità maggiore di quella della luce nel vuoto
  • Sono più veloci della luce, ma non possono mai rallentare al di sotto di essa
  • Più sono veloci e meno energia hanno
  • Non le potremmo mai vedere arrivare, ma dopo averle incontrate, ne vedremmo due copie allontanarsi in direzioni diametralmente opposte, con redshift diversi (verso il rosso quella in direzione del moto della particella, verso il blu l’altra, nella direzione da dove è arrivata)

Forte, abbiamo trovato il candidato ideale.

Ci sono però dei ‘ma’ grandi quanto una casa.

Per prima cosa, anche se non sono espressamente vietate da nessuna legge fisica, non è detto che esistano: anche la presenza di un Tyrannosaurus Rex in Central Park non è proibito da nessuna legge fisica, ma non mi sembra che il Central park ne pulluli.

Secondo, e cosa più importante, come utilizzarle -SE- esistessero davvero?

Non certo con dei motori a Tachioni: quelli (i tachioni) partirebbero e noi rimarremmo fermi al palo.

E non potremmo neppure convertire noi stessi in Tachioni: anche se fosse possibile, come potremmo ripristinare le condizioni originali, visto che saremmo delle semplici particelle, che tra l’altro obbedirebbero a regole assolutamente diverse da quelle che noi conosciamo?

Se prendete un topo e lo trasformate in particelle da lanciare in un sincrotrone, la vedo dura ripristinare in seguito il topo, anche usando tutte le tecnologie che mi possono venire in mente, e stiamo parlando di particelle -tradizionali- (vedi paragrafo sul teletrasporto). E non consideriamo il fatto che a fare tutta l’operazione dovrebbero essere le particelle del topo stesso, non qualcuno all’esterno (un’astronave trasformata in tachioni dovrebbe lei stessa ritrasformarsi nella versione originale).

Curvatura dello spazio

Uh, che bello, Buchi neri & c.

Ecco, qui entriamo in un mondo interessante, per quanto prettamente utopistico.

Nel 1994, un fisico messicano di nome Miguel Alcubierre propose un’idea con alla base un metodo per deformare il tessuto dello spazio-tempo in modo che, in teoria, ci si potesse spostare nello spazio senza tenere conto della velocità della luce.

Ma noi abbiamo appena detto che non si può, quindi?

Quindi in sostanza si tratterebbe di truccare il mazzo, evitando di pensare a come far muovere l’astronave e concentrarsi invece a come curvare lo spaziotempo per aggirare il problema.

Questo si può ottenere grazie alla metrica di Alcubierre, che definisce come creare una ‘bolla’ in cui lo spazio si contrae da una parte e si espande dalla parte opposta, lasciando al centro uno spaziotempo piatto in cui un’astronave può rimanere ferma; il risultato è che la bolla potrebbe spostarsi attraverso il tessuto dello spazio-tempo a velocità arbitrarie senza violare la Relatività, mentre l’astronave e i suoi occupanti, al centro della bolla, non sperimenterebbero alcuna accelerazione.

Bello, habemuspapam.

Abbiamo sostanzialmente due problemi:

Punto uno: per contrarre lo spazio davanti alla bolla, si può pensare di utilizzare una massa molto compatta che, dagli ultimi calcoli effettuati, risulta essere dell’ordine della massa del pianeta Giove, ovviamente contratta in uno spazio ridottissimo per poter esercitare simili titaniche forze.

E già qui la vedo duretta, poiché Giove ha una massa equivalente a oltre 300 volte la Terra, il pianeta sul quale viviamo, e il comprimere un coso del genere a densità inimmaginabili lo vedo ben oltre qualunque progresso scientifico.

Punto due: ma il problema più grosso non è questo, bensì il fatto che, oltre a comprimere lo spazio antistante, dovremmo espandere analogamente quello alle nostre spalle con qualcosa che abbia una massa analoga ma negativa!

Ora, un oggetto che abbia una massa negativa non sta né in cielo né in Terra; sì, è vero, c’è l’effetto Casimir che mette in gioco ‘energie negative’, ma in ogni caso si tratta di valori infimi, addirittura difficili da misurare se non con adeguata strumentazione, figuriamoci se è possibile ottenere una massa equivalente di quella portata.

Per poter ovviare a questo scoglio sono state tentate molte strade, ma tutte portano ad un inevitabile vicolo cieco, come ad esempio una fantomatica ‘materia esotica’ che non ubbidisce alle leggi che conosciamo. Pura fantascienza, no, mi correggo: pura fantasia.

Il Raggio della Morte Nera

Uno scienziato, David Boulderston, ha pubblicato una ricerca nella quale stima l’energia necessaria per distruggere totalmente un pianeta usando il super-laser della Morte Nera, e, usando un modello di un pianeta con massa e diametro simili a quello della Terra, ne è venuto fuori che l’energia necessaria sarebbe di circa 2 x 1036 Joule.

Un’energia immensa, pari all’energia che il Sole emette in più di 150 anni (l’energia emessa dal Sole ogni secondo è di 3,827×10²⁶ Joule).

Ma ammettiamo di aver trovato la maniera di emettere un raggio di tale potenza (siamo una società ipersuper avanzata, no?), cosa succederebbe?

Se si trattasse veramente di un raggio laser, probabilmente vaporizzerebbe solo la superficie del pianeta che colpirebbe, con il risultato che la parte superficiale della zona colpita verrebbe ablata, ma la parte sottostante, già a poca profondità, non subirebbe conseguenze.

Se al posto di un raggio laser usassimo invece un sistema capace di accelerare a velocità elevatissime del materiale, bè, lì allora qualcosa potrebbe succedere per davvero, come quando spariamo ad una mela: il proiettile non si ferma in superficie, ma continua per inerzia e fa ‘esplodere’ la mela per i vapori prodotti dall’attrito.

Ipotesi stiracchiata all’estremo, ma in fondo stiamo fantasticando su una tecnologia avanzatissima, magari lasciamo una lontanissima ma molto lontana ipotesi di fattibilità.

Conclusione

La fantascienza è bella, lo ammetto, e i voli pindarici non fanno male a nessuno.

Cerchiamo solo di non porre su tali sogni le speranze di un nostro futuro, ma usiamoli per quel che sono: fantasiose idee che ci permettono di veleggiare un po’ con i nostri pensieri, facendoci magari scordare temporaneamente la nostra grigia quotidianità.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

 

I dubbi di un viaggiatore potenziale terrorista – Teorema di Bayes

Teorema di Bayes
Teorema di Bayes

ABSTRACT

L’articolo “I dubbi di un viaggiatore potenziale terrorista” descrive l’esperienza dei controlli antiterrorismo negli aeroporti degli Stati Uniti, con particolare attenzione al test antiesplosivo. L’autore riflette sulla probabilità di falsi positivi, sottolineando che, nonostante l’alta efficienza degli strumenti nel rilevare esplosivi, la bassa incidenza di veri terroristi tra i passeggeri rende i falsi allarmi molto frequenti. Viene introdotto il Teorema di Bayes per spiegare come, nonostante la rara possibilità di un falso positivo (1 su 10.000), il grande numero di passeggeri non coinvolti in attività terroristiche fa sì che la maggior parte degli allarmi siano falsi positivi. L’articolo conclude enfatizzando l’importanza della matematica e della scienza per comprendere meglio questi sistemi e migliorare la consapevolezza pubblica.

Teorema di Bayes

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Chi è stato in un aeroporto degli Stati Uniti dopo l’11 settembre sa che tra i controlli antiterrorismo c’è il test antiesplosivo: ti passano un tampone sulle mani, sui vestiti e sulla valigia e poi lo mettono in un macchinino che ingoia il tampone, ci pensa un attimo. e poi pronuncia il responso. Quasi sempre il responso è “Va bene, per questa volta puoi andare“. Però c’è anche l’altra opzione, che è “mò so’ cavoli tuoi“. E se si verifica quest’ultima situazione, molto gentilmente ti fanno accomodare in un confortevole ufficio sul retro, e cominciano a porti garbate domande mentre un sarto ti prende le misure per confezionarti una comoda tutina arancione. Le specifiche di questi strumenti dicono che l’efficienza nell’identificare chi ha maneggiato esplosivo è altissima, praticamente il 100%.

Tutte le volte che mi è capitato di imbarcarmi in un aeroporto americano ho pensato a questa eventualità, non perché io maneggi abitualmente esplosivi, anzi, l’unica polvere da sparo con cui sono mai entrato in contatto era quella delle cartucce della Jaguarmatic quando avevo 8 anni. Però so che ci sono i cosiddetti falsi positivi. Sono quei casi in cui non hai maneggiato esplosivi, ma lo strumento si mette a suonare lo stesso. Questo può succedere per i motivi più disparati: ad esempio, perché senza sapere hai maneggiato sostanze che sono contenute anche negli esplosivi (certi cerotti che servono per prevenire l’angina contengono nitroglicerina), o perché hai toccato in modo del tutto inconsapevole qualcosa che non piace al “terrorista detector” (conosco una persona a cui è successo facendo benzina, e che in seguito a ciò ha passato piacevoli momenti in compagnia degli energumeni della security). C’è una lunga lista di sostanze contenute in cose che nulla hanno a che fare con gli esplosivi, perfino cibi, che possono dare falsi positivi. Vabbè, nessuno è perfetto, nemmeno il sistema antiesplosivo! Questi sistemi però sono super affidabili, perché la probabilità di dare falsi positivi è veramente irrisoria, solo 1 su 10mila!

Quindi, ricapitolando, abbiamo uno strumento che non sbaglia praticamente mai nell’identificare se hai maneggiato esplosivi, e si confonde dicendo che lo hai fatto anche se non è vero solo molto molto raramente. Uno strumento – diremmo – ideale, che assolve perfettamente al suo scopo! Tuttavia, ogni volta che passo i controlli in un aeroporto americano mi chiedo se all’antiterrorismo conoscano il Teorema di Bayes. E mi preoccupo.

Il Teorema di Bayes risponde alla domanda che dovrebbe porsi il poliziotto dell’aeroporto nel caso in cui l’aggeggio si metta a suonare, e cioè: che probabilità c’è che la persona che mi sta di fronte sia effettivamente un terrorista? Ovvero che abbia effettivamente maneggiato esplosivi poco prima? Una risposta frettolosa ci indurrebbe a dire che la probabilità è altissima. Infatti il sistema di fronte a un terrorista ci azzecca nel 100% dei casi, e lancia un falso allarme solo nello 0,01% dei casi. Quindi, se il marchingegno suona, è di sicuro un terrorista! Risposta molto frettolosa e anche molto sbagliata. E il Teorema di Bayes ci spiega perché.

Evitando di usare formule, il concetto è questo: è vero che la macchina non sbaglia praticamente mai nell’identificare uno che ha maneggiato esplosivi. E è anche vero che emette un falso allarme solo molto raramente, appena una volta su 10000. Ma in un giorno quanta gente passa per un grande aeroporto? E quanti, fra quelle decine di migliaia di passeggeri, sono effettivamente terroristi che hanno appena preparato una bomba? E quanti, invece, non lo sono affatto?

Tra tutti quei passeggeri, solo molto molto raramente c’è chi ha maneggiato esplosivi per preparare ordigni. Tutti gli altri sono solo normali passeggeri. E quindi il nostro terrorista-detector è di fatto uno strumento che fa il test a un campione enorme di persone che in realtà, salvo casi rarissimi, non hanno maneggiato alcun tipo di esplosivo. E quindi, se darà l’allarme, certamente identificherà quei casi – rarissimi – in cui la persona ha realmente maneggiato esplosivo. Ma a parte questi casi (sono stati qualche decina in tutto, dall’11 settembre a oggi)è praticamente certo che si tratterà di un falso positivo. Infatti, sebbene lo strumento si sbagli solo 1 volta su 10mila, in un giorno in un aeroporto transitano anche 100mila pacifici passeggeri, e questo fa una media di 10 falsi positivi al giorno. Quindi di fatto gli allarmi sono largamente dominati dai falsi positivi. E il poliziotto, di fronte a uno di questo allarmi, se sapesse il Teorema di Bayes, dovrebbe dire: “ecco un altro falso allarme“. Se sapesse il Teorema di Bayes…ma lo saprà? Spero di non scoprirlo mai.

PS: Leggo in un articolo in rete che durante i 45 minuti durante il quale il giornalista ha osservato il sistema antiesplosivo in funzione alla security dell’aeroporto di Miami “only one passenge rcaused the machine’s alarm to sound. The man was immediately escorted from the checkpoint line for additional screening“. Only one passenger?!?!?!?!?Un passeggero in 45 minuti vuol dire che, tenendo conto del traffico dell’aeroporto di Miami e scalandolo al traffico totale annuo negli USA, in un anno quasi mezzo milione di passeggeri viene fermato per un pomeriggio a causa di falsi positivi. Infatti, l’articolo conclude che il passeggero “era entrato in contatto con sostanze che non avevano niente a che fare con esplosivi“.È ovvio, ma lo scrivo esplicitamente, che tutto ciò non è un invito a ritenere inutili i controlli antiterrorismo. Lo scopo è però il far riflettere su come la percezione comune sul funzionamento di questi sistemi sia spesso diversa dalla realtà. E, come sempre, sapere un po’ più di matematica e di scienza ci rende cittadini più consapevoli.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

La corsa alle prime galassie

Protogalassie
Fig. 5 Visualizzazione artistica della prima generazione di stelle. I modelli teorici suggeriscono che si siano iniziate a formare in protogalassie a partire da 100 milioni di anni dopo il Big Bang arricchendo poi l’ambiente circostante di elementi chimici creati al loro interno. Trovare le stelle di popolazione III è uno degli obiettivi più ambiziosi di JWST. [NOTA: immagine HR disponibile a https://webbtelescope.org/contents/articles/what-were-the-first-stars-like].

ABSTRACT

La ricerca delle galassie lontane, prime galassie, è un tema centrale dell’astronomia moderna, mirato a comprendere l’evoluzione dell’Universo. Le osservazioni di galassie distanti ci permettono di studiare i progenitori delle strutture attuali e di comprendere i processi fisici che hanno influenzato la loro formazione. Dopo il Big Bang, l’Universo era composto quasi esclusivamente da idrogeno ed elio. L’osservazione delle galassie lontane ci permette di tracciare l’arricchimento chimico dell’Universo, seguendo il filo che ha portato alla formazione delle galassie, del Sole e della vita stessa.

Negli anni ’60, con la scoperta dei primi quasar, è iniziata la ricerca di sorgenti a distanze cosmologiche. Il lancio dell’Hubble Space Telescope (HST) e l’iniziativa di osservare campi profondi (come l’Hubble Deep Field del 1995) hanno rivoluzionato questa ricerca, permettendo di studiare galassie che risalgono a quando l’Universo aveva meno di 2 miliardi di anni. Le osservazioni nell’infrarosso hanno permesso di indagare la formazione delle galassie in epoche ancora più remote, fino a meno di 300 milioni di anni dal Big Bang.

Il James Webb Space Telescope (JWST), lanciato con lo scopo di esplorare le prime stelle e galassie, ha rivoluzionato ulteriormente il campo. Le sue osservazioni hanno rivelato che l’Universo primordiale era molto più affollato di quanto previsto. Galassie luminose e massicce sono state trovate a redshift maggiore di 10, sfidando i modelli teorici preesistenti. La spettroscopia del JWST ha permesso di osservare dettagliate emissioni di gas ionizzato e scoprire buchi neri supermassicci in galassie risalenti a poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang.

La ricerca continua a spingersi oltre, con l’obiettivo di trovare la prima generazione di stelle, la cosiddetta “popolazione III”, formata solo da gas primordiale. Strumenti come il telescopio spaziale Euclid e l’Extremely Large Telescope (ELT) contribuiranno significativamente a questa ricerca. Tuttavia, restano delle sfide, come la mancanza di strumenti osservativi nel medio infrarosso e nelle alte energie, necessarie per studiare i buchi neri primordiali. I prossimi decenni saranno cruciali per comprendere appieno l’evoluzione dell’Universo e le sue prime sorgenti luminose.

Una breve storia della ricerca delle galassie lontane

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Quanto lontano possono vedere i vostri telescopi? È una domanda che gli astronomi si sentono rivolgere spesso, potrebbe sembrare un po’ ingenua ma la risposta è meno banale di quello che si può pensare e tutto sommato non è affatto una cattiva domanda. Infatti, sono gli astronomi i primi a chiedersi come spingere le proprie osservazioni sempre più lontano nello spazio e quindi nella storia dell’Universo.

Sono molti i motivi per studiare galassie sempre più distanti e cercare le prime galassie formatesi poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang. Nell’Universo vicino osserviamo galassie che si differenziano tra loro per morfologia (spirali, giganti ellittiche, irregolari), massa, livello di formazione stellare, contenuto di gas e polvere, ambiente (ammassi e gruppi di galassie), e presenza di buchi neri supermassicci di centinaia di milioni o addirittura miliardi di masse solari. Solo osservando i loro progenitori nell’Universo lontano, e i loro primi “mattoni” nell’Universo primordiale possiamo veramente capire quali fenomeni fisici hanno maggiormente influito sulla loro evoluzione. Inoltre, nella Via Lattea e nelle galassie vicine osserviamo diversi tipi di popolazioni stellari, contraddistinte principalmente da diverse abbondanze degli elementi chimici che si formano a seguito della combustione nucleare all’interno delle popolazioni stellari precedenti e che vengono poi dispersi da venti stellari ed esplosioni di supernovae. Successivamente al Big Bang l’Universo era costituito essenzialmente dai soli idrogeno ed elio: ricostruire nelle galassie via via più lontane la storia dell’arricchimento di elementi quali carbonio, ossigeno, azoto vuol dire seguire quel filo che ha portato dal Big Bang alla formazione non solo della Via Lattea, ma anche del nostro Sole e infine alla vita.

Di fatto la “rincorsa” a cercare sorgenti sempre più distanti è iniziata molti anni fa, negli anni ‘60 con la scoperta dei primi quasar e radiogalassie a distanze “cosmologiche” (redshift maggiore di 1) ma è solo da metà degli anni ‘90 che gli astronomi hanno sviluppato metodi e strumenti adatti a osservare normali galassie in epoche in cui l’Universo aveva non più di 2 miliardi di anni di vita, cioè meno del 15% dell’età attuale.

La possibilità di esplorare la natura di galassie remote è giunta grazie ad Hubble Space Telescope e alla coraggiosa iniziativa di osservare dei cosiddetti “campi fondi”, piccole zone di cielo di pochi arcmin2 su cui acquisire dati per decine e a volte centinaia di ore si osservazione. Il primo esempio fu l’Hubble Deep Field (HDF) nel 1995, a cui sono seguite negli anni numerose “survey” concepite in modo simile, la più celebre delle quali è probabilmente l’Hubble Ultra Deep Field (Fig. 1).

Le osservazioni HDF e di survey simili contengono molte migliaia di sorgenti, ma grazie all’acquisizione di immagini in più filtri si può misurare la forma dello spettro delle galassie e isolare la piccola frazione di sorgenti remote. In particolare, per studiare le prime epoche di formazione delle galassie è necessario avere osservazioni oltre la regione del visibile: dalle lunghezze d’onda del vicino infrarosso (circa 1 micron) a quelle del medio infrarosso (oltre i 3 micron) che rispettivamente misurano l’emissione ultravioletta (UV) di galassie da redshift circa 6 a redshift 12 e oltre, cioè da 1 miliardo a meno di 300 milioni di anni dal Big Bang.

Hubble Deep Field - Prime Galassie
Fig. 1 – l’Hubble Deep Field, la prima survey profonda effettuata da Hubble che nel 1995 ha aperto il campo della ricerca delle galassie lontane. Immagine in tricromia ottenuta con i filtri U (300 nm, blu), B (435 nm, blu) e V (606 nm rosso) https://esahubble.org/images/opo9601c/
l’Hubble Ultra Deep Field - Prime Galassie
Fig. 1 – Hubble Ultra Deep Field osservato nel 2006 con evidenziate nei riquadri 28 sorgenti di alto redshift. Immagine in tricromia ottenuta da immagini nei filtri B (435 nm, blu), V+I (606nm e 775 nm, verde) e z (850nm, rosso) https://hubblesite.org/contents/articles/hubble-deep-fields

La camera ottica ACS, e dal 2010 quella infrarossa (WFC3) di HST, insieme ai grandi telescopi da terra (Very Large Telescope, Keck) hanno dunque permesso di studiare le popolazioni di galassie risalenti al periodo tra circa 600 milioni di anni e 2 miliardi di anni dopo il Big Bang (redshift da 3 a circa 9). Si è trovato che al crescere del redshift la luminosità tipica delle galassie diminuisce e aumenta la frazione di galassie intrinsecamente deboli. Queste galassie sono via via più piccole, con dimensioni tipiche inferiori a 1 kpc (meno di 1/3 della Via Lattea), in buona parte di morfologia irregolare, sempre più attive in termini di formazione stellare in rapporto alla loro massa e con un sempre minore contenuto sia di polvere che di elementi quali ossigeno e carbonio. Queste osservazioni hanno permesso di indagare un periodo della storia dell’Universo entro il primo miliardo di anni che è estremamente importante perché è quando avviene il grosso del processo cosiddetto di reionizzazione (Fig. 2). Dal momento della ricombinazione (300.000 anni dopo il Big Bang) lo spazio è permeato da gas neutro, e sono proprio i fotoni energetici emessi dalla prime sorgenti luminose a separare protoni ed elettroni dell’idrogeno diffuso nello spazio intergalattico, ionizzandolo nuovamente. Uno degli scopi principali nello studio delle prime galassie è proprio misurare l’andamento temporale e spaziale di questo processo, e soprattutto determinare quali sorgenti ne siano state maggiormente responsabili, se le galassie più o meno luminose o i primi nuclei galattici attivi. Nonostante questi successi osservativi, fino a poco tempo fa la nostra conoscenza dei primordi dell’Universo era ancora limitata. Hubble è sensibile sino a circa 1.6 micron di lunghezza d’onda. I telescopi da terra anche della classe degli 8-10 metri come VLT e Keck fanno delle osservazioni extragalattiche anche a lunghezze d’onda leggermente maggiori (sino a circa 2.5 micron), ma il forte “background” di emissione dell’atmosfera impedisce loro di spingersi abbastanza in profondità, oltre la magnitudine osservata 26-27. Lunghezze d’onda oltre i 3 micron erano osservabili dal telescopio spaziale Spitzer, ma con risoluzione e sensibilità date dallo specchio di soli 85 cm di diametro assolutamente insufficienti ad esplorare l’Universo nei primi 500 milioni di anni di vita. Poche sorgenti erano note grazie a HST a un redshift circa 9-10, e nessuna a distanze ancora maggiori. La corsa alle prime galassie aveva bisogno di uno strumento che potesse osservare nel vicino e medio infrarosso dallo spazio, e con una sensibilità superiore a HST e Spitzer.

Evoluzione delle galassie - Prime Galassie
Fig. 2 – Visualizzazione artistica della prima fase di evoluzione delle galassie. Dopo la ricombinazione lo spazio è permeato da gas neutro che viene reionizzato dalla radiazione emessa dalle prime sorgenti. Comprendere questa fase detta di “reionizzazione” che termina all’incirca 1 miliardo di anni dopo il Big Bang è uno degli scopi principali della ricerca sulle prime galassie. [NOTA: immagine HR disponibile a https://aasnova.org/2016/02/22/galactic-teamwork-makes-distant-bubbles/]

La rivoluzione di JWST

Il James Webb, con 6.5 metri di diametro e strumenti sensibili sino ai 28 micron è stato progettato avendo l’esplorazione delle prime stelle e galassie tra i suoi scopi principali. I primi due anni di osservazioni con JWST hanno decisamente rivoluzionato lo studio delle galassie primordiali e possiamo tranquillamente affermare che questo meraviglioso strumento sta mantenendo le sue promesse. Le prime osservazioni extragalattiche “fonde???” di JWST sono state rese pubbliche a Luglio 2022 e, come era facile aspettarsi, hanno subito scatenato una “corsa all’oro” per selezionare le galassie più remote.

I risultati raggiunti in pochi giorni dall’analisi delle prime immagini della camera NIRCam (tra 1 e 5 micron) sono stati a dir poco sorprendenti perché immediatamente ci si è resi conto che l’Universo nei suoi primi 300-500 milioni di anni di vita era molto più affollato di quanto ci si aspettasse. I dati che erano disponibili su epoche successive avevano mostrato che l’abbondanza di galassie, cioè il loro numero per unità di volume, diventava sempre più piccolo più ci si spingeva in là col redshift (e quindi indietro nella storia dell’Universo). I modelli teorici di evoluzione delle galassie riproducevano questi risultati in modo abbastanza accurato e quindi le aspettative erano basse: certo JWST ci avrebbe permesso di trovare sorgenti molto più remote, ma si pensava fossero poche e soprattutto di bassa luminosità intrinseca. Tutt’altro! Nei giorni e nelle settimane successive all’inizio delle osservazioni JWST ci siamo accorti che a redshift maggiore di 10 le galassie luminose, cioè di magnitudine assoluta MUV=-20 o inferiore, erano molto più numerose di quanto si pensasse.

Chi vi scrive ha avuto il privilegio di partecipare alle prime ricerche come membro dei team legati alle osservazioni “Early Release Science” (ERS), programmi osservativi i cui dati sono stati immediatamente resi pubblici proprio per permettere alla comunità scientifica di prendere confidenza con le osservazioni del James Webb. In particolare, pochi giorni dopo le prime osservazioni, con i colleghi del programma ERS GLASS trovammo inaspettatamente due galassie brillanti, denominate GHZ1 e GHZ2, a redshift maggiore di 10 in una piccola area di cielo di soli 6.5 arcmin2 (Fig. 3). Per dare un’idea di quanto inaspettato fosse questo risultato la stima era che ci sarebbe servita almeno un’area 10 volte maggiore per trovare una sola di queste sorgenti.

Tutte le successive osservazioni di campi fondi extragalattici hanno poi confermato questo risultato, davvero ci sono più galassie remote di quante ce ne aspettavamo, e ovviamente gli astrofisici teorici si sono subito messi al lavoro per trovare una spiegazione a questo risultato. Vari scenari possono descrivere tale “abbondanza”, le galassie potrebbero apparire più luminose per una quasi totale assenza della attenuazione da polvere, essere in una fase solamente temporanea di maggiore luminosità dovuta a storie di formazione stellare estremamente variabili costellate di episodi di forte emissione, o avere avuto una elevata efficienza di conversione del gas in stelle. C’è anche chi ha proposto modifiche allo scenario cosmologico suggerendo una maggiore rapidità di formazione delle strutture o in alternativa che all’epoca l’Universo potesse essere più vecchio di quanto riteniamo, dando più tempo alle galassie per formarsi e crescere. Ad oggi sono numerosi gli sforzi teorici e osservativi mirati a distinguere tra gli scenari.

Prime Galassie - GLASS-ERS
Fig. 3 – Il campo fondo GLASS-ERS osservato da JWST con la camera NIRCam nel 2022. Nei riquadri centrali sono evidenziate le due sorgenti GHZ1 (redshift stimato 10.5) e GHZ2 (recentemente confermata a redshift 12.34) che per prime hanno mostrato come le galassie luminose (MUV<-20) nell’Universo remoto sono molto più abbondanti di quanto ci si aspettasse. Immagine a colori ottenuta con i filtri F090W e F115W (blu), F150W (cyan), F220W (verde) F277W (giallo), F356W (arancione) F444W (rosso). [NOTA: immagine ad HR disponibile a https://www.nasa.gov/universe/nasas-webb-draws-back-curtain-on-universes-early-galaxies/]

Ancora sorprese dalle prime galassie

Le osservazioni di “imaging” sono estremamente potenti, raccogliendo la luce delle sorgenti in più filtri a banda larga permettono di raggiungere flussi molto deboli e allo stesso tempo di ricostruire la forma dello spettro per stimare redshift e luminosità. Ma per capire a fondo la natura degli oggetti celesti è necessaria la spettroscopia che ne disperde nel dettaglio l’emissione in funzione della lunghezza d’onda e permette di misurare le righe in emissione o in assorbimento nel gas che circonda le stelle giovani. In questo campo JWST ha portato l’emozionante novità di poter vedere per la prima volta nell’Universo remoto righe di emissione della regione del visibile, quindi osservabili nel vicino e medio infrarosso, come le righe di Balmer dell’idrogeno, e un incredibile dettaglio di righe di emissione del gas altamente ionizzato emesse dalle galassie nell’ultravioletto. Molti dei risultati ottenuti hanno confermato le predizioni teoriche. L’abbondanza di ossigeno e altri elementi in epoche remote era più bassa di quella locale, anche se tipicamente attorno al 5-10% dell’abbondanza solare a indicare che l’Universo si è arricchito molto rapidamente. Lo stato di ionizzazione e di eccitazione del gas era maggiore, per la presenza di stelle più calde (decine di migliaia di gradi K) e massicce (probabilmente sino a centinaia di volte la massa del sole) di quelle tipiche delle galassie vicine.

Ma anche dalla spettroscopia sono arrivati risultati inattesi. L’esempio migliore è una sorgente denominata GNz11 a redshift 10.6 che era la galassia più distante scoperta da Hubble e che è stata poi indagata a fondo tramite lo spettrografo NIRSpec di JWST. Lo spettro di GNz11 mostra una grande quantità di righe di emissione di idrogeno, carbonio, ossigeno e azoto e ha portato un risultato che ha subito colpito l’attenzione: l’abbondanza dell’azoto nel gas di GNz11 è molto elevata, oltre il doppio di quanto misurato nel Sole. Successivamente la stessa anomalia è stata trovata anche in altre galassie di epoca simile nella survey JWST CEERS e nella sorgente GHZ2 a redshift 12.3, una delle galassie brillanti che trovammo nella GLASS-ERS.

Questa alta abbondanza di azoto non è una semplice curiosità: lo stesso eccesso di questo elemento si trova in popolazioni stellari degli ammassi globulari attorno alla Via Lattea. Le galassie osservate da JWST potrebbero dunque essere il sito di formazione delle stelle degli ammassi globulari. Le osservazioni future ci indicheranno se davvero c’è una connessione tra un’efficiente formazione delle stelle nelle galassie di alto redshift e la formazione di questi oggetti che sono le strutture più antiche che conosciamo nell’Universo locale.

Ma le sorprese non sono finite qui. Un elevato numero di sorgenti nel primo miliardo di anni dal Big Bang, inclusa la stessa GNz11, hanno mostrato di ospitare un buco nero centrale supermassiccio. La prova è arrivata innanzitutto dall’osservazione in numeri oggetti?? di righe di emissione “larghe”, indicative di velocità del gas dell’ordine delle migliaia di km/s nelle regioni soggette all’enorme campo gravitazionale del buco nero. Un altro caso degno di nota è quello di una sorgente a redshift 10.1 denominata UHZ1 che mostra emissione X dovuta alla presenza di un buco nero la cui massa è paragonabile addirittura all’intera massa stellare della galassia ospite. JWST ha dunque trovato che poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang le galassie ospitavano già buchi neri da milioni a centinaia di milioni di masse solari.

Come possono essersi formati così rapidamente buchi neri così massicci? A questo riguardo gli scenari considerati più plausibili sono due. Il primo prevede un accrescimento estremamente efficiente a partire dai buchi neri di poche decine di masse solari, residuo delle prime esplosioni di supernova. In questo caso la crescita del buco nere deve essere avvenuta a un tasso pari, e per alcuni periodi persino superiore, al limite massimo oltre il quale la pressione della radiazione limita la caduta di materia sul buco nero stesso (limite di Eddington). Il secondo scenario prevede un accrescimento più regolare ma a partire da buchi neri di migliaia di masse solari dovuti al collasso rapido di enormi nubi di gas. Una terza possibilità, più remota ma potenzialmente con grandi implicazioni la cosmologia è che i “semi” su cui si sono accresciuti i buchi neri supermassicci siano buchi neri primordiali formatisi nei primi secondi di vita dell’Universo a partire da fluttuazioni quantistiche e che in alcuni casi potrebbero avere avuto masse migliaia di volte quella solare.

Future osservazioni di galassie e nuclei attivi in epoche ancora più remote permetteranno di chiarire questi scenari teorici e comprendere finalmente il meccanismo di formazione e i primi passi dell’evoluzione dei buchi neri supermassicci.

Prime Galassie - JWST e X Chandra
Fig. 4 – Immagine composita delle osservazioni JWST e del telescopio X Chandra (in viola) della regione di cielo dove è stata scoperta la sorgente UHZ1 a redshift 10.1. La galassia è evidenziata nei riquadri che mostrano l’emissione stellare (osservabile con JWST) e l’emissione energetica X trovata con Chandra e dovuta ad accrescimento su un buco nero centrale supermassiccio. L’emissione X diffusa nel riquadro grande è dovuta a un ammasso di galassie vicino lungo la linea di vista. [NOTA: immagine HR disponibile a https://www.nasa.gov/missions/chandra/nasa-telescopes-discover-record-breaking-black-hole/]

Il Graal delle galassie primordiali: le prime stelle

Lo scenario di fronte a cui ci ha posti JWST è estremamente interessante, in poco tempo abbiamo osservato decine di galassie e AGN in un’epoca tra i 300 e gli 800 milioni di anni dal Big Bang, ed è molto probabile che a breve ci spingeremo ad epoche ancora più remote. Oltre alla comprensione dell’epoca di reionizzazione e delle prime fasi di evoluzione di galassie e buchi neri supermassicci c’è però un obiettivo più ambizioso da raggiungere: la scoperta della prima generazione di stelle. Non solo la Via Lattea e le galassie vicine, ma come abbiamo visto anche quelle più remote osservate da JWST sono popolate da stelle già arricchite, almeno in parte, da elementi più pesanti di idrogeno ed elio. Trovare la prima generazione di stelle, la cosiddetta “popolazione III” formatasi dal solo gas primordiale è forse il maggiore obiettivo e, diciamolo, il sogno di chi studia le prime galassie. Per ora sappiamo solo ciò che ci dicono i modelli teorici: si ritiene che queste stelle fossero di centinaia di masse solari, estremamente calde e quindi di vita breve, pochi milioni di anni (Fig. 5), che si fossero formate in protogalassie a partire da circa 100 milioni di anni dopo il Big Bang, ma che potrebbero avere continuato a moltiplicarsi in sacche di gas non arricchito anche nelle vicinanze di galassie massicce in epoche successive. Si sapeva che sono una “preda” difficile per le osservazioni e non è una sorpresa che ancora non le si sia trovate con certezza, ma alcune osservazioni JWST potrebbero essere prossime al traguardo. Il primo caso è, ancora una volta!, legato a GNz11: osservazioni di spettroscopia della regione attorno alla sorgente hanno mostrato la presenza di una piccola regione caratterizzata da una forte emissione dell’elio ionizzato. L’intensità dell’emissione è consistente con quanto ci si aspetta da una regione di formazione di stelle di popolazione III, e magari osservazioni future lo confermeranno. Il secondo caso è una sorgente di bassa massa, al più 1000 masse solari, a redshift 6.7 e denominata LAP1 che è così debole che la possiamo vedere solo grazie alla combinazione della sensibilità di JWST e dell’effetto di lente gravitazionale di un ammasso di galassie nell’Universo vicino. Lo spettro di questa galassia indica che il gas ha un’abbondanza di ossigeno che è al più 3/1000 di quella solare. Se il buon giorno si vede dal mattino è lecito aspettarsi che presto o tardi JWST troverà la prova definitiva di emissione da stelle primordiali: il primo passo che l’Universo ha fatto verso la formazione di tutti gli elementi chimici che compongono anche la nostra terra e noi stessi.

Protogalassie
Fig. 5 Visualizzazione artistica della prima generazione di stelle. I modelli teorici suggeriscono che si siano iniziate a formare in protogalassie a partire da 100 milioni di anni dopo il Big Bang arricchendo poi l’ambiente circostante di elementi chimici creati al loro interno. Trovare le stelle di popolazione III è uno degli obiettivi più ambiziosi di JWST. [NOTA: immagine HR disponibile a https://webbtelescope.org/contents/articles/what-were-the-first-stars-like].

Il futuro

Se non ci saranno spiacevoli imprevisti JWST potrà osservare almeno per altri 10 anni prima di esaurire il carburante per le manovre, e continuerà a essere l’unico strumento in grado di esplorare i primi 100-200 milioni di anni dopo il Big Bang. Nondimeno, altri strumenti saranno fondamentali per lo studio di sorgenti nel primo miliardo di anni di vita dell’Universo.

Vista l’importanza dell’infrarosso difficilmente osservabile da terra non è un caso che un grande contributo sia atteso da un altro telescopio spaziale recentemente entrato in funzione, la missione ESA/NASA Euclid. Lo scopo primario di Euclid è lo studio della cosmologia, svelare la natura della materia oscura e dell’energia oscura. Osserverà ben 15000 gradi quadrati di cielo (“Wide Survey”) insieme anche a survey “fonde” su un’area totale di circa 40 gradi quadrati (Euclid Deep Fields) in un filtro ottico, tre filtri infrarossi (da 1 micron a circa 2.0 micron di lunghezza d’onda), e con uno spettrografo infrarosso. Euclid è concepito in modo del tutto diverso e complementare a JWST. Per via dello specchio più piccolo (1.2 metri) raggiunge magnitudini limite inferiori, circa 24 nella survey Wide, e ~26 nei campi deep (Webb arriva alla 30esima magnitudine e oltre) ma è dotato di camere a grande campo: 0.57 deg2, oltre 400 volte maggiore del campo di vista della camera NIRCam di JWST. Queste osservazioni infrarosse individueranno decine di migliaia delle galassie più luminose e massicce nell’epoca di reionizzazione. Soprattutto Euclid potrà censire la popolazione dei primi quasar brillanti trovandone di più remoti di J0313−1806, il QSO più distante attualmente noto a redshift 7.6.

Quale sarà il ruolo degli strumenti da terra? Una fruttuosa sinergia si è già in essere tra JWST e ALMA, che osservando nelle lunghezze d’onda sub-millimetriche è in grado di studiare l’emissione del mezzo interstellare anche delle sorgenti più remote individuate da JWST. Più limitato per lo studio delle prime galassie sarà il contributo dei telescopi ottico-infrarossi da terra dell’attuale classe degli 8-10 metri di diametro, mentre un “concorrente” quasi all’altezza di JWST sarà l’Extremely Large Telescope (ELT) che diventerà operativo a partire dal 2028. ELT col suo specchio di 39 metri di diametro avrà una enorme area di raccolta luce e gli strumenti, sensibili sino a circa 2.5 micron di lunghezza d’onda, avranno la capacità di compensare l’effetto della turbolenza atmosferica con tecniche di ottica adattiva raggiungendo una risoluzione prossima al limite di diffrazione. ELT potrà quindi indagare ad altissima risoluzione spaziale e spettrale la natura di galassie e nuclei galattici attivi distanti.

Euclid, ALMA, ELT e altri gioielli della tecnologia astronomica sono e saranno fondamentali per comprendere l’Universo lontano, ma non possiamo non notare due limiti nello sviluppo dei futuri programmi astrofisici con la speranza che vi si ponga rimedio. Il primo è che JWST resterà a lungo l’unico strumento capace di osservare da spazio nel medio infrarosso oltre la lunghezza d’onda di 2 micron per cercare l’emissione UV di sorgenti nei primi 300 milioni di anni dal Big Bang. I primi progetti NASA per un futuro telescopio spaziale (denominato LUVOIR) non prevedono capacità osservative nel medio infrarosso, e dunque non è ancora chiaro se e quando James Webb avrà un vero erede per la ricerca delle prime stelle. Un secondo, e forse più grave punto debole è la mancanza di strumenti di alte energie che tengano il passo di JWST. È ormai evidente che gli AGN abbiano giocato un ruolo importante nell’Universo primordiale. Le osservazioni X che sono fondamentali per studiare la storia dell’accrescimento sui buchi neri supermassicci sono attualmente limitate, almeno per quanto riguarda sorgenti all’alba cosmica, a quanto osservabile o già osservato con il telescopio Chandra. I suoi potenziali successori, ad esempio la missione ESA Athena, sono in fase di studio e sicuramente non si avrà prima di almeno 10 anni un telescopio X che abbia sensibilità e risoluzione tali da poter indagare sistematicamente le sorgenti trovate da Webb.

I prossimi 10-20 anni saranno decisivi per trovare le prime galassie e la prima generazione di stelle. Un efficiente uso delle sinergie tra i vari strumenti e un’accurata pianificazione degli investimenti futuri ci potranno portare a comprendere le sorgenti ai confini dell’Universo osservabile.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


Star Party 3 agosto Forca Canapine

Amanti delle stelle e dell’astronomia, segnatevi questa data sul calendario! Il 3 agosto ci ritroveremo presso il Rifugio Colle le Cese a Forca Canapine per una notte di osservazioni stellari, foto mozzafiato e tanto divertimento sotto le stelle.

Data: 3 agosto

Orario: dalle 16:00 in poi

Luogo: Rifugio Colle le Cese, Forca Canapine

Non perdere questa occasione unica per esplorare il cielo notturno insieme a esperti e appassionati. Porta il tuo telescopio, la tua macchina fotografica, o semplicemente la tua curiosità!

Il programma si arricchisce giorno per giorno e così siamo lieti di annunciare la partecipazione di alcuni fra gli astrofotografi più notevoli del territorio italiano. Tra gli ospiti d’eccezione del prossimo Star Party, che si terrà il 3 agosto 2024 presso l’ex rifugio Colle Le Cese, avremo due rinomati astrofotografi italiani: Alessandro Ravagnin e Andrea Bertocco.

Alessandro Ravagnin è ingegnere delle telecomunicazioni e autore di Coelum Astronomia con una passione profonda per l’astronomia e l’astrofotografia. Alessandro ha iniziato il suo viaggio nell’astronomia a 14 anni, trasformando col tempo il suo giardino in un osservatorio astronomico all’avanguardia. Fondatore del gruppo ShaRA, ha portato il team ha ottenere riconoscimenti internazionali e a partecipare a prestigiosi concorsi, arrivando fino alla finale dell’Astronomy Photographer of the Year 2024 organizzata dal Royal Museums Greenwich.

Andrea Bertocco ha iniziato la sua avventura astronomica all’età di sei anni, osservando la Luna e Giove. Con una formazione radicata nel Circolo Astrofili di Mestre, ha dedicato anni all’osservazione delle stelle variabili e alla pubblicazione di articoli scientifici. Andrea è noto per la sua capacità di combinare passione e praticità, mantenendo sempre viva la sua curiosità e dedizione. Capo dei T-Rex e membro fondatore del Team ShaRA, continua a ispirare con la sua instancabile attività.

Inoltre per questa speciale occasione, Astro Aldo Aldo Zanetti, responsabile del settore fotografia deepsky della UAI condividerà con noi la sua prima esperienza a Colle Le Cese e ci mostrerà il suo splendido scatto della Ghost Nebula.

Ghost Nebula di Aldo Zanetti

“Era parecchio tempo che volevo fare una buona ripresa di SH2-136, meglio conosciuta come la Ghost Nebula. Ero arrivato ad accumulare oltre 50 ore sotto il cielo della pianura padana, ma le luci che mi circondavano di Modena, Sassuolo, Rubiera introducevano gradienti difficilmente compatibili con la parte a riflessione della nebulosa. A luglio di due anni fa decisi di provare sotto un cielo più favorevole, e la scelta cadde su Forca Canapine, che numerosi amici astrofotografi mi avevano raccomandato per lo splendido cielo. Arrivai dopo un viaggio di 4 ore e mezzo di macchina, giusto in tempo per montare il setup e cominciare le riprese. Usavo un APO Askar FRA 600 a f/5.6 e una camera ASI2600MC, e cominciai a scattare a 300 secondi, con un gain di 150 e in bin 1. Uso ASIair per la guida, quindi controllato che tutto funzionasse a dovere mi gustai per un po’ un cielo che prometteva davvero bene, e vinto dalla stanchezza andai a riposare. La mattina dopo avevo 45 frame da integrare per cominciare a capire come procedere. Quando Pixinsight mi restituì l’immagine dopo la ripulitura del background per un po’ non riuscivo a crederci, poi proruppi in un grido di entusiasmo che risvegliò bruscamente gli amici che mi accompagnavano e che si fecero poi pagare la colazione per quello: avevo davanti agli occhi un’immagine fantastica, ricca di segnale come mai mi sarei aspettato! Non era neppure necessario fare altre notti di riprese, tanto forte era il segnale, ed infatti la notte dopo feci uno splendido Anello del Cigno, in due pannelli con la Velo e tutta la struttura circolare. Da allora sono un sostenitore acceso del cielo di Forca Canapine, ci vado per tutte le lune nuove che promettono un buon meteo, e mi ha fatto molto piacere quando per la luna nuova di maggio 2024 eravamo in 16 telescopi a fare foto da là”

Non perdete l’opportunità di conoscere Astro Aldo e di ammirare il suo straordinario lavoro. Vi aspettiamo!

Anche Coelum Astronomia sosterrà l’iniziativa, parteciperà all’evento la direttrice Molisella Lattanzi che interverrà presentando il progetto editoriale e raccontando la passione per la divulgazione e per arrivare alle stelle esistano tante strade!

Per l’occasione a tutti i partecipanti sarà consegnato in omaggio uno splendido poster 50×70 cm su carta lucida con soggetti deepsky.

La Nebulosa Testa di Cavallo
La Nebulosa Testa di Cavallo

The Iris Nebula
The Iris Nebula

La Magia del Punto Osservativo di Forca Canapine

Il punto osservativo di Forca Canapine, situato tra Umbria e Marche, è uno dei luoghi più suggestivi e affascinanti per l’osservazione astronomica in Italia. La sua storia è strettamente legata alla bellezza naturale dei Monti Sibillini e alla passione per l’astronomia di molti astrofili locali e non.

Colle Le Cese e la Via Lattea. Crediti Saverio Ferretti

Origini Geografiche e Naturali

Forca Canapine è un valico montano situato a circa 1.550 metri di altitudine, nei pressi del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Grazie alla sua posizione elevata e all’assenza di inquinamento luminoso, la zona offre un cielo notturno straordinariamente limpido e buio, ideale per l’osservazione astronomica.

Prime Osservazioni

Sin dagli anni ’80, appassionati di astronomia hanno riconosciuto il potenziale di Forca Canapine come sito di osservazione. Le prime iniziative furono piuttosto informali, con gruppi di astrofili che si radunavano per notti di osservazione con telescopi portatili e attrezzature di base. Verso la fine degli anni ’90, grazie agli sforzi dell’Unione Astrofili Italiani (UAI), Forca Canapine divenne una delle località dove si svolgeva lo StarParty di Primavera, uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Questo evento consolidò la reputazione del sito come zona di riferimento per gli astrofili di tutta Italia fino ai tragici giorni del terremoto del 2016.

Fondazione dell’Associazione Astrofili Forca Canapine

A seguito dei danni provocati dal sisma nel 2016, nel novembre del 2023 nasce l’Associazione Astrofili Forca Canapine (AAFC). L’obiettivo dell’associazione è preservare il sito osservativo di Colle le Cese, situato a Forca Canapine, da interventi urbanistici inappropriati. Inoltre, l’AAFC si dedica alla valorizzazione e promozione del territorio circostante attraverso attività di ricerca scientifica, didattica e iniziative culturali a scopo ricreativo.

Continua Evoluzione

Oggi, Forca Canapine, grazie anche all’AAFC, ha l’intento di tornare ad essere un punto di riferimento e di ritrovo per gli appassionati di astronomia. L’Associazione Astrofili Forca Canapine lavora costantemente per migliorare l’esperienza degli osservatori, e avvicinare sempre più persone alla meraviglia del cielo notturno.

Forca Canapine non è solo un luogo di osservazione astronomica, ma anche un simbolo della passione e dell’impegno di una comunità di astrofili dediti alla condivisione della conoscenza del cosmo.

REGISTRAZIONE OBBLIGATORIA sul sito dell’associazione Astrofili Forca Canapine: https://www.astroforcacanapine.it/MainPrenotazione.aspx

A cura di Simone Curzi.

Foto di Saverio Ferretti.

Per info visitate la pagina dell’evento: https://www.facebook.com/share/CQKoUwrSJ4cVqGXi/

MESSIER 15 – Ammasso Globulare

M15 Messier 15
© Mount Lemmon Sky Center, courtesy Adam Block

ABSTRACT

Messier 15 (M15) è un ammasso globulare situato nella costellazione di Pegaso, distante 35.700 anni luce dalla Terra. Scoperto dall’astronomo Giovanni Domenico Maraldi nel 1746, M15 è uno degli ammassi globulari più antichi e densi della Via Lattea, contenente oltre 100.000 stelle. Caratterizzato da un fenomeno di collasso del nucleo, presenta una regione centrale estremamente densa. È noto per ospitare la nebulosa planetaria Pease 1 e diverse stelle variabili del tipo RR Lyrae, utilizzate per misurare distanze galattiche. M15 contiene anche pulsar e sorgenti di raggi X. Si trova nel Braccio del Sagittario della galassia e la sua osservazione migliore avviene tra luglio e dicembre. Con un binocolo, appare come una nebulosa offuscata, mentre con telescopi di grande diametro si possono risolvere dettagli del nucleo e osservare la nebulosa planetaria.

Storia delle osservazioni

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Messier 15 venne scoperto il 7 settembre 1746 dall’astronomo italiano Giovanni Domenico Maraldi, già scopritore di Messier 2, mentre cercava di individuare la cometa di De Cheseaux. Lo descrisse come “una stella diffusa alquanto brillante, composta da più stelle”.

Venne poi osservata, poco più di dieci anni dopo, anche da Charles Messier. L’astronomo francese inserì M15 nel suo catalogo nel 1760, annotando (come molti altri oggetti da lui osservati) che rassomigliava ad una “nebulosa senza stelle, rotonda con un centro brillante”.

Saltando ancora di una decina di anni, M15 fu oggetto delle osservazioni dell’astronomo tedesco Johann Elert Bode, che non riuscì ad osservare le componenti stellari dell’ammasso globulare, ed infatti scrisse: “Il 23 settembre 1774 ho trovato una nuova stella nebulosa tra le stelle Epsilon o Enif, alla bocca del Pegaso, e Delta e Gamma nell’Equuleus. L’oggetto appare rotondo e avvolto da una densa nebulosità, dove nessuna stella è riconoscibile.”

Fu l’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel a risolvere la natura stellare di quest’oggetto celeste nel 1783. Anche suo figlio John poté apprezzarlo, descrivendolo come “un magnifico ammasso globulare, con un accentuato nucleo luminoso e vari filamenti di stelle che lo circondano”.

William Henry Smyth fu uno tra i molti astronomi che caratterizzarono la sua forma come non puramente sferica, annotando “anche se questo nobile ammasso viene descritto come globulare, non è precisamente rotondo, con stelle che si dipanano dalla porzione centrale”.

Quasi cento anni fa, nel 1928, l’analisi di varie fotografie scattate dall’Osservatorio di Monte Wilson (California, USA), permisero di individuare una nebulosa planetaria all’interno di Messier 15, denominata Pease 1 (in onore di Francis Gladheim Pease, il suo scopritore).

© Mount Lemmon Sky Center, courtesy Adam Block

Caratteristiche fisiche

M15, distante 35700 anni luce dalla Terra, è uno degli ammassi globulari più densi del cielo contenente oltre centomila stelle con una luminosità complessiva di 360000 volte quella del nostro Sole. Si sta avvicinando al nostro Sistema Solare ad una velocità di 107 km/s ed impiega 250 milioni di anni per completare una singola orbita intorno al centro della Via Lattea.

Si tratta di uno degli ammassi globulari più antichi della nostra galassia, con una peculiarità aggiuntiva che lo rende ancora più interessante, un collasso del nucleo, o contrazione della regione centrale.

Questo particolare fenomeno è stato rilevato in circa il 20% degli ammassi conosciuti ed avviene quando le stelle più massicce dell’ammasso incontrano le loro controparti aventi minore massa. Con il passare del tempo, processi dinamici spingono gli astri a migrare dal centro dell’ammasso verso l’esterno, causando una netta perdita di energia cinetica nella regione del nucleo, che a sua volta causa le stelle che sono ancora presenti ad occupare un volume ancora più ristretto. Un fenomeno che viene chiamato segregazione di massa.

L’effetto finale è una zona centrale molto densa e molto brillante (più di 30 stelle per arcosecondo quadrato), osservato anche in altri ammassi stellari, come 47 Tucanae, Messier 30, o Messier 70, che tratteremo in futuro. Un’analisi del nucleo e regioni immediatamente circostanti di M15 rivela che la metà della massa dell’ammasso è concentrata in soli 10 anni luce dal centro.

L’ammasso contiene molte stelle variabili, 112, in buona percentuale del tipo RR Lyrae, utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche, ed una notevole Cefeide (stelle giganti che pulsano aumentando e diminuendo i loro diametro, temperatura, e luminosità su periodi che vanno da qualche ora a centinaia di giorni). All’interno di M15 è stato possibile individuare anche due sorgenti di raggi X (Messier 15 X-1 e Messier 15 X-2) ed un sistema doppio di stelle di neutroni.

Sono presenti otto pulsar (da pulsating radio source – sorgente radio pulsante), stelle di neutroni che si generano come prodotto di supernove, quando il nucleo della stella originante collassa in un raggio molto ristretto, incrementando notevolmente l’originale campo magnetico.

È uno dei pochi ammassi globulari a contenere, come visto nella sezione precedente, una nebulosa planetaria nella sua periferia. Pease 1 ha solamente 4200 anni (giovanissima se paragonata all’età media delle stelle di M15, 12 miliardi di anni) con un diametro di 0.6 anni luce. Si tratta del miglior esempio di nebulosa planetaria all’interno di un ammasso globulare, oggetto di studi dedicati sin dalla sua scoperta.

Posizione nel Cielo

Designazione: M15- NGC 7078

Tipo: Ammasso Globulare

Classe: IV

Distanza:36000 anni luce

Estensione:170 anni luce

Costellazione: Pegasus

Ascensione Retta:21h 29m 58.33s

Declinazione:+12° 10′ 01.2″

Magnitudine:+6.2

Diametro Apparente:18’ x 11’

Scopritore:  Giovanni Domenico Maraldi nel 1746

Il metodo più efficace per rintracciare Messier 15 è quello di unire le stelle θ (Theta) Pegasi – Baham ed ε (Epsilon) Pegasi – Enif, prolungando questa linea immaginaria verso Nord-Est.

Un altro metodo è quello di creare una differente linea immaginaria tra α (Alpha) Pegasi – Markab e la costellazione del Delfino (facilmente riconoscibile con il suo distinto asterismo a forma di aquilone). M15 si troverà a circa metà del percorso tra i due oggetti.

M15 Messier 15
Posizione di M15 nella Costellazione di Pegaso

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso globulare è da luglio a dicembre.

  • Occhio nudo: al limite della visibilità, percettibile sotto cieli molto bui, lontani da fonti di inquinamento luminoso.
  • Binocolo: con un 10×50 l’ammasso stellare appare come una piccola nebulosità offuscata ma ben distinguibile dal cielo di sfondo che lo circonda.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro: poche differenze rispetto all’osservazione binoculare, con l’ammasso che continua ad apparire come una nebulosa compatta.
    • Medio diametro: con telescopi da 10-12 cm si iniziano a risolvere le regioni periferiche dell’ammasso, meglio osservabili con un 15-20 cm.
    • Grande diametro: è possibile risolvere anche il nucleo centrale con strumenti da 30 cm in su e, tramite fotografia a lunga posa, è possibile osservare la nebulosa planetaria Pease 1.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

Un Moderno Osservatorio nella Specola dell’Abbazia di Praglia

Abazia di Praglia
Veduta dell'Abbazia di Praglia alle pendici settentrionali dei Colli Euganei

 

ABSTRACT

L’Abbazia di Praglia, fondata tra l’XI e il XII secolo, è situata alle pendici settentrionali dei Colli Euganei. Questa storica abbazia ha ospitato un’ampia gamma di attività, tra cui il restauro di libri antichi e la produzione di cosmetici e prodotti erboristici. Negli anni ’60, l’abbazia era anche un centro di attività astronomiche, grazie alla specola interna all’edificio.

La passione per l’astronomia nell’abbazia ha radici profonde, con influenze significative da parte di personalità come p. Callisto Carpanese e p. Gian Alberto Colombo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la specola dell’abbazia ospitò materiali preziosi, inclusi i cavalli bronzei della Basilica di San Marco a Venezia, per proteggerli dai bombardamenti.

Negli anni ’50, la specola fu attrezzata con un osservatorio astronomico, grazie agli sforzi di p. Giuseppe Tamburrino e fra’ Corrado Valerio. Tuttavia, l’attività astronomica cessò negli anni ’60 e la specola fu dismessa nel 1974.

Nel 2022, un gruppo di astronomi e astrofisici veneti ha proposto il ripristino della specola per realizzare un moderno osservatorio astronomico. Il progetto prevede un osservatorio remotizzato, dotato di strumentazione avanzata come un telescopio ProRC 400 f8 Ritchey-Chrétien, donato da Officina Stellare. Il nuovo osservatorio sarà accessibile a ricercatori e appassionati e sarà utilizzato anche per attività didattiche e divulgative, grazie al supporto del Centro Congressi e della foresteria dell’abbazia.

Questo progetto rinnova la tradizione scientifica dell’abbazia, collegandosi alle antiche radici culturali e scientifiche delle istituzioni religiose. L’osservatorio sarà operativo dall’autunno 2024, offrendo opportunità di studio e osservazione sia per astronomi professionisti che per studenti e appassionati.

L’Abbazia di Praglia

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L’abbazia di Praglia sorge tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, alle pendici settentrionali dei Colli Euganei, lungo l’antica strada Montanara che da Padova conduceva ad Este.

L'abbazia di praglia
L’abbazia di praglia

Il nome deriva dal toponimo Pratàlia o Pratàlea (località tenuta a prati) con cui è abitualmente menzionata nei documenti medievali. Si trattò di una fondazione patrocinata dalla potente famiglia vicentina dei conti Maltraversi di Montebello. La comunità di Praglia fu affidata da papa Callisto II al monastero di San Benedetto di Polirone, eminente centro di osservanza cluniacense nei pressi di Mantova. Solo con gli inizi del XIV secolo la comunità di Praglia, radicatasi più stabilmente nel territorio padovano, si rese del tutto autonoma eleggendo un Abate scelto tra le file dei propri monaci.  Oltre al quotidiano impegno stabile nei vari ambiti di vita del monastero, i monaci a Praglia si occupano in alcune specifiche attività lavorative: nel Restauro del libro antico, nella Cosmetica “Apis Euganea”, nell’Erboristeria “Pratàlea”, nell’apicoltura, nella coltivazione della vigna e nella cantina, nella pubblicazione di opere a carattere monastico e spirituale e fino agli anni ’60 anche di attività astronomica osservativa svolta dalla specola interna all’abbazia.  L’astronomia, tra le mura dell’abbazia, parte da lontano nei tempi.

Inizialmente, sull’attenzione dei monaci verso l’astronomia deve aver pesato anche il fervore dell’abate Fornaroli e portato avanti da p. Callisto Carpanese: e quindi la memoria del p. abate Gian Alberto Colombo, matematico e monaco di Praglia, docente all’Università di Padova (1746-1747) sulla cattedra di astronomia e meteore all’Università di Padova fino al 1764, poi di geografia, fisica sperimentale e filosofia ordinaria. Morto nel 1777:

Ritratto ad olio di don Benedetto Castelli

E prima ancora di don Benedetto Castelli, allievo a Padova di Galileo Galilei,

e poi suo collaboratore e sostenitore, professore di matematica prima  a Pisa e alla Sapienza, nominato abate di Praglia nel 1638 In Biblioteca a Praglia si conserva un ritratto inciso (sec. XIX, da originale a olio del 1640):

La biblioteca monumentale dell’Abbazia di Praglia

Da Colombaia a Specola di Praglia

Le due colombaie compaiono nella prima veduta d’insieme di Praglia (Ludovico Toeput, detto il Pozzoserrato, atrio della sacrestia di Santa Giustina, fine sec. XVI):

L’abbazia con le due colombaie evidenziate

La struttura è quindi cinquecentesca. Entrambe le colombaie erano dotate di un tetto a 4 spioventi. Tale era ancora l’assetto nella mappa di Giovanni Falconi (sec. XVII). In una cartolina datata 1912 risultano invece a copertura piatta, a terrazzino: quindi il tetto originario era già stato sostituito (analogamente alla cuspide del campanile, e forse nello stesso periodo, fine XVIII secolo).

Oltre al muro che separava il “brolo” dagli orti e fin dall’inizio le collegava, ad ambedue erano stati addossati (successivamente al sec. XVII) dei fabbricati rustici, che non sopravvissero al terremoto del Friuli (1976) e successivi restauri.

Colombaia sud ovest (già allestita come Specola, prima del 1960)

In quell’occasione, essendo crollato del tutto il soffitto della colombaia a sud est, già in degrado fu ripristinato un tetto a quattro spioventi ispirandosi all’originale mentre nella colombaia sud-ovest venne impiantato, sicuramente dopo la II Guerra mondiale e probabilmente in occasione dei lavori, successivi al 1951, un piccolo osservatorio astronomico e sul tetto fu collocata la cupola per il telescopio.

Potrebbe trattarsi di uno dei tanti frutti dei contatti cordiali con vari istituti dell’Università di Padova, instaurati in occasione del ricovero di materiale antico nel monastero durante la Guerra 1940-1945, unito alla personale passione per le osservazioni scientifiche di p. Giuseppe Tamburrino e di fra’ Corrado Valerio, a cui si aggiungeva p. Onorato Barcellan. Purtroppo manca la cronaca del Monastero per gli anni di allestimento (1952-1954). Piccola curiosità storica. Durante la II Guerra Mondiale, al fine di proteggerli da possibili bombardamenti, nei sotterranei dell’Abbazia furono nascosti gli originali dei cavalli bronzei della basilica di San Marco a Venezia.

Da Cronaca 20 luglio 1955: «Vengono da Padova il prof. Pino e il dott. Tomelleri, e due inservienti dell’Osservatorio astronomico per cambiare alcune macchine del nostro osservatorio e farvi alcune misurazioni». Ne è conservata un’interessante foto del maggio 1954 della saletta del sottotetto con gli strumenti in uso:

Saletta studio nel sottotetto della specola

L’attività dell’osservatorio fu sospesa a fine degli anni ’60 per il venir meno della presenza a Praglia di p. Tamburrino e di fra’ Corrado, che passò nel 1966 a San Giorgio Maggiore, continuando a coltivare la passione per l’astronomia Venezia, nel monastero dell’Isola di San Giorgio e a Novalesa usando un telescopio preso dalla specola di Praglia. Nel 1974 l’osservatorio fu dismesso definitivamente ed usato solo come stazione di radio-amatore da don Onorato Barcellan. Da allora non sono più stati fatti lavori importanti nella torretta, a parte quelli che hanno interessato il manto delle superfici esterne (1985).

Abbazia di Praglia
La specola in tempi recenti

Il progetto – La nuova Specola

Nel 2022,  un gruppo di astronomi ed astrofisici veneti, attenti alle ricchezze culturali del Paese, proposero all’Abate attuale mp. Stefano Visintin un progetto di ripristino della vecchia specola realizzando un osservatorio astronomico di moderna concezione completamente remotizzato e quindi utilizzabile senza richiedere necessariamente la presenza fisica in loco dell’osservatore e dotato di strumentazione professionale per l’osservazione degli astri nel cielo notturno e del sole durante le ore diurne.

Abbazia di Praglia
L’Abate di Praglia, p.Stefano Visintin

Stefano Visintin, Abate di Praglia  è attualmente Professore e Decano della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, ed inoltre è laureato in Fisica con specializzazione in nucleare. Il progetto del nuovo osservatorio ha subito incontrato il suo interesse.

L’azienda Officina Stellare di Sarego in provincia di Vicenza, eccellenza italiana ed internazionale nella produzione di sistemi ottici a terra e spaziali,

ha raccolto l’entusiasmo dei promotori del progetto e ha donato il telescopio principale che attrezzerà la nuova specola. Si tratta di un telescopio modello ProRC 400 f8 Ritchey-Chrétien, uno strumento professionale 400mm f/8, privo di qualsiasi aberrazione cromatica e la sua performance è la stessa ad ogni lunghezza d’onda con vetro ceramico, atermico in carbonio per mantenere perfettamente il punto di fuoco anche con variazioni di temperatura ambientale. Il ProRC 400 f8 offre un campo perfettamente corretto ed illuminato di 60mm. Grazie all’elevato backfocus del telescopio pari a 125mm dal focheggiatore esso può montare qualsiasi camera con guide fuori asse, ruote portafiltri e anche ottiche adattive. L’utilizzo principale del telescopio sarà l’astrofotografia anche se sono previste delle successive integrazioni strumentali per l’analisi spettrografica e fotometrica degli astri.

Abbazia di Praglia
Il telescopio RC 400 con montatura come previsto nella nuova specola

Non mancherà anche l’osservazione del Sole affidata invece a due telescopi Coronado provenienti da una donazione privata.

Anche la struttura muraria della specola verrà restaurata e rinforzata per sopportare il peso delle nuove attrezzature, senza tuttavia alterarne la forma originale. Per il valore della struttura il progetto gode infatti dell’approvazione della Soprintendenza ai Beni Culturali della Regione Veneto.

Abbazia di Praglia
Il progetto conservativo del nuovo osservatorio

 

La nuova cupola da 3 metri di diametro che sarà installata nel terrazzo della specola

Alla strumentazione del nuovo osservatorio, che sarà utilizzabile dall’autunno 2024, potranno accedere ricercatori e astrofili che ne faranno specifica richiesta alla commissione scientifica che coordinerà le attività della specola.

L’osservatorio sarà anche, e soprattutto, lo strumento per attività didattiche e divulgative per docenti ed allievi delle scuole superiori che potranno così apprendere i segreti e la magia dell’astrofotografia ad alta risoluzione attraverso lezioni in remoto, e quando possibile anche in presenza presso la specola. Tutto ciò sarà reso possibile anche grazie alla struttura di accoglienza dell’Abbazia che consta di un Centro Congressi perfettamente attrezzato ed una foresteria per l’ospitalità notturna.

Un progetto moderno che rigenera i fasti scientifici ed in questo caso astronomici delle istituzioni religiose quando esse erano la culla della cultura e della scienza. Un ricollegarsi a Galileo Galilei che proprio da Padova diede splendore all’astronomia.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

Tratti di PITTORI nella LAGUNA

AFGL 5280
Credit: ESA/Hubble& NASA, ESO, O. De Marco, M. H. Özsaraç

 

ABSTRACT

La Nebulosa Laguna (Messier 8) catturata dal telescopio Hubble, evidenzia i processi energetici di formazione stellare che creano intricati intrecci di gas e polveri. Le tonalità incantevoli sono generate dalla luce stellare ad alta energia che ionizza gas come idrogeno, zolfo e ossigeno. Le stelle massicce dell’ammasso aperto NGC 6530 emettono venti e radiazione ultravioletta, scolpendo il materiale in strane strutture. La Nebulosa Laguna, che si estende per cento anni luce nella costellazione del Sagittario, è un sito attivo di formazione stellare dove le stelle neonate espellono getti di plasma che impattano sulla materia circostante.

Le stelle si formano da nubi molecolari che collassano sotto la gravità. Durante la contrazione, il materiale ruota formando un disco circumstellare da cui la giovane stella si nutre. Questo disco può disperdersi o formare pianeti. Le osservazioni del telescopio Hubble sono cruciali per individuare dischi protoplanetari, come nella Nebulosa di Orione. Gli astronomi utilizzano osservazioni nell’ottico e infrarosso per caratterizzare questi dischi nella Nebulosa Laguna, esplorando la formazione di granelli destinati a diventare pianeti.

L’immagine mostra dettagli intricati di addensamenti gassosi e filamenti di polveri modellati dai venti e dalla radiazione delle giovani stelle blu dell’ammasso centrale, rivelando i complessi processi della formazione stellare.

Nebulosa Laguna – MESSIER 8

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Processi energetici di formazione stellare creano il complesso intreccio ripreso in questa impressionante immagine del telescopio Hubble, che inquadra una parte della fotogenica Nebulosa Laguna (Messier 8). Le incantevoli tonalità di colore derivano da luce stellare ad alta energia che colpisce gas interstellari come idrogeno, zolfo e ossigeno, mentre i filamenti di polvere oscura si sono formati nelle atmosfere di fredde stelle giganti e nei resti delle esplosioni di supernova.

Le stelle massicce nascoste nel cuore della nube, appartenenti all’ammasso aperto NGC 6530, emettono venti e radiazione ultravioletta tali da ionizzare il gas, illuminarlo di colore e scolpire il materiale plasmando strane e variegate strutture. L’ispirazione per il nome di questa nebulosa non è qui immediatamente evidente, perché l’immagine riprende solo il cuore della nube. Il nome di Nebulosa Laguna diventa più appropriato in un campo visivo più ampio, quando si può osservare la vasta fascia di polveri a forma di canale lagunare che attraversa il gas brillante. Tuttavia, le sinuose formazioni fluttuanti e la tessitura del gas simile a sabbia marina rendono appropriato il soprannome “Laguna” anche nel caso di questo primo piano.

Messier 8 è una vasta regione di formazione stellare che si estende per un centinaio di anni luce, a circa 4.300 anni luce di distanza da noi nella Costellazione del Sagittario. Mentre addensamenti di gas e polveri collassano nella nube per formare nuove stelle, stelle neonate ancora circondate da un disco espellono lunghi getti di plasma che impattano sulla materia circostante. Gli astronomi hanno individuato molti esempi di questi getti nella nebulosa, evidenziando così la formazione stellare attiva nella zona.

La posizione di M8 nella costellazione SAGITTARIO indicata con il punto rosso. Coordinate: AR: 18 03 37.9 DEC: -24 22 40.1

Le stelle nascono in seguito all’aggregazione e alla compressione di nubi molecolari composte principalmente da idrogeno e particelle di polveri. Se la materia raggiunge una densità sufficiente, inizia a collassare per effetto della gravità fino alla nascita di una protostella. Molto prima che inizi la fusione dell’idrogeno nel loro cuore, questi nuclei roventi di piccola massa rimangono nascosti nelle nubi da cui sono venuti alla luce. Durante la fase di contrazione, gran parte del materiale ruota in un disco circumstellare, una struttura a ciambella costituita da gas e polveri, da cui la giovane stella trae nutrimento. Questo disco nel corso del tempo può disperdersi oppure costituire la riserva di materiale da cui si formano ciottoli e corpi rocciosi, destinati talvolta a diventare più massicci fino a trasformarsi in pianeti veri e propri. I dettagli di questo processo e i motivi per cui stelle e pianeti si formano con ampia varietà di masse non sono ancora ben noti. Per comprendere come si generino queste strutture, abbiamo bisogno di osservazioni dei dischi nelle fasi iniziali della loro formazione, una vera sfida data la presenza di materiale che li nasconde alla vista.

Le osservazioni del telescopio Hubble si sono già rivelate fondamentali per individuare un gran numero di dischi protoplanetari nella Nebulosa di Orione. Gli astronomi hanno utilizzato le riprese di Hubble nell’ottico e nell’infrarosso per osservare la Nebulosa Laguna allo scopo di individuare nuovi esempi di questi dischi, simili a quelli già individuati in Orione. I dischi si rendono osservabili perché illuminati dalla radiazione di stelle massicce nelle vicinanze oppure perché si stagliano oscuri sullo sfondo di gas brillante nella nube. Osservandoli, gli astronomi possono caratterizzare le proprietà dei granelli destinati ad aggregarsi fino a formare pianeti come il nostro. Allo stesso tempo, possono indagare sulle fasi precoci della formazione stellare.

L’immagine mostra con impressionante dettaglio gli intricati addensamenti gassosi e i vaporosi filamenti di polveri plasmati dai poderosi venti e dalla radiazione ad alta energia delle giovani stelle blu appartenenti dell’ammasso centrale.

 

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

Si sa: il Sagittario è la culla di un numero di oggetti nebulari estremamente spettacolari. Tra questi, quello probabilmente con l’estensione angolare più importante è la nebulosa oggetto di questa scheda, la famosissima Nebulosa Laguna, ottavo oggetto del catalogo di Messier. La si può individuare con qualsiasi strumento ottico in direzione del centro galattico della Via Lattea, in una posizione purtroppo poco favorevole per gli osservatori italiani, in quanto essendo un oggetto australe la sua scarsa altezza la fa culminare verso metà luglio tra i 20 ed i 30° di altezza sull’orizzonte, a seconda della posizione lungo la penisola, che favorirà ovviamente gli osservatori più meridionali. Le migliori condizioni per osservarla e riprenderla si verificano quindi per poche settimane, durante le brevi notti dei mesi di giungo ed agosto.

Si tratta di un oggetto vasto, ma dalla luminosità superficiale piuttosto diffusa identificabile con certezza grazie all’ammasso stellare che ne identifica il centro. Visualmente sarà fondamentale avere un cielo limpido e lontano dalle luci artificiali, perché la scarsa altezza sull’orizzonte potrebbe restituirci visioni deludenti, non all’altezza delle immagini digitali che la raffigurano. Un ottimo aiuto potrà essere dato dai filtri nebulari, specie gli O3 e quelli a banda stretta, in gradi di aumentare il contrasto e offrire una visione molto più gratificante. Gli strumenti che consiglio per tentare la visione, oltre ad un buon binocolo con lenti da 50mm dove già risulta semplice rintracciarla, sono quelli con diametro dell’obiettivo di almeno 100mm, ma come spesso abbiamo detto, diametri superiori ci forniranno progressivamente immagini sempre più ricche e interessanti.

Messier 8
Una visione a largo campo della famosa
Nebulosa Laguna M8, insieme alla
più piccola M20, detta Trifida, poco più
in alto a destra, che appare come una
rosellina tripartita sovrastata da una
zona nebulare azzurra. Nel campo anche
il pianeta Saturno. Immagine ottenuta
il 3 settembre 2018 con una reflex 6D
con modifica Baader ed un teleobiettivo
400mm F/2,8 a tutta apertura. Montatura
Vixen GP autoguidata, 8 immagini da
6 minuti filtro IDAS D1 da 50,8mm.

Durante le temperate ore notturne estive potremo intraprendere le riprese di questo famosissimo oggetto, magari ripetendo gli scatti in nottate consecutive per accumulare più segnale luminoso.

Per riprendere con un ingrandimento adeguato questa vasta nebulosa e l’ammasso in essa contenuto, consiglio una lunghezza focale non oltre le 30  volte la dimensione del sensore, per cui circa 600mm se usiamo un sensore APS-C, 900mm su sensori full-frame (24x36mm). Questo perché la nebulosa oltre ad essere vasta  ha propaggini interessantissime da includere nella ripresa.

L’uso dei filtri nebulari,come nelle osservazioni visuali potrà fornire enormi vantaggi, ma vista la scarsa altezza sull’orizzonte, saràin ogni casopreferibile operare da un luogo buio ein condizioni ottimali di trasparenza atmosferica.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo)

Visuale: 2/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2250a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

 
 

MESSIER 16 – Nebulosa Aquila

Nebulosa Aquila - Messier 16
Nebulosa Aquila - Messier 16 @ESO

ABSTRACT

La Nebulosa Aquila (Messier 16), scoperta da Philippe Loys de Chéseaux nel 1746 e osservata successivamente da Charles Messier, è famosa per i Pilastri della Creazione, immortalati dal telescopio Hubble nel 1995. Situata nella costellazione della Coda del Serpente, è un giovane ammasso aperto con una nebulosa a emissione. L’ammasso contiene circa 500 stelle, alcune delle quali sono pre-sequenza principale e brillanti supergiganti blu. Strutture ultradense come i Pilastri della Creazione e la Guglia Stellare si trovano all’interno della nebulosa, ospitando processi di formazione stellare.

M16 si trova nel Braccio del Sagittario della Via Lattea, a circa 5700 anni luce dalla Terra. Gli addensamenti di polveri interstellari lungo la linea di vista hanno reso difficile la misurazione della distanza. La nebulosa è osservabile con un binocolo o un telescopio, mostrando una macchia chiara e allungata con un piccolo ammasso stellare al centro. I dettagli della nebulosa e delle stelle circostanti diventano visibili con telescopi di medio e grande diametro. La Nebulosa Aquila rappresenta un laboratorio naturale per studiare la formazione stellare e i suoi complessi processi.

Storia delle osservazioni

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M16 fu scoperta dall’astronomo e matematico svizzero Philippe Loys de Chéseaux nel 1746, il quale riuscì ad osservarne l’ammasso centrale come “…posizionato tra le costellazioni del Serpente, del Sagittario e di Antinoo.” Antinoo è forse un nome poco noto. Si tratta del giovane amante dell’imperatore romano Adriano che, dopo il suo annegamento in circostanze misteriose, fu divinizzato e aggiunto alla sfera celeste, raffigurato intrappolato negli artigli di un’Aquila. Questa costellazione è ormai obsoleta e scomparsa, incorporata proprio nella vicina costellazione dell’Aquila.

Charles Messier osservò indipendentemente questa nebulosa il 3 giugno del 1764, descrivendola come “un ammasso di piccole stelle, immerso in un debole alone luminoso e diffuso dovuto ad altre stelle non risolte. Con un telescopio di piccole dimensioni, l’ammasso appare in forma nebulosa.”

Stranamente, l’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel non lasciò nessuno scritto al suo riguardo, ma suo figlio John la descrisse come “una nube con un ammasso formato da un centinaio di stelle.”

William Henry Smyth e Camille Flammarion riuscirono anch’essi ad osservare l’ammasso e la relativa nebulosità, suggerendo la necessità di telescopi abbastanza potenti per riuscire ad osservarlo meglio.

La prima astrofotografia di M16 risale al 1895, a cura dell’astronomo americano Edward Emerson Barnard. Successivamente fu ripresa anche dall’astronomo gallese Isaac Roberts, uno dei pionieri della materia che, usando il suo telescopio privato da 50 cm, riuscì a catturare in maniera eccellente per il periodo la Nebulosa dell’Aquila.

messier 16 Nebulosa Aquila
Posizione della Nebulosa Aquila o Messier 16 nella costellazione del Serpente

Caratteristiche fisiche

M16 è un oggetto affascinante. I gas della nebulosa ad emissione (o regione H II) sono ionizzati dalle grandi stelle dell’ammasso aperto presente al suo interno che, con il loro vento stellare, modellano tutte le strutture delle nubi circostanti. Il suo nome, “Aquila”, deriva dalla forma visibile nel pilastro centrale che si erge sulla luminosità di sfondo.

L’ammasso aperto ha un’età di circa 1-3 milioni di anni, con circa 500 stelle che includono sia astri molto giovani (pre-sequenza principale) che brillanti supergiganti blu. Sono presenti strutture nebulose ultradense ed elongate all’interno di Messier 16, come i Pilastri della Creazione, le Proboscidi d’Elefante, o la Guglia Stellare (Colonna V).

Strutture che sebbene appaiano “piccole” in fotografia, sono in realtà enormi quando paragonate al nostro Sistema Solare: per fare un esempio, la colonna più estesa dei Pilastri della Creazione è alta quattro anni luce, approssimativamente la distanza da qui ad Alpha Centauri! La Colonna V è invece alta 9.5 anni luce, quasi 90 trilioni di km, coprendo quasi il doppio della distanza!

Nelle torreggianti colonne composte da gas e polveri di idrogeno interstellare è possibile rintracciare fino a undici globuli di espansione (EGG – Evaporating Gaseous Globules, Globuli Gassosi in evaporazione), con alcuni di loro associati a fenomeni di formazione stellare.

Gli indizi più evidenti sono correlati alla presenza di oggetti di Herbig-Haro, nubi brillanti a forma di getto potenziate da stelle neonate al loro interno. La possibilità di studiare molti elementi della nebulosa con differenti tecniche (onde radio, visuale, raggi X) ha permesso di determinare la presenza di protostelle molto giovani, con il picco di formazione stellare che dovrebbe essere avvenuto circa un milione di anni fa (pochissimi, in scala stellare, se paragonati ai circa 5 miliardi di anni di vita del nostro Sole).

Altre zone di formazione stellare sono identificabili all’interno di piccole aree oscure, denominate Globuli di Bok (dall’astronomo olandese e americano Bart Bok, primo ad osservarli). In queste isolate nebulose vi è un’alta concentrazione di polveri e gas cosmici, e processi di formazione stellare potrebbero essere presenti al loro interno.

Essendo più vicina al centro della nostra galassia, M16 si trova su un braccio differente dal nostro (Braccio di Orione), ovvero il Braccio del Sagittario dove si possono rintracciare anche molti altri oggetti luminosi tra le costellazioni dello Scorpione ed il Centauro, fra cui ammassi aperti e la Nebulosa della Carena.

Lungo il tragitto visivo tra la Terra e la Nebulosa Aquila si trova un’alta concentrazione di polveri interstellari che ha reso in passato il calcolo dell’effettiva distanza difficile: infatti, le stime sono variate dai 10000 e più anni luce fino ai correnti 5700, ottenuti con il raffinamento delle tecniche di misurazione.

Posizione nel Cielo

Designazione: M16- NGC 6611

Tipo: Ammasso Aperto con associata Nebulosità ad Emissione.

Classe:II 3 m n (ammasso)

Distanza:5700 anni luce

Estensione:15 anni luce (ammasso) – 70×55 anni luce (nebulosa)

Costellazione: Serpens Cauda

Ascensione Retta: 18h 18m 48s

Declinazione: −13° 49′

Magnitudine: +6.0

Diametro Apparente: 7’ x 5’

Scopritore: Philippe Loys de Chéseaux nel 1746

La Nebulosa dell’Aquila può essere rintracciata facilmente nelle vicinanze della stella γ (Gamma) Scuti verso OSO, con l’utilizzo di un binocolo.

Un altro metodo per rintracciarla è al vertice SO di un triangolo isoscele che ha come altre due componenti le stelle η (Eta) Serpentis e ξ (Xi) Serpentis.

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare l’ammasso globulare è da giugno ad ottobre.

  • Occhio nudo: non osservabile.
  • Binocolo: con un 10×50 è possibile rintracciarla facilmente come una macchia chiara e allungata, circondante un piccolo ammasso stellare.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro:poche differenze rispetto all’osservazione binoculare, ma si inizia a distinguere meglio l’ammasso centrale.
    • Medio diametro: con un telescopio da 12-15 cm la luminosità dell’ammasso (ora risolto) rende difficile apprezzare al meglio la nebulosa.
    • Grande diametro: da 20-25 cm in su diviene possibile osservare dettagli della nebulosa, con le stelle dell’ammasso sparse su tutta la zona.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

UNA GOCCIA NERA su Sfondo Rosso

nebulosa anima
Credit: Credit: ESA/Hubble& NASA, R. Sahai

 

ABSTRACT

Nell’immagine del telescopio Hubble una porzione della Nebulosa Anima (IC 1848), situata a circa 7.000 anni luce dalla Terra. Questa regione di formazione stellare ospita nubi oscure di polveri interstellari su uno sfondo di gas cremisi. La descrizione si concentra sui Free-floating Evaporating Gaseous Globules (frEGGs), piccole e dense formazioni gassose opache che diventano visibili quando illuminate da giovani stelle massicce. Un esempio è il globulo “KAG2008 globule 13”, che potrebbe dare origine a una stella di piccola massa. La Nebulosa Anima è caratterizzata da giovani ammassi stellari, bolle gassose modellate da venti stellari e intense radiazioni ultraviolette che riscaldano il materiale interstellare. I frEGGs, più recenti degli EGGs, sono densi e resistenti alla fotoevaporazione, proteggendo così la formazione di protostelle di piccola massa. La regione offre un’opportunità unica per studiare la formazione stellare e l’impatto delle stelle massicce sull’ambiente circostante.

Free-floating Evaporating Gaseous Globules o frEGG

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Nubi oscure ricche di polveri interstellari si stagliano su uno sfondo di gas cremisi in quella bella ripresa del telescopio Hubble, che inquadra una parte della regione di formazione stellare Westerhout 5, nota come Nebulosa Anima (IC 1848) e situata a circa 7.000 anni luce da noi. Un piccolo addensamento di gas e polveri appare solitario nella parte superiore dell’immagine, simile a una goccia nera in un mare di inchiostro rossastro.

Insolite strutture simile a quella appena descritta sono state scoperte di recente e sono chiamate Free-floating Evaporating Gaseous Globules (“frEGG”, globuli gassosi in evaporazione liberamente fluttuanti). Data la ridotta dimensione e la natura opaca e relativamente fredda, questi globuli possono essere osservati raramente dai telescopi. Diventano visibili solo se “illuminati” da giovani stelle massicce nelle vicinanze, quando la forte radiazione stellare fa brillare il gas in cui sono immersi. Il “frEGG”, denominato “KAG2008 globule 13” o J025838.6+604259, essendo molto denso e compatto, può resistere al processo distruttivo cui vanno soggette normalmente le nubi, colpite dalla radiazione ad alta energia e dai venti stellari delle vicine stelle neonate. Anzi, al suo interno potrebbe addirittura formarsi una stella di piccola massa.

La Nebulosa Anima è una vasta regione sede di fenomeni violenti: ospita giovani ammassi stellari, immense bolle gassose plasmate dai venti impetuosi di stelle massicce, materiale interstellare riscaldato e reso luminoso da intensa radiazione ultravioletta, filamenti intricati di polveri oscure. Laggiù si svolge un’epopea che coinvolge varie generazioni di stelle: pressione di radiazione e venti stellari provocano la compressione del materiale ai bordi delle bolle gassose, innescando la formazione di ulteriori stelle.

La posizione della nebulosa Cuore in Cassiopea AR: 02 32 39.31- DEC: 61 33 21.9

I FrEGGs sono una classe particolare di Evaporating Gaseous Globules (EGGs). Sia i FrEGGs che gli EGGs sono globuli gassosi talmente densi da reistere alla fotoevaporazione più facilmente rispetto al gas circostante, meno compatto. Proprio come nel deserto un vento impetuoso soffia via strati di sabbia sottile portando allo scoperto pietre più pesanti che vi erano sepolte, la radiazione ad alta energia delle stelle giganti riscalda e fa evaporare nello spazio il gas più sottile sulla superficie della nebulosa, mettendo a nudo i densi globuli polverosi. In molti EGGs si annidano piccole stelle allo stato embrionale, la cui crescita può essere inibita quando i globuli vengono allo scoperto. Infatti, man mano che gli EGGs soccombono anch’essi alla fotoevaporazione, le baby-stelle vengono separate dalla vasta riserva di gas da cui attingevano massa. Ma, se riusciranno comunque ad acquisire sufficiente materiale, alla fine le stelle emergeranno in tutto il loro splendore.

I FrEGGs sono stati classificati più recentemente rispetto agli EGGs e si distinguono dai loro simili in quanto sono del tutto distaccati dalla nube da cui sono emersi e assumono una forma simile a un girino. La relativa densità di FrEGGs ed EGGs rende difficile l’azione erosiva della radiazione ad alta energia nella nebulosa: la loro opacità fa sì che il gas al loro interno rimanga protetto dagli effetti combinati di ionizzazione e fotoevaporazione. Questo meccanismo di “protezione” è fondamentale per la formazione di protostelle di piccola massa nei giovani ammassi.

L’incantevole tonalità rossa dello sfondo è tipica delle regioni HII come Westerhout 5, nebulose a emissione composte in buona parte da idrogeno ionizzato. Insieme al gas sono presenti addensamenti oscuri ricchi di polveri in grado di assorbire la luce piuttosto che emetterla, creando così filamenti e formazioni nerastre che attraversano la nebulosa. L’intera regione rappresenta un ottimo laboratorio per studiare i complessi processi di formazione stellare e i notevoli effetti che le stelle massicce hanno sull’ambiente circostante.

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

Se chiedete ad un astrofotografo quale sia l’oggetto debole più spettacolare della costellazione di Cassiopea, 9 volte su 10 otterrete una risposta: le nebulose “Cuore e Anima”. Si tratta di due grandi nebulose adiacenti che coprono, insieme, una zona di cielo di ampiezza pari a circa 3°x6°, quindi fuori dalla portata dei telescopi per osservarle contemporaneamente nello stesso campo dell’oculare. Sebbene le dimensioni siano al contrario adatte al campo dei binocoli, purtroppo la loro bassa luminosità superficiale le rende difficilissime da scorgere visualmente.

La posizione di queste nebulose si può individuare procedendo da Cassiopea in direzione della stella “Capella”, a circa 1/3 della linea immaginaria tracciata partendo da Cassiopea. Questa posizione rende l’area in questione altissima in cielo per gli osservatori italiani, dove tra settembre e gennaio si mostrerà per gran parte della notte oltre i 40° di altezza, fino ad arrivare quasi allo zenith intorno alla mezzanotte in novembre. La forma delle due regioni nebulari principali ricorda in modo inequivocabile un grande cuore la maggiore, più prossima alla “W” di Cassiopea, ed un feto umano visto di profilo quella minore, verso Capella.

Un aiuto per l’osservazione delle regioni più luminose potrà essere dato dai filtri nebulari, specie gli O3 e quelli a banda stretta, sebbene l’elevata altezza sull’orizzonte renda meno evidenti i vantaggi rispetto ad oggetti in posizioni più critiche. Consiglio in ogni caso di usare strumenti con diametro generoso, oltre i 25-30 cm per sperare di vedere qualche porzione delle nebulose.

Le nebulose Cuore e Anima (IC1805 ed IC1848 rispettivamente) nella
Costellazione di Cassiopea, distanti 6800 anni luce. immagine
acquisita il 4 settembre 2018 con un luminoso obiettivo di focale
400mm e diaframma F/2,8 accoppiato ad una Canon 6d Baader. 8
pose da ben 8 minuti a 1600 ISO, filtro nebulare IDAS D1. Elaborazione
condotta con DSS per l’allineamento, somma e pulizia con 5
dark-frame, Photoshop.

Per riprendere le due grandi regioni nebulari principali nello stesso campo, è sufficiente una lunghezza focale pari a circa 10 volte la dimensione del sensore, per cui circa 250mm se usiamo un sensore APS-Ce 350mm con sensori full-frame (24x36mm). Se invece vogliamo avvicinarci al dettaglio ripreso da Hubble e proposto nell’immagine di questa rubrica, dovremo usare un campionamento decisamente superiore, con focali almeno 50 volte la dimensione del sensore ed esposizioni di diverse ore per migliorare il dettaglio e le sfumature dell’immagine. Nelle riprese digitali l’uso dei filtri nebulari è comunque consigliabile per ridurre il diametro delle stelle e migliorare il contrasto.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo)

Visuale: 4/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2251a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA