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GANYMED: il più grande dei NEO

1086 GANYMED
Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

Nel mese di agosto avremo l’opportunità di osservare GANYMED in opposizione il più grande asteroide Near-Earth Object fino ad oggi scoperti.

(1036) Ganymed è un asteroide near-Earth appartenente al gruppo Amor, una sottocategoria di NEA la cui orbita li porta ad avvicinarsi a quella terrestre ma senza attraversarla. Scoperto dall’astronomo tedesco Walter Baade il 23 ottobre 1924 presso l’Osservatorio di Bergedorf, con un diametro di 37,7 chilometri è il più grande degli asteroidi near-Earth ad oggi conosciuti. Ganymed orbita attorno al Sole a una distanza che varia da 1.25 unità astronomiche (186.997.338 Km) al perielio, a 4,09 unità astronomiche (611.855.291 Km) all’afelio, completando un’orbita ogni 4.35 anni (1.587 giorni) con un’eccentricità di 0,53 e un’inclinazione di 27° rispetto all’eclittica.

A causa dell’elevata eccentricità dell’orbita Ganymed appartiene anche ai cosiddetti “Mars Crossers”,  un gruppo di asteroidi le cui orbite attraversano l’orbita del pianeta rosso. Ganymed è classificato di tipo S con una superficie composta principalmente da silicati e metalli. Questo pianetino deve il suo nome a Ganimede, figura mitologica greca, giovinetto rapito da Zeus per la sua bellezza e divenuto poi coppiere alla mensa degli dei.

(1036) Ganymed sarà in opposizione l’8 Agosto, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10.6. Il suo moto angolare sarà di gli 0,88 secondi d’arco al minuto.

1086 GANYMED
Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

Consigli per le riprese

Per far si che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle  nostre immagini dovremo utilizzare tempi di esposizione fino ad un massimo di 3,5 minuti. Per ottenere  invece una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo (1036) Ganymed trasformarsi in una bella striscia luminosa di 35 secondi d’arco.

MESSIER 17 – Nebulosa Omega o del Cigno

© ESO/INAF-VST/OmegaCAM

ABSTRACT

Continuando lungo la scia della Nebulosa Aquila, vista nello scorso numero, approdiamo a Messier 17, la Nebulosa Omega (o del Cigno). Scoperta, come vedremo, nel 1746, questa nebulosa ad emissione offre viste affascinanti di regioni di formazione stellare (una delle più luminose dell’intera Via Lattea) insieme ad un locale ammasso aperto di giovani stelle calde.

Storia delle osservazioni

Come annunciato, questa nebulosa venne inizialmente scoperta dall’astronomo e matematico svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux nel 1746. La descrisse come avente “una perfetta forma a raggiera, o a coda di cometa, con bordi ben definiti e gradienti luminosi ed oscuri tra la porzione centrale ed i suoi bordi”.

Dato che questa scoperta non venne mai annunciata pubblicamente (ritrovata solo dopo ulteriori letture degli scritti di de Chéseaux), la nebulosa venne riscoperta indipendentemente da Charles Messier nel 1764 che scriveva: “Un treno luminoso senza stelle con una forma distinta rassomigliante quella della Nebulosa di Andromeda [Messier 31] ma molto più debole. Si possono distinguere alcuni astri paralleli all’equatore della nebulosa”.

L’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel e suo figlio John riuscirono ad osservare molto di più, rispettivamente nel 1783 e nel 1833. Il primo descrisse la nebulosa come meravigliosa ed estesa e annotando, come Messier, che il suo aspetto ricordava quello di M31. John, invece, fu il primo a provare a disegnare accuratamente questo astro, aggiungendo: “La figura di questa nebulosa è quasi quella di una capitale greca omega, Ω, un po’ distorta e molto disegualmente luminosa. … Messier percepì solo il brillante ramo orientale della nebulosa ora in questione, senza nessuna delle circonvoluzioni annesse che furono notate per la prima volta da mio padre. Le principali peculiarità che ho osservato in esso sono: Il nodo risolvibile nella parte orientale del ramo luminoso ed il nodo molto più debole e più piccolo all’estremità nord-occidentale”.

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La descrizione dell’inglese William Henry Smyth é forse una delle più affascinanti: “Una magnifica, arcuata, ed irrisolvibile luminosità che occupa piú di un terzo dell’area inquadrata, in uno splendido gruppo di stelle”.

L’astronomo amatoriale inglese George Frederick Chambers paragonò la forma di M17 a quella di “un cigno che fluttua sull’acqua”. Da qui, uno dei nomi di questo oggetto celeste, Nebulosa del Cigno.

Posizione della Nebulosa Omega o Messier 17 nella costellazione del Sagittario
Posizione della Nebulosa Omega o Messier 17 nella costellazione del Sagittario

Caratteristiche fisiche

Messier 17, come anticipato in apertura, é una regione di formazione stellare attiva, resa brillante dalla radiazione associata alla formazione di giovani giganti blu. E’ possibile notare che alcune di queste stelle sono raggruppate in un ammasso aperto che conta circa 35 elementi, oscurato da polveri.

Questa nebulosa, trovandosi circa 6000 anni luce dalla Terra, é posizionata in un braccio della galassia (Braccio del Sagittario) differente e piú interno rispetto al nostro (Braccio di Orione). Nello stesso braccio é possibile rintracciare molti altri oggetti celesti visibili tra le costellazioni dello Scorpione e del Centauro. Dal nostro punto di vista, l’osservazione di questa nebulosa é ostacolata dalla presenza di polveri interstellari, trovandosi sul bordo della cosiddetta Fenditura dell’Aquila, una zona ricca di nebulose oscure che bloccano la vista degli oggetti celesti nella parte settentrionale del Braccio del Sagittario.

Il suo diametro é di circa 15 anni luce, con la nuvola di materia interstellare che la racchiude che si estende su un diametro di 40 anni luce, e una massa complessiva di 30000 masse solari. La geometria di M17 é peculiare, dato che appare molto simile alla Nebulosa di Orione (M42) ma vista di profilo, invece che di fronte.

Il piccolo ammasso aperto presente al suo interno, con una trentina di elementi, ha solamente un milione di anni di etá, rendendolo uno degli ammassi celesti piú giovani della nostra galassia. E, al contrario dell’ammasso, il numero di stelle nella nebulosa é molto più alto, fino ad 800 astri, con un altro migliaio di protostelle ancora in fase di formazione.

Due stelle ipergiganti, HD 168625 (V4030 Sagittarii) e HD 168607 (V4029 Sagittarii), potrebbero essere associate con questa nebulosa. Questo tipo di stelle é molto raro, raggiungendo luminosità che possono arrivare ad alcune milioni di volte quella del nostro Sole, con specifiche firme spettrali che indicano instabilità atmosferica elevata e alta perdita di materia. In particolare, le due HD menzionate sopra presentano, rispettivamente, una luminosità di 240000 e 220000 volte quella del Sole.

Un esempio di stella di questo tipo é la massiva UY Scuti (considerata supergigante da molti, ma ipergigante da alcuni), con una luminosità di 124000 volte quella del Sole ed un diametro di 1.26 miliardi di km. Per fare un esempio pratico, se questa stella venisse posta al centro del nostro Sistema Solare, la sua fotosfera (la porzione esterna della superficie stellare) arriverebbe ben oltre l’orbita di Marte, forse anche alla cintura degli asteroidi.

© ESO/INAF-VST/OmegaCAM

Posizione nel Cielo

Designazione: M17- NGC 6618

Tipo: Nebulosa ad emissione

Classe: regione H II

Distanza: 6000 anni luce

Estensione: 15 anni luce 

Costellazione: Sagittarius

Ascensione Retta: 18h 20m 26s

Declinazione: −16° 10′ 36″

Magnitudine:+6.0

Diametro Apparente: 11’ x 11’

Scopritore: Philippe Loys de Chéseaux nel 1745

M17 è facilmente rintracciabile  a circa due gradi a SE della stella γ (Gamma) Scuti.Puó anche essere individuata a circa un terzo del percorso che unisce la stella menzionata prima con il sistema quintuplo di μ (Mu) Sagittarii (Polis).

Un altro valido metodo é quello di prolungare una linea immaginaria tra le stelle ε (Epsilon) Sagittarii (Kaus Australis) e δ (Delta) Sagittarii (Kaus Media), per circa il doppio di questa distanza, con M17 a culminare la linea.

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questa nebulosa è da giugno ad ottobre.

  • Occhio nudo: osservabile, ma con molta difficoltà. Occorrono cieli tersi e bui lontano da tutte le sorgenti di inquinamento luminoso.
  • Binocolo: facilmente osservabile anche con binocoli di dimensioni minori, con un aspetto che rimane concentrato e nebuloso, come una macchia allungata nel cielo.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro: poche differenze con l’osservazione binoculare, ma è possibile iniziare a distinguere alcune strutture che la compongono.
    • Medio diametro: con telescopi da 12-15 cm la nebulosa appare caratterizzata da molte sfumature e giochi di luce.
    • Grande diametro: la visione diventa eccezionale con strumenti da 200 mm in su, con ottime viste sulle regioni periferiche e alternanza di zone oscure e più luminose.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

Aggiornamenti dall’ INFN

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Aggiornamenti INFN

Grandi novità dal mondo della Fisica Nucleare e per il telescopio Einstein

NASCE LA BOLOGNA QUANTUM ALLIANCE

Il futuro delle scienze e delle tecnologie quantistiche trova a Bologna un nuovo punto di riferimento a livello nazionale ed europeo. È la Bologna Quantum Alliance (BOQA): un’intesa che riunisce Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Consorzio Interuniversitario CINECA, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Siglato alla vigilia del G7 Scienza e Tecnologia, ospitato al Tecnopolo di Bologna, l’accordo mette a sistema le tante competenze distribuite sul territorio nazionale legate a temi d’avanguardia della scienza quantistica, dalla ricerca fondamentale alle applicazioni scientifiche e industriali.

In questo modo, grazie al ruolo di coordinamento svolto dall’Alma Mater, la Bologna Quantum Alliance potrà dare un forte impulso allo sviluppo dell’intera filiera quantistica, promovendo ambiti strategici come quello dei computer quantistici, delle comunicazioni quantistiche sicure e della sensoristica quantistica di precisione. Un nuovo fondamentale tassello che va ad arricchire l’ecosistema dell’innovazione bolognese e dell’Emilia-Romagna.

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

EINSTEIN TELESCOPE: ACCORDO ITALIA-SPAGNA PER LA CANDIDATURA DELLA SARDEGNA

Si rafforza la candidatura italiana per la costruzione di Einstein Telescope in Sardegna. Il ministro dell’università e della ricerca, Anna Maria Bernini, ha firmato oggi, 2 luglio, a Olbia, in Sardegna, un’intesa con il viceministro spagnolo della scienza, ricerca e innovazione, Juan Cruz Cigudosa, che prevede il sostegno della Spagna alla proposta italiana.

“L’accordo firmato oggi con la Spagna – ha detto il ministro Bernini – rafforza la proposta italiana di realizzare Einstein Telescope nel nostro Paese, in Sardegna, al centro del Mediterraneo. Ringrazio il viceministro Cigudosa per essere venuto a Olbia per firmarlo proprio nella Regione dove vogliamo realizzare l’infrastruttura. Il Governo sta sostenendo convintamente il progetto come dimostra l’impegno finanziario di 950 milioni già assunto nei mesi scorsi. Si tratta di una scelta strategica per un Paese che vogliamo sempre più ambizioso e attrattivo. L’Italia è leader nel mondo per la fisica e questa intesa dimostra l’altissima credibilità scientifica a livello internazionale di cui gode il nostro Paese. ET – ha concluso il ministro – darà un impulso decisivo al programma di rafforzamento dell’ecosistema della ricerca che vogliamo sempre più attrattivo”.

“La candidatura della Sardegna a ospitare Einstein Telescope diventa sempre più forte”, sottolinea anche il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli. “La sottoscrizione dell’accordo di cooperazione scientifica tra Italia e Spagna rappresenta un importantissimo riconoscimento internazionale del valore della nostra proposta, che si fonda da un lato sulla qualità, unica nel panorama europeo, del sito sardo, dall’altro sulla comprovata competenza ed esperienza della comunità scientifica italiana nella ricerca sperimentale delle onde gravitazionali, da Edoardo Amaldi ai successi dell’attuale interferometro europeo Virgo, che si trova proprio in Italia. Ringraziamo il Ministro Bernini e tutto il Governo per il loro grande impegno, e siamo fiduciosi che la nostra proposta raccoglierà un sempre più ampio consenso internazionale”, conclude Zoccoli.

Aggiornamenti INFN

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

EINSTEIN TELESCOPE, IN ASCOLTO DELL’UNIVERSO

26 luglio 2024 – 24 novembre 2024 
Centro Comunale Castello di San Michele – Cagliari

Una collaborazione di Orientare srl e INFN, con il patrocinio del Comune di Cagliari

La mostra Einstein Telescope, in ascolto dell’universo offre un affascinante viaggio alla scoperta del cosmo e di uno dei più importanti progetti di ricerca dei prossimi decenni: studiare l’universo con le onde gravitazionali, risalendo indietro nel tempo fino all’epoca in cui è comparsa la luce, è l’obiettivo dell’ambizioso progetto scientifico, raccontato lungo un percorso che, grazie anche a contenuti multimediali, farà alzare ai visitatori gli occhi al cielo per guardare con nuova curiosità lo spazio profondo, ancora così sconosciuto. Partendo da Albert Einstein e dalla sua teoria della Relatività Generale, l’esposizione cercherà di presentare in modo semplice la scienza e le prospettive del progetto di ricerca.

Aggiornamenti INFN

Leggi la versione completa in italiano Sito INFN

Fonte: Comunicato stampa a cura di Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

La danza cosmica di T Coronae Borealis

ABSTRACT

T Coronae Borealis è una stella nota anche come la “Blaze Star”, dove il termine “blaze” si riferisce a una fiamma intensa o ad un bagliore brillante e descrive in modo poetico e evocativo la natura esplosiva e brillante delle eruzioni periodiche di questa stella.

T Coronae Borealis (T CrB) è infatti delle poche Novae Ricorrenti ad oggi note, ècioè una stella che presenta esplosioni periodiche molto energetiche che provocano un brusco e deciso innalzamento della sua luminosità.

Tutte le analisi scientifiche finora effettuate portano alla conclusione che, molto probabilmente, la prossima “esplosione ricorrente” di T CrBavverrà entro pochi mesi o al più tardi entro il prossimo anno. Sebbene l’evento avrà un impatto visivo modesto, dal punto di vista scientifico rappresenterà un’opportunità straordinaria per approfondire la nostra comprensione della dinamica dei sistemi stellari complessi, stimolando l’interesse e l’entusiasmo degli astronomi di tutto il mondo.

C’è anche un altro motivo di interesse per gli astronomi non professionisti: T CrB è uno dei casi in cui l’astronomia amatoriale ha fornito e continuerà a fornire un contributo rilevante e di prim’ordine.

Molti sono gli aspetti di interesse che riguardano T CrB: in questo articolone analizzeremo alcuni, spingendoci ad un livello di dettaglio leggermente più spinto rispetto a quello di analoghi articoli apparsi sui quotidiani e web, nell’intento di raggiungere una comprensione maggiore di quanto sta accadendo e di quanto sta per accadere.

Inizieremo richiamando brevemente la natura delle Novae e delle Novae ricorrenti. Ci concentreremo poi su T CrB, ripercorrendo un po’ la storia delle sue osservazioni più antiche, descrivendo poi quali sono i segni premonitori della grande esplosione prossima ventura. Esamineremo quindi la natura della curva di luce di T CrB ed analizzeremo alcuni dei principali fenomeni che la riguardano e che non sono ancora completamente spiegati, fino a toccare uno degli aspetti più intriganti tra quelli non ancora compresi appieno: la possibilità che T CrB divenga una supernova di tipo Ia.

DESCLAIMER: 

nei giorni in cui stavamo chiudendo questo articolo le notizie su un’imminente esplosione sembravano confermate. Avremmo potuto attendere per la pubblicazione ma crediamo che informare il lettore su ciò che sta per accadere possa offrire un giusto strumento per valutare le notizie che si diffonderanno proprio in seguito all’evento significativo. Per fortuna ad oggi T Coronae Borealis è ancora in stato di allerta e non mostra evidenti esplosioni per cui vi invitiamo a godervi l’accurato articolo a cura del GrAG con le curve di luce e i riferimenti storici così da avere il possesso di un quadro completo della situazione. 

Verso la Prossima Esplosione: Previsioni e Misteri

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Sistemi Binari e Novae: La Danza Cosmica

Almeno il 50% delle stelle nell’Universo sono parte di un sistema binario, in cui due stelle orbitano attorno a un comune centro di massa.

In alcuni casi, le stelle possono interagire così strettamente fra loro da scambiarsi massa attraverso un processo noto appunto come trasferimento di massa. Ogni stella in un sistema binario è caratterizzata dal suo “lobo di Roche” (cfr. figura 1 e 2), una regione nello spazio entro la quale la gravità della stella domina sul materiale circostante. Se il materiale si trova all’interno del lobo di Roche della stella, rimane sotto il controllo gravitazionale della stella stessa mentre invece il materiale che supera questo confine può cadere verso l’altra stella del sistema.

T Coronae Borealis
Figura 1 e 2

Prendiamo ad esempio i due sistemi binari raffigurati nelle figure 1 e 2: nel sistema della figura 1 le stelle sono ampiamente contenute nel proprio lobo di Roche e le due stelle rimangono ben separate. Nel sistema della figura 2 la stella più grande oltrepassa il proprio lobo di Roche perdendo materia verso la più piccola.

Novae

Un tipo comune di sistema binario è costituito da una nana bianca e una gigante rossa. In questo scenario, la nana bianca, molto compatta e molto densa, “ruba” materia dalla sua compagna gigante rossa. Questo processo di trasferimento di massa avviene quando il materiale dalla gigante rossa oltrepassa il suo lobo di Roche e cade sulla superficie della nana bianca.

Figura 3: Illustrazione artistica di un sistema binario con trasferimento di massa tra una gigante rossa e una nana bianca.

Le novae sono fenomeni esplosivi che si verificano nei sistemi binari quando una nana bianca acquisisce materiale oltre una certa soglia dalla propria compagna gigante rossa. Il materiale acquisito è principalmente idrogeno, che forma uno strato degenere sulla superficie della nana bianca. Nel tempo, la pressione e la temperatura all’interno di questo strato aumentano fino a raggiungere livelli critici. A questo punto, la fusione dell’idrogeno in elio si innesca in maniera esplosiva, liberando una quantità enorme di energia in un breve periodo.

La fusione termonucleare esplosiva sulla superficie della nana bianca provoca un improvviso aumento della luminosità, trasformando una stella altrimenti debole in un faro brillante nel cielo. Questo fenomeno è osservabile dalla Terra come un “flash” di alta luminosità, che può durare da pochi giorni a diverse settimane prima che la stella torni al suo stato originale.

Il processo si può ripetere più volte, a seconda della quantità di materiale disponibile per l’accrescimento. Quando questo ciclo esplosivo si ripete periodicamente, il sistema è classificato come una nova ricorrente.

Ci sono oggi dieci Novae ricorrenti conosciute nella nostra galassia, anche se si sospetta che molte Novae siano ricorrenti con periodi tanto più ampi quanto più alto è l’incremento di magnitudine durante l’esplosione.

tabella 1, wikipedia, voce “novae ricorrenti”

T Coronae Borealis, la protagonista: cos’è, cosa accadrà

Come si vede alla terza riga della tabella 1, T Coronae Borealis è una nova ricorrente a circa 3000 anni luce dalla Terra, di magnitudine a riposo pari a 9,8-10. È un sistema binario costituito da una gigante rossa ed una nana bianca. Di seguito sono riportate le principali caratteristiche orbitali e fisiche del sistema[1]:

[1]valori da Munari dicembre 2023, Schaefer marzo 2023, Selvelli et al. luglio 1992

Sistema Binario

Gigante rossa

Nana Bianca

Distanza: 916 parsec

Periodo: 227,56 gg

Inclinazione: 65 gradi

Semiasse maggiore: 0,54 UA

Eccentricità nulla

Massa: 0,93 masse solari

Temperatura: 3600 gradi

Raggio: 75 raggi solari

Massa: 1,3 masse solari

Temperatura: 105 gradi in quiescenza

Raggio: 0,23 raggi solari

Si stima che T CrB raggiungerà durante l’esplosione una magnitudine pari a 2, che è più o meno la magnitudine della stella polare.  L’effetto visibile ad occhio nudo, quindi, sarà la comparsa di una stella “tipo stella polare” nella costellazione di Corona Boreale, nella posizione evidenziata dalla freccia nella riproduzione di figura 4 e 5. Le stelle di magnitudine 2 nel cielo sono una cinquantina, con l’esplosione di T CrB per qualche giorno se ne aggiungerà una, non un grande spettacolo, ma la comparsa di una “NOVA stella” sarà di per se un evento eccitante.

Figura 4: prima dell’esplosione

 

Figura 5: durante l’esplosione

T CrB nella storia

Ad oggi, sono documentate quattro esplosioni di T CrB, tutte distanziate di ca 80 anni o comunque di un numero di anni pari ad un multiplo di 80.

Figura 6: le esplosioni di T CrB documentate nella storia

Come qualche volta accade per i fenomeni astronomici, riferimenti si possono trovare anche in manoscritti storici. In particolare, per due eventi è stata svolta una approfondita indagine di archivio, scoprendo e studiando una serie di documenti del 1787 e, con una affascinante convergenza del mestiere di storico e di astronomo, addirittura nel 1217.

Vediamo brevemente i risultati di questa indagine storica.

L’esplosione del 1217

Nel 1217, l’Abate Burchard di Ursberg osservò un fenomeno celeste straordinario, descritto come una “stella” che brillava intensamente nella costellazione della Corona Boreale. Questo evento è stato documentato nella Chronicon Urspergensis, una cronaca medievale che copre il periodo dal 1126 al 1229. Burchard riportò che, nel periodo autunnale dello stesso anno, una stella che normalmente era poco visibile brillò con grande luce e mantenne questa luminosità per molti giorni. Inoltre, un raggio molto brillante si estendeva dalla stella verso l’alto, simile a un grande fascio di luce. Questo fenomeno fu visibile per diversi giorni e fu interpretato da Burchard come un “segno meraviglioso”[1].

[1]Riportiamo il testo della cronaca tradotto in italiano: “Nello stesso anno, nel periodo autunnale, di sera dopo il tramonto del sole, fu visto un segno meraviglioso in una stella a occidente. Infatti, quando quella stella, situata verso sud, declinava leggermente verso ovest, in direzione di quella stella che gli astrologi chiamano corona di Arianna (N.d.A.: corona borealis), come noi stessi annotammo, era precedentemente piccola e poi ritornò a essere piccola, ma allora brillò con una luce maggiore, e si vide salire da essa verso l’altezza del firmamento un raggio molto chiaro, come una grande e alta trave. E questo fu visto per molti giorni, come detto, nel periodo autunnale di sera; poi gradualmente scomparve e la stella ritornò alla sua piccolezza. Anche i predicatori in quei tempi asserivano che molti altri segni avvenissero in cielo e in terra, che sarebbe troppo lungo enumerare e aggiungere a questa brevità.”.Il testo originale in latino è: “Eodem anno tempore autumpnali, hora vespertina post occasum solis in quadam stella in occidente visum est signum mirabile. Namcum stella illa, posita versus austrum, aliquantulum declinans in occidentem, in directo siderisillius, quod vocant astrologi coronam Ariadnae, sicut nos ipsiannotavimus, anteaerat parva et post ad parvitatemredi it, sed tunc maiori luminerefuls it, visusque est ab ea ascendere versus altitudinem firmamenti quidam radiusvaldeclarus, quasi trabes magna et alta. Et hoc per multos dies, utpredictumest, tempore autumpnalis erovisumest; post paulatimdefecit et ad suamparvitatem stella rediit. Predicatore squoquehistemporibus multa alia asserebant contigissesigna in celo et in terra, quae longumesset enumerare et huic brevitatian nectere.”

Il racconto di Burchard è stato analizzato in profondità e la conclusione dei ricercatori che se ne sono occupati è che il testo si riferisca in effetti ad una “stella” (termine esplicitamente contenuto nella versione in latino). La descrizione di una “stella” esclude la possibilità di una cometa, dato che Burchard non usò i termini a quel tempo comunemente associati alle comete. Inoltre, l’interpretazione positiva del fenomeno come un “segno meraviglioso” è incompatibile con la visione negativa che le comete avevano nell’epoca medievale.

Gli studiosi hanno concluso che l’evento osservato da Burchard era molto probabilmente un’eruzione di T CrB, fornendo un’importante testimonianza storica delle eruzioni di questa nova ricorrente.

L’esplosione del 1789

Nel dicembre del 1787, l’astronomo inglese Francis Wollaston registrò una posizione astrometrica di una stella che si ritiene fosse l’eruzione della Nova T Coronae Borealis (T CrB).

Wollaston pubblicò nel 1789 un catalogo di tutte le stelle luminose e interessanti note all’epoca. Il catalogo fu realizzato con una metodica molto scrupolosa, utilizzando sia osservazioni di Wollaston sia informazioni presenti in molti cataloghi pre-esistenti, inclusi il Catalogo Britannico di stelle di Flamstead, il catalogo di nebulose e ammassi di Messier, il catalogo di stelle doppie di William Herschel, e una dozzina di altri cataloghi. Wollaston mirava a riunire i vari cataloghi disparati ed a volte conflittuali, e a processare tutte le coordinate in un’unica epoca comune del 1790. In molti casi dubbi, Wollaston ebbe comunicazioni con i compilatori dei cataloghi precedenti.

Il catalogo includeva anche una stella le cui coordinate coincidevano esattamente con la posizione di T CrB, Tenuto conto del fatto che nelle vicinanze di T CrB non ci sono stelle più luminose di magnitudine 13, che la la magnitudine limite di Wollaston è di 7,8 e che misure da lui effettuate in date precedenti il dicembre 1787 non riportano alcuna stella nella posizione di T CrB, l’unica possibile spiegazione per l’osservazione del 1787 è che si tratti di T CrB stessa in fase di post-esplosione al momento dell’osservazione.

L’esplosione del 1866

T CrB è stata la prima nova osservata con “metodi moderni”  e la prima su cui, in occasione dell’esplosione del 1866, sono state effettuate misure spettrografiche. L’autore di tali osservazioni è stato William Huggins, un pioniere della spettroscopia astronomica.

William Huggins (1824-1910) fu un eminente astronomo britannico che rivoluzionò l’astronomia attraverso l’uso della spettroscopia per studiare le stelle e altri oggetti celesti. Huggins inizialmente si dedicò alla medicina, ma presto rivolse la sua attenzione all’astronomia, costruendo un osservatorio privato nella sua residenza (Becker, 2010).

Nel maggio del 1866 Huggins ricevette una lettera da John Birmingham, un astronomo amatoriale irlandese, riguardante una nuova stella nella costellazione della Corona Boreale. Questo evento segnò l’inizio di una serie di osservazioni dettagliate da parte di Huggins e del suo collaboratore William Allen Miller utilizzando uno spettroscopio per analizzare la luce emessa dalla nova. Le osservazioni spettroscopiche furono condotte il 16 maggio 1866, appena quattro giorni dopo la scoperta di Birmingham. Huggins notò che lo spettro della nova era composto da una serie di linee brillanti sovrapposte a un fondo quasi continuo:

“Esaminando lo spettro della stella vicino a ε Coronae Borealis, fui colpito dall’apparizione di linee brillanti su uno spettro continuo. Queste linee brillanti furono viste distintamente in più occasioni, e non ci sono dubbi sulla loro realtà.”

Interpretò queste linee come emissioni di gas idrogeno incandescente, mentre il continuo spezzato da linee di assorbimento era attribuito al corpo stellare.

Nel corso delle osservazioni, Huggins sviluppò una teoria secondo cui la nova era una stella in fiamme, che aveva espulso una grande quantità di gas idrogeno a causa di un evento catastrofico. Credeva che il calore intenso della stella avesse innescato e consumato rapidamente il gas e ciò spiegava l’improvviso aumento e il rapido declino della luminosità della nova.

L’esplosione del 1946

Nel 1946, T Coronae Borealis (T CrB) è esplosa di nuovo, raggiungendo una magnitudine visuale di 2.0. Un evento che è stato ben documentato confermando T CrB come una delle novae ricorrenti più luminose osservate sin ora. L’esplosione del 1946 è avvenuta 80 anni dopo la precedente del 1866, consolidando il pattern di ricorrenza di circa 80 anni di questa nova​​.

L’osservazione del 1946 è stata riportata da numerosi astronomi, con dettagliate misurazioni fotometriche e spettroscopiche.

T CrB la ricostruzione della curva di luce dal 1842 ad oggi

Basilare per ogni studio teorico e per ogni previsione di quanto accadrà anche nell’immediato futuro è la disponibilità della curva di luce integrale di T Coronae Borealis. Tale curva di luce è stata ricavata tramite un esteso e scrupoloso lavoro di raccolta ed analisi di osservazioni che coprono il periodo dal 1842 ad oggi. Le osservazioni provengono da fonti molto differenti tra di loro ed hanno richiesto una notevole attività di validazione, selezione, omogeneizzazione e riduzione dei dati al sistema fotometrico standard Johnson 𝐵 e 𝑉.

La curva di luce risultante è riportata nel grafico che segue, dove sono evidenziate in verde le osservazioni in V-band ed in blu le osservazioni in B-band. Sono ben visibili le esplosioni del 1866 e del 1946.

T Coronae Borealis
Figura 7: la curva di luce di T Coronae Borealis, dal 1866 ad oggi

Come già accennato, in un così esteso intervallo temporale le fonti prese in considerazione sono state molte, ed è davvero interessante e significativo vedere quali sono state le varie tecniche di raccolta dati, suddivisibili in osservazioni visive, osservazioni fotografiche, Fotometria Fotoelettrica e CCD.

  • Osservazioni Visive: sono 116,844 e rappresentano quasi il 90% del totale delle osservazioni. Ciascuna osservazione fornisce una stima della magnitudine di T CrB. Per la maggior parte appartengono all’American Association of Variable Star Observers (AAVSO) International Database.
  • Fotografia: Sono stati analizzati archivi di lastre per ottenere magnitudini fotografiche. Si tratta di una racconta di osservazioni che coprono un periodo significativo, esse si rivelate essenziali per ricostruire la curva di luce storica.
  • Fotometria Fotoelettrica e CCD: Dal 1946 in poi, le misurazioni sono state effettuate utilizzando dispositivi fotoelettrici e, successivamente, CCD. Il miglioramento della tecnologia ha favorito una maggiore precisione nelle misurazioni di luminosità.

La maggior parte delle osservazioni sono catalogate in vari archivi gestiti da diverse organizzazioni astronomiche, tra cui quelli dell’AAVSO e della British Astronomical Association (BAA).

Contributo degli Astronomi Amatoriali

Gli astronomi amatoriali hanno svolto un ruolo fondamentale nel monitoraggio di T CrB, soprattutto per quanto riguarda la continuità ed assiduità delle osservazioni: dal 1946 al 2022. Si tratta di una mole di dati impressionante se si considera che sono state registrate in media quattro misurazioni visive per ogni notte!

Dal 1973 ca in poi, gli astronomi amatoriali hanno iniziato a effettuare osservazioni fotoelettriche e dal 2004 osservazioni CCD ben calibrate.

Ad oggi, il contributo degli astronomi amatoriali è cresciuto ancora di importanza, in corrispondenza con il miglioramento della strumentazione disponibile, della precisione delle osservazioni e di una maggiore attenzione alla elaborazione corretta dei dati.

Il contributo del GrAG ad ANS Collaboration

Da alcuni mesi, alcuni soci del GrAG partecipano alle attività di osservazione della Asiago Novae and Symbiotic Stars Collaboration (ANS Collaboration). 

La ANS Collaboration nasce nel 2005 sulla scia della lunga esperienza maturata ad Asiago dal professor U. Munari sul coinvolgimento di astrofili in esperienze di ricerca astronomica a profilo professionale. La mission di ANS è produrre, su oggetti selezionati, misurazioni astronomiche di alta precisione in ambito fotometrico multi-banda e spettroscopico.

Le osservazioni del GrAG vengono effettuate utilizzando il telescopio remoto sociale CosmoGrag, sono poi successivamente sottoposte a riduzione e a trasformazione verso il sistema standard fotometrico Cousin Johnson utilizzano il tool ANS Photometry ed inviate ai database centralizzati dell’osservatorio di Asiago, contribuendo in tal modo ad incrementare il numero di osservazioni di qualità di T CrB.

T CrB: caratteristiche della curca di luce, segni premonitori della nuova esplosione, stima della data della prossima esplosione

Nella curva di luce di T CrB della figura 7 sono ben riconoscibili alcuni fenomeni differenti fra loro e ben caratterizzati. In particolare, sono molto significativi per le previsioni sulla data della prossima esplosione:

  • l’incremento della magnitudine negli anni precedente l’esplosione
  • la presenza di un profondo minimo molto netto a ridosso dell’esplosione

Innalzamento della magnitudine pre-post esplosione (high state)

Il grafico riportato in figura 8 è una rappresentazione differente della curva di luce della figura 7, in cui si nota, specialmente nella banda B, l’innalzamento della magnitudine nel periodo precedente e successivo alla esplosione del 1946, approssimativamente dal 1936 al 1954. Un analogo innalzamento si è verificato a partire dal 2015! 

T Coronae Borealis
Figura8: la curva di luce di T CrB, dettaglio sugli “high state” pre e post esplosione; I punti che rappresentano le osservazioni sono stati mediati su un intervallo di tempo di 114 giorni (vale a dire, i punti relativi ad un intervallo di 114 giorni sono stati eliminati dal grafico ed al loro posto è stato inserito un unico punto riportante la media delle osservazioni), in modo da eliminare o quantomeno fortemente indebolire le variazioni di breve periodo ed evidenziare quindi le tendenze più significative.

Approfondendo questa linea di ragionamento e supponendo che il comportamento di T CrB sia rimasto più o meno immutato, la previsione per la nuova esplosione è che avvenga tra marzo-aprile del 2024 e settembre-ottobre del 2026.

T CrB: il minimo pre-esplosione

Nella curva di luce della figura 8 si individua anche un profondo minimo appena precedente l’esplosione del 1946. 

Per verificare se tale comportamento si sta ripresentando anche nella nostra era storica è necessario studiare il grafico con l’andamento della curva di luce dal 2021.

T Coronae Borealis
Figura 9: l’evidenza del minimo pre-esplosione. I punti verdi e blu sono le osservazioni nelle bande rispettivamente V e B mentre la linea piena è l’andamento teorico della curva di luce.

Sia in V sia in B è riconoscibile l’oscillazione legata al periodo di 227,56 giorni del sistema binario e, soprattutto, una diminuzione della magnitudine a partire dall’intervallo marzo-aprile del 2023, in perfetta analogia a quanto accaduto nel 1946. Dal confronto di dettaglio del minimo del 1946 e quello del 2023, si ricava una stima che vede l’esplosione collocata questa volta in un lasso ancora più stretto da febbraio a settembre 2024.

T CrB i fenomeni non spiegati

Molti sono i fenomeni riguardanti T CrB che necessitano di un assestamento dei modelli teorici e quindi di ulteriori osservazioni approfondite. E quale migliore occasione di indagine e di analisi se non quella offerta dall’esplosione prossima ventura?

L’innalzamento della magnitudine pre-post esplosione ed il minimo pre-esplosione

Sono i fenomeni di cui abbiamo già parlato, in particolare per i “pre” come segnali premonitori della nuova esplosione.

L’ipotesi più attendibile per l’incremento di luminosità prima dell’esplosione è l’aumento della velocità di accrescimento del disco che circonda la nana bianca: la gigante rossa inizia a trasferire massa attraverso il lobo di Roche a un ritmo circa 20 volte superiore al normale, e questo incremento nel tasso di accrescimento produce l’innalzamento della luminosità del disco di accrescimento.

Per quanto riguarda il periodo di tempo posteriore all’esplosione, lo stato di alta luminosità potrebbe essere dovuto invece alla prosecuzione della fusione nucleare sulla superficie della nana bianca.

In ultimo per l’improvvisa diminuzione di luminosità che provoca il minimo pre-esplosione, la causa più probabile sembra essere l’incremento di materiale espulso dalla gigante rossa che va ad alimentare la nube di polvere che circonda il sistema binario la quale a sua volta oscura la luce della stella, portando al calo di luminosità di cui sopra.

Per tutti questi fenomeni, non esiste tuttavia un modello consolidato.

Il “massimo secondario”: un fenomeno le cui cause sono state svelate

Dopo le esplosioni del 1866 e del 1946 la curva di luce presenta un netto “massimo secondario”, ben visibile nel grafico di dettaglio della figura 10.

Figura 10: la curva di luce cala velocemente fino a tornare ai livelli precedenti l’esplosione in ca 30 giorni, per poi risalire bruscamente dopo ca 110 giorni e ridiscendere nuovamente intorno al giorno 210, definendo così un netto “massimo secondario”

Lo spettro nel massimo secondario è continuo, il colore B-V è lo stesso del massimo primario, l’energia coinvolta è circa cento volte inferiore a quella del massimo primario.

Nel tempo sono stata avanzate varie ipotesi di spiegazione, basate sostanzialmente sull’innesco di una seconda esplosione termonucleare, nessuna delle quali tuttavia soddisfacente.

Recentemente, è stato proposto (Munari, dic 2023) che il secondo picco di luminosità prenda origine da un fenomeno di riemissione/riflessione da parte della gigante rossa della luce ricevuta dalla nana bianca. Vediamo meglio cosa ciò implica.

Nella figura 11 viene riportata la posizione relativa ad un osservatore sulla Terra della gigante (palla blu) e della nana bianca (crocetta rossa) in funzione del passare del tempo, calcolata secondo i parametri orbitali riportati in precedenza.

Il cerchio disegnato sulla gigante individua la temperatura e la zona via via colpita dalla radiazione della nana bianca. La nana bianca si sta raffreddando dopo l’esplosione così anche la radiazione, processo che determina temperature sempre più basse della zona colpita della gigante (da sinistra a destra si passa dal verde vivo al rosso spento).

Figura 11: posizione relativa della gigante rossa (cerchio blu) e della nana bianca (crocetta rossa); posizione dei giorni 164, 175, 187 e 198, contati a partire dall’esplosione

Sviluppando matematicamente il modello ed ipotizzando che la temperatura della nana bianca decresca nel tempo con l’andamento mostrato nel grafico 12 nel periodo in esame, si ottiene la curva di luce teorica della figura 13, in perfetto accordo con le osservazioni.

Figura 12: Andamento della temperatura della nana bianca a valle della esplosione, da 200.000 gradi a meno di 100.000.

 

Figura 13: Curva di luce. I pallini neri indicano le osservazioni effettuate mentre la linea continua è l’output del modello teorico.

Dopo anni di studi ed approfondimenti vari, una spiegazione molto semplice ed immediata, e proprio per questo convincente, ha fatto capolino: come direbbe Occam con il suo proverbiale rasoio, “quando senti il rumore di zoccoli, pensa ai cavalli, non alle zebre!

La variazione del periodo

Come sappiamo, T CrB è un sistema binario di periodo 227,55 giorni. Ma il periodo di T CrB non è costante nel tempo fattore non irrilevante se si stabilire l’evoluzione futura del sistema.

Per quanto riguarda il periodo, possono essere individuati tre intervalli di tempo con comportamenti differenti:

  • 1867-1946: nessuna variazione: i dati, pur affetti da ampia indeterminazione, indicano che non si sono presentati cambiamenti di notevole entità
  • 1946: incremento netto del periodo: in corrispondenza dell’esplosione del 1946 si presenta un incremento chiaro del periodo, pari a 0.185[1] giorni; l’ipotesi più accreditata è che si sia verificata una espulsione di materiale dalla nana bianca durante l’eruzione nova, che avrebbe allontanato le due stelle; questa ipotesi, tuttavia, non è confermata e contrasta con il fatto che la massa espulsa richiesta è superiore alle aspettative per le novae
  • 1946-2022: diminuzione del periodo: diminuzione di entità minore ma costante del periodo pari a -8.9[2]x10-6 giorni al giorno; fra le ipotesi all’origine sono la perdita di massa del sistema stellare (vento stellare), il trasferimento di massa dalla gigante alla nana bianca, l’interazione con un terzo corpo nel sistema. I dati attualmente disponibili, però, non confermano nessuna di queste ipotesi

Negli ultimi due casi, quindi, l’entità della variazione è tale da non essere spiegabile con gli attuali modelli teorici e saranno necessarie ulteriori osservazioni e studi per comprendere appieno la vera natura dei fenomeni.

[1] 0.185 +/- 0.056 giorni

[2] 8.9 +/- 1.6×10-6

Evoluzione di T CrB: diventerà una supernova di tipo Ia?

Le supernove, fenomeni catastrofici derivanti dal collasso del nucleo delle stelle massicce, presentano una eccezione significativa nelle supernove di tipo Ia. Queste ultime anno origine nei sistemi binari composti da una gigante rossa e una nana bianca. Nel processo, la nana bianca accresce massa dalla compagna fino a superare il limite di Chandrasekhar di 1,4 masse solari, provocando il collasso del nucleo e un’esplosione conseguente al bruciamento esplosivo del carbonio.

Le supernove Ia sono cruciali per l’astrofisica e la cosmologia: servono per misurare distanze cosmiche e tracciare l’espansione dell’Universo, oltre a contribuire significativamente alla chimica galattica producendo elementi come ferro, manganese, nichel e cobalto.

Ci sono alcuni fenomeni che indicano la possibile evoluzione di T CrB in supernova Ia.

T CrB è un sistema binario con una nana bianca che ha una massa di circa 1,3 masse solari, vicino al limite critico. Studi teorici (Kato et al., 2015) suggeriscono che la relazione tra il periodo, la massa della gigante rossa e la massa della nana bianca ricade tra quelle che rende possibile l’evoluzione in supernova. Anche le variazioni del periodo osservate in T CrB descritte in precedenza potrebbero essere indicative di questo processo evolutivo.

Molto rilevante per capire il destino di T CrB è inoltre la sua composizione: T CrB potrebbe essere un candidato per una futura supernova Ia se la sua nana bianca fosse composta di carbonio e ossigeno. In tal caso, gli attuali modelli teorici sulla struttura ed evoluzione delle nove prevedono che la nana possa aumentare la propria massa nel tempo fino a superare il limite di Chandrasekhar. Se la nana bianca fosse costituita invece da ossigeno, neon e magnesio, i meccanismi di “smaltimento di massa” della nana bianca sarebbero più efficienti e quindi la sua massa rimarrebbe al di sotto di quella limite.

L’esplosione di T CrB fornirà indizi preziosi sulla sua natura. Se il materiale espulso sarà ricco di neon, indicherà una nana bianca di ossigeno, neon e magnesio. In caso contrario, confermerebbe una nana bianca di carbonio e ossigeno, suggerendo la possibilità di una futura supernova Ia.

Conclusione 

Questa carrellata su T Coronae Borealis (che speriamo sia stata non troppo faticosa per il lettor) è a nostro parere un’ottima occasione di approfondimento sia dei temi specifici riguardanti T CrB sia dei metodi di analisi utilizzati dalla comunità scientifica (cfr. ad esempio la ricostruzione e l’analisi dettagliata e quasi strenua della curva di luce).

Abbiamo inoltre avuto modo di sottolineare il contributo assolutamente non trascurabile degli astronomi amatoriali, che diventa sempre più importante e qualificato, grazie anche all’organizzazione in gruppi ed associazioni quali ANS Collaboration e AAVSO: una ulteriore conferma dell’importanza delle osservazioni a lungo termine e della collaborazione tra astronomi professionisti e dilettanti.

I misteri su T CrB per cui non esistono ancora spiegazioni consolidate sono molti, nell’articolo abbiano analizzato i principali:

  • Cause fisiche delle peculiarità della curva di luce:
    • “High state” prima e dopo l’esplosione
    • Minimo molto marcato appena prima dell’esplosione
    • Minimo secondario dopo ca cento giorni dall’esplosione
  • Cause fisiche della variazione del periodo del sistema binario che costituisce la T CrB
  • Evoluzione di T CrB: diverrà o meno una supernova di tipo Ia?

Che dire, se non ribadire ulteriormente che sarà essenziale seguire con estrema attenzione l’evoluzione di T CrB nei prossimi anni/mesi/giorni  e speriamo che il nostro contributo si riveli all’altezza.

Referenze

Laddove non diversamente indicato, le informazioni dell’articolo sono prese dagli articolidi Schaefer e di Munari.

  1. and Mikolajewska J., oct 1997, New binary parameters for the symbiotic recurrent nova T Coronae Borealis
  2. , HachisuI., 2015, Theory of Nova Outbursts and Type Ia Supernovae
  3. , dic2023, The secondary maximum of T CrB caused by irradiation of the red giant by a cooling white dwarf;
  4. , lug 2023, The”super-active” accretion phase of T CrB has ended;
  5. Schaefer B. E., set 2023, webinar AAVSO “Recurrent Nova T CrB Coming Soon to a Sky Near You!”
  6. Schaefer B. E.; mar 2023, The 𝐵&𝑉 Light Curves for Recurrent Nova T CrB From 1842–2022, the Unique Pre- and Post-Eruption High-States, the Complex Period Changes,and the Upcoming Eruption in 2025.5+/-1.3;
  7. Schaefer B. E., 2023, The recurrent nova T CrB had prior eruptions observed near December 1787 and October 1217 AD;
  8. L., CassatellaA., GilmozziR., lug 1992, The nature of the recurrent nova T Coronae Borealis: ultraviolet evidence for a white dwarf accretor
  9. J. Becker, 2010, From dilettante to serious amateur:williamhuggins’ move into the inner circle

Referenze delle figure


Il CosmoGrAG

La realizzazione del CosmoGrAG è stata lunga e complessa ed è stata completamente gestita all’interno della associazione. La cupola, con un diametro di 3 metri, ospita un telescopio Newton da 12”/30 cm con apertura focale F3, montato su una montatura equatoriale in grado di sostenere un carico fino a 50 kg. Il sistema di acquisizione dati è composto da un CCD APS-H da 9,2 megapixel e pixel di 7,4 micron, filtri fotometrici BVRI Johnson Cousins, un fuocheggiatore elettronico con una risoluzione di 0,01 micron e componenti elettronici dedicati alla gestione remota.

Il processo di acquisizione e raccolta degli scatti è gestito tramite un software open source installato su un PC dedicato, che controlla l’intera strumentazione, inclusi i pannelli fotovoltaici installati per il risparmio energetico. Le sequenze di acquisizione sono dotate di sistemi di controllo che avvertono in caso di problemi.

Cos’è l’AAVSO e quali sono le sue funzioni

L’American Association of Variable Star Observers (AAVSO) è un’organizzazione scientifica ed educativa senza scopo di lucro che riunisce astronomi dilettanti e professionisti di tutto il mondo interessati allo studio delle stelle che cambiano di luminosità: le stelle variabili. La missione dell’AAVSO è di consentire a chiunque di partecipare alla scoperta scientifica, le sue principali attività sono:

  • osservazione e analisi di stelle variabili ed esopianeti
  • raccolta e archiviazione delle osservazioni per l’accesso a livello mondiale
  • creazione di forti collaborazioni tra astronomi dilettanti e professionisti
  • promozione della ricerca e della formazione scientifica.

L’AAVSO è stata fondata nel 1911 per coordinare le osservazioni di stelle variabili effettuate in gran parte da astronomi dilettanti per l’Osservatorio dell’Harvard College. Oggi la sede dell’associazione è situata a Cambridge, Massachusetts, ed ha partecipanti attivi in più di cento Paesi.

L’adesione all’AAVSO è aperta a tutti, professionisti, dilettanti e osservatori di stelle variabili.

Cos’è una curva di luce

In astronomia la “curva di luce” è un grafico che rappresenta la variazione della luminosità di un oggetto celeste nel corso del tempo. Questo è particolarmente rilevante nell’osservazione di fenomeni astronomici come stelle variabili, novae o supernovae.

La curva di luce in JD (Julian Date) plot mostra la variazione della luminosità in funzione del tempo, espresso in giorni giuliani. Ogni punto sulla curva rappresenta una misurazione di luminosità in una specifica data, fornendo una rappresentazione temporale delle variazioni osservate.

Le curve di luce forniscono informazioni preziose sull’oggetto osservato, consentendo agli astronomi di studiare i cambiamenti nella luminosità e di trarre conclusioni riguardo ai processi fisici che si verificano nell’oggetto astronomico in esame.

Evoluzione di una Nova in Supernova

Esistono vari tipi di supernove (Ia, Ib, Ic, II) classificate secondo i loro spettri

  • Tipo I: Supernove senza righe di idrogeno
    • Tipo Ia hanno una forte riga di Si II
    • Tipo Ib hanno righe di Elio Tipo
    • Ic non hanno Elio
  • Tipo II: Supernove con righe di idrogeno nello spettro

I tipi II, Ib, Ic sono riconducibili al collasso del nucleo in stelle massicce (fase finale della vita delle stelle)

Il tipo Ia invece si origina in sistemi binari costituiti da una gigante rossa ed una nana bianca (novae)

Figura 16: Wikipedia, voce “supernova tipo Ia”

Sistema Fotometrico Stardard Johnson

Un sistema standard fotometrico è un insieme di regole e misurazioni stabilite per quantificare e standardizzare la misura della luminosità degli oggetti celesti. Fornisce quindi una base coerente e standardizzata per la misurazione della luminosità e del colore degli oggetti celesti, consentendo agli astronomi di effettuare confronti significativi tra dati provenienti da diverse fonti e strumenti

Un sistema standard fotometrico include:

  • Bande di lunghezza d’onda ben definite su cui effettuare le osservazioni utilizzando appositi filtri, come ad esempio UBVRI, nel sistema fotometrico Johnson-Cousins (sono i filtri del CosmoGrAG)
  • Stelle standard, il cui flusso luminoso sia stato accuratamente misurato e documentato in diverse bande; sono utilizzate come punti di riferimento per calibrare le misurazioni di luminosità di altri oggetti celesti (Landolt, CMC-15, URAT1, AAVSO Photometric All-Sky Survey (APASS), USNO,…)
  • Procedure di calibrazione: protocolli e tecniche utilizzate per garantire che le misurazioni ottenute siano accurate e confrontabili. Includono la correzione per effetti atmosferici, l’efficienza del telescopio e della fotocamera, e altre correzioni necessarie.

Il sistema fotometrico standard Johnson è uno dei più utilizzati nell’astronomia per la classificazione delle stelle e la misurazione della loro luminosità. Questo sistema è stato sviluppato da Harold Johnson e William Morgan negli anni ’50.

Il GRAG: obiettivi e sito osservativo

L’Associazione Astrofili “Galileo Galilei” di Tarquinia, costituita da appassionati astrofili nelle province di Viterbo e Roma, si propone di riunire gli amanti dell’astronomia nel territorio di Monte Romano per osservazioni e astrofotografia. Senza scopi di lucro, la comunità offre un supporto tecnico di monitoraggio astronomico da anni, coinvolgendo appassionati provenienti da varie regioni.

L’obiettivo principale dell’associazione è stabilire un punto fisso di osservazione per incontri mensili attrezzati e facilmente accessibili. La “Galileo Galilei” si impegna nella divulgazione scientifica organizzando corsi nelle scuole di ogni livello e classe, inclusi corsi di astronomia e astrofotografia per persone svantaggiate o diversamente abili. L’autofinanziamento avviene attraverso corsi a pagamento di livello superiore avanzato. L’associazione offre serate pubbliche gratuite o tematiche, come osservazioni astronomiche durante eventi celesti, conferenze sulle proprie attività di ricerca amatoriale, conferenze con astronomi professionisti.

Il progetto ha ricevuto supporto dalle autorità locali, tra cui il sindaco di Monte Romano e l’Università Agraria locale. Il GrAG dispone infatti di un terreno gentilmente messo a disposizione ad uso gratuito dall’Università Agraria di Monte Romano (Viterbo), facilmente raggiungibile da gran parte del Lazio, riservato ai soci effettivi del Gruppo Astrofili Galileo Galilei e dei loro progetti sociali e pubblici. Il sito gode di un buon SQM medio misurato in 21.2.

Riconosciuta ufficialmente dalla regione Lazio dal 2022 per il suo impegno nella lotta all’Inquinamento Luminoso, il GrAG opera anche come osservatorio semi-professionale, godendo della tutela del cielo per Lasco di Picio entro un raggio di 10 km.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

E ORA, CHE FINE FA IL PROGETTO DI ESPANSIONE?

La raccolta fondi è terminata non raggiungendo purtroppo la quota di investimento necessaria per supportare l’espansione di Coelum oltre i confini nazionali. Chi conosce la storia della rivista però sa bene che ciò non può essere considerato un ostacolo.

Negli anni Coelum ha saputo cambiare più volte forma per adattarsi alle richieste dei lettori Ha sperimentato, sempre tra i primi, tutte le nuove soluzioni tecnologiche, aperto canali e avviato collaborazioni anche quando forse gli strumenti non erano esattamente maturi. Chi ricorda Coelum Stream? Ottima piattaforma video con contributi valutati con cura, ora a pensarci sembra preistoria. Ora che puoi andare live sul telefono di mezzo mondo per dire qualsiasi cosa come pensare al consumo di banda, webcam da applicare ai pc, microfoni e pochissima post produzione e zero filtri.. ok erano altri tempi però non più di 20 anni a pensare bene!

COELUM PARLERA’ SPAGNOLO

Il punto è che oltre a considerare i tempi più che maturi per portare i contenuti di Coelum ad un pubblico più ampio, la raccolta fondi ha generato una serie di azioni a catena fra cui contatti diretti con appassionati e professionisti ispanofoni europei ma anche di oltre oceano. Bene o male quindi l’idea è piaciuta e cavalcheremo l’onda fino a trovare anche il sostegno finanziario indispensabile.

Continuate a seguire le notizie e detto fra noi aspettatevi qualcosa già dal prossimo numero!


Il Sogno di Espandersi

Coelum Astronomia è nata in Italia e ha conquistato il cuore di tanti appassionati di astronomia con contenuti di alta qualità, articoli approfonditi e un linguaggio accessibile. Ora, immaginiamo un futuro in cui questa eccellenza italiana possa essere condivisa con la comunità ispanofona. Pensate al piacere di vedere un progetto editoriale italiano estendersi oltre i nostri confini, rappresentando l’Italia su un palcoscenico internazionale.

 

Coelum Astronomía para el Mundo Hispano

Un’Opportunità per i Nostri Autori

Per i nostri stimati autori, questa espansione significa ancora di più. Gli articoli che oggi sono scritti solo per un pubblico italiano saranno tradotti e adattati per i lettori ispanici. Questo offre agli autori l’opportunità di vedere i propri contenuti apprezzati e valorizzati da un pubblico nuovo e diverso, aumentando la loro visibilità e impatto. Non è solo un’evoluzione della rivista, ma un riconoscimento del talento e della passione che i nostri autori mettono in ogni singolo articolo.

 

Perché Abbiamo Bisogno di Voi

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SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Agosto 2024

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 123

SUPERNOVAE AGGIORNAMENTI

Questo mese torniamo a parlare di scoperte amatoriali con una vecchia conoscenza dell’emisfero meridionale: il neozelandese Stuart Parker. Fino al 2021 Parker rivaleggiava a suon di scoperte con il grande Itagaki per contendersi la terza posizione della Top Ten mondiale amatoriale. Purtroppo nell’agosto del 2021 una grande tempesta danneggiò irreparabilmente il suo osservatorio posto ad Oxford, piccola cittadina a circa 60 km dalla città di Christchurch e per un paio di anni ha dovuto sospendere la sua grande passione di cercare supernovae. Finalmente nel febbraio 2023 e tornato al successo con la SN2023pbx nella galassia NGC3557 ed adesso mette a segno una nuova e luminosa scoperta ottenuta la notte del  10 luglio nella galassia lenticolare NGC3706 posta nella costellazione del Centauro a circa 130 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+16 e anche se molto luminoso era situato vicino al nucleo della galassia ospite. Stranamente nessun osservatorio professionale ad oggi ha ripreso lo spettro di conferma e pertanto il nuovo oggetto ha ancora la sigla provvisoria AT2024pfn. Fortunatamente abbiamo un’immagine di follow-up ottenuta cinque giorni dopo la scoperta dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa, che perciò ha confermato la presenza della supernova con una luminosità in aumento a mag.+14,5. Purtroppo dalle nostre latitudini la galassia NGC3706 non è facile da osservare trovandosi alla declinazione di -36°. Sono avvantaggiati gli astrofili del Sud Italia con la galassia che a Catania culmina a circa 16° sopra l’orizzonte.

Immagine della AT2024pfn in NGC3706 ripresa dall’astrofilo neozelandese Stuart Parker in remoto con un telescopio da 400mm.

Immagine della AT2024pfn in NGC3706 ripresa dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa con un riflettore da 360mm F.8,4 somma di 12 immagini sa 60 secondi.

Anche gli astrofili cinesi del programma XOSS, capitanati da Xing Gao, sono tornati al successo, proprio nella notte del 10 luglio, individuando una debole stellina di mag.+18,7 nella piccola galassia a spirale UGC11499 posta nella costellazione del Cigno a circa 340 milioni di anni luce di distanza. In questi ultimi anni i cinesi sono stati sicuramente i più prolifici in fatto di scoperte, ben 11 nel 2024, raggiungendo la quota di 98 scoperte e occupando in maniera stabile la settima posizione del Top Ten mondiale. A breve raggiungeranno quota 100, un traguardo che solo un ristretto numero di grandi astrofili è riuscito a raggiungere: Puckett 385, Newton 202, Itagaki 182, Parker 167, Boles 155 e Monard 150. I primi a riprendere lo spettro di conferma della supernova cinese sono stati gli astronomi americani dell’Osservatorio di Mauna Kea nelle Isole Hawaii con il telescopio da 2,2 metri. La SN2024pgy, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di Tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità, con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano alla velocità di circa 14.000 km/s. Intorno al 25 luglio la supernova ha infatti raggiunto il suo massimo di luminosità, sfiorando la mag.+16. I cinese sono stati rapidi nell’inserire la scoperta nel TNS bruciando sul tempo due programmi professionali denominati GOTO e ZTF che avevano immortalato questa supernova alla mag.+19,6 il giorno prima dei cinesi. Questa è la seconda supernova conosciuta esplosa nella galassia UGC11499. La prima fu la SN2009hz, di tipo II, scoperta il 3 agosto del 2009 dal programma professionale di ricerca supernovae denominato LOSS.

Immagine della SN2024pgy in UGC11499 ripresa da Riccardo Mancini con un Newton 250mm F.5 somma di 36 immagini da 120 secondi.

Immagine della SN2024pgy in UGC11499 ripresa dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4

 

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Coelum Astronomia 269 IV/2024 Digitale

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Le Costellazioni Napoletane

Costellazioni Napoletane
Anteprima della proiezione delle Costellazioni Napoletane nel software planetario Stellarium.

ABSTRACT

L’articolo “Il cielo sopra Napoli” di Ida De Rosa e Gino Civita descrive un affascinante progetto dell’Unione Astrofili Napoletani (UAN), che ha trasformato le costellazioni tradizionali in un cielo partenopeo unico ricco di Costellazioni Napoletane. Napoli, città di contrasti e creatività, ha ispirato i soci del Gruppo Costellazioni dell’UAN a reinterpretare il firmamento con simboli della cultura napoletana. Ad esempio, Orione è diventato una moka, mentre il Grande Carro si è trasformato in un mandolino. Figure mitiche come Andromeda sono state sostituite dalla sirena Partenope, e i Gemelli sono diventati la Bella ‘mbriana e il Munaciello.

Il progetto ha coinvolto una meticolosa ricerca iconografica per individuare i simboli napoletani più rappresentativi. Ida De Rosa, con la sua fantasia e abilità di disegnatrice, ha illustrato le nuove costellazioni. Per rendere accessibile la mappa celeste partenopea, il gruppo ha utilizzato Stellarium, un planetario virtuale. Gino Civita ha gestito la configurazione tecnica, definendo stelle e linee per ogni costellazione.

Il risultato finale è una mappa del cielo che celebra la cultura napoletana, offrendo una nuova prospettiva sulle costellazioni tradizionali e invitando gli appassionati di astronomia a vedere il cielo con occhi diversi.

Il cielo sopra Napoli

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Napoli è una città speciale, dove amore e odio si confrontano, si scontrano, si abbracciano. Dove la fantasiosa creatività dei suoi abitanti e la realtà spesso dura si armonizzano. L’unicità di questa città si manifesta anche nel suo modo di interpretare il cielo, dove le Costellazioni ufficiali cambiano forma, assumendo i contorni della tradizione partenopea. Alzando gli occhi verso la volta celeste sembra di sentire l’odore di quel caffè dal gusto così unico, mentre il gigante Orione si trasforma in una Moka. Un suono antico fa vibrare le stelle, e il Grande Carro piano piano diventa un mandolino. E se all’improvviso qualcuno vi fa uno sgambetto, forse è stata semplicemente una burla del Munaciello, che se la ride accanto alla Bella ‘mbriana, rubando insieme il posto ai Gemelli. Insomma, a Napoli il cielo è diverso!

Da sempre l’Uomo, osservando il cielo, ha cercato in esso qualcosa a cui poter affidare le proprie credenze e le proprie tradizioni, per renderle in questo modo infinite e immortali. Così, unendo con fantasia quei piccoli puntini luminosi nel firmamento, ha riempito la volta celeste di forme e simboli appartenenti alla propria cultura.

Una sera, alcuni soci del Gruppo Costellazioni dell’UAN (Unione Astrofili Napoletani), mentre erano intenti a scrutare la volta celeste e dibattevamo su questi concetti, si sono domandati: “Ma un napoletano, con la sua fantasia, alzando gli occhi al cielo cosa vedrebbe tra le stelle splendenti? La testa di Medusa o quella di Maradona? Il Cefeo o il busto di San Gennaro? Da qui l’idea, avanzata dal nostro Paolo Palma e accolta con entusiasmo da tutti, di realizzare un cielo completamente partenopeo, dove le “Costellazioni napoletane” sostituiscono quelle tradizionali.

Il gruppo di astrofili si è messo subito al lavoro, in un clima sereno e rilassato, spesso anche ilare, dove ciascuno ha trovato una propria collocazione, in base alle specifiche conoscenze, competenze e attitudini, collaborando alla ricerca di soluzioni che fossero il miglior compromesso tra creatività e limiti tecnici.

Anzitutto, un’accurata ricerca iconografica, che sarebbe poi diventata la piccola guida del cielo sopra Napoli, ha permesso di individuare i simboli e i miti più rappresentativi della cultura partenopea, da trasformare nelle geometrie delle nuove costellazioni. Ed ecco che, come per magia, Andromeda, la bella principessa etiope, ha preso le sembianze più familiari della bella sirena Partenope, il Grande Carro si è trasformato in un mandolino, i Gemelli sono diventati la Bella ‘mbrianae ‘o Munaciello. I personaggi, i simboli e i miti di Napoli si sono incastonati tra le stelle, in un’interpretazione tutta partenopea della volta celeste.

Costellazioni Napoletane
La costellazione dei Gemelli si è trasformata nella “La Bella ‘mbriana e il Munaciello”
Costellazioni Napoletane
La costellazione di Orione è diventata una moca per il caffè sbuffante!
Costellazioni Napoletane
Un simbolo iconico del mondo partenopeo non poteva mancare in un cielo napoletano moderno: Maradona.

La seconda fase del progetto è stata affidata a Ida De Rosa, appassionata di stelle e abile disegnatrice, dotata di quella dose di fantasia e di follia necessaria per sovrapporre alle immagini stilizzate, formate da punti e linee, le sue illustrazioni particolareggiate. Per alcune figure il lavoro creativo è stato immediato: ad esempio, per Orione, la cui forma richiama facilmente alla mente una tradizionale caffettiera moka, oppure per Cassiopea, con la sua sagoma a “M” in cui scorgere intuitivamente il Vesuvio e il Monte Somma. Anche la testa di Medusa o la Corona boreale erano perfette per contenere, rispettivamente, la testa di Maradona e la maschera di Pulcinella. Altri simboli, invece, hanno richiesto un lavoro artistico di immaginazione più complesso e non indifferente. È il caso della Pedamentina, una delle strade più note di Napoli caratterizzata da bellissimi scorci paesaggistici: affinché la sua forma potesse coincidere con le stelle che delineano la costellazione dell’Eridano, è stato necessario un disegno più stilizzato e meno realistico.

Costellazioni Napoletane
Cassiopea alla base del tracciato per il Vesuvio

A questo punto, non restava che rendere disponibile la neonata mappa del cielo napoletano attraverso un supporto informatico. La scelta è ricaduta su Stellarium, il planetario virtuale particolarmente apprezzato dagli astrofili, sia per le sue estese capacità di personalizzazione che per la fruibilità a titolo gratuito. Gino Civita, uno degli informatici del gruppo, si è assunto l’onere del lavoro!

Decine di finestre aperte sul desktop del computer, file di configurazione con i quali definire le stelle e le linee per ciascuna costellazione, parametri da selezionare, ricerche nei cataloghi stellari, immagini da scansionare e da adattare al formato richiesto da Stellarium: le giornate sono trascorse veloci.

Costellazioni Napoletane
Anteprima della proiezione delle Costellazioni Napoletane nel software planetario Stellarium.

Tutto era ormai pronto. Un clic ed ecco comparire finalmente sullo schermo il Cielo sopra Napoli! Un progetto impegnativo, nato quasi per scherzo, ma che oggi intende diffondere nel mondo, anche tramite le costellazioni, la meravigliosa cultura napoletana!

E voi, amici delle stelle, osservando il cielo e le costellazioni dalla vostra città, cosa ci vedete, in quei milioni di piccoli puntini luminosi?

ICONOGRAFIA DEL CIELO SOPRA NAPOLI

A cura del Gruppo Costellazioni dell’UAN (Unione Astrofili Napoletani)

Nelle schede a seguire la descrizione iconografica dei simboli della cultura partenopea riprodotti nel cielo sopra Napoli. L’iconografa comprende un’immagine reale dell’oggetto, il tracciato della costellazione con la traiettoria delle linee e la riproduzione grafica.

Scheda 01 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 02 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 03 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 04 Iconografia delle Costellazioni Napoletane
Scheda 04 Iconografia delle Costellazioni Napoletane

Come installare le Costellazioni Napoletane in Stellarium

Stellarium è disponibile gratuitamente per tutte le piattaforme (Unix, Windows e macOS) all’URL
Ecco i passi necessari per installare la cultura del cielo “Neapolitan”, realizzata dal Gruppo Costellazioni
dell’Unione Astrofili Napoletani, per un PC con sistema operativo Windows:
1. Vai all’URL https://stellarium.org/skycultures-list.html
2. Scorri la lista e fai clic su Neapolitan
3. Apri la cartella dove è stato scaricato lo zip. Solitamente, la cartella Download
4. Estrai il contenuto dello zip in una cartella qualsiasi. Entra nella cartella creata, troverai la cartella neapolitan con tutti i file necessari.
5. Copia questa cartella nella cartella C:\Program Files\Stellarium\skycultures
Il percorso potrebbe cambiare leggermente a seconda della versione di Windows. Ad esempio, invece
che Program Filespotresti trovare Programmi, oppure Programmi (x86)
6. Esegui Stellarium
7. Dal menu di sinistra scegli “Finestra delle opzioni del cielo”, oppure premi F4 sulla tastiera
8. Vai su “Culture del Cielo”
9. Scorri l’elenco di sinistra e scegli Neapolitan
10. Nel riquadro delle “Opzioni”, accanto a “Mostra etichette” scegli dal menu a discesa la voce “Nativo”
(in questo modo, vedrai le etichette in napoletano). Quindi, chiudi la finestra.
11. Per visualizzare anche i disegni, nel menu in basso seleziona “Figure delle costellazioni”, oppure premi to r sulla tastiera del computer
12. Divertiti con le Costellazioni napoletane!

Le Costellazioni Napoletane saranno presto disponibili nei planetari d’Italia. Segui Coelum per rimanere aggiornato.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

I CIELI DELL’APPENNINO ROMAGNOLO

I Cieli della Romagna
Cometa C/2020 F/3 Neowise. Canon 450D non modificata, Obiettivo Samyang 14mm F/4, Iso 800, singola posa da 30 secondi. Autori Cristina Cellini e Fiorenzo Mazzotti

NEL NUMERO 263 ABBIAMO INTERROTTO LA RUBRICA DEDICATA
AI LUOGHI MIGLIORI DA CUI FOTOGRAFARE CON UNA
MESSAGGIO DI CRISTINA CELLINI SULLO STATO DEL TERRITORIO
DOPO GLI EVENTI CHE HANNO COLPIO NELLO SCORSO
ANNO LA ROMAGNA. A DISTANZA DI UN ANNO RIPRENDIAMO
IL DISCORSO SU I CIELI DELL’APPENNINO ROMAGNOLO PROPRIO CON LA STESSA AUTRICE PER
RACCONTARE UN TERRITORIO DA RISCOPRIRE PASSO PASSO
MAGARI ANCHE CON QUALCHE SPUNTO PIU’ LUDICO!

ABSTRACT

L’articolo “I cieli dell’Appennino Romagnolo (aggiornamento 2024 post alluvione)” scritto da Cristina Cellini, Luca Argalia e Davide Alboresi Lenzi, offre una panoramica dettagliata sui siti migliori per l’osservazione astronomica nella regione dell’Appennino Romagnolo, focalizzandosi sulle esperienze post alluvione del maggio 2023. Gli autori raccontano come l’alluvione e le frane abbiano temporaneamente interrotto le loro attività, lasciando il territorio ancora segnato. Nonostante ciò, la determinazione a tornare alla normalità e a continuare l’osservazione astronomica ha prevalso, spingendo gli appassionati a cercare nuovi luoghi non colpiti dagli eventi atmosferici.

La maggior parte delle osservazioni astronomiche viene effettuata dall’osservatorio domestico degli autori situato nella campagna ravennate. Tuttavia, essi cercano costantemente nuove postazioni nelle montagne dell’Appennino, in luoghi con cieli meno inquinati dalla luce artificiale. Tra i siti descritti, Linaro-San Romano emerge come uno dei preferiti per il suo cielo scuro verso sud, ideale per la fotografia di nebulose e della Via Lattea. Monte Romano, sede dell’Osservatorio Astronomico del Gruppo Astrofili Antares, è un altro luogo storico per le osservazioni, sebbene sia parzialmente compromesso dall’inquinamento luminoso proveniente da Firenze.

Il Monte Fumaiolo è considerato il sito più buio dell’Appennino Romagnolo, nonostante alcune limitazioni dovute all’inquinamento luminoso e alla topografia locale. Altri luoghi di interesse includono il Monte Trebbio, recentemente reso accessibile grazie alla riapertura di una strada collinare, e l’agriturismo Cà Bionda, noto per essere un punto di ritrovo per gli astrofili e dotato di strutture adatte all’osservazione notturna.

In sintesi, il documento non solo evidenzia i migliori siti per l’astrofotografia ma trasmette anche la resilienza e la passione degli astrofili romagnoli nel superare le difficoltà causate dagli eventi naturali e continuare a esplorare i cieli stellati .

La Romagna: dove osservare

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Vi avevo lasciato un anno fa con la promessa di tornare a parlarvi dei cieli dell’Appennino Romagnolo, un racconto lasciato in sospeso a causa dell’alluvione e delle frane del terribile maggio 2023. È passato poco più di un anno da quegli eventi eccezionali e il nostro territorio è ancora pesantemente segnato, ma, fin dal primo momento, il desiderio di tornare al più presto alla normalità si è rivelato più forte di qualsiasi altro impedimento.

Una normalità che per noi significava anche tornare a fotografare sotto i cieli stellati, su quelle montagne capaci di regalarci sensazioni, sogni e soprattutto immagini irrealizzabili da quei cieli inquinati che ci ospitano quotidianamente. Molti luoghi sono, purtroppo, tuttora inaccessibili tanto che abbiamo trascorso buona parte della scorsa estate supervisionando le postazioni che frequentavamo maggiormente, ma ogni volta sbarre e cartelli ci ricordavano il divieto di accesso. Il nuovo anno non ha portato sostanziali miglioramenti, per cui in attesa di una normalità che vorrà il suo tempo per ristabilirsi e riprendendo in mano l’articolo, ho cercato di concentrare la mia attenzione su quei luoghi che non sono stati sin dall’inizio particolarmente coinvolti da quegli eventi.

Realizzo la maggior parte delle mie immagini astronomiche dal mio osservatorio domestico sito nella campagna ravennate, costruito insieme con mio marito, con cui condivido questa passione. Dalla mia postazione suburbana non è possibile dedicarmi alle foto a largo campo, a quella “Via Lattea”, ovvero il bordo della nostra galassia, ben visibile soprattutto in estate, ma che necessita di cieli più bui per emergere. Molte delle nostre passeggiate domenicali in Appennino sono mosse dalla ricerca di nuovi luoghi dove poterci posizionare con il nostro camper e la nostra strumentazione, sempre scegliendo cieli che ci regalino quelle immagini che non riusciamo a realizzare da casa.

Vi accompagnerò, quindi, alla scoperta di alcuni di quei luoghi, siti vecchi e nuovi che possono essere considerati i paradisi degli “astrofotografi” romagnoli.

I cieli di Romagna
La mappa estratta da http://lightpollutionmap.info
mostra la distribuzione dell’inquinamento luminoso nelle zone
del basso Forlì. Le aree più rosse sono quelle dove l’impatto
delle luci è più forte.

 

I cieli della Romagna
In alto: mappa dell’area con evidenziate le località suggerite. Google Maps.

Linaro-San Romano (FC)

Questo luogo è molto veloce da raggiungere da Ravenna, dista infatti circa 50 minuti da casa nostra. Si percorre la E45 (una superstrada ad alto scorrimento) in direzione sud (verso Roma) e, uscendo a Borrello, si seguono le indicazioni per Linaro. Poco prima del paese si prende una strada a destra che porta a Pieve di Rivoschio. Dopo il paese di San Romano la strada sale rapidamente, ma non è troppo stretta e non presenta particolari difficoltà. Al di là della rapidità per arrivarvi, quello che veramente colpisce è il cielo a sud favoloso, probabilmente uno dei migliori che io abbia mai visto! L’abbiamo scoperto la scorsa estate grazie all’amico Luca Argalia, che mi ha aiutato in parte della stesura di questo articolo. Si tratta di uno spiazzo di accesso ad un impianto fotovoltaico, con il fondo in ghiaino, ed è abbastanza ampio da consentire di posizionarsi con diversi telescopi. Nonostante il luogo sia solo a 400 metri sul livello del mare, il sud, come dicevo, è fantastico, bello scuro fino all’orizzonte; stessa cosa non si può dire del nord/est, dove le luci della riviera risultano molto più invadenti. Nella prima serata avevo in mente di dedicarmi alle nebulose fra Scorpione e Ophiuco ed ho puntato la mia QHY533C, dotata di obiettivo Samyang 35mm e montata sull’astro inseguitore Skywatcher StarAdventures, proprio su questi oggetti. Contemporaneamente avevo montato la reflex Canon R8 non modificata sulla Ioptron IEQ30 per fotografare la Via Lattea tra lo Scorpione e il Sagittario, con l’obiettivo da 85mm. Una notte magica, dove tutto è filato liscio, cosa che non succede praticamente mai. Tornata a casa ero curiosa di elaborare le immagini, soprattutto quelle fatte con la reflex e l’attesa è stata ripagata nel vedere che erano comparse anche la “Zampa di gatto” (NGC6334) e “l’Aragosta” (NGC6357), due nebulose davvero difficili da catturare alle nostre latitudini.

I cieli di Romagna
La strumentazione dell’autrice durante la prima serata a Linaro. Autore Cristina Cellini

Capirete quindi con quanta trepidazione ho atteso di tornare in quel luogo, cogliendo l’occasione proprio per concentrarmi sulle due nebulose, che avevo già fotografato una volta singolarmente da casa, ma che meditavo da tempo di rifare, trovando la situazione giusta.

L’occasione si è ripresentata la settimana successiva anche se, qualche problema con l’attrezzatura, non mi ha permesso di sfruttare tutta la finestra temporale di ripresa (dicevamo appunto che quasi mai va tutto liscio..). Puntando oggetti a latitudini così basse, avevo scelto di riprendere utilizzando il filtro Optolong L-extreme, un filtro a doppia banda stretta che lascia passare le emissioni in idrogeno e in ossigeno, proprio quelle che mi servivano per realizzare l’immagine. I risultati mi hanno dato ragione permettendomi di realizzare una buona immagine, avessi a disposizione un numero di pose inferiore a quanto pianificato.

Ora aspetto la prossima estate per provare altri oggetti “bassi”, fra cui M6 e M7, due meravigliosi ammassi aperti del catalogo Messier (vedi rispettivamente COELUM 259 E 260), che ho già ripreso una volta da casa, ma che vorrei riprendere da cieli migliori.

I Cieli della Romagna
la Via Lattea fra Scorpione e Sagittario: Canon R8 non modificata;
obiettivo Canon 85mm F/4; montatura Ioptron IEQ30;
12 pose da 2 minuti – Iso 800; Calibrata con dark;
Elaborazione: Astroart8 e Paint Shop Pro2023. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

 

I Cieli della Romagna
NGC 6357 Aragosta e NGC 6334 Zampa di Gatto: Obiettivo Samyang
135mm F/4 – QHY533C raffreddata -10; Montatura Skywatcher StarAdventures
– Nessuna autoguida ; Filtro Optolong L-Extreme – 31x3min;
Acquisizione: Astroart8 – Calibrata con Dark.Elaborazione: Astroart8, MaximDL5
e Paint Shop Pro 2023. Autori Cristina Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Monte Romano (RA)

È il luogo “storico” degli astrofotografi, dove si trova anche l’osservatorio Astronomico del Gruppo Astrofili Antares di Cotignola. Un cucuzzolo con poca vegetazione, dove a volte il vento la fa da padrone. Ricordo un anno in cui ci andammo per partecipare ad una Maratona Messier. Era marzo e, dopo aver piazzato l’attrezzatura e iniziato l’osservazione degli oggetti, si alzò un vento dispettoso che ci fece volare via tavoli, sedie e l’attrezzatura più leggera. Il luogo si raggiunge da Faenza (RA) percorrendo la strada provinciale che porta verso Firenze. Arrivati all’abitato di San Martino in Gattara ci si inerpica, verso destra, per una strada più stretta (sempre asfaltata) che porta all’osservatorio. Durante il periodo estivo l’osservatorio propone diverse attività, soprattutto di osservazione del cielo. I soci possono sistemare i loro telescopi sul grande prato prospicente l’osservatorio, ma ci sono anche diverse piazzole, lungo la strada che porta all’osservatorio, che si rivelano molto utili per chi vuole fotografare in solitaria, godendosi una serata di relax sotto le stelle. Purtroppo, nel corso degli anni, il sud/ovest è gradualmente peggiorato, soprattutto a causa delle luci provenienti dalla città metropolitana di Firenze, che si trova proprio in quella direzione.

I Cieli della Romagna
Via Lattea da Monte Romano. Canon 450D non modificata, Obiettivo
Samyang 14mm F/4, 5 immagini da 30 secondi a Iso 800. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Ci siamo recati sul posto in occasione del passaggio della cometa C/2020 F3 Neowise, ma la serata non è stata delle migliori, soprattutto a causa del transitare di nuvole che hanno rubato parte delle ore di buio.

I Cieli della Romagna
Cometa C/2020 F/3 Neowise. Canon 450D non modificata, Obiettivo
Samyang 14mm F/4, Iso 800, singola posa da 30 secondi. Autori Cristina
Cellini e Fiorenzo Mazzotti

Monte Fumaiolo (FC)

Il monte Fumaiolo (1407 m s.l.m.) è una cima dell’Appennino Tosco-Romagnolo, in quella parte che viene definita “Appennino Cesenate”. È noto soprattutto perché vicino alla sua vetta, a 1268 m s.l.m. è situata la sorgente del fiume Tevere. Oltre al fiume Tevere, il Monte Fumaiolo ospita la sorgente del fiume Savio, una montagna tutto sommato importante. A questo monte è legato anche un aneddoto storico: fino all’epoca fascista il territorio attorno al monte Fumaiolo (che corrisponde all’odierno comune di Verghereto, in provincia di Forlì-Cesena), faceva parte della Toscana. Nel 1923 Benito Mussolini, senza ragione geografica, ma per dare importanza alla propria terra d’origine, decretò una modifica dei confini tra le province di Arezzo e Forlì, includendo in quest’ultima la sorgente del Tevere, “fiume sacro ai destini di Roma”. Per sancire l’importanza di tale avvenimento fu organizzata un’imponente manifestazione pubblica e nel punto dove sorge il Tevere fu inaugurato un monumento marmoreo con i simboli della Roma Imperiale: l’aquila e la lupa capitolina.

A detta di molti è il posto più buio dell’Appennino Romagnolo. Personalmente non ci siamo mai stati, ma l’amico Luca Argalia vi si è recato diverse volte e mi ha fornito queste informazioni sul luogo.

Il sito osservativo situato nei pressi del monte Fumaiolo si trova a 1240 m sul livello del mare, vicino ad un luogo panoramico detto ” i sassoni “, poco prima del valico. Si può godere di un buon cielo, un bortle 4, con però alcune limitazioni. La zona est è coperta proprio dal monte Fumaiolo, alto 1400 m circa, mentre la zona nord e un po’ il sud sono disturbati dall’inquinamento luminoso. Osservando a quota più alta, ed essendo il luogo a cavallo tra Romagna e Toscana, non vi sono montagne che schermano le luci della pianura e dei paesi toscani. 

Dista circa 90 km da Ravenna e si raggiunge percorrendo la E45 fino a Quarto. Si seguono prima le indicazioni per Acquapartita e Alfero, poi quelle per il monte Fumaiolo. Il luogo di osservazione non è molto ampio; io in genere mi servo di un paio di piazzole a bordo strada o al limite del prato, nonostante un po’ di pendenza, quando non vi sono al pascolo le mucche. C’è chi invece si reca proprio ai “sassoni”, dove c’è uno spiazzo più nascosto dalla strada; il dazio da pagare è il trasporto a mano della varia attrezzatura per una trentina di metri, visto che un’auto normale non può affrontare quest’ultimo pezzo di sentiero.”

I cieli della Romagna
NGC6888 – Crescent nebuladal Fumaiolo (autore Luca Argalia)
Dati: 64 x 300 sec a gain 5 e offset 25 @ -15° c + 117 dark + 30 flat e
darkflat – Filtro: Astronomik UV/IR Block L2
Montatura: EQ6 pro – Ottica: Takahashi FSQ106
Sensore: QHY168C – Cam guida e tele: magzero mz5-m su Scopos 62/520
Software acquisizione: nina e phd2 – Software sviluppo: AstroPixelProcessor
e Photoshop – Temperatura esterna: 12 ° C – Umidità 37%

Monte Trebbio (FC)

La scorsa primavera ci siamo accorti della riapertura di parte di una strada collinare che da Faenza porta verso Modigliana, passando dal monte Trebbio (SP73-SP81). Si devono percorrere circa 20km da Faenza (RA), più o meno 30 minuti di viaggio, per una strada un po’ stretta, ma senza particolari difficoltà. Avevamo già supervisionato il posto diverse volte avendo notato lungo la strada alcune piazzole, non troppo grandi, ma sufficienti per posizionarci con il nostro camper e con la strumentazione. Nei pressi si trova anche un rudere chiamato “Castellaccio della Pietra”, raggiungibile solo a piedi a causa della pendenza della strada di accesso. Poco dopo, lungo il crinale, si trova un bel campeggio (https://www.lalunasultrebbio.it/), con un’ottima cucina che abbiamo sperimentato personalmente per ciò mi sento di consigliarlo non si vive di sola astronomia! Parlando con i gestori abbiamo saputo che durante l’estate vengono organizzate delle serate osservative, inoltre si mostrano molto disponibili verso gli astrofili, acconsentendo a spegnere le luci nel caso di presenza di astrofotografi al lavoro all’interno del campeggio. Visitando il campeggio, ci siamo recati nella parte più alta dove è presente un ampio spazio per poter posizionare l’attrezzatura. La visuale sud è priva di vegetazione, e sembra adatta a riprendere anche oggetti bassi sull’orizzonte. Il campeggio dispone anche di bungalow e piscina, perché quindi non provare ad unire l’utile al dilettevole? Ci siamo ripromessi di tornarvi durante l’estate, per testare direttamente la qualità del cielo.

L’autrice

Civitella Agriturismo Cà Bionda

Questo agriturismo è votato all’astronomia da sempre. Si raggiunge partendo da Forlì e seguendo le indicazioni per Meldola – Santa Sofia, lungo la strada che porta verso la Campigna, un’altra località ben nota agli astrofili locali, dove in passato si svolgeva un famoso Star Party. Ora, nel piazzale dove si svolgeva lo Star Party, è stata creata un’area sosta camper attrezzata con luci che non consentono più di dedicarsi alla fotografia notturna del cielo… Tornando all’agriturismo, ci siamo stati una ventina di anni fa, quando era frequentato assiduamente dal gruppo Astrofili Forlivesi, che aveva sul luogo un proprio osservatorio. Poi è nato nostro figlio, e per tanti motivi non siamo più riusciti a tornarvi. Sapevamo anche che il gestore di allora, che conoscevamo bene, aveva lasciato l’attività e ultimamente, soprattutto in seguito all’alluvione e alle frane, ci chiedevamo quale fosse la situazione dell’agriturismo e dell’osservatorio. La risposta l’ho trovata qualche giorno fa scorrendo le notizie di Facebook. Ho notato un post di un amico che, proprio unendo l’utile al dilettevole, era andato a fotografare lassù. Così ne ho approfittato per chiedergli qualche aggiornamento sulla situazione attuale.

Foto Davide Alboresi Lenzi

Questo è quello che mi ha risposto l’amico Davide Alboresi Lenzi.

Situato a Civitella di Romagna sulle splendide colline adiacenti il Parco delle Foreste Casentinesi, l’Agriturismo Ca’ Bionda offre ricettività in un ambiente molto bello, con una particolare cura ed attenzione alla natura ed al relax, un’ottima cucina ed un rapporto qualità prezzo eccellente. Al di sopra della struttura, salendo per un centinaio di metri, si raggiunge un pianoro che si trova a circa 350 m di quota s.l.m. Questo ampio terrazzo naturale offre una vista a 360° mozzafiato, tanto più che è inserito nel circuito “Big Bench Community Project” delle panchine panoramiche. Dal punto di vista dell’astronomia i gestori sono più che friendly: a richiesta hanno spento le luci, comunque tenui, della struttura favorendo il buio. Il pianoro è oltretutto comodamente raggiungibile con le auto, per poter scaricare/caricare la strumentazione astronomica.

Veniamo al cielo: purtroppo un giudizio obiettivo al 100% non posso ancora darlo: veli e foschia hanno favorito l’inquinamento luminoso proveniente da Forlì, ad est della struttura (la prima notte, la seconda copertura al 100%). Ma da SSE a N, in senso orario, si può invece godere di un cielo molto buono, con scarsissimo inquinamento luminoso. La casetta presente, adesso vuota, era un vecchio osservatorio e la collocazione la dice lunga sulla possibile qualità del cielo, garantita appunto dalla presenza del Parco naturale adiacente (direzione O). Lo spazio sul pianoro è molto ampio, concedendo la possibilità di organizzare eventuali star party (ne ho parlato col gestore che è rimasto entusiasta all’idea). In conclusione, lo considero un posto assolutamente da provare per gli astrofili. E se è brutto tempo il cinghiale di nonna Otelia vi farà tornare il buon umore.

I cieli di Romagna
Via Lattea dalla Cà Bionda
Pentax K70 – Zoom Pentax @ F=16mm, f/3.5 – 26×60 sec @ 3200 ISO
con autodark – Astrotracer – Elaborazione: Nebulb+Photoshop
Autore: Davide Alboresi Lenzi

Conclusione

Siamo giunti alla fine di questo viaggio astronomico. Sicuramente il nostro Appennino risente in parte dell’inquinamento luminoso proveniente dalla pianura padana, ma si trovano ancora luoghi in cui si può ritrovare quel cielo stellato che tanto ci riporta in pace con noi stessi. Chissà se qualcuno dei luoghi che vi ho descritto ha stuzzicato la vostra curiosità, e magari potrebbe essere la meta di un futuro viaggio in cui unire la passione per il bel cielo a quella per il buon cibo. Del resto, siamo “romagnoli” e come diceva sempre un mio amico astrofilo: “se gli affari vanno male (osservazioni astronomiche) il corpo non deve patire!”.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

In Calabria tanta Astronomia!

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Appuntamenti a tema astronomico in Calabria nelle prossime settimane

Grazie alle segnalazioni del nostro caro autore prof. Francesco Veltri, ecco gli eventi a tema astronomico organizzati nella regione Calabria. Durante gli eventi sarà possibile osservare il cielo guidati alla scoperta di costellazioni ed astri notevoli. Si inizia il 1 agosto a Marcellinara, Città che Legge, in provincia di Catanzaro, con la Serata di Osservazione Astronomica. L’appuntamento è in piazza F. Scerbo per l’osservazione guidata ad occhio nudo (partecipazione gratuita e senza prenotazione). Si prosegue poi con tre eventi successivi organizzati in collaborazione con il FAI Fondo Ambiente Italiano sabato 3 e domenica 11 e 25 agosto. L’appuntamento è a Località Croce di Magara a Spezzano della Sila un’emozionante esperienza guidata dall’esperto astrofilo Francesco Veltri che illustrerà le meraviglie del cielo attraverso un’osservazione astronomica ad occhio nudo: un appassionante viaggio alla scoperta di stelle, costellazioni e miti sotto il cielo dei Giganti della Sila che faranno da sfondo ad una passeggiata in notturna dal grande fascino. Per info 366 6152986 oppure  faisila@fondoambiente.it

AllSkyCam fai-da-te

AllSkyCam

ABSTRACT

L’articolo descrive la realizzazione di una AllSkyCam fai-da-te, una camera che riprende tutto il cielo, utile per astrofili e astrofotografi per monitorare in tempo reale le condizioni della volta celeste. Questo dispositivo diventa indispensabile quando si opera da postazioni remote, permettendo di decidere se iniziare o terminare una sessione di ripresa.

L’idea nasce dalla necessità di sostituire una AllSkyCam non più funzionante dell’associazione ADARA. I costi dei nuovi modelli erano elevati, quindi si è optato per una soluzione economica fai-da-te utilizzando un Raspberry Pi con una camera compatibile, montato in una scatola stagna. Il costo totale è inferiore ai 250 euro.

Per il software, si è scelto frankAllSkyCam, un programma gratuito e leggero che fornisce funzionalità essenziali come gli orari di alba e tramonto, le fasi lunari, umidità e temperatura. La costruzione richiede componenti come un Raspberry Pi4, una scheda micro-SD ad alte prestazioni, una camera Pi HQ Cam, una lente fish-eye, resistenze anticondensa, un relè, un sensore di temperatura e umidità, una scatola stagna, un alimentatore e vari cavi e connettori.

L’articolo guida passo dopo passo l’assemblaggio, dalla preparazione della scatola, al montaggio dei componenti, alla configurazione della camera e del software. La messa a fuoco della camera può essere effettuata tramite un monitor locale o streaming video.

Il software frankAllSkyCam include funzionalità come la visualizzazione in tempo reale delle immagini del cielo, l’indicazione dei pianeti principali, la generazione automatica di timelapse e startrail, e l’integrazione con sensori interni ed esterni per monitorare le condizioni ambientali e gestire il sistema anticondensa. La configurazione del software è flessibile, permettendo di personalizzare aspetti come la risoluzione delle immagini, i parametri dei sensori e l’upload delle immagini su un sito web remoto.

Il progetto, testato in diverse condizioni climatiche per oltre due anni, si è dimostrato affidabile e stabile. Il software è disponibile su GitHub e offre una soluzione economica e facile da implementare per gli astrofili.

Realizzare una AllSkyCam e farla funzionare in pochi minuti con un software gratuito

Cos’è una AllSkyCam? A cosa serve?

Si tratta di una camera che inquadra tutto il cielo, da cui, il nome AllSkyCam. È molto utile agli astrofili, specialmente agli astrofotografi perché, grazie all’immagine del cielo in tempo reale, si riesce a guardare lo stato della volta celeste e, quindi, a capire se è il caso di cominciare/terminare una sessione. È evidente che diventa davvero necessaria quando si lavora da postazioni remote. In questi casi, la AllSkyCam è l’unico mezzo per capire in autonomia la situazione attuale e la tendenza evolutiva del cielo.

Alcuni astrofili usano la AllSkyCam per catturare foto delle meteore. Altri ancora, per generare simpatici video Timelapse del cielo e, perché no, la classica “strisciata al polo”, nota come “startrail”.

L’idea

Tutto è nato per necessità. Nella nostra associazione astrofili ADARA, sita a Brallo di Pregola, un’incantevole località dell’Oltrepò Pavese, avevamo già una AllSkyCam in servizio da diversi anni. Era la nostra finestra sul cielo, il nostro “corrispondente” che ci comunicava se potevamo attivare le nostre postazioni remote e cominciare le sessioni di ripresa.

Improvvisamente, la nostra AllSkyCam ha cessato di funzionare. Così, ci siamo posti il problema di sostituirla con una nuova. Pronti a cercare il nuovo modello… ed ecco l’amara sorpresa: per sostituirla con qualcosa di più recente, si sarebbe arrivati a spendere almeno 700 euro per un modello base, se non di più.

Subito ci sembrano troppi. Ci domandiamo: è mai possibile che, con la disponibilità di sensori CMOS a basso costo e con la diffusione delle videocamere di sorveglianza, ormai disponibili per qualche decina di euro, si debba arrivare a cifre così elevate?

Dopo un veloce giro in rete, troviamo l’alternativa fai-da-te. Ci occorre un Raspberry PI con una camera compatibile (ne esistono diversi modelli). Il tutto va montato in una scatola stagna, con una apertura protetta verso il cielo. Poi, un po’ di software per gestirla. E te la cavi con meno di 250 euro.

E il software? Girando per il web, è stato facile trovare diversi progetti open source, molto evoluti e molto carini, che arrivano a fornire funzionalità che, francamente, vanno anche oltre le nostre esigenze. Ed è proprio questo il punto. Qual è il problema da risolvere? Nel nostro caso, capire le condizioni del cielo ed avere qualche informazione a corredo, tipo:

  • Quando sorge/tramonta il sole e comincia/finisce il buio astronomico?
  • Quando sorge/tramonta la luna?
  • Qual è la fase lunare attuale?
  • Umidità e temperatura?

Insomma, sono queste le informazioni di base che ci aiutano a pianificare una sessione di ripresa o le attività da visualista.

Ebbene, in questo articolo vedremo come realizzare una AllSkyCam completa e ci affideremo ad uno dei software più leggeri esistenti. Si tratta del frankAllSkyCam, realizzato da… me!

Vediamo ora come costruirla.

La realizzazione

Va precisato che quando ti cimenti in un progetto fai-da-te, costruisci prototipi, capisci quello che non funziona, quello che va modificato. Commetti errori, impari e migliori. E questo ahimè ha un impatto economico. Ho comprato pezzi inutili, parti inadeguate, distrutto componenti… ma sono arrivato al risultato atteso. Ci sono arrivato divertendomi e raggiungendo un livello di prestazioni stabile. Le sperimentazioni, una volta realizzato il tutto, sono durate oltre un anno: la AllSkyCam è stata testata in ogni stagione e condizione meteo. E quindi neve, sole, pioggia, grandine e temperature estreme hanno aiutato a correggere il tiro e migliorare nel tempo. Ormai sono oltre due anni che le AllSkyCam installate lavorano bene. Il livello di maturità è soddisfacente e lo scopo di questo articolo è cercare condividere la mia esperienza per aiutare gli astrofili interessati ad arrivare velocemente alla realizzazione, evitando di commettere di nuovo gli stessi errori.

Partiamo subito dall’occorrente. Ecco la lista della spesa:

  • Raspberry Pi4 Model B. Va benissimo il modello 4GB RAM. Costo intorno ai 100 euro. Attenzione. Va bene anche un Pi Zero, anche se lo sconsiglierei. Alcuni amici astrofili hanno testato con il Pi zero e funziona senza problemi. Ovviamente, la generazione dei timelapse è veramente lenta. Andrebbe bene anche un vecchio Pi3 ma più avanti scopriremo che disporre di un Pi4 può offrire anche altre opportunità.
  • Una schedina di memoria micro-SD Card. Ho scelto quella ad alte prestazioni, essendo esposta alle intemperie h24. Nella mia esperienza, quelle ordinarie si danneggiano dopo qualche mese. I modelli “high endurance” sono molto più affidabili. Bastano 32GB. Ma vista la poca differenza di prezzo, ho scelto il taglio da 64GB, reperibile a circa 30 euro.
  • Una camera Raspberry Pi. Io ho optato per la Pi HQ Cam, ma funziona qualsiasi PiCam. Anche le ben note ArduCam. L’importante è che queste camerine funzionino con il pacchetto libcamera. Naturalmente è necessario il cavo flat per il collegamento della camerina. Di solito viene fornito a corredo. Il costo della HQ Cam si aggira intorno ai 65 euro
  • Lente fish-eye da montare davanti alla camerina. L’ho recuperata a circa 15 euro (170° totali, 1,7mm di focale).
  • Resistenze per evitare la formazione di condensa. Si possono utilizzare 2 striscette adesive da 12W, alimentate a 12V. Costo sui 10 euro. Naturalmente, è possibile usare qualsiasi altro tipo di resistenza (purché scaldi abbastanza) ma questo richiede alcune considerazioni che faremo più avanti, in un paragrafo dedicato.
  • Relè per comandare l’accensione/spegnimento delle resistenze. Circa 5 euro.
  • Sensore di temperatura e umidità, per misurare le condizioni interne al box. Circa 8 euro.
  • Scatola per contenere il tutto (esempio una IP65). Si recupera tra i 15 e i 20 euro.
  • Alimentatore 12V 10A, circa 10 euro.
  • Convertitore DC 12V – 5V per alimentare il Raspberry, circa 10 euro.
  • Connettore “aeronautico” RJ45, per collegare la AllSkyCam al cavo LAN. Evitabile se si dispone di copertura WiFi. Per prenderne 2 ci vogliono circa 15 euro.
  • Passacavi ermetico, per il cavo di alimentazione. Costa circa 1 euro se comprato in un Brico.
  • Cupolino in plexiglass, diametro da 3,5 pollici. Una dimensione maggiore risulta essere più sensibile a problemi di condensa interna. Costo inferiore ai 10 euro.
  • Una piccola tavoletta di legno multistrato, delle dimensioni della base della scatola elettrica, da inserire come supporto su cui montare i vari componenti.
  • Un po’ di cavo elettrico rosso-nero (DC)
  • Alcuni cavetti jumper Dupont, per collegare i sensori ed il relè al Raspberry PI. Un pacco intero costa sui 10 euro.
  • Silicone, per sigillare il cupolino alla scatola elettrica.
  • Un sacchetto da 50g di silica gel da lasciare nella scatola elettrica. Un pacchetto da 6 costa circa 15 euro.

Come si può notare, l’intero costo si aggira intorno ai 300 euro. Direi che tutto l’occorrente è reperibile su Amazon.

Assembliamo la nostra AllSkyCam!

Procediamo per passi.

  1. La scatola deve essere dotata di un fondo “millefori” su cui montare i componenti. La mia ne era sprovvista, ragion per cui è stato necessario sagomare una tavoletta in multistrato su cui montare i componenti da posizionare sul fondo della scatola. Bisogna avere l’accortezza di non coprire tutto il fondo, ma lasciare una zona libera, per consentire l’ingresso del cavo LAN e del cavo di alimentazione 12V, che entreranno, appunto, dal fondo attraverso, rispettivamente, un connettore aeronautico RJ45 ed un passacavi. È ovvio che, in caso di uso del WiFi, entra solo il cavo di alimentazione. Va fatta una precisazione su questo punto. Il Raspberry Pi può essere alimentato con un PoEHat, cosa che ho voluto evitare per limitare i costi ed anche perché, nel caso specifico, la posizione della SkyCam è raggiunta dall’alimentazione.
  2. Successivamente sono da posizionare il Raspberry Pi, l’adattatore DC 12V-5V ed il relè (che dovrà comandare le resistenze anticondensa) nel fondo della scatola cercando di ottenere la migliore combinazione di posizioni nella zona destra, lasciando, sul lato opposto, lo spazio per poter sistemare la camera.  Una volta individuata la disposizione più ottimale dei componenti, è preferibile procedere con le operazioni di montaggio vere e proprie fuori della scatola, sulla tavoletta di legno sagomata, in modo da avere gradi di libertà nelle attività di assemblaggio.
  3. Trovato un layout comodo, si procede con il fissaggio dei componenti, semplicemente avvitandoli sulla tavoletta di cui sopra (in alternativa, si possono usare dei ganci con fascette a stringere).
  4. Trapano alla mano, si praticano 2 fori nel fondo della scatola per installare rispettivamente il passacavi attraverso il quale arriverà l’alimentazione 12V, ed il connettore aeronautico per il cavo LAN RJ45. Una nota. Se si vuole, si può evitare il connettore LAN RJ45 ed utilizzare, al suo posto, un normale passacavi. In tal caso, si passa il cavo 8 poli (Cat. 5e o 6) e poi si crimpa il connettore RJ45 maschio. Il problema però è che, in caso di smontaggio della AllSkyCam per manutenzione, dovremo tagliare il cavo e poi, al montaggio, ri-crimpare lo spinotto RJ45.
  5. E’ il momento di collegare i primi cavi. La linea 12V deve arrivare direttamente all’alimentatore del Raspberry (convertitore 12V-5V) ed alle resistenze anticondensa, qui previa connessione al relé che ne comanderà accensione e spegnimento. Il connettore aeronautico andrà nella presa LAN del Raspberry.
  6. Il relè offre, da un lato, tre connessioni verso il Raspberry: tensione di riferimento, tensione 5V+ e comando. Qui suggerirei di collegarli alla board del raspberry, tramite i cavetti Dupont, ai pin n.2 (5V), n.6 (Gnd)e n.18 (GPIO 24). E’ possibile scegliere anche pin diversi. Dall’altro lato, il relè offre l’uscita di tensione che alimenterà le resistenze.
  7. E’ il momento di installare la camera di ripresa, nel nostro caso, la Pi HQ Cam. L’ho fissata al fondo della scatola usando dei piedini ad “L”, che hanno, sulla base, un foro di fissaggio e sull’apice, un foro filettato che consente il montaggio della camera. Naturalmente, dovremo montare la lente grandangolare, semplicemente avvitandola davanti al sensore CMOS. La camerina dovrà essere “innalzata” per uscire dalla scatola fino a sfiorare la superficie interna del cupolino. Quindi, va considerato l’uso di prolunghe facilmente reperibili anche su Amazon. Per regolare l’altezza, occorre quindi montare il cupolino al coperchio della scatola (vedi punti successivi) e poi fissare l’altezza definitiva della camera CMOS, che andrà collegata, tramite il suo cavo flat, alla board del Raspberry Pi, facendo attenzione al verso del cavo, il cui pin 0 è tipicamente quello azzurro (seguire il foglietto di istruzioni).
  8. E’ giunto il momento di forare il coperchio della scatola elettrica per il successivo montaggio del cupolino.  Occorre una fresa montata ad un trapano. Il foro deve essere centrato in corrispondenza dell’obbiettivo della camerina CMOS e deve avere un diametro tale da poter consentire il successivo montaggio del cupolino. In altre parole, se il diametro interno del cupolino è 3 pollici (circa 7,7cm) farei un foro da 6cm. Occorre, quindi, una fresa da 6cm. Effettuato il foro, procediamo con il fissaggio del cupolino. Questo, tipicamente, dispone di una serie di fiorellini sulla sua base di appoggio. E’ necessario praticare i fiorellini corrispondenti anche sul coperchio della scatola elettrica, in modo da consentire il fissaggio tramite piccoli perni e bulloni (tipicamente M2 o M3). Prima di avvitare, dobbiamo distribuire della colla siliconica sulla base di appoggio del cupolino. Dopo l’avvitatura dello stesso, occorre sigillare per bene i bordi esterni del cupolino stesso.
  9. Montiamo ora le resistenze anticondensa. Ho utilizzato 2 striscette adesive da 12Watt. Mi sono accorto che producono un calore molto forte. L’idea era di attaccarle al cupolino, ma avrei rischiato deformazioni al plexiglass, per cui le ho incollate ad una striscetta di silicone che ho poi sistemato all’interno del cupolino. Le resistenze andranno collegati al polo positivo, in uscita dal relè, ed al polo negativo dell’alimentazione generale.

Ora che tutto è pronto, non rimane altro che installare il sistema operativo e procedere con la messa a fuoco della camera. Soltanto dopo sarà possibile chiudere definitivamente la scatola con le sue viti. Da notare che la Pi HQ Cam è quanto più possibile vicina al cupolino, in modo da limitare le distorsioni di immagine.

AllSkyCam
A sinistra – Particolare della AllSkyCam.
Si notino le resistenze montate direttamente sul lato interno del cupolino, poi dopo
rimosse per l’eccessivo calore generato.

La preparazione del software di sistema

E’ necessario disporre di una microSD Card (32GB è già sufficiente). La card va preparata con il sistema operativo Bullseye. Per far questo, occorre utilizzare il Raspberry PiImager (disponibile al sito www.raspberry.com/software), un tool molto semplice da usare.

Una volta installato sul PC/Mac, prima di scrivere l’immagine sulla microSD, vanno configurate le opzioni base (es. Hostname, WiFi/LAN, layout tastiera, time zone, username/password), ma questa configurazione esula dallo scopo di questo articolo. Va detto che il software AllSkyCam non necessita del sistema operativo completo di desktop. La versione “Lite” va più che bene. Anzi, è raccomandata.

Procediamo ora con il primo avvio del sistema. Inseriamo la scheda microSD nel Raspberry Pi, colleghiamo un monitor e, una volta avviato il sistema, procediamo all’aggiornamento del sistema operativo, digitando, al prompt dei comandi:

  • sudo apt update
  • sudo apt upgrade(alla eventuale domanda, rispondere y)

Adesso bisogna installare alcuni pacchetti software. E’ necessaria la connessione ad internet.

  • pip (per l’installazione di pacchetti Python, dovrebbe già essere presente nel sistema) – sudo aptinstall python3-pip
  • ImageMagick (libreria pythonper la gestione delle immagini) – sudo apt-get install libmagickwand-dev
  • ffmpeg (software per la generazione video, nel nostro caso, timelapse) – sudo aptinstallffmpeg

Procediamo adesso con la messa a fuoco della camera, digitando: libcamera-vid -t 100000

Ora vedremo, al monitor locale, il video trasmesso dalla Pi HQ Cam. Possiamo quindi mettere a fuoco ruotando la ghiera della camera, avendo cura di inquadrare il cielo. Possiamo aumentare la durata del video aumentando il valore 100000 della riga di comando. Nota: se non abbiamo un monitor da collegare al Raspberry Pi, possiamo comunque generare uno stream video e renderlo disponibile sulla rete: libcamera-vid -t 0 —inline —listen -o tcp://0.0.0.0:8888

Dopodiché, da un’altra postazione sulla stessa rete, possiamo usare, ad esempio un client VLC ed aprire il network stream, indicando l’indirizzo IP del Raspberry Pi e la porta sulla quale il Raspberry sta generando lo streaming (es. tcp/h264://raspberrypi.local:8888). La messa a fuoco tramite streaming video non è il massimo. Bisogna tener conto di qualche secondo di ritardo introdotto dalla trasmissione. Per cui bisogna procedere con piccole rotazioni della ghiera di messa a fuoco ed attendere di vedere l’effetto sul client video.

Una volta terminata la messa a fuoco, possiamo inserire nella scatola il sacchetto di silica gel e chiudere la AllSkyCam.

Nota: frankAllSkyCam utilizza il software libcamera (incluso nell’ultimo sistema operativo Raspberry). La versione precedente (raspistill) non è supportata.

Configurazione di frankAllSkyCam

È possibile configurare diversi aspetti, dalla risoluzione dell’immaginealla dimensione del font di caratteri, alla posizione del testo sull’immagine, etc. Ma concentriamoci sugli aspetti più importanti, lasciando gli altri settings con i valori predefiniti.

Il file di configurazione è situato in: /home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

Per modificarlo,è possibile utilizzare l’editor nano: nano /home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

Parametri base:

  • inte = AstroBrallo.com #nome della AllSkyCam
  • latitude = 44,73#latitudine del sito di osservazione
  • longitude = 9.31   #longitudine del sito di osservazione
  • time_zone = Europe/Rome   #time zone
  • nel caso in cui si possegga un SQM-LE, bisogna abilitarlo in questo modo:
  • use_sqm = y   #y = ho un SQM-LE; n=non ho un SQM-LE
  • ip_addess = 192.168.1.10 #indirizzoipdel dispositivo SQM_LE
  • port = 10001  #porta di comunicazione del SQM LE
  • write_log = n #abilitazione ai log

Se si vuole utilizzare un sito web esterno su cui pubblicare l’immagine AllSky, bisogna configurare i seguenti parametri FTP:

  • isFTP=True   #True = attivo il trasferimento verso sito web esterno. False=no
  • FTP_server = tuo_ftpserver.com
  • FTP_login = tuo_nomeutente
  • FTP_pass = tua_password
  • FTP_uploadFolder =tua_upload_dir
  • FTP_filenameAllSkyImgJPG = allskycam   #solo nome file. Non aggiungere “.jpg”
  • FTP_fileNameStarTrailJPG = /startrails/starTrail.jpg  #nome file startrail
  • FTP_fileNameTimelapseMP4 = /videos/frankAllSkycam  #cartella dei video timelapse

In base alla configurazione di cui sopra, la allskycam, le immagini startrail e i video timelapse verranno caricati su un sito remoto, tramite FTP. Naturalmente, se non si desidera usare un FTP remoto basta impostare isFTP=False

Due ulteriori parametri abilitano/disabilitano la generazione dei timelapse:

  • nightTL = True   #True = viene generato il timelapse notturno; False = no
  • fullTL = True#True = viene generato il timelapse 24h; False = no

Il file allskycam_night.mp4 mostrerà solo il timelapse notturno, dal tramonto all’alba e verrà generato se nightTL = True

Analogamente, allskycam_24h.mp4 mostrerà le 24 ore e verrà generato se fullTL = True

Ci sono alcune altre opzioni. Il file config.txt è autoesplicativo ed è possibile personalizzare molti aspetti, incluso il logo, l’immagine della bussola, e “dati extra” che potremmo decidere di scrivere sulla nostra immagine AllSkyCam, ad esempio informazioni provenienti da sensori esterni,quali la velocità del vento, l’umidità, la temperatura e/o altro.

Una volta completata la configurazione, è necessario verificare se il tutto funziona. Dalla riga di comando, basta digitare: python3 -m frankAllSkyCam

Per verificare il funzionamento facciamo attenzione ad eventuali messaggi di errore (quasi sempre sono dovuti ad errori di configurazione. Quindi controlliamo bene il file config.txt)abbiamo diverse opzioni:

  1. tramite browser, provarehttp://<your_raspberry_IP>
  2. Sul disco locale del Raspberry Pi, verificare l’esistenza del file jpeg (nome del file contiene data ed ora): /home/pi/frankAllSkyCam/img/<img_folder_with_date>/
  3. Sul sito web remoto (nel caso sia stato configurato) dovrebbe essere visibile l’immagine AllSkyCam

Se tutto funziona, rendiamo tutto automatico. Basta digitare questo comando: python3 -m frankAllSkyCam.crontab

AllSkyCam
A destra – La AllSkyCam completa.
Si noti l’anello di silicone azzurro, interno al cupolino, introdotto per evitare il contatto diretto tra le resistenze ed il cupolino
(al fine di evitare il rischio di deformazione dello stesso, dovuto all’eccessivo calore generato).

Gestione del sistema anticondensa

Il tema della formazione della condensa sul cupolino, e della sua gestione, è probabilmente la parte più complessa della realizzazione di una AllSkyCam. Esistono diverse scuole di pensiero: AllSkyCam ventilata, completamente sigillata, valvole di pressione, ed altre idee creative. Tutte sono più o meno funzionanti ma, nel mio caso, ho testato con successo questo approccio:

  • AllSkyCam completamente (ben) sigillata.
  • Installazione di un sensore di temperatura ed umidità interno al box, preferibilmente nell’area sottesa dal cupolino
  • Installazione di un sensore di temperatura ed umidità esterno al box

I due sensori potrebbero anche non essere necessari. Infatti, nel mio caso, per diversi mesi ho interrogato, via http, una stazione meteo che si trova a qualche Km di distanza, ricavando direttamente il valore del punto di rugiada della zona. Data la distanza, i valori non erano sempre attendibili, per cui ho pensato di rendermi autonomo e di installare i due sensori di cui sopra.

Mentre il sensore interno (2) sarà collegato direttamente al Raspberry Pi (ho usato un sensore DHT22 che costa circa 8 euro. Il software frankAllSkyCam include lo script per la lettura della temperatura), il sensore esterno (3) potrà essere anche lontano, comunque nella stessa zona di installazione. Nel mio caso, ho usato un sensore di umidità e temperatura WiFi, facilmente interrogabile via http. Una volta acquisiti i valori dei due sensori, diventa immediato calcolare direttamente il punto di rugiada con una delle formule che si possono trovare facilmente in Rete.

Il nostro software frankAllSkyCam dispone di un file python: /home/pi/frankAllSkyCam/tools/checkDew.py

che implementa la logica sopra descritta, e che ogni 10 minuti (è in crontab) acquisisce le letture dai sensori e provvede ad accendere o spegnere le resistenze, dopo aver ricavato il valore del punto di rugiada. In alternativa, è possibile guardare al valore del tasso di umidità interno e/o combinare questa informazione con quella relativa al punto di rugiada.

Alcuni astrofili hanno usato un approccio altrettanto empirico, probabilmente più semplice, e con ottimi risultati. Senza basarsi sui valori del punto di rugiada/umidità interna, hanno programmato l’accensione delle resistenze in modo incondizionato: accensione al tramonto e spegnimento dopo l’alba. In questo modo, hanno evitato l’installazione dei sensori. Attenzione però a non utilizzare resistenze troppo scaldanti: il cupolino potrebbe deformarsi in caso di calore eccessivo.

Le funzionalità del software frankAllSkyCam

Prima di procedere con l’installazione, mi soffermo sulle funzionalità di questo software, scritto da me (da cui il nome frankAllSkyCam). Oltre a fornire l’immagine del cielo in tempo reale, fornisce le seguenti informazioni:

  • Immagine fase della Luna (fase, %illuminazione, orari di alba e tramonto, prossima luna nuova)
  • Sole (orari di alba e tramonto)
  • Orari di inizio e fine del buio astronomico
  • SQM (calcolato dall’analisi dell’immagine, oppure letto dal lettore SQM-LE, se disponibile)
  • Indicazione dei pianeti principali presenti in cielo, con le rispettive icone
  • Valori provenienti da eventuali sensori sia collegati al Raspberry Pi, sia disponibili tramite rete (es. Temperatura, Umidità, dati di stazioni meteo, …)

Tali dati vengono riportati sull’immagine insieme con 2 loghi a scelta (es. Bussola e logo personale) e nome della location. Le posizioni di queste informazioni, la dimensione del testo, il colore del font (diurno e notturno) sono customizzabili da un file di configurazione.

Ogni mattina, questo software genera automaticamente:

  • Timelapse delle ultime 24 ore
  • Timelapse della notte appena trascorsa
  • Startrail della notte precedente

Inoltre, attraverso l’interfaccia web, visualizza le costellazioni in overlap all’immagine del cielo. In questo modo, accedendo – tramite browser – alla AllSkyCam è possibile vedere, tutte insieme, le informazioni utili a pianificare e gestire una eventuale osservativa.

Altra funzionalità è la gestione automatica anticondensa, ma questa verrà trattata più avanti, in un paragrafo dedicato.

Una nota a parte la merita la misurazione dell’SQM. Il software frankAllSkyCam comunica con un SQM LE leggendo i valori SQM ed adeguando, di conseguenza, il tempo di esposizione dell’immagine del cielo. Qualora non fosse disponibile un SQM-LE, il software fornisce una ottima stima del valore SQM, analizzando i dati del fotogramma. Per raggiungere questo risultato ho scritto un algoritmo “machine learning” addestrato con le letture reali dell’SMQ-LE. Il training è durato una settimana ed i valori di SQM calcolati sono quasi sovrapponibili a quellirilevati dall’SQM-LE.

Se si intende usare il Raspberry Pi anche come server web, è necessario che installare Apache (o altro server web). Per installare Apache, basta digitare questo comando: sudo aptinstall apache2 -y

dopodiché occorrerà creare la cartella che ospiterà l’immagine allskycam.jpg: sudo mkdir /var/www/html/img

A questo punto, occorre spostare il file index.html, generato durante l’installazione, nel server web locale: sudo mv /home/pi/frankAllSkyCam/index.html /var/www/html/

In questo modo, potremo vedere la nostra immagine del cielo usando semplicemente questo indirizzo: http://<indirizzo_IP raspberry/

Se vogliamo un vero e proprio sito web, questo viene fornito a corredo del software frankAllSkyCam, ed è immediatamente utilizzabile e personalizzabile.Una delle sue particolarità è la possibilità di mostrare l’overlay della mappa celeste sull’immagine del cielo, grazie ad un codice javascript open source disponibile in Rete. Un esempio reale è visibile qui:

http://www.meteobrallo.com/webcam/allsky/

Ultimo punto da considerare: dobbiamo decidere se la nostra AllSkyCam sarà destinata ad essere accessibile da utenti esterni oppure no. Se si, come credo, dovremo scegliere se utilizzare un sito web esterno alla nostra rete locale, oppure se usare il Raspberry Pi come web server pubblico. Nel primo caso, il software frankAllSkyCam esporterà l’immagine del cielo (via FTP) sul sito esterno. Questa soluzione potrebbe essere preferibile, sia per ragioni di sicurezza (in modo da evitare di esporre il Raspberry Pi su una rete pubblica), sia per evitare sovraccarico di richieste http che potrebbero degradare le prestazioni della nostra rete locale. Fare leva su un sito esterno è la mia preferenza personale. Ma comunque, qualora lo volessimo, è ovviamente possibile usare il Raspberry Pi come web server pubblico. In tal caso, sul nostro router, sarebbe necessaria una configurazione di “port forwarding” per esporre il servizio http del Raspberry Pi (su porta 80) su rete pubblica, associandolo ad una porta esterna (es. 8080). Il router si occuperà di reindirizzare le richieste in arrivo sulla porta 8080 verso la AllSkyCam che risponderà sulla porta 80. Dall’esterno bisognerà usare un indirizzo tipo questo:

http://<IP pubblico del mio router>:8080/

al posto dell’indirizzo IP pubblico del mio router è preferibile usare un servizio DNS (dinamico o statico, a seconda della natura del mio IP pubblico.

Naturalmente, frankAllSkyCam è gratuito e presente su GitHub.

Installazione del software frankAllSkyCam

L’installazione è davvero immediata. Assicurarsi di essere connessi ad internet e, dal prompt dei comandi del Raspberry Pi, digitare:

pip3 installfrankAllSkyCam

Se non si rilevano messaggi di errore, l’installazione è terminata, ma è necessario configurare ancora alcuni parametri, in base alle proprie preferenze. Per fare ciò, bisogna avviare il programma digitando: python3 -m frankAllSkyCam

Verranno create alcune cartelle:

/home/pi/frankAllSkyCam cartella principale del programma
/home/pi/frankAllSkyCam/img cartella delle immagini generate. Conterrà delle sottocartelle, ognuna relativa alle immagini di 24 ore. Il nome delle sottocartelle conterrà la data delle riprese. Queste cartelle verranno automaticamente cancellate dopo un numero “x” di giorni, definito nel file di configurazione
/home/pi/frankAllSkyCam/log Cartella contenente i log del software
/home/pi/frankAllSkyCam/mq Cartella contenente i file di supporto per il calcolo dell’SQM, quando il dispositivo SQM-LE non è disponibile
/home/pi/frankAllSkyCam/png Cartella contenente il proprio logo, la bussola (entrambi personalizzabili), le immagini di luna e pianeti.

ed alcuni file, tra cui:

/home/pi/frankAllSkyCam/config.txt

/home/pi/frankAllSkyCam/index.html

config.txtcontiene la configurazione di frankAllSkyCam.

index.txt è una pagina web semplice che mostra l’immagine AllSky

Ora non resta che configurare le preferenze.

Conclusione

frankAllSkyCam ha un footprint bassissimo (richiede pochi Kb) ed una robustezza elevata, essendo basato sulle componenti del sistema operativo e su alcune librerie software consolidate. Nel corso del tempo (ormai è live da oltre 2 anni) è stato adottato da diversi astrofili nel mondo, anche su modelli di Raspberry molto economici (es. Raspberry Zero) e camere CMOS, pur compatibili con Raspberry Pi, ma con caratteristiche davvero base. Diciamo che fa il suo lavoro ed ha zero-issue riportate su GitHub. Quindi, se cercate una soluzione economica e “zero-sbatti”, questo potrebbe fare al vostro caso

25 anni per Chandra X-ray Observatory

chandra
Le immagini spaziano dai resti di supernova, come Cassiopea A, alle regioni di formazione stellare come la Nebulosa di Orione, alla regione al centro della Via Lattea. Questo montaggio contiene anche oggetti oltre la nostra galassia, tra cui altre galassie e ammassi di galassie.

CfA celebra il 25° anniversario di Chandra

Venticinque anni fa, lo Space Shuttle Columbia è stato lanciato nello spazio con a bordo il Chandra X-ray Observatory. I comunicati stampa del Chandra X-ray Center, CfA e Smithsonian hanno condiviso 25 nuove immagini realizzate con i dati Chandra per festeggiare questa ricorrenza memorabile 

Il 22 luglio, il Chandra Operations Control Center di Burlington, ha organizzato un evento per celebrare l’occasione con tutto lo staff di Chandra. Tra gli oratori c’erano il direttore di Chandra Pat Slane, il direttore di CfA Lisa Kewley e Kevin Hix di MSFC. C’è stata anche una visita speciale dell’astronauta Cady Coleman, specialista di missione su STS-93, che ha tenuto un discorso e firmato autografi.

Per celebrare il 25° anniversario del suo lancio, l’osservatorio a raggi X Chandra della NASA pubblica 25 immagini inedite di un’ampia gamma di oggetti cosmici.

Le immagini spaziano dai resti di supernova, come Cassiopea A, alle regioni di formazione stellare come la Nebulosa di Orione, alla regione al centro della Via Lattea. Questo montaggio contiene anche oggetti oltre la nostra galassia, tra cui altre galassie e ammassi di galassie.

Le immagini, create con i dati raccolti da Chandra, esplorano con raggi X tutti gli angoli dell’universo. Combinando i raggi X misurati da Chandra con altri osservatori spaziali e telescopi a terra, gli astronomi possono cercare di dare risposte ad alcune delle domande più complesse sui misteri del nostro cosmo.

Il 23 luglio 1999, lo Space Shuttle Columbia ha portato in orbita Chandra, all’epoca il carico utile più pesante mai trasportato dallo shuttle. Con il comandante Eileen Collins al timone, gli astronauti a bordo del Columbia hanno dispiegato con successo Chandra nella sua orbita altamente ellittica che lo porta a quasi un terzo della distanza dalla Luna.

“Per un quarto di secolo, Chandra ha fatto una scoperta dopo l’altra,” ha detto Pat Slane, direttore del Chandra X-ray Center situato presso lo Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge, Massachusetts. “Gli astronomi hanno utilizzato Chandra per indagare su misteri di cui non eravamo nemmeno a conoscenza quando abbiamo costruito il telescopio, tra cui esopianeti ed energia oscura.”

I raggi X sono un tipo di luce particolarmente penetrante che rivela oggetti estremamente caldi e processi fisici molto energetici. Molte affascinanti regioni nello spazio brillano intensamente nei raggi X, come i detriti delle stelle esplose e il materiale che turbina attorno ai buchi neri. Anche stelle, galassie e persino pianeti emettono raggi X che possono essere studiati con Chandra.

La nuova serie di immagini è un campione di quasi 25.000 osservazioni che Chandra ha effettuato durante il suo quarto di secolo nello spazio.

Chandra
Riproduzione del telescopio Chandra. Crediti @Nasa

Nel 1976, Riccardo Giacconi e Harvey Tananbaum proposero per primi alla NASA la missione che un giorno sarebbe diventata Chandra. Alla fine, Chandra fu selezionata per diventare uno dei “Grandi Osservatori” della NASA, insieme al telescopio spaziale Hubble e al Compton Gamma Ray Observatory e allo Spitzer Space Telescope, ora in pensione, ognuno dei quali osservava diversi tipi di luce.

Nel 2002, Giacconi è stato insignito del Premio Nobel per la fisica “per i contributi pionieristici all’astrofisica, che hanno portato alla scoperta di sorgenti cosmiche di raggi X”, gettando le basi per lo sviluppo e il lancio di Chandra.

Oggi, gli astronomi continuano a usare i dati di Chandra insieme ad altri potenti telescopi, tra cui il James Webb Space Telescope della NASA, IXPE (Imaging X-ray Polarimetry Explorer) e molti altri. Ad esempio, l’anno scorso, il lavoro di Chandra con Webb ha portato alla scoperta di due dei buchi neri più distanti mai visti (riportati qui e qui ), e il lavoro con IXPE ha rivelato le “ossa” di una mano cosmica spettrale, nello studio di una nebulosa a raggi X creata da una pulsar.

La scienza di Chandra ha portato a oltre 700 dottorati di ricerca e ha supportato un bacino di talenti eterogeneo di oltre 3.500 studenti universitari e laureati, circa 1.700 postdoc e oltre 5.000 ricercatori principali unici negli Stati Uniti e nel mondo. La domanda per l’utilizzo del telescopio è stata costantemente alta per tutta la durata della missione e alla fine solo il 20% di tutte le richieste sono state accolte per mancanza di tempo.

Gli scienziati hanno scritto oltre 10.000 articoli sottoposti a revisione paritaria e accettati basati sui dati di Chandra, raccogliendo quasi mezzo milione di citazioni, di fatto Chandra è una delle missioni NASA più produttive nel campo dell’astrofisica.

“A nome dell’equipaggio STS-93, siamo tremendamente orgogliosi del Chandra X-ray Observatory e del suo brillante team che ha costruito e lanciato questo tesoro astronomico”, ha affermato Eileen Collins, comandante della missione dello Space Shuttle Columbia che ha lanciato Chandra nello spazio nel 1999. “Le scoperte di Chandra ci hanno continuamente stupito e impressionato negli ultimi 25 anni”.

Questo montaggio contiene 25 nuove immagini con dati provenienti dall’Osservatorio a raggi X Chandra della NASA, che vengono rilasciati per commemorare il 25° anniversario del telescopio nello spazio, come descritto nel nostro ultimo comunicato stampa . Dal suo lancio nello spazio il 23 luglio 1999, Chandra è stata la missione di punta della NASA per l’astronomia a raggi X nella sua flotta di “Grandi Osservatori”. Chandra scopre nuovi fenomeni esotici ed esamina vecchi misteri, osservando oggetti all’interno del nostro Sistema Solare fino quasi al limite dell’Universo osservabile.

Chandra scoprì rapidamente per la prima volta una sorgente puntiforme di raggi X nel centro di Cas A, in seguito confermata come una stella di neutroni. Poi Chandra fu utilizzato per scoprire prove di un “superfluido” all’interno della stella di neutroni sempre di Cas A, per determinare se la stella massiccia originale potrebbe essersi rivoltata durante l’esplosione, un altro tassello per comprendere il meccanismo di fine vita delle stelle massicce.

Nebulosa del Granchio
Crediti: Raggi X: (Chandra) NASA/CXC/SAO, (IXPE) NASA/MSFC; Ottico: NASA/ESA/STScI; Elaborazione delle immagini: NASA/CXC/SAO/K. Arcand, L. Frattare e J. Schmidt

Fonte: https://chandra.cfa.harvard.edu/press/24_releases/press_072224.html

Muonionalusta (Il segreto del ferro)

MUONIONALUSTA Il segreto del ferro
Fetta di Muonionalusta di 1.400g della collezione di meteoriti dell’Osservatorio del Monte Baldo.

ABSTRACT

Circa un milione di anni fa, in Lapponia, un meteorite illuminò la notte polare, dividendo la sua scia in frammenti incandescenti. Nessun uomo assistette all’evento, poiché nessuno era ancora giunto in quelle lande gelide. Nel 1906, vicino a Kitkiöjärvi in Svezia, due ragazzi trovarono una strana pietra, poi riconosciuta come siderite e denominata Muonionalusta. Nel corso degli anni, numerosi frammenti sono stati trovati e distribuiti in musei e collezioni private. Muonionalusta appartiene alla classe delle Sideriti Ottaedriti tipo IVA, caratterizzate da inclusioni di Triolite. Questo meteorite è uno dei più antichi, formatosi circa 4.5653 milioni di anni fa. Le sue tipiche figure di Widmanstätten, strutture lamellari visibili dopo specifici trattamenti, testimoniano la sua origine extraterrestre. Il ferro meteorico è stato usato dall’uomo per creare armi e utensili, come il pugnale del faraone Tutankhamon, recentemente confermato di origine meteorica.

Muonionalusta Il segreto del ferro

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Circa un milione di anni fa, in quella regione del nord della Scandinavia che oggi chiamiamo Lapponia un lampo accecante illuminò la notte polare e per qualche istante illuminò le pianure, le lontane montagne innevate e le grandi foreste di conifere. Una scia lucente si divise in più parti e poi rapidamente si spense. Poco dopo giunse un profondo boato, mentre in un’area di 25 chilometri, cadevano decine di frammenti incandescenti.  Poi tutto si quietò. Di sicuro nessun uomo assistette all’evento poiché, sebbene i nostri progenitori fossero già usciti dall’Africa da centinaia di migliaia di anni, nessuno, fino a quel momento si era ancora spostato in quelle gelide lande attorno al circolo polare artico. Quattro glaciazioni passarono e quelle pietre cadute dal cielo furono più volte sommerse da spesse calotte di ghiaccio, tornando magari a vedere la luce del Sole nel successivo periodo interglaciale.

Nel 1906, vicino al villaggio svedese dall’impronunciabile nome di Kitkiöjärvi due ragazzi, a guardia di un branco di renne, trovarono una strana pietra, pesante e coperta di ruggine. Qualche anno dopo la pietra fu riconosciuta come siderite e pubblicata dal prof. A.G. Högbom del museo di scienze naturali svedesi, che gli diede il nome di Muonionalusta. Nei decenni successivi altri campioni furono trovati, dapprima casualmente (scavi per le fondazioni di una casa nel ‘46 e una strada nel ’63), poi in modo sempre più sistematico, specie negli ultimi decenni, tanto che oggi centinaia di frammenti più o meno massicci, sono sparsi nei musei di tutto il mondo, in molte collezioni private e qualche azienda si è anche spinta a produrre orologi con il quadrante ricavato da una lamina di meteorite.

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Fetta di Muonionalusta di 1.400g della
collezione di meteoriti dell’Osservatorio
del Monte Baldo.

Muonionalusta appartiene infatti alla classe delle Sideriti Ottaedriti tipo IVA.

I campioni di tale gruppo di meteoriti, al quale ad esempio appartiene anche la famosissima Gibeon (la più grande meteorite singola trovata al mondo, in Namibia), sono oggi considerati parte del nucleo di ferro e nikel di un asteroide abbastanza grande da aver subito una differenziazione. La caratteristica più importante è rappresentata da un solfuro di ferro detto “Triolite” presente con inclusioni di alcuni centimetri. Lo studio dei radiogenici di Muonionalusta porta a un’epoca di formazione del corpo di 4.565,3 milioni di anni, facendone la più antica meteorite ferrosa conosciuta, aggregatasi appena 1 milione di anni dopo la formazione dei CAIs (inclusioni di minerali ricchi di Calcio e Alluminio che si ritengono formati nelle parti più interne e prossime alla protostella della nebulosa pre-solare). Il raffreddamento successivo del corpo progenitore avvenne in 1-2 milioni di anni, mentre la distruzione dell’asteroide, a causa di un impatto, sarebbe avvenuta in epoca relativamente recente; circa 400 milioni di anni fa. Ci troviamo quindi di fronte ad un altro meteorite che racconta le primissime fasi della formazione del Sistema Solare e che conferma che il processo di formazione di planetesimi di grandi dimensioni fu estremamente rapido, seppure ad oggi non siamo ancora in grado di costruire modelli consistenti ed in grado di giustificare la velocità di formazione di oggetti differenziati.

La caratteristica che rende questo tipo di meteorite particolarmente amato dai collezionisti è la tipica tessitura a lamelle chiamate “Figure di Widmanstätten

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Dettaglio delle figure di Widmanstätten
del meteorite Muonionalusta.

Le figure di Widmanstätten sono un processo di cristallizzazione che si verifica in una lega ferro/nikel (Kamacite), quando questa subisce un lentissimo processo di raffreddamento, in milioni di anni. Un processo che avviene in maniera spontanea nel nucleo di un planetoide differenziato, man mano che il nucleo si raffredda, a causa del decadimento degli elementi radioattivi contenuti. Ovviamente, nessuna tecnologia siderurgica è in grado di riprodurle. La loro presenza è quindi una dimostrazione certa dell’origine extra-terrestre della meteorite ferrosa.. Tipicamente la cristallizzazione diviene visibile sono dopo aver tagliato e lucidato il meteorite, trattandone poi la superficie con acido nitrico diluito, che causa l’ossidazione differenziale della lega.

MUONIONALUSTA
Il segreto del ferro
Arpione Eschimese ricavato con ferro
della meteorite di Cape York.

All’aumentare del tenore di nikel nel meteorite, la struttura delle lamelle diviene via via da grossolana a fine, fino a sparire del tutto nelle “Atassiti”, meteoriti con un tenore di Nikel superiore al 16%. Le Atassiti sono piuttosto rare, anche se la più grande meteorite ferrosa trovata sulla terra è Hoba, scoperta in Namibia e del peso di 66 tonnellate.

Il ferro meteorico è stato per lungo tempo utilizzato dall’umanità per ricavarne armi e utensili.  E’ certo che gli eschimesi utilizzassero il ferro della grande pioggia di meteoriti avvenuta circa 2000 anni fa nella zona di Cape York in Groenlandia, da cui questo meteorite prende il nome. Ma il caso più celebre è certamente quello del pugnale di ferro del faraone Tutankhamon, un oggetto a quell’epoca molto più costoso dell’oro e che recentemente è stato confermato di origine meteorica.

Nome

Muonionalusta

Anno e luogo del  I ritrovamento Kitkiöjärvi – Svezia – 1906
Massa (conosciuta) 230 kg
Classificazione Ottaedrite fine –Iron IVA
Riferimenti Meteoritical Bullettin: MB20 (1961)
NHM Catalogue: 5a edizione (2000)
Met Base: v.7.1 (2006)
Link al MeteoriticalBullettin https://www.lpi.usra.edu/meteor/metbull.php?code=16873

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

Chesire Cat – Stregatto – Superare i Propri Limiti

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 6 L'immagine in copertina dell'articolo con in sovraimpressione i redshift dei vari componenti risolti nella mia immagine, tra i quali la galassia distorta più distante di magnitudine 22.6 (nel canale r) a z=2.8, ossia ad una distanza co-movente di 21 miliardi di anni luce; nella parte alta del campo, è riportata come riferimento la magnitudine (21 nel canale r) di un’altra galassia dell’ammasso fossile in primo piano a z=0.42, le cui due giganti ellittiche centrali (gli occhi del gatto) concorrono alla distorsione gravitazionale delle quattro galassie di fondo.

ABSTRACT

L’articolo di Alessandro Ravagnin “Oltre i limiti” esplora il suo percorso di quasi 30 anni nell’astrofotografia, evidenziando l’evoluzione dalla semplice osservazione e disegno di oggetti celesti con un modesto telescopio Konus da 6 cm, alla cattura di fenomeni spaziali complessi con attrezzature avanzate per arrivare al Chesire Cat o Stregatto. Inizialmente limitato dal piccolo diametro del telescopio e dai cieli inquinati di Mestre, Ravagnin passò dai disegni alla fotografia analogica, e infine all’imaging digitale con le prime webcam come la Philips Vesta Pro. La sua passione per l’astronomia ha subito un salto significativo con l’acquisto di un telescopio C8, che gli ha permesso di catturare oggetti del sistema solare e immagini basilari del cielo profondo, nonostante le condizioni di visibilità sfavorevoli.

Un momento cruciale fu l’acquisto di una casa in campagna a Romano d’Ezzelino e la creazione di un osservatorio semi-automatizzato chiamato ADAM. Equipaggiato con un C11HD Edge e vari accessori, la capacità di Ravagnin di esplorare l’universo si ampliò notevolmente. Tuttavia, le limitazioni del cielo locale, con un valore SQM raramente superiore a 18,5/19 mag./arc sec², imposero sfide significative per l’imaging del cielo profondo. Scoprì che per ottenere immagini di alta qualità dalla sua posizione erano necessarie esposizioni molto più lunghe rispetto a quelle scattate sotto cieli più scuri con telescopi remoti in Cile, Namibia e Spagna, parte del progetto ShaRA che ha co-fondato nel 2022.

L’esplorazione delle lenti gravitazionali, un concetto previsto dalla relatività generale di Einstein, costituisce un tema centrale nel suo lavoro recente. Ravagnin ha accettato la sfida di fotografare questi fenomeni dal proprio giardino, concentrandosi su due specifiche lenti gravitazionali: “Cheshire Cat” (SDSS J103842.59+484917.7) e “Cosmic Horseshoe” (J1004+4112). Queste lenti, che agiscono come telescopi cosmici naturali, ingrandiscono e distorcono la luce proveniente da galassie lontane. Nonostante le difficoltà intrinseche, inclusi i lunghi tempi di esposizione e l’elaborazione meticolosa delle immagini, Ravagnin è riuscito a catturare l’elusivo “Cheshire Cat” integrando 20 ore di dati raccolti in diverse notti.

L’articolo sottolinea la disparità delle risorse disponibili per diversi astrofotografi e l’importanza di comprendere i limiti e le capacità delle proprie attrezzature e condizioni di osservazione. Il lavoro di Ravagnin mette in risalto la pazienza, la perseveranza e l’uso innovativo della tecnologia disponibile per spingere i confini dell’astrofotografia amatoriale. Il suo racconto dettagliato del processo, dalla selezione iniziale del target all’elaborazione finale dell’immagine, fornisce preziose intuizioni e ispirazione sia per i principianti che per gli astrofotografi esperti. Attraverso la sua dedizione e l’approccio creativo, Ravagnin dimostra che sono possibili realizzazioni straordinarie in astrofotografia anche in condizioni meno che ideali.

Sfide Impossibili Stregatto

Riprendo il cielo da ormai quasi 30 anni: quando ero giovanissimo mi dilettavo nel disegnare ciò che vedevo all’oculare riportando su un taccuino tutto quello che il mio piccolo Konus da 6cm di diametro mi permetteva di osservare: crateri lunari, bande nuvolose di Giove, macchie solari fotosferiche, qualche ammasso globulare. Quello era il mio Universo osservabile ed io muovevo i miei primi passi nello spazio profondo.

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Poi venne l’era della ripresa fotografica con le camere analogiche e iniziai a scattare sui vecchi negativi nella speranza di riuscire a catturare quello che l’occhio non mi permetteva di vedere.

Dopo anni di pratica, con risultati non eccelsi, complice anche un inquinatissimo cielo cittadino come quello di Mestre, allargai il mio orizzonte approdando alla ripresa degli oggetti celesti tramite le prime webcam digitali quali la gloriosa Philips Vesta Pro ed uno splendido C8 Arancione del 1984 su montatura motorizzata a forcella. L’accoppiata C8 + webcam digitale, nonostante il pessimo cielo mestrino, ma fortunatamente abbastanza “calmo” con nottate di ottimo seeing, mi permise di divertirmi assai con tutti gli oggetti del nostro Sistema Solare e di muovere i primi passi nella ripresa degli oggetti DeepSky più luminosi: iniziai a osservare i “canali” di Marte seguendo la stagionalità delle sue calotte polari, ripresi i transiti di Mercurio e Venere davanti al Sole, le eclissi di Sole e di Luna, l’occultazione di Saturno da parte del nostro satellite e soprattutto feci le prime foto di M42, M13 e M27, i grandi “classici” del cielo profondo.

Per anni mi specializzai nella ripresa planetaria, senza troppo approfondire il DeepSky, ma ad un certo punto della mia vita due eventi diedero una sterzata importante all’ancestrale passione per l’astronomia: una nuova casa e la pandemia! Il COVID19 cambiò tutto facendomi fare un incredibile balzo evolutivo: l’acquisto di una casa in periferia di Romano d’Ezzelino (provincia di Vicenza) e la costruzione di un piccolo osservatorio semi automatizzato mi permisero di iniziare a navigare nell’Universo senza pormi più grossi limiti e confini. Il mio Universo osservabile si ampliò improvvisamente e la mia passione per l’astronomia ne beneficiò. All’interno dell’Osservatorio chiamato ADAM, in onore e ricordo dei miei genitori e dei genitori di mia moglie, installai un C11HD Edge ed un Tecnosky 115/800 su Sky-watcher EQ8 e tutti gli accessori fotografici del caso (acquistato tutto rigorosamente usato!): ruote porta filtri, filtri larga banda e banda stretta, filtri solari in luce bianca e H-alpha, filtri planetari, camere CMOS e focheggiatori digitali, fasce anticondensa e PC di controllo, connesso tramite Desktop Remoto col Notebook dentro casa.

Chesire Cat - Stregatto
Figura 1 – Nella singola posa da 180s realizzata col C11HD dalla pianura
padana (qui è stato effettuato un autostretch con PixInsight,
senza applicare alcuna ulteriore elaborazione) non sembra
esserci traccia del gatto, nemmeno dei più brillanti occhi di
colore giallo paglierino, come evidenziato dal riquadro con lo
zoom sulla porzione di cielo dove il gatto cerca di nascondersi.

I limiti di un cielo con valori di SQM quasi mai superiori a 18.5/19 mag./arc sec2 (Bortle>7) impongono certe restrizioni nelle riprese di oggetti profondi, soprattutto per oggetti con bassa brillanza superficiale. Dall’esperienza che ho maturato  negli ultimi due anni operando sia da casa che con i telescopi remoti (cileni, namibiani e spagnoli sotto cieli con SQM tendenzialmente sempre sopra i 22) del progetto ShaRA, fondato nell’ottobre 2022 assieme a 2 cari amici, mi son persuaso che “mediamente” 20/30 minuti di ripresa con un telescopio cileno possono corrispondere a più o meno 15/20 ore di riprese da casa mia. Per “corrispondono” intendo dire che riesco a raggiungere circa la stessa profondità e pulizia del segnale a parità di target. Una differenza abissale nella profondità raggiungibile, considerando soprattutto un’altra enorme limitazione del mio sito osservativo rispetto a quelli citati prima: il numero di nottate di cielo “sereno”. Target estremamente deboli, necessitano di decine e decine di ore di ripresa da cieli inquinati come il mio, il che vuol dire che per accumulare tutti i fotoni necessari per estrapolare nebulose o galassie dal fondo cielo, si richiedono almeno 5/6 serate di bel tempo e possibilmente senza la Luna nei paraggi. Ma purtroppo la Pianura Padana non è così clemente come il deserto di Atacama e la Luna fa un po’ come le pare e piace: di necessità bisogna fare virtù, sfruttando ogni finestra possibile inimmaginabile e armandosi di moltissima pazienza. Nell’ultimo anno e mezzo ho sviluppato progetti la cui durata ha superato abbondantemente i due mesi, mettendo a dura prova l’entusiasmo per un hobby già di suo molto complicato. Parlo di progetti e non di fotografie, perché mi piace molto corroborare il contenuto “artistico” dell’astrofotografia, con lo sviluppo di contenuti e approfondimenti scientifici sul target ripreso, sia per mia conoscenza personale, che a fini divulgativi. In questo ciclo di due articoli dedicati “all’estremo” vorrei condividere i risultati che son riuscito a raggiungere spingendo al limite (e forse oltre) il mio setup, presentando delle foto non spettacolari ma, a mio modo di vedere, entusiasmanti se comparate al target ripreso e soprattutto considerata la mia location. In rete si trovano sicuramente fotografie strabilianti e probabilmente migliori di quelle che propongo, ma bisogna tenere bene a mente, quando si paragonano risultati ottenuti da diversi astrofotografi sia dell’attrezzatura utilizzata che, soprattutto, del cielo sotto il quale si è ripreso.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 2
Nella sequenza di possono apprezzare le quattro fasi dell’elaborazione con PixInsight che hanno portato alla realizzazione dell’immagine finale.Partendo da sinistra si vede il singolo scatto da 180s non processato al quale è stato applicato un autostretch, poi lo stacking di 100 scatti da 180s non processati realizzati nella migliore nottata in termini di trasparenza del cielo (si nota un miglioramento del rapporto segnale/rumore), poi il risultato dell’applicazione del tool BlurXTerminator che ha permesso di far emergere i primi dettagli delle galassie distorte ed infine all’estrema destra il risultato dell’applicazione del tool NoiseXTerminator capace di ridurre il rumore dell’immagine in modo significativo (si noti il fondo cielo molto più pulito).

È giusto mostrare e spiegare a chi si avvicina per la prima volta a questo hobby, cosa è possibile ottenere utilizzando uno smartphone connesso ad un 114 da un cielo cittadino (spendendo 300 euro) e cosa è possibile ottenere con un CDK24 robotizzato ubicato a 2000 metri sul livello del mare in pieno deserto andino (spendendo 150.000 euro di materiale e 5.000 euro all’anno di servizio). Considerazioni spesso sottovalutate nei concorsi fotografici, dove si tende a premiare la spettacolarità di un’immagine a prescindere dalle condizioni di ripresa, favorendo di fatto gli astrofotografi più fortunati che possono accedere a cieli e a strumentazione non alla portata di tutti (sia per questioni geografiche che economiche). Un po’ come se venisse organizzata una corsa a premi e potessero partecipare sia le scuderie di formula uno che un ragazzino con la sua bicicletta.

Veniamo dunque al primo progetto che ha visto una lunga gestazione ma che mi ha dato una incredibile soddisfazione!

Dopo aver fotografato più o meno tutte le più grandi e luminose galassie del Gruppo Locale (M31, M33, M81, M82, M106, M77, etc etc) mi misi in testa di provare a riprendere uno degli effetti più stupefacenti in campo astronomico: una lente gravitazionale.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 3
Immagine finale ottenuta sommando 400 pose da 180s a pieno campo e sulla quale sono stati applicati i tool StarXTerminator, BlurXTerminatorin PixInsighted un aumento contrasti con l’App Photoshop Express. Il gatto si cela sornione al centro del FoV, leggermente spostato sulla destra, molto piccolo.

Le lenti gravitazionali sono la manifestazione più chiara e lampante di quanto formulato da Einstein nel lontano 1916 all’interno della sua teoria della relatività generale: la massa (le grandi masse) distorcono lo spazio/tempo creando una sottospecie di enorme telescopio rifrattore cosmico, capace di ingrandire ed amplificare la luce proveniente da galassie distantissime e dietro la massa distorcente rispetto alla linea di vista. La luce proveniente da questi oggetti lontani viene deviata a sufficienza da permetterci di vedere quello che nella nostra esperienza quotidiana non immaginiamo nemmeno possa accadere, ossia vedere quello che sta fisicamente dietro a qualcuno/qualcosa. La prima lente gravitazionale fu osservata nel 1979 da Dennis Walsh, Robert F. Carswell e Ray J. Weymann, i quali ripresero il doppio quasar Q0957+561: si accorsero però che le due controparti erano invece lo stesso quasar sdoppiato per effetto della lente gravitazionale operata da un terzo corpo, non visibile, sito tra noi e il Quasar stesso.

Ho iniziato così a cercare in rete qualche catalogo di lenti gravitazionali, ovviamente realizzato grazie a decenni di osservazioni con telescopi a terra e soprattutto col telescopio Spaziale Hubble, il primo strumento inventato dagli esseri umani capace di risolvere al meglio questi incredibili oggetti. Mi focalizzai sui più spettacolari, ossia quelle ad arco, dove l’oggetto distorto si presenta non come un semplice puntino, ma come una lunga striscia semicircolare, proprio come nelle spettacolari immagini di Interstellar, mentre Cooper & Co attraversano il ponte di Einstein-Rosen in direzione di Gargantua. Le testimonianze fotografiche di astrofili capaci di riprendere i deboli archi distorti di lontane galassie sono veramente poche e limitate ad un numero di oggetti che si possono contare sulle dita di una mano. Questi oggetti sono estremamente piccoli e deboli, motivo per il quale servono cieli bui, lunghe esposizioni e focali superiori ai due metri. Sul primo punto, avrei potuto risolvere utilizzando un telescopio remoto in affitto ma con un neo dato dal costo che avrei dovuto sostenere per realizzare almeno 4/5 ore di posa. Ma la soddisfazione non sarebbe stata tanta, quanto quella che avrei potuto provare realizzando l’impresa dal giardino di casa mia! E così ho selezionato gli unici due target alla mia portata, ossia le due lenti gravitazionali ad arco più luminose ed estese del cielo: SDSS J103842.59+484917.7 e J1004+4112.

La prima è battezzata “Cheshire cat”, per la palese somiglianza con lo Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, mentre la seconda “Cosmic Horseshoe”, per la somiglianza con un ferro di cavallo. Durante gli scorsi mesi mi sono concentrato soprattutto sul primo target, non per una maggiore simpatia nutrita verso i gatti rispetto ai cavalli, ma semplicemente meglio osservabile durante le notti dei mesi invernali.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 4
Lo Stregatto è visibile in questo crop molto ingrandito dell’immagine finale, priva di colori e poco appariscente, ma carica di significato grazie all’estrema difficoltà nell’estrazione dal luminoso fondo cielo (inquinato) del poco segnale generato dai fotoni della più distante galassia distorta, partiti la bellezza di 11.5 miliardi di anni di anni fa!

Ho così iniziato a riprendere col C11HD a focale piena (2880mm) e con la ASI2600MM senza anteporre alcun filtro prima della camera, con l’obiettivo di raccogliere più fotoni possibile da questo target elusivo, proprio come lo Stregatto di Alice, il cui componente più lontano si trova z = 2.8 e quindi attualmente ad una distanza radiale co-movente di circa 21 miliardi di anni luce*

*fotoni hanno viaggiato fino al mio sensore per ben 11.5 miliardi di anni e sono partiti quando l’Universo aveva poco più di un paio di miliardi di anni, durante questo periodo, l’Universo si è espanso e l’oggetto ad oggi ha raggiunto la distanza di appunto 21 miliardi di anni luce)!

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 5
In letteratura scientifica si usa spesso pubblicare immagini a contrasti invertiti per evidenziare al megliole tenui strutture presenti in immagini DeepSky, come le code mareali dovute all’interazione tra galassie interagenti. La dimensione angolare della faccia dello Stregatto è di circa 15 secondi d’arco, ossia un terzo del diametro apparente di Giove in piena opposizione!

Ho atteso pazientemente di imbattermi in una settimana di cielo decisamente buio, almeno per ciò che si riesce ad ottenere dalle mie parti, ed ho lasciato l’attrezzatura lavorare tutta la notte per 7 giorni consecutivi. Ho realizzato il puntamento a mano, controllando la montatura da dentro casa e verificando il FoV utilizzando a riferimento 7 stelle abbastanza luminose da poter essere registrate dalla camera con 1s di posa (tool web blackwaterskies.co.uk/). Ammetto che all’inizio sono andato alla cieca, perché anche dopo i primi 180s di posa, nel file grezzo, non c’era quasi traccia degli occhietti del gatto, le due principali galassie ellittiche (di magnitudine attorno alla 19 e z = 0.42), colpevoli della distorsione gravitazionale assieme al resto delle galassie del gruppo fossile di cui fanno parte. Nelle riprese riuscivo ad individuare solo qualche pixel leggermente più “rumoroso” rispetto al resto del fondo cielo (figura 1). Ma ho continuato imperterrito col programma prestabilito.

All’indomani di ogni sessione, ho effettuato lo stacking dei sub raccolti ed una veloce elaborazione (stretching lineare) con l’obiettivo di evidenziare i contorni principali del viso del gatto e valutare la qualità delle riprese. Al termine della settimana, ho selezionato le 3 migliori sessioni, ed ho rifatto lo stacking di tutti i relativi sub per un totale di 20 ore di integrazione. Quattro sessioni non erano di sufficiente qualità per questioni metereologiche (cielo non particolarmente limpido) e son state scartate.

Chesire Cat - Stregatto
FIGURA 6
L’immagine in copertina dell’articolo con in sovraimpressione i redshift dei vari componenti risolti nella mia immagine, tra i quali la galassia distorta più distante di magnitudine 22.6 (nel canale r) a z=2.8, ossia ad una distanza co-movente di 21 miliardi di anni luce; nella parte alta del campo, è riportata come riferimento la magnitudine (21 nel canale r) di un’altra galassia dell’ammasso fossile in primo piano a z=0.42, le cui due giganti ellittiche centrali (gli occhi del gatto) concorrono alla distorsione gravitazionale delle quattro galassie di fondo.

Dopo lo stacking finale mi sono dedicato ad un processing più accurato, eseguendo uno stretching lineare, uno non lineare lavorando sulle curve ai bassi valori di intensità e successivamente un’applicazione di BlurXTerminator e StarXTerminator (figura 2). Come ultimo passaggio, infine, ho aumentato la chiarezza ed i contrasti dell’immagine con l’efficace App Photoshop Express (figura 3, crop ingrandito in figura 4), nonché ho realizzato una versione a contrasti invertiti ottenendo una modalità di visualizzazione spesso utilizzata in letteratura scientifica per gli oggetti deboli (figura 5). Et voilà … l’elusivo Stregatto comparso come per magia di fronte ai miei occhi! Come pure il sorriso sornione comparso nella mia faccia di riflesso.

Ci si rivede nel prossimo numero, con un’altra sfida “impossibile”!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

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NUOVO SERVIZIO EXPRESS PER LA SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO

Dopo i recenti disservizi dovuti ai ritardi nelle consegne da parte di Poste Italiane sul prodotto Piego Libri, grazie al suggerimento di un lettore, la direzione è lieta di annunciare il passaggio in tempi utili ad un nuovo contratto più celere “Premium Press“.

Le Poste Italiane sono lo strumento identificato dallo Stato per sostenere la diffusione della piccola editoria specializzata e per assolvere a tale ruolo esse ricevono un sostanziale contributo (vedi le tabelle rimborsi per il 2020 https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/misure-di-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/2020/ ). I contributi si rendono indispensabili perché la piccola editoria, come ugualmente la cultura in genere, non può competere con le dinamiche concorrenziali commerciali ma essendo altresì una funzione vitale per la crescita della Nazione essa deve essere preservata e accompagnata.

La direzione è determinata a far rispettare tale presupposto e per tal motivo sono ancora in essere reclami e procedure. Nel frattempo tuttavia, nell’interesse del lettore, è stato ritenuto opportuno tentare con un nuovo contratto che, seppur gestito dagli stessi organi, offre, almeno su carta, tempi e garanzie migliori per la consegna.

Non cantiamo quindi vittoria ma siamo fiduciosi e almeno per la prossima spedizione, il 269 in partenza in un paio di giorni, avremo fatto un altro tentativo

Non molleremo.

ShaRA#8.1 – Il Delfino

ShaRA#8.1 – Il Delfino
ShaRA#8.1 – Il Delfino Super Staking risultato finale

ABSTRACT

Il gruppo ShaRA, che esplora il cielo australe e occasionalmente il boreale, ha concluso il suo ottavo progetto con “il Delfino”, ShaRA#8.1. Dopo il successo del precedente progetto “ShaRA#7: The Shell”, il team ha continuato a utilizzare un telescopio remoto di un membro del gruppo, riducendo i costi e aumentando la flessibilità delle osservazioni. Hanno accolto due nuovi membri, Fabio Di Stefano e Alberto Lupi. Il progetto si è concentrato sulla nebulosa Testa di Delfino (SH2-308), ripresa con un telescopio Newton da 500mm in Cile. La stella Wolf-Rayet WR6 al centro della nebulosa ha creato una bolla visibile grazie alla sua espulsione di idrogeno e ai potenti venti stellari. L’elaborazione delle immagini ha evidenziato sia l’ossigeno ionizzato sia l’idrogeno. Il team ha identificato anche la nebulosa planetaria PN G234.9-09.7 e due possibili nuove planetarie non ancora classificate. Il progetto ha beneficiato di contributi da diverse località, inclusa la Namibia e l’Italia, con l’obiettivo di approfondire la comprensione scientifica di questi fenomeni. Il gruppo invita altri astrofili e professionisti a unirsi alla loro ricerca per classificare i nuovi oggetti scoperti, in attesa della chiusura dell’ottavo progetto nel prossimo numero.

di Alessandro Ravagnin, Andrea Iorio e ShaRA Team

Introduzione Il Delfino

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Il gruppo ShaRA continua attivamente la caccia ai più affascinanti target dell’emisfero australe, facendo ogni tanto una capatina su soggetti visibili anche dall’emisfero boreale, nonostante la scarsa altezza sull’orizzonte.

Il progetto precedente, “ShaRA#7: The Shell”, ci ha permesso di utilizzare per la prima volta e in modo condiviso, un piccolo telescopio remoto di proprietà di un membro del gruppo e di recente installazione presso il sempre più affollato complesso ObsTech a Rio Hurtado; operando con un telescopio remoto di proprietà abbiamo potuto divertirci liberamente abbattendo l’esborso economico e riducendo di molto i limiti nella schedulazione delle osservazioni (in tal senso stay turned perchè anticipiamo che altre novità ci riguarderanno nel prossimo futuro..).

Prima di passare al racconto del nostro ottavo progetto, ci teniamo però a dare il benvenuto agli due ultimi ingressi nel gruppo: Fabio Di Stefano e Alberto Lupi, arrivati a noi poche settimane fa proprio grazie alla lettura dei nostri articoli periodici su Coelum!

Con ShaRA#8 siamo tornati ad operare come di consueto e abbiamo concentrato gli sforzi su un target ripreso col metro cileno. In realtà, anche questa volta, ci sono stati alcuni problemi col grande RC1000 (rotazione FoV non prevista e alcuni sub mossi per perdita stella guida) e siamo stati dunque costretti a recuperare tre sessioni e a posticipare la chiusura dell’ottavo progetto, il cui vero target principale verrà svelato nel prossimo numero. In questa puntata invece racconteremo di un piccolo “regalo” che ci siamo dedicati, riprendendo con il 50cm (molto più economico del “metrone”) un soggetto molto bello e visibile anche nel nostro emisfero, per il quale è stato sufficiente accantonare meno del 10% del budget raccolto, il resto andrà a sostenere l’obiettivo principale. Inoltre, il coordinatore del gruppo, nome noto di Coelum Alessandro Ravagnin, ha contribuito sponsorizzando in proprio una seconda acquisizione con un Samyang da 135mm ubicato in Namibia (servizio remoto Skygems) di più ampio campo rispetto a quanto concordato con il gruppo. e aggiungendo uno spettro in bassa risoluzione realizzato con lo StarAnalyzer200 e il proprio C11HD dal giardino di casa a Romano d’Ezzelino (insomma, una triplice ripresa da tre continenti diversi!).

Il target

Abbiamo acquisito segnale per tre ore e mezza con il fantastico Newton da 500mm e 1900mm di focale, il T2, puntando sulla meravigliosa nebulosa Testa di Delfino, annotata nei database come SH2-308 e nel frattempo, in attesa di terminare le riprese e come nostro solito abbiamo approfittato per approfondire dal punto di vista scientifico il nuovo soggetto e di cose interessanti ne sono uscite molte.

ShaRA#8.1 – Il Delfino
Ripresa di A.Ravagnin col Samyang da 135mm dalla
Namibia, camera ASI2400MC e filtro dual band
H-alpha/OIII. Quattro pannelli montati a mosaico
che riprendono la costellazione del Cane Maggiore.

Al centro della nebulosa c’è una stella di Wolf-Rayet, WR6, un sistema binario composto da una stella di classe WN5 e da una compagna invisibile di piccola massa le quali orbitano l’una attorno all’altra con un periodo di ≈ 3,7 giorni. WR6 è l’artefice della nebulosa Testa di Delfino, che grazie ad una espulsione passata del suo guscio esterno di Idrogeno e ai suoi forti venti stellari (più di 2000km/s), spazza il mezzo interstellare generando “la bolla” visibile ai nostri telescopi.

WR6 e la sua nebulosa Testa di Delfino si stanno allontanando da noi con una velocità di circa 33 km/s e il complesso “stella + nebulosa” sta fuggendo dal piano galattico con un vettore di velocità trasversale puntato esattamente verso il lato più luminoso di SH2-308. La grande separazione di WR6 dal piano galattico indica che questa stella potrebbe essere una stella in fuga (in letteratura “run-away star”) dall’ammasso stellare aperto Collinder 121, dal quale sarebbe stata inizialmente espulsa.

WR6 è una delle stelle più luminose conosciute nel suo genere: l’espulsione del suo guscio esterno di idrogeno gassoso ha permesso di mettere in luce gli strati interni ricchi di elio e azoto prodotto dal ciclo CNO (da qui la classificazione delle stelle WR di tipo WN, in base all’intensità delle righe NIII a 463,4-464,1 nm e 531.4 nm, NIV a 347,9-348,4 nm e 405,8 nm e NV a 460,3 nm, 461,9 nm, e 493,3-494,4 nm) che bruciano a temperature altissime.

L’intensa radiazione emessa da WR6 genera altrettanto potenti venti stellari (con velocità anche superiori a 2000Km/s) che modellano il gas circostante in una vasta bolla di idrogeno e ossigeno ionizzati. L’ossigeno ionizzato a 500nm è quello che vediamo nella regione di color ciano dello spettro e che in bolle nebulari come quella attorno a WR6 ha temperatura superiori ai 10.000K e si origina per shock dovuto all’espansione dell’idrogeno espulso dalla stella centrale in un mezzo con densità sufficientemente bassa da permettere un lento raffreddamento. Si nota, infatti, un discreto dislocamento tra l’emissione H-alpha (che segue nello spettro) e quella OIII (che precede nello spettro) nella nebulosa SH2-308. In letteratura, la differenza di posizione/dimensioni relative dei rispettivi gusci di H-alpha e OIII vanno a definire la tipologia di bolla nebulare, di Tipo II nel caso della Testa di Delfino.

Ampliando lo sguardo e allontanandoci dal guscio principale, ovvero la Testa del Delfino, è possibile osservare inoltre altre nebulosità più estese, concentriche e centrate sempre su WR6. I due principali “complessi” di questa struttura sono classificati come SH2-303, SH2-304 e sembrano appunto strette parenti di SH2-308 e WR6.

L’elaborazione e l’immagine finale

Come accennato nel precedente paragrafo, abbiamo utilizzato il telescopio T2 cileno (Newton 500mm di apertura e 1900mm di focale), con camera FLI16803 e filtri Astrodon RGB True Balance Gen II e Halpha/OIII da 5nm per un totale 3.5 ore di segnale.

In questa occasione i file grezzi di alta qualità (il setup in questione è tra i migliori che abbiamo mai incontrato tra i vari servizi remoti) hanno consentito di ottenere dei master di altissimo livello e, pertanto, non ci sono state grosse difficoltà nell’elaborazione. I partecipanti hanno singolarmente ottenuto degli eccellenti risultati, seguendo nettamente due distinte scuole di pensiero: chi ha dato maggior importanza al guscio di ossigeno ionizzato e chi, invece, ha preferito enfatizzare i veli di idrogeno racchiusi nella Testa di Delfino.

In generale si è optato per una composizione HOO mentre i file RGB sono stati utilizzati per le stelle.

Contributi dei partecipanti

ShaRA#8.1 – Il Delfino Trabuio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Trabuio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Vergani
ShaRA#8.1 – Il Delfino Vergani
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ravagnin
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ravagnin
ShaRA#8.1 – Il Delfino Michieletto
ShaRA#8.1 – Il Delfino Michieletto
ShaRA#8.1 – Il Delfino Maffioli
ShaRA#8.1 – Il Delfino Maffioli
ShaRA#8.1 – Il Delfino Lioce
ShaRA#8.1 – Il Delfino Lioce
ShaRA#8.1 – Il Delfino Linsalata
ShaRA#8.1 – Il Delfino Linsalata
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ligustri
ShaRA#8.1 – Il Delfino Ligustri
ShaRA#8.1 – Il Delfino Iorio
ShaRA#8.1 – Il Delfino Iorio
ShaRA#8.1 – Il Delfino DiFusco
ShaRA#8.1 – Il Delfino DiFusco
ShaRA#8.1 – Il Delfino Curzi
ShaRA#8.1 – Il Delfino Curzi
ShaRA#8.1 – Il Delfino Bertocco
ShaRA#8.1 – Il Delfino Bertocco

Gli oggetti misteriosi

Aguzzando la vista è possibile individuare altri oggetti nel campo inquadrato dal T2. Il principale, segnalato da Andrea Iorio, è la nebulosa planetaria classificata come PN G234.9-09.7, la cui stella centrale è una debolissima stella di magnitudine 19, una Gaia EDR3 2922355602864621568 e distante 9.500 anni luce.

Successivamente, sono state individuate da Gianpaolo Michieletto altre due piccole “macchioline” di color ciano anche se ricerche nei principali database non hanno dato alcun esito. Successivamente abbiamo indagato sulla veridicità delle macchie cercando fotografie ultra-deep anche in rete da dove è effettivamente arrivata la conferma, esse non sono dovute a rumore o artefatti del setup utilizzato perché compaiono anche in altre immagini di altri astrofotografi.

Cosa abbiamo ripreso dunque? Sembrerebbero due planetarie o altri due gusci di OIII simili alla Testa di Delfino, ma senza un’indagine spettroscopica approfondita nulla si può escludere. Tuttavia confrontando le dimensioni, i due oggetti sembrano molto più distanti di SH2-308  da cui l’ipotesi che potrebbero essere localizzati nel braccio esterno della nostra Via Lattea suggerito dalle mappe di Gaia.

Saremmo felici se qualche lettore dotato di strumentazione professionale potesse supportarci in questa avvincente ricerca; nel frattempo ci stiamo prodigando contattando anche qualche professionista disposto ad approfondire insieme a noi la natura delle bolle misteriose e chissà mai, classificare a nostro nome i due oggetti.

Per il momento vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo numero con la chiusura dell’ottavo progetto di astrofotografia condivisa del gruppo ShaRA!

Nel mosaico la disposizione degli oggetti indagati nella ricerca #8:
• Zoom 1: stella WR6. alias EZ Canis Majoris con spettro in bassa risoluzione
(C11HD + StarAnalyzer200 + ASI183MM, Romano d’Ezzelino) dove si
vedono i picchi di emissione dovuti all’Elio ionizzato
• Zoom 2: dettaglio della shell OIII col “displacement” rispetto il fronte H-alpha
che ne stabilisce la tipologia (Type II, testo blu nell’inserto scientifico
dell’articolo)
• Zoom 3: nebulosa planetaria MPA J0656-2356
• Zoom 4&5: addensamenti molecolari a forma sferica non classificati

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


Teletrasporto, ipervelocità e altre amenità

ABSTRACT

Il testo di Zaninotti Ranieri esplora i sogni tecnologici della fantascienza, affrontandoli con un approccio critico. Il teletrasporto, un concetto popolare, viene suddiviso in due tipi: il trasporto reale di materia e il trasferimento di informazioni per la ricostruzione dell’oggetto. Entrambi presentano enormi sfide tecniche, come l’energia richiesta e la precisione nella ricostruzione. Il metodo che prevede la disintegrazione e ricostruzione dell’originale viene criticato come un semplice duplicatore, sollevando anche questioni etiche.

L’idea di velocità superiori a quella della luce è altrettanto problematica. La fisica relativistica mostra che raggiungere o superare la velocità della luce richiederebbe energia infinita, rendendo questa possibilità irrealizzabile. I tachioni, particelle ipotetiche che superano la velocità della luce, sono teoricamente possibili ma praticamente inutilizzabili e non provate.

La teoria della curvatura dello spazio di Miguel Alcubierre, che prevede la manipolazione dello spazio-tempo per viaggiare velocemente, è affascinante ma attualmente impraticabile a causa delle immense masse richieste e dell’ipotetica necessità di materia con massa negativa.

Infine, il testo critica la possibilità di distruggere pianeti con un raggio come quello della Morte Nera di Star Wars, calcolando l’energia necessaria come immensamente superiore a quella emessa dal Sole in 150 anni.

Il documento conclude che la fantascienza, sebbene affascinante, dovrebbe essere apprezzata per il suo valore immaginativo piuttosto che per le sue previsioni tecniche sul futuro.

Introduzione

Quanti sono i sogni tecnologici che un affamato di fantascienza, anela di vedere un giorno realizzati?

A seguire ne affronteremo alcuni (del resto siamo in Astrodivagazioni niente di serio) ma non sarà per spezzare una lancia a loro favore, no, bensì sarà per affondarli criticamente e meticolosamente.

Se sei quindi un sognatore che spera di vedere il bel giorno in cui tutto questo sarà realizzato, chiudi pure il testo che stai leggendo e vai a prendere un bel fumetto di Flash Gordon; se invece vorrai ancora tuffarti nelle amare acque della scienza, allora armati di una poltrona, di un buon calice di Rum adeguatamente invecchiato (ma quello buono, non quelle schifezze dolciastre di moda al giorno d’oggi), e continua pure a leggere, io cercherò di essere il tuo Virgilio in questo viaggio nelle tristi bolge della cruda realtà.

Teletrasporto

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Che dire, uno dei più gettonati sogni fantascientifici, sogno che periodicamente riaffiora dalle patinate pagine dei vari tabloid di divulgazione più o meno scientifiche, su cui continuano a scrivere diversi mattacchioni che vogliono fare presa sul pubblico omettendo o semplicemente trascurando qualche ‘dettaglio’ fondamentale.

Teletrasporto.

Bene.

Il desiderio di trasferirsi da qui a lì senza sforzo.

I vari teletrasporti che si vedono nelle numerose saghe di fantascienza si possono suddividere in due tipi:

  1. I teletrasporti in cui avviene un vero e proprio “trasporto” di materia, che spostano materialmente il soggetto
  2. I teletrasporti che invece analizzano l’oggetto e ne trasferiscono l’informazione al ricevitore, che lo ricostruisce perfettamente

Sorvolando su tutte le decine di obiezioni che si potrebbero avanzare ad esempio sulla quantità di energia necessaria per trasferire un oggetto pesante come un corpo umano, oppure sull’effettiva conoscenza così dettagliata della composizione appunto di una persona, dalle sue membra fino al suo spirito, tale da poterla ricostruire tale e quale, vi invito a riflettere su un aspetto a cui forse nessuno di voi, nonostante la nuova serie di Star Trek di questi anni, ha mai pensato.

Il trasmettitore di tipo due  (ti disintegro, ti analizzo, trasmetto i dati e ti ricostruisco) non è un trasmettitore di materia, bensì un duplicatore.

Abbiamo distrutto l’originale analizzandolo, ed ora, con le informazioni ricevute, ne potremmo rifare uno, nessuno e centomila (cit.), perché è questo che succederà: l’originale muore ma noi ne faremo un clone.

Sì, proprio cloni, e, se si trattasse di un essere umano, questi cloni sarebbero veramente convinti di essere l’originale (ne abbiamo fatta una copia perfetta, ricordate?), ma ovviamente non possono esserlo, in quanto, fatto uno, potremmo farne tranquillamente altre dozzine (oppure nessuno!) seguendo semplicemente le istruzioni, mentre l’originale è morto sacrificandosi per l’analisi.

Ma anche se (SE) riuscissimo ad analizzare un Mario Rossi perfettamente senza torcergli un capello, allora verrà comunque creato un clone a destinazione, e a questo punto ci troveremmo due Mario Rossi contemporaneamente.

Ancora, tutto questo senza contare che il ricevitore dovrà attingere da qualche parte le risorse per creare l’oggetto: saranno enormi serbatoi di elementi da assemblare atomo per atomo con infinita meticolosità? O sarà semplice energia che verrà convertita in qualche maniera in materia?

In quest’ultimo caso, sappiate che l’energia necessaria sarà appena appena esagerata: per fare un chilogrammo di materia, servirebbero circa 25.000 GWh, ovvero quanta energia elettrica consuma in un mese l’Italia intera.

Ma allora di cosa ci parlano le cronache più o meno quotidiane che ci bombardano con i successi nel campo del teletrasporto?

Semplicemente omettono di dire che sono riusciti a “teletrasportare” l’informazione a livello quantistico di una singola particella o giù di lì, ma nulla di fisico, solo l’informazione.

Di una particella, beninteso (elettrone, protone o che dir si voglia), non di una banana o di un batterio.

Siccome una cellula umana pesa circa un nanogrammo (10-12 gr), e considerato che in un grammo di qualsiasi sostanza ci sono circa 6 x 1023 nucleoni (è la costante di Avogadro), questo significa che (elettroni esclusi) in una cellula ci sono circa 6 x 1011 nucleoni, più circa la metà di elettroni, quindi un totale approssimativo di 1.000.000.000.000 (mille miliardi!) di particelle.

E una persona che pesa 70 Kg, ha 70.000.000.000.000 (settantamila miliardi) volte tale peso!

Lascio a voi il calcolo di quante particelle in totale dovrebbe minuziosamente assemblare un tale miracoloso marchingegno; senza sbagliare ovviamente, altrimenti rischiereste di dover usare un gomito per annusare una margherita!

Un paragrafo a parte meriterebbe il discorso etico, qui volutamente non affrontato, anche se potrebbe però essere benissimo lo spunto per un prossimo approfondimento sull’argomento, stay tuned!

Arrivati a questo punto, io direi che il Titanic del teletrasporto è bell’e che affondato.

una nebulosa planetaria all’interno di Messier 15, denominata Pease 1 (in onore di Francis Gladheim Pease, il suo scopritore).

Velocità Superluminali

 

E qui ci giochiamo l’asso.

Velocità superluminali (via! Più veloci della luce! – cit.), altro bell’argomento da appassionati di Star Trek assieme al teletrasporto che miseramente è destinato a naufragare.

Le distanze interstellari sono così immense che il solo pensare di percorrerle a velocità tradizionali è fuori discussione: chi accetterebbe di pagare il biglietto per Alpha Centauri, sapendo che dovrebbe attendere decine di migliaia di anni per arrivarci?

Ecco allora che la fantascienza ci ha proposto diverse soluzioni per poter arrivare in tempo al nostro appuntamento:

Accelerare fino a superare la velocità della luce

Semplicemente non si può, e il motivo sta nel fattore di Lorentz:

Dove ‘v’ è la velocità dell’oggetto in questione, e ‘c’ è la velocità della luce.

Come si può vedere dalla formula (e dal grafico qui sotto che la rappresenta visivamente), all’aumentare di ‘v’, approssimandosi a ‘c’ (quindi quando la velocità si avvicina a quella della luce), ‘γ’ (il Fattore di Lorentz) tende ad infinito.

Ora, ‘γ’ è il valore che:

  • Moltiplichiamo per la massa di un oggetto per ottenere quella che chiamiamo ‘massa relativistica’; questo incremento di massa è l’energia che dobbiamo fornire all’oggetto per raggiungere la velocità desiderata, e che tende ad infinito avvicinandosi sempre più a ‘c’. Questo comporta che serve un’energia infinita per arrivare a ‘c’, e quindi non è possibile.
  • Quando ci avviciniamo alla velocità della luce, il tempo inoltre rallenta sempre di più, fino a fermarsi (per i fotoni, che viaggiano a ‘c’, ad esempio, il tempo non scorre), e, ovviamente, senza lo scorrere del tempo non possiamo fare nulla, neppure cercare di incrementare la velocità.
  • La lunghezza dell’oggetto, lungo la direzione di marcia, si divide per detto fattore con il risultato che si contrae sempre più, fino ad azzerarsi quando si arriva a ‘c’.

Ovviamente questo per un osservatore esterno, mentre per il soggetto tutto appare normale.

Non solo, ma anche arrivare ad una frazione apprezzabile di ‘c’ sarebbe veramente arduo, viste le energie in gioco.

Per i motivi sopra esposti, non è possibile, per un oggetto materiale, arrivare o superare la velocità della luce.

Più che affondato, mai partito.

Tachioni

Il tachione (dal greco ταχύςtachýs, “veloce”) è un’ipotetica particella avente velocità superiore a quella della luce.

Queste ‘bestiacce’ hanno caratteristiche molto peculiari:

  • Nascono già con una velocità maggiore di quella della luce nel vuoto
  • Sono più veloci della luce, ma non possono mai rallentare al di sotto di essa
  • Più sono veloci e meno energia hanno
  • Non le potremmo mai vedere arrivare, ma dopo averle incontrate, ne vedremmo due copie allontanarsi in direzioni diametralmente opposte, con redshift diversi (verso il rosso quella in direzione del moto della particella, verso il blu l’altra, nella direzione da dove è arrivata)

Forte, abbiamo trovato il candidato ideale.

Ci sono però dei ‘ma’ grandi quanto una casa.

Per prima cosa, anche se non sono espressamente vietate da nessuna legge fisica, non è detto che esistano: anche la presenza di un Tyrannosaurus Rex in Central Park non è proibito da nessuna legge fisica, ma non mi sembra che il Central park ne pulluli.

Secondo, e cosa più importante, come utilizzarle -SE- esistessero davvero?

Non certo con dei motori a Tachioni: quelli (i tachioni) partirebbero e noi rimarremmo fermi al palo.

E non potremmo neppure convertire noi stessi in Tachioni: anche se fosse possibile, come potremmo ripristinare le condizioni originali, visto che saremmo delle semplici particelle, che tra l’altro obbedirebbero a regole assolutamente diverse da quelle che noi conosciamo?

Se prendete un topo e lo trasformate in particelle da lanciare in un sincrotrone, la vedo dura ripristinare in seguito il topo, anche usando tutte le tecnologie che mi possono venire in mente, e stiamo parlando di particelle -tradizionali- (vedi paragrafo sul teletrasporto). E non consideriamo il fatto che a fare tutta l’operazione dovrebbero essere le particelle del topo stesso, non qualcuno all’esterno (un’astronave trasformata in tachioni dovrebbe lei stessa ritrasformarsi nella versione originale).

Curvatura dello spazio

Uh, che bello, Buchi neri & c.

Ecco, qui entriamo in un mondo interessante, per quanto prettamente utopistico.

Nel 1994, un fisico messicano di nome Miguel Alcubierre propose un’idea con alla base un metodo per deformare il tessuto dello spazio-tempo in modo che, in teoria, ci si potesse spostare nello spazio senza tenere conto della velocità della luce.

Ma noi abbiamo appena detto che non si può, quindi?

Quindi in sostanza si tratterebbe di truccare il mazzo, evitando di pensare a come far muovere l’astronave e concentrarsi invece a come curvare lo spaziotempo per aggirare il problema.

Questo si può ottenere grazie alla metrica di Alcubierre, che definisce come creare una ‘bolla’ in cui lo spazio si contrae da una parte e si espande dalla parte opposta, lasciando al centro uno spaziotempo piatto in cui un’astronave può rimanere ferma; il risultato è che la bolla potrebbe spostarsi attraverso il tessuto dello spazio-tempo a velocità arbitrarie senza violare la Relatività, mentre l’astronave e i suoi occupanti, al centro della bolla, non sperimenterebbero alcuna accelerazione.

Bello, habemuspapam.

Abbiamo sostanzialmente due problemi:

Punto uno: per contrarre lo spazio davanti alla bolla, si può pensare di utilizzare una massa molto compatta che, dagli ultimi calcoli effettuati, risulta essere dell’ordine della massa del pianeta Giove, ovviamente contratta in uno spazio ridottissimo per poter esercitare simili titaniche forze.

E già qui la vedo duretta, poiché Giove ha una massa equivalente a oltre 300 volte la Terra, il pianeta sul quale viviamo, e il comprimere un coso del genere a densità inimmaginabili lo vedo ben oltre qualunque progresso scientifico.

Punto due: ma il problema più grosso non è questo, bensì il fatto che, oltre a comprimere lo spazio antistante, dovremmo espandere analogamente quello alle nostre spalle con qualcosa che abbia una massa analoga ma negativa!

Ora, un oggetto che abbia una massa negativa non sta né in cielo né in Terra; sì, è vero, c’è l’effetto Casimir che mette in gioco ‘energie negative’, ma in ogni caso si tratta di valori infimi, addirittura difficili da misurare se non con adeguata strumentazione, figuriamoci se è possibile ottenere una massa equivalente di quella portata.

Per poter ovviare a questo scoglio sono state tentate molte strade, ma tutte portano ad un inevitabile vicolo cieco, come ad esempio una fantomatica ‘materia esotica’ che non ubbidisce alle leggi che conosciamo. Pura fantascienza, no, mi correggo: pura fantasia.

Il Raggio della Morte Nera

Uno scienziato, David Boulderston, ha pubblicato una ricerca nella quale stima l’energia necessaria per distruggere totalmente un pianeta usando il super-laser della Morte Nera, e, usando un modello di un pianeta con massa e diametro simili a quello della Terra, ne è venuto fuori che l’energia necessaria sarebbe di circa 2 x 1036 Joule.

Un’energia immensa, pari all’energia che il Sole emette in più di 150 anni (l’energia emessa dal Sole ogni secondo è di 3,827×10²⁶ Joule).

Ma ammettiamo di aver trovato la maniera di emettere un raggio di tale potenza (siamo una società ipersuper avanzata, no?), cosa succederebbe?

Se si trattasse veramente di un raggio laser, probabilmente vaporizzerebbe solo la superficie del pianeta che colpirebbe, con il risultato che la parte superficiale della zona colpita verrebbe ablata, ma la parte sottostante, già a poca profondità, non subirebbe conseguenze.

Se al posto di un raggio laser usassimo invece un sistema capace di accelerare a velocità elevatissime del materiale, bè, lì allora qualcosa potrebbe succedere per davvero, come quando spariamo ad una mela: il proiettile non si ferma in superficie, ma continua per inerzia e fa ‘esplodere’ la mela per i vapori prodotti dall’attrito.

Ipotesi stiracchiata all’estremo, ma in fondo stiamo fantasticando su una tecnologia avanzatissima, magari lasciamo una lontanissima ma molto lontana ipotesi di fattibilità.

Conclusione

La fantascienza è bella, lo ammetto, e i voli pindarici non fanno male a nessuno.

Cerchiamo solo di non porre su tali sogni le speranze di un nostro futuro, ma usiamoli per quel che sono: fantasiose idee che ci permettono di veleggiare un po’ con i nostri pensieri, facendoci magari scordare temporaneamente la nostra grigia quotidianità.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

 

I dubbi di un viaggiatore potenziale terrorista – Teorema di Bayes

Teorema di Bayes
Teorema di Bayes

ABSTRACT

L’articolo “I dubbi di un viaggiatore potenziale terrorista” descrive l’esperienza dei controlli antiterrorismo negli aeroporti degli Stati Uniti, con particolare attenzione al test antiesplosivo. L’autore riflette sulla probabilità di falsi positivi, sottolineando che, nonostante l’alta efficienza degli strumenti nel rilevare esplosivi, la bassa incidenza di veri terroristi tra i passeggeri rende i falsi allarmi molto frequenti. Viene introdotto il Teorema di Bayes per spiegare come, nonostante la rara possibilità di un falso positivo (1 su 10.000), il grande numero di passeggeri non coinvolti in attività terroristiche fa sì che la maggior parte degli allarmi siano falsi positivi. L’articolo conclude enfatizzando l’importanza della matematica e della scienza per comprendere meglio questi sistemi e migliorare la consapevolezza pubblica.

Teorema di Bayes

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Chi è stato in un aeroporto degli Stati Uniti dopo l’11 settembre sa che tra i controlli antiterrorismo c’è il test antiesplosivo: ti passano un tampone sulle mani, sui vestiti e sulla valigia e poi lo mettono in un macchinino che ingoia il tampone, ci pensa un attimo. e poi pronuncia il responso. Quasi sempre il responso è “Va bene, per questa volta puoi andare“. Però c’è anche l’altra opzione, che è “mò so’ cavoli tuoi“. E se si verifica quest’ultima situazione, molto gentilmente ti fanno accomodare in un confortevole ufficio sul retro, e cominciano a porti garbate domande mentre un sarto ti prende le misure per confezionarti una comoda tutina arancione. Le specifiche di questi strumenti dicono che l’efficienza nell’identificare chi ha maneggiato esplosivo è altissima, praticamente il 100%.

Tutte le volte che mi è capitato di imbarcarmi in un aeroporto americano ho pensato a questa eventualità, non perché io maneggi abitualmente esplosivi, anzi, l’unica polvere da sparo con cui sono mai entrato in contatto era quella delle cartucce della Jaguarmatic quando avevo 8 anni. Però so che ci sono i cosiddetti falsi positivi. Sono quei casi in cui non hai maneggiato esplosivi, ma lo strumento si mette a suonare lo stesso. Questo può succedere per i motivi più disparati: ad esempio, perché senza sapere hai maneggiato sostanze che sono contenute anche negli esplosivi (certi cerotti che servono per prevenire l’angina contengono nitroglicerina), o perché hai toccato in modo del tutto inconsapevole qualcosa che non piace al “terrorista detector” (conosco una persona a cui è successo facendo benzina, e che in seguito a ciò ha passato piacevoli momenti in compagnia degli energumeni della security). C’è una lunga lista di sostanze contenute in cose che nulla hanno a che fare con gli esplosivi, perfino cibi, che possono dare falsi positivi. Vabbè, nessuno è perfetto, nemmeno il sistema antiesplosivo! Questi sistemi però sono super affidabili, perché la probabilità di dare falsi positivi è veramente irrisoria, solo 1 su 10mila!

Quindi, ricapitolando, abbiamo uno strumento che non sbaglia praticamente mai nell’identificare se hai maneggiato esplosivi, e si confonde dicendo che lo hai fatto anche se non è vero solo molto molto raramente. Uno strumento – diremmo – ideale, che assolve perfettamente al suo scopo! Tuttavia, ogni volta che passo i controlli in un aeroporto americano mi chiedo se all’antiterrorismo conoscano il Teorema di Bayes. E mi preoccupo.

Il Teorema di Bayes risponde alla domanda che dovrebbe porsi il poliziotto dell’aeroporto nel caso in cui l’aggeggio si metta a suonare, e cioè: che probabilità c’è che la persona che mi sta di fronte sia effettivamente un terrorista? Ovvero che abbia effettivamente maneggiato esplosivi poco prima? Una risposta frettolosa ci indurrebbe a dire che la probabilità è altissima. Infatti il sistema di fronte a un terrorista ci azzecca nel 100% dei casi, e lancia un falso allarme solo nello 0,01% dei casi. Quindi, se il marchingegno suona, è di sicuro un terrorista! Risposta molto frettolosa e anche molto sbagliata. E il Teorema di Bayes ci spiega perché.

Evitando di usare formule, il concetto è questo: è vero che la macchina non sbaglia praticamente mai nell’identificare uno che ha maneggiato esplosivi. E è anche vero che emette un falso allarme solo molto raramente, appena una volta su 10000. Ma in un giorno quanta gente passa per un grande aeroporto? E quanti, fra quelle decine di migliaia di passeggeri, sono effettivamente terroristi che hanno appena preparato una bomba? E quanti, invece, non lo sono affatto?

Tra tutti quei passeggeri, solo molto molto raramente c’è chi ha maneggiato esplosivi per preparare ordigni. Tutti gli altri sono solo normali passeggeri. E quindi il nostro terrorista-detector è di fatto uno strumento che fa il test a un campione enorme di persone che in realtà, salvo casi rarissimi, non hanno maneggiato alcun tipo di esplosivo. E quindi, se darà l’allarme, certamente identificherà quei casi – rarissimi – in cui la persona ha realmente maneggiato esplosivo. Ma a parte questi casi (sono stati qualche decina in tutto, dall’11 settembre a oggi)è praticamente certo che si tratterà di un falso positivo. Infatti, sebbene lo strumento si sbagli solo 1 volta su 10mila, in un giorno in un aeroporto transitano anche 100mila pacifici passeggeri, e questo fa una media di 10 falsi positivi al giorno. Quindi di fatto gli allarmi sono largamente dominati dai falsi positivi. E il poliziotto, di fronte a uno di questo allarmi, se sapesse il Teorema di Bayes, dovrebbe dire: “ecco un altro falso allarme“. Se sapesse il Teorema di Bayes…ma lo saprà? Spero di non scoprirlo mai.

PS: Leggo in un articolo in rete che durante i 45 minuti durante il quale il giornalista ha osservato il sistema antiesplosivo in funzione alla security dell’aeroporto di Miami “only one passenge rcaused the machine’s alarm to sound. The man was immediately escorted from the checkpoint line for additional screening“. Only one passenger?!?!?!?!?Un passeggero in 45 minuti vuol dire che, tenendo conto del traffico dell’aeroporto di Miami e scalandolo al traffico totale annuo negli USA, in un anno quasi mezzo milione di passeggeri viene fermato per un pomeriggio a causa di falsi positivi. Infatti, l’articolo conclude che il passeggero “era entrato in contatto con sostanze che non avevano niente a che fare con esplosivi“.È ovvio, ma lo scrivo esplicitamente, che tutto ciò non è un invito a ritenere inutili i controlli antiterrorismo. Lo scopo è però il far riflettere su come la percezione comune sul funzionamento di questi sistemi sia spesso diversa dalla realtà. E, come sempre, sapere un po’ più di matematica e di scienza ci rende cittadini più consapevoli.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

La corsa alle prime galassie

Protogalassie
Fig. 5 Visualizzazione artistica della prima generazione di stelle. I modelli teorici suggeriscono che si siano iniziate a formare in protogalassie a partire da 100 milioni di anni dopo il Big Bang arricchendo poi l’ambiente circostante di elementi chimici creati al loro interno. Trovare le stelle di popolazione III è uno degli obiettivi più ambiziosi di JWST. [NOTA: immagine HR disponibile a https://webbtelescope.org/contents/articles/what-were-the-first-stars-like].

ABSTRACT

La ricerca delle galassie lontane, prime galassie, è un tema centrale dell’astronomia moderna, mirato a comprendere l’evoluzione dell’Universo. Le osservazioni di galassie distanti ci permettono di studiare i progenitori delle strutture attuali e di comprendere i processi fisici che hanno influenzato la loro formazione. Dopo il Big Bang, l’Universo era composto quasi esclusivamente da idrogeno ed elio. L’osservazione delle galassie lontane ci permette di tracciare l’arricchimento chimico dell’Universo, seguendo il filo che ha portato alla formazione delle galassie, del Sole e della vita stessa.

Negli anni ’60, con la scoperta dei primi quasar, è iniziata la ricerca di sorgenti a distanze cosmologiche. Il lancio dell’Hubble Space Telescope (HST) e l’iniziativa di osservare campi profondi (come l’Hubble Deep Field del 1995) hanno rivoluzionato questa ricerca, permettendo di studiare galassie che risalgono a quando l’Universo aveva meno di 2 miliardi di anni. Le osservazioni nell’infrarosso hanno permesso di indagare la formazione delle galassie in epoche ancora più remote, fino a meno di 300 milioni di anni dal Big Bang.

Il James Webb Space Telescope (JWST), lanciato con lo scopo di esplorare le prime stelle e galassie, ha rivoluzionato ulteriormente il campo. Le sue osservazioni hanno rivelato che l’Universo primordiale era molto più affollato di quanto previsto. Galassie luminose e massicce sono state trovate a redshift maggiore di 10, sfidando i modelli teorici preesistenti. La spettroscopia del JWST ha permesso di osservare dettagliate emissioni di gas ionizzato e scoprire buchi neri supermassicci in galassie risalenti a poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang.

La ricerca continua a spingersi oltre, con l’obiettivo di trovare la prima generazione di stelle, la cosiddetta “popolazione III”, formata solo da gas primordiale. Strumenti come il telescopio spaziale Euclid e l’Extremely Large Telescope (ELT) contribuiranno significativamente a questa ricerca. Tuttavia, restano delle sfide, come la mancanza di strumenti osservativi nel medio infrarosso e nelle alte energie, necessarie per studiare i buchi neri primordiali. I prossimi decenni saranno cruciali per comprendere appieno l’evoluzione dell’Universo e le sue prime sorgenti luminose.

Una breve storia della ricerca delle galassie lontane

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Quanto lontano possono vedere i vostri telescopi? È una domanda che gli astronomi si sentono rivolgere spesso, potrebbe sembrare un po’ ingenua ma la risposta è meno banale di quello che si può pensare e tutto sommato non è affatto una cattiva domanda. Infatti, sono gli astronomi i primi a chiedersi come spingere le proprie osservazioni sempre più lontano nello spazio e quindi nella storia dell’Universo.

Sono molti i motivi per studiare galassie sempre più distanti e cercare le prime galassie formatesi poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang. Nell’Universo vicino osserviamo galassie che si differenziano tra loro per morfologia (spirali, giganti ellittiche, irregolari), massa, livello di formazione stellare, contenuto di gas e polvere, ambiente (ammassi e gruppi di galassie), e presenza di buchi neri supermassicci di centinaia di milioni o addirittura miliardi di masse solari. Solo osservando i loro progenitori nell’Universo lontano, e i loro primi “mattoni” nell’Universo primordiale possiamo veramente capire quali fenomeni fisici hanno maggiormente influito sulla loro evoluzione. Inoltre, nella Via Lattea e nelle galassie vicine osserviamo diversi tipi di popolazioni stellari, contraddistinte principalmente da diverse abbondanze degli elementi chimici che si formano a seguito della combustione nucleare all’interno delle popolazioni stellari precedenti e che vengono poi dispersi da venti stellari ed esplosioni di supernovae. Successivamente al Big Bang l’Universo era costituito essenzialmente dai soli idrogeno ed elio: ricostruire nelle galassie via via più lontane la storia dell’arricchimento di elementi quali carbonio, ossigeno, azoto vuol dire seguire quel filo che ha portato dal Big Bang alla formazione non solo della Via Lattea, ma anche del nostro Sole e infine alla vita.

Di fatto la “rincorsa” a cercare sorgenti sempre più distanti è iniziata molti anni fa, negli anni ‘60 con la scoperta dei primi quasar e radiogalassie a distanze “cosmologiche” (redshift maggiore di 1) ma è solo da metà degli anni ‘90 che gli astronomi hanno sviluppato metodi e strumenti adatti a osservare normali galassie in epoche in cui l’Universo aveva non più di 2 miliardi di anni di vita, cioè meno del 15% dell’età attuale.

La possibilità di esplorare la natura di galassie remote è giunta grazie ad Hubble Space Telescope e alla coraggiosa iniziativa di osservare dei cosiddetti “campi fondi”, piccole zone di cielo di pochi arcmin2 su cui acquisire dati per decine e a volte centinaia di ore si osservazione. Il primo esempio fu l’Hubble Deep Field (HDF) nel 1995, a cui sono seguite negli anni numerose “survey” concepite in modo simile, la più celebre delle quali è probabilmente l’Hubble Ultra Deep Field (Fig. 1).

Le osservazioni HDF e di survey simili contengono molte migliaia di sorgenti, ma grazie all’acquisizione di immagini in più filtri si può misurare la forma dello spettro delle galassie e isolare la piccola frazione di sorgenti remote. In particolare, per studiare le prime epoche di formazione delle galassie è necessario avere osservazioni oltre la regione del visibile: dalle lunghezze d’onda del vicino infrarosso (circa 1 micron) a quelle del medio infrarosso (oltre i 3 micron) che rispettivamente misurano l’emissione ultravioletta (UV) di galassie da redshift circa 6 a redshift 12 e oltre, cioè da 1 miliardo a meno di 300 milioni di anni dal Big Bang.

Hubble Deep Field - Prime Galassie
Fig. 1 – l’Hubble Deep Field, la prima survey profonda effettuata da Hubble che nel 1995 ha aperto il campo della ricerca delle galassie lontane. Immagine in tricromia ottenuta con i filtri U (300 nm, blu), B (435 nm, blu) e V (606 nm rosso) https://esahubble.org/images/opo9601c/
l’Hubble Ultra Deep Field - Prime Galassie
Fig. 1 – Hubble Ultra Deep Field osservato nel 2006 con evidenziate nei riquadri 28 sorgenti di alto redshift. Immagine in tricromia ottenuta da immagini nei filtri B (435 nm, blu), V+I (606nm e 775 nm, verde) e z (850nm, rosso) https://hubblesite.org/contents/articles/hubble-deep-fields

La camera ottica ACS, e dal 2010 quella infrarossa (WFC3) di HST, insieme ai grandi telescopi da terra (Very Large Telescope, Keck) hanno dunque permesso di studiare le popolazioni di galassie risalenti al periodo tra circa 600 milioni di anni e 2 miliardi di anni dopo il Big Bang (redshift da 3 a circa 9). Si è trovato che al crescere del redshift la luminosità tipica delle galassie diminuisce e aumenta la frazione di galassie intrinsecamente deboli. Queste galassie sono via via più piccole, con dimensioni tipiche inferiori a 1 kpc (meno di 1/3 della Via Lattea), in buona parte di morfologia irregolare, sempre più attive in termini di formazione stellare in rapporto alla loro massa e con un sempre minore contenuto sia di polvere che di elementi quali ossigeno e carbonio. Queste osservazioni hanno permesso di indagare un periodo della storia dell’Universo entro il primo miliardo di anni che è estremamente importante perché è quando avviene il grosso del processo cosiddetto di reionizzazione (Fig. 2). Dal momento della ricombinazione (300.000 anni dopo il Big Bang) lo spazio è permeato da gas neutro, e sono proprio i fotoni energetici emessi dalla prime sorgenti luminose a separare protoni ed elettroni dell’idrogeno diffuso nello spazio intergalattico, ionizzandolo nuovamente. Uno degli scopi principali nello studio delle prime galassie è proprio misurare l’andamento temporale e spaziale di questo processo, e soprattutto determinare quali sorgenti ne siano state maggiormente responsabili, se le galassie più o meno luminose o i primi nuclei galattici attivi. Nonostante questi successi osservativi, fino a poco tempo fa la nostra conoscenza dei primordi dell’Universo era ancora limitata. Hubble è sensibile sino a circa 1.6 micron di lunghezza d’onda. I telescopi da terra anche della classe degli 8-10 metri come VLT e Keck fanno delle osservazioni extragalattiche anche a lunghezze d’onda leggermente maggiori (sino a circa 2.5 micron), ma il forte “background” di emissione dell’atmosfera impedisce loro di spingersi abbastanza in profondità, oltre la magnitudine osservata 26-27. Lunghezze d’onda oltre i 3 micron erano osservabili dal telescopio spaziale Spitzer, ma con risoluzione e sensibilità date dallo specchio di soli 85 cm di diametro assolutamente insufficienti ad esplorare l’Universo nei primi 500 milioni di anni di vita. Poche sorgenti erano note grazie a HST a un redshift circa 9-10, e nessuna a distanze ancora maggiori. La corsa alle prime galassie aveva bisogno di uno strumento che potesse osservare nel vicino e medio infrarosso dallo spazio, e con una sensibilità superiore a HST e Spitzer.

Evoluzione delle galassie - Prime Galassie
Fig. 2 – Visualizzazione artistica della prima fase di evoluzione delle galassie. Dopo la ricombinazione lo spazio è permeato da gas neutro che viene reionizzato dalla radiazione emessa dalle prime sorgenti. Comprendere questa fase detta di “reionizzazione” che termina all’incirca 1 miliardo di anni dopo il Big Bang è uno degli scopi principali della ricerca sulle prime galassie. [NOTA: immagine HR disponibile a https://aasnova.org/2016/02/22/galactic-teamwork-makes-distant-bubbles/]

La rivoluzione di JWST

Il James Webb, con 6.5 metri di diametro e strumenti sensibili sino ai 28 micron è stato progettato avendo l’esplorazione delle prime stelle e galassie tra i suoi scopi principali. I primi due anni di osservazioni con JWST hanno decisamente rivoluzionato lo studio delle galassie primordiali e possiamo tranquillamente affermare che questo meraviglioso strumento sta mantenendo le sue promesse. Le prime osservazioni extragalattiche “fonde???” di JWST sono state rese pubbliche a Luglio 2022 e, come era facile aspettarsi, hanno subito scatenato una “corsa all’oro” per selezionare le galassie più remote.

I risultati raggiunti in pochi giorni dall’analisi delle prime immagini della camera NIRCam (tra 1 e 5 micron) sono stati a dir poco sorprendenti perché immediatamente ci si è resi conto che l’Universo nei suoi primi 300-500 milioni di anni di vita era molto più affollato di quanto ci si aspettasse. I dati che erano disponibili su epoche successive avevano mostrato che l’abbondanza di galassie, cioè il loro numero per unità di volume, diventava sempre più piccolo più ci si spingeva in là col redshift (e quindi indietro nella storia dell’Universo). I modelli teorici di evoluzione delle galassie riproducevano questi risultati in modo abbastanza accurato e quindi le aspettative erano basse: certo JWST ci avrebbe permesso di trovare sorgenti molto più remote, ma si pensava fossero poche e soprattutto di bassa luminosità intrinseca. Tutt’altro! Nei giorni e nelle settimane successive all’inizio delle osservazioni JWST ci siamo accorti che a redshift maggiore di 10 le galassie luminose, cioè di magnitudine assoluta MUV=-20 o inferiore, erano molto più numerose di quanto si pensasse.

Chi vi scrive ha avuto il privilegio di partecipare alle prime ricerche come membro dei team legati alle osservazioni “Early Release Science” (ERS), programmi osservativi i cui dati sono stati immediatamente resi pubblici proprio per permettere alla comunità scientifica di prendere confidenza con le osservazioni del James Webb. In particolare, pochi giorni dopo le prime osservazioni, con i colleghi del programma ERS GLASS trovammo inaspettatamente due galassie brillanti, denominate GHZ1 e GHZ2, a redshift maggiore di 10 in una piccola area di cielo di soli 6.5 arcmin2 (Fig. 3). Per dare un’idea di quanto inaspettato fosse questo risultato la stima era che ci sarebbe servita almeno un’area 10 volte maggiore per trovare una sola di queste sorgenti.

Tutte le successive osservazioni di campi fondi extragalattici hanno poi confermato questo risultato, davvero ci sono più galassie remote di quante ce ne aspettavamo, e ovviamente gli astrofisici teorici si sono subito messi al lavoro per trovare una spiegazione a questo risultato. Vari scenari possono descrivere tale “abbondanza”, le galassie potrebbero apparire più luminose per una quasi totale assenza della attenuazione da polvere, essere in una fase solamente temporanea di maggiore luminosità dovuta a storie di formazione stellare estremamente variabili costellate di episodi di forte emissione, o avere avuto una elevata efficienza di conversione del gas in stelle. C’è anche chi ha proposto modifiche allo scenario cosmologico suggerendo una maggiore rapidità di formazione delle strutture o in alternativa che all’epoca l’Universo potesse essere più vecchio di quanto riteniamo, dando più tempo alle galassie per formarsi e crescere. Ad oggi sono numerosi gli sforzi teorici e osservativi mirati a distinguere tra gli scenari.

Prime Galassie - GLASS-ERS
Fig. 3 – Il campo fondo GLASS-ERS osservato da JWST con la camera NIRCam nel 2022. Nei riquadri centrali sono evidenziate le due sorgenti GHZ1 (redshift stimato 10.5) e GHZ2 (recentemente confermata a redshift 12.34) che per prime hanno mostrato come le galassie luminose (MUV<-20) nell’Universo remoto sono molto più abbondanti di quanto ci si aspettasse. Immagine a colori ottenuta con i filtri F090W e F115W (blu), F150W (cyan), F220W (verde) F277W (giallo), F356W (arancione) F444W (rosso). [NOTA: immagine ad HR disponibile a https://www.nasa.gov/universe/nasas-webb-draws-back-curtain-on-universes-early-galaxies/]

Ancora sorprese dalle prime galassie

Le osservazioni di “imaging” sono estremamente potenti, raccogliendo la luce delle sorgenti in più filtri a banda larga permettono di raggiungere flussi molto deboli e allo stesso tempo di ricostruire la forma dello spettro per stimare redshift e luminosità. Ma per capire a fondo la natura degli oggetti celesti è necessaria la spettroscopia che ne disperde nel dettaglio l’emissione in funzione della lunghezza d’onda e permette di misurare le righe in emissione o in assorbimento nel gas che circonda le stelle giovani. In questo campo JWST ha portato l’emozionante novità di poter vedere per la prima volta nell’Universo remoto righe di emissione della regione del visibile, quindi osservabili nel vicino e medio infrarosso, come le righe di Balmer dell’idrogeno, e un incredibile dettaglio di righe di emissione del gas altamente ionizzato emesse dalle galassie nell’ultravioletto. Molti dei risultati ottenuti hanno confermato le predizioni teoriche. L’abbondanza di ossigeno e altri elementi in epoche remote era più bassa di quella locale, anche se tipicamente attorno al 5-10% dell’abbondanza solare a indicare che l’Universo si è arricchito molto rapidamente. Lo stato di ionizzazione e di eccitazione del gas era maggiore, per la presenza di stelle più calde (decine di migliaia di gradi K) e massicce (probabilmente sino a centinaia di volte la massa del sole) di quelle tipiche delle galassie vicine.

Ma anche dalla spettroscopia sono arrivati risultati inattesi. L’esempio migliore è una sorgente denominata GNz11 a redshift 10.6 che era la galassia più distante scoperta da Hubble e che è stata poi indagata a fondo tramite lo spettrografo NIRSpec di JWST. Lo spettro di GNz11 mostra una grande quantità di righe di emissione di idrogeno, carbonio, ossigeno e azoto e ha portato un risultato che ha subito colpito l’attenzione: l’abbondanza dell’azoto nel gas di GNz11 è molto elevata, oltre il doppio di quanto misurato nel Sole. Successivamente la stessa anomalia è stata trovata anche in altre galassie di epoca simile nella survey JWST CEERS e nella sorgente GHZ2 a redshift 12.3, una delle galassie brillanti che trovammo nella GLASS-ERS.

Questa alta abbondanza di azoto non è una semplice curiosità: lo stesso eccesso di questo elemento si trova in popolazioni stellari degli ammassi globulari attorno alla Via Lattea. Le galassie osservate da JWST potrebbero dunque essere il sito di formazione delle stelle degli ammassi globulari. Le osservazioni future ci indicheranno se davvero c’è una connessione tra un’efficiente formazione delle stelle nelle galassie di alto redshift e la formazione di questi oggetti che sono le strutture più antiche che conosciamo nell’Universo locale.

Ma le sorprese non sono finite qui. Un elevato numero di sorgenti nel primo miliardo di anni dal Big Bang, inclusa la stessa GNz11, hanno mostrato di ospitare un buco nero centrale supermassiccio. La prova è arrivata innanzitutto dall’osservazione in numeri oggetti?? di righe di emissione “larghe”, indicative di velocità del gas dell’ordine delle migliaia di km/s nelle regioni soggette all’enorme campo gravitazionale del buco nero. Un altro caso degno di nota è quello di una sorgente a redshift 10.1 denominata UHZ1 che mostra emissione X dovuta alla presenza di un buco nero la cui massa è paragonabile addirittura all’intera massa stellare della galassia ospite. JWST ha dunque trovato che poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang le galassie ospitavano già buchi neri da milioni a centinaia di milioni di masse solari.

Come possono essersi formati così rapidamente buchi neri così massicci? A questo riguardo gli scenari considerati più plausibili sono due. Il primo prevede un accrescimento estremamente efficiente a partire dai buchi neri di poche decine di masse solari, residuo delle prime esplosioni di supernova. In questo caso la crescita del buco nere deve essere avvenuta a un tasso pari, e per alcuni periodi persino superiore, al limite massimo oltre il quale la pressione della radiazione limita la caduta di materia sul buco nero stesso (limite di Eddington). Il secondo scenario prevede un accrescimento più regolare ma a partire da buchi neri di migliaia di masse solari dovuti al collasso rapido di enormi nubi di gas. Una terza possibilità, più remota ma potenzialmente con grandi implicazioni la cosmologia è che i “semi” su cui si sono accresciuti i buchi neri supermassicci siano buchi neri primordiali formatisi nei primi secondi di vita dell’Universo a partire da fluttuazioni quantistiche e che in alcuni casi potrebbero avere avuto masse migliaia di volte quella solare.

Future osservazioni di galassie e nuclei attivi in epoche ancora più remote permetteranno di chiarire questi scenari teorici e comprendere finalmente il meccanismo di formazione e i primi passi dell’evoluzione dei buchi neri supermassicci.

Prime Galassie - JWST e X Chandra
Fig. 4 – Immagine composita delle osservazioni JWST e del telescopio X Chandra (in viola) della regione di cielo dove è stata scoperta la sorgente UHZ1 a redshift 10.1. La galassia è evidenziata nei riquadri che mostrano l’emissione stellare (osservabile con JWST) e l’emissione energetica X trovata con Chandra e dovuta ad accrescimento su un buco nero centrale supermassiccio. L’emissione X diffusa nel riquadro grande è dovuta a un ammasso di galassie vicino lungo la linea di vista. [NOTA: immagine HR disponibile a https://www.nasa.gov/missions/chandra/nasa-telescopes-discover-record-breaking-black-hole/]

Il Graal delle galassie primordiali: le prime stelle

Lo scenario di fronte a cui ci ha posti JWST è estremamente interessante, in poco tempo abbiamo osservato decine di galassie e AGN in un’epoca tra i 300 e gli 800 milioni di anni dal Big Bang, ed è molto probabile che a breve ci spingeremo ad epoche ancora più remote. Oltre alla comprensione dell’epoca di reionizzazione e delle prime fasi di evoluzione di galassie e buchi neri supermassicci c’è però un obiettivo più ambizioso da raggiungere: la scoperta della prima generazione di stelle. Non solo la Via Lattea e le galassie vicine, ma come abbiamo visto anche quelle più remote osservate da JWST sono popolate da stelle già arricchite, almeno in parte, da elementi più pesanti di idrogeno ed elio. Trovare la prima generazione di stelle, la cosiddetta “popolazione III” formatasi dal solo gas primordiale è forse il maggiore obiettivo e, diciamolo, il sogno di chi studia le prime galassie. Per ora sappiamo solo ciò che ci dicono i modelli teorici: si ritiene che queste stelle fossero di centinaia di masse solari, estremamente calde e quindi di vita breve, pochi milioni di anni (Fig. 5), che si fossero formate in protogalassie a partire da circa 100 milioni di anni dopo il Big Bang, ma che potrebbero avere continuato a moltiplicarsi in sacche di gas non arricchito anche nelle vicinanze di galassie massicce in epoche successive. Si sapeva che sono una “preda” difficile per le osservazioni e non è una sorpresa che ancora non le si sia trovate con certezza, ma alcune osservazioni JWST potrebbero essere prossime al traguardo. Il primo caso è, ancora una volta!, legato a GNz11: osservazioni di spettroscopia della regione attorno alla sorgente hanno mostrato la presenza di una piccola regione caratterizzata da una forte emissione dell’elio ionizzato. L’intensità dell’emissione è consistente con quanto ci si aspetta da una regione di formazione di stelle di popolazione III, e magari osservazioni future lo confermeranno. Il secondo caso è una sorgente di bassa massa, al più 1000 masse solari, a redshift 6.7 e denominata LAP1 che è così debole che la possiamo vedere solo grazie alla combinazione della sensibilità di JWST e dell’effetto di lente gravitazionale di un ammasso di galassie nell’Universo vicino. Lo spettro di questa galassia indica che il gas ha un’abbondanza di ossigeno che è al più 3/1000 di quella solare. Se il buon giorno si vede dal mattino è lecito aspettarsi che presto o tardi JWST troverà la prova definitiva di emissione da stelle primordiali: il primo passo che l’Universo ha fatto verso la formazione di tutti gli elementi chimici che compongono anche la nostra terra e noi stessi.

Protogalassie
Fig. 5 Visualizzazione artistica della prima generazione di stelle. I modelli teorici suggeriscono che si siano iniziate a formare in protogalassie a partire da 100 milioni di anni dopo il Big Bang arricchendo poi l’ambiente circostante di elementi chimici creati al loro interno. Trovare le stelle di popolazione III è uno degli obiettivi più ambiziosi di JWST. [NOTA: immagine HR disponibile a https://webbtelescope.org/contents/articles/what-were-the-first-stars-like].

Il futuro

Se non ci saranno spiacevoli imprevisti JWST potrà osservare almeno per altri 10 anni prima di esaurire il carburante per le manovre, e continuerà a essere l’unico strumento in grado di esplorare i primi 100-200 milioni di anni dopo il Big Bang. Nondimeno, altri strumenti saranno fondamentali per lo studio di sorgenti nel primo miliardo di anni di vita dell’Universo.

Vista l’importanza dell’infrarosso difficilmente osservabile da terra non è un caso che un grande contributo sia atteso da un altro telescopio spaziale recentemente entrato in funzione, la missione ESA/NASA Euclid. Lo scopo primario di Euclid è lo studio della cosmologia, svelare la natura della materia oscura e dell’energia oscura. Osserverà ben 15000 gradi quadrati di cielo (“Wide Survey”) insieme anche a survey “fonde” su un’area totale di circa 40 gradi quadrati (Euclid Deep Fields) in un filtro ottico, tre filtri infrarossi (da 1 micron a circa 2.0 micron di lunghezza d’onda), e con uno spettrografo infrarosso. Euclid è concepito in modo del tutto diverso e complementare a JWST. Per via dello specchio più piccolo (1.2 metri) raggiunge magnitudini limite inferiori, circa 24 nella survey Wide, e ~26 nei campi deep (Webb arriva alla 30esima magnitudine e oltre) ma è dotato di camere a grande campo: 0.57 deg2, oltre 400 volte maggiore del campo di vista della camera NIRCam di JWST. Queste osservazioni infrarosse individueranno decine di migliaia delle galassie più luminose e massicce nell’epoca di reionizzazione. Soprattutto Euclid potrà censire la popolazione dei primi quasar brillanti trovandone di più remoti di J0313−1806, il QSO più distante attualmente noto a redshift 7.6.

Quale sarà il ruolo degli strumenti da terra? Una fruttuosa sinergia si è già in essere tra JWST e ALMA, che osservando nelle lunghezze d’onda sub-millimetriche è in grado di studiare l’emissione del mezzo interstellare anche delle sorgenti più remote individuate da JWST. Più limitato per lo studio delle prime galassie sarà il contributo dei telescopi ottico-infrarossi da terra dell’attuale classe degli 8-10 metri di diametro, mentre un “concorrente” quasi all’altezza di JWST sarà l’Extremely Large Telescope (ELT) che diventerà operativo a partire dal 2028. ELT col suo specchio di 39 metri di diametro avrà una enorme area di raccolta luce e gli strumenti, sensibili sino a circa 2.5 micron di lunghezza d’onda, avranno la capacità di compensare l’effetto della turbolenza atmosferica con tecniche di ottica adattiva raggiungendo una risoluzione prossima al limite di diffrazione. ELT potrà quindi indagare ad altissima risoluzione spaziale e spettrale la natura di galassie e nuclei galattici attivi distanti.

Euclid, ALMA, ELT e altri gioielli della tecnologia astronomica sono e saranno fondamentali per comprendere l’Universo lontano, ma non possiamo non notare due limiti nello sviluppo dei futuri programmi astrofisici con la speranza che vi si ponga rimedio. Il primo è che JWST resterà a lungo l’unico strumento capace di osservare da spazio nel medio infrarosso oltre la lunghezza d’onda di 2 micron per cercare l’emissione UV di sorgenti nei primi 300 milioni di anni dal Big Bang. I primi progetti NASA per un futuro telescopio spaziale (denominato LUVOIR) non prevedono capacità osservative nel medio infrarosso, e dunque non è ancora chiaro se e quando James Webb avrà un vero erede per la ricerca delle prime stelle. Un secondo, e forse più grave punto debole è la mancanza di strumenti di alte energie che tengano il passo di JWST. È ormai evidente che gli AGN abbiano giocato un ruolo importante nell’Universo primordiale. Le osservazioni X che sono fondamentali per studiare la storia dell’accrescimento sui buchi neri supermassicci sono attualmente limitate, almeno per quanto riguarda sorgenti all’alba cosmica, a quanto osservabile o già osservato con il telescopio Chandra. I suoi potenziali successori, ad esempio la missione ESA Athena, sono in fase di studio e sicuramente non si avrà prima di almeno 10 anni un telescopio X che abbia sensibilità e risoluzione tali da poter indagare sistematicamente le sorgenti trovate da Webb.

I prossimi 10-20 anni saranno decisivi per trovare le prime galassie e la prima generazione di stelle. Un efficiente uso delle sinergie tra i vari strumenti e un’accurata pianificazione degli investimenti futuri ci potranno portare a comprendere le sorgenti ai confini dell’Universo osservabile.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


Star Party 3 agosto Forca Canapine

Amanti delle stelle e dell’astronomia, segnatevi questa data sul calendario! Il 3 agosto ci ritroveremo presso il Rifugio Colle le Cese a Forca Canapine per una notte di osservazioni stellari, foto mozzafiato e tanto divertimento sotto le stelle.

Data: 3 agosto

Orario: dalle 16:00 in poi

Luogo: Rifugio Colle le Cese, Forca Canapine

Non perdere questa occasione unica per esplorare il cielo notturno insieme a esperti e appassionati. Porta il tuo telescopio, la tua macchina fotografica, o semplicemente la tua curiosità!

Il programma si arricchisce giorno per giorno e così siamo lieti di annunciare la partecipazione di alcuni fra gli astrofotografi più notevoli del territorio italiano. Tra gli ospiti d’eccezione del prossimo Star Party, che si terrà il 3 agosto 2024 presso l’ex rifugio Colle Le Cese, avremo due rinomati astrofotografi italiani: Alessandro Ravagnin e Andrea Bertocco.

Alessandro Ravagnin è ingegnere delle telecomunicazioni e autore di Coelum Astronomia con una passione profonda per l’astronomia e l’astrofotografia. Alessandro ha iniziato il suo viaggio nell’astronomia a 14 anni, trasformando col tempo il suo giardino in un osservatorio astronomico all’avanguardia. Fondatore del gruppo ShaRA, ha portato il team ha ottenere riconoscimenti internazionali e a partecipare a prestigiosi concorsi, arrivando fino alla finale dell’Astronomy Photographer of the Year 2024 organizzata dal Royal Museums Greenwich.

Andrea Bertocco ha iniziato la sua avventura astronomica all’età di sei anni, osservando la Luna e Giove. Con una formazione radicata nel Circolo Astrofili di Mestre, ha dedicato anni all’osservazione delle stelle variabili e alla pubblicazione di articoli scientifici. Andrea è noto per la sua capacità di combinare passione e praticità, mantenendo sempre viva la sua curiosità e dedizione. Capo dei T-Rex e membro fondatore del Team ShaRA, continua a ispirare con la sua instancabile attività.

Inoltre per questa speciale occasione, Astro Aldo Aldo Zanetti, responsabile del settore fotografia deepsky della UAI condividerà con noi la sua prima esperienza a Colle Le Cese e ci mostrerà il suo splendido scatto della Ghost Nebula.

Ghost Nebula di Aldo Zanetti

“Era parecchio tempo che volevo fare una buona ripresa di SH2-136, meglio conosciuta come la Ghost Nebula. Ero arrivato ad accumulare oltre 50 ore sotto il cielo della pianura padana, ma le luci che mi circondavano di Modena, Sassuolo, Rubiera introducevano gradienti difficilmente compatibili con la parte a riflessione della nebulosa. A luglio di due anni fa decisi di provare sotto un cielo più favorevole, e la scelta cadde su Forca Canapine, che numerosi amici astrofotografi mi avevano raccomandato per lo splendido cielo. Arrivai dopo un viaggio di 4 ore e mezzo di macchina, giusto in tempo per montare il setup e cominciare le riprese. Usavo un APO Askar FRA 600 a f/5.6 e una camera ASI2600MC, e cominciai a scattare a 300 secondi, con un gain di 150 e in bin 1. Uso ASIair per la guida, quindi controllato che tutto funzionasse a dovere mi gustai per un po’ un cielo che prometteva davvero bene, e vinto dalla stanchezza andai a riposare. La mattina dopo avevo 45 frame da integrare per cominciare a capire come procedere. Quando Pixinsight mi restituì l’immagine dopo la ripulitura del background per un po’ non riuscivo a crederci, poi proruppi in un grido di entusiasmo che risvegliò bruscamente gli amici che mi accompagnavano e che si fecero poi pagare la colazione per quello: avevo davanti agli occhi un’immagine fantastica, ricca di segnale come mai mi sarei aspettato! Non era neppure necessario fare altre notti di riprese, tanto forte era il segnale, ed infatti la notte dopo feci uno splendido Anello del Cigno, in due pannelli con la Velo e tutta la struttura circolare. Da allora sono un sostenitore acceso del cielo di Forca Canapine, ci vado per tutte le lune nuove che promettono un buon meteo, e mi ha fatto molto piacere quando per la luna nuova di maggio 2024 eravamo in 16 telescopi a fare foto da là”

Non perdete l’opportunità di conoscere Astro Aldo e di ammirare il suo straordinario lavoro. Vi aspettiamo!

Anche Coelum Astronomia sosterrà l’iniziativa, parteciperà all’evento la direttrice Molisella Lattanzi che interverrà presentando il progetto editoriale e raccontando la passione per la divulgazione e per arrivare alle stelle esistano tante strade!

Per l’occasione a tutti i partecipanti sarà consegnato in omaggio uno splendido poster 50×70 cm su carta lucida con soggetti deepsky.

La Nebulosa Testa di Cavallo
La Nebulosa Testa di Cavallo

The Iris Nebula
The Iris Nebula

La Magia del Punto Osservativo di Forca Canapine

Il punto osservativo di Forca Canapine, situato tra Umbria e Marche, è uno dei luoghi più suggestivi e affascinanti per l’osservazione astronomica in Italia. La sua storia è strettamente legata alla bellezza naturale dei Monti Sibillini e alla passione per l’astronomia di molti astrofili locali e non.

Colle Le Cese e la Via Lattea. Crediti Saverio Ferretti

Origini Geografiche e Naturali

Forca Canapine è un valico montano situato a circa 1.550 metri di altitudine, nei pressi del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Grazie alla sua posizione elevata e all’assenza di inquinamento luminoso, la zona offre un cielo notturno straordinariamente limpido e buio, ideale per l’osservazione astronomica.

Prime Osservazioni

Sin dagli anni ’80, appassionati di astronomia hanno riconosciuto il potenziale di Forca Canapine come sito di osservazione. Le prime iniziative furono piuttosto informali, con gruppi di astrofili che si radunavano per notti di osservazione con telescopi portatili e attrezzature di base. Verso la fine degli anni ’90, grazie agli sforzi dell’Unione Astrofili Italiani (UAI), Forca Canapine divenne una delle località dove si svolgeva lo StarParty di Primavera, uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Questo evento consolidò la reputazione del sito come zona di riferimento per gli astrofili di tutta Italia fino ai tragici giorni del terremoto del 2016.

Fondazione dell’Associazione Astrofili Forca Canapine

A seguito dei danni provocati dal sisma nel 2016, nel novembre del 2023 nasce l’Associazione Astrofili Forca Canapine (AAFC). L’obiettivo dell’associazione è preservare il sito osservativo di Colle le Cese, situato a Forca Canapine, da interventi urbanistici inappropriati. Inoltre, l’AAFC si dedica alla valorizzazione e promozione del territorio circostante attraverso attività di ricerca scientifica, didattica e iniziative culturali a scopo ricreativo.

Continua Evoluzione

Oggi, Forca Canapine, grazie anche all’AAFC, ha l’intento di tornare ad essere un punto di riferimento e di ritrovo per gli appassionati di astronomia. L’Associazione Astrofili Forca Canapine lavora costantemente per migliorare l’esperienza degli osservatori, e avvicinare sempre più persone alla meraviglia del cielo notturno.

Forca Canapine non è solo un luogo di osservazione astronomica, ma anche un simbolo della passione e dell’impegno di una comunità di astrofili dediti alla condivisione della conoscenza del cosmo.

REGISTRAZIONE OBBLIGATORIA sul sito dell’associazione Astrofili Forca Canapine: https://www.astroforcacanapine.it/MainPrenotazione.aspx

A cura di Simone Curzi.

Foto di Saverio Ferretti.

Per info visitate la pagina dell’evento: https://www.facebook.com/share/CQKoUwrSJ4cVqGXi/

MESSIER 15 – Ammasso Globulare

M15 Messier 15
© Mount Lemmon Sky Center, courtesy Adam Block

ABSTRACT

Messier 15 (M15) è un ammasso globulare situato nella costellazione di Pegaso, distante 35.700 anni luce dalla Terra. Scoperto dall’astronomo Giovanni Domenico Maraldi nel 1746, M15 è uno degli ammassi globulari più antichi e densi della Via Lattea, contenente oltre 100.000 stelle. Caratterizzato da un fenomeno di collasso del nucleo, presenta una regione centrale estremamente densa. È noto per ospitare la nebulosa planetaria Pease 1 e diverse stelle variabili del tipo RR Lyrae, utilizzate per misurare distanze galattiche. M15 contiene anche pulsar e sorgenti di raggi X. Si trova nel Braccio del Sagittario della galassia e la sua osservazione migliore avviene tra luglio e dicembre. Con un binocolo, appare come una nebulosa offuscata, mentre con telescopi di grande diametro si possono risolvere dettagli del nucleo e osservare la nebulosa planetaria.

Storia delle osservazioni

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Messier 15 venne scoperto il 7 settembre 1746 dall’astronomo italiano Giovanni Domenico Maraldi, già scopritore di Messier 2, mentre cercava di individuare la cometa di De Cheseaux. Lo descrisse come “una stella diffusa alquanto brillante, composta da più stelle”.

Venne poi osservata, poco più di dieci anni dopo, anche da Charles Messier. L’astronomo francese inserì M15 nel suo catalogo nel 1760, annotando (come molti altri oggetti da lui osservati) che rassomigliava ad una “nebulosa senza stelle, rotonda con un centro brillante”.

Saltando ancora di una decina di anni, M15 fu oggetto delle osservazioni dell’astronomo tedesco Johann Elert Bode, che non riuscì ad osservare le componenti stellari dell’ammasso globulare, ed infatti scrisse: “Il 23 settembre 1774 ho trovato una nuova stella nebulosa tra le stelle Epsilon o Enif, alla bocca del Pegaso, e Delta e Gamma nell’Equuleus. L’oggetto appare rotondo e avvolto da una densa nebulosità, dove nessuna stella è riconoscibile.”

Fu l’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel a risolvere la natura stellare di quest’oggetto celeste nel 1783. Anche suo figlio John poté apprezzarlo, descrivendolo come “un magnifico ammasso globulare, con un accentuato nucleo luminoso e vari filamenti di stelle che lo circondano”.

William Henry Smyth fu uno tra i molti astronomi che caratterizzarono la sua forma come non puramente sferica, annotando “anche se questo nobile ammasso viene descritto come globulare, non è precisamente rotondo, con stelle che si dipanano dalla porzione centrale”.

Quasi cento anni fa, nel 1928, l’analisi di varie fotografie scattate dall’Osservatorio di Monte Wilson (California, USA), permisero di individuare una nebulosa planetaria all’interno di Messier 15, denominata Pease 1 (in onore di Francis Gladheim Pease, il suo scopritore).

© Mount Lemmon Sky Center, courtesy Adam Block

Caratteristiche fisiche

M15, distante 35700 anni luce dalla Terra, è uno degli ammassi globulari più densi del cielo contenente oltre centomila stelle con una luminosità complessiva di 360000 volte quella del nostro Sole. Si sta avvicinando al nostro Sistema Solare ad una velocità di 107 km/s ed impiega 250 milioni di anni per completare una singola orbita intorno al centro della Via Lattea.

Si tratta di uno degli ammassi globulari più antichi della nostra galassia, con una peculiarità aggiuntiva che lo rende ancora più interessante, un collasso del nucleo, o contrazione della regione centrale.

Questo particolare fenomeno è stato rilevato in circa il 20% degli ammassi conosciuti ed avviene quando le stelle più massicce dell’ammasso incontrano le loro controparti aventi minore massa. Con il passare del tempo, processi dinamici spingono gli astri a migrare dal centro dell’ammasso verso l’esterno, causando una netta perdita di energia cinetica nella regione del nucleo, che a sua volta causa le stelle che sono ancora presenti ad occupare un volume ancora più ristretto. Un fenomeno che viene chiamato segregazione di massa.

L’effetto finale è una zona centrale molto densa e molto brillante (più di 30 stelle per arcosecondo quadrato), osservato anche in altri ammassi stellari, come 47 Tucanae, Messier 30, o Messier 70, che tratteremo in futuro. Un’analisi del nucleo e regioni immediatamente circostanti di M15 rivela che la metà della massa dell’ammasso è concentrata in soli 10 anni luce dal centro.

L’ammasso contiene molte stelle variabili, 112, in buona percentuale del tipo RR Lyrae, utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche, ed una notevole Cefeide (stelle giganti che pulsano aumentando e diminuendo i loro diametro, temperatura, e luminosità su periodi che vanno da qualche ora a centinaia di giorni). All’interno di M15 è stato possibile individuare anche due sorgenti di raggi X (Messier 15 X-1 e Messier 15 X-2) ed un sistema doppio di stelle di neutroni.

Sono presenti otto pulsar (da pulsating radio source – sorgente radio pulsante), stelle di neutroni che si generano come prodotto di supernove, quando il nucleo della stella originante collassa in un raggio molto ristretto, incrementando notevolmente l’originale campo magnetico.

È uno dei pochi ammassi globulari a contenere, come visto nella sezione precedente, una nebulosa planetaria nella sua periferia. Pease 1 ha solamente 4200 anni (giovanissima se paragonata all’età media delle stelle di M15, 12 miliardi di anni) con un diametro di 0.6 anni luce. Si tratta del miglior esempio di nebulosa planetaria all’interno di un ammasso globulare, oggetto di studi dedicati sin dalla sua scoperta.

Posizione nel Cielo

Designazione: M15- NGC 7078

Tipo: Ammasso Globulare

Classe: IV

Distanza:36000 anni luce

Estensione:170 anni luce

Costellazione: Pegasus

Ascensione Retta:21h 29m 58.33s

Declinazione:+12° 10′ 01.2″

Magnitudine:+6.2

Diametro Apparente:18’ x 11’

Scopritore:  Giovanni Domenico Maraldi nel 1746

Il metodo più efficace per rintracciare Messier 15 è quello di unire le stelle θ (Theta) Pegasi – Baham ed ε (Epsilon) Pegasi – Enif, prolungando questa linea immaginaria verso Nord-Est.

Un altro metodo è quello di creare una differente linea immaginaria tra α (Alpha) Pegasi – Markab e la costellazione del Delfino (facilmente riconoscibile con il suo distinto asterismo a forma di aquilone). M15 si troverà a circa metà del percorso tra i due oggetti.

M15 Messier 15
Posizione di M15 nella Costellazione di Pegaso

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso globulare è da luglio a dicembre.

  • Occhio nudo: al limite della visibilità, percettibile sotto cieli molto bui, lontani da fonti di inquinamento luminoso.
  • Binocolo: con un 10×50 l’ammasso stellare appare come una piccola nebulosità offuscata ma ben distinguibile dal cielo di sfondo che lo circonda.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro: poche differenze rispetto all’osservazione binoculare, con l’ammasso che continua ad apparire come una nebulosa compatta.
    • Medio diametro: con telescopi da 10-12 cm si iniziano a risolvere le regioni periferiche dell’ammasso, meglio osservabili con un 15-20 cm.
    • Grande diametro: è possibile risolvere anche il nucleo centrale con strumenti da 30 cm in su e, tramite fotografia a lunga posa, è possibile osservare la nebulosa planetaria Pease 1.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

Un Moderno Osservatorio nella Specola dell’Abbazia di Praglia

Abazia di Praglia
Veduta dell'Abbazia di Praglia alle pendici settentrionali dei Colli Euganei

 

ABSTRACT

L’Abbazia di Praglia, fondata tra l’XI e il XII secolo, è situata alle pendici settentrionali dei Colli Euganei. Questa storica abbazia ha ospitato un’ampia gamma di attività, tra cui il restauro di libri antichi e la produzione di cosmetici e prodotti erboristici. Negli anni ’60, l’abbazia era anche un centro di attività astronomiche, grazie alla specola interna all’edificio.

La passione per l’astronomia nell’abbazia ha radici profonde, con influenze significative da parte di personalità come p. Callisto Carpanese e p. Gian Alberto Colombo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la specola dell’abbazia ospitò materiali preziosi, inclusi i cavalli bronzei della Basilica di San Marco a Venezia, per proteggerli dai bombardamenti.

Negli anni ’50, la specola fu attrezzata con un osservatorio astronomico, grazie agli sforzi di p. Giuseppe Tamburrino e fra’ Corrado Valerio. Tuttavia, l’attività astronomica cessò negli anni ’60 e la specola fu dismessa nel 1974.

Nel 2022, un gruppo di astronomi e astrofisici veneti ha proposto il ripristino della specola per realizzare un moderno osservatorio astronomico. Il progetto prevede un osservatorio remotizzato, dotato di strumentazione avanzata come un telescopio ProRC 400 f8 Ritchey-Chrétien, donato da Officina Stellare. Il nuovo osservatorio sarà accessibile a ricercatori e appassionati e sarà utilizzato anche per attività didattiche e divulgative, grazie al supporto del Centro Congressi e della foresteria dell’abbazia.

Questo progetto rinnova la tradizione scientifica dell’abbazia, collegandosi alle antiche radici culturali e scientifiche delle istituzioni religiose. L’osservatorio sarà operativo dall’autunno 2024, offrendo opportunità di studio e osservazione sia per astronomi professionisti che per studenti e appassionati.

L’Abbazia di Praglia

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L’abbazia di Praglia sorge tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, alle pendici settentrionali dei Colli Euganei, lungo l’antica strada Montanara che da Padova conduceva ad Este.

L'abbazia di praglia
L’abbazia di praglia

Il nome deriva dal toponimo Pratàlia o Pratàlea (località tenuta a prati) con cui è abitualmente menzionata nei documenti medievali. Si trattò di una fondazione patrocinata dalla potente famiglia vicentina dei conti Maltraversi di Montebello. La comunità di Praglia fu affidata da papa Callisto II al monastero di San Benedetto di Polirone, eminente centro di osservanza cluniacense nei pressi di Mantova. Solo con gli inizi del XIV secolo la comunità di Praglia, radicatasi più stabilmente nel territorio padovano, si rese del tutto autonoma eleggendo un Abate scelto tra le file dei propri monaci.  Oltre al quotidiano impegno stabile nei vari ambiti di vita del monastero, i monaci a Praglia si occupano in alcune specifiche attività lavorative: nel Restauro del libro antico, nella Cosmetica “Apis Euganea”, nell’Erboristeria “Pratàlea”, nell’apicoltura, nella coltivazione della vigna e nella cantina, nella pubblicazione di opere a carattere monastico e spirituale e fino agli anni ’60 anche di attività astronomica osservativa svolta dalla specola interna all’abbazia.  L’astronomia, tra le mura dell’abbazia, parte da lontano nei tempi.

Inizialmente, sull’attenzione dei monaci verso l’astronomia deve aver pesato anche il fervore dell’abate Fornaroli e portato avanti da p. Callisto Carpanese: e quindi la memoria del p. abate Gian Alberto Colombo, matematico e monaco di Praglia, docente all’Università di Padova (1746-1747) sulla cattedra di astronomia e meteore all’Università di Padova fino al 1764, poi di geografia, fisica sperimentale e filosofia ordinaria. Morto nel 1777:

Ritratto ad olio di don Benedetto Castelli

E prima ancora di don Benedetto Castelli, allievo a Padova di Galileo Galilei,

e poi suo collaboratore e sostenitore, professore di matematica prima  a Pisa e alla Sapienza, nominato abate di Praglia nel 1638 In Biblioteca a Praglia si conserva un ritratto inciso (sec. XIX, da originale a olio del 1640):

La biblioteca monumentale dell’Abbazia di Praglia

Da Colombaia a Specola di Praglia

Le due colombaie compaiono nella prima veduta d’insieme di Praglia (Ludovico Toeput, detto il Pozzoserrato, atrio della sacrestia di Santa Giustina, fine sec. XVI):

L’abbazia con le due colombaie evidenziate

La struttura è quindi cinquecentesca. Entrambe le colombaie erano dotate di un tetto a 4 spioventi. Tale era ancora l’assetto nella mappa di Giovanni Falconi (sec. XVII). In una cartolina datata 1912 risultano invece a copertura piatta, a terrazzino: quindi il tetto originario era già stato sostituito (analogamente alla cuspide del campanile, e forse nello stesso periodo, fine XVIII secolo).

Oltre al muro che separava il “brolo” dagli orti e fin dall’inizio le collegava, ad ambedue erano stati addossati (successivamente al sec. XVII) dei fabbricati rustici, che non sopravvissero al terremoto del Friuli (1976) e successivi restauri.

Colombaia sud ovest (già allestita come Specola, prima del 1960)

In quell’occasione, essendo crollato del tutto il soffitto della colombaia a sud est, già in degrado fu ripristinato un tetto a quattro spioventi ispirandosi all’originale mentre nella colombaia sud-ovest venne impiantato, sicuramente dopo la II Guerra mondiale e probabilmente in occasione dei lavori, successivi al 1951, un piccolo osservatorio astronomico e sul tetto fu collocata la cupola per il telescopio.

Potrebbe trattarsi di uno dei tanti frutti dei contatti cordiali con vari istituti dell’Università di Padova, instaurati in occasione del ricovero di materiale antico nel monastero durante la Guerra 1940-1945, unito alla personale passione per le osservazioni scientifiche di p. Giuseppe Tamburrino e di fra’ Corrado Valerio, a cui si aggiungeva p. Onorato Barcellan. Purtroppo manca la cronaca del Monastero per gli anni di allestimento (1952-1954). Piccola curiosità storica. Durante la II Guerra Mondiale, al fine di proteggerli da possibili bombardamenti, nei sotterranei dell’Abbazia furono nascosti gli originali dei cavalli bronzei della basilica di San Marco a Venezia.

Da Cronaca 20 luglio 1955: «Vengono da Padova il prof. Pino e il dott. Tomelleri, e due inservienti dell’Osservatorio astronomico per cambiare alcune macchine del nostro osservatorio e farvi alcune misurazioni». Ne è conservata un’interessante foto del maggio 1954 della saletta del sottotetto con gli strumenti in uso:

Saletta studio nel sottotetto della specola

L’attività dell’osservatorio fu sospesa a fine degli anni ’60 per il venir meno della presenza a Praglia di p. Tamburrino e di fra’ Corrado, che passò nel 1966 a San Giorgio Maggiore, continuando a coltivare la passione per l’astronomia Venezia, nel monastero dell’Isola di San Giorgio e a Novalesa usando un telescopio preso dalla specola di Praglia. Nel 1974 l’osservatorio fu dismesso definitivamente ed usato solo come stazione di radio-amatore da don Onorato Barcellan. Da allora non sono più stati fatti lavori importanti nella torretta, a parte quelli che hanno interessato il manto delle superfici esterne (1985).

Abbazia di Praglia
La specola in tempi recenti

Il progetto – La nuova Specola

Nel 2022,  un gruppo di astronomi ed astrofisici veneti, attenti alle ricchezze culturali del Paese, proposero all’Abate attuale mp. Stefano Visintin un progetto di ripristino della vecchia specola realizzando un osservatorio astronomico di moderna concezione completamente remotizzato e quindi utilizzabile senza richiedere necessariamente la presenza fisica in loco dell’osservatore e dotato di strumentazione professionale per l’osservazione degli astri nel cielo notturno e del sole durante le ore diurne.

Abbazia di Praglia
L’Abate di Praglia, p.Stefano Visintin

Stefano Visintin, Abate di Praglia  è attualmente Professore e Decano della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, ed inoltre è laureato in Fisica con specializzazione in nucleare. Il progetto del nuovo osservatorio ha subito incontrato il suo interesse.

L’azienda Officina Stellare di Sarego in provincia di Vicenza, eccellenza italiana ed internazionale nella produzione di sistemi ottici a terra e spaziali,

ha raccolto l’entusiasmo dei promotori del progetto e ha donato il telescopio principale che attrezzerà la nuova specola. Si tratta di un telescopio modello ProRC 400 f8 Ritchey-Chrétien, uno strumento professionale 400mm f/8, privo di qualsiasi aberrazione cromatica e la sua performance è la stessa ad ogni lunghezza d’onda con vetro ceramico, atermico in carbonio per mantenere perfettamente il punto di fuoco anche con variazioni di temperatura ambientale. Il ProRC 400 f8 offre un campo perfettamente corretto ed illuminato di 60mm. Grazie all’elevato backfocus del telescopio pari a 125mm dal focheggiatore esso può montare qualsiasi camera con guide fuori asse, ruote portafiltri e anche ottiche adattive. L’utilizzo principale del telescopio sarà l’astrofotografia anche se sono previste delle successive integrazioni strumentali per l’analisi spettrografica e fotometrica degli astri.

Abbazia di Praglia
Il telescopio RC 400 con montatura come previsto nella nuova specola

Non mancherà anche l’osservazione del Sole affidata invece a due telescopi Coronado provenienti da una donazione privata.

Anche la struttura muraria della specola verrà restaurata e rinforzata per sopportare il peso delle nuove attrezzature, senza tuttavia alterarne la forma originale. Per il valore della struttura il progetto gode infatti dell’approvazione della Soprintendenza ai Beni Culturali della Regione Veneto.

Abbazia di Praglia
Il progetto conservativo del nuovo osservatorio

 

La nuova cupola da 3 metri di diametro che sarà installata nel terrazzo della specola

Alla strumentazione del nuovo osservatorio, che sarà utilizzabile dall’autunno 2024, potranno accedere ricercatori e astrofili che ne faranno specifica richiesta alla commissione scientifica che coordinerà le attività della specola.

L’osservatorio sarà anche, e soprattutto, lo strumento per attività didattiche e divulgative per docenti ed allievi delle scuole superiori che potranno così apprendere i segreti e la magia dell’astrofotografia ad alta risoluzione attraverso lezioni in remoto, e quando possibile anche in presenza presso la specola. Tutto ciò sarà reso possibile anche grazie alla struttura di accoglienza dell’Abbazia che consta di un Centro Congressi perfettamente attrezzato ed una foresteria per l’ospitalità notturna.

Un progetto moderno che rigenera i fasti scientifici ed in questo caso astronomici delle istituzioni religiose quando esse erano la culla della cultura e della scienza. Un ricollegarsi a Galileo Galilei che proprio da Padova diede splendore all’astronomia.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

Tratti di PITTORI nella LAGUNA

AFGL 5280
Credit: ESA/Hubble& NASA, ESO, O. De Marco, M. H. Özsaraç

 

ABSTRACT

La Nebulosa Laguna (Messier 8) catturata dal telescopio Hubble, evidenzia i processi energetici di formazione stellare che creano intricati intrecci di gas e polveri. Le tonalità incantevoli sono generate dalla luce stellare ad alta energia che ionizza gas come idrogeno, zolfo e ossigeno. Le stelle massicce dell’ammasso aperto NGC 6530 emettono venti e radiazione ultravioletta, scolpendo il materiale in strane strutture. La Nebulosa Laguna, che si estende per cento anni luce nella costellazione del Sagittario, è un sito attivo di formazione stellare dove le stelle neonate espellono getti di plasma che impattano sulla materia circostante.

Le stelle si formano da nubi molecolari che collassano sotto la gravità. Durante la contrazione, il materiale ruota formando un disco circumstellare da cui la giovane stella si nutre. Questo disco può disperdersi o formare pianeti. Le osservazioni del telescopio Hubble sono cruciali per individuare dischi protoplanetari, come nella Nebulosa di Orione. Gli astronomi utilizzano osservazioni nell’ottico e infrarosso per caratterizzare questi dischi nella Nebulosa Laguna, esplorando la formazione di granelli destinati a diventare pianeti.

L’immagine mostra dettagli intricati di addensamenti gassosi e filamenti di polveri modellati dai venti e dalla radiazione delle giovani stelle blu dell’ammasso centrale, rivelando i complessi processi della formazione stellare.

Nebulosa Laguna – MESSIER 8

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Processi energetici di formazione stellare creano il complesso intreccio ripreso in questa impressionante immagine del telescopio Hubble, che inquadra una parte della fotogenica Nebulosa Laguna (Messier 8). Le incantevoli tonalità di colore derivano da luce stellare ad alta energia che colpisce gas interstellari come idrogeno, zolfo e ossigeno, mentre i filamenti di polvere oscura si sono formati nelle atmosfere di fredde stelle giganti e nei resti delle esplosioni di supernova.

Le stelle massicce nascoste nel cuore della nube, appartenenti all’ammasso aperto NGC 6530, emettono venti e radiazione ultravioletta tali da ionizzare il gas, illuminarlo di colore e scolpire il materiale plasmando strane e variegate strutture. L’ispirazione per il nome di questa nebulosa non è qui immediatamente evidente, perché l’immagine riprende solo il cuore della nube. Il nome di Nebulosa Laguna diventa più appropriato in un campo visivo più ampio, quando si può osservare la vasta fascia di polveri a forma di canale lagunare che attraversa il gas brillante. Tuttavia, le sinuose formazioni fluttuanti e la tessitura del gas simile a sabbia marina rendono appropriato il soprannome “Laguna” anche nel caso di questo primo piano.

Messier 8 è una vasta regione di formazione stellare che si estende per un centinaio di anni luce, a circa 4.300 anni luce di distanza da noi nella Costellazione del Sagittario. Mentre addensamenti di gas e polveri collassano nella nube per formare nuove stelle, stelle neonate ancora circondate da un disco espellono lunghi getti di plasma che impattano sulla materia circostante. Gli astronomi hanno individuato molti esempi di questi getti nella nebulosa, evidenziando così la formazione stellare attiva nella zona.

La posizione di M8 nella costellazione SAGITTARIO indicata con il punto rosso. Coordinate: AR: 18 03 37.9 DEC: -24 22 40.1

Le stelle nascono in seguito all’aggregazione e alla compressione di nubi molecolari composte principalmente da idrogeno e particelle di polveri. Se la materia raggiunge una densità sufficiente, inizia a collassare per effetto della gravità fino alla nascita di una protostella. Molto prima che inizi la fusione dell’idrogeno nel loro cuore, questi nuclei roventi di piccola massa rimangono nascosti nelle nubi da cui sono venuti alla luce. Durante la fase di contrazione, gran parte del materiale ruota in un disco circumstellare, una struttura a ciambella costituita da gas e polveri, da cui la giovane stella trae nutrimento. Questo disco nel corso del tempo può disperdersi oppure costituire la riserva di materiale da cui si formano ciottoli e corpi rocciosi, destinati talvolta a diventare più massicci fino a trasformarsi in pianeti veri e propri. I dettagli di questo processo e i motivi per cui stelle e pianeti si formano con ampia varietà di masse non sono ancora ben noti. Per comprendere come si generino queste strutture, abbiamo bisogno di osservazioni dei dischi nelle fasi iniziali della loro formazione, una vera sfida data la presenza di materiale che li nasconde alla vista.

Le osservazioni del telescopio Hubble si sono già rivelate fondamentali per individuare un gran numero di dischi protoplanetari nella Nebulosa di Orione. Gli astronomi hanno utilizzato le riprese di Hubble nell’ottico e nell’infrarosso per osservare la Nebulosa Laguna allo scopo di individuare nuovi esempi di questi dischi, simili a quelli già individuati in Orione. I dischi si rendono osservabili perché illuminati dalla radiazione di stelle massicce nelle vicinanze oppure perché si stagliano oscuri sullo sfondo di gas brillante nella nube. Osservandoli, gli astronomi possono caratterizzare le proprietà dei granelli destinati ad aggregarsi fino a formare pianeti come il nostro. Allo stesso tempo, possono indagare sulle fasi precoci della formazione stellare.

L’immagine mostra con impressionante dettaglio gli intricati addensamenti gassosi e i vaporosi filamenti di polveri plasmati dai poderosi venti e dalla radiazione ad alta energia delle giovani stelle blu appartenenti dell’ammasso centrale.

 

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

Si sa: il Sagittario è la culla di un numero di oggetti nebulari estremamente spettacolari. Tra questi, quello probabilmente con l’estensione angolare più importante è la nebulosa oggetto di questa scheda, la famosissima Nebulosa Laguna, ottavo oggetto del catalogo di Messier. La si può individuare con qualsiasi strumento ottico in direzione del centro galattico della Via Lattea, in una posizione purtroppo poco favorevole per gli osservatori italiani, in quanto essendo un oggetto australe la sua scarsa altezza la fa culminare verso metà luglio tra i 20 ed i 30° di altezza sull’orizzonte, a seconda della posizione lungo la penisola, che favorirà ovviamente gli osservatori più meridionali. Le migliori condizioni per osservarla e riprenderla si verificano quindi per poche settimane, durante le brevi notti dei mesi di giungo ed agosto.

Si tratta di un oggetto vasto, ma dalla luminosità superficiale piuttosto diffusa identificabile con certezza grazie all’ammasso stellare che ne identifica il centro. Visualmente sarà fondamentale avere un cielo limpido e lontano dalle luci artificiali, perché la scarsa altezza sull’orizzonte potrebbe restituirci visioni deludenti, non all’altezza delle immagini digitali che la raffigurano. Un ottimo aiuto potrà essere dato dai filtri nebulari, specie gli O3 e quelli a banda stretta, in gradi di aumentare il contrasto e offrire una visione molto più gratificante. Gli strumenti che consiglio per tentare la visione, oltre ad un buon binocolo con lenti da 50mm dove già risulta semplice rintracciarla, sono quelli con diametro dell’obiettivo di almeno 100mm, ma come spesso abbiamo detto, diametri superiori ci forniranno progressivamente immagini sempre più ricche e interessanti.

Messier 8
Una visione a largo campo della famosa
Nebulosa Laguna M8, insieme alla
più piccola M20, detta Trifida, poco più
in alto a destra, che appare come una
rosellina tripartita sovrastata da una
zona nebulare azzurra. Nel campo anche
il pianeta Saturno. Immagine ottenuta
il 3 settembre 2018 con una reflex 6D
con modifica Baader ed un teleobiettivo
400mm F/2,8 a tutta apertura. Montatura
Vixen GP autoguidata, 8 immagini da
6 minuti filtro IDAS D1 da 50,8mm.

Durante le temperate ore notturne estive potremo intraprendere le riprese di questo famosissimo oggetto, magari ripetendo gli scatti in nottate consecutive per accumulare più segnale luminoso.

Per riprendere con un ingrandimento adeguato questa vasta nebulosa e l’ammasso in essa contenuto, consiglio una lunghezza focale non oltre le 30  volte la dimensione del sensore, per cui circa 600mm se usiamo un sensore APS-C, 900mm su sensori full-frame (24x36mm). Questo perché la nebulosa oltre ad essere vasta  ha propaggini interessantissime da includere nella ripresa.

L’uso dei filtri nebulari,come nelle osservazioni visuali potrà fornire enormi vantaggi, ma vista la scarsa altezza sull’orizzonte, saràin ogni casopreferibile operare da un luogo buio ein condizioni ottimali di trasparenza atmosferica.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo)

Visuale: 2/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2250a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

 
 

MESSIER 16 – Nebulosa Aquila

Nebulosa Aquila - Messier 16
Nebulosa Aquila - Messier 16 @ESO

ABSTRACT

La Nebulosa Aquila (Messier 16), scoperta da Philippe Loys de Chéseaux nel 1746 e osservata successivamente da Charles Messier, è famosa per i Pilastri della Creazione, immortalati dal telescopio Hubble nel 1995. Situata nella costellazione della Coda del Serpente, è un giovane ammasso aperto con una nebulosa a emissione. L’ammasso contiene circa 500 stelle, alcune delle quali sono pre-sequenza principale e brillanti supergiganti blu. Strutture ultradense come i Pilastri della Creazione e la Guglia Stellare si trovano all’interno della nebulosa, ospitando processi di formazione stellare.

M16 si trova nel Braccio del Sagittario della Via Lattea, a circa 5700 anni luce dalla Terra. Gli addensamenti di polveri interstellari lungo la linea di vista hanno reso difficile la misurazione della distanza. La nebulosa è osservabile con un binocolo o un telescopio, mostrando una macchia chiara e allungata con un piccolo ammasso stellare al centro. I dettagli della nebulosa e delle stelle circostanti diventano visibili con telescopi di medio e grande diametro. La Nebulosa Aquila rappresenta un laboratorio naturale per studiare la formazione stellare e i suoi complessi processi.

Storia delle osservazioni

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M16 fu scoperta dall’astronomo e matematico svizzero Philippe Loys de Chéseaux nel 1746, il quale riuscì ad osservarne l’ammasso centrale come “…posizionato tra le costellazioni del Serpente, del Sagittario e di Antinoo.” Antinoo è forse un nome poco noto. Si tratta del giovane amante dell’imperatore romano Adriano che, dopo il suo annegamento in circostanze misteriose, fu divinizzato e aggiunto alla sfera celeste, raffigurato intrappolato negli artigli di un’Aquila. Questa costellazione è ormai obsoleta e scomparsa, incorporata proprio nella vicina costellazione dell’Aquila.

Charles Messier osservò indipendentemente questa nebulosa il 3 giugno del 1764, descrivendola come “un ammasso di piccole stelle, immerso in un debole alone luminoso e diffuso dovuto ad altre stelle non risolte. Con un telescopio di piccole dimensioni, l’ammasso appare in forma nebulosa.”

Stranamente, l’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel non lasciò nessuno scritto al suo riguardo, ma suo figlio John la descrisse come “una nube con un ammasso formato da un centinaio di stelle.”

William Henry Smyth e Camille Flammarion riuscirono anch’essi ad osservare l’ammasso e la relativa nebulosità, suggerendo la necessità di telescopi abbastanza potenti per riuscire ad osservarlo meglio.

La prima astrofotografia di M16 risale al 1895, a cura dell’astronomo americano Edward Emerson Barnard. Successivamente fu ripresa anche dall’astronomo gallese Isaac Roberts, uno dei pionieri della materia che, usando il suo telescopio privato da 50 cm, riuscì a catturare in maniera eccellente per il periodo la Nebulosa dell’Aquila.

messier 16 Nebulosa Aquila
Posizione della Nebulosa Aquila o Messier 16 nella costellazione del Serpente

Caratteristiche fisiche

M16 è un oggetto affascinante. I gas della nebulosa ad emissione (o regione H II) sono ionizzati dalle grandi stelle dell’ammasso aperto presente al suo interno che, con il loro vento stellare, modellano tutte le strutture delle nubi circostanti. Il suo nome, “Aquila”, deriva dalla forma visibile nel pilastro centrale che si erge sulla luminosità di sfondo.

L’ammasso aperto ha un’età di circa 1-3 milioni di anni, con circa 500 stelle che includono sia astri molto giovani (pre-sequenza principale) che brillanti supergiganti blu. Sono presenti strutture nebulose ultradense ed elongate all’interno di Messier 16, come i Pilastri della Creazione, le Proboscidi d’Elefante, o la Guglia Stellare (Colonna V).

Strutture che sebbene appaiano “piccole” in fotografia, sono in realtà enormi quando paragonate al nostro Sistema Solare: per fare un esempio, la colonna più estesa dei Pilastri della Creazione è alta quattro anni luce, approssimativamente la distanza da qui ad Alpha Centauri! La Colonna V è invece alta 9.5 anni luce, quasi 90 trilioni di km, coprendo quasi il doppio della distanza!

Nelle torreggianti colonne composte da gas e polveri di idrogeno interstellare è possibile rintracciare fino a undici globuli di espansione (EGG – Evaporating Gaseous Globules, Globuli Gassosi in evaporazione), con alcuni di loro associati a fenomeni di formazione stellare.

Gli indizi più evidenti sono correlati alla presenza di oggetti di Herbig-Haro, nubi brillanti a forma di getto potenziate da stelle neonate al loro interno. La possibilità di studiare molti elementi della nebulosa con differenti tecniche (onde radio, visuale, raggi X) ha permesso di determinare la presenza di protostelle molto giovani, con il picco di formazione stellare che dovrebbe essere avvenuto circa un milione di anni fa (pochissimi, in scala stellare, se paragonati ai circa 5 miliardi di anni di vita del nostro Sole).

Altre zone di formazione stellare sono identificabili all’interno di piccole aree oscure, denominate Globuli di Bok (dall’astronomo olandese e americano Bart Bok, primo ad osservarli). In queste isolate nebulose vi è un’alta concentrazione di polveri e gas cosmici, e processi di formazione stellare potrebbero essere presenti al loro interno.

Essendo più vicina al centro della nostra galassia, M16 si trova su un braccio differente dal nostro (Braccio di Orione), ovvero il Braccio del Sagittario dove si possono rintracciare anche molti altri oggetti luminosi tra le costellazioni dello Scorpione ed il Centauro, fra cui ammassi aperti e la Nebulosa della Carena.

Lungo il tragitto visivo tra la Terra e la Nebulosa Aquila si trova un’alta concentrazione di polveri interstellari che ha reso in passato il calcolo dell’effettiva distanza difficile: infatti, le stime sono variate dai 10000 e più anni luce fino ai correnti 5700, ottenuti con il raffinamento delle tecniche di misurazione.

Posizione nel Cielo

Designazione: M16- NGC 6611

Tipo: Ammasso Aperto con associata Nebulosità ad Emissione.

Classe:II 3 m n (ammasso)

Distanza:5700 anni luce

Estensione:15 anni luce (ammasso) – 70×55 anni luce (nebulosa)

Costellazione: Serpens Cauda

Ascensione Retta: 18h 18m 48s

Declinazione: −13° 49′

Magnitudine: +6.0

Diametro Apparente: 7’ x 5’

Scopritore: Philippe Loys de Chéseaux nel 1746

La Nebulosa dell’Aquila può essere rintracciata facilmente nelle vicinanze della stella γ (Gamma) Scuti verso OSO, con l’utilizzo di un binocolo.

Un altro metodo per rintracciarla è al vertice SO di un triangolo isoscele che ha come altre due componenti le stelle η (Eta) Serpentis e ξ (Xi) Serpentis.

Osservabilità

Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare l’ammasso globulare è da giugno ad ottobre.

  • Occhio nudo: non osservabile.
  • Binocolo: con un 10×50 è possibile rintracciarla facilmente come una macchia chiara e allungata, circondante un piccolo ammasso stellare.
  • Telescopi
    • Piccolo diametro:poche differenze rispetto all’osservazione binoculare, ma si inizia a distinguere meglio l’ammasso centrale.
    • Medio diametro: con un telescopio da 12-15 cm la luminosità dell’ammasso (ora risolto) rende difficile apprezzare al meglio la nebulosa.
    • Grande diametro: da 20-25 cm in su diviene possibile osservare dettagli della nebulosa, con le stelle dell’ammasso sparse su tutta la zona.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

UNA GOCCIA NERA su Sfondo Rosso

nebulosa anima
Credit: Credit: ESA/Hubble& NASA, R. Sahai

 

ABSTRACT

Nell’immagine del telescopio Hubble una porzione della Nebulosa Anima (IC 1848), situata a circa 7.000 anni luce dalla Terra. Questa regione di formazione stellare ospita nubi oscure di polveri interstellari su uno sfondo di gas cremisi. La descrizione si concentra sui Free-floating Evaporating Gaseous Globules (frEGGs), piccole e dense formazioni gassose opache che diventano visibili quando illuminate da giovani stelle massicce. Un esempio è il globulo “KAG2008 globule 13”, che potrebbe dare origine a una stella di piccola massa. La Nebulosa Anima è caratterizzata da giovani ammassi stellari, bolle gassose modellate da venti stellari e intense radiazioni ultraviolette che riscaldano il materiale interstellare. I frEGGs, più recenti degli EGGs, sono densi e resistenti alla fotoevaporazione, proteggendo così la formazione di protostelle di piccola massa. La regione offre un’opportunità unica per studiare la formazione stellare e l’impatto delle stelle massicce sull’ambiente circostante.

Free-floating Evaporating Gaseous Globules o frEGG

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Nubi oscure ricche di polveri interstellari si stagliano su uno sfondo di gas cremisi in quella bella ripresa del telescopio Hubble, che inquadra una parte della regione di formazione stellare Westerhout 5, nota come Nebulosa Anima (IC 1848) e situata a circa 7.000 anni luce da noi. Un piccolo addensamento di gas e polveri appare solitario nella parte superiore dell’immagine, simile a una goccia nera in un mare di inchiostro rossastro.

Insolite strutture simile a quella appena descritta sono state scoperte di recente e sono chiamate Free-floating Evaporating Gaseous Globules (“frEGG”, globuli gassosi in evaporazione liberamente fluttuanti). Data la ridotta dimensione e la natura opaca e relativamente fredda, questi globuli possono essere osservati raramente dai telescopi. Diventano visibili solo se “illuminati” da giovani stelle massicce nelle vicinanze, quando la forte radiazione stellare fa brillare il gas in cui sono immersi. Il “frEGG”, denominato “KAG2008 globule 13” o J025838.6+604259, essendo molto denso e compatto, può resistere al processo distruttivo cui vanno soggette normalmente le nubi, colpite dalla radiazione ad alta energia e dai venti stellari delle vicine stelle neonate. Anzi, al suo interno potrebbe addirittura formarsi una stella di piccola massa.

La Nebulosa Anima è una vasta regione sede di fenomeni violenti: ospita giovani ammassi stellari, immense bolle gassose plasmate dai venti impetuosi di stelle massicce, materiale interstellare riscaldato e reso luminoso da intensa radiazione ultravioletta, filamenti intricati di polveri oscure. Laggiù si svolge un’epopea che coinvolge varie generazioni di stelle: pressione di radiazione e venti stellari provocano la compressione del materiale ai bordi delle bolle gassose, innescando la formazione di ulteriori stelle.

La posizione della nebulosa Cuore in Cassiopea AR: 02 32 39.31- DEC: 61 33 21.9

I FrEGGs sono una classe particolare di Evaporating Gaseous Globules (EGGs). Sia i FrEGGs che gli EGGs sono globuli gassosi talmente densi da reistere alla fotoevaporazione più facilmente rispetto al gas circostante, meno compatto. Proprio come nel deserto un vento impetuoso soffia via strati di sabbia sottile portando allo scoperto pietre più pesanti che vi erano sepolte, la radiazione ad alta energia delle stelle giganti riscalda e fa evaporare nello spazio il gas più sottile sulla superficie della nebulosa, mettendo a nudo i densi globuli polverosi. In molti EGGs si annidano piccole stelle allo stato embrionale, la cui crescita può essere inibita quando i globuli vengono allo scoperto. Infatti, man mano che gli EGGs soccombono anch’essi alla fotoevaporazione, le baby-stelle vengono separate dalla vasta riserva di gas da cui attingevano massa. Ma, se riusciranno comunque ad acquisire sufficiente materiale, alla fine le stelle emergeranno in tutto il loro splendore.

I FrEGGs sono stati classificati più recentemente rispetto agli EGGs e si distinguono dai loro simili in quanto sono del tutto distaccati dalla nube da cui sono emersi e assumono una forma simile a un girino. La relativa densità di FrEGGs ed EGGs rende difficile l’azione erosiva della radiazione ad alta energia nella nebulosa: la loro opacità fa sì che il gas al loro interno rimanga protetto dagli effetti combinati di ionizzazione e fotoevaporazione. Questo meccanismo di “protezione” è fondamentale per la formazione di protostelle di piccola massa nei giovani ammassi.

L’incantevole tonalità rossa dello sfondo è tipica delle regioni HII come Westerhout 5, nebulose a emissione composte in buona parte da idrogeno ionizzato. Insieme al gas sono presenti addensamenti oscuri ricchi di polveri in grado di assorbire la luce piuttosto che emetterla, creando così filamenti e formazioni nerastre che attraversano la nebulosa. L’intera regione rappresenta un ottimo laboratorio per studiare i complessi processi di formazione stellare e i notevoli effetti che le stelle massicce hanno sull’ambiente circostante.

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

Se chiedete ad un astrofotografo quale sia l’oggetto debole più spettacolare della costellazione di Cassiopea, 9 volte su 10 otterrete una risposta: le nebulose “Cuore e Anima”. Si tratta di due grandi nebulose adiacenti che coprono, insieme, una zona di cielo di ampiezza pari a circa 3°x6°, quindi fuori dalla portata dei telescopi per osservarle contemporaneamente nello stesso campo dell’oculare. Sebbene le dimensioni siano al contrario adatte al campo dei binocoli, purtroppo la loro bassa luminosità superficiale le rende difficilissime da scorgere visualmente.

La posizione di queste nebulose si può individuare procedendo da Cassiopea in direzione della stella “Capella”, a circa 1/3 della linea immaginaria tracciata partendo da Cassiopea. Questa posizione rende l’area in questione altissima in cielo per gli osservatori italiani, dove tra settembre e gennaio si mostrerà per gran parte della notte oltre i 40° di altezza, fino ad arrivare quasi allo zenith intorno alla mezzanotte in novembre. La forma delle due regioni nebulari principali ricorda in modo inequivocabile un grande cuore la maggiore, più prossima alla “W” di Cassiopea, ed un feto umano visto di profilo quella minore, verso Capella.

Un aiuto per l’osservazione delle regioni più luminose potrà essere dato dai filtri nebulari, specie gli O3 e quelli a banda stretta, sebbene l’elevata altezza sull’orizzonte renda meno evidenti i vantaggi rispetto ad oggetti in posizioni più critiche. Consiglio in ogni caso di usare strumenti con diametro generoso, oltre i 25-30 cm per sperare di vedere qualche porzione delle nebulose.

Le nebulose Cuore e Anima (IC1805 ed IC1848 rispettivamente) nella
Costellazione di Cassiopea, distanti 6800 anni luce. immagine
acquisita il 4 settembre 2018 con un luminoso obiettivo di focale
400mm e diaframma F/2,8 accoppiato ad una Canon 6d Baader. 8
pose da ben 8 minuti a 1600 ISO, filtro nebulare IDAS D1. Elaborazione
condotta con DSS per l’allineamento, somma e pulizia con 5
dark-frame, Photoshop.

Per riprendere le due grandi regioni nebulari principali nello stesso campo, è sufficiente una lunghezza focale pari a circa 10 volte la dimensione del sensore, per cui circa 250mm se usiamo un sensore APS-Ce 350mm con sensori full-frame (24x36mm). Se invece vogliamo avvicinarci al dettaglio ripreso da Hubble e proposto nell’immagine di questa rubrica, dovremo usare un campionamento decisamente superiore, con focali almeno 50 volte la dimensione del sensore ed esposizioni di diverse ore per migliorare il dettaglio e le sfumature dell’immagine. Nelle riprese digitali l’uso dei filtri nebulari è comunque consigliabile per ridurre il diametro delle stelle e migliorare il contrasto.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo)

Visuale: 4/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2251a/

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA

 
 

La Freccia del Tempo

La freccia del tempo
Rappresentazione dell'orizzonte degli eventi di un buco nero di Schwarzschild e della materia esterna diretta verso di esso per attrazione gravitazionale.

ABSTRACT

Questo testo nasce con uno scopo particolare: invertire la freccia del tempo, andando dal futuro al passato, dalla fine allinizio. Esso è l’esito dell’incontro fra l’astrofisica Camilla Pianta, esploratrice dell’universo con la passione per la scrittura, e l’artista Tommaso Duse, che incide i materiali, distruggendo, creando e trasformando in obbedienza alla terza legge di Lavoisier. Mentre cerca di dimostrare il legame tra cosmologia e cosmogonia mediante la sezione aurea, Tommaso si rivolge a Camilla con l’appellativo “Cosmilla”: lei ha sempre la testa “tra le stelle”, vuole viaggiare nel cosmo, ma litiga con il tempo. E allora, propone Tommaso, perché non costruire una macchina del tempo per tornare indietro fino al Big Bang, magari attraverso i buchi neri? Armata di formule matematiche e aiutata dall’estro creativo di Tommaso, Camilla decide di dare vita ad un progetto sul tempo, in cui confluiscono nozioni appartenenti alle più svariate teorie della fisica moderna. Con un podi scienza mista a fantascienza alla Carl Sagan, Camilla riuscirà infine ad effettuare il suo viaggio nel tempo e a passare da una parte allaltra dellUniverso (o, chissà, da un universo allaltro) con la logica fluidità che la fisica è capace di dare? Restate sintonizzati sulla web page di Coelum per successivi sviluppi del progetto.

Il concetto di tempo in filosofia e in fisica

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Cos’è il tempo? Una domanda facile, per una definizione difficile. Cominciando dai fondamentali, in fisica si definisce tempo la grandezza che stabilisce la successione degli eventi e la loro durata. Si tratta di una misura d’ordine di un flusso continuo, che permette di distinguere tra passato, presente e futuro, e di determinare intervalli di distanza tra i punti spazio-temporali. Secondo le teorie attuali il concetto di tempo è relativo, ovvero non esiste un tempo assoluto. Questo si discosta parecchio dall’idea newtoniana di spazio e tempo come concetti assoluti: essi erano infatti intesi come “contenitori vuoti”, degli scenari in cui si manifestano i fenomeni e si muovono i corpi, ma che esistono indipendentemente da essi. Tuttavia, al contrario dello spazio, dove ogni direzione di moto è (in linea di principio) permessa, il tempo fluisce in modo continuo e regolare dal passato verso il futuro e non dipende dal verificarsi dei fenomeni che consentono di misurarlo né da chi effettua l’operazione di misura. In altre parole, il tempo è unidirezionale e possiede un verso, perciò esiste una freccia del tempo. A ben vedere, però, l’immagine di tempo come flusso è molto antica, provenendo essa dal filosofo greco Eraclito, autore della famosa massima “tutto scorre”. Se il tempo scorre come un fiume continuo e inarrestabile, allora non è possibile immergersi due volte in esso nello stesso punto, da cui consegue che spazio e tempo debbano essere necessariamente interconnessi. Ecco un tipico esempio logico: il tempo, in quanto flusso, scorre nello spazio, che ne assicura il movimento; d’altronde, lo spazio senza il tempo non avrebbe senso, giacché non si sarebbe in grado di definirlo senza passare per il concetto stesso di flusso, e quindi di tempo, per estensione. Si può dunque dimostrare che spazio e tempo sono relativi: per questo è opportuno parlare di spazio-tempo. Si arriva in tal modo ad Einstein, che nella teoria della relatività ristretta (o speciale) afferma che il tempo è relativo poiché il suo scorrere cambia a seconda del luogo in cui viene misurato: nello specifico, quanto maggiore è la velocità di un sistema di riferimento inerziale, tanto più le distanze si accorciano e il tempo rallenta (i.e., fenomeni di contrazione delle distanze e di dilatazione temporale). In pratica, un osservatore che si trovi in un sistema di riferimento inerziale in moto con una velocità maggiore rispetto a quella del sistema di riferimento inerziale in cui è invece situato l’oggetto del suo studio, misurerà delle distanze più corte e dei tempi più lunghi a mano a mano che questo si sposta da un punto all’altro dello spazio-tempo. Viceversa, se egli effettuasse la misura nel sistema di riferimento inerziale solidale all’oggetto, non osserverebbe alcuna alterazione delle distanze e dei tempi. Ma non è tutto. Anche alla gravità piace “deviare” il tempo: quando un corpo si trova nei pressi di una massa relativamente grande, il tempo scorre più lentamente (i.e., fenomeno di dilatazione temporale gravitazionale). È questo il motivo per cui, secondo un osservatore lontano diretto verso l’orizzonte degli eventi, la superficie sferica invisibile che segna il confine di un buco nero, il tempo rallenta sempre di più fino a fermarsi completamente. Si entra così nel dominio della relatività generale, cosiddetta perché, a differenza di quella speciale, mira a descrivere le leggi fisiche nello stesso modo in ogni sistema di riferimento, senza il vincolo di scelte preferenziali come i sistema di riferimento inerziali dal punto di vista della trattazione matematica. La protagonista della relatività generale è appunto la gravità, che può essere considerata come la manifestazione delle proprietà dello spazio-tempo, avendo essa carattere universale e geometrico. Invero, ogni corpo dotato di massa sente l’effetto della gravità, ma l’accelerazione gravitazionale che esso subirà se posto vicino ad un altro corpo di massa diversa che lo attrae non dipenderà dalla massa sua propria: al contrario, essa dipenderà dalla massa dell’attrattore e dalla distanza tra i due corpi. Da ciò discende che qualsivoglia corpo posto ad una certa distanza da un altro con massa fissata avvertirà la stessa attrazione gravitazionale. Pertanto, la natura della gravità è geometrica e legata al punto dello spazio-tempo preso in esame. Immaginando lo spazio-tempo come un tessuto che permea l’universo e le masse che lo popolano come punti materiali al suo interno, si ricava che più il punto materiale è grande e maggiore è la deformazione (i.e., la curvatura) che esso provoca nello spazio-tempo. Ciò è conseguenza del fatto che masse più grandi implicano un valore più elevato della forza di attrazione gravitazionale, e quindi una deformazione più marcata. Si pensi infatti ad un buco nero, un oggetto estremamente denso e massiccio: esso crea un’enorme buca di potenziale, tale che tutti gli altri oggetti nelle vicinanze, non contando il valore della loro massa, vengono attratti e risucchiati senza via di scampo.

Ma nel quadro della relatività generale è possibile invertire la freccia del tempo, tornando indietro nel passato anziché procedere in avanti verso il futuro? Per rispondere a questa domanda bisogna far riferimento proprio ai buchi neri.

La freccia del Tempo
Rappresentazione della rete cosmica, la cui struttura filamentare si sviluppa in accordo con la geometria dello spazio-tempo descritta dalla relatività generale. Illustrazione di Tommaso Duse.

Buchi neri per viaggiare nel tempo

I buchi neri nascono come puri enti matematici, in quanto soluzione delle equazioni di Einstein per la relatività generale; i più semplici sono quelli di Schwarzschild, caratterizzati da simmetria sferica. Partendo dal presupposto che la metrica in fisica ha valenza simile alla metrica in poesia (i.e., essa fornisce le regole e gli elementi base per poter effettuare le operazioni di scomposizione e analisi), si ha che la metrica di Schwarzschild descrive lo spazio-tempo vuoto al di fuori di un oggetto a simmetria sferica. Essa presenta, però, dei problemi di coordinate nei punti r=0 e r=2m, ove r e m indicano, rispettivamente, la coordinata radiale con cui si rappresenta la distanza lineare dal buco nero e la massa di Schwarzschild di questo. Infatti, la metrica “salta” (i.e., va a infinito) in entrambi i punti, con la sostanziale differenza che in corrispondenza di r=0 la curvatura dello spazio-tempo diventa anch’essa infinita, mentre in corrispondenza di r=2m essa rimane finita. Per questa ragione, il punto r=0identifica una singolarità, una patologia incurabile della metrica, mentre r=2m un orizzonte, una patologia della metrica curabile attraverso un’estensione globale delle coordinate. Ergo, nel lessico della relatività generale la parola “singolarità” indica una configurazione dello spazio-tempo presso cui le leggi della fisica perdono significato, dal momento che la materia, confinata entro un volume spaziale infinitamente piccolo, raggiunge valori di densità così alti da causare il collasso gravitazionale dello spazio-tempo stesso.

La freccia del Tempo
Schema di un wormhole di Schwarzschild.
Crediti: M. S. Morris and K.
S. Thorne, Am. J.Phys, Vol. 56, No.
5, May 1988.

 

La Freccia del Tempo
Rappresentazione dello spazio-tempo all’uscita da un wormhole, interpretabile sia come regione appartenente
allo stesso universo di partenza, sia come universo parallelo. Illustrazione di Tommaso Duse

Lo scopo è, a questo punto, trovare un set di coordinate tale da gestire adeguatamente l’orizzonte nella metrica di Schwarzschild: si tratta delle coordinate di Kruscal-Szekeres, grazie alle quali la metrica non risulta più problematica in r=2m, nonostante la singolarità in r=0 effettivamente permanga. Malgrado ciò, la geometria dello spazio-tempo esteso attorno ad un buco nero presenta una peculiare distorsione quando si oltrepassa l’orizzonte degli eventi, ossia la componente temporale della metrica cambia segno con quella spaziale, trasformando il tempo essenzialmente in una dimensione spaziale unidirezionale orientata verso la singolarità. In altri termini, una volta superato l’orizzonte degli eventi non si può fare altro che avvicinarsi sempre di più alla singolarità, esattamente come, di norma, ci si muove solo in avanti nel tempo. Ora, lo scambio di ruoli fra spazio e tempo può condurre ad alcuni equivoci, tra cui quello di presumere che un buco nero funzioni come una sorta di macchina del tempo. In particolare, si definisce macchina del tempo una regione dello spazio-tempo che consente di viaggiare indietro nel tempo. Una tale regione può comparire come parte integrante delle soluzioni delle equazioni di Einstein per date condizioni al contorno o essere generata usando qualche particolare artificio in uno spazio-tempo di per sé perfettamente sano. Un esempio di macchina del tempo permessa dalla relatività generale in quanto possibile soluzione delle equazioni di Einstein è fornito proprio dai buchi neri di Schwarzschild. Infatti, se si estende la metrica di Schwarzschild a tutto lo spazio-tempo al di fuori di un buco nero utilizzando le coordinate di Kruskal-Szekeres, si ottiene un “wormhole” (i.e., “buco di verme”). Si tratta del famoso ponte di Einstein-Rosen, tipicamente illustrato come un tunnel che collega due regioni distinte dello spazio-tempo: un  temerario avventuriero che lo attraversasse non solo capiterebbe in una parte diversa dello stesso universo (o addirittura in un altro universo), ma misurerebbe anche un tempo diverso. Di fatto, egli sarebbe così riuscito a viaggiare nel tempo.

Carl Sagan, pioniere del viaggio interstellare

Nel 1985 l’astronomo e divulgatore Carl Sagan pubblicò un romanzo fantascientifico, Contact, in cui raccontava il viaggio nel tempo di un’astronave con equipaggio umano attraverso una serie di wormholes nelle vicinanze della Via Lattea. Egli discusse il viaggio interstellare in maniera così dettagliata e precisa per le conoscenze sui buchi neri di Schwarzschild dell’epoca da ispirare i famosi fisici teorici statunitensi Michael Morris e Kip Thorne ad analizzare la questione nel contesto della relatività generale. Fino a quel momento, tuttavia, svariate erano state le obiezioni rivolte all’utilizzo dei wormholes come macchine del tempo. Tra queste, il fatto che la loro natura dinamica comporterebbe prima un’espansione e poi una contrazione della gola estremamente rapide, di modo che solo viaggiando a velocità superluminare si riuscirebbe a passare evitandone il restringimento, e che le forze mareali gravitazionali all’interno sarebbero troppo elevate per consentire a qualsivoglia astronauta di sopravvivere. Inoltre, invertire la freccia del tempo si tradurrebbe nell’infrazione non solo della conservazione della simmetria temporale, ma anche del secondo principio della termodinamica. Infatti, in un caso la modifica degli eventi del passato porterebbe alla generazione di paradossi in contrasto con la legge di causalità, mentre nell’altro l’entropia diminuirebbe nel tempo, invece che aumentare. Nel tentativo di migliorare la modellistica del ponte di Einstein-Rosen per costruire un wormhole attraversabile, Morris e Thorne decisero di mettere momentaneamente da parte gli aspetti teorici legati all’impossibilità di inversione della freccia del tempo per i sistemi macroscopici come i buchi i neri e si concentrarono unicamente sul formalismo matematico ad essi associato. Nel 1988 i due ricercatori proposero una nuova classe di soluzioni delle equazioni di Einstein che effettivamente arrivavano a delineare una sorta di scorciatoia fra due diverse regioni spazio-temporali dello stesso universo (o di universi paralleli), ma che non rispettavano le condizioni energetiche dettate dal tensore energia-impulso, rappresentativo della materia. D’altro canto, la violazione di tali condizioni non vietava a priori l’esistenza delle soluzioni trovate, poiché già nel caso di fenomeni quantistici come la radiazione termica di Hawking si era osservato un effetto simile. Ciò indusse quindi Morris e Thorne a proseguire nello sviluppo di un formalismo matematico semplice ed esatto per wormholes attraversabili. Esso doveva soddisfare i seguenti requisiti:

  1. non generare orizzonti, che avrebbero impedito di percorrere il wormhole in entrambi i sensi;
  2. far sì che le forze mareali gravitazionali esperite dai viaggiatori fossero trascurabili;
  3. permettere alla gola di rimanere aperta per un intervallo di tempo ragionevole, affinché potesse essere attraversata;
  4. garantire la stabilità del wormhole rispetto a perturbazioni esterne significative (e.g., il passaggio di un’astronave).

Tali prescrizioni ponevano però dei vincoli molto stringenti alla materia costituente il wormhole, che presso la gola avrebbe dovuto presentare una densità di massa-energia negativa. Siccome suddetta proprietà non risultava verificata per la materia conosciuta, ne derivava, appunto, la violazione della condizione di energia debole, secondo cui l’energia totale in qualsiasi regione dello spazio-tempo, misurata da un osservatore inerziale, non può mai essere negativa. Sarebbe di conseguenza stata necessaria un’enorme quantità di materia esotica per produrre la curvatura spazio-temporale adatta alla formazione di un wormhole con le caratteristiche richieste. Ciononostante, notarono i due scienziati, la teoria dei campi quantistici non preclude l’esistenza di una materia con densità di massa-energia negativaa scale macroscopiche: pertanto, la loro conclusione fu che solo delle civiltà più avanzate della nostra, qualora scoprissero quella materia, potrebbero sfruttarne gli effetti quantistici per costruire un wormhole attraversabile. Operazione complessa dal punto di vista tecnico-pratico, ma non impossibile da quello teorico della gravità quantistica. Pura fantascienza, allora, quella di Carl Sagan?

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


VLT Survey Telescope (VST) Meeting

VST

 

ABSTRACT

Il VLT Survey Telescope (VST), operativo dal 2011 al 2021, è uno dei più grandi telescopi ottici situato nell’emisfero australe, presso l’ESO a Cerro Paranal, nelle Ande Cilene. Equipaggiato con OmegaCAM, una camera a grande campo composta da 32 CCD, il VST è stato progettato per osservare vaste aree del cielo. Frutto di una collaborazione tra l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte e l’ESO, è gestito da INAF dal 2022.

Il VST ha prodotto oltre 400 pubblicazioni scientifiche, coprendo argomenti che spaziano dalla fisica dei corpi del sistema solare alle galassie e fenomeni transienti. Con la fine dell’accordo INAF-ESO nel 2022, è stato istituito il Centro Italiano di Coordinamento del VST (VSTCen) per gestire l’accesso e l’uso del telescopio da parte della comunità scientifica.

Nel 2024, l’INAF ha organizzato un workshop a Napoli per discutere i progetti in corso e futuri, inclusi i grandi programmi pluriennali e nuovi strumenti. Il workshop ha anche evidenziato l’importanza della divulgazione astronomica, con programmi per avvicinare le nuove generazioni all’astronomia. L’evento ha incluso una panoramica delle operazioni del VSTCen e dei risultati di un sondaggio tra gli utenti.

VST science meeting
16 – 18 Apr, 2023
INAF-Astronomical Observatory of Capodimonte, Naples

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Nell’ultimo decennio (2011-2021), il VLT Survey Telescope (VST) è stato uno dei più grandi telescopi al mondo progettato per l’osservazione del cielo nella banda ottica, situato nell’emisfero australe.

IL VST è un moderno telescopio, con una specchio primario di 2.6m di diametro, specializzato per eseguire osservazioni di grandi aree del cielo, e posto presso l’osservatorio dell’European Southern Observatory (ESO) a Cerro Paranal, sulle Ande Cilene, il miglior sito al mondoper osservazioni astronomiche.

L’unico strumento al VST è OmegaCAM, che è una camera a grande campo, che copre 1 grado quadrato nel cielo, composta da un mosaico di 32 CCD, ciascuno composto da rivelatori 16k x 16k, con una scala di 0.21 arcsec per pixel.

VST
Questa immagine mostra il gruppo di galassie HCG90 acquisita al VST. Crediti: INAF/M. Spavone & R. Calvi

Il VST è stato il risultato di una collaborazione congiunta tra l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte (Italia), sede dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), e l’ESO. L’INAF ha progettato e costruito il telescopio, mentre OmegaCAM è stato progettato e costruito da un consorzio che comprende istituti nei Paesi Bassi, in Germania e in Italia (con importanti contributi da parte dell’ESO). In seguito all’accordo originale INAF-ESO, sin dalla sua prima luce nel giugno 2011, il VST è stato gestito dall’ESO, che archivia e distribuisce anche i dati del telescopio, mentre l’INAF ha ottenuto le osservazioni in tempo garantito, mantenendo la proprietà del telescopio.

VST
Struttura del VST dentro la sua cupola, che si apre sul deserto di Atacama, sulle Ande Cilene. Crediti: ESO/G. Lombardi

Nei suoi primi 10 anni di attività, il VST ha prodotto osservazioni che hanno portato a più di 400 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali di alto profilo. Spaziando dalla fisica dei corpi del sistema solare, alle popolazioni stellari della nostra galassia, alle struttura delle galassie e degli ammassi di galassie nell’universo vicino e, non da meno, allo studio dei fenomeni transienti quali i nuclei galattici attivi e le supernove.

Dal 1° ottobre 2022, dopo oltre 10 anni di attività, il contratto INAF-ESO è scaduto ed il VST è diventato un telescopio dell’INAF, ospitato presso l’ESO. VST è attualmente di proprietà e gestito dall’INAF ed è stato firmato un nuovo accordo quinquennale (rinnovabile) INAF-ESO per definire regole e ruoli.

VST
L’imponenza della via lattea che sovrasta il VST. Crediti: ESO/M. Zamani

Da allora, è stato costituito il Centro Italiano di Coordinamento del VST VSTCen per gestire l’accesso e l’utilizzo di VST da parte della comunità astronomica italiana e internazionale. A guida del VSTCen è stata nominata la ricercatrice dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Capodimonte (Napoli), dott.ssa Enrichetta Iodice, affiancata da altri astronomi di Capodimonte: Rosa Calvi, Alessandro Loni, Vincenzo Ripepi e Marilena Spavone, che fanno parte del gruppo di supporto alle attività del VSTCen. Tali attività vertono ad offrire le funzioni necessarie all’utilizzo del VST, che possono essere riassunte nei seguenti passaggi

  • selezionare le proposte scientifiche per il periodo di osservazione,
  • organizzare il programma di osservazione per l’acquisizione dei dati,
  • supportare tutti gli utenti nella riduzione dei dati.

Il tempo di osservazione a VST offerto alla comunità italiana tramite il Time Allocation Committe di INAF è pari al 90% del tempo complessivo del periodo. Secondo l’accordo ESO-INAF, il restante 10% viene offerto agli astronomi cileni.

Dopo due anni di attività INAF per il VST, è stato organizzato un workshop per riunire tutti gli scienziati che hanno ottenuto l’approvazione di una proposta a VST o che hanno analizzato dati VST e/o vorrebbero utilizzare il VST nel prossimo futuro.

Il workshop si èsvolto in presenza presso l’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte, nei giorni 16-17-18 aprile 2024.

Gli obiettivi principali di questo workshop sono stati:

  • fornire una panoramica dei progetti in corso presso il VST approvati nei primi due cicli di osservazioni gestiti dal VSTCen, ovvero nel 2022 e nel 2023
  • discuteredei prossimi progetti di osservazione al VST, in particolare i grandi programmi pluriennali;
  • presentare proposte per eventuali nuovi strumenti da implementare presso il VST.

Oltre all’elenco sopra riportato, durante il workshop è stato presentato il resoconto sullo stato di avanzamento delle operazioni gestite dal VSTCened i risultati di un sondaggio anonimo distribuito agli utenti VST (entro gennaio 2024), volto a raccogliere le valutazionidegli utenti.

Oltre alla ricerca scientifica, uno degli obiettivi del centro VST è quello di disseminare la conoscenza astronomica e condividere le meraviglie dell’universo con i non-esperti del settore. In particolare, al VST è in corso un programma dedicato all’acquisizione di immagini di oggetti celesti particolarmente affascinanti, per la forma e/o per i colori, quali nebulose, galassie interagenti o ammassi di galassie, che vengono distribuite attraverso canali di divulgazione scientifica, incluso MediaINAF, proprio dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Lo scopo di tale progetto è quello di avvicinare le nuove generazioni di ragazze e ragazzi all’astronomia, ed alimentare l’interesse verso lo studio dell’universo.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 268 VERSIONE CARTACEA


Due anni di JWST in regalo Arp 142

Arp 142 Webb
Arp 142 ripresa dalla NIRCam montata sul JWST Credit: NASA, ESA, CSA, STScI

Le galassie interagenti di Arp 142 segnano il secondo anniversario del telescopio JWST James Webb

Un duo di galassie interagenti note come Arp 142 commemora il secondo anniversario scientifico del telescopio spaziale James Webb della NASA/ESA/CSA. La loro interazione in corso è stata messa in moto tra 25 e 75 milioni di anni fa, quando il Pinguino (catalogato individualmente come NGC 2936) e l’Uovo (NGC 2937) hanno completato il loro primo passaggio. Continueranno a ondeggiare e oscillare prima di fondersi in un’unica galassia tra centinaia di milioni di anni.

JWST arp 142
Immagine di ARP142 Credito: NASA, ESA, CSA, STScI

Prima del loro primo approccio, il Pinguino aveva la forma di una spirale. Oggi, il suo centro galattico brilla come un occhio, le sue braccia ora formano un becco, una testa, una spina dorsale e una coda a ventaglio.

Come tutte le galassie a spirale, la Penguin è ancora molto ricca di gas e polvere. La “danza” delle galassie esercita una forza gravitazionale sulle aree più sottili di gas e polvere della Penguin, facendole schiantare in onde e formare stelle. Cercate quelle aree in due punti: quello che sembra un pesce nel suo “becco” e le “piume” nella sua “coda”.

Intorno a queste stelle più recenti c’è materiale simile al fumo che include molecole contenenti carbonio, note come idrocarburi aromatici policiclici, che Webb è eccezionale nel rilevare. La polvere, vista come archi arancioni più deboli e profondi, si lancia anche dal suo becco alle penne della coda.

Al contrario, la forma compatta dell’Uovo rimane in gran parte invariata. Come galassia ellittica, è piena di stelle invecchiate e ha molto meno gas e polvere che possono essere tirati via per formare nuove stelle. Se entrambe fossero galassie a spirale, ciascuna terminerebbe la prima “torsione” con la formazione di nuove stelle e riccioli vorticosi, noti come code di marea.

arp 142 webb hubble
Arp142 nel confronto con le immagini catturare da Webb e Hubble: Credit:
NASA, ESA, CSA, STScI

Un altro motivo per cui l’Uovo appare indisturbato è che queste galassie hanno all’incirca la stessa massa, motivo per cui la galassia ellittica più piccola non è stata inghiottita o distorta dal Pinguino.

Si stima che il Pinguino e l’Uovo siano distanti circa 100.000 anni luce, piuttosto vicini in termini astronomici. Per contestualizzare, la Via Lattea e la nostra vicina più prossima, la Galassia di Andromeda, distano circa 2,5 milioni di anni luce, circa 30 volte la distanza. Anche loro interagiranno, ma non prima di circa 4 miliardi di anni.

In alto a destra dell’immagine c’è una galassia di taglio, catalogata PGC 1237172, che si trova a 100 milioni di anni luce più vicina alla Terra. È anche piuttosto giovane, brulicante di nuove stelle blu. Nell’immagine di Webb, solo nel medio infrarosso, PGC 1237172 praticamente scompare. La luce del medio infrarosso cattura in gran parte stelle più fredde e vecchie e un’incredibile quantità di polvere. Poiché la popolazione stellare della galassia è così giovane, “svanisce” nella luce del medio infrarosso.

Fonte: https://esawebb.org/news/weic2420

Ceres: Il Gigante (piccolo) del Sistema Solare

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Ceres ripreso da Dawn spacecraft. Credito: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

Ceres è il più grande asteroide della fascia principale e l’unico considerato un pianeta nano in questa regione. Situato tra le orbite di Marte e Giove, Ceres rappresenta un oggetto di grande interesse per gli scienziati grazie alle sue caratteristiche uniche.

Aspetto e Forma

Ceres ha una forma quasi sferica, con una superficie composta principalmente da un miscuglio di ghiaccio e roccia. La sua superficie è segnata da numerosi crateri e presenta alcune caratteristiche uniche come il monte Ahuna Mons, una montagna isolata che si erge dalla superficie.

Caratteristiche Fisiche

Diametro: circa 940 km
Massa: 9.39 × 10^20 kg
Densità: 2.16 g/cm³
Gravità superficiale: 0.28 m/s²
Composizione: Roccia silicatica, ghiaccio d’acqua, sali idrati
Temperatura media superficiale: Circa -105°C

Dati dell’Orbita

Posizione nella fascia degli asteroidi: Tra Marte e Giove
Distanza media dal Sole: 2.77 UA (Unità Astronomiche)
Periodo orbitale: Circa 4.6 anni terrestri
Eccentricità orbitale: 0.08
Inclinazione orbitale: 10.6°

Strumenti e Missioni di Studio

Ceres è stato oggetto di studio di diverse missioni e strumenti scientifici che hanno fornito immagini dettagliate e dati preziosi:

– Hubble Space Telescope: ha fotografato Ceres in diverse occasioni, fornendo le prime immagini ad alta risoluzione del pianeta nano.
– Sonda Dawn della NASA: Lanciata nel 2007, la sonda Dawn ha raggiunto Ceres nel marzo 2015. Questa missione ha permesso di raccogliere una quantità enorme di dati, incluse immagini ravvicinate della superficie, misurazioni della composizione chimica e mappature della gravità.

La Scoperta di 1 Ceres: L’Astronomia del XIX Secolo

Il 1º gennaio 1801 segna una data fondamentale nella storia dell’astronomia. In quella notte, l’astronomo italiano Giuseppe Piazzi, direttore dell’Osservatorio di Palermo, scoprì un nuovo corpo celeste che avrebbe rivoluzionato la nostra comprensione del sistema solare. Questo oggetto, inizialmente scambiato per una cometa, si rivelò essere un asteroide, il primo mai osservato, che Piazzi battezzò Ceres, in onore della dea romana della fertilità e patrona della Sicilia.

All’inizio del XIX secolo, l’astronomia era una scienza che stava rapidamente evolvendo. Gli astronomi dell’epoca si avvalevano di telescopi ottici che rappresentavano il massimo della tecnologia allora disponibile. I telescopi erano principalmente rifrattori, con lenti di grande apertura* che permettevano di osservare gli oggetti celesti con una risoluzione senza precedenti per quei tempi. Tuttavia, le osservazioni erano condotte in modo rigorosamente manuale, e gli astronomi  dovevano fare affidamento su scritture e disegni per documentare le loro scoperte.

Lo stesso Piazzi utilizzava un telescopio a rifrazione da 7,5 cm di apertura, uno strumento molto avanzato per l’epoca, ma le osservazioni erano complicate da limitazioni tecnologiche, come l’assenza di fotometria precisa e della spettrometria, tecniche che si sono rivelate di fondamentale importanza per l’astronomia moderna.

Dopo la scoperta di Ceres, l’entusiasmo per la ricerca di nuovi oggetti nella fascia degli asteroidi aumentò notevolmente. Nel 1802, l’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers scoprì un secondo asteroide, Pallas. Successivamente, nel 1804, Karl Ludwig Harding scoprì Juno, e nel 1807 Olbers scoprì  Vesta. Queste scoperte successive confermarono senza obra di dubbio che Ceres non era un’anomalia, ma parte di una vasta popolazione di corpi celesti minori orbitanti tra Marte e Giove.

Le osservazioni condotte da Piazzi e dai suoi contemporanei furono notevoli non solo per le scoperte fatte, ma anche per il metodo con cui furono effettuate. Senza l’ausilio della fotografia o dell’analisi digitale, questi astronomi furono in grado di identificare nuovi oggetti celesti basandosi su osservazioni meticolose e calcoli matematici, con una dedizione e abilità che sono la testimonianza della loro ingegnosità e di una profonda passione per la scienza.

Il telescopio rifrattore più grande costruito nel XIX secolo fu il Telescopio di Yerkes. Questo strumento monumentale, situato presso l’Osservatorio di Yerkes a Williams Bay, Wisconsin, USA, fu completato nel 1897. Progettato dall’astronomo George Ellery Hale, il telescopio ha un obiettivo con un diametro di 40 pollici (102 cm), che lo rende ancora oggi il più grande telescopio rifrattore mai costruito.

Caratteristiche del Telescopio di Yerkes

  • Diametro dell’obiettivo: 40 pollici (102 cm)
  • Lunghezza focale: 19,3 metri (63 piedi)
  • Montatura: Equatoriale, progettata per consentire il puntamento e il tracciamento accurati degli oggetti celesti
  • Costruttori: La lente fu realizzata dalla Alvan Clark & Sons, una delle più rinomate ditte di produzione di telescopi dell’epoca, mentre la montatura e la struttura furono progettate da Warner & Swasey.

Il Telescopio di Yerkes rappresenta un culmine nell’evoluzione dei telescopi rifrattori, un punto di svolta prima che i telescopi riflettori più grandi e potenti prendessero il sopravvento. Questo strumento fu utilizzato per numerose scoperte e osservazioni significative nel campo dell’astronomia, inclusi studi dettagliati di pianeti, stelle, nebulose e ammassi stellari.

Ceres

La sua costruzione fu un’impresa ingegneristica notevole per l’epoca, che richiese progressi tecnologici sia nella produzione delle lenti che nella progettazione della montatura. Il telescopio di Yerkes rimane tutt’oggi operativo e continua ad essere un’attrazione storica e scientifica, testimonianza dell’ingegno e dell’abilità di astronomi e ingegneri del XIX secolo. Il Telescopio di Yerkes non solo rappresenta il picco della tecnologia dei rifrattori, ma segna anche un’era di transizione nell’astronomia. Con l’avvento del XX secolo, i telescopi riflettori, che utilizzano specchi al posto delle lenti, divennero la scelta preferita per le osservazioni astronomiche. I telescopi riflettori infatti possono essere costruiti con specchi molto più grandi, eliminando i problemi di aberrazione cromatica e di distorsione che limitano le capacità dei rifrattori di grandi dimensioni.

Nonostante questi cambiamenti, il Telescopio di Yerkes rimane una meraviglia dell’ingegneria astronomica del XIX secolo, simbolo di un’epoca di esplorazione e scoperta che ha gettato le basi dell’astronomia moderna.

Per gli approfondimenti sugli asteroidi: https://www.coelum.com/dizionario-di-astronomia/asteroide-definizione-e-significato-dizionario-di-astronomia

Lo ShaRA team vola in finale al concorso del Royal Greenwich Museum

The Galaxy Devourer © Alessandro Ravagnin - Astronomy Photographer of the Year 2024 Galaxies

Il team ShaRA è entusiasta di annunciare che lo scatto “il Divoratore di Galassie” è stato inserito nella lista dei finalisti al prestigioso concorso Astronomy Photographer of the Year 2024.

Il Royal Greenwich Museum ha pubblicato la lista dei finalisti del prestigioso concorso noto per celebrare l’eccellenza nell’astrofotografia a livello mondiale e che prevede diverse categorie e premi in denaro, fino a 10.000 sterline, nonché una folta partecipazione con molta competizione (più di 3500 partecipanti a questa sedicesima edizione).

La proclamazione dei vincitori avverrà il 14 settembre 2024 durante un evento online ed una cerimonia al museo, dove verranno esposte per un anno intero le migliori astrofotografie del concorso.

La redazione di Coelum si unisce all’entusiasmo dei membri dello ShaRA team per il fantastico risultato ottenuto. Entrare nella classifica dei finalisti del concorso Astronomy Photographer of the Year 2024 è già di per se un prestigioso obiettivo raggiunto, a confermare, semmai ce ne fosse bisogno la bravura espressa dal team.

Non solo bravura ma anche passione, condivisione, divertimento, tutto in una formula studiata da Alessandro Ravagnin, astrofotografo e autore di Coelum, fondatore del progetto ShaRA motivato da una curiosità infinita e dalla volontà di cimentarsi in nuove e sempre più affascinati sfide. Volontà e interesse che ha saputo trasmettere con sapienza anche agli altri membri che va ricordato sono fra i migliori astrofotografi d’Italia.

ShaRA team
The Galaxy Devourer © Alessandro Ravagnin – Astronomy Photographer of the Year 2024 Galaxies

Ed ecco l’immagine finalista, si tratta di una ripresa di CG4 “Cometary Globule 4” ovvero una nebulosa che per la sua forma allungata appare come una cometa. Abbiamo raccontato la storia dello scatto della Spin Nebula come l’hanno soprannominata gli stessi membri del gruppo in COELUM n°263 del 2023 nell’articolo ShaRA#4.

Ricordiamo che l’immagine finale, “Il divoratore di Galassie” ottenuta dalla ShaRA Team è il risultato del Superstaking, tecnica sviluppata proprio dallo ShaRA team per dare vita ad un’immagine frutto del mix pesato su una votazione di qualità dei contributi di tutti i membri.

ShaRA team
Anteprima della pubblicazione in Coelum 263 dei contributi dei singoli partecipanti

Gli scatti arrivano dal Chilescope e sono la somma di due riprese, una effettuata con il Telescopio 3, un Newton da 500mm F73 e la seconda con il telescopio da un metro di diametro.

Ecco il commento di Alessandro Ravagnin alla notizia: “Sono entusiasta di annunciare che il team ShaRA ha ottenuto un risultato straordinario, pubblicato questa mattina sul prestigioso sito del Royal Greenwich Museum e ripreso da importantissime testate internazionali! La foto “The Galaxy Devourer” è entrata nella shortlist del concorso Astronomy Photographer of the Year 2024. Il concorso, noto per celebrare l’eccellenza nell’astrofotografia a livello mondiale, prevede diverse categorie e premi in denaro, fino a 10.000 sterline, nonché una folta partecipazione con molta competizione (più di 3500 partecipanti a questa sedicesima edizione). La proclamazione dei vincitori avverrà il 14 settembre 2024 durante un evento online ed una cerimonia al museo, dove verranno esposte per un anno intero le migliori astrofotografie del concorso

CG4 (Cometary Globule 4) è un complesso di nebulosità e polvere dalla forma molto particolare, situato nella costellazione australe della Poppa. La ‘testa’ del verme galattico ha dimensioni di circa 1,5 anni luce, mentre la propaggine che segue la testa, e che è diretta nella direzione opposta rispetto al resto della famosa supernova Vela, ha una lunghezza di circa otto anni luce.

I membri del gruppo che hanno contribuito a questo scatto: Marcella Botti (Italia), Vikas Chander (India), Massimo Di Fusco (Italia), Aygen Erkaslan (Svizzera), Marco Firenzuoli (Italia), Vincenzo Fiore (Italia), Vincenzo Fermo (Italia), Antonio Grizzuti (Italia), Andrea Lorio (Italia), Vittorio Liberti (Italia), Rolando Ligustri (Italia), Donato Lioce (Francia), Antonio Loro (Italia), Giampaolo Michieletto (Italia), Gianluigi Pazienza (Italia), Christian Privitera (Italia), Alessandro Ravagnin (Italia), Francesco Tiano (Italia), Cristiano Trabuio (Italia), Egidio Vergani (Italia)

La redazione di Coelum si unisce all’entusiasmo e al coro dei tanti complimenti tutti più che meritati!

L’elenco delle altre immagini in concorso è disponibile nel sito ufficiale https://www.rmg.co.uk/whats-on/astronomy-photographer-year/galleries/shortlist-2024

STAR PARTY Agosto 2024 in Romagna

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Il gruppo astrofili Astro Amici Forlivesi annuncia il secondo star party Romagnolo 2024. Dopo lo star party Romagnolo di Giugno, ci ritroviamo per chiudere insieme l’estate, in una suggestiva location immersa nel verde tra le prima colline degli appennini. Per info e prenotazioni contatteci alla mail astroamiciforlivesi@gmail.com.

FB: Astro Amici Forlivesi

IG: astroamiciforlivesi

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – luglio 2024

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 122

SUPERNOVAE AGGIORNAMENTI

Anche questo mese, come il precedente, purtroppo non abbiamo da segnalare nessuna scoperta amatoriale. Sta diventando sempre più difficile la vita per gli astrofili che portano avanti la ricerca amatoriale di supernovae extragalattiche. Soffermiamo comunque la nostra attenzione su una interessante nonché peculiare supernova, degna di un approfondimento. Nella notte del 2 giugno il programma professionale americano di ricerca supernovae denominato Zwicky Transient Facility (ZTF) ha inserito per primo nel Transient Name Server (TNS) la comunicazione di scoperta di una nuova stella di mag.+17,5 in una piccola galassia Anonima molto vicina alla grande galassia ellittica M49, poste entrambe nella costellazione della Vergine.

In realtà il primo a riprendere questo nuovo transiente, quando mostrava una luminosità pari alla mag.+18,2 è stato il programma professionale americano di ricerca supernovae e pianetini denominato ATLAS Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System, tre ore prima di ZTF. Lo spettro di conferma di conferma invece è arrivato dagli astronomi americani del Lick Observatory in California con il telescopio Shane da 3 metri di diametro.

Aggiornamenti Supernovae
1) Immagine della SN2024kce, vicina alla galassia M49, ripresa dall’astrofilo spagnolo Calors Segarra con un telescopio da 200mm F.4, confrontata con una sua immagine d’archivio che permette di evidenziare la piccola galassia nana oscurata, nell’immagine attuale, dalla luce della supernova. Un altro chiaro esempio di una supernova che diventa più luminosa dell’intera galassia che la ospita.

La SN2024kce, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di tipo Ia-pec, dove la peculiarità si evidenzia nella bassa luminosità e nella forte presenza di Calcio. I gas eiettati dall’esplosione viaggiano ad una velocità di circa 15.600 Km/s. Vista la posizione del nuovo transiente, la domanda è sorta subito spontanea: si trattava di una supernova esplosa in Messier 49 oppure nella piccola galassia nana situata a circa 13’ a Nord dal centro di M49? In realtà anche se M49 è una galassia ellittica molto estesa con un diametro di circa 160.000 anni luce, è molto improbabile che il suo alone più esterno possa arrivare così lontano. Inoltre il redshift della supernova riporta un valore di 0,003 che corrisponde ad una distanza di circa 40 milioni di anni luce. M49 si trova invece ad una distanza di circa 55 milioni di anni luce. Alla luce di questi dati, la supernova è quasi sicuramente esplosa nella parte meridionale della piccola galassia nana situata solo prospetticamente vicino ad M49 ed anche se più vicina in termini di distanza (quasi 15 milioni di anni luce), risulta molto poco appariscente e quasi scompare, sovrastata dalla grande estensione del gigante M49.

Aggiornamenti Supernovae
2) Immagine della SN2024kce ripresa da Enrico Prosperi con un rifrattore da 70mm F.6, il campo più largo permette di evidenziare le numerose galassie che circondano M49 all’interno dell’Ammasso della Vergine.

Nei giorni successivi alla scoperta, la supernova ha comunque incrementato la sua luminosità, raggiungendo il massimo il 13 giugno alla discreta mag.+13,6 per poi iniziare la discesa. A fine giugno la luminosità è calata intorno la mag.+15 ma permette ancora di ottenere delle belle immagini di una campo stellare ricco di galassie (siamo infatti all’interno dell’Ammasso della Vergine) dove troneggia M49.

 

ASTEROID DAY gli eventi in Italia

Ogni anno il 30 giugno si festeggia la giornata per richiamare l’attenzione sul rischio di impatti sul nostro pianeta. Anche quest’anno molti gli eventi organizzati e le notizie curiose.

L’Asteroid Day è una giornata internazionale dedicata alla sensibilizzazione sull’importanza della protezione del nostro pianeta dagli asteroidi. Si celebra ogni anno il 30 giugno, anniversario dell’evento di Tunguska del 1908, quando un asteroide esplose sopra la Siberia, causando una devastazione massiccia su un’area di oltre 2.000 chilometri quadrati.

L’idea dell’Asteroid Day è nata nel dicembre 2014 grazie agli sforzi del Dr. Brian May, noto astrofisico e chitarrista dei Queen, insieme al regista Grigorij Richters, all’astronauta Rusty Schweickart e alla biologa Danica Remy. La prima celebrazione ufficiale si è tenuta il 30 giugno 2015.

L’Asteroid Day è promosso dalla Asteroid Foundation, un’organizzazione no-profit che collabora con numerosi enti scientifici e educativi, tra cui l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), la NASA e l’Università del Colorado.

Curiosità sulle edizioni passate includono eventi in tutto il mondo, dai convegni scientifici alle attività didattiche nelle scuole. In alcune edizioni sono stati organizzati live streaming globali con esperti di asteroidi e scienziati che discutono delle ultime scoperte e delle tecnologie per difendere la Terra. Inoltre, ogni anno, l’evento raccoglie sempre più partecipanti e sostenitori, contribuendo a diffondere la conoscenza sui rischi e le opportunità legate agli asteroidi.

Quest’anno anche una sorpresa, la Nasa ha dedicato un asteroide alla cantante Annalisa, laureata in fisica ma soprattutto nota artista italiana. Si tratta dell’Asteroidi di fascia principale 20014 Annalisa..

Gli eventi organizzati in Italia:

  • Asteroid Day a Montecopiolo
associazione astronomica StarDust Strada provinciale montefeltresca, Montecopiolo
  • Asteroid Day a Montecopiolo
Osservatorio Montecopiolo Via montefeltresca, Montecopiolo
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  • Asteroid day
Museo Navale e Planetario di Imperia Calata Anselmi (Imperia), Imperia
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  • La Giornata Mondiale degli Asteroidi 2024
Astrodomus Piazzetta Potito de Sanctis, Castelgrande
 
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  • i Queen fra le Stelle-Asteroid Day
Planetario de l’Unione Sarda Piazza Unione Sarda, Cagliari
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  • Asteroid Day al Planetarium Pythagoras di Reggio Calabria
Planetarium Pythagoras – Società Astronomica Italiana Via Salita Zerbi – 89124 Reggio Calabria (Italia), Reggio Calabria
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  • Asteroid Day San Marcello Piteglio
Observatory San Marcello Osservtorio Astronomico Montagna Pistoiese
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  • Asteroide Potenzialmente Pericoloso (415029) 2011 UL21, passaggio ravvicinato per Asteroid Day 2024.
Gianluca Masi Frosinone

Sito ufficiale: https://asteroidday.org/

EAS: L’ASTRONOMIA EUROPEA SI RIUNISCE A PADOVA

Comunicato Stampa MediaINAF

Dall’1 al 5 luglio attesi quasi 1800 partecipanti al meeting annuale della European Astronomical Society (EAS), il più grande congresso europeo dedicato all’astrofisica.

La città di Padova è pronta ad accogliere il prossimo meeting della European Astronomical Society (EAS), il più grande congresso europeo dedicato all’astrofisica che si terrà dall’1 al 5 luglio 2024. L’evento vedrà la partecipazione di quasi 1800 esperte ed esperti di astronomia e astrofisica, rendendolo uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per la comunità astronomica internazionale. L’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) ha un ruolo di primo piano, non solo nell’organizzazione del congresso (dal punto di vista scientifico e logistico), ma anche per la forte presenza di ricercatrici e ricercatori che presenteranno alla comunità le ultime scoperte e i più recenti studi nel campo dell’astrofisica.

L’INAF, con la sua rete di osservatori e istituti di ricerca sparsi su tutto il territorio italiano, continua a essere un pilastro fondamentale per l’astronomia mondiale, contribuendo significativamente al progresso della conoscenza del cosmo (dalla terra allo spazio, osservando l’universo a tutte le lunghezze d’onda). Lo Scientific Organising Committee (SOC) del meeting è a guida INAF, con Bianca Poggianti, direttrice dell’INAF di Padova, e Giuseppina Micela, dirigente di ricerca presso l’INAF di  Palermo.

Durante i cinque giorni del convegno, i partecipanti – provenienti da più di 60 paesi – avranno l’opportunità di assistere in modalità completamente ibrida (in presenza e online) a conferenze, workshop e presentazioni su una vasta gamma di argomenti, dai buchi neri alla formazione delle galassie, dai pianeti extrasolari alle onde gravitazionali, per non dimenticare l’astrochimica, dedicando ampio spazio anche alla data science e all’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’astronomia, alla diversità della comunità di ricerca e alle sfide del public engagement. Sarà poi anche un’occasione per discutere delle attuali e future missioni spaziali (come il James Webb Space Telescope – JWST ed Euclid, oppure Athena e Plato), dei grandi osservatori che sono in fase di costruzione in tutto il mondo (ELT e SKAO), e delle nuove tecnologie che stanno rivoluzionando il modo in cui esploriamo l’universo.

La European Astronomical Society è stata fondata in Svizzera nel 1990 con lo scopo di promuovere l’astronomia e la ricerca spaziale in Europa, facilitando la collaborazione tra scienziati e sostenendo l’educazione scientifica. Il meeting annuale rappresenta un momento fondamentale per la condivisione delle conoscenze e per la creazione di nuove sinergie tra i ricercatori di tutto il mondo.

Gli organizzatori hanno ricevuto oltre 2350 abstract, il 16% in più rispetto al meeting EAS 2023 di Cracovia. Quest’anno i partecipanti da remoto avranno accesso a tutte le sessioni (plenarie, simposi, sessioni speciali ecc), in diretta o registrate, su una piattaforma virtuale, nonché accedendo alla piattaforma degli ePoster e allo spazio dedicato su Slack per EAS 2024. Tra le presentazioni sono previsti anche interventi dei vincitori dei premi MERAC e EAS e report dalle principali strutture di ricerca europee, che forniranno una panoramica completa delle attività e dei progressi in corso nel continente.

Grazie al contributo del gruppo che, all’interno di INAF, ha stilato il Gender Equality Plan, quest’anno il meeting della EAS offre un servizio di assistenza all’infanzia a pagamento per i partecipanti al meeting, per la prima volta all’interno del centro congressi. Questo servizio, pensato per facilitare la partecipazione al congresso dei genitori con bambini piccoli, contribuisce al raggiungimento dell’uguaglianza di genere nelle discipline STEM, in linea con l’obiettivo 5 dell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il servizio sarà gestito da personale qualificato e garantirà un ambiente sicuro e stimolante per i bambini, permettendo ai genitori di prendere parte alle varie sessioni del convegno. Il costo del servizio sarà mantenuto a una tariffa conveniente, riflettendo l’impegno dell’EAS a rendere il meeting inclusivo e accessibile a tutti i membri della comunità astronomica.

“Padova è una città che vanta una straordinaria tradizione per quanto riguarda la ricerca astronomica, e che è oggi uno dei centri di eccellenza a livello Europeo in questa disciplina. Per questa settimana la città diventa anche la capitale mondiale dell’astronomia”, commenta Sara Lucatello, astrofisica dell’INAF di Padova, già vicepresidente dell’EAS che, a partire da questa edizione, dirigerà in qualità di presidente (sarà la prima volta che un presidente proviene da un paese mediterraneo). “L’edizione 2024 vedrà la partecipazione di professioniste e professionisti che lavorano in tutti i campi dell’astrofisica e delle scienze spaziali, esperti di politiche scientifiche e divulgazione. Si discuteranno vari temi caldi dell’astrofisica moderna, dagli straordinari risultati ottenuti grazie a JWST alle grandi potenzialità dei telescopi in costruzione, come ELT e SKAO”.

Prima presidente donna nella storia dell’EAS, Lucatello ricoprirà la massima carica dell’organizzazione per due anni. Aggiunge: “È un particolare onore per me assumere, in occasione dell’EAS 2024, la presidenza della società che è cresciuta molto negli ultimi anni e che oggi conta più di 5300 membri. Succedere al precedente presidente, Roger Davies, che ha guidato EAS con competenza e dedizione per sette anni, non sarà un compito semplice, ma sono determinata a continuare nei suoi passi durante il mio mandato”.

Per maggiori informazioni

https://eas.unige.ch/EAS2024

Gemini North compie 25 anni

Gemini North
Una gamma esplosiva di rosa e blu brillanti crea uno spettacolo straordinario per NGC 4449. Credito: Osservatorio Internazionale Gemini/NOIRLab/NSF/AURA Elaborazione delle immagini: J. Miller (Osservatorio Internazionale Gemini/NSF NOIRLab), M. Rodriguez (Osservatorio Internazionale Gemini/NSF NOIRLab), Rettore TA (Università dell'Alaska Anchorage/NSF NOIRLab), M. Zamani (NSF NOIRLab)

Gemini North cattura la galassia Starburst splendente di stelle appena formate

La galassia irregolare NGC 4449 mostra un indice elevato di attività di formazione stellare dovuto in parte alle molte fusioni in corso con le vicine galassie nane

Una festosa gamma di rosa e blu brillanti crea uno spettacolo straordinario in questa immagine catturata con il telescopio Gemini North, metà dell’Osservatorio Internazionale Gemini. l’altra metà è il Gemini Sud. Simile a una nuvola di coriandoli cosmici, questa immagine è stata rilasciata per celebrare il 25° anniversario di Gemini North. NGC 4449 è un ottimo esempio di attività starburst causata dall’interazione e dalla mescolanza delle galassie mentre la maggiore assorbe lentamente le sue vicine galattiche più piccole.

Il 25 giugno 1999 si è tenuta una cerimonia di inaugurazione a Maunakea, Hawaii, per svelare il nuovo telescopio di classe mondiale da 8,1 metri e rivelarne le immagini della prima luce, che all’epoca erano alcune delle immagini a infrarossi più nitide mai ottenute da un telescopio astronomico posizionato a terra. Negli ultimi due decenni e mezzo il grande specchio di Gemini North con la potente suite di strumenti e l’ottica adattiva avanzata hanno permesso agli astronomi di scrutare sempre più lontano nel cosmo. Dall’acquisizione della prima immagine diretta di un sistema multi-pianeta al test della teoria della relatività generale di Einstein – che ha aiutato gli astronomi a guadagnare il Premio Nobel 2020 – Gemini North ha contribuito notevolmente alla comprensione dell’Universo a favore dell’umanità.  Inoltre, le variazioni osservate nella galassia, che si trova a 300 milioni di anni luce di distanza da noi, nella costellazione della Vergine, sono diverse da quelle mai viste prima e ancora una volta Gemini stimolerà nuove e importanti ricerche.

Sono necessarie ulteriori osservazioni per escludere spiegazioni alternative. Un’altra possibilità è che stiamo assistendo a un evento di distruzione mareale insolitamente lento, o addirittura a un nuovo fenomeno. Se si trattasse effettivamente di un evento di distruzione mareale, questo sarebbe l’evento più lungo e debole mai osservato. “Indipendentemente dalla natura delle variazioni, [questa galassia] fornisce informazioni preziose su come i buchi neri crescono ed evolvono”, conclude Sánchez Sáez. “Ci aspettiamo che strumenti come [MUSE installato sul VLT o i futuri strumenti di ELT (Extremely Large Telescope)] saranno fondamentali per comprendere [perché la galassia sta diventando più luminosa]”.

Fonte


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Nella Grande Macchia Rossa tracce di onde gravitazionali

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Grande Macchia Rossa - JWST
Grafica con due pannelli. Il lato sinistro è un'immagine a infrarossi del pianeta Giove, etichettata "Webb/NIRCam". Il pianeta è mostrato in più colori, soprattutto ai poli e sulla Grande Macchia Rossa, visibile come una tempesta circolare in basso a destra del pianeta. Lo Spot è circondato da un rettangolo frastagliato evidenziato. Il lato destro mostra un'immagine ravvicinata di quell'area in diversi colori, etichettata "Webb/NIRSpec". Credito: ESA/Webb, NASA e CSA, Team Jupiter ERS, J. Schmidt, H. Melin, M. Zamani (ESA/Webb)

Utilizzando il telescopio spaziale James Webb JWST della NASA/ESA/CSA, gli scienziati hanno osservato la regione sopra l’iconica Grande Macchia Rossa di Giove per scoprire una varietà di caratteristiche mai viste prima. La regione, precedentemente ritenuta di natura insignificante, ospita una varietà di strutture e attività complesse che potrebbero avere origine dalle onde gravitazionali

La straordinaria sensibilità del JWST consente agli scienziati di studiare l’atmosfera superiore di Giove sopra la famigerata Grande Macchia Rossa scoprendo nuovi ed inaspettati dettagli come archi scuri e punti luminosi.

Gli astronomia hanno sempre considerata l’alta atmosfera un strato tutto sommato particolarmente tranquillo anche a causa delle deboli radiazioni solari che impattano sulla superficie di Giove così lontano dal Sole. Si stima infatti che le redazioni a cui Giove è sottoposto siano solo il 4% di quelle che invece cattura la Terra.

Analizzando la Grande Macchia Rossa con lo spettrografo del vicino infrarosso del JWST NIRSpec e scorti grandi movimenti della sezione più alta gli astronomi ipotizzano che alla base delle irregolari strutture possano esserci moti dovuti alle onde gravitazionali.

Grande Macchia Rossa - JWST
Un’immagine di una piccola area dell’atmosfera di Giove, a forma di rettangolo frastagliato. L’immagine è sfocata e varia dal rosso al blu nei colori, dove i colori più blu mostrano altitudini inferiori nell’atmosfera di Giove e i colori più rossi mostrano altitudini maggiori. Credito:
Crediti: ESA/Webb, NASA e CSA, H. Melin, M. Zamani (ESA/Webb)

Simili effetti si verificano anche sulla Terra ma l’intensità è così contenuta da renderli irrilevanti. Diversa potrebbe essere la condizione su un pianeta molto ma molto più grande come è il gigante gassoso tanto da rendere questi fenomeni così violenti da condizionare i movimenti delle masse dell’atmosfera.

Si tratta di una prima ipotesi che potrà essere avvalorata anche con l’ausilio della missione Juice Jupiter Icy Moons Explorer dell’ESA che lanciato il 14 aprile 2023 effettuerà osservazioni dettagliate di Giove e delle sue tre grandi lune oceaniche – Ganimede, Callisto ed Europa.

Interessante, ma dovremo aspettare per scoprire il mistero!

Per maggiori informazioni

ESAWEBB

SIAMO A QUOTA 1000 EURO! GRAZIE AI SOSTENITORI! FORZA AVANTI COSì

La raccolta fondi ha superato quota 1000 euro, certo la strada è ancora molto lunga ma siamo grati a quanti stanno dimostrando concretamente il proprio affetto al progetto editoriale. COELUM ce la farà nonostante le Poste Italiane 😀

Grazie ai 38 sostenitori e forza a tutti gli altri c’è ancora molto da fare ed abbiamo bisogno di ogni piccolo gesto!

COELUM PARLERA’ SPAGNOLO!

 

COME FUNZIONA LA RACCOLTA FONDI SU kICKSTARTER

Che cos’è KickStarter

KickStarter è il servizio di raccolta fondi più famoso al mondo per il sostegno condiviso di progetti di valore innovativo e culturale.

Cosa puoi trovare su KickStarter

Su KickStarter sono attivi o stati finanziati molti progetti relativi allo Spazio. Satelliti Cubesat di start-Up, telescopi come il nuovissimo UniStellar, realizzato proprio con una raccolta fondi che è andata stra bene!

Perchè usare KickStarter?

I progetti che approdano su KickStarter riguardano sempre un pubblico di nicchia, che proprio per questa natura non riescono ad accedere a forme di finanziamento classiche. La partecipazione attiva invece risulta una soluzione vincente.

Come funziona KickStarter

KickStarter è famosissima all’estero e stra utilizzata da tutti i navigatori più smarth e curiosi. Il meccanismo è piuttosto semplice: si prenota un’intenzione di finanziamento garantito da una carta di credito. L’addebito tuttavia avverrà solo quando la campagna sarà conclusa e solo se il progetto avrà raccolto tutti i fondi. Altrimenti nessun costo e nessuna spesa. Semplice e sicuro no?

Perchè è bello partecipare alla raccolta fondi?

Il primo motivo deve essere la fiducia nel progetto, la convinzione che il servizio finale sarà un sicuro vantaggio per tutta la comunità e che sosterrebbe l’interesse sociale. D’altro canto però KickStarter ha sviluppato un meccanismo semplice anche di gratificazione immediata: le ricompense. In base all’importo donato si possono prenotare delle ricompense in genere molto vantaggiose.

Quando donare per sostenere la campagna?

Quanto vuoi! Puoi lasciare anche solo un euro, tutto sarà di aiuto.

Perchè Coelum è su KickStarter?

Coelum è rimasta una realtà genuina e contenuta negli anni, fedele ai principi ereditati dalla fondazione. Crediamo che il servizio offerto da Coelum sia utile alla promozione della cultura scientifica e vorremmo portare la qualità dell’astronomia italiana all’estero. Per farlo però Coelum preferisce rivolgersi alla comunità costruita in ben 27 anni di attività in cui: ha risposto alle richieste di informazioni, gestito un forum di esperti, creato approfondimenti su temi specifici per offrire una visione d’insieme completa su alcuni temi, dato visibilità a nomi più o meno noti, raccolto interviste e test sugli strumenti, proposto viaggi, dato visibilità alle iniziative locali, e molto molto altro..

Perchè abbiamo bisogno anche di te ma SUBITO?

Le fasi iniziali della raccolta fondi sono determinanti. Se la cifra donata sale rapidamente allora anche altri saranno spinti a credere nell’idea. E’ un sistema che si auto-alimenta. Ecco perchè non bisogna temporeggiare! La velocità è tutto. Per sostenere il progetto non serve “aspettare per vedere” tanto l’addebito non ci sarà fino a raggiungimento totale dell’ammontare, ma attendere rallenterà gli altri e così via fino a perdere l’entusiasmo.

E’ tutto chiaro?

Se hai dubbi scrivici, ma non accantonare questo messaggio per favore!

Quali ricompense ha preparato Coelum?

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Scettici?

KickStarter è nato in inglese, successivamente sono state aggiunte lo spagnolo, il tedesco e il francese e nel 2017 anche il giapponese. L’italiano dal 2019 è in beta test, il territorio nazionale infatti non risulta infatti fra i più sensibili alle pratiche di crowdfunding ancora culturalmente permeato da sfiducia e mancanza di partecipazione attiva alla promozione sociale e di sostegno reciproco. Ma qualcuno ci deve pur provare? Che ne dite: vogliamo iniziare un cambiamento?

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Serpens Nebula- JWST cattura getti bipolari di formazione stellare

Serpens Nebula - JWST
n questa immagine della Nebulosa Serpente ottenuta dalla Near-InfraRed Camera (NIRCam) del telescopio spaziale James Webb della NASA/ESA/CSA, gli astronomi hanno trovato un raggruppamento di deflussi protostellari allineati all'interno di una piccola regione (l'angolo in alto a sinistra). Credito: NASA, ESA, CSA, STScI, K. Pontoppidan (Jet Propulsion Laboratory della NASA), J. Green (Space Telescope Science Institute)

L’allineamento dei getti bipolari fotografata da JWST in Serpens Nebula conferma le teorie sulla formazione stellare

Per la prima volta, un fenomeno che gli astronomi speravano da tempo di poter fotografare direttamente è stato catturato dalla Near-InfraRed Camera (NIRCam) del James Webb Space Telescope della NASA/ESA/CSA. In questa splendida immagine della Nebulosa Serpente, la scoperta si trova nella zona settentrionale di questa giovane e vicina regione di formazione stellare.

Serpens Nebula JWST
Questa immagine del telescopio spaziale James Webb della NASA/ESA/CSA mostra una porzione della Nebulosa Serpente, dove gli astronomi hanno scoperto un raggruppamento di deflussi protostellari allineati. NASA, ESA, CSA, STScI, K. Pontoppidan (Jet Propulsion Laboratory della NASA), J. Green (Space Telescope Science Institute)

Gli astronomi hanno scoperto un intrigante gruppo di flussi protostellari, formatisi quando getti di gas emessi da stelle appena nate si scontrano con gas e polvere vicini ad alta velocità. In genere questi oggetti hanno una varietà di orientamenti all’interno di una regione. Qui, invece, sono tutti inclinati nella stessa direzione, nella stessa misura, come la pioggia che cade durante un temporale.

La scoperta di questi oggetti allineati, resa possibile solo dalla straordinaria risoluzione spaziale e sensibilità di Webb alle lunghezze d’onda del vicino infrarosso, sta fornendo informazioni sui fondamenti di come nascono le stelle.

Quindi, in che modo l’allineamento dei getti stellari è correlato alla rotazione della stella? Quando una nube di gas interstellare collassa su se stessa per formare una stella, ruota più rapidamente. L’unico modo in cui il gas può continuare a muoversi verso l’interno è rimuovere parte dello spin (noto come momento angolare). Intorno alla giovane stella si forma un disco di materiale che trasporta il materiale verso il basso, come un vortice attorno a uno scarico. I campi magnetici vorticosi nel disco interno lanciano parte del materiale in getti gemelli che sparano verso l’esterno in direzioni opposte, perpendicolari al disco di materiale.

Nell’immagine Webb, questi getti sono identificati da strisce rosse luminose, che sono onde d’urto causate quando il getto colpisce il gas e la polvere circostanti. Qui, il colore rosso indica la presenza di idrogeno molecolare e monossido di carbonio.

Stelle della Nebulosa Serpente

La Nebulosa Serpente ha solo uno o due milioni di anni, che è molto giovane in termini cosmici. Ospita anche un ammasso particolarmente denso di stelle di nuova formazione (di circa 100.000 anni) al centro di questa immagine, alcune delle quali alla fine raggiungeranno la massa del nostro Sole (ne abbiamo parlato nella rubrica “Meraviglie del Cosmo” a pagina 30 di Coelum Astronomia n°265).

Serpens Nebula  -JWST
Le frecce della bussola nord ed est mostrano l’orientamento dell’immagine nel cielo. Si noti che la relazione tra nord ed est nel cielo (visto dal basso) è invertita rispetto alla direzione delle frecce su una mappa del terreno (visto dall’alto).
La barra della scala è etichettata in anni luce, che è la distanza percorsa dalla luce in un anno terrestre. Un anno luce equivale a circa 9,46 trilioni di chilometri, o 5,88 trilioni di miglia. Credito:
NASA, ESA, CSA, STScI, K. Pontoppidan (Jet Propulsion Laboratory della NASA), J. Green (Space Telescope Science Institute)

Serpens è una nebulosa a riflessione, il che significa che è una nuvola di gas e polvere che non crea luce propria ma brilla invece riflettendo la luce delle stelle vicine o all’interno della nebulosa.

La regione è stata sede di altre scoperte casuali, tra cui la “Bat Shadow” che batte le ali , che ha guadagnato il suo nome quando i dati del 2020 del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA hanno rivelato che batteva o si spostava. 

Studi futuri

L’immagine straordinaria e la scoperta fortuita degli oggetti allineati sono in realtà solo il primo passo di questo programma scientifico. Il team ora utilizzerà il NIRSpecNear-InfraRed Spectrograph ) di Webb per studiare la composizione chimica della nuvola.

Fonte: https://esawebb.org/news/weic2415/

Solstizio d’Estate 2024: Il Fenomeno Astronomico e le Tradizioni

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Solstizio d'Estate

Domani, 20 giugno 2024, il solstizio d’estate segnerà l’inizio ufficiale dell’estate nell’emisfero nord. Questo evento astronomico avverrà alle 22:50 ora italiana (20:51 GMT), e rappresenterà il giorno più lungo dell’anno, con il maggior numero di ore di luce diurna​.

 

Come Avviene il Solstizio d’Estate

Il solstizio d’estate si verifica quando uno dei poli terrestri raggiunge la sua massima inclinazione verso il Sole. La Terra ruota attorno al Sole su un’orbita ellittica e anche attorno al proprio asse, inclinato di 23° 27′ . Questa inclinazione causa le stagioni. Al solstizio d’estate, il Polo Nord è inclinato direttamente verso il Sole, che raggiunge la sua massima altezza nel cielo, dando luogo al giorno più lungo dell’anno​.

Significato e Tradizioni

Il termine “solstizio” deriva dal latino “solstitium”, che significa “sole fermo”, indicando il momento in cui il Sole sembra fermarsi nel suo movimento nel cielo. Questo evento ha un grande significato simbolico e culturale, celebrato da diverse civiltà nel corso della storia con vari rituali e festività.

In molte culture, il solstizio d’estate è un momento di festa, spesso accompagnato da falò, danze e cerimonie che celebrano la fertilità e l’abbondanza della stagione. Ad esempio, in Svezia, è tradizione danzare attorno a un palo di maggio decorato con fiori, mentre in paesi come la Danimarca e la Norvegia si accendono grandi falò per scacciare gli spiriti maligni e celebrare la luce​​.

Celebrazioni Moderne

Anche oggi, il solstizio d’estate viene celebrato in molti modi. A Stonehenge, in Inghilterra, migliaia di persone si radunano per osservare l’alba allineata con le antiche pietre, in un evento carico di significato storico e spirituale. Simili celebrazioni si tengono in altre parti del mondo, dove le persone accolgono l’estate con eventi comunitari, concerti e altre attività all’aperto​​.

Per visualizzare meglio il solstizio, ecco un’immagine che illustra come la Terra è inclinata rispetto al Sole durante questo evento:

Solstizio d'Estate

In conclusione, il solstizio d’estate non è solo un fenomeno astronomico, ma anche un momento di grande rilevanza culturale e simbolica, celebrato con entusiasmo in tutto il mondo.

Buon solstizio d’estate!

Per maggiori informazioni

TheWom , Star Walk