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21 Agosto 2018
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Editoriale – Coelum n.194 – 2015

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Dal mito alla storia, passando per il Kansas
È possibile trovare qualcuno di più adatto di Walt Whitman per cantare con voce fortissima la storia di Plutone, pianeta americano per eccellenza?

Pensate a Plutone e alle sue vicissitudini: un oggetto celeste dapprima soltanto immaginato, poi fortemente voluto fino ad essere tirato a forza fuori dal cielo; quindi celebrato come il nuovo trionfo della matematica, poi sempre più sminuito e smentito; costretto a confessare una massa insignificante e infine emarginato e ridotto a solitario leader di una mandria di bisonti asteroidali nel lontano west del Sistema solare.
Pensate a un pianeta che più americano di così c’è solo John Wayne, addirittura scoperto da un giovane astronomo contadino del Kansas, da uno dei tanti “red neck” delle grandi pianure, chiamato a confrontarsi improvvisamente con un dio geometrico e baro, che tira i dadi a 6 miliardi di chilometri di distanza…
Così, in queste ore che precedono l’arrivo di New Horizons non c’è che la voce possente di Whitman, il poeta più americano di tutti, a poter accompagnare la sequenza muta della sonda che sta per scrivere il finale di una storia che si trascina da così tanti anni. E nelle ore decise dalla meccanica celeste, il prossimo 14 luglio, non potremo fare nulla di meglio che metterci seduti da qualche parte immaginando la solitudine del manufatto terrestre che scivola lentamente tra quei mondi gelidi, e la voce del grande vecchio che dentro di noi fa risuonare i versi immortali di “Song of Myself”:

Apro di notte il mio abbaino e contemplo i remoti sistemi disseminati nel cielo, E tutto ciò che vedo, moltiplicato per quanto posso contare, rasenta appena l’orlo di sistemi più remoti.
Lontano, più lontano si propagano, estendendosi, estendendosi sempre
Più in là, verso l’esterno, e ancora oltre, eternamente.
Il mio sole ha il suo sole e intorno a lui ruota obbediente,
E con i suoi compagni fa parte d’un gruppo d’un più vasto circuito,
E seguono mondi più grandi, che i maggiori di essi fanno sembrare granelli.
[...] Non c’è sosta né potrà esservi sosta,
E certamente andremmo oltre, e poi più lontano e più lontano.
Alcuni quadrilioni di ere, qualche ottilione di leghe cubiche, non mettono in gioco lo spazio né lo rendono impaziente,
Essi non sono che parti, qualunque cosa non è che una parte.
Guarda lontano più che puoi, di là da quello è lo spazio senza limiti,
Conta più a lungo che puoi, da ogni parte è il tempo senza fine.

Siamo consapevoli che non ci potrà essere rivincita per il piccolo pianeta, ma questo è comunque uno di quei giorni in cui ci si meraviglia per la fortuna di essere stati chiamati a presenziare. Noi fra tanti miliardi di esseri succedutisi nel corso dei millenni.
Oggi Plutone, illuminato a festa e mostrandosi di roccia, uscirà definitivamente dal mito. Pianeta simpatico, a cui abbiamo voluto bene.

Editoriale pubblicato su Coelum n.194 - 2015.

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