Home Blog Pagina 13

Le Meraviglie del Sole: macchie solari e ponti di luce

Tutti sappiamo che il Sole, questo astro grandioso, dietro il suo aspetto apparentemente immutabile è incredibilmente dinamico. Un gigantesco motore che con la sua prodigiosa quantità di calore e luce mette in azione le macchina della vita terrestre.

Le macchie solari (sunspots, in inglese) sono la manifestazione più evidente della sua dinamicità: in sintesi, si tratta di concentrazioni del campo magnetico solare nella fotosfera.

Sono state monitorate e osservate dagli astronomi per secoli ma la svolta nella nostra comprensione della natura delle macchie solari avvenne solo con l’avvento della fisica atomica, all’inizio del XX secolo George Ellery Hale – astronomo americano interessato all’evoluzione del Sole e delle stelle – misurò per la prima volta un campo magnetico nelle macchie solari.

George Ellery Hale utilizzò l’effetto Zeeman (fenomeno in cui avviene la separazione delle linee spettrali di atomi e molecole in presenza di un campo magnetico) con uno spettroelioscopio modificato per dimostrare che le macchie solari presentano campi magnetici forti e concentrati.

Da allora, il campo magnetico è stato riconosciuto come il processo centrale che determina le proprietà delle macchie solari.

George Ellery Hale e una divisione Zeeman indotta magneticamente nello spettro di una macchia solare

L’osservazione del Sole ci ha permesso di scoprire costantemente nuove e affascinanti caratteristiche che ci aiutano a comprendere meglio la sua struttura. Un esempio sono gli affascinanti ponti di luce che attraversano le macchie solari. 

Le macchie solari formano il cuore di una regione attiva, al cui interno si osservano una serie di fenomeni dinamici come i ponti di luce (in inglese, light bridges). L’indagine sui ponti di luce ci aiuta a comprendere gli aspetti chiave delle macchie solari.

4 maggio 2024 Alberto Civiello Unione Astrofili Napoletani. Newton 150/750, barlow 3x, camera planetaria Asi 585mc, astrosolar filtro.

Francesco Berrilli, professore ordinario di Fisica solare e Climatologia spaziale presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata ci spiega la loro natura:

I ponti di luce sono strutture brillanti lunghe e strette che dividono in una o più parti l’ombra di una macchia solare. L’ombra è la regione più scura di una macchia dove l’intenso campo magnetico solare emerge quasi perpendicolare alla superficie e inibisce la convezione dall’interno stellare. I ponti di luce spesso mostrano strutture filamentose o granulari simili alla granulazione del sole quieto. Si pensa che queste strutture siano manifestazioni di convezione turbolenta all’interno del forte campo magnetico dell’ombra. Infatti, se osservate ad alta risoluzione, esse mostrano una sottile linea scura centrale, con moti di plasma verso l’alto, e strutture granulari laterali associate a moti di plasma verso il basso.

Immagine dettagliata della superficie del sole catturata Alberto Civiello socio dell’ Unione Astrofili Napoletani mostra un ponte di luce che attraversa la macchia solare  AR 3780

Un ponte di luce attraversa la macchia AR 3838 Rossana Miani  Daystar Quark cromosfera, ERF,80ED Skywatcher, Player One Filtro ERF, ASI174MM ZWO AM5,

I ponti di luce sono tra le sottostrutture più sorprendenti sulla superficie solare. A volte mostrano comportamenti dinamici come espulsioni di plasma, aumenti di intensità e rapidi flussi di gas nella fotosfera e nella cromosfera inferiore. La loro durata è più breve di quella delle macchie solari che li ospitano e sono molto dinamici. Possono essere categorizzati in base alla forma geometrica, alla luminosità o alla polarità magnetica dei nuclei d’ombra circostanti. Possono svilupparsi come un’intrusione di un filamento penombrale all’interno dell’ombra oppure possono essere di natura granulare. Spesso sono associati alla rottura delle macchie solari nel decadimento o nel processo di unione di regioni magnetizzate che porta alla formazione di una nuova macchia.

7 settembre 2023 AR 3423 ripresa in varie lunghezze d’onda. Foto di  Rossana Miani  Daystar Quark Calcium H-Line, 100ED Skywatcher, Optolong luminance filter, Barlow 5x ASI174MM, Skywatcher  AZEQ5

Il Sole è l’unica stella di cui possiamo osservare in dettaglio la mutevole superficie. La conoscenza di fenomeni peculiari come i ponti di luce può aiutarci ad approfondire la nostra comprensione dell’Universo e delle forze che lo governano.

Coelum Astronomia 270 V/2024 Digitale

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

Vita da Astrofilo

Introduzione 

Dal numero 258 al numero 262, Coelum Astronomia ha ospitato la rubrica “Vita da Astrofilo” di Cristian Fattinnanzi. Fattinnanzi con il suo ricco bagaglio di esperienze maturato sapientemente in tanti anni di paziente preparazione e pratica, ha messo a disposizione dei tanti lettori, suggerimenti e trucchi per alimentare le tecniche per l’osservazione e l’astrofotografia, partendo dalle basi acquisite ancora giovane e inesperto fino a giungere alle sofisticate tecniche e soluzioni implementate oggi, dopo oltre trent’anni di operatività per una passione che non sembra mostrare segni di cedimento. 

Riproponiamo qui la serie completa delle cinque puntate a disposizione degli abbonati che in tal modo possono tornare a consultare la miniserie anche in formato responsive.

Per i non abbonati o per quanti volessero la versione completa impaginata e stampabile, il pdf è prenotabile QUI


L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]


PT.1 – Avvicinarsi all’astronomia, oggi

Momento di una serata di osservazione. Crediti di Roberto Moiola
Momento di una serata di osservazione. Crediti di Roberto Moiola

Il progresso ci fornisce mezzi tecnologici eccezionali e sempre più evoluti: smartphone, tablet, computer, strumenti che abbinati ad apps o software in numero sempre crescente permettono di soddisfare qualsiasi genere di esigenza.

Anche chi si avvicina all’astronomia, con pochi click, può avvantaggiarsi di questa tecnologia ed entrare velocemente nel fantastico mondo dell’osservazione del cielo grazie ai numerosissimi simulatori della volta celeste.


Apparentemente tutto sembra più facile e veloce, ed in parte lo è, ma forse stiamo dimenticando  qualcosa.

Ho iniziato ad osservare il cielo da bambino: a scuola sentir parlare del Sistema Solare aveva generato in me un’insaziabile curiosità di conoscere e vedere coi miei occhi cose che fino a quel momento avevo completamente ignorato.

Era la fine degli anni ’80, informazioni sull’astronomia si potevano trovare solo su libri, sulle poche riviste di settore reperibili su ordinazione in edicola o su depliant pubblicitari di telescopi scovati in qualche negozio di ottica.


In questo modo un po’ approssimativo continuai a documentarmi per anni, fino a quando acquistai il mio primo “telescopio”. Dove? Alla “Standa”! Un supermarket molto famoso in quel periodo!

Si trattava di uno strumento giocattolo, probabilmente dalle prestazioni simili al primo rudimentale cannocchiale di Galileo, l’obiettivo era infatti costituito da una singola lente da 5 cm di diametro (diaframmata a 20mm per ridurre il cromatismo!) con focale di 50 cm, mentre l’oculare, che forniva circa 25x, era formato da 4 lenti di cui 2 preposte al raddrizzamento dell’immagine.

Ebbene, con questo ridicolo strumento, sostenuto da un (inqualificabile!) treppiede da tavolo, iniziai ad ammirare i crateri della Luna e qualche altro oggetto luminoso.

La mia curiosità, unita alla limitatezza della strumentazione, mi spinsero ben presto a studiare più nel dettaglio questo strumento, “vivisezionandolo” alla ricerca di improbabili modifiche per migliorarne la resa.

Nel frattempo mi ero procurato una mappa del cielo, che avevo ridisegnato manualmente ingrandita (le fotocopiatrici erano ancora rarissime…) per potermi orientare meglio nelle notti passate alla ricerca delle costellazioni (vedi fig.1).

La figura mostra la mappa originale usata dall'autore.
La figura mostra la mappa originale usata dall’autore.

Ho passato centinaia di notti con questa mappa in mano, rilevando i movimenti del cielo, l’alternarsi delle costellazioni, individuando il passaggio in cielo dei pianeti…

Una quantità di tempo difficilmente quantificabile, ma che oggi custodisco come un tesoro che pochi hanno il privilegio di possedere.

Si, perché la velocità dei mezzi che abbiamo a disposizione forse ha un po’ sostituito quelle fondamenta che ogni buon astrofilo ritengo debba possedere: conoscere il cielo sopra ai propri occhi senza passare attraverso un display è una peculiarità che non dovrebbe mai abbandonare l’appassionato di astronomia.


L’apparente rivoluzione tecnologica che tanta sicurezza ci infonde mostra quindi un’altra faccia della medaglia: mi sono reso conto di quanto, per le nuove generazioni, sia paradossalmente difficile apprendere le basi della geografia astronomica, materia indispensabile per ogni astrofilo.

Nella mia attuale attività di divulgazione astronomica, la prima cosa che propongo ai gruppi che ho di fronte è una serie di suggerimenti basilari su come orientarsi nel cielo stellato e creare un reticolo di punti di riferimento con cui è poi più semplice andare alla ricerca degli oggetti celesti visibili al telescopio.


Molti, quando illustro queste cose, mi chiedono come facessero gli antichi a conoscere così bene il cielo senza strumenti ottici. La risposta è semplicissima e basta immedesimarsi proprio in quel periodo: gli antichi, di notte, vivevano nella più completa oscurità perché l’elettricità ancora non esisteva (beati loro!), ma vivevano anche senza tv, cinema, bar, discoteche e qualsiasi altra forma di “svago” notturno. Ogni sera avevano un solo spettacolo a cui assistere: lo spettacolo del cielo stellato.

La bellezza che solo raramente oggi possiamo ammirare da remoti luoghi di montagna, o quantomeno molto distanti dalle luci della “civiltà” moderna, generava lo stupore necessario per spingere gli scienziati di allora a cercare di capire come tutto questo funzionasse e fosse possibile.


Premetto che con questo articolo non intendo rinnegare la tecnologia, indispensabile in tante occasioni per recuperare velocemente informazioni magari meno comuni e difficilmente memorizzabili, ma voglio ricordare che la tecnologia da sola non è sufficiente a fornire tutta la cultura necessaria che si può accumulare in anni di esperienza e osservazione diretta.

Computer o smartphone ci danno la possibilità di reperire istantaneamente qualsiasi dato, ma al contempo la mente non si sforza di ricordare quell’informazione e finisce per non memorizzarla.


In questo, la carta stampata può fornire ancora gli spunti e gli stimoli giusti per apprendere e memorizzare questi aspetti fondamentali, ed è proprio per questo che ho accettato volentieri di mettere a disposizione di Coelum Astronomia la mia esperienza, per spingere soprattutto i più giovani, ma anche chi si è avvicinato da poco all’astronomia, quelle informazioni utili per affrontare il cielo senza rimanere disorientati.

L’emozione che si prova durante l’osservazione del cielo è incredibile, ma possiamo godere completamente di questo spettacolo nel momento in cui abbiamo la coscienza di quello che stiamo osservando, nella sua storia e nella sua immensità.”


Il primo consiglio che posso dare a chi vuole affrontare questo percorso di conoscenza è quello di procurarsi una cartina fisica, cartacea, da tenere in mano e portare con se sotto al cielo, illuminandola con una piccola torcia rossa (evitando ad esempio la bianca luce dei display degli smartphone, che disturba moltissimo l’adattamento all’oscurità dei nostri occhi).

Mappa della distribuzione dell'inquinamento luminoso in Italia
Mappa della distribuzione dell’inquinamento luminoso in Italia

Ottimo e molto istruttivo potrebbe essere un astrolabio, per identificare il cielo visibile ad ogni ora della notte in ogni giorno dell’anno e di individuare l’orario di levata o tramonto delle costellazioni.


Per familiarizzare col cielo sarà indispensabile, o quantomeno di grandissimo aiuto, recarci in un luogo lontano dal principale nemico delle osservazioni astronomiche: l’inquinamento luminoso (vedi l’articolo a pag 22 di Coelum 258)

Purtroppo l’Italia è un paese che si presta pochissimo alle osservazioni, in quanto paese piccolo, dalla forma stretta e densamente abitato. Questo fa sì che sia praticamente impossibile allontanarsi più di qualche chilometro da centri abitati e relative illuminazioni notturne.


Mappa della distribuzione dell'inquinamento luminoso sull'Italia
Mappa della distribuzione dell’inquinamento luminoso sull’Italia

Alcune leggi stanno cercando di regolamentare questo inutile spreco di energia elettrica di luci rivolte verso il cielo, ma c’è ancora molto da fare:il passaggio principale sarebbe agire per creare una cultura popolare di rispetto del cielo stellato e istituire una forma di controllo sulle installazioni non a norma.

On-line è possibile reperire molte mappe che mostrano la quantità di illuminazione notturna presente su ciascuna località, se vogliamo programmare un’uscita osservativa sarà di grande aiuto mettere in conto un piccolo spostamento per guadagnare un cielo migliore, in grado di mostrare più facilmente i suoi tesori.


Fatte queste doverose premesse, per iniziare c’è sempre bisogno di un punto di riferimento: le sette stelle del Grande Carro sono probabilmente l’asterismo più famoso del cielo settentrionale, molti meno sanno che il Grande Carro è solo una parte della più estesa costellazione dell’Orsa Maggiore, ed in particolare rappresenta la parte finale della schiena e la coda dell’animale.


E’ credenza comune immaginare le costellazioni come figure piuttosto piccole in cielo, niente di più sbagliato: molte costellazioni sono enormi e spesso rimarremmo stupiti di quanto alcune di queste siano estese.


Partendo dalle sette stelle del Grande Carro potremo memorizzare un personale reticolo di collegamenti tra le varie costellazioni, creando in questo modo una base utilissima per intraprendere la ricerca di oggetti un po’ più complicati da individuare, magari con l’aiuto di strumenti ottici come binocoli o telescopi (vedi fig. 2,3 e 4).


L’elevato potere di raccolta della luce delle lenti di questi strumenti rispetto all’occhio, ci permetterà di ambire all’osservazione di oggetti più deboli e sfuggenti, come nebulose, ammassi stellari aperti, ammassi globulari ed anche diverse galassie.

Il mercato degli strumenti ottici adatti ad iniziare l’osservazione del cielo offre tantissime soluzioni, per qualsiasi esigenza e fascia di prezzo.


Prima di azzardare l’acquisto di un potente telescopio, strumento comunque impegnativo sia economicamente che fisicamente visto il peso e l’ingombro, personalmente consiglio un approccio più graduale, volgendo l’attenzione a strumenti più semplici ma già in grado di dare soddisfazioni e testare fino a che punto la nostra passione sarà reale e duratura.

Quindi ad esempio un ottimo approccio è quello di iniziare ad osservare il cielo con un buon binocolo, strumento compatto, semplice da trasportare e sempre pronto a soddisfare le nostre curiosità celesti, specie se accompagnato da un dettagliato atlante astronomico.


Esempi di alcuni modelli di binocolo fra i più diffusi in commercio
Esempi di alcuni modelli di binocolo fra i più diffusi in commercio

Il binocolo è sicuramente un ottimo anello di congiunzione tra la semplice osservazione ad occhio nudo e quella al telescopio, ha buone prestazioni in relazione ad un costo spesso accessibile e si può puntare facilmente verso gli oggetti celesti grazie al vasto campo visuale.

Nella scelta del binocolo, è importante la sigla incisa sul suo corpo, quasi sempre formata da due numeretti separati da una “x”.

Ad esempio, la sigla del modello “10×50”, il modello col miglior rapporto tra peso, prezzo e prestazioni, ci dice che abbiamo un binocolo in grado di fornirci 10 ingrandimenti (appunto 10x, che si legge “dieci per”) e un diametro degli obiettivi (le due grandi lenti frontali) di 50mm, valore interessante, che garantisce una luminosità già 51 volte superiore a quella della semplice visione ad occhio nudo e in grado di rendere accessibile la visione di molti soggetti astronomici che l’occhio da solo non riesce a percepire.


Esistono decine di modelli diversi con altrettante sigle, ad esempio 8×21, 8×30, 8×40, 7×50, 12×50, 16×50, 10×60, 12×60, 20×60, 15×70, 20×80, possiamo intuire come quelli con gli obiettivi di diametro inferiore siano più portatili e leggeri (ma anche meno luminosi), mentre quelli con lenti sopra i 50mm di diametro risulteranno più potenti, ma anche più costosi, ingombranti e pesanti nell’utilizzo a mano libera.

Ognuno si orienterà sul modello che riterrà più adatto alle sue esigenze. Un buon binocolo non costa moltissimo, ce ne sono di validi già sotto i 100 euro.


I più pratici per l’uso astronomico sono quelli con diametro delle lenti tra i 40 ed i 60mm ed ingrandimenti compresi tra 7 e 12x.

Tenete anche presente che ingrandimenti troppo elevati causano difficoltà di puntamento e maggiore instabilità delle immagini, a meno che non ci dotiamo di un cavalletto ed un supporto con cui sostenere lo strumento, perdendo inevitabilmente qualcosa in praticità d’uso.

Se possedete già un binocolo, non esitate a puntarlo verso il cielo: fare esperienza alla ricerca di oggetti invisibili ad occhio nudo è di basilare importanza per il vero appassionato!

Col tempo potremo anche imparare a quantificare le distanze in gradi sulla volta celeste.


La Luna ha un diametro apparente di mezzo grado, la si può coprire facilmente con una matita tenuta in mano col braccio disteso. Il dito indice, sempre a braccio disteso, copre invece un grado di cielo, un pugno chiuso circa una decina di gradi, mente un palmo aperto, sempre a braccio disteso, circa 25 gradi.

Molto importante, per sfruttare al massimo la potenzialità della nostra vista, è lasciar abituare al buio i nostri occhi. Perché la nostra pupilla si dilati al massimo occorrono in genere pochi secondi, ma solo nei minuti successivi sulla retina si forma lentamente una sostanza (la rodopsina) che aumenta ulteriormente e in modo considerevole la sensibilità alle luci più deboli. Per completare il processo mettete in conto quasi mezz’ora… ma se nel frattempo osserveremo il display di un cellulare o accenderemo una luce che non sia rossa sarà tutto da rifare!


Un piccolo segreto quando si osservano oggetti molto deboli è quello di guardare gli oggetti con la coda dell’occhio, perché la zona laterale della retina è più sensibile alla luce rispetto alla zona centrale. Questa tecnica si chiama visione distolta e la suggerisco spesso, soprattutto a chi osserva per la prima volta con uno strumento ottico ed ha difficoltà ad individuare gli oggetti più deboli.

Purtroppo il nostro occhio non possiede la capacità dei sensori fotografici, i cui otturatori possono rimanere aperti e accumulare luce per diversi minuti. Questa carenza preclude quasi totalmente alla visione notturna umana la percezione dei colori, perciò inevitabilmente vedremo sempre gli oggetti in modo piuttosto elusivo e di colore grigio-verdognolo.


Tuttavia non dovrete sentirvi delusi da queste visioni: infatti proprio in queste immagini evanescenti risiede tutto il fascino dell’osservazione diretta del cielo profondo e sarà entusiasmante poi rivedere lo stesso oggetto con strumenti più potenti quando finalmente ne possederete uno!

Il binocolo sarà comunque sempre utile come strumento pratico e leggero da avere a disposizione durante viaggi o escursioni notturne anche una volta diventati astrofili esperti.


Una volta superata la “fase binocolo”(in circa un anno a causa del periodo di rotazione della Terra attorno al Sole potrete affrontare tutto il cielo visibile dalla nostra posizione) e avrete finalmente imparato ad identificare moltissime stelle e costellazioni, nasceranno in voi interessi differenti verso il mondo dell’astronomia, come il bisogno viscerale di immortalare fotograficamente lo spettacolo notturno … ma di questo parleremo nel prossimo numero!

PT.2 – Ritratti del cielo

La passione per l’Astronomia si evolve durante la vita di una persona per manifestarsi poi a fasi e in diversi momenti.

All’inizio tutto è di solito mosso da una semplice curiosità che spinge a volgere lo sguardo verso il cielo, ci si dedica alla  ricerca di informazioni sui segreti cielo degli oggetti luminosi, delle costellazioni, dei movimenti della sfera celeste e dei pianeti che la percorrono. È  la fase in cui si sviluppano le basi culturali indispensabili.

Il periodo di apprendistato è stato descritto già approfonditamente nello scorso numero di Coelum, col primo articolo di questa rubrica (vedi Coelum Astronomia n°258 di ottobre/novembre), in cui è stata trattata l’osservazione del cielo ad occhio nudo e col binocolo.


Vedremo ora come proseguire, sempre senza fare passi più lunghi della gamba.

L’astronomia è una passione relativamente poco diffusa e tuttavia è altrettanto vero che ci sono moltissimi curiosi (anche persone completamente estranee a questo mondo che un giorno sfoglieranno queste pagine), che avrebbero piacere di approfondire, ma che sono timorosi di affrontare temi troppo difficili o in genere scientificamente complessi.

Sono quelli che io definisco (simpaticamente e con riferimenti non troppo velati agli ultimi anni che abbiamo vissuto), “portatori sani”: ovvero persone che covano in loro gli elementi patogeni di questa passione senza presentare una sintomatologia evidente di “malattia”.


I “portatori sani”, dicevamo, se non hanno occasione di incontrare qualcuno già appassionato di astronomia, difficilmente riescono a trovare in se lo stimolo per il passo decisivo. Certo mi baso sulla mia esperienza quando ancora adolescente con la curiosità verso il cielo ormai sbocciata e definitivamente contagiato, ho dovuto affrontare un periodo piuttosto difficile non conoscendo nessuno con una passione simile e altrettanto forte con cui condividere notti insonni o escursioni notturne per andare ad osservare il cielo.

Molto spesso da solo, o al massimo con mio padre quando poteva, mi trovai ad andare in giro col mio piccolo telescopio mi sarebbe piaciuto al tempo coinvolgere qualcun altro ma come avrei potuto fare?. Mi venne in soccorso una soluzione “indiretta”, un modo per mostrare facilmente agli altri la visione degli oggetti celesti pur non essendo sul posto con me


Si trattava di realizzare immagini fotografiche, trasportabili, in grado di  mostrare la bellezza del firmamento non necessariamente di notte al telescopio, ma in un secondo momento, a casa, in classe, agli amici…uno strumento per convincere più facilmente qualcuno ad avvicinarsi al cielo.

Ho attraversato questa fase alla fine degli anni ’80, decennio in cui per ottenere immagini c’era un’unica strada percorribile: usare una fotocamera reflex analogica e rullini… tanti rullini…


Tanti rullini, si, proprio così: perché scattando su pellicola chimica, la scarsa luce tipica dei soggetti astronomici crea difficoltà da superare: l’inquadratura degli oggetti deboli, ad esempio, veniva eseguita quasi sempre “alla cieca” scrutando attraverso un mirino completamente buio alla ricerca di qualche stella di riferimento, diciamo “più o meno li”! Azzeccare poi la corretta esposizione  era un terno al lotto nonostante l’esistenza di alcune mistiche tabelle che proponevano una stima del tempo necessario per ciascuna tipologia di oggetto. Superati questi due aspetti, rimanevano in agguato le vibrazioni, che ad ogni più piccolo movimento o anche allo scatto stesso della macchina fotografica insinuavano il dubbio di aver irrimediabilmente rovinato una foto.

La messa a fuoco poteva fortunatamente essere un po’ più semplice, grazie al fine corsa degli obiettivi fotografici completamente manuali ma solo  nei casi in cui si usavano ottiche fotografiche, al momento di applicare il solo corpo macchina al telescopio la situazione cambiava drasticamente tramutando il fine corsa in una delle principali fonti di errore.


In aggiunta a tutto questo, si finiva per utilizzare spesso costosi ed “esotici” rullini di pellicole ad altissima sensibilità e granuli grossi come fagioli i cui risultati tanto faticosamente ottenuti si potevano poi verificare solo dopo lo sviluppo e la stampa della pellicola, la quale avveniva, nel migliore dei casi, dopo qualche giorno presso un laboratorio fotografico.

Ammetto che gli insuccessi sono stati numerosissimi ma considero ancora quel periodo come una palestra durissima ma indispensabile, da cui acquisire esperienze a ed un metodo di lavoro molto attento e scrupoloso in grado di aumentare sempre di più la percentuale di immagini riuscite.


I tanti sforzi profusi ebbero alla fine però portarono ai primi risultati: le immagini ottenute, nonostante agli occhi di oggi facciano un po’ sorridere, lasciavano stupefatte le persone osservavano gli avventori di allora, consentendomi di convincere più di qualcuno a provare l’emozione di osservare direttamente al telescopio. Obiettivo raggiunto!

Figura 01: una primordiale immagine lunare da me ottenuta nel 1990 con una reflex a pellicola attraverso un rifrattore autocostruito da 67mm di diametro e focale 600mm
Figura 01: una primordiale immagine lunare da me ottenuta nel 1990 con una reflex a pellicola attraverso un rifrattore autocostruito da 67mm di diametro e focale 600mm

La mia indole di astrofotografo si affiancò gradualmente a quella di astrofilo, fino a quando, finalmente, durante una serata astronomica in pubblico, incontrai gli amici della nascente associazione astrofili “Crab Nebula” di Tolentino (MC), che stavano auto costruendo un osservatorio privato a Monte d’Aria (MC) dotato di un bellissimo rifrattore da 42cm su una poderosa montatura a forcella.

Insieme a loro tutto trovò un senso: gli scatti migliorarono notevolmente nelle tante serate osservative grazie alla favorevole location, lontana da grandi centri abitati e all’uso del potente telescopio dell’associazione.


Più recentemente le tecniche fotografiche hanno subito una decisiva svolta: poco dopo il 2000, infatti, il mercato ha visto apparire nei listini delle principali case costruttrici di fotocamere le prime fotocamere reflex digitali a prezzi accessibili al grande pubblico.

Una rivoluzione, che seguiva a distanza di pochi anni, quella introdotta dalle webcam nella ripresa planetaria in alta risoluzione.

La fotografia astronomica (e non) subì grandi cambiamenti e un netto scatto in avanti nella velocità operativa, sebbene coi limiti di una tecnologia ancora un po’ acerba.


La novità di verificare quasi istantaneamente in un display un’inquadratura controllandone l’esposizione e la messa a fuoco, ha ridotto drasticamente le difficoltà, velocizzando contemporaneamente l’acquisizione dell’esperienza necessaria per praticare questo tipo di fotografia.

Col passare degli anni la tecnologia è migliorata ulteriormente, fornendo progressivamente strumenti dalle prestazioni sempre più performanti, specie nelle condizioni di bassa luminosità tipiche degli scatti astronomici.

A questo punto dopo un preambolo piuttosto lungo ma necessario per presentare lo stato dell’arte, possiamo passare alle nozioni minime indispensabile se avete tra le mani una reflex digitale, e vi state domandando come usarla con successo puntandola verso il cielo stellato.


Figura 02: alcune delle impostazioni tipicamente usate nelle foto astronomiche: posa “B” - Bulb, tempi di esposizione di diversi minuti, alti ISO
Figura 02: alcune delle impostazioni tipicamente usate nelle foto astronomiche: posa “B” – Bulb, tempi di esposizione di diversi minuti, alti ISO

Le fotocamere digitali dispongono di diversi formati di scatto, il  migliore in questo caso è il “RAW”, un formato non compresso che permette di registrare tutta l’informazione acquisita senza nessuna perdita di dati.


Per eseguire foto notturne a lunga esposizione consiglio poi di dotarvi di almeno una batteria di riserva ed un timer per programmare le esposizioni, accessori del valore di poche decine di euro ma fondamentali se intendiamo eseguire pose oltre i limitanti 30” generalmente impostabili sulla fotocamera.


Figura 03: accessori praticamente indispensabili nella fotografia notturna: un timer per programmare la lunghezza delle esposizioni e batterie di ricambio
Figura 03: accessori praticamente indispensabili nella fotografia notturna: un timer per programmare la lunghezza delle esposizioni e batterie di ricambio

Parlando di ottiche, oggi quasi tutte hanno sistemi di stabilizzazione ed autofocus: tuttavia le particolari condizioni in cui si scatta di notte (cavalletto e scarsa luce), rendono inutili, se non dannosi, questi sistemi, ricordiamoci quindi di disattivarli per evitare problemi di vario tipo.

La messa a fuoco andrà eseguita manualmente, ma grazie alla possibilità di vedere l’immagine di una stella (o altro dettaglio con sufficiente luminosità nei pressi del centro dell’inquadratura)  riprodotta in diretta sul display, sarà molto semplice capire quando avremo raggiunto il punto di massima nitidezza.


Va fatta poi una precisazione: in linea di massima le difficoltà della fotografia astronomica aumentano proporzionalmente alla focale (quindi l’ingrandimento) che intendiamo utilizzare.

Il consiglio che posso dare è quello di dotare la vostra fotocamera digitale di un’ottica con focale breve o grandangolare, approssimativamente sotto ai 35mm equivalenti su fotocamere full-frame. Sarà preferibile un obiettivo con luminosità del diaframma almeno F/4 (meglio ancora se F/2,8),  che consente di raccogliere più luce nei tempi ridotti imposti dalla rotazione terrestre.

Con focali brevi, infatti, otterremo due vantaggi: allungare il tempo di posa fino a circa 15”-20” prima di individuare il mosso dovuto alla rotazione terrestre e includere nella nostra inquadratura anche il paesaggio da non dimenticare, specialmente se esteticamente piacevole o interessante.


Un approccio facile alla fotografia “astro-paesaggistica”, in grado di esaltare la bellezza del cielo grazie al realismo e fornendo un’idea corretta delle proporzioni dei soggetti.

Il tempo sopra citato relativo al moto terrestre si può calcolare con più precisione (anche se non assoluta) applicando la formula seguente,  detta anche “Regola del 300”:

300 : focale in mm = secondi di posa massimi


La costante “300” è dovuta ai sensori “full-frame”, con dimensioni 24x36mm, ma diventa “200” per sensori più piccoli, formato aps-c, a meno di non convertire la focale a quella relativa al formato full-frame.

Ai tempi della pellicola, che aveva una grana più spessa e risoluzione inferiore, la costante usata era 600, e la formula concedeva tempi più lunghi. I tempi inferiori ottenuti dalla regola relativa alle fotocamere digitali sono invece compensati alzando elettronicamente il valore degli ISO.


Esempi di tempi massimi di esposizione senza inseguimento:

Focale (FF)                  Focale (APSC)                        Tempomax (sec.)

                                   12mm                         8mm                                       25”

                                   15mm                         10mm                                     20”

                                   18mm                         12mm                                     17”

                                   24mm                         16mm                                     12”

                                   50mm                         35mm                                     6”

                                   135mm                       90mm                                     2”

Tutto sommato sono tempi in genere molto brevi e per avere una buona luminosità dell’immagine  sarà importante alzare la sensibilità ISO almeno oltre il valore di 1600 (e più probabilmente tra i 3200 ed i 6400).

Se volessimo trasgredire intenzionalmente questa regola e allungare i tempi oltre il valore consigliato, potremmo puntare ad uno “Startrail”, ovvero una foto in cui il cielo compaia volutamente con le tracce stellari allungate (vedi Coelum Astronomia n°255 pag. 78) in grado di mostrare gli effetti della rotazione della Terra attorno al suo asse polare, che punta verso una zona molto vicina alla Stella Polare.


Risultati ancor più spettacolari si possono ottenere con una serie di scatti con tempi tra i 30 secondi ed i 2 minuti, da sommare poi con software opportuno, in grado di fonderli e restituire un’unica immagine con tracce stellari lunghissime.

Qualora non volessimo “sottostare” alla “Regola del 300” e volessimo scattare con tempi più lunghi ed ISO meno esasperati, ottenendo quindi immagini di qualità molto superiore, dovremmo dotarci di uno dei tanti astro inseguitori presenti sul mercato.


L’astro-inseguitore, come indica la parola stessa, consente di seguire l’oggetto puntato trascurando quindi il mosso dovuto alla rotazione terrestre, allungando le pose fino anche ad alcuni minuti.

Non è sempre lecito ma in queste poche righe (spero la redazione non me ne voglia) mi permetto di suggerirvene uno in particolare, il Minitrack. E’ un mio progetto, brevettato nel 2013, e da diversi anni acquistabile come un prodotto di serie. Il Minitrack è il più semplice, leggero ed economico astro-inseguitore sul mercato: non ha bisogno di batterie e il suo moto è regolato da un timer ad orologeria che lo rende apprezzatissimo dagli escursionisti, i quali spesso raggiungono, lungo i loro percorsi, punti particolarmente panoramici da cui scattare foto astronomiche.


L’astro-inseguitore in questione, ma anche alcuni altri modelli ad onor del vero, si montano su un comune cavalletto fotografico dotato di testa orientabile, da puntare verso il polo Nord celeste (abbiamo descritto nel precedente articolo come individuarlo, vedi Coelum Astronomia n°258 pag. 44).

La fotocamera andrà successivamente installata sopra alla testa sferica dell’astro-inseguitore,  una posizione comoda per individuare l’inquadratura preferita prima di iniziare gli scatti.

Figura 04: una reflex digitale montata su un astroinseguitore “Minitrack” ed un cavalletto fotografico. Un setup molto leggero ma che permette già di ottenere ottimi risultati
Figura 04: una reflex digitale montata su un astroinseguitore “Minitrack” ed un cavalletto fotografico. Un setup molto leggero ma che permette già di ottenere ottimi risultati

Inevitabilmente, nel caso della fotografia astro-paesaggistica, nel momento in cui “inseguiamo” il cielo, l’astro-inseguitore ci restituirà un’immagine col paesaggio mosso, ma questo è un problema relativamente semplice da superare, dato che potremo eseguire in un secondo momento uno (o più) scatti del paesaggio disattivando l’inseguimento.


Sarà il successivo lavoro di post-processing sulle due immagini (cielo inseguito e paesaggio), eseguibile con Photoshop o programmi analoghi, a restituirci il risultato finale con tutti i soggetti ben fermi.

Per la buona riuscita di una fotografia astronomica e ancor più astro-paesaggistica, non vanno dimenticati i criteri fondamentali che si seguono nella fotografia “classica” diurna.

Infatti più che una fotocamera con centinaia di funzioni e numeri enormi di megapixel, caratteristiche tipiche spesso di apparecchi molto costosi, per ottimi risultati sono sufficienti anche macchine di gamma medio-bassa. Il segreto infatti non è nella potenza ma nello studio dell’inquadratura che segua un ordine e sia  in grado di attrarre l’occhio dell’osservatore, conducendolo all’interno dell’immagine grazie ad una coerente disposizione dei soggetti.


È  importante in tal senso l’uso dei grandangoli che avvolgono nell’immagine una grande quantità di particolari, attenzione al punto di ripresa, all’altezza del treppiede e a prevenire zone in ombra o controluce.

Famosa ed utile è la “regola dei terzi” ad esempio, che suggerisce di disporre le linee principali dell’inquadratura lungo fasce che la dividono in tre sia in verticale che in orizzontale.

Figura 05: la gestione dell’immagine attraverso la “regola dei terzi” permette una disposizione ordinata e coerente dei soggetti ripresi
Figura 05: la gestione dell’immagine attraverso la “regola dei terzi” permette una disposizione ordinata e coerente dei soggetti ripresi

Un approccio che  a seconda dello spazio assegnato consentirà all’osservatore di individuare con più facilità il vero soggetto, cielo o paesaggio ad esempio. Ugualmente interessante è inserire elementi aggiuntivi quali rocce, alberi, sentieri, ruderi o elementi architettonici particolari. Meglio disporli sui 4 punti di incrocio delle linee dei terzi, in modo che non invadano troppo la scena al soggetto principale (in genere il cielo stellato).


Una  perlustrazione diurna della zona dove intendiamo eseguire il nostro scatto può rivelarsi molto preziosa per definire l’idea e i dettagli di ciò che vogliamo ottenere oltre a scongiurare che di notte ci si avvicini inconsapevolmente a zone pericolose.

La fotografia astro-paesaggistica astronomica più di tutte le altre tecniche (vedi Coelum Astronomia n°254 pag. 72), concede al fotografo creatività e uno strumento per trasferire emozioni. Conosco tanti eccellenti astrofotografi che pur ottenendo immagini stupefacenti con potentissimi telescopi e sensori CCD, non hanno resistito all’attrazione di provare questa esperienza: perché più che in altre tecniche, la ricerca di un luogo a volte con richiami storici o naturalistici, lo studio della conformazione del suolo e dell’orientamento del cielo, la scelta di voler includere una determinata costellazione o un allineamento particolare degli astri con elementi terrestri, sono azioni che trasferiscono un’anima al risultato finale, che sarà poi gratificante riscoprire successivamente negli occhi dello spettatore finale. Il limite è solo la fantasia!


La fotografia astronomica a largo campo, con o senza paesaggio, è considerata un tipo di fotografia piuttosto semplice, tuttavia è una buona strada per entrare a pieno titolo in questo mondo e per iniziare a confrontarsi già con  aspetti più complessi quali ad esempio focali più lunghe per oggetti astronomici più ostici.

Figura 06: la Via Lattea è un elemento che si presta molto ad essere inserito nella composizione di un’immagine astro-paesaggistica. In questo caso punta proprio sul Monte Bove (Sibillini, MC) mentre un contorno di veli nuvolosi incorniciano il tutto
Figura 06: la Via Lattea è un elemento che si presta molto ad essere inserito nella composizione di un’immagine astro-paesaggistica. In questo caso punta proprio sul Monte Bove (Sibillini, MC) mentre un contorno di veli nuvolosi incorniciano il tutto

Figura 07: a Rocca Calascio (AQ) il castello è in una posizione particolare che non permette un’inquadratura classica verso sud. Giunto sul posto ho così deciso di includere nell’immagine le caratteristiche stelle del Grande Carro
Figura 07: a Rocca Calascio (AQ) il castello è in una posizione particolare che non permette un’inquadratura classica verso sud. Giunto sul posto ho così deciso di includere nell’immagine le caratteristiche stelle del Grande Carro

 

Figura 08: le Tre cime di Lavaredo sono state fotografate in moltissimi modi. In questa immagine ho cercato di enfatizzare la loro posizione isolata grazie alla vallata da cui emergono, ancor meglio evidenziata dalle nubi che quella notte le avvolgevano
Figura 08: le Tre cime di Lavaredo sono state fotografate in moltissimi modi. In questa immagine ho cercato di enfatizzare la loro posizione isolata grazie alla vallata da cui emergono, ancor meglio evidenziata dalle nubi che quella notte le avvolgevano

 

Figura 09: in inverno la Via Lattea visibile non è molto appariscente, la zona più caratteristica del cielo è sicuramente la costellazione di Orione. In questo caso la composizione è stata studiata per accompagnare l’occhio proprio verso le spettacolari nebulosità di questa regione del cielo
Figura 09: in inverno la Via Lattea visibile non è molto appariscente, la zona più caratteristica del cielo è sicuramente la costellazione di Orione. In questo caso la composizione è stata studiata per accompagnare l’occhio proprio verso le spettacolari nebulosità di questa regione del cielo
Figura 10: sempre in inverno, può capitare che le acque del lago di Carezza si ghiaccino completamente: perché non immortalare questo momento sotto la cornice del cielo invernale?
Figura 10: sempre in inverno, può capitare che le acque del lago di Carezza si ghiaccino completamente: perché non immortalare questo momento sotto la cornice del cielo invernale?

Ma per questo ci sarà spazio nella prossima puntata!

PT. 3 – Teleobiettivi vs Ottiche Fotografiche

Giove e i suoi satelliti nei pressi del campanile, focale 200mm
Giove e i suoi satelliti nei pressi del campanile, focale 200mm

Negli scorsi articoli di questa serie abbiamo visto come prendere confidenza con il cielo e come iniziare ad ottenere le prime immagini astronomiche con obiettivi fotografici tendenzialmente grandangolari. Il periodo di apprendimento delineato permette di iniziare a familiarizzare con tutte quelle problematiche tipiche della fotografia notturna e più nello specifico di quella astronomica.


Chi avrà messo in pratica quanto descritto si sarà reso conto di come il veder comparire sui nostri display soggetti come la striscia della Via Lattea, o la tipica forma di una costellazione o perché no un particolare allineamento planetario, restituisca una soddisfazione personale che raramente lascia indifferenti.

Abbiamo presentato sia le tecniche più semplici, con la sola fotocamera montata su un cavalletto, che quelle immediatamente più evolute, grazie all’utilizzo di un astro-inseguitore per evitare il mosso dovuto alla rotazione terrestre.

Riprendendo il discorso, ricordiamo come il tracking messo a disposizione dagli astro-inseguitori permetta di ottenere stelle puntiformi anche allungando notevolmente i tempi di esposizione, con conseguenti risultati di elevata qualità grazie al fatto di non dover esasperare l’impostazione degli ISO della fotocamera.


Molti degli astro-inseguitori in commercio permettono però di realizzare qualcosa oltre la semplice fotografia a largo campo con ottiche grandangolari, garantendo ottimi risultati con focali che possono raggiungere e superare abbastanza frequentemente anche i 300mm.

Questa caratteristica consente all’aspirante astrofotografo di cimentarsi in fotografie più specificatamente rivolte ai singoli oggetti del cielo profondo, abbandonando per forza di cose l’abbinamento al paesaggio terrestre dato che il campo inquadrato sarà molto ridotto rispetto a quando si usano focali sotto ai 50mm equivalente su full-frame.


Molti oggetti che sicuramente avremo identificato in scala piuttosto ridotta già nelle nostre foto grandangolari, attrarranno la nostra attenzione e ci invoglieranno a ritrarli con un ingrandimento ed una risoluzione maggiore.

Le Pleiadi con focale da 400 mm. Crediti Cristian Fattinnanzi
Le Pleiadi con focale da 400 mm. Crediti Cristian Fattinnanzi

Ciò si ottiene utilizzando obiettivi con lunghezze focali superiori a quelle che abbiamo descritto finora, nei limiti offerti dall’inseguimento tramite un astro-inseguitore o di una piccola montatura motorizzata Non ci addentreremo per ora nelle più evolute tecniche di inseguimento con autoguida, che descriveremo più dettagliatamente in futuro.


Iniziamo ora con qualche informazione per scegliere in modo consapevole l’ottica più adatta alla nostra fotocamera, reflex o mirrorless, che abbia in ogni caso la possibilità di montare ottiche alternative a quella di serie. E’ bene sapere che il passo tra un teleobiettivo fotografico (con focale fissa o zoom) ed un piccolo telescopio spesso è molto breve e i confini vaghi, ma ognuno di questi strumenti ha dei pro e dei contro che sarà giusto analizzare.

Prima di tutto è fondamentale capire come quantificare tecnicamente l’ottica.


In entrambi i casi dovremo valutare le due caratteristiche principali di qualsiasi ottica: la lunghezza focale, che determina l’ingrandimento dell’immagine, e la sua luminosità, suggerita dall’apertura del diaframma (o il diametro della lente frontale con cui potremo calcolarla, nel caso dei piccoli telescopi).

Sui teleobiettivi fotografici spesso vengono indicati solo la focale ed il rapporto focale (diaframma), mentre nei telescopi di solito vengono riportati la focale ed il diametro dell’obiettivo, ma non sempre il diaframma.


In entrambi i casi possiamo però calcolare molto semplicemente il parametro mancante.

Capito i passaggi per il calcolo  si può intuire che un grosso teleobiettivo fotografico con analoga focale di 400mm e diaframma F/2,8 avrà un diametro della lente frontale di ben 143 mm (pari a 400 : 2,8).

Una lente frontale così grande, a parità di ingrandimento rispetto agli esempi descritti appena sopra (tutti con focale 400 mm), apporterà molta più luminosità al sensore (4 volte nel caso di un F/5.6 e circa 3 volte nel caso dell’F/5), permettendo pose più brevi, ISO più bassi, e risultati inevitabilmente migliori, che giustificheranno forse, ma solo in parte, il suo costo enormemente superiore.

Ragionando ancora un rapporto focale basso fornisce quindi una superiore luminosità della nostra ottica indipendentemente dall’ingrandimento.


Un altro caso interessante ci offre l’occasione per uno altro ragionamento. n particolari circostanze infatti può capitare di desiderare un’inquadratura ben precisa di oggetti celesti dalle dimensioni angolari note.

Le dimensioni apparenti in cielo saranno sempre misurate con angoli, che ne stabiliscono l’ampiezza. Ad esempio, la Luna ha un diametro di circa 0,5° mentre l’ammasso delle Pleiadi può essere contenuto in un diametro di circa 2°.

Oppure, se sta passando una cometa la cui coda sappiamo essere lunga 10°, quale focale riuscirà a contenerla tutta usando un sensore aps-c? E con una fotocamera full-frame?


Sarà utile quindi capire quanto è ampio l’angolo che inquadro applicando la fotocamera ad un obiettivo con una determinata focale.

Conoscendo la lunghezza focale “F” e la dimensione del nostro sensore “S”, potremo calcolare il relativo campo inquadrato“a“ in gradi, grazie alla seguente formula semplificata:


α = S / F x 57,3


Una focale di 300 mm su una macchina fotografica full-frame (36×24 mm), inquadrerà quindi circa 6,9°x4,6°.

La cometa Neowise ripresa dall'autore con focale 400 mm. Crediti Cristian Fattinnanzi
La cometa Neowise ripresa dall’autore con focale 400 mm. Crediti Cristian Fattinnanzi

Assimilati questi concetti, analizziamo le differenze che possiamo mettere sul piatto della bilancia nel momento in cui vogliamo scegliere se acquistare un teleobiettivo o un piccolo telescopio da usare su un astro-inseguitore o una piccola montatura.

Partendo dalle ottiche fotografiche, specifiche solitamente del brand della nostra fotocamera (in ordine alfabetico: Canon, Fujifilm, Nikon, Pentax, Sony le più diffuse…), oppure da produttori di ottiche universali altrettanto validi, come ad esempio Samyang, Sigma e Tamron, che propongono obiettivi a prezzi spesso leggermente inferiori a quelli dei corrispondenti prodotti originali (in questo caso dovremo solo assicurarci di acquistarle l’ottica nella versione con l’attacco giusto per la nostra fotocamera).


La quasi totalità delle ottiche fotografiche, essendo studiate per un uso diurno, sono dotate di autofocus e in molti casi addirittura di stabilizzatore dell’immagine. Funzioni pressoché inutili nella fotografia astronomica, per cui di notte dovremo ricordarci di disinserirle. L’autofocus infatti, in assenza di soggetti luminosi da identificare, molto spesso impedisce alla fotocamera di scattare, mentre lo stabilizzatore dell’immagine, se non spento preventivamente, introdurrà addirittura del mosso sulle nostre immagini a lunga esposizione.

Tutto di grande aiuto invece qualora volessimo usare gli stessi obiettivi per eseguire normali fotografie diurne.


Ecco quindi svelato il primo vantaggio delle ottiche fotografiche: più fruibili e polivalenti (soprattutto nelle versioni zoom, che permettono di coprire un ampio intervallo di focali sebbene a scapito di una resa leggermente inferiore rispetto alle ottiche a focale fissa).

A riguardo va precisato che le ottiche generalmente definite “ultra-zoom”, in grado di coprire un’incredibile gamma di focali che vanno dal grandangolo al teleobiettivo (tipo i 28-300mm ad esempio, ma ce ne sono anche di più spinte), hanno una resa decisamente scadente nell’uso astronomico, a causa degli elevati compromessi che tali configurazioni pongono a livello progettuale, inoltre la loro luminosità è quasi sempre inferiore ad F/5.6, fattori che non li rendono quindi molto appetibili da chi intende praticare astrofotografia.


Fra gli altri vantaggi offerti dalle ottiche fotografiche c’è è ovviamente quello di interfacciarsi completamente con la fotocamera, per cui potremo gestire facilmente automatismi come la regolazione dell’apertura del diaframma e conseguentemente regolare facilmente il tempo di esposizione nel caso ce ne fosse bisogno.  

Inoltre esse sono progettate già per un uso fotografico, per cui in genere la correzione ottica è adeguata su tutto il campo del sensore.


ATTENZIONE Va fatta però una ulteriore precisazione a riguardo: per qualsiasi progetto ottico la nitidezza è buona al centro del fotogramma ma cala comunque in maniera più o meno evidente spostando l’attenzione verso gli angoli.


Utilizzate m a tutta apertura, di solito le ottiche fotografiche non offrono una nitidezza elevatissima, questo problema si può aggirare sacrificando un po’ di luminosità e diaframmando leggermente l’obiettivo, passando da un diaframma F/4 ad un diaframma F/5.6 ad esempio.

Teleobiettivo con filtri.
Teleobiettivo con filtri.

Nei telescopi invece, per avere una nitidezza elevata fino agli angoli, sarà quasi sicuramente necessario preventivare l’acquisto di uno “spianatore di campo”, ovvero un sistema di lenti aggiuntivo in grado di migliorare la resa ai bordi: i telescopi sono quasi sempre concepiti per un uso visuale, per cui la qualità è ottimale solo al centro dell’immagine.


Continuando a paragonare le due soluzioni, i piccoli telescopi offrono in genere un peso inferiore, una maggiore semplicità di utilizzo con accessori tipicamente astro-fotografici, come ad esempio i filtri contro l’inquinamento luminoso, e generalmente un costo minore a parità di caratteristiche ottiche, ovviamente giustificabile con la presenza dell’autofocus e un numero di lenti molto superiore specie nelle ottiche zoom che garantisce un campo meglio corretto fino agli angoli rispetto ai telescopi privi di correttori.

Tabella dei Tiraggi
Tabella dei Tiraggi

Per applicare la fotocamera all’ottica astronomica avremo bisogno di un anello adattatore, lo standard più usato che troviamo nei fuocheggiatori è chiamato “T2”.


Questo anello possiede dal lato del telescopio una filettatura femmina con dimensioni M42 x 0,75 mm, mentre dal lato opposto presenta l’attacco a baionetta specifico per il tipo di macchina fotografica che intenderemo applicare al telescopio: esistono anelli “T2” studiati per qualsiasi attacco di macchina fotografica in commercio.

La distanza tra il piano focale e la battuta della baionetta della fotocamera viene definita “tiraggio”, quando si monta un anello “T2” questa distanza arriva al valore standard di 55 mm.

L’anello “T2” non va confuso con l’anello “T”, che ha una filettatura leggermente più grossa, M 42 x 1 mm, usato per applicare ottiche russe Zenit/MTO/Tair con attacco a vite alle rispettive fotocamere sovietiche.


NOTA la distanza fra la battuta dell’anello “T” e il piano focale è inferiore, pari a 45,5 mm, ciò rende impossibile, se si vuole raggiungere la messa a fuoco all’infinito, adattare le ottiche russe a macchine fotografiche con tiraggi superiori ai 45,5 mm, prime fra tutte le Nikon, che hanno un tiraggio di ben 46,5mm (vedi tabella dei tiraggi).


Anelli adattatori
Anelli adattatori

In commercio si possono reperire anche anelli per adattare ottiche fotografiche di un marchio a fotocamere differenti, purché il tiraggio di queste sia inferiore a quello delle ottiche.

Ad esempio, con un anello specifico si può (e soprattutto mettere a fuoco fino all’infinito) un’ottica Nikon F (tiraggio 46,5mm) su un corpo macchina Canon EF (tiraggio 44mm).


Viceversa, per consentire di mettere a fuoco all’infinito ottiche dal tiraggio inferiore rispetto al corpo macchina, l’anello dovrà avere un elemento ottico interno, che deteriorerà in maniera spesso molto evidente la qualità delle immagini ottenute.

Molti avranno già intuito la vastissima possibilità di scelta che si presenta dal momento in cui, per l’uso notturno ed in particolare astronomico, possiamo valutare anche l’acquisto di ottiche “vintage”.


Esempio di teleobiettivo vintage
Esempio di teleobiettivo vintage

Effettivamente sul mercato dell’usato è possibile reperire teleobiettivi fotografici a fuoco manuale anche piuttosto luminosi a prezzi molto vantaggiosi. Con un po’ di attenzione, potremo scovare una moltitudine di articoli interessanti ormai ignorati e dimenticati dal mondo della fotografia digitale. Trattandosi tuttavia di pezzi con diverse decine di anni di vita alle spalle sarà bene, prima dell’acquisto, analizzare l’assenza di funghi o muffe all’interno delle lenti ed un funzionamento fluido della messa a fuoco (che altrimenti potrebbe suggerire possibili urti violenti, in grado di pregiudicare l’allineamento ottico delle lenti e la resa finale dell’ottica).


I recenti corpi macchina mirrorless  grazie ai tiraggi molto brevi sono praticamente compatibili, tramite gli opportuni anelli, con tutte le ottiche nate a loro tempo per l’uso con fotocamere reflex che invece richiedono tiraggi superiori a causa della presenza dello specchio tra sensore (o pellicola) e baionetta.

Dopo questa vasta ma doverosa panoramica sulle possibili soluzioni tecniche in grado di soddisfare la nostra voglia di riprendere più da vicino ammassi, nebulose o galassie, vediamo quali potrebbero essere le più performanti secondo la mia personale esperienza.


Tra gli obiettivi fotografici con focali di almeno 200 mm, in ordine di costo, valuterei ottiche tipo i pratici (e leggeri) zoom 70-300 mm, per proseguire con soluzioni più luminose tipo i 70-200 F/2.8, oppure ottiche fisse come i 200 mm nelle versioni F/2.8 o anche F/4. Salendo di costo iniziamo a trovare ottiche spettacolari da usare grazie a prestazioni spesso eccellenti, come i 300mm F/4 o addirittura alcuni 300 F/2.8 vintage reperibili a prezzi ben sotto ai 1000 euro.

Per focali superiori, fino a 400 mm, si possono valutare diversi recenti zoom che partono da focali intorno ai 100 mm così come ottiche fisse, recenti o vintage, con rapporto focale F/5,6.


Di piccoli telescopi invece, sotto ai 400 mm non ce ne sono moltissimi ma alcuni di questi sono venduti a prezzi molto vantaggiosi, sebbene di fattura piuttosto economica. Potrebbero valere comunque la spesa sostenuta per fare esperienza.

Strumenti di qualità superiore inevitabilmente richiedono esborsi maggiori, a cui va aggiunto molto spesso il costo dello spianatore di campo descritto in precedenza, ma vanteranno ottiche di grande qualità e meccaniche robuste indispensabili quando si applicano pesanti fotocamere al fuocheggiatore, potranno inoltre essere usati come strumenti visuali compatti facili da trasportare.


In linea di massima, sarebbe ottimale avere un rapporto focale non oltre F/6, questo superato tale valore l’uso di fotocamere digitali per immagini astronomiche del cielo profondo non garantisce i risultati sperati, costringendoci ad allungare i tempi di posa ed esponendoci di conseguenza a maggiori  errori nell’inseguimento. Continuo a parlare di fotocamere digitali e non di sensori CCD raffreddati specifici per astronomia perché le ritengo più semplici da usare ed accessibili, soprattutto per chi all’inizio non ha molta esperienza.

M8 ripresa dall'autore Cristian Fattinnanzi con focale 400mm e 800 iso.
M8 ripresa dall’autore Cristian Fattinnanzi con focale 400mm e 800 iso.

 

Rho Ophiuchi 1250 iso di Cristian Fattinnanzi
Rho Ophiuchi 1250 iso di Cristian Fattinnanzi

Con setup  completo composto da: astro-inseguitore, fotocamera e teleobiettivo con focale tra i 200 ed i 400mm, ottenersi può accedere a risultati incredibili, dalle principali galassie ai numerosissimi campi stellari avvolti da strutture nebulari.

Col il tempo poi si affinerà la tecnica realizzando più esposizioni dello stesso soggetto per accumulare una maggiore quantità di segnale. Si potrà così spingere il processing in maniera più energica, al fine di estrarre le più tenui sfumature dei nostri bersagli… ma di questo ulteriore mondo parleremo, come sempre, articolo nella prossima puntata, a presto!


PT.4 – Astrofotografia Guidata

Mettendo in pratica i consigli dei precedenti articoli di questa rubrica, si sarà giunti ad un importante punto del nostro percorso quando si renderà necessario decidere se la passione per l’osservazione è talmente profonda da giustificare i successivi ed importanti investimenti in termini di impegno, tempo e denaro indispensabili per crescere ulteriormente nelle possibilità in termini tecnici ed essere pronti ad affrontare sfide più ardue.

Finora abbiamo descritto un tipo di fotografia che, salvo un astro-inseguitore o una piccola montatura motorizzata, non richiede ulteriore attrezzatura se si esclude quella fotografica probabilmente già in possesso.

Lo strumento dell'autore in configurazione visuale. Fotografare il cielo profondo con ottiche simili, se non si controlla e corregge la precisione dell'inseguimento, potranno garantire immagini senza mosso solo limitando le esposizioni a pochi secondi.
Lo strumento dell’autore in configurazione visuale. Fotografare il cielo profondo con ottiche simili, se non si controlla e corregge la precisione dell’inseguimento, potranno garantire immagini senza mosso solo limitando le esposizioni a pochi secondi.

I suggerimenti tecnici passati gradualmente dall’uso delle focali grandangolari, in grado di mostrare in modo panoramico il cielo, abbinandolo al paesaggio, a focali medie, per immortalare più nel dettaglio le costellazioni o particolari regioni, fino a sfruttare il maggior ingrandimento ottenibile da piccoli telescopi o teleobiettivi fotografici, per curiosare con una visione più ravvicinata dell’immagine, oggetti del cielo profondo, spesso scorti, ma in scala molto ridotta, già nelle riprese con focali inferiori.


Quest’ultimo tipo di riprese, tipicamente realizzabile con teleobiettivi di focale tra i 200 ed i 400mm ed un semplice sistema di inseguimento, permette già di ottenere immagini molto gratificanti, ma la curiosità e la passione, inevitabilmente, potrebbero invogliarci a spingerci ancora oltre, rivolgendo l’attenzione a tutti quegli oggetti ancora più elusivi, vuoi per la loro distanza, vuoi per la loro scarsa luminosità o magari solamente per le loro ridotte dimensioni. Per intenderci, generalmente sotto il grado di ampiezza angolare.

In questo ordine di dimensioni rientrano ad esempio un’infinità di galassie, praticamente tutte tranne le notissime M31 di Andromeda, M33 nel Triangolo e le Nubi di Magellano visibili dall’emisfero australe, oppure tutti gli ammassi globulari e le nebulose diffuse, tranne rarissime eccezioni.


Un discorso un po’ a parte riguarda gli ammassi aperti, le cui dimensioni spesso piuttosto importanti li rendono soggetti semplici da riprendere anche utilizzando focali ben al di sotto del metro di lunghezza.

In ogni caso, gli strumenti che dovremo utilizzare per spingerci nelle profondità dell’universo saranno più grandi e pesanti di quelli descritti finora, parliamo cioè di telescopi, con diametri che mi sento di indicare in almeno 10 cm per quanto riguarda i rifrattori e 15 cm per quanto riguarda i riflettori.

A seconda di quanto sarà grande il diametro del telescopio, potremo allungare la focale ed ambire alla ripresa di oggetti sempre più piccoli e difficili.


Tutte le indicazioni relative alle focali di cui sopra vanno considerate in rapporto alla dimensione del sensore, che a titolo di riferimento ho considerato essere il formato pieno 24x36mm, ereditato dalle diffuse pellicole chimiche. In caso di utilizzo di sensori diversi, dovremo considerare il fattore di crop (vedi box), da cui deriva che con sensori più piccoli potremo usare proporzionalmente focali più brevi.


Il fattore di Crop

Il fattore di crop è un numero che indica la differenza di dimensione tra diversi sensori, in particolare rispetto alla dimensione “standard” della vecchia pellicola chimica, ovvero 24x36mm. Moltiplicando il fattore di crop per la lunghezza focale di un obiettivo, si ottiene la lunghezza focale apparente che si avrà proprio con quell’obiettivo qualora fosse usato su un formato 24×36. Quindi usando sensori più piccoli del full-frame, otterremo un ritaglio dell’immagine, una specie di “zoom digitale”. In fotografia esistono obiettivi specificatamente costruiti per sensori più piccoli del full frame: usare sensori più grandi con queste ottiche, qualora non fosse vietato da blocchi meccanici studiati negli attacchi a baionetta, è altamente sconsigliato. Il risultato sarebbe quasi certamente una scarsa nitidezza dell’immagine agli angoli e un inevitabile ed evidente oscuramento della luce ai bordi, nella cosiddetta “vignettatura”.

Un confronto tra le dimensioni dei sensori più comuni. L'ingrandimento ottenuto aumenterà al ridursi della dimensione del sensore.
Un confronto tra le dimensioni dei sensori più comuni. L’ingrandimento ottenuto aumenterà al ridursi della dimensione del sensore.

Un preambolo se vogliamo “geometrico” che serve per aprire un discorso prettamente meccanico ed introdurre  la precisione di inseguimento della montatura a cui affideremo la doppia funzione di  sostegno per lo strumento e inseguimento dei soggetti ripresi.

Due responsabilità decisive da cui risulta evidente la necessità di un supporto ben più evoluto e robusto rispetto agli astro-inseguitori già presentati così da avere una capacità di carico adeguata e una stabilità tale da opporsi anche al più flebile colpo di vento che vorrà investire l’ottica durante le sessioni di ripresa.


Le “montature” di questo livello in genere superano facilmente prezzi intorno ai 1500 euro, per arrivare in alcuni casi oltre i 10.000 euro, cifre elevate, ma che tuttavia non sono ancora sufficienti a garantire la precisione di inseguimento di cui necessitiamo. Cerchiamo di capire perché…

Non tutte le montature si prestano alla fotografia astronomica a lunga esposizione. Per poter usare i lunghi tempi di esposizione di questo genere di fotografia occorrono montature EQUATORIALI.
Non tutte le montature si prestano alla fotografia astronomica a lunga esposizione. Per poter usare i lunghi tempi di esposizione di questo genere di fotografia occorrono montature EQUATORIALI.

Nella gran parte delle montature la meccanica prevede un sistema di riduzione della velocità di rotazione del motore, indispensabile per arrivare ad allinearsi alla lentissima rotazione siderale, ovvero un giro dell’asse di ascensione retta in circa 24 ore.


Una robusta montatura può facilmente soddisfare le esigenze di inseguimento durante un uso visuale. Nel momento in cui vogliamo eseguire fotografie a lunga esposizione però la precisione non sarà più sufficiente.
Una robusta montatura può facilmente soddisfare le esigenze di inseguimento durante un uso visuale. Nel momento in cui vogliamo eseguire fotografie a lunga esposizione però la precisione non sarà più sufficiente.

Questa demoltiplicazione avviene in una prima fase, all’uscita dell’alberino del motore (generalmente di tipo “passo-passo”), tramite semplici ingranaggi piani a cui segue unultimo passaggio di riduzione, assegnato ad un accoppiamento tra una vite senza fine e una corona dentata, coassiale all’asse di rotazione principale della montatura.

Per quanto realizzate con cura le parti meccaniche soffriranno sempre di un piccolo errore, generalmente legato hanno alla fase di realizzazione e propagate dai macchinari impiegati per produrle. L’accoppiamento “ruota dentata-vite senza fine”, proprio perché ultimo, risulta il più influente nella sequenza delle riduzioni, e genera l’errore più evidente, definito periodismo.


Il periodismo si manifesta con una variazione della velocità di inseguimento sinusoidale, che oscilla periodicamente appunto: in maniera indicativa, per mezzo giro la velocità tenderà ad essere superiore a quella di riferimento, mentre per l’altro mezzo si avrà un rallentamento della stessa entità, per cui alla fine del giro avremo avuto sì la velocità corretta, ma solo come media… pensandoci bene non è il massimo.

Se durante il ciclo avremo fotografato una stella, questa si sarà spostata prima leggermente da un lato, per poi recuperare la sua posizione iniziale, lasciando però sul sensore una fastidiosa traccia molto probabilmente simile ad un segmento allungato in direzione “est-ovest” forma molto diversa dal puntino che ci aspettavamo di scorgere.


Il periodo di questo ciclo corrisponde al tempo con cui la vite senza fine compie un giro attorno al suo asse: montature con corone dentate di 180 denti avranno un periodismo pari a circa 8 minuti (1436 minuti del giorno siderale diviso 180 denti), mentre le montature più piccole, con corone generalmente da 144 denti,  arriveranno fino a circa 10 minuti.


Corona dentata e vite senza fine: un dettaglio dell'accoppiamento corona dentata-vite senza fine in una pesante montatura autocostruita dall'autore.
Corona dentata e vite senza fine: un dettaglio dell’accoppiamento corona dentata-vite senza fine in una pesante montatura autocostruita dall’autore.

Le montature più grandi e robuste  puntano a montare corone di diametro e numero di denti maggiore, di solito 360, per ridurre il periodismo fino a 4 minuti circa il che può offrire un’ampiezza del tratto minore ma non garantirà mai un inseguimento perfetto.

Esempio di un grafico di periodismo con relative armoniche
Esempio di un grafico di periodismo con relative armoniche

La sinusoide viene spesso rappresentata in un grafico in cui si evidenzia l’ampiezza dell’errore allo scorrere del tempo. Questo grafico non è mai regolare come una funzione geometrica pura, ma risente di tutte le piccole imperfezioni di ciascun ingranaggio, per cui ci mostrerà altre “armoniche” rispetto al tracciato principale che descrive l’errore della montatura.


Esistono tecniche e software che consentono di analizzare e produrre il grafico dell’errore periodico di una montatura: ottenerlo può fornire dati molto interessanti perché, oltre a definire inequivocabilmente la qualità di una montatura, un po’ come una carta di identità, permette di capire se il periodismo è legato esclusivamente al ciclo della vite senza fine oppure anche ad altri fattori.


Ovviamente dai grafici in questione si estrapola il dato più importante, ovvero l’ampiezza dell’errore periodico, che in genere viene espresso in secondi d’arco, anteposto da un segno “± “. Più elevato sarà tale valore, maggiore sarà l’errore periodico della montatura. Ottime montature possono vantare valori certificati anche inferiori ai ±5” d’arco, mentre meccaniche più economiche di solito non dichiarano il dato e spesso si attestano su valori intorno ai ±20” d’arco.

Un complesso sistema di ripresa professionale, possiamo distinguere potenti telescopi di ripresa, sensori CCD raffreddati corredati di ruote portafiltri, camere autoguida montate sull'ottica guida sopra al telescopio principale.
Un complesso sistema di ripresa professionale, possiamo distinguere potenti telescopi di ripresa, sensori CCD raffreddati corredati di ruote portafiltri, camere autoguida montate sull’ottica guida sopra al telescopio principale.

Un preambolo necessario per comprendere l’importanza, nel momento in cui si fotografa con focali oltre i 400-500 mm e tempi oltre il minuto, di prevedere un sistema di controllo dell’inseguimento in grado di correggere la velocità di guida, anche delle montature più prestigiose.


Grazie allo sviluppo sorprendente dell’elettronica, soprattutto nelle montature più recenti, è ora possibile “registrare” la sequenza delle correzioni apportate manualmente con la pulsantiera per poi farle ripetere ciclicamente alla montatura nel momento in cui si vanno ad eseguire scatti a lunga esposizione.

Ho personalmente avuto modo di testare questa tecnica, che sulla carta appare come ineccepibile, ma ahimè, specialmente in casi di montature trasportabili, i risultati non sono stati soddisfacenti soprattutto perché molte altre piccole variabili influiscono sul moto di inseguimento. Inoltre, anche nel caso avessimo istruito perfettamente la montatura per quanto riguarda l’inseguimento siderale, non dovremo mai dimenticare la correzione degli errori in declinazione, dovuti principalmente ad agenti esterni (vento, piccoli urti con la montatura, sbilanciamenti…) o più semplicemente ad una scarsa precisione durante il puntamento polare.


PS: anche il puntamento verso il Polo Nord Celeste deve essere sempre eseguito con la massima cura, regolando bene il cannocchiale polare, e sfruttando, almeno noi abitanti dell’emisfero Boreale, la fortunata presenza della Stella Polare proprio nelle sue vicinanze.


Per correggere l’inseguimento durante le lunghe esposizioni, fino al 2000 circa, gli astrofotografi non avevano molte alternative: era necessario guidare visualmente il telescopio attraverso lo “strumento guida”. Si tratta di un secondo strumento, montato su anelli decentrabili sopra al telescopio principale, una volta munito di un oculare con reticolo illuminato, esso veniva centrato su una “stella guida”, possibilmente luminosa condizione non sempre facile da verificarsi! . Il ruolo dell’astrofotografo era controllare che questa stella di riferimento rimanesse sempre al centro del reticolo durante tutto il tempo delle esposizioni e correggere repentinamente ogni imprecisione dell’inseguimento agendo sui 4 tasti della pulsantiera, in una sorta di noiosissimo videogioco!

Un lavoro di grandissima pazienza e concentrazione, specie se ricordiamo che a quei tempi si fotografava su pellicole chimiche (il costo dei CCD era elevatissimo), le quali richiedevano spesso tempi di esposizione di svariate decine di minuti!


Il tutto svolto nella più completa immobilità per non trasmettere vibrazioni di nessun tipo allo strumento e oscurità, indispensabile per evitare qualsiasi infiltrazione di luce verso la pellicola.

In quegli anni, per un astrofotografo, realizzare una bella foto di una galassia o di una nebulosa era un vero e proprio atto eroico.

Fortunatamente la tecnologia digitale negli ultimi anni si è evoluta molto, arrivando rapidamente a sostituire questo gravosissimo onere con la messa a punto dei cosiddetti sistemi di “autoguida”.


Fin dall’inizio del secolo, con la commercializzazione delle webcam, piccole telecamere nate originariamente per le videochiamate, alcuni abili programmatori iniziarono a mettere a punto software in grado di usare i loro piccoli sensori per identificare la stella inquadrata e trasmettere, tramite protocolli digitali (a volte un po’ macchinosi), le correzioni necessarie alla montatura per correggerne l’inseguimento.

La scarsa sensibilità alla luce delle webcam, dovuta all’impossibilità di allungare i tempi di esposizione oltre la soglia scandita dalla frequenza video, limitava un po’ le potenzialità, ma la via era stata aperta e la messa a punto di sistemi più efficaci era ormai solo questione di tempo.


Infatti, nel giro di pochi anni il mercato astronomico si arricchì di molte nuove piccole telecamere, progettate soprattutto per uso planetario, più prestanti e sensibili rispetto alle rudimentali webcam.

Prodotti dotati di elettroniche e software ed in grado, a tutti gli effetti, di svolgere il compito di camere “autoguida”. Una volta applicati ad un telescopio (con funzione di guida appunto) e inquadrata una stella di riferimento sufficientemente luminosa, grazie ad un computer, permettevano di impartire alla montatura le correzioni necessarie per ottenere inseguimenti perfetti.

Più recentemente sono state immesse sul mercato camere autoguida ancora più semplici, definite “stand-alone”: grazie ad un programma interno ed un piccolo display posteriore queste camere possono fare a meno anche del computer, con enormi vantaggi sotto il punto di vista della trasportabilità e del consumo energetico sul campo, problema non indifferente per gli astrofotografi “itineranti”. Anche se molto evelute le camere autoguida restano però solo dei sensori che necessitano dell’ausilio dello strumento guida e della sua ottica.


Un'altra configurazione molto frequente, in questo caso un telescopio dalla focale già interessante (800mm) è abbinato ad un piccolo rifrattore con telecamera autoguida stand-alone.
Un’altra configurazione molto frequente, in questo caso un telescopio dalla focale già interessante (800mm) è abbinato ad un piccolo rifrattore con telecamera autoguida stand-alone.

Gli svantaggi di queste camere, progettate specificatamente per la funzione di autoguida, sono legati ad una sensibilità non elevatissima dei sensori montati e prezzi non sempre “popolari”.

Per un buon funzionamento, in generale le camere autoguida richiedono di essere applicate a strumenti con una focale opportunamente dimensionata in base a quella di ripresa, inoltre le stelle di riferimento vanno scelte tra quelle della giusta luminosità (né troppo luminose, né troppo poco), presenti nel campo inquadrabile grazie agli anelli decentrabili che sostengono l’ottica guida.

Per quanto riguarda la focale minima da utilizzare per lo strumento guida affinché la camera autoguida ci fornisca risultati senza mosso, sulla base della mia esperienza ho verificato che è sufficiente avere un campionamento pari alla metà di quello del sensore di ripresa.

Se la dimensione dei pixel del sensore guida è diversa da quella del sensore di ripresa, dovremo fare un piccolo calcolo per ottenere la focale del telescopio guida, ovvero:


Focale di ripresa / Pixel di ripresa X Pixel di guida X 0,5 = Focale di guida minima


Ad esempio, applicando un sensore di ripresa con pixel da 3,8 micron ad uno strumento con focale di 2000 mm ed usando una camera guida con pixel da 5,7 micron, per calcolare la focale minima di guida dovrò fare:


2000 / 3,8 X 5,7 X 0,5 = 1500 mm


Nel caso non disponessimo di un’ottica con focale sufficientemente lunga, potremo valutare l’utilizzo di lenti di Barlow per aumentare la focale dello strumento di guida.

Le camere autoguida sono praticamente indispensabili nella fotografia del cielo profondo, in quanto permettono di semplificare e alleggerire in modo determinante il lavoro dell’astrofilo durante le sessioni fotografiche.

Ciò nonostante, se avete la possibilità, solo per capirne il significato, consiglio vivamente di provare ad eseguire anche una sola fotografia a lunga posa guidando manualmente il vostro strumento con la pulsantiera ed un oculare con croce illuminata, bastano una decina di minuti: sarà un’esperienza in grado di farci apprezzare ancora di più il lavoro durissimo di tante persone che, forse 20 o 30 anni fa, grazie alle loro immagini, ci hanno trasmesso questa incredibile passione per l’astronomia e la fotografia dei gioielli che il cielo stellato nasconde.


Assimilati questi concetti meccanici ed elettronici che vanno affrontati prima di iniziare concretamente a fotografare, passiamo a descrivere un po’ più in dettaglio di cosa avremo bisogno per ottenere buone immagini degli oggetti deboli.

Per iniziare, è fondamentale acquisire molti scatti (dette “Light”) dello stesso soggetto da sommare strategia che ci consentirà una volta accumulato il debole segnale luminoso per molte ore di ridurre moltissimo il rumore termico  tipico di ogni singola ripresa così da estrarre fino alle sfumature più tenui dei soggetti ripresi.


Oltre ai numerosi file “Light”, sarà bene avere anche una buona quantità di “Dark”, “Flat” e “Bias”, i cosiddetti “files di calibrazione”.

Tra tutti, sicuramente i “dark-frame”, o dark image, sono quelli più noti. Per descriverli in modo semplice, i dark sono riprese fatte con le stesse impostazione delle immagini (stesso tempo di posa, stessi ISO e stessa temperatura esterna), ma con il tappo davanti all’obiettivo.


Ovviamente otterremo delle foto quasi nere, ma è proprio quel “quasi” a fare la differenza: infatti, ciascuno dei “Light” che abbiamo ottenuto contiene sia segnale luminoso reale che segnale “sporco” dovuto a svariate caratteristiche del sensore, come pixel difettosi, aloni causati dal calore o altri disturbi elettronici generati durante lo scatto.


Un segnale “impuro”, poco evidente negli scatti normali perché sovrastato dalla più alta luminosità della nostra immagine, sarà invece presente ed isolato sugli scatti “Dark”, dato che il tappo impedisce alla luce di arrivare sul sensore.

In fase di elaborazione, con appositi programmi, sarà possibile “ripulire” i nostri files grazie alla sottrazione dei “Dark”.


L’operazione di sottrazione si può fare anche manualmente grazie ai livelli di Photoshop, ma programmi più specifici semplificheranno sicuramente l’operazione, soprattutto perché questi agli stessi software potremo far eseguire anche le operazioni relative ai “Flat” e “Bias”.

Le nostre immagini infatti saranno ricche anche di pixel difettosi, che non funzionando bene appaiono sempre della stessa tonalità, in genere bianca o nera, definiti rispettivamente “hot-pixels” e “dead pixels”.


Sono pixel sono distribuiti sul nostro sensore in modo del tutto casuale e si ripropongono costantemente, sempre nella stessa posizione in ciascuna delle nostre immagini, compresi i “Darks” appena visti.

Volendo, potremmo paragonare la mappa di questi pixel alla carta d’identità del nostro sensore, in quanto ogni sensore avrà una sua unica e specifica distribuzione di difetti.


Per registrare i “Bias”, ovvero la mappa dei disturbi senza l’interferenza del calore, è sufficiente eseguire uno o più scatti con un tempo molto rapido (1/4000” o 1/8000”), alla stessa sensibilità di ripresa ISO e col tappo montato, come per i“Darks”.

Grazie all’usilio di tale mappa, i software che eseguiranno il processing potranno correggere con precisione solo quei pixel difettosi.


Trattandosi di scatti molto rapidi e veloci da realizzare, potremo catturarne molti anhe qualche decina fatto salvo limiti di memoria

L’ultima immagine di calibrazione necessaria è il“Flat” che, come dice la parola, serve a “spianare” le irregolarità luminose dovute alla geometria dell’ottica, ma anche a sporcizie depositate ad esempio sulle superfici ottiche più vicine al sensore (le impurità su superfici più distanti appaiono completamente sfocate sull’immagine e di conseguenza non sono quasi mai percepibili).


Tecnico specializzato all’opera su potente montatura
Tecnico specializzato all’opera su potente montatura

Una buona immagine “Flat” consente di operare in modo più deciso nelle successive fasi di elaborazione del risultato.

Senza questo trattamento, operazioni come ad esempio lo stretching dei livelli di luminosità genererebbe un eccessivo oscuramento degli angoli dell’immagine.


Usando obiettivi fotografici, è possibile approfittare di alcune utilissime funzioni fornite dai programmi di post-processing, grazie ai profili precaricati specifici per ciascuna lente fotografica commerciale che permettono di correggere automaticamente il calo di luminosità agli angoli, fenomeno definito in gergo fotografico “vignettatura”.

La situazione appare leggermente più insidiosa quando si realizzano fotografie con un telescopio, quando purtroppo non è possibile sfruttare questa possibilità. Oggi infatti ogni sistema ottico appare quasi unico e irripetibile, vista anche la moltitudine di accessori che, usati durante le riprese, alterano in modo unico la distribuzione della luce sul piano del sensore.


Consigliamo anche di tenere in considerazione l’orientamento del sensore rispetto allo strumento, dato che possibili piccoli decentramenti o sporcizie possono ruotare e causare variazioni della posizione delle zone vignettate. Usando i telescopi saremo costretti quindi ad eseguire autonomamente per ogni sessione fotografica “Flats” specifici. Operazione quest’ultima che può essere eseguita correttamente come segue: puntare lo strumento verso un piano o uno schermo con luce uniforme bianca,(si possono usare specifici pannelli a led reperibili in commercio oppure adattare un monitor o uno schermo TV con immagine uniformemente bianca o anche puntare lo strumento verso il cielo, scegliendo una zona ben lontana dall’orizzonte dove la luminosità degrada velocemente, oppure stendere un panno bianco senza pieghe davanti all’imboccatura del telescopio ed illuminare quest’ultimo con una luce ad opportuna distanza in maniera uniforme), eseguire scatti con un’esposizione media con una campana dell’istogramma al centro del grafico o poco più: l’importante è non avere pixel completamente bianchi e quindi sovraesposti. Non esiste un tempo di esposizione consigliato per i flat, dipende dalla luminosità dello schermo inquadrato.


I flat possono essere eseguiti anche a sensibilità diverse da quelle del “Light”, consiglio in ogni caso di usare sensibilità uguali o inferiori a quelle di ripresa. Per quanto riguarda il numero, come per i dark-frame, più riusciremo a farne più attendibile sarà il risultato.

Ottenuta questa lunga serie di operazioni che a volte può contare fino a centinaia di files, passeremo a scaricare tutto sul computer ed affrontare un’altra parte delicatissima del lavoro, il processing.

Il processing permette di ottimizzare la visibilità dell’oggetto ripreso e svelare i dettagli più deboli di un’immagine spesso inizialmente poco evidente.


A tal proposito va ricordato che lo scopo principale dell’elaborazione è quello di eliminare i problemi legati ad esempio alla presenza dell’inquinamento luminoso, o ai difetti dell’ottica o ancora al disturbo della turbolenza atmosferica, ripristinando la visibilità delle più tenui sfumature degli oggetti deboli, mantenendo un aspetto coerente e realistico, senza enfatizzare oltremodo i colori o rendere troppo invadente la presenza delle stelle.

Il tutto cercando contemporaneamente di tenere sotto controlli l’insorgere del disturbo elettronico.

Siamo così arrivati di fronte ad un altro grande capitolo della fotografia astronomica, il processing… per cui altre rubriche di questa rivista possono darvi più approfonditamente risposte a riguardo!


PT. 5 – Astrofili Autocostruttori: un Legame Indissolubile

L’autocostruzione, in astronomia, ha notevoli valide motivazioni per essere esercitata. Innanzitutto quelle pratiche, dato che non sempre il mercato offre precisamente ciò di cui si ha bisogno per applicare qualche accessorio al telescopio o alle macchine fotografiche, ma spesso non sono da trascurare quelle economiche, visti i costi non sempre abbordabili degli strumenti o complementi.

La mia passione per l’astronomia si manifestò effettivamente molto presto e con essa diciamo “l’arte dell’arrangiarsi” concedetemi la semplificazione, per una persona come me che ha poi scelto di vivere di progettazione conseguendo un diploma di geometra e lavorando proprio come progettista per un’azienda per 25 anni.


Dopo le prime lezioni sul Sistema Solare delle scuole elementari, passai le vacanze dell’estate successiva ad osservare il cielo stellato, acquisendo, nel velocemente una buona padronanza nell’identificare gran parte delle costellazioni del cielo boreale. Le osservazioni erano solamente visuali o al massimo col classico binocolo 10×50.

Conclusa la prima fase di approccio la passione richiedeva qualcosa in più, soprattutto per la crescente necessità di ingrandire quei soggetti di cui tanto stavo leggendo su diversi ottimi libri di astronomia di cui nel frattempo mi ero dotato.


Pochi mesi dopo, tra alcuni oggetti dimenticati nella casa in campagna dei miei nonni, trovai un oggetto che in quel periodo mi sembrò preziosissimo, la soluzione a tutti i miei problemi: un vecchio (e oggi aggiungerei anche minuscolo) sistema di lenti appartenuto probabilmente ad una ormai dispersa cinepresa.

La mia conoscenza dell’ottica, a quell’età, era praticamente nulla e non riuscivo a spiegarmi come mai attraverso questo sistema di lenti riuscissi a vedere a fuoco solo oggetti non più distanti di qualche centimetro.


La forma ed il peso mi suggerivano però che quell’oggetto fosse pieno di lenti e dopo qualche minuto quel pezzo di ottica era sul tavolo completamente smontato: anelli, viti, tubetti, ghiere e, soprattutto, una decina di lenti dalle forme e dimensioni più svariate.

Iniziai a combinarle in vari modi guardandoci attraverso per trovare la giusta sequenza che mi avrebbe fornito un minimo di immagine ingrandita e a fuoco.

Riuscii a trovare quello che mi sembrava fosse il miglior compromesso in grado di ingrandire oggetti lontani, montai le lenti su un tubetto di cartone e la sera stessa varcai la porta di casa per uscire sotto il cielo con la convinzione, molto ottimistica, di possedere un potente strumento astronomico: un micro-cannocchiale, a memoria, non credo avesse oltre i 4-5 ingrandimenti, un potere quindi bassissimo. Insomma ecco il primo progetto autocostruito.


Come non bastasse, attraverso di esso le immagini apparivano come immerse in una nebbia fittissima… tentai molte altre combinazioni con le lenti che avevo, ma non riuscii a superare tutti gli evidenti limiti ottici.

L’impegno c’era, ma i mezzi inevitabilmente limitavano i risultati e deludevano le mie aspettative.


Fu così che qualche mese dopo, se non ricordo male in occasione di un Natale, convinsi i miei genitori a regalarmi un cannocchiale, un semi-giocattolo che avevo visto in un supermercato.

Era un piccolo rifrattore da tavolo, aveva 25 ingrandimenti, e mi diede qualche soddisfazione soprattutto nelle osservazioni della Luna, permettendomi di ammirare decine di crateri. Stavo attraversando quel periodo in cui parlavo con tutti, parenti ed amici, di astronomia e uno di questi mi raccontò di aver autocostruito un telescopio sfruttando un ottimo obiettivo di origine fotografica, un massiccio Rodenstock “Apo-Ronar” da 67mm di diametro e 600mm di focale.

Non usandolo molto, si offrì generosamente di prestarmelo.


Era il 1989, con questo strumento, unito ad alcuni oculari che avevo assemblato personalmente o recuperato dai precedenti strumenti, riuscii ad eseguire osservazioni di un livello molto superiore a quelle del cannocchiale giocattolo. Ero concretamente rapito: dettagli dei crateri lunari ingranditi oltre 200 volte, Giove con due evidenti bande di nubi e le sue 4 lune che ogni sera cambiavano disposizione, gli anelli di Saturno, numerosissime stelle doppie.

Osservai anche alcune macchie solari proiettando il Sole su un foglio bianco, tecnica che, in modo imprevisto, a causa del calore fuse alcune parti in plastica dei miei economici oculari autocostruiti.


Da questo pericoloso evento, per pura fortuna verificatosi senza nessun danno grave o conseguenza fisica, trassi una grande lezione: NON BISOGNA MAI OSSERVARE IL SOLE SENZA FILTRI O STRUMENTI ADATTI ALLO SCOPO.

Il proprietario di questo strumento aveva anche una reflex, così con la sua attrezzatura e la mia conoscenza realizzammo anche quella che può essere considerata la mia prima fotografia astronomica in assoluto: il soggetto era quello più classico, probabilmente il primo per chiunque inizi, la Luna!


Insomma nel giro di qualche riga avrete notato come per ogni miglioria sia stato necessario ingegnarsi.

Lo strumento otticamente era valido, ma aveva grosse carenze a livello di supporto meccanico, dato che era montato su un normale treppiede di origine fotografica.

Questo costringeva a continui e approssimativi aggiustamenti del puntamento per compensare il moto apparente degli astri inquadrati, operazione che ad alti ingrandimenti si dimostrava decisamente snervante.


 

Fu così che, dopo interminabili consultazioni di libri e dépliant cartacei, alla fine almeno un acquisto dovevo farlo e scelsi un classico di quegli anni, il telescopio riflettore di tipo Newton da 114mm di diametro e 900mm di focale, montato su una discreta montatura equatoriale.

Uno strumento con un ottimo rapporto qualità prezzo, fondamentale in tempi in cui i costruttori internazionali asiatici ancora non aveva determinato per questo settore commerciale il favorevole calo dei prezzi avvenuto in particolar modo dopo il 2000.

Tutto Aiuta

Eravamo all’inizio degli anni 90: a seguito di un decreto dell’allora presidente sovietico Boris Eltsin, per strada era frequente incontrare bancarelle di russi con gli oggetti più stravaganti, tra cui moltissime ottiche di buona qualità a prezzi bassissimi: una manna per completare il parco accessori degli appassionati di astronomia di quel periodo, me compreso!

Estrarre oculari, prismi, obiettivi da quei pezzi di ottica dalla meccanica piuttosto spartana era molto semplice. Così, rimediando i tubi delle giuste dimensioni per adattarli alle misure standard dei telescopi si poteva disporre di ottimi pezzi d’ottica a prezzi molto popolari.


Nel giro di pochi anni questi interessanti articoli si esaurirono, e progressivamente quasi tutto il materiale venne sostituito da articoli di diversa provenienza, a prezzi altrettanto popolari ma di qualità decisamente inferiore.

Passai diversi anni ad osservare e studiare il cielo con il Newton da 114mm, prendendo dimestichezza con tutte le problematiche che uno strumento simile presentava, quali la collimazione, l’impossibilità di mettere a fuoco diretto con la reflex, ancora una volta l’instabilità della montatura. Di nuovo dovetti affidarmi all’ingegno e all’autocostruzione.


Per la motorizzazione del telescopio, visti i costi elevati per le mie possibilità dei motori in commercio, mi avvalsi dell’esperienza in campo elettronico di un mio zio. Fu con lui che realizzammo un potenziometro su misura per regolare la velocità di rotazione di un motorino elettrico, estratto da una vecchia automobilina.

Il tutto sembrava funzionare discretamente, ma le difficoltà nel fotografare il cielo rimanevano molteplici e ogni volta che sviluppavo un rullino gran parte degli scatti risultavano affetti da qualche problema.


Luna e pianeti erano apparentemente più semplici perché più luminosi, ma questi soggetti, che necessitavano di alti ingrandimenti, appena si toccava la manopola di regolazione per la messa a fuoco, iniziavano a saltellare come grilli impazziti nel mirino della reflex.

Negli anni trascorsi con quel mio primo telescopio commerciale capii che gran parte dei problemi che si presentavano erano quasi sempre causati ad una parte meccanica non in grado di sostenere adeguatamente la controparte ottica, che al contrario forniva visualmente ottime prestazioni, con immagini molto dettagliate anche ad alti ingrandimenti, a dispetto del diametro relativamente piccolo dello specchio primario di 114mm.

In cima alla lista delle migliorie quindi c’era sicuramente la solidità del sostegno meccanico.


Nel 1992 iniziai a guardarmi intorno. I prezzi di strumenti più potenti erano fuori dalla portata delle mie finanze di studente, anche questa in questa occasione l’autocostruzione sembrava l’unica strada percorribile, ma non funziona per tutto, eccone un esempio.

Insieme ad un geniale collega di mio padre che aveva già costruito con successo alcuni specchi per telescopi a lunga focale, ci procurammo degli spessi dischi di vetro e iniziammo a lavorare due nuove ottiche: nei nostri progetti c’erano uno specchio da 20 cm F/6 per me ed uno da 30 cm F/5 cm per lui. Il lavoro risultò piuttosto difficoltoso, tanto che, nonostante il grande impegno profuso, non riuscimmo ad ottenere ottiche di sufficiente qualità. Per la parte meccanica non andò meglio. Il mio disegno prevedeva la realizzazione di una ingombrante (quanto instabile) montatura a forcella in legno, ma dopo averla sviluppata e usata qualche volta, ne rimasi deluso a causa dell’ingombro e ma anche di altre imperfezioni.


Abbandonata la soluzione dell’autocostruzione, io e il mio amico ci rivolgemmo ai migliori artigiani costruttori di ottiche italianidel tempo, Zen e Marcon.

Così, all’inizio del 1993, io ordinai uno specchio parabolico da 20 cm di diametro F/6 ed il mio amico un più impegnativo 30 cm F/5.

Contemporaneamente insieme ad un amico fabbro, iniziò la progettazione e costruzione di una più compatta, ma non meno pesante, montatura equatoriale alla tedesca in acciaio.


Ultimato lo strumento, nonostante un tubo ottico composta da un rudimentale tubo di plastica di origine idraulica, potevo finalmente godere delle eccezionali immagini fornite dal nuovo specchio da 20 cm con 3 volte in più di luminosità e potere risolutivo quasi doppio rispetto al precedente 114mm. Il cielo mi mostrava tutti i suoi gioielli senza esitazioni.

La montatura autocostruita era ancora piuttosto rudimentale e non aveva una grande precisione di inseguimento, ma grazie ad una serie infinita di piccole modifiche, nel tempo migliorò molto, fino ad uno stato finale più che accettabile, sebbene poco evoluto a livello elettronico.

Le Migliorie

Molte parti originariamente in acciaio negli anni furono sostituite da più leggere da componenti in alluminio, realizzate tra l’altro con maggior precisione.

La mancanza dell’elettronica, fatto salvo il semplice motore sincrono usato per l’inseguimento siderale, mi permise di mantenere allenata negli anni l’esperienza nel puntamento visuale.


Attraverso questo newton da 20 cm condussi osservazioni visuali in alta risoluzione emozionanti e indimenticabili, come ad esempio i segni degli impatti dei frammenti della cometa Schoemaker-Levy 9 su Giove nel luglio 1994, un evento probabilmente irripetibile nella sua spettacolare drammaticità.

Le immagini planetarie prodotte da questo strumento vantavano un’incisione ed un contrasto elevatissimi, grazie alla bontà dell’ottica e alla bassissima ostruzione, pari al 18%, ottenuta grazie ad uno specchio secondario di diametro ridottissimo e al diametro dello strumento non troppo elevato, poco disturbato dalla turbolenza dell’atmosfera.


Nell’estate del 2001, seguii visualmente con interessanti risultati l’evolversi della tempesta globale di polveri avvenuta su Marte,

che documentai con una serie di schede osservative pazientemente compilate disegnando quel che vedevo all’oculare.

Il telescopio Newton da 25cm F5 su montatura alla tedesca completamente autocostruito, ottica Giacometti e intubazione nella sua prima versione con tubo in plastica.
Il telescopio Newton da 25cm F5 su montatura alla tedesca completamente autocostruito, ottica Giacometti e intubazione nella sua prima versione con tubo in plastica.

Minori soddisfazioni ebbi in campo fotografico sui soggetti che richiedevano lunghe esposizioni, a causa della meccanica poco raffinata. Il tubo in materiale plastico si dilatava e fletteva durante le pose, restituendomi quasi sempre immagini con stelle mosse o sfocate e non puntiformi come una buona foto astronomica richiederebbe.


Nel 2002 ho l’occasione di acquistare uno specchio parabolico da 25cm diametro e 1200mm di focale realizzato da un validissimo (ma al tempo ancora poco conosciuto) costruttore di ottiche italiano, Fausto Giacometti.

La mia montatura equatoriale era ormai motorizzata in entrambi gli assi, sebbene avesse una parte elettronica sempre piuttosto semplice.


La Svolta: le WEBCAM

Siamo in un periodo di svolta per quanto riguarda la ripresa di immagini astronomiche: già nel 2001 alcuni pionieri dell’astrofotografia planetaria avevano adattato le prime webcam, a telescopi per riprese planetarie. La possibilità di acquisire filmati digitali, unita alle tecniche di elaborazione che iniziarono a diffondersi in quegli anni, permisero di ridurre drasticamente gli effetti negativi legati alla turbolenza dell’aria selezionando i fotogrammi migliori. Si ottennero così immagini planetarie incredibilmente dettagliate rispetto alle massime aspettative affidate alla classica fotografia chimica.

Anche io, sulla scia di questa nuova metodologia di ripresa ed armato del nuovo Newton da 25cm, ottengo risultati sorprendenti e frequenti pubblicazioni.


La postazione da cui riprendevo era sicuramente il top: il marciapiede davanti casa a Macerata, location simpatica soprattutto per i passanti ma obbligata dalla necessità di avere un punto corrente indispensabile per alimentare computer e telescopio durante le riprese.

I numerosi lampioni fortunatamente non compromettevano l’osservazione o la fotografia di oggetti del Sistema Solare.

Postazione per la ripresa in centro abitato a Macerata
Postazione per la ripresa in centro abitato a Macerata

Ma ovviamente non mi fermo e via di nuovo in officina.

In quegli anni ho la fortuna di usare l’attrezzatura di un meccanico locale. Grazie a tornio, frese, seghe a nastro, calandra, presse e molto altro posso realizzare tantissimi accessori più o meno grandi in alluminio, acciaio o plastica.

Sfruttai le mie capacità anche per progettare e realizzare molti accessori ed anche diversi telescopi Dobson (i Dobson sono strumenti dal grande diametro associato ad una struttura meccanica leggera e smontabile, in grado di facilitarne la trasportabilità).


Tra questi, un Dobson da 45cm di diametro per un astrofilo romagnolo, poi un 50cm e un successivo 60cm per il mio amico Andrea Boldrini di Jesi: Andrea successivamente non si fermò nemmeno a quel potentissimo strumento, tanto che attualmente possiede un incredibile Dobson binoculare ottenuto unendo due telescopi da 60cm di diametro.

Nel 2008 mi sposo e gli amici dell’associazione “Crab Nebula” di Tolentino (MC) mi regalano una montatura computerizzata. Il nuovo supporto merita un tubo ottico di qualità migliore, così decido di sostituire il vecchio tubo in plastica del newton da 25cm con un più stabile tubo in acciaio, in modo da poter sfruttare degnamente le potenzialità dell’ottica e della montatura anche nella fotografia a lunga esposizione. Il nuovo tubo, realizzato con tutta l’esperienza acquisita negli anni e di un bel colore blu metallizzato, non delude le aspettative.


Sebbene sia tutt’oggi soddisfatto delle prestazioni del Newton da 25cm, nel 2005 ho avuto l’opportunità di acquistare uno specchio parabolico ancora più potente, un 36cm di diametro confocale 180cm. Una nuova sfida era alle porte! Viste le grandi dimensioni e l’intenzione di usarlo sulla montatura già in mio possesso, scartai subito l’idea di dotare lo strumento del classico tubo chiuso, decisamente troppo pesante ed ingombrante. Mi orientai verso una più snella “intubazione” costituita da un unico braccio, ad una estremità c’è il sostegno dello specchio primario, all’altra il secondario e la messa a fuoco.

In un primo momento puntai ad una rudimentale soluzione in legno e alluminio, per saggiarne le prestazioni.


Nel tempo migliorai la struttura meccanica, mantenendo il concetto del monobraccio, ma sostituendo il legno con materiali più rigidi e affidabili, principalmente alluminio, per poterlo usare, sebbene prevalentemente in ambito planetario, sulla montatura in mio possesso.

La potenza di uno strumento dal diametro così generoso è in grado di regalare grandi prestazioni e risoluzione, anche se è inevitabilmente più esigente per quanto riguarda le condizioni atmosferiche.

L’Inseguimento

Dopo aver soddisfatto le mie esigenze sul diametro con la realizzazione dei telescopi sopra descritti, iniziai a percepire il desiderio di intraprendere un altro tipo di ripresa, quella a focali molto più brevi, tipiche dei comuni obiettivi delle macchine fotografiche, per viste più panoramiche, in grado di restituire immagini del cielo simili a come si vede ad occhio nudo.

Per queste riprese è sufficiente un setup molto leggero rispetto al telescopio, perfetto per raggiungere agilmente luoghi remoti spesso sconosciuti nella loro veste notturna, con poco inquinamento luminoso, capaci di restituire scatti molto suggestivi e coinvolgenti.


Il primo prototipo dell'astroinseguitore ad orologeria realizzato grazie ad un timer da cucina nel 2013.
Il primo prototipo dell’astroinseguitore ad orologeria realizzato grazie ad un timer da cucina nel 2013.

C’era solo un problema: l’unico sistema che possedevo per seguire il moto apparente del cielo era la mia bella montatura, che però coi suoi oltre 30 kg di peso mal si prestava all’astrofotografia di tipo “itinerante”.

L’esperienza come progettista e la perenne attività parallela di auto-costruttore, stavano inconsciamente predisponendo la mia mente alla nascita dell’idea che ha chiuso il cerchio rispetto al mio modo di intendere l’astrofotografia affidata, immaginavo, ad uno strumento piccolo e leggero facilmente trasportabile insieme a cavalletto e macchina fotografica durante le escursioni notturne.


Siamo in tempi più recenti e il mercato offriva già tutt’ora alcuni modelli di astro-inseguitori, ma l’ispirazione per costruire un oggetto simile tutto mio mi venne all’inizio del 2013, osservando un piccolo timer da cucina ad orologeria di quelli che, caricati a mano, compiono un giro in 60 minuti, terminando la carica con una sonora campanella.

Pensai: “che peccato che faccia un giro in una sola ora e non 24… avrei potuto usarlo come astro-inseguitore!” …era fatta, la lampadina si era accesa!


Il Newton da 36 cm F5 con la sua prima intubazione in materiali misti, legno e alluminio, su montatura equatoriale auto costruita
Il Newton da 36 cm F5 con la sua prima intubazione in materiali misti, legno e alluminio, su montatura equatoriale auto costruita

Un giro in un’ora era una velocità troppo elevata per le mie esigenze, ma bastava trovare un sistema in grado di demoltiplicare quel moto di 24 volte ed applicare qualcosa per sostenere la macchina fotografica per ottenere un rudimentale astro-inseguitore, addirittura in grado di funzionare senza il bisogno di batterie.

Il Newton da 36 cm F5 in versione più evoluta, con intubazione "monorail" per minimizzare ingombri e peso.
Il Newton da 36 cm F5 in versione più evoluta, con intubazione “monorail” per minimizzare ingombri e peso.

Alla modica cifra di 2 euro al pezzo, in un negozio di articoli cinesi comprai una decina di timer da cucina: tolto il pomello superiore per scoprire il meccanismo ad orologeria, notai una piccola ruota dentata al centro del piccolo meccanismo.


Oltre a telescopi e montature, tra gli accessori autocostruiti dall'autore c'è anche un prisma di Herschel con filtro secondario ottenuto da un vetrino da saldatura
Oltre a telescopi e montature, tra gli accessori autocostruiti dall’autore c’è anche un prisma di Herschel con filtro secondario ottenuto da un vetrino da saldatura








[/swpm_protected]

La serie completa è comparsa nei numeri 258, 259, 260, 261 e 262

ARRIVA LA TSUCHINSHAN-ATLAS

Arriva la cometa che tutti gli appassionati stanno attendendo al varco da un anno, la Tsuchinshan-ATLAS, che transiterà al perielio il 27 settembre passando a meno di sessanta milioni di chilometri dal Sole per poi avvicinarsi alla Terra fino a “toccare” la distanza minima di 70 milioni di chilometri dal nostro pianeta il 12 ottobre.

Sarà proprio da questo momento in poi che la Tsuchinshan-ATLAS dovrebbe dare il meglio di sé uscendo gradualmente dalla luce solare che in precedenza tenterà di nascondercela.

L’ “astro chiomato” andrà però tenuto d’occhio poco prima dell’alba già da fine settembre, pur in un contesto prospettico sfavorevole a causa della scarsa altezza sull’orizzonte e della minima elongazione dal Sole perché la coda, sorgendo prima della chioma, potrebbe se ben sviluppata fare capolino ed in ogni caso anche la testa, se particolarmente luminosa, potrebbe mostrarsi pur nel cielo ancora chiaro. L’ottimismo comunque cresce dopo i tanti dubbi dei mesi scorsi. La Tsuchinshan-ATLAS si sta infatti già mostrando tra le luci del crepuscolo serale nell’emisfero australe e le riprese di tanti amatori testimoniano il suo buon stato di salute.

Al momento in cui scriviamo (24 settembre) la sua luminosità in costante aumento è stata stimata attorno alla magnitudine 3,5 con la coda che, pur non ancora non particolarmente sviluppata, pare a sua volta promettere bene.

La fiducia deriva soprattutto dal grado di emissioni delle polveri che pare essere molto buono. Se il nucleo reggerà all’incontro con il Sole lo spettacolo nel periodo seguente potrebbe essere davvero notevole, consegnandoci una cometa facilmente visibile ad occhio nudo dopo il tramonto. Stampa, tivù e social vari l’hanno frettolosamente definita “la cometa del secolo”. Come sempre nel nostro paese, quando si parla di astronomia, si cerca il sensazionalismo ed i titoli “acchiappa like” e attenzione si sprecano, quasi sempre senza motivo. Da parte nostra ci auguriamo davvero che stavolta abbiano ragione (anche se alla fine del secolo manca ancora parecchio), ma le certezze non vanno molto d’accordo con le comete, notoriamente gli oggetti più imprevedibili del Sistema Solare. Quindi preferiamo stare con i piedi ben piantati per terra ed attendere gli eventi con la speranza, quella sì, di assistere a qualcosa di indimenticabile.

Nell’immagine tratta dal sito in-the-sky.org la posizione della cometa Tsuchinshan-ATLAS all’alba alle 06:00 del 25 settembre 2024. Località Roma.

Ulteriori dettagli a fine mese nella rubrica on-line pubblicata su www.coelum.com e soprattutto nel numero di ottobre della rivista.

JWST ARP 107 nuova occhiata alle collisioni galattiche

Arp 107 catturata dalla telecamera MIRI del JWST. Credit: NASA, ESA, CSA, STScI
Arp 107 catturata dalla telecamera MIRI del JWST. Credit: NASA, ESA, CSA, STScI

Un’interazione tra una galassia ellittica e una galassia a spirale più grande, note collettivamente come Arp 107, sembra aver dato alla spirale una prospettiva più felice grazie ai due ‘occhi’ luminosi e all’ampio ‘sorriso’ semicircolare che ne sono derivati. Questa immagine è un composito, che combina osservazioni del MIRI (Mid-InfraRed Instrument) e della NIRCam (Near-InfraRed Camera) di Webb.

Arp 107
Questa immagine composita di Arp 107, creata con i dati della NIRCam (Near-InfraRed Camera) e del MIRI (Mid-InfraRed Instrument) del telescopio spaziale James Webb. Coppia di galassie interagenti. La più grande delle due galassie è leggermente a destra del centro ed è composta da un centro bianco nebbioso e luminoso e da un anello di filamenti gassosi, che sono diverse tonalità di rosso e arancione. Verso il basso a sinistra e in basso a destra dell’anello ci sono filamenti di gas che si muovono a spirale verso il nucleo. In alto a sinistra dell’anello c’è un notevole spazio vuoto, delimitato da due grandi sacche arancioni di polvere e gas. La galassia più piccola è composta da gas e polvere nebbiosi e bianchi, che diventano più diffusi allontanandosi dal suo centro. In basso a sinistra di questa galassia, c’è una nuvola di gas più piccola e diffusa che si diffonde verso i bordi dell’immagine. Molte galassie rosse, arancioni e bianche sono sparse ovunque, alcune hanno un aspetto più nebuloso e altre hanno schemi a spirale più definiti. Credit: NASA, ESA, CSA, STScI

NIRCam evidenzia le stelle all’interno di entrambe le galassie e rivela la connessione tra di esse: un ponte trasparente e bianco di stelle estratte da entrambe le galassie durante il loro passaggio. I dati MIRI , rappresentati in rosso-arancio, mostrano regioni di formazione stellare e polvere composta da molecole organiche simili a fuliggine note come idrocarburi aromatici policiclici. MIRI fornisce anche un’istantanea del nucleo luminoso della grande spirale, sede di un buco nero supermassiccio.

La galassia a spirale è classificata come galassia di Seyfert, uno dei due gruppi più grandi di galassie attive, insieme alle galassie che ospitano quasar. Le galassie di Seyfert non sono luminose o distanti come i quasar, quindi sono posti migliori per studiare fenomeni simili in luce a bassa energia, come l’infrarosso.

Questa regione è molto simile alla galassia Cartwheel, una delle prime galassie interagenti osservate da Webb. Arp 107 potrebbe essersi rivelata molto simile nell’aspetto alla Cartwheel, ma poiché la galassia ellittica più piccola ha avuto una collisione decentrata anziché un colpo diretto, la galassia a spirale se l’è cavata con solo i suoi bracci a spirale disturbati.

La collisione non è così brutta come sembra. Sebbene prima si verificasse molta formazione stellare, le collisioni tra galassie possono comprimere il gas, migliorando le condizioni necessarie alla formazione di più stelle. D’altro canto, come rivela Webb, le collisioni disperdono anche molto gas, privando potenzialmente le nuove stelle del materiale di cui hanno bisogno per formarsi.

Webb ha catturato queste galassie nel processo di fusione, che richiederà centinaia di milioni di anni. Mentre le due galassie si ricostruiscono dopo il caos della loro collisione, Arp 107 potrebbe perdere il suo sorriso, ma inevitabilmente si trasformerà in qualcosa di altrettanto interessante da studiare per i futuri astronomi.

Arp 107 si trova a 465 milioni di anni luce dalla Terra, nella costellazione del Leone Minore.

Arp 107 schema dati
Credit: NASA, ESA, CSA, STScI

 

Fonte: https://esawebb.org/news/weic2324/

Quando ti assegnano i superpoteri avanzati

Esistono gli esseri umani normali, come la maggior parte di noi, e poi esistono i Supereroi. I Supereroi sono quella categoria ristretta di esseri speciali che nella quotidianità, per la maggior parte del tempo, appaiono come tutti noi, con i soliti pregi e difetti, ma poi, all’occasione, sfoderano i loro superpoteri, di cui sono stati misteriosamente dotati da forze sconosciute. Ed ecco che c’è chi è capace di leggere nella mente, passare attraverso i muri, compiere balzi prodigiosi, sprigionare raggi laser potentissimi dai polpastrelli, o trasformarsi in esseri muscolosissimi come Hulk, che a causa di questo superpotere ha dilapidato un patrimonio in camicie strappate e non più aggiustabili.


Non sappiamo come avvenga la distribuzione dei superpoteri agli umani da parte dell’Ente Supremo che li gestisce. Non sappiamo come questo misterioso Comitato decida di affidare al signor Brambilla la capacità di superare la velocità della luce, e alla signora Luisa quello dell’invisibilità. Sappiamo però che a volte la Cupola dei Supereroi si trova a raschiare il fondo della pentola dei superpoteri rimasti ancora disponibili, e quindi può capitare che una mattina un tranquillo signore qualunque si svegli e si ritrovi con un superpotere che – diciamo – difficilmente gli tornerà utile per salvare il mondo. È il caso di una signora italiana (le cui generalità sono state giustamente occultate dal Gruppo di Coordinamento Mondiale dei Supereroi) che, alcuni anni fa, ha avuto in dono il superpotere di mummificare le uova.


Ebbene sì, c’è chi riesce a passare attraverso i muri, chi diventa invisibile, chi fonde l’acciaio con la mente, e chi invece ha il superpotere di mummificare le uova con la sola imposizione delle mani. Questa signora, resasi improvvisamente conto di avere acquisito questo inaspettato dono, presa da un reale sconcerto ha contattato il Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, con l’intento di capire cosa le stava succedendo. Della serie: why me?!


La signora ha raccontato agli esperti del Cicap che le bastava rompere un uovo su un piattino, imporre le mani, lasciare l’uovo a riposare per qualche giorno, e incredibilmente, alla fine, invece di marcire e produrre l’insopportabile puzza di uovo marcio, l’uovo vetrificava e si seccava senza puzzare, come la mummia di Similaun.


A parte che ci sarebbe da discutere su cosa scatti nella mente di un essere umano quando decide di rompere un uovo e, invece che friggerlo mettendoci sopra due fette di pancetta, imporci le mani e lasciarlo su una mensola per vedere se marcisce, ma non stiamo a farci domande a cui non è possibile dare risposta. Fatto sta che, ancor prima di capire in che modo il mondo avrebbe potuto essere salvato da questo inaspettato dono che le era stato assegnato, la signora voleva capire cosa le fosse realmente successo, e per questo si è rivolta al Cicap.


Gli esperti del Cicap (tutta gente serissima e noiosissima che non ride mai e non crede mai a niente), invece di stupirsi di questo incredibile superpotere, hanno chiesto alla signora di poter fare una prova semplicissima: accanto alle uova sulle quali la signora aveva imposto le mani, hanno chiesto di poter mettere altre uova, rotte da un socio Cicap che non aveva ricevuto nessun dono speciale se non quello di essere uno scettico rompiballe.

Le uova sono restate buone buone per alcuni giorni, sia quelle a cui erano state imposte le mani, sia quelle del Cicap, identiche in tutto e per tutto escluso il fatto di non aver ricevuto la speciale infusione. Infine, dopo alcuni giorni – magia! – tutte le uova si erano mummificate allo stesso modo, sia quelle benedette, che quelle del Cicap.


Il motivo, spiegato dalla chimica e dalla fisica, è che in un ambiente secco quale era quello dove la signora aveva riposto le uova, l’acqua in esse contenuta evapora velocemente, prima ancora che i batteri riescano a far partire il processo che creerebbe muffa e cattivo odore. Il risultato è che le uova si vetrificano direttamente, senza passare per lo stadio di uova marce e puzzolenti. Un semplice effetto dei fenomeni naturali, che ha illuso un Supereroe mancato.


Cosa ci insegna tutto questo? Ci insegna l’importanza del campione di controllo, un ingrediente fondamentale della metodologia scientifica, sia che si ricerchi il bosone di Higgs, la cura per la sciatica o la mummificazione delle uova. Ovvero, andare a verificare se il fenomeno cercato si manifesta  anche in situazioni in cui non dovrebbe verificarsi, ovvero quando è assente la causa che si ritiene faccia accadere il fenomeno (in questo caso l’imposizione delle mani). E per colpa del Cicap, della metodologia scientifica e di un briciolo di razionalità, il mondo è stato privato di un potenziale Supereroe. Che comunque – diciamocelo – non avrebbe ricevuto chiamate urgenti molto spesso. Magari, al limite, da qualche chef che voleva stupire con un menù di tendenza.


L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

Is There Anybody Out There?

ABSTRACT

“Is There Anybody Out There?” esplora la possibilità dell’esistenza di altre civiltà nell’universo e se sia possibile rilevarle attraverso le onde radio. Partendo da un’analogia con la celebre canzone dei Pink Floyd, il testo descrive i limiti delle tecnologie attuali, le distanze astronomiche e la potenza necessaria per trasmettere e ricevere segnali nello spazio.

Con un approccio scientifico, vengono presentate formule e calcoli per spiegare quanto sia complesso captare segnali alieni, anche tenendo conto del rumore di fondo della nostra galassia. Si discute anche dell’importanza della frequenza di campionamento e della digitalizzazione delle trasmissioni. Nonostante la difficoltà di intercettare segnali alieni, il documento incoraggia comunque a mantenere la speranza e la curiosità scientifica, concludendo che, pur essendo estremamente improbabile, la possibilità di trovare altre forme di vita non è completamente esclusa.

Se sei affascinato dalla possibilità di vita extraterrestre e dalle sfide tecnologiche nel rilevarla, ti invito a leggere questo approfondimento che unisce scienza, matematica e riflessioni sulla nostra posizione nell’universo!


Introduzione

La citazione nel titolo, per chi non è vecchietto come me, è dei Pink Floyd, brano presente nel loro famosissimo album “The Wall”, e ci sta tutta con l’argomento di oggi.

Nella Via Lattea, la galassia in cui viviamo, ci sono centinaia di miliardi di stelle, e attorno a molte di esse orbitano sicuramente dei pianeti che oggi non riusciamo ancora a scorgere se non in minima parte a causa dei primitivi metodi che utilizziamo a tale scopo (tipicamente il metodo del transito se abbiamo la fortuna che stella e pianeta siano allineati, oppure il metodo della velocità radiale che però mal si adatta a trovare terre in regione abitabile); ma con tanti pianeti presenti, è possibile che noi si sia davvero soli nell’Universo?


Là fuori, da qualche parte, c’è qualcuno con cui dialogare?

Oggi vedremo se c’è la possibilità di scoprirlo, e lo faremo grazie a uno strumento che tutti noi conosciamo: le onde radio.

Fin dal 12 dicembre 1901, da quando Guglielmo Marconi effettuò la prima trasmissione radio transatlantica, l’uomo riempie l’etere con le sue trasmissioni radio, che hanno quindi superato oramai la bella distanza di 120 anni luce, visto che le onde radio si propagano attraverso il vuoto alla stessa velocità.


Questo significa che, dotati di apparati particolarmente sensibili, orecchie aliene potrebbero ascoltare i nostri discorsi sintonizzandosi sulle stazioni commerciali così come potremmo fare noi, a parti invertite.

Vedremo però che non è esattamente così, anzi, credo proprio di no, e adesso vi spiego il perché.


Punto uno: la potenza di trasmissione e le distanze


L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Questo è sicuramente uno dei pezzi forti della questione, anche se c’è da digerire un po’ di matematica; se quest’ultima non fosse però di vostro gradimento, potete saltare subito al penultimo paragrafo di questo capitolo :o)

In radioastronomia si usa come unità di misura lo Jansky (simbolo: Jy), che è una unità di misura del flusso e della densità di flusso elettromagnetico; uno jansky vale 10−26 watt per metro quadro per hertz e prende il nome dal fisico statunitense Karl GutheJansky, che scoprì le onde radio di origine galattica nel 1930.

La formula per ottenere il flusso in Jansky è:


Una stazione radio commerciale (così come una stazione televisiva) usa potenze di trasmissione che vanno da 10 a 100 kW; se prendiamo come esempio una stazione tipica FM, questa ha una frequenza di circa 100 MHz, e allora dovremo fare: Jy = (100.000 W x 1026) / (1,12×1035 mq x 100.000.000 Hz) = 8,9×10-13Jy, ovvero, se i miei calcoli sono giusti, poco meno di un picoJansky, davvero molto poco, tenendo conto che il fondo radio a 10 GHz della Via Lattea è di circa 2.000 Jy (fonte: Wikipedia), ovvero oltre due milioni di miliardi di volte più intenso.


Per capire quanto debole sia questo flusso, prendiamo un’altra strada: le trasmissioni radio-televisive si basano per l’appunto sulle onde radio, che sono radiazioni elettromagnetiche appartenenti all’omonimo spettro, con frequenze che vanno da 0 a 300 GHz, e come tutte le radiazioni elettromagnetiche sono formate da fotoni, che hanno energia proporzionale alla loro frequenza (o inversamente proporzionale alla loro lunghezza d’onda), e la formula che serve per calcolare l’energia di un fotone è:

dove E è L’energia del fotone, h è la costante di Planck, c è la velocità della luce nel vuoto e λ è la lunghezza d’onda del fotone; fatti i dovuti calcoli, ogni singolo fotone emesso da questa stazione ha quindi una potenza di poco più di 4×10−7eV o, se preferiamo, 6,6×10-26 joule;

Se quindi ipotizziamo di utilizzare 100 kW per la nostra trasmittente (facendo l’improbabile ipotesi che tutta l’energia venga convertita in onde radio e quindi in fotoni), il numero di fotoni emessi sarà di 100.000 / 6,6×10-26, ovvero circa 1,5×1030 fotoni al secondo, un numero enorme.


Ma anche le distanze astronomiche sono enormi.

NyGrafico
che riporta il flusso in Jansky delle più conosciute radiosorgenti in astronomia; nelle ordinate (Y) trovate il flusso in Jansky e nelle ascisse (X) la frequenza in megahertz; entrambe le scale sono in scala logaritmica (uno step corrisponde a un aumento di 10 volte).
In nero trovale le sorgenti all’interno del sistema solare, in rosso quelle galattiche e in blu quelle extragalattiche.
In basso, contrassegnato con una ‘X’ rossa, è indicato il flusso di una trasmittente radio che trasmette a 100 MHz con una potenza di 100 kW posta a 10 anni luce di distanza.
Per confronto, in alto trovate una ‘X’ blu che rappresenta il flusso che riceviamo da un cellulare che trasmette a 1,8 GHz con una potenza di 0,5 watt, posto a un chilometro di distanza; il flusso è circa cento miliardi di miliardi di volte più forte.
La linea verde indica invece la sensibilità tipica di un radiotelescopio da 300 metri di diametro; questa cambia comunque in base a molti fattori, quali ma non solo temperatura, rapporto segnale/rumore, assorbimento dell’aria, distanza angolare dallo zenit.

Se poniamo ad esempio di trasmettere ad una distanza di 10 anni luce (piccola in termini astronomici, dovremmo essere estremamente fortunati a trovare una civiltà aliena proprio sulla porta di casa), e ponendo che la trasmissione sia omnidirezionale (a dir la verità normalmente nelle trasmissioni radio si usano i dipoli, ma nel nostro caso non cambia poi moltissimo, visto i numeri in gioco), la superficie della sfera con un simile raggio è di 4π x (10 x 9,46×1015)2 = circa 1,12×1035 metri quadrati, dove 9,46×1015 sono i metri presenti in un anno luce.


Confrontando il numero dei fotoni emessi al secondo dalla nostra stazione(1,5×1030) con la superficie della sfera ottenuta (1,12×1035), otteniamo che, per poter ricevere UN FOTONE AL SECONDO (sempre ammesso e non concesso che non ci siano dispersioni o assorbimenti nel tragitto e che gli apparati trasmittenti e riceventi abbiano una resa del 100%, il che è impossibile) da detta sorgente, dovremmo usare un’antenna parabolica con una superficie utile pari a circa 100.000 metri quadrati (dieci ettari!), ovvero dovrebbe avere un diametro di circa 308 metri; diciamo quindi che sarebbe compatibile con FAST (Five hundred meter Aperture Spherical Telescope), il radio telescopio costruito nel sudovest della Cina, che usa una superficie ottica attiva che modifica di continuo per creare una parabola allineata il meglio possibile con la porzione desiderata di cielo, ottenendo una dimensione effettiva utilizzabile della parabola di 300 m.


Gli array di antenne (come VLA o simili) non migliorano di molto la situazione in questo caso, in quanto la sensibilità dipende esclusivamente dalla superficie utile della singola antenna o al massimo dalla somma delle superfici utili delle antenne, non certo dalla loro distanza che incide solo sulla risoluzione che possiamo ottenere, mentre è ininfluente ai fini della sensibilità.


Punto due: la frequenza di campionamento

Ora, un campionamento a 1 Hz (un fotone al secondo) non serve a nulla.

Per campionare qualsiasi suono, secondo il teorema di Nyquist-Shannon, serve una frequenza di campionamento almeno doppia a quella della sua frequenza massima; ad esempio, per campionare una voce umana (che va nel parlato dai 70 ai 350 Hz, dagli adulti ai bambini), è necessario effettuare ad intervalli regolari almeno 700 campionamenti al secondo; un campionamento a frequenze inferiori renderebbe inintelligibile la trasmissione.


Questo significa che se volessimo ascoltare una trasmissione radio aliena, un fotone al secondo non sarebbe sufficiente; ne servirebbero infatti almeno 700 per avere una possibilità di poter distinguere chiaramente le voci presenti nelle trasmissioni (ammesso e non concesso che la gamma aliena delle frequenze nel parlato sia simile a quella terrestre), e quindi servirebbe un’antenna con una superficie utile 700 volte superiore a quella precedentemente ipotizzata, ovvero di 70.000.000 metri quadrati (70 chilometri quadrati!).


Ovviamente, se invece volessimo ricevere dei dati, la frequenza di campionamento minima sarebbe quella della banda informatica misurata in bit/s (una normale connessione internet supera allegramente i 100.000.000 di bit/s, ovvero 100 Mbit/s).

Questo ipotizzando che non ci siano disturbi e che basti un solo fotone per campionamento, che però dipende strettamente dal metodo della trasmissione che stiamo utilizzando, e qui apriamo il terzo punto.


Punto tre: tipologia di trasmissione e digitalizzazione

Se un radiotelegrafista della vecchia scuola cercasse di capire se ci sono trasmissioni radio sulla Terra, probabilmente concluderebbe con un bel no.

Questo perché lui cercherebbe solo trasmissioni tipo acceso/spento (come quando si preme il pulsante di un telegrafo), mentre le trasmissioni attuali sono o a modulazione di ampiezza (AM), a modulazione di frequenza (FM) o un misto delle due, che richiedono strumenti e tecniche completamente diverse.


Rappresentazione del campionamento di un segnale. Il segnale continuo S(t) è rappresentato con una linea verde mentre i campioni discreti sono indicati con linee verticali blu.

Inoltre, già ora, a poche decine di anni dalle prime trasmissioni, si tende a digitalizzare, comprimere e criptare un po’ tutto (basta pensare ai decoder terrestri digitali e alle radio digitali come la DAB, già in uso) per poter aumentare il numero di canali a disposizione, e quindi c’è da credere che qualunque civiltà tenderà ad aumentare la quantità di informazioni per singolo canale in maniera vertiginosa, rendendo assolutamente inutile un campionamento a 700 Hz come precedentemente ipotizzato (si parte dal Mbit/s in su).


Ma facciamo finta che gli extraterrestri siano un popolo di burloni, e che intendano mantenere le loro trasmissioni radio su vetusti standard.

simo ricevere 1 fotone al secondo da una sorgente radio che trasmettesse a 100 MHz con 100 kW di potenza posta a 10 anni luce da noi, servirebbe in linea di puro principio un’antenna con una parabola con un diametro almeno da 308 metri, più dell’altezza della Torre Eiffel.
(2) Sempre in linea teorica, se poi volessimo campionare la trasmissione a 700 Hz così da poter rendere intellegibili suoni come la voce umana, il suo diametro dovrebbe essere almeno di 8 km
(3) Nella realtà dei fatti, il diametro effettivo necessario in condizioni standard sarebbe di diversi ordini di grandezza più grande, relegandone la costruzione alla sola fantascienza; in ogni caso, non servirebbe a molto: il rumore di fondo galattico sarebbe comunque milioni di miliardi di volte più potente.

Punto quattro: le frequenze

Le onde radio sono ‘spalmate’ su un’enorme gamma di frequenze, che vanno dalle EHF alle ELF, con un numero colossale di canali, che ovviamente è impossibile ascoltare contemporaneamente:

Bande delle onde radio

Banda

Frequenza

Lunghezza d’onda

ExtremelyLowFrequency (ELF)

3 – 30 Hz

100.000 – 10.000 km

Super LowFrequency (SLF)

30 – 300 Hz

10.000 – 1.000 km

Ultra LowFrequency (ULF)

300 – 3.000 Hz

1.000 – 100 km

VeryLowFrequency (VLF)

3 – 30 kHz

100 – 10 km

LowFrequency (LF)

30 – 300 kHz

10 – 1 km

Medium Frequency (MF)

300 – 3.000 kHz

1 km – 100 m

High Frequency (HF)

3 – 30 MHz

100 – 10 m

Very High Frequency (VHF)

30 – 300 MHz

10 – 1 m

Ultra High Frequency (UHF)

300 – 3.000 MHz

1 m – 100 mm

Super High Frequency (SHF)

3 – 30 GHz

100 – 10 mm

Extremely High Frequency (EHF)

30 – 300 GHz

10 – 1 mm

Frequenze molto diverse richiedono inoltre anche tipi di antenne diverse, e quindi non è solo una questione di ‘cambiare canale’, bensì di utilizzare strutture adatte all’uopo.

Si presume inoltre che una civiltà sufficientemente avanzata utilizzi anche dei canali molto stretti, il che non fa che complicare le cose visto che il loro numero aumenterebbe di conseguenza; insomma, è come cercare un ago in un pagliaio.


Negli anni ’50 del secolo scorso, comunque, Giuseppe Cocconi e Philip Morrison scrissero un articolo su Nature indicando le frequenze più consone a cui effettuare tali ricerche, e le individuarono da 1 MHz a 10 GHz, con particolare riferimento a quelle incentrate sulla lunghezza d’onda di 21 centimetri dell’idrogeno neutro (1,42 GHz) dato che per un astronomo dovrebbe essere quasi una scelta naturale usare tale frequenza; successivamente, altre ricerche hanno dimostrato che al di sotto di 1 GHz la radiazione di sincrotrone emessa dagli elettroni in movimento nei campi magnetici delle galassie è troppo forte e arrecherebbe troppo disturbo, mentre sopra i 10 GHz c’è l’interferenza dovuta al rumore prodotto dalle molecole di acqua e dagli atomi di ossigeno nella nostra atmosfera, quindi il range si restringe almeno un po’.

Punto cinque: il rumore di fondo

E qui casca l’asino, come si suole dire.

Qui c’è una piccola tabellina che indica qual è il valore in Jansky di alcune sorgenti radio (fonte: Wikipedia):

Value (Jy)

Source

110.000.000

GSM telephonetransmitting 0.5 W at 1.8 GHz at a distance of 1 km (RSSI of −70 dBm)

20.000.000

DisturbedSunat 20 MHz (Karl GutheJansky’sinitialdiscovery, published in 1933)

4.000.000

Sunat 10 GHz

1.600.000

Sunat 1.4 GHz

100.0000

Milky Way at 20 MHz

10.000

1 solar fluxunit

2.000

Milky Way at 10 GHz

1.000

QuietSunat 20 MHz

Confrontando questi valori con il valore ottenuto precedentemente nel punto uno per una radio che trasmette con 100 kW di potenza a 100 MHz a 10 anni luce di distanza, ovvero 8,9×10-13Jy, si vede che il confronto è improbo.


Se paragonato ad esempio con il rumore di fondo che produce la Via Lattea a 10 GHz (lo so, non è la frequenza delle stazioni radio standard, ma se guardate bene la tabellina, a frequenze inferiori è molto peggio), la proporzione è di 2.000 Jy contro 8,9×10-13Jy, ovvero il nostro segnale sarebbe circa 2,24×1015 volte più debole (oltre due milioni di miliardi!); a queste condizioni, è come cercare di ascoltare un suono milioni di volte più debole del ticchettio di un orologio (20 dBA) mentre siamo a un concerto Rock (105 dBA).

Ovvio che è un’impresa impossibile.


Come se non bastasse, è improbabile che su un intero pianeta ci sia solo una stazione radio a trasmettere sulla frequenza da noi scandagliata, e quindi sarebbe difficilissimo distinguere una dall’altra visto che le riceveremmo tutte insieme: basta pensare a quando ci spostiamo in macchina, e, percorsa una certa distanza, sentiamo il sovrapporsi delle stazioni a seconda se ci avviciniamo o allontaniamo da questa o da quella; è come cercare di distinguere una sola conversazione tra due persone a distanza in un’area affollatissima in cui tutti parlano, come per esempio l’atrio di una grande stazione ferroviaria.

Quindi, anche se riuscissimo a creare un’enorme antenna in grado di rilevare i debolissimi segnali radio emessi dalle stazioni aliene, ci troveremmo a confrontarci con un soverchiante e assordante brusio che renderebbe vano qualunque nostro tentativo.

Punto sei: il ‘timing’

L’Universo esiste da circa 13 miliardi di anni mentre noi stiamo usando le onde radio da poco più di un secolo, correndo inoltre il rischio che qualcuno schiacci per errore il pulsante sbagliato nuclearizzandoci tutti, o che il nostro modo di vivere distrugga l’ambiente o che sconvolga il clima; insomma, spero che l’uomo possa procedere nella sua strada per molto tempo ancora, ma il futuro non è perfettamente sereno, e la nostra parentesi di permanenza come società civile su questo meraviglioso globo verdazzurro potrebbe concludersi, ahimè, anzitempo.


Poco più di un secolo in confronto a 13 miliardi di anni, per ora, quindi.

Molto poco: se dovessimo prendere noi come esempio per le altre civiltà, dovremmo avere una fortuna sfacciata a puntare l’orecchio verso il sistema stellare giusto, nel momento giusto: in termini probabilistici, una probabilità su 100 milioni circa, ovvero dieci volte più bassa di quella che avremmo avuto di vincere il primo premio alla lotteria Italia di quest’anno acquistando un solo biglietto.

Ma non si può mai sapere.

Conclusione

Ma allora il progetto SETI e tutte quelle volte che ci dicevano ‘stiamo ascoltando il cosmo per cercare qualcuno là fuori’ ci prendevano in giro?

Sì e no.

Non potremo mai ascoltare la voce di un Pavarotti proveniente da Sirio o guardare un canale televisivo da Arturo, questo è scontato, e la mia opinione in questo specifico contesto è quindi un secco “non si può fare”.


Però potremmo riuscire ad ascoltare i segnali diretti esattamente verso di noi da altre civiltà, come abbiamo fatto noi nel 1974: per celebrare un consistente ampliamento del radiotelescopio da 305 m di Arecibo, un messaggio in codice di 1.679 bit fu trasmesso verso l’ammasso globulare M13, distante da noi circa 25 000 anni luce.


Sì, è vero, è difficilissimo che si riesca ad intercettare simili segnali: bisogna stare ad ascoltare con enormi antenne nella direzione giusta, sulla frequenza giusta, sperando che gli esserini verdi inviino il segnale esattamente verso di noi e soprattutto essere lì ad ascoltare nel momento esatto in cui questi segnali arrivano: in fondo noi abbiamo trasmesso solo qualche sparuto messaggio, e l’Universo esiste da molti miliardi di anni.

Esistono però altre emissioni radio che esulano dalle trasmissioni commerciali e che focalizzano il segnale in fasci ristretti, come ad esempio certi tipi di radar, che forse in futuro potremmo riuscire a captare se saremo fortunati, anche se in tal caso potremo capire solo che c’è qualcuno là fuori e stop, ma forse basterebbe già questo.


Ma se in fondo ritengo decisamente improbabile che si possa ricevere qualche segnale da un’aliena civiltà, è anche vero che se non stessimo in ascolto le probabilità sarebbero semplicemente zero. Quindi, meglio provare (et res non semper, spesmihisemperadest, come direbbe Publio Ovidio Nasone); inoltre, il progetto SETI, come altri analoghi, sono solo delle propaggini di progetti più ampi, che studiano invece con successo l’Universo che ci circonda, non dimentichiamolo.


[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

ShaRA#7 – Iras Vera Shell

The Shell il risultato finale del Super Stacking
The Shell il risultato finale del Super Stacking

Abstract

Per il progetto ShaRA#7, il team ShaRA, composto da Alessandro Ravagnin, Andrea Iorio e altri membri ha utilizzato un nuovo telescopio situato nella valle di Rio Hurtado, in Cile, di proprietà di un membro del gruppo, assumendo vantaggi come la possibilità di effettuare esposizioni più lunghe senza limiti economici o vincoli sulle fasi lunari. Questa libertà ha permesso di optare per un target poco noto: il complesso nebulare IRAS Vela Shell, che include l’oggetto BBW56.

L’elaborazione delle immagini è stata complessa a causa della densità stellare e della difficoltà di calibrare i colori, poiché il target non è classificato in letteratura. Il gruppo ha utilizzato strumenti come StarNet++ e PixInsight per ottenere risultati ottimali, anche se ha incontrato difficoltà con la gestione dei dati a causa dell’elevata risoluzione delle immagini. Il progetto ha visto la partecipazione di 13 membri su 21 e ha prodotto elaborazioni molto diverse tra loro, segno di una sperimentazione avanzata del metodo di “superstacking”.

di ShaRA Team

Introduzione

Con il settimo progetto, il team ShaRA ha cambiato leggermente paradigma. Il team infatti ha operato sempre virtualmente dal Cile, sotto uno dei cieli più bui e belli del mondo sfruttando i telescopi del servizio Chilescope, questa volta tuttavia la scelta è ricaduta su un telescopio di recente installazione nel complesso ObsTech, sempre nella famosa valle di Rio Hurtado, di proprietà di un membro del gruppo. Sfruttare un telescopio di proprietà di un membro del gruppo offre svariati vantaggi fra i quali ad esempio nessun esborso economico per l’affitto del telescopio. Nessun limite anche nella gestione delle esposizioni tanto da calcare la mano allungandole a piacere senza particolari vincoli, cade anche il vincolo dovuto alla schedulazione dalle fasi lunari e, quindi, il team ha goduto di una maggiore flessibilità anche nella scelta del target finale.  Inoltre, una volta deciso il soggetto, abbiamo anche potuto eseguire delle pose di prova per verificare il campo inquadrato e le emissioni al variare dei filtri della rastrelliera, test proibitivi in caso di affitto dello strumento e spesso sacrificati in favore di una maggiore disponibilità di tempo per l’acquisizione.

Vista del complesso ObsTech. Crediti: YURIY BELETSKIY
Vista del complesso ObsTech. Crediti: YURIY BELETSKIY

Normalmente infatti questi test non sono consigliabili con i telescopi remoti per una mera questione economica: ogni minuto speso per fare tentativi, costa tempo e quindi denaro! Inoltre i telescopi spesso non sono disponibili per brevi sessioni di prova; le sessioni minime prenotabili non possono essere inferiori ad un certo minutaggio (intorno ai 20 o 30 minuti a seconda del telescopio). Per tutti i motivi di cui sopra, per i precedenti progetti ShaRA, il team ha lavorato pianificando a tavolino in anticipo e in maniera rigorosa le riprese, documentandosi in rete sui vari target scelti, usando a riferimento le immagini di altri astrofotografi, e programmando le osservazioni minuziosamente in modo da prenotare tempestivamente i telescopi del servizio prenotato. La novità del nuovo strumento invece per ShaRA#7 ci ha consentito di lavorare in modo, diciamo, molto più smart e comodo, decidendo di giorno in giorno come procedere con le sessioni di ripresa e, nel caso, apportare modifiche anche all’ultimo secondo.

Localizzazione del telescopio nel complesso ObsTech nella valle di Rio Hurtado
Localizzazione del telescopio nel complesso ObsTech nella valle di Rio Hurtado

ShaRA#7: il target


l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]


Alla fine per quale target abbiamo optato quindi per ShaRA#7? 

La scelta è ricaduta su un complesso nebulare non molto conosciuto e poco fotografato tanto che dal 2011 ad oggi le immagini catalogate sono poco più di una decina, ma ciò nonostante ci è apparso subito come molto affascinante.


Notevoli difficoltà si sono manifestate anche nel trovarne una classificazione/ID nella letteratura disponibile online e non. Tanto da arrivare a credere che non ne esista traccia in nessun paper (limitatamente alle piattaforme ARXIV e sul portale di Harvard), mentre compare in alcune pubblicazioni amatoriali presenti ad esempio su Astrobin o pagine personali, che lo identificano come BBW56. Approfondendo ancora la ricerca ci siamo anche imbattuti in alcuni articoli relativi al complesso a cui appartiene questo target, denominato come IRAS Vela Shell, un anello di emissione infrarossa presente nelle mappe IRAS della regione Gum-Vela, coincidente con la Nebulosa Gum. Si tratta di un’enorme massa di gas in espansione e in fase di disintegrazione per l’influenza di giovani stelle di tipo OB poste al suo centro. Uno scenario catastrofico sostenuto da vari fenomeni osservati nella regione come una maggiore formazione stellare, globuli con bordi luminosi (di cui uno è proprio BBW56, la nostra scelta) e di natura grumosa del gas molecolare, che indicano tutti una disgregazione in atto all’interno della nube stessa.


Un frame che mostra la grande densità stellare nel campo inquadrato.
Un frame che mostra la grande densità stellare nel campo inquadrato.

ShaRA#7: l’immagine


Dopo il record di 19 partecipazioni al superstacking di ShaRA#6 (che ha valso al gruppo la copertina del primo numero del 2024 di COELUM!), in questa nuova avventura siamo tornati a numeri “normali”, ossia 13 partecipanti su un totale di 21 membri. Cosa, tra l’altro, molto bizzarra considerando che sapevamo che per ShaRA#7 avremmo usato un telescopio di proprietà, non andando dunque a spendere soldi ma probabilmente lo stop natalizio ci ha un po’ impigriti e appesantiti, proprio come avviene dopo le vacanze estive.


Abbiamo lavorato con un Takahashi Epsilon da 160mm di diametro e 530mm di focale, con camera ASI 6200MM, filtri Astronomik DeepSkyRGB e a banda stretta Halpha/SII da 6nm e, dopo alcuni test di integrazione, abbiamo optato per 18 ore di pose in Halpha, 10 ore in SII, 12 ore in totale per i canali RGB (250x180s), scartando l’OIII.


L’idea iniziale era infatti quella di realizzare una composizione in Hubble palette, usando i filtri SII/Halpha/OIII, ma dopo alcuni frame catturati con il filtro OIII è apparsa evidente la scarsissima emissione a questa lunghezza d’onda tanto da convincerci a desistere dall’intento. Una condizione simile infatti avrebbe necessitato di svariate decine di ore di acquisizione per ottenere poi in fondo solo un flebile segnale.


Dal punto di vista dell’elaborazione dei dati e dell’immagine, le difficoltà riscontrate dal gruppo son state principalmente due: una enorme densità stellare nel campo e la calibrazione dei colori della composizione RGB.

Nel primo caso, per evidenziare al meglio la debole luminosità del complesso molecolare, si è resa assolutamente necessaria la rimozione delle stelle tramite tool quali StarNet++ o StarXTerminator. Si tratta di una pratica oramai è di uso comune tra gli astrofotografi, che consente di lavorare sulle curve, sulla luminosità e sul contrasto delle parti più deboli della nebulosa senza alterare o addirittura rovinare la morfologia delle stelle.


Per la seconda difficoltà, invece, i tool di calibrazione automatica dei colori di PixInsight (Photometric Color Calibration o il nuovo Spectro Photometric Color Calibration) non si sono rivelati particolarmente utili non essendo in grado di individuare l’oggetto che, come detto in precedenza, in letteratura non è classificato. Avendo inoltre pose in Halpha e in SII, oltre a quelle RGB, nella combinazione finale di ogni elaborazione si è optato per un mix di calibrazione automatica partendo dalle coordinate del centro FoV e una calibrazione fatta a mano con l’ausilio degli istogrammi di intensità per canale. Operando in simile maniera i risultati finali ottenuti sono stati 12 elaborazioni completamente diverse una dall’altra dal punto di vista della composizione dei canali e quindi della resa cromatica. Fra le lavorazioni c’è chi ha optato solo per la strada della banda stretta con composizione SHH o HSS, oppure chi ha optato solo per la strada RGB, e chi invece per una miscela con SHRGB o HRGB. Non si era mai presentata prima tanta disomogeneità e varietà dei risultati dovuta alla variabilità nel processing, ma in spirito proattivo abbiamo sfruttato la novità per testare ulteriormente il nostro metodo di superstacking.


Al complesso lavoro di cui sopra si sono aggiunte alcune difficoltà legate al sovraccarico della potenza dei nostri PC, affaticati dalla gestione di una densità importante di pixel dalla camera ASI6200MM. Essa infatti è caratterizzata da una matrice di 9576*6388 pixel che ha restituito una composizione RGB da 700Mbyte. Per alcuni partecipanti, in possesso di PC diciamo un po’ datati o con prestazioni non elevate, i processi di rimozione delle stelle e di riduzione del rumore hanno richiesto anche più di 30 minuti quando, addirittura, in casi estremi i programmi non andavano completamente in stallo. In spirito collaborativo ci siamo aiutati a vicenda mettendo a disposizione i mezzi più potenti quando necessario.


Tirando le conclusioni e valutando il quadro generale possiamo ritenerci soddisfatti anche di quanto appreso e realizzato in questa nuova impresa ove, oltre al grosso vantaggio introdotto dal cambio di strumento ci siamo accorti che rispetto ad altre occasioni non solo l’esperienza del singolo è stata determinante ma anche la scelta del software ha fortemente condizionato il risultato finale. Infatti, nonostante i molti tentativi alcuni passaggi chiave nell’elaborazione sono stati possibili solo tramite l’utilizzo di Pixinsight.


The Shell il risultato finale del Super Stacking
The Shell il risultato finale del Super Stacking

Vi salutiamo augurando più nottate serene a tutti.


Al prossimo numero con un nuovo target e con una nuova storia!


[/swpm_protected]

 

Contributi dei partecipanti

 

L’articolo è pubblicato in COELUM 267 IN VERSIONE CARTACEA


ERG CHECH 002 all’Origine del Sistema Solare

A partire dal numero 267 di Coelum, inizia una rubrica volta alla conoscenza delle meteoriti. Descriveremo singoli oggetti, particolarmente significativi o classi di meteoriti, esaminando le loro caratteristiche, le origini e la storia che ci possono raccontare. E proprio pensando alla storia del Sistema Solare, abbiamo dedicato il primo articolo ad una recente scoperta; una delle più importanti meteoriti mai trovate, che ha aperto una finestra sulle prime fasi di formazione del nostro sistema planetario

 

ABSTRACT

Erg Chech 002, una delle meteoriti più importanti scoperte, risale a circa 4,565 miliardi di anni fa, poco dopo la formazione del Sistema Solare. Erg Chech 002, una rarissima acondrite non raggruppata, fornisce importanti informazioni sull’evoluzione dei protopianeti e sul calore generato dall’isotopo Al26, fondamentale nella formazione planetaria. La scoperta ha aperto nuove prospettive sugli eventi magmatici del primissimo Sistema Solare.


È una sensazione strana, toccare un meteorite, essere consapevoli che quella roccia è un oggetto alieno; un estraneo che non condivide nulla con noi, giunto dallo spazio, quasi sempre da un passato antico, quando il Sistema Solare era giovane ed i pianeti erano ancora in formazione. Nessuna roccia terrestre può raccontarci questa storia. Seppure la terra si è formata 4,560 miliardi di anni fa, come indicano i radiogenici, con le tecniche di decadimento isotopico, il materiale che compone l’attuale crosta terrestre più volte rielaborata dai processi geologici, ha mediamente età di decine o centinaia di milioni di anni e le più vecchie rocce terrestri, trovate nel Quebec arrivano “solo” a 4 miliardi di anni.


ERG CHECH 002 Campione di meteorite
ERG CHECH 002 Campione di meteorite

 


Ma una gran parte delle meteoriti risalgono ai tempi della formazione del Sistema Solare, e possono darci molte informazioni su come fosse fatta la nebulosa presolare e sulle varie fasi di formazione del nostro sistema planetario. Questi dati, integrati con altri studi, come quelli sulle zone di formazione stellari, sulle YSO (Young Star Object) e sugli esopianeti, sono fondamentali per giungere ad una conoscenza sistematica dei processi che portano alla formazione, più in generale, di tutti i sistemi planetari.
Nel 2020 nella regione dell’Erg Chech, un’area desertica nella zona centrale dell’Algeria, un team francese ha scoperto un nuovo meteorite, scomposto in diverse decine di frammenti di varie dimensioni il cui nome ricevuto è Erg Chech 002. Si tratta di una meteorite pietrosa, un acondrite (ovvero senza condrule). Questo tipo di meteoriti, sono estremamente rare (meno dell’1% di tutte quelle conosciute) e provengono da oggetti “differenziati”, ovvero, abbastanza grandi da subite una fusione e formazione di una crosta. Appartengono a questa classe, ad esempio il gruppo delle HED (provenienti da Vesta), le Lunari e le SNC (Marziane). Una piccola percentuale di acondriti, presentano caratteristiche tali da non permettere un raggruppamento. Proprio in questa piccola sezione spicca Erg Chech 002, considerata oggi la roccia ignea più antica, conosciuta.


L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

 


Nel 2020 nella regione dell’Erg Chech, un’area desertica nella zona centrale dell’Algeria, un team francese ha scoperto un nuovo meteorite, scomposto in diverse decine di frammenti di varie dimensioni il cui nome ricevuto è Erg Chech 002.  Si tratta di una meteorite pietrosa, un acondrite (ovvero senza condrule).  Questo tipo di meteoriti, sono estremamente rare (meno dell’1% di tutte quelle conosciute) e provengono da oggetti “differenziati”, ovvero, abbastanza grandi da subite una fusione e formazione di una crosta. Appartengono a questa classe, ad esempio il gruppo delle  HED (provenienti da Vesta), le Lunari e le le SNC (Marziane). Una piccola percentuale di acondriti, presentano caratteristiche tali da non permettere un raggruppamento. Proprio in questa piccola sezione spicca Erg Chech 002, considerata oggi la roccia ignea più antica, conosciuta. La sua età lascia esterrefatti. Le datazioni radiometriche che sfruttano decadimenti di isotopi dell’Uranio in isotopi del Piombo, combinate con il cronometro Al26-Mg26 permettono di creare una cronologia precisa, che collega iradiocronometri di breve durata (Al26) a quelli di lunga durata (Pb). Si scopre così che il magma che la formò scorreva 4,565 miliardi di anni fa, circa 1 milione di anni dopo la formazione dei CAIs, che sono inclusioni di Calcio e Alluminio, che si trovano in alcune condriti carbonacee primitive (come Allende) e che si sono formate nelle vicinanze della protostella che sarebbe divenuta il sole, nelle sue prime fasi di formazione.


Quindi un milione di anni dopo l’inizio della contrazione della protostella, nel disco protoplanetario erano presenti oggetti abbastanza grandi ed evoluti, da formare fenomeni magmatici effusivi. Difatti Erg Chech è un’Andesite, un tipo di roccia igna che sulla terra è solitamente associata alle fosse di subduzione, dove la crosta terrestre è spinta nel mantello, formando lave ricche di silicati, differenti da quelle basaltiche, più ricche di ferro e magnesio.  Questo ovviamente non significa che sul proto pianetaprogenitore di Erg Chech vi fosse attività tettonica. Non è neppure possibile sapere quanto grande fosse il corpo progenitore, anche se per poter subire un riscaldamento come quello documentato dalla storia termica del meteorite, doveva misurare certamente più di un centinaio di chilometri. Di certo si è stabilito che l’accrescimento fu rapido, così come il suo raffreddamento dato che il meteorite non subì significativi eventi termici dopo i 4,559 miliardi di anni fa.

ERG Chech 002 campione di meteorite
ERG Chech 002 campione di meteorite

 


Una scoperta estremamente importante operata studiando questo oggetto è la quantità dell’isotopo Al26, presente nel disco protoplanetario. Tale isotopo dalla breve emivita (717.000 anni) è stato certamente una delle principali fonti di calore al quale pianeti e protopianeti hanno attinto per la loro differenziazione. Studi recent (E. Krestianinov et al. 2023. Igneous meteorites suggest Aluminium-26 heterogeneity in the early Solar Nebula. NatCommun 14, 4940), mostrano come Al26 non fosse uniforme all’interno della nebulosa e ciò fa pensare a qualche forma di arricchimento tardivo.


La dimostrazione dell’unicità di Erg Chech 002, è ben documentata dal numero di articoli accademici e comunicazioni in continua crescita anche su riviste dell’importanza di Nature.

Lo studio dei meteoriti apre una finestra su un lontanissimo passato permettendo di comprendere meglio l’evoluzione, la chimica ed i processi che avvennero nella nebulosa presolare, nel disco protoplanetario e persino nell’evoluzione dei protopianeti,  in quelle prime, importantissime fasi che portarono alla nascita del Sistema Solare come oggi lo conosciamo.


NOME

Erg Chech 002 

ANNO E LUOGO DEL RITROVAMENTO

2020   Algeria

MASSA

31.78 Kg

CLASSIFICAZIONE

ACONDRITE NON RAGGRUPPATA

STORIA DELLA CLASSIFICAZIONE

Meteoritical Bullettin 109 (2020)

LINK AL METEORITICAL BULLETTIN

https://www.lpi.usra.edu/meteor/metbull.php?code=72475

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

 
 

A partire dal numero 267 di Coelum, inizia una rubrica volta alla conoscenza delle meteoriti. Descriveremo singoli oggetti, particolarmente significativi o classi di meteoriti, esaminando le loro caratteristiche, le origini e la storia che ci possono raccontare. E proprio pensando alla storia del Sistema Solare, abbiamo dedicato il primo articolo ad una recente scoperta; una delle più importanti meteoriti mai trovate, che ha aperto una finestra sulle prime fasi di formazione del nostro sistema planetario

 

ABSTRACT

Erg Chech 002, una delle meteoriti più importanti scoperte, risale a circa 4,565 miliardi di anni fa, poco dopo la formazione del Sistema Solare. Erg Chech 002, una rarissima acondrite non raggruppata, fornisce importanti informazioni sull’evoluzione dei protopianeti e sul calore generato dall’isotopo Al26, fondamentale nella formazione planetaria. La scoperta ha aperto nuove prospettive sugli eventi magmatici del primissimo Sistema Solare.


È una sensazione strana, toccare un meteorite, essere consapevoli che quella roccia è un oggetto alieno; un estraneo che non condivide nulla con noi, giunto dallo spazio, quasi sempre da un passato antico, quando il Sistema Solare era giovane ed i pianeti erano ancora in formazione. Nessuna roccia terrestre può raccontarci questa storia. Seppure la terra si è formata 4,560 miliardi di anni fa, come indicano i radiogenici, con le tecniche di decadimento isotopico, il materiale che compone l’attuale crosta terrestre più volte rielaborata dai processi geologici, ha mediamente età di decine o centinaia di milioni di anni e le più vecchie rocce terrestri, trovate nel Quebec arrivano “solo” a 4 miliardi di anni.


ERG CHECH 002 Campione di meteorite
ERG CHECH 002 Campione di meteorite

 


Ma una gran parte delle meteoriti risalgono ai tempi della formazione del Sistema Solare, e possono darci molte informazioni su come fosse fatta la nebulosa presolare e sulle varie fasi di formazione del nostro sistema planetario. Questi dati, integrati con altri studi, come quelli sulle zone di formazione stellari, sulle YSO (Young Star Object) e sugli esopianeti, sono fondamentali per giungere ad una conoscenza sistematica dei processi che portano alla formazione, più in generale, di tutti i sistemi planetari.
Nel 2020 nella regione dell’Erg Chech, un’area desertica nella zona centrale dell’Algeria, un team francese ha scoperto un nuovo meteorite, scomposto in diverse decine di frammenti di varie dimensioni il cui nome ricevuto è Erg Chech 002. Si tratta di una meteorite pietrosa, un acondrite (ovvero senza condrule). Questo tipo di meteoriti, sono estremamente rare (meno dell’1% di tutte quelle conosciute) e provengono da oggetti “differenziati”, ovvero, abbastanza grandi da subite una fusione e formazione di una crosta. Appartengono a questa classe, ad esempio il gruppo delle HED (provenienti da Vesta), le Lunari e le SNC (Marziane). Una piccola percentuale di acondriti, presentano caratteristiche tali da non permettere un raggruppamento. Proprio in questa piccola sezione spicca Erg Chech 002, considerata oggi la roccia ignea più antica, conosciuta.


L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

 


Nel 2020 nella regione dell’Erg Chech, un’area desertica nella zona centrale dell’Algeria, un team francese ha scoperto un nuovo meteorite, scomposto in diverse decine di frammenti di varie dimensioni il cui nome ricevuto è Erg Chech 002.  Si tratta di una meteorite pietrosa, un acondrite (ovvero senza condrule).  Questo tipo di meteoriti, sono estremamente rare (meno dell’1% di tutte quelle conosciute) e provengono da oggetti “differenziati”, ovvero, abbastanza grandi da subite una fusione e formazione di una crosta. Appartengono a questa classe, ad esempio il gruppo delle  HED (provenienti da Vesta), le Lunari e le le SNC (Marziane). Una piccola percentuale di acondriti, presentano caratteristiche tali da non permettere un raggruppamento. Proprio in questa piccola sezione spicca Erg Chech 002, considerata oggi la roccia ignea più antica, conosciuta. La sua età lascia esterrefatti. Le datazioni radiometriche che sfruttano decadimenti di isotopi dell’Uranio in isotopi del Piombo, combinate con il cronometro Al26-Mg26 permettono di creare una cronologia precisa, che collega iradiocronometri di breve durata (Al26) a quelli di lunga durata (Pb). Si scopre così che il magma che la formò scorreva 4,565 miliardi di anni fa, circa 1 milione di anni dopo la formazione dei CAIs, che sono inclusioni di Calcio e Alluminio, che si trovano in alcune condriti carbonacee primitive (come Allende) e che si sono formate nelle vicinanze della protostella che sarebbe divenuta il sole, nelle sue prime fasi di formazione.


Quindi un milione di anni dopo l’inizio della contrazione della protostella, nel disco protoplanetario erano presenti oggetti abbastanza grandi ed evoluti, da formare fenomeni magmatici effusivi. Difatti Erg Chech è un’Andesite, un tipo di roccia igna che sulla terra è solitamente associata alle fosse di subduzione, dove la crosta terrestre è spinta nel mantello, formando lave ricche di silicati, differenti da quelle basaltiche, più ricche di ferro e magnesio.  Questo ovviamente non significa che sul proto pianetaprogenitore di Erg Chech vi fosse attività tettonica. Non è neppure possibile sapere quanto grande fosse il corpo progenitore, anche se per poter subire un riscaldamento come quello documentato dalla storia termica del meteorite, doveva misurare certamente più di un centinaio di chilometri. Di certo si è stabilito che l’accrescimento fu rapido, così come il suo raffreddamento dato che il meteorite non subì significativi eventi termici dopo i 4,559 miliardi di anni fa.

ERG Chech 002 campione di meteorite
ERG Chech 002 campione di meteorite

 


Una scoperta estremamente importante operata studiando questo oggetto è la quantità dell’isotopo Al26, presente nel disco protoplanetario. Tale isotopo dalla breve emivita (717.000 anni) è stato certamente una delle principali fonti di calore al quale pianeti e protopianeti hanno attinto per la loro differenziazione. Studi recent (E. Krestianinov et al. 2023. Igneous meteorites suggest Aluminium-26 heterogeneity in the early Solar Nebula. NatCommun 14, 4940), mostrano come Al26 non fosse uniforme all’interno della nebulosa e ciò fa pensare a qualche forma di arricchimento tardivo.


La dimostrazione dell’unicità di Erg Chech 002, è ben documentata dal numero di articoli accademici e comunicazioni in continua crescita anche su riviste dell’importanza di Nature.

Lo studio dei meteoriti apre una finestra su un lontanissimo passato permettendo di comprendere meglio l’evoluzione, la chimica ed i processi che avvennero nella nebulosa presolare, nel disco protoplanetario e persino nell’evoluzione dei protopianeti,  in quelle prime, importantissime fasi che portarono alla nascita del Sistema Solare come oggi lo conosciamo.


NOME

Erg Chech 002 

ANNO E LUOGO DEL RITROVAMENTO

2020   Algeria

MASSA

31.78 Kg

CLASSIFICAZIONE

ACONDRITE NON RAGGRUPPATA

STORIA DELLA CLASSIFICAZIONE

Meteoritical Bullettin 109 (2020)

LINK AL METEORITICAL BULLETTIN

https://www.lpi.usra.edu/meteor/metbull.php?code=72475

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

 
 

UGC 11105 DEBOLE ma solo in apparenza

La ripresa del telescopio Hubble di UGC 11105 circondata da stelle più brillanti.
La ripresa del telescopio Hubble di UGC 11105 circondata da stelle più brillanti. Credit: ESA/Hubble& NASA, R. J. Foley (UC Santa Cruz)

ABSTRACT

UGC 11105 è una spirale fotografata dal telescopio Hubble. Con una magnitudine apparente di 13,6, UGC 11105 appare fioca e pervasa da un bagliore evanescente, ma è una galassia ricca di fenomeni cosmici. I suoi due bracci a spirale contengono ammassi di giovani stelle blu, mentre il nucleo ospita un buco nero supermassiccio. Nel 2019, una supernova (SN2019pjs) esplose in uno dei bracci, aumentando temporaneamente la luminosità della galassia. L’immagine cattura anche altre stelle della Via Lattea e galassie distanti sullo sfondo.

Il periodo migliore per l’osservazione e la ripresa è l’estate.

UGC 11105 Debolezza Apparente

L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

La bella galassia che appare pervasa da un velo leggero di luce in questa ripresa del telescopio Hubble è la spirale UGC 11105, dotata di due magnifici bracci principali che si dispiegano maestosi attorno al nucleo giallastro. Il bagliore delle brillanti stelle in primo piano, che con la galassia condividono la scena celeste, non riesce ad offuscare la luce debole ed evanescente diffusa da UGC 11105. I bracci, strettamente avvolti, si disperdono gradualmente nella parte terminale in un ampio alone di stelle e polveri, fornendo alla galassia un aspetto ovaleggiante.

Volendo essere precisi, UGC 11105 ha una magnitudine apparente di 13,6 in banda ottica. Per definire la luminosità di un oggetto in cielo gli astronomi utilizzano due tipi di magnitudini, dal momento che un corpo celeste vicino a noi può apparire più luminoso rispetto ad altri oggetti distanti, pur non essendolo realmente. In particolare, la magnitudine apparente descrive quanto appaiono luminosi gli oggetti se osservati dalla Terra. Ad esempio, la stella Betelgeuse è 21.000 volte più brillante del nostro Sole, ma, dal momento che il Sole è ben più vicino alla Terra, Betelgeuse appare in cielo molto meno luminosa. La magnitudine assoluta, invece, indica una misura effettiva della luminosità intrinseca degli oggetti astronomici, anche se, a meno che non venga corretta, non tiene conto di variazioni di luminosità provocate da fattori come l’estinzione, cioè l’assorbimento o la dispersione della radiazione ad opera del materiale diffuso che si interpone tra l’oggetto e l’osservatore terrestre. La misurazione della magnitudine si basa su una scala logaritmica inversa, per cui i valori numericamente più bassi, che possono essere anche negativi, corrispondono a una maggiore luminosità.

La Galassia UGC 11105 nella Costellazione di Ercole
La Galassia UGC 11105 nella Costellazione di Ercole

Confrontando la magnitudine apparente nell’ottico di UGC 11105 (circa 13,6) con quella del Sole (circa -26,8), deduciamo che la nostra stella appare in cielo ben 14 milioni di miliardi più luminosa rispetto a UGC 11105 dalla prospettiva terrestre, anche se UGC 11105 è in realtà un’intera galassia, popolata da miliardi di stelle! Le stelle più deboli visibili ad occhio nudo arrivano a una magnitudine circa 6. Hubble, tuttavia, è in grado di rilevare oggetti con magnitudine apparente fino a 31, pertanto l’osservazione di UGC 11105 non rappresenta una sfida particolarmente ardua per il telescopio.

Nonostante il suo aspetto dimesso ed evanescente, UGC 11105 ospita un nucleo galattico attivo: nel suo cuore si annida un buco nero supermassiccio che divora avidamente materiale dall’ambiente circostante. Inoltre, nel 2019 gli astronomi hanno osservato in uno dei bracci del disco galattico un’esplosione di supernova di Tipo II, catalogata come SN2019pjs. Anche se le conseguenze dell’evento distruttivo che ha segnato la fine di una stella massiccia non sono più visibili in questa ripresa, il bagliore derivante dalla detonazione stellare ha offuscato la luce emessa dall’intera galassia per un periodo di qualche mese. 

La ripresa del telescopio Hubble di UGC 11105 circondata da stelle più brillanti.
La ripresa del telescopio Hubble di UGC 11105 circondata da stelle più brillanti. Credit: ESA/Hubble& NASA, R. J. Foley (UC Santa Cruz)

È evidente nell’immagine che gli avvolgenti bracci a spirale della galassia ospitano ammassi di giovani stelle massicce, le cui elevate temperature fanno sì che risplendano in blu. Addensamenti di gas e polveri distribuiti nei bracci sono riserve di materiale per la formazione di ulteriori stelle, mentre nel bulge centrale si raggruppano stelle giallastre più antiche e nubi di polveri compatte. UGC 11105 appare attorniata da stelle brillanti, che appartengono alla Via Lattea, e da piccole macchie luminose di vario colore, che in realtà sono addirittura galassie molto più distanti.

 

Come Osservare

a cura di Cristian Fattinnanzi

UGC 11105 si trova nella costellazione di Ercole, in una zona che possiamo indicare approssimativamente a metà strada tra la stella Gemma (della Corona Boreale) e la stella Altair (dell’Aquila). La galassia in questione culmina a mezzanotte verso metà luglio, altissima in cielo, ad oltre 65° di altezza sull’orizzonte per qualsiasi regione Italiana. Il periodo migliore per l’osservazione e la ripresa è quindi l’estate. La breve durata della notte tuttavia proprio nei mesi estivi non favorirà riprese prolungate di molte ore per accumulare la flebile luce di questa galassia distante circa 110 milioni di anni luce da noi. La sua magnitudine è vicina alla 14, per cui ipotizzo sia attenuata anche dalle polveri e gas periferici della Via Lattea, prospetticamente piuttosto vicina.

La forma di questa galassia si presenta come una bella spirale di tre quarti con dimensioni interessanti, ben superiori a quelle delle galassie interagenti presentate nell’altra scheda di questo numero. La focale che consiglio per riprendere questo oggetto nei suoi dettagli è di almeno 100 volte la dimensione del sensore, per cui circa 2000mm sul formato APS-C.

Visualmente, la magnitudine e l’estensione di UGC 11105 non favoriscono un’elevata luminosità superficiale, per cui l’oggetto risulta particolarmente difficile per strumenti con diametri sotto ai 35-35 cm, fondamentali saranno la qualità del cielo, usare un buon ingrandimento che consenta di mantenere il cielo poco luminoso e l’adattamento del nostro occhio all’oscurità. I filtri nebulari non forniranno particolari vantaggi, come abbiamo spesso detto in occasione di oggetti che emettono su tutto lo spettro come le galassie.

Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

Visuale: 5/5

Fotografica: 3/5

RIF: https://esahubble.org/images/potw2405a/

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

 
 

Eclisse lunare parziale di penombra il 18 Settembre 2024

Pubblichiamo il trafiletto dedicato all’evento del 18 settembre comparso in COELUM 269 nella sezione il Cielo del Bimestre Considerando come riferimento la zona di Roma tale evento avrà inizio alle ore 02:41 con la Luna a +39°, la cui fase massima si verificherà alle ore 04:44 con la Luna ad un’altezza di +23°. L’eclisse avrà termine alle 06:47 con la Luna ormai in prossimità dell’orizzonte ad un’altezza di soli +2° con una “magnitudine di penombra” di 1.037 (valore che indica la frazione della Luna oscurata con l’ingresso della penombra della Terra). Inoltre si avrà una “magnitudine umbral” di 0.085 che sta ad indicare la frazione della Luna che viene oscurata dal cono d’ombra della Terra.
Luna penombra 18 settembre 2024
Eclisse lunare penombra 18 settembre 2024
La fase iniziale di questa eclisse parziale sarà perfettamente visibile da tutto il territorio nazionale con la Luna ad un’altezza superiore ai 30/35°, mentre in Sardegna e Sicilia raggiungerà addirittura i 40/42° di altezza. Anche la fase massima di questo evento si renderà visibile da tutta Italia anche se con una minore altezza della Luna comunque sempre intorno ai +20/22°, mentre la Sardegna vedrà il massimo dell’eclisse in condizioni leggermente migliori (Luna fino a +26°). La fase terminale di questo evento invece avverrà in condizioni non ottimali e col nostro satellite ad un’altezza diffusamente intorno ai +3/5°, mentre in Basilicata, Molise, Campania, Puglia e Sicilia la Luna sarà ormai alcuni gradi sotto l’orizzonte. L’occasione è imperdibile per organizzare sessioni fotografiche per immortalare questo sempre interessante evento.

Vuoi essere sempre aggiornato sul Cielo del Mese?

ISCRIVITI alla NEWSLETTER!

Corso di Astronomia Fondamentale e Sorprendente

    0

    Si terrà a Roma ma si potrà seguire ovunque in streaming il Corso di Astronomia Fondamentale e Sorprendente.

    Rivolto a tutti, comprende sia gli argomenti fondamentali di astronomia che tutti dovrebbero conoscere, sia una quantità di approfondimenti illuminanti solitamente esclusi dalla divulgazione.

    Per dare un’idea della ricchezza e varietà di argomenti coperti dal corso, ecco alcune DOMANDE a cui il corso risponde:

    • Perché il centro della Terra è caldo come la superficie del Sole?
    • Come facciamo a conoscere le distanze delle stelle?
    • Perché la Luna ci mostra sempre la stessa faccia?
    • Se l’Universo è nato da un’esplosione, quale ne è il centro?
    • Fino a quanti km d’altezza un oggetto può ricadere a terra anziché galleggiare nello spazio?
    • Qual è la stella che si vede sempre vicina alla Luna?
    • Perché ogni tanto si vede la Luna di giorno?
    • Perché ad agosto vediamo ritornare sempre le stelle cadenti?
    • È vero che si possono vedere le stelle di giorno osservando dal fondo di un pozzo?
    • Si può assistere a due tramonti nello stesso giorno?
    • Come fanno a brillare le protostelle che non hanno ancora innescato le reazioni nucleari?
    • Quanti “quarti di Luna” servono per eguagliare in luminosità una Luna piena, e perché?
    • Di che colore è realmente il Sole (e le stelle)?
    • Quanto è facile stabilire l’età dell’Universo?
    • Perché le stelle scintillano (e i pianeti no)?
    • Di quali astri riusciamo a vedere l’ombra?
    • Quali scoperte sensazionali alla sua portata si è fatto sfuggire Galileo?
    • Quale è stato (sempre lo stesso fin dall’Antichità!) il peggior nemico dei cosmologi?
    • Chi ha tentato per primo di stimare la distanza delle stelle?
    • Qual è lo strumento essenziale della moderna indagine astronomica?
    • Chi è stato il primo astronomo? (E cosa scoprì?)..
      …..

    Ospitato da Accademia delle Stelle e tenuto da un astrofisico, il corso si può acquistare qui: https://accademiadellestelle.org/corso-di-astronomia-sorprendente/

     

     

    Cos’è che fa splendere il Sole?

    Abstract

    Ritengo che chiedersi quale possa essere il meccanismo che permette al Sole di brillare sia una domanda spontanea e quasi inevitabile. Ai nostri giorni, pur con le indispensabili semplificazioni, anche chi frequenta la scuola primaria ha modo di conoscere la risposta scientificamente corretta. Ma non è sempre stato così. Che all’origine di questa energia vi fosse una sequenza di reazioni nucleari che, coinvolgendo atomi di idrogeno, producono atomi di elio è parte del nostro sapere scientifico solamente dal 1939. Proviamo dunque a ripercorrere a grandi linee le risposte che, nel corso del tortuoso cammino che spesso caratterizza la scienza, sono state proposte.

    Il Sole che produce tutta l’energia necessaria

    Facile comprendere come il Sole occupi da sempre un posto particolare nella società umana. Fin dall’antichità non solo gli viene riconosciuto un ruolo chiave nel garantire una situazione climatica favorevole alla vita, ma le periodicità del suo cammino in cielo (alternanza giorno/notte e ciclo stagionale) si rivelano anche un ottimo strumento per tener traccia dello scorrere del tempo. Inevitabile che – sia per la potenza che mostra di avere, sia per la sua costante presenza fin dalla notte dei tempi – nelle civiltà del passato venga identificato con una divinità e adorato come tale. Poco importa definire quali siano la vera natura e l’origine dello splendore e del calore del Sole. L’idea di Aristotele (384 – 322 a.C.) che le leggi della natura valide sulla Terra non siano necessariamente vincolanti per gli oggetti celesti taglia la testa al toro: a differenza dei fuochi terrestri, quel mondo ardente può bruciare per quanto tempo vuole senza creare nessun problema. Per Aristotele la Terra è costituita da materiali che decadono e la luce che qui viene prodotta non può durare a lungo: le fiamme sussultano e cambiano continuamente di forma, il combustibile si esaurisce e la luce si spegne. Sul Sole, però, le cose funzionano in modo differente e quel fuoco che lo alimenta si comporta in modo differente dai roghi a noi famigliari. Nel 1833, anno in cui l’astronomo britannico John Herschel (1792 – 1871) pubblica il suo Trattato sull’Astronomia, affrontando brevemente la questione della fonte dell’energia solare non può che ammettere che si è di fronte a un grande mistero e che gli astronomi sono in grandissima difficoltà. «Se si potessero azzardare congetture per l’origine della radiazione solare – scrive Herschel – dovremmo guardare piuttosto alla nota possibilità di una generazione indefinita di calore per attrito, oppure alla sua eccitazione per scarica elettrica, piuttosto che a qualsiasi combustione di combustibile ponderabile, sia solido che gassoso». La grandissima difficoltà proviene soprattutto dal fatto che chiedersi come il Sole produca la sua energia è strettamente collegato alla domanda relativa alla sua età: due facce di una medesima medaglia. Infatti, se riusciamo a determinare quanta energia produce il Sole, possiamo verificare se le fonti di energia proposte sono in grado di sostenere tale produzione per tutto il tempo dell’esistenza del Sistema Solare. A proposito di quest’ultimo valore, nel 1650 il vescovo irlandese James Ussher (1581 – 1656) nel suo Annales Veteris Testamenti aveva suggerito, basandosi sui suoi conteggi della cronologia biblica, che la nascita della Terra e dell’intero cosmo fosse avvenuta intorno al 4000 a.C. Con neppure 6000 anni di vita alle spalle, trovare per il Sole una fonte di energia adeguata non sembrava poi così impegnativo. È pur vero che, poco più di un secolo dopo la stima di Ussher, James Hutton (1726 – 1797) pubblica quello che viene considerato il primo trattato di geologia moderna in cui non solo si afferma che la Terra è di gran lunga più antica, ma anche che i processi geologici attuali sono gli stessi che si sono verificati nel passato. Dalle considerazioni geologiche emerge con sempre maggiore evidenza che la Terra deve avere almeno qualche centinaio di milioni di anni. Quando poi, nel 1838, il fisico francese Claude Servais Pouillet (1790 – 1868) determina per la prima volta il valore della costante solare (praticamente, quanta energia arriva sulla Terra dal Sole), appare subito piuttosto evidente che, invocando anche il più efficiente tra i meccanismi di combustione chimica, si giungerebbe comunque a valori dell’età del Sole assolutamente incompatibili con le datazioni geologiche. Se si voleva risolvere il problema della produzione di energia del Sole, insomma, era necessario abbandonare la chimica e guardare altrove.

    Energia Meteoritica

    La prima teoria meccanica del calore solare, pubblicata nel 1841 dal tedesco Julius Robert von Mayer (1814 – 1878), chiama in causa una continua cattura da parte del Sole di asteroidi dallo spazio circostante. Mayer ritiene che gli asteroidi che colpiscono il Sole ad alta velocità siano in grado di generare da 4.600 a 9.200 volte più calore di quanto ne genera la combustione di un’uguale massa di carbone. Più che una caduta diretta, suggerisce un graduale movimento su spirali sempre più strette dovuto alla resistenza dell’etere che, stando alle idee del tempo, riempiva lo spazio. Secondo i suoi calcoli, ogni minuto cadrebbe sul Sole una massa intorno ai 2×1014 kg, vale a dire una massa terrestre ogni 56.800 anni. La valutazione, però, mette in luce un problema piuttosto spinoso: Mayer si rende conto, infatti, che un simile aumento della massa del Sole comporterebbe un accorciamento dell’anno siderale dell’ordine di mezzo secondo, un effetto in disaccordo con le osservazioni. La teoria meteoritica del calore solare viene suggerita una decina d’anni più tardi anche dal fisico scozzese John James Waterston (1811 – 1883). Ignaro del lavoro di Mayer, tradotto in inglese solo nel 1863, Waterston sostiene che il calore del Sole ha la sua origine dall’afflusso di un gran numero di oggetti che, provenendo principalmente dall’esterno del Sistema Solare, colpiscono il Sole perpendicolarmente alla sua superficie. Le sue stime indicano che, imputando il calore del Sole interamente a tali cadute, il raggio solare aumenterebbe di circa cinque metri all’anno. Mentre Mayer era seriamente preoccupato dal problema dell’aumento di massa del Sole per le sue conseguenze astronomiche, Waterston lo ignorava o, probabilmente, non ne era consapevole.
    Lord William Thomson
    Lord William Thomson, comunemente noto come Lord Kelvin, svolse la sua indagine in molti settori della fisica (termodinamica, costituzione della materia, struttura dell’Universo,elettromagnetismo, …). La sua fama è legata in particolare a una delle formulazioni del Secondo principio della termodinamica e all’introduzione della scala termodinamica assoluta delle temperature. In suo onore l’unità di misura di tale scala venne chiamata kelvin.
    L’idea, in modo indipendente, viene proposta nel 1854 anche da William Thomson (1824 – 1907): i calcoli del futuro Lord Kelvin, però, lo portano a ipotizzare una pioggia meteoritica decisamente più intensa, suggerendo che si deve mettere in conto la caduta di 100 masse terrestri ogni 4.750 anni. Una quantità di materia davvero importante, ma – secondo le sue parole – «non più di quanto è perfettamente possibile che cada sul Sole». Per quanto riguarda la provenienza, Thomson nega esplicitamente l’ipotesi basata su oggetti provenienti dal Sistema Solare esterno, ma sostiene che i meteoroidi percorrono orbite interne all’orbita della Terra. I calcoli di Lord Kelvin, convinto assertore che lo stesso meccanismo meteoritico fosse responsabile anche della rotazione del Sole attorno al proprio asse, lo portano a concludere che è improbabile che il Sole riesca a mantenere l’attività attuale per molto più di 300.000 anni nel futuro. Si tratta del primo tentativo di calcolare la durata della vita del Sole sulla base di una teoria fisica. L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata [swpm_protected for=”3″] Quando, nel 1859, l’astronomo francese Urbain Le Verrier (1811 – 1877) annuncia l’esistenza di un’anomalia del perielio di Mercurio, la cui precessione non era in accordo con la meccanica newtoniana, per un breve periodo Thomson pensa che la scoperta sia la prova della sua teoria. Ben presto, però, i calcoli gli mostrano che la massa di meteore che servivano ad alimentare il calore del Sole non concordava con la massa necessaria a spiegare l’anomalia di Mercurio. Senza contare che uno sciame troppo affollato di oggetti all’interno dell’orbita di Mercurio poteva causare non pochi problemi al passaggio delle comete. La durata costante dell’anno siderale e le conseguenti valutazioni che il meccanismo non sia sufficientemente energetico portano ben presto ad accantonare l’ipotesi meteoritica.

    Vincoli Stringenti

    Il problema di cosa ci fosse dietro all’energia del Sole cambia in modo drastico a partire dalla metà del XIX secolo in seguito alla scoperta del principio di conservazione dell’energia e delle leggi della Termodinamica. In un articolo del 1850 il fisico tedesco Rudolf Clausius (1822 – 1888) formula la sua teoria partendo da due principi fondamentali: il primo è la conservazione dell’energia e il secondo l’affermazione che è impossibile realizzare una macchina in grado, senza l’apporto di energia esterna, di trasferire calore da un corpo a temperatura più bassa a un altro a temperatura più alta. Nel volgere di una decina d’anni, la Termodinamica – nella versione di Clausius o in quella suggerita da Thomson – viene completata e accettata praticamente da tutti. La ricaduta sul problema della sorgente di energia del Sole è enorme: ogni teoria che prevede che il Sole possa essere un oggetto cosmico “eterno” ora non ha più motivazioni fisiche in grado di sostenerla. La ricerca di processi alternativi a quello meteoritico deve ora fare i conti con nuovi e più stringenti paletti fisici.
    Hermann von Helmholtz
    Statua di Hermann von Helmholtz presso l’Università Humboldt di Berlino. Medico, fisiologo e fisico tedesco venne soprannominato Cancelliere della fisica e fu uno tra gli scienziati più poliedrici del suo tempo. Alla fine del XIX secolo, la sua idea del meccanismo di contrazione gravitazionale, anche grazieall’autorevole approvazione di Lord Kelvin, diventò di fatto la teoria dominante per la produzione di energia del Sole.
    Nel 1854, il fisico tedesco Hermann von Helmholtz (1821 – 1894) propone come fonte dell’energia solare la contrazione gravitazionale, un meccanismo in grado non solo di evitare il problema dell’accumulo di massa, ma anche di garantire al Sole una produzione di energia più estesa nel tempo. Thomson, venuto a conoscenza della teoria di von Helmholtz, inizialmente ritiene quel meccanismo insufficiente, ma nel 1891 abbandona la sua idea meteoritica e abbraccia completamente quella gravitazionale. L’autorevolezza di Lord Kelvin fa sì che quella gravitazionale diventi la teoria più gettonata e, di fatto, per quarant’anni si propone come la teoria standard della produzione energetica del Sole. I calcoli di Thomson relativi alla “durata nel tempo” di questa produzione energetica lo portano a ottenere un valore intorno ai 20 milioni di anni. Un lasso di tempo apparentemente enorme, ma che si scontra subito con la datazione della Terra suggerita da altre discipline. Nel 1859, infatti, nella prima edizione del suo L’origine delle specie, Charles Darwin (1809 – 1882) propone un calcolo del tempo necessario per l’erosione del Weald, la formazione geologica che si estende tra le Downs del Nord e le Downs del Sud nell’Inghilterra meridionale. La sua stima è di 300 milioni di anni, un tempo che gli sembra consono con i ritmi evolutivi. Il problema è che questo tempo è troppo lungo perché si possa accettare che l’energia del Sole provenga dalla contrazione. Le osservazioni di Lord Kelvin a difesa della tempistica della contrazione gravitazionale e l’autorevolezza di cui godeva nell’ambiente scientifico finiscono persino con l’indurre Darwin a togliere quella valutazione dell’erosione del Weald dalle edizioni successive del suo libro. La diatriba sulla tempistica, comunque, è ben lungi dall’essere archiviata e non è neppure l’unico ostacolo con il quale la teoria gravitazionale deve fare i conti.

    Il Sole Radioattivo

    Maria Skłodowska Curie
    Ritratto di Maria Skłodowska Curie nel 1903, anno in cui, con il marito Pierre Curie e Antoine Henri Becquerel, ricevette il Nobel per la fisica per lo studio sulle radiazioni. Qualche anno dopo, nel 1911, le fu conferito anche il Nobel per la chimica per la sua scoperta del radio e del polonio. Furono le sue misurazioni dell’energia termica liberata dal radio che aprirono la strada alle teorie radioattive dell’energia solare.
    Nel 1896 Henri Becquerel (1852 – 1908) scopre la radioattività naturale dovuta alle trasformazioni che avvengono negli atomi di uranio. Con la scoperta, due anni più tardi, da parte di Marie Skłodowska Curie(1867 – 1934) e Pierre Curie (1859 – 1906) del radio e del polonio, due elementi molto più attivi dell’uranio, la radioattività comincia a fare veramente notizia e viene studiata con entusiasmo da un gran numero di ricercatori. Non si tarda così a ipotizzare quale fonte (o fonte aggiuntiva) per l’energia del Sole un meccanismo radioattivo. Nel 1903, usando un calorimetro a ghiaccio, Maria Curie e il suo assistente Albert Laborde(1878 – 1968) trovano che l’energia termica liberata dal radio è enorme. Le loro misurazioni mostrano che il decadimento genera 200 mila volte più calore della combustione completa del carbone e un paio d’anni più tardi Ernest Rutherford (1871 – 1937), pur ammettendo che non c’è una diretta evidenza di materia radioattiva sul Sole, sostiene che «dalla somiglianza della costituzione chimica del Sole e della Terra è prevedibile la sua presenza». L’assenza di una pur minima traccia di radio nello spettro solare è un notevole problema, ma una scoperta del 1868 fornisce ai sostenitori del Sole radioattivo una motivazione molto interessante. In quell’anno, in occasione di un’eclissi, il francese Jules Janssen (1824 – 1807) e l’inglese Norman Lockyer (1836 – 1920), indipendentemente l’uno dall’altro, studiando la luce solare e analizzandone lo spettro, individuano la riga di emissione di un elemento del tutto sconosciuto al quale verrà poi dato il nome di elio. Poiché l’elio, in seguito agli esperimenti condotti da Frederick Soddy (1877 – 1956) e William Ramsay (1852 – 1916) nei primi anni del Novecento, lo si ritrova sotto forma di raggi alfa quale sottoprodotto dei processi di decadimento del radio e di altri elementi radioattivi, il chimico e fisico americano Harry Clary Jones (1865 – 1916) suggerisce che, per spiegare l’energia solare,il decadimento del radio potrebbe essere un meccanismo migliore rispetto al meccanismo di contrazione di Helmholtz. Nel 1903 scrive che «se tutto l’elio del Sole proviene dal radio, allora devono esserci, o devono esserci state, enormi quantità di radio nel Sole». Restava sempre il problema – tutt’altro che secondario – di individuarne la presenza. Qualcosa sembra muoversi nel 1912, allorché Hermann Giebeler, un astronomo dell’Osservatorio di Bonn, riferisce di aver osservato nello spettro della Nova Geminorum 2 scoperta in quegli anni la presenza delle righe di uranio, radio e radon. Nello stesso anno il fisico tedesco Heinrich Kayser (1853 – 1940), un’autorità nel campo della spettroscopia, supporta indirettamente le prove di Giebeler suggerendo una teoria dell’origine delle novae basata su processi radioattivi. Tuttavia, le prove vengono contestate da altri astronomi e presto considerate errate. Delle linee riportate da Giebeler, infatti, non se ne trova traccia né all’Osservatorio di Mount Wilson, né all’Osservatorio Yerkes. Al di là dell’ingombrante problema dell’assenza del radio nello spettro solare, considerando la rapidità del suo decadimento, appare comunque evidente che la produzione energetica del Sole non possa basarsi solo su meccanismi radioattivi. Emerge, insomma, l’assoluta necessità di trovare altre spiegazioni e i tempi sono ormai maturi perché, finalmente, ci si incammini nella giusta direzione.

    Reazioni Nucleari

    Albert Einstein
    Albert Einstein ritratto durante una conferenza a Vienna nel 1921, anno in cuigli venne assegnato il Nobel per la fisica per il suo lavoro del 1905 sull’effetto fotoelettrico. Considerato il più importante fisico del XX secolo, la sua Teoria della Relatività (Ristretta e Generale) rivoluzionò profondamente la fisica e, a tutt’oggi, non è mai stata smentita.
    A indirizzare nel modo corretto le speculazioni dei fisici che si occupano dell’energia del Sole è senza dubbio il fondamentale lavoro di Albert Einstein (1879 – 1955) e la pubblicazione nel 1905 della sua famosa equazione (E=mc2) che lega la massa e l’energia. È vero che la relazione suggerisce una fonte in grado di mantenere la produzione energetica del Sole per un tempo incredibilmente lungo, ma è comunque indispensabile individuare come quella trasformazione da massa a energia possa avvenire. Nel 1919 l’astronomo statunitense Henry Norris Russell (1877 – 1957) suggerisce correttamente che la chiave di volta di quel processo va ricercata nell’elevatissima temperatura che caratterizza gli interni stellari. Proprio l’anno seguente, grazie alle accuratissime misurazioni ottenute con la spettroscopia di massa che gli valsero il Nobel nel 1922, il britannicoF rancis William Aston (1877 – 1945) trova che quattro atomi di idrogeno sono più pesanti di un atomo di elio. Secondo Arthur Eddington(1882 – 1944), uno dei più importanti astrofisici degli inizi del XX secolo, potrebbe essere questa la chiave per spiegare non solo la produzione di energia, ma anche l’incredibile lunghezza della vita del Sole (valutata in 100 miliardi di anni).
    Arthur Stanley Eddington
    Il britannico Arthur Stanley Eddington fu uno tra i più importanti astrofisici degli inizi del XX secolo. Non solo contribuì alla diffusione delle teorie di Einstein, ma fornì la prima prova della loro correttezza osservando la deviazione della luce stellare in occasione dell’eclissi del 1919. Fu il primo a ipotizzare che l’origine dell’energia solare potesse dipendere da reazioni nucleari.
    L’elio solare, insomma, può essere collegato a una fonte energetica ben più potente di quella radioattiva. Bisogna risolvere, però, un problema non da poco: spiegare come i nuclei di idrogeno (protoni) riescano a vincere la repulsione elettrostatica – la cosiddetta barriera di Coulomb – per fondersi, formare un atomo di elio e rilasciare energia. La risposta a questo cruciale interrogativo viene data nel 1929 dal fisico di origini russe George Gamow (1904 – 1968). Applicando le leggi della meccanica quantistica (effetto tunnel), Gamow giunge alla formula che,applicata al processo di fusione di due protoni, permette di calcolarne la probabilità di riuscita. Ciò che ottiene è l’esistenza di una probabilità non nulla che tale processo avvenga.
    Hans Albrecht Bethe
    Quando, un paio d’anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale,Hans Albrecht Bethe fuggì dalla Germania e giunse negli Stati Uniti, per le sue competenze in ambito nucleare gli venne affidata la direzione della divisione teorica del progetto Manhattan. Proprio queste competenze lo portarono a svolgere un ruolo fondamentale nella comprensione delle reazioni nucleari responsabili della produzione di energia nelle stelle. Premiato con il Nobel per la fisica nel 1967.
    Appurato che il processo, per quanto difficile, non era vietato, si trattava di andare fino in fondo e individuare la catena di reazioni grazie alle quali nel cuore del Sole l’idrogeno viene trasformato in elio liberando energia. Un problema tutt’altro che banale che vede la soluzione solamente nel 1939. È infatti in quell’anno che l’astronomo di origini tedesche Hans Bethe (1906 – 2005) pubblica i dettagli della reazione protone-protone, il meccanismo di produzione energetica dominante in stelle come il Sole. Nello stesso anno, in collaborazione con il fisico tedesco Carl Friedrich von Weizsäcker (1912 – 2007), propone il ciclo C-N-O, una catena di reazioni molto importante nella produzione di energia soprattutto nelle stelle più massicce del Sole (nella nostra stella contribuisce solamente per circa l’1%). L’apporto cruciale di Bethe alla fisica stellare gli verrà ufficialmente riconosciuto nel 1967 con l’assegnazione del Premio Nobel. Le reazioni nucleari non solo sono in grado di giustificare l’entità della produzione energetica del Sole, ma anche di garantire che tale produzione si protragga ormai da quei quattro miliardi e mezzo di anni che l’analisi geologica attribuisce al nostro pianeta. Ci sono ancora molti elementi da chiarire – si pensi, per esempio, alla spinosa questione del numero dei neutrini risolta solamente nei primi anni 2000 – ma il problema dello splendore del Sole si può finalmente dichiarare risolto. [/swpm_protected] L’articolo è pubblicato in COELUM 266 VERSIONE CARTACEA

    [GrAG] 14 settembre, Notte Internazionale dell’Osservazione della Luna 2024 – Lazio

    il 14 settembre 2024 è una data speciale per gli amanti dell’astronomia del Lazio, poiché segna la Notte Internazionale dell’Osservazione della Luna. Questo evento, nato grazie all’organizzazione della NASA, celebra la bellezza e il mistero del nostro satellite naturale ed offre un’occasione unica per osservare la Luna e Saturno con gli anelli quasi di taglio in questo periodo, attraverso potenti telescopi. Ecco tre appuntamenti straordinari, tutti ad ingresso libero e gratuito, che avranno luogo in concomitanza in diverse località del Lazio: Viterbo – Giardini Colle del Duomo – Palazzo dei Papi Organizzato dal Gruppo Astrofili Galileo Galilei APS, con il patrocinio del Comune di Viterbo, questo evento si terrà nei Giardini Colle del Duomo – Palazzo dei Papi, con ingresso dal Polo Monumentale Colle Del Duomo. L’osservazione avrà inizio alle 19:00 e terminerà alle 23:00. L’ingresso è libero e gratuito, senza necessità di prenotazione. Gli astrofili forniranno spiegazioni sulle caratteristiche della Luna. Inoltre, sarà possibile ammirare Saturno. Roma – Villa Carpegna (XIII Municipio Roma Aurelio). Anche a Roma, il Gruppo Astrofili Galileo Galilei APS sarà presente con un evento simile sul prato di Villa Carpegna. L’appuntamento inizierà alle ore 19:00 con i soci del Gruppo Astrofili Galileo Galilei APS che metteranno a disposizione i loro strumenti per una serata divulgativa. Oltre all’osservazione della Luna, sarà possibile ammirare Saturno, il gigante del nostro Sistema Solare, attraverso i telescopi. Le spiegazioni e le curiosità condivise dai soci renderanno l’evento ancora più affascinante. Tarquinia – Campo Cialdi – Parco Palombini, entrata via della Ripa, 25. Il Gruppo Astrofili Galileo Galilei APS di Tarquinia ospita un evento straordinario. Dalle 19:00 alle 23:00, i telescopi del Gruppo saranno a disposizione dei visitatori per osservare la Luna e Saturno. I soci dell’associazione offriranno spiegazioni dettagliate sul nostro satellite naturale. Questo evento è organizzato in collaborazione con la Società Tarquiniese di Arte e Storia nonché con il patrocinio del Ministero della Cultura e prima dell’osservazione, alle ore 18.00, c’è la possibilità di partecipare ad una visita guidata gratuita, a cura della Società Tarquiniense d’Arte e Storia, dei monumenti più significativi della Corneto medievale con una guida autorizzata. Appuntamento in Piazza Cavour alle ore 17.45. Questi eventi offrono un’opportunità unica di esplorare il cielo notturno e approfondire la comprensione delle meraviglie astronomiche. Gli astrofili condivideranno la loro passione per l’astronomia, ispirando curiosità e interesse nei cuori di giovani e adulti. In caso di maltempo, l’evento potrebbe essere annullato, quindi assicuratevi di verificare le informazioni di contatto fornite per ogni evento. Unisciti a queste straordinarie serate di osservazione lunare e celeste e scopri l’affascinante mondo dell’astronomia!   Altre informazioni ed aggiornamenti sul sito dell’associazione:

    Criovulcanesimo: eruzioni gelate

    Figura 7. Encelado a colori, fotografato dalla camera della sonda NASA/ESA/ASI Cassini nel luglio 2005. In questa immagine, si nota la dicotomia tra l’emisfero nord, intensamente craterizzato e l’emisfero sud, con le freschissime “tiger stripes”, lineamenti blu dai quali è stata osservata l’emissione di geyser. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.
    Figura 7. Encelado a colori, fotografato dalla camera della sonda NASA/ESA/ASI Cassini nel luglio 2005. In questa immagine, si nota la dicotomia tra l’emisfero nord, intensamente craterizzato e l’emisfero sud, con le freschissime “tiger stripes”, lineamenti blu dai quali è stata osservata l’emissione di geyser. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.

    Abstract

    L’articolo Criovulcanesimo: Eruzioni Gelate,  di Valentina Galluzzi dell’INAF, ci porta in un viaggio affascinante attraverso un fenomeno geologico fuori dal comune: il criovulcanesimo, ovvero le “eruzioni fredde”. Mentre il vulcanesimo terrestre coinvolge magma incandescente, il criovulcanesimo avviene su corpi ghiacciati del Sistema Solare, dove l’acqua, il metano e altre sostanze “criomagmatiche” eruttano a temperature bassissime. Un fenomeno controintuitivo e affascinante, che ha lasciato tracce evidenti su oggetti come Cerere, Europa e Encelado. L’articolo esplora in dettaglio queste eruzioni gelate, analizzando come geyser di vapore acqueo e colate di ghiaccio possano modellare paesaggi alieni e offrire indizi sulla possibile esistenza di vita extraterrestre. Se sei incuriosito da un fenomeno così insolito, dove il gelo prende il posto del fuoco, questo articolo ti sorprenderà e ti inviterà a scoprire di più sulle misteriose profondità del nostro Sistema Solare.

    Cosa si Intende per Criovulcanesimo

    Spesso utilizziamo la Terra ed i suoi fenomeni geologici come analogo fondamentale per la comprensione dei fenomeni osservabili su superfici planetarie extra-terrestri. Esiste però un fenomeno geologico extra-terrestre che è quanto di più controintuitivo si possa immaginare e che difficilmente trova qualcosa di comparabile sul nostro pianeta: il criovulcanesimo. Mentre il vulcanesimo tradizionale sula Terra comporta l’eruzione di roccia fusa (magma) ed è quindi la conseguenza di un magmatismo silicatico, il criovulcanesimo comporta l’eruzione di sostanze come acqua, ammoniaca, metano o altro “criomagma” (materiale fuso freddo) a temperature molto più basse su corpi ghiacciati del Sistema Solare, in particolare, quello esterno. Come noto, infatti, il Sistema Solare esterno è particolarmente ricco di queste sostanze in quanto la distanza dal Sole, non solo ha comportato il concentramento dei composti più leggeri (detti appunto “volatili”, cioè che sfuggono facilmente alla gravità), ma ne ha causato anche il raffreddamento ed il congelamento. Pertanto, ne deriva che il criovulcanesimo ed il criomagmatismo sono fenomeni derivanti dalla mobilitazione e dalla migrazione dei fluidi generati nel sottosuolo dei corpi ghiacciati. L’energia che alimenta il criovulcanesimo, cioè che fonde parzialmente i gusci ghiacciati dei corpi planetari freddi, può provenire da diverse fonti, tra cui il calore interno del corpo celeste, le forze mareali esercitate da altri corpi, o dalla collisione con altri oggetti (craterizzazione). Le eruzioni fredde dei criovulcani possono formare geyser, colate di ghiaccio e deposizioni di brine e rappresentano un fenomeno importante che può aiutare a fornire indizi sulla possibile presenza di vita o materiale organico in ambienti estremi. Tra i vari corpi che mostrano criovulcanesimo, degni di nota sono il pianeta nano Cerere e le lune ghiacciate Europa (Giove) ed Encelado (Saturno). Il criovulcanesimo svolge un ruolo cruciale nel modellare le superfici di questi corpi ghiacciati e i materiali espulsi contribuiscono alla formazione e alla modifica dei loro paesaggi, un po’ come è stato sulla Terra con il magmatismo, in particolare durante i suoi primi stadi evolutivi. Vediamoli quindi più da vicino.

    Le faculae di Cerere

    Cerere, pianeta nano, è il più grande oggetto della fascia di asteroidi tra Marte e Giove. La sonda Dawn della NASA, che ha orbitato intorno ad esso dal 2015 al 2018, ha fornito dati ed immagini preziose che accennavano alla presenza di aree localizzate molto chiare e luminose rispetto al resto della superficie, denominate faculae (parola latina per “torcia”, “punto luminoso”). Ad oggi, sono state individuate più di 300 faculae (vedi Stein et al., 2019), ognuna con caratteristiche diverse, ma le più peculiari sono ormai interpretate come fenomeni criovulcanici. Cerealia Facula e le Vinalia Faculae ad esempio, si trovano sul fondo del cratere Occator (fig. 1).
    Figura 1:Questa immagine di Cerere e delle faculae nel cratere Occator (92 km) è stata una delle ultime viste ottenute dalla sonda Dawn della NASA il 1° settembre 2018 da un'altitudine di 3.370 km. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA.
    Figura 1:Questa immagine di Cerere e delle faculae nel cratere Occator (92 km) è stata una delle ultime viste ottenute dalla sonda Dawn della NASA il 1° settembre 2018 da un’altitudine di 3.370 km. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA.
    In questo caso, la craterizzazione ha causato la fratturazione della crosta di Cerere rendendola così permeabile alla risalita di fluidi generati dall’energia dell’impatto stesso. Le formazioni bianche visibili dentro Occator sono quindi il probabile risultato di eruzioni e colate fredde di materiali ricchi in acqua mista a sali e silicati (fig. 2). L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata [swpm_protected for=”3″]
    Figura 2:Scatto ravvicinato di Cerealia Facula, all’interno del cratere Occator di Cerere. Le fratture radiali del duomo centrale sarebbero un’ulteriore conferma che il materiale bianco è risalito dall’interno rigonfiando la crosta (vedi Schenk et al., 2019). Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA/PSI.
    Figura 2:Scatto ravvicinato di Cerealia Facula, all’interno del cratere Occator di Cerere. Le fratture radiali del duomo centrale sarebbero un’ulteriore conferma che il materiale bianco è risalito dall’interno rigonfiando la crosta (vedi Schenk et al., 2019). Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA/PSI.
    Nell’emisfero sud, ma sempre in fascia sub-equatoriale come Occator, troviamo invece Ahuna Mons, un monte di ben 5 km di altezza (ad es., il Monte Bianco se fosse osservato direttamente dal livello del mare). L’interesse verso Ahuna Mons è cresciuto per via del fatto che questa morfo-struttura così peculiare (fig. 3) non è collocata all’interno di alcun cratere. Sebbene non si possa comprovare la sua totale indipendenza dalla frattura generata dagli impatti circostanti (o antipodali, come alcuni gruppi di ricerca suggeriscono), Ahuna Mons rimane quanto di più simile ad una struttura vulcanica indipendente, ad oggi interpretata come duomo formato da un’eruzione di fanghi freddi (vedi Ruesch et al., 2019). Per pura curiosità, citiamo il fatto che il termine facula non è esclusivo di Cerere. Con la stessa terminologia vengono chiamate delle località molto luminose su Mercurio, tendenzialmente arancioni, ma che sono credute essere l’espressione superficiale di depositi piroclastici. Quindi, sempre attività vulcanica, ma in questo caso silicatica ed esplosiva!
    Figura 3: Anaglifo di Ahuna Mons su Cerere che si estende per 20 km in diametro e dai 4 ai 5 km di altezza, preferibilmente da osservare con occhialini rossi e blu per la visione stereoscopica. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA/PSI.
    Figura 3: Anaglifo di Ahuna Mons su Cerere che si estende per 20 km in diametro e dai 4 ai 5 km di altezza, preferibilmente da osservare con occhialini rossi e blu per la visione stereoscopica. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA/PSI.

    Europa: criovulcanesimo e criotettonica

    Passiamo da un corpo scuro come Cerere (albedo media circa 10%), dove le faculae appena descritte sono ben visibili (albedo circa 60-80%), ad un corpo molto chiaro (albedo circa 50-70%), dove l’evidenza del criovulcanesimo non è più localizzata, bensì un fenomeno globale (fig. 4).
    Figura 4..Immagine del satellite Galileiano ghiacciato Europa, scattata dalla sonda NASA Galileo. Crediti: NASA/JPL.
    Figura 4. Immagine del satellite Galileiano ghiacciato Europa, scattata dalla sonda NASA Galileo. Crediti: NASA/JPL.
    Europa, il più piccolo dei satelliti Galileiani di Giove ha gli occhi di ESA e NASA puntati addosso. Potrebbe rappresentare infatti un’importante frontiera per l’esplorazione astrobiologica. Grazie ai dati provenienti dalle vecchie missioni Galileo e Voyager della NASA, infatti, oggi si pensa che Europa abbia un oceano sotterraneo sotto la sua “crosta” ghiacciata, mantenuto liquido grazie alle fortissime forze mareali esercitate da Giove. Questo oceano è considerato uno degli ambienti più promettenti per potenziale vita extra-terrestre. L’esistenza dell’oceano è supportata non solo da modelli geofisici, ma anche dall’osservazione di caratteristiche superficiali, tra cui fessure e creste, che suggeriscono attività tettonica relativamente recente e la possibilità di sfogo di acqua salmastra, proveniente dal sottosuolo, attraverso criovulcanesimo effusivo (fig. 5). Simili formazioni sono visibili anche su Ganimede, la più grande luna Galileiana di Giove, ma appartenenti a tempi più remoti, ormai degradate ed estinte (fig. 5).
    Figura 5.. Superfici di Ganimede ed Europa a confronto: a-c) lineamenti tettonici su Ganimede denominati “sulci”, ormai inattivi e intensamente craterizzati; b-d) lineamenti tettonici su Europa, dalla morfologia freschissima e raramente craterizzata. Le fessure visibili funzionano probabilmente canali di risalita di fluidi dal sottosuolo ghiacciato. Crediti: NASA/JPL/Brown University.
    Figura 5.. Superfici di Ganimede ed Europa a confronto: a-c) lineamenti tettonici su Ganimede denominati “sulci”, ormai inattivi e intensamente craterizzati; b-d) lineamenti tettonici su Europa, dalla morfologia freschissima e raramente craterizzata. Le fessure visibili funzionano probabilmente canali di risalita di fluidi dal sottosuolo ghiacciato. Crediti: NASA/JPL/Brown University.
    Recenti indagini incrociate tra i dati della sonda Galileo e del telescopio spaziale Hubble, riportano la possibile presenza di emanazioni di geyser d’acqua provenienti dalla crosta di Europa (Roth et al., 2014). Quindi, i fenomeni criovulcanici potrebbero essere ancora in atto. La comprensione del criovulcanesimo su Europa è fondamentale non solo per decifrare la storia geologica della luna, ma anche per valutarne la potenziale abitabilità. L’oceano sotterraneo ed i processi associati al criovulcanesimo rendono Europa un obiettivo interessante per l’esplorazione futura e la ricerca di vita extra-terrestre. La sonda NASA Europa Clipper che verrà lanciata ad ottobre di quest’anno è finalizzata ad investigare a fondo questa possibilità (al suo arrivo al satellite nel 2030). Ulteriori informazioni potrebbero arrivare anche dalla sonda ESA Juice, già in viaggio verso i satelliti Galileiani, che effettuerà numerosi flyby delle lune ghiacciate di Giove tra il 2031 ed il 2034, prima di mettersi definitivamente in orbita attorno a Ganimede a fine 2034.

    Encelado: la tigre di ghiaccio

    Se esiste ancora qualche dubbio sulla possibilità che Europa stia attualmente emanando getti d’acqua sotto forma di geyser, tali dubbi sono stati totalmente estinti per Encelado. Nel 2005, la sonda NASA/ESA/ASI Cassini ha osservato direttamente geyser attivi provenire dalla superficie della luna ghiacciata di Saturno (fig. 6). I geyser su Encelado emettono vapor acqueo, particelle di ghiaccio e altri composti volatili dai serbatoi del sottosuolo, indicando la chiara presenza di criovulcanesimo ancora attivo. Queste fuoriuscite sono concentrate in una regione all’emisfero sud della luna ghiacciata e hanno un contenuto significativo di anidride carbonica e metano. Questa regione è caratterizzata da delle striature dal tipico colore blu, denominate tiger stripes lungo le quali avverrebbero le emissioni dei geyser (fig. 7). Questa scoperta, rende Encelado uno dei pochissimi corpi del Sistema Solare dove sia stata mai rilevata attività geologica evidente in atto, per la precisione tre in totale. Gli altri due sono l’unica luna Galileiana a composizione interamente silicatica di Giove, Io, con i suoi numerosi vulcani attivi e, ovviamente, la Terra.
    Figura 6.Geyser di vapor acqueo e ghiaccio concentrati nella regione sud di Encelado, fotografati durante la loro attività dalla sonda Cassini nel 2005 (vista rravicinata in basso). Crediti: NASA / JPL / Space Science Institute.
    Figura 6.Geyser di vapor acqueo e ghiaccio concentrati nella regione sud di Encelado, fotografati durante la loro attività dalla sonda Cassini nel 2005 (vista rravicinata in basso). Crediti: NASA / JPL / Space Science Institute.
    Figura 7. Encelado a colori, fotografato dalla camera della sonda NASA/ESA/ASI Cassini nel luglio 2005. In questa immagine, si nota la dicotomia tra l’emisfero nord, intensamente craterizzato e l’emisfero sud, con le freschissime “tiger stripes”, lineamenti blu dai quali è stata osservata l’emissione di geyser. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.
    Figura 7. Encelado a colori, fotografato dalla camera della sonda NASA/ESA/ASI Cassini nel luglio 2005. In questa immagine, si nota la dicotomia tra l’emisfero nord, intensamente craterizzato e l’emisfero sud, con le freschissime “tiger stripes”, lineamenti blu dai quali è stata osservata l’emissione di geyser. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.
    È curioso pensare come di questi tre corpi inequivocabilmente attivi, nessuno assomigli all’altro. La Terra presenta vulcanesimo esclusivamente silicatico e, per contro, Encelado mostra esclusivamente criovulcanesimo. La stessa certezza non la si può avere per Io, dove, certamente il vulcanesimo è di tipo silicatico, ma la presenza di criovulcanesimo non è ancora del tutto esclusa, viste le temperature molto fredde in superficie (e le nevicate di anidride solforosa!). Ancora una volta questo ci insegna come l’investigazione geologica non sia mai banale o da ritenersi confinata alla Terra. La comparazione di sistemi planetari totalmente diversi tra loro è la chiave per la comprensione della nostra stessa esistenza.

    Bibliografia

    Roth, L., Saur, J., Retherford, K. D., Strobel, D. F., Feldman, P. D., McGrath, M. A., & Nimmo, F. (2014). Transient water vapor at Europa’s south pole. science, 343(6167), 171-174. Ruesch, O., Genova, A., Neumann, W., Quick, L. C., Castillo-Rogez, J. C., Raymond, C. A., … & Zuber, M. T. (2019). Slurry extrusion on Ceres from a convective mud-bearing mantle. Nature Geoscience, 12(7), 505-509. Schenk, P., Sizemore, H., Schmidt, B., Castillo-Rogez, J., De Sanctis, M., Bowling, T., … & Dawn Science Team. (2019). The central pit and dome at Cerealia Facula bright deposit and floor deposits in Occator crater, Ceres: morphology, comparisons and formation. Icarus, 320, 159-187. Stein, N. T., Ehlmann, B. L., Palomba, E., De Sanctis, M. C., Nathues, A., Hiesinger, H., … & Russell, C. T. (2019). The formation and evolution of bright spots on Ceres. Icarus, 320, 188-201. [/swpm_protected] L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

    UAI e CICAP lanciano l’iniziativa “Stregati dalla Luna” 

    UAI e CICAP lanciano l’iniziativa “Stregati dalla Luna”

    per contrastare la diffusione delle fake news

    L’Unione Astrofili Italiani (UAI) e il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (CICAP) – da sempre in prima linea contro le fake news e la disinformazione in ambito scientifico – uniscono le forze e organizzano l’iniziativa di divulgazione “Stregati dalla Luna” con il duplice obiettivo di avvicinare alla conoscenza del nostro meraviglioso satellite naturale il pubblico di adulti e bambini e di scardinare tutte le false credenze relative alla Luna. L’iniziativa prenderà il via nel mese di settembre 2024 con una rassegna di eventi in molte città italiane, puntate speciali del podcast Radio CICAP e articoli dedicati su queryonline.it, in concomitanza con l’“International Observe the Moon Night”, la manifestazione internazionale che tutti gli anni punta i riflettori sulla Luna.  Da sempre fonte di grande fascino e meraviglia e oggetto di studio da parte dell’uomo, la Luna è purtroppo anche protagonista di false notizie, ormai ampiamente dilaganti sul web. Soprattutto nei tempi recenti, caratterizzati da un rinnovato entusiasmo per l’esplorazione spaziale grazie alla missione lunare “Artemis”, la Luna è sempre più al centro di fake news. C’è chi crede che lo sbarco dell’uomo sulla Luna non sia mai avvenuto, chi pensa che la Luna abbia effetti sulle nascite dei bambini o sulla crescita delle piante e dei capelli e tanto altro. La collaborazione tra la UAI e il CICAP, in occasione dell’iniziativa “Stregati dalla Luna”, mira proprio a mettere in guardia tutti sulle principali bufale astronomiche e a gettare le basi per una corretta informazione scientifica. Per l’iniziativa “Stregati dalla Luna” scendono in campo le delegazioni e associazioni dell’UAI e il CICAP. Dal 7 al 20 settembre 2024 sono in programma ben sedici eventi lungo tutto lo stivale dedicati alla fascinosa Luna. Negli eventi ci sarà ampio spazio per conferenze dedicate alla scoperta dei segreti della Luna e all’illustrazione e all’analisi critica di leggende metropolitane a essa collegate, a cura di esperti del settore astronomico; per spettacoli sotto la cupola del planetario – formidabile strumento di simulazione del cielo – per vivere un’esperienza di full immersion nel mondo dell’astronomia, e naturalmente per le osservazioni all’oculare del telescopio per cogliere tutti i dettagli del nostro satellite naturale.  In particolare, l’iniziativa “Stregati dalla Luna” – appuntamento irrinunciabile per tutti i curiosi e gli appassionati di astri – vede il coinvolgimento dell’Associazione Astronomica Umbra, del Parco astronomico “La Torre del Sole”, del Gruppo Astrofili Rozzano, dell’Associazione Astrofili Bisalta, dell’Associazione Tuscolana di Astronomia “Livio Gratton”, dell’Associazione Astrofili Vittorio Veneto, del Gruppo Astrofili Deep Space, del Gruppo Astrofili William Herschel, del Centro Ibleo Studi Astronomici “Pleiades”, dell’Associazione Ravennate Astrofili Rheyta, del Gruppo Astrofili Montelupo Fiorentino, dell’Associazione Astrofili “Alpha Gemini”, dell’Associazione Astrofili Valdinievole “A. Pieri”, del Gruppo Astrofili Beneventani e dell’Organizzazione Ricerche e Studi di Astronomia.  Tra gli esperti coinvolti negli appuntamenti scientifici dedicati alla Luna, in qualità di relatori delle conferenze, la ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Sara Cutini, l’ingegnere Luca Boschini, socio del CICAP ed esperto di strumentazione elettronica applicata all’astronomia, il Direttore del Parco astronomico “La Torre del Sole” Davide Dal Prato, l’ingegnere e vicepresidente del CICAP Andrea Ferrero, il fisico Luigi Fontana, il fisico dell’Agenzia Spaziale Italiana Ettore Perozzi, il matematico e informatico Luca Antonelli, il giornalista e autore del blog “Il Disinformatico” Paolo Attivissimo, il ricercatore dell’Osservatorio Astrofisico di Torino – Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) Alberto Vecchiato, l’astrofotografa Marcella Giulia Pace, il responsabile della Commissione “Ricerca” dell’UAI Salvo Pluchino, l’astrofisico e direttore del Planetario de L’Unione Sarda Manuel Floris, la storica della scienza Maria Giulia Andretta, l’astronomo dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri – INAF Gianni Comoretto, l’astronoma e direttrice di Coelum Molisella Lattanzi, il filosofo Filippo Onoranti, il Professore di Elettronica dell’Università di Pisa e astrofilo Massimo Macucci, il Professore di Astronomia e Astrofisica dell’Università “Federico II” di Napoli Giovanni Covone.  A ospitare gli eventi dell’iniziativa “Stregati dalla Luna” saranno le città di Magione (PG), Brembate di Sopra (BG), Cuneo, Rozzano (MI), Rocca di Papa (RM), Vittorio Veneto (TV), Lecco (LC), Torino, Ragusa, Cagliari, Ravenna, Montelupo Fiorentino (FI), Castellano (FM), Monsummano Terme (PT), San Giorgio del Sannio (BN) e Ventimiglia di Sicilia (PA).  “Il fascino ancestrale dell’astronomia e, in particolare, della Luna è spesso l’elemento che fa avvicinare molti di noi alla scienza, come semplici curiosi, come appassionati, come ricercatori. D’altro canto, la dimensione scientifica, con la curiosità e il pensiero critico che la caratterizzano, è un elemento essenziale della cultura umana in generale. Ci è sembrato quindi naturale unire le forze con il CICAP per promuovere l’astronomia, la scienza e il pensiero critico partendo dalla nostra vicina di casa: la Luna”, afferma il Presidente dell’UAI Luca Orrù. “Le leggende metropolitane e le teorie del complotto relative alla Luna da sempre danno molto lavoro al CICAP. Con questa iniziativa cercheremo di fare chiarezza su alcuni dei falsi miti che la riguardano, con l’aiuto dei nostri esperti, e approfitteremo dell’occasione per raccontare che cosa dice davvero sull’argomento la ricerca scientifica. Insomma, terremo lo sguardo rivolto al cielo ma i piedi ben saldi a terra e il nostro obiettivo come sempre sarà quello di promuovere la curiosità, lo spirito critico e la mentalità scientifica”, dichiara il Vicepresidente del CICAP Andrea Ferrero. Coelum Astronomia è Media partner dell’iniziativa “Stregati dalla Luna”. 

    Programma delle iniziative

    7 settembre: Magione (PG)

    Dalla Terra alla Luna La ricercatrice Sara Cutini ci accompagnerà in un viaggio affascinante alla scoperta dei tanti volti della Luna. Dallo sbarco dell’uomo alle tante credenze che le ruotano attorno potremo anche noi partire alla volta di questo meraviglioso satellite. L’evento vuol essere un invito a dotarsi di spirito critico per non svegliarsi più con la Luna storta e avvicinarsi alla sua conoscenza con razionalità. Modererà Raffaele Silvani, Fisico della Materia e ricercatore presso il Dipartimento di Fisica e Geologia dell’università degli studi di Perugia. Ti aspettiamo il 7 settembre 2024 dalle 16.00 presso il Museo della Pesca del Lago Trasimeno (Lungolago Della Pace e Del Lavoro 20, San Feliciano, Magione -PG-) per attività nel planetario e osservazione del sole. Dalle 18.00 conferenza con Sara Cutini, seguita per chi vuole da un apericena in attesa delle osservazioni della Luna e del cielo notturno Si consiglia l’iscrizione al seguente link: https://bit.ly/SDLMagione Si ringrazia il Comune di Magione, Terre del Perugino Trasimeno Musei, L’orologio BU Sistema Museo, Proloco San Feliciano e Lega Navale Italiana sezione Trasimeno.

    11 settembre

    Brembate di Sopra (BG)

    La Luna tra scienza e credenze La Luna, cosa sappiamo del nostro satellite naturale? Come si è formata ed evoluta, secondo le più moderne conoscenze astronomiche e le più recenti missioni scientifiche, la compagna che rischiara le nostre notti? Ed è proprio vero che fu visitata dagli astronauti americani mezzo secolo fa o fu una ricostruzione girata in studio a Hollywood? Perché non ci siamo più tornati da allora e quando ci torneremo? Davide Dal Prato e Luca Boschini ci aiuteranno a rispondere a queste e ad altre domande. Seguirà l’osservazione del cielo notturno a cura dell’associazione astrofila La Torre del Sole. Ti aspettiamo l’11 settembre 2024 alle ore 20.30 presso il Parco Astronomico “La Torre Del Sole” – Via Caduti sul Lavoro 2 (ang. Via B. Locatelli) – 24030 Brembate di Sopra (BG) Partecipazione gratuita senza prenotazione.

    12 settembre

    Rozzano (MI)

    “Complotti e credenze… al chiaro di Luna”  Sulla Luna non ci siamo mai stati, lo sbarco è un falso girato da Kubrick. Con la Luna piena nascono più bambini. La super Luna provoca i terremoti. La Luna influenza l’imbottigliamento del vino. Oppure no? In questa chiacchierata con Luigi Fontana esamineremo queste ed altre “”dicerie”” legate al nostro satellite, e scopriremo alcuni strumenti da inserire nella nostra cassetta degli attrezzi per orientarci tra miti e leggende. A seguire si terrà l’osservazione del cielo in collaborazione con il Gruppo Astrofili Rozzano. Ti aspettiamo il 12 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il Civico Osservatorio Astronomico di Rozzano – via Palmiro Togliatti 105, Rozzano, Milano Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria ai link: https://bit.ly/CICAP-UAI-Rozzano oppure https://www.eventbrite.it/e/biglietti-conferenza-complotti-e-credenze-al-chiaro-di-luna-933239724137 “

    13 settembre

    Rocca di Papa (RM)

    “Cosa hanno in comune la luna e la musica? Non possiamo dirtelo subito ma ti aspettiamo al “Rock Around the Moon” per una serata indimenticabile dove sarai tu il protagonista! In questo evento, il pubblico avrà un ruolo fondamentale e sarai tu a scegliere le canzoni che accompagneranno la nostra esplorazione della Luna insieme al fisico dell’Agenzia Spaziale Italiana Ettore Perozzi. Ogni brano selezionato guiderà una discussione su affascinanti temi astronomici legati al nostro satellite naturale. Ma non finisce qui! Infatti, potrai alzare lo sguardo al cielo per osservazioni dirette della Luna e delle stelle, accompagnato da esperti che ti sveleranno i “misteri” dell’universo. Non perdere l’occasione di vivere la magia della musica e dell’astronomia in un evento dove le tue scelte faranno brillare la notte! Ti aspettiamo il 13 settembre a partire dalle ore 20.00 presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, via Lazio 14 località Domatore, Rocca di Papa (RM) Ingresso: gratuito con prenotazione. Turno A (20,00): https://bit.ly/SDLLazioTurnoA Turno B (21.00): https://bit.ly/SDLLazioTurnoB

    Vittorio Veneto (TV)

    Le tante facce della Luna La Luna accompagna da sempre le vicende umane, e gli uomini si sono convinti che questa compagnia non possa essere casuale, associando alle fasi lunari i fenomeni più svariati, dalle nascite alla crescita dei capelli, alle operazioni da effettuare nell’orto. Queste presunte correlazioni sono state oggetto di studi scientifici, ma possiamo veramente dire di aver trovato qualcosa? Ne parleremo con Luca Antonelli. A seguire ci sarà l’osservazione del cielo con i telescopi messi a disposizione dall’Associazione Astrofili Vittorio Veneto.  Vi aspettiamo il 13 settembre 2024 alle ore 20.45 presso l’Area Parco Fenderl, via San Gottardo 91, Vittorio Veneto.  Partecipazione libera.

    Lecco (LC)

    “Balle spaziali” C’è chi dice che lo sbarco sulla Luna fu simulato in uno studio a Hollywood, che i russi hanno nascosto la morte di tanti cosmonauti, che un asteroide ci colpirà nel 2036 e che la NASA nasconde le prove degli extraterrestri che sono su Marte e sulla nostra Terra. L’esplorazione spaziale ha generato miti e leggende che è necessario smontare per poter scoprire il fascino e i drammi delle avventure reali, spesso più incredibili di qualunque leggenda. Paolo Attivissimo, giornalista scientifico, autore del libro “Luna? Sì, ci siamo andati!” e del documentario spaziale “Moonscape”, mette da parte scientificamente i miti e ci porta nello spazio vero insieme ai pionieri del cosmo. Seguirà l’osservazione del cielo notturno a cura del Gruppo Astrofili Deep Space. Ti aspettiamo il 13 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il Planetario Città di Lecco – C.so Matteotti, 32 – 23900 Lecco (LC) La partecipazione all’evento è gratuita con prenotazione obbligatoria. Prenota qui: https://bit.ly/CICAP-UAI-Lecco oppure https://forms.gle/hMd5GW8dFPrWpsVq9 

    Torino

    “Un mondo lunatico! Le bufale lunari non sono affatto un fenomeno nuovo e, anzi, nel passato siamo riusciti a fare molto di meglio! Un cambiamento, però, c’è stato, perché le bufale ora sono improntate ad un senso di sfiducia e di pessimismo. Alcune idee invece sono rimaste le stesse nel tempo, come per esempio la supposta influenza della Luna sulle nascite e sull’agricoltura. Ma è tutto veramente una bufala? E anche se lo fosse, come mai hanno così successo? Lo scopriremo insieme ad Alberto Vecchiato, Primo Ricercatore dell’Osservatorio Astrofisico di Torino. Ti aspettiamo il 13 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il Mausoleo della Bela Rosin – Str. Castello di Mirafiori, 148/7, Torino. Ingresso libero e gratuito. A seguire osservazioni del cielo notturno a cura del Gruppo Astrofili William Herschel

    14 settembre

    Ragusa Ibla

    “Luna e l’altra: verità e false congetture sul nostro satellite”  Con Marcella Giulia Pace e Salvo Pluchino esploreremo i misteri del nostro satellite naturale, svelando curiosità scientifiche e sfatando le più comuni leggende metropolitane e fake news. Attraverso un intreccio di divulgazione e rigore scientifico, impareremo a distinguere i fatti dalle falsità, rendendo omaggio alla bellezza e complessità della Luna. A seguire osservazione con i telescopi a cura del CISA di Ragusa. Ti aspettiamo il 14 settembre 2024 alle ore 18.30 presso l’Antico Convento (Giardini Iblei), viale Margherita 41, Ragusa Ibla Per assistere alla conferenza è necessaria la prenotazione al seguente link: https://www.centroibleostudiastronomici.it/pages/contact/

    Cagliari

    Stregati dalla Luna La Luna, da sempre musa ispiratrice di poeti e narratori, suggerisce però anche bufale e complotti. Il Planetario di Cagliari, con il patrocinio del CICAP e della UAI, organizza una conferenza sulla Luna e sulle bufale che nascono intorno ad essa. L’astrofisico Manuel Floris ci parlerà della teoria del complotto secondo cui lo sbarco sulla Luna non sarebbe mai avvenuto. Alla conferenza seguirà il momento di osservazione della Luna attraverso il telescopio del Planetario.  Ti aspettiamo il 14 settembre 2024, alle ore 20.00 presso il Planetario de L’Unione Sarda (Piazza L’Unione Sarda) a Cagliari.  La partecipazione all’evento prevede un costo di 6,50€ Per ulteriori informazioni e prenotazioni chiamare al numero 0706013552

    Cuneo

    “Dalla Terra alla Luna – Le leggende metropolitane sull’esplorazione del nostro satellite” La Luna è da sempre oggetto di superstizioni e credenze popolari, ma con lo sviluppo dell’era spaziale è finita al centro anche di una serie di leggende metropolitane e teorie del complotto, da quella più famosa che vede nello sbarco sulla Luna del 1969 una messinscena ordita dalla NASA, a quella meno nota che al contrario riferisce di varie missioni lunari segrete alla caccia di manufatti alieni. In questo incontro con Andrea Ferrero esamineremo alcune di queste leggende con l’obiettivo di fare chiarezza in merito e di capire che cosa ci riserva davvero in futuro l’esplorazione del nostro satellite.  Ti aspettiamo il 14 settembre 2024 alle ore 20.30 presso il Liceo Scientifico Peano, Corso Giolitti 11, Cuneo. A seguire osservazione della Luna al telescopio presso la specola del Liceo. Ingresso libero e gratuito.

    Ravenna

    Per secoli l’umanità ha sognato di raggiungere la Luna aiutandosi, in primis con la fantasia, e poi con cannocchiali e telescopi per poterla osservare più da vicino. Tuttavia, a qualche anno dalla sua conquista, si iniziano ad avere dubbi sulle imprese spaziali, risultato di una serie di incertezze che intrecciano cronaca, cinema e immaginario sci-fi.  Se vuoi scoprire come sono avvenute le prime osservazioni del nostro satellite, come ha avuto origine la prima bufala scientifica, come e quali sono stati i presupposti dello sbarco dell’uomo sulla Luna ti aspettiamo sabato 14 settembre 2024, alle ore 21:00, presso il Planetario di Ravenna, Viale Santi Baldini 4/a. Dalle ore 22.00 osservazione del cielo al telescopio a cura della delegazione UAI Associazione Ravennate Astrofili Rheyta (ARAR). Ingresso libero Programma della serata Introduzione e saluti istituzionali  “Breve storia delle osservazioni lunari” a cura di Paolo Morini (ARAR-UAI)   “Le origini del complotto più costoso della storia dell’uomo” a cura di Maria Giulia Andretta (CICAP) Sessione con domande del pubblico  Ore 22: – Osservazione guidata della Luna al telescopio. In caso di condizioni meteo avverse sarà proiettato e commentato il cortometraggio “”Le Voyage dans la Lune”” di Georges Méliès (1902)

    Montelupo Fiorentino (FI)

    “La Luna storta” Alla Luna da sempre sono attribuiti effetti su moltissimi aspetti della nostra vita: nascite, umore, crescita degli ortaggi, vino, terremoti…ma cosa c’è di vero? Esistono meccanismi plausibili per cui la Luna potrebbe avere questi effetti? Qualcuno ha provato a controllare, ad esempio, se nascono più bambini, se il vino viene migliore, se ci sono più ricoveri in psichiatria con la Luna in determinate fasi? In realtà sì, anche se si tratta di un terreno talmente sconfinato che si può solo grattarne la superficie. Vedremo insieme all’astronomo Gianni Comoretto quello che si sa, gli effetti reali, e quello che magari ci piacerebbe continuare a credere. Al termine della conferenza, negli spazi antistanti l’osservatorio, si terrà l’osservazione lunare in collaborazione con il Gruppo Astrofili Montelupo Fiorentino. Ti aspettiamo il 14 settembre 2024, alle ore 21.00, presso l’Osservatorio astronomico “Beppe Forti” Via di San Vito, SNC, 50056 – Montelupo F.no (FI) Ingresso libero.

    Castellano (FM)

    “Tutta la verità sulla Luna”  Prima Parte. I miti e le leggende legate alla Luna. Perché, nonostante la vicinanza che ne favorisce uno studio approfondito, circolano ancora false credenze sull’astro argentato che dall’inizio dei tempi ci accompagna?  Seconda parte. Alla scienza serve la filosofia? E se sì, perché? La risposta è più scandalosa di quanto non si possa immaginare: alla scienza serve la filosofia poiché “la scienza” si occupa di ciò che possiamo conoscere, e questo tocca da vicino il vero ed il falso. La filosofia ha scoperto, o anche soltanto compreso, che la verità è in se stessa una china scivolosa, e che per ragionare occorre metterla fra parentesi e circoscriverla. La filosofia ha per così dire imparato nei secoli a sognare una Verità, maiuscola e assoluta, ma ad agire nel mondo dei fenomeni traducendola in verità locali; alla cui natura minuscola non segue alcun depotenziamento ma che anzi proprio da ciò trae la sua esistenza.  Il dialogo che Molisella Lattanzi e Filippo Onoranti intrecceranno avrà l’ambizione di individuare i nodi determinati di quanto accennato e di farne oggetto della più libera e insieme rigorosa disamina. Contestualmente alla conferenza ci sarà l’opportunità di fare delle osservazioni della Luna a cura dell’Associazione Astrofili Alpha Gemini.  Ti aspettiamo il 14 settembre 2024 alle ore 21:00 presso l’Osservatorio astronomico elpidiense, Via Pier Paolo Pasolini, 63811 Castellano (FM)  Ingresso libero.

    Monsummano Terme (PT)

    “Realtà e fantasie sulla Luna” Cosa sappiamo davvero sulla Luna e sui suoi effetti? Cercheremo di scoprirlo insieme a Massimo Macucci. Dopo una breve introduzione sulla Luna, sulla morfologia della sua superficie, sul suo moto orbitale e sulle maree, passeremo a discutere le teorie del complotto che intenderebbero negare la realtà delle missioni NASA sulla Luna ed esamineremo le ragioni per cui tali teorie sono prive di fondamento. Successivamente prenderemo in esame un’altra credenza abbastanza diffusa: i presunti effetti negativi della cosiddetta “”superluna””, vale a dire del plenilunio che si verifica quando la Luna è in prossimità del perigeo, per cui appare un po’ più grande, e vedremo quale sia la vera entità delle differenze rispetto a una qualunque altra condizione di plenilunio. Concluderemo poi parlando delle molto diffuse convinzioni sull’effetto che le fasi lunari avrebbero sulla semina e su un’altra serie di attività umane, esaminando quali sono le conclusioni degli studi scientifici al riguardo. Al termine della conferenza ci sposteremo insieme a Parco Orzali (di fronte al parcheggio della Coop), a circa 10 minuti a piedi, per le osservazioni della Luna a cura dell’Associazione Astrofili Valdinievole A. Pieri Ti aspettiamo il 14 settembre alle ore 21.00 presso la Biblioteca comunale Giuseppe Giusti, Piazza Martini 10, Monsummano Terme (PT) Ingresso libero

    San Giorgio del Sannio (BN)

    “Stregati dalla Luna”  La Luna è nata da un catastrofico evento fortuito, miliardi di anni fa, eppure ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della vita, nella stabilità dell’asse di rotazione terrestre e oggi nell’esplorazione umana del cosmo. Con Giovanni Covone parleremo del nostro rapporto con la Luna, delle scoperte e avventure spaziali da Parmenide alla missione Artemide, dei misteri che ancora nasconde, e anche delle bufale che (paradossalmente) nella nostra era confusa si accompagnano sempre ai progressi della scienza. Seguirà l’osservazione della Luna a cura del Gruppo Astrofili Beneventani Ti aspettiamo il 14 settembre 2024 alle ore 21.00 presso il FatBoy Pub, via Fontananaisi 21, San Giorgio del Sannio (BN). Ingresso libero.

    20 settembre

    Ventimiglia di Sicilia (PA)

    “Luna e stelle tra miti e leggende” Siamo stati davvero sulla Luna? Oppure è tutta una finzione architettata da registi visionari? Se l’allunaggio c’è stato davvero allora perché non ci siamo più tornati? Cercheremo le risposte a queste e ad altre domande insieme a Luca Boschini. Dopo la conferenza seguiranno osservazioni da diversi telescopi dislocati nel piazzale e da quello nella cupola dell’Osservatorio. I Divulgatori dell’associazione ORSA ci mostreranno la Luna e le costellazioni visibili raccontando i miti ad esse collegati.  Ti aspettiamo il 20 settembre 2024 alle ore 21.00 presso l’Osservatorio Astronomico Giorgio Puglia, via dell’Orto 7, Ventimiglia di Sicilia (PA) Per info e iscrizioni: orsapalermo1984@gmail.com

    UNIONE ASTROFILI ITALIANI

    L’Unione Astrofili Italiani (UAI) è l’Associazione nazionale che riunisce tutti coloro che amano il cielo, dal 1967 un punto di riferimento culturale, organizzativo e motivazionale per tutti gli astrofili. L’UAI conta tra le sue fila oltre 60 Delegazioni e relativi Osservatori astronomici e Planetari pubblici diffusi su tutto il territorio nazionale, in prima linea nella promozione e diffusione della cultura scientifica. Le attività portate avanti da oltre 50 anni dalla UAI ricadono in diversi ambiti: della didattica, della formazione, della divulgazione e della ricerca amatoriale in campo astronomico e della lotta all’inquinamento luminoso. L’attività culturale prodotta dalla UAI aiuta la comunità scientifica nazionale e internazionale ed è da questa valutata come un significativo contributo all’avanzamento delle conoscenze e alla diffusione dell’astronomia.  Per seguire la UAI www.uai.it 

    COMITATO ITALIANO PER IL CONTROLLO DELLE AFFERMAZIONI SULLE PSEUDOSCIENZE

    Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un’associazione di promozione sociale, scientifica ed educativa, che promuove un’indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell’insolito con l’obiettivo di diffondere il metodo scientifico e lo spirito critico. Il CICAP nasce nel 1989 per iniziativa di Piero Angela e di un gruppo di scienziati, intellettuali e appassionati, ed è oggi presieduto dal professor Lorenzo Montali. Il CICAP svolge un’attività costante di formazione e divulgazione, con appuntamenti, incontri, convegni e corsi di formazione. Per seguire il CICAP www.cicap.org Facebook @cicap.org | Instagram @cicap_it | X @cicap |Telegram @cicap

    SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Settembre 2024

    a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

     

    RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 124

    SUPERNOVAE AGGIORNAMENTI di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

    In questo mese non abbiamo nessuna scoperta amatoriale di supernovae da raccontare, ma ci possiamo consolare con un successo targato ISSP relativamente ad una Nova Extragalattica. Nella notte del 24 agosto, utilizzando il telescopio Ritchey Chretien da 400mm F.8, il team dell’Osservatorio di Monte Baldo, formato da Flavio Castellani, Vittorio Andreoli e Raffaele Belligoli è riuscito ad individuare un nuovo transiente di mag.+17,1 nella famosa galassia di Andromeda M31.

    Immagine di scoperta della AT2024ssq in M31 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Ritchey Chretien da 400mm F.8 e 100 minuti di posa.
    Immagine di scoperta della AT2024ssq in M31 ottenuta dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con un telescopio Ritchey Chretien da 400mm F.8 e 100 minuti di posa.

    Gli amici di Monte Baldo nell’acquisizione della prima immagine della nuova stella hanno preceduto il programma professionale americano ZTF per circa 8 ore ed incredibilmente anche l’altro programma professionale americano ATLAS per soli 17secondi! Le buone notizie però non finisco qui: nella notte seguente la scoperta, con la Nova calata leggermente verso la mag.+18 il nostro Claudio Balcon è riuscito a classificarla per primo nel TNS come una classica Nova. Nel suo spettro infatti era ben visibile la linea H-Alpha intorno ai 6500 Armstrong, tipico delle Novae Extragalattiche. Abbiamo pertanto una Nova Extragalattica scoperta e classificata tutto in casa ISSP. Alla Nova è stata assegnata la sigla provvisoria AT2024ssq, ma presto dovrebbe prendere la sigla definitiva, che molto probabilmente sarà M31N-2024-08e con il nome della galassia ospite seguita dalla lettera N (Nova), l’anno, il mese e la lettera “e” che in questo caso rappresenta la quinta Nova scoperta e confermata nel mese di agosto del 2024 in M31. L’Osservatorio di Monte Baldo, insieme ai cinesi del programma XOSS capitanati da Xing Gao e all’astrofilo ceco Kamil Hornoch, sono leader indiscussi a livello mondiale nel campo della ricerca di Novae Extragalattiche.

    Elaborazione dello spettro della AT2024ssq in M31 ottenuto da Claudio Balcon con un telescopio Newton da 410mm F.5,5 dove è evidenziata la linea H-Alpha intorno ai 6500 Armstrong, tipico delle Novae Extragalattiche.
    Elaborazione dello spettro della AT2024ssq in M31 ottenuto da Claudio Balcon con un telescopio Newton da 410mm F.5,5 dove è evidenziata la linea H-Alpha intorno ai 6500 Armstrong, tipico delle Novae Extragalattiche.

    Concludiamo la rubrica soffermando la nostra attenzione su due supernovae scoperte entrambe nella notte del 23 luglio ed esplose in due galassie esteticamente molto fotogeniche. Una di queste due supernovae è risultata anche molto luminosa, peccato che sia visibile solo dall’emisfero australe.

    La prima ad essere stata scoperta è stata proprio la supernova individuata dal programma professionale americano denominato DTL40 nella galassia a spirale barrata NGC6221 posta nella costellazione dell’Ara a circa 65 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+15,1.

    Nella stessa notte, gli astronomi americani dal Cerro Tololo Observatory con il SOAR Souther Astrophysical Research Telescope, un moderno telescopio da 4,10 metri con ottiche attive posto a 2.700 metri di altitudine sul Cerro Pachon in Cile, hanno ottenuto lo spettro di conferma. La SN2024pxg, questa la sigla definitiva assegnata, è una giovane supernova di tipo II scoperta 4 giorni dopo l’esplosione. Nei giorni seguenti la sua luminosità è aumentata leggermente fino a raggiungere la mag.+14,5. Questa è la seconda supernova conosciuta esplosa in NGC6221, la prima fu la SN1990W scoperta il 16 agosto 1990 dal famoso astrofilo australiano Robert Evans, che purtroppo ci ha lasciato nel novembre del 2022.

    Immagine della SN2024pxg in NGC6221 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa con un riflettore da 360mm F.8,4 somma di 7 immagini da 60 secondi.
    Immagine della SN2024pxg in NGC6221 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa con un riflettore da 360mm F.8,4 somma di 7 immagini da 60 secondi.

    La seconda supernova del 23 luglio è stata invece scoperta dal programma professionale americano di ricerca supernovae Zwicky Transient Facility (ZTF) nella galassia a spirale barrata NGC6384 nella costellazione di Ofiuco a circa 80 milioni di anni luce di distanza. Nella notte seguente la scoperta, dal Siding Spring Observatory con l’ANU Telescope da 2,3 metri è stato ripreso lo spettro di conferma che ha permesso di classificare la SN2024pxl come una supernova di tipo Iax 02cx-like scoperta circa una settimana prima del massimo, che si è verificato nei primi giorni del mese di agosto intorno alla mag.+15,5. Le supernovae di tipo Iax sono transienti rari e peculiari, che prendono il nome dal prototipo di questo gruppo di oggetti, cioè la SN2002cx. Sono supernovae di solito più deboli e con righe nello spettro molto più strette rispetto ad una normale supernova di tipo Ia e sono associate a popolazioni stellari giovani. La loro interpretazione fisica è ancora in fase di approfondimento e sono perciò seguite con molto interesse dalla comunità astronomica internazionale. Questa è la terza supernova conosciuta esplosa in NGC6384. Le altre due sono state la SN2017drh scoperta il 3 maggio del 2017 dal programma professionale DTL40 di tipo Ia e la SN1971L scoperta il 24 giugno del 1971 da Logan di tipo I, che raggiunse la notevole mag.+12,8.

    Immagine della SN2024pxl in NGC6384 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7
    Immagine della SN2024pxl in NGC6384 ottenuta dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7

     

    Per seguire Supernovae Aggiornamenti: Iscriviti alla NewsLetter!

    SDM: il “Buiometro” fai-da-te

    di Luca Bonardi

    ABSTRACT

    Fin da giovane, il mio interesse per la meccanica, l’elettronica e l’ingegneria, è cresciuto di pari passo con la mia inesausta curiosità di capire il funzionamento delle cose, smontando e rimontando – per la gioia dei miei genitori – ogni sorta di oggetto che mi capitasse tra le mani: un approccio sperimentale, un’attitudine alimentata dall’ammirazione che nutrivo per mio nonno e per la sua “arte di arrangiarsi”. Oggi abbiamo la fortuna di avere l’accesso gratuito ad una quantità di informazioni e risorse praticamente illimitate, possiamo costruire e creare qualcosa partendo quasi da zero e tutto è diventato molto più facile, a patto di sapere dove e cosa cercare. In queste pagine vi racconterò l’ avventura che ha portato alla creazione di questo mio SDM (Sky Darkness Meter), o “Buiometro” per gli amici, esplorando le idee, le sfide affrontate, le soluzioni adottate sia per lo strumento sia per cercare di prendere sonno la notte senza pensarci troppo.

    Perché costruire un “SDM”?

    Risposta breve: per curiosità. Risposta non ufficiale: perché ritengo che l’unica alternativa simile disponibile sul mercato, seppure affidabile, sia ormai un po’ obsoleta, oltre che non particolarmente economica. Confesso che da quando ho iniziato a fare osservazione e poi astrofotografia ho desiderato avere un qualcosa che, più che dare un valore “assoluto” alle condizioni di buio del cielo, mi permettesse di fare confronti fra le diverse situazioni… fidarmi del buon vecchio “occhio” non mi bastava più. Ho trovato molti spunti in rete, nessuno dei quali mi ha mai convinto fino in fondo: progetti pronti, smart, molto articolati e ben fatti, nei quali però ho sempre trovato qualche pecca: errori di conversione fra le grandezze, superficialità nelle misure, scarsa ripetibilità, algoritmi poco convincenti. Da qui la decisione di tentare – per l’ennesima volta – la più impegnativa strada dell’autocostruzione.

    Un po’ di teoria

    L’acronimo comunemente utilizzato, “Sky Quality Meter“, potrebbe fuorviare: il valore SQM rappresenta la luminanza del cielo in mag/arcsec^2 (o MPSAS, Magnitude Per Square Arc Second), e varia da 16.00 per i cieli più chiari a 22.00 per quelli più bui. Questo numero non riflette direttamente la qualità del cielo e, oltre a non essere propriamente definibile una grandezza in senso stretto, è influenzato da vari fattori come la trasparenza o il seeing; semplicemente fornisce un’indicazione di “quanto è buio” l’angolo di cielo che misuriamo, da qui la scelta del nome Sky Darkness Meter. Non esistendo sensori in grado di rilevare direttamente l’oscurità del cielo, si deriva la misura semplicemente valutandone la luminosità attraverso un piccolo miracolo dell’optoelettronica.

    Il sensore

    Sensore Buiometro
    Sensore Buiometro
    Per il mio strumento mi sono affidato allo stesso sensore utilizzato nello strumento SQM di Unihedron, il TSL237: questo componente, combinando un fotodiodo con un convertitore di corrente, genera un segnale elettrico digitale sotto forma di onda quadra ad una data frequenza. Tale frequenza è direttamente proporzionale proprio all’irradianza (flusso luminoso radiante per unità di superficie) sul fotodiodo; misurando la frequenza del segnale, con una formula abbastanza semplice, si arriva al valore SQM che ci interessa. Perchè proprio il TSL237? Studiandone le caratteristiche e confrontandole con altri componenti simili ho capito che è perfetto per lo scopo: molto sensibile alle basse luminosità, stabile in un ampio range di temperature (da -40 a +85°C), ha un bassissimo “rumore” di misura (dark frequency), è un sensore digitale pronto all’uso e soprattutto è molto veloce. A tal proposito, giusto per fare un esempio, vi descrivo la stessa situazione con una delle alternative disponibili sul mercato, il TSL235:
    grafici irradianza Buiometro
    grafici irradianza Buiometro
    Osservando i due grafici in figura, a parità di irradianza, per esempio a 0.001 μW/cm2  (valore che corrisponde a un SQM di 18.00), il sensore TSL237 genererebbe un segnale a 2.3 Hz, leggendo un valore in 0.5”, mentre il TSL235 si fermerebbe a 0.8Hz … in pratica impiegherebbe quasi il triplo del tempo per avere la stessa misura e, prevedendo di fare una media di più valori, si arriva a parecchi minuti per avere un risultato sotto cieli molto bui, impensabile. Nella versione digitale formato sfogliabile a questo link: https://www.coelum.com/coelum-digitale/coelum-astronomia-267-2024-digitale  è disponibile il box “LA MATEMATICA DEL BUIO” con le espressioni necessarie al calcolo matematico dei valori di buio (riservato utenti QUASAR).

    I primi test e prototipi

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata [swpm_protected for=”3″] Una volta compresa la teoria mi son dedicato alla scrittura del primo firmware utilizzando quella che ritengo sia, per flessibilità e semplicità di programmazione, una delle migliori piattaforme di sviluppo che abbiamo a disposizione: Arduino. Mi è bastato collegare il sensore TSL237 e, grazie a poche righe di codice, ho cominciato a fare i primi test di lettura che – a dirla tutta – inizialmente non sono stati particolarmente incoraggianti è hanno dato vita un calvario fatto di codice, circuiti di prova su breadboard, librerie di ogni tipo per la misura della frequenza, alla ricerca di una caratteristica per me fondamentale: la ripetibilità dei risultati. La scelta di affidarmi a librerie preconfezionate per la misura di frequenze non si è rivelata del tutto (con)vincente, e proprio quando stavo per gettare la spugna ho deciso di utilizzare una scrittura di codice a più basso livello per avere risultati più attendibili. Dopo settimane di prove e verifiche incrociate con l’oscilloscopio ho finalmente raggiunto dei risultati validi e ho potuto così iniziare la parte di ottimizzazione e sviluppo vero e proprio dell’oggetto.

    La “scatoletta”

    Il primo prototipo Buiometro con Arduino
    Il primo prototipo Buiometro con Arduino
    Un po’ per sfizio e un po’ per deformazione professionale ho cominciato disegnando in 3D tutti i componenti necessari: il case in alluminio, Arduino, il TSL237, un sensore di temperatura, una lente, un filtro UV/IR cut, un display e una batteria per alimentare il tutto. L’idea era quella di avere un dispositivo più compatto possibile, con batteria ricaricabile e di facile realizzazione. Da ormai qualche anno dispongo di un pantografo CNC  – ovviamente autocostruito – in grado di lavorare alluminio e metalli leggeri, dotato di un laser per incisioni, e di una stampante 3D MSLA a resina…tutto quello che ho realizzato grazie alla combinazione di queste due macchine meriterebbe un capitolo a parte. In questo caso specifico sono state utilizzate per la lavorazione dei componenti principali: il contenitore (una semplice scatoletta di alluminio incisa laser e fresata per incassare il display) e il pannello frontale che contiene filtro UV/IR cut e la lente a 20°. La stampante MSLA a resina mi ha permesso di costruire poi un alloggiamento molto preciso per il sensore consentendone il posizionamento nel punto di fuoco della lente e proteggendolo da luci parassite.

    Funzionamento e utilizzo

    Oltre al calcolo del valore SQM ho deciso di integrare nel firmware delle funzioni per fornire una stima numerica e grafica della scala Bortle e della cosiddetta NELM, la magnitudine limite visibile a occhio nudo in quelle specifiche condizioni di luminosità del cielo. Per avviare la misurazione basta puntare lo strumento allo Zenith e premere il pulsante: il display attenua la luminosità e mostra una barra di avanzamento che indica il progresso della misura, dopodiché appaiono in sequenza le informazioni elencate in precedenza. Con mia grande soddisfazione ho appurato che la ripetibilità di più risultati acquisiti in sequenza rientra sempre, nei casi peggiori, entro un range di 0.03-0,04 MPSAS, superando di gran lunga le mie aspettative. Una routine particolare che ho sviluppato, resa più complessa dalla necessità di gestire tutte le operazioni attraverso un singolo pulsante, mi permette la messa a punto dello strumento senza l’ausilio di un computer, confrontandolo sul campo con altri strumenti SQM calibrati.

    EasyEda e i primi esperimenti con i PCB

    Quella che mi sembrava la soluzione “perfetta” e definitiva ha da subito mostrato i propri limiti nel momento in cui alcuni amici astrofili mi hanno chiesto delle copie dello strumento: troppe saldature, troppi potenziali errori, troppe lavorazioni da fare, troppo tempo…mi serviva qualcosa di più affidabile e “snello” dal punto di vista elettronico, e così mi sono addentrato nel mondo della progettazione elettronica di PCB. La decisione di passare dalla realizzazione artigianale delle scatolette al design di un PCB (Printed Circuit Board) è stata un passo significativo nella mia avventura di costruzione del “Buiometro”. Questo cambiamento ha reso il progetto più efficiente, riducendo il rischio di errori e aumentando la ripetibilità della produzione. Il PCB offre numerosi vantaggi rispetto alle soluzioni artigianali, uno su tutti la possibilità di integrare tutti i componenti elettronici in un unico substrato, riducendo il numero di connessioni e potenziali punti di errore. Per la realizzazione del PCB ho utilizzato un software di progettazione on-line totalmente gratuito, EasyEDA, con il quale ho disegnato i primi schemi elettrici, con l’idea di limitare il più possibile il numero di componenti necessari. Uno dei punti chiave è stato scegliere di utilizzare solo il “cuore” di Arduino, il processore Atmega328P-AU, facendolo funzionare con il proprio clock interno a 8Mhz senza la necessità di molti altri componenti esterni (in gergo: in modalità stand-alone). Successivamente, ho tradotto lo schema in un layout del PCB, posizionando ciascun componente per massimizzare l’efficienza e la compattezza. Dopo la fase di progettazione ho ordinato i prototipi da un produttore specializzato: la precisione e la qualità del PCB hanno reso il processo di assemblaggio molto più agevole rispetto alle versioni precedenti basate su assemblaggi artigianali. Fine dell’avventura, penserete…e lo pensavo anch’io, ma poi ho cominciato a covare l’idea di realizzare qualcosa di totalmente diverso e in un certo senso speciale.

    Il nuovo design

    Versione finale del buiometro
    Versione finale del buiometro
    Non ricordo bene da dove e come sia nata l’idea, ricordo solo che – quasi per battuta – dissi a un amico: “[…] Beh, volendo potrei far stare tutta l’elettronica in un circuito grande come una moneta da un euro!”. Non amo gli sprechi in genere, nemmeno quello dello spazio…e così, un po’ per sfida, ho deciso di provarci davvero rifacendo praticamente quasi tutto il progetto da zero. Mi son quindi messo all’opera progettando un nuovo PCB, sempre con EasyEDA, racchiudendo tutto in un dischetto di circa 21mm di diametro, per inserirlo in un tubo da 25mm inizialmente in alluminio sostituito poi con uno in carbonio, lavorato con il mio fidato pantografo CNC. Ho deciso di dotare il PCB della versione più piccola disponibile del chip Atmega328 e, a differenza di quanto fatto in precedenza, ho predisposto i connettori per il caricamento del bootloader modificato e del firmware, per poi dedicarmi nuovamente al disegno e alla progettazione 3D. Ancora una volta la possibilità di avere a disposizione una stampante 3D a resina non ha posto particolari limiti per il design e la realizzazione di pezzi complessi. Ahimé, avendo cambiato il 90% dei componenti, ho dovuto riscrivere buona parte del firmware, ridisegnare le grafiche (con il mitico Paint e TANTA pazienza), e riprodurre le nuove parti in 3D per ricollocarle in maniera ottimale. Una volta assemblati i primi 3-4 strumenti non mi è rimasto che testarli e tararli sul campo, per verificarne le prestazioni e l’affidabilità. Il risultato di questi mesi di lavoro è stato uno strumento molto preciso, dal design “accattivante”, semplice da usare, super-compatto, che consuma pochissimo, con batterie AAA facilmente sostituibili dopo qualche mese di utilizzo, e che di fatto assomiglia ad una via di mezzo fra una torcia, un puntatore o una spada laser!

    E ora?

    Ora un po’ di meritato riposo, anche se ho già la testa occupata da possibili sviluppi e migliorie future. Questo non è solo uno dei progetti che in assoluto mi ha dato più soddisfazione, è stata soprattutto un’occasione di apprendimento per acquisire tante nuove competenze: progettazione base e realizzazione di PCB, concetti di elettronica che ho da sempre trascurato, approfondimenti sul buio del cielo e sul tema dell’inquinamento luminoso, ottimizzazione della stampa 3D etc.. Attraverso questo progetto ho affinato e dato sfogo alla mia creatività/passione, soddisfatto tantissime mie – e spero anche vostre – curiosità e sperimentato una crescita personale di cui vado davvero orgoglioso. E probabilmente anche mio nonno lo sarebbe. [/swpm_protected] L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

    CHARGE BANK per Astrofotografi Itineranti

    Charge Bank di Carmelo Algeri
    Charge Bank di Carmelo Algeri

    ABSTRACT

    Ti è mai capitato che nel momento più bello si spegnesse tutto? Proprio quando stai per catturare l’immagine perfetta del cielo stellato, l’energia si esaurisce, lasciandoti al buio e senza possibilità di continuare. È esattamente per evitare queste situazioni frustranti che l’autore ha deciso di costruire un alimentatore da campo personalizzato, progettato per garantire autonomia energetica durante le sessioni di astrofotografia. Utilizzando una potente batteria LIFEPO4 da 100Ah, ha creato una power box leggera, efficiente e capace di alimentare tutta l’attrezzatura per oltre 20 ore. Con questo progetto, non solo si risolvono i miei problemi di alimentazione, ma si può sperimentare la soddisfazione di costruire qualcosa su misura per le proprie esigenze, evitando costose soluzioni preconfezionate. Se anche tu hai bisogno di un sistema di alimentazione affidabile e vuoi cimentarti in un progetto fai-da-te, questa guida ti mostrerà come fare.

    ALIMENTATORE DA CAMPO AUTOCOSTRUITO

    Nel mio percorso di astrofotografo itinerante ho sempre avuto la necessità di possedere una fonte di energia che mi garantisse un’autonomia per almeno due sessioni fotografiche. Da qui è nata l’idea di autocostruire una power box fatta su misura per le mie esigenze, e quindi affidandomi alla mia scarsa conoscenza dell’elettronica ma consapevole di essere un grande smanettone, ho messo in pratica un progetto che avevo in testa da diverso tempo e che ho ultimato con l’acquisto di una batteria LIFEPO4, la quale a differenza delle classiche batterie al piombo, può garantire delle prestazioni maggiori e cicli di carica/scarica almeno 10 volte superiori.

    Charge Bank per Astrofotografia
    Charge Bank per Astrofotografia

    Per la realizzazione mi sono avvalso di una classica cassetta degli attrezzi reperibile in qualsiasi ferramenta o centro di bricolage, ho preferito prenderne una molto capiente in modo da poterci inserire eventuali accessori o cavetterie varie e inoltre che avesse degli scomparti in cui inserire i vari connettori e display.

    Il suo funzionamento è molto semplice, la tensione 12V CC parte ovviamente dalla batteria principale una lifepo4 da 100AH e arriva ad un display digitale che mi consente di monitorare la corrente che assorbe tutto il carico. Da qui in serie fino ad un piccolo convertitore booster che la trasforma e la mantiene costante; può essere impostato agendo tramite una piccola vite da un minimo di 3V ad un massimo di 35V, (Figura 1) io lo mantengo intorno ai 13,3V questo consente alla montatura, una EQ6 di funzionare senza alcun problema anche durante i goto.

    Display della Charge Bank
    Display digitale per il controllo dell’assorbimento corrente, convertitore booster, presa accendi sigari e prese USB per ricarica rapida

    Successivamente l’uscita del booster viene inviata a due morsettiere (una per il polo positivo ed una per il negativo) dalle quali parte l’alimentazione per ogni singolo connettore (Figura 2):

    Morsettiere di distribuzione della Charge Bank
    Morsettiere di distribuzione

    • 1 presa accendisigari per il collegamento del notebook (Figura 1)
    • 6 prese DC da pannello per il collegamento di fasce anticondensa, montatura, camera di ripresa, focheggiatore (Figura 3)
    • 1 HUB USB 3.0 per il collegamento di camera guida, camera di ripresa, focheggiatore (Figura 3)
    • 2 prese USB per la ricarica rapida di un telefono o tablet (Figura 1)

    Prese per Charge Bank
    Prese DC da pannello e USB 3.0 per Charge Bank

    Sulla parte laterale della cassetta ho ricavato due connettori: uno serve per la ricarica della batteria, ad esso infatti è collegato un carica batterie da 20A che mi consente una ricarica completa in circa 5 ore (Figura 4), accanto un altro connettore collegato direttamente ai poli positivo/negativo consente l’aggiunta di un ulteriore eventuale batteria in parallelo (Figura 5).

    Ho misurato che in media tutto il setup con ogni componente collegato e simulando una sessione di ripresa in funzione assorbe circa 5Ah per cui con una batteria da 100A dovrei poter alimentare tutto per circa 20 ore.

    Connettore per ulteriore batteria in parallelo

    Carica Batterie da 20A

    Prezzi

    Devo dire che ho costruito questo alimentatore da campo in diversi step e in svariati mesi quindi dal punto di vista economico la spesa non ha inciso molto avendo aggiunto un pezzetto per volta. L’unico componente che incide per circa la metà del costo totale è sicuramente la batteria. Facendo due conti il costo di tutta la componentistica si aggira intorno ai 400 euro, ma nulla vieta ovviamente di poter utilizzare batterie dalle prestazioni inferiori con costi praticamente dimezzati.

    Vantaggi

    • Il peso di tutta la powerbox risulta essere circa 1/3 rispetto a quelle tradizionali con batterie al piombo
    • Cicli di carica/scarica una batteria lifepo4 può eseguire fino a 2000 cicli contro i 300 di quelle classiche
    • Infatti può essere scaricata fino al 95% della sua capacità nominale, contro il 50% di una batteria al piombo

    Svantaggi

    • L’unico svantaggio che al momento mi viene in mente è sicuramente il costo della batteria visto che ancora il prezzo di una LIFEPO4 non si può considerare proprio economico.

    Conclusioni

    Sicuramente per la costruzione di questa stazione di alimentazione occorre un minimo di manualità con strumenti tipo saldatore a stagno, multimetro, o minidremel, non credo bisogna essere dei grandi esperti di elettronica, io non lo sono affatto, e ho fatto tutto seguendo qualche tutorial qua e là. Ovviamente in giro per la rete si possono trovare delle soluzioni già pronte al costo di meno di 1000 euro ma vuoi mettere la soddisfazione di costruirsi qualcosa secondo le proprie esigenze?

    Spero quindi di aver fatto cosa gradita a chi intende cimentarsi nella costruzione e ringrazio la rivista Coelum per avermi dato la possibilità di condividere il mio progetto.

    L’articolo è pubblicato in Coelum 267

    ARP 122 Quando Uno + Uno (alla fine) fa UNO

    Arp 122 immagine Hubble
    L'immagine mostra le due galassie NGC 6040 e LEDA 59642 in collisione nel formare Arp 122. Crediti: ESA/Hubble & NASA, J. Dalcanton, Dark Energy Survey/DOE/FNAL/DECam/CTIO/NOIRLab/NSF/AURA Acknowledgement: L. Shatz

    ABSTRACT

    Arp 122, distante circa  570 milioni di anni luce dalla Terra e nella Costellazione di Ercole, descrive la collisione di due galassie. Le galassie coinvolte sono NGC 6040, una spirale distorta visibile di taglio, e LEDA 59642, una spirale tondeggiante. Durante la collisione, il disco di NGC 6040 si è inclinato e i suoi bracci si sono deformati, estendendosi verso LEDA 59642. Questo evento cosmico provoca variazioni nelle orbite delle stelle, gas e polveri all’interno delle galassie, spesso portando alla formazione di una nuova galassia ellittica. Nonostante le significative perturbazioni, le stelle raramente collidono tra loro a causa delle immense distanze. Tuttavia, il materiale interstellare può comprimersi, accelerando la formazione stellare, come osservato in NGC 6040. Oltre alla fusione, le galassie stanno precipitando verso il centro dell’Ammasso di Ercole, subendo un processo noto come “ram-pressure stripping“, che priva le galassie del gas necessario per la formazione di nuove stelle. Si prevede che i buchi neri supermassicci al centro delle due galassie si avvicineranno fino a fondersi, generando intense onde gravitazionali. Le interazioni e le collisioni tra galassie, più comuni nell’Universo primordiale, sono state fondamentali nell’evoluzione delle galassie moderne.

    Durante i mesi estivi, grazie alla sua elevata posizione nel cielo, questa zona è favorevole per l’osservazione in Italia, anche se la breve durata delle notti estive limita il tempo per accumulare sufficiente segnale luminoso.

    Collisione Galattica : due Galassie in Una

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Due galassie nel mezzo di una collisione: è il sistema Arp 122, catturato in questa insolita ripresa del telescopio Hubble. Il violento scontro cosmico tra la spirale distorta e allungata NGC 6040, visibile di taglio, e la spirale tondeggiante LEDA 59642 avviene a una distanza di circa 570 milioni di anni luce dalla Terra.  Sembra quasi che NGC 6040 stia precipitando addosso alla sua compagna, tanto che il disco si è inclinato e i bracci si sono deformati, allungandosi in direzione di LEDA 59642. Sullo sfondo galassie più distanti di varia forma e colore arricchiscono la scena.

    In particolare, nell’angolo inferiore sinistro dell’immagine fa capolino la gigantesca ellittica NGC 6041, la galassia più luminosa dell’Ammasso di Ercole, un raggruppamento popolato da circa 200 galassie, tra le quali possiamo annoverare anche Arp 122. Le collisioni tra galassie sono eventi estremamente energetici, ma avvengono su tempi scala molto lenti, date le distanze enormi tra gli oggetti coinvolti. Anche il vero e proprio processo di fusione non è rapido: può richiedere fino a centinaia di milioni di anni. 

    Arp 122
    Il puntino rosso indica la posizione di Arp 122 nella costellazione di Ercole

    Durante le collisioni galattiche stelle, gas e polveri che compongono le galassie possono sperimentare variazioni straordinarie nelle loro orbite, a causa delle immense forze gravitazionali coinvolte. Nel corso del tempo, questo processo provoca un cambiamento sostanziale nella struttura delle due galassie coinvolte e talvolta il risultato finale è la formazione di una nuova, singola galassia ellittica. Un destino probabile anche per il sistema Arp 122.

    Nonostante molte delle stelle appartenenti alle due galassie sperimentino notevoli variazioni nell’orbita, è estremamente improbabile una collisione diretta tra le stelle stesse, date le vaste distanze che le separano. Tuttavia, il processo di fusione può far collidere il materiale interstellare, comprimendo il gas e facendo sì che il tasso di formazione stellare nelle galassie aumenti considerevolmente. La stessa NGC 6040 appare ricca di ammassi di giovani stelle blu e addensamenti di oscura polvere interstellare.

    Arp 122 immagine Hubble
    L’immagine mostra le due galassie NGC 6040 e LEDA 59642 in collisione nel formare Arp 122. Crediti: ESA/Hubble & NASA, J. Dalcanton, Dark Energy Survey/DOE/FNAL/DECam/CTIO/NOIRLab/NSF/AURA
    Acknowledgement: L. Shatz

    Ma questo non è il solo processo in corso nel sistema: durante il loro viaggio cosmico, le galassie stanno precipitando verso il centro dell’Ammasso di Ercole, interagendo violentemente con il mezzo intergalattico. L’ambiente ad alta pressione all’interno degli ammassi di galassie è ricco di gas denso e caldo che agisce come un vento potente, provocando l’espulsione di gas e polveri al di fuori del disco galattico delle malcapitate galassie che lo attraversano ad alta velocità. Un simile processo, chiamato  “ram-pressure stripping”, strappa via materiale dalle galassie, che, svuotate del combustibile per far nascere stelle, avranno difficoltà a formarle in futuro. È ciò che sta accadendo in particolare, alla galassia PGC 56942, che sta di conseguenza assumendo l’aspetto di una galassia quiescente.

    Si ritiene che ogni grande galassia ospiti nel suo cuore un buco nero supermassiccio. Nel corso del processo di fusione tra due galassie, i rispettivi buchi neri supermassicci migrano verso il centro della nuova galassia derivante dalla fusione e possono andare a formare una coppia legata gravitazionalmente. Gli scienziati ritengono che a quel punto i buchi neri giganti binari si avvicinino uno all’altro fino a fondersi, producendo intense onde gravitazionali. Interazioni e collisioni erano molto più comuni nell’Universo miliardi di anni fa e hanno giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle galassie che osserviamo oggi.

     

    Come Osservare

    a cura di Cristian Fattinnanzi

    All’inizio dell’estate, altissimo in cielo nella costellazione di Ercole, possiamo individuare un ricco gruppo di piccole galassie con alcune interessanti peculiarità. La favorevole posizione colloca questa zona oltre i 60° di altezza sull’orizzonte per qualsiasi regione Italiana, le migliori condizioni per l’osservazione e la ripresa si verificano nei mesi da aprile ad agosto. La breve durata delle notti estive non favorirà quindi riprese di molte ore per accumulare il segnale luminoso di questo lontano sistema di galassie, distante quasi 600 milioni di anni luce da noi. Ciò nonostante, nel caso il meteo lo consentisse, potremo sfruttare le piacevoli temperature notturne per ripetere le riprese in notti consecutive ed accumulare più segnale luminoso nei nostri sensori.

    L’aspetto degli oggetti in questione è quello di due galassie evidentemente interagenti: una delle principali appare con una forma spirale perfettamente frontale mentre l’altra, tangente a questa, ha una forma ellittica vista quasi di taglio evidentemente distorta dall’interazione gravitazionale con la prima.

    Per riprendere con un ingrandimento adeguato questa zona, consiglio una focale di almeno 200 volte la dimensione del sensore, per cui circa 4000 mm se usiamo un sensore APS-C. Ad ogni modo, anche focali due o tre volte inferiori a quella indicata mostreranno, sebbene con una scala d’immagine inferiore, i dettagli di cui abbiamo parlato.

    Il campo circostante è ricchissimo di galassie, molte delle quali allo stesso modo interagenti, nel momento in cui componiamo l’inquadratura facciamo quindi attenzione a non essere ingannati da altri soggetti.

    Visualmente risultano soggetti piuttosto difficili a causa delle dimensioni, con strumenti oltre i 30 cm potremo provare con buone speranze di riuscita a rintracciare i due bagliori dei nuclei galattici, la cui magnitudine si attesta intorno alla 13.

    Come avrete ormai appreso dalle precedenti rubriche, l’uso dei filtri nebulari non potrà fornire particolari vantaggi, sarà quindi preferibile operare da un luogo buio, sfruttando serate dalle favorevoli condizioni di trasparenza atmosferica.

    Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

    Visuale: 4/5

    Fotografica: 2/5

    RIF: https://esahubble.org/images/potw2420a/

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 267 VERSIONE CARTACEA

     
     

    OVERALL PHOTONS cresce la voglia di condivisione

    M101 nella versione di Andrea Iorio del progetto Overall Photons
    M101 nella versione di Andrea Iorio del progetto Overall Photons

    Il 17 agosto scorso tre giovani astrofotografi hanno lanciato nuovo progetto “OVERALL PHOTONS” partorito dalla desiderio di condividere i dati amatoriali per lavorare in comune su specifici target.

    Passano gli anni e nuove generazioni si affacciano alla grande passione per l’Astronomia e l’Astrofotografia, inondando il settore con nuova vitalità ma anche ispirando nuovi approcci. Il più significativo da un punto di vista (POV come direbbero loro!) puramente sociale è la smisurata propensione alla condivisione. Un modus operandi quello della condivisione che già si è fatto notare nei progetti di Science Citizen oppure nel più nostrano e più volte citato ShaRA. Tutti volti a migliorare la qualità dei risultanti partendo dall’esigenza comune di dove raccogliere molti e molti dati spendendo ore e ore di tempo tutti. E allora perché non unire le forze? Non solo economiche oppure amatoriali-professionali ma anche capacitive, riporre i tanti giga di dati raccolti sullo stesso soggetto in un unico database e metterli poi a disposizione di tutti per l’elaborazione. Certo più facile a dirsi che a farsi ma intanto la prima pietra è stata posata. I protagonisti dell’impresa sono Andrea Iorio, Fernando Linsalata ed Elisa Cuccu intendi a condividere alcuni dati per una lavoro a sei mani e da li l’idea: aprire il lavoro ad altri contributi e menti sia nazionali che internazionali. Le adesioni non sono tardate e inventare un nuovo nome si è resa subito necessario. Overall Photons, nome che rimanda ai fotoni catturati dai sensori delle camere astronomiche che poi vengono unificati durante l’integrazione dei dati derivanti da diversi astrofotografi. Gli obiettivi di questo nuovo progetto sono molteplici: 1) unione delle forze, per raggiungere centinaia, ma anche migliaia, di ore di integrazione di segnale su specifici target deepsky in modo da ottenere risultati altrimenti complicati da raggiungere 2) condivisione, per permettere a chiunque di avere a disposizione dati cumulativi di buona qualità anche non disponendo di attrezzatura di alto livello o vivendo in località con inquinamento luminoso 3) fare community astrofotografica, per permettere a chiunque di partecipare e contribuire a progetti condivisi e per apportare cambiamento e novità nel modo di fare e concepire l’astrofotografia Il metodo è ovviamente in una fase testing ed è indispensabile mettersi all’opera su campioni reali per individuare tutte le criticità di una simile idea. Primo soggetto scelto su cui cimentarsi: M101, un target molto fotografato e quindi che offre una discreta quantità di dati su cui metter mano. Il primo test ha consentito non solo di sondare l’interesse nel condividere dati da parte di altri astrofotografi ma anche valutare alcuni processi elaborativi per integrare dati che, non dimentichiamo, hanno origini estremamente differenti. Contattati privatamente sono stati in tutto 11,  inclusi i tre ideatori, gli astrofotografi che hanno messo a disposizione i propri dati grezzi  riuscendo a raggiungere così ben 260 ore di integrazione in HaLRGB sulla galassia M101. Lavorare concretamente su M101 ha subito messo in evidenza le potenzialità indiscusse del lavoro di squadra, ma, allo stesso tempo, ha fatto emergere alcune difficoltà tecniche chiave su cui Andrea, Elisa e Fernando sono impegnati per ottimizzare al meglio l’integrazione dei dati e la selezione del materiale grezzo condiviso. Si sta già pensando al prossimo target che vedrà come protagonista la nebulosa Helix. Le modalità e le tempistiche per la partecipazione verranno condivise sui profili social dei tre ragazzi nelle prossime settimane, oltre che nei principali gruppi social di astrofotografia sia nazionali che internazionali. Si respira molto ottimismo anche se la strada di Overall Photons è solo all’inizio ed è ancora molto lunga. Lunga vita alla condivisione! Per qualsiasi informazione su Overall Photons potete contattare e seguire i profili Instagram di: Andrea Iorio: https://www.instagram.com/a_glimpse_of_universe/ Elisa Cuccu: https://www.instagram.com/lislisette_/ Fernando Linsalata: https://www.instagram.com/ostespaceobservatory/ Ecco invece i contatti dei primi 11 pionieri: Elisa Cuccu (Elisa Cuccu) , Fernando Linsalata (Fernando Linsalata), Andre Vilhena (the.cosmic.arena), Gianluca Beccani (Gianluca Beccani), Francesco Radici (Francesco Radici), Reza Hakimi (IG: @rezzolution_), Kyle Fish (IG: @ak.astrophoto), Federico Boninsegna (Federico Boninsegna), Benjamin Rideout (Benjamin Rideout), Andrea Arbizzi (Andrea Arbizzi).

    SAIt la Società Astronomica Italiana oggi

    La squadra italiana in Cina
    La squadra italiana in Cina
    a cura di Roberto Buonanno

    ABSTRACT

    Hai mai immaginato di esplorare l’universo attraverso gli occhi degli antichi astronomi? La Società Astronomica Italiana (SAIt) non solo mantiene viva questa tradizione, ma la reinventa per le nuove generazioni, portando la scienza del cielo nelle mani dei ragazzi con iniziative straordinarie come i Campionati Italiani di Astronomia e il concorso “Giovani astronome/i al TNG”. Dietro le quinte di questi eventi si nasconde un mondo fatto di passione, dedizione e scoperte mozzafiato, dove studenti di tutta Italia si sfidano per conquistare il cielo e i suoi segreti. Ma c’è di più: un progetto rivoluzionario vuole coinvolgere gli studenti nella creazione di un autentico “diagramma dell’orizzonte”, replicando un antico strumento che ha affascinato generazioni di scienziati. Scopri come la SAIt sta cambiando il modo in cui le nuove generazioni vedono e comprendono il cosmo, mescolando storia, scienza e tecnologia in un’avventura che promette di ispirare il futuro dell’astronomia italiana. Non perdere l’occasione di entrare in questo universo affascinante e scoprire come anche tu puoi fare la differenza!

    Introduzione

    Si è appena conclusa la LXV Assemblea dei Soci SAIt che ha confermato la necessità di un aggiornamento dello Statuto della Società. Tutti gli interventi hanno ribadito che la SAIt svolge un ruolo importante per lo sviluppo delle Scienze astronomiche in Italia e che la sua missione di diffusione della cultura scientifica non può che crescere nella prospettiva futura. Solo un’associazione di volontari della diffusione della cultura scientifica, infatti, è in grado di fondere le esperienze e le sensibilità di comunità formalizzate, quali quelle della ricerca, della scuola e dell’Università, ognuna agendo secondo le proprie specifiche finalità istituzionali. Per questo motivo sono grato alla Redazione di Coelum per l’opportunità che mi viene offerta di illustrare alcune delle azioni svolte dalla SAIt nel 2023 e, fra queste, desidero soffermarmi sulle attività svolte a vantaggio delle ragazze e dei ragazzi con lo scopo di trasmettere soprattutto a loro il fascino delle scienze del cielo. Ciò per due motivi. Il primo è che vorrei mostrare quante persone, fra colleghi e amici, siano oggi impegnate nell’attività di volontariato culturale proposta dalla SAIt, il secondo motivo è per far conoscere quanti ragazzi bravissimi e quanti insegnanti di valore ci sono nelle nostre scuole.

    I Campionati Italiani di Astronomia

    I Campionati Italiani di Astronomia (che nelle gare internazionali conservano il nome originale di Olimpiadi), giunti alla XXII edizione, sono una gara di cultura astronomica aperta agli studenti delle scuole superiori e promossa dalla Società Astronomica Italiana in collaborazione con l’INAF e il Ministero dell’Istruzione e del Merito nel quadro delle iniziative per la Valorizzazione delle eccellenze scolastiche del MIM. La competizione ha l’obiettivo di mettere gli studenti in contatto con l’ambiente della ricerca e così promuovere il loro interesse nell’astronomia la quale, non solo è una tra le più antiche scienze della storia umana, ma possiede anche un’evidente valenza multidisciplinare in quanto spazia dalla storia alla filosofia, dalla matematica alla chimica, dalla fisica alla letteratura, all’arte. La procedura dei Campionati è articolata. Si parte da una fase di preselezione alla quale quest’anno hanno partecipato oltre 12000 studenti provenienti da 395 scuole (comprese due scuole italiane all’estero), a cui segue una seconda fase nella quale le giurie interregionali selezionano, fra gli oltre 1000 elaborati che hanno superato la prima fase, i migliori 90 ai quali è riservata la  partecipazione alle finali nazionali. La cerimonia di apertura delle gare finali si è tenuta quest’anno a Reggio Calabria il 16 Aprile alla presenza di autorità locali, rappresentati del MIM e degli Enti sostenitori.  Il giorno seguente si sono svolte le gare vere e proprie presso il Liceo Scientifico Statale “Leonardo da Vinci”. I finalisti si sono cimentati con problemi di Astrofisica teorica, durante la mattina, e su prove pratiche e analisi di dati di Astronomia osservativa, nel pomeriggio. L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata [swpm_protected for=”3″] La giuria della finale dei XXII Campionati Italiani di Astronomia era composta da: Maria Pia Di Mauro, Silvia Galleti, Giulia Iafrate, Paolo Romano, Daniele Spiga, Gaetano Valentini (tutti INAf e SAIt) e dal presidente Pierluigi Veltri (UniCal e SAIt). Ha svolto le funzioni di segretario Giuseppe Cutispoto. La giuria ha assegnato 18 diplomi di merito, proclamato i 18 vincitori della medaglia Margherita Hack assegnando infine 3 menzioni speciali. Nel corso della cerimonia di chiusura, svolta nella prestigiosa Sala Versace, è stata nominata anche la squadra nazionale che rappresenterà l’Italia alle Olimpiadi Internazionali di Astronomia. Questi ragazzi meritano che si faccia il loro nome: si tratta di Gabriele Lambertini, Ludovica Rial Corsini, Nicola Bortoluzzi, Raffaello Pio Marino e Andrea Cusimano. Per quanto riguarda la fase delle Olimpiadi internazionali, ci sono al momento problemi legati a motivi di sicurezza che non ci permettono di garantire la partecipazione della squadra italiana e, mentre stiamo facendo tutti gli sforzi possibili per non privare i nostri ragazzi di tale soddisfazione, mi limito a un resoconto della nostra partecipazione alle ultime Olimpiadi ospitate dal Planetario di Pechino dal 6 al 14 novembre dello scorso anno. Si trattava della prima edizione delle IAO in presenza post-covid e, anche a causa della guerra in Ucraina, si è vista la partecipazione di un numero limitato di Paesi. Certo, vedere di nuovo i partecipanti di lingue e culture diverse confrontarsi e condividere la stessa passione per l’astronomia, è stata un’esperienza fonte di grandi emozioni in grado di generare una rinnovata vitalità nel coinvolgimento nella competizione. Avendo ospitato due edizioni online a causa della pandemia, l’Italia ha contribuito in modo determinante a che queste emozioni non andassero definitivamente perdute. La squadra italiana, composta da Francesco Cioffi  (Liceo Scientifico Statale “Enrico Fermi” di Bari), Francesco Leccese (Liceo Scientifico Statale “Banzi Bazoli” di Lecce), Francesco Manetti (Liceo Scientifico “Marconi” di Carrara), Chiara Luppino (Liceo Scientifico Statale “Da Vinci” di Reggio Calabria), Raffaele Stoppa (Liceo Scientifico Statale “Ribezzo” di Francavilla Fontana, BR) e Matteo Tivan (Liceo Scientifico Statale “Pellico-Peano” di Cuneo). Il mio augurio per il viaggio citava così: Dopo un anno e mezzo, quando rimanemmo increduli di fronte all’aggressione sconsiderata alla Ucraina, torniamo a chiederci “Ma che c’entra la Guerra con l’Astronomia?” Sarà un caso, ma anche in questi giorni, la squadra italiana è in partenza per la Cina a “difendere i nostri colori” nelle Olimpiadi Internazionali di Astronomia. “Difendere i colori” frase che, come già notavo un anno e mezzo fa, può essere bellissima perché trasferisce ai nostri ragazzi di Liceo -la squadra italiana alle Olimpiadi di Astronomia- l’impegno a migliorare il nostro Paese, ma che può risultare addirittura ipocrita se pensiamo alle conseguenze devastanti della guerra Israele-Hamas.
    La squadra italiana in Cina
    La squadra italiana in Cina
    Vediamo ogni giorno gli effetti di atti sconvolgenti che si susseguono senza interruzione e noi stiamo a parlare di Astronomia e di Educazione?  In effetti è proprio questo il punto. Noi che amiamo le Scienze del cielo, abbiamo il dovere di intervenire con le armi specifiche della Scienza: la razionalità e l’ottimismo.  Possiamo evitare di renderci ridicoli suggerendo soluzioni a un conflitto che va avanti da 70 anni. Quello che possiamo fare, però, è testimoniare che gli argomenti più complessi si possono smontare pezzo a pezzo e rimettere assieme con logica e esperienza. La speranza di riuscire è indispensabile per iniziare il lavoro. I nostri ragazzi che partono per le Olimpiadi di Astronomia, poi, ci ricordano il dovere che abbiamo verso di loro. Atrocità da una parte, dovere, razionalità e ottimismo dall’altra. Questo abbiamo di fronte a 20 giorni da una aggressione terroristica sconsiderata. Difendete i nostri colori, ragazzi della squadra italiana. In bocca al lupo. Una constatazione ricorrente nella partecipazione alle gare olimpiche è che i programmi scolastici italiani non favoriscono i nostri ragazzi non essendo l’astronomia considerata materia curricolare. In risposta, per mettere gli studenti italiani in grado di confrontarsi con giovani di Paesi nei quali la competizione è la regola, la SAIt e l’INAf hanno organizzato degli stage estivi di approfondimento per la squadra italiana selezionata. Sono state inoltre realizzate raccolte di esercizi con i quali gli studenti hanno potuto misurare le loro abilità. In conclusione la nostra squadra ha conseguito un buon risultato vincendo tre medaglie di bronzo e due d’argento. Inoltre a Matteo Tivan è stata conferito il premio quale migliore prova osservativa in assoluto. Direi che ne è valsa la fatica!
    Un momento della premiazione delle Finali Nazionali
    Fig.1 – Un momento della premiazione delle Finali Nazionali

    Il concorso “Giovani astronome/i al TNG”

    Il Concorso nasce su iniziativa della Società Astronomica Italiana (SAIt), in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e il Telescopio Nazionale Galileo (TNG) con l’obiettivo di promuove e valorizzare le competenze e le potenzialità scientifiche e tecnologiche degli studenti, offrendo loro delle opportunità per confrontarsi, crescere e realizzarsi nella scienza e nelle sue applicazioni. Il Bando, con scadenza Novembre 2023, richiedeva agli studenti di formulare un programma osservativo da effettuarsi durante uno stage di 6 giorni presso il Telescopio Nazionale Galileo (TNG) situato nell’isola di La Palma, Isole Canarie, Spagna, potendosi avvalere del supporto tecnico e scientifico degli astronomi del TNG. A coordinare lo svolgimento del concorso per SAIt e INAF/TNG sono intervenuti rispettivamente Elisa Di Carlo e Gloria Andreuzzi. La prima nota da segnalare è che, a fronte di un bando certamente complesso da affrontare, c’è stata la risposta di ben 40 Istituti diffusi su tutto il territorio nazionale, grazie anche a un buon numero di astronomi che hanno accettato di servire come tutor dei partecipanti. Non solo, ma grazie a questa iniziativa, la SAIt ha stipulato convenzioni PCTO (Percorsi per Competenze Trasversali e di Orientamento) con 4 scuole rispettivamente di Teramo, di Ascoli, di Olbia e di Barletta.
    Distribuzione degli Istituti partecipanti
    Distribuzione degli Istituti partecipanti
    Una Commissione composta da Gloria Andreuzzi, Giuseppe Bono, Elisa Di Carlo, Sara Lucatello e Laura Pentericci ha poi selezionato la proposta osservativa proveniente dal Liceo Scientifico I.I.S. Telesi@ di Telese Terme dal titolo: “Caratterizzazione spettroscopica a bassa risoluzione di lensed quasar candidates di Gaia DR3 con il TNG.” Il sommario della proposta, a seguire, aiuta a valutarne la qualità “I quasar sono gli oggetti più luminosi e potenti dell’Universo. I lensed quasar si rivelano sorgenti fondamentali per la cosmologia e per spiegare l’origine dell’Universo. Mediante spettroscopia a bassa risoluzione con TNG e DOLORES, ci proponiamo di confrontare gli spettri e i redshift z delle singole componenti di lensed quasar candidates della Release Gaia DR3 per studiare ed eventualmente confermare la loro natura di lensed gravitazionale”. Telescopio Nazionale TNG, spettroscopio DOLORES, catalogo del Satellite Gaia, lenti gravitazionali, materia oscura, non male per studenti dei nostri Licei (e per i loro professori)! Credo valga la pena riportare anche il commento della Commissione di selezione: “…è stato piacevole verificare con quanto entusiasmo i ragazzi abbiano aderito all’iniziativa… allo stesso tempo però si è trattato di un lavoro oneroso. Il livello delle proposte è stato elevato e non è stato facile redigere una graduatoria di merito, sopratutto nelle posizioni apicali…”. Come previsto dal bando, ai 6 ragazzi selezionati, Italo Grasso, Leonardo Karol Iaquinto, Chiara Izzo, Emanuele Morone, Fabio Pascale e Annalisa Vitelli è stata offerta l’opportunità di vivere un’esperienza da giovani astronomi presso il Telescopio Nazionale Galileo dove, con il supporto tecnico di Gloria Andreuzzi, di Hristo Stoev e di Filippo Ambrosino  hanno portato a compimento le osservazioni dei 6 lensed quasar candidates previste nel Progetto Scientifico proposto, utilizzando lo spettroscopio ottico DOLORES del TNG.
     I ragazzi del Liceo Scientifico I.I.S. Telesi@ al TNG
    I ragazzi del Liceo Scientifico I.I.S. Telesi@ al TNG
    Ad accompagnare e supervisionare le attività del team durante tutta la durata dello stage alle Canarie, Antonio Pepe, in qualità di Docente Referente del Progetto, Vincenzo Testa, Tutor del Progetto e Elisa Di Carlo, in qualità di Team Leader. A conclusione del Progetto gli studenti, con il supporto degli astronomi INAF, stanno analizzando gli spettri acquisiti per poi elaborare la relazione finale Il Prof. A. Pepe, assieme alle istituzioni telesine e alla Dirigente Scolastica ha poi voluto organizzare una cerimonia di premiazione presso il Castello di Guardia Sanframondi, alla presenza dell’astronauta Paolo Nespoli.
    I ragazzi del Liceo Scientifico I.I.S. Telesi@ nella controlroom
    I ragazzi del Liceo Scientifico I.I.S. Telesi@ nella control room
    Cerimonia di premiazione con PaoloNespoli
    Cerimonia di premiazione con Paolo Nespoli

    Il diagramma dell’orizzonte

    Il terzo programma didattico riguarda un progetto affascinante che la SAIt (P. I. Giuliano Giuffrida) ha sottoposto agli organi dell’Office for Astronomy Education, I-OAE, e resta in attesa di risposta. L’idea nasce dalla constatazione che la Biblioteca Apostolica Vaticana, BAV, conserva un autentico patrimonio di tesori legato al mondo della storia dell’astronomia ben noto agli studiosi di libri antichi (paleografi, codicologi, esperti di storia dell’astronomia) ma poco conosciuti da astronomi e appassionati e scarsamente utilizzati a fini didattici e divulgativi. Da qualche anno la BAV ha intrapreso la digitalizzazione di questo patrimonio e, su proposta di astronomi della SAIt e dell’INAf, fra i quali va menzionato Giuseppe Di Persio in particolare, è stato scelto il formato astronomico FITS per la conservazione dei dati digitalizzati. In questo quadro sono di particolare interesse gli scritti a tema astronomico di Claudio Tolomeo, astronomo vissuto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo dell’epoca cristiana. Tolomeo si occupò di condensare tutto il sapere astronomico accumulato dal mondo greco-romano in una serie di trattati, il più famoso dei quali è Mathematikè sýntaxis (Trattato matematico) meglio noto con il nome arabo di Almagesto (Il grandissimo). E grandissimo lo fu davvero! Il testo infatti rimase di riferimento per più di 1500 anni, e dalla sua riscoperta in Europa nel XII secolo, grazie soprattutto a manoscritti arabi, l’astronomia europea iniziò uno sviluppo prodigioso destinato a non arrestarsi. Un eguale successo, se non superiore, lo ebbe una seconda opera di Tolomeo: Πρόχειροικανόνες (Tavole astronomiche manuali), oggi più note come Handy Tables (la dizione in inglese si è diffusa a seguito della traduzione di Gerald J. Toomer, Ptolemy’s Almagest, Princeton University Press, 1998). Essa raccoglie per lo più tabelle, estratte dall’Almagesto o ricavabili da dati e formule illustrate nell’Almagesto, che permettono di ricavare la posizione di stelle fisse, pianeti, sole e Luna, e altre misure quali la lunghezza del giorno, la precessione dell’asse terrestre, eclissi e altro. Spogliate di tutti i dettagli teorici che appesantivano l’Almagesto, le cosidette Handy Tables ebbero enorme diffusione nel medioevo. In particolare, la versione commentata da Teone di Alessandria, astronomo del IV secolo d.C.. Teone arricchì le tavole di Tolomeo con una spiegazione del loro contenuto ed esempi pratici di applicazione. In tal modo le tavole divenivano fruibili anche senza aver compreso l’impianto teorico che ne è alla base. Nell’alto medioevo le opere di Tolomeo purtroppo scompaiono quasi del tutto dal mondo occidentale, ma fortunatamente sopravvivono invece nel mondo orientale, in particolare nell’Impero arabo e nell’Impero bizantino, dove i testi di Tolomeo verranno non solo copiati e tramandati, ma anche commentati e arricchiti. L’occidente dovrà aspettare il XII secolo per avere una prima traduzione in latino dell’Almagesto, fatta da Enrico Aristippo attorno al 1160, in Sicilia. Ma più fortuna ebbe la versione di Gerardo di Cremona che qualche anno dopo, a Toledo, tradusse il testo dall’arabo al latino, e dovrà aspettarne un altro per riuscire a digerire la matematica complessa contenuta al suo interno. Dal quel momento inizierà la corsa dell’astronomia europea che in pochi secoli rivoluzionerà la nostra visione del cielo. Uno degli esemplari più antichi delle cosidette Handy Tables è il “Vat.gr.1291”, custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana; il manoscritto fu prodotto a Costantinopoli nel VIII o IX secolo ed è caratterizzato da splendide miniature. Di seguito alcune immagini tratte dal sito https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.1291 ove è possibile consultare l’intero manoscritto. Una delle pagine meglio decorate offre anche un alto contenuto scientifico. Si tratta del diagramma dell’orizzonte (Ortive Amplitude nella versione inglese). Le Ortive Amplitudes (ossia nascente o relativo all’oriente) corrispondono alla distanza angolare dall’est del punto in cui sorge il Sole, il termine si estende poi anche alla distanza angolare dall’ovest del punto in cui tramonta il Sole; difatti il sole sorge esattamente a est e tramonta esattamente a ovest solo agli equinozi. Durante l’anno la posizione reale del Sole all’alba e al tramonto si muove attorno ai due punti cardinali, e il diagramma descrive proprio tale movimento. Di seguito la versione del “Vat.gr.1291” del diagramma e la trascrizione in inglese dell’originale. Una versione forse ancora più antica del diagramma è presente nel testo inferiore di un palinsesto (cioè una pergamena lavata e riutilizzata), citato in “Le diagramme des horizons et les prosneuses des éclipses dans l’astronomie de Ptolémée” (DOI10.1484/J.ALMAGEST.5.116770) cui saranno dedicati due lavori di imminente uscita (Tihon 2024, in preparation; Nemeth, Proverbio, Giuffrida 2024, in preparation). La pergamena contenente il palinsesto è custodita nella BAV. Da tempo era nota la presenza del diagramma ma solo le più recenti acquisizioni multispettrali hanno permesso di rendere ben leggibile il testo più antico. Il testo inferiore risale ai primi anni del IX secolo, o forse è anche più antico, ed è per lo più in greco, ma contiene un primo tentativo di traduzione di alcuni termini in arabo. Si tratta di un documento eccezionale, una testimonianza unica della nascita dell’astronomia araba, la stessa che qualche secolo dopo fornirà un enorme contributo alla rinascita dell’astronomia europea e, pur in questa riproduzione non specialistica, conserva il fascino del ritrovamento insperato. Copie del diagramma si trovano in decine di manoscritti prodotti dal VIII fino al XV secolo.

    Il diagrammadell’Orizzonte(Ortive Amplitude)

    Il diagramma è costituito da 8 cerchi concentrici tagliati da 8 linee, di lunghezza pari al diametro del cerchio esterno, disposte ognuna a un angolo di 22.5 gradi dall’altra; ai 7 cerchi interni corrispondono i 7 climata, ossia 7 latitudini terresti che Tolomeo prende come rappresentative del mondo civilizzato (o comunque del mondo nel quale vive il lettore al quale si rivolge). Le 7 latitudini sono scritte nella parte inferiore della traduzione di Toomer, vedi la figura qui appresso, e vanno dai 16 gradi e 27 primi di Meroe, ai 48 gradi e 32 primi di Borysthenes. Nella mappa sottostante sono tracciate le latitudini dei 7 climata. Le varie linee indicano invece vari periodi temporali andando a coprire un anno intero; ogni linea è associata al passaggio del sole in uno o più dei segni dello zodiaco. Nel diagramma il nord è in basso, il sud in alto, est a sinistra e ovest a destra. Le cifre riportate nei punti di intersezione tra le linee e i cerchi riportano le Ampiezze Ortive, ossia la distanza dall’est del punto in cui sorge il sole e la distanza dall’ovest del punto in cui esso tramonta. Il diagramma permette quindi di legare latitudine terrestre, periodo dell’anno posizione di alba e tramonto del Sole; note due di queste informazioni, si può quindi ricavare la terza. Risulta naturalmente che agli equinozi l’ampiezza ortiva è pari a zero, ossia il sole sorge esattamente a est e tramonta esattamente a ovest. I segni zodiacali associati sono l’ariete e la bilancia, come da tradizione. È appena il caso di sottolineare la rilevanza scientifica del diagramma in quanto i numeri forniti derivano direttamente dalla conoscenza dell’inclinazione tra il piano equatoriale e il piano dell’eclittica e dalla posizione del Sole nel piano dell’eclittica; le costellazioni sono utili proprio come punti di riferimento del percorso del sole. Ai fini della comprensione del diagramma ricordiamo che tradizionalmente l’eclittica è stata divisa in dodici parti uguali di ampiezza pari a 30 gradi, nonostante la reale estensione nel cielo delle costellazioni dello zodiaco non sia sempre la medesima (la costellazione del leone, ad esempio, è quasi il triplo di quella del cancro). Un esempio pratico di lettura del diagramma si ottiene dall’esame della bellissima sequenza di foto qui sotto riportata (Photo credit: Zaid Alabbdi, reperibile online). Assumendo per esempio che le foto siano state ottenute dalla latitudine di Borysthenes nelle date che corrispondono all’ingresso del Sole nelle costellazioni dello zodiaco, si ricavano i seguenti dati Marzo: equinozio, il Sole sorge a est (Ariete) Aprile: il Sole sorge a 17 gradi e 47 primi dall’est, direzione nord (Toro) Maggio: il Sole sorge a 31 gradi e 56 primi dall’est, direzione nord (Gemelli) Giugno: solstizio, il Sole sorge a 37 gradi e 38 primi dall’est, direzione nord (Cancro) Luglio: il Sole sorge a 31 gradi e 56 primi dall’est, direzione nord (Leone) Agosto: il Sole sorge a 17 gradi e 47 primi dall’est, direzione nord (Vergine) Settembre: equinozio, il Sole sorge a est (Bilancia) Ottobre: il Sole sorge 17 gradi e 47 primi dall’est, direzione sud (Scorpione) Novembre: il Sole sorge a 31 gradi e 56 primi dall’est, direzione sud (Sagittario) Dicembre: solstizio, il Sole sorge a 37 gradi e 38 primi dall’est, direzione sud (Capricorno) Gennaio: il Sole sorge a 31 gradi e 56 primi dall’est, direzione sud (Aquario) Febbraio: il Sole sorge 17 gradi e 47 primi dall’est, direzione sud (Pesci) Per il tramonto i numeri sono ovviamente gli stessi e si intende la distanza in gradi dall’ovest. La figura che segue aiuterà a comprendere meglio la lettura del grafico nei termini utilizzati da Tolomeo (sempre immaginando di trovarci alla latitudine di Borysthenes.)

    Uso del diagramma a a fini didattici

    La proposta didattica si basa naturalmente sul fascino dell’enorme importanza storica del diagramma e dalla sua bellezza iconografica, chiavi ambedue per catturare l’attenzione dei giovani. Il programma dovrebbe coinvolgere ragazzi delle scuole medie, nella fascia di età 11- 13 anni, con l’obiettivo di creare un originale diagramma delle Ampiezze Ortive corrispondente ad un certo numero di latitudini da decidere in base alle scuole partecipanti. Ogni studente coinvolto nel progetto dovrà fotografare il Sole al tramonto (sarebbe bello replicare l’esperienza anche all’alba, ma è comprensibilmente molto più problematico) nei giorni indicati (una foto al mese) sempre dalla stessa posizione, che dovrà permettere una visione il  più possibile sgombra della zona del tramonto (l’ideale è avere il mare a ovest, ma è sufficiente non avere monti o altri ostacoli naturali). Insieme alla foto dovrà anche misurare l’angolo rispetto all’ovest; per compiere tale misura sarà sufficiente utilizzare una bussola o un’applicazione per smartphone. Nel caso che ci siano diverse scuole partecipanti nella stessa zona si potrebbe realizzare una media delle misure, il che permetterebbe anche di introdurre la nozione di incertezza delle misure sperimentali, e concetti fondamentali quali quelli di errori casuali ed errori sistematici. Le foto potrebbero rientrare in un progetto parallelo di mosaico o animazione da pubblicare sul web. Contestualmente, o successivamente, si potrebbero organizzare delle semplici lezioni di astronomia che introducano i concetti essenziali a comprendere la misura che si sta effettuando;  dunque, occorrerebbe introdurre i concetti di piano dell’eclittica, piano dell’equatore, inclinazione dell’asse terrestre, coordinate geografiche. Uno studente delle medie non ha le nozioni di trigonometria necessarie a ricavare la formula che permette di calcolare l’ampiezza ortiva, ma si potrebbero guidare i ragazzi a capire che la misura da loro fatta si può prevedere e mostrare una semplice web application che effettua il calcolo per loro. Dimostrare come anche il Sole obbedisca a una regola indubbiamente colpisce la fantasia di un ragazzo al quale può sfuggire la potenza di una formula matematica. Sarebbe significativo, infine, associare l’attività al folio45r del “Vat.gr.1291” producendo un fac-simile da donare ai partecipanti. Toccare, sia pure in riproduzione, un diagramma che ha attraversato i secoli per giungere a noi, replicare una misura fatta da nostri nonni che faticosamente interrogavano il mondo, arricchisce molto l’esperienza di ragazzi e ragazze proprio nel momento in cui sono più ricettivi. Anche le guerre alle quali abbiamo accennato sarebbero percepite in maniera differente se i ragazzi e le ragazze avessero la prova dell’esistenza di un Universo oltre il tutto, che continua a obbedire a leggi che abbiamo imparato a leggere 2000 anni fa. [/swpm_protected] L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    ShaRA#8.2 – Galassie Interagenti NGC3169 e NGC3166

    Benvenuti a un nuovo entusiasmante capitolo del progetto ShaRA!

    Dopo avervi stuzzicato con l’affascinante Nebulosa Testa di Delfino, siamo finalmente pronti a condividere i risultati del nostro ultimo sforzo collettivo: ShaRA#8.2 – Danza Cosmica! Questa volta, il nostro team di astrofotografia ha puntato i suoi obiettivi su un gruppo di galassie interagenti che ha catturato l’immaginazione di tutti noi: NGC3169 e NGC3166, nella costellazione del Sestante.

    Questo progetto ha richiesto impegno, precisione e una buona dose di pazienza, con riprese condotte nel cielo cileno e qualche imprevisto tecnico che ha reso il viaggio ancora più avvincente. Ma come sempre, le sfide sono state superate grazie alla passione e alla collaborazione del nostro team!

    Le immagini finali, frutto di un lavoro collettivo e democratico, sono spettacolari e mettono in evidenza la straordinaria bellezza e complessità di questi oggetti cosmici. Siamo entusiasti di presentarvi il risultato di questa avventura cosmica e speriamo che vi lasci senza fiato tanto quanto ha fatto con noi!

    **Restate con noi per scoprire di più e, perché no, unirvi alla nostra prossima sfida!** 🚀✨

    di ShaRA Team

    Introduzione

    Lo abbiamo anticipato col precedente articolo, parlando della bellissima nebulosa testa di Delfino (l’antipasto dell’ottavo progetto del TEAM ShaRA), ora possiamo finalmente condividere il risultato dell’ultimo sforzo del nostro gruppo. Cosa abbiamo fotografato questa volta? Per chi non ci seguisse dalla prima uscita su COELUM, ricordo brevemente che la scelta dei target ripresi nei nostri progetti di astrofotografia remota condivisa viene effettuata con votazione democratica da parte di ogni singolo membro, partendo da una lista di oggetti proposti liberamente dai membri stessi. Quando partimmo con ShaRA#8, la maggioranza dei membri si polarizzò sul meraviglioso gruppo di galassie interagenti NGC3169 e NGC3166.

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Dopo la classica fase di selezione del target e la raccolta del budget per le riprese, schedulammo immediatamente le sessioni col T1 (RC1000) di Rio Hurtado in Cile, ma ci imbattemmo in alcune sessioni andate a vuoto, causa velature. Purtroppo, il grosso telescopio cileno, al momento della prenotazione dei recuperi, non era libero e fummo costretti a rimandare tutto di ben un mese, in attesa del nuovo ciclo lunare favorevole per il target prescelto (riprendiamo sempre in condizioni di sconto 40%, ossia con luna attorno al primo o ultimo quarto).

    Nel mentre ci regalammo così la fugace occhiata alla nebulosa testa di delfino, poi divenuta ShaRA#8.1, una delle più belle astrofotografie che il gruppo abbia mai fatto (vedi COELUM ASTRONOMIA N°268).

    ShaRA#8.2: il target

    Il target di questa seconda parte dell’ottavo progetto ShaRA, votato quasi all’unanimità dai vari partecipanti tra una selva incredibile di meravigliosi soggetti dell’emisfero australe, è stato dunque il gruppo di galassie interagenti NGC3169 & NGC3166, nella costellazione del Sestante.

    Le galassie NGC3169 & NGC3166 Immagine finale di gruppo, ottenuta sovrapponendo in modo pesato i contributi di 15 partecipanti del team
    Le galassie NGC3169 & NGC3166 Immagine finale di gruppo, ottenuta sovrapponendo in modo pesato i contributi di 15 partecipanti del team

    La prima, è una galassia a spirale distante circa 75 milioni di anni luce, di tipo SA(s)a pec, ossia galassia a spirale pura, non barrata, con bracci strettamente avvolti e caratteristiche peculiari: presenta infatti un braccio di spirale asimmetrico e un alone esteso deformato, tutto attorno al corpo principale. È un membro di un piccolo gruppetto di galassie che a sua volta fa parte dei gruppi del Leone II, una serie di galassie e ammassi di galassie che fuoriescono dal bordo destro del superammasso della Vergine.

    Si tratta di una galassia LINER 2 che presenta un’estesa emissione di raggi X nella regione del nucleo, dovuta molto probabilmente alla presenza di un nucleo galattico attivo (AGN) e quindi di un buco nero super massiccio al centro. La popolazione stellare nel nucleo risulta molto giovane (1 miliardo di anni) ed è disposta lungo un anello con un raggio angolare di circa 6″, situazione simile incontrata in un nostro precedente progetto (NGC1097, l’occhio di Horus). Ciò suggerisce che un’esplosione di formazione stellare abbia avuto luogo nel nucleo circa un miliardo di anni fa e che la forte attività del AGN ne sia stata la concausa.

    La seconda, NGC 3166, è una galassia lenticolare con una separazione stimata da NGC 3169 di circa 160 kly (50 kpc) e sta interagendo gravitazionalmente con essa. La distorsione gravitazionale risultante ne ha deformato il disco. Sempre nei “paraggi cosmici” è presente anche NGC 3165, più piccola e classificata come SA(s)dm. Le tre galassie sono incorporate all’interno di un anello esteso di idrogeno neutro centrato su NGC 3169. Enormi ponti di materia e stelle si dipanano infine da una galassia all’altra, con la presenza di agglomerati stellari che hanno la parvenza di galassie nane facenti parti del gruppo (resto di qualche galassia smembrata da NGC3169?).

    FinalInversa.jpg: immagine di gruppo elaborata per evidenziare i tidal-stream stellari dovuto all’interazione gravitazionale tra le varie galassie del gruppo
    FinalInversaFocus.jpg: dettaglio di un braccio distorto di NGC3169, apparentemente bersagliato nel bel mezzo da una galassia nana del gruppo

    Le foto

    Abbiamo operato col T1 (RC1000 f/6.8) lavorando in classica composizione LRGB montando 44 frame da 600s in Luminanza e 19 frame da 600s per ogni canale colore RGB (tutto in bin1), per un totale di circa 17 ore di posa. Due sessioni L e B sono state scartate (e quindi recuperate) perché per qualche strano motivo il rotatore di campo del T1, in due nottate consecutive, decise di posizionare il campo in modo differente rispetto alle prime sessioni.

    Su questo tema c’è da fare un appunto e spiegare meglio la cosa ai lettori: la camera del T1 viene fatta ruotare in modo randomico da un algoritmo automatico di ricerca della stella guida. A quasi 7 metri di focale, la ricerca di una stella guida non è infatti così agevole come si possa immaginare, soprattutto in campi con scarsa densità stellare. L’algoritmo lavora facendo delle piccole rotazioni al FoV e delle acquisizioni rapide del segnale, nella speranza di far cadere almeno una stella di discreta luminosità sul sensore di guida. Una volta individuata la stella guida, per tutte le sessioni successive alla prima, viene riproposta la stessa rotazione della camera (e quindi del FoV). Non potendo quindi decidere a priori l’angolo di ripresa del soggetto, è affidata alla sorte la possibilità di inquadrare soggetti che invadano tutto il campo del sensore e si corre sempre il rischio di tagliare qualche zona interessante. Dopo la prima sessione su NGC3169/3166 scoprimmo con enorme sollievo che il FoV era perfettamente ruotato per avere tutte le componenti delle galassie e i tidal stream stellari nell’inquadratura; fu una sorpresa trovare, ad acquisizioni concluse, anche un paio di sessioni non allineate alle altre, ma questa è la vita e gli imprevisti rendono le cose sempre un po’ più divertenti.

    Come al solito, abbiamo ottenuto una carrellata di contributi diversi, a seconda delle skill e dei gusti dei singoli partecipanti. Rispetto ai precedenti progetti, le immagini finali sono risultate abbastanza disomogenee tra loro, segno di una notevole difficoltà per tutti nel processare il materiale grezzo raccolto col T1. Avremmo dovuto integrare il segnale per molte più ore, ma il telescopio non è gratuito per cui è stato indispensabile fare di necessità virtù. Altre difficoltà si sono aggiunte dovute a dei brutti gradienti sui canali R e G che hanno reso complicata la fase di estrazione del background. Il finale, dopo le votazioni ed il superstacking, è risultato comunque un’immagine degna di nota, come pure l’immagine a contrasti invertiti che ha permesso di analizzare per bene i bracci distorti delle galassie interagenti (uno dei quali, sembra essere stato bersagliato proprio nel bel mezzo da una galassia nana del gruppo, presentando una curiosa forma a cruna di ago).

    Per il momento vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo numero con una nuova sfida del nostro team di astrofotografia condivisa ShaRA! (…e chi volesse unirsi, è ben accetto!)

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 IN VERSIONE CARTACEA

    Contributi dei partecipanti


    Voglio una Stella che sia tutta mia!

    ABSTRACT

    Immagina di possedere il Sole o di regalare una stella con il tuo nome. Fantasia? Non per Angeles Duran, la donna spagnola che ha osato rivendicare la proprietà del nostro astro più importante! Ma cosa succede quando il diritto romano incontra le moderne ambizioni spaziali? In un mondo in cui le superpotenze lottano per il controllo dello spazio, una falla nei trattati internazionali potrebbe cambiare tutto. Scopri le incredibili implicazioni legali e le sfide che ci attendono mentre ci avventuriamo sempre più lontano nel cosmo. E se pensavi di poter comprare una stella per il tuo amato, preparati a rivedere i tuoi piani: la realtà è ben diversa da quello che ci vendono! Intrighi spaziali e sogni infranti ti aspettano in questa affascinante esplorazione delle nuove frontiere della proprietà cosmica.

    Il Sole è di mia proprietà!

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Forse non lo sapete ma una donna spagnola, tale Angeles Duran ha scoperto che, interpretando le norme del diritto romano, inteso come diritto “universale”, e quelle sulla proprietà (diritto naturale, comune a tutti i popoli) si poteva arrivare a rivendicare la titolarità di qualsiasi bene, finanche del Sole.

    Semplicemente, nessuno ci aveva pensato prima, quindi ha ben creduto di farlo lei.

    Il rogito (si, c’è proprio un atto notarile) risale al 14 settembre del 2010.

    Angela Suran - proprietà di una stella
    Angela Suran – proprietà di una stella

    la signora Duran manifestò l’iniziale intenzione di far pagare l’umanità per l’uso dell’astro solare. E promise che, da brava contribuente, il 50% degli introiti li avrebbe versati al fisco di ogni Paese del mondo, il 20% ai relativi enti pensionistici, il 10% alla ricerca e un altro 10% per combattere la fame nel mondo. Tenendo per sé un 10%.

    La signora Durant è comunque  destinata a rimanere delusa: nessuno le ha mai versato un soldo per “l’utilizzo” dell’energia che riceviamo dal sole,

    Il diritto romano, ad oggi, pur rimanendo all’origine del diritto canonico, non è più attuale né attuabile. È può essere più che altro considerato “un’ispirazione”.

    Ma esistono davvero norme giuridiche che regolino la proprietà e, in generale, l’utilizzo dello spazio extra-atmosferico?

    Chi conosce un po’ l’argomento, forse avrà sentito parlare del Trattato sulla Luna, del 1979, il quale prevede che nessuna Nazione e nessun Paese o governo possa intestarsi alcuna proprietà dell’Universo.

    Il trattato però presenta una falla: non vieta che a farlo possa essere un qualsiasi cittadino.

    Ed ecco a cosa si è appigliata la signora Duran ai fini dell’usucapione.

    C’è davvero una giurisprudenza in merito all’utilizzo dello spazio extra-atmosferico? In cosa consiste esattamente il “Corpus Iuris Spatialis”?

    Nell’ambito della Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica, diedero avvio alla corsa allo spazio. Le due superpotenze, però, riuscirono a mettersi d’accordo su alcune questioni importanti. E, visto il clima che si respirava, si provvide, come prima cosa, a mettere un freno all’utilizzo di armi atomiche. Il primo trattato in cui ritrova cenno allo spazio fu quello sulla limitazione dei test nucleari, firmato nel 1963 da USA, URSS e altri Paesi. Questo vietava test atomici nell’atmosfera, in mare e nello spazio.

    Nel 1967 venne siglato il Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti, conosciuto come di “Trattato sullo spazio extra – atmosferico” o “Outer Space Treaty”.

    Il trattato si compone di 17 articoli, tra i quali citerò i più interessanti: art. 1 stabilisce che l’esplorazione dello spazio extra-atmosferico debba essere portata avanti nell’interesse di tutti i paesi; art. 2 vieta alle nazioni di occupare risorse e di rivendicare in qualsiasi forma i corpi celesti; art. 4 stabilisce l’uso pacifico dello spazio vietando l’utilizzo di qualsiasi arma di distruzione di massa e la costruzione di basi militari; art. 7 stabilisce le responsabilità in caso di danno procurato da un lancio fallito o da un oggetto precipitato, responsabilità che ricade sullo Stato nel cui territorio è avvenuto il lancio, anche se organizzato da un’agenzia non governativa.

    Quella che per l’umanità, fino a metà del secolo scorso era stata solo una grande aspirazione un commovente sogno, ovvero l’esplorazione dello spazio, ha visto la sua concretizzazione a partire dagli anni 50’ e in considerazione dell‘invio sin da subito di un gran numero di astronauti, sempre nel 1967, si siglò un importante accordo: quello sul “salvataggio e recupero degli astronauti e degli oggetti spaziali”.

    Ricordiamo la missione Apollo 13, durante la quale un’esplosione nel modulo di servizio mise a rischio la vita degli astronauti James Lovell, John Swigert e Fred Haise. Mentre la NASA lavorava febbrilmente per riportare gli astronauti a casa sani e salvi, l’Unione Sovietica offrì assistenza, dimostrando un raro spirito di collaborazione durante la Guerra Fredda. Anche altre nazioni e stazioni di monitoraggio internazionali fornirono supporto e risorse per facilitare le comunicazioni e il monitoraggio della missione.

    Nel 1972 fu la volta della Convenzione per la responsabilità internazionale su danni causati da oggetti spaziali, il quale espande i principi già fissati nell’Outer Space Treaty.

    La Convenzione regola anche il modo in cui le richieste di risarcimento debbano essere presentate, rendendole possibili solo per uno Stato nei confronti di un altro Stato e vietandole a singoli individui o organizzazioni non-governative. Essa di fatto è stata chiamata in causa una sola volta, nel 1978 quando il satellite Sovietico Kosmos 954 precipitò sul suolo Canadese disperdendo 50kg di Uranio-235 nei territori del nord-ovest del paese. Il governo canadese presentò una richiesta di risarcimento all’Unione Sovietica basata sulla Convenzione per le responsabilità. Dopo negoziazioni, l’Unione Sovietica accettò di pagare al Canada una somma di 3 milioni di dollari canadesi come compensazione per i costi di pulizia e decontaminazione delle aree colpite.

    Nel 1974 fu la volta della Convenzione sull’immatricolazione degli oggetti lanciati nello spazio, la quale riporta la procedura burocratica da seguire per registrare gli oggetti lanciati nello spazio con lo scopo di semplificare le richieste di risarcimento e la rivendicazione degli oggetti in orbita intorno alla Terra.

    Infine, nel 1979, si siglò il già citato Accordo sulle attività degli Stati sulla Luna (Agreement Governing the Activities of States on the Moon and Other Celestial Bodies), atto ad aggiornare e completare l’Outer Space Treaty sui temi in oggetto, stabilendo che la Luna e le sue risorse sono patrimonio comune dell’umanità e vietando l’appropriazione nazionale di corpi celesti. Peccato che, pur essendo un accordo di enorme importanza e, tornando ad oggi, quanto mai attuale, sia stato ratificato da 18 paesi e, tra questi non compaiono Stati Uniti, Russi e Cina…vale a dire, sostanzialmente, le tre più grandi agenzie spaziali del mondo.

    Come ciliegina sulla torta, nel 2020, Donald Trump ha espresso chiaramente la posizione degli Stati Uniti secondo cui lo spazio non è un bene comune e ne va incoraggiato l’uso commerciale soprattutto di risorse spaziali da parte delle aziende private.

    Sono stati inoltre introdotti, con il programma Artemis, gli “Artemis Accords”, che stabiliscono principi per l’esplorazione lunare e lo sfruttamento delle risorse spaziali, promuovendo la cooperazione internazionale ma non vincolandosi ai principi del Moon Agreement.

    Negli ultimi decenni, l’esplorazione spaziale è passata dall’essere una prerogativa delle superpotenze globali a un settore che coinvolge una vasta gamma di attori, inclusi privati e aziende commerciali. Questa evoluzione ha creato nuove sfide legali che richiedono una regolamentazione complessa e articolata. La legislazione spaziale, quindi, è diventata un campo di crescente importanza e interesse, mirato a regolamentare le attività umane nello spazio. La creazione di regolamenti più dettagliati e specifici sarà fondamentale per prevenire conflitti e garantire un utilizzo equo e sostenibile delle risorse spaziali.

    Se invece siete interessati ad un gesto romantico, e volete comprare per l’amato/a una stella e darle in suo nome, è in arrivo un’altra brutta notizia. Acquistare una stella in senso legale è, come visto, non fattibile.

    Esistono vari siti online che offrono la possibilità di “acquistare” una stella e dare ad essa un nome, ma tali acquisti non hanno alcun riconoscimento legale o scientifico e i certificati di denominazione di stelle non sono validi per gli enti astronomici ufficiali. L’unico ente autorizzato a nominare stelle, pianeti e altri oggetti celesti è l’Unione Astronomica Internazionale (IAU), che non vende né riconosce nomi commerciali assegnati a stelle. Le denominazioni ufficiali seguono rigorosi criteri scientifici e processi di approvazione. Non aspettatevi quindi di veder comparire il nome della vostra morosa nella letteratura scientifica, nè tantomeno di consentire ai vostri pro-pro-pronipoti di chiedere tasse per il loro eventuale sfruttamento.

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.3)

    Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
    spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
    il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
    come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
    Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
    di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
    Ravagnin.

    PARTE 03

    Cronaca di una giornata memorabile

     a cura di Alessandro Ravagnin

    La mattina del 10 Maggio,dopo aver accompagnato i bambini a scuola come normalmente faccio al venerdì prima di andare al lavoro, ho deciso di tornare a casa per una fugace occhiata al Sole. Nei giorni precedenti, il gruppo di macchie identificato con la sigla AR3664 aveva fatto sfoggio di sé e si era sviluppato in modo importante, sia nel numero di fotosferiche che nella loro configurazione magnetica. Non volevo perdere l’occasione per dare una sbirciatina a quella che per quel momento era la più grande, complessa e attiva regione del 25esimo ciclo solare. Il cielo era limpido e la nostra stella, poco dopo le 8:15 (6:15 UTC), era ancora bassa sull’orizzonte est, a circa 25° di altezza. Dopo aver aperto l’osservatorio nel giardino di casa ho montato il filtro Daystar Quark Prominence sul rifrattore Tecnosky 115/800mm, come sempre faccio quando voglio osservare la dinamica cromosfera solare nella riga H-alpha dell’idrogeno ionizzato, nonché il filtro Baader Astrosolar in testa al C11HD, per una ripresa della fotosfera in luce bianca.

    Il programma di quei 15 minuti di osservazione prevedeva quindi un paio di filmati e niente più. Spesso capita dalle mie parti (ma non solo dalle mie) che nelle mattinate primaverili/estive, l’atmosfera sia abbastanza stabile nelle prime ore dell’alba, permettendo di avere un seeing discreto per riprese in alta risoluzione. Alle 6.30 UTC era tutto pronto, la strumentazione era montata, il Sole era nel campo delle due camere di ripresa, la messa a fuoco era stata effettuata. Si preannunciava una normale sessione di ripresa, ma…

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

     

    6.35

    AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC
    AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC

    Inizio riprese con C11HD in luce bianca (foto1): il gruppo di macchie si presenta maestoso e veramente intricato; sono circa 60 e l’estensione spaziale sul disco solare è impressionante, stimabile sui 300.000km lineari circa, ossia 23 “terre” messe una accanto all’altra.

     

     

     

     

    6.40

    AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC
    AR3664 in luce bianca, ripresa col C11HD f/10 + Baader Astrosolar + ASI183MM alle 6.35UTC

    Passo alle riprese della cromosfera col rifrattore da 115mm e il filtro H-alpha: mi accorgo subito di una zona particolarmente brillante proprio in corrispondenza della AR3664 (foto2) e per curiosità andai a vedere sull’App Space Weather App il grafico con i dati in real-time della radiazione X provenienti dal satellite GOES e le immagini del telescopio spaziale SDO nella banda UV (sono fonti di dati ed immagini che utilizzo molto spesso per monitorare i brillamenti solari, che nella loro forma più energetica possono arrivare fino alla classe X).

     

     

     

    6.41

    Configurazione con spettroscopio montato al fuoco diretto del C11HD, con camera guida ASI432MM, camera di ripresa ASI2600MM, fenditura da 19micron e reticolo da 2400linee/mm. Sul rifrattore 115/800 è montato il Quark Prominence per le riprese della cromosfera con la ASI183MM
    Configurazione con spettroscopio montato al fuoco diretto del C11HD, con camera guida ASI432MM, camera di ripresa ASI2600MM, fenditura da 19micron e reticolo da 2400linee/mm. Sul rifrattore 115/800 è montato il Quark Prominence per le riprese della cromosfera con la ASI183MM

    Noto subito l’immediata partenza di un brillamento importante, la curva delle radiazioni X infatti schizza verso l’alto superando la soglia M5 (alle 6.35 era M3). Riprendo un paio di filmati da circa 60s secondi l’uno ed alle e 6.43 UTC ricontrollo nuovamente l’App: superata la soglia X1 e la curva non da cenni di smorzamento!

    In un momento di frenesia incredibile (i flare X sono molto veloci e soprattutto molto rari: fino a questo momento, considerando l’ultimo ciclo solare, se ne sono registrati solamente 21). Decido di smontare l’attrezzatura dal C11HD per passare immediatamente alla configurazione “spettroscopica”. Voglio riprendere lo spettro del flare in alta risoluzione!

    Con pochi istanti a disposizione per riconfigurare il tutto cerco di essere più veloce possibile: non posso  sprecare tempo. Monto il Sol’Ex col reticolo da 2400l/mm e la fenditura da 19micrometri sul fuoco del C11HD (foto3).

    6.43

    Fenditura ripresa dalla camera guida relativa allo spettro delle 6.48UTC
    Fenditura ripresa dalla camera guida relativa allo spettro delle 6.48UTC

    Centro lo spettro nella regione UV ruotando la ghiera apposita, metto a fuoco lo spettro del Sole e posiziono la fenditura sopra l’area del brillamento, sfruttando la camera di guida che mi restituisce l’immagine in luce bianca del gruppo. In luce bianca, il brillamento ovviamente non è visibile, sfrutto quindi la ripresa H-alpha fatta qualche istante fa, per avere il riferimento corretto (uso come “guida” le macchie scure, visibili in entrambe le riprese) per il posizionamento preciso della sottile strisciolina nera della fenditura sopra l’area che sta generando il flare (foto 4).

     

     

    6.48

    (A) Spettro ottenuto con la camera di ripresa alle 6.48UTC: si notano le forti emissioni in corrispondenza delle righe della serie di Balmer e del Calcio inionizzato nella regione UV/B dello spettro (range 3860A÷4300A); la riga orizzontale scura in basso è dovuta alla macchia solare (ombra e penombra) posizionata sotto l’area del brillamento
    (A) Spettro ottenuto con la camera di ripresa alle 6.48UTC: si notano le forti emissioni in corrispondenza delle righe della serie di Balmer e del Calcio inionizzato nella regione UV/B dello spettro (range 3860A÷4300A); la riga orizzontale scura in basso è dovuta alla macchia solare (ombra e penombra) posizionata sotto l’area del brillamento
    .(B) Mmostra i grafici calibrati in lambda e flusso della regione dello spettro centrata sul doppietto del Calcio inizzato, facendo una scansione verticale dello spettro di (A)
    (B) Mmostra i grafici calibrati in lambda e flusso della regione dello spettro centrata sul doppietto del Calcio inizzato, facendo una scansione verticale dello spettro di (A)

    Sono letteralmente “sopra” al brillamento e lo spettro mostra (foto 5a), con mia incredibile meraviglia, delle luminosissime fasce verticali che interrompono in modo irregolare le varie righe scure di assorbimento del tipico spettro solare! Cosa sono? Le righe della serie di Balmer visibili nella regione UV/B inquadrata (h-delta, h-gamma, h-epsilon, h-theta) che anziché essere in assorbimento, si presentano in emissione a causa dell’enorme energia liberata dal flare! Anche le righe del calcio ionizzato sono invertite in certi punti! Avvio il filmato e nel mentre controllo nuovamente il grafico delle radiazioni X: la curva continuava a crescere ed ha appena superato la soglia X3 (foto 5b).

    6.54

    Progressione delle emissioni X registrate dal Telescopio Spaziale GOES centrata sul picco del Flare
    Progressione delle emissioni X registrate dal Telescopio Spaziale GOES centrata sul picco del Flare

    Dopo il primo filmato decido di muovere leggermente la montatura perché le aree in emissione si sono affievolite, probabilmente per il fatto che la posizione del flare si è leggermente spostata (il plasma è in rapido movimento in questi momenti). Per ancora 4 minuti inseguo quindi l’area del brillamento, effettuando 4 riprese proprio prima del picco X, che alle 6.54UTC raggiunge la classe X3.98, la più alta registrata fino ad nell’intero 25esimo ciclo solare.

    Dopo le quattro riprese spettroscopiche, torno a riprendere immediatamente la regione attiva con il 115mm e il filtro H-alpha, e poi passo nuovamente alla configurazione spettroscopica, tento questa volta una ripresa in bassa risoluzione, col reticolo da 300l/mm. Ma a questo punto, purtroppo, il flare non è più visibile nella finestra ottica del mio spettrografo (da 3700A a 8000A), nonostante nei raggi X e UV stesse ancora emettendo fortissime radiazioni.

    7:13

    AR3664 in H-alpha, ripresa col 115mm f/8 + IR/UV cut + Daystar Quark Prominence + ASI432MM alle 7.13UTC versione a colori e B/N.
    AR3664 in H-alpha, ripresa col 115mm f/8 + IR/UV cut + Daystar Quark Prominence + ASI432MM alle 7.13UTC versione a colori e B/N.

    Concludo quindi la sessione di riprese (foto7), dopo una mezz’ora di pura eccitazione astronomica e continui cambi di setup (sembro un meccanico della Ferrari durante un pit-stop!). Infine vado a lavorare, ma bramo di tornare a casa nel tardo pomeriggio per elaborare i 25 gigabyte di dati raccolti. Spero inoltre di poter ammirare la prevista aurora causata dalla CME (Espulsione di Massa Coronale) che potrebbe investire la nostra Terra in giornata!

     

     

     

     

    20:32

    Subito dopo cena, il cellulare inizia a squillare di continuo: gli amici segnalano cieli dipinti di rosso, in una euforia generale. Vado subito in giardino e guardo verso Nord, ma una fitta coltre di nuvole campeggia stabile sopra al Monte Grappa estendendosi fino allo Zenit (foto 8).

    a lato: nuvoletta fantozziana sopra la mia testa in corrispondenza del primo picco dell’evento aurorale del 10 Maggio 2024

     

     

     

    00:12

    Attendo qualche ora e finalmente, subito dopo mezzanotte, il cielo si apre e con mio enorme stupore posso ammirare negli squarci fra le nuvole, un balletto di atomi di ossigeno atomico eccitato negli strati alti dell’atmosfera terrestre. Apro nuovamente l’App Space Weather Live e gli indici del tempo di perturbazione sono schizzati spaventosamente alla categoria “tempesta estrema”.

    a lato: indice di tempo di perturbazione e ovale aurorale la sera del 10 maggio

     

     

     

    00:15

    Cielo dipinto di rosso sopra al Monte Grappa, ripreso tra le luci di Romano d’Ezzelino alle 22.30UTC del 10 Maggio 2024 con la Canon EOS modificata e obiettivo Canon 18-70mm impostato a 40mm f/3.8 (2s di posa).
    Cielo dipinto di rosso sopra al Monte Grappa, ripreso tra le luci di Romano d’Ezzelino alle 22.30UTC del 10 Maggio 2024 con la Canon EOS modificata e obiettivo Canon 18-70mm impostato a 40mm f/3.8 (2s di posa).
    Spettro in bassa risoluzione del cielo ottenuto col C11HD alle 22.33 UTC, si nota il picco di emissione dell’Ossigeno atomico OI centrato nella regione rossa dello spettro a 6300A nonché deboli emissioni dell’Azoto atomico NI e Azotomolecolare ionizzato una volta N2+ (spettro non calibrato in flusso).
    Spettro in bassa risoluzione del cielo ottenuto col C11HD alle 22.33 UTC, si nota il picco di emissione dell’Ossigeno atomico OI centrato nella regione rossa dello spettro a 6300A nonché deboli emissioni dell’Azoto atomico NI e Azotomolecolare ionizzato una volta N2+ (spettro non calibrato in flusso).

    Faccio qualche foto (foto10) e riprendo lo spettro del cielo puntando a caso verso nord, nel cuore dell’Orsa Maggiore, il C11HD è parcheggiato in posizione di riposo con lo spettroscopio in configurazione bassa risoluzione, ancora montato da stamattina (foto11).

    Dopo una giornata del genere andare a letto non è stato semplice. In testa avevo gli atomi dei gas dell’atmosfera solare del flare mattutino e quelli dell’atmosfera terrestre durante l’aurora notturna. Ammetto che non ho chiuso occhio pensando a quanto bello e dinamico sia l’Universo e soprattutto il nostro Sole, che ogni giorno ci regala calore, luce ed eventi emozionanti come quello memorabile del 10 maggio. Uno spettacolo forse più unico che raro.

    Riferimenti web/multimediali

    https://astrotrex.wordpress.com/2024/05/10/spectrum-of-x3-98-class-flare/

    https://youtu.be/Jy6hU47ovA0?si=KvkiIlcGDMiOhE8u

     

    [/swpm_protected]


    Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.2)

    L’aurora sul Lago di Misurina (BL) (Cristian Bigontina, Notti delle Dolomiti)
    L’aurora sul Lago di Misurina (BL) (Cristian Bigontina, Notti delle Dolomiti)

    Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
    spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
    il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
    come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
    Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
    di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
    Ravagnin.

    PARTE 02

    Il diario di un’aurora italiana

     a cura di Alessandro Marchini direttore dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena

    La notte tra il 10 e l’11 maggio un’incredibile aurora boreale si è accesa nei cieli italiani. Si è trattato di un evento assolutamente straordinario e inconsueto per le nostre latitudini.

    E pensare che due anni fa, nel febbraio 2022, ero andato a caccia dell’aurora fino a Tromsø, in Norvegia, per tornare dal viaggio abbastanza deluso: il tempo era stato inclemente ed insieme al gruppo di amici che erano con me siamo riusciti a vedere le luci del nord solo per qualche istante in quattro notti di nuvole, neve e pioggia.

    La debole aurora del 27 febbraio 2022
in Norvegia (Stefano Parrini)
    La debole aurora del 27 febbraio 2022
    in Norvegia (Stefano Parrini)

    Vivo a Siena, poco fuori dal centro storico, a casa ho due finestre a nord e la sera del 10 maggio mi sono affacciato più volte a guardare il cielo in quella direzione, finché non è stato chiaro che quelle strisciate rosa che stavo vedendo, sul profilo della città e distanti dal punto del tramonto, non potevano che essere le luci di un’aurora.

    Le prime avvisaglie dell’aurora sopra Siena alle 22:30 del 10 maggio
(Crediti autore)
    Le prime avvisaglie dell’aurora sopra Siena alle 22:30 del 10 maggio
    (Crediti autore)

    Come è stato possibile che l’aurora, timida e dispettosa in Norvegia, mi avesse inseguito fino a casa, per mostrarsi in tutta la sua magnificenza? Ma soprattutto, era prevedibile un’aurora su Siena tanto da farmi affacciare continuamente alla finestra per sperare di vedere le “luci del nord” da 43 gradi di latitudine?

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Per la verità il giorno precedente e la mattina stessa avevo avvisato alcuni amici della remota eventualità di un’aurora visibile anche dalla Toscana, ma non ci speravo davvero anche perché, durante i miei 59 anni di vita e le tante notti passate col naso all’insù, non mi era mai successo di vedere un’aurora boreale da Siena.

    Tutto inizia con una tempesta solare.

    La teoria è nota: una potente esplosione sulla superficie del Sole, un X-flare rivolto verso la Terra, rilascia un’enorme quantità di particelle cariche che dopo 18-48 ore raggiungono il nostro pianeta e, convogliate dalle linee di forza del campo magnetico terrestre, accendono i gas dell’atmosfera intorno ai poli, in quella zona ad anello che viene definita ovale aurorale.

    E’ un effetto simile a quello che conosciamo per i vecchi tubi al neon dove il passaggio della corrente elettrica eccita gli atomi del gas all’interno del tubo: quando gli atomi si diseccitano emettono fotoni, cioè luce, il cui colore dipende dal tipo di gas utilizzato.

    Questo spiega anche i diversi colori delle aurore polari che dipendono dagli atomi e molecole dei gas della nostra atmosfera incontrati dal flusso di particelle cariche provenienti dal Sole.

    Se l’esplosione solare è particolarmente intensa e diretta esattamente verso la Terra, l’effetto sarà maggiore: l’aurora sarà a sua volta più intensa e colorata e l’ovale aurorale potrà estendersi fino a raggiungere latitudini inconsuete.

    Le aurore italiane

    Nella storia del nostro paese sono molto rare le testimonianze di fenomeni aurorali: oltre al SAR (StableAuroralRedarc) del novembre 2023, si hanno immagini di aurore visibili dal nord Italia nel 2015, 2011, fino alla spettacolare aurora del 31 ottobre 2003. Nel 1989 una potente tempesta solare causò un blackout elettrico di 12 ore in alcune regioni del Nord-America e provocò un’aurora visibile anche in Italia, documentata fino a Venezia.

    Ma per trovare testimonianze di aurore visibili sulla gran parte della nostra penisola dobbiamo scorrere il calendario a ritroso fino al 1939, o addirittura fino ad alcune spettacolari aurore registrate nel 1848, nel 1851 e nel 1870. Quest’ultima in particolare, vista la notte del 24-25 ottobre da tutta Italia, è di particolare interesse perché fu documentata in Sicilia con alcuni acquerelli che l’autore, il signor Montemagno di Caltagirone, inviò all’allora direttore dell’Osservatorio di Palermo Gaetano Cacciatore. Quegli acquerelli, attualmente conservati negli archivi dell’INAF di Palermo, mostrano un’impressionante somiglianza tra l’evoluzione del fenomeno del 1870 con quello, recentissimo, del 10-11 maggio.

    A sinistra tre acquerelli (tavole 3, 4 e 5) realizzati dal signor Montemagno
di Caltagirone per documentare l’aurora vista dalla Sicilia nel 1870, a
destra tre fotografie dell’aurora del 2024 riprese da Siena.
(Crediti acquerelli: INAF Osservatorio di Palermo. Foto: AM).
    A sinistra tre acquerelli (tavole 3, 4 e 5) realizzati dal signor Montemagno
    di Caltagirone per documentare l’aurora vista dalla Sicilia nel 1870, a
    destra tre fotografie dell’aurora del 2024 riprese da Siena.
    (Crediti acquerelli: INAF Osservatorio di Palermo. Foto: AM).

    Se il Signor Montemagno di Caltagirone la seppe dipingere, c’è chi seppe descriverne le emozioni: la poesia “L’aurora boreale” di Giovanni Pascoli fu ispirata dall’evento del 1870 a cuiil poetapoté assistere quando, adolescente, frequentava il collego dei Padri Scolopi di Urbino.

    L’attività solare, il motore delle aurore

    La tecnologia attualmente a nostra disposizione ci permette di osservare il Sole per studiarne i fenomeni superficiali.

    All’osservatorio astronomico dell’Università di Siena dove lavoro, utilizziamo un piccolo telescopio solare per spiegare un po’ di fisica della nostra stella agli studenti universitari e a quelli delle scuole che svolgono con noi percorsi didattici di astronomia. Con quello strumento possiamo osservare le regioni attive, le zone della superficie del Sole dove sono presenti le macchie solari da cui possono sollevarsi le protuberanze o sprigionarsi i brillamenti: questi fenomeni esplosivi, i flare, sono il vero motore delle aurore.

    Macchie solari e protuberanze, fenomeni sulla
superficie del Sole ripresi col telescopio solare
dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di
Siena (Claudio Vallerani)
    Macchie solari e protuberanze, fenomeni sulla
    superficie del Sole ripresi col telescopio solare
    dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di
    Siena (Claudio Vallerani)

    Ci sono anche siti internet di telescopi spaziali dedicati al Sole che chiunque può consultare per avere immagini dell’attività solare molto più dettagliate di quelle del nostro telescopio, ad esempio il sito del Solar Dynamics Observatory(SDO) della NASA (sdo.gsfc.nasa.gov). Su questo sito il 7-8 maggio avevo potuto notare la presenza di un grande gruppo di macchie solari nella zona centrale del Sole, quindi orientato verso la Terra: era la regione attiva 3664.

    Il Sole visto dal telescopio spaziale SDO l’8 maggio scorso con due filtri differenti.
Nell’immagine a sinistra si nota, al centro del Sole, il grande gruppo di
macchie della regione attiva 3664, a destra un potente brillamento sprigionatosi
da quella stessa zona.
    Il Sole visto dal telescopio spaziale SDO l’8 maggio scorso con due filtri differenti.
    Nell’immagine a sinistra si nota, al centro del Sole, il grande gruppo di
    macchie della regione attiva 3664, a destra un potente brillamento sprigionatosi
    da quella stessa zona.

    Ci sono anche siti internet dove è possibile controllare l’intensità dei flare e la previsione della loro interazione col campo magnetico terrestre.

    I flare sono classificati in cinque grandi classi, A, B, C, M e X, in base alla potenza crescente (su base logaritmica) di emissione di raggi X. I flare di classe X sono spesso associati a espulsioni di massa coronale (CME, Coronal Mass Ejection); queste potenti esplosioni solari possono causare tempeste geomagnetiche di maggiore intensità, capaci di provocare dei “radio blackout” mandando in tilt i satelliti in orbita intorno alla Terra. E di innescare aurore molto intense.Un sito dove controllare se si sono verificati i flare è quello di SpaceWeatherLive (www.spaceweatherlive.com).

    Oltre ad avere indicazione della potenza diun flare solare, è possibile prevedere quanto sarà intenso il suo effetto, cioè la tempesta geomagnetica (geomagneticstorm) che provocherà se raggiungerà la Terra, interagendo con l’atmosfera. In questo caso la scala va da G 1, per piccole intensità, fino a G 5 per le tempeste geomagnetiche estremamente potenti. Un sito consultabile per conoscere l’attività geomagnetica è quello dello Space WeatherPrediction Center, un servizio della National Oceanic and AtmosphericAdministraion(www.swpc.noaa.gov).

    La teoria è nota, ma poter prevedere un’aurora boreale visibile dall’Italia è del tutto aleatorio

    Bene, è ormai chiaro che per avere un’intensa aurora polare servono alcuni ingredienti chiave: un flare, un’esplosione solare possibilmente di classe X, seguito da un’espulsione di massa coronale diretta verso la Terra che causi una tempesta geomagnetica sulla nostra atmosfera.

    Ma il valore che più di ogni altro può dirci quanta probabilità avremo di vedere un’aurora è l’indice dell’attività geomagnetica che viene misuratocontinuamente da magnetometri terrestri posizionatiin molte località del mondo. Si tratta dell’indice Kp che può avere valori da 0, quando non c’è attività geomagnetica, a 9, quando l’attività è massima. Uno dei siti di riferimento è ancora lo Space WeatherLive, alla pagina “Aurora forecast” (www.spaceweatherlive.com/en/auroral-activity/aurora-forecast.html).I cacciatori di aurore si fregano le mani quando leggono, per le loro latitudini, un indice Kp da 7 a 9!

    A quel punto si guarda l’ultima, importante previsione: quella a brevissimo termine dell’estensione e dell’intensità dell’ovale aurorale. Uno dei siti di riferimento è quello dello Space WeatherPrediction Center della NOAA, alla pagina www.swpc.noaa.gov/products/aurora-30-minute-forecast. L’immagine mostra la previsione dell’ovale nei successivi 30 minuti sui due emisferi, con una scala di colori inequivocabile: in assenza di attività geomagnetica l’ovale è sottile, verde semitrasparente, quando invece c’è una tempesta in atto l’ovale si allarga e si colora di giallo e di rosso, in base all’intensità.

    L’aurora italiana del 10-11 maggio 2024

    Consultando i siti già menzionati, l’8 e il 9maggio ho potuto vedere che erano stati registrati alcuniX-flarein successione, seguiti da altrettante espulsioni di massa coronale. Per questo motivo la mattina del 9 ho controllato le previsioni dell’indice Kpper le medie latitudini, che erano sorprendenti: per la notte tra il 10 e l’11 maggio l’indice era previsto tra valori di 8 e 9, come non l’avevo mai visto.

    La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11
maggio (spaceweatherlive.com)
    La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11
    maggio (spaceweatherlive.com)

    La previsione dell’indice Kp per le medie latitudini la notte del 10-11 maggio (spaceweatherlive.com)

    La mattina del 10 ho controllato le previsioni meteo, sperando che quella sera il cielo fosse sereno, e ho avvisato alcuni amici di guardare verso nord nella speranza di vedere, dall’Italia, le luci dell’aurora boreale. Ovviamente mi hanno preso per matto…

    Ma quella sera, poco dopo le 22, è iniziato lo spettacolo.

    Il cielo era sereno e dalla finestra a nord ho cominciato a vedere delle stranissime striature rosa-fucsia. Ho preso subito la macchina fotografica, ho impostato 5 secondi di esposizione e l’ho appoggiata sul davanzale: già la prima foto confermava che sopra al profilo medievale di Siena si stava accendendo l’aurora. Ho subito avvisato via WhatsApp tutti gli amici che mi sono venuti in mente, i vari gruppi di astrofili di cui faccio parte e ho pubblicato la prima, inequivocabile foto dell’aurora sui profili social dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena.

    Da quel momento è stato un susseguirsi di emozioni, con le luci del nord che cambiavano lentamente ma continuamente di forma e intensità. Probabilmente nella prima ora abbiamo osservato un SAR (Stable Auroral Redarc) che si è lentamente spento intorno alle 23:30.

    A mezzanotte pensavo fosse finito lo spettacolo ma prima di togliere la macchina fotografica dalla finestra ho consultato la previsione dell’ovale aurorale…

     
La previsione per le 0:26 italiane dell’11 maggio, con l’ovale aurorale che arriva a sfiorare l’Italia (nel riquadro bianco).

    La previsione per le 0:26 italiane dell’11 maggio, con l’ovale aurorale che arriva a sfiorare l’Italia (nel riquadro bianco).

    Ho lasciato la macchina fotografica sul davanzale e a mezzanotte e mezza si è riaccesa un’aurora ancor più spettacolare. Anche a occhio nudo, nonostante le luci della città, vedevo colonne di luce grigio-violacee, le foto a lunga esposizione ovviamente le mostravano decisamente viola e molto più colorate. Era meraviglioso vedere le luci danzanti dell’aurora sopra il cielo della mia città, colonne luminose viola con sotto, in alcuni momenti, delle striature grigio-verdi tipiche di questi fenomeni.

    Nel frattempo cominciavo a essere sommerso dalle foto degli amici toscani e, sui social dell’Osservatorio, da tante altre foto praticamente da tutta Italia.

    [/swpm_protected]

     

    #NotHaarp!

    E’ stata un’esperienza fantastica, rovinata soloda valanghe di commenti sui nostri social di alcuni complottisti che ormai non riescono a godersi un fenomeno naturale, noto fin dall’antichità, ma cercano di trovare cause artificiali, come l’esperimento HAARP (High Frequency Active AuroralResearch Program) che nasce nel 1993 in Alaska come installazione militare per lo studio della ionosfera. Dismessa nel 2013 e rivenduta per uso civile nel 2015, adesso è gestita dall’Università di Fairbanks ed è una struttura visitabile da chiunque, comprese le scuole che spesso ci vanno in gita di istruzione.Parliamo di una installazione che può simulare gli effetti di disturbo che una tempesta solare può provocare sulle telecomunicazioni, o aiutare a costruire modelli accurati di ciò che accade nella ionosfera, rendendo la struttura un ottimo laboratorio di ricerca utilizzato da enti e università di tutto il mondo.Il raggio massimo raggiunto da esperimenti simili raggiunge al massimo 500 Km, peraltro senza alcuna conseguenza.

    L’esperimento HAARP tirato in ballo dagli amanti del complotto utilizza potenze ridicole (pochi megawatt) rispetto a quelle di una tempesta solare (centinaia di gigawatt) e non può produrre aurore artificiali visibili in mezzo mondo come quella, naturale, del 10 maggio scorso, vista persino nell’emisfero sud, in Nuova Zelanda. L’Università di Fairbanks, travolta dal clamore mediatico dei complottisti, lo ha chiaramente spiegato con un comunicato.

    Le aurore sono fenomeni sì straordinari alle nostre latitudini, ma sono accaduti altre volte in passato, quando HAARP non esisteva ancora, come abbiamo già mostrato in precedenza.

    Ricordando una notte diversa da tutte le altre, quando le luci dell’aurora boreale si sono accese sul cielo di Siena.

    La mattina dell’11 maggio, prima di andare a dormire qualche ora, ho realizzato un video velocizzato con la sequenza delle immagini raccolte nei venti minuti di massima intensità, potete vederlo qui: youtu.be/S8RbJuenGKE.

    E’ stata un notte unica ed emozionante, di quelle che un poeta come Ungaretti avrebbe definito “una notte diversa da ogni altra notte del mondo”.

    Come documentare un’aurora è descritto nella terza parte

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


    Speciale Aurora 10 Maggio: prepariamoci a nuovi spettacoli (pt.1)

    Lo scorso 10 maggio il cielo notturno sopra l’Italia è stato inondato da un fenomeno
    spettacolare anche per la sua rarità: l’aurora boreale. Nelle pagine a seguire spiegheremo
    il fenomeno dalle sue origini scientifiche sino alle modalità in cui si è manifestato e
    come è stato possibile acquisirne dati e immagini anche con un approccio amatoriale.
    Ci accompagnano nella ricca esposizione: Francesco Berrilli e Valentina Penza dell’Università
    di Roma Tor Vergata, Alessandro Marchini dell’Università di Siena e Alessandro
    Ravagnin.

    PARTE 01

    I COLORI DELLA TEMPESTA: COME, PERCHE’ E QUANDO

     a cura di Francesco Berrilli e Valentina Penza Università di Roma “Tor Vergata”

    I fisici solari hanno delle specifiche date (e dei nomi) a cui sono particolarmente affezionati. Una ad esempio è il 1º settembre 1859, giorno in cui si manifestò sulla nostra stella un evento abbastanza comune nel suo genere, ma in quella occasione particolarmente violento nella sua intensità, al punto da meritare un appellativo tutto suo: evento di Carrington. In realtà il 1º settembre 1859 furono due gli astronomi inglesi, Richard Christopher Carrington e Richard Hodgson che osservarono sulla superficie del Sole un brillamento di luce “bianca” estremamente intenso in una zona del disco solare che stava attirando già da qualche giorno l’attenzione per la presenza un esteso gruppo di macchie solari. L’evento in sé sarebbe rimasto una notazione destinata ad incuriosire giusto qualche altro studioso, se non fosse stato per la grande quantità di particelle elettricamente cariche espulse ad alta velocità e in direzione della Terra il giorno successivo: una delle tempeste magnetiche più intense di cui si ha testimonianza nella storia dell’umanità. Il fenomeno diede luogo ad aurore a latitudini estremamente basse (come Roma e Catania) e danneggiò parte della rete telegrafica del mondo. Per avere una stima dell’intensità del fascio si può dire che il nostro Sole lanciò verso la Terra particelle cariche con un’energia pari a dieci miliardi di bombe atomiche.

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Solo pochi anni dopo, il 4 febbraio 1872, un altro gruppo di macchie causò un nuovo potente evento che Angelo Secchi, direttore dell’Osservatorio del Collegio Romano, studiò e descrisse come un’aurora elettrica che illuminò i cieli di Roma. Anche quell’evento fu osservato in tutto il mondo e produsse il primo incidente globale della nostra storia tecnologica interrompendo le comunicazioni tra Stati Uniti ed Europa che avvenivano con un cavo transoceanico.

    Se queste storie vi sembrano familiari e magari avete l’impressione che raccontino avvenimenti più recenti (rete telegrafica a parte) è perché qualcosa del genere è accaduto nuovamente nella notte tra il 10 e l’11 maggio scorso. Anche in questo caso molti telescopi solari erano puntati verso la nostra stella per studiare l’evoluzione di una regione di macchie dalla dimensione straordinariamente elevata (lo 0.24% dell’intera superficie solare, più grande di Giove) e soprattutto dalla configurazione particolarmente complessa, che nella sua struttura aveva immediatamente richiamato alla mente l’evento Carrington (Fig. 1).

    Il disegno della regione attiva di macchie
    solari così come disegnata nel 1859 da Carrington
    confrontata con una foto del gruppo AR3664 il 10
    Maggio 2024 nella riga del Calcio K nel vicino ultravioletto
    (foto di F. Berrilli)

    Ciò che è accaduto, questa volta, non è stato dunque per gli scienziati del tutto inatteso. Una dozzina di brillamenti (in inglese, flares), tra cui diversi di classe X[1] ed alcuni associati ad immense emissioni di massa coronale (CME, acronimo di Coronal Mass Ejection) che hanno permesso a moltissime persone sparse quasi su tutto il globo di assistere il 10 maggio ad aurore magnifiche, come testimoniato dalle centinaia di foto che hanno invaso il web provenienti da zone ove scatti di luci boreali ed australi non erano mai pervenuti.

    Se a causare le bellissime colonne di luce nei cieli notturni sono sempre le particelle accelerate dal Sole dobbiamo anche dire che quanto osservato a basse latitudini lo scorso maggio non è stata una vera e propria aurora, quanto piuttosto quelle che si chiamano Stable Auroral Red arc, il cui acronimo è SAR. Come vedremo, le aurore sono prodotte direttamente dalle particelle solari che si trovano nel vento solare o nelle CME che colpiscono gli atomi e le molecole (principalmente Ossigeno e Azoto) che compongono l’alta atmosfera della Terra. Le SAR invece sono prodotte dalle particelle cariche intrappolate nelle famose cinture o fasce di radiazione di Van Allen. Tali fasce sono composte dalle particelle solari catturate e trattenute intorno alla Terra dal campo magnetico terrestre, il grande scudo che protegge il nostro pianeta dalla radiazione solare. L’intensa tempesta geomagnetica prodotta dal Sole ha indebolito il campo magnetico terrestre e ha permesso alle correnti ad anello che scorrono nelle fasce di Van Allen di scendere in basso e di colpire l’alta atmosfera, causando i suggestivi archi SAR.

    Ma andiamo con ordine e proviamo a spiegare meglio cosa è successo, sul Sole e sulla Terra, a maggio scorso, e probabilmente anche nel 1859 o nel 1872 e in altre occasioni storiche simili. Procediamo a ritroso nell’evoluzione dell’evento partendo proprio dalla sua conclusione più spettacolare: l’aurora o la SAR. La spettacolare danza di drappeggi variegatamente colorati (dal verde al viola, fino al rosso) che si è osservata nei cieli è la conseguenza degli urti delle particelle emesse dal Sole con le differenti particelle presenti nella ionosfera terrestre, una regione della nostra atmosfera compresa tra i 60 ed i 1000 km, costituita principalmente da atomi e molecole ionizzate. Tale regione ha la particolarità di presentare popolazioni di particelle diverse ad altezze diverse, in relazione alla loro massa: le più leggere, come gli atomi di elio, più in alto, le più pesanti, come gli atomi di ossigeno e ancora più le molecole di azoto, più in basso. Tali particelle vengono eccitate, ionizzate o, in caso di molecole, dissociate e questo genera emissione di luce a lunghezze d’onda differenti (e quindi di colori differenti). Gli atomi di ossigeno, per esempio, sono responsabili del colore verde (lunghezza d’onda di 557.7 nm), mentre alle molecole di azoto si deve la luce violacea, che per questo motivo risulta visibile ad una quota più bassa rispetto alla verde. La luce più rossa, per finire è prodotta dalle SAR. Il suo aspetto più diffuso rende la luce rossa quella più comune da osservare a basse latitudini. È noto infatti che le zone del pianeta da cui è più probabile vedere fenomeni aurorali sono quelle ad alte latitudini, cioè quelle più prossime ai poli magnetici, dove le linee di forza del campo magnetico terrestre convergono.

    Procedendo nella nostra analisi a ritroso, la domanda ora è perché il Sole ogni tanto (e ogni quanto?) emette particelle cariche e perché non tutte queste emissioni danno origine ad un’aurora? In parte lo abbiamo accennato all’inizio di questo articolo: il Sole emette quantità di particelle in corrispondenza di particolari regioni tra cui le cosiddette “Regioni Attive”, che sono la manifestazione visibile degli intricati e dinamici campi magnetici presenti sulla superficie (fotosfera) della nostra stella. Inoltre, la regione calda più esterna al sole, la corona, è la responsabile del vento solare che in particolari condizioni (vento solare veloce) contribuisce alle aurore osservate ad alte latitudini. Il campo magnetico solare ha una struttura molto più complessa di quello terrestre. Quest’ultimo somiglia al campo generato da una normale calamita, quello che si chiama dipolo magnetico, caratterizzato da linee di campo chiuse e simmetriche, che escono da un polo (per convezione il Sud) ed entrano nell’altro (il Nord) con una struttura abbastanza semplice, a parte le distorsioni dovute alla costante pressione del vento solare su di essa (Fig.2).

    [1] I brillamenti vengono classificati in base alla loro intensità nella regione della radiazione X attraverso una lettera; in ordine crescente sono di classe B, seguiti da C, M e X, che sono i piùintensi.  All’interno di ogni classe, c’è una scala più fine da 1 a 9.  Analogamente alla scala Richter, usata per i terremoti, ogni passaggio di classe rappresenta un aumento di dieci volte nell’emissione di energia.

    Figura 2 Schema delle linee del campo magnetico terrestre e di come venga distorto dalla presenza continua del vento solare (credits https://www.ucl.ac.uk)

    Nel Sole le linee del campo magnetico sono molto più complicate. Esse infatti interagiscono con il plasma e con i suoi moti convettivi e turbolenti presenti negli strati sottostanti la superficie e risentono della rotazione differenziale della stella, ossia del fatto che il Sole non ruota come un corpo rigido ma con velocità di rotazione diverse a latitudini diverse, e di grandi flussi di plasma che scorrono lungo i meridiani della nostra stella (un po’ come accade con le grandi correnti negli oceani terrestri). Il processo che dà origine al campo magnetico nel Sole, e contestualmente alla sua variabilità ciclica, è dovuto all’insieme di tutti questi flussi di plasma e prende il nome di dinamo solare globale ed è schematizzato in Fig.3. Nella figura si osservano le linee allungate e distorte dai vari flussi del plasma solare che trasformano il campo toroidale, il cui nome ci dice che ha la forma di una ciambella o toro interno al Sole, in poloidale, cioè che emerge principalmente dai poli, e viceversa, con un ciclo magnetico totale di circa 22 anni e di attività di circa 11 anni.

    Figura 3. Schema dei processi di dinamo solare. Le linee nere rappresentano linee di campo magnetico globale interno al Sole. Le linee rosse invece rappresentano il campo magnetico una volta che è emerso dalla fotosfera solare. Il campo magnetico fotosferico regola l’attività di ciò che avviene negli strati più esterni dell’atmosfera solare (credits https://www2.hao.ucar.edu).

    Durante l’intero processo dinamo molte caratteristiche del Sole presentano un andamento ciclico in cui il campo magnetico e le sue manifestazioni passano da una fase di minimo (campo poloidale, attività bassa, poche macchie e regioni brillanti) ad una di massimo (campo fortemente toroidale, elevata attività magnetica, molte regioni attive). Al momento la nostra stella si trova in prossimità del massimo del ciclo solare 25 (il numero è convenzionale, col primo ciclo solare che inizia il 1755, da quando cioè ci sono sufficienti dati osservativi). Il numero di brillamenti solari cresce all’aumentare dell’attività magnetica solare.

    I brillamenti o flare solari si producono nelle regioni attive più complesse e corrispondono ad un rilascio improvviso di energia, sia sotto forma di radiazione luminosa che di particelle, dovuto ad un fenomeno che avviene in un plasma altamente conduttivo, noto come riconnessione magnetica. Si tratta di un processo magnetico particolare che converte l’energia magnetica in energia cinetica e termica e che accelera le particelle dell’atmosfera solare. In particolari condizioni il vento solare e le nubi di plasma composti da queste particelle (soprattutto elettroni e protoni) possono perturbare pesantemente il campo magnetico terrestre (quello mostrato in Fig.2) e dare luogo ad una tempesta geomagnetica, la cui intensità è misurata con un indice, il K-index, il cui valore è compreso tra 0 e 9 (la tempesta del 10 maggio 2024 ha raggiunto il valore massimo).

    Come abbiamo visto, quando le particelle entrano nella ionosfera in prossimità dei poli magnetici della Terra danno origine allo spettacolo dell’aurora (boreale o australe a seconda dell’emisfero da cui si osserva). Ma oltre a produrre un magnifico spettacolo queste tempeste possono causare danni ad infrastrutture tecnologiche e strumentazioni elettroniche, sia nello spazio che a Terra, a causa delle correnti elettriche indotte e dell’interazione stessa tra particelle e circuiti. È ciò che accadde durante l’evento Carrington, in una società per altro che era ben lontana dalla forte dipendenza dalla tecnologia come invece lo è ai nostri tempi.

    Ma cosa avverrebbe oggi se ci fosse un evento Carrington, o magari un super-brillamento?

    Il nostro Sole è sostanzialmente una stella tranquilla. Tuttavia come abbiamo visto possono crearsi sulla fotosfera condizioni magnetiche tali per cui i brillamenti possono essere veramente molto intensi, molto più intensi di quelli che hanno prodotto i fenomeni osservati lo scorso maggio. Abbiamo visto come l’evento Carrington del 1859 creò una imponente tempesta geomagnetica che non solo produsse le aurore a basse latitudini ma scatenò anche incendi nelle linee telegrafiche. Sappiamo inoltre che l’evento del 1872 mise fuori uso il collegamento transoceanico tra Stati Uniti ed Europa creando il primo blackout globale nelle telecomunicazioni. In epoca moderna non abbiamo mai sperimentato una tempesta solare tipo Carrington, ma alcune proiezioni fatte dalle maggiori compagnie assicurative mondiali riportano che potrebbero verificarsi blackout globali della durata potenziale di anni a causa del danneggiamento simultaneo di diversi trasformatori ad altissima tensione che sono difficili da sostituire. Ovviamente questo produrrebbe un effetto a cascata sulle telecomunicazioni, sui servizi di emergenza e di prima necessità per la nostra società e sulle transazioni finanziarie. Probabilmente perderemmo decine di satelliti con effetti globali importanti. Anche in questo caso sarebbero necessari anni per rimettere in orbita intere flotte satellitari e ripristinare i servizi mancanti, sempre a causa delle difficoltà di reperimento di molti lanciatori e dei tempi di realizzazione dei satelliti.

    Ma se eventi di questa portata avvengono ogni qualche secolo, sappiamo oggi che la nostra stella può produrre qualcosa di molto più energetico di un evento Carrington. Studiando particolari isotopi contenuti negli anelli degli alberi abbiamo scoperto che in epoche più antiche il Sole ha prodotto tempeste solari ancora peggiori, mega tempeste 10 o 100 volte più intense dell’evento Carrington. Sappiamo che una tempesta del genere c’è stata nel 775 d.C. ed altre nel 5259 a.C., con il nostro pianeta da non molto emerso dall’ultima era glaciale, e nel 7176 a.C., quando la civiltà agricola stava prendendo il posto della società nomade di cacciatori-raccoglitori. Sappiamo datare con estrema esattezza questi eventi proprio grazie all’uso degli anelli degli alberi (la scienza della dendrocronologia consente la datazione esatta sfruttando il conteggio degli anelli di accrescimento annuale). Mega tempeste di questa portata, per fortuna estremamente rare, avrebbero effetti devastanti sulla nostra civiltà tecnologica, probabilmente riportandoci indietro di decine di anni, ad un’era senza internet e senza tecnologia legata all’utilizzo dei satelliti.

    Il futuro della nostra civiltà tecnologica, che molto dipenderà dallo spazio, o il futuro dell’esplorazione lunare o marziana non potranno prescindere dalla consapevolezza che lo spazio interplanetario è governato dall’attività della nostra stella. Se oggi abbiamo sistemi ridondanti che ci permettono di avere una tecnologia resiliente ad eventi come quelli dello scorso maggio, tuttavia non possiamo abbassare la guardia. Sappiamo infatti che la nostra stella produrrà eventi Carrington o super-brillamenti in futuro. Oramai siamo certi che la questione non è “se avverrà una super tempesta” ma solo “quando avverrà”. Per prevenire gli effetti di una super-tempesta solare i più importanti organismi di ricerca e le maggiori agenzie spaziali studiano la fisica che governa l’attività solare e lavorano ad algoritmi di previsione di quello che si chiama lo Space Weather (o meteorologia spaziale). L’importanza di questo ramo della scienza è diventato così evidente che enti internazionali come lo statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e l’europea ESA (Europe Space Agency) hanno da molti anni creato al loro interno uffici e centri di studio specificatamente dedicati alla predizione di fenomeni di Space Weather.

    Anche il gruppo di fisica solare e spaziale del Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma Tor Vergata partecipa a questa sfida. Lo fa offrendo corsi universitari sulla fisica del Sole e dello Spazio e lavorando in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana sia nell’ambito del programma ASPIS (ASI Space Weather InfraStructure) sia coordinando una team di aziende e istituti di ricerca che realizzeranno un nano satellite (Sun Cube On E-SEE) per lo studio dell’emissione ad alta energia del Sole, dall’ultravioletto ai raggi Gamma. Inoltre coordina, assieme a colleghi della Georgia State University, una rete globale di telescopi robotizzati (la Global Automatic Telescopes for Exploring the Sun – GATES) che studieranno in modo automatico il campo magnetico fotosferico ed il Sole a diverse lunghezze d’onda e partecipa alla realizzazione del grande European Solar Telescope (EST).

    Sebbene gli scienziati che studiano la nostra stella ancora non abbiano compreso appieno il funzionamento del processo che genera il campo magnetico globale e la sua evoluzione, tuttavia sanno che è proprio il campo magnetico del Sole uno dei fattori chiave per predire l’attività solare e le tempeste. Applicando tecniche di Intelligenza Artificiale combinate con lo studio dei processi fisici che avvengo sul Sole gli studiosi del sole e dello spazio interrogano la complessità e le proprietà del campo magnetico in quelle regioni della superficie del Sole, potenzialmente le future responsabili delle super tempeste, per rendere la nostra società tecnologica protetta da eventi estremi della nostra stella.

    [/swpm_protected]

    La cronaca della serata è nella seconda puntata

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


    LE SUPERNOVAE EXTRAGALATTICHE PIU’ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA (pt.1): SN1885A IN M31

    M31_cefeide_Hubble
    Lastra fotografica della galassia di Andromeda M31 ripresa da Edwin Hubble nella notte fra il 5 e il 6 ottobre 1923 con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Sono segnate tre “N” che rappresentano tre Novae. Quando Hubble andò a comparare questa immagine con alcune immagini di Novae ottenute in anni precedenti, notò che una di queste tre Novae, aumentava e diminuiva la sua luminosità ad intervalli regolari di circa 31 giorni. Aveva scoperto la prima Cefeide della galassia di Andromeda. Cancellò perciò la “N” e la sostituì con la dicitura “VAR” variabile. Da quella notte iniziò l’era Extragalattica, che cambiò radicalmente le nostre conoscenze sull’Universo e M31 divenne una Galassia e non più una Nebulosa della Via lattea.

    DOPO LA RASSEGNA DELLE SUPERNOVA ITALIANE NELLE GALASSIE MESSIER, CON LA QUALE
    ABBIAMO RIPERCORSO LA STORIA DELLE DIECI PIÙ IMPORTANTI SCOPERTE E CHE CI HA
    PERMESSO DI AMMIRARE ANCHE IMMAGINI INEDITE E ACCEDERE AD INFORMAZIONI CHE
    NON AVREMMO MAI PENSATO DI POTER OTTENERE, RITENIAMO CONCLUSO QUESTO PERCORSO
    E CI SEMBRA OPPORTUNO APRIRE UNA NUOVA SEQUENZA CON “LE SUPERNOVAE
    EXTRAGALATTICHE PIÙ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA”.

    ABSTRACT

    Hai mai sentito parlare di una stella che ha cambiato per sempre la nostra comprensione dell’Universo? Nel 1885, un misterioso lampo di luce esplose nella galassia di Andromeda, visibile ad occhio nudo e destinato a lasciare un segno indelebile nella storia dell’astronomia. La scoperta della supernova SN1885A, inizialmente fraintesa e quasi dimenticata, ha rivoluzionato il modo in cui vediamo le galassie e l’intero cosmo. Ma cosa succederebbe se oggi esplodesse una supernova simile? E perché, dopo quasi 140 anni, gli astronomi stanno ancora cercando tracce di questo evento epocale? Scopri i segreti e le incredibili coincidenze che hanno portato a riscrivere i libri di scienza, e lasciati affascinare dalla storia di una scoperta che ha cambiato tutto.

    SN1885A IN M31

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Dopo la rassegna delle supernova italiane nelle galassie Messier, con la quale abbiamo ripercorso la storia delle dieci più importanti scoperte e che ci ha permesso di ammirare anche immagini inedite e accedere ad informazioni che non avremmo mai pensato di poter ottenere, riteniamo concluso questo percorso e ci sembra opportuno aprire una nuova sequenza con “Le supernovae extragalattiche più luminose ed importanti della storia”.

    Primo piano dell’astronomo tedesco Carl Ernst Albrecht Hartwig.
    Primo piano dell’astronomo tedesco Carl Ernst Albrecht Hartwig.

    Nel nuovo progetto passeremo in rassegna circa una quindicina supernovae, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della ricerca di supernovae extragalattiche e in questa ottica ci sembra doveroso iniziare con la prima supernova extragalattica della storia e cioè la SN1885A, scoperta ufficialmente il 20 agosto 1885 dall’astronomo tedesco Ernst Hartwig nella bella e famosa galassia di Andromeda M31. In realtà il primo a osservare la “nuova stella” fu l’astronomo francese Ludovic Gully nella notte del 17 agosto, il quale però non dette importanza all’osservazione confondendola con un difetto causato dalla luce della Luna. Ernst Hartwig invece comunicò ufficialmente la scoperta con un telegramma datato 31 agosto 1885. Alla fine del 1800 non era ancora nota la vera natura delle galassie, considerate come nebulose della nostra Via Lattea, quindi di fatto molto più vicine in termini di distanze. L’oggetto fu perciò classificato come una stella variabile, assegnandole la sigla S And, cioè la seconda stella variabile scoperta nella costellazione di Andromeda. Solo agli inizi del 1900 e più precisamente nell’ottobre 1923 grazie all’intuizione dell’astronomo statunitense Edwin Hubble si capì che la galassia di Andromeda M31 era situata al di fuori della Via Lattea ad una distanza molto più elevata. Hubble scoprì infatti una variabile cefeide analizzando delle lastre fotografiche della galassia di Andromeda M31 riprese con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Le variabili cefeidi sono indicatori precisi di distanze e la cefeide scoperta in M31, come altre scoperte successivamente, risultavano molto più deboli rispetto a quelle presenti nella Via Lattea, quindi dovevano perciò essere situate ad una distanza maggiore (candele standard). Hubble calcolò la nuova lontananza in circa un milione di anni luce, anche se in realtà M31 si trova a circa 2,5 milioni di anni luce, ma l’importante era definire che quella “nebulosa a spirale” si trovava in ogni caso fuori della nostra galassia.

    M31_Isaac Roberts_18881229
    Una delle primissime immagini fotografiche della galassia di Andromeda M31 realizzata il 29 dicembre 1888 dall’astronomo inglese Isaac Roberts utilizzando un telescopio Newton da 500mm F.5 con un rifrattore da 175mm montato in parallelo come telescopio di guida. Esposizione di 4 ore.

    Fino al 1923, anno dell’intervento di Hubble, le “supernovae” classificate erano state 19 benchè confuse con altri oggetti, ma la nuova scoperta portò ad una nuova interpretazione del fenomeno non più equiparabile alle più note stelle Novae o stelle variabili presenti nella nostra galassia. Pochi anni più tardi, agli inizi degli anni ’30 gli astronomi Edwin Baade e Fritz Zwicky coniarono il nome “supernova” per distinguere la nuova categoria dalle classiche Novae e come diretta conseguenza  la scoperta di Hartwig fu perciò ribattezzata con SN1885A, cioè la prima supernova del 1885.

    M31_cefeide_Hubble
    Lastra fotografica della galassia di Andromeda M31 ripresa da Edwin Hubble nella notte fra il 5 e il 6 ottobre 1923 con il telescopio di 2,54 metri dell’Osservatorio di Monte Wilson. Sono segnate tre “N” che rappresentano tre Novae. Quando Hubble andò a comparare questa immagine con alcune immagini di Novae ottenute in anni precedenti, notò che una di queste tre Novae, aumentava e diminuiva la sua luminosità ad intervalli regolari di circa 31 giorni. Aveva scoperto la prima Cefeide della galassia di Andromeda. Cancellò perciò la “N” e la sostituì con la dicitura “VAR” variabile. Da quella notte iniziò l’era Extragalattica, che cambiò radicalmente le nostre conoscenze sull’Universo e M31 divenne una Galassia e non più una Nebulosa della Via lattea.

    Durante la rassegna di “Le supernovae italiane nelle galassie Messier” abbiamo avuto la fortuna di ritrovare immagini inedite come ad esempio quelle relative alle quattro supernovae scoperte da Leonida Rosino, ripescate dopo 50/60 anni negli archivi dell’Osservatorio di Asiago (vedi Coelum Astronomia n°254). Ci siamo perciò chiesti: perché non provare ad entrare in possesso di qualche lastra o disegno o manoscritto relativo a questa prima ed importantissima supernova extragalattica? Certo sono passati quasi 140 anni e l’impresa non si presentava semplice.

    M31 con posizione SN1885A
    Immagine della galassia di Andromeda M31 ripresa da Riccardo Mancini con un rifrattore APO da 72mm F.6 e 5 ore di posa. Sull’immagine abbiamo segnato la posizione dove esplose la SN1885A.

    Abbiamo iniziato la ricerca contattando direttamente il Tartu Observatory in Estonia lo stesso osservatorio da cui Ernst Hartwig scoprì la SN1885A. Sapevamo già che sarebbe stato impossibile ritrovare una lastra fotografica perché la prima immagine fotografica della galassia di Andromeda risale al 1888 (tre anni dopo la scoperta) ed è un lavoro dell’astronomo inglese Isaac Roberts dal suo osservatorio nel Sussex, utilizzando un telescopio da 500mm F.5 con un rifrattore da 175mm montato in parallelo come telescopio di guida, la lunga esposizione di quell’immagine (4 ore di posa) permise di mostrare per la prima volta la struttura a spirale della galassia. La prima risposta alla nostra mail è arrivata da Merili Jauk, assistente all’osservatorio Tartu, che si è reso disponibile a compiere una ricerca sia nell’archivio dell’osservatorio, che in quello del museo dell’università di Tartu. Dopo qualche giorni abbiamo ricevuto anche un contatto dal direttore dell’osservatorio Antti Tamm, il quale ci informava che la scoperta della SN1885A rappresenta si un importante evento nella storia dell’osservatorio, ma purtroppo dopo un’accurata ricerca negli archivi non avevano trovato nessun disegno e nessun diario della scoperta. Tuttavia per fortuna ci diede anche un altro spunto: nel 1886 l’anno seguente la scoperta, Hartwig si trasferì in Germania per assumere la carica di direttore dell’osservatorio di Bamberga e forse il prezioso materiale era stato trasferito lì. Non era il caso di perdersi d’animo così ci siamo rivolti all’Osservatorio di Bamberga, chiedendo la cortesia di effettuare una ricerca anche nei loro archivi. Con piacevole sorpresa ci sembra doveroso sottolineare come anche in questa occasione la collaborazione non sia venuta meno ed infatti nel giro di poco abbiamo ricevuto una rapida risposta da Joern Wilms, professore di astronomia e astrofisica dell’Università di Norimberga, chiamato in causa da Katrin Berger membro dello staff dell’Osservatorio di Bamberga.

    Fotomontaggio M31+stella
    Fotomontaggio realizzato utilizzando un’immagine della galassia di Andromeda M31 ripresa da Riccardo Mancini con un rifrattore APO da 72mm F.6 e 5 ore di posa, a cui è stata sovrapposta un’immagine della stella Pleione nelle Pleiadi di mag.+5, collocata nella posizione in cui esplose la SN1885A per dare un’idea di cosa potremmo vedere oggi se esplodesse in M31 una supernova di tipo Ia.

    Joern Wilms ci ha spiegato che nei loro archivi è presente solo un lungo trattato in lingua tedesca sulle stelle variabili realizzato nel 1915 da vari astronomi fra cui Ernst Hartwig. All’interno di questo trattato Ernst Hartwig riporta un dettagliato resoconto della scoperta della SN1885A. Nel 2015 Joern Wilms ed altri professori dell’Università di Norimberga hanno tradotto il documento dal tedesco all’inglese. Non ci sembra opportuno pubblicare il testo per intero così come ricevuto da professore, che riporta a sinistra l’originale in lingua tedesca e a destra la traduzione in lingua inglese. Riassumiamo però alcuni passaggi salienti inerenti alla notte della scoperta. “In occasione della visita del professore di filosofia Dr. G. Teichmuller e della professoressa Bottecher all’osservatorio in Dorpat, nella notte del 20 agosto 1885, Ernest Hartwig puntò il grande rifrattore dell’osservatorio da 23cm di diametro verso la galassia di Andromeda e con grande stupore esclamò: c’è un Sole di colore arancio vicino al centro bianco della nebulosa! Il Dr. Teichmuller che aveva osservato la galassia con Hartwig nove giorni prima, disse immediatamente che quella stella non era presente nella loro precedente osservazione. Il nuovo oggetto aveva una luminosità intorno alla mag.+6. Venne presa subito in considerazione l’idea di comunicare la scoperta con un telegramma a Kiel, ma le nuvole arrivarono velocemente coprendo tutto il cielo e il maltempo durò purtroppo per sette giorni consecutivi impedendo ulteriori osservazioni. Nonostante le insistenze di Hartwig il direttore dell’osservatorio non acconsenti all’invio fino al 27 agosto quando il cielo tornò sereno e Hartwig ed il suo direttore puntarono nuovamente il rifrattore sulla galassia e con grande stupore e soddisfazione videro che la stella era sempre nella solita posizione anche se leggermente calata di luminosità alla mag.+7. Fu preparato perciò il testo del telegramma di scoperta che fu inoltrato il 31 agosto dall’ufficio telegrafico della stazione ferroviaria. Alle 2 del mattino del giorno seguente l’Osservatorio di Dorpat ricevette da Kiel il telegramma che ufficializzava la scoperta a favore di Ernest Hartwig.”

    M31_Ferrando
    Bellissima immagine della galassia di Andromeda M31 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando.

    La supernova raggiunse il massimo di luminosità intorno al 19 agosto alla mag.+5,8 osservabile perciò ad occhio nudo per poi declinare rapidamente. Dall’analisi della curva di luce è stato ipotizzato che si trattasse di una supernova di tipo Ia peculiare a causa dell’inusuale rapida salita e discesa dal massimo di luminosità, oltre a mostrare un picco leggermente al di sotto del normale per circa mezza magnitudine e con un colore stranamente rossastro intorno al massimo di luminosità. 

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    L’effetto guarda altrove

    ABSTRACT

    Cosa accomuna un incontro casuale con Van Morrison in una libreria di New York e la misteriosa connessione tra la Piramide di Cheope e la velocità della luce? Potrebbe sembrare il preludio a un romanzo di fantascienza, ma dietro a queste coincidenze apparentemente straordinarie si cela un principio scientifico che sfida la nostra percezione della realtà: l’effetto “guarda altrove”. Scopri come il “look-elsewhere effect” demistifica le coincidenze più incredibili e perché, prima di lasciarsi incantare da numeri e incontri sorprendenti, dovremmo guardare oltre le apparenze. Preparati a vedere il mondo con occhi nuovi e a mettere in discussione tutto ciò che credevi fosse impossibile!

    Incredibili coincidenze non così incredibili

    Incredibile coincidenza numero 1: anni fa, durante una vacanza a New York, in una libreria ho incontrato Van Morrison, uno dei grandi della musica moderna, e anche uno dei miei idoli. E non avendo il coraggio di dirgli nulla del tipo “Van!Sei proprio tu!? Facciamo un selfie, dai!”, mi sono limitato a pensare che incontrare Van Morrison in una libreria a Manhattan era una coincidenza veramente incredibile.

    Incredibile coincidenza numero 2: la Piramide di Cheope è collocata alla latitudine Nord di29.979167 gradi, e questo numero corrisponde, nelle prime 5 cifre, alla velocità della luce, 299 792 458 m/s. Secondo alcuni questa non può essere una semplice coincidenza, ma rappresenterebbe invece la manifestazione delle incredibili conoscenze degli egizi.

    Prendiamo quindi a pretesto il mio inaspettato incontro ravvicinato con Van Morrison e la curiosità sulla Grande Piramide (vera, in termini di coincidenza numerica, sebbene la corrispondenza non è completa, ma solo sulle prime cifre), per imparare qualcosa che è alla base della metodologia scientifica sperimentale: il “look-elsewhere effect” (effetto “guarda altrove”), come lo chiamano i fisici delle particelle, in statistica altrimenti detto “multiple comparison” (confronto multiplo).

    Tralasciando il fatto non proprio marginale che gli egizi non conoscevano né i metri né i secondi, e nemmeno i gradi, così di primo acchito si potrebbe dire che è veramente una coincidenza curiosa e molto improbabile che la latitudine della Piramide di Cheope sia uguale, anche se solo nelle prime cinque cifre, alla velocità della luce. Così come appare un evento altamente improbabile quello di incontrare Van Morrison durante una vacanza di qualche giorno a New York curiosando in una libreria. E invece dove sta l’errore? Sta nel trascurare il look-elsewhere effect.

    Infatti una curiosa coincidenza poteva verificarsi in una miriade di modi diversi. Poteva verificarsi fra il perimetro della piramide espresso in avambracci del Faraone e la costante di Planck, il volume della piramide espresso in giare di frumento e lo spostamento verso il rosso della galassia NGC271-2interno4, la distanza fra la cima della piramide e la punta del naso della sfinge (prima che si rompesse) espressa in opportuni multipli della lunghezza d’onda della transizione iperfine dell’Idrogeno atomico, e così via.

    Analogamente, io non ero partito dall’Italia dicendomi: “spero di incontrare Van Morrison a New York”.  Avrei potuto incontrare Bruce Springsteen, o qualche altro personaggio famoso, o magari Rinaldi, quello che per merenda a scuola si portava panini grandi come portaerei, e che da allora non ho più rivisto. Sarebbero state tutte coincidenze impreviste e sorprendenti.

    Quindi, alla luce degli infiniti modi in cui è possibile trovare una coincidenza che ci colpisca, la coincidenza che riguarda la Piramide, apparentemente improbabile per come ci viene proposta, in realtà non è poi così incredibile. Anzi, se tenessimo conto del “look-elsewhere effect“, tutto sommato ci dovremmo stupire che ci sia solo questa coincidenza. In realtà probabilmente ce ne sono molte altre, che aspettano di essere scoperte. Quindi, nel caso in questione, la domanda: “qual è la probabilità chele prime cinque cifre della latitudine della Piramide di Cheope corrispondano alle prime cinque cifre della velocità della luce espressa in m/s?” è assolutamente mal posta. In modo del tutto analogo al mio incontro ravvicinato con Van Morrison, non è affatto questo quello che è accaduto! Quello che è accaduto è una corrispondenza (parziale!) fra uno degli infiniti numeri che riguardano la piramide di Cheope e un altro degli infiniti numeri che hanno a che fare con la scienza moderna. E se poi consideriamo che questa corrispondenza poteva riguardare non la piramide di Cheope, ma qualunque altra costruzione o manufatto legato alla civiltà egizia, o magari Sumerica (gli appassionati delle cose che non esistono adorano i Sumeri) i casi possibili diventano smisuratamente grandi. Certamente anche nelle misure del lavandino della mia cucina si celano incredibili e inspiegabili coincidenze cosmiche che aspettano di essere scoperte, come aveva già sottolineato Umberto Eco in uno dei suoi arguti scritti.

    Il look-elsewhere effect è molto utilizzato nelle analisi dei risultati scientifici, qualora si cerchino effetti e anomalie non previsti a priori. Supponiamo infatti di raccogliere dati tra cui cercare la presenza di qualche nuovo fenomeno, ad esempio la produzione di una nuova particella (ma potrebbe essere anche una patologia non ipotizzata a priori). E supponiamo che questo nuovo fenomeno si manifesti come una anomalia rispetto al fondo, a ciò che ci appare “normale”. E supponiamo anche di non sapere cosa aspettarci a priori, di non sapere se esista una nuova particella o una patologia nascosta in quei dati, e nemmeno, nel caso dovesse esistere, come e dove dovrebbe manifestarsi. E supponiamo quindi di osservare nei dati raccolti qualcosa che ci sembra incompatibile con l’ipotesi di solo fondo.

    A questo punto, prima di comprare il frac per Stoccolma, dobbiamo chiederci quanto frequentemente una analoga anomalia potrebbe apparire per caso in qualunque altro modo nei dati che abbiamo raccolto. La domanda da porsi è quindi: qual è la probabilità di osservare, in tutto l’insieme dei dati a nostra disposizione, una fluttuazione rispetto al fondo di quella entità? Se si considerano tutte le possibili analoghe fluttuazioni che ovunque possono saltare fuori per caso, ecco che la nostra mirabolante scoperta potrebbe diventare decisamente meno eclatante.

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    Cosmologia: la dinamica stellare sfida la materia oscura

    Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO. Materia Oscusa
    Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO.

    ABSTRACT

    Nell’intricato scenario delle galassie nane, un’intensa battaglia tra effetti della dinamica stellare e materia oscura decide il destino del rapporto M/L. Mentre la spoliazione mareale e le binarie non risolte tentano di influenzare la partita, la materia oscura rivendica la sua presenza indiscussa. Riuscirà costei ad avere l’ultima parola, ole stelle faranno finalmente luce su misteri ancora insondati?

    Materia oscura o effetti dinamici? Un’analisi delle galassie nane

    La materia oscura rappresenta uno dei più grandi enigmi della cosmologia moderna. Nonostante la sua natura elusiva, si ritiene che essa costituisca circa l’85% della massa totale del cosmo. Dai MACHOs (Massive Astrophysical Compact Halo Objects), ossia oggetti compatti di alone, alle particelle esotiche massive e debolmente interagenti che vanno sotto il nome di WIMPs (Weakly Interactive Massive Particles), svariate sono state le speculazioni fatte per identificare la composizione della materia oscura, nessuna delle quali, però, ancora verificata sperimentalmente. Ad oggi, infatti, l’esistenza della materia oscura viene ancora dedotta solo indirettamente sfruttandogli effetti gravitazionali che essa produce su galassie e ammassi di galassie.

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Uno degli indizi più evidenti a supporto della materia oscura è l’anomalo rapporto massa-luminosità (M/L) osservato soprattutto nelle galassie nane satelliti della Via Lattea. Spesso definite “fossili dell’universo primordiale” in quanto formatesi ad alto redshift cosmologico, le galassie nane vengono annoverate non soltanto tra le più antiche strutture presenti nell’universo conosciuto, ma anche tra quelle più oscure, poiché la loro massa misurata utilizzando il moto delle stelle membro (massa dinamica) raggiunge valori estremamente elevati a fronte di quella ottenuta dal conteggio di queste (massa luminosa).

    Venendo la massa totale di un sistema stellare tipicamente calcolata come somma delle masse delle stelle che lo compongono, ci si aspetta che massa e luminosità abbiano andamento correlato: un sistema ricco di stelle dovrebbe cioè essere contemporaneamente luminoso e massivo. Questo ragionamento sembra peraltro non valere per le galassie nane, che risultano massive seppur poco luminose per via della mancata coincidenza tra le due stime di massa.

    Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO. Materia Oscusa
    Galassia nana sferoidale Antlia. Crediti: ESO.

    La discrepanza tra massa dinamica e luminosa nelle galassie nane ha indotto  quindi gli scienziati a postulare che queste ultime siano dominate dalla materia oscura, nella convinzione che l’eccesso di massa responsabile dell’aumento del rapporto M/L debba necessariamente essere attribuito a qualcosa di diverso dalle stelle. Tuttavia, alcuni studi di dinamica stellare, la branca dell’astrofisica che utilizza i moti e le interazioni tra stelle per spiegare le proprietà dei loro sistemi ospiti, hanno avanzato delle interpretazioni alternative a tale fenomeno. Esse si concentrano su un parametro cinematico noto come dispersione di velocità, che fornisce una misura statistica della variabilità delle velocità stellari rispetto alla velocità media sistemica. In sostanza, la dispersione di velocità indica quanto le velocità delle stelle possano discostarsi dal valore più probabile atteso per identificare i membri della galassia considerata. Secondo il teorema del viriale, che stabilisce il rapporto tra l’energia cinetica e l’energia potenziale di un sistema stellare in equilibrio gravitazionale, la massa dinamica cresce rapidamente all’aumentare della dispersione di velocità. Pertanto, la sovrastima della dispersione di velocità si traduce immediatamente nell’inflazione della massa dinamica, provocando un effetto analogo a quello di un eccesso di massa sul rapporto M/L. In particolare, la spoliazione mareale (tidal stripping) e le stelle binarie non risolte sono stati proposti come possibili meccanismi contribuenti all’incremento della dispersione delle velocità stellari, senza la necessità di invocare una cospicua quantità di materia oscura aggiuntiva.

    Sorge dunque spontanea la fatidica domanda: esiste davvero la materia oscura, oppure il problema della sovrastima della massa delle galassie nane può trovare  una diversa giustificazione fisica?

    Spoliazione mareale: una perdita di stelle piuttosto complicata

    Con l’espressione spoliazione mareale si fa riferimento al processo di perdita di massa subito da una galassia satellite ad ogni passaggio al pericentro della sua orbita attorno alla galassia principale. Tale meccanismo prevede che le stelle situate nelle regioni più esterne delle galassie nane vengano strappate dalle forze mareali originate dalle differenze nel campo gravitazionale della galassia ospite. Infatti, il campo gravitazionale di un corpo massiccio non è uniforme: esso è più forte nei pressi del corpo e diminuisce con la distanza. Ciò fa sì che i corpi minori al suo interno sperimentino un’attrazione gravitazionale maggiore nelle parti più vicine rispetto a quelle più lontane. Ne deriva che l’accelerazione di gravità impartita alle stelle dei sistemi sottoposti a forze mareali dipende dalla loro posizione, con il conseguente sviluppo di un gradiente di velocità. In questo modo, le stelle perse, distribuite lungo code mareali che si dipartono dalla galassia madre (Fig. 2), saranno caratterizzate da velocità estremamente variabili, di intensità proporzionale al campo gravitazionale esterno.

    Fig.2 - Coda mareale della galassia a spirale Girino. Crediti: Hubble Legacy Archive, ESA, NASA. Materia Oscura
    Fig.2 – Coda mareale della galassia a spirale
    Girino. Crediti: Hubble Legacy Archive, ESA,
    NASA.

    Ora, il gradiente di velocità introdotto dalle forze mareali comporta che le stelle strappate mostrino una dispersione di velocità più ampia: ergo, se la linea di vista dell’osservatore passa vicino a una delle code mareali, la probabilità di intercettare stelle non più legate alla galassia nana aumenta, anche a piccole distanze proiettate dal centro di questa (Fig. 3). L’inclusione di tali stelle nel campione misurato conduce ad una sovrastima della dispersione di velocità fino al 20% nel caso specifico di osservazioni nella direzione di estensione della coda. Eppure, il corrispondente fattore di inflazione della massa dinamica si rivela insufficiente a rendere conto del rapporto M/L associato alle galassie nane sferoidali nell’alone della Via Lattea.

    Fig.3: Andamento della dispersione di velocità osservata lungo la linea di vista (σ los) in funzione della distanza radiale dal centro della galassia nana sferoidale simulata (R) lungo tre diverse direzioni rispetto alla coda mareale: parallela (linea continua), perpendicolare (linea punteggiata) ed ad angoli intermedi tra le due (linea tratteggiata). A grandi raggi (R > 1 kpc), l’aumento della dispersione di velocità è massimo se la linea di vista si trova lungo la direzione parallela alla coda mareale, inferiore se si trova ad angoli intermedi, e trascurabile se si trova in direzione ad essa perpendicolare.
    Crediti: Klimentowski J., Lokas E.L., Kazantzidis S., Prada F., Mayer L., Mamon G.A., 2007, MNRAS, 378, 353.

    Binarie non risolte, furbe ingannatrici della dispersione di velocità

    Un altro elemento che può influenzare significativamente la dispersione di velocità nelle galassie nane è la presenza di stelle binarie, coppie di stelle legate gravitazionalmente e orbitanti intorno ad un comune baricentro. Invero, le stelle singole si muovono seguendo le dinamiche generali della galassia ospite, mentre le binarie sono contraddistinte da un moto aggiuntivo, detto orbitale, dovuto alla stella compagna. Questo moto viene considerato spurio in quanto avente un effetto inquinante sulla dispersione di velocità, essendo causa del suo aumento rispetto al valore intrinseco.
    Ma cosa si intende per valore intrinseco della dispersione di velocità di un sistema stellare? Immaginiamo una coppia di stelle piuttosto vicine tra loro e supponiamo che siano entrambe risolte, ossia distinguibili mediante l’uso di un telescopio o l’analisi del loro spettro luminoso: esse potranno quindi essere trattate come un unico oggetto determinando massa, posizione e velocità del corrispettivo baricentro. Il valore intrinseco della dispersione di velocità sarà perciò quello ricavato dalle velocità delle stelle singole, che sono prive di una compagna, e dai baricentri delle binarie. D’altro canto, qualora le componenti di un sistema binario non vengano opportunamente distinte, risulterà impossibile individuarne il baricentro condiviso e stabilire il valore intrinseco della dispersione di velocità, giacché esse verranno scambiate per stelle singole e il loro moto orbitale non verrà rimosso al momento della misura della dispersione di velocità. Da qui la logica deduzione che addizionare il moto orbitale a quello di baricentro può sfociare in una crescita drammatica della dispersione di velocità laddove il numero di stelle binarie non risolte sia elevato. Inoltre, la velocità delle componenti di una stella binaria è vincolata ai parametri orbitali del semiasse maggiore (la distanza tra le componenti) e dell’eccentricità (il grado di schiacciamento dell’orbita). Ebbene, se il contributo dell’eccentricità può essere ritenuto trascurabile, per converso quello del semiasse maggiore ha un peso notevole, poiché quanto più esso è corto, tanto più la velocità è alta. Diminuendo allora il valore del semiasse maggiore, il che equivale ad avvicinare le componenti delle binarie affinché diventino più strette, si ottiene un incremento della dispersione di velocità e, parimenti, della massa dinamica.
    Due sono, in definitiva, gli ingredienti imprescindibili della ricetta per massimizzare la contaminazione da parte del moto orbitale: una frazione di binarie non risolte non troppo esigua e un relativo intervallo di semiassi maggiori non troppo largo.
    Resta, infine, da valutare la dipendenza di tali condizioni dall’ambiente, le cui caratteristiche giocano un ruolo fondamentale sul tasso di sopravvivenza della popolazione binaria che contengono. A tal proposito, emerge che nei sistemi stellari più massicci le frequenti interazioni gravitazionali dovute alla maggiore densità di stelle portano alla disgregazione delle binarie più larghe e instabili, riducendone la frazione nel tempo (Fig. 4). È questo il motivo per cui le galassie nane ultra-faint, meno massive e luminose della loro controparte sferoidale, si configurano come principali candidate a testare l’impatto delle stelle binarie non risolte sulla dispersione di velocità. E, in effetti, i più recenti modelli teorici, validati per mezzo dei dati osservativi, riportano un aumento della dispersione di velocità addirittura del 40% nelle galassie nane ultra-faint, ma non eccedente la soglia del 30% in quelle sferoidali, con un effetto amplificato alle alte frazioni di binarie e alle basse lunghezze dei semiassi. Ne discende che solo nel primo caso le stelle binarie non risolte partecipano in maniera sostanziale all’inflazione del rapporto M/L, pur rimanendo complementari alla materia oscura.

    Fig.4: Dipendenza del rapporto tra la dispersione di velocità osservata nel caso in cui tutte le binarie non siano risolte e la dispersione di velocità intrinseca (σtot⁄σ0 ) dalla densità di massa (ρ) della galassia nana ultra-faint simulata. Ogni curva corrisponde ad una diversa frazione di binarie (fb), crescente dal basso verso l’alto conformemente ai valori indicati in legenda.
    Si nota come, per ogni frazione di binarie non nulla considerata, la sovrastima della dispersione di velocità diminuisca all’aumentare della densità di massa, ossia spostandosi da sinistra verso destra all’interno del grafico. Crediti: Pianta C., Capuzzo-Dolcetta R., Carraro G., 2022, ApJ, 939, 3.

    La materia oscura vince la partita

    In conclusione, nessuna delle ipotesi avanzate dalla dinamica stellare pare in grado di eliminare completamente l’esigenza di integrare la materia oscura nel contesto delle galassie nane satelliti della Via Lattea. Difatti, né la spoliazione mareale né le binarie non risolte forniscono un apporto abbastanza rilevante alla sovrastima della massa dinamica di tali sistemi per giustificare i valori misurati del rapporto M/L. Nondimeno, la consapevolezza delle ripercussioni che questi meccanismi possono avere sulla dispersione di velocità estrapolata dagli spettri stellari è cruciale per assicurare l’accuratezza del campione di oggetti selezionato per effettuarne il calcolo. Ecco perché le galassie nane si confermano laboratori naturali ideali per lo studio della materia oscura nell’universo locale.

    Un altra prova a favore dell’esistenza della materia oscura, dunque? Risposta affermativa, ma attenzione a non dimenticare l’importanza degli effetti dinamici!

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


    LO SCIAME METEORICO DELLE PERSEADI

    Lo sciame meteorico delle Perseidi sarà attivo dal 17 luglio al 24 Agosto,
    raggiungendo il picco massimo di meteore intorno al 12 agosto

    In questo periodo, ci sarà la possibilità di vedere le meteore Perseidi ogni volta che il punto radiante dello sciame, nella costellazione di Perseo, sarà sopra l’orizzonte; il numero di meteore visibili aumenterà quanto più alto sarà il punto radiante nel cielo.
    Da Roma il punto radiante è circumpolare, il che significa che si trova sempre sopra l’orizzonte e lo sciame sarà attivo per tutta la notte.
    Al suo apice, si prevede che lo sciame produca un tasso nominale di circa 150 meteore all’ora ( ZHR ). Tuttavia, questo tasso orario zenitale è calcolato assumendo un cielo perfettamente buio e che il radiante dello sciame sia situato direttamente sopra la testa. In pratica, qualsiasi vera osservazione non raggiungerà queste condizioni ideali. Il numero di meteore che probabilmente si vedranno è quindi inferiore.
    Da Roma, il radiante dello sciame apparirà a un’altitudine massima di 70° sopra l’orizzonte con una stima nel momento di massimo splendore dello sciame di circa 141 meteore all’ora.
    La Luna, in Bilancia, sarà intorno al primo quarto di fase al culmine dello sciame, ma tramonterà alle 23:36 e non interferirà più nel corso della notte.

    NELL’IMMAGINE IL PUNTO RADIANTE DELLE PERSEIDI.
    CREDITI IN-THE-SKY.ORG

    Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto

     

    Il museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto è una realtà che raggruppa diversi ambiti didattici che vanno dall’Astronomia all’Orto Botanico, dal laboratorio dell’insetto alla Fisica Experience. Il polo riservato all’astronomia è gestito dal Gruppo Astrofili Persicetani (GAPers) che quest’anno festeggia i 40 anni della sua fondazione, si trova all’interno dell’area dell’Orto Botanico “Ulisse Aldrovandi” e si compone di: un osservatorio, un planetario e di una serie di collezioni naturalistiche, tra le quali una collezione di meteoriti tra le più importanti in Italia.

    Museo cielo terra san giovanni persiceto
    Romano Serra descrive uno dei legni di Tungunska

    La collezione è collocata al primo piano della struttura che ospita anche il planetario ed è il risultato della passione e della perseveranza di Romano Serra, che dal 1978 raccoglie meteoriti, sia come opera di ricerca propria sul territorio sia acquistandoli quando rari e importanti a livello didattico e divulgativo. Cercare meteoriti non è affatto semplice; i luoghi migliori sono solitamente i deserti, che uniscono l’ambiente arido, che prolunga il tempo di conservazione delle croste di fusione sulla superficie delle meteoriti, all’assenza di vegetazione ed in talune aree alla presenza di un tavolato di ciottoli chiari che facilita il riconoscimento delle meteoriti, dalle superfici più scure. Ciononostante, Romano Serra può vantare un centinaio di ritrovamenti, una quantità notevole, frutto di decine di spedizioni nel Sahara ed in molti altri deserti. I pezzi presenti nella raccolta nel complesso superano tuttavia il migliaio, segno che la gran parte è composta da pezzi inevitabilmente acquistati. Tutte le classi di meteoriti sono ben rappresentate, a partire dalle condriti ordinarie, con bellissimi pezzi orientati o ricchi di regmagliti[1] o addirittura che mostrano shattercones[2]. Sono presenti anche molte classi di Carbonacee, e diverse rare Enstatiti.Tra le Acondriti, solo per citarne alcune, appaiono tutte le tre classi delle HED[3](Eucriti, Diogeniti e Howarditi), alcune meteoriti marziane (Shergottiti), brecce lunari, Aubriti ed Acondriti primitive. Ben rappresentate sono anche le Pallasiti, e le Sideriti (Ottaedriti, Esaedriti ed Atassiti).

    Per alcuni famosi crateri terrestri, sono disponibili apposite raccolte che comprendono campioni dei meteoriti che hanno formato i crateri stessi, assieme ad impattitirocciose (Rocce terrestre che hanno subito alterazioni) o vetrose (Vetri formatisi a causa della fusione di materiali silicei) formatesi a seguito dell’impatto

    Notevole è la raccolta dei pezzi che appartenenti al Kamil Crater, il cratere individuato nel 2008 dalle immagini di Google Earth da Vincenzo De Michele, e visitato da Serra in alcune delle molte spedizioni a cui ha partecipato. Oltre ad alcune stupende meteoriti, anche fra questi reperti sono presenti vetri e una roccia terrestre che mostra shattercones.

    Per i crateri di Wabar, in Arabia Saudita, appaiono diversi vetri, sia neri (Le famose perle del Wabar) che chiari oltre a impattiti rocciose ed alcune belle sideriti.

    Vetrina delle condriti (in basso) e delle
    acondriti (in alto)

    Anche Canyon del Diablo (MeteorCrater in Arizona)è ben rappresentato grazie ad alcuni campioni ed un plastico del cratere.

    Ma i due “pezzi forti” del museo sono la ricchissima raccolta di Lybian Glass e la sezione dei legni di Tunguska.

    Il vetro del deserto libico (LDG), si è formato a seguito di una caduta meteorica di 26 milioni di anni fa, che con il calore dell’esplosione vetrificò la sabbia del deserto in una vasta area tra Libia ed Egitto. Il vetro, di un bel colore giallo chiaro è stato utilizzato per migliaia di anni per costruire manufatti, dai bifacciali acheuleani, alle lame del paleolitico superiore, alle punte di freccia, per finire in stupendi ornamenti della civiltà faraonica come lo scarabeo del pettorale di Tutankhamnon. E’ difficile descrivere l’emozione di vedere un manufatto realizzato decine di migliaia di anni fa utilizzando un vetro creato dall’impatto di un asteroide ancora più antico, fino a 26 milioni di anni fa.

    I legni di Tungunska sono certamente il settore più importante del museo, a cui appartengono più di un centinaio di campioni, un numero che rende la raccolta probabilmente la più ricca al mondo, recuperati in ben sette spedizioni alle quali Serra ha partecipato dal 1991 al 2018. Sezioni di alberi tagliati in varie zone nell’area dell’evento, tronchi carbonizzati, campioni di terreno, foto, rilevamenti e persino gli spettri di piccole gocce di vetro, sono gli elementi di una ricchissima esposizione che agli occhi attenti può insegnare molto, come ad esempio un tronco d’albero che mostra stretti anelli rotondi di accrescimento della foresta profonda ma che dopo il 1908 si ovalizzano (L’albero ha cambiato inclinazione a seguito dell’onda d’urto).

    La ricchissima collezione è purtroppo raccolta in uno spazio assolutamente insufficiente per essere giustamente valorizzata e molti pezzi più che interessanti rischiano di passare inosservati al visitatore perché “affogati” nella folla di campioni che riempiono le vetrine. La solaraccoltadi meteoriti italiane in grado di esporre anche una perfetta riproduzione del meteorite di Renazzo meriterebbe uno svolgimento descrittivo ed espositivo ben maggiore.

    Ma di contro a questo limite, oltre alla ricchezza ed alla bellezza di questa collezione sta la simpatia e la competenza del Dr. Romano Serra che, con un meteorite tra le mani, tra aneddoti e racconti, riesce a trasportare chi lo ascolta attraverso le sabbie sahariane, la taiga siberiana o sul “rim” di un cratere, in una passeggiata che può ben definirsi “tra cielo e terra”.

    [1]Depressioni simili a “ditate” dovute all’ablazione operata dall’atmosfera terrestre in fase di caduta meteorite.

    [2] Coni di frattura si irradiano solitamente da un apice e sono dovuti ad uno shock da impatto.

    [3]Classe di meteoriti provenienti da un corpo differenziato (Probabilmente Vesta).

    Museo

    Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto

    Indirizzo

    Vicolo Baciadonne 1, San Giovanni in Persiceto

    Contatti

    –       Telefono 051-827067 (Lasciare messaggio in segreteria)

    –       Mail segreteria@agenter.it

    Orari:

    Venerdì sera dalle 21:00 oppure su appuntamento concordato.

    Biglietto Ingresso:

    Ingresso planetario 6€ – Museo meteoriti ed osservatorio gratuiti.

    Link al sito

    https://museocieloeterra.org/scopri-il-museo/area-astronomica/

     

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    NGC 4753 nella Costellazione della Vergine

    NGC 4753
    NGC 4753 si trova a circa 60 milioni di anni luce dalla Terra nella costellazione della Vergine e fu scoperta per la prima volta dall'astronomo William Herschel nel 1784. È un membro del gruppo di galassie NGC 4753 all'interno della nube della Vergine II, che comprende circa 100 galassie e ammassi di galassie. Si ritiene che questa galassia sia il risultato di una fusione galattica con una galassia nana vicina avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa.

    ABSTRACT

    NGC 4753 è una galassia lenticolare situata a circa 60 milioni di anni luce nella Costellazione della Vergine, osservata dal telescopio Hubble. Questa galassia mostra un aspetto spettrale con un disco distorto di polveri che oscura la luce delle stelle retrostanti. NGC 4753 combina caratteristiche delle galassie ellittiche e spirali, appartenendo alla categoria delle lenticolari. Si ritiene che tali galassie possano derivare da spirali prive di gas necessario per formare nuovi bracci o da fusioni galattiche. Priva di materiale per la nascita di nuove stelle, NGC 4753 continuerà ad affievolirsi. La sua struttura insolita potrebbe essere il risultato di una fusione con una galassia nana avvenuta circa 13 miliardi di anni fa, che ha generato fasce di polveri oscure attorno al nucleo galattico. Il disco di polveri, in precessione differenziale, mostra un tasso di precessione più rapido al centro rispetto ai bordi. Osservato dall’alto, il disco apparirebbe come una normale galassia a spirale. La galassia, scoperta da William Herschel nel 1784, è parte della Nube Virgo II e possiede oltre mille ammassi globulari. Lo studio di NGC 4753 offre agli scienziati l’opportunità di testare teorie sulla formazione delle galassie lenticolari, grazie alla sua complessa struttura e ambiente a bassa densità.


    Polveri Galattiche come un Nido Cosmico


    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]


    Il soggetto di questa ripresa di Hubble dal fascino indubbio è NGC 4753, una galassia lenticolare dall’aspetto spettrale e indefinito, localizzata a circa 60 milioni di anni luce da noi nella Costellazione della Vergine.

    Una delle caratteristiche più impressionanti è il disco distorto, visibile di taglio e composto da densi filamenti di polveri, che attornia il centro della galassia, oscurando la luce emessa dalle stelle retrostanti. Fasce di polveri interstellari come queste sono tipiche delle galassie a spirale, ma qui sono incorporate in un ovale biancastro composto da miriadi di antiche stelle in orbita attorno al nucleo galattico, caratteristica tipica delle galassie ellittiche. In effetti, NGC 4753 appartiene alla famiglia delle galassie lenticolari, una tipologia che comprende caratteristiche proprie sia delle ellittiche che delle spirali.

    La relazione tra questi tre tipi di galassie non è ancora ben nota, ma si ritiene che le galassie lenticolari possano essere spirali fallite, rimaste a corto del gas necessario per formare i tipici bracci a spirale ricchi di giovani stelle blu, oppure che possano derivare da una fusione galattica. Priva di gran parte del materiale necessario per far nascere nuove stelle, NGC 4753 probabilmente continuerà ad affievolirsi nel corso del tempo.

    NGC 4753
    La posizione di NGC 4753 nella costellazione della
    Vergine indicata con il punto rosso.
    Coordinate: 12 53 37,08 – -1° 19′ 54.5”

    L’eccellente capacità risolutiva del telescopio Hubble ci permette di ammirare le strutture polverose attorno al nucleo galattico con incredibile dettaglio. NGC 4753 fu scoperta dall’astronomo William Herschel nel 1784 e fa parte di un gruppo di galassie all’interno della Nube Virgo II, un insieme composto da un centinaio tra singole galassie e ammassi di galassie che si estende oltre il bordo meridionale del Superammasso della Vergine. Gran parte della massa di questa galassia è concentrata in un alone sferico leggermente appiattito che la avvolge. Inoltre, NGC 4753 possiede una popolazione di oltre un migliaio di ammassi globulari in orbita attorno al suo centro.


    Si ritiene che la struttura insolita dell’oggetto derivi da una fusione con una vicina galassia nana, avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa. Le caratteristiche fasce di polveri oscure che attorniano il centro galattico, formando una sorta di un nido intrecciato ben visibile in contrasto al bagliore stellare diffuso, deriverebbero quindi da un processo di accrescimento progressivo di materiale proveniente da un evento di fusione. Le collisioni galattiche provocano notevoli sconvolgimenti nella struttura originale delle galassie coinvolte, dislocando polveri, gas e stelle in quantità.


    Secondo gli scienziati, le interazioni gravitazionali conseguenti alla fusione hanno fatto sì che il materiale sottratto alla polverosa galassia nana, precipitando verso il nucleo della compagna maggiore, si raccogliesse in un disco rotante soggetto a precessione differenziale, un processo che avviene quando il tasso di precessione varia in dipendenza dal raggio. Ricordiamo che la precessione si verifica quando varia l’orientamento dell’asse di rotazione di un oggetto, come nel caso del moto di una trottola che rallenta.


    NGC 4753
    NGC 4753 si trova a circa 60 milioni di anni luce dalla Terra nella costellazione della Vergine e fu scoperta per la prima volta dall’astronomo William Herschel nel 1784. È un membro del gruppo di galassie NGC 4753 all’interno della nube della Vergine II, che comprende circa 100 galassie e ammassi di galassie. Si ritiene che questa galassia sia il risultato di una fusione galattica con una galassia nana vicina avvenuta circa 1,3 miliardi di anni fa.

    In questo caso particolare, la forma del polveroso disco distorto in orbita attorno al nucleo galattico sarebbe dovuta al fatto che il tasso di precessione risulta più rapido vicino al centro del disco e più lento nei pressi dei bordi esterni. Secondo gli scienziati, il disco, qui visibile di profilo, se osservato da una prospettiva a volo d’uccello assumerebbe una struttura simile a quella di una normale galassia a spirale.

    NGC 4753 è particolarmente interessante non solo per il suo aspetto insolito, ma anche perché il suo studio può permettere agli scienziati di testare varie teorie relative alla formazione delle galassie lenticolari, data la complessa struttura e l’ambiente a bassa densità che la caratterizza.


    Come Osservare

    a cura di Cristian Fattinnanzi

    NGC 4753 è una galassia lenticolare appartenente al cosiddetto “Superammasso della Vergine”, superammasso che contiene il nostro Gruppo Locale e, ovviamente, anche la nostra galassia, la Via Lattea. La sfida che proponiamo ai lettori dotati della strumentazione adatta è quella di riuscire a registrare i sottili filamenti scuri che avvolgono il nucleo di questa particolare galassia, una sfida che purtroppo si può intraprendere solo con tecniche digitali, dato che visualmente siamo di fronte a dettagli troppo minuti per essere percepiti, nonostante la luminosità dell’oggetto si attesti attorno ad una interessante decima magnitudine.


    La posizione suggerisce il periodo di migliore osservabilità nella primavera, quando NGC 4753 arriva ad un’altezza sull’orizzonte tra i 40° ed i 50° per le varie località italiane. Collocata appena all’interno del quadrilatero principale della costellazione della Vergine, la cui base è definita dalle stelle Spica e Porrima, possiamo rintracciarla spostandoci di circa 3° verso est partendo proprio dalla stella Porrima quando si trova al culmine verso Sud. La galassia si stima disti circa 60 milioni di anni luce dalla Via Lattea, una distanza tutto sommato sufficientemente prossima (per gli standard galattici) che ne definisce una dimensione apparente interessante, con un diametro maggiore di circa 0,06°.


    L’osservazione visuale si può intraprendere ed ovviamente sarà più gratificante utilizzando un telescopio dal diametro generoso. La sfida sarà percepire la luminosità non regolare del nucleo, con una zona più scura da un lato di questo. La magnitudine pone questo oggetto alla portata di strumenti con diametro attorno ai 20 cm, ma per distinguere senza dubbi qualche dettaglio del nucleo occorreranno strumenti un po’ più potenti. Per osservarla suggeriamo ingrandimenti almeno medi (pupilla d’uscita di circa 1,5-2mm), in modo da rendere il fondo cielo abbastanza scuro e aumentare il contrasto una volta completato l’adattamento al buio dei nostri occhi.

    La ripresa dei sottili dettagli del nucleo è un po’ al limite per le fotocamere digitali, molto meglio potranno fare i CCD raffreddati, con cui potremo utilizzar e lunghezze focali a partire dai 1500-2000mm (sul sensore la galassia avrà una dimensione pari a circa 1/900esimo della focale, quindi circa2mm usando uno strumento tipo un C8 ad F/10, che ha una focale di 2000mm). L’uso dei filtri per ridurre l’inquinamento luminoso sarà di scarso aiuto: molto meglio puntare su una location buia, sfruttandole ore in cui NGC 4753 è alta sull’orizzonte in una serata con condizioni di ottima trasparenza atmosferica.


    Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

    Visuale: 3/5

    Fotografica: 4/5

    RIF: https://esahubble.org/images/potw2420a/

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

     
     

    L’Universo visto con il VLT Survey Telescope (VST)

    La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
    La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

    ABSTRACT

    Il VLT Survey Telescope (VST), situato presso l’Osservatorio Paranal in Cile, è uno strumento di primaria importanza per l’astronomia moderna. Con un diametro di 2,6 metri e la fotocamera OmegaCAM, VST offre un’ampia visione del cielo, consentendo di esplorare dettagliatamente galassie e ammassi di galassie. Questo telescopio è fondamentale per comprendere i processi di formazione ed evoluzione delle galassie, grazie alla sua capacità di catturare immagini di alta risoluzione su un ampio campo visivo. Le immagini dettagliate di VST permettono di osservare elementi come bracci a spirale, barre, anelli, e segni di interazioni gravitazionali, contribuendo alla comprensione della morfologia e della struttura delle galassie.

    Tra gli oggetti studiati dal VST vi sono la galassia ESO510-G13, con la sua caratteristica struttura distorta a forma di “S”, il gruppo di galassie HCG90, noto per le intense interazioni gravitazionali tra i suoi membri, e l’ammasso di galassie Abell 1689, che offre preziose informazioni sulla distribuzione della materia nell’universo locale. Queste osservazioni consentono agli astronomi di analizzare la struttura a grande scala dell’universo e di osservare fenomeni come le lenti gravitazionali, che rivelano galassie lontane e offrono una visione delle prime fasi dell’universo.

    Dalle galassie vicine agli ammassi lontani

    l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Il VST è il telescopio ottico dal diametro di 2,6 metri, che si trova presso l’osservatorio dello European Southern Observatory (ESO) di Paranal, in Cile. Questo straordinario telescopio ricopre un ruolo cruciale nell’esplorazione dettagliata dell’universo locale, permettendo agli astronomi di ottenere immagini di alta qualità di galassie e ammassi di galassie, e di utilizzare tali dati per comprendere meglio i processi di formazione ed evoluzione su scala cosmica nel nostro “vicinato” astronomico.

    Grazie alla sua fotocamera a grande campo, OmegaCAM, VST è in grado di osservare vaste porzioni di cielo. Ogni immagine copre infatti un grado quadrato di cielo, dandoci la possibilità di studiare un’area equivalente a circa quattro volte le dimensioni angolari della Luna piena.

    Il grande campo di vista combinato con l’elevata risoluzione angolare rende il VST particolarmente efficace nell’esplorazione dell’universo locale, in particolare per lo studio di galassie e ammassi di galassie. Le immagini VST consentono agli astronomi di analizzare in dettaglio le caratteristiche morfologiche e strutturali di tali galassie, rivelando elementi come bracci a spirale, barre, anelli e segni di interazioni gravitazionali. Tali informazioni sono cruciali per comprendere i processi di formazione ed evoluzione delle galassie nell’ambiente cosmico locale.

    Inoltre, il VST può mappare efficientemente vasti volumi dell’universo circostante, consentendo l’individuazione e lo studio approfondito di importanti ammassi e superammassi di galassie. Queste strutture su larga scala forniscono preziose informazioni sulla distribuzione della materia nell’universo locale e sulla sua organizzazione gerarchica, gettando luce sulla struttura a grande scala dell’universo nelle vicinanze della Via Lattea.

    Le recenti immagini catturate dal telescopio VST di oggetti come la galassia ESO510-G13, il gruppo di galassie HCG 90 e l’ammasso di galassie Abell 1689 mettono in mostra l’elevata qualità e risoluzione delle osservazioni effettuate da questo potente strumento.

    ESO510-G13

    Il VST ha catturato un’immagine di ESO510-G13, una galassia a spirale insolita che si trova nella costellazione australe dell’Idra, a circa 150 milioni di anni luce dalla Terra. Di solito, quando una galassia a spirale è vista di taglio, il suo disco di polvere e le braccia a spirale ci appaiono piatti.

    La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
    La galassia a spirale ESO510-G13 vista dal telescopio VST. L’immagine VST ne evidenzia la struttura, simile ad una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

    L’immagine VST, invece, rivela una struttura a disco distorta, simile a una “S”, che attraversa la protuberanza centrale (bulge), oltre ad un esteso alone stellare diffuso.

    Gli aloni stellari rappresentano i resti fossili delle passate interazioni gravitazionali e, grazie alle immagini profonde ottenute con VST gli astronomi sono ora in grado di studiarli per cercare di capire la storia di formazione ed evoluzione delle galassie. La struttura distorta del disco di ESO510-G13 indica che essa ha recentemente subito una collisione con una galassia vicina. Le forze gravitazionali deformano le strutture delle galassie mentre le loro stelle, gas e polveri si fondono insieme in un processo che richiede milioni di anni. Alla fine le perturbazioni si attenueranno e ESO510-G13 diventerà una galassia singola dall’aspetto normale.

    Grazie al grande campo di VST, oltre ad ESO510-G13 si possono scorgere, nella stessa immagine, anche tantissime stelle appartenenti alla Via Lattea, galassie lontanissime e, in basso a destra, una coppia di galassie a spirale a circa 250 milioni di anni luce da noi. 

    HCG90

    Scrutando il cielo alla ricerca di galassie, l’astronomo canadese Paul Hickson identificò circa 100 gruppi di galassie i cui membri si trovavano molto vicini tra loro, in una configurazione molto “compatta”. All’interno di questi particolari gruppi, oggi noti come “Hickson Compact Groups” (HCG), le galassie interagiscono tra di loro, spesso in maniera violenta, proprio a causa della loro vicinanza. Queste interazioni danno origine a strutture spettacolari come code mareali, galassie distorte, regioni di intensa formazione stellare o anelli di polvere.

    Il gruppo compatto di galassie HCG90. Il VST ha catturato i segni dell’interazione tra le galassie ellittiche al centro, NGC 7173 ed NGC 7176, e una galassia a spirale polverosa allungata e deformata. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
    Il gruppo compatto di galassie HCG90. Il VST ha catturato i segni dell’interazione tra le galassie ellittiche al centro, NGC 7173 ed NGC 7176, e una galassia a spirale polverosa allungata e deformata. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

    Il telescopio VST ha osservato uno di questi gruppi di galassie, HCG90, regalando agli astronomi immagini molto dettagliate. HCG90 dista circa 100 milioni di anni luce dalla Terra, e si trova nella costellazione del Pesce Australe.

    Al centro dell’immagine sono chiaramente visibili due galassie ellittiche, NGC 7173 ed NGC 7176, e tra di loro una galassia a spirale polverosa allungata e deformata.

    Le tre galassie sono fortemente interagenti, come si può dedurre dalla loro forma distorta e dalla presenza delle tante scie di stelle e gas (code mareali) che si osservano nell’immagine. L’interazione in corso tra i tre corpi celesti, sta strappando loro stelle e gas. Questo incontro ravvicinato provocherà un’intensa formazione stellare e si concluderà con la fusione delle tre galassie in una grande galassia singola.

    Più a Nord nell’immagine, si può vedere la quarta componente del gruppo, NGC7172, che non sembra prendere parte alle interazioni in corso tra le altre galassie del gruppo.

    NGC7172 è una galassia a spirale peculiare, e l’immagine di VST evidenzia le scure nubi di polvere che ne attraversano il nucleo.

    Nel campo di vista sono ben visibili tante altre galassie, che però non appartengono al gruppo compatto HCG90.

    Abell 1689

    Le galassie amano raccogliersi in grandi gruppi, chiamati ammassi. Le galassie di un ammasso sono tenute insieme dalla forza di gravità. Oltre che dalle componenti luminose, l’attrazione gravitazionale è anche generata dalla materia oscura, di cui gli ammassi sono ricchi. Gli ammassi contengono centinaia, fino a migliaia di galassie e misurano tra i 5 e i 30 milioni di anni luce.

    L’ammasso di galassie Abell 1689. La fotocamera a grande campo di VST è riuscita a catturare, in un’unica immagine, un ammasso contenente più di duecento galassie. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).
    L’ammasso di galassie Abell 1689. La fotocamera a grande campo di VST è riuscita a catturare, in un’unica immagine, un ammasso contenente più di duecento galassie. Crediti: M. Spavone (INAF/VST), R. Calvi (INAF/VST).

    In questa immagine possiamo ammirare l’ammasso di galassie Abell1689, situato nella costellazione della Vergine a 2,3 miliardi di anni luce di distanza da noi. Grazie al grande campo della camera di VST e al fatto che questo ammasso è molto distante dalla Terra, possiamo osservarlo interamente in un’unica immagine.

    Abell 1689 contiene più di duecento galassie, che appaiono come brillanti pallini dorati. Come accade comunemente negli ammassi, la maggior parte delle galassie sono concentrate nelle regioni centrali, ma lo spazio tra di loro è riempito da enormi quantità di gas caldo e della materia oscura. Le galassie nel centro dell’ammasso sono circondate da aloni stellari e da scie di gas e stelle, segno dell’intensa attività di interazione in corso nelle regioni più dense.

    Ammassi di galassie massivi come Abell 1689 piegano e distorcono lo spazio circostante, influenzando il modo in cui la luce degli oggetti situati dietro l’ammasso si propaga nello spazio. Questo fenomeno, noto come “lente gravitazionale”, genera piccoli archi di luce, che non sono altro che la luce distorta delle galassie che si trovano dietro l’ammasso.

    Grazie alle osservazioni degli ammassi di galassie, gli astronomi possono studiare in dettaglio non solo la struttura e le dinamiche degli ammassi stessi ma anche oggetti altrimenti troppo deboli per essere osservati direttamente, ad opera del fenomeno ‘’lente’’ che amplifica la luce delle galassie lontane, fornendo una visione delle prime fasi dell’Universo.

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA


    AFGL 5180 nella Costellazione dei Gemelli

    AFGL 5180 hubble
    Nascosti tra le vaste nubi di regioni di formazione stellare come questa si trovano potenziali indizi sulla formazione del nostro Sistema Solare. L'immagine della settimana del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA di questa settimana presenta AFGL 5180 è un bellissimo vivaio stellare situato nella costellazione dei Gemelli (I Gemelli).

    ABSTRACT

    La regione di formazione stellare AFGL 5180, situata a circa 6.500 anni luce nella Costellazione dei Gemelli, è un componente significativo del Complesso Nebuloso Molecolare di Gemini OB1. Il telescopio Hubble ha catturato un’immagine spettacolare di questa regione, dove una stella massiccia, nascosta in dense nubi di gas e polveri, espelle potenti getti di plasma. Questi getti illuminano le nubi circostanti e creano cavità nel materiale interstellare, fenomeno tipico delle zone di formazione stellare. I getti sono il risultato delle interazioni tra i campi magnetici delle stelle neonate e i dischi polverosi che le circondano, che causano l’espulsione di gas ionizzato.

    La stella nascente, circa dieci volte più massiccia del Sole, è quasi invisibile in banda ottica e persino nell’infrarosso. Il violento impatto dei getti con il materiale circostante crea onde d’urto visibili nel vicino infrarosso. AFGL 5180 contiene anche numerosi giovani oggetti stellari che espellono getti indipendenti. Questo complesso nebulare offre un’importante opportunità di studio per comprendere i modelli di formazione stellare massiccia, come l’accrescimento del nucleo e l’accrescimento competitivo. Le osservazioni di Hubble forniscono dati cruciali per svelare i misteri della formazione ed evoluzione stellare e galattica.

    Baby-Stelle tra le Nuvole Oscure

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    Nubi di polveri e stelle neonate creano l’artistico panorama cosmico qui ripreso dal telescopio Hubble: si tratta della regione di formazione stellare AFGL 5180, parte del vasto Complesso Nebuloso Molecolare di Gemini OB1, un insieme che comprende grandi nubi molecolari, nebulose a emissione e le stelle giganti blu dell’associazione Gem OB1, a circa 6.500 anni di distanza da noi nella Costellazione dei Gemelli.

    Al centro dell’immagine una stella massiccia, ancora annidata in spesse coltri di gas e polveri, espelle una coppia di energetici getti di plasma, che si estendono trasversalmente dall’angolo destro in alto all’angolo sinistro in basso della ripresa. I getti ultraveloci impattano violentemente sul materiale circostante, illuminando le nuvole nere ricche di polveri e scavando cavità nel denso materiale, in modo simile alla luce di un faro che illumina nubi temporalesche in un cielo tempestoso.

    Giovani getti come questi sono tipici delle zone di formazione stellare. Si ritiene siano dovuti a interazioni tra i potenti campi magnetici di stelle neonate rotanti e i dischi polverosi che ancora le circondano e che costituiscono la fonte di materiale per alimentare la loro crescita. Simili interazioni provocano l’espulsione in opposte direzioni di stretti deflussi di gas ionizzato, caratterizzati da una serie di addensamenti che si susseguono, a indicare che la sorgente stellare ha espulso materiale a intermittenza.

    La posizione della nube di formazione
stellare AFGL 5180
AR: 06 08 53.98 - DEC: 21° 38' 31.70''
    La posizione della nube di formazione stellare AFGL 5180 AR: 06 08 53.98 – DEC: 21° 38′ 31.70”

    Il violento impatto tra deflussi di plasma e materiale nelle nubi crea brillanti onde d’urto che possono essere individuate nel vicino infrarosso, rilevato dalla Wide Field Camera 3 (WFC3) a bordo di Hubble. La stella nascente, una decina di volte più massiccia del Sole, è del tutto invisibile in banda ottica e rimane ampiamente nascosta alla vista persino se osservata nell’infrarosso. Un chiaro esempio delle conseguenze distruttive che i rapidi venti e le cocenti radiazioni della stella provocano sul mezzo interstellare sono gli oscuri pilastri di polveri a forma di dita, che si stagliano sullo sfondo grigio fumo in basso nell’immagine.

    Le stelle neonate popolano ambienti caotici e oscuri, ma un modo per scoprirle è individuare gli effetti dei loro getti sulle zone circostanti. Gli astronomi hanno scoperto una dozzina di giovani oggetti stellari più piccoli in questo complesso nebulare, attorno alla stella massiccia centrale. Le nuove stelline hanno un’età di poche centinaia di migliaia di anni ed espellono deflussi indipendenti in una varietà di direzioni. Grazie a osservazioni come questa possiamo studiare le interazioni tra protostelle di massa elevata e le loro compagne di massa inferiore nell’ambito della nube molecolare di origine.

    AFGL 5180 hubble
    Nascosti tra le vaste nubi di regioni di formazione stellare come questa si trovano potenziali indizi sulla formazione del nostro Sistema Solare. L’immagine della settimana del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA di questa settimana presenta AFGL 5180 è un bellissimo vivaio stellare situato nella costellazione dei Gemelli (I Gemelli).

    Due modelli principali di formazione stellare massiccia sono attualmente allo studio: l’accrescimento del nucleo e l’accrescimento competitivo. Quest’ultimo prevede che le stelle massicce si formino al centro di un denso ammasso di “stelline” più piccole, acquisendo massa anche grazie a fusioni con protostelle vicine. D’altro canto, il modello di accrescimento del nucleo prevede che la formazione stellare massiccia possa avvenire anche in ambienti isolati, in modo simile a quanto avviene per le stelle simili al Sole. Studi osservativi su regioni come AFGL 5180 possono svelare indizi fondamentali per chiarire la validità dei vari modelli.

    Nella nostra galassia le giovani stelle massicce sono molto più difficili da studiare rispetto alle stelle più piccole. Il fatto che siano annidate in spesse nubi oscure, si accendano rapidamente e muoiano in fretta, le rende molto più rare da osservare durante la loro infanzia. Tuttavia il loro studio è fondamentale, perché possono regolare la formazione di nuove generazioni di stelle, così come l’evoluzione di intere galassie.

    Come Osservare

    a cura di Cristian Fattinnanzi

    AFGL 5180 è una piccola zona nebulosa situata proprio ai piedi della costellazione dei Gemelli. Un buon riferimento per rintracciare l’oggetto è costituito dalla presenza nelle vicinanze dell’ammasso M35 dei Gemelli da cui dovremo abbassarci di circa 3° in direzione della stella Betelgeuse in Orione, verso sud.

    Il periodo migliore per tentarne l’osservazione o intraprenderne la ripresa, suggerito dalle costellazioni citate, è quello invernale. Dall’inizio di novembre fino a tutto febbraio infatti troveremo l’oggetto alto più di 30° sull’orizzonte, con picchi tra i 65° ed i 75°, a seconda della posizione dell’osservatore lungo la penisola italiana, nelle lunghe notti di fine dicembre.

    Chi in passato ha ripreso la zona della nebulosa “Testa di Scimmia” (NGC 2174) potrà verificare se nelle immagini ottenute compaia già la debole nebulosa sede d un’intensa attività di formazione stellare. AFGL 5180 si trova infatti circa 1° a nord di distanza da NGC 2174 nella costellazione di Orione, per cui è piuttosto probabile che immagini a campo medio-largo le mostrino insieme, completando un bel terzetto anche con la “Nebulosa Medusa” (IC 443) dei Gemelli.

    L’osservazione visuale è decisamente difficile data la bassa luminosità dell’oggetto, caratterizzato da una forte componente infrarossa, radiazione a cui la vista umana purtroppo è decisamente poco sensibile. Filtri nebulari e ampi diametri degli strumenti (ipotizzo oltre i 40 cm), usati sotto cieli molto bui, potrebbero mostrarne il lieve bagliore, ma sicuramente saranno le tecniche di ripresa digitali a dare risultati più gratificanti.

    La ripresa con fotocamere digitali, anche modificate, risulta piuttosto al limite, molto meglio potranno fare i CCD raffreddati, usati in abbinamento a strumenti con diametro di almeno 20-25 cm e focali medio lunghe. L’uso dei filtri per ridurre l’inquinamento luminoso o ancor meglio le riprese in tricromia a banda stretta potranno regalare dettagli interessanti dell’oggetto, molto dipenderà dalla qualità del cielo e dalla perizia dell’astrofotografo.

    Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):

    Visuale: 5/5

    Fotografica: 4/5

    RIF: https://esahubble.org/images/potw2110a/

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

     
     

    Realtà Virtuale per l’Astrofisica

    Screenshot

    Realtà Virtuale: una Rivoluzione nell’Analisi e Visualizzazione dei Modelli Scientifici per l’Astrofisica

    INTRODUZIONE

    Negli ultimi anni, le osservazioni astronomiche hanno rivelato dettagli sempre più affascinanti sugli oggetti celesti, producendo un’enorme quantità di dati di altissima qualità (si veda Figura 1). Questo progresso ha reso necessario sviluppare modelli fisici sempre più precisi per descrivere i fenomeni astronomici, svelando i segreti nascosti nella loro struttura e nei processi che li governano.

    Realtà Virtuale per l'Astrofisica
    Figura 1. La figura mostra la ricchezza di particolari messa in evidenza dal James Webb Space Telescope (JWST) nelle recenti osservazioni di alcuni oggetti astronomici: (A) il resto di supernova Cassiopea A a circa 11 mila anni luce di distanza – D. Milisavljevic (Purdue University), T. Temim (Princeton University), I. De Looze (University of Gent); (B) la galassia NGC 7496 ad oltre 24 milioni di anni luce – Judy Schmidt (CfA); (C) l’oggetto Herbig-Haro 46/47 legato a getti protostellari– J. De Pasquale (STScI); (D) la nebulosa planetaria NGC 3132.
    Crediti: NASA/ESA/CSA/STScI.

    Tra i modelli fisici più usati nello studio degli oggetti astronomici troviamo quelli denominati magnetoidrodinamici (MHD), che si basano su un insieme di equazioni che descrivono il comportamento del plasma e dei gas negli oggetti astronomici anche in presenza di intensi campi magnetici. Si tratta di modelli fondamentali per comprendere la struttura, la dinamica e l’energetica di una vasta gamma di oggetti celesti, migliorando significativamente l’analisi e l’interpretazione delle osservazioni astronomiche.

    Per sviluppare simili modelli è richiesto l’uso di sofisticati codici numerici, progettati appositamente per i plasmi astrofisici. A loro volto i codici necessitano di sistemi di calcolo parallelo ad alte prestazioni (noti anche come supercomputer), capaci di sollecitare migliaia di processori contemporaneamente, e di enormi risorse computazionali in termini di tempo di calcolo e memoria di archiviazione. Un esempio di tale tipologia di computer è il supercalcolatore Leonardo ospitato presso la facility nazionale di calcolo ad alte prestazioni del CINECA (si veda Figura 2). Ulteriori difficoltà legate allo sviluppo e allo studio dei modelli sono la complessità dei dati prodotti e la quantità enorme di informazioni scientifiche in essi contenuta, difficile da estrarre e interpretare. Sono aspetti che rappresentano una sfida sia per l’analisi che per la visualizzazione dei dati prodotti dai moderni modelli scientifici.

    Realtà Virtuale per l'Astrofisica
    Figura 2. A sinistra un esempio di supercomputer usato anche per la ricerca scientifica. Si tratta di Leonardo, uno tra i più potenti computer al mondo ospitato e gestito dal consorzio Cineca. Il supercomputer è stato installato nel 2022 nel nuovo data center situato nel Tecnopolo di Bologna, ed è uno dei tre precursori di sistemi di classe exascale annunciati da Euro HPC Undertaking.
    Crediti: CINECA.

    Ed è qui che entra in gioco la Realtà Virtuale, emergendo come uno strumento potente e innovativo per l’analisi e la visualizzazione di modelli scientifici complessi. Originariamente sviluppata per scopi di intrattenimento, la VR (ndr Virtual Reality) sta trovando applicazioni sempre più significative nella ricerca scientifica.

    Gli scienziati dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Palermo e dell’Università degli Studi di Palermo contribuiscono attivamente a questa rivoluzione, sviluppando nuovi strumenti che consentono di esplorare e studiare modelli 3D in un ambiente immersivo. Un approccio che non solo sta migliorando la comprensione dei fenomeni astrofisici, ma rende la scienza più accessibile e coinvolgente per un pubblico più ampio anche di non addetti ai lavori.

    Le Potenzialità della Realtà Virtuale nella Ricerca Scientifica

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    La realtà virtuale offre una serie di vantaggi unici rispetto ai metodi tradizionali di visualizzazione dei dati scientifici. In un contesto tradizionale, gli scienziati sono spesso limitati a rappresentazioni bidimensionali sugli schermi dei computer, che possono rendere difficile l’analisi dei dati e l’interpretazione di strutture complesse in essi contenute. La VR, invece, permette ai ricercatori di immergersi, se così si può dire, completamente nei dati, navigando in uno spazio tridimensionale che replica fedelmente le condizioni simulate (Figura 3).

    La capacità di esplorare i modelli scientifici in tre dimensioni è particolarmente utile in campi come l’astrofisica, dove le strutture che caratterizzano un determinato oggetto o fenomeno celeste possono presentare una grande ricchezza di particolari, oppure in strutture spesso interconnesse tra loro, la cui natura rende difficile identificare quali siano i processi fisici responsabili per questa o quella struttura o proprietà del fenomeno studiato. Per esempio, se si considera l’esplosione di una supernova: i detriti stellari espulsi possono formare una complessa rete fatta di filamenti e nodi di plasma con composizione chimica diversa che sono difficili da visualizzare e analizzare in 2D. Tale struttura spesso riflette processi fisici che avvengono subito dopo il collasso del nucleo stellare e, pertanto, codificano informazioni che possono essere di notevole importanza per studiare le complesse fasi che seguono il collasso del nucleo stellare e determinano l’esplosione della supernova. Con la realtà virtuale, gli scienziati possono navigare e interagire con i modelli generati in modo naturale e intuitivo, superando le limitazioni delle tradizionali rappresentazioni 2D su schermo. Una tecnica che facilita l’esame delle strutture da diverse angolazioni e punti di vista, e può permettere di isolare e analizzare specifici elementi del modello con una precisione difficile da raggiungere con metodi di visualizzazione tradizionali.

    a man wearing a mask and standing in front of two monitors Realtà Virtuale per l'astrofisica
    Figura 3. Ricercatori dell’INAF usano visori per la realtà virtuale per esplorare modelli MHD di esplosioni di supernova. Il modello, visibile anche sullo schermo del computer in primo piano, descrive la struttura del materiale stellare espulso a seguito di una esplosione di supernova.
    Crediti: INAF.

    Il Progetto 3DMAP-VR

    Il progetto 3DMAP-VR (3-Dimensional Modeling of Astrophysical Phenomena in Virtual Reality) è stato avviato nel 2019 dai ricercatori dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Palermo con l’obiettivo di creare un ambiente di lavoro e sviluppo di modelli scientifici i quali si avvalgono anche di strumenti per la realtà virtuale. I modelli MHD tridimensionali, ricchi di dettagli e informazioni scientifiche, vengono generati attraverso simulazioni numeriche eseguite su supercomputer. Le simulazioni che ne risultano tengono conto di tutti i processi fisici rilevanti nei fenomeni astrofisici come, ad esempio, la gravità, la conduzione termica orientata dal campo magnetico, le perdite di energia dovute alla radiazione, le deviazioni dall’equilibrio della temperatura tra protoni ed elettroni, il riscaldamento dovuto al decadimento radiativo di elementi instabili (come, per esempio in nickel 56 prodotto a seguito di una esplosione di supernova) e l’accelerazione di particelle a velocità relativistiche come quelle che costituiscono i raggi cosmici.

    Il processo per creare visualizzazioni in VR dei modelli scientifici nel progetto si articola in tre fasi principali:

    1. Accurate simulazioni 3D MHD per scopi scientifici: innanzitutto, i modelli 3D MHD vengono prodotti tramite simulazioni numeriche eseguite su supercomputer paralleli. Sono necessarie milioni di ore di calcolo e l’uso di migliaia di processori in parallelo.
    2. Strumenti per l’analisi dei modelli e per la produzione di mesh e texture dei diversi componenti del modello: come secondo passo, vengono realizzate grafiche 3D interattive e navigabili delle simulazioni astrofisiche utilizzando strumenti comunemente impiegati dalla comunità scientifica per l’analisi dei dati. Una tecnica mista costituita da superfici isodensità multistrato con diverse opacità è impiegata per realizzare le grafiche 3D.
    3. Strumenti per la creazione di oggetti esplorabili in realtà virtuale: infine, una rappresentazione in VR dei modelli astrofisici viene realizzata caricando le grafiche 3D su piattaforme pubbliche come Sketchfab, una delle più grandi piattaforme open access per la pubblicazione e la condivisione di contenuti di realtà virtuale e di realtà aumentata. Una volta caricate le grafiche 3D, le rappresentazioni per realtà virtuale del modello vengono riprodotte attraverso un ambiente intuitivo fornito da Sketchfab per definire le proprietà (come opacità, texture, luminosità, ecc.) degli oggetti che compongono il modello e per il post-processing del modello al fine di migliorare il rendering e mettere in risalto caratteristiche o proprietà specifiche di interesse per l’oggetto astronomico studiato (Figura 4).
    Realtà Virtuale per l'Astrofisica
    Figura 4. Esempi di modelli scientifici sviluppati nell’ambito del progetto 3DMAP-VR: distribuzione di elementi pesanti nel materiale stellare espulso a seguito di una esplosione di supernova (pannello in alto a sinistra); struttura dell’Universo osservabile con i filamenti di galassie e i grossi ammassi di galassie (pannello centrale); evento di distruzione mareale di una stella a causa della vicinanza con un buco nero (pannello in alto a destra); struttura di un quasar (pannello in basso a sinistra); disco circumstellare attorno ad una stella in formazione (pannello in basso a destra).
    Crediti: INAF.

    Divulgazione e Coinvolgimento del Pubblico

    Uno degli aspetti più interessanti del progetto 3DMAP-VR è la sua capacità di rendere la scienza accessibile e coinvolgente per il pubblico. Nell’ambito di questo progetto, sono state realizzate diverse gallerie di modelli, esplorabili anche in realtà virtuale, sui siti Sketchfab e Artstation, quest’ultima una piattaforma leader per la vetrina di arte e design (vedi esempi nella Figura 5). Sono gallerie che promuovono una divulgazione ampia e accessibile dei risultati scientifici, coinvolgendo sia la comunità scientifica che il pubblico. Ad esempio, su Sketchfab la galleria “Universe in hands”, è dedicata ai modelli 3D MHD originariamente sviluppati per la ricerca scientifica e pubblicati su riviste internazionali i quali hanno permesso di esplorare e studiare vari aspetti affascinanti degli oggetti celesti (vedi Figura 5) come ad esempio: strutture magnetiche della corona solare e delle stelle di tipo spettrale avanzato; fenomeni di accrescimento in stelle giovani in formazione; getti protostellari; esplosioni di novae e supernove; meccanismi di accelerazione di particelle relativistiche nei fronti d’urto dei resti di supernova. Grazie a queste rappresentazioni 3D interattive, è possibile condividere la meraviglia dell’astrofisica con un vasto pubblico, rendendo accessibili e comprensibili i complessi processi cosmici che modellano il nostro Universo.

    Figura 5. Il pannello in alto mostra le gallerie di modelli sviluppati nell’ambito del progetto 3DMAP-VR e pubblicati sulla piattaforma Sketchfab. Il pannello in basso mostra alcuni dei modelli pubblicati sulla piattaforma Artstation.
    Crediti: INAF.

    I contenuti derivati dalle simulazioni scientifiche hanno riscosso un enorme successo durante gli eventi di divulgazione scientifica e tra i non esperti. Un risultato positivo che ha motivato i ricercatori di INAF a spingersi oltre le simulazioni numeriche. Sono stati così realizzati nuovi modelli non basati solo su simulazioni scientifiche, ma arricchiti di dettagli non presenti nelle simulazioni che illustrano fenomeni e oggetti astrofisici sulla base delle attuali conoscenze. La prima collezione della nuova classe di risorse è stata “The art of Astrophysical Phenomena“, dove è possibile visitare ed esplorare modelli che illustrano con l’ausilio di grafiche accattivanti, la fisica che governa svariati fenomeni e oggetti astrofisici. Alla prima sono seguite altre due collezioni: “Anatomy of Astrophysical Objects” e “The Science of Science Fiction“. La prima collezione mostra rappresentazioni schematiche adatte alla didattica per comprendere la struttura degli oggetti astrofisici sulla base delle attuali conoscenze. La seconda collezione esamina famosi film di fantascienza mettendo in evidenza i passaggi nei quali essi riproducono più o meno accuratamente la scienza (fornendo così una scienza plausibile e precisa).

    I modelli sono stati utilizzati inoltre per creare una serie di video adatti alla divulgazione scientifica che descrivono oggetti e fenomeni astrofisici, disponibili in italiano (SocialMente: condividiAMO l’Universo) e in inglese (Universe in hands). Infine, altri contenuti sono stati utilizzati ancora per animare mostre in eventi di divulgazione pubblica oppure per esposizioni nei planetari. Un esempio di utilizzo è il Museo dei Modelli Astronomici, MuMAS realizzato dai membri del progetto 3DMAP-VR specializzati nella didattica e comunicazione ove è possibile osservare da vicino, con l’ausilio della tecnologia del metaverso, oggetti astrofisici tra i più energetici dell’Universo (pannello in alto a sinistra in Figura 6).

    Realtà Virtuale per l'Astrofisica
    Figura 6. La figura mostra le schermate di alcune istituzioni internazionali che si sono avvalse delle risorse messe a disposizione dal progetto 3DMAP-VR per la divulgazione scientifica. Il Museo dei Modelli Astronomici (MuMAS) dell’INAF (pannello in alto a sinistra); un fermo immagine del documentario “Spark: The Universe in Us” prodotto dal California Academy of Sciences (pannello in alto a destra); il museo virtuale Voyager, sviluppato dallo Smithsonian Astrophysical Observatory (pannello in basso a sinistra); un fermo immagine dell’applicazione StarBlast sviluppato dall’Università degli Studi di Palermo in collaborazione con l’INAF nell’ambito del progetto internazionale PHAROS (pannello in basso a destra).

    Le risorse prodotte nell’ambito del progetto 3DMAP-VR stanno avendo un impatto straordinario anche a livello internazionale, trasformando di fatto il modo in cui si comunica la scienza. Alcuni dei modelli 3DMAP-VR sono inoltre stati impiegati dalla NASA per creare affascinanti visualizzazioni di oggetti astronomici osservati con telescopi a raggi X. In fine, sono stati sviluppati kit di stampa 3D per persone con disabilità visive, rendendo l’astronomia accessibile a tutti.

    Il prestigioso Smithsonian Astrophysical Observatory ha integrato vari modelli di 3DMAP-VR nel proprio museo virtuale Voyager, accessibile a tutti e che presenta modelli scientifici sviluppato da immagini generate dall’Osservatorio a raggi X Chandra (pannello in basso a sinistra in Figura 6). Allo stesso tempo, la California Academy of Sciences ha sfruttato uno dei modelli di 3DMAP-VR nella produzione di “Spark: The Universe in Us“, un documentario mozzafiato che esplora la profonda connessione tra noi e le stelle partendo dalle origini cosmiche degli elementi che ci compongono (pannello in alto a destra in Figura 6). Infine, cinque dei più affascinanti resti di supernova della nostra Galassia e della Grande Nube di Magellano (Cassiopea A, la nebulosa Granchio, SN 1006, IC 443 ed SN 1987A) sono diventati protagonisti di “StarBlast“, un’applicazione che sfrutta la realtà virtuale per coinvolgere il pubblico in emozionanti viaggi spaziali, e che rientra tra le attività di divulgazione scientifica del progetto internazionale PHAROS. L’applicazione, sviluppata da ricercatori dell’Università di Palermo in collaborazione con l’INAF è totalmente gratuita e disponibile sulla piattaforma STEAM. Grazie a queste attività, l’Universo diventa più accessibile, ispirando meraviglia e curiosità verso i misteri del cosmo.

    Analisi di Dati Scientifici

    Oltre alla visualizzazione immersiva dei modelli 3D MHD, le tecnologie per realtà virtuale possono essere sfruttate per un’analisi approfondita degli stessi modelli. Gli strumenti di analisi basati sulla VR consentirebbero di esplorare i modelli 3D in modo interattivo, raggiungendo un livello di dettaglio che non può essere ottenuto con le piattaforme di visualizzazione e analisi dei dati tradizionali. Tuttavia, gli strumenti basati sulla realtà virtuale specificamente progettati per l’analisi delle simulazioni numeriche non sono ancora di uso comune nella comunità scientifica, e richiedono ancora lo sviluppo di tecniche e metodi ad hoc.

    I ricercatori dell’INAF di Palermo stanno ora lavorando ad un progetto innovativo per analizzare simulazioni scientifiche in VR. Per la sperimentazione hanno optato per Unreal Engine (UE), originariamente un motore per videogiochi che per le sue incredibili capacità grafiche e di interattività è potenzialmente adatto anche per l’analisi delle simulazioni scientifiche. Il primo passo è stato visualizzare in 3D i modelli di simulazioni scientifiche in tempo reale, ciò ha permesso di dimostrare la fattibilità dell’esplorazione dei dati scientifici in modo nuovo, con la possibilità di modificare le visualizzazioni in tempo reale tramite un opportuno pannello di controllo in VR. La successiva integrazione di UE con ParaView, un potente software di analisi dei dati usato dalla comunità scientifica, ha concesso ai ricercatori di analizzare e visualizzare i risultati direttamente nell’ambiente per realtà virtuale. Il risultato più significativo è la dimostrazione che è possibile eseguire analisi avanzate in pochi secondi, rendendo la scienza più interattiva e accessibile.

    Conclusione

    La realtà virtuale potrebbe rivoluzionare la nostra visione dell’Universo. Grazie al progetto 3DMAP-VR si è visto come questa tecnologia può trasformare profondamente la ricerca scientifica e la comunicazione delle scoperte astronomiche. Uno degli aspetti più affascinanti della realtà virtuale è la sua capacità di rendere la scienza accessibile a chiunque, non solo agli esperti. Grazie alla realtà virtuale, esplorare l’Universo diventa un’esperienza coinvolgente, che permette di vedere e comprendere fenomeni complessi in modo interattivo e intuitivo. Con l’evoluzione tecnologica in corso, ci attendiamo un aumento delle applicazioni innovative che sfrutteranno le straordinarie capacità con tecniche simili. Progetti come 3DMAP-VR forniscono un supporto ai modelli scientifici che spingono più avanti i confini della conoscenza scientifica. Ma ancor di più possono anche rendere l’astrofisica accessibile, coinvolgente e inclusiva per tutti, dimostrando il potenziale della tecnologia nel rendere la scienza un’affascinante avventura per ogni curioso.

    Approfondimenti

    Articoli scientifici relativi al progetto 3DMAP-VR:

    • Orlando,I, Pillitteri, F.  Bocchino, L. Daricello, and L. Leonardi, “3DMAP-VR, A Project to Visualize Three-dimensional Models of Astrophysical Phenomena in Virtual Reality”, Res. Notes AAS 3 176 (2019)
    • Leonardi, S. Orlando, S. Daricello, “Come ti racconto l’Astrofisica:video innovativi, realtà virtuale e aumentata”, Bricks n.4 (2022)
    • Orlando, M. Miceli, U. Lo Cicero, and S. Ustamujic, “Virtual reality for the analysis and visualization of scientific numerical models”, Mem. S.A.It. Vol. 94, 13 (2024)

    Notizia media INAF sull’applicazione StarBlast:

    –       StarBlast: esplosioni stellari in realtà virtuale, Redazione Media Inaf,29/11/2021

    –       DEMO – StarBlast, a VR tour of the outcome of stellar explosions, youtube

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    CONCORSO COELUM AUTORE/AUTRICE PER UN GIORNO

    DIVENTA AUTORE O AUTRICE PER UN GIORNO – COELUM TI REGALA UN MAPPA-MARTE E UN MAPPA-LUNA

    Iniziativa estiva e nuovo concorso per i lettori di COELUM

    RISERVATO AGLI ABBONATI ALLA VERSIONE CARTACEA

    Sei preparato sugli argomenti di Astronomia e magari ti cimenti già in piccole attività di divulgazione locali? Oppure se in gamba ad utilizzare gli strumenti di editing video e media in genere e ti piacerebbe far conoscere al pubblico la tua tecnica applicata alla promozione della cultura scientifica?

    Allora questa è l’occasione giusta per te

    Scegli il tema da approfondire: Marte o Luna

    Invia il tuo contributo alla Redazione

    l’autore o l’autrice dell’elaborato giudicato più interessante

    riceverà in regalo un MAPPA-marte e un MAPPA-luna

    Gli elaborati dovranno pervenire tramite mail a redazione@coelum.com completi di dati anagrafici (nome e cognome) e presentazione (breve testo descrittivo) del progetto che:

    • non dovrà superare i 3 minuti in caso di video,
    • non dovrà essere più di un link in caso di blogger,
    • deve essere di una sola puntata breve in caso di podcast,
    • deve essere uno short in caso di video o cortometraggio.
    • non dovrà essere più breve di 1000 parole in caso di testo o articolo

    Non saranno presi in considerazione i progetti arrivati oltre la mezzanotte del 31 agosto 2024 e saranno selezionati solo progetti di divulgazione scientifica a tema astronomico o aerospaziale.
    La giuria è costituita dalla redazione affiancata da esponenti del mondo scientifico, accademico, della ricerca, della comunicazione e della società.
    Ogni componente del comitato valuterà con un punteggio le candidature per ciascuna delle due categorie, dalla somma dei punteggi emergerà il vincitore o la vincitrice per il tema Marte e per il tema Luna.

    Sono ammessi anche i lavori di gruppi o associazioni.

    I vincitori saranno annunciati il 5 settembre

    I premi

    Colore Bianco
    Marchio TECNODIDATTICA
    Materiale Plastica
    Peso articolo 1,2 Chilogrammi
    Global Trade Identification Number 08007239977211

    Informazioni su questo articolo

    • Mappamondo lunare innovativo ed elegante, con piedistallo e asta in alluminio, diametro 30 cm e sfera che ruota sul proprio asse
    • Cartografia ufficiale National Geographic, ricca di informazioni in latino sulla geografia della luna: crateri, rilievi, mari e punti di allunaggio delle missioni spaziali
    • Un raffinato oggetto di design progettato dai noti designer danesi Claus Jensen & Henrik Holbaek dello Studio Tools Design
    • Grazie alla lampadina LED interna in dotazione, si trasforma da risorsa per appassionati di scienza e astronomia a suggestiva lampada di atmosfera
    • I mappamondi Tecnodidattica fanno uso di tecnologie avanzate e di materiali pregiati, realizzati secondo gli alti standard di sicurezza e qualità Made in Italy

    Colore Rosso
    Marchio TECNODIDATTICA
    Materiale Plastica
    Tipo di mappa fisico
    Peso articolo 1 Chilogrammi

    Informazioni su questo articolo

    • Mappamondo del pianeta Marte, innovativo ed elegante, con piedistallo e asta in nylon, diametro 30 cm e sfera che ruota sul proprio asse
    • Cartografia ufficiale National Geographic, ricca di informazioni in latino sulla geografia fisica del pianeta rosso e le sue formazioni geologiche, osservate con telescopi e missioni spaziali
    • Un raffinato oggetto di design progettato dai noti designer danesi Claus Jensen & Henrik Holbaek dello Studio Tools Design
    • Grazie alla lampadina LED interna in dotazione, si trasforma da risorsa per appassionati di scienza e astronomia a suggestiva lampada di atmosfera
    • I mappamondi Tecnodidattica fanno uso di tecnologie avanzate e di materiali pregiati, realizzati secondo gli alti standard di sicurezza e qualità Made in Italy

    PARTECIPA ANCHE TU!

    DIVERTITI CON NOI!

    Inviando il contributo e in caso di vincita si concede a COELUM i diritti d’opera sull’elaborato e l’autorizzazione alla pubblicazione dello stesso su tutti i canali in essere. Qualsiasi altro utilizzo dovrà essere da COELUM approvato.

    Tutti i contributi dovranno essere originali e mai stati distribuiti in maniera gratuita né attraverso il web né su altri canali. Fatto salvo che per i vincitori, il vincolo di pubblicazione decadrà il giorno 5 settembre dopo l’annuncio dei premi assegnati.

    Hai dubbi? Scrivi a coelumastro@coelum.com

    La Storia di GAMMA CEPHEI

    Gamma Cephei
    Nel figura tratta dal libro di Covone "altre Terre" lo schema della sistema stella Gamma Cephei, con due stelle e un pianeta gigante

    Sembra solo un puntino luminoso e privo di struttura, come tutte le altre stelle del Cosmo. Ma ogni stella ha una sua storia, una sua individualità che si nasconde dietro quel piccolo bagliore di luce. La storia di Gamma Cephei è tra le più interessanti del cielo.

    Gamma Cephei dista circa 45 anni luce dalla nostra stella ed è in realtà un sistema stellare binario. La componente principale, Gamma Cephei A, è circa 1,4 volte la massa del Sole, ma è cinque volte più grande. È una subgigante classificata come K1 III-IV, ovvero una stella arrivata quasi alla fine della sua splendente vita percorrendo i vari gradini della serie spettrale e giungendo allo stadio di una lunga vecchiaia. La sua compagna Gamma Cephei B è una nana rossa circa tre volte meno massiva e molto meno luminosa, del tipo spettrale M4V. La piccola compagna fu scoperta da Gordon Walker e Bruce Campbell nel 1987 utilizzando misure di velocità radiali tramite osservazioni spettroscopiche. I due astronomi determinano che la nana rossa si muove intorno alla compagna più luminosa su un’orbita fortemente ellittica con un periodo di circa sei anni, ad una distanza media di circa 20 unità astronomiche.

    Gamma Cephei
    Gamma Cephei ripresa dall’autrice

    Poco mesi dopo, come racconta Giovanni Covone nelle pagine di “Altre Terre”, Walker  e Campbell trovarono gli indizi del primo pianeta fuori dal Sistema Solare. Ulteriori misure mostravano la possibile presenza di un pianeta più grande di Giove, in orbita intorno alla stella maggiore, su un’orbita di circa due anni. Sarebbe stata una scoperta storica (infatti il primo pianeta estrapolare confermato fu scoperto sette anni dopo, nel 1995). Al candidato pianeta fu perfino dato un nome proprio, Tadmor, ma le prove non erano ancora sufficienti per dichiarare una scoperta.

    “Tra i pianeti perduti, quello intorno a Gamma Cephei A occupa un posto particolare. Non era un pianeta inventato, non era un falso segnale nei dati immaginato da un astronomo troppo speranzoso. Era un vero pianeta, ma non era stato riconosciuto. Oggi è uno dei pochi tra gli oltre cinquemila noti che ha persino un nome: Tadmor, l’antico nome semitico della città di Palmira, in Siria, patrimonio dell’umanità.” (“Altre Terre”, pag. 187).

    Al gruppo di Gordon e Campbell mancarono le risorse per compiere ulteriori osservazioni. Lo stesso Bruce Campbell, all’età di quarant’anni era ancora un astronomo precario presso la Victoria University (Toronto): in assenza di certezze sul suo futuro e preso dallo sconforto, “a un metro dal suo traguardo decise di lasciare il gruppo e l’astronomia.”

    Gamma Cephei
    Nel figura tratta dal libro di Covone “altre Terre” lo schema della sistema stella Gamma Cephei, con due stelle e un pianeta gigante

    Nuove osservazioni nel 2003 confermarono la presenza del pianeta nel sistema binario, sulla stessa orbita misurata quindici anni prima da Campbell e Gordon. Chissà: con un pizzico di fortuna e di determinazione di più, la storia avrebbe potuto essere diversa. Ma è una storia che merita di essere ricordata perché, come ricorda Covone, “il lavoro degli scienziati poggia sulle generazioni dei giganti che ci hanno preceduto e ci permettono di guardare un po’ più lontano. Bruce Campbell, Gordon Walker sono tra i giganti verso cui tutti gli odierni cacciatori di pianeti hanno un debito.”

    ASTRI SENZA CRINIERA Osservazione Diurna

    Osservazione Diurna. Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500 f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro
    Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500 f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro

    Introduzione

    La vista di un bel cielo azzurro preannuncia una notte carica di stelle. Ma non bisogna per forza aspettare l’arrivo del buio per cominciare, perché oltre al Sole, gli astri più luminosi del cielo come Luna e pianeti, possono essere visti e fotografati, talvolta con maggior profitto, anche con ancora la luce del Sole nella pratica comunemente chiamata Osservazione Diurna.

    La Luna stessa passa praticamente la metà del suo tempo nel cielo diurno, per cui può capitare facilmente di trovarla in congiunzione con altri corpi celesti, anche quando l’atmosfera è ancora rivestita d’azzurro o di oro. Ecco allora alcuni consigli per provare ad ammirare e a riprendere al meglio questi spettacoli celesti, di giorno, all’alba o al tramonto che sia.

    Spunti per l’osservazione visuale di Paolo Palma

    Seppure nelle ore diurne il Sole pare rubare praticamente la scena, la sua abbagliante luce non riesce a cancellare totalmente alla vista gli altri oggetti del Sistema Solare: è molto facile ad esempio individuare la Luna, soprattutto quando è alta sull’orizzonte, non è troppo sottile ed è abbastanza lontana dal Sole. Ma con un po’ di allenamento, è possibile rintracciare anche Venere, che dopo il Sole e la Luna, è l’astro più luminoso del cielo.

     

    Osservazione diurna
    Figura 6: Venere di giorno all’oculare. Huawei p30 pro ISO50. Napoli, 11 agosto 2023 14:50 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

     

    Spunti per la ripresa fotografica a cura di Teresa Molinaro

    Quando si parla di astrofotografia si pensa inevitabilmente alla ripresa di oggetti celesti in un contesto quasi sempre notturno; ma la cosa sorprendente è che si può fotografare una modesta quantità di oggetti anche in pieno giorno, o nei momenti che precedono l’alba e seguono il tramonto, quando il cielo è avvolto nel bagliore solare.

    Ovviamente non ci si improvvisa astrofotografi, è invece fondamentale avere solide conoscenze sia nelle basi della fotografia, sia nel sapersi orientare nel cielo riconoscendo i vari fenomeni astronomici che in esso si manifestano.

    Osservazione Diurna
    Luna calante di mezzogiorno settembre 2022 di Teresa Molinaro

     

    Osservare e fotografare nelle ore crepuscolari o in pieno giorno

    L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

    [swpm_protected for=”3″]

    di Paolo Palma

    Venere come Stella del Giorno

    Venere è così luminosa che non allontanandosi mai dal Sole oltre i 47 gradi, ha ereditato gli appellativi di “Stella della Sera” e “Stella del Mattino” – in latino Vespero e Lucifero – perché nell’alternarsi del dì e della notte, è il primo e l’ultimo astro a vedersi. È così impressionante vederlo scalare il cielo che nella tradizione biblica ha impersonato colui che sfida Dio prima di sprofondare nelle tenebre. Così luminosa insomma, da essere immediatamente riconoscibile dalle stelle, facilmente confondibile con un oggetto artificiale, e tanto da essere visibile in pieno giorno – anche ad occhio nudo – come un piccolissimo puntino di colore bianco.

    Di giorno, spoglio di quell’intensa luce che lo avvolge di notte, è molto più difficile da individuare, ma nello stesso tempo è proprio in quelle ore che è più facile apprezzare le suadenti forme che assume lungo lo zodiaco. Fasi, che riportando alla mente quelle visibili nella Luna, furono sintetizzate poeticamente da Galileo nel celebre anagramma: «la madre degli amori imita le figure di Cinzia».

    Un po’ di storia

    Già Galileo racconta di aver osservato Venere di giorno ad occhio nudo. E nel farlo rimase fortemente sorpreso di notare come il luminosissimo pianeta apparisse al telescopio molto più piccolo di quanto ci si aspettava, soprattutto a confronto di Giove, che pur essendo meno luminoso, mostrava solitamente dimensioni apparenti maggiori. Giunse così alla comprensione dell’irradiazione, quell’illusione che ai nostri occhi fa apparire gli oggetti luminosi più grandi di quanto siano nella realtà: «bisogna osservare la grandezza di Venere veduta di giorno, e non di notte, quando la capellatura de’ suoi raggi la rappresenta dieci o più volte maggiore che ‘l giorno».

    Ancora lui ci racconta delle primissime osservazioni diurne di Giove e di Sirio al telescopio e molti altri astronomi lo seguiranno in quest’esperienza: nel XIX secolo troviamo ancora Franks che si dilettava ad osservare il colore delle stelle più luminose in pieno giorno e le sistematiche osservazioni di Thomas Dick di astri fino alla seconda magnitudine. Ma la storia sarebbe cominciata molto prima dell’era telescopica, almeno da come sembrano indicare le osservazioni diurne di Venere riportate negli annali delle dinastie Goryeo e Joseon del mondo orientale.

    Come trovare Venere

    Se abbiamo una buona vista possiamo provarci anche noi. Bisogna assicurarsi della limpidezza del cielo e provare, almeno inizialmente, quando il pianeta si trova molto distante dal Sole. Bisogna sapere in che direzione cercarlo e non avendo alcuna stella per orientarsi, conviene provare sempre dallo stesso luogo, semmai anche con l’aiuto di un binocolo, individuando il Sud e trasformando gli elementi del paesaggio in punti di riferimento. È opportuno scegliere un luogo in ombra per non lasciarsi abbagliare dalla luce solare, respirare profondamente ed evitare di stare a lungo con la testa verso l’alto senza fare soste. Una volta individuato, può sparire facilmente alla vista, per cui, come l’esperienza dimostra, la presenza di elementi lontani come nuvole, aerei, cime montuose o palazzi, si rivela utile sia per individuarlo nel cielo azzurro, sia per non perderlo e sia per ritrovarlo nuovamente quando succede.

    Osservazione diurna
    Congiunzione diurna Luna – Spica. Nikon ISO400 1/400s. Basilica Santa Croce in Gerusalemme, Roma, 16 giugno 2024 18:25 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

    Dalla Luna e dal Sole fino a Venere

    In particolari momenti è la Luna stessa a trovarsi nei paraggi di Venere. E quando accade è una vera fortuna, perché in tali condizioni, trovata la Luna, diventa impossibile non vedere Venere, anche per chi prova a cercarla per la prima volta: il 9 novembre dello scorso anno ad esempio, assieme a decine di bambini della scuola primaria di Roma ho potuto osservare ad occhio nudo la sua occultazione da parte della Luna in pieno giorno senza alcuna difficoltà.

    Quest’anno le congiunzioni diurne Luna – Venere saranno abbastanza larghe, per cui per individuarlo si rivelano molto utili le famose misurazioni angolari fatte con la mano, perché conosciuta la distanza dei due oggetti attraverso un software, si sa dove provare a cercarlo. La mattina del prossimo 5 settembre potrebbe essere il momento migliore per provarci, perché disteranno tra loro meno di 2 gradi. Poi si allontaneranno sempre di più, fino al tramonto, quando la separazione sarà più larga di circa 3 volte.

    Osservazione diurna
    Figura2: Venere in fase di giorno. Nikon ISO 100 1/1250s. Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, Napoli, 8 gennaio 2022 11:40 UT, a poche ore dalla congiunzione inferiore. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

    Anche il Sole può diventare un punto di riferimento quando Venere ha una bassa elongazione, ma più la distanza tra i due si riduce, più è conveniente la mediazione di un binocolo. E quando si è diventati esperti e padroni della cosa, si può addirittura provare ad osservarlo in prossimità delle congiunzioni col Sole, inferiori e superiori, quando cioè la loro distanza si riduce a pochissimi gradi: in quei giorni è facile sapere dove trovare Venere e diventa uno spettacolo osservare al binocolo o al telescopio le sue bellissime fasi.

    Provateci solo se avete abbastanza esperienza da non arrecare danni ai vostri occhi puntando inavvertitamente il Sole: bisogna trovare il modo giusto per nascondere la nostra stella e valutare l’ombra di quale edificio possa meglio prestarsi alla situazione, considerando che il pianeta negli anni, a distanza di giorni e nelle differenti ore del giorno, può trovarsi in una qualunque direzione del disco solare. Anche in questi casi diventa più facile individuare il pianeta nei pressi del mezzogiorno piuttosto che prima o dopo il sorgere o il tramonto del Sole, perché al meridiano lo spessore dell’atmosfera è notevolmente inferiore e perché un cielo azzurro crea maggiore contrasto di quello giallo o arancione.

    Osservazione Diurna Figura 3: Venere in falce attraverso l’oculare di giorno. A51 ISO40 1/50s. Roma, 30 novembre 2021, 13:40 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma
    Figura 3: Venere in falce attraverso l’oculare di giorno. A51 ISO40 1/50s. Roma, 30 novembre 2021, 13:40 UT. Singolo scatto. Credito: Paolo Palma

    Da Venere fino agli altri pianeti e alle stelle

    Con Mercurio, Marte, Giove e Saturno le cose si complicano un po’: di giorno ad occhio nudo sono praticamente inosservabili, ma con un binocolo, lo zoom di una fotocamera o al telescopio diventano visibili, sempre ovviamente se si sa dove cercare. Al telescopio si riduce il numero di dettagli visibili sulla loro superficie rispetto a quelli apprezzabili durante la sera o la notte, ma trovarli in congiunzione tra loro o con la Luna è sempre un’occasione da non perdere. In mancanza di un telescopio automatico, conviene provare a cercarli quando si trovano in congiunzione con oggetti più facilmente individuabili, come la Luna o Venere, o farlo nelle ore crepuscolari, spazzolando la zona celeste interessata, una volta accertatisi che lo strumento sia a fuoco.

    Osservazione Diurna Saturno di giorno. Mak 127 e iPhone 13, ISO32 1/43s. Cavenago di Brianza, 20
giugno 2024 3:29 UT. Credito: Alessio Ursino.
    Saturno di giorno. Mak 127 e iPhone 13, ISO32 1/43s. Cavenago di Brianza, 20
    giugno 2024 3:29 UT. Credito: Alessio Ursino.

    Mercurio ad esempio, non allontanandosi mai troppo dal Sole, è spesso così basso e luminoso da apparire come una luce informe e spesso luccicante proprio come le stelle. Osservarlo al telescopio allora, quando è molto luminoso e col Sole poco sopra l’orizzonte, riduce gli effetti della rifrazione atmosferica e permette di apprezzare anche le fasi che assume.

    Quando il Sole è poco sopra l’orizzonte anche le stelle luminose pur non essendo visibili ad occhio nudo, appaiono chiaramente al binocolo o al telescopio: anche questi sono spettacoli da non perdere. Uno dei più belli si verificherà  il 6 settembre, quando già prima del tramonto potremmo ammirare uno spicchio di Luna in congiunzione stretta con Spica.

    Altre tecniche con un telescopio

    Chi ha un telescopio o un binocolo sprovvisto di puntamento automatico può provare ad osservare un pianeta o un astro luminoso in pieno giorno puntandolo quando è ancora visibile all’alba ed inseguendolo col passare delle ore. Il 14 agosto ad esempio, si potrebbe provare a seguire la congiunzione stretta Giove – Marte fino all’arrivo del Sole per verificare se e per quanto tempo Marte rimarrà visibile nonostante la sua bassa magnitudine del periodo. O nelle albe di metà dicembre si potrebbe provare a seguire Mercurio per osservare meglio le sue fasi.

    Con ancora meno fatica, si può provare inquadrando di notte l’esatta zona celeste che l’astro attraverserà il dì seguente. Conviene sempre osservarli quando sono nei pressi del meridiano, per cui, con l’aiuto di un software, una volta ricavate le coordinate altazimutali che l’astro avrà all’ora che si intende osservarlo, basterà – la sera precedente – inquadrare quell’esatta zona celeste con le stesse coordinate altazimutali ricavate. Tutto dipenderà dalla buona trasparenza del cielo. Con questa tecnica ho osservato al telescopio Mercurio, Giove e Saturno, ma anche la stella Arturo, presenti nel campo inquadrato anche se non sempre individuabili alla prima occhiata. Bisogna solo avere l’accortezza di mettere bene a fuoco l’immagine la sera prima, di non spostare lo strumento nell’attesa, coprire obiettivi e cercatori dell’eventuale passaggio del Sole e ricordarsi che come un vero primo appuntamento, non è ammesso nessun ritardo.


    di Teresa Molinaro

    Fotografare gli Astri all’Alba

    Già all’alba la volta celeste può regalarci scenari interessanti: può capitare infatti che una determinata congiunzione tra pianeti, o tra la Luna e un pianeta, si verifichi all’aurora; in quel caso un astrofotografo sa che dovrà pianificare la sua sessione fotografica in relazione a diversi fattori, uno su tutti è certamente la luce che inonda il cielo nel crepuscolo mattutino contrapposta a quella più flebile degli astri.

    Dopo aver individuato i soggetti e i luoghi idonei da cui fotografarli, sarà fondamentale essere dotati di un treppiede stabile sul quale montare la nostra fotocamera, impostando la modalità live-view, così facendo saremo in grado di lavorare in perfette condizioni di stabilità.

    Si procede poi al settaggio: esposizione, tempo di scatto, ISO ma, soprattutto, una perfetta messa a fuoco (che dovrà essere rigorosamente manuale), ricordandoci di utilizzare un telecomando per scattare senza provocare inutili oscillazioni nella fase di scatto.

    Osservazione diurna. Luna e Venere al mattino del 26 giugno 2022 ore 05:40 Palermo, Sicilia Nikon D7500 f/5 1/15s ISO 800 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro
    Luna e Venere al mattino del 26 giugno 2022 ore 05:40 Palermo, Sicilia Nikon D7500 f/5 1/15s ISO 800 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro

    Per immortalare una scena in cui i soggetti celesti sono ad esempio una falce di Luna in fase calante e un pianeta come Venere, su di un cielo nitido, una corretta impostazione (per una foto come quella sopra) per una reflex con teleobiettivo 70-300 mm, potrebbe essere di un’apertura di diaframma con valore 5, un tempo di scatto di 1/15s e ISO 800.

    È chiaro che il settaggio varia in base alla fotocamera che stiamo utilizzando, agli obiettivi e alle condizioni di luce più o meno forte, per cui è importante conoscere le proprie attrezzature e come si comportano nelle varie situazioni.

    Se avremo realizzato uno scatto soddisfacente, non sarà necessario intervenire con una eccessiva post-produzione, ma potremo semplicemente avvalerci di piccoli aggiustamenti relativi alla regolazione di luci e ombre, ai colori e all’attenuazione del rumore digitale, qualora ce ne fosse, utilizzando un programma per l’editing fotografico come Photoshop o Lightroom, indispensabile per un fotografo.

    Queste dritte, infine, valgono sostanzialmente per i cosiddetti scatti singoli, che ultimamente sembrano essere un po’ fuori moda, poiché spesso ci si accosta all’astrofotografia con l’intento di impressionare il pubblico, ottenendo talvolta come risultato un buon lavoro di grafica a discapito del racconto, elemento chiave in fotografia.

    Alba di Sole, Tramonto di Luna

    Uno sei soggetti facilmente identificabili nelle prime ore del mattino è la Luna, poco dopo la fase di piena: può accadere che in alcuni giorni del mese, quando il Sole è sorto da poco, il nostro satellite si trovi nella sua primissima fase calante, illuminato dalla luce solare, ancora per qualche ora dopo l’alba.

    Potrebbero presentarsi delle difficoltà date dalla forte luce del Sole, tipica del mattino: per fotografare questo tipo di scena, mettendo magari in risalto la Luna e i suoi dettagli, sarà necessario l’utilizzo di un teleobiettivo e bisognerà chiudere il diaframma a valori più o meno superiori a 13-14, per poi impostare un tempo di scatto molto veloce, ad esempio 1/500s e settare gli ISO non oltre i 200.

    In questo modo daremo più nitidezza al corpo celeste, mentre potremo schiarire le ombre del paesaggio in seguito, in fase di post – produzione.

    La Luna di Mezzogiorno

    Altro momento della giornata in cui è facile imbattersi nella Luna (Gibbosa calante) è a mezzogiorno! In quel momento il Sole inonda ogni cosa con una luce molto decisa, sempre sfavorevole per la fotografia.

    E proprio in pieno giorno, nei giusti periodi, potremo dedicarci alla ricerca di Venere, servendo cidi binocoli o telescopi per identificarlo nel cielo azzurro.

    In questi casi, per portare a casa degli scatti validi, dovremo utilizzare un buon teleobiettivo per avvicinarci all’oggetto celeste e riuscire a fotografarlo, anche a mano libera se si ha mano ferma, ovviamente entro i limiti degli strumenti che impiegheremo; il diaframma dovrà essere discretamente chiuso, ISO massimo a 200 e tempi di scatto impostati da 1/500s in su (dipende sempre dai nostri obiettivi e dalla loro luminosità).

    Fotografare il nostro satellite naturale in una cornice diurna necessita di un cielo nitido ma, se mai dovessero sopraggiungere delle leggere nuvole, la scena ne trarrebbe vantaggio, dando luogo a una composizione originale, un aspetto che però è il fotografo a dover gestire al meglio.

     

    Osservazione Fig. 2 - Luna calante al mattino del 31
marzo 2021, ore 8:11 Bagheria, Sicilia
Nikon D7500 f/13 1/800s ISO 200
300mm. Credito Teresa Molinaro
    Fig. 2 – Luna calante al mattino del 31 marzo 2021, ore 8:11 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/13 1/800s ISO 200 300mm. Credito Teresa Molinaro

    Per realizzare questa foto sono state utilizzate le seguenti impostazioni: modello di fotocamera Nikon D7500 con obiettivo 70-300 mm, tempo di scatto 1/320s, apertura del diaframma con valore 14 e ISO 200. 

    L’elaborazione di questo scatto è stata pressoché nulla, se non per convertite il file da RAW in Jpg. A parte qualche lieve operazione di editing per ciò che concerne l’attenuazione della forte luminosità, e per dare uniformità al colore (già naturale di suo), si è conferita all’immagine un po’ di nitidezza generale.

    ANSEL ADAMS  E LA SUA “Moonrise, Hernandez, New Mexico”

    Quando si parla di “Luna di giorno” il pensiero di un fotografo va subito a “Moonrise, Hernandez, New Mexico” del celebre Ansel Adams, realizzata il pomeriggio del 1 ° novembre 1941: la sua è una foto iconica, poiché non solo vi è rappresentato il paesaggio in bianco e nero, cifra distintiva di uno dei grandi maestri della fotografia di tutta la storia, ma poiché  Adams è stato uno dei primi a inserire la Luna in un contesto diurno, mentre era illuminata dagli ultimi raggi di Sole.

    Pare che il fotografo si accorse per caso di questa scena mentre stava percorrendo in auto la strada verso Espanola:  scese rapidamente per riuscire a lavorare con quegli ultimi raggi di Sole a disposizione, imbracció la sua strumentazione e immortalò quel paesaggio in cui spiccavano una chiesa e un cimitero di croci bianche, illuminate dall’ultima luce del giorno, sullo sfondo delle cime innevate e in alto una coltre di nubi anch’esse irradiate dal Sole, mentre a sovrastare la scena c’era una gibbosa crescente a riflettere quella luce che di lì a poco sarebbe svanita.

    La fotografia che potete facilmente individuare online è l’emblema della rappresentazione di un corpo celeste ripreso di giorno, escludendo ovviamente il Sole, poiché Ansel Adams ci dimostra come sia possibile ritrarre una luminosa Luna senza tuttavia perderne i dettagli, ambientandola nel paesaggio anch’esso correttamente esposto.

    Osservazione Diurna. Luna calante di mezzogiorno 18 settembre 2022 ore 12:00 Bagheria, Sicilia Nikon
D7500 f/14 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm scatto a mano libera. Credito: Teresa Molinaro
    Luna calante di mezzogiorno 18 settembre 2022 ore 12:00 Bagheria, Sicilia Nikon
    D7500 f/14 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm scatto a mano libera. Credito: Teresa Molinaro

    Ritratti Celesti al Crepuscolo Serale

    La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.

    E’ un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? E’ così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.

    Palomar, I. Calvino

    Nell’ora magica del crepuscolo, volgendolo sguardo ad Ovest, potremo avventurarci alla ricerca della  Luna alle sue prime fasi e nelle stesse porzioni di cielo, in determinate occasioni, potremmo provare a individuare Saturno, spesso visibile subito dopo il tramonto, oppure uno dei pianeti più elusivi del sistema solare, Mercurio: il pianeta, in determinate fasi dell’anno, si mostra negli istanti successivi al tramonto e rimane visibile sull’orizzonte occidentale per al massimo un’ora dopo il calar del Sole, nel giorno di massima elongazione.

    Tentare di fotografare Mercurio può essere difficoltoso per via della sua scarsa luminosità, ma non impossibile se ad accompagnarlo c’è qualche altro oggetto celeste, come la Luna o Venere.

    A maggio 2020 si è verificata una stretta congiunzione proprio tra i pianeti Mercurio e Venere, che hanno incantato gli amanti del cielo in una danza serale, tra le sfumature del crepuscolo.

    Osservazione Diurna Venere e Mercurio nel crepuscolo serale 22 maggio 2020 ore 20:53 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/5.6 1/8s ISO 1600 obiettivo 18-105mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro
    Venere e Mercurio nel crepuscolo serale 22 maggio 2020 ore 20:53 Bagheria, Sicilia Nikon D7500 f/5.6 1/8s ISO 1600 obiettivo 18-105mm treppiedi Manfrotto di Teresa Molinaro

    Per realizzare lo scatto di una simile congiunzione, va tenuto conto che la luminosità percepita dal nostro occhio sarà diversa rispetto a quella captata dalla nostra fotocamera, per cui il diaframma dovrà essere più aperto e il tempo di scatto più lento.

    Nello spazio di tempo in cui il giorno cede il passo alla notte accadono cose incredibili: se ci poniamo, di contro, verso l’orizzonte orientale, potremo ammirare fenomeni come la Cintura di Venere con al di sopra la Luna piena appena sorta, magari avvolta in delle affascinanti nuvole rosa.

    Osservazione Diurna. Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500
f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro
    Luna piena che sorge tra le nuvole rosa 26 dicembre 2023 ore 16:30 Sila piccola, Calabria Nikon D7500
    f /9 1/320s ISO 200 obiettivo 70-300 mm treppiedi Manfrotto. Credito Teresa Molinaro

    In questo preciso momento il crepuscolo è al suo culmine, per cui il fotografo si troverà a dover contrastare la luminosità della Luna che sorge e la penombra che avvolge il paesaggio.

    Dunque non bisognerà esagerare con l’apertura del diaframma, per evitare di ritrovarsi una palla di luce al posto della Luna!

    In questo caso sarà preferibile aumentare gli ISO, con moderazione, e soprattutto anche in relazione ai limiti della nostra fotocamera, che sarà bene conoscere per tempo, onde evitare di trovarci impreparati e perdere preziosi momenti in inutili prove.

    La bellezza della notte rimane tale, infinita e immutata, ma le sfumature offerte dai colori del giorno sono molteplici e talmente suggestive che vale la pena lasciarsene coinvolgere e fermarle nel tempo.

    Una foto ben riuscita racchiude in sé una giusta padronanza della tecnica, il bagaglio personale del fotografo e la gestione della luce perché, non dimentichiamolo, noi fotografi è con la luce che scriviamo; da astrofotografi, poi, abbiamo il privilegio di poter narrare storie scrivendo con la luce degli astri, imprimendo scorci di infinito nell’eternità.

    Osservazione Diurna Luna piena
che sorge sul mare
tra i colori dell'ombra
della Terra e la
Cintura di Venere.
Credito Teresa
Molinaro.
    Luna piena che sorge sul mare tra i colori dell’ombra della Terra e la Cintura di Venere.
    Credito Teresa Molinaro.

    [/swpm_protected]

    L’articolo è pubblicato in COELUM 269 VERSIONE CARTACEA

    GANYMED: il più grande dei NEO

    1086 GANYMED
    Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

    Nel mese di agosto avremo l’opportunità di osservare GANYMED in opposizione il più grande asteroide Near-Earth Object fino ad oggi scoperti.

    (1036) Ganymed è un asteroide near-Earth appartenente al gruppo Amor, una sottocategoria di NEA la cui orbita li porta ad avvicinarsi a quella terrestre ma senza attraversarla. Scoperto dall’astronomo tedesco Walter Baade il 23 ottobre 1924 presso l’Osservatorio di Bergedorf, con un diametro di 37,7 chilometri è il più grande degli asteroidi near-Earth ad oggi conosciuti. Ganymed orbita attorno al Sole a una distanza che varia da 1.25 unità astronomiche (186.997.338 Km) al perielio, a 4,09 unità astronomiche (611.855.291 Km) all’afelio, completando un’orbita ogni 4.35 anni (1.587 giorni) con un’eccentricità di 0,53 e un’inclinazione di 27° rispetto all’eclittica. A causa dell’elevata eccentricità dell’orbita Ganymed appartiene anche ai cosiddetti “Mars Crossers”,  un gruppo di asteroidi le cui orbite attraversano l’orbita del pianeta rosso. Ganymed è classificato di tipo S con una superficie composta principalmente da silicati e metalli. Questo pianetino deve il suo nome a Ganimede, figura mitologica greca, giovinetto rapito da Zeus per la sua bellezza e divenuto poi coppiere alla mensa degli dei. (1036) Ganymed sarà in opposizione l’8 Agosto, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10.6. Il suo moto angolare sarà di gli 0,88 secondi d’arco al minuto.
    1086 GANYMED
    Il velocissimo 1086 GANYMED ripreso da Paolo Campaner il 17 ottobre 2011

    Consigli per le riprese

    Per far si che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle  nostre immagini dovremo utilizzare tempi di esposizione fino ad un massimo di 3,5 minuti. Per ottenere  invece una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo (1036) Ganymed trasformarsi in una bella striscia luminosa di 35 secondi d’arco.