Home Blog Pagina 9

SOLARIS: LE PRIME IMMAGINI IN BANDA RADIO DEL SOLE DAL NUOVO OSSERVATORIO ITALIANO IN ANTARTIDE

Vista di SOLARIS installato. Credits: Luca Teruzzi.

Da oggi, l’osservazione del Sole alle alte frequenze radio si arricchisce dei dati di Solaris, progetto scientifico coordinato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica nell’ambito del Piano Nazionale di Ricerca in Antartide (PNRA). Partendo dal Polo Sud, Solaris punta a espandersi anche nell’emisfero settentrionale, creando una rete globale per un monitoraggio continuo del Sole, con importanti applicazioni per la meteorologia dello spazio.

Milano, 3 marzo 2025 – L’osservatorio Solaris è un innovativo progetto scientifico e tecnologico – frutto di una collaborazione tra diverse istituzioni scientifiche nazionali coordinate dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dall’Università degli Studi di Milano e dall’Università di Milano-Bicocca nell’ambito del PNRA (Piano Nazionale di Ricerca in Antartide) – finalizzato allo sviluppo di un sistema di monitoraggio continuo del Sole alle alte frequenze radio, per studi di fisica fondamentale, climatologia spaziale e interazioni Terra-Sole.

SOLARIS strumento di indagine sito in Antartide – Credits: Luca Teruzzi

Nonostante sia attivo da pochissimo tempo e ancora nelle fasi iniziali di sviluppo (è infatti passato poco più di un anno dalla sua costituzione), Solaris ha già prodotto dati interessanti dal punto di vista scientifico per applicazioni di climatologia spaziale, in particolare mappe solari che consentono di studiare in banda radio a 95 gigahertz l’evoluzione della regione attiva che ha prodotto le tempeste solari responsabili dell’aurora di capodanno, visibile anche alle nostre latitudini. Le immagini sono state ottenute nelle scorse settimane, e sono tuttora in fase di analisi e interpretazione da parte di un team multidisciplinare di esperti.

La possibilità di monitorare, comprendere e prevedere la mutevole fenomenologia solare e il suo notevole impatto con l’ambiente spaziale e il nostro pianeta è una sfida che acquista sempre più importanza” dice Alberto Pellizzoni, astrofisico INAF e responsabile scientifico del progetto Solaris, che prosegue: “Per affrontare questa sfida è necessario investire per trasformare e potenziare strumenti già esistenti o crearne di nuovi in una efficiente rete solare internazionale, anche nel contesto degli accordi in essere tra diversi Enti in Italia (INAF, INGV, ASI, Aeronautica Militare e varie Università) per sviluppare servizi dedicati allo Space Weather, e capire come il Sole influisca sulle nostre tecnologie e la nostra vita sulla Terra”.

Il progetto Solaris prevede l’implementazione di ricevitori radioastronomici dedicati e intercambiabili su piccoli radiotelescopi della classe di 2.6 metri di diametro, già presenti in Antartide nelle basi italiane Mario Zucchelli e Concordia e adattati per osservazioni solari ad alta frequenza, dell’ordine delle decine di giga hertz (Ghz). Ciò consente di ricevere onde radio emesse dal Sole, la cui lunghezza d’onda varia da qualche centimetro a qualche millimetro. Con questo tipo di osservazioni è possibile avere una nuova “finestra” in cui studiare il Sole e i suoi fenomeni, rilevando con precisione la temperatura e i brillamenti della corona solare e fare previsioni sulle possibili tempeste geomagnetiche. Al progetto, oltre alle sedi INAF di Cagliari, Bologna, Trieste, Milano e alle Università degli Studi di Milano e Milano-Bicocca, partecipano le Università di Roma Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre, l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Aeronautica Militare Italiana, l’Università Cà Foscari di Venezia, il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Prima immagine del Sole in banda radio, osservato alla frequenza di 95 GHz in Antartide il 27 dicembre 2024. Crediti: Team Solaris

Francesco Cavaliere e Marco Potenza, del Dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, affermano: “Vediamo finalmente venire alla luce i primi risultati di un lungo progetto a cui abbiamo lavorato per quasi dieci anni, dopo che il PNRA ci aveva chiesto di prenderci carico delle infrastrutture nelle due basi. Il lavoro da fare è ancora moltissimo, ma i primi risultati sono di grande soddisfazione anche in funzione delle scarsissime risorse che abbiamo avuto a disposizione. La riuscita di questa prima fase è anche una valorizzazione delle attività svolte proprio a Milano, dove abbiamo un telescopio prototipo con cui validare tutte le procedure e risolvere gran parte dei problemi prima di arrivare a lavorare al Polo”.

Solaris rappresenta uno dei progetti di punta del PNRA in campo astrofisico ed uno tra i più promettenti programmi astrofisici che operano nelle aree polari a livello internazionale – sostiene Massimo Gervasi, docente dell’Università di Milano-Bicocca e membro del Physical Science Group dello SCAR (Scientific Committee on Antarctic Research) -. L’analisi delle immagini di Solaris, correlata con le immagini fornite dai satelliti a più alte energie da un lato e i dati sulle particelle energetiche solari dall’altro, aiuterà a comprendere meglio i fenomeni fisici che stanno alla base delle emissioni solari energetiche”.

In presenza di condizioni di visibilità del cielo ottimali come quelle antartiche, Solaris sarà l’unica installazione a offrire un monitoraggio continuo del Sole ad alte frequenze radio permettendo di osservare le variazioni che avvengono nella cromosfera solare, uno strato dell’atmosfera della nostra stella in cui si formano fenomeni altamente energetici come brillamenti ed espulsioni di massa coronale. Monitorare le variazioni in questa banda radio permette di identificare segnali precursori di tempeste geomagnetiche, che potrebbero interferire con le nostre tecnologie nello spazio e a terra.

La cupola che custodisce SOLARIS. Credits: Luca Teruzzi.

La scelta di posizionare a una latitudine così meridionale Solaris non è dovuta solo alla limpidezza dell’atmosfera, garantita dalla bassa umidità che altrimenti assorbirebbe i segnali radio ad alta frequenza, ma anche e soprattutto alla lunga persistenza del Sole nel cielo durante l’estate antartica (che corrisponde al nostro periodo invernale), seppure molto basso rispetto all’orizzonte. Nei pressi dei poli terrestri, infatti, è possibile – durante i rispettivi periodi estivi – osservare la nostra stella per oltre 20 ore al giorno.

Per poter offrire un monitoraggio solare costante durante tutto l’anno, il progetto Solaris sarà dunque implementato anche nell’emisfero settentrionale con lo sviluppo di una stazione sulle Alpi (presso l’Osservatorio climatico Testa Grigia del CNR, a 3500 metri s.l.m., in Valle D’Aosta) e altre in Scandinavia e regioni Artiche, grazie all’interesse internazionale destato da queste prospettive.

Fonte: SOLARIS

Vita su Marte: la Risposta dalle Rocce?

Gli autori da oltre vent’anni cerchiamo indizi sulla presenza di vita sul Pianeta Rosso. Grazie
a continui sviluppi tecnologici e nuove osservazioni, è stato possibile ampliare il panorama
delle ipotesi sulla vita marziana. Nel recente libro Compelling Evidence of Fossils and
Microbialites on Ancient Mars (Cambridge Scholars, settembre 2024), vengono discussi
nuovi ritrovamenti e reinterpretati i dati già esistenti, offrendo uno scenario più ampio sull’evoluzione
della vita su Marte. Il libro contiene oltre 100 immagini, descritte e commentate e
analisi matematiche delle forme evidenziate dalle fotografie ottenute dai Rover NASA. Il tutto
sembra indicare la possibile presenza di microorganismi in epoche antiche. Tuttavia, l’interpretazione
di tali evidenze richiede cautela e ulteriore approfondimento.
Ma facciamo un passo indietro e partiamo quindi dalla domanda: ha senso cercare vita su
Marte? Ci sono o ci sono state condizioni di abitabilità nel Pianeta Rosso?

di Giorgio Bianciardi e Vincenzo Rizzo 

Condizioni di abitabilità: le quattro età di Marte.

Condizioni di abitabilità: le quattro età di Marte. Quali sono le possibilità che Marte abbia mai ospitato la vita? Numerose sonde hanno esplorato il pianeta, sia americane che europee, utilizzando rover per scandagliare la superficie e orbiter per catturare immagini dettagliate. Questi studi hanno permesso di ricostruire con grande precisione la storia del pianeta. È noto1 che nell’antico Marte, miliardi di anni fa, l’acqua liquida era diffusa, vi era un campo magnetico globale che proteggeva dalle radiazioni ostili, un’atmosfera più densa e una temperatura probabilmente simile a quella terrestre. Tuttavia, queste condizioni favorevoli alla vita non sono durate per sempre. Oggi si conoscono quattro fasi principali della storia marziana:

Pre-Noachiano (4,5 – 4,1 miliardi di anni fa)

Un periodo caratterizzato da un’atmosfera molto densa e un possibile oceano globale di acqua allo stato liquido, sicuramente fiumi e un ciclo idrogeologico. La temperatura media almeno in alcune zone maggiore di 0° C. Fiumi e un ciclo idrogeologico attivo potrebbero aver creato una finestra per la comparsa della vita, addirittura centinaia di milioni di anni prima che la vita sorgesse sulla Terra.

Noachiano (4,1 – 3,7 miliardi di anni fa)

Anche nel Noachiano sembra persistere una condizione favorevole alla presenza di acqua corrente sulla superficie marziana, È un periodo di bombardamenti pesanti, con numerosi impatti di asteroidi e comete (come avvenne sulla Terra a quel tempo). A giocare un ruolo significativo in questa era sono le eruzioni dei molti vulcani in grado di arricchire l’atmosfera di vapore acqueo e minerali. Alcuni studi sostengono tuttavia che dopo i 4 miliardi di anni le temperature non superarono più lo zero.

Esperiano (3,7 – 2,9 miliardi di anni fa)

L’attività geologica globale rallenta, sia pur in presenza ancora di un notevole vulcanismo: enormi quantità di acqua e anidride solforosa ricadono sulla superficie. Il clima inizia a diventare più freddo, l’acqua si trasforma così in permafrost oppure ghiaccio sotterraneo. Non è da escludere però che nuovi impatti, sciogliendo permafrost e ghiaccio, possano aver rigenerato condizioni favorevoli allo sviluppo di forme di vita.

Figura 1. Cratere Mojave, Marte, oggi. Credit: ESA, Mars Express.

Amazzoniano (2,9 miliardi di anni fa-presente)

La superficie del pianeta diventa secca e arida. Le rocce si alterano molto lentamente per effetto di agenti atmosferici poco attivi, intervallati solo da occasionali e brevi ritorni a condizioni più calde e umide. L’atmosfera diviene così sottile che l’acqua ora si vaporizza istantaneamente dalla superficie. Inizia l’aspetto attuale di Marte. Tuttavia, il clima e la stabilità dell’acqua sulla superficie continuano a variare nel corso di migliaia e milioni di anni, ad esempio per come l’inclinazione assiale del pianeta subisce i suoi cambiamenti, ciclici.

 

Prime indagini: VIKING

Il 20 luglio 1976, il lander Viking 1 atterrò nella regione marziana di Chryse Planitia. Pochi mesi dopo, il 3 settembre 1976, il Viking 2 atterrò a Utopia Planitia, una regione distante migliaia di chilometri. Entrambi i lander erano equipaggiati per condurre tre esperimenti biologici sulla regolite marziana triturata: Gas Exchange, Pyrolytic Release e Labeled Release.

Tra questi, il più promettente risultò essere il Labeled Re lease, guidato dal Principal Investigator Gilbert V. Levin. L’esperimento mirava a determinare se l’aggiunta di sostanze nutritive, come aminoacidi semplici (glicina e alanina) e altre molecole organiche facilmente metabolizzabili, avrebbe indotto una risposta nel suolo marziano, come la liberazione di anidride carbonica o altri composti carboniosi. Un risultato che sarebbe stato indicativo della presenza di forme di vita capaci di metabolizzare proprio tali sostanze.  Durante il giorno marziano 8 (Sol 8), venne aggiunto terreno nutritivo al campione prelevato dal Viking 1. Ogni 16 minuti furono misurati i livelli di gas marcati rilasciati, i quali mostrarono fluttuazioni significative.

Figura 2. I 3 esperimenti biologici su Marte compiuti dai Lander dei
Viking.

Due giorni dopo, il risultato sembrava indubitabile: una liberazione di anidride carbonica coerente con quella prodotta da microorganismi terrestri in condizioni simili. Levin celebrò il risultato con una bottiglia di champagne e raccolse le firme dei membri del team per commemorare quella che sembrava essere una scoperta rivoluzionaria: la vita su Marte. Entrambi i Viking confermarono più volte il rilascio di gas con l’aggiunta di sostanze organiche a nuovi campioni di regolite. Tuttavia, il gas cromatografo-spettrometro di massa a bordo dei due lander non rilevò tracce di composti organici. Fu una doccia fredda che indusse a interpretazioni alternative dei dati e a una crescente cautela nelle affermazioni. Solo anni dopo, si scoprì che alcuni bias metodologici avrebbero potuto influenzare le analisi del tempo.

Figura 3. Un evidente
rilascio di anidride carbonica
dopo l’aggiunta
della “pappa nutritizia”,
come avrebbe fatto un
qualunque microorganismo
terrestre. E’ il 30
luglio 1976: Levin e i suoi
collaboratori: abbiamo
scoperto la vita su Marte.
(cortesia di Gilbert Levin
all’Autore).

Nel 1996, un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Science riaprì il dibattito sulla presenza di vita su Marte. Una meteorite, ALH 84001, trovata in Antartide e datata a circa 3,6 miliardi di anni fa, sembrava fornire nuove prove. Si scoprì che la roccia, proveniente da Marte, era stata immersa in acqua liquida e conteneva composti organici autoctoni, oltre a cristalli di magnetite analoghi a quelli costruiti sulla Terra da batteri. Una scoperta che, seppur controversa, contribuì a rilanciare l’interesse per la ricerca di vita su Marte.

Entrambi i Viking confermarono più volte il rilascio di gas con l’aggiunta di sostanze organiche a nuovi campioni di regolite. Tuttavia, il gas cromatografo-spettrometro di massa a bordo dei due lander non rilevò tracce di composti organici. Fu una doccia fredda che indusse a interpretazioni alternative dei dati e a una crescente cautela nelle affermazioni. Solo anni dopo, si scoprì che alcuni bias metodologici avrebbero potuto influenzare le analisi del tempo.

Nel 1996, un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Science riaprì il dibattito sulla presenza di vita su Marte. Una meteorite, ALH 84001, trovata in Antartide e datata a circa 3,6 miliardi di anni fa, sembrava fornire nuove prove. Si scoprì che la roccia, proveniente da Marte, era stata
immersa in acqua liquida e conteneva composti organici autoctoni, oltre a cristalli di magnetite analoghi a quelli costruiti sulla Terra da batteri. Una scoperta che, seppur controversa, contribuì a rilanciare l’interesse per la ricerca di vita su Marte.

Figure 4-5. Rocce di Marte piovono sulla Terra! “Tissint”, una roccia
marziana. A sinistra, la crosta di fusione prodotta dall’attraversamento
dell’atmosfera terrestre, punto in cui la roccia sulla sua superficie raggiunge
temperature superiori a 1000°C. A destra la sua faccia interna
(64X), “megacristalli” di olivina ovoidale, caratteristici di questa roccia
marziana, immersi nella matrice limpida di piccoli pirosseni cristallini.
G. Bianciardi, collezione privata.

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

ANNI 2000

La ricerca dei segni di vita su Marte ha vissuto un momento di svolta nel 2001, un anno significativo anche per il suo richiamo al celebre film 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick. In quell’anno si tenne il primo Convegno di Astrobiologia in Europa (a Frascati, Roma) e il suo equivalente negli Stati Uniti, segnando ufficialmente la nascita dell’Astrobiologia come disciplina. Nello stesso periodo, il fascicolo sui risultati del Labeled Release fu riaperto, e numerosi studi iniziarono a rivalutare l’interpretazione biologica di quei dati. In quell’anno ebbe inizio una collaborazione fra Giorgio Bianciardi e Gilbert Levin, che permise di accedere ai dati grezzi raccolti dalle due sonde Viking, costituiti da decine di migliaia di valori ottenuti durante i mesi di attività marziana. Una collaborazione che portò nel 2012 alla pubblicazione dei risultati su una rivista scientifica e a una sintesi in italiano su Coelum (Bianciardi, G.: Ne siamo certi: le sonde VIKING scoprirono la VITA su Marte!, COELUM. ASTRONOMIA, 162, 14-20, 2012).

Coelum Astronomia ha seguito da vicino l’evolversi dello studio di Bianciardi sin dalle prime battute. Da consultare “Bianciardi, G., Marte è vivo. COELUM. ASTRONOMIA(46), 38-44, 2001” e “Bianciardi, G., Marte è davvero vivo!. COELUM ASTRONOMIA, 64-71, 2004)”.

Le tecniche utilizzate per analizzare i dati derivavano da esperienze nel campo delle indagini biomediche svolte all’Ateneo di Siena. Furono applicate analisi frattali e metodi della Fisica del Caos per studiare il comportamento del gas rilasciato nei test LR dei Viking misurato ogni 16 minuti, confrontandolo con situazioni biologiche terrestri (come la variazione temporale della CO2 rilasciata da batteri sottoposti a trattamenti analoghi) e con fenomeni abiologici (ad esempio, le variazioni di temperatura dell’atmosfera marziana).

Figura 6. Analisi numerica delle oscillazioni dell’anidride carbonica (32 000 valori) rilasciata dopo l’aggiunta di pappa nutritizia al suolo marziano nei 6 test LR effettuati dai 2 Viking e in situazioni di controllo terrestri biologiche e abiologiche. L’analisi fu condotta usando sei indici non lineari: complessità del segnale (Lempel-Ziv, LZ), “memoria” del segnale (Hurst, H), sensibilità alle condizioni iniziali del segnale (Lyapunov, λ ), entropia del segnale (Kolmogorov, K), statistica BDS, correlazione temporale del segnale (τ). L’analisi statistica (cluster analysis) separa perfettamente 2 gruppi evidenziati con i rettangoli rossi e blu, rosso: un unico cluster che riunisce i test biologici terrestri con i 4 test LR “attivi” effettuati su Marte, l’altro cluster evidenziato dall’analisi statistica che si trova a riunire i test abiologici con i 2 test LR di controllo (sterilizzazione del regolite marziano prima di compiere il test LR).La significativita LR attivi su Marte + test biologici terrestri verso i controlli abiologici marziani o terrestri è elevatissima (p<0.001).G. Bianciardi, J.D. Milleri, P.A. Straat, G.V. Levin,Complexity Analysis of the Viking Labeled Release Experiments. IJASS, 13 (1), 14-26, 2012.

I risultati ottenuti si mostrarono estremamente promettenti. Le evidenze statistiche a favore di un’interpretazione biologica risultarono significative, evidenziando una sorprendente somiglianza tra le oscillazioni della CO2</sup marziana e quelle prodotte da batteri terrestri. I dati dei primi sei giorni su Marte tracciavano una coincidenza nei comportamenti degli indici caotici tra le due situazioni, suggerendo che i processi osservati su Marte potessero essere compatibili con attività biologica. I risultati incoraggianti sono riportati nelle tabelle di figura 6.

Figura 7. Primi 6 giorni (Sol) su Marte. Movimento nello spazio delle fasi (un piano cartesiano virtuale dove le coordinate vengono rappresentate dai parametri in studio) degli indici non lineari, Lempel-Ziv, Hurst, Lyapunov, Entropia, della CO2</sup rilasciata nell’esperimento su Marte (traiettoria blu), della CO2</sup rilasciata in un esperimento LR con batteri su roccia terrestre (rosso) e della temperatura entro i Viking (traiettoria verde). La coincidenza Marte vs. Terra è pressoché perfetta. La reazione avvenuta nel test LR è indipendente dalle oscillazioni della temperatura entro il Viking, come invece avrebbe fatto una reazione di rilascio di CO2</sup di tipo abiologico. G. Bianciardi et al: “When the Viking missions discovered life on the Red Planet”, European Planetary Science Congress, 2012- 501, Vol.7, 2012:

 Possiamo ulteriormente “graficare” il risultato, focalizzando sui primi 6 SOL di rilevamenti da parte dell’ LR a bordo dei Viking. La coincidenza del comportamento dei vari indici caotici delle oscillazioni dell’anidride carbonica rilasciata durante l’esperimento LR su Marte con quello della CO2</sup rilasciata da batteri terrestri nelle stesse condizioni è sorprendente (figura 7).

Ulteriori Indagini

I dati raccolti dalle sonde Viking, per quanto approfonditi, avevano raggiunto il loro limite informativo. Da allora, nessuna agenzia spaziale ha più inviato sonde o rover dedicati esclusivamente all’analisi biologica e sfortunatamente l’ESA, che aveva pianificato una missione specifica con il programma ExoMars, a causa di eventi globali come la pandemia da COVID-19 e la guerra in Ucraina ha dovuto temporeggiare. Il lancio, originariamente previsto, è stato posticipato alla fine di questo decennio.

In simili condizioni per continuare a investigare la possibilità di vita su Marte, l’attenzione si è concentrata sulle immagini raccolte dai rover geologici della NASA. Questi veicoli hanno esplorato le vaste lande desertiche del Pianeta Rosso, cercando tracce di vita antica in un Marte che, miliardi di anni fa, presentava condizioni di abitabilità ormai ben documentate.

Vincenzo Rizzo, ha iniziato a studiare gli affioramenti marziani nel 2009. Le sue prime osservazioni si sono focalizzate sulle strutture sedimentarie fotografate dal rover Opportunity nella regione di Meridiani Planum. Rizzo ha riportato l’esistenza di strutture delimitate da lamine che, per alcuni aspetti, richiamano le stromatoliti terrestri (Rizzo, V., Cantasano. Possible organosedimentary structures on Mars. International Journal of Astrobiology, 2009;8(4): 267-280).

Le stromatoliti e le microbialiti

Figura 8a Sotto il marcatore (ogni quadratino=1 cm): un aspetto tipico di una stromatolite, risalente a 1,5 miliardi di anni fa. Località: Taihangshan, Cina. Foto: G. Bianciardi.

Le stromatoliti, parte di un gruppo più ampio di rocce note come microbialiti, sono prodotte dall’attività di cianobatteri. Queste rocce si distinguono per strutture e forme insolite, talvolta difficili da spiegare nel contesto della normale sedimentazione geologica. Grazie alla loro Figura 8a a sinistra. Sotto il marcatore (ogni quadratino=1 cm): un aspetto tipico di una stromatolite, risalente a 1,5 miliardi di anni fa. Località: Taihangshan, Cina. Foto: G. Bianciardi. Figura 8b a fianco. Una stromatolite terrestre attuale. Località: Lagoa Salgada , Brasile. Foto: V. Rizzo unicità, le stromatoliti sono spesso riconoscibili direttamente in situ e rappresentano tracce antichissime di vita, risalenti fino a 3,5 miliardi di anni fa, che persistono ancora in alcune aree del nostro pianeta (figura 8).

Alcune delle immagini marziane mostravano tessiture reticolari costituite da filari intrecciati di grumi sferici, analoghe a quelle osservate in campioni terrestri (figura 10, pagina successiva). Per verificare l’ipotesi che si trattasse di stromatoliti, sono state applicate tecniche di geometria frattale alle immagini selezionate. Questo metodo, basato sulla Fisica del Caos, ha permesso di confrontare 25.000 microstrutture marziane con 15.000 microstrutture terrestri di microbialiti e stromatoliti.

Figura 8b. Una stromatolite terrestre attuale. Località: Lagoa Salgada , Brasile. Foto: V. Rizzo

I risultati ottenuti hanno evidenziato una forte somiglianza statistica, suggerendo la presenza di stromatoliti negli affioramenti marziani di Meridiani Planum (esplorato da Opportunity) e, successivamente, nel cratere Gusev (esplorato dal rover Spirit).

Verso una comprensione più ampia

Se effettivamente esistono stromatoliti su Marte, ciò implica la presenza di cianobatteri o equivalenti marziani da cui è nato l’interesse a cercare ulteriori tracce di un ecosistema marziano. In poco tempo le evidenze raccolte si sono moltiplicate al punto che una trattazione esaustiva su una rivista scientifica non è sembrata sufficiente. Ecco quindi la necessità di realizzare un volume dedicato, in cui oltre ai dati già noti, sono state presentate numerose tipologie strutturali riferibili alle microbialiti. Nel secondo capitolo del libro, Vincenzo Rizzo documenta alcune delle sue ricerche più recenti. Negli ultimi due anni, esse hanno consentito la catalogazione di ben 226 immagini di possibili stromatoliti o microbialiti e 58 immagini di putativi fossili o microfossili, includendo organismi multicellulari. Sono tutte strutture osservate negli affioramenti marziani e che non sembrano spiegabili con processi abiogenici e mostrano analogie con fossili terrestri.

Figura 9 sopra e sotto. Sei indici frattali (complessità geometrica delle strutture, grado di ordine delle strutture, casualità, tortuosità delle forme) e i diametri medi delle forme su 15.000 microstrutture di stromatoliti/microbialiti terrestri e di 25.000 microstrutture marziane fotografate dal Rover Opportunity presso Meridiani Planum, Marte. Gli indici numerici – medie e deviazioni standard – si sovrappongono quasi con precisione con elevatissima significatività statistica (p<0.004). Stromatoliti, e quindi vita, nel lontano passato di Marte? Bianciardi, G., Rizzo, V. & Cantasano, N.. “Opportunity Rover’s image analysis: microbialites on Mars?” Int. J. Aeronaut. Space Sci. 15(4), 419–433, 2014

A seguire alcune delle tavole presentate, tra le innumerevoli che mostrano impressionanti somiglianze Terra/ Marte e che ci parlano di una vita sul Pianeta Rosso.

Figura 10. Strutture marziane (B-B2,in basso) a filari di sferule, che danno luogo ad una tessitura delle immagini alquanto singolare, con le stesse caratteristiche dimensionali e forme osservate nelle stromatoliti terrestri (A-A2), generate da colonie di cianobatteri. Tessiture che, non si osservano in rocce laminate di origine abiogenica. Sono le tessiture che una volta da noi sottoposte a analisi numerica, frattale, comparative su un gran numero di campioni, hanno prodotto un altissimo grado di sovrapposizione Terra/Marte con significatività statistica elevata (vedi immagine precedente).Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo
Figura 11. Una struttura caratterizzata da una costruzione reticolata (che nei reperti terrestri in microscopia elettronica si vedrà formata da grumi allineati dai cianobatteri), qui visibili in filari intrecciati (1) e con moltissimi conseguenti vuoti infrastrutturali, sia puntiformi (2) che infralaminari (3). Immagini che si sovrappongono perfettamente nelle stromatoliti terrestri, quindi di origine biologica (in basso) con le immagini riprese su Marte (in alto). Strutture che è assai difficile da spiegare in ambito sedimentario, abiologico.Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo.
Figura 12. Strutture marziane a microatolli: aspetto tipico delle stromatoliti terrestri con perfetto match di forma e dimensione.Notare anche la patina biancastra sottostante la coltre grigio bruna, anche questo aspetto tipico nelle stromatoliti terrestri e sulla Terra attribuita a prodotto secondario di attività microbica.
Figura 13. Strutture riprese su Marte perfettamente sovrapponibili, sulla Terra, ad un cosiddetto “tappetino” microbico, prodotto di elaborazione di microrganismi. Curiosity, Sol 890.Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo.
Figure 14/14a  Strutture complesse, millimetriche, mineralizzate, ancora una volta ingiustificabili con i normali processi sedimentari abiogenici, alghe verdi sulla Terra, forme perfettamente sovrapponibili nei sedimenti marziani. Sotto, in un ingrandimento delle strutture. Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo. Campione terrestre: https://www.fossilienatlas.de, file 15557290942. credit Stephan Schorn).

 

Figura 15  Strutture coniche o cilindriche, richiamano fortemente fossili di alghe verdi. Sfugge a qualsiasi ragionamento logico sui processi sedimentari, immaginare che strutture così possano essersi generate da processi abiogeni. Va anche osservato che non si conoscono strutture simili di natura abiogenica sulla Terra;Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo.
Figura 16  Un’immagine ripresa da Curiosity, poi fortemente ingrandita. 1) forme tubolari (o nastriformi), forse ramificate (cerchio tratteggiato); larghe 2-3mm elunghe fino a 2,5 cm; ma talvolta anche molto più lunghe e fortemente arcuate;2) In alcuni casi le stesse forme mostrano strozzature ripetute e regolari, ad intervalli di circa 2mm;3) Forme che sembrerebbero sempre forate e settate/segmentate internamente;4, 5) Una forma diversa, molto più larga, a guscio sottile e a strati sovrapposti (4) e ricurvi (5);6) Altra forma rappresentata da un cono largo e tozzo, cavo, con guscio a strati sovrapposti che ricorda fortemente i gusci di fossili terrestri ancestrali. Forme che testimoniano corpi flessibili, che non hanno controparti abiogene note; presentanti, invece, tratti morfologici e strutturali tipiche di varie forme di fossili di alghe verdi. Foto: NASA; Elaborazioni: V. Rizzo.
Figura 17 Curiosity Rover, Aeolis Palus, cratere Gale, Marte, Sol 880. Con un ingrandimento elevato, gli affioramenti marziani rivelano la presenza di microstrutture a losanga (in alto a sinistra). Queste sono state estratte e ingrandite, applicato un filtro Canny di inseguimento dei contorni e ottenuto il negativo (a destra). E’ stata determinata la dimensione frattale e l’entropia. La stessa analisi è stata eseguita confrontando Euglena mutabilis e cristalli di gesso (in basso a sinistra). I parametri non lineari ci hanno permesso di escludere l’ipotesi che le microlosanghe possano essere cristalli inorganici e confermano l’ipotesi che vi sia una identificazione con fossili di forme di vita quali Euglena mutabilis, un’alga unicellulare. G. Bianciardi e al., “Evidence of Martian Microalgae at the Pahrump Hills Field Site: a morphometric analysis”. Journal of. Astrobiology, (7), 70-79, 2021.

Quindi alghe su Marte?

Nel 2017, durante il Convegno Annuale della Lunar and Planetary Society fu presentata un’analisi delle immagini ottenute dalla Pan Cam del Rover Spirit. Le immagini Mostravano la presenza di canali scavati dall’acqua circondati da un “sottile strato di materiale verde” e “sferule verdi” che potevano richiamare alghe fotosintetiche nella regolite marziana.

Nel 2019, Trainer et al.3 descrissero un fenomeno legato all’ossigeno atmosferico di Marte. Poiché l’ossigeno ha un’emivita di circa cinque anni e subisce perdite costanti nello spazio, i ricercatori osservarono un aumento dei livelli di ossigeno in primavera ed estate. Tra le ipotesi avanzate per spiegare questo fenomeno, la presenza di licheni e alghe fotosintetizzanti risultò una delle più plausibili.

Nel 2020, Rizzo4 analizzò dettagli degli affioramenti marziani ripresi dalla fotocamera Mars Hand Lens Imager (MAHLI) a bordo di Curiosity. Tra le osservazioni vi erano macchie allungate, curve, bianche, a forma di losanga, che terminavano su entrambi i lati in un punto interpretate come analoghe alle Cyanophyta (alghe verdi) e ad alcune forme di Euglene terrestri. Le microstrutture furono individuate nella regione di Aeolis Palus, nel cratere Gale, un’area ritenuta residuo di un antico lago d’acqua dolce. In passato, le stesse formazioni erano state identificate da altri autori come cristalli minerali, analoghi al gesso5. Nel 2021, Bianciardi6 applicò un’analisi frattale per distinguere tra le due ipotesi. I risultati mostrarono che le microstrutture delle losanghe marziane possedevano una dimensione frattale e un’entropia significativamente diverse da quelle del gesso (p < 0,01). Al contrario, tali parametri si sovrapponevano a quelli di un’alga unicellulare estremofila terrestre, l’Euglena mutabilis. Nel 2021 e 2022 Richard Armstrong (co-autore nel libro con analisi morfometriche tradizionali euclidee, con le quali mostra ulteriori evidenze verso l’interpretazione delle microstrutture geologiche marziane come stromatoliti e alghe verdi nel passato di Marte) segnala evidenze nel lon tano passato di Marte della presenza di licheni, spugne e coralli, forme di vita tra le più antiche sul nostro pianeta.

Tutti indizi quelli sin ora raccolti che sicuramente sollevano interrogativi sulla somiglianza tra le strutture marziane e terrestri e ulteriori studi potrebbero ulteriormente chiarire la natura di queste formazioni e contribuire anche alla comprensione della storia di Marte. A questo punto però ci potremmo comunque domandare: come mai questa grande affinità di presunta vita marziana con quella terrestre?

Panspermia marziana? Evoluzione convergente?

Le somiglianze morfometriche tra le strutture marziane e le stromatoliti terrestri sollevano domande intriganti. Gli indici frattali ottenuti dagli affioramenti di Opportunity e Spirit presentano un elevato grado di sovrapposizione con quelli delle stromatoliti terrestri, suggerendo una possibile connessione. Secondo alcuni studi, le prime stromatoliti su Marte potrebbero risalire a circa 3,7 miliardi di anni fa (Noffke, 2015) giustificando l’ipotesi di un trasporto di forme di vita semplice tra Terra e Marte, o viceversa, attraverso processi di litopanspermia.

L’idea di un trasporto di materiale biologico tra pianeti non è nuova, ma per molto tempo è stata considerata improbabile a causa delle condizioni estreme legate agli impatti e al transito nello spazio. Studi più recenti, tuttavia, suggeriscono che alcune porzioni di rocce espulse nello spazio durante grandi impatti potrebbero non subire temperature sufficienti a sterilizzare eventuali forme di vita.

Simulazioni al computer indicano che circa il 5% dei frammenti di Marte espulsi nello spazio potrebbe raggiungere la Terra, con una parte significativa che arriva in meno di 10 milioni di anni. Esperimenti hanno dimostrato che batteri incastonati in rocce o protetti da strati di ghiaccio o sale possono sopravvivere per milioni di anni alle radiazioni cosmiche. Inoltre, meteoriti come ALH84001 mostrano tracce di campo magnetico che indicano temperature interne inferiori ai 40 °C nel rientro in atmosfera, compatibili con la sopravvivenza di spore batteriche. Un’altra possibilità è l’evoluzione convergente. Le condizioni ambientali simili tra Marte e Terra in epoche remote potrebbero aver indotto alla formazione di strutture biologiche analoghe, indipendentemente dalla loro origine. Un fenomeno che è ben documentato sulla Terra, dove specie non correlate hanno sviluppato caratteristiche simili per adattarsi a condizioni ambientali analoghe.

Ulteriori missioni e analisi saranno necessarie per approfondire queste ipotesi e chiarire se Marte abbia ospitato, o ospiti ancora oggi, forme di vita, ma non possiamo non sottolineare le numerose evidenze che si stanno accumulando per un discorso pro-vita sul IV pianeta del Sistema Solare.

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

OSSERVAZIONE DEL VANGUARD 1, IL PIÙ VECCHIO SATELLITE ARTIFICIALE ANCORA IN ORBITA

Cenni storici

Nei piani degli USA il primo satellite artificiale della storia ad orbitare attorno alla Terra doveva essere loro. Sarebbe stato il contributo americano per l’Anno Geofisico Internazionale previsto tra il 1957 e il 1958. Tra le proposte prese in esame venne scelto il progetto Vanguard, alla cui direzione c’era la marina statunitense. Consci che anche l’Unione Sovietica stava lavorando, pur molto più silenziosamente, allo stesso obbiettivo, gli americani erano però convinti di essere in grande vantaggio sui rivali e rimasero scioccati quando il 4 ottobre 1957 vennero anticipati dalla messa in orbita dello Sputnik 1, che girò attorno al nostro pianeta per 3 mesi prima di distruggersi rientrando in atmosfera. Un mese dopo, il 3 novembre 1957, i sovietici lanciarono lo Sputnik 2 con a bordo la cagnolina Laika, che si distrusse rientrando in atmosfera più di cinque mesi dopo. Messi sotto pressione, il 6 dicembre 1957 gli americani affrettarono troppo i tempi rimediando una figuraccia. Il razzo TV3 che doveva segnare la riscossa a stelle e strisce esplose infatti al decollo deludendo le eccessive aspettative. Finalmente il primo febbraio 1958 fu il razzo Jupiter-C a portare nello spazio il primo satellite americano, l’Explorer 1, che rimase in orbita per dodici anni prima del distruttivo rientro sulla Terra. Un mese e mezzo dopo, il 17 marzo 1958, gli americani lanciarono il Vanguard 1. Il minuscolo satellite era costituito da una sfera di alluminio di nemmeno 17 centimetri di diametro del peso di 1,5 kg da cui fuoriuscivano sei antenne di 30 cm. Venne inserito su un’orbita ellittica di 654 x 3969 km. E fu il primo a montare pannelli fotovoltaici per alimentare la propria strumentazione. L’ultimo suo segnale fu ricevuto nel maggio del 1964. A differenza dei suoi predecessori però, il manufatto è ancora in orbita e si ritiene che vi resterà ancora per qualche secolo.

Il tentativo

L’osservazione dei satelliti artificiali è un campo che da anni mi affascina, soprattutto se sono luminosi e/o prestigiosi. Nel febbraio del 2023 accedendo al noto ed affidabile sito heavens-above.com, che riporta e traccia i passaggi di tanti oggetti lanciati dall’uomo, entrai nel database notando che erano presenti satelliti molto vecchi di cui era possibile ricostruire il passaggio e conoscere la luminosità prevista. Mi interessai al Vanguard 2, il primo satellite meteorologico della storia lanciato nel febbraio del 1959, che veniva dopo il più antico della lista, il Vanguard 1, meno luminoso. Proprio la luminosità migliore mi fece concentrare sul primo, che secondo i dati forniti da HeavensAbove arrivava talvolta a sfiorare la decima magnitudine. Ne tentai l’osservazione poco tempo dopo servendomi di un binocolo dal diametro generoso. Seppure un po’ meno luminoso delle previsioni rimasi molto soddisfatto nell’avvistare il secondo oggetto più antico lanciato dall’uomo ancora in orbita. Motivato dal successo vinsi i dubbi e mi concentrai sul più vecchio in assoluto il Vanguard 1, decisamente più difficile, che nei momenti migliori, secondo i dati riportati, si avvicina all’undicesima magnitudine. Tentai sia di osservarlo direttamente che di registrarlo fotograficamente, ma non riuscii in nessuno dei due intenti. Mi chiesi a quel punto se i dettagli del passaggio fossero davvero corretti e po’ deluso richiusi nel cassetto il progetto. Quel cassetto lo avrei riaperto tempo dopo, quando gli stimoli sarebbero tornati.

Il sogno si avvera

Pomeriggio del 24/1/2024. Dopo aver scaricato dal sito la traccia del passaggio del Vanguard 1, tramite il mio software astronomico (Perseus) affino i dettagli del passaggio. Aspetterò il satellite in un punto prestabilito non distante dalla stella Zeta Virginis di magnitudine 3,37. Vanguard 1 raggiungerà in quel momento la dodicesima grandezza, non il massimo assoluto possibile ma alla portata del riflettore da 30 cm. che userò per il tentativo. L’orario del transito è di quelli davvero scomodi, le 3.40 della notte. Sono sul posto ovviamente prima per preparare tutto nei dettagli. Il cielo è splendido, buio e limpido. Tramite lo star-hopping muovo lo strumento da Zeta Virginis fino alla stellina nei cui pressi è previsto il transito del satellite. Applico poi l’oculare da 15 mm. che mi fornirà 80 ingrandimenti. Sarei facilitato con un ingrandimento più basso ed un conseguente campo maggiore, ma non voglio rischiare che la luminosità del fondo cielo, aumentando, renda meno nitido lo sfondo. Di contro il campo minore, se le coordinate fossero anche solo leggermente sbagliate, potrebbe negarmi la visione del satellite. Cinque minuti prima del momento topico comincio nervosamente ad osservare, regolando nei minimi dettagli la messa a fuoco e la posizione. Due minuti prima mi attacco all’oculare non staccandomi più. L’orario del passaggio potrebbe magari differire rispetto a quello previsto. Il tempo trascorre veloce, chissà se stavolta verrò premiato. D’un tratto ecco un flebile puntino comparire e subito sparire nella zona bassa dell’oculare. Stacco l’occhio incredulo, il Vanguard 1 si è materializzato per un istante, quel tanto che mi ripaga della levataccia, del freddo, dei lunghi preparativi e dei dubbi. Continuo a ripetermi, –L’ho visto davvero…-. Si, è così, a quasi sessantasei anni dal lancio ho visto il più antico reperto spaziale esistente sfrecciare tra le stelle.

La MezzaLuna e la Stella: Astronomia Islamica

Didascalia: Testo e astrolabio dal libro della nascita di Iskandar, nipote di Tamerlano Data: XV secolo Fonte: https://wellcomecollection.org/works/aayxb8gn Autore: Wellcome Collection

Trovare soluzioni realistiche tra inquinamento luminoso e illuminazione del patrimonio culturale.

Sappiamo già che il Medioevo non esiste. O meglio, certamente non esiste nella versione parodistica e deformata a cui si era portati a pensare da una lettura limitata e parziale della Storia: guerre, pestilenze, carestie, inquisizioni, e in generale un periodo di ignoranza e oscurantismo. Grazie ad un rinnovato interesse per il racconto storico, e anche al lavoro di diversi divulgatori, si sta finalmente diffondendo una rivalutazione del periodo storico che va dal quinto al quindicesimo secolo, e che viene scolasticamente indicato come Medioevo. Che non era certamente un periodo oscuro tra la luce della Classicità e i lumi della Modernità, ma un millennio che ci ha regalato un’arte sublime, una letteratura affascinante, una tecnica raffinata, e una creatività politica senza precedenti. Anche la scuola si è aperta a questa diversa visione del Medioevo, e questo ha dato la possibilità a docenti e discenti di esplorare nuove letture di un periodo storico così ampio e differenziato.

Didascalia: Fasi lunari
Data: XI secolo
Fonte: Biblioteca Museo del Parlamento Iraniano
Autore: Muhammad al-Biruni
Credits: pubblico dominio

C’è inoltre un altro aspetto che bisogna considerare: quello di una visione profondamente euro-centrica della Storia. Anche in questo campo, molti passi sono stati fatti e molti altri si stanno facendo per offrire ai discenti una prospettiva che sia davvero rappresentativa di una Storia umana molto più complessa e ramificata di quanto fosse tradizionalmente insegnato. Ancora di più, questo aspetto non può essere trascurato nel contesto scolastico contemporaneo, nel quale sappiamo che una percentuale, ampia di studenti e studentesse provengono per prima o seconda generazione dal Mediterraneo, o paesi del Medio Oriente, quindi generalmente (ma non necessariamente) sono di cultura islamica e di lingua araba. Esistono numerosi punti di interesse nei discorsi che si possono fare riguardo le questioni di immigrazione, integrazione, inclusione, cittadinanza, emancipazione, ma in questo caso mi voglio concentrare su un aspetto molto preciso e molto particolare, ma che può risultare interessante da approfondire.

Didascalia: Mappa zodiacale e case lunari
Data: XVI secolo
Fonte: Museo dell’Arte Turca e Islamica di Istambul
Autore: manoscritto Zubdat-al Tawarikh
Credits: pubblico dominio

È infatti ragionevole concludere che la storia della scienza, come viene tradizionalmente insegnata, abbia subito gli effetti di due pregiudizi: da una parte, il Medioevo come epoca dei “secoli bui”, e dall’altra la Storia intesa sostanzialmente come “storia dell’Europa”. Da questo combinato disposto risulta quindi spesso che l’influenza dei paesi di cultura islamica e di lingua araba nella storia della scienza durante il periodo medioevale venga derubricato ad un breve capitolo, che suona sostanzialmente come “durante il Medioevo si persero tutte le conoscenze degli antichi greci e romani, finché finalmente arrivò il Rinascimento che fece riscoprire tutte quelle conoscenze che erano in parte state conservate dalle traduzioni in lingua araba”, che ovviamente non solo è una visione parziale della storia, ma è anche umiliante per tutta la produzione originale di conoscenza che ci è arrivata dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. L’astronomia, in particolare, contiene al suo interno un contributo enorme dovuto alle osservazioni, agli studi, e alle intuizioni di figure di fondamentale importanza nate in seno alla cultura islamica, e i cui nomi sono spesso sconosciuti ai più se non appassionati di storia dell’astronomia, come Muhammad al-Khwarizmi, Ahmad al-Farghani, Muhammad al-Battani, Ali Ibn al-Shatir, Nur al-Bitruji.

 

Parlarne può essere un ottimo esercizio, con molteplici vantaggi. Non solo costruire competenze trasversali per tutto il gruppo di discenti, ma anche aiutare ragazze e ragazzi con un retroterra familiare diverso ad acquisire consapevolezza dei contributi scientifici portati dalla cultura del paese di origine della loro famiglia, nonché ovviamente allargare gli orizzonti interculturali degli studenti e delle studentesse inserendo nuove prospettive sulla costruzione condivisa del capitale di competenze della scienza moderna.

Didascalia: Astrolabio persiano
Data: XVIII secolo
Fonte: Museo Whipple di storia della scienza, Cambridge
Autore: Andrew Dunn

Il segno impresso con efficacia dalla cultura islamica nell’astronomia è ad esempio il nome attribuito ad un gran numero di stelle, che hanno spesso una radice nella lingua araba, riconoscibile facilmente dal prefisso al- corrispondente all’articolo determinativo. Tra i casi più noti e famosi, troviamo Aldebaran (“colei/colui che seguace”), Altair (“[l’aquila] che vola”), Alcor (“la debole”), Algol (“il demone”), Arrakis (“la danzatrice”), Betelgeuse (“la mano del gigante”), Deneb (“la coda”), Dubhe (“l’orso”), Fomalhaut (“la bocca del pesce”), Mizar (“la cinta”), Rigel (“il piede [del gigante]”), Vega (“[l’aquila] che si posa”), ma ce ne potrebbero essere moltissimi altri per essere spunto su una riflessione non solo storica e scientifica, ma anche linguistica.

Infine, è interessante notare come un’immagine che rappresenta oggetti astronomici sia diventato un simbolo utilizzato per rappresentare la cultura islamica: la mezzaluna e la stella . Come per tutti i simboli culturali, esistono varie e diverse interpretazioni sul suo significato, da quelli storici a quelli spirituali, ma in ogni caso è indubbio come questa scelta sottolinei e metta in risalto il fortissimo legame tra la cultura islamica e l’astronomia.

Nelle immagini a corredo di questo articolo molti altri esempi di strumenti e studi astronomici sviluppati nei primi secoli sopo l’anno mille. L’alto livello di comprensione è testimoniato da l’accuratezza delle rappresentazioni.

Didascalia: Moschea di Kota Kinabalu, Malaysia.
Data: 15 febbraio 2009
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Golden_Crescent_Moon.jpg
Autore: Dcubillas

L’idea quindi di sviscerare e meglio inquadrare il ruolo del contributo medio-orientale nello sviluppo delle discipline astronomiche presenta non solo una importante occasione di apprendimento interdisciplinare, ma una tema organico per l’inclusione sociale nel contesto della scuola contemporanea che va attentamente approfondito.

L’articolo è pubblicato in Coelum 257

Il Pianeta dei Robot: Robotica e coding per la didattica dell’astronomia

Locandina del Laboratorio dedicato alla robotica, organizzato da Pierdomenico Memeo durante l'edizione di Galassica del 2021.

Trovare soluzioni realistiche tra inquinamento luminoso e illuminazione del patrimonio culturale.

Gruppo nutrito, età variabile, assortimento umano in età scolare. In mezzo, una ragazzina sugli 8 o 9 anni: salopette, treccine, e occhioni, completo d’ordinanza della fanciullezza.
Allora: abbiamo visto quali sono i rover sbarcati su Marte nel corso degli anni. Adesso è il momento di costruire! Che cosa servirà al nostro rover per andarsene in giro sul pianeta rosso?
Silenzio.
Forza. Nessuna timidezza. Non ci sono risposte sbagliate, solo soluzione da valutare insieme. Tu, per esempio: prova a fare un’ipotesi.
Io? Boh. Non so. Le ruote?
Benissimo. Mi sembra un’ottima idea. E cosa serve per muovere le ruote?
Il motore?
Eccellente. Questo è il cacciavite, là ci sono i pezzi che servono. Comincia a montare.
Ma… io?
Certamente. Chi, se no? Ora sei tu l’ingegnera. Al lavoro.
Oh. Ok!

Pierdomenico Memeo autore dell’articolo durante un’attività simulata in ambiente marziano. Galassica Festival dell’Astronomia.

Lo so, lo so: troppo bello per essere vero. Eppure, sotto un sottile strato di vernice editoriale necessaria alla trascrizione della conversazione, questa è la rappresentazione fedele di una delle tante esperienze che mi sono capitate negli anni come divulgatore ed educatore scientifico. Ho scelto proprio questa esperienza personale per inaugurare questa rubrica dedicata alla didattica dell’astronomia perché credo che racchiuda molte delle chiavi di lettura per una vera educazione alla scienza: a partire dal metodo socratico, fino al superamento degli stereotipi di genere, tutti aspetti imprescindibili per una didattica efficace e inclusiva. Ci sono molti modi per insegnare la scienza: dalla lezione tradizionale al laboratorio didattico, dalla classe ribaltata all’apprendimento collaborativo. Io non credo che esista un metodo migliore o peggiore; l’insegnamento, come un abito su misura, deve soddisfare due condizioni: calzare alle necessità di chi lo utilizza, ed essere adeguato alla situazione nella quale si usa. Sia che indossiamo una toga accademica o una tuta da lavoro, quando queste due condizioni sono allineate, allora stiamo facendo della buona didattica. In questa rubrica parlerò quindi di numerose modalità di insegnamento, senza alcuna velleità di completezza, ma limitandomi a presentare esperienze di apprendimento per facilitare lo scambio di buone pratiche necessarie al conseguimento degli obiettivi didattici dell’educazione alla scienza.

In questa prospettiva, voglio quindi cominciare con un aspetto che mi è particolarmente caro, quello dell’apprendimento laboratoriale. Nella didattica delle scienze, infatti, mi sono sempre avvalso di un approccio pratico: montare, provare, riprovare, sbagliare, ricominciare. Non sempre è possibile, ma l’attività di laboratorio rende più chiaro e più solido il senso di quello che viene spiegato durante le ore di scienze: la scienza, mi piace ricordare, si fa soprattutto, e prima di tutto, con le mani. Vale la pena ricordare altresì che il laboratorio di scienze non è necessariamente solo cavi e brugole, ma esiste tutta una categoria di attività pratiche che si estende all’informatica e alla programmazione: la competenza digitale è ormai infatti un capacità che non può essere ignorata in nessun laboratorio.

il laboratorio “Il Pianeta dei robot”, a cura di Pierdomenico Memeo, presentato in occasione dell’edizione 2021 di Galassica – il Festival dell’Astronomia

Quando si parla di didattica dell’astronomia, l’immagine che abbiamo è spesso quella del laboratorio di ottica geometrica. Vale invece la pena ricordare che esiste tutto l’ambito della tecnologia spaziale, e in particolare quella legate all’esplorazione robotica. Questa rappresenta, per il secondo ciclo della scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, l’opportunità di sperimentare modalità di apprendimento pratiche e interattive: in questo contesto, l’immagine che più di tutte si presta alla curiosità e al coinvolgimento è certamente quella dei rover marziani. Dal 1997 con la missione Pathfinder, attraverso l’epopea dei rover gemelli Spirit e Opportunity, il successo enorme di Curiosity, fino ad arrivare al nostro 2021 con Perseverance e Zhurong, i piccoli (o non tanto piccoli) robot semoventi sulla superficie di Marte hanno sempre creato empatia e partecipazione, specialmente nei giovani e giovanissimi. Risulta quindi naturale utilizzare proprio questi protagonisti per le attività didattiche, per ricostruire la progettazione e la pianificazione delle missioni, dal loro aspetto ingegneristico a quello informatico, per acquisire le competenze scientifiche e tecnologiche.

Ma come trasformare un’idea in una attività didattica strutturata? L’approccio orientato alla risoluzione dei problemi può darci un mappa per orientarci in questa transizione. La prima fase, quindi, non può che essere quella di ricerca, utilizzando, in autonomia o in maniera guidata, semplici motori di ricerca o wiki/ipertesti realizzati appositamente e di cui non è difficile trovare esempi in rete. La comprensione delle soluzioni adottate fornisce la base delle azioni successive, costituite da “missioni” di difficoltà crescente, che costituiscono il cuore delle attività.

Per la loro realizzazione, esistono da tempo in commercio piattaforme robotiche modulari ad uso educativo, veri e propri piccoli robot programmabili, che possono essere utilizzati come strumenti per varie attività di costruzione e programmazione. Ce ne sono diversi, ognuno con le proprie caratteristiche, ma certamente quelli più adatti alle attività relative alla didattica dell’esplorazione spaziale sono quelli che è possibile modificare in modo da rispondere alle necessità delle “missioni marziane”. Se da una parte infatti l’utilizzo di robot didattici in kit permette di concentrarsi sulla qualità della programmazione che, a causa delle distanze letteralmente siderali, costituisce una parte imprescindibile dell’esplorazione spaziale, la possibilità di unire anche una parte di meccanica rende l’aspetto laboratoriale più pratico e creativo, capace di adattarsi a gruppi differenti. Uno degli aspetti più arricchenti di queste attività, infatti, è la possibilità di utilizzare metodologie di apprendimento collaborativo, con le quali dare ad ogni elemento del gruppo classe un ruolo all’interno dei gruppi di lavoro, rispettando abilità e inclinazioni di ciascuno, affiancando alle attività tecnologiche anche lo studio e la realizzazione degli aspetti “divulgativi”, come il disegno di loghi o storyboard della “missione marziana”.

Partendo quindi da una attività didattica di astronomia, è possibile alla fine progettare laboratori pratici orientati all’acquisizione di competenze scientifiche, tecnologiche, digitali, ma anche sociali e comunicative, in una visione organica e integrata dell’apprendimento. Perché la “scienza delle stelle” non può e non deve essere solo una curiosità per appassionati e cultori della materia, ma un patrimonio comune di tutti i cittadini di oggi, e soprattutto di domani.

L’articolo è pubblicato in Coelum 254

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Marzo 2025

0

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 130

L’esperta coppia Mirco Villi e Michele Mazzucato rompe il ghiaccio nel 2025 e mette a segno una doppia scoperta sempre nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, che utilizza il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. La prima scoperta è stata ottenuta la notte del 2 febbraio nella galassia a spirale barrata NGC180 posta nella costellazione dei Pesci a circa 230 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo oggetto appariva molto debole, pari alla mag.+19. Il CRTS Catalina è stato molto rapido ad inserire la scoperta nel TNS battendo sul tempo gli americani di un altro programma professionale di ricerca supernovae denominato ZTF Zwicky Transient Facility, che avevano immortalato due giorni prima questo transiente con una luminosità pari alla mag.+19,7. Da un follow-up del 5 febbraio sempre di ZTF la luminosità era salita intorno alla mag.+18. La posizione della galassia ospite NGC180 in questo periodo dell’anno però è purtroppo molto sfavorevole, essendo visibile bassa sull’orizzonte Ovest subito dopo il tramonto. Per questo motivo non è stato possibile riprendere uno spettro di conferma e pertanto al nuovo transiente è rimasta la sigla provvisoria AT2025arw.

1) Immagine di scoperta della AT2025arw in NGC180 ripresa dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.

La seconda scoperta è invece più interessante e da seguire in maniera più accurata. È stata ottenuta nella notte del 7 febbraio nella galassia a spirale NGC5602 posta nella costellazione del Bootes a circa 120 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+18,9. Nei giorni successivi la scoperta la luminosità è aumentata fino alla mag.+17 ma stranamente troppo debole per una supernova esplosa in una galassia relativamente vicina come NGC5602 (120 milioni a.l.). Una tipo Ia normale infatti avrebbe dovuto raggiungere la mag.+14. L’ottenimento dello spettro ha poi svelato questa stranezza. I primi ad ottenerlo sono stati gli astronomi dell’Osservatorio del Roque de los Muchachos nelle Isole Canarie con il Liverpool Telescope da 2 metri. La SN2025baq è una supernova di tipo Iax 02cx-like. Le supernovae di tipo Iax sono transienti rari e peculiari, che prendono il nome dal prototipo di questo gruppo di oggetti, cioè la SN2002cx. Sono supernovae di solito più deboli e con righe nello spettro molto più strette rispetto ad una normale supernova di tipo Ia e sono associate a popolazione stellare giovane. La loro interpretazione fisica è ancora in fase di approfondimento e sono perciò seguite con molto interesse dalla comunità astronomica internazionale.

2) Immagine della SN2025baq in NGC5602 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 8 immagini da 180 secondi.

I veri protagonisti di questo inizio 2025 sono però sicuramente gli astrofili cinesi del programma XOSS capitanati da Xing Gao e Mi Zhang, che nei primi due mesi del 2025 hanno già messo a segno ben 10 scoperte. Si tratta di supernovae molto deboli, a volte oltre la mag.+18 e collocate in piccole galassie, anche anonime. Soffermiamo adesso la nostra attenzione su quella che ha raggiunto una discreta luminosità, individuata nella notte del 3 febbraio nella galassia a spirale barrata UGC3007 posta nella costellazione del Perseo a circa 250 milioni di anni luce di distanza e situata non lontano (circa 4°) dalla famosa Nebulosa California. Al momento della scoperta il nuovo transiente mostrava una luminosità pari alla mag.+17,2 che è aumentata fino a raggiungere il massimo alla mag.+15,5 intorno al 20 febbraio. Nell’inserimento della scoperta nel TNS i cinesi hanno battuto sul tempo il programma professionale americano denominato ATLAS che aveva immortalato il nuovo oggetto il giorno prima, quando mostrava una luminosità pari alla mag.+18,5. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati ancora una volta gli astronomi dell’Osservatorio del Roque de los Muchachos nella notte del 5 febbraio sempre con il Liverpool Telescope da 2 metri. La SN2025aue, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di tipo Ia-91T con un forte assorbimento del Fe III e la quasi assenza del Si II. Le supernovae di tipo Ia-91T sono una sottoclasse delle tradizionali Ia caratterizzate da righe più larghe nello spettro e perciò da velocità di espansione e temperature più alte dei materiali espulsi dall’esplosione (eject). Hanno un’evoluzione fotometrica più lenta e sono associate a popolazione stellare giovane. La capostipite di questa sottoclasse è la SN1991T scoperta il 13 aprile 1991 dai nostri Mirko Villi e Giancarlo Cortini insieme a Bob Evans, nella bella galassia a spirale NGC4527.

3) Immagine della SN2025aue in UGC3007 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 180 secondi

4) Immagine della SN2025aue in UGC3007 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7

Il solito Koichi Itagaki mette a segno la sua prima scoperta del 2025 individuando un nuovo transiente nella parte periferica della galassia NGC3277. Ne parleremo in maniera più approfondita nella rubrica del prossimo mese.

 

Per seguire Supernovae Aggiornamenti: Iscriviti alla NewsLetter!

La Luna del Mese – Marzo 2025

LA LUNA DI MARZO 2025

Dopo la Luna Nuova con cui si è chiuso il mese scorso (il 28 alle 01:45) Marzo parte subito con un nuovo ciclo lunare che, come ormai sappiamo, ci presenterà il nostro satellite con porzioni della sua superficie sempre più illuminate dalla luce solare fino a ripristinare le condizioni gradualmente più favorevoli all’osservazione telescopica. Infatti alle ore 17:32 del 06 Marzo la Luna sarà in Primo Quarto in fase di 6,6 giorni ad un’altezza di +73° sopra l’orizzonte. Per effettuare osservazioni col telescopio basterà attendere poco più di un’ora e, dopo il transito in meridiano delle ore 18:08 a +75°, si renderà visibile per tutta la serata e fino alle prime ore della notte seguente quando poco dopo le 02:00 scenderà sotto l’orizzonte.

Dopo avere puntato il telescopio sull’area del bacino da impatto comunemente noto come “mare Nectaris” di 350 km di diametro con superficie di 101.000 kmq, potrà rivelarsi estremamente interessante cercare di individuare quanto oggi rimane dei vari anelli concentrici di questa eccezionale struttura geologica la cui formazione deriva dalla forza dell’onda d’urto sprigionatasi in seguito all’impatto originario. Infatti venne accertata (Baldwin 1949) la presenza di un anello più interno di 240 km di diametro oltre a più ampie strutture concentriche di 400 km, 620 km, 860 km fino all’anello più esterno esteso su un diametro di 1320 km il quale comprende anche l’imponente e notevole scarpata della Rupes Altai. Inoltre nella medesima serata la massima librazione coinciderà con l’area del bacino da impatto noto come “mare Australe” situato nel settore sudest della Luna ma esteso anche nell’altro emisfero.

Il procedere della fase crescente porterà il nostro satellite in Plenilunio alle ore 07:55 del 14 Marzo ad una distanza dalla Terra di 402308 km, diametro apparente 29.70’ ma si troverà a -16° sotto l’orizzonte. Come sempre accade in casi analoghi per le osservazioni al telescopio sarà sufficiente attendere il tardo pomeriggio quando alle ore 18:38 sorgerà in fase di 14,7 giorni presente in cielo fin verso l’alba del mattino seguente quando, contestualmente al sorgere del Sole, la Luna scenderà sotto l’orizzonte. Molto è già stato scritto riguardo l’utilità o meno delle osservazioni telescopiche sulla Luna Piena e sappiamo benissimo come varia la percezione anche di un medesimo dettaglio al variare dell’altezza del Sole sull’orizzonte lunare, pertanto non sarà proprio il caso di scandalizzarsi se qualche appassionato in una notte di Plenilunio orienterà il proprio telescopio verso quel pallone biancastro apparentemente insignificante ma invece sempre ricco di informazioni sulla variegata storia geologica del nostro satellite, basta andare a cercarle.

Ripartita la fase calante, alle ore 12:30 del 22 Marzo la Luna sarà in Ultimo Quarto a -21° sotto l’orizzonte (dopo essere tramontata alle 10:18), mentre per andare alla ricerca di dettagli sulla sua superficie con un telescopio si renderà necessario attendere fino alle ore 02:50 della notte seguente (il 23 Marzo) quando sorgerà in fase di 22,7 giorni. Segnalo che l’occasione può essere interessante per effettuare osservazioni nel settore nordovest della Luna e precisamente in prossimità della zona più settentrionale dell’oceanus Procellarum ora nota come “Lavoisier-Mairan Impact Basin” in cui il fenomeno della librazione favorevole potrà agevolare (seeing permettendo….) l’individuazione di strutture situate oltre il bordo lunare.

Terminata la fase calante, alle ore 11:58 del 29 Marzo il nostro satellite, allineato fra il Sole e la Terra, sarà in Novilunio con l’emisfero buio in questo caso rivolto verso il nostro pianeta, andando così a chiudere questo mese la sera del 31 Marzo con una sottile falce di poco più di 2 giorni e con un nuovo ciclo lunare appena iniziato.

Congiunzioni Notevoli

Congiunzione Luna-Giove

Alle ore 12:30 del 6 Marzo il pianeta Giove sarà in congiunzione abbastanza larga (separazione di 5,6°) con la Luna in fase di 7 giorni ad un’altezza di +22/23° sull’orizzonte ma questa volta in orario diurno e col Sole alla distanza di 88°. Con un telescopio l’utilizzo di un filtro IR Pass potrà rivelarsi molto utile per scurire drasticamente il fondo cielo in modo particolare per l’individuazione di Giove, facendo attenzione a non intercettare la luce solare.

Congiunzione Luna-Marte

Congiunzione fra il pianeta Marte ed il nostro satellite alle ore 01:26 del 9 Marzo con la Luna in fase di 9,8 giorni ad un’altezza di +26/27°. I due oggetti giungeranno ad una separazione minima di 1,20° garantendo pertanto un altro spettacolare evento lunare a cui potremo assistere nel corso del mese.

Congiunzione Luna-Saturno

Congiunzione fra il pianeta Saturno e la Luna nel primo pomeriggio (ore 13:14) del 28 Marzo col nostro satellite in fase di 28,4 giorni (mancherà 1 solo giorno al Novilunio del 29 Marzo ore 11:58 !!) e ad un’altezza di +38°. La separazione fra Saturno e la Luna sarà di 1,12° mentre entrambi si troveranno a 13/14° di distanza dal Sole. Si tratterà pertanto di una congiunzione alquanto problematica considerando che osservazioni al telescopio richiederanno l’utilizzo di un filtro IR Pass per scurire il fondo cielo illuminato dal Sole in quanto si tratterà di individuare una sottile falce lunare di 28,5 giorni e il pianeta Saturno posizionato a 1,12° di distanza. Osservazione decisamente stimolante anche se di non semplice attuazione che richiederà in ogni caso la massima attenzione per evitare danni irreversibili alla propria vista.

Le FALCI lunari di MARZO

Per chi segue le falci lunari primo appuntamento per il tardo pomeriggio dell’1 Marzo con una sottile falce in Luna crescente di 1,7 giorni che alle ore 19:58 scenderà sotto l’orizzonte. La successiva serata, il 2 Marzo, alle ore 21:16 tramonterà una falce di 2,8 giorni sulla cui superficie si potranno già individuare le innumerevoli strutture geologiche del settore orientale della Luna. Riguardo la Luna calante, alle ore 04:10 del 25 Marzo sorgerà una falce di 25 giorni ed una falce ancora più sottile (età 26 giorni) sorgerà alle ore 04:40 della successiva nottata, il 26 Marzo, mostrando in entrambi i casi i settori più occidentali del nostro satellite. Infine alle ore 05:06 del 27 Marzo uno spettacolo da non perdere: Il sorgere in contemporanea di una falce di 27 giorni e del pianeta Venere separati da circa 26°. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli. Sarà inoltre di fondamentale importanza evitare nel modo più assoluto di intercettare la luce solare al fine di prevenire gravi danni, anche irreversibili, alla propria vista.

TABELLA DEGLI EVENTI LUNARI DI MARZO

Fase Data Ore Sorge Culmina Tramonta Distanza dalla Terra Diam App
Primo Quarto 06-mar 17:32 09:59 10:08 01:11 369279 km 32.36’
Luna Piena 14-mar 07:55 18:38 00:07 06:28 402308 km 29.70’
Ultimo Quarto 22-mar 12:30 01:57 06:08 10:18 395755 km 30.19’
Luna Nuova 29-mar 11:58 05:53 12:14 18:49 354275 km 33.73’
Luna Crescente dal 01 al 14
Luna Calante dal 14 al 29
Luna Crescente dal 29 al 31
Perigeo 01-mar 21:18 361964 km 33’00”
Apogeo 17-mar 16:36 405754 km 29’26”
Perigeo 30-mar 05:25 358130 33’21”

LIBRAZIONI di MARZO

Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.

– 04 Marzo: Massima Librazione a sud del mare Australe.
– 05 Marzo: Massima Librazione mare Australe.
– 06 Marzo: Massima Librazione mare Australe.
– 07 Marzo: Massima Librazione mare Australe.
– 08 Marzo: Massima Librazione mare Australe.
– 09 Marzo: Massima Librazione mare Australe.
– 10 Marzo: Massima Librazione a est del cratere Furnerius.
– 11 Marzo: Massima Librazione a sudest del cratere Petavius.
– 12 Marzo: Massima Librazione a est del cratere Petavius.
– 13 Marzo: Massima Librazione mare Smythii.
– 14 Marzo: Massima Librazione a est del mare Crisium.

– 15 Marzo: Massima Librazione a est del cratere Endymion.
– 16 Marzo: Massima Librazione Regione Polare Settentrionale (Meton).
– 17 Marzo: Massima Librazione Regione Polare Settentrionale (Anaximenes, Philolaus).
– 18 Marzo: Massima Librazione a nord del cratere Pythagoras.
– 19 Marzo: Massima Librazione a W-NW del cratere Pythagoras.
– 20 Marzo: Massima Librazione a nord del cratere Xenophanes.
– 21 Marzo: Massima Librazione a nord del cratere Xenophanes.
– 22 Marzo: Massima Librazione a nord del cratere Galvani.
– 23 Marzo: Massima Librazione a ovest del cratere Galvani.
– 24 Marzo: Massima Librazione a nordovest del cratere Gerard.
– 25 Marzo: Massima Librazione a ovest del cratere Gerard.


–  Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla Città di Roma, dati rilevati dai siti https://theskylive.com/http://www.marcomenichelli.it/luna.asp


Vuoi essere sempre aggiornato sul Cielo del Mese?

ISCRIVITI alla NEWSLETTER!

Svelato il segreto del Colore di Marte!

Ci siamo sempre sbagliati sull’origine del colore di Marte? Una nuova ricerca ha sfruttato lo stato dell’arte delle conoscenze su Marte e i potenti strumenti con cui NASA e ESA studiano da decenni la sua superficie. Siamo così probabilmente venuti a capo del mistero che nei millenni ha indotto innumerevoli popoli ad associare il Pianeta Rosso al sangue, la guerra e la violenza. E tutto per colpa di banale…ruggine.

Immagine di Marte scatta il 24 febbraio 2007 dalla sonda Rosetta. Il pianeta è stato sorvolato durante il viaggio verso la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko

Primo autore dello studio, pubblicato oggi sulla rivista Nature Communications, è il ricercatore post-doc Adomas Valantinas che ha iniziato il suo lavoro all’Università di Berna concludendolo alla Brown University in Rhode Island.

Sino ad ora si riteneva che l’ossido di ferro, il composto abbondantissimo su Marte e che conferisce il caratteristico colore, si fosse generato in un’epoca posteriore a quella in cui il pianeta aveva ospitato acqua allo stato liquido, quindi in un ambiente cosiddetto iper-arido. Queste condizioni ambientali permettono la formazione di un particolare ossido chiamato ematite che si produce dall’interazione del ferro con l’ossigeno atmosferico. Le osservazioni spettrali da satellite e con gli strumenti ottici in dotazione ai rover fallivano nell’individuazione diretta di acqua nella firma chimica delle rocce, quindi la genesi secca nel periodo Amazzoniano (stimato da 3 miliardi di anni fa ai giorni nostri) era la conclusione più cauta a cui giungere sebbene la questione restasse aperta. La risposta porta infatti con sé implicazioni importanti relative alla possibile, antichissima, abitabilità di Marte. 

Il recente studio ha fatto un passo avanti inedito riuscendo a ricreare sulla Terra un fedelissimo campione di suolo marziano. I ricercatori hanno replicato non solo la chimica ma persino la dimensione delle particelle. Questo dettaglio importante è stato reso possibile grazie all’uso di un sofisticato “macinino” che ha prodotto granelli di dimensioni inferiori al micron.

Planetary Grinder Retsch PM100, lo strumento usato per tritare con altissimo controllo la miscela di ferridrite e basalto

L’indicazione per tale dimensione è stata prodotta dal satellite ESA Trace Gas Orbiter, la cui particolare orbita consente l’osservazione delle regioni di Marte in svariate condizioni di illuminazione e da vari angoli. Questo ha permesso agli scienziati di stimare dimensione e composizione delle particelle, un passo fondamentale nel ricreare la regolite marziana. 

Polvere marziana ricreata in laboratorio. Crediti: A. Valantinas

Come dei cuochi che tirano a indovinare gli ingredienti di una ricetta, i ricercatori hanno fatto esperimenti con nove diversi tipi di ossidi di ferro in proporzioni variabili rispetto al basalto. Ogni tentativo di miscela tra roccia e ossidi è stato poi analizzato confrontando misurazioni in situ, orbitali e in laboratorio, queste ultime eseguite con strumenti che replicano fedelmente le capacità di misura su Marte. Il risultato è stato che una miscela superfine di basalto e ferridrite in rapporto 2:1 si sovrappone in modo praticamente perfetto agli spettri ottici che abbiamo rilevato negli anni. Gli apparati che hanno prodotto le misure di riferimento sono parecchi: IMP di Mars Pathfinder, PANCAM di Opportunity e MER di Curiosity relativamente alle analisi in superficie; OMEGA di Mars Express e CRISM di Mars Reconnaissance Orbiter per quanto riguarda le rilevazioni satellitari.

Il mix di ferridrite e basalto (linea blu nel grafico di sinistra) replica perfettamente gli spettri attesi a differenza del mix con ematite (linea rossa nel grafico di destra). Crediti: ESA/A.Valantinas

La ferridrite, il composto che ha fornito una perfetta aderenza alle curve spettrali, è un altro tipo di ossido di ferro che, a differenza dall’ematite, si forma in presenza di acqua allo stato liquido. La sua formazione è legata strettamente al passato in cui Marte abbondava di acqua, permettendo di datare molto presto nella sua storia la formazione di questo composto. Inoltre i ricercatori hanno dimostrato, tramite esperimenti di laboratorio e calcoli cinetici, che la struttura cristallina debole della ferridrite è sufficientemente solida da conservarsi stabile per miliardi di anni nelle attuali condizioni di deserto arido che Marte presenta. Le rocce ricche di ossidi si sarebbero prodotte in prossimità di mari e laghi, e successivamente rotte e polverizzate nell’arco di miliardi di anni. A questo punto i venti le avrebbero facilmente distribuite sull’intera superficie del pianeta, fatto confermato dalla sostanziale uniformità delle rilevazioni spettrali.

Crediti: ESA. Traduzione: Antonio Piras per Coelum Astronomia

I geologi planetari aspettano con interesse i risultati delle prossime analisi sul suolo marziano, sia quelle che svolgerà Rosalind (il rover dell’ESA che potrebbe vedere il lancio nel 2028) che quelle sui campioni di Mars Sample Return. Perseverance ha già messo al sicuro un campione di regolite che tra qualche anno ci permetterà di svelare quanta ferridrite contiene e rispondere alle domande sulla storia dell’acqua, e forse della vita, su Marte.

Fonte: ESA

Aggiornamento Definitivo: ridotte a nulle le probabilità di impatto per 2024 YR4

ESA-Science Office

AGGIORNAMENTO 25 febbraio 2025

La probabilità di impatto con la Terra è scesa al di sotto dello 0.002%, un valore che rientra nei margini di rischio considerati trascurabili.

La classificazione dell’asteroide sulla Scala di Torino è stata quindi ridotta a 0, in quanto 2024 YR4 non rappresenta più una minaccia diretta per il nostro pianeta. Sebbene il monitoraggio proseguirà allo scopo di perfezionare ulteriormente le previsioni orbitali, i dati attuali indicano che il rischio di collisione con la terra è stato sostanzialmente annullato. Rimane, al momento, una probabilità di impatto con la Luna quantificata intorno all’ 1%.

AGGIORNAMENTO 23 febbraio 2025

Le recenti osservazioni hanno permesso di ridurre significativamente la probabilità di impatto con la Terra previsto per il 22 dicembre 2032. Nelle scorse settimane queste erano cresciute fino a raggiungere il 3,1%, per poi iniziare a decrescere, fino ad attestarsi, alla data di oggi 23 Febbraio, sotto sotto la soglia dello 0.2% (0.19% Esa, 0.18% Neodys, 0.13% Sentry). Parallelamente la pericolosità è scesa al livello 1 della scala Torino.

Il fenomeno per cui le probabilità di impatto di un asteroide iniziano con l’aumentare, per poi ridursi con l’acquisizione di nuovi dati è una conseguenza diretta del modo in cui vengono calcolate le orbite e dell’incertezza iniziale associata a queste previsioni. Quando un nuovo asteroide viene scoperto, la sua orbita viene determinata sulla base di un numero limitato di osservazioni, spesso raccolte in un arco di tempo molto breve. Questo implica una significativa incertezza sulla sua traiettoria, poiché piccoli errori nei dati iniziali possono tradursi in grandi variazioni nel lungo termine.

Nei primi giorni o settimane dopo la scoperta, si utilizzano i dati disponibili per calcolare una serie di possibili traiettorie future, ciascuna delle quali ha una certa probabilità di verificarsi. In questa fase, è possibile che alcune delle traiettorie ipotizzate passino molto vicino alla Terra o addirittura indichino un impatto. Poiché il numero di osservazioni è ancora insufficiente per determinare con precisione l’orbita effettiva, la probabilità di impatto può apparire inizialmente più alta rispetto alla realtà, semplicemente perché lo spettro di possibilità considerate in base ai dati disponibili non permette di escludere gli scenari più pericolosi.

Con l’aggiunta di nuove misure e con l’allungamento dell’arco osservativo, l’incertezza sulla traiettoria dell’asteroide si riduce progressivamente. Ogni nuova osservazione permette di affinare i calcoli orbitali, restringendo il range delle possibili traiettorie. In genere, ciò porta a escludere progressivamente quelle soluzioni che prevedevano un impatto, poiché diventa chiaro che l’asteroide transiterà a una distanza sicura dalla Terra. Questo spiega perché, dopo un iniziale aumento della probabilità di collisione – che riflette più che altro la nostra iniziale mancanza di dati precisi – il rischio tende progressivamente a diminuire fino ad azzerarsi nella maggior parte dei casi.

È importante notare che questo processo non è casuale, ma una diretta conseguenza del metodo scientifico utilizzato per determinare le orbite dei corpi celesti. I modelli matematici impiegati per il calcolo delle traiettorie si basano su equazioni che descrivono le leggi del moto gravitazionale e includono strumenti statistici che permettono di valutare il margine di errore delle previsioni. Più il tempo passa e più dati vengono raccolti, più la traiettoria dell’asteroide viene vincolata con precisione, riducendo l’incertezza e permettendo di determinare con sempre maggiore sicurezza se vi sia o meno un rischio concreto di impatto.

Adesso l’analisi della regione di possibile localizzazione di 2024 YR4 al 22 dicembre 2032 mostra una importante riduzione dell’incertezza rispetto alle stime precedenti e con il progressivo accumulo di dati osservativi, la fascia di possibili traiettorie continuerà a restringersi ulteriormente.

Parallelamente, le simulazioni indicano l’esistenza una probabilità attorno allo 0,8% che l’asteroide possa colpire la Luna.

Affinché un rischio di impatto venga annullato del tutto, è comunque necessario che la Terra e la Luna escano completamente dalla regione delle possibili traiettorie dell’asteroide.

Il monitoraggio continuerà nelle prossime settimane fintanto che resterà osservabile dai grandi diametri, con l’obiettivo di ottenere dati sempre più precisi sulla sua orbita e sulle sue caratteristiche fisiche.

AGGIORNAMENTO 12 febbraio 2025

Il James Webb Space Telescope (JWST) sarà utilizzato per studiare l’asteroide 2024 YR4, con l’obiettivo di affinare la nostra comprensione della sua dimensione, composizione e orbita. Uno degli aspetti più importanti dello studio riguarda la determinazione precisa delle dimensioni di 2024 YR4. Attualmente, il diametro stimato varia tra 40 e 90 metri, questa incertezza è dovuta al fatto che le misurazioni attuali si basano esclusivamente sulla luce visibile emessa dal nostro sole che viene naturalmente riflessa dall’asteroide. Poiché la luminosità apparente di un asteroide dipende dalla sua albedo, un corpo piccolo ma molto riflettente può sembrare simile a uno più grande ma meno riflettente. Webb sarà in grado di osservare l’asteroide nell’infrarosso, rilevando il calore che emette e ottenendo una stima molto più accurata delle sue dimensioni reali.

Il telescopio utilizzerà il suo strumento MIRI per ottenere dati termici dettagliati, mentre il NIRCam fornirà misurazioni di posizione. Queste osservazioni saranno fondamentali non solo per capire il potenziale di impatto di 2024 YR4, ma anche per affinare i modelli che determinano la pericolosità degli asteroidi.La prima serie di osservazioni avverrà a marzo 2025, quando l’asteroide sarà al massimo della sua luminosità e ancora osservabile da Webb. Un secondo ciclo avrà luogo a maggio 2025, allo scopo di monitorare come varia la temperatura dell’asteroide con l’allontanarsi dal Sole e per ottenere gli ultimi dati sull’orbita prima che diventi inosservabile fino al 2028.Le osservazioni sono state richieste da un team internazionale di astronomi, incluso l’ESA Planetary Defence Office, nell’ambito del programma di Director’s Discretionary Time del JWST, riservato a studi urgenti che non possono attendere il normale ciclo di proposte scientifiche. Il tempo totale di osservazione sarà di circa quattro ore, e i dati raccolti saranno poi resi pubblici.

Fonte ESA

L’asteroide 2024 YR4 sotto osservazione: monitoraggio in corso per escludere un possibile impatto con la Terra nel 2032

L’asteroide 2024 YR4, con un diametro di circa 100 metri, è stato scoperto il 27 dicembre 2024 da un telescopio automatico in Cile. Le analisi iniziali indicano una probabilità dell’1,3% di impattare la Terra il 22 dicembre 2032, il che significa che c’è un 99% di probabilità che passi senza causare danni.

Secondo Colin Snodgrass, professore di astronomia planetaria all’Università di Edimburgo, l’asteroide molto probabilmente non rappresenterà una minaccia, ma è necessaria un’osservazione più accurata per ridurre le incertezze sulla sua traiettoria.

Sulla scala di rischio di impatto di Torino, l’asteroide è stato classificato con un livello 3, che indica un incontro ravvicinato meritevole di attenzione, poiché la probabilità di collisione è superiore all’1% entro il prossimo decennio. L’unico asteroide a ricevere una valutazione più alta in passato è stato Apophis, che nel 2004 aveva raggiunto il livello 4, ma successivamente è stato declassato dopo nuove osservazioni.

Gareth Collins, professore di scienze planetarie all’Imperial College di Londra, ha sottolineato come l’incremento della sorveglianza sugli oggetti vicini alla Terra renderà rilevazioni simili sempre più comuni. Il monitoraggio di 2024 YR4 continuerà nei prossimi mesi per definire meglio la sua traiettoria.

Sebbene un impatto con un asteroide di queste dimensioni non provocherebbe un evento di estinzione globale, potrebbe comunque causare danni significativi su scala cittadina. Eventi di questo tipo si verificano con una frequenza di una volta ogni poche migliaia di anni.

Il rilevamento di 2024 YR4 ha attivato i protocolli di difesa planetaria dell’ONU, coinvolgendo l’International Asteroid Warning Network, che raccoglierà ulteriori dati per ridurre le incertezze orbitali, e lo Space Mission Planning Advisory Group, incaricato di studiare possibili strategie di intervento.

Una delle opzioni potrebbe essere la deviazione dell’asteroide attraverso un veicolo spaziale, un metodo già sperimentato con successo dalla missione DART della NASA, che nel 2022 ha modificato l’orbita dell’asteroide Dimorphos.

Attualmente, 2024 YR4 si sta allontanando dalla Terra lungo una traiettoria quasi rettilinea, rendendo più complesso il calcolo preciso della sua orbita. Gli astronomi continueranno a osservarlo fino alla sua scomparsa dalla vista nei prossimi mesi. Se le misurazioni non riuscissero a escludere un impatto, l’asteroide rimarrà nelle liste di rischio fino al 2028, quando tornerà osservabile.

Come affermato da Snodgrass, il primo passo nella difesa planetaria è ottenere osservazioni più dettagliate. Se il rischio non venisse escluso, le agenzie spaziali potrebbero considerare missioni di caratterizzazione più approfondite e, se necessario, un intervento di mitigazione. Fortunatamente, grazie alle tecnologie testate, esistono già strumenti efficaci per deviare un asteroide di queste dimensioni.

Fonte: ESA



Stelle sul Palcoscenico: Astronomia a teatro

"Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, regia di Gabriele Lavia, foto di Tommaso Le Pera, courtesy of Fondazione Teatro della Toscana

La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle,
Ma in noi stessi, che siamo uomini dappoco.
(Giulio Cesare, scena II)

Il rapporto tra astronomia e teatro è una relazione di lunga data, le cui radici culturali sono antiche e profonde. Per secoli, il cielo stellato è stato il palcoscenico sul quale intere generazioni hanno messo in scena storie di vita quotidiana e di miti lasciando alle familiari sagome delle costellazioni il ruolo di attori protagonisti. Qualcosa di indefinibile ci ha condotto alla ricerca delle stesse emozioni, paure, speranze, passioni: lassù nelle profondità del cielo stellato, o quaggiù negli abissi dello spirito umano.

I miti sono diventati leggende, le leggende sono diventate storie, e le storie hanno continuato ad accompagnarci, incarnandosi in forme diverse, ma restando sempre fedeli a quel filo sottile che unisce, oggi come allora, le stelle al palcoscenico.

Quel filo che si è mostrato, a volte, come metafora: similitudini legate alla posizione e al movimento degli astri, comprese un tempo in egual modo dai dotti e dal popolo. Già, in egual modo, perché non dobbiamo dimenticare che se è vero che oggi la luminescenza arancione dell’inquinamento luminoso e quella azzurrognola dei nostri dispositivi personali hanno consegnato all’oblio l’apparenza del cielo stellato, nel lungo viaggio dell’umanità i movimenti delle stelle hanno sempre accompagnato la vita dell’uomo. Sono stati punti di riferimento o strumenti di misura del tempo, ugualmente per il matematico che per il contadino, per il pastore come per il marinaio. Ne è testimone, ad esempio, Shakespeare e il suo teatro, che autore amato dagli aristocratici quanto dal popolo, ha letteralmente costellato le proprie opere di citazioni astronomiche (e astrologiche, nel labile confine di un tempo fra le due discipline).

Ma l’Astronomia in teatro non è stata solo fonte di ispirazione e di metafore: è stata invece anche tema di dialogo raccontato dai personaggi. L’istanza più celebre è di certo Vita di Galileo, opera teatrale di Bertolt Brecht sulla vita e le vicissitudini dello scienziato pisano. Ma guardando più in profondità, scopriamo anche che lo stesso Galileo Galilei, nella sua opera più significativa  per la diffusione delle idee della rivoluzione copernicana, ovvero il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, scelse una forma è vero non concepita specificamente per il teatro, ma ciò nonostante in grado di adattarsi con grande organicità al palcoscenico. Ne ha dato dimostrazione, con incredibile talento, l’attore ed autore come Marco Paolini nel suo ITIS Galileo, ospitato anche ai Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Tre personaggi: Simplicio, Salviati, Sagredo e due filosofi, uno aristotelico e uno copernicano, discutono con un nobile veneziano su quale dei due sistemi, geocentrico o eliocentrico, sia quello corretto, sfidandosi con argomentazioni, esperimenti, e arguzie. Teatro allo stato puro!

“Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, regia di Gabriele Lavia, foto di Tommaso Le Pera, courtesy of Fondazione Teatro della Toscana

Da questi nobili natali, discendono varie generazioni di “teatro scientifico”, rappresentato in varie e stravaganti forme, partendo da quello più classico con personaggi e intrecci, sino a quello più spontaneo che confina nell’improvvisazione teatrale.

Spesso associato alle attività per i più piccoli, il teatro scientifico è esso stesso divulgazione, uno spazio in cui ogni comunicatore si mette in gioco con il corpo e la parola per trasmettere qualcosa al pubblico. In un simile contesto oggi si può notare come anche le istituzioni abbiano portato avanti la relazione tra teatro e astronomia. Per esempio, recentemente è nato il Gruppo Storie spin-off dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), impegnato nella didattica e divulgazione scientifica attraverso le storie, la letteratura e il teatro.

Cover del Portfolio teatrale INAF, realizzato dal Gruppo Storie in collaborazione con i responsabili INAF degli spettacoli (https://edu.inaf.it/inaf-teatro/)

Le parole di Daria Guidetti, astrofisica e divulgatrice:

«Il nostro gruppo è nato nel 2020 con lo scopo di valorizzare e rendere fruibile il patrimonio artistico-letterario creato negli anni da INAF, nonché di sperimentare nuovi progetti per coinvolgere e interagire con il pubblico e le scuole. Nell’ambito delle nostre attività, abbiamo pubblicato il Portfolio di spettacoli INAF che raccoglie un’ampia gamma di spettacoli scientifici che le varie strutture INAF hanno ideato e messo in scena nell’ultimo decennio, spesso in co-produzione con le realtà associative o le compagnie teatrali del territorio. Rappresenta quindi un’idea strategica nel ramo didattica e divulgazione. Il nostro portfolio comprende più di 30 spettacoli in vari formati, dal teatro classico a quello estemporaneo, passando per la musica, il cinema e la danza, che si differenziano per tema, linguaggio e destinatari, ma tutti con l’obiettivo ambizioso ma realistico di raccontare in modo non convenzionale la meraviglia del Cosmo e la bellezza dell’indagine scientifica».

Perché, come sa chiunque abbia a cuore l’astronomia nella storia e nella cultura, l’Universo è fatto di materia ed energia, ma anche di storie ed emozioni. E le stelle, brillanti nella notte o sul palcoscenico, hanno tanto da raccontare.

Ma io sono costante come la Stella Polare,
Che per il suo essere fedele, fissa, e immobile
Non ha eguali in tutto il firmamento.
I cieli sono trapunti di innumerevoli scintille.
Fuochi sono tutte quante, e brilla ciascuna,
Ma solo una tra tutte mantiene il suo posto.
(Giulio Cesare, Atto III, Scena I)

L’articolo è pubblicato in Coelum 255

Occhi per vedere: L’arte della visualizzazione scientifica

Giannandrea Inchingolo CREDIT IMMAGINE: ©Beatrice Fanari/G. Inchingolo

La sala è avvolta nel buio. Un suono basso, diffuso, penetrante, a metà strada tra il brusio della statica e la vibrazione del basso di un concerto elettronico. Il suono sale, si gonfia, diventa onnipresente. Infine, il buio viene squarciato da un lampo di energia: chiara, tersa, purissima. Poi, la voce: Io sono la Luce.

Ragazza in silhouette. Alle sue spalle, la cosmic web, ovvero l’insieme a macro scala dell’Universo. I nodi della rete rappresentano gli ammassi dì galassie, mentre i rami che li collegano sono campi magnetici.
CREDIT IMMAGINE: ©Daniele Chioetto/G. Inchingolo

Questo è l’inizio dell’esperienza, potente e inaspettata, che si è presentata a chi ha partecipato ad una delle iterazioni della mostra Into the (Un)Known. Ma prima di immergerci in un viaggio nel cosmo con il suo creatore, Giannandrea Inchingolo, facciamo un passo indietro.

 

Fare divulgazione scientifica vuol dire tante cose, e le modalità sono varie quanto sono diverse le persone che la praticano. Ci sono ricercatori e ricercatrici che, in ossequio alla terza missione degli enti di ricerca e delle università, prestano la loro voce per spiegare i loro studi e i loro risultati. Ci sono giornalisti e giornaliste, che dalle pagine delle riviste e attraverso le frequenze delle trasmissioni, prestano la loro penna per raccontare la scienza, le sue notizie, e le sue scoperte. Ci sono animatori ed animatrici, che all’interno dei festival e delle manifestazioni, prestano il loro entusiasmo per coinvolgere il pubblico nel grande gioco della scienza. E, soprattutto negli ultima anni, c’è una nuova generazione di divulgatori e divulgatrici, che sulle piattaforme di social media e negli spazi ibridi della comunicazione, partecipano ad una grande discussione collettiva sulla scienza, i suoi metodi, e il suo ruolo nella società. In questa rubrica, cercherò quindi di coinvolgere alcuni di questi diversi operatori e operatrici della divulgazione, cogliendone per quanto mi riesce gli aspetti interessanti e innovativi Per questo, la mia prima scelta non poteva che essere il lavoro di chi opera a metà strada tra ricerca scientifica ed espressione artistica, cercando sempre nuovi modi per coinvolgere ed emozionare.

Arte e scienza hanno un rapporto che va all’origine di entrambe, nelle profondità dell’animo umano, e nonostante alcuni insistano nel cercare opposizioni tra le due modalità di pensiero e di espressione, la realtà è che una non può esistere senza l’altra. La “bellezza”, qualunque cosa essa sia, alberga nel cuore di entrambe, e per quanto possano apparire diverse nei modi, sono facce della stessa medaglia. Ma il rapporto può essere delicato, per evitare superficialità e fraintendimenti, e deve essere trattato con rispetto sia dell’una che dell’altra. Lo sa bene Giannandrea Inchingolo, ricercatore scientifico e artista digitale, la mente dietro alla mostra Into the (Un)Known, un progetto realizzato presso l’Università di Bologna in collaborazione con INAF Istituto Nazionale di Astrofisica e CINECA, il consorzio interuniversitario per il calcolo ad alte prestazioni, e in particolare con VisitLab, il dipartimento di visualizzazione scientifica dell’ente.

Ho avuto l’occasione di partecipare alla mostra in più occasioni e in setting diversi, e la fortuna di parlare con Giannandrea più volte. La prima impressione è la straordinaria naturalezza con cui parla di entrambi gli ambiti, espressione artistica e astrofisica dei plasmi, che per lui sono entrambe parti inseparabili della sua esperienza. Pur essendo cresciuto in un ambiente familiare culturalmente stimolante e coltivando diversi interessi artistici, Giannandrea ha intrapreso la carriera accademica in maniera abbastanza tradizionale: laurea in fisica dei plasmi all’Università di Pisa, dottorato di ricerca all’Instituto Superior Técnico di Lisbona, ora post-doc all’Università di Bologna. Ma già qui le cose diventano interessanti, perché la sua qualifica diventa “Creative Scientist”, segno che qualcosa di interessante sta succedendo.

Turbolenza. Il moto caotico di un campo magnetico all’interno della materia (plasma) attorno ad un buco nero
CREDIT IMMAGINE: ©G. Inchingolo/IST Lisboa

Giannandrea la racconta così, con un risata: “Durante il mio dottorato ho passato un anno al MIT, il Massachusetts Institute of Technology, negli Stati Uniti, e sono stato invitato a tenere una piccola conferenza per non addetti ai lavori. È stata un disastro. O meglio, è stata molto interessante, ma i partecipanti alla fine mi hanno confessato di non averci capito molto, ma di essere rimasti affascinati soprattutto dalle immagini: non tanto i grafici, che per chi mastica di scienza sono un modo efficace e sintetico di presentare i risultati, ma dalle immagini che mostravano il comportamento dei campi magnetici nei plasmi astrofisici che stavo studiando. Allora ho iniziato a pensare che forse in quelle immagini c’era qualcosa, un modo di raccontare la scienza in maniera diversa.” Quello ovviamente è stato solo l’inizio, ma già racchiude una parte del lavoro di Giannandrea, la sua intuizione, che poi ha avuto la capacità di trasformare prima in una parte del suo lavoro di dottorato, e poi in un progetto a sé stante, grazie anche al lavoro di altri ricercatori, professori, e collaboratori.

Un lavoro che, grazie alle tecniche di visualizzazione dei dati astrofisici, li racchiuda in una esperienza da fruire con tutti i sensi: la vista, l’udito, il senso del tempo, il fascino della narrazione. Perché la scienza, pur essendo una disciplina affascinante, è spesso vincolata ad un linguaggio complesso, che non tutti parlano, ma che tutti hanno il diritto di ascoltare: l’emozione dell’esperienza artistica diventa così l’alfabeto con cui la scienza si fa conoscere.

Quello che viene fatto quindi è prendere l’enorme quantità di dati numerici prodotti dalle osservazioni e dalle analisi astrofisiche, e darli in pasto ai software di visualizzazione: per lo scienziato, questo serve a “vedere” i dati, ossia disporli in una maniera che lo aiuti a comprenderne il senso; per l’artista, questo diventa anche uno strumento di espressione, in modo che i dati comunichino non solo con gli addetti ai lavori, ma che grazie alla scelta dei colori, dei suoni, delle dimensioni, dei movimenti, i fenomeni fisici che avvengono al di là delle nostre possibilità di percezione possano essere “sperimentati” anche dal pubblico. Perché, e Giannandrea ci tiene estremamente a questo aspetto, tutto ciò che ci arriva durante l’esperienza è frutto della traduzione del dato fisico: tutte le immagini, tutti i suoni, perfino il racconto, ha un riscontro scientifico rigoroso. Questo sigilla la mostra come una vera forma di comunicazione scientifica, meno didascalica e più coinvolgente, che porti le frontiere della ricerca scientifica a disposizione di un pubblico più ampio possibile.

Scienza come fonte di ispirazione dell’arte, ma anche arte come strumento di intuizione per la scienza, perché queste nuove tecniche di visualizzazione immersiva e multisensoriale possono aiutare i ricercatori a comprendere meglio i propri dati, a far scoccare la scintilla della scoperta scientifica. Occhi per vedere l’universo, al di là dei nostri sensi, oltre le nostre percezioni limitate, seguendo le traiettorie della meraviglia e della passione. Per dire, infine: Io sono la Luce.

L’articolo è pubblicato in Coelum 254

 

Di ogni occhio è il cielo intero: Astronomia contro la dispersione scolastica

Installazione (CHEAP/Baumhaus)

Interno giorno. Laboratorio didattico.

Oggi si guarda lontano, nel tempo e nello spazio, raccontando le foto che hanno fatto la storia dell’esplorazione spaziale: Blue Marble, The Man on the Moon, Pale Blue Dot, e altre.

C’è anche una delle più famose: la Terra, illuminata a metà, sospesa nel buio oltre l’orizzonte lunare.

Una ragazza la guarda. “Ma è una foto reale? Cioè, non è un fotomontaggio?”

“Assolutamente reale. È stata scattata dall’equipaggio della missione Apollo 8, quando sono ritornati in vista della Terra dopo essere passati per la prima volta dietro alla faccia nascosta della Luna. L’hanno chiamata Earthrise, l’Alba della Terra.”

La guarda di nuovo. Ride. “Wow.”

Ed eccola lì. La scintilla. La sorpresa. La meraviglia.

Non importa se è solo un momento, ma è successo: una consapevolezza che prima non c’era, e adesso c’è. La consapevolezza che viviamo in un universo pieno di bellezza e di stupore, che possiamo vedere cose meravigliose, che possiamo compiere imprese straordinarie. Tutto dentro quel momento. Tutto dentro quella risata.

“Wow.”

Murale (CHEAP/Baumhaus)

Una delle verità che sappiamo, ma che non ci piace raccontare riguardo alla scuola, è che non offre a tutti le stesse possibilità. Lo sappiamo, lo viviamo, ne vediamo le conseguenze. Ma è una cosa che offende in maniera così diretta il nostro senso di giustizia, il nostro ruolo di adulti, che spesso evitiamo di pensarci troppo a lungo o di parlarne in maniera così esplicita. Spesso addossiamo gli effetti di questa situazione ai giovani svogliati, alle famiglie disinteressate, agli insegnati incapaci, ai politici disonesti, voltando lo sguardo da questa realtà sgradita. E poi ci sono gli altri. Quelli che guardano in faccia alle disparità senza ipocrisie, che affrontano il divario formativo senza ambiguità, e lavorano ogni giorno per colmarlo. Gruppi, associazioni, istituti, singoli operatori che si mettono in gioco personalmente per aiutare ragazzi e ragazze ad emanciparsi dalla povertà educativa e sfuggire alla dispersione scolastica.

Dall’ultimo report ISTAT emerge che nel 2020 in Italia la dispersione scolastica (ossia gli studenti e studentesse che non terminano il corso di studi obbligatorio) si attesta intorno al 13%, pari a più di mezzo milione di giovani: un miglioramento rispetto agli anni 2000 nei quali arrivava quasi al 20%, ma è ancora al di sopra della media UE del 10%. A questi vanno aggiunti i dati della “dispersione implicita”, ossia quella dei giovani che non abbandonano gli studi ma li terminano senza aver conseguito i traguardi minimi di competenze previste per il loro corso di studi. Di fronte a questa situazione drammatica, tantissime realtà del sistema scolastico e del mondo dell’educazione si prodigano per arginare quella che è una vera e propria emergenza sociale: non solo per la formazione culturale dei singoli individui, ma per gli effetti che questo ha sulla società in generale, che si trova ad affrontare una realtà sempre più complessa e in rapido cambiamento.

Buchi neri (Paola Pagani)

In questo contesto, in cui mancano a volte le competenze di base, sembra che il ruolo dell’educazione speculativa, e in particolare dell’astronomia e delle scienze dello spazio, debba essere necessariamente marginale. Eppure, non tutti la pensano così. Un movimento di educatori e formatori che pensano che la scienza sia un diritto, non un privilegio, che per andare lontano sia necessario guardare lontano. Che la chiave per il contrasto alla dispersione scolastica non passi solo dall’insegnamento di abilità immediatamente spendibili, ma attraverso la capacità di catturare l’interesse, la fantasia, la curiosità, e l’immaginazione dei giovani, che rischiano di abbandonare il loro percorso scolastico proprio perché non fornisce più stimoli e interessi che possano sollevarli dalla mera esecuzione di compiti e mansioni. Una educazione alla cultura, artistica e scientifica, che possa riabilitarli a guardare oltre, lontano, in alto. Nascono così le iniziative di educazione astronomica contro la dispersione scolastica: laboratori didattici, incontri di ispirazione, attività di gruppo, spesso integrati con percorsi artistici (pittorici, musicali, performativi) per stimolare una visione organica della cultura,  senza separazioni artificiali tra le discipline. Si tratta ancora spesso di iniziative di frontiera, spesso curate da educatori visionari e supportate da docenti illuminati. Ma i riscontri sono positivi, e sempre più istituti si dimostrano disponibili a collaborate con esperti esterni che possano portare una prospettiva educativa innovativa. Perché la povertà educativa non è solo mancanza di possibilità, ma anche carenza di motivazione: e le motivazioni non possono essere legate solo all’immediato, soprattutto quando parliamo di ragazzi e ragazze in età evolutiva, per i quali il circuito della ricompensa è principalmente stimolato dal coinvolgimento emotivo piuttosto che dall’utilità pratica (al netto, comunque, del fatto che l’educazione alla scienza, con il suo approccio fondato sullo scetticismo razionale, abbia una innegabile ricaduta per la formazione al pensiero critico).

Astronauta (BAUM Festival/Baumhaus)

Si tratta certamente di uno sforzo, economico per la collettività e strutturale per gli istituti, ma le ricompense posso essere ampie e significative. Non solo dal punto di vista scolastico, ma anche sociale e culturale: una scuola di scienza è una scuola di democrazia. E se l’educazione è un diritto, “allora deve essere di tutti, proprio di tutti, altrimenti chiamateli privilegi.”

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Gianni Rodari

L’articolo è pubblicato in Coelum 256

Stelle di Carta Stampata: Riviste Storiche di Astronomia

Copertina del primo numero di L'Astronomie Data: 1882 Fonte: Archivio della Società Astronomica di Francia

La Storia delle Riviste di Divulgazione Astronomica

La divulgazione astronomica è antica quanto l’astronomia stessa. Anzi, in un certo senso è precedente, almeno per quanto riguarda l’astronomia scientifica come la intendiamo oggi. Lo spettacolo del cielo notturno è stato da sempre fonte di meraviglia e di interesse, e fin dall’alba dei tempi le conoscenze erano raccontate e tramandate da chi ne era custode a tutto il resto della comunità.

Queste conoscenze, che all’atto pratico erano un miscuglio di osservazioni empiriche, misurazioni rudimentali, consigli agricoli, miti della creazione, e racconti morali, ci appaiono oggi quanto di meno scientifico possa essere, ma non dobbiamo mai dimenticare che rappresentavano il miglior tentativo a disposizione all’epoca di trovare un senso e un ordine nella realtà, ed erano frutto dello stesso desiderio di conoscenza che accomuna ancora oggi gli scienziati e le scienziate.

Al contrario dello studio delle trasformazioni della materia nei primi laboratori alchemici, o dell’esplorazione dei meandri dei corpi umani nei teatri anatomici, la conoscenza dei cieli non ha mai posseduto la stessa aura di pericolo innaturale che aleggiava intorno a queste altre pratiche, e mente certamente agli astronomi/astrologi del passato venivano riconosciuti saperi segreti, spesso non portavano su di sé il marchio sinistro che le altre discipline pre-scientifiche imprimevano ai loro praticanti. Il racconto dei miti e delle leggende del cielo è sempre stato quindi un aspetto assolutamente naturale dell’astronomia, e ha costituito nel tempo un fondamento culturale robusto su cui si è inserita quella che oggi chiameremo divulgazione astronomica.

In senso più stretto, la divulgazione scientifica si può dire che sia nata al tempo dell’Illuminismo. Prima di allora, la “filosofia naturale” era oggetto di interesse per le classi elevate, e faceva parte degli studi a cui si potevano dedicare gli aristocratici e in generale gli intellettuali dell’epoca. Il termine “scienza”, come lo intendiamo oggi, non esisteva ancora, basti pensare che lo stesso Isaac Newton intitola Principi matematici di filosofia naturale quello che per noi oggi è ovviamente un trattato di fisica, seppur attraverso la cornice culturale dell’epoca. Ma ancora non si poteva parlare di divulgazione scientifica. È stato solo nell’Ottocento che i progressi di quella che iniziava ad essere chiamata “scienza”, come la locomotiva a vapore o l’illuminazione elettrica, divennero così chiari e pervasivi che cominciò a nascere l’idea che la conoscenza scientifica potesse essere di interesse pubblico.

John Herschel
Data: 1846
Fonte: The Year-book of Facts in Science and Art By John Timbs

Anche in questo caso, gli astronomi avevano evidentemente lo sguardo lungo in questo campo. Già intorno al 1830, l’astronomo inglese John Herschel scriveva in una lettera come fosse necessario per la collettività “assimilare ciò che oggi è conosciuto in ciascuna delle branche della scienza […] in modo da avere una visione complessiva di cosa già è stato compiuto, e di cosa resta da compiere.” In questo contesto, le istituzioni scientifiche come l’Accademia Nazionale delle Scienze americana o l’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza, iniziarono a pubblicare riviste e opuscoli per comunicare le nuove scoperte. Bisogna qui distinguere due elementi, anche se spesso in questo periodo non era così facile separarli: i veri e propri “giornali scientifici” (science journals), che si occupano di pubblicare nuovi studi e ricerche sottoposte alla revisione paritaria, e che sono destinati alla comunità dei ricercatori per contribuire al capitale globale delle conoscenze scientifiche, e le “riviste scientifiche” (science magazines), che oggi chiameremmo di divulgazione scientifica, che invece erano destinati al pubblico, per soddisfarne la curiosità riguardo alla scienza ed arricchirne la cultura e l’educazione.

Copertina del primo numero di Scientific American
Data: 1845
Fonte: Archivio Scientific American

Gli avanzamenti tecnologici permisero di aumentare in maniera esponenziale la tiratura delle stampe, contribuendo quindi a diffondere anche questo genere di pubblicazioni, abbassando i prezzi e dando la possibilità anche alle classi meno abbienti di accedere alla lettura di giornali e riviste. Questo si trasformò in una vera e propria esplosione della carta stampata, dando un contributo significato alla crescita culturale delle classi operaie e proletarie. A questo periodo risale ad esmpio il Penny Magazine (la “rivista da un penny”), destinato a soddisfare la curiosità del pubblico sulle nuove scoperte della scienza e sulle nuove invenzioni della tecnica. Il grande successo di queste riviste di “divulgazione” portò quindi nella seconda metà dell’Ottocento ad una fioritura di titoli, alcuni dei quali conosciamo ancora oggi: Scientific American (1845), Popular Science (1872), National Geographics (1888). Per quanto riguarda le scienze del cielo, sono da ricordare The Observatory (1877) e Popular Astronomy (1893), entrambi in lingua inglese, e L’Astronomie (1883), fondata dall’astronomo francese Camille Flammarion. In Italia, ci si perdonerà certamente la citazione della rivista storica Coelum (1931), fondata dall’astronomo triestino e celebrato direttore dell’Osservatorio Astronomico di Bologna, Guido Horn d’Arturo.

Copertina del primo numero di L’Astronomie
Data: 1882
Fonte: Archivio della Società Astronomica di Francia

Le riviste di divulgazione astronomica hanno conosciuto negli anni alterne vicende, ma sono rimaste tuttavia un punto di riferimento per la diffusione della cultura e delle scoperte astronomiche per il grande pubblico. Ma, come l’invenzione della macchina rotativa ha portato all’esplosione della carta stampata, così in tempi molto più recenti, la diffusione dei sistemi di comunicazione digitale e l’utilizzo dei dispositivi di accesso personale come tablet e cellulari hanno lanciato una nuova rivoluzione della comunicazione, compresa la divulgazione. In un certo senso si poteva pensare che questa rivoluzione sia iniziata in realtà con la radio e la televisione, ma in effetti questi sistemi di comunicazione erano più rigidi e monodirezionali, e avevamo affiancato ma non soppiantato la carta stampata. I siti internet, e ancora più recentemente le piattaforme social, hanno invece dato un colpo durissimo alle tradizionali riviste di divulgazione. In un’era caratterizzata da una comunicazione sempre più rapida, interattiva, sincopata, partecipativa, è lecito domandarsi il futuro della divulgazione attraverso canali così lenti e tradizionali.

Copertina del primo numero di National Geographic
Data: 1888
Fonte: Archivio National Geographic
Copertina del primo numero di Popular Science
Data: 1872
Fonte: Archivio Popular Science

Tuttavia, così come la velocità della comunicazione digitale ha portato a riscoprire e rivendicare il diritto alla lentezza, alla riflessione, alla disconnessione dal leviatano digitale che ci fagocita in ogni istante, anche per quanto riguarda la divulgazione scientifica c’è ancora spazio per un modo diverso di comunicare. Una divulgazione che non si metta in competizione con le piattaforme social, ma che invece le completi e le integri, dando ai lettori la possibilità di approfondire, di rileggere e, come ha avuto la lungimiranza di scrivere John Herschel quasi 200 anni fa, di “assimilare ciò che oggi è conosciuto […] in modo da avere una visione complessiva […] di cosa resta da compiere.” In contrasto ad una comunicazione votata al “consumo” costante, una visione della divulgazione che si metta invece nella prospettiva della “conservazione”. Perché per allungare i rami verso il cielo, è necessario avere radici solide, robuste, lente. E perché no, fatte di cellulosa.

L’articolo è pubblicato in Coelum 257

LUCE TRA CIELO E TERRA

Trovare soluzioni realistiche tra inquinamento luminoso e illuminazione del patrimonio culturale.

Quando parliamo di inquinamento luminoso, ci sembra naturale metterci nella prospettiva degli enormi problemi che questo crea alle osservazioni del cielo. A causa delle diffusione sempre più aggressiva delle luci artificiali, non solo astronomi e astronome incontrano crescenti difficoltà ad osservare gli oggetti celesti più deboli, ma anche tutti i cittadini e le cittadine si trovano derubati della possibilità di ammirare il cielo stellato nella sua reale bellezza. Queste sono critiche assolutamente corrette, così come comprensibili sono le relative proteste.

Ma ogni volta che ci approcciamo ad un problema con la reale intenzione di risolverlo, abbiamo il dovere di considerare in maniera seria e obiettiva le ragioni che ne stanno alla base, per trovare la soluzione più consona (e quindi più efficace!). Per quanto siano corrette le obiezioni sulla proliferazione delle fonti di luce artificiale, è necessario trovare una soluzione che sia applicabile realtà alle esigenze culturali e di promozione del territorio.

Empire state Biulgind New York le luci riflesse sul vapore acqueo dell’atmosfera creano un velo arancione Foto di Charlie Brown

La principale causa dell’inquinamento luminoso è l’illuminazione stradale: nel corso degli anni numerose ricerche hanno cercato di misurare in maniera quantitativa come l’illuminazione artificiale influenzi una serie di metriche che riguardano la sicurezza, come il numero di incidenti nel traffico veicolare e pedonale, o la probabilità di comportamenti criminali contro le persone e contro la proprietà, ma finora studi diversi hanno trovato disposte differenti (si veda ad esempio il report Artificial Light at Night: State of the Science 2022, sezione Traffic safety and crime). Tuttavia, anche in assenza di risposte definitive sulla correlazione tra illuminazione stradale e sicurezza, ciò non toglie che sia possibile (e in relazione al problema dell’inquinamento luminoso, auspicabile) l’implementazione di misure che, pur non riducendo l’illuminazione al livello del suolo, limitano in maniera robusta il flusso luminoso verso l’alto. Anche la semplice applicazione alle luci stradali di una copertura superiore che direzioni tutto il fascio luminoso verso il basso avrebbe un impatto significativo sull’inquinamento luminoso; un’altra possibilità sarebbe inoltre quella di attuare interventi per rendere meno riflettenti le superfici esterne (ad esempio la pavimentazione stradale e le pareti degli edifici) e ridurre così la luce riflessa verso l’alto. In entrambi i casi, si andrebbe ad attenuare il fenomeno dello skyglow, ossia della luce che si diffonde verso l’alto e viene successivamente riflessa e diffusa dalle particelle disperse nell’atmosfera (per tutti gli approfondimenti leggi l’articolo a pagina ??? dedicato all’Inquinamento Luminoso).

Ma c’è un altro aspetto dell’illuminazione pubblica, che non è legata alla sicurezza ma fa parte comunque della relazione che si instaura tra cittadini e spazio pubblico, ed è quella dell’illuminazione del patrimonio culturale architettonico quali monumenti, edifici pubblici, e palazzi storici. Un aspetto sul quale ci fermiamo raramente a riflettere: o meglio, ci riflettiamo in momenti diversi, e spesso con risultati diversi, a seconda del punto di vista che ci troviamo ad assumere. Come osservatori e osservatrici del cielo, rivendichiamo con giustizia il diritto ad avere cieli bui per godere dello spettacolo della notte stellata; altresì come cittadini e cittadine di uno dei Paesi a vocazione turistica con la più alta concentrazione mondiale di patrimonio culturale, ci aspettiamo che l’illuminazione notturna metta in risalto il fascino delle nostre architetture storiche nelle città e nei borghi. Sono entrambi approcci con un peso significativo, e che si portano dietro implicazioni sul valore che diamo ad aspetti diversi della nostra società: storia, cultura, natura, economia, identità.

La necessità di conciliare queste due tensioni non è sfuggita a chi si occupa di accesso e valorizzazione del patrimonio culturale, e diverse amministrazioni si sono mosse per includere queste considerazioni nelle azioni di installazione, rinnovamento, o modifica dei sistemi di illuminazione dei monumenti ed edifici pubblici. Anche l’UNESCO,  l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, ha portato avanti una lunga e approfondita riflessione sul tema, sviluppando una serie di linee guida di riferimento sulle quali confrontarsi. Alcune di queste raccomandazioni sono inserite nel compendio Alternative Ways of Lighting the UNESCO Sites in occasione dell’Anno Internazionale della Luce (2015):

  • L’illuminazione non deve compromettere la relazione dell’edificio con l’ambiente. Numerosi siti storici e culturali sono caratterizzati da una relazione profonda con l’ambiente naturale e con la possibilità di osservare il cielo stellato. Questo vale in particolar modo per strutture edificate secondo precise direzioni geografiche o in modo da allinearsi con specifici eventi astronomici;
  • I monumenti non dovrebbero mai essere illuminati dal basso verso l’alto, fatta eccezioni per edifici storici che non permettono alternative. In questo caso, il fascio luminoso dovrebbe essere intercettato completamente dalle pareti dell’edificio, in modo da evitare luci spurie in direzione del cielo;
  • I sistemi di illuminazione dovrebbero essere sempre spenti quanto non necessari alla loro funzione, e l’illuminazione dovrebbe essere variabile per adattarsi (per intensità e colorazione) a diverse condizioni ambientali. Questi sistemi di spegnimento e variazione dovrebbero per quanto possibile essere automatici, per garantirne la funzionalità in ogni occasione;
  • Tale illuminazione deve essere evitata il più possibile in ambienti rurali o naturali, dove può essere una fonte di disturbo per la fauna notturna locale e per l’integrità del paesaggio.

Apod Astronomical Picture of the Day di Foto di Jeff Dai (TWAN) del 16 maggio 2019 mostra la differenza di cielo in funzione di un uso differente dell’illuminazione

Si tratta di raccomandazioni di buon senso, ma che forniscono una base di riflessione per gli interventi specifici nei diversi ambienti e territori. Queste indicazioni possono essere messe in atto attraverso soluzioni tecniche sull’impianto di illuminazione, ma resta chiaro che la scelta di farlo è un atto politico, e come tale può (e deve!) essere influenzato dalla voce della collettività. Probabilmente conosciamo tutti esempi poco virtuosi in questo ambito, e per questo risulta assolutamente necessario comunicare non solo i problemi, ma soprattutto che i problemi sono risolvibili, e possono trovare soluzioni comuni tra le diverse necessità. Per colmare, senza riempire, lo spazio di luce tra cielo e terra.

L’articolo è pubblicato in Coelum 258

Il Sistema Solare. Si ma Quanto Grande?

Pianeti fai da te di Pierdomenico Memeo

I modelli didattici del Sistema Solare 

Che i pianeti siano grandi lo sappiamo tutti; che siano lontani, anche di più. Ma per la maggior parte di noi, se dovessimo dire di aver compreso, realmente, effettivamente, le dimensioni enormi dei corpi celesti, e le distanze incommensurabili che li separano, probabilmente sarebbe una bugia.

Sistema Solare Casalingo di Pierdomenico Memeo

Non dobbiamo prendercela a male: non è colpa nostra: queste grandezze e queste distanze sono così smisurate, sono così lontane dalla nostra esperienza comune, che è impossibile afferrarle se non in maniera puramente astratta. Se vogliamo, questo già di suo è un fatto straordinario: la matematica ci permette di padroneggiare numeri completamente al di fuori della nostra esperienza, e usarli per descrivere la realtà intorno a noi. Tuttavia, specialmente nelle età dello sviluppo, avere un aggancio con l’esperienza quotidiana è un importante fattore di supporto per ancorare alcuni concetti troppo astratti, e interiorizzare alcune rappresentazioni della realtà che altrimenti rischiano di essere assorbite solo superficialmente.

Per il Sistema Solare, questo aiuto può venire in due modi: per la grandezza relativa dei pianeti, e per le distanze tra le orbite degli stessi.

Le grandezze relative dei pianeti sono spesso rappresentate in maniera corretta sui libri di testo (anche se non sempre): ma si tratta comunque in ogni caso di immagini bidimensionali. Per fissare nella mente le grandezze relative degli oggetti, è invece molto più efficace utilizzare oggetti reali. In questo modo, oltre alla vista, possiamo stimolare tutta un’altra serie di canali (percezione spaziale tridimensionale, componente tattile, sensazione del peso) che contribuiranno a rendere più “reale” l’esperienza, e quindi molto più profonda l’impressione lasciata dall’idea. Questo si può fare, in prima approssimazione, in maniera molto facile: esistono certamente sussidi didattici ricchi di dettagli che possono essere acquistati, ma è possibile farlo anche semplicemente con oggetti quotidiani. In particolare per le classi delle Scuole Primarie, può essere una attività partecipata e divertente, da realizzare con pochissima difficoltà, raccogliendo oggetti che si possono trovare in casa come biglie, palline, e palloni di dimensioni appropriate; oppure utilizzando bacche e frutti, anche questi con le giuste grandezze relative. La rete è ricca di suggerimenti e idee in questo senso. Oppure, per le classi più avanzate delle Scuole Secondarie di Secondo Grado, può diventare un progetto di più lungo respiro in cui i vari pianeti vengono realizzati in scala corretta con sfere di materiale vario (polistirene, cartapesta, ecc) e dipinte con i colori corretti (magari pianificandolo come progetto interdisciplinare), sfruttando inoltre l’occasione per integrare informazioni sulla composizione delle atmosfere dei pianeti e le loro caratteristiche chimiche.

Giove in Strada. Crediti Alessio Zanol

Per le distanze tra le orbite dei pianeti, specialmente in ambito didattico, le cose si fanno più complicate. Per mantenere le corrette dimensioni relative dei pianeti, infatti, sono necessarie distanze molto ampie, difficilmente replicabili in un plesso scolastico. Ad esempio, se vogliamo rappresentare la grandezza di Mercurio, il più piccolo tra i pianeti, con una sferetta dal diametro di 1 millimetro (considerando questa la dimensione minima perché il modello fisico del pianeta sia un oggetto da toccare con le mani), allora l’orbita di Nettuno, il più lontano dei pianeti, sarà correttamente posizionata a circa 922 metri dal Sole (914 metri per il perielio, 930 metri per l’afelio, più precisamente). Il Sole, per confronto, sarebbe una sfera di 28,5 centimetri di diametro. Ci sono quindi diverse soluzioni che è possibile considerare.

Giove e Classe: Alessio Zanol

La prima, e certamente la più semplice, è quella dell’auto-costruzione: in rete si trovano diverse risorse didattiche (anche in italiano, comprese quelle di EduINAF, il magazine di didattica e divulgazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica). Alla semplicità dei materiali e alla possibilità di realizzarlo in loco si contrappone però la grandezza del modello, quasi un chilometro in totale: una distanza che molti istituti avrebbero difficoltà a rappresentare all’interno delle proprie pertinenze. La seconda, all’estremo opposto, è quello di organizzare una visita esterna ad un modello già costruito. Ne esistono diversi in Italia, in genere realizzati da osservatori astronomici o associazioni di astrofili, che solitamente si occupano anche di accompagnare scolaresche in visita lungo il percorso (in rete è facile trovare contatti e informazioni). Il vantaggio è ovviamente la buona realizzazione tecnica, ma d’altro canto le distanze da percorrere per raggiungere la struttura possono essere problematiche dal punto di vista logistico. Una terza soluzione, intermedia possiamo dire, è quella di appoggiarsi alla collaborazione di esperti esterni, che possano realizzare un percorso in un luogo vicino alla Scuola (ma non necessariamente all’interno di essa), accompagnando le classi in una “passeggiata spaziale”, specialmente se questa è legata ai luoghi riconoscibili del territorio (paese, quartiere) in cui la Scuola è situata: un modo per legare indissolubilmente una esperienza quotidiana come passeggiare nel vicinato con l’idea delle grandi distanze dello spazio interplanetario (anche in questo caso, in rete è possibile trovare contatti e informazioni).

Infine, per concludere: per quanto validi, tutti i modelli didattici del sistema solare realizzati nelle modalità descritte presentano delle criticità. La prima e più problematica, è che per motivi di opportunità pratica questi percorsi rappresentano quasi sempre i pianeti perfettamente allineati fra loro, un evento che statisticamente non avverrà mai nella vita del nostro Sistema Solare. Questo è spesso fonte di confusione. Un altro è che nel posizionare i pianeti, ci si dimentica spesso che le orbite sono traiettorie su un piano, e quindi il modello di Sistema Solare dovrebbe estendersi in modo circolare intorno al Sole, occupando quindi una superficie estremamente più ampia rispetto alla “striscia” che spesso viene rappresentata. Tuttavia, pur consapevoli dei difetti, queste attività sono comunque utili per dissipare alcune concettualizzazioni errate della realtà del nostro Sistema Solare.

L’articolo è pubblicato in Coelum 259

Fiat lux GEORGES LEMAÎTRE E LA TEORIA DELL’ATOMO PRIMORDIALE

Per chi si affaccia allo studio dell’astronomia, ci sono domande che riceviamo con piacere, perfino con entusiasmo, e altre che generalmente riceviamo con più circospezione: tra queste ultime, c’è una domanda che suona più o meno così: “come è nato l’universo?”. Una domanda abbastanza comune, forse perfino banale nella sua semplicità. E allora, perché questa piccola tensione ogni volta che la sentiamo?

Perché, ovviamente, questa non è una semplice domanda, ma un vero e proprio labirinto epistemologico. Non solo per la difficoltà intrinseca di definire cosa intendiamo esattamente con “universo”, ma anche perché possono esistere infiniti modi di interpretare questa domanda, da quello più strettamente scientifico: “quali sono le attuali conoscenze cosmologiche riguardo l’origine dell’universo così come lo osserviamo?”; a quello più ampio e filosofico: “perché esiste qualcosa invece che niente?”, per dirla con Leibniz. Questa ambiguità, semantica ed epistemologica, genera inevitabilmente un certa dose di confusione, specialmente perché i vari ambiti della conoscenza non sono sempre chiaramente demarcati all’interno del discorso. Le risposte possono quindi essere non solo molteplici, a seconda del modo in cui viene interpretata la domanda, ma poliedriche, mescolando insieme frammenti diversi in un caleidoscopio di riflessi e di rimandi che spesso risulta difficile da separare anche per il più accorto degli osservatori.

Robert A. Millikan, Georges Lemaitre e Albert Einstein in una foto al California Institute of Technology, January 1933
COPYRIGHT: Pubblico dominio

Quando ci domandiamo “come è nato l’universo?” non stiamo infatti ponendo semplicemente una domanda sulla natura della realtà, ma la stiamo interpretando attraverso i riflessi prismatici della nostra identità: culturale, sociale, religiosa, mentale, perfino linguistica. Di conseguenza, anche quando ci applichiamo con severità per rispon dere limitandoci al consenso della comunità scientifica sulle conoscenze attuali riguardo l’origine e l’evoluzione dell’universo, siamo pienamente consapevoli delle infinite possibilità di fraintendimenti. Per questo, è sempre apparso straordinariamente affascinante (e meravigliosamente ironico) che il modello cosmologico attualmente preferito per descrivere la nascita dell’universo sia stato pensato, primo fra tutti, da un uomo in egual misura di fede e di scienza… e che lo stesso uomo abbia successivamente voluto rimarcare in più occasioni l’irriducibile differenza tra indagine scientifica e sentimento religioso.

Nato nella città belga di Charleroi nel 1894, Georges Edouard Lemaître fu uno scienziato straordinariamente rigoroso ma al tempo stesso profondamente religioso, portando avanti contemporaneamente entrambi gli aspetti della sua personalità: ottenuto il dottorato in matematica a 25 anni, fu ordinato sacerdote (presbitero) della Chiesa Cattolica dopo soli tre anni. Folgorato dalla teoria della relatività generale di Albert Einstein, si concentrò sugli aspetti matematici, pubblicando nel 1927 un articolo intitolato “Un Univers homogène de masse constante et de rayon croissant rendant compte de la vitesse radiale des nébuleuses extragalactiques” (“Un universo omogeneo di massa costante e di raggio crescente che tiene conto della velocità radiale delle nebulose extragalattiche”) nel quale non solo sollevava, in modo indipendente da quanto fatto da Aleksandr Fridman alcuni anni prima l’ipotesi dell’espansione dell’universo partendo dalle fondamenta matematiche della teoria della relatività generale, ma deduceva correttamente che lo spostamento verso il rosso della luce che giunge a noi dalle galassie più lontane, misurato da Hubble negli anni precedenti, fosse una dimostrazione sperimentale di questa espansione dell’universo.

Il Veicolo di Trasferimento Automatizzato (ATV) battezzato “Georges Lemaitre” mentre si avvicina alla Stazione Spaziale Internazionale nel 2014. COPYRIGHT:  NASA

Successivamente, nel 1931, in una comunicazione alla rivista Nature dal titolo “The Beginning of the World from the Point of View of Quantum Theory”, portando all’indietro nel tempo l’idea dell’espansione dell’universo, il sacerdote belga si spinse a fare queste riflessioni: “Se andiamo indietro nel corso del tempo, troveremo sempre meno quanti, finché non troveremo tutta l’energia dell’Universo impacchettata in pochi di questi, o addirittura in uno solo. […] Se il mondo è cominciato con un singolo quanto, i concetti stessi di spazio e tempo cesserebbero completamente di avere alcun senso al momento dell’inizio; […] Se questo suggerimento è corretto, l’inizio del mondo è avvenuto appena prima dell’inizio dello spazio e del tempo.” Questa idea, che verrà battezzata in seguito da Lemaitre come “ipotesi dell’atomo primordiale”, contiene in sé quella che è ancora oggi la visione dominante dell’origine dell’universo: il modello cosmologico del Big Bang che descrive l’espansione dell’universo a partire da una “singolarità primordiale” che conteneva al suo interno tutta l’energia che ritroviamo oggi nell’universo.

Non è difficile ravvedere, in questa visione dell’origine dell’universo a partire da un evento cosmogonico incommensurabilmente energetico, un riflesso del racconto della Genesi che descrive la creazione dell’universo da parte della Divinità. Sarebbe quindi fin troppo facile immaginare come la cultura, la tradizione, forse anche il sentimento religioso di Lemaître abbia avuto un ruolo fondamentale nell’intuizione che ha portato alla formulazione dell’ipotesi dell’atomo primordiale e quindi del modello cosmologico del Big Bang. E invece, negli anni successivi, fu Lemaître stesso a rimarcare in diverse occasioni come lui considerasse il suo percorso scientifico totalmente separato dal suo cammino religioso.

Nella sua opinione, la teoria del Big Bang non offriva né una conferma né una contraddizione rispetto alla sua fede nella Bibbia: anzi, ogni somiglianza doveva essere trattata con estrema cautela, proprio per non cadere in facili fraintendimenti. Questa cautela si manifesterà perfino nelle interlocuzioni con Papa Pio XII: in un discorso del 1951 all’Accademia Pontificia delle Scienze, infatti, il Pontefice aveva notato come le teorie cosmologiche che stavano accumulando sostegno in quel periodo avessero dei tratti in comune con il racconto biblico. “Pare davvero che la scienza odierna, risalendo d’un tratto milioni di secoli, sia riuscita a farsi testimone di quel primordiale «Fiat lux», allorché dal nulla proruppe con la materia un mare di luce e di radiazioni, mentre le particelle degli elementi chimici si scissero e si riunirono in milioni di galassie.”

“L’Hypothèse de l’Atome primitif” Georges Lemaître (1946); collezione del Museo L, Louvain-la-Neuve, Belgio
COPYRIGHT: CC 4.0 foto di JoJan

Tuttavia, in discorsi successivi, quel particolare passaggio non è stato più pronunciato: e sebbene le circostanze siano aneddotiche, ci sono ragioni di pensare che sia stato proprio Lemaître, in alcuni incontri in preparazione per un suo intervento al Congresso Mondiale di Astronomia del 1952, a scoraggiare il Papa dall’inseguire facili visioni “concordiste” tra scienza e fede. Secondo il sacerdote belga, infatti, abbracciando una creazione “naturale” dell’universo, campo di studio e di indagine della scienza, si rischiava di confondere, e in definitiva indebolire, tutto l’impianto teologico di una creazione “sovrannaturale” del cosmo, patrimonio esclusivo della dottrina e della rivelazione. Non stupisce quindi che proprio un uomo in egual misura di fede e di scienza sia stato una delle voci più autorevoli sulla separazione tra indagine scientifica e sentimento religioso.

E così anche noi, qualunque siano le nostre convinzioni sulla realtà ultima dell’universo, ci sentiamo forse un po’ meno soli quando, come persone che si occupano di astronomia, sperimentiamo quella piccola tensione di fronte alla domanda “come è nato l’universo?” 

L’articolo è pubblicato in Coelum 261

Together Universe – Documentario in 3D di Astronomia per Tutti

Un gruppo di ragazzi siciliani ha realizzato TOGETHER UNIVERSE UN VIAGGIO VERSO L’INFINITO, documentario di astronomia composto da 3 puntate di circa 50 minuti ciascuna. Un progetto amatoriale e no profit che accompagna lo spettatore in una missione intergalattica a bordo di un’astronave.

L’idea nasce da Salvatore Lanza, videomaker, appassionato di astronomia e da sempre impegnato, insieme ad un gruppo di fedeli compagni, a far conoscere le meraviglie sconosciute del proprio territorio dove si trova Aliminusa un piccolo paesino di circa 1300 abitanti dell’entroterra palermitano, circondato da boschi, campi di grano, oliveti e paesaggi dai colori straordinari. Durante una delle tante uscite dedicate alla montagna e alla fotografia, dedicando attenzione alla Luna, Salvatore si perde in pensieri che spesso rapiscono gli appassionati di astronomia: stelle lontane, pianeti misteriosi, forse di vita inaspettate. Senza forse accorgersi di star parlando ad alta voce, pronuncia alcune parole “Sarebbe bello fare un viaggio verso i mondi lontani.. anche fosse solo un film”. Nel silenzio generale piombato sul gruppo, Pino Dolce torna con i piedi per terra: “Come si fa senza uno studio di produzione?”.

Il germe dell’idea oramai era stato seminato e come se non bastasse a fomentare l’impresa contribuì l’entusiasmo della nipotina di Salvatore: “Zio se vai un viaggio fra le stelle mi porti?” Da quale momento Salvatore iniziò a buttar giù idee che dopo qualche settimana presentò ai propri amici catturando subito l’attenzione e la disponibilità a partecipare di tutti. Le idee di Salvatore sono molto chiare: il documentario avrà interviste e personaggi narranti a spiegare le immagini, una trama e una sceneggiatura.

Nella foto da sx a dx Gianfranco Nogara,
Salvatore Lanza, Pino Dolce.

Il gruppo si mette al lavoro nell’estate del 2016, alcuni membri prestando le proprie voci ai personaggi, altri prepararono uno studio e ciò che serviva trasformando un piccolo garage in piccolo set cinematografico ed improvvisandosi tecnici luci, audio e così via. Senza avere attrezzature e conoscenze tecniche cinematografiche professionali e senza avere una società di produzione e soprattutto non avendo nessun bugdet, ma solo con qualche risparmio messo da parte il progetto ha iniziato a prendere forma. Tramite l’utilizzo di alcuni modelli di base si realizzano 5 personaggi in 3D affiancati da due bambini i protagonisti della sceneggiatura: “Due bambini immaginano di fare un viaggio attraverso il cosmo… Mentre giocano in un parco, appare un robottino alieno che li invita su un’astronave dove li attendono altri 4 personaggi che li coinvolgeranno alla scoperta delle meraviglie dell’Universo.”

Pino Dolce, Salvatore Lanza,
Salvatore Minerva.

Salvatore aveva promesso alla sua nipotina un giro sull’astronave giusto? Sofia interpreterà la parte di uno dei due bambini mentre Francesco figlio del suo amico fotografo sarà l’altro. Il green screen alla fine sarà grande ben 30 metri quadri anche se nella scena iniziale la partenza sarà posiziona nel luogo, il bosco, dove l’idea ebbe origine. Non potendo contare su attrezzature professionali le riprese e il rendering delle immagini richiederanno diversi mesi. Nonostante i buoni propositi e l’entusiasmo però, nel 2018 il progetto ha una battuta di arresto, fare il rendering di tutta la sceneggiatura è praticamente impossibile e la tentazione di mollare dilaga, anche scoraggiati dai consigli ricevuti dagli esperti. Tuttavia Salvatore non si arrende e la sera davanti al computer continua a lavorare inserendo idee nuove, come sfruttare contenuti stock di terze parti in modo da rimpiazzare alcune sequenze impossibili da renderizzare con le proprie attrezzature. A rafforzare gli animi contribuì l’arrivo di una gattina, trovata per caso, con l’abitudine di smettere di miagolare solo se davanti allo schermo durante le ore di montaggio.. motivo in più per non mollare. Nel 2020 la pandemia non aiuta costringendo tutti a lavorare distanti eppure nel frattempo alcuni artisti contattati tramite il web si rendono disponibili, come gli speaker Alex Martinelli, Chiara Chines, Maria Elena Mandelli con le loro voci e altri che hanno prestato il loro aiuto, il progetto insomma riprende lo slancio e viene portato quasi al termine.

Lo studio in costruzione
mentre si realizza
il green screen.

Sempre nel 2020 un incendio distrugge parte del bosco in cui erano state girate le prime scene, una distruzione immensa che ha cambiato per sempre il volto al territorio, così le riprese fatte in quei luoghi acquisiranno un valore immenso rendendole uniche in un bosco ancora in tutto il suo splendore. È proprio in seguito a questo grave incidente che la seconda puntata verrà dedicata ad un messaggio importante per la salvaguardia del nostro pianeta, partendo dall’esempio di un pianeta immaginario in cui la civiltà che lo popolava non ha saputo mantenere in vita il proprio ecosistema. Una scena molto toccante.

Backstage delle
riprese dei bambini

Nel 2021 e 2022 saranno aggiunte le ultime animazioni e completato il progetto sarà reso disponibile gratuitamente per tutti. Nonostante mille difficoltà tante ore di lavoro, il gruppo di ragazzi composto da Salvatore Lanza, Clara Notaro, Daniele Baldi, Eugenia Muscarella, Gianfranco Nogara, Francesco Dolce, Giusi Dolce, Pino Dolce, Sara Andolina, Sofia Godezia, ce l’ha fatta!

I Personaggi

Prima di entrare nel merito del documentario è giusto entrare in contatto con i protagonisti di “TOGETHER UNIVERSE un viaggio verso l’infinito” saranno infatti proprio loro a dare vita alla narrazione in base ai ruoli assegnati durante la missione e alle singole personalità. Sebbene infatti graficamente i protagonisti della storia siano estratti da alcuni modelli base, con un attento e minuzioso lavoro ad ognuno di essi è stata assegnata un personalità che si è tentato di trasmettere attraverso toni ed espressioni vocali ma anche con gesti caratteristici. Cerchiamo di conoscerli meglio. Il comandante della nave spaziale è Clara, anni 30, caratterialmente molto forte, attenta all’ambiente e rispettosa, a lei sarà assegnato il ruolo di condurre il viaggio decidendo destinazioni e portando ordine nella squadra. A dare la voce a Clara è Chiara Chines, conduttrice radiofonica presso Radio Studio Centrale emittente di Catania. Ad affiancare Clara nel difficile ruolo di guida troviamo un’altra figura femminile, Sophia, comandante in seconda della nave. Di qualche anno più grande del suo superiore si dedicherà a spiegare alcuni principali concetti tecnologici e tecnici delle missioni, diciamo l’aspetto più ingegneristico.

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli utenti registrati. Per accedere o registrarti clicca su Area Riservata

[swpm_protected for=”2-3″]

Nonostante non ami scherzare grazie alla sua serietà e competenza si rivelerà un elemento fondamentale per la buona riuscita della missione. Segni particolari: ordinatissima! La voce del personaggio è prestata da Giusi Dolce amica del progetto. La più piccola dei membri dell’equipaggio ha solo 20 anni. Veronica è scherzosa e affabile e con la sua dolcezza sarà la prima ad instaurare un rapporto speciale con i bambini, i veri viaggiatori dello spazio. Questa volta la voce del doppiaggio è di Clara Notaro di Montemaggiore Belsito, altra amica del progetto, insomma ognuno si è prestato volentieri offrendo il massimo della disponibilità. Pilota abilissimo e viaggiatore solitario e sognatore entra in scena anche Elios di 30 anni. A bordo della sua mini navicella veloce e pratica riuscirà ad accompagnare l’equipaggio nei luoghi di più difficile accesso sulle superfici dei pianeti e altri oggetti. Narrato come appassionato di serie di cartoni degli anni 80 e film con supereroi è doppiato dal vocalist di professione Alex Martinelli.

Non mancano personaggi più fantasiosi come JP il robottino assistente di Elios, un’intelligenza artificiale fuori dal comune, simpatico e soprattutto vivace, ha una cameretta personale nella navicella di Elios, mette tutto sottosopra, e vorrebbe assomigliare al suo capo. Anche lui ama gli anni 80: videogiochi e i computer e il suo sogno è diventare musicista perché adora la musica anni 90. Akemi, outsider indipendente dell’equipaggio coetanea di Elios ha anche essa una sua navicella. La sua figura è stata introdotta per approfondire gli argomenti trattati nella narrazione principale. Insieme a JP sono i protagonisti di sotto episodi dedicati a temi specifici. Ed infine, anche se in effetti sono i primi a comparire nel racconto, i due bambini di 8 e 10 anni, i protagonisti attorno a cui si crea la storia e la motivazione all’origine del lungo viaggio che coinvolgerà tutto li team. Ad Elena piace la danza e sogna di poter ballare volando sempre più in alto. Francesco vuole diventare astronauta perché crede che le stelle siano esseri intenti a spiarci da lontano.

La realizzazione dei personaggi

Elena e Francesco nell’animazione e nella realtà.

Il primo personaggio ad essere realizzato è stato VERONICA, partendo da una figura standard Daz3d, che poi è stata modificata e modellata, aggiungendo le texture. Nella traccia iniziale Veronica avrebbe dovuto essere sola e assorbire quasi tutti i ruoli necessari, solo successivamente passando al doppiaggio ci si rese conto che il lavoro per la doppiatrice sarebbe stato troppo impegnativo e difficile da conciliare con altri impegni. Si è reso indispensabile a quel punto ideare un piano B e da questa esigenza sono nate le altre due figure del team: SOPHIA e CLARA. A questo punto però per alleggerire il lavoro di calcolo si è scelto di duplicare il corpo modificando solamente i volti e la pelle. Inaspettatamente un passaggio complicato sia per il calcolo che per la creazione si è rivelato quello relativo agli abiti. Non avendo attrezzature cinematografiche utili il team ha deciso di optare per una più semplice applicazione di uno strato sulla pelle, così sono nate le tute. Aderenti per semplificare il lavoro di rendering del computer. Elios è frutto di un’ulteriore difficoltà legata all’emergenza pandemica e alle difficoltà di spostamento. Avere una voce maschile in quel momento era più pratico, così lo stesso procedimento dei personaggi precedenti si sono applicate le texture per semplificare il lavoro di rendering grafico. L’idea del robottino invece arriva come soluzione coerente alla narrazione per risolvere le apparenti difficoltà di posizionare un umano i luoghi abbastanza ostili come la superficie di Marte, diversamente la figura sarebbe dovuta essere rivestita quanto meno da una tuta. Le sembianze aliene sono ispirate alla ricerca di vita ipotetica. L’ultimo personaggio ad essere aggiunto è stato Akemi, che non fa parte del documentario principale ma bensì di alcune puntate extra di approfondimento.

L’ASTRONAVE: INFINITY DREAMS STARSHIP e ELIOS NAV

L’astronave indispensabile per il viaggio è pensata in maniera maestosa con un’ampia plancia che offrisse internamente lo scenario e gli spazi necessari per le animazioni e le vicende dei personaggi a bordo. E’ composta da un’unità principale “l’astronave dei sogni infiniti” Infinity Dream e da una navicella più agile chiamata Elios NAV per gli spostamenti più impervi. Una curiosità: la grande statua verde che si vede a poppa dell’astronave è il personaggio del disegno Infinity Dreams.

LA LAVORAZIONE GRAFICA E MONTAGGIO

La realizzazione grafica si basa su modelli 3D preesistenti, acquistati in alcuni casi ma spesso disponibili al pubblico in librerie messe a disposizioni da enti internazionali o aziende private. Vale la pena citarne alcune ma solo a titolo di esempio giacché sono davvero illimitate le risorse online a cui si può accedere: European Southern Obserbatory, Esa Hubble Space Telescope, Nasa, Envato Elements ecc… Sui modelli poi moltissime ore spese per gli adattamenti di forme e movimenti in base a gusti ed alle aspettative. È importante ricordare che a cimentarsi in questa impressa è stato un gruppo di appassionati e non professionisti dell’animazione grafica 3D. Di certo si sarebbe potuto far di meglio ma tutto sommato siamo molto orgogliosi di come i passaggi tecnici sono stati superati e nel complesso i movimenti ci sembrano fluidi e i personaggi armoniosi. Una nota particolare dedicata alla colonna sonora affidata a Salvatore Lanza che ha voluto infondere un tono epico all’impresa accompagnandola con suoni forti e imponenti. C’è da ammettere che ove non fossero sufficienti le difficoltà già in essere per mancanza di competenza e di strumenti anche l’approccio perfezionista non ha aiutato. La lavorazione del documentario ha richiesto diversi anni durante i quali ovviamente si sono registrate anche scoperte importanti che lo staff voleva assolutamente introdurre al fine di creare un prodotto il più aggiornato ed al passo con i tempi possibile. Ecco quindi costruire nuove scene, inserirle, tagliare e rimontare, insomma è stato necessario mettere un punto perché altrimenti questo documentario sarebbe ancora nascosto negli hard disk dei tanti computer utilizzati.

IL DOCUMENTARIO

Il documentario è suddiviso in 3 puntate principali, con un’unica timeline che si srotola in un lungo viaggio, dalla Terra sempre più lontano, fino ai confini del noto.

Prima puntata

Nelle foto: Esopianeti, come
potrebbero essere dei pianeti
simili al nostro

Nella prima puntata i protagonisti, dopo aver ammirato le meraviglie del nostro pianeta con la sua varietà dei paesaggi, partiranno in direzione Luna con destinazione il Sistema Solare. Transiteranno nei pressi di Venere, poi di Mercurio e non troppo vicino al Sole. Poi sarà al volta di Marte e Cerere, e correndo al fianco delle comete, si affacceranno all’atmosfera di Giove facendo tappa sulle sue lune. Subito a seguire ci sarà la stazione Saturno per un salto sul vicino Titano e, dopo qualche accenno alla missione Cassini Huygens, sarà la volta di Nettuno con Tritone, ecc.. fino ad immergersi nella fascia di Kuiper alla volta di Plutone, Sedna, Make Make, e altri. La visita dei grandi oggetti che compongono il nostro sistema sarà l’occasione per raccontare le principali missioni spaziali e conquiste dell’uomo da quando l’esplorazione spaziale ha avuto inizio partendo dal progetto Voyager, spiegando le origini della Pioneer, fino a giungere ai giorni odierni con la Stazione Spaziale Internazionale e citando i principali telescopi che dallo spazio osservano il cosmo. Il viaggio, neanche a dirlo, parte proprio da Aliminusa piccolo paesino dell’entroterra palermitano, luogo in cui è nato il progetto.

Seconda puntata

Nelle foto: L’astronave tra gli asteroidi in un
lontano sistema solare

Nella seconda puntata l’astronave uscirà dall’orbita del nostro Sole per dirigersi verso il sistema di Alpha Centauri puntando su Proxima B1, esopianeta scoperto vicino alla più piccola delle tre stelle; proseguirà poi alla volta di altre stelle vicine come Eypsilon Eridani (le nane brune tra cui Luhman) e Sirius A, si fermerà per visitare il pianeta più vecchio della galassia, Matusalemme, e poi sfreccerà verso Gliese 581, Gliese 667 scoprendo le super terre, i pianeti simili al nostro ma molto più grandi e volendo esagerare arriverà fino alla megaterra kepler 10c. Il viaggio continuerà sorvolando altri fantastici esopianeti ognuno caratterizzato da una conformazione propria ed immaginaria ma ugualmente possibile ma non li elencheremo tutti, sarà il lettore a scoprirli uno alla volta guardano il documentario Fra gli oggetti curiosi la stella ALGOL, sistema binario cannibale, OSIRIDE pianeta che sta evaporando e HD186302, la stella gemella del nostro Sole. L’obiettivo è presentare un ampio campione di esopianeti così come sono stati oggi individuati. Ad esempio PIANETI DI CARBONIO, mondi sottoposti ad alta pressione ricchi di immensi diamanti, oppure PIANETI IN FASE DI FORMAZIONE immagineremo pianeti che vengono colpiti da milioni di asteroidi proprio com’è successo sulla TERRA miliardi di anni fa. È di certo la puntata dedicata all’annosa domanda “siamo soli nell’universo?”. Come mai in tutto questo tempo non siamo riusciti a comunicare con una specie intelligente o a scoprire semplici forme di vita? Con degli esempi chiari abbiamo cercato di dare delle risposte.

Terza puntata

Nascono le nane bianche, PULSAR e MAGNETAR, ci imbatteremo in esplosioni cosmiche come le IPERNOVE e osserveremo la nascita di un Buco Nero senza lasciarsi inghiottire. Ancora concetti importanti come i LAMPI GAMMA e GLI AMMASSI GLOBULARI fino ad arrivare all’insolita HR5171 la coppia di stelle che sembrano formare una gigantesca arachide. Non mancherà all’appello SAGITTARIUS A il buco nero al centro della via Lattea. Gran parte della terza puntata è dedicata alle galassie, alla loro formazione, evoluzione e quali meraviglie possono nascondere. Un viaggio ricco di dettagli, nozioni, affascinante e mai banale e che continuerà indietro nel tempo fino a oltre 13 miliardi di anni luce fa dove tutto è iniziato, il BIG BANG con qualche accenno al MULTIVERSO e altri misteri, lasciando lo spettatore con un messaggio finale che manifesta tutto l’amore per le meraviglie del cosmo.

LE PUNTATE EXTRA

Affiancano le puntate principali alcuni video extra di approfondimento dedicati a temi specifici e curiosità sullo spazio, come ad esempio “siamo soli?” un video che parla dei messaggi inviati dalla terra in cerca di qualche civiltà che possa ascoltarli. Oppure la stella di Betlemme, animazione in cui si immagina di ciò che avranno visto i re magi I viaggi di JP, sono infine brevi dei piccoli video racconti in cui il personaggio Akemi e il robottino viaggiano alla volta di corpi meno conosciuti dell’Universo.

LE NOTTATE PASSATE TRA STELLE E PIANETI

Insomma molta fatica ma anche tanta soddisfazione dietro questo documentario. Resta però un bel ricordo fra le quinte del progetto che ci accompagnerà per sempre. Quando decidemmo di realizzare lo studio, dovevamo farlo nella maniera più precisa e funzionale possibile e senza costi esagerati, di giorno ognuno di noi era a lavoro, così finimmo per passare insieme molto del tempo libero e molte domeniche trascorse tra le nostre idee, nelle sere fredde di inverno con spaghettate davanti ai computer a disegnare e parlare del più e del meno. Anche i timelapse notturni saranno indimenticabili, bellissime sere d’estate tutti in compagnia, tutti a volerci bene, realizzando questo piccolo progetto. Un giorno ogni membro dello staff, riguardando i filmati, non potrà non sentire quella fitta di nostalgia.

LA SQUADRA PRINCIPALE

Concedeteci un piccolo elogio alla squadra composta da: Salvatore Lanza, ideatore del progetto che ha curato il montaggio e le animazioni principali dei personaggi e l’astronave, oltre ad aver scritto la sceneggiatura, Clara Notaro voce di Veronica, Giusi Dolce la voce di Sophia e assistente di montaggio, Pino Dolce assistente di montaggio, a lui insieme a Salvatore Minerva vanno i ringraziamenti per aver realizzato fisicamente lo studio; Gianfranco Nogara e Daniele Baldi hanno curato alcune animazioni e poi Chiara Chines, Alex Martinelli, Maria Elena Mandelli che hanno dato la voce ai personaggi 3d di Clara, Elios e la piccola Elena. Un grazie speciale a Sofia e Francesco i due bambini; Vladimir Romanyuk l’autore del planetario utilizzato per le animazioni e Giorgio La Corte coautore per i testi.

SOGNI PER IL FUTURO

Il sogno del gruppo è infine unire la passione per la natura con quella per l’astronomia e realizzare un piccolo osservatorio nei pressi del bosco in cui è ambientato il documentario. Un modo per aiutare a sensibilizzare al rispetto di ciò che ci circonda perché, come sostenuto anche nel documentario fino ad ora l’unico pianeta in grado di offrirci la vita, è la nostra Terra, un mondo che merita maggiore rispetto da parte di tutti.

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 263 VERSIONE CARTACEA

 

Ed. Civica contro l’Inquinamento Luminoso

Scala di Bortle con le quantità di stelle visibili adattate alle corrispondenti condizioni di cielo.

UN PERCORSO DI EDUCAZIONE CIVICA PER LE SCUOLE SUPERIORI

ISTITUTO DI IS TRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE ‘C ICOGNINI-RODARI’, PRATO

Introduzione

Negli ultimi anni, l’introduzione dell’Educazione Civica nelle scuole italiane ha stimolato nuove modalità di insegnamento, spesso -per gli insegnanti di area STEM- centrate su temi di grande rilevanza sociale e ambientale. Introdotta con la Legge 92/2019, l’Educazione Civica si propone di sensibilizzare gli studenti su temi di cittadinanza attiva e sostenibilità. Il Liceo Cicognini- Rodari di Prato ha deciso di dare ampio margine ai docenti per sperimentare percorsi didattici personalizzati, esplorando temi che intrecciano interesse generale e rilevanza curricolare. Tra questi, il problema dell’inquinamento luminoso rappresenta un argomento tanto interessante quanto poco conosciuto. È su questa tematica che alcune classi terze dell’istituto pratese hanno lavorato, seguendo un progetto educativo che ha unito teoria, pratica e cittadinanza attiva. Il percorso di Educazione Civica si è poi sviluppato in un curricolo verticale (svolto dall’a.s. 2021-2022 all’a.s. 2023-2024) dedicato alla sostenibilità futura, alla tutela ambientale e alla valorizzazione del territorio.

PERCHÉ PARLARE DI INQUINAMENTO LUMINOSO?

L’inquinamento luminoso è un fenomeno che coinvolge ogni aspetto della vita moderna. L’eccesso di illuminazione artificiale non solo nasconde il cielo stellato, ma causa danni significativi all’ambiente, alla salute umana e all’economia. “Non avevo mai pensato al motivo per cui non vedessi stelle, ma scoprire che la causa sono le luci artificiali è stato sorprendente“, afferma uno studente coinvolto nel progetto. Lampioni mal progettati, insegne luminose, stadi e impianti industriali contribuiscono a una dispersione di luce che si estende ben oltre le aree urbane, con conseguenze spesso ignorate. L’obiettivo del progetto, quindi, non era solo informare, ma anche sensibilizzare gli studenti a diventare protagonisti del cambiamento. La perdita progressiva della visibilità del cielo notturno rappresenta infatti una grave privazione dal punto di vista estetico, culturale e scientifico. L’osservazione delle stelle, che ha ispirato generazioni di scienziati, poeti e filosofi, è oggi minacciata da un fenomeno spesso troppo trascurato nel dibattito pubblico.

Ripresa dalla stazione Spaziale ISS che mostra l’inquinamento lumionoso
distribuito su parte dell’ITalia. Crediti: NASA

OBIETTIVI DEL PROGETTO

Vedere il nostro cielo notturno scomparire è triste, e se non agiamo, sarà ancora più triste per i nostri figli che vedranno un cielo senza stelle,” racconta uno degli studenti coinvolti. Gli obiettivi del progetto:

  • Comprensione del fenomeno: conoscere le cause, gli effetti e le soluzioni per ridurre l’inquinamento luminoso.
  • Osservazione pratica: sviluppare competenze di osservazione del cielo e valutare la sua visibilità.
  • Cittadinanza attiva: mappare varie zone della città e comunicare i risultati per promuovere una maggiore consapevolezza.

SVOLGIMENTO DEL PROGETTO

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli utenti registrati. Per accedere o registrarti clicca su Area Riservata

[swpm_protected for=”2-3″]

Il progetto si è articolato in più fasi, combinando lezioni teoriche e attività pratiche. Le prime lezioni si sono concentrate sulla presentazione del problema: che cos’è l’inquinamento luminoso, quali sono le sue cause principali, come possiamo misurarlo e, soprattutto, ridurlo, con un focus particolare sull’illuminazione stradale e sulle normative vigenti. A seguire, gli studenti hanno partecipato a un’uscita didattica nei pressi della scuola per imparare a riconoscere e catalogare impianti di illuminazione a norma o non conformi. I dati raccolti sono stati poi verificati attraverso un test semi-strutturato, che ha offerto un primo feedback sulle nozioni acquisite e sugli interessi suscitati. Il questionario somministrato ha permesso alla docente di comprendere quanto fosse diffusa la consapevolezza sul tema tra gli studenti e di raccogliere dati utili per strutturare meglio le fasi successive del progetto.

CONTARE LE STELLE E VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ NOTTURNA

Dopo le prime lezioni frontali (che quindi, contando il test, sono state 2-3 a seconda della ricettività della classe), il progetto è entrato nella sua fase più pratica e interattiva. Utilizzando strumenti semplici, come un tubo di cartone per delimitare il campo visivo, gli studenti hanno osservato attraverso di esso il cielo notturno e stimato il numero di stelle visibili dalla loro casa (causa restrizioni da pandemia Covid-19). Questa attività, già sperimentata dalla scrivente assieme all’associazione A.L.S.A. astrofili livornesi e la Sezione Toscana della S.A.iT. presso il Museo di Storia Naturale di Livorno, è sempre risultata molto efficace e di impatto nonostante l’assenza di strumenti professionali. Supponendo infatti una distribuzione omogenea delle stelle nel cielo e una diretta proporzionalità tra le stelle viste nel tubo ( ñ) e quelle presenti (N), i ragazzi con la semplice misura L della lunghezza del tubo e del suo diametro D, tramite la relazione

si sono ricavati il numero di stelle visibili grazie alla formula inversa

divisa per 2 considerare solo l’emisfero boreale.

La presenza nella formula di un “n medio” è funzionale alla preferenza di fare più rilevazioni su diverse zone di cielo per poi farne la media (ñ) appunto.

Scala di Bortle con le quantità di stelle visibili adattate alle corrispondenti
condizioni di cielo.

visualizzare i risultati delle loro osservazioni in modo semplice e diretto fornendo quindi nell’immediatezza i dati della qualità del cielo. My Maps dispone di una funziona specifica che consente di inserire degli indicatori in corrispondenza di una certa località (nel nostro caso la località dell’osservazione), cambiarne la forma (abbiamo scelto l’indicatore a forma di stella) e il colore (elemento chiave legato al numero di stelle rilevate durante le osservazioni e quindi alla qualità del cielo). Altre funzioni, sempre in My Maps, consentono di caricare foto del cielo (se esistenti), foto di impianti non a norma presenti nelle vicinanze, i calcoli svolti con le misure del tubo utilizzato e, là dove gli studenti lo ritenessero utile, un personale commento sul lavoro di raccolta dati svolto.

La mappa creata con l’app Google My Maps mostra la distribuzione
delle osservazioni nella città di Prato.

Un personale considerazione, Google My Maps è uno strumento, caratterizzato da semplicità e accessibilità, ha il potenziale per essere impiegato in iniziative future, estendendo la collaborazione ad altre scuole o enti interessati a promuovere la consapevolezza e la lotta contro l’inquinamento luminoso. Esso rappresenta un esempio concreto e innovativo di come la tecnologia possa essere integrata efficacemente nei percorsi educativi, trasformando l’apprendimento in un’esperienza più coinvolgente, pratica e orientata alla risoluzione di problemi reali.

SCOPERTE E RIFLESSIONI

Le osservazioni su Prato hanno confermato le aspettative, ovvero una qualità di cielo che va dall’urbano al suburbano luminoso, con aree di migliore qualità nelle zone collinari circostanti. Benché buona parte dell’illuminazione cittadina sia a norma, comunque l’impatto complessivo dell’inquinamento luminoso rimane significativo, soprattutto nelle aree urbane. “Non pensavo che lampioni o insegne potessero essere fuori norma,” ha riflettuto una studentessa, “pensavo che tanta luce fosse solo utile.

La mappa è visionabile al seguente link

Esempi delle annotazioni degli studenti. Commenti e calcoli eseguiti per stimare la qualità del cielo accessibile dalla propria posizione.

VERSO UN CURRICOLO VERTICALE DI EDUCAZIONE CIVICA

Il progetto sull’inquinamento luminoso è parte di un percorso didattico che si sviluppato nei tre anni del triennio superiore. Nella classe quarta, l’attenzione si è focalizzata sulle energie rinnovabili e il risparmio energetico, mentre in quinta si è affrontato il tema legato all’energia nucleare e ai disastri ambientali. Questo approccio integrato ha mirato a sensibilizzare gli studenti su questioni complesse e di grande attualità, fornendo strumenti per una cittadinanza più attiva e consapevole. Nella classe quarta, dedicandoci sullo studio delle energie rinnovabili, gli studenti sono stati coinvolti in ricerche di gruppo su temi come l’energia solare, eolica, idroelettrica, geotermica e biomasse. Le varie tipologie di energie rinnovabili sono state studiate nel contesto italiano e internazionale, con una discussione finale su quale di queste potesse essere più promettente per il futuro e uno sguardo generale alle politiche energetiche delle nazioni ad economia emergente. In quinta, la riflessione si è spostata sull’energia nucleare, con una trattazione completa dei rischi e dei benefici. Le lezioni hanno incluso la visione di documentari pro e contro l’energia nucleare e sui disastri di Chernobyl e Fukushima, ma anche approfondimenti sulle tecnologie moderne e sul dibattito politico legato al nucleare in Europa e nel mondo. Si sono affrontate anche le questioni inerenti alle scorie radioattive, un tema troppo spesso discusso con superficialità o totalmente trascurato nel dibattito pubblico. Come è facile notare, il curricolo proposto ha offerto un approccio interdisciplinare in grado di unire storia, scienza e politica; i colleghi di Italiano, Storia, Scienze e Filosofia hanno potuto collegarsi ai temi trattati proponendo ulteriori approfondimenti aiutando gli studenti a sviluppare quella visione unica di sapere tanto cara alla scuola di questi ultimi anni.

OLTRE IL CURRICOLO

Il progetto dicevamo si è sviluppato su più anni successivi e si è concluso affrontando il tema dell’energia nucleare e dei disastri ambientali. Alla fine del percorso, ai ragazzi è stato chiesto di rispondere alla domanda: “Se domani assistessi ad una conferenza stampa fatta da professori universitari sul riattivare le nostre centrali nucleari in Italia e ti assicurassero della bontà dei progetti e della sicurezza assoluta, saresti d’accordo? Commenta. La risposta è personale e non verrà valutato il “Si” o il “No” ma come sostieni le tue idee.” Mi preme sottolineare che nelle lezioni la sottoscritta si è impegnata a mantenere una posizione più neutra possibile rispetto al tema trattato. Le risposte raccolte sono state sorprendenti ma non del tutto inaspettate. Intanto è da notare che la platea dei nostri giovani, lontani dai disastri di Chernobyl e Fukushima, si è spostata verso una posizione favorevole al nucleare (molto di più di come lo erano quelli degli anni ’80, freschi del passaggio della nube tossica e delle immagini del disastro), complici anche diversi video di divulgatori moderni assolutamente pro-nucleare a cui i ragazzi accedono facilmente tramite i social.

Avendo riproposto il medesimo test da diversi anni, è stato interessante registrare come il numero di consensi sia progressivamente salito fino ad arrivare, attualmente, a più della metà dell’uditorio. Il perché? Le motivazioni sono facilmente intuibili e le parole di un’alunna riassumono perfettamente il pensiero che accomuna i suoi coetanei: “Dopo queste lezioni di educazione civica ho approfondito il tema del nucleare, e credo di aver capito di essere favorevole all’energia nucleare in Italia per diversi motivi. Innanzitutto, l’energia nucleare è una fonte energetica a basse emissioni di carbonio, il che significa che può contribuire significativamente alla riduzione dell’inquinamento atmosferico, tema purtroppo estremamente attuale e che potrebbe anche esso mettere a rischio il nostro futuro. Un altro grosso vantaggio sono le grandi quantità di energia prodotta, non garantite dalle energie rinnovabili. Ad oggi per rispondere il modo green alla richiesta energetica globale il nucleare rappresenta l’unica soluzione. Inoltre, l’energia nucleare è una fonte di energia stabile e continua poiché non dipende dalle condizioni meteorologiche come nel caso delle fonti rinnovabili. Nel caso specifico dell’Italia, l’energia nucleare potrebbe essere una soluzione per ridurre la dipendenza energetica dalle importazioni di combustibili fossili, e quindi una possibilità di sviluppo industriale, tecnologico, ecc.. Questo argomento ha una duplice natura e sono pienamente consapevole dei rischi associati a questa forma di energia. Riflettendo sul passato, è comprensibile che ci siano stati e continuino ad esserci timori e dubbi riguardo a questa fonte energetica. Questi sentimenti possono in realtà incentivare una maggiore informazione e la formazione di opinioni personali più solide. Tuttavia, la presenza di centrali nucleari in tutta Europa mi fa riflettere sul fatto che in caso di un incidente nucleare, le conseguenze potrebbero coinvolgere comunque la nostra nazione. Naturalmente, l’adozione dell’energia nucleare richiede una rigorosa attenzione alla sicurezza e alla gestione dei rifiuti radioattivi. Tuttavia, con adeguate misure di sicurezza e normative efficaci, l’energia nucleare può essere una grande possibilità per l’Italia. La gestione delle scorie radioattive e in generale tutti i rischi hanno bisogno sicuramente di una grande riflessione, ma mettendo in relazione i pro e i contro e contestualizzando il tutto in epoca contemporanea, i punti a favore vincono a mio parere sui contro.

TESTIMONIANZE DI IMPEGNO

L’indagine a tema inquinamento luminoso e il progetto scolastico ad essa associato, è un esempio concreto di didattica innovativa e interdisciplinare. Non si tratta solo di sensibilizzare i ragazzi sul tema specifico o sul risparmio energetico, ma vuole promuovere una cultura della sostenibilità e dell’impegno su più ambiti della vita quotidiana. Gli studenti non hanno solo imparato a osservare il cielo, ma hanno acquisito competenze trasversali che vanno dalla raccolta e analisi dei dati alla comunicazione dei risultati. Inoltre, come attestato dalle loro testimonianze, queste esperienze lasciano un segno profondo e contribuiscono a formare cittadini consapevoli. “Ho parlato di inquinamento luminoso con molte persone, e a parte chi è interessato all’astronomia, nessuno lo considera. Personalmente, lo trovo il tipo d’inquinamento più fastidioso,” ha spiegato uno studente. “Sensibilizzare le persone è essenziale. Bastano piccoli gesti per fare la differenza,” ha aggiunto una compagna. Le testimonianze degli studenti rivelano un cambiamento significativo nella percezione del problema. Molti di loro hanno espresso il desiderio di continuare a sensibilizzare amici e familiari, sottolineando come anche azioni apparentemente insignificanti possano avere un impatto positivo. Le parole di una studentessa: “Ogni azione conta. Se vogliamo vedere ancora le stelle, dobbiamo iniziare a fare qualcosa oggi stesso.” “In sintesi,” commenta un compagno “è importante salvaguardare l’habitat notturno, creare aree per lo studio e la divulgazione astronomica e promuovere il turismo delle stelle, e aggiungo che è importante una divulgazione personale del problema, che è poco conosciuto.

CONCLUSIONI

L’Educazione Civica è uno strumento potente per avvicinare i giovani ai temi sempre più importanti per il nostro futuro prossimo, e questo progetto scolastico ne è un esempio calzante. Attraverso l’osservazione diretta, l’uso della tecnologia e la riflessione critica, gli studenti non solo hanno appreso nozioni scientifiche, ma hanno anche sviluppato un senso di responsabilità verso il loro territorio e il loro futuro. “Queste lezioni,” ha scritto un ragazzo “hanno stimolato in me varie riflessioni relative alla visione materialistica e improntata unicamente sulla quantità della società odierna. Prima di affrontare questo percorso di educazione civica, infatti, ero convinto del fatto che l’inquinamento luminoso non fosse in alcun modo arginabile poiché, secondo la mia fallace ottica, tale operazione poteva avvenire unicamente mediante la riduzione, e poi l’annullamento, dell’illuminazione notturna cittadina. Invece la chiave del percorso affrontato è stata perfettamente sintetizzata nella frase finale del power point a noi assegnato: il problema non è tanto quantitativo quanto qualitativo. Trovo che la sfida più difficile per l’ecologia in generale sia proprio far passare tale concetto.” Inoltre, un percorso come questo è stato loro molto utile nella discussione finale dell’esame di maturità in quanto temi come ecologia, energie rinnovabili e nucleare, risparmio energetico, si sono legati benissimo ad attualità, politica e geopolitica, storia, scienze (oltre che fisica e matematica), che ultimamente sono molto gettonati anche come proposte di tracce per la prima prova di esame, come è accaduto nell’ultima sessione di esami ove la Proposta di traccia B1 parlava esplicitamente di uso delle armi nucleari, equilibrio del terrore e alla guerra fredda; stesso tema nella traccia tratta dal testo Intervista con la storia di Oriana Fallaci (Proposta B3) proposta due anni fa. Per non sottolineare la facilità con cui questo argomento si è collegato nelle prove orali. Facendo due conti almeno l’80 % degli alunni, se non ha toccato questi temi grazie alla traccia assegnatagli, è riuscito a collegarlo proprio come Educazione Civica. Ma le ricadute non sono finite qui.

Alla fine di questo percorso triennale abbiamo avuto la soddisfazione di diplomare due studentesse del Liceo Musicale che, come scelta universitaria, si sono rivolte alle discipline STEM e in particolare hanno guadagnato l’ammissione a Ingegneria Aerospaziale e Astronomia. Una bella soddisfazione a cui vogliamo pensare di aver in parte contribuito. “Sicuramente prof, senza queste lezioni, non avrei nemmeno saputo che esistessero tutti questi temi interessanti legati alla fisica e all’astronomia” mi scrive una di queste. A loro va il nostro più sentito augurio di una ricca e interessante carriera.

La nostra speranza è che con iniziative come questa, si riesca a strutturare una generazione più consapevole e pronta ad affrontare le sfide ambientali e, perché no, politiche che il futuro prossimo ci riserverà. Per chi fosse interessato ad approfondire i dettagli tecnici e metodologici del percorso seguito, l’articolo completo è apparso sul “Giornale di Astronomia”, 2024 Vol.50 N.2 pagg. 23-27.


[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

LE SUPERNOVAE EXTRAGALATTICHE PIU’ LUMINOSE ED IMPORTANTI DELLA STORIA (pt.2): SN1937C IN IC4182

Fritz Zwicky al telescopio Schmidt da 18 pollici dell’Osservatorio di Monte Palomar. Strumento con il quale ha scoperto la SN1937C in IC4182. Foto realizzata dal fotografo Edison R. Hoge nel 1930

Nella nostra rassegna delle supernovae extragalattiche più luminose ed importanti della storia, dopo aver analizzato le due luminose supernovae del 1800, la SN1885A scoperta da Ernst Hartwig nella Galassia di Andromeda M31 e la SN1895B scoperta da Williamina Fleming nella galassia NGC5253 (vedi Coelum 269 e 270 rispettivamente), entriamo nel 1900 e dedichiamo la nostra attenzione sulla luminosa supernova denominata SN1937C, scoperta il 25 agosto 1937 dall’astronomo, Fritz Zwicky nella galassia a spirale IC4182.

Rispetto alle precedenti due supernovae, inizialmente classificate come stelle novae della Via Lattea a causa della scarsa conoscenza dell’epoca sulla vera natura delle galassie, allora considerate semplici nebulose della nostra galassia, questa scoperta fu invece subito identificata come una supernova. Edwin Hubble aveva infatti già pubblicato le sue prime intuizioni sulla natura della nostra galassia e sulle cefeidi nella galassia di Andromeda M31, determinando come le galassie fossero oggetti molto più lontani al di fuori della nostra galassia.

Fritz Zwicky al telescopio Schmidt da 18 pollici dell’Osservatorio di Monte Palomar. Strumento con il quale ha scoperto la SN1937C in IC4182. Foto realizzata dal fotografo Edison R. Hoge nel 1930

Poco dopo già agli inizi degli anni ’30, gli astronomi Walter Baade e lo stesso Fritz Zwicky coniarono il nome “supernova” per distinguere questi particolari transienti dalle classiche Novae della nostra Via Lattea. Fritz Zwicky nacque a Varna in Bulgaria il 14 febbraio 1898 da padre svizzero e madre ceca. Nel 1925 emigrò negli Stati Uniti in California e avendo ricevuto un’istruzione avanzata all’università di Zurigo, entrò nello stesso anno al California Institute of Technology dove rimase per il resto della sua carriera. Dedico una buona parte della sua vita allo studio di questi aventi catastrofici dell’universo, che lui stesso chiamò “Supernovae” e riuscì a scoprirne ben 123.

Non tutti sanno che nel 1941 scoprì anche la famosa galassia peculiare Ruota di Carro nella costellazione dello Scultore, che il 23 novembre 2021 ha ospitato la SN2021afdx. Chissà quale gioia avrebbe provato Zwicky nel vedere una supernova esplosa proprio nella “sua” galassia. Zwicky comunque era un personaggio molto particolare, irascibile ma anche geniale, in lite con tutti i suoi colleghi compreso il suo amico Baade, ma le sue intuizioni, spesso fonte di contrasto con i suoi colleghi, si rivelavano successivamente quasi sempre corrette.

Bella immagine della galassia IC4182 ripresa
dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra
con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 5 minuti.
Immagine della SN2021afdx nella galassia ESO
350-40 (Ruota di Carro) realizzata da Rolando
Ligustri in remoto dalla Namibia con un telescopio Dall-Kirkham da 500mm F.6,8

Torniamo però al racconto di questa importante supernova, scoperta nella galassia a spirale IC4182 situata nella costellazione dei Cani da Caccia ad una distanza di “soli” 14 milioni di anni luce dalla Terra. Anche se relativamente vicina IC4182 ha una bassa luminosità superficiale ed infatti era stata individuata soltanto nel 1904 dall’astronomo tedesco Max Wolf.

La data di scoperta della SN1937C è controversa e sui più importanti siti web dedicati alle supernovae si trovavano indicazioni discordi.

L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

La nostra passione per le supernovae è sollecitata da piccoli misteri di questo tipo così come prima cosa contattammo il responsabile delle circolari IAUC Daniel Green il quale, molto disponibile, ci ha fornito velocemente quelle originali del 1937. La prima circolare che menziona la supernova è la n. 680 del 31 agosto 1937, essa comunica la scoperta da parte di Zwicky, riportando la posizione precisa, ma senza indicare la data dell’avvistamento.

Circolare IAUC n. 680 del 31 agosto 1937 che riporta
la prima comunicazione della scoperta,
senza però precisare la data.

Nelle circolari successive, esattamente nella n. 683 del 14 settembre 1937, la notizia viene confermata, la supernova era di mag.+8,5 e l’avvistamento questa volta viene assegnato al 28 agosto 1937 presso l’Osservatorio di Monte Palomar. Eppure non ci sentivamo ancora soddisfatti.

Circolare IAUC n. 683 del 14 settembre 1937 che aggiunge
alcune informazioni sulla supernova, riportando come data di scoperta il 28 agosto 1937

Per chiarire i nostri dubbi ci siamo permessi di disturbare Jean Muller, l’astronoma con il maggior numero di scoperte di supernovae, ben 107 e seconda come numero totale soltanto allo stesso Fritz Zwicky. Jean Muller vanta nel suo album anche la segnalazione di 15 comete e 13 asteroidi.  Tutti risultati ottenuti proprio lavorando all’osservatorio di Monte Palomar. Nel 1937 al Palomar era attivo solo il telescopio Schmidt da 18 pollici (45cm). La dottoressa Muller è stata così gentile da fornirci le credenziali per accedere al book dove venivano annotati tutti i dettagli relativi alle riprese effettuate proprio con lo strumento.

Alle pagine 80 e 81 di questo vecchio libro scorgiamo le note del 28 agosto menzionate poi nella circolare n. 683, ma la nostra attenzione fu catturata dalle due pagine precedenti 78 e 79 in cui vennero trascritti altri dettagli delle riprese sulla galassia IC4182 ed è nella prima delle due pagine che è di fatto citata la scoperta della supernova con data 25 agosto 1937 alle ore 8,15 p.m., tempo di posa di 20 minuti su pellicola Agfa Super Panchromatic.

Pagine 80 e 81 del Book relativo alle riprese effettuate con il telescopio Schmidt
da 18 pollici del Palomar Observatory, dove abbiamo evidenziato la ripresa
del 28 agosto 1937 menzionata nella circolare IAUC n. 683.
Pagine 78
e 79 del Book relativo alle riprese effettuate con il telescopio Schmidt da 18
pollici del Palomar Observatory, dove abbiamo evidenziato la ripresa del 25
agosto 1937 che rappresenta la prima immagine di scoperta.

Grazie a questa accurata ricerca ci saremmo sentiti quindi di dichiarare che la data precisa in cui Zwicky scoprì questa supernova fu il 25 agosto 1937. Ma niente, le sorprese non erano finite. Navigando alla ricerca di informazioni su questo oggetto in diversi siti web importanti come ad esempio il Transient Name Server TNS o il sito Latest Supernovae di David Bishop ci imbattemmo in nuove incongruenze relative alla data di scoperta che addirittura veniva anticipata al 16 agosto 1937. Indagando siamo venuti a conoscenza di un importante e dettagliato lavoro eseguito sulla supernova dagli astronomi americani Michael J. Pierce e George H. Jacoby del Kitt Peak Observatory e pubblicato sul The Astronomical Journal nel dicembre del 1995.

I due autori sono riusciti a recuperare molte immagini della SN1937C fra cui tre importantissime pre-discovery datate appunto 16 agosto 1937, nove giorni prima la citazione di Zwicky, realizzando anche un’accuratissima curva di luce. La particolarità affascinante di queste tre prediscovery risiede nel fatto che furono ottenute per una curiosa coincidenza. Nei giorni 16 e 17 agosto 1937, la cometa Finsler, con una magnitudine di +5,5, transitò casualmente a soli 8° di distanza dalla galassia IC4182, che in quel periodo ospitava la luminosa supernova SN1937C. Gli astronomi Lautenegger e Grenat avevano fotografato la cometa Finsler utilizzando astrografi a largo campo, e nelle loro immagini, senza che se ne rendessero conto, appariva chiaramente anche la brillante supernova. Queste immagini di prediscovery si sono rivelate fondamentali per determinare con precisione la curva di luce della supernova, inclusa la fase precedente al massimo di luminosità, che si verificò tra il 16 e il 25 agosto 1937, raggiungendo la notevole magnitudine di +8,5.

Una cometa visibile a occhio nudo è già di per sé un evento raro, così come lo è una supernova che raggiunge la magnitudine +8,5. Tuttavia, se consideriamo che questi due straordinari fenomeni si sono verificati contemporaneamente e a soli 8° di distanza l’uno dall’altro, ci troviamo di fronte a qualcosa di davvero eccezionale, un evento incredibile e probabilmente irripetibile.

Seguendo il suggerimento ci siamo concentrati poi sui documenti esistenti relativi alla cometa Finsler individuando un nuovo resoconto fotografico interessante prodotto la notte del 16 agosto 1937 dall’osservatorio di Arcetri a Firenze. Abbiamo contattato l’osservatorio ed i responsabili dell’archivio fotografico per aver conferma della presenza ed accesso alle lastre realizzate sulla cometa Fisher in quella notte. Poco è durata l’illusione di aver scovato un’ulteriore pre-discovery della supernova, in realtà le lastre Agfa e Cappelli utilizzate per le riprese sono state ottenute con lo storico rifrattore Amici da 36cm di diametro che dispone di una lunga focale da cui un campo d’immagine ridotto, solo circa mezzo grado. La SN con una distanza di 8° si posizionava ampiamente fuori dal campo di ripresa.

Nella circolare n. 683 viene riportata un’altra informazione interessante secondo la quale il primo spettro della supernova fu ripreso il 29 agosto 1937 dall’astronomo statunitense Milton Lasell Humason, che in quegli anni lavorava all’osservatorio di Monte Wilson come assistente del grande Edwin Hubble. Sempre da Monte Wilson l’astronomo tedesco naturalizzato statunitense Rudolph Minkowski, con il telescopio Hooker da 2,5 metri il più grande al mondo in quegli anni, ottenne altri numerosi spettri ad alta risoluzione di SN1937C. Nella cattura di uno spettro, la luce di un oggetto viene scomposta nelle varie lunghezze d’onda, e quando si tratta di soggetti deboli come appunto può essere una supernova il risultato può apparire poco soddisfacente. Una supernova così luminosa fu perciò accolta come un’occasione unica per ottenere degli spettri di alta qualità. Successivamente grazie all’accurata curva di luce ottenuta dagli astronomi Michael J. Pierce e George H. Jacoby del Kitt Peak Observatory e allo studio realizzato con il Telescopio Spaziale Hubble sulle Cefeidi in IC4182, la SN1937C si può considerare come la prima supernova che ha permesso di calcolare con precisione la distanza della galassia ospite e calibrare le supernovae di tipo Ia per utilizzarle come indicatori di distanza, le famose candele standard. Anche se con una luminosità inferiore alle due precedenti supernovae che abbiamo analizzato: la SN1885A in M31 e la SN1895B in NGC5253, questa supernova in termini scientifici è da considerare sicuramente molto più rilevante e utile per migliorare la conoscenza di “nostri” catastrofici eventi dell’universo.

Immagine digitalizzata della SN1937C in IC4182 ripresa con il telescopio Schmidt da 18 pollici del Palomar Observatory. Immagine tratta dal lavoro realizzato dagli astronomi americani Michael J. Pierce e George H. Jacoby del Kitt Peak Observatory e pubblicato sul The Astronomical Journal nel dicembre del 1995.
Immagine di prediscovery della SN1937C ottenuta da M. Grenat. Il quadrato in alto a destra, che ospita al centro la supernova, corrisponde al campo inquadrato nell’immagine a sinistra. In basso a sinistra è visibile la cometa Finsler

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

Come creare un’animazione delle protuberanze solari

Protuberanza Solare dela 14 - 08- 2021 di Salvo Lauricella

Come variante dell’hobby dell’osservazione notturna, l’osservazione solare offre un’alternativa alle notti in cui si fa tardi, si ha freddo alle dita e si fruga freneticamente nel buio cercando di individuare il costoso oculare che si è appena perso nell’erba bagnata dalla rugiada.

Tutti gli eventi che accadono sul Sole sono unici e non si ripetono mai esattamente allo stesso modo. Questa è la parte che attrae di più le persone che si interessano di astronomia solare ed è la ragione per cui vi è un certo valore scientifico in tutte le osservazioni che vengono fatte, anche quelle amatoriali. Che si segua la crescita e il decadimento di un gruppo di macchie solari, il rapido sviluppo di un brillamento solare o l’ascesa di una protuberanza eruttiva al bordo del Sole, un fatto è certo: il Sole saprà mostrare sempre un volto nuovo e ogni giorno diverso.

Il Sole è costituito da diversi strati o zone di gas. Dall’interno verso l’esterno troviamo il nucleo, la zona radiativa, la zona convettiva, la fotosfera, la cromosfera e la corona.

Nella fotosfera è possibile osservare alcuni fenomeni molto interessanti:
macchie solari: aree scure nelle quali si distingue una zona centrale detta ombra, circondata da una zona di penombra. Sono aree con temperatura più bassa di circa 1500-2000 °C rispetto alle regioni fotosferiche circostanti aventi temperatura di circa 6000 °C. Per questo motivo ci appaiono scure;
facole: aree brillanti visibili maggiormente sui bordi del disco solare;
granuli: celle grandi circa 1000 km che coprono interamente la superficie del Sole.

Nella cromosfera è possibile osservare altri fenomeni:
spicole: sono osservabili al bordo solare come una serie di sottili e luminosi getti di gas, mentre se osservate sul disco appaiono scure;
protuberanze: sono getti di gas luminescenti visibili per proiezione al di sopra del bordo solare. Se osservate contro il disco del Sole ci appaiono scure e vengono chiamate filamenti. Le protuberanze possono assumere innumerevoli varietà di forme e dimensioni e possono essere classificate in due tipi: quiescenti (a lenta evoluzione) ed eruttive (a rapida evoluzione);
brillamenti o flares: sono emissioni estremamente luminose generate dal rilascio violentissimo di energia dalla cromosfera nelle vicinanze delle macchie solari.

Per l’approfondimento vedi Coelum 265 Articolo sulla Spettroeliografia a cura di Fulvio Mete.

Un importante avvertimento: l’osservazione solare può essere un’attività molto pericolosa se non si prendono le giuste precauzioni e non si utilizzano correttamente gli appositi filtri; il rischio è la cecità dell’osservatore.

Uno dei fenomeni più interessanti per un imager solare è certamente la ripresa delle protuberanze solari, ed ancora più eccitante è la creazione di un’animazione, o di un video, in grado di mostrare in breve tempo la loro rapida evoluzione.

Un video può essere concepito in modo tale da accelerare l’evoluzione delle protuberanze, in alcuni casi di diverse centinaia di volte, dando così allo spettatore un quadro più chiaro di quanto accade nel Sole. Per la creazione del video l’imager deve semplicemente assemblare cronologicamente le singole immagini catturate durante un evento solare.

Per avere successo bisogna avere già esperienza con l’imaging. Vale a dire, quando si riprendono immagini per un video non bisogna fare esperimenti con le impostazioni dei tempi di esposizione, con nuovi filtri e così via. Si deve già avere sufficiente esperienza con le attrezzature in uso in modo tale da essere in grado di predire con certezza quale sarà il risultato di un certo setup.

Quando si pianifica la ripresa di una serie di immagini per la creazione di un video, la prima cosa da fare è sviluppare una cronologia degli istanti in cui si devono “catturare” le immagini.

Per ottenere un video fluido, con pochi “scatti”, è richiesto un certo impegno perché bisogna collezionare immagini ravvicinate ed equidistanti per tutta la durata dell’evento. Buchi o lacune derivanti dalla mancanza di immagini danno luogo a un video finale poco fluido e fastidioso da guardare.

Solitamente riprendo per un paio di ore una serie di filmati ad intervalli di 30 o 60 secondi, utilizzando la comodissima funzione Autorun presente su FireCapture, prestando molta attenzione affinché il moto orario della montatura “insegua” correttamente la protuberanza da riprendere. In caso contrario, intervengo sui movimenti della montatura ed, utilizzando la funzione Reticle presente su FireCapture, centro l’immagine.

Così facendo, alla fine della sessione di ripresa, mi ritrovo con parecchi filmati da elaborare (oltre un centinaio).

Per elaborare i filmati ottenuti utilizzo il software AutoStakkert! usando la funzione di Batch processing in modo da automatizzare tutto il processo.

La fase successiva è quella dell’aumento dei dettagli nelle immagini. Per questo scopo utilizzo un semplice ed allo stesso tempo potente software gratuito: ImPPG (Image Post-Processor) disponibile per  il download all’indirizzo  https://greatattractor.github.io/imppg/index.html

Il software possiede due filtri molto utili: un filtro di deconvoluzione Lucy-Richardson e la classica maschera di contrasto (Unsharp masking).

L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli utenti registrari. Accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”2-3″]

Caricata la prima immagine, agisco sui parametri dei due filtri ed anche sulle curve per migliorare il contrasto dell’immagine. Una volta ottenuta un’immagine soddisfacente salvo un file che contiene i parametri di elaborazione usati (menù FileSave processing settings).

Successivamente elaboro tutte le immagini in modo automatico utilizzando il file appena salvato. Dal menù File clicco su Batch processing e nella nuova finestra che si aprirà carico tutte le immagini (Add files) e seleziono il file che contiene le impostazioni di elaborazione salvato in precedenza (Settings file). Una volta selezionata una cartella di destinazione (Browse) ed il formato dei file clicco su Start processing.

Il software è molto veloce ed in poco tempo elaborerà tutte le immagini.

Adesso è necessario allineare le immagini ed è in questa caratteristica che ImPPG dà il meglio di sé.

Dal menù Tools seleziono Align image sequence e carico tutte le immagini elaborate in precedenza (Add files), spunto le caselle Sub pixel alignment, Crop to intersection e Stabilize high contrast feature, seleziono una cartella di destinazione ed infine clicco su Start processing. Anche in questo caso il software è molto veloce ed in pochi minuti allineerà tutte le immagini.

Per l’elaborazione successiva utilizzo Photoshop. Per elaborare velocemente tutte le immagini creo un’azione per regolare il contrasto e/o la luminosità delle immagini. Fatto ciò passo all’elaborazione: dal menù File clicco su Script e successivamente su Elaboratore immagini; seleziono la cartella in cui si trovano tutte le immagini, la cartella in cui salverò le immagini, il tipo di file ed infine seleziono l’azione precedentemente creata; infine clicco su Esegui. Alla fine del processo avremo tutte le immagini elaborate.

Per uniformare la luminosità delle varie immagini uso il software PixInisght, utilizzando lo script BatchLinearFit.

  • Add (per selezionare tutti i fotogrammi)
  • Reference image (selezionare il fotogramma a metà della sequenza)
  • cliccare su Show image while processing 
  • Output extension (scrivere il formato dei nuovi file)
  • Output Directory (selezionare la cartella di destinazione)
  • cliccare OK

Per la creazione di un’animazione utilizzo Photoshop (versione CC).

Carico tutte le immagini in modo automatico (FileScriptCarica file in serie) che alla fine saranno visibili nel pannello Livelli.

Per creare un’animazione bisogna aprire la finestra Timeline (menù FinestraTimeline), e cliccare su Crea animazione fotogramma. Fatto ciò, clicco sul piccolo bottone in alto a destra presente nella finestra Timeline. Nel menù che si aprirà clicco su Crea fotogrammi dai livelli, cosi’ facendo i livelli trasformati in fotogrammi saranno visibili all’interno della finestra Timeline; nello stesso menù clicco su Inverti fotogrammi in modo da disporli in ordine crescente.

Soddisfatto del risultato ottenuto salvo l’animazione cliccando su FileEsporta – Salva per Web scegliendo il formato GIF.

Per ulteriori informazioni e per vedere qualche animazione vi rimando al mio sito personale:

https://www.salvolauricella.it/

[/swpm_protected]


NGC 2040 Una Rosa Infuocata

Con i suoi sottili strati di rosso, arancione e giallo, la nebulosa che avvolge NGC 2040 si presenta come una vibrante rosa cosmica, immortalata in questa straordinaria immagine catturata dal telescopio Gemini South. Questo strumento fa parte dell’International Gemini Observatory, supportato dalla US National Science Foundation e gestito da NSF NOIRLab. Questa visione mozzafiato non è solo un esempio di meraviglia celeste, ma racconta una storia drammatica di vita, morte e rinascita stellare.

NGC 2040 è un giovane ammasso aperto di stelle situato all’interno della Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della Via Lattea, a circa 160.000 anni luce dalla Terra. Questo ammasso appartiene alla categoria delle associazioni OB, caratterizzate dalla presenza di stelle di tipo spettrale O e B. Queste stelle, tra le più massicce e calde dell’universo, hanno vite straordinariamente brevi di pochi milioni di anni, durante i quali brillano con intensità estrema prima di esplodere come supernovae. L’energia rilasciata da queste esplosioni alimenta la struttura di NGC 2040, arricchendo l’ambiente circostante con il materiale necessario alla formazione di nuove stelle.

La delicata struttura nebulosa che avvolge NGC 2040, ricordando una rosa di San Valentino, è stata svelata grazie al telescopio Gemini South. Questo telescopio ottico/infrarosso da 8 metri, grazie alla sua avanzata strumentazione, riesce a catturare sia le stelle più luminose che il bagliore diffuso dell’ammasso. La composizione chimica della nebulosa è dominata da idrogeno e ossigeno, i cui atomi, eccitati dalla radiazione ultravioletta delle stelle massicce, emettono luce a diverse lunghezze d’onda. Filtri speciali permettono di evidenziare specifici colori di questa emissione, come il rosso intenso e l’arancione dell’idrogeno e l’azzurro chiaro dell’ossigeno. Il bianco brillante, invece, segnala zone ricche di entrambi gli elementi.

Con i suoi sottili strati di rosso, arancione e giallo, la nebulosa che racchiude NGC 2040 assomiglia a una rosa vibrante in questa immagine catturata dal telescopio Gemini South , una metà dell’International Gemini Observatory , che è supportato in parte dalla US National Science Foundation e gestito da NSF NOIRLab. Questo fiore nebuloso mette in mostra la drammatica storia della vita, della morte e della rinascita stellare.
Credito:
Elaborazione delle immagini dell’Osservatorio Gemini Internazionale/NOIRLab/NSF/AURA
: J. Miller e M. Rodriguez (Osservatorio Gemini Internazionale/NSF NOIRLab), TA Rector (Università dell’Alaska Anchorage/NSF NOIRLab), M. Zamani (NSF NOIRLab)

NGC 2040 è parte del Nuovo Catalogo Generale (NGC) degli oggetti del cielo profondo, compilato per la prima volta nel 1888 da John Dreyer. Studi più recenti hanno rivelato che questo ammasso è immerso in una vasta struttura di gas interstellare chiamata LH 88, una delle regioni più attive di formazione stellare nella Grande Nube di Magellano. Nel corso dei prossimi milioni di anni, migliaia di nuove stelle nasceranno in questa regione, proseguendo il ciclo di rinnovamento cosmico.

La maggior parte delle stelle della Via Lattea, incluso il nostro Sole, probabilmente si è formata in ammassi aperti simili a NGC 2040. Quando le stelle di tipo O e B concludono il loro ciclo vitale esplodendo come supernovae, arricchiscono lo spazio con elementi fondamentali come carbonio, ossigeno e ferro. Questi elementi, mescolati all’idrogeno abbondante dell’ammasso, forniscono gli ingredienti essenziali per la nascita di nuove stelle, pianeti e, forse, anche della vita.

Le stelle visibili nell’immagine di NGC 2040, pur sembrando isolate, condividono movimenti simili nello spazio, segno di una comune origine. Le strutture stratificate della nebulosa in LH 88 sono i resti di stelle ormai scomparse, modellate dalle onde d’urto delle supernovae e dai venti stellari delle stelle massicce. Questi processi plasmano la nube di gas e polveri, creando le condizioni per nuove generazioni di stelle.

Nel suo insieme, la “rosa” di LH 88 è una testimonianza del ciclo eterno di morte e rinascita che caratterizza l’universo. La polvere delle stelle scomparse diventa la culla di nuovi astri e sistemi planetari. Tuttavia, come ogni fiore, anche questa bellezza cosmica è effimera: nel giro di pochi milioni di anni, un battito di ciglia su scala cosmica, il gas e la polvere saranno o inglobati in nuove stelle o dispersi nello spazio interstellare. Nel frattempo, l’immagine di questa splendida nebulosa ci ricorda che l’universo è in perenne trasformazione, un giardino celeste in continua fioritura.

Con i suoi sottili strati di rosso, arancione e giallo, la nebulosa che racchiude NGC 2040 assomiglia a una rosa vibrante in questa immagine catturata dal telescopio Gemini South , una metà dell’International Gemini Observatory , che è supportato in parte dalla US National Science Foundation e gestito da NSF NOIRLab. Questo fiore nebuloso mette in mostra la drammatica storia della vita, della morte e della rinascita stellare. Credito: Immagini e video: Osservatorio Gemini Internazionale/NOIRLab/NSF/AURA/T. Matsopoulos/N. Bartmann (NSF NOIRLab) Elaborazione delle immagini: J. Miller e M. Rodriguez (International Gemini Observatory/NSF NOIRLab), TA Rector (University of Alaska Anchorage/NSF NOIRLab), M. Zamani (NSF NOIRLab) Musica: Stellardrone – Light Years

Fonte: NOIRLab

RCW 38 in 80 milioni di pixel

L’European Southern Observatory (ESO) ha pubblicato una straordinaria immagine da 80 milioni di pixel dell’ammasso stellare RCW 38, catturata dal telescopio VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy) dell’ESO, in funzione nel deserto di Atacama in Cile.

Ecco la stravaganza colorata del vivaio stellare RCW 38, situato a circa 5500 anni luce da noi, nella costellazione della Vela. Con le sue striature e vortici luminosi, questo luogo di nascita delle stelle non ha paura di ostentare i suoi colori. Dal rosa vivido delle nubi di gas ai punti multicolori, che sono stelle giovani, questa immagine ha tutto.

Rispetto al nostro Sole, che con i suoi circa 4,6 miliardi di anni è in una fase stabile della sua vita, le stelle in RCW 38 sono ancora molto giovani. Con meno di un milione di anni, RCW 38 contiene circa 2000 stelle, creando questo paesaggio psichedelico. Questo giovane ammasso stellare è pieno di attività, il che lo rende un obiettivo interessante da osservare per gli astronomi.

L’immagine mostra l’ammasso stellare RCW 38 in luce visibile. La polvere assorbe la maggior parte della luce a queste lunghezze d’onda, nascondendoci ampie aree di questo ammasso.
Credito: ESO/Digitized Sky Survey 2. Ringraziamenti: Davide De Martin

Gli ammassi stellari sono come gigantesche pentole a pressione, contenenti tutti gli ingredienti per la formazione stellare: dense nubi di gas e opachi grumi di polvere cosmica. Quando questa miscela di gas e polvere collassa sotto la sua stessa gravità, nasce una stella.

La forte radiazione proveniente da queste stelle neonate fa brillare intensamente il gas che circonda l’ammasso stellare, creando le tonalità rosa che vediamo qui in RCW 38. È davvero uno spettacolo spettacolare! Eppure, nella luce visibile, molte stelle nell’ammasso RCW 38 rimangono nascoste alla nostra vista, perché la polvere ne blocca la vista.

È qui che entra in gioco il telescopio VISTA, presso l’Osservatorio Paranal dell’ESO: la sua fotocamera VIRCAM osserva la luce infrarossa che, a differenza della luce visibile, può attraversare la polvere quasi senza ostacoli, rivelando le vere ricchezze di RCW 38. Improvvisamente, vediamo anche stelle giovani all’interno di bozzoli polverosi, o stelle fredde “fallite” note come nane brune.

L’immagine da 80 milioni di pixel dell’ammasso stellare RCW 38, situato a 5500 anni luce di distanza nella costellazione della Vela . RCW 38 è un ammasso giovane contenente circa 2000 stelle, e sta scoppiando di attività di formazione stellare. Credito: Indagine ESO/VVVX

Questa immagine infrarossa è stata scattata durante il sondaggio VISTA Variables in the Vía Láctea (VVV), che ha prodotto la mappa infrarossa più dettagliata della nostra galassia mai realizzata. Sondaggi come questo rivelano oggetti astronomici ancora sconosciuti o ci danno una nuova visione di quelli noti.

RCW 38 nella Costellazione della Vela

Da quando è stata scattata questa immagine, la fedele fotocamera VIRCAM di VISTA, che ha condotto numerose indagini di imaging dal 2008, è andata in pensione dopo una corsa impressionante. Più avanti quest’anno, il telescopio riceverà un nuovissimo strumento chiamato 4MOST, che raccoglierà gli spettri di 2400 oggetti contemporaneamente su una vasta area del cielo. Mentre VISTA rinasce, il futuro sembra luminoso.

Fonte: ESO

La Rotazione Terrestre Sotto la Lente: Il Progetto Ginger al Gran Sasso

LA ROTAZIONE TERRESTRE NASCONDE SEGRETI PROFONDI, CHE SOLO STRUMENTI DI ESTREMA PRECISIONE
POSSONO SVELARE. I GIROSCOPI LASER AD ANELLO, BASATI SULL’EFFETTO SAGNAC, RAPPRESENTANO UNA DELLE
TECNOLOGIE PIÙ AVANZATE PER LO STUDIO DELLA GEOFISICA E DELLA FISICA FONDAMENTALE. TRA QUESTI, IL PROGETTO
GINGER, OSPITATO NEI LABORATORI NAZIONALI DEL GRAN SASSO DELL’ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE
(INFN), SI PROPONE DI MISURARE CON SENSIBILITÀ SENZA PRECEDENTI LA VELOCITÀ ANGOLARE DELLA TERRA E LE SUE
VARIAZIONI. NON SI TRATTA SOLO DI GEODESIA: QUESTI STRUMENTI OFFRONO LA POSSIBILITÀ DI SONDARE EFFETTI PREVISTI
DALLA RELATIVITÀ GENERALE E SPINGERE I CONFINI DELLA SCIENZA. GRAZIE A DECENNI DI SVILUPPO TECNOLOGICO E
COLLABORAZIONI INTERNAZIONALI, GINGER SI CANDIDA A DIVENTARE UN PUNTO DI RIFERIMENTO GLOBALE PER LA RICERCA SULLE ROTAZIONI E LE LORO IMPLICAZIONI. A CHE SERVE UN GIROSCOPIO?

di Angela D. V. di Virgilio e Niccolò Beverini 

Un giroscopio accoppiato a un accelerometro permette di ricostruire per integrazione i dati di navigazione rispetto ad un sistema inerziale di un mezzo mobile, sia questo una nave, un aereo, un sommergibile o un missile. E questo senza bisogno di ricorrere a riferimenti o segnali esterni. Al giorno d’oggi la navigazione degli aerei commerciali è garantita da giroscopi laser di piccole dimensioni, dell’ordine della decina di centimetri, con un’accuratezza su una ora migliore di 0,01°, che può arrivare negli strumenti top di gamma in uso sui sommergibili strategici ad un errore sulla misura della velocità angolare dell’ordine di 1×10-4°/h, (equivalente a circa 0,5×10-9rad/s). Attualmente giroscopi laser, altrimenti detti ‘Ring Laser, RL’, a volte anche RLG, in cui G sta per ‘gyroscope’, hanno il record di sensibilità. Con RLG delle dimensioni di qualche metro si è dimostrato che si può migliorare la precisione di più ordini di grandezza, aprendo nuove prospettive di utilizzo. In primo luogo, la misura locale ad altissima accuratezza della velocità angolare terrestre è di fondamentale interesse per la geodesia e la geofisica in generale.

E’ circa dal 1890 che si misurano i parametri della rotazione terrestre (EOP, Earth Orientation Parameters), inizialmente con osservazioni al telescopio da terra, seguite poi dal VLBI (Very Large Base Interferometer), dalle misure sulle orbite dei satelliti, dalle stazioni a terra da doppler-DORIS, Laser Ranging, e più di recente dalle costellazioni GNSS. Al momento si sanno ben misurare con grande precisione, sui periodi più lunghi di 2 giorni ma, con i metodi attualmente usati, c’è anche una zona non osservabile tra 1 e 7 giorni di periodo. La velocità angolare della Terra e l’orientazione del suo asse presentano delle variazioni in generale inferiori a 1” d’arco, dovuti principalmente ai moti della porzione fluida del nucleo terrestre, che non sono predicibili.

Le precisioni raggiunte sono adeguate per medie di qualche giorno, attualmente lo sforzo è orientato a fornire misure più veloci per misurare sulla scala temporale delle ore effetti dovuti alle maree terrestri, maree atmosferiche e la ridistribuzione delle masse idrologiche, che influenzano il moto del polo, la scala del tempo astronomico UT1 e la lunghezza del giorno (LoD, Length of Day). Il GNSS (Global Navigation Satellite System, comprendente gli attuali sistemi di localizzazione, quali le costellazioni GPS, Galileo e Glonass), essendo un sistema continuo, negli ultimi tempi sta dando una mano in questo senso. L’errore nelle misure dal 1890 ad oggi è migliorato di circa 400 volte, passando da circa 40prad/s, al di sotto di 0.1prad/s.

Un altro segnale atteso molto interessante è la redistribuzione di masse dopo un forte terremoto, oppure dovuto a eventi geomagnetici nel nucleo fluido della terra. A differenza delle reti satellitari, che hanno carattere globale e quindi richiedono per l’interpretazione complesse modellizzazioni del potenziale gravitazionale terrestre, il dato fornito da RLG è locale. Quello che vogliamo sottolineare è che inevitabilmente le misure di altissima precisione sul nostro pianeta possono dare informazioni importanti, sia per la geofisica che per la fisica fondamentale. Quindi non dovremo meravigliarci se misurando la velocità angolare della terra con i RLG che intendiamo costruire saremo in grado di osservare anche effetti previsti dalla relatività generale o magari da teorie post-relativistiche. Questi effetti dovuti alle perturbazioni locali alla metrica dello spazio-tempo, dovuti alla presenza della massa rotante della Terra, potranno essere rivelati confrontando le misure dei RLG con le misure indipendenti relative alla sola parte cinematica fornite dal International Earth Rotation System (IERS).

Scarica Laser del Gingerino

PROBLEMI GENERALI DELLE MISURE DI ROTAZIONE

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Rotazioni e traslazioni sono gradi di libertà indipendenti. E’ ben noto che mentre l’interferometria per le misure di distanze ha raggiunto livelli elevatissimi per la rivelazione di onde gravitazionali, non si può dire la stessa cosa per misure di rotazioni. Per avanzare in questo settore occorrono nuovi esperimenti.

Uno potrebbe chiedersi come nascono gli esperimenti, in particolare gli esperimenti nuovi. Sicuramente non esiste una regola comune. Possono a volte nascere sulla spinta dell’ intuizione di un fisico teorico, che prevede un qualche segnale notevole la cui misura sarebbe in grado di aggiungere un tassello al grande puzzle del mondo in cui viviamo. In generale si può dire che occorre una idea, ma sono comunque richieste esperienze pregresse e competenze acquisite, oltre ad intrecci di fortunati incontri. Così è stato sicuramente per l’esperimento GINGER (Gyroscopes In General Relativity), che è uno dei rari esempi di esperimento per effettuare test di relatività generale in un ambiente rigidamente connesso alla crosta della Terra, ma che proprio per essere attaccato alla Terra ha una grande rilevanza anche per la geodesia e per la geofisica in generale.

Si tratta di un esperimento basato su di un unico strumento: RLG. Entro la cavità ottica chiusa ad anello si trova il mezzo attivo, che genera radiazione laser stazionaria nelle due direzioni. La luce trasmessa dagli specchi dai due fasci contro-propaganti viene fatta interferire e l’andamento temporale di questa interferenza porta l’informazione di come la cavità sta ruotando, grazie al così detto effetto Sagnac (vedi box in fondo a questo stesso articolo). Questo ‘strano’ sistema opto-meccanico in sostanza si comporta come un proiettore e fornisce il prodotto scalare tra il vettore dell’area della cavità con il vettore angolare della rotazione angolare della cavità stessa; di conseguenza se la cavità è attaccato alla Terra ci fornisce una misura della velocità angolare della Terra. Per ben spiegare cosa sia un RL è bene procedere con un po’ di ordine.

Iniziamo con il considerare una sola cavità ottica di profilo circolare in quiete rispetto a un sistema di riferimento inerziale: se si iniettano in essa due fasci provenienti dalla stessa sorgente nei due sensi di propagazione, per le proprietà in fisica classica della luce, i tempi di percorrenza a completare un giro sono identici. Perciò, se si fanno interferire i due fasci in uscita da questo percorso non dovremmo osservare nessun sfasamento tra le due onde. O per meglio dire, il RL è uno strumento per evidenziare effetti non reciproci tra due fasci che si propagano su un percorso identico, ma con verso opposto. In sostanza un interferometro con bracci uguali, adatto ad investigare non-reciprocità nei versi di percorrenza dei due fotoni: un ottimo strumento proprio per cercare evidenze di deviazioni dalla fisica classica.

E qui entra l’effetto Sagnac, che in sostanza ci dice che se la cavità ad anello ruota, il ruotare della cavità è un effetto non reciproco per i due fasci contro-propaganti. Da un lato questo è una ottima cosa per questioni applicative, in particolare per la navigazione area e marittima, perché l’effetto Sagnac è legato solo alle rotazioni ed è insensibile ai moti traslatori, quindi è uno strumento per misurare rotazioni angolare senza essere contaminati dalle traslazioni. Dall’altro canto la sua valenza per investigare problemi molto delicati per la fisica fondamentale passano in secondo piano, perché è obiettivamente difficile mettere uno strumento del genere in un ambiente assolutamente senza rotazione.

Negli anni ’80, agli albori delle comunità per la realizzazione dei grandi interferometri, basati su misure di distanze, per la rivelazione delle onde gravitazionali, la ricerca sui giroscopi basati sull’effetto Sagnac era molto attiva. La ricerca si dipanava su vari aspetti che vanno dalla realizzazione di specchi di altissima qualità a far funzionare cavità ottiche con un mezzo attivo, cioè cavità tali da generare direttamente al suo interno i due fasci contro-propaganti. Spesso a Pisa, nel momento che si stringevano accordi tra Italia e Francia per lo sviluppo di VIRGO, si parlava anche di questi magici oggetti con Alain Brillet, ‘padre’ del lato francese di Virgo e Jean-Marie Mackowski, il fondatore del laboratorio del CNRS di Lione per sviluppare gli specchi di altissima qualità, che successivamente ha fornito gli specchi per gli interferometri per le onde gravitazionali, sia LIGO che VIRGO. Sicuramente c’è stata una sinergia tra i due strumenti, perché entrambi necessitano di specchi quasi ideali, fatti con superfici lavorati a livello atomico e con bassissime perdite di luce, entrambe le comunità si sono avvantaggiate con lo sviluppo di specchi quasi ideali. In quegli anni ci sono state anche idee nuove per usare i giroscopi laser per la fisica fondamentale, proposte che non hanno avuto seguito.

Come spesso succede in questi campi, specialmente quando si tratta di oggetti con grande valenza applicativa, una volta realizzato uno strumento adatto all’applicazione commerciale, l’interesse e la ricerca attiva calano. Questo calo di interesse è in parte giustificato dal seguente problema, che impedisce di utilizzare pienamente un RLG quando la velocità di rotazione è troppo piccola. All’interno della cavità ottica una piccola (ma non nulla) frazione della radiazione laser circolante in una direzione viene riflessa indietro e va a sovrapporsi al fascio contro-rotante creando un accoppiamento tra i due fasci. Se la velocità di rotazione è molto piccola, il ring laser tende a bloccarsi su una stessa frequenza su entrambe le direzioni. È la fenomenologia tipica degli oscillatori accoppiati per cui se sospendiamo ad una stessa barra di sostegno due pendoli con frequenza di risonanza leggermente diversa e li mettiamo in movimento indipendentemente, si osserva che, dopo un breve transiente, finiranno per oscillare all’unisono alla stessa frequenza intorno allo zero. Quindi, per velocità di rotazione prossime allo zero, il segnale interferometrico sparisce! Che si può fare? La soluzione adottata nei giroscopi portatili per navigazione per aggirare questo problema è rappresentata dal dithering, l’inserimento cioè di un sistema meccanico di rapida oscillazione attorno all’asse del sensore. Ma questo meccanismo non è ottimale e introduce rumore. L’altra strada è quella di sfruttare un ‘bias’ di rotazione. In effetti, sulla superficie della Terra noi siamo in un sistema di riferimento rotante e un RLG solidale con la crosta terrestre partecipa alla rotazione della Terra intorno al suo asse, che compie un giro rispetto al sistema inerziale delle stelle fisse in un giorno sidereo, cioè in 23h 56′ 4,1 s, cui corrisponde una velocità angolare di circa 72,9 μrad/s.

Le potenzialità dei RLG dipendono molto dalla sensibilità raggiunta, e certamente nessuno si meraviglierà a leggere che le misure sono tanto più importanti quanto più sensibile è lo strumento. In sostanza per le applicazioni che mirano a sensibilità elevatissime, oltre 1 parte in 109 della velocità angolare terrestre, perché questa è la richiesta per poter osservare le variazioni LoD e i termini previsti dalla relatività generale, occorre ricostruire il segnale tenendo conto in modo quanto più preciso della dinamica del laser.

RLG DI GRANDI DIMENSIONI, TRA NUOVA ZELANDA E GERMANIA

Il primo grande giroscopio laser ad anello capace di evitare il blocco grazie esclusivamente alla rotazione terrestre è stato nel 1997 il laser ad anello Canterbury-I (C-I), di area 0,748 m2 costruito dal gruppo di Geoffrey Stedman a Christchurch, in Nuova Zelanda.

Il primo prototipo di RLG a Pisa, basata sulla stessa meccanica attualmente impiegata
per GINGERINO

Per massimizzare il fattore di merito e ridurre le perdite e quindi l’accoppiamento tra i due modi controrotanti, la cavità ottica, di forma quadrata, era definita interamente da superspecchi dielettrici con una riflettanza nominale del 99,9985% e nessun altro elemento ottico presente al suo interno. Per minimizzare le perdite la miscela di elio-neon riempiva infatti l’intera cavità ottica e l’eccitazione avveniva in un capillare in vetro non confinato da finestre. Dal successo di tale prototipo è partito l’ambizioso progetto per la costruzione di un nuovo RLG ad altissime prestazioni per le applicazioni alla sismologia e alla geodesia. Gross-Ring (o “G”) è un laser ad anello monolitico da 16 m2 costruito con il più grande blocco disponibile di Zerodur (un vetro ceramico con coefficiente di dilatazione termica nominalmente nullo).

G è ospitato in un laboratorio sotterraneo appositamente costruito presso l’Osservatorio Geodetico di Wettzell vicino al confine tra Baviera e Repubblica Ceca nella Germania meridionale. Grazie al controllo della temperatura e della pressione ambiente, abbinato all’uso di super-specchi al top della tecnologia (il coefficiente di merito Q della cavità ottica è 3,5 × 1012) e con una stabilità senza pari, G ha potuto ottenere le migliori prestazioni di sensibilità, come dimostrato dalle misure della durata del giorno e dall’osservazione sul lungo termine delle fluttuazioni dell’orientazione dell’asse terrestre, note come Chandler e Annual woobbles. Il responsabile e ideatore di G di Wettzell è Karl Ulrich Schreiber, meglio noto come Ulli, professore alla TUM di Monaco di Baviera, membro storico del gruppo di Stedman a Christchurch, che per un lungo periodo si è diviso per metà del suo tempo tra la Nuova Zelanda e la Baviera. E’ da Ulli che abbiamo appreso la ‘ricetta’ per costruire i nostri prototipi, ed è venuto personalmente a Pisa per far partire il nostro primo prototipo G-Pisa, portando con se quattro super-specchi, che erano stati dismessi dal suo prototipo, ma ancora validi.

Foto di gruppo con da sinistra Jacopo Belfi, Karl Ulrich Schreiber, Angela D.V. Di
Virgilio e Antonello Ortolan, installazione di G-Pisa a Virgo.

La collaborazione tra i due gruppi è rimasta attiva, anche se ognuno ha portato avanti la propria ricerca indipendentemente, loro più focalizzati all’applicazione in geodesia e geofisica e noi italiani su quelle per la fisica fondamentale, spostando l’accento sulla ricerca della sensibilità limite, l’ottimizzazione di sistemi elettronici per irrigidire la cavità ottica pur usando strutture non monolitiche. Come si è già detto infatti, G di Wettzell si basa su una struttura monolitica, ma blocchi di Zerodur di grandi dimensioni non sono più commercialmente reperibili. La collaborazione si è ulteriormente allargata con il gruppo di Monaco dell’università LMU, guidato da Heiner Igel, il padre della sismologia rotazionale, che ha mostrato come l’utilizzo di una stazione sismica composta da un sensore rotazionale accoppiato ad un sismometro co-locato possa fornire con profitto l’informazione per l’analisi sismologica, che altrimenti tipicamente abbisognerebbe della stesura di un’ estesa schiera di sismometri. Fatto che in particolare riveste un’importanza cruciale quando si voglia piazzare un osservatorio sismico in luoghi di difficile accesso, come il fondo marino oppure la Luna o Marte. Heiner nel 2013 circa ha vinto un progetto ERC per costruire ROMY, nell’osservatorio geofisico della Baviera, vicino Monaco. ROMY è l’unico array di RLG al mondo, costituito da 4 giroscopi sulle facce di un tetraedro, uno dei quali orizzontale, quattro anelli triangolari ognuno con perimetro di 36m. ROMY sta per: ROtational Motion sismologY, ma per la verità Heiner ha sempre detto di aver chiamato il progetto ROMY, perché è un progetto che gli è venuto in mente durante una riunione a Roma con noi e Roberto Battiston, allora presidente della commissione astro-particellare INFN.

ROMY è posizionato in superficie all’interno di una grande buca, per proteggere
l’apparato da perturbazioni esterne. GINGER essendo costruito nel
laboratorio sotterraneo INFN, si avvantaggerà dell’isolamento garantito
dalla montagna del Gran Sasso.

DA GINGERINO A GINGER

Ma torniamo alla nascita di una linea di ricerca sui giroscopi Sagnac all’interno dei INFN. Intorno al 2007, l’interferometro per la rivelazione delle onde gravitazionali VIRGO iniziava a funzionare. VIRGO è un interferometro i cui componenti devono essere opportunamente mantenuti in una certa stabile posizione relativa, cioè deve funzionare in un preciso punto di lavoro. Durante le giornate di vento forte non si riusciva a mantenere operativo il nostro grande interferometro per onde gravitazionali, e si è presentata la necessità di sviluppare dei tilt-meters, o inclinometri, di altissima sensibilità, per capire quale fosse l’effetto dannoso provocato dal vento forte. Non era chiaro se fossero piccoli movimenti traslazionali oppure di inclinazione, informazione importante per eventualmente mitigare il problema con controlli elettronici.

Un RL opportunamente orientato è adeguato a misurare inclinazioni lungo un asse, e su questa necessità a Pisa è iniziata una stretta collaborazione tra Nicolò Beverini, professore di Pisa, e Angela Di Virgilio, ricercatrice INFN, e membro storico di VIRGO. Fin dall’inizio, dopo aver capito meglio le potenzialità dell’oggetto, ci siamo resi conto delle sue grandi potenzialità, per cui abbiamo aperto un esperimento all’interno della commissione astroparticellare INFN, indipendente da VIRGO. E da allora, circa dal 2010, abbiamo lavorato molto focalizzati a capire lo strumento e disegnare quello che poi sarebbe diventato GINGER. Non solo abbiamo acquisito la tecnica sviluppata dal gruppo neozelandese e tedesco, ma abbiamo anche affrontato il problema da tutti i punti di vista: dalla progettazione meccanica per ridurre i disturbi esterni, ai controlli elettromeccanici per garantire un funzionamento costante su mesi, alla mitigazione delle sistematiche del laser per ricostruire la vera frequenza di Sagnac dalle misure grezze, alla progettazione di sistemi software per controllare costantemente la qualità del dato. Siamo andati anche oltre analizzando i dati in profondità e dimostrando che il rumore limite dello strumento è inferiore a quello previsto dalla teoria, cosa che ha stimolato i nostri teorici a meglio definire la descrizione teorica di questo complesso apparato opto-meccanico che mette insieme: cavità ottiche risonanti, la fisica atomica e il nostro pianeta.

 

GINGERINO vede il forte terremoto di VISSO

GINGERINO è sicuramente il nostro prototipo più noto, ha lato 3.6m, misura le rotazioni angolari attorno all’asse verticale, cosa molto importante, è posizionato all’interno del laboratorio sotterraneo del Gran Sasso, un posto quieto, perché sotterraneo, ma allo stesso estremamente interessante dal punto di vista geofisico perché è in una delle più importanti zone sismicamente attive del mondo. GINGERINO è stato il primo RL eterolitico che è riuscito a funzionare stabilmente su tempi lunghi, malgrado il fatto che il disegno meccanico non fosse avanzato. Essere in un posto quieto gli ha permesso di fornirci misure importanti per la comprensione dei limiti dei RL, e allo stesso tempo è riuscito a fare misure sismiche uniche dell’importante zona in cui si trova.

GINGERINO è composto da un grande monumento di granito con forma a croce. Sui quattro estremi del monumento di granito sono posizionate delle camere a vuoto in cui sono alloggiati gli specchi (super-mirrors), che delimitano la cavità ottica quadrata di 3.6m di lato. Le quattro camere sono collegate da tubi, in uno dei lati è posizionato il tubo di scarica composto da un capillare in cui con una eccitazione a radiofrequenza viene creato il plasma per alimentare il laser.
In primo piano nella figura è mostrato il lato con la scarica. Il volume composta dai porta specchi e dai tubi viene riempito dalla miscela di Helio e Neon. GINGERINO è un RLG orizzontale, ha il vettore area verticale, e misura le rotazioni locali intorno all’asse verticale. In futuro la meccanica di GINGERINO sarà migliorata secondo il modello meccanico di GINGER e sarà il terzo RLG di GINGER, RLH. Al centro del monumento, protetto dalla scatola, è alloggiato un sismometro, mentre su uno dei bracci un inclinometro.

I suoi dati sono conservati nel data-base EIDA dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), per l’analisi sismologica. Con i dati di GINGERINO siamo stati in grado di dimostrare che i RLG hanno sensibilità sufficienti a raggiungere la precisione di 1 parte in 109 della rotazione angolare terrestre. Abbiamo lavorato alacremente per oltre un decennio e ora il nostro sforzo è rivolto a costruire GINGER all’interno del laboratorio del Gran Sasso, non lontano da GINGERINO, e speriamo di completare l’apparato entro il 2026. All’inizio costruiremo 2 RLG e GINGERINO continuerà ad essere operativo, in un secondo tempo il suo apparato meccanico sarà migliorato per affiancarsi agli altri due giroscopi, GINGER è un progetto congiunto INFN e INGV.

Disegno dei due RLG di GINGER al momento in costruzione all’interno del
laboratorio sotterraneo del Gran Sasso.
Uno dei due, chiamato RLX, è orientato con il vettore area parallelo all’asse
di rotazione terrestre, l’altro, RLO, è ruotato di 30 gradi fuori del piano
meridian. I dati di RLX forniscono il modulo della velocità angolare e
permettono di misurare l’angolo di RLO.

L’area del Gran Sasso così avrà uno degli osservatori geofisici più avanzati al mondo, e allo stesso tempo inizieremo a ‘toccare con mano’ gli effetti della relatività generale. Molto importante sarà anche il confronto con ROMY, l’array tedesco situato a nord delle Alpi.

BREVE STORIA DELL’ EFFETTO SAGNAC

I RLG si basano sull’effetto Sagnac, di seguito riportiamo brevi cenni storici.

Intorno al 1910 nella comunità sia dei fisici che dei filosofi regnava una visione fortemente conservativa riguardo l’esistenza di uno spazio assoluto permeato dall’etere, l’ipotetico mezzo di propagazione della luce e di conseguenza molto scettico nei confronti della teoria della relatività di Einstein. Georges Sagnac era un esponente di prestigio di tale comunità.

Nel 1899 aveva sviluppato una teoria dell’esistenza di un etere meccanico immobile con cui intendeva spiegare tutti i fenomeni ottici, e in particolare l’esperimento di Fresnel- Fizeau per il trascinamento della luce in un mezzo in movimento. In tale quadro, egli progettò un interferometro rotante per testare le sue idee e per vedere quale fosse l’effetto sulla propagazione della luce della rotazione, ovvero, usando le sue parole l’effetto del vento relativo d’etere.

Georges Sagnac descrisse questo suo lavoro in due comunicazioni pubblicate sul Comte Rendus de l’Academie de Science [G. Sagnac, C. R. Hebd. Séances Acad. Sci. Paris 141 (1913) 1220–1223; G. Sagnac, C. R. Hebd. Séances Acad. Sci. Paris 157 (1913) 708–710].  Egli mostrò che se su una piattaforma rotante un fascio ottico coerente di luce viene suddiviso e inviato in due direzioni opposte lungo un percorso poligonale chiuso definito da specchi, ricombinando i due fasci si produrranno effetti di interferenza. Facendo ruotare la piattaforma ad una velocità angolare di circa 2Hz prima in direzione antioraria e quindi in direzione opposta osservò uno spostamento di frangia δϕ= 0,07 ± 0,01.

Sagnac spiegò il risultato secondo le teorie dell’etere stazionario. In tale quadro, considerando per semplicità un percorso ottico circolare con raggio R, per un osservatore posto sulla piattaforma rotante la velocità della luce dovrebbe essere c+ωR nella direzione di rotazione e c- ωR nella direzione opposta. I due fasci ottici percorrerebbero lo stesso percorso con una velocità diversa e quindi in tempi diversi producendo all’uscita uno spostamento

δϕ=8πAω/λc

dove A è l’area racchiusa dal cammino ottico, ω la velocità angolare, λ la lunghezza d’onda della luce e c la velocità della luce rispetto all’etere. Lo sfasamento calcolato era perfettamente coerente con i risultati sperimentali e Sagnac ne concluse che la teoria dell’etere stazionario era corretta e che quindi la relatività speciale andava rigettata. In realtà il risultato sperimentale non è discriminante: anche ragionando nel quadro della teoria della relatività speciale, se si tiene conto che il sistema di riferimento dell’osservatore collegato alla piattaforma non è inerziale, si arriva alla stessa identica formula.

Disegno in pianta dell’interferometro costruito ed utilizzato da Sagnac per la scoperta dell’effetto. Riprodotta per gentile concessione dell’ Académie des Sciences di Parigi dal secondo articolo di Sagnac sui risultati del suo esperimento ([2], p. 1412).

Fu comunque solo nel 1921 che Paul Langevin fornì la prima spiegazione convincente dell’effetto Sagnac, nel quadro della relatività generale. [ P.Langevin, C. R. Hebd. SéancesAcad. Sci. Paris 173 (1921) 831–834]. Già Sagnac aveva indicata una possibile applicazione del suo interferometro quale sensore di rotazione. In particolare, un interferometro solidale con la superficie terrestre con adeguata sensibilità avrebbe potuto rivelare il moto di rotazione della Terra. Naturalmente occorreva avere una adeguata sensibilità.

Furono Michelson e Gale a riuscire nell’intento, costruendo un gigantesco interferometro di quasi 1900 m di perimetro con cui poterono misurare la velocità di rotazione terrestre con una precisione del 2%. Come affermò Michelson, il risultato evidenziava che la Terra gira intorno al suo asse, A conclusionwhich I think wemay be said to be sure of already.

Per avere applicazioni significative dell’effetto Sagnac bisognò però attendere l’avvento di efficienti sorgenti di radiazione coerenti. Con lo sviluppo del laser nel 1960 si è presentata l’opportunità di spostare l’interferometria di Sagnac dalla misurazione di una fase a quella di una frequenza, con un grande miglioramento concomitante della sensibilità. In un laser ad anello in rotazione rispetto ad un riferimento inerziale la lunghezza ottica del cammino percorso nelle due direzioni dalla radiazione ottica risulta leggermente differente: la cavità ottica è un po’ più lunga per il fascio co-rotante, che quindi avrà una frequenza di risonanza minore, e un po’ più breve per quello controrotante, che avrà una frequenza di risonanza maggiore. Sovrapponendo i due fasci su un rivelatore si osserva quindi un battimento alla frequenza δf, proporzionale alla velocità di rotazione:

δf=4Aω/λp

dove p è la lunghezza del perimetro dell’anello. Tale frequenza è di norma indicata come frequenza di Sagnac.

Il primo laser ad anello funzionante come sensore di rotazione inerziale (Ring Laser Gyroscope, RLG) è stato realizzato da Macek e Davis nel 1963 sfruttando la riga a 1,15 μm del laser Elio/Neon. Negli anni seguenti si sono sviluppati su questo principio sensori inerziali di rotazione per la navigazione aerea, marittima e sottomarina. I giroscopi laser sono strumenti di navigazione molto attraenti, poiché a differenza dei giroscopi meccanici non hanno parti mobili e il loro segnale non è perturbato dal moto traslazione. I moderni giroscopi di navigazione per aeromobili sono comunemente laser He-Ne azionati a una lunghezza d’onda di 632,8 nm e solitamente hanno un’area < 0,02 m2 corrispondente a un perimetro di 30 cm o meno. La sensibilità tipica di tali dispositivi è di circa 5 × 10−7 rad/s/√Hz (0,2°/h/√Hz). Sullo stesso principio dell’effetto Sagnac, sono attualmente molto diffusi sensori basati su fibre ottiche.

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

Tamponamento GALATTICO in corso

Il sistema Arp 107 comprende una coppia di galassie interagenti, riprese dal telescopio James Webb nel corso di un processo di fusione. I due oggetti, situati a circa 465 milioni di anni luce di distanza dalla Terra nella Costellazione del Leone Minore, sono connessi tra loro da un tenue flusso di stelle, gas e polveri, a formare una sorta di ponte intergalattico. Nell’immagine composita la Near-InfraRed Camera (NIRCam), a bordo del JWST, mette in evidenza stelle più vecchie, che risplendono brillanti in entrambe le galassie, nonché la coda mareale che le connette, generata dalle distruttive interazioni gravitazionali. I dati del Mid-InfraRed Instrument (MIRI), mostrati in tonalità arancio, evidenziano invece le regioni di formazione stellare popolate da stelle giovani, nate in seguito a collisione di vaste nubi
molecolari. MIRI mostra inoltre le dense polveri interstellari e il nucleo brillante della grande spirale, dove si nasconde un buco nero
supermassiccio attivo.
In effetti, la spirale, catalogata PGC 32620, è una galassia di Seyfert di tipo 2: il suo nucleo energetico ospita un mostruoso buco nero intento a ingoiare materia circostante. Man mano che il materiale precipita verso l’oscuro divoratore cosmico, si raccoglie
in un disco rotante, riscaldandosi ed emettendo radiazione ad alta energia. È probabile che questa frenetica attività sia alimentata da gas trascinato nel cuore della galassia per effetto delle interazioni con la piccola ellittica PGC 32628, visibile a sinistra e destinata ad essere cannibalizzata dalla compagna maggiore.

Arp 107 dal James Webb Space Telescope. Credit:
NASA, ESA, CSA, STScI


Il brillante centro della spirale è circondato da una struttura ad anello ricca di giovani stelle, che in alto a sinistra si interrompe, lasciando il posto a una vasta cavità delimitata da addensamenti rossastri. A partire dall’anello, lunghi filamenti di gas e polveri spiraleggiano
verso il centro galattico.
Questo aspetto insolito, simile a quello della Galassia Ruota di Carro, deriva da un evento cosmico devastante: una collisione ad alta velocità tra la grande spirale e la galassia più piccola, che è penetrata attraverso il disco della compagna centinaia di milioni di anni fa. Il tamponamento cosmico ha costretto il disco di PGC 32620 ad assumere una forma semi-anulare, con un grande, singolo braccio che si protende verso lo spazio esterno. La visione nel medio infrarosso permette di individuare la zona in cui è avvenuto lo scontro titanico, nei pressi della cavità che interrompe l’anello.
Sia nell’anello esterno che nelle zone attorno alla cavità predominano processi di formazione stellare ed esplosioni di supernove.
Arp 107 continuerà a cambiare aspetto: la ripresa del JWST rappresenta un istante nell’evoluzione del sistema, ma fornisce anche indizi su quanto è avvenuto in passato e su ciò che accadrà in futuro. Tra centinaia di milioni di anni i due oggetti si fonderanno, assumendo infine una forma stabile e trasformandosi in una singola galassia più grande.
Le collisioni galattiche rappresentano un processo distruttivo per la forma degli oggetti coinvolti, dislocando stelle, gas e polveri.
In alcune regioni si verifica una rinnovata formazione stellare per compressione del gas, ma in altre zone viene dispersa nello spazio una quantità di nubi gassose, deprivando potenzialmente le galassie di materiale necessario alla nascita di nuove stelle. Anche se la spirale domina la scena, la galassia più piccola risplende come un faro luminoso nell’oscurità: il brillante nucleo, popolato di stelle vecchie, è attorniato da un alone diffuso che, in basso a sinistra, si allunga diffondendosi nello spazio fino ai bordi della ripresa. Il panorama cosmico immortalato nell’immagine, che abbraccia circa 450.000 anni luce, è arricchito da una miriade di galassie più distanti, di varia forma e colore, tra le quali si distinguono chiaramente alcune spirali.

Collaborazione Internazionale

Il JWST, il più grande telescopio spaziale mai lanciato, è una partnership tra NASA, ESA e CSA. Grazie a strumenti avanzati come NIRSpec e MIRI, e al supporto europeo, il Webb continua a rivoluzionare la nostra comprensione del cosmo primordiale.

Fonte: ESAWEBB

Editoriale COELUM 272

 

Editoriale COELUM ASTRONOMIA n°272

Presentiamo il numero 272 di Coelum Astronomia, un’edizione ricca di spunti e approfondimenti che spaziano dalle ultime scoperte scientifiche ai progetti che più appassionano la comunità astronomica professionale e amatoriale.
Vita su Marte”, a cura di Giorgio Bianciardi e Vincenzo Rizzo, l’articolo analizza le condizioni che potrebbero aver reso Marte abitabile nel passato e ci accompagna attraverso le più recenti scoperte che continuano ad alimentare il dibattito sulla possibile presenza di vita passata sul Pianeta Rosso. Uno studio che fonde tecnologia, biologia e astrofisica per raccontarci la complessa evoluzione del pianeta.
Subito dopo, esploriamo il futuro dell’astrofisica solare con l’European Solar Telescope (EST), grazie all’articolo di Thomas Villa. Un ambizioso progetto sviluppato con tecnologie all’avanguardia e una collocazione strategica sulle isole Canarie, EST si propone di lavorare in sinergia con osservatori come il DKIST alle Hawaii, garantendo una copertura quasi continua del cielo solare e aprendo nuove frontiere nella ricerca sui campi magnetici e sull’evoluzione della nostra stella madre.
Dai panorami marziani e dal Sole ci spostiamo al nostro pianeta con “Il progetto GINGER”, firmato da Angela di Virgilio e Nicolò Beverini. Questo ambizioso progetto si sviluppa nei laboratori sotterranei del Gran Sasso, dove i giroscopi laser ad anello sono all’opera per misurare con incredibile precisione la rotazione terrestre e le sue variazioni. GINGER non è solo uno strumento di geofisica, ma una porta verso la comprensione di fenomeni previsti dalla relatività generale, ampliando i confini del nostro sapere scientifico.
Con “Il Disarmo e il pensiero scientifico”, Paolo Teruzzi affronta il ruolo cruciale della comunità scientifica nel promuovere la pace e la responsabilità etica. In un periodo in cui le tensioni internazionali riaccendono lo spettro delle armi nucleari, questo articolo ci ricorda le lezioni del passato e il potenziale della scienza nel guidare scelte consapevoli per il futuro dell’umanità. Una riflessione che non mancherà di stimolare un dibattito acceso e necessario.
Tra i contributi più interessanti, spicca la testimonianza personale di Matteo Mellone, appassionato di astronomia e progettista di strumentazione avanzata. La sua storia è un invito alla perseveranza e all’innovazione, dimostrando come la passione per il cielo possa trasformarsi in un percorso lavorativo e di ispirazione per molti.
La ricerca di supernovae storiche può nascondere delle sorprese. Il racconto di Fabio Briganti e Riccardo Mancini è un’indagine accurata a testimoniare che la passione si dimostri anche nella cura dei dettagli nella ricerca.
Non mancano momenti dedicati ai più piccoli, grazie al ritorno di Laura Saba con i suoi “AstroRacconti”. Le storie del simpatico GattoBuio, arricchite dalle illustrazioni di Guido Marchesini, accompagnano i giovani lettori in un viaggio fantastico tra stelle e costellazioni.
Sempre in ambito divulgativo rappresentiamo con particolare partecipazione il progetto didattico per il contrasto all’inquinamento luminoso, descritto da Francesca Manenti. Questo percorso di educazione civica sensibilizza le nuove generazioni sulla necessità di proteggere il cielo notturno e la sua bellezza. L’iniziativa rappresenta un modello esemplare di come la scienza possa integrarsi con l’impegno civile per generare consapevolezza e cambiamento.
Infine, l’Hanc Marginis celebra Vincenzo Ferraro, pioniere della magnetoidrodinamica e figura cruciale nello studio del plasma e dei campi magnetici. Clementina Sasso ci guida in un viaggio che ripercorre l’impatto delle sue intuizioni sulla comprensione delle tempeste geomagnetiche e delle aurore polari. Un omaggio a un innovatore il cui lavoro continua a ispirare la scienza moderna.
Ogni articolo di questo numero è un invito a scoprire, riflettere e lasciarsi ispirare. Non importa se il vostro interesse principale è rivolto a Marte, alla Terra, o alle stelle: il numero 272 di Coelum Astronomia è pensato per voi, appassionati del cielo e della scienza. Buona lettura!

VI Simposio degli Ottico-Meccanici Italiani

L’incontro del VI Simposio degli Ottico-Meccanici Italiani, svoltosi il 7 dicembre nella splendida cornice della Specola Vaticana, è stato un appuntamento straordinario che ci ha profondamente arricchiti. La Specola, uno dei più antichi osservatori astronomici del mondo, è un luogo dove tradizione e innovazione si fondono, offrendo un’esperienza unica. Camminare tra i suoi spazi, impregnati di storia e di scienza, è un viaggio che invita a riflettere e ispirarsi. È una location che consigliamo vivamente di visitare, per immergersi in un clima sereno, ricco di energia e di stimoli intellettuali.
Desideriamo esprimere un sentito ringraziamento agli organizzatori dell’evento, Gianfranco Coppola e Adriano Lolli, il cui entusiasmo e la cui passione hanno reso possibile questa iniziativa. In particolare, il coinvolgente invito di Adriano Lolli ha avuto un ruolo cruciale: senza il suo spirito accogliente, avremmo probabilmente mancato questa straordinaria occasione.
Purtroppo, a causa di precedenti impegni, non abbiamo potuto partecipare alla visita guidata prevista nella mattinata. Tuttavia, la partecipazione al simposio ci ha pianamente soddisfatti grazie alla qualità e alla profondità degli interventi. I relatori, tra cui lo stesso Adriano Lolli in qualità di moderatore, hanno condiviso con passione e competenza le loro esperienze e scoperte, dimostrando come la scienza possa essere accessibile e coinvolgente. Ringraziamo anche Richard A. D’Souza S.J., Claudio Costa, Roberto Ciabattoni, Roberto Ragazzoni, Fabrizio Tamburini, Massimo D’Apice e Antonello Satta per i loro contributi, che hanno reso la giornata indimenticabile.
Il simposio ha offerto un perfetto equilibrio tra scienza, ironia e convivialità, con uno spirito goliardico che ha trasformato ogni intervento in un momento di condivisione autentica. È stato un evento che ha dimostrato come anche gli ambiti più tecnici possano essere affrontati con leggerezza e umanità, offrendo spunti di grande valore.
Non vediamo l’ora di raccontarvi ancora di più su queste nuove imprese e ricerche nei prossimi numeri di Coelum, e rinnoviamo il nostro invito a visitare la Specola Vaticana: un luogo che merita di essere scoperto per immergersi in una giornata di pura bellezza e straordinaria energia scientifica.

Alcuni Scatti dell’evento

 

Overall Photons 2: l’Ammasso del Perseo

Uno scorcio tra polveri e gas galattici: l’Ammasso del Perseo

Per il secondo progetto di astrofotografia collettiva, il Team di Overall Photons si è imbattuto in un target ben conosciuto dagli astrofili ma poco fotografato in ambito amatoriale, poiché estremamente distante e quindi “piccolo” e debole per i telescopi e i sensori dell’astrofotografo medio. Il target in questione è l’ammasso di galassie del Perseo (Abell 426), migliaia di galassie distanti in media 240 milioni di anni luce e di magnitudine elevata.

Solo grazie alla collaborazione di 19 astrofotografi da tutto il mondo è stato possibile mettere in luce tramite una vista a largo campo le migliaia di deboli galassie dell’ammasso e, sorprendentemente, anche le nubi di polvere e idrogeno ionizzato della nostra Via Lattea. Nubi che formano una complessa trama intricata simile ad una ragnatela cosmica che si posiziona prospetticamente tra il Sistema Solare e l’ammasso galattico.

Tutto questo, incredibile ma vero, in condizioni non sempre ottimali di inquinamento luminoso, con attrezzatura di medio-basso costo e dai balconi/cortili dei partecipanti, ovvero grazie all’integrazione di centinaia di ore di acquisizione di segnale luminoso.

Di seguito alcuni numeri che riassumono la storia di questo secondo progetto:

  • 3 mesi di acquisizione, novembre-dicembre-gennaio, con molte complicazioni e cambi di programma dovuti al maltempo
  • 19 partecipanti da tutti il mondo, ognuno con la propria configurazione astrofotografica e condizioni del cielo
  • 392 ore di acquisizioni totali suddivise in 199 ore di H-alpha e 193 ore in LRGB
  • circa 5300 file grezzi processati, che hanno richiesto una settimana di lavoro tra preparazione e stacking tramite PC e SSD esterni da decine di Terabyte per la gestione dei dati
Il secondo soggetto e obiettivo centrato per il gruppo OverallPhotons: Abell 426. Crediti: Elisa Cuccu, Andrea Iorio, Fernando Linsalata, Giampiero Lilli, Roberto Volpini, Gianni Melis, Roberto Testi, Stephane Moinard, José Manuel López Arlandis, Michele Mazzola, Vitali Pelenjow, Leonardo Pelosi, Patrick Bisaillon, Aidan Guerra, Jeff Ratino, George William Hoffman, Vasile Unguru, Vakhtang Khutsishvili, Jonathan Schwab.

Dalle ricerche condotte, questo di Overall Photons è attualmente il progetto amatoriale più grande in termini di ore di acquisizione su Abell 426. Il risultato ha lasciato tutti i partecipanti senza fiato per l’inattesa profondità raggiunta tramite i mezzi amatoriali utilizzati.

È interessante sottolineare che le nubi di H-alpha provengono dalla nostra galassia, poiché questo ammasso ha un redshift tale da spostare la sua linea di emissione H-alpha al di fuori dell’intervallo dei filtri narrowband amatoriali con banda 3 -10 nm. Infatti, per catturare l’idrogeno derivante dalle galassie dell’ammasso sarebbe stato necessario un filtro spostato ulteriormente verso il rosso, centrato precisamente a 672 nm.

Resta quindi in sospeso un quesito, se questo idrogeno appartenente alla Via Lattea è stato generato da un fenomeno di ionizzazione o da un’onda d’urto di una supernova, quale e dove sono la causa di tale fenomeno? All’indagine la risposta.

Segui OverallPhotons FB 


DALLA PASSIONE ALL’ECCELLENZA: L’INNOVATIVO PERCORSO DI MATTEO MELLONE

 

Cosa succede quando una passione alimenta un percorso di crescita personale e professionale, portando a risultati
straordinari? Matteo Mellone rappresenta l’esempio perfetto di come dedizione e creatività possano fondersi per
creare soluzioni innovative e strumenti di grande impatto.

Nel suo racconto troverete non solo i dettagli di un cammino.
tecnico, ma anche l’ispirazione di un viaggio umano ricco di entusiasmo e visione. Vi invitiamo a leggere questa
storia che unisce l’amore per l’astronomia alla competenza ingegneristica, in un percorso che sta per trasformarsi in
qualcosa di ancora più grande. Buona lettura!

 

L’INIZIO DI UNA PASSIONE

Mellone Matteo, nato nel 1983, fin da bambino sono stato irresistibilmente attratto dal cielo e, come molti, ho sognato di diventare un astronauta. La mia famiglia ha sempre sostenuto questa passione, permettendomi di iniziare con un piccolo binocolo, il primo strumento che mi ha aperto una finestra sull’universo. Da quel momento, ogni nuovo strumento rappresentava una meraviglia: un cannocchiale zoom, con cui ho scoperto la Luna e gli anelli di Saturno, e poi il mio primo telescopio, un modesto 50mm f/10, che ha accresciuto ulteriormente la mia emozione. A 16 anni sono passato a qualcosa di più concreto, il mitico 114/900, e da lì in poi ho avuto la sensazione di tenere il cielo nelle mie mani. Questa passione, in continuo crescendo, mi ha portato a esplorare un susseguirsi di strumenti, dai Dobson ai Newton su montatura equatoriale, dagli Schmidt- Cassegrain agli apocromatici. La voglia di avere telescopi sempre più grandi e di poterli costruire da me ha influenzato profondamente il mio percorso di studi, conducendomi alla progettazione aeronautica e all’ingegneria meccanica. La curiosità e il desiderio di imparare mi hanno spinto a leggere moltissimi libri, articoli e riviste del settore, ammirando e studiando l’evoluzione meccanica, ottica ed elettronica dei telescopi. La vera svolta, però, è avvenuta nel 1999, quando mi sono iscritto al CAST, il Circolo Astrofili Talmassons, un gruppo affiatato e operativo a 360 gradi nel mondo astronomico, molto attivo nella divulgazione attraverso l’osservatorio, le scuole e le piazze. Le lunghe nottate trascorse in osservatorio e in montagna mi hanno profondamente temprato, permettendomi di imparare dall’esperienza degli astrofili più esperti e di provare molti strumenti diversi. Un ricordo particolare va a Paolo Beltrame e Francesco Scarpa, che mi hanno accompagnato numerose volte sul Monte Matajur quando ancora non avevo la patente; con loro trascorrevo notti intere osservando il cielo con i loro Dobson e apocromatici, un periodo di oltre vent’anni fa che resta impresso nella mia memoria.

PRIME MODIFICHE E APPROCCI ALLA PROGETTAZIONE

Negli anni ‘90 non esisteva tutta la varietà di strumenti e montature disponibile oggi, e così ho iniziato a modificare e migliorare i telescopi in mio possesso, disegnando e costruendo piccole montature equatoriali con motori in ascensione retta. Con il tecnigrafo successivamente ho iniziato il cammino prima nel utilizzo del CAD 2D e poi nel CAD 3D, una competenza che si è evoluta fino a diventare il mio lavoro come progettista meccanico.

Stazione osservativa
portatile per Newton 275
mm F 4,7 su GTD G41 Obs.
Alluminio e Inox tagliato
al laser e parti stampate
in 3D. Sostegno studiato
per portare il telescopio al
30esimo del mio palazzo
munito di uno skygarden.

Dal 2008, grazie al lavoro, ho avuto l’opportunità di trasferirmi all’estero, vivendo in paesi come Ungheria, Thailandia, Vietnam e India. Qui ho avuto la possibilità di confrontarmi con culture diverse, ma ho trovato un denominatore comune ovunque: comunità di astrofili e gruppi di appassionati, ai quali mi sono sempre unito e di cui sono tuttora socio. Questa rete internazionale di appassionati ha rappresentato una forza motrice, spingendomi a credere nelle mie capacità e a fare sempre di più, generando curiosità e interesse per i miei progetti in molti luoghi diversi. La mia prima montatura equatoriale è stata costruita con materiali semplici come pannelli di compensato, cuscinetti, tubi di plastica e motorini elettrici con potenziometri montati su ruote dentate da 5 cm di diametro, recuperate da macchine telecomandate.

L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Anche se l’inseguimento era impreciso e la struttura instabile, quei primi passi rappresentavano per me un grande traguardo. In seguito sono passato a strutture più solide, utilizzando parti in alluminio e partendo sempre da schizzi e idee su carta. Qui ho incontrato le prime vere difficoltà, come il periodismo dovuto alle ruote dentate e vite senza fine, o l’ortogonalità insufficiente, che rendeva difficile un puntamento di precisione con cerchi graduati.

Nonostante le difficoltà, non mi sono mai demoralizzato. Dopo aver acquistato una montatura equatoriale Konus EQ2 manuale, dotata di un Newton 144/900, ho iniziato a motorizzarla. Anche in questo caso, i giochi meccanici e l’instabilità della struttura erano evidenti, tanto che bastava una folata di vento per far tremare tutto. Ho provato a migliorare la situazione sostituendo componenti, lubrificando meglio le parti mobili e facendo tutto ciò che era possibile con le conoscenze dell’epoca. Tuttavia, ho capito che non ero ancora pronto per realizzare la montatura che immaginavo e che avevo bisogno di imparare ancora molto. Così, dopo il 114/900, sono passato a un Dobson artigianale semi-truss da 300mm f/4.5, uno strumento fantastico che mi ha accompagnato per molti anni. Naturalmente, l’ho personalizzato, aggiungendo una ventilazione forzata per lo specchio primario alimentata da una mini batteria a 12V, riverniciandolo con una vernice resistente all’acqua e annerendo completamente l’interno. Ho persino aggiunto luci rosse perimetrali sotto la base per evitare di urtarlo al buio durante le osservazioni in montagna, dove il cielo era ancora straordinariamente scuro. Nonostante l’ingombro, questo Dobson si è rivelato un’ottima palestra di astronomia pratica.

Nel 2004, sfruttando un’occasione, ho venduto il Dobson per acquistare un Celestron C11, uno Schmidt-Cassegrain da 279mm di diametro e una focale di 2790mm. Era uno strumento impegnativo, pesante per l’epoca, ma volevo sfruttarlo appieno. Non sentendomi ancora pronto a progettare e costruire una montatura per sostenerlo, consapevole che ogni imprecisione meccanica mi avrebbe scoraggiato, ho acquistato una montatura equatoriale Synta EQ6. Questa montatura, robusta e affidabile, è stata migliorata ulteriormente con l’installazione del kit DA1 di Astromeccanica, che custodisco ancora oggi con grande cura. Un’esperienza mi ha permesso di comprendere l’importanza di alcune modifiche, come la trasmissione a cinghia, la gestione delle rampe di accelerazione e le correzioni sull’inseguimento.

DallKirkham 505 mm f20
campo corretto 10x10mm
Colonna per carichi elevati
e Osservatorio Scorrevole.
Committente Tiziano Olivetti
Thailandia

L’INIZIO DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE

Nel frattempo, iniziava la rivoluzione digitale. Avevo consapevolezza di quanto fosse impegnativa l’astrofotografia su pellicola e ho deciso di provarci anch’io, ma utilizzando tecnologie più moderne, come la webcam Philips Vesta Pro e, successivamente, le prime reflex digitali. Le nuove tecnologie esprimevano un potenziale e un forte cambiamento in atto, rendendomi consapevole dell’importanza di una meccanica ben progettata. Mentre molte soluzioni sul mercato erano eccellenti ma costose, sentivo di avere abbastanza conoscenze per iniziare a progettare una montatura con buone prestazioni meccaniche e costi contenuti. Non è stato semplice, ma ci dovevo provare. Dopo molti anni di studio e pratica, oggi utilizzo strumenti avanzati come Autodesk Inventor Professional per la progettazione e l’analisi FEM, che permette di prevedere il comportamento dei componenti sotto carico e garantire risultati affidabili.

L’ANALISI FEM: UNA BASE PER LA PROGETTAZIONE AFFIDABILE

Come ho accennato precedentemente nel corso degli anni ho imparato a eseguire l’analisi FEM (Finite Element Method), un metodo che permette di prevedere come un prodotto reagirà agli stress fisici a cui sarà sottoposto. Uso questa tecnica ancora oggi, dopo sedici anni, per garantire che i miei progetti siano robusti e affidabili. La mia esperienza professionale include dieci anni nella progettazione di macchine e impianti nel settore dei metalli e dell’industria siderurgica, seguiti da cinque anni come responsabile della ricerca e sviluppo nel settore automotive, dedicandomi alla progettazione di veicoli speciali. Questo percorso ha consolidato le mie competenze nella progettazione 3D e nelle tecnologie correlate, come le simulazioni FEM, la stampa 3D, la scansione 3D e l’utilizzo di materiali compositi. Ho avuto la fortuna di poter toccare con mano ciò che progettavo, utilizzando la modellazione 3D come uno strumento per rappresentare concretamente le idee che immaginavo nella mia mente. Oggi sono responsabile di progetti e investimenti per un’azienda che si occupa di progettare e costruire motori elettrici di molte tipologie, inclusi quelli destinati al settore automotive. Posso affermare che si tratta di un’esperienza professionale che si sposa perfettamente con la mia passione per l’astronomia, consentendomi di applicare le competenze tecniche acquisite per sviluppare soluzioni innovative e personalizzate per strumenti astronomici.

LA COLLABORAZIONE CON TIZIANO OLIVETTI

A Bangkok ho conosciuto Tiziano Olivetti, un fotografo planetario storico di cui leggevo gli articoli sulle riprese planetarie ad alta risoluzione già da dieci anni prima. Per puro caso vivevamo quasi vicini di casa, separati soltanto da cinque chilometri. Da questa coincidenza è nata una bella amicizia, e abbiamo trascorso innumerevoli nottate a riprendere pianeti con il suo telescopio Dall-Kirkham da 410 mm autocostruito.

Una nuova e inattesa occasione per imparare moltissimo, sia dal punto di vista pratico che dai “trucchi” di ripresa. Per chi non lo sapesse, un Dall-Kirkham, abbreviato DK, è una variante del telescopio Cassegrain, dotato di uno specchio primario ellissoidale concavo e di uno specchio secondario sferoidale convesso. È una configurazione che produce immagini prive di astigmatismo, anche se presenta un coma ottico maggiore fuori asse. Si tratta di una soluzione particolarmente indicata per osservazioni in cui un buon potere di risoluzione è più importante di un ampio campo visivo, come nel caso dell’osservazione planetaria. Tiziano mi propose di progettare insieme il suo nuovo telescopio, ancora più grande del precedente.

L’idea era entusiasmante: un Dall-Kirkham da mezzo metro con una focale di oltre dieci metri. Era il momento giusto per mettermi in gioco e applicare concretamente le mie abilità di. Con grande entusiasmo abbiamo iniziato la progettazione, fissando tre obiettivi principali: semplicità di realizzazione, costo ottimizzato e contenuto, e rigidità strutturale e meccanica. In pochi mesi abbiamo realizzato il progetto in 3D e svolto l’analisi FEM, controllando baricentri e flessioni.

I risultati teorici erano molto promettenti. Dopo un paio di mesi avevamo tutti i componenti necessari e lo abbiamo assemblato: tutto combaciava perfettamente con il modello 3D. I test sul cielo si sono dimostrati subito ottimi e coerenti con le previsioni; il telescopio non presentava flessioni, e lo specchio primario era saldamente mantenuto in posizione in ogni direzione. Ce l’avevamo fatta, ma non ci siamo fermati lì. Tiziano mi ha chiesto di progettare anche una nuova colonna per la montatura e infine un osservatorio. L’ho accontentato e il risultato è stato una delle più grandi soddisfazioni della mia vita.

DallKirkham da 400 mm f25 full carbon
Committente: Cherdphong Visarathanonth per gli amici Tony – Thailandia
Focale di 10 metri, ostruzione del 13% e un peso totale operativo 32 kg
grazie all’utilizzo intensivo di fibra di carbonio.
La struttura è estremamente stabile
e ogni componente è stato pensato
per massimizzare la rigidità e
limitare il peso.

Le immagini prodotte da quel telescopio da mezzo metro, minimalista, essenziale e autocostruito, hanno iniziato a suscitare curiosità e domande tra gli astrofili, portando a un passaparola che mi ha reso noto tra gli appassionati e ha generato richieste per progettare telescopi personalizzati. Le richieste riguardavano spesso strumenti con caratteristiche non disponibili sul mercato, come telescopi planetari con rapporti focali molto spinti o con un campo apparente molto piccolo.

I risultati ottenuti e l’apprezzamento da parte di chi ha creduto in me hanno alimentato la curiosità e la volontà di altri astrofili di pensare ad alternative su misura. Nel tempo, le richieste si sono ampliate e diversificate, includendo analisi e correzioni meccaniche su telescopi esistenti, progettazione di montature, accessori e persino piccoli osservatori. Un esempio significativo è rappresentato dalla montatura ibrida sviluppata per Marco Lorenzi, che vive a Singapore. Con la Polare praticamente all’orizzonte e la necessità di gestire un Newton da 53 cm, le alternative sul mercato erano poche e molto costose. Parlando con Marco, abbiamo deciso di affrontare la sfida e creare una montatura ibrida con friction drive per il suo grande telescopio.

I fori di alleggerimento, 3 grandi manopole di collimazione della cella del primario, altre viti per il tilt e l’allineamento del focheggiatore. Anche le ventole non sono standard, sono senza cuscinetti e calibrate prive di vibrazioni.
Le ventole aumentano il flusso d’aria a contatto con lo specchio primario per favorire e velocizzare il raggiungimento dell’equilibrio termico.

Abbiamo trascorso settimane e nottate a progettare e definire i dettagli della montatura, lavorando in connessione remota tra Thailandia e Singapore. Le sessioni di progettazione spesso duravano otto ore, e molte volte ci ritrovavamo alle tre del mattino senza nemmeno accorgercene. Nell’ambiente 3D abbiamo considerato con estrema cura flessioni, pesi e bilanciamenti, poiché i componenti dovevano essere realizzati direttamente a Singapore, portati al dodicesimo piano del suo appartamento e assemblati da Marco stesso. Non potevamo permetterci errori. 

LA FILOSOFIA DELLA PROGETTAZIONE

Ed è qui che voglio spiegare la filosofia con cui approccio la progettazione: la vera difficoltà risiede nel rendere semplice e modulare il design di qualsiasi cosa. L’intento è sempre quello di far sì che una persona sia in grado di assemblare il telescopio o la montatura in modo indipendente, ovviamente seguendo le procedure corrette. La modularità e il corretto dimensionamento dei singoli componenti fanno sì che la vita dello strumento sia molto lunga. Mantengo sempre margini di sicurezza sovradimensionando i componenti, una scelta che si basa sul principio che siamo bravi se risolviamo i problemi, ma siamo davvero bravi se evitiamo che si presentino. Questo approccio consente, nell’eventualità di una sostituzione, di intervenire su un singolo dettaglio in modo semplice e rapido. Accolgo le richieste di chi ha ben chiaro lo scopo del progetto e sa cosa vuole.

L’obiettivo è sempre quello di offrire un prodotto innovativo e di qualità superiore a un costo competitivo. Tuttavia, non accolgo tutte le richieste, soprattutto se il progetto è già disponibile sul mercato o se non suscita il mio interesse. Per esempio, non ho portato avanti richieste come: progettare telescopi Newton da 12” e 16” con rapporti focali molto veloci come F3/3.2; progettare telescopi da 20” e 24” in configurazione Nasmyth, copiando soluzioni esistenti; o costruire telescopi Dobson classici di grandi dimensioni con materiali base in legno.

Logisticamente, se posso mi sposto per seguire le destinazioni dei progetti, ma, non essendo questo il mio lavoro principale, non sempre riesco a farlo. Rimane comunque una grande soddisfazione poter vedere e toccare con mano le creazioni, condividere opzioni, commenti e impressioni direttamente sul campo, che sarebbe l’ideale. Un mio aspetto che a volte rappresenta una sfida è il mio perfezionismo: un progetto è finito solo quando tutti i dettagli sono stati valutati e ottimizzati. Non lascio nulla al caso. Inoltre, cerco sempre di coinvolgere il committente, almeno nei passaggi fondamentali, trovando un equilibrio tra tecnica, costi ed estetica.

Siamo italiani, e ci teniamo al design italiano. Alla base del mio modo di pensare, immaginare e progettare, ci sono alcune regole fondamentali: quello che non c’è non costa, quello che non c’è non pesa, quello che non c’è non si rompe, il design deve essere modulare, l’insieme fa la forza e deve essere semplice nella sua globalità. Nonostante la specificità e complessità delle soluzioni richieste, la semplificazione e l’ottimizzazione dei singoli componenti sono imprescindibili. Per me, la chiave di tutto è il design, che si riflette sulla rigidità della struttura e sui costi di realizzazione. Questo significa che il successo di un progetto non è solo tecnico, ottico o meccanico, ma anche economico, rispettando il budget e le aspettative del committente.

Durante la progettazione, le modifiche sono inevitabili e spesso si discostano molto dalla bozza iniziale. Condivido ogni step con il committente, utilizzando applicazioni social per una rapida condivisione delle informazioni o collegamenti remoti per sessioni in tempo reale. L’ultimo verdetto lo lascio sempre alla FEM. Per garantire la rigidità necessaria e individuare eventuali punti critici durante la fase di progettazione, la FEM offre risultati verosimili ma non perfetti. Per questo motivo, considero sempre un fattore di sicurezza di 2x: se una deformazione strutturale massima è prevista a 0.1 mm, la FEM deve risultare in 0.05 mm; se una montatura deve supportare un carico di 80 kg senza flessioni, la dimensiono per 160 kg. Questo mi garantisce che il risultato finale non deluderà le aspettative.

PROGETTI COMPLESSI E MIGLIORAMENTI CONTINUI

Non è semplice trovare un design leggero che combini rigidità strutturale, e per questo motivo alcuni progetti subiscono continue modifiche basate sui risultati della FEM. Un esempio è il DK 400 F25 richiesto da Cherdphong Visarathanonth, per gli amici Tony: doveva essere estremamente leggero ma garantire un allineamento ottico con una focale di 10 metri. Le revisioni sono state molteplici e la maggior parte dei componenti è stata realizzata in fibra di carbonio per limitare le dilatazioni termiche. Solo alla versione 19 il telescopio è stato considerato pronto per la costruzione. Nonostante tutto, si può sempre migliorare ulteriormente, e una versione rivista e ottimizzata è già in corso.

Onestamente sono attratto da tutto ciò che non si può reperire sul mercato, ed è per questo che ho rifiutato molti progetti, come ho spiegato sopra. Sebbene i rifiuti vengano accettati, non sono certo che siano sempre compresi. Questa per me è una passione che deve rimanere tale. Se un domani dovesse diventare un’attività a tempo pieno, non cambierò il mio approccio: posso indirizzare e consigliare, ma deve restare qualcosa che mi piace fare.

Trovo stimolanti i progetti ambiziosi e particolari, quelli che devi creare da zero perché non esistono, cercando di fare innovazione con soluzioni nuove e non convenzionali. Al momento non c’è un progetto che mi sia piaciuto più di altri in assoluto: ognuno mi ha dato soddisfazione nel realizzarlo e gratificazione nella felicità di chi ha creduto in me. Tuttavia, c’è un progetto che avrei voluto fare ma a cui ho dovuto rinunciare: la richiesta di un bellissimo Newton fotografico da 1,2 metri di diametro. Un progetto davvero grande, ma con problematiche meccaniche complesse, come le celle astatiche per la gestione delle deformazioni dello specchio principale, che al momento sono fuori dalla mia portata.

Montatura ibrida yoke equatoriale per
latitudini prossime all’equatore.
Sistema friction drive su entrambi gli
assi, con elettronica di controllo ONSTEP
fatta su misura.
Committente Marco Lorenzi https://www.
glitteringlights.com/
Singapore

Mi piacciono particolarmente i telescopi planetari Dall-Kirkham molto spinti e con ostruzione molto bassa, una configurazione ottica che consente di avere solo due specchi, di cui il secondo funge da moltiplicatore di focale, ciò minimizza l’introduzione di problematiche e/o ulteriori elementi ottici, ottimizzando la resa ottica e riducendo il passaggio della luce attraverso altre lenti. In termini pratici, si ottiene un’immagine più pulita, che, unita a un piccolo campo corretto, riduce le ostruzioni centrali dello specchio secondario nei confronti del primario. Per fare un confronto, un classico C14 ha un’ostruzione centrale del 33%, mentre i miei DK si attestano tra il 13% e il 15%, il risultato è un contrasto naturale delle immagini migliore e a una massimizzazione della raccolta di luce. Investo anche mesi nello studio delle soluzioni, partendo dall’analisi delle problematiche riscontrate dagli utilizzatori di strumenti simili per cercare soluzioni e accorgimenti che possano risolverle.

In base al budget, decido quali materiali e tipologie di lavorazioni utilizzare. Il mio processo di progettazione è articolato in diversi passaggi.

  1. Prima di tutto, cerco di rendere consapevole il richiedente di ciò che sta chiedendo, valutando se la soluzione proposta è effettivamente la più adatta allo scopo e guidandolo nella scelta migliore.
  2. Successivamente, analizzo e studio il progetto determinando i parametri ottici. Per fare ciò, utilizzo programmi dedicati per il dimensionamento delle celle, la distribuzione dei punti di appoggio dello specchio primario e la definizione delle posizioni e distanze delle ottiche in base ai requisiti richiesti dal committente.
  3. Definisco quindi l’applicazione dello strumento o dell’attrezzatura, considerando quale equipaggiamento verrà utilizzato. Ad esempio, se si desidera un telescopio specifico, è fondamentale considerare quale tipo di montatura lo sorreggerà, mentre nel caso di una montatura si analizza l’inverso. In base a queste considerazioni, si stabilisce un budget di spesa e si definiscono le tempistiche.
  4. Una volta definito il budget, si scelgono i materiali da utilizzare, un parametro che incide molto sui costi per via del materiale stesso e delle lavorazioni necessarie.
  5. Si avvia quindi lo studio vero e proprio, con la produzione dei primi modelli 3D senza dettagli, che consentono di definire volumi, pesi e baricentri, e di eseguire le prime analisi FEM approssimative per verificare se si sta andando nella direzione giusta.
  6. Se l’analisi è positiva, si procede al dettaglio del modello fino al 100%, riproducendo ogni singolo elemento e inserendolo nel modello d’assieme. In questa fase svolgo simulazioni sui movimenti del telescopio e della montatura per verificare possibili interferenze e assicurarmi della libertà di movimento di tutte le parti.
  7. Una volta modellato completamente, si eseguono nuovamente le analisi FEM omnidirezionali per analizzare il comportamento in tutte le posizioni. Solitamente è in questa fase che si apportano aggiustamenti al modello, che in realtà sono ottimizzazioni per ridurre spessori, modificare componenti e alleggerire il tutto.
  8. La fase precedente è quella che assorbe la maggior parte degli sforzi perché, per procedere con l’analisi FEM, il modello deve essere parametrizzato e si deve generare la mesh, un insieme di punti uniti tra loro che formano una rete 3D del modello. Un telescopio completo può avere milioni di questi punti, e ogni modifica, anche minima come la lunghezza o il diametro di una vite, richiede di rifare l’intera operazione.
  9. Ottenuti i valori corretti, si procede alla creazione dei disegni costruttivi o di dettaglio in 2D per ogni componente. In questi disegni vengono riportate tutte le informazioni sulle lavorazioni, trattamenti, materiali e filettature necessarie per il costruttore. Inoltre, viene generata una BOM (Bill of Materials), che elenca tutti i componenti necessari per la costruzione del telescopio. Vengono creati modelli in formato 3D standard (STEP) per essere visualizzati e letti da qualsiasi software CAD 3D, utile per la comprensione e necessario per eventuali lavorazioni su macchinari CNC.
  10. Una volta ottenuti i pezzi, rimane solo l’assemblaggio, la collimazione e le prove di rito.

L’IMPORTANZA DEL SEEING

Ho anche imparato, lavorando sui telescopi, che chi fa la vera differenza è il seeing. Ricordo di aver osservato la Luna con un tripletto APO e un Newton 275 f/4.7 in condizioni di seeing perfetto, raggiungendo ingrandimenti impensabili e osservando dettagli come mai prima. Crateri, ombre e particolari erano così ben definiti che, in condizioni normali, nemmeno un telescopio da 16 pollici dell’osservatorio locale sarebbe riuscito a mostrare simili visioni. Molti luoghi hanno un seeing medio piuttosto instabile, ma ci sono serate in cui ogni sforzo viene ripagato da immagini straordinarie. In queste occasioni ti dimentichi delle fatiche e ti lasci avvolgere dalla meraviglia del momento. Serve pazienza e costanza per godere di questi risultati. Un’opzione più impegnativa ma affascinante è caricare tutta l’attrezzatura e spostarsi verso cieli più bui e stabili, anche se il seeing non fa distinzioni.

A Bangkok, per esempio, la presenza del golfo, le caratteristiche morfologiche del territorio e i grattacieli contribuiscono a rendere l’atmosfera più stabile e stagnante, ma questo vantaggio è compensato dall’inquinamento luminoso assoluto. Per fortuna, per osservazioni planetarie o della Luna, l’inquinamento luminoso rappresenta un problema trascurabile. Per chi non vuole rinunciare alla fotografia astronomica e ha la possibilità di investire, il mercato oggi offre una vasta gamma di strumenti remoti posizionati nei migliori siti osservativi del mondo. Tuttavia, questa è una scelta di compromesso: i risultati sono straordinari, ma si perde il lato romantico dell’osservazione diretta e del contatto con il cielo. È una questione di preferenze personali.

Supporto mobile e set Planewave L350 – L600 fino a CDK24
Committente: GISTDA Geo-Informatics and Space Technology Development Agency – Thailandia

DALLA PASSIONE ALLA PROFESSIONE

Il lavoro svolto da Matteo Mallone racconta una storia di passione, dedizione e competenza, maturate attraverso anni di esperienze e sfide affrontate nel mondo della progettazione e dell’astronomia. Ogni progetto è stato un tassello fondamentale di un percorso che ha portato Matteo a eccellere in ambiti tecnici e creativi, unendo conoscenze ingegneristiche avanzate e un amore autentico per gli strumenti astronomici.

Fino a oggi, questa è stata una passione coltivata con grande serietà, ma mai trasformata in un’attività professionale specifica. Tuttavia, guardando indietro al cammino percorso e ai risultati raggiunti, appare evidente che il momento di fare un passo in avanti è ormai vicino. Le competenze acquisite, unite alla soddisfazione derivante dal creare qualcosa di unico e personalizzato, rappresentano una solida base per intraprendere un percorso imprenditoriale dedicato.

In fondo, questo è ciò che Matteo ha sempre amato fare: progettare, innovare e portare le sue idee nel mondo reale. Trasformare questa passione in un’attività professionale sarebbe non solo un naturale passo successivo, ma anche l’opportunità di condividere il suo talento con un pubblico ancora più ampio.

Forse è giunto il momento di lasciare che questa passione prenda definitivamente il volo, trasformandosi in una realtà imprenditoriale che possa continuare a crescere e a ispirare altri.   

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

Euclid Scopre un Anello di Einstein 

Una vista ravvicinata del centro della galassia NGC 6505, con il luminoso anello di Einstein allineato con esso, catturata dal telescopio spaziale Euclid dell'ESA.Credito: ESA/Euclid/Euclid Consortium/NASA, elaborazione delle immagini di J.-C. Cuillandre, G. Anselmi, T. Li; CC BY-SA 3.0 IGO o licenza standard ESA

Un raro fenomeno cosmico osservato attorno alla galassia NGC 6505, a 590 milioni di anni luce dalla Terra.

La missione Euclid dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), con il supporto della NASA, ha fatto una scoperta straordinaria: un anello di Einstein, un fenomeno raro e affascinante che si verifica quando la luce di una galassia lontana viene distorta dalla gravità di un oggetto massiccio in primo piano, formando un anello luminoso. L’anello appare attorno alla galassia ellittica NGC 6505, situata a circa 590 milioni di anni luce dalla Terra, nella costellazione del Drago.

L’anello di luce che circonda il centro della galassia NGC 6505, catturato dal telescopio Euclid dell’ESA, è un esempio di anello di Einstein. NGC 6505 agisce come una lente gravitazionale, piegando la luce da una galassia molto più indietro. Credito: ESA/Euclid/Euclid Consortium/NASA, elaborazione delle immagini di J.-C. Cuillandre, G. Anselmi, T. Li; CC BY-SA 3.0 IGO o licenza standard ESA

L’anello di Einstein è una manifestazione della lente gravitazionale, un effetto previsto dalla teoria della relatività generale di Albert Einstein. Oggetti massicci, come galassie o ammassi di galassie, curvano lo spazio-tempo, agendo come lenti cosmiche che ingrandiscono e distorcono la luce proveniente da oggetti ancora più distanti. In questo caso, la luce che forma l’anello proviene da una galassia lontana 4,42 miliardi di anni luce, la cui luce è stata distorta dalla gravità di NGC 6505.

Bruno Altieri, scienziato dell’archivio di Euclid, ha notato per la prima volta il fenomeno durante le fasi di test iniziali del telescopio nel settembre 2023. “Già dalla prima osservazione, ho intravisto qualcosa di interessante“, ha raccontato Altieri. “Ma dopo ulteriori osservazioni, abbiamo visto un anello di Einstein perfetto. Per me, che ho dedicato la mia vita allo studio delle lenti gravitazionali, è stato emozionante.

Conor O’Riordan, del Max Planck Institute for Astrophysics in Germania e autore principale dello studio sull’anello, ha spiegato: “Un anello di Einstein è un esempio di lente gravitazionale forte, che produce immagini multiple della galassia di fondo, spesso sotto forma di archi o anelli. Tutte le lenti forti sono rare e scientificamente preziose, ma questa è particolarmente speciale perché è relativamente vicina alla Terra e l’allineamento è perfetto, rendendola esteticamente magnifica.

La scoperta è significativa non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo potenziale scientifico. Gli anelli di Einstein permettono agli scienziati di studiare la materia oscura, che contribuisce alla curvatura della luce, e di esplorare l’espansione dell’universo. Valeria Pettorino, scienziata del progetto Euclid dell’ESA, ha commentato: “È affascinante che questo anello sia stato trovato in una galassia ben conosciuta, scoperta nel 1884. Nonostante sia stata studiata per oltre un secolo, nessuno aveva mai osservato questo fenomeno. Questo dimostra la potenza di Euclid nel rivelare nuovi dettagli anche in oggetti che pensavamo di conoscere bene.

Una vista ravvicinata del centro della galassia NGC 6505, con il luminoso anello di Einstein allineato con esso, catturata dal telescopio spaziale Euclid dell’ESA.Credito: ESA/Euclid/Euclid Consortium/NASA, elaborazione delle immagini di J.-C. Cuillandre, G. Anselmi, T. Li; CC BY-SA 3.0 IGO o licenza standard ESA

Euclid, lanciato il 1° luglio 2023 da Cape Canaveral, in Florida, ha iniziato la sua mappatura dettagliata del cielo il 14 febbraio 2024. La missione mira a creare la più vasta mappa 3D dell’universo, osservando miliardi di galassie fino a 10 miliardi di anni luce di distanza. Si stima che scoprirà circa 100.000 lenti gravitazionali forti, aprendo nuove finestre sulla comprensione della materia oscura e dell’energia oscura, la forza misteriosa che sta accelerando l’espansione dell’universo.

Oltre agli anelli di Einstein, Euclid cercherà anche lenti gravitazionali deboli, dove le galassie di fondo appaiono solo leggermente distorte. Questo richiederà l’analisi di miliardi di galassie, ma i risultati potrebbero rivoluzionare la nostra comprensione dell’universo. “Euclid cambierà il gioco con i dati che sta raccogliendo”, ha aggiunto O’Riordan.

La missione è un progetto europeo guidato dall’ESA, con contributi della NASA e di un consorzio internazionale di oltre 2.000 scienziati. Il telescopio, costruito da Thales Alenia Space e Airbus Defence and Space, rappresenta un passo avanti significativo nell’esplorazione cosmica. Con scoperte come questa, Euclid promette di svelare molti altri segreti dell’universo nei prossimi anni.

Fonte: NASA JPL

Vincenzo Ferraro pioniere della magnetoidrodinamica e la sua eredità nella fisica della magnetosfera

TRA I GRANDI INNOVATORI DEL XX SECOLO NELLA FISICA DELLO SPAZIO, VINCENZO CONSOLATO ANTONINO FERRARO OCCUPA UN POSTO D’ONORE. LA SUA FIGURA, TANTO DISCRETA QUANTO STRAORDINARIA, HA SEGNATO UN MOMENTO CRUCIALE NELLO STUDIO DEL PLASMA E DEI CAMPI MAGNETICI, APRENDO NUOVI ORIZZONTI PER LA COMPRENSIONE DEI FENOMENI SOLARI E DELLE LORO INTERAZIONI CON LA TERRA. LE SUE INTUIZIONI PIONIERISTICHE NELLA MAGNETOIDRODINAMICA (MHD) – LA SCIENZA CHE STUDIA IL COMPORTAMENTO DEI FLUIDI IONIZZATI IN PRESENZA DI CAMPI MAGNETICI – QUANDO QUESTA MATERIA NON ESISTEVA ANCORA, HANNO FORNITO RISPOSTE DECISIVE SU PROCESSI COME LE TEMPESTE GEOMAGNETICHE, LE AURORE POLARI E LA DINAMICA DELLA MAGNETOSFERA TERRESTRE. OGGI, A CINQUANT’ANNI DALLA SUA SCOMPARSA, IL SUO LASCITO CONTINUA A ISPIRARE GENERAZIONI DI RICERCATORI E A GUIDARE MISSIONI SPAZIALI ALL’AVANGUARDIA.

Il Prof. Vincenzo Ferraro

Ma chi era Vincenzo Ferraro? Per comprendere l’uomo dietro lo scienziato, dobbiamo partire dalle sue radici, quelle di una famiglia italiana forgiata dalla determinazione e dalla luce della conoscenza.
La famiglia Ferraro affonda le sue radici nell’isola di Capri, ma nell’Ottocento si stabilì nella Penisola Sorrentina, dove gli antenati di Vincenzo lavorarono presso l’Hotel Cocumella di
Sant’Agnello. Fu proprio in questo scenario, sospeso tra mare e tradizione, che nacque lo spirito tenace che avrebbe caratterizzato i Ferraro. Suo padre, Filippo Ferraro, partì giovanissimo per Londra, lasciando l’Italia con il fratello Gustavo. Aveva solo 14 anni quando iniziò la sua avventura oltremanica, fatta di difficoltà e sacrifici. La sua determinazione, però, lo portò a diventare una figura di successo: fu per vent’anni direttore del celebre Ritz Hotel di Londra e tra i collaboratori più stimati della Casa Reale inglese. Organizzò eventi memorabili, tra cui la sontuosa festa di fidanzamento della futura Regina Elisabetta
II con il principe Filippo nel 1947. Giunto alla pensione, Filippo decise di raccontare la sua storia in un’autobiografia intitolata From the Candlelight to Flashlight. Quest’opera, tradotta
in italiano nel 2019 dal prof. Nello Falcone con il titolo Dalla penombra alla luce, è un viaggio intimo attraverso le sue radici, le sfide affrontate e le sue passioni per la pittura e
la recitazione. Oggi, il titolo di quel libro sembra intrecciarsi simbolicamente con la figura di suo figlio Vincenzo Ferraro che ha saputo illuminare gli angoli più oscuri della fisica
solare e spaziale, gettando luce su fenomeni che un tempo erano avvolti nel mistero. Non a caso, gli eventi e i premi a lui dedicati rappresentano un ponte tra la storia di famiglia tenace e il futuro della ricerca scientifica, celebrando quella stessa luce – concreta e metaforica – che ha guidato due generazioni, dal padre al figlio, verso l’eccellenza: dall’oscurità dell’ignoto
alla luce della conoscenza scientifica.

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Vincenzo Ferraro nacque a Londra nel 1907 e mostrò fin da giovane un talento straordinario per la matematica e la fisica, discipline in cui avrebbe eccelso grazie a dedizione e rigore. La sua carriera si sviluppò in un momento cruciale per la fisica, quando l’astrofisica iniziava a intersecare il mondo della matematica applicata e della fisica del plasma. Nel 1929, a soli 22 anni, si laureò all’Imperial College di Londra con una tesi sulla teoria dell’aurora, ricevendo il prestigioso riconoscimento “First Class Honors”.

L’anno successivo completò il dottorato in matematica applicata presso l’University of London, focalizzandosi sullo studio delle tempeste magnetiche e delle aurore. Questa prima ricerca fu il preludio di una carriera straordinaria, che lo avrebbe portato a collaborare con le menti più brillanti dell’epoca. Un momento chiave della carriera di Ferraro fu, infatti, la collaborazione con Sydney Chapman, uno dei padri fondatori della geofisica moderna. Insieme svilupparono la teoria Chapman-Ferraro, introducendo concetti che ancora oggi definiscono il nostro modo di studiare l’interazione tra vento solare e magnetosfera terrestre.

Ancora studente, infatti, nel 1930, divenne coautore di questa teoria che si basa sull’intuizione che il flusso di plasma solare, emesso dal Sole durante i brillamenti, una volta in contatto con la magnetosfera terrestre, si comporta come un fluido perfettamente conduttore. L’interazione del flusso con la magnetosfera terrestre comprime le linee del campo geomagnetico in maniera tale da formare una cavità magnetosferica temporanea nella superficie anteriore del flusso: un concetto rivoluzionario che anticipava di decenni la nascita della magnetoidrodinamica. Nonostante questa disciplina, infatti, non esistesse ancora formalmente nel 1930, i due autori riuscirono a dimostrare analiticamente la loro idea, fornendo strumenti fondamentali per lo studio dei plasmi spaziali.

La cavità oggi è denominata magnetosfera e valutarono anche il confine della cavità, quella che oggi chiamiamo la magnetopausa, che sarebbe stata a 5 raggi terrestri. Visto che a quel tempo non si conosceva l’esistenza del vento solare ma si pensava che la spazio tra la Terra e il Sole fosse vuoto tranne che per questi flussi espulsi violentemente dal Sole, il risultato trovato è notevolmente vicino al valore che conosciamo oggi intorno ai 10 raggi terrestri. In particolare, il contributo di Ferraro da matematico fu quello di fornire un procedimento analitico che dimostrò come il flusso solare dovesse essere ionizzato ma completamente neutro, con la stessa velocità per gli ioni e per gli elettroni.

La cavità Chapman-Ferraro, figura
tratta dal volume Geomagnetism,
di Sydney Chapman e Julius Bartels, Clarendon Press, Oxford 1962.

Per comprendere quanto questo lavoro fosse rivoluzionario, è importante ricordare che, all’epoca, non era ancora stata dimostrata la connessione tra il Sole e le tempeste geomagnetiche, responsabili delle aurore polari. Tuttavia, Chapman e Ferraro erano fermamente convinti di questa relazione, anche grazie a diverse coincidenze osservate tra i fenomeni eruttivi solari e le tempeste geomagnetiche. Anche se questa teoria si occupava solo di descrivere la fase iniziale di una tempesta geomagnetica, che è tuttora spiegata in termini di compressione di una cavità geomagnetica, ed è stata modificata in seguito alla scoperta del vento solare, l’intuizione di trattare un flusso di plasma solare essenzialmente come un fluido conduttore e non come un insieme di particelle che si muovono indipendentemente, ha introdotto un nuovo concetto che ha profondamente influenzato tutti i lavori successivi sulla perturbazione geomagnetica.

In quel periodo Ferraro era docente presso il King’s College e dopo una parentesi all’University College of the South West di Exeter in Cornovaglia, nel 1952 accettò la Cattedra di Matematica al Queen Mary College tornando finalmente a Londra. A testimonianza della sua volontà di tornare nella capitale inglese, abbiamo una lettera, che scrisse il 14 gennaio 1952, al professor Robinson vice del Direttore del Queen Mary College, dove oltre al ringraziamento per aver preso in considerazione “l’eventualità che io diventi un professore del Queen Mary College“, aggiunge “Sebbene il College (Exeter) dove mi trovo sia un posto molto piacevole e con grandi potenzialità, ho sempre sperato di ritornare a Londra e vorrei cogliere ogni opportunità per farlo.” La carriera accademica di Vincenzo Ferraro comunque fu legata principalmente al Queen Mary College di Londra di cui fu anche direttore del Dipartimento di Matematica, ed oltre a questa lettera, esiste un carteggio di questo periodo, acquisito dal prof. Lucio Esposito, Direttore dell’Unitre di Piano di Sorrento e Luigi Russo.

Alcune lettere riguardano il passaggio dalla South West University al Queen Mary College e contengono curriculum, stipendi e impressioni varie. Altre lettere sono da parte del premio Nobel per la Fisica Subrahmanyan Chandrasekhar, professore alla Chicago University che lo invitava prima per sei mesi e poi per un anno intero a raggiungere l’Università per insegnare matematica. In un’altra lettera si legge la convinzione del Preside del Queen Mary che Ferraro possa rappresentare pienamente il mondo accademico inglese all’estero.

Il valore di Ferraro e “la sua abilità organizzativa e il suo entusiasmo”, portarono il Dipartimento di Matematica ad aumentare i membri tanto che oggi vi sono tre Dipartimenti separati e un personale scientifico di ben 25 membri, rispetto ai 6 dell’inizio. Nel frattempo, la sua carriera scientifica continuava a brillare. Nel 1937 pubblicò uno studio fondamentale sull’isorotazione degli ioni, un tema che il suo collaboratore e poi successore Ian Roxburgh dell’Università di Londra definì “un’opera di riferimento che ancora oggi, a distanza di decenni, non ha perso rilevanza“.

Il “Teorema di isorotazione” asseriva che una massa di plasma non uniformemente rotante permeata da un campo magnetico si avvicina rapidamente a uno stato in cui la velocità angolare è costante lungo una linea di campo. Questo risultato trovò applicazione nella teoria della formazione stellare ed è tuttora considerato un punto di riferimento nella fisica dei plasmi cosmici. A partire dal 1945, Vincenzo Ferraro riuscì a risolvere un problema che agitava i fisici ionosferici che non riuscivano a spiegare la variazione della densità elettronica, in particolare, nello strato F2 della ionosfera terrestre. Ferraro dimostrò come questa variazione non fosse dovuta principalmente alla diffusione degli ioni – di cui trovò per primo l’equazione descrittiva del fenomeno -, come era stato ipotizzato, visto che questa gioca un ruolo trascurabile rispetto alla dinamica complessa delle interazioni tra venti ionosferici, campi magnetici e la radiazione solare.

La sua attività non si limitò alla ricerca teorica. Specialmente dopo essere arrivato al Queen Mary College nel 1952, si dedicò alle applicazioni dell’MHD ai problemi cosmici. Tra i problemi trattati da lui e dai suoi studenti c’erano la struttura e le oscillazioni di una stella magnetica e la frenata magnetica del Sole a causa del vento solare. Fu inoltre un instancabile promotore della magnetoidrodinamica, organizzando seminari regolari di grande interesse e scrivendo, insieme a Plumpton, un libro sull’argomento nel 1961. Ferraro non era solo un ricercatore straordinario, ma anche un insegnante appassionato e un collega stimato. Una dimostrazione di quanto apprezzata e particolarmente d’ispirazione fosse la sua figura la troviamo nelle parole di Cowling, uno dei suoi più stretti collaboratori, che redasse il suo necrologio: “Era una persona di continua attività e grande gentilezza. Impressionava i suoi studenti con la sua intuizione fisica, che gli consentiva di vedere a colpo d’occhio la verità (o la falsità) delle conclusioni a cui erano giunti con analisi laboriose; li impressionava anche per il modo in cui mostrava apprezzamento per i loro sforzi. Era essenzialmente modesto; la sua riluttanza a spingersi in avanti potrebbe aver impedito che il valore del suo lavoro venisse pienamente riconosciuto.Vincenzo Ferraro era anche un ottimo artista che si dedicava in particolare alla pittura e in altri scritti su di lui di colleghi si legge “gli studenti ricordano il loro giovane Professore Italiano cantare nei corridoi o a concerti e cene”. Vincenzo Ferraro si spense improvvisamente nella notte del 3 gennaio del 1974, lasciando un’eredità scientifica che va ben oltre la sua epoca.

Le sue teorie sono oggi alla base degli strumenti moderni che ci aiutano nel tentativo di prevedere le tempeste geomagnetiche e quindi mitigare i loro effetti sui sistemi tecnologici moderni, dai satelliti per le telecomunicazioni e di localizzazione alle reti elettriche terrestri. Oggi, la magnetoidrodinamica solare e la meteorologia spaziale, campi a cui Ferraro ha dedicato gran parte della sua vita, sono più attuali che mai. Con l’avvento di missioni spaziali come “Solar Orbiter” e “Parker Solar Probe”, tra i cui obiettivi principali c’è proprio la conoscenza dei fenomeni magnetici solari e del vento solare, le sue intuizioni continuano a guidare gli scienziati verso una comprensione più profonda del Sole e della sua influenza sull’eliosfera.

Il suo legame con l’Italia, e in particolare con la Penisola Sorrentina, non venne mai meno e rimane tuttora vivo. Nel comune di Sant’Agnello, una strada porta il suo nome, e dal 2010 la città di Sorrento ospita il Premio Vincenzo Ferraro, organizzato dall’omonima associazione presieduta dalla nipote Maddalena Ferraro. Questo evento ha la duplice valenza sia di premiare giovani ricercatori e ricercatrici che approfondiscono gli studi con una tesi di dottorato nel campo della fisica spaziale, sia di far conoscere la figura del Ferraro agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, rappresentando una testimonianza tangibile della sua eredità e della sua capacità di ispirare giovani studiosi a proseguire il suo lavoro, un ponte tra generazioni. Il premio è bandito, con cadenza biennale ed a livello nazionale, dalla Società Italiana di Fisica mentre, negli anni intermedi, è bandito a livello internazionale da una commissione di esperti nel campo dei plasmi spaziali, nominati dalla Sig.ra Ferraro. Vincenzo Ferraro è stato molto più di un grande scienziato. È stato un pioniere capace di unire intuizione, rigore matematico e visione, aprendo strade che oggi percorriamo con strumenti più avanzati ma con lo stesso spirito di scoperta. La sua vita, dedicata alla ricerca e all’innovazione, è un esempio per tutti coloro che desiderano comprendere i misteri del cosmo e il ruolo dell’umanità nell’universo.

Bibliografia

– Luigi Russo & Lucio Esposito, Premio V. C. A. Ferraro 2016, Studi e ricerche sul carteggio del Queen Mary College University of London

– Obituario di Ferraro: https://files.spazioweb.it/13/b1/13b146ca-3c1a-4136-99ae-f36185e817c8.pdf

– Blog di Luigi Russo: https://lurusblog.wordpress.com/2020/12/06/vincent-ferraro-lo-scienziato-dei-due-mondi/

– Necrologio di Ferrario (Memorie della SAIT) di Mario Cutolo

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

TIME-DOMAIN ASTRONOMY CON IL VST

SEEING: Alla ricerca di fenomeni esplosivi nell’Universo locale

di Luca Izzo

Fin dagli albori della civiltà, l’umanità ha considerato il cielo stellato come un’entità immutabile: stelle e galassie incastonate in una sfera celeste, con noi al centro come osservatori. Questa visione statica, limitata alle osservazioni a occhio nudo, è stata progressivamente scardinata dall’identificazione di fenomeni variabili che hanno rivoluzionato il nostro modo di concepire l’universo. Ad esempio, lo studio del moto dei pianeti – definiti “oggetti erranti” – ha portato al modello tolemaico, oggi considerato superato ma sufficientemente preciso per prevedere le posizioni planetarie.

La variabilità del cielo non si limita, però, ai pianeti. Molti fenomeni astronomici presentano variazioni di luminosità nel tempo: stelle a variabilità regolare come le Cefeidi o le RR Lyrae, eventi transienti ricorrenti come le variabili cataclismiche e le novae, e fenomeni distruttivi unici, come le supernovae. I tempi di evoluzione di questi eventi spaziano dai millisecondi delle pulsar e dei lampi gamma brevi, alle settimane o mesi delle novae e supernovae, fino agli anni dei nuclei galattici attivi.

Questa complessità è al centro della time-domain astronomy, una branca dell’astronomia moderna che analizza le variazioni temporali della luminosità degli oggetti celesti, cercando di svelarne le cause fisiche e i legami con altre discipline come la cosmologia. Grazie a progetti di survey su larga scala, che sfruttano telescopi tecnologicamente avanzati, questa disciplina è oggi in grado di rilevare fenomeni prima invisibili, gestendo in tempo reale gli alert generati dagli eventi transienti.

Tra i telescopi dedicati, il Very Large Survey Telescope (VST), situato a Cerro Paranal in Cile, si distingue per la sua tecnologia avanzata. Frutto di un progetto italiano, il VST opera in una delle migliori regioni al mondo per l’osservazione astronomica, accanto a strumenti come il Very Large Telescope (VLT) e il futuro Extremely Large Telescope (ELT) dell’European Southern Observatory (ESO).

PROGETTI DI TDA

Grazie a una camera con un campo visivo di un grado quadrato, il VST partecipa a progetti scientifici di rilievo, come la survey Supernova Diversity And Rate Evolution (SUDARE), che ha identificato oltre 300 supernovae, studiandone le galassie ospiti e il tasso di evoluzione fino a distanze di circa un gigaparsec. Un altro progetto significativo è SEEING (Stellar Explosions and their Evolution In Nearby Galaxies), dedicato allo studio delle esplosioni stellari nelle galassie vicine, come le novae.

Queste esplosioni termonucleari sulle nane bianche possono produrre raggi gamma e, in alcuni casi, litio, un elemento fondamentale per l’evoluzione chimica dell’universo. L’efficacia del VST nel rilevare novae è evidente nel monitoraggio di galassie come Wolf-Lundmark-Melotte, le irregolari Sestante A e B, la spirale NGC 6744 e la peculiare NGC 5128 (Centaurus A). Il progetto SEEING, avviato nel 2023, ha raccolto dati da circa 30 galassie vicine, utilizzando avanzate tecniche di imaging differenziale per individuare individuare eventi transienti.

Figura 1: Due delle galassie monitorate nel programma SEEING. NGC 5128 (sotto) distante circa 4 megaparsec, con la sua banda di polveri che circonda gran parte della galassia, e e la NGC 7090 (sopra), osservabile come una spirale di profilo (o di taglio), una delle galassie monitorate piú distanti, ad una distanza di circa 8 megaparsec.c (elaborazione a cura di Luca D’Avino).

LA METODOLOGIA E I RISULTATI CON IL VST

La metodologia utilizzata per il progetto SEEING prevede una prima fase di raccolta e immediata riduzione delle immagini, effettuata grazie a codici e algoritmi avanzati sviluppati dal gruppo Transient Neapolitan Team (TNT) dell’Osservatorio di Capodimonte. Successivamente, i candidati alle esplosioni di novae vengono individuati tramite tecniche sofisticate di difference imaging, progettate per rilevare transienti nascosti nel fondo luminoso delle galassie. Un esempio significativo è rappresentato dallo studio dell’evoluzione fotometrica e spettroscopica della nova AT2024aawe, scoperta nella galassia irregolare Sestante B (Figura 2). Questa galassia, con una massa pari a circa 1/50 di quella della Grande Nube di Magellano, presenta un tasso di esplosioni di novae stimato a una ogni vent’anni, contro i 2,5 eventi annuali della Grande Nube di Magellano. Questo rende l’osservazione della nova AT2024aawe particolarmente preziosa. Il vasto campo visivo del VST consente inoltre di identificare transienti astrofisici in galassie più lontane, come le supernovae. In Figura 3 sono presentati due esempi di supernovae scoperte nel campo visivo attorno alla galassia Sestante B.

Figura 2: L’identificazione della nova AT2024aawe (l’oggetto brillante all’interno del cerchietto giallo nell’immagine a sinistra) nella galassia del Sestante B tramite il VST. L’immagine di destra corrisponde all’immagine di riferimento utilizzato nella nostra analisi, ottenuto tramite una somma di diverse immagini ottenute col VST.

INDAGINI A LUNGO TERMINE E IMPLICAZIONI FUTURE

La capacità di osservare ripetutamente un ampio campione di galassie vicine nell’arco di tre anni apre nuove opportunità per studiare la variabilità di oggetti estremamente luminosi, come le supergiganti rosse. Questi studi permettono di comprendere meglio il loro ruolo come progenitori di supernovae di tipo core-collapse, esplosioni generate dal collasso del nucleo della stella progenitrice. Alcune supergiganti rosse mostrano, infatti, espulsioni di gas nelle fasi finali della loro evoluzione, e rilevare tali variabilità fornisce indizi fondamentali sui processi che precedono l’esplosione finale. Le immagini ottenute con il VST, grazie alla loro risoluzione e profondità, costituiscono anche un campione unico dal punto di vista estetico. Con l’uso di tre filtri fotometrici differenti, anche gli astrofotografi possono elaborare immagini accattivanti di questi fenomeni. Inoltre, i dati, dopo un’analisi preliminare, saranno resi pubblici, permettendo agli astronomi amatoriali di contribuire con la loro passione all’arricchimento delle osservazioni scientifiche.

Figura 3: In questi esempi sono mostrati l’identificazione di due supernovae, SN2023ddq (immagine sopra) e la SN2023err (immagine sotto) entrambe marcate con un cerchietto nero, in galassie situate nello stesso campo di vista della galassia Sestante B tramite tecniche di difference imaging.

IL FUTURO DELLA TIME-DOMAIN ASTRONOMY

Il VST non rappresenta l’unica innovazione nella time-domain astronomy. Nei prossimi mesi entrerà in funzione il telescopio più potente mai impiegato per survey astronomiche: il Vera Rubin Observatory, anch’esso situato in Cile. Questo telescopio, capace di osservare quasi tutto il cielo visibile da Cerro Pachón ogni notte, segna una svolta per la disciplina. Ogni immagine, con esposizioni di soli 30 secondi, raggiungerà una profondità di una magnitudine superiore rispetto a quelle ottenute con il VST in esposizioni di 15 minuti. Inoltre, il Rubin Observatory offre un campo visivo straordinario di circa 10 gradi quadrati, equivalente a 50 volte la dimensione apparente della Luna. Nonostante queste straordinarie capacità, il VST continuerà a svolgere un ruolo fondamentale grazie a progetti complementari, come la copertura intensiva di campi profondi ed extragalattici (drilling fields). Questi campi mirano a svelare i misteri delle esplosioni cosmiche più luminose, contribuendo congiuntamente al progresso dell’astronomia. Grazie agli sforzi combinati di questi strumenti, l’astronomia si prepara a esplorare nuove frontiere nella comprensione dell’universo dinamico e dei suoi corpi celesti variabili.

 

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA


NOCTIS: UNA RETE NAZIONALE PER LO STUDIO DEL CIELO 

Unire tecnologia, passione e collaborazione per esplorare l’universo: NOCTIS trasforma l’osservazione del cielo in un’esperienza condivisa e accessibile a tutti. Guidato dall’Università di Genova in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Università della Calabria, il progetto è stato inaugurato il 5 febbraio.

Logo NOCTIS

Connettere telescopi, coinvolgere persone e osservare il cielo con un approccio collaborativo: è questa la missione di NOCTIS, il Network Osservativo Coordinato di Telescopi per l’Insegnamento e la Scienza. Il progetto, guidato da Silvano Tosi dell’Università di Genova in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’Università della Calabria, le cui unità di ricerca sono coordinate da Serena Benatti e Sandra Savaglio, rispettivamente. NOCTIS mira a creare una rete italiana di telescopi ottici automatici e robotici, distribuiti da nord a sud del Paese. 

Con sei osservatori già attivi in Liguria, Toscana, Campania, Calabria e Sicilia, NOCTIS offrirà una copertura coordinata del cielo a livello nazionale, consentendo di monitorare fenomeni astronomici come i transiti di esopianeti, la variabilità stellare, i detriti spaziali e le esplosioni cosmiche. L’obiettivo è raccogliere dati scientifici utili e complementari a quelli raccolti con strumentazione tecnologicamente più avanzata, contribuendo a una visione più completa dell’universo. 

La vera forza di NOCTIS, però, non è solo nella tecnologia, ma nelle persone. Attraverso il modello della citizen science, appassionati, studenti e curiosi potranno partecipare attivamente alle osservazioni e all’analisi dei dati, come spiega Serena Benatti dell’INAF di Palermo, coordinatrice dell’unità di ricerca di INAF per il progetto NOCTIS: “Non serve essere scienziati per contribuire alla conoscenza del cosmo. Chiunque potrà raccogliere dati, analizzarli e persino diventare coautore di pubblicazioni scientifiche. Un modo per rendere tutti protagonisti della scienza”.

Serena Benetti di INAF Palermo

Oltre alla ricerca, infatti, NOCTIS punta a offrire opportunità educative, di formazione e divulgative. Sono previsti incontri pubblici, workshop e sessioni di osservazione guidata dai ricercatori del progetto e accessibili anche da remoto. Questa modalità permetterà a chiunque di familiarizzare con strumenti avanzati e di esplorare più a fondo i segreti del cielo. “È incredibile pensare che un appassionato possa contribuire a scoprire nuovi mondi o monitorare eventi straordinari nell’universo” aggiunge Benatti, che prosegue: “Grazie a NOCTIS possiamo valorizzare il lavoro e la territorialità degli osservatori sparsi in Italia“.

L’attuale rete di telescopi è solo il punto di partenza. Altri osservatori in Italia si sono già dichiarati interessati a unirsi al progetto. Silvano Tosi, responsabile scientifico del progetto NOCTIS, evidenzia l’importanza del coinvolgimento pubblico: “L’osservazione del cielo è un’attività che da sempre affascina persone di ogni età. Vogliamo offrire strumenti che permettano a tutti di partecipare, valorizzando le risorse locali e rafforzando il legame tra ricerca e società”. 

NOCTIS non si limita a fare scienza: ambisce a ispirare e coinvolgere nuove generazioni, avvicinando sempre più persone alla ricerca astronomica. Il cielo diventa uno spazio condiviso, dove tecnologia, curiosità e conoscenza si incontrano: “Contiamo sulla partecipazione di tanti appassionati in tutto il Paese – conclude Tosi – e siamo pronti a partire con grande entusiasmo”.

Fonte: Comunicato Stampa INAF

Oltre Giove Spettroscopia Planetaria

Benvenuti in un viaggio alla scoperta delle meraviglie di Giove, il gigante gassoso che domina il nostro Sistema Solare. Alessandro
Ravagnin ci accompagna in un percorso unico, spingendo le osservazioni amatoriali oltre i confini tradizionali. Attraverso tecniche
avanzate di spettroscopia e imaging, esploreremo le caratteristiche spettroscopiche del pianeta e dei suoi affascinanti satelliti
medicei, immergendoci in dettagli che vanno oltre le “belle immagini”.
L’articolo rappresenta un invito all’innovazione, mostrando come la passione e l’uso creativo di strumentazione accessibile possano
produrre risultati straordinari. Prepariamoci a scoprire nuovi metodi di osservazione, a comprendere le peculiarità di Giove e a
lasciarci ispirare dalle possibilità di un’astronomia amatoriale che punta sempre più in alto.

Giove, il gigante gassoso più grande del Sistema Solare, rappresenta da sempre una sfida affascinante per gli astrofili, non solo per la sua mole e le sue incredibili dimensioni apparenti, ma anche per i fenomeni straordinari e mutevoli che si possono osservare sul disco e nel suo sistema di satelliti medicei. La tecnologia ha fatto incredibili passi avanti in questi ultimi anni e la produzione fotografica di moltissimi astrofili nazionali e interazionali ha raggiunto livelli qualitativi eccezionali. Nelle riprese planetarie in alta risoluzione uno dei fattori che più influiscono sul risultato finale è il seeing, ossia la turbolenza atmosferica: più l’aria è calma e più i dettagli osservabili al telescopio aumentano, fino ad esplodere nei momenti di quiete assoluta.

Il seeing è tendenzialmente una caratteristica di ogni precisa regione geografica (dipende dall’orografia del territorio e dalle correnti in quota) ed è fortemente variabile in base alle condizioni meteorologiche. Da dove riprendo, ossia dal giardino di casa in periferia di Romano d’Ezzelino in provincia di Vicenza, in periferia della Pianura Padana ai piedi del monte Grappa, non raggiungo mai picchi di qualità e mediamente il seeing si attesta sui 1.5/2 secondi d’arco, tutto sommato un buon valore per ottenere riprese a media risoluzione di qualità accettabile. Nelle poche serate di aria particolarmente stabile, riesco a raggiungere punte inferiori anche al secondo d’arco, riuscendo ad avvicinarmi, grazie al lucky-imaging, alla risoluzione teorica del C11HD, ossia di 0.4 secondi d’arco alla lunghezza d’onda di 550nm (seeing e risoluzione dei telescopi dipendono dalle lunghezze d’onda della radiazione elettromagnetica); purtroppo il numero di simili serate si contano, nell’arco di un anno, sulle dita di una mano.

Il grosso sforzo profuso dagli astrofotografi planetari è generalmente rivolto a migliorare la risoluzione e la resa cromatica dei dettagli che caratterizzano le superficie dei pianeti, fino ad arrivare addirittura a risolvere le strutture dei satelliti maggiori. In questi casi, non solo la turbolenza gioca un ruolo fondamentale, ma anche la qualità delle ottiche e la relativa collimazione diventano decisivi. Alcuni si avventurano poi in meravigliose animazioni dove si apprezza la rotazione del pianeta ottenuta montando riprese effettuate in due/tre notti consecutive, ma si può andare oltre? Oltre alle bellissime immagini in RGB, c’è qualcos’altro che un astrofilo, dotato di media strumentazione, può fare in questo campo? Dal mio punto di vista la risposta è “sì” e nella sezione successiva mostrerò come osservare Giove (e i pianeti in genere) oltre quelli che si intendono come i “normali limiti”, arrivando ossia all’estremo dello spettro elettromagnetico accessibile da terra e con, naturalmente, strumentazione amatoriale.

GIOVE IN PROFONDITA’

Nel mio personale percorso di crescita nel campo dell’astronomia, una tappa fondamentale è stato l’approdo alla spettroscopia, complice anche un bellissimo articolo di Lorenzo Franco, pubblicato l’anno scorso proprio su questa rivista, sull’introduzione alla spettroscopia amatoriale ed un corso tenuto da Paolo Ochner, all’Osservatorio Astrofisico di Asiago ai piedi del telescopio Galileo. Ampliare su un’altra dimensione, più vicina al campo scientifico, la passione per il cosmo è fonte di incredibili soddisfazioni e soprattutto di conoscenza. Perché limitarsi alle sole “belle foto” e non guardare e studiare anche più in profondo quello che ci sovrasta e che viene puntato dal nostro obiettivo? Nell’era dei social network, di TikTok, Facebook e tutte le piattaforme di condivisione immagini e filmati di varia natura, un po’ di sano studio e sviluppo di contenuti più vicini alla scienza che all’arte fa bene allo spirito! Attrae pochi “like”, ma riempie la testa di nuove conoscenze e arricchisce interiormente. Concedetemi questa breve premessa perché spero che questo studio essere di ispirazione per gli amanti del cielo spingendoli ad andare oltre alla “mera apparenza”.

Spettri bidimensionali in bassa risoluzione (R=600) ottenuti col C11HD a f/10 e la ASI2600MM, posizionando la fenditura da 19 micrometri in tre differenti posizioni sul disco di Giove tra le ore 22:22 e 22:52 UTC del 28 ottobre 2024; in alto la fenditura è posizionata sul disco di Giove passando sul meridiano centrale in corrispondenza dell’equatore, in centro la fenditura è stata posizionata sulla baia della macchia rossa ed in basso la fenditura è stata posizionata per indagare il polo nord ed il terminatore in corrispondenza della banda equatoriale. In tutti gli spettri si notino le stesse righe scure verticali di Fraunhofer (righe di assorbimento dello spettro solare) mentre
nel primo spettro in alto si possono notare le due fasce scure orizzontali dovute alla SEB (in alto) e alla NEB (in basso); SEB non visibile come fascia scura orizzontale nello spettro centrale in quanto la fenditura era posizionata sopra la luminosa baia della macchia rossa.

Ma torniamo al tema centrale, recentemente ho intrapreso quello che definisco un progetto di osservazione “estesa” su Giove e sui satelliti medicei, con l’obiettivo di studiare le differenze spettrali alle diverse latitudini del pianeta coinvolgendo anche i principali corpi che lo accompagnano: Io, Europa, Ganimede e Callisto.

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Le osservazioni sono state effettuate utilizzando lo spettroscopio autocostruito su base progetto Sol’Ex di Christian Buil e in bassa risoluzione, accoppiandolo al telescopio C11HD ed alla camera monocromatica ASI2600MM. Ho poi optato per una tecnica di estrazione dei dati spettrali basata su posizioni multiple della fenditura dello spettroscopio, selezionando latitudini specifiche del pianeta per confrontare le caratteristiche atmosferiche in diverse regioni: polo nord, la NEB, la SEB, l’EZ, la baia della macchia rossa. Per quanto riguarda i satelliti invece, l’obiettivo è stato ottenere spettri distinti per ciascuno di essi, confrontandoli con lo spettro del disco gioviano e soprattutto con lo spettro del Sole ottenuto precedentemente.

In basso sono riportate le 5 riprese monocromatiche fatte col C11HD a f/10 e la ASI2600MM la notte del 24 novembre 2024 tra le 19:48 e le 20:30 UTC, su differenti bande dello spettro, partendo dall’UV all’estrema sinistra, quindi i canali Blu, Verde, Rosso e CH4 all’estrema destra (metano negli IR a 890nm). In alto a sinistra c’è la classica composizione RGB in luce visibile, mentre a destra c’è una composizione “estrema”, dove al posto dei canali R e B sono stati montati rispettivamente i canali UV e CH4. Nei canali UV e CH4 emergono luminosi i lembi del disco, la macchia rossa (brillante nella banda del metano) e i due poli, grazie alla riflessione degli aerosol e delle polveri e particelle negli strati alti dell’atmosfera gioviana in quelle posizioni a quelle lunghezze d’onda.

GLI SPETTRI DEI SATELLITI MEDICEI

Cominciamo analizzando gli spettri dei satelliti medicei, corpi solidi che riflettono la luce del Sole. Io, Europa, Ganimede e Callisto presentano spettri simili a quello solare, ma con variazioni significative legate alla composizione chimica e alla struttura delle loro superfici. Queste ultime infatti non agiscono come specchi perfetti: gli elementi e i composti che le caratterizzano riflettono la luce in modo peculiare, influenzati dalle diverse lunghezze d’onda della radiazione incidente.

Per una maggiore precisione, sarebbe stato ideale normalizzare gli spettri dei satelliti con quello di una stella simile al Sole, ottenendo così lo spettro di riflettanza delle loro superfici, con valori compresi tra 0 (assorbimento totale) e 1 (riflessione totale). Sarà un passaggio da aggiungere alle osservazioni future.

Al netto degli assorbimenti dovuti all’atmosfera terrestre e alle righe di assorbimento proprie del Sole, gli spettri dei satelliti medicei evidenziano differenze significative nel continuo: Ganimede mostra una riflettanza superiore nella regione UV/B rispetto alla regione R/IR, al contrario di Io che mostra uno spettro opposto. La differenza dicevamo, è dovuta alla composizione delle rispettive superfici: quella di Io, dominata da attività vulcanica, è ricca di zolfo elementare e diossido di zolfo (SO₂), i quali conferiscono al satellite la sua caratteristica colorazione giallo-arancio e quindi uno spettro “sbilanciato” verso le lunghezze d’onda maggiori (IR); quella di Ganimede, invece, per lo più composta da rocce e ghiaccio, riflette con un’efficienza maggiore nella banda UV/B e perciò lo spettro presenta valori più intensi appunto alle corte lunghezze d’onda. Europa e Callisto, si posizionano invece più o meno a metà strada tra i due estremi, con Europa, anch’esso composto di ghiaccio chiaro e Callisto, composto da un mix di ghiaccio e rocce molto scure. Per ora nessuna particolarità interessante da segnalare ma chissà in futuro.

Spettri in bassa risoluzione (R=600) dei satelliti medicei ripresi col C11HD e lo spettroscopio con fenditura da 19 micron e reticolo da 300 linee/ mm la notte del 28 ottobre 2024: gli spettri sono stati calibrati in flusso per la risposta strumentale con una stella di riferimento di classe G2V (stessa classe spettrale del Sole). Si noti la maggior riflettanza relativa di Ganimede nella zona UV/Blu dello spettro rispetto agli altri satelliti e soprattutto rispetto ad Io, poco riflettente alle corte lunghezze d’onda. Le immagini dei quattro satelliti medicei sono state ottenute col C11HD e la ASI183MM e sono state confrontate con i rendering estrapolati da Stellarium (in basso). Riduzione spettri con Bass Project ed editing finale con Gimp.

LO SPETTRO DEL GIGANTE

L’analisi spettroscopica di Giove è stata invece più complessa: privo di una superficie solida, il pianeta riflette la luce del Sole attraverso un mix turbolento di gas. L’interazione della luce con i vari strati atmosferici genera un quadro complesso di riflessione, assorbimento e diffusione molto intricato. Le principali caratteristiche dello spettro di Giove includono:

Bande di assorbimento del metano (CH₄): prominenti nel vicino infrarosso, con picchi evidenti a 619 nm, 727 nm e 890 nm.

Assorbimento dell’ammoniaca (NH₃): debole ma rilevabile nel visibile, intorno a 648 nm.

Effetto della “foschia marrone”: una nebbia di aerosol complessità che assorbe significativamente nella regione UV/blu (<450 nm), contribuendo al contrasto tra zone chiare e bande scure.

Regioni polari: dominano gli UV e mostrano variazioni spettrali legate a foschie e composizioni chimiche diverse rispetto alle latitudini equatoriali. Gli spettri sono stati acquisiti con la fenditura posizionata in diverse regioni del disco di Giove: sulla SEB, sulla NEB, sulla EZ, sulla calotta polare Nord e sulla baia della macchia rossa nel bel mezzo della SEB.

Spettri del disco gioviano estratti con Bass Project dagli spettri bidimensionali di Figura 1: gli spettri sono stati calibrati in flusso per la risposta strumentale ed in lunghezza d’onda con una stella di riferimento (108 Tau). Si noti la maggior riflettanza relativa negli UV e negli IR del polo nord a conferma di quanto osservato fotograficamente in figura 2 e soprattutto il maggior assorbimento relativo della NEB e della SEB nelle bande CH4 e NH3. Editing finale con Gimp

IMMAGINI E ANALISI ESTREMA

A valle delle riprese spettroscopiche ho quindi realizzato delle riprese fotografiche classiche, ma utilizzando filtri capaci di far passare piccole finestre di luce oltre al visibile (bande RGB), dagli UV al vicino infrarosso, nella banda del Metano (CH4) a 890nm. Le composizioni RGB evidenziano le ben note bande equatoriali e le zone polari gioviane, ma le riprese in UV e nella banda del metano (CH₄) rivelano dettagli unici e sorprendenti. La risoluzione delle riprese non è altissima, anzi, ma è necessario tenere in considerazione che le camere CMOS commerciali non sono molto sensibili a queste lunghezze d’onda e che l’uso di simili filtri riduce ulteriormente la quantità di luce che raggiunge il sensore, vanificando il vantaggio del LuckyImaging (i tempi di esposizione sono saliti a 3 secondi rendendo impossibile congelare l’effetto della turbolenza atmosferica).

Le immagini UV mettono in risalto la luminosità delle regioni polari e dei lembi, grazie alla diffusione Rayleigh e alla presenza di aerosol, ciò contribuisce a conferire un aspetto più “piatto” al disco. Nella banda del metano si osserva una maggiore brillantezza nelle fasce polari e nella Grande Macchia Rossa, attribuibile all’assorbimento selettivo negli strati più alti dell’atmosfera.

Per enfatizzare queste caratteristiche, ho poi pensato di creare una composizione estrema combinando immagini UV, G (verde) e CH4 (l’UV è stato usato come canale Blu e il CH4 come canale Rosso). Questo approccio, simile a quello utilizzato dagli scienziati con le osservazioni di Hubble pubblicate nel 2017, permette di evidenziare le variazioni atmosferiche del pianeta in un range spettrale oltre al visibile.

Ripresa a largo campo di Giove e dei satelliti medicei effettuata col C11HD f/10 e ASI290MC il 28 ottobre 2024 alle 21:22 UTC, qualche minuto dopo l’acquisizione degli spettri; l’estrema distanza dei 4 satelliti dal disco gioviano ha permesso di catturare i relativi spettri senza alcun inquinamento luminoso da parte del brillante gigante gassoso.

CONCLUSIONI

Le osservazioni “estreme” di Giove richiedono ottime condizioni meteorologiche, specialmente per quanto riguarda la turbolenza atmosferica terrestre e la trasparenza (l’atmosfera assorbe molto negli UV).

Nonostante le limitazioni del mio sito, sono soddisfatto dei risultati ottenuti, che dimostrano come anche con una strumentazione accessibile agli astrofili si possano raggiungere traguardi significativi, avvicinandosi a dati utili per una vera analisi scientifica. Mi propongo di ripetere l’esperimento in altri periodi dell’anno, specialmente quando Giove si troverà in condizioni di opposizione, e di sfruttare l’esperienza acquisita per studiare nuovi target, come Saturno e i suoi anelli o, eventualmente, Urano e Nettuno, che presentano sfide oltre i limiti per la minor luminosità e per il piccolo diametro apparente. La prossima volta inoltre riprenderò anche lo spettro di un analogo solare al fine di ottenere lo spettro di riflettanza come da manuale. Un consiglio per i lettori che vogliono cimentarsi in esperimenti simili: pianificate con cura le osservazioni attendendo la serata giusta, assicuratevi di avere una strumentazione ben collimata e calibrata, e non abbiate timore di sperimentare. L’osservazione e l’analisi possono diventare una fonte inesauribile di soddisfazione, arricchendo non solo le vostre competenze tecniche, ma anche la comprensione del nostro Sistema Solare.

Sono disponibile a rispondere a domande o chiarire eventuali passaggi delle tecniche illustrate, nella speranza che questa esperienza possa essere d’ispirazione per altri astrofili e, perché no, per avviare discussioni più approfondite nei prossimi numeri della rivista.

SUGGERIMENTO: LE ZONE DI GIOVE

1. SEB (South Equatorial Belt): La Cintura Equatoriale Sud è una delle fasce scure visibili nell’atmosfera di Giove, situata appena
a sud dell’equatore. È caratterizzata da una dinamica atmosferica intensa, con tempeste e correnti a getto.
2. NEB (North Equatorial Belt): La Cintura Equatoriale Nord è l’equivalente settentrionale della SEB, situata appena a nord dell’equatore di Giove. Anche questa fascia è nota per la sua attività turbolenta e i colori distintivi dovuti a nubi e composti chimici.
3. EZ (Equatorial Zone): La Zona Equatoriale è una banda luminosa situata tra la SEB e la NEB. È più chiara rispetto alle cinture circostanti ed è caratterizzata da nubi di ammoniaca ad alta quota e venti regolari.
4. Calotta polare Nord: Questa si riferisce alle regioni circumpolari di Giove nell’emisfero settentrionale. Le calotte polari mostrano
un’attività atmosferica unica, con vortici polari e fenomeni aurorali.
5. Baia della macchia rossa: Questa regione si trova nella SEB, in prossimità della Grande Macchia Rossa (GRS), la famosa tempesta antica di Giove. La “baia” rappresenta un’area di transizione o di interazione dinamica tra la Macchia Rossa e la SEB circostante.

[/swpm_protected]

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

il Mondo Coelum: Modalità di Lettura, Partecipazione Attiva e Contatti

Fondata nel 1997, Coelum è la rivista di astronomia più autorevole e amata in Italia. Nata con l’obiettivo di avvicinare il pubblico alla scienza del cielo, ha saputo conquistare lettori di tutte le età grazie a un mix unico di rigore scientifico e linguaggio accessibile. Nel corso degli anni, Coelum si è evoluta, mantenendo sempre al centro la passione per l’astronomia e l’impegno nel coinvolgere attivamente i suoi lettori. Oggi, la rivista non solo offre contenuti di alta qualità, ma si impegna a rendere l’esperienza di lettura sempre più personalizzata e interattiva, attraverso una vasta gamma di canali e modalità di fruizione.

RESTA AGGIORNATO

Coelum mette a disposizione dei lettori una vasta gamma di canali per rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità dal mondo dell’astronomia e dell’astrofisica:
Canale WhatsApp: ricevi tutte le notizie e gli aggiornamenti direttamente dalla redazione. Questo canale è dedicato esclusivamente alle informazioni testuali, senza immagini astronomiche o astrofotografie https://whatsapp.com/channel/0029VaI45MdAO7R9M2r3QC3h
Canale Telegram: qui trovi tutte le immagini caricate in PhotoCoelum e le notizie del giorno. Questo canale non include comunicazioni della redazione o offerte commerciali https://t.me/Coelum_astronomia
Account Instagram: segui Coelum su IG per ammirare le immagini di PhotoCoelum e ricevere notizie in tempo reale, compresi aggiornamenti su congressi ed eventi https://www.instagram.com/coelum_astronomia/
Account Facebook e X (exTwitter): su queste piattaforme trovi tutto ciò che viene pubblicato sul sito Coelum.com, inclusi articoli, notizie e approfondimenti https://www.facebook.com/coelumastronomia/ https://twitter.com/Coelum_news
Novità Account BlueSky: per chi preferisce piattaforme social indipendenti, Coelum è ora presente anche su BlueSky, offrendo un’alternativa libera e autonoma https://bsky.app/profile/coelumastronomia.bsky.social

LEGGI COELUM

Coelum offre diverse modalità di lettura per incontrare le esigenze di tutti i lettori:
Versione Cartacea: la rivista bimestrale è acquistabile sul sito www.coelum.com, sia come singola copia che in abbonamento. Abbonamenti qui
Versione Digitale: una versione sfogliabile, accessibile a tutti gli abbonati alla versione cartacea o a quella digitale. Accedi alla sezione digitale.
Versione Responsive: una versione scrollabile degli articoli, ottimizzata per qualsiasi dispositivo (desktop, notebook, smartphone, tablet), disponibile per gli abbonati alla versione cartacea o digitale. Offerta Digitale qui.

PARTECIPA ATTIVAMENTE

Coelum non è solo una rivista da leggere, ma anche una piattaforma per condividere la tua passione per l’astronomia:
PhotoCoelum: carica i tuoi scatti astronomici seguendo il regolamento di Coelum. Il servizio è gratuito e accessibile a tutti gli utenti registrati. Le tue immagini potranno essere condivise sui canali ufficiali e apprezzate da una community di appassionati. Visita la sezione qui.
Eventi e Manifestazioni: accedi alla tua bacheca personale e promuovi i tuoi eventi di divulgazione e didattica. Le segnalazioni compaiono in modo automatico nella home del sito www.coelum.com, raggiungendo un pubblico vasto e interessato.
Commenti: aggiungi riflessioni, osservazioni e domande a tutti gli articoli e alle immagini caricate su Coelum.com. La tua voce è importante per arricchire il dibattito e condividere conoscenze.

CONTATTA COELUM

Hai domande, suggerimenti o vuoi inviare materiale? Ecco come puoi metterti in contatto con la redazione di Coelum:
PhotoCoelum e Redazione: scrivi a coelumastr@coelum.com per inviare immagini, articoli o richieste editoriali.
Ordini e Servizi: per informazioni su abbonamenti, acquisti o assistenza, contatta assistenza.vendite@coelum.com.
Assistenza in Tempo Reale: utilizza il canale Telegram per un supporto immediato e diretto @Coelum_assistenza_bot

Coelum è più di una rivista: è una comunità di appassionati pronti a condividere la meraviglia del cielo. Scegli il tuo canale preferito, partecipa attivamente e unisciti a noi!

 

L’ultimo Libro di Edgar Allan Poe

A fine gennaio 1848, sui giornali di New York apparve l’annuncio di una conferenza particolare: “Edgar Allan Poe terrà una conferenza alla Society Library giovedì 3 febbraio alle 19. Soggetto: L’Universo. Biglietti da 50 centesimi da prendere alla porta”. Poe aveva solo 39 anni, ma era già affermato come uno dei più grandi scrittori americani. Sul Daily Tribune di New York il commento era: “Da una mente così originale, nessun testo potrebbe fornire alcun indizio su quello che sarà il discorso. C’è solo una cosa certa: che sarà denso di pensiero, fresco, sorprendente e suggestivo.”

Fu effettivamente così. Per quasi tre ore, davanti a un pubblico esiguo e sempre più confuso, Poe espose un’originalissima e ambiziosa teoria della natura fisica e spirituale dell’Universo, unendo scienza, metafisica e poesia. “Era una notte tempestosa – ricorda un testimone – e nella sala non erano presenti più di sessanta persone. La sua conferenza fu una rapsodia del più intenso splendore. Poe era ispirato e la sua ispirazione colpì il pubblico in modo quasi doloroso.” Pochi mesi dopo, l’editore Putnam pubblicò “Eureka. Un poema in prosa”, il libro in cui Poe sviluppava le idee presentate durante la conferenza. Il titolo dell’opera è una citazione della nota esclamazione di Archimede, ma anche il grido di gioia dei cercatori d’oro in California ai tempi di Poe. Lo scrittore, infatti, era convinto di aver scritto un’opera fondamentale, superiore per importanza ai Principia di Newton. Tuttavia l’editore non condivideva l’entusiasmo e ne stampò solo 500 copie. Il libro non fu il successo che Poe si aspettava: i lettori trovarono gli argomenti complessi e forse stravaganti e lo stile enigmatico. “Eureka” fu l’opera meno venduta di Poe e ancora oggi è la meno conosciuta.

Edgar Allan Poe, nato Edgar Poe – Boston, 19 gennaio
1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849.

IL CONTENUTO

Eureka è un libro affascinante, molto diverso da qualsiasi altra cosa scritta da Poe. È un grandioso tentativo di armonizzare la scienza del suo tempo con la sua visione filosofica, di fornire una risposta sul significato dell’Universo. Non è un trattato scientifico. Ad esempio manca completamente il supporto del rigore matematico. Poe basa il suo discorso su una visione metafisica e cerca la verità ultima delle cose attraverso l’intuizione piuttosto che attraverso i ragionamenti di carattere induttivo e deduttivo tipici del metodo scientifico. Ma questo non gli impedisce di descrivere in modo corretto le conoscenze scientifiche del suo tempo e di intuire idee originali che sono parte della cosmologia di oggi. Il libro è stato per molto tempo quasi ignorato dagli esperti. Forse è un effetto della separazione fra la cultura scientifica e quella umanistica, per cui un testo scientifico di un poeta appariva come una stravaganza sia ai letterati che agli scienziati. L’astrofisico inglese Edward Harrison ha dato la giusta interpretazione del singolare destino di quest’opera: “Eureka non riuscì a rivoluzionare il mondo della fisica e della metafisica; la sua scienza era troppo metafisica e la sua metafisica troppo scientifica per i gusti contemporanei.” L’obiettivo di questo articolo è dare una breve introduzione alle speculazioni cosmologiche di Poe. È impossibile sintetizzare in poche pagine il contenuto scientifico dell’opera. Per un’analisi più approfondita rimandiamo agli articoli di Alberto Cappi e al libro di David Stamos Edgar Allan Poe, Eureka, and Scientific Imagination.

LA PASSIONE PER L’ASTRONOMIA

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Il telescopio di Edgar Allan Poe esposto nella sua abitazione a
Baltimora nel Meryland.

Poe conosceva praticamente tutta l’astronomia del suo tempo. Aveva studiato Newton, conosceva la teoria nebulare di Laplace, era informato sulle scoperte astronomiche di John Herschel e sulle osservazioni di Lord Rosse (suoi contemporanei) e le descrive con precisione e poesia. Di quanti letterati oggi potremmo dire la stessa cosa? Ma la cultura scientifica di Poe non era erudizione fine a se stessa. Le conoscenze astronomiche di Poe erano parte della sua poetica e della sua visione del mondo. Infatti, Poe non voleva essere semplicemente un divulgatore poetico di idee scientifiche. Da un lato, non rinuncia a proporre nuove idee, che in alcuni casi si rivelano intuizioni felici; dall’altro, mira a offrire una visione del mondo fisico e spirituale capace di superare il freddo meccanicismo imposto dalla meccanica classica. Poe si era sempre interessato di scienza e in particolare di astronomia. A sedici anni iniziò a osservare la Luna e le stelle con un piccolo telescopio, regalatogli dal padre adottivo John Allan. A ventisei anni scrive il racconto “L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall”, ispirato dalla lettura del trattato di astronomia di John Herschel e in cui narra di un fantastico viaggio sulla Luna. In appendice, aggiunse cinque pagine di note in cui approfondisce le basi scientifiche del racconto e rimprovera tutti i precedenti autori di storie di “viaggi sulla Luna” di essere “assolutamente disinformati rispetto all’astronomia.”

LA COSMOLOGIA

L’idea centrale di Eureka è quella di un universo in evoluzione, esteso ma non infinito. Oggi sappiamo che l’Universo è un sistema dinamico e che la sua regione osservabile non è infinita, ma estesa su un volume con raggio di oltre quaranta miliardi di anni luce. E sappiamo dalla Relatività Generale che il cosmo non potrebbe essere all’equilibrio in una configurazione statica. La concezione di Poe era tuttavia completamente in antitesi con quella della sua epoca: l’idea diffusa era quella di un universo statico e infinito. Probabilmente anche questo fatto contribuì alla scarsa fortuna del suo libro. Come era giunto Poe a un’intuizione così vicina al modello cosmologico accettato oggi? Poe deriva questa concezione cosmologica sia dalle osservazioni astronomiche a lui note sia da un principio di carattere metafisico. L’assunto principale è che l’universo sia nato da uno stato iniziale “semplice”, da una Particella Primordiale da cui, “a seguito di una esplosione” è scaturita tutta la matteria, distribuita oggi omogeneamente in tutto lo spazio. Nella visione di Poe, la forza di gravità, cioè “il fatto che ogni atomo attrae ogni altro atomo” nell’Universo, è la tendenza universale della materia a ripristinare lo stato iniziale di Unità Primordiale della materia. La gravità non è quindi una forza fondamentale, ma è apparsa solo dopo l’esplosione iniziale. Questa prima intuizione di Poe richiama immediatamente la concezione moderna per cui le forze fondamentali sono apparse sulla scena cosmica nella forma a noi nota solo nelle fasi successive al Big Bang, dopo la cosiddetta era della grande unificazione. Secondo Poe, proprio l’universalità dell’attrazione gravitazionale implica che lo stato naturale e originario fosse l’Unità di tutta la materia. Poe riconosce la grandezza di Newton, ma afferma anche che non aveva dato seguito all’implicazione più audace della sua scoperta: un Universo dinamico. L’immagine della particella primordiale di Poe è molto simile all’atomo primordiale di George Lemaître, il fisico teorico che oltre sessant’anni propose un modello cosmologico matematico basato sulle equazioni della Relatività Generale prevedendo un inizio dell’universo. Scrive Lemaître che “potremmo concepire l’inizio dell’universo sotto forma di un unico atomo, il cui peso atomico è la massa totale dell’universo.” Dobbiamo però notare che ci sono importanti differenze fra il modello di Lemaître e l’idea di Poe. Lemaître deriva la sua tesi da una dimostrazione matematica e assume uno spaziotempo in espansione, mentre Poe attribuisce l’inizio ad un atto divino e considera il moto della materia nello spazio preesistente. Ma non dobbiamo sottovalutare la profondità dell’intuizione fisica di Poe. Il suo modello è coerente con la fisica newtoniana. A partire dal 1930, il fisico britannico William Hunter McCrea dimostrò che l’espansione dell’universo può essere descritta anche nell’ambito della meccanica classica, in accordo con le osservazioni e fornendo un’interpretazione più intuitiva dei fenomeni cosmologici. È sorprendente che questi modelli cosmologici siano stati scoperti solo quasi un secolo dopo la conferenza di Poe e dopo quelli più complessi basati sulla relatività generale. La difficoltà era tutta nel superare il pregiudizio di un universo statico. Poe comprese chiaramente che la “nozione preconcetta e del tutto infondata – quella dell’infinità – quella dell’eterna stabilità dell’universo” impediva di accettare un Universo in evoluzione. Questa comprensione è uno degli aspetti scientifici più importanti di Eureka. Per apprezzare quanto radicata fosse quella nozione preconcetta, bisogna ricordare che lo stesso Albert Einstein, quando nel 1917 applicò le equazioni della sua Relatività Generale all’intero cosmo, rifiutò le soluzioni dinamiche che prevedevano un’origine nel tempo e corresse le sue equazioni pur di ottenere una soluzione statica. A ragione l’astrofisico Alberto Cappi afferma che “Eureka può essere considerato il primo libro di cosmologia newtoniana e che Poe, con un’adeguata preparazione matematica, avrebbe potuto anticipare l’idea dell’espansione dell’Universo.”

 

Sfere immaginarie concentriche di spessore costante e raggio crescente con l’osservatore al centro.
Se l’universo è omogeneo, il numero di stelle in ogni guscio sferico aumenta con il quadrato del raggio. Tuttavia, la luce ricevuta dall’osservatore da ciascuna stella diminuisce con il quadrato della distanza.
Questi due effetti – il numero di stelle che aumenta e la loro luce che diminuisce – si compensano l’uno con l’altro e ogni guscio sferico (indipendentemente dalla distanza) fornisce la stessa quantità di luce. In un universo infinito questo fatto conduce al paradosso di Olbers.

IL PARADOSSO DI OLBERS

Poe distingue fra l’Universo di Stelle (ossia, la distribuzione cosmica della materia) e l’Universo, ossia spazialmente più ampia concepibile. L’Universo di Stelle è grande ma non infinito e questa è un’altra importante differenza con le concezioni cosmologiche del suo tempo. In questo modo, Poe ottiene una spiegazione naturale del perché il cielo notturno sia buio, anzi sia nero come le ali di un corvo. Si tratta del noto paradosso di Olbers: se lo spazio fosse infinitamente popolato di stelle simili al Sole, allora il cielo notturno non potrebbe essere buio, perché la luminosità apparente delle stelle più lontane diminuisce con il quadrato della distanza, ma il loro numero aumenta dello stesso fattore (vedi disegno). In un universo finito questo paradosso scompare perché il numero di stelle “benché grande” è limitato. Poe propone però anche un’altra soluzione, valida nel caso di una distribuzione infinita di stelle. Poe osserva che se l’Universo ha avuto un’origine nel passato, allora la luce delle stelle più lontane ancora non è giunta a noi. In un universo non eterno, la regione osservabile è necessariamente finita e quindi c’è un limite al numero di stelle da cui possiamo ricevere la luce. Una spiegazione meravigliosamente semplice e molto in anticipo sui tempi.

L’Universo osservabile, la parte di universo che possiamo osservare dalla Terra e centrata su di essa, è limitato, ma i suoi confini si espandono con il tempo perché ci giunge luce da stelle sempre più lontane.

A metà Ottocento, la velocità della luce era già stata misurata con discreta precisione ma probabilmente nessuno prima di Poe aveva considerato la finitezza dalla velocità della luce nell’ambito di un modello cosmologico coerente. La genialità dell’intuizione Il telescopio di Edgar Allan Poe esposto nella sua abitazione a Baltimora nel Meryland. di Poe risiede nel fatto che, per la prima volta, egli collegò i concetti di infinito nello spazio e nel tempo. “Spazio e durata sono uno“, concludeva Poe, una visione poetica e scientifica insieme. Naturalmente non dobbiamo attribuire a Poe la paternità dell’idea dello spaziotempo di Poincaré, Einstein e Minkowski.

LE ALTRE GALASSIE

 L’esistenza di altre galassie oltre la Via Lattea è stata dimostrata solo cento anni fa, grazie alle osservazioni (tra gli altri) di Henrietta Leavitt, Vesto Slipher e Edwin Hubble. All’epoca di Poe, Lord Rosse con il suo Leviatano aveva osservato numerose nebulose a spirale, ma l’interpretazione più diffusa era che si trattasse di sistemi stellari in formazione entro i confini della Via Lattea. Sorprendentemente, Poe intuisce che tali nebulae sono in realtà altre galassie, simili alla nostra. “Gli ammassi- scrive Poe – non sono altro che ciò che siamo soliti chiamare ‘nebulose’ e di queste ‘nebulose’, una è di interesse fondamentale per l’umanità. Mi riferisco alla Galassia, o Via Lattea. La Galassia, ripeto, è una delle cosiddette “nebulose” che ci sono state rivelate come deboli macchie in varie zone del cielo. Non abbiamo motivo di pensare che la Via Lattea sia davvero più estesa dell’ultima di queste nebulose.

ESOPIANETI

A metà dell’Ottocento non esistevano prove dell’esistenza di mondi intorno ad altre stelle. Erano stati anticipati da Bruno, Huygens e molti altri, ma sarebbero stati osservati solo alla fine del XX secolo. Poe riconosce che si tratta di congetture, ma ne difende con forza la validità, sulla base dell’universalità delle leggi di Newton e Keplero e della teoria di Laplace di formazione del sistema solare. “Ogni puntino luminoso nel firmamento – scrive Poe – è, senza dubbio, un sole luminoso, che assomiglia al nostro, almeno nelle sue caratteristiche generali, e che ha al suo seguito un numero più o meno grande di pianeti, più o meno grandi, la cui luminosità non è sufficiente a renderli visibili a una distanza così grande, ma che, tuttavia, ruotano, seguiti da una luna, intorno ai loro centri stellari, in obbedienza alle tre leggi di rivoluzione onnipresenti, le tre leggi immortali intuite dal visionario Keplero, e successivamente dimostrate e spiegate dal paziente e matematico Newton.” Poe, al contrario di altri autori prima di lui, ad esempio Kant, non affronta esplicitamente il tema della vita nel cosmo. Ma nelle pagine iniziali fa un suggestivo e poetico riferimento alla possibilità di altre “intelligenze” nella scena cosmica. Quando considera una prospettiva cosmica, osserva che “la Terra verrebbe considerata nelle sue relazioni planetarie. L’uomo, in questa visione, diventa l’umanità; l’umanità un membro della famiglia cosmica delle Intelligenze.

UNIVERSI CICLICI

Secondo Poe l’Universo ha avuto un inizio e la tendenza all’Unità primordiale determinerà anche la sua fine, sotto l’azione della forza di gravità. Anche questa era un’idea inedita e praticamente inaccettabile nel suo secolo. Tuttavia questa “inevitabile catastrofe” non sarà la fine. Verso la conclusione di Eureka, Poe suggerisce che, dopo il collasso universale nell’unità, potrebbero esserci nuove generazioni di universi: “… non siamo forse più che giustificati nel credere – diciamo piuttosto nell’assecondare la speranza – che i processi che ci siamo avventurati a contemplare si rinnoveranno per sempre, e per sempre, e per sempre; un nuovo Universo che si gonfia nell’esistenza, e poi si placa nel nulla, a ogni palpito del Cuore Divino?”. A parte l’involucro metafisico, quest’idea richiama gli universi ciclici proposti da Roger Penrose.

CONCLUSIONE

Non tutte le idee originali di Poe erano scientificamente corrette. Ad esempio, era convinto che le galassie fossero sistemi in contrazione o che la luce cinerea della Luna fosse emanata dalla Luna stessa. Tuttavia Eureka ci dice qualcosa di molto importante sul ruolo dell’immaginazione in scienza. Non è un caso che Poe abbia intuito alcune grandi cose. Poe è stato un grande scrittore, di insuperabile creatività e scevro da molti dei pregiudizi della sua epoca. Eureka dimostra che la sua capacità di immaginazione era molto più grande e molto più varia di quanto in genere si immagini ed era estesa anche al dominio della scienza. Eureka fu purtroppo l’ultima opera di Poe. Un testo raro, un libro per gli amanti della letteratura e per gli amanti della scienza, ma soprattutto per coloro che sono curiosi di sapere cosa succede quando queste due passioni, apparentemente diverse, si incontrano.

FONTI

Le notizie e i commenti sulla conferenza di Poe sono tratti dal ricchissimo archivio www.eapoe.org Alberto Cappi Alberto Cappi : “Edgar Allan Poe’s Physical Cosmology” pubblicato su Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society, vol.35, pag.177 (1994). David Stamos “Edgar Allan Poe, Eureka, and Scientific Imagination”.

[/swpm_protected]

Quest’articolo è dedicato a chi vede i mondi oltre il mondo.

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

Il Futuro dell’Astrofisica Solare con l’European Solar Telescope EST

Il Sole è un fenomenale laboratorio di fisica fondamentale ancora non del tutto compreso. Quali sono gli obiettivi
di un progetto così ambizioso come EST? Quali sono i rischi e le incognite che un comportamento anomalo
della nostra stella come quello prodotto dall’evento Carrington del 1859 potrebbe portare ad una civiltà ad un
tempo dipendente dalla tecnologia ed estremamente fragile come la nostra? Ne parliamo con uno dei maggiori
esperti europei di fisica solare.

Il cielo delle Isole Canarie, sospeso nel cuore dell’Oceano Atlantico, è un vero santuario per gli appassionati di astronomia: un firmamento terso, quasi immune da inquinamento luminoso, la cui vetta di purezza è raggiunta sull’isola di La Palma, riserva naturale e insignita della certificazione Starlight per l’eccellente qualità del suo cielo notturno. Eppure, l’osservazione del cosmo non si esaurisce con le stelle che brillano nella notte: una branca fondamentale della scienza moderna è infatti dedicata a comprendere, anticipare e monitorare l’attività dell’astro da cui dipende la nostra stessa esistenza come specie e come pianeta abitabile — il Sole. Nonostante il legame atavico che l’umanità nutre verso la propria stella, restano ancora numerosi enigmi sui suoi meccanismi fisici e dinamici, interrogativi che attendono di essere illuminati da uno sguardo più penetrante. In questa prospettiva, l’Europa sta elaborando un progetto dal valore strategico inestimabile: l’European Solar Telescope (EST). L’iniziativa nasce per integrare e affiancare l’opera di monitoraggio che, fin dal 2017, vede protagonista il Daniel K. Inouye Solar Telescope (4,2 metri di apertura) sulle alture di Haleakala, nell’arcipelago delle Hawaii — un osservatorio situato agli antipodi rispetto al futuro EST, creando così una sinergia ideale per lo studio continuo del Sole. La portata di questo nuovo telescopio è ambiziosa: grazie a tecnologie all’avanguardia, si mira a sondare fenomeni ancora poco noti, come la riconnessione magnetica rapida, all’origine dei spettacolari flare solari. Nel pieno di un nuovo massimo dell’attività solare, molti appassionati e curiosi iniziano a porsi interrogativi su questa formidabile “forgia” cosmica, la più abbagliante fonte di luce che rischiari il nostro cielo. Ne parliamo con il Direttore della Fondazione EST, l’astrofisico solare spagnolo Héctor Socas Navarro dell’Instituto de Astrofísica de Canarias, scienziato di fama internazionale — autore di decine di pubblicazioni su riviste scientifiche di primo piano — e divulgatore poliedrico, noto anche per il suo podcast di successo “Coffee Break: Señal y Ruido”.

Thomas: Buongiorno, Hector. Nella tua carriera hai potuto affrontare diversi aspetti dell’osservazione e della fisica solare, sia in osservatori terrestri come DKIST, sia con osservatori in orbita, come ad esempio SDO (Solar Dynamics Observatory), oltre a tante altre tipologie di ricerca solare. Vorrei che commentassimo un po’ perché, pur potendo avere osservatori nello spazio, abbiamo comunque bisogno di un progetto come l’EST proprio adesso. Perché si tratta di un progetto così importante?

Il nuovo telescopio solare europeo, con uno specchio da 4 metri con ottica adattiva, sarà costruito sul sedime del Dutch Open Telescope, non più operativo.

Héctor: Sì, perché dallo spazio e da Terra riusciamo a effettuare tipologie diverse di osservazioni solari. Dallo spazio possiamo soprattutto liberarci dall’ostacolo dell’atmosfera, ma dobbiamo portare con noi telescopi di piccole dimensioni. Ciò limita in particolare la risoluzione spaziale, cioè quanto in dettaglio possiamo vedere le strutture più piccole sul Sole. D’altra parte, dallo spazio è possibile anche fare osservazioni continue per 24 ore — come accade, ad esempio, con SDO — o comunque osservazioni molto più prolungate di quelle che si possono realizzare da Terra. Al contrario, da Terra abbiamo il vantaggio di poter costruire telescopi più grandi, il che ci consente di vedere strutture di dimensioni minori e di acquisire una sensibilità maggiore alla polarizzazione (che poi, se vorrai, spiegherò più avanti, perché è così importante). Inoltre, c’è un altro aspetto: da Terra possiamo disporre di strumenti di grandi dimensioni che permettono soprattutto di analizzare diverse regioni spettrali. Nello spazio, invece, tutto dev’essere molto compatto e “impacchettato” e bisogna definire in anticipo quali bande si vorranno osservare. Questo è fondamentale perché in fisica solare, spesso, i progressi si verificano quando si osservano diverse regioni dello spettro elettromagnetico. I telescopi terrestri sono progettati per consentire flessibilità nel passare da una banda all’altra. Faccio sempre l’esempio (che a me personalmente piace molto) che in astrofisica disponiamo di milioni di stelle da osservare: basta costruire un telescopio, puntarlo su diverse stelle o galassie, e pubblicare un articolo scientifico per ciascuna di esse. Ma il Sole, invece, è uno solo. L’unico modo per ricavarne molti lavori di ricerca è studiarlo da molti punti di vista, per esempio utilizzando diverse bande spettrali. In sostanza, questo è il vantaggio principale di un osservatorio a Terra: hai flessibilità nell’osservazione, puoi cambiare modalità di acquisizione e, grazie a telescopi e strumentazione di grandi dimensioni, puoi vedere dettagli più fini e avere una maggiore sensibilità — soprattutto per la polarizzazione, elemento chiave per le misure dei campi magnetici, che sono in fondo ciò che ci interessa maggiormente.

l’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata

[swpm_protected for=”3″]

Thomas: Possiamo quindi affermare che esiste una certa complementarità tra i vari approcci e non c’è una netta alternativa da scegliere. È importante avere la gamma completa, tra quello che si fa nello spazio e ciò che si fa da Terra, per ottenere un quadro più completo.

Héctor: Assolutamente, sono due tipi di osservazioni molto complementari. Io, ad esempio, nel corso della mia carriera ho lavorato sia con osservazioni dallo spazio sia da Terra. Non si tratta di preferire l’una o l’altra, ma di usare tutto il più possibile, proprio perché, come dicevi, si possono integrare dati di diversa provenienza per riuscire, alla fine, a capire meglio il Sole. E questo è lo scopo: fare scienza che ci permetta di progredire nella comprensione del Sole, senza che importi se i dati provengano da orbita o da Terra; vogliamo tutto ciò che possiamo ottenere.

Thomas: Un esempio, in questo senso, potrebbe essere SDO, che esegue eliosismologia, registra l’evoluzione della superficie solare e, analizzando quei movimenti, si può studiare la fisica della corona. Lo spazio offre una sorta di “osservazione continua”, come un microscopio. Da Terra, invece, possiamo adottare molte altre metodologie di osservazione con un angolo prospettico più ampio.

Héctor: Sì, esatto. Le missioni spaziali hanno in genere un ciclo di vita nominale di pochi anni, in media tra 2 e 5. Se vuoi svolgere un programma sinottico di lungo periodo (il ciclo solare è di 11 anni), per osservare un intero ciclo solare ti serve uno strumento che lavori ininterrottamente per almeno 11 anni, ed è estremamente difficile da fare nello spazio. Da Terra, invece, possiamo disporre di strumenti attivi per molti decenni.

Rendering dello sviluppo del telescopio EST con termine di realizzazione previsto per il 2029, L’altezza della torre serve a isolare lo specchio principale dalle turbolenze causate dal suolo riscaldato dal sole.

Thomas: Un investimento forte nei satelliti sicuramente ha un ritorno in termini di dati, ma con gli osservatori a Terra si può persino avere un ritorno maggiore, come accade nella ricerca notturna in astronomia.

Héctor: Certo, le missioni spaziali sono molto costose: mandare qualsiasi cosa nello spazio comporta una spesa enorme e un rischio elevatissimo. Se, per esempio, il razzo esplode, non c’è modo di rimediare; se il satellite si guasta, non puoi ripararlo. È molto stressante, e oserei dire che fa paura lavorare a una missione spaziale: dopo vent’anni di lavoro, al lancio tutto potrebbe andare in fumo. In più, come detto, è molto costoso e rischioso. Al contrario, da Terra è più economico costruire impianti, e i rischi sono minori: se qualcosa non va, hai un margine per correggerlo. Per questo, nell’astrofisica notturna, le missioni spaziali si avvalgono di quel che si chiama “supporto da Terra”: telescopi o tempo di telescopio dedicato a integrare i dati di una missione spaziale. Un grande progetto come l’EST, che è già un progetto di punta, costa tutto sommato “solo” 250 milioni di euro, molto meno di una tipica missione spaziale di media categoria. E, spesso, alle missioni spaziali è associato un telescopio terrestre per il supporto scientifico. In genere, la scienza non deriva da un singolo strumento isolato, ma dalla combinazione di più osservazioni.

Thomas: Inoltre, la comunità scientifica sta usando un grande strumento a cui hai contribuito, DKIST alle Hawaii, ma c’è un limite di copertura temporale: non possiamo seguire continuamente la stessa macchia o gli stessi granuli convettivi. Da Terra, con una copertura continua, potremmo fare previsioni migliori del “meteo solare”, fondamentale per molti aspetti.

Héctor: Giusto. Una delle peculiarità di una missione spaziale è che, in base all’orbita, può osservare il Sole 24 ore al giorno e seguirne la rotazione in modo continuativo. Il Sole impiega circa 27-28 giorni per compiere un giro su se stesso; da Terra, per quanto si possa fare, non si arriva a più di 12 ore di osservazione continua e, in realtà, le condizioni ottimali spesso durano un numero di ore inferiore. Al momento, disponiamo di un solo “grande telescopio solare” (per grande, in fisica solare, si intende con uno specchio di 4 metri — che nell’astronomia notturna non è così tanto, ma per noi è enorme). Basti pensare che prima di DKIST la misura standard era 1,5-1,6 metri di diametro. Il salto a 4 metri è stato formidabile. Ma esiste un solo telescopio di queste dimensioni: DKIST, appunto, alle Hawaii. Se costruissimo EST, per di più alle Canarie, avremmo la combinazione ideale, perché le Canarie e le Hawaii sono quasi agli antipodi in termini di fuso orario (circa 12 ore di differenza). Quando alle Hawaii è sera, alle Canarie sta sorgendo il Sole, e viceversa. Con due telescopi di classe 4 metri dislocati a tale distanza, si potrebbe già coprire meglio l’intera giornata solare. In teoria ne vorresti anche di più, ma potremmo già iniziare con due. E questi due siti sarebbero ottimali per avere una copertura quasi 24 ore.

Thomas: Pensando a ciò che è accaduto, ad esempio, con l’Evento di Carrington o con l’enorme brillamento solare del 23 luglio 2012, che per fortuna non ci ha colpiti, è evidente che anche due osservatori sarebbero comunque pochi. L’attenzione sul monitoraggio solare è davvero scarsa, eppure il nostro futuro dipende moltissimo da questo aspetto.

Héctor: Esatto. Siamo una società tecnologica, dipendiamo dagli apparati elettronici, dai satelliti, molto più di quanto immaginiamo. È una di quelle cose di cui ci rendiamo conto soltanto quando viene a mancare; e finora, per fortuna, non abbiamo subito interruzioni drammatiche. Ma potrebbe avvenire in qualsiasi momento. L’evento del 23 luglio 2012 fu registrato da una sonda STEREO (se ricordo bene, la sonda STEREO B). Le due sonde STEREO della NASA si trovano su un’orbita simile a quella terrestre, una più “avanti” e una più “indietro” rispetto alla Terra, in modo da formare idealmente un triangolo con la Terra, tutte a osservare il Sole da diverse angolazioni. Sono veicoli spaziali piuttosto piccoli, dotati di camere UV e pochi altri strumenti, principalmente per registrare immagini e misurare il mezzo interplanetario circostante. Una di queste sonde, appunto, è stata impattata dal getto di particelle solari prodotto da un’eruzione, e anni dopo si è analizzato l’archivio dei dati — poiché certe informazioni non vengono studiate in tempo reale, ma restano memorizzate per eventuali ricerche future — e ricostruendo l’intensità di quell’evento si è concluso che sarebbe stato addirittura più potente dell’Evento di Carrington del 1859. Se fosse arrivato dritto verso la Terra, non sappiamo bene cosa sarebbe successo, perché finora non abbiamo vissuto un’esperienza del genere. Ci sono state grandi tempeste solari, ma tutte prima che la nostra società fosse basata sull’elettronica. L’Evento di Carrington è il più recente in cui esistevano già linee telegrafiche e un minimo di rete elettrica, tecnologie già vulnerabili. Oggi è tutta un’altra storia. Abbiamo studi teorici e speculativi, ma finché non ci capiterà, e speriamo che non succeda, non sapremo realmente le conseguenze concrete.

Il fiore all’occhiello di EST sarà la capacità di analizzare il segnale luminoso con vari spettrografi e strumentazioni a diverse lunghezze d’onda. La parte superiore, “IR Room” analizzerà il segnale infrarosso, mentre la parte inferiore, “VIS room”, si occuperà della parte nella lunghezza d’onda visibile.

Thomas: In effetti, quando arrivano quegli allarmi, si spengono i sistemi per evitare danni, quindi è essenziale un monitoraggio continuo. Ed è cruciale capire ciò che ancora non comprendiamo del Sole: è quasi impossibile fare previsioni solari. Ci sono parecchi enigmi, ad esempio non sappiamo prevedere con esattezza la dinamica dell’attività magnetica. Sappiamo che le macchie solari ruotano a velocità diverse a seconda della latitudine, e se due di esse — una di polarità positiva e una di polarità negativa — si avvolgono a vicenda, possiamo avere il cosiddetto “effetto molla” che scaglia plasma.

Héctor: Infatti, il grande problema è comprendere il comportamento del campo magnetico, che si accumula e si intensifica negli strati esterni del Sole, emerge attraverso la superficie formando le macchie e le regioni attive, e poi — a causa della rotazione differenziale e della turbolenza convettiva — si attorciglia e si accumula come se fosse una molla. Proprio come una molla, se la avvolgi troppo, a un certo punto si spezza e rilascia violentemente tutta l’energia accumulata. Questa energia si manifesta sul Sole come eruzione o brillamento. In magnetoidrodinamica si dimostra che il campo magnetico si comporta come un elemento elastico: quando lo attorcigli, il plasma soggetto a un campo magnetico oppone resistenza, generando una forza contraria. In quel processo si accumula energia potenziale, la stessa che viene fornita dall’azione di avvolgimento. E tale energia, a un certo punto, si libera con un evento di riconnessione magnetica: il campo magnetico, ormai troppo contorto, si riorganizza spontaneamente in una configurazione più “rilassata” e rilascia di colpo l’energia accumulata. Si produce così l’eruzione, una grande esplosione visibile sulla superficie solare. Non capiamo a fondo la parte quantitativa di questi fenomeni perché il campo magnetico, in pratica, non si vede. In teoria, nei modelli lo “vediamo” e lo tracciamo, ma nella realtà no. Ecco perché, poco fa, accennavo alla polarimetria, una tecnica che ci permette — in qualche modo — di misurare il campo magnetico in certe condizioni e in certe regioni dell’atmosfera solare. Queste osservazioni ci informano su come si comporta il campo magnetico. Qui entrano in gioco i grandi telescopi terrestri: vogliamo comprendere come si organizza il campo magnetico, qual è la sua dinamica, come si muove, come si torce e, soprattutto, come avviene la riconnessione, il grande fenomeno sconosciuto di cui rileviamo le conseguenze, ma che vogliamo “cogliere sul fatto”. Vogliamo cioè vedere come succede, perché nella nostra teoria la riconnessione è un fenomeno “non ideale”, fuori dal regime di magnetoidrodinamica ideale: in tali condizioni i modelli teorici falliscono, ed è lì che desideriamo raccogliere più dati per migliorarli. Ecco perché questi grandi telescopi terrestri sono pensati per compiere progressi in quest’ambito.

Thomas: Quindi c’è come un valore critico oltre il quale si “rompe” la configurazione magnetica, si “disconnette” e cerca di riconnettersi altrove. Da cui la necessità di osservazioni continue per studiare questa dinamica.

Héctor: Esatto, e inoltre con altissima risoluzione spaziale. Prima accennavo al “pixel” minimo che riusciamo a risolvere. Uno dei problemi della riconnessione è che avviene in una regione estremamente piccola (anche se poi ha conseguenze su larga scala), probabilmente nell’ordine di poche decine di chilometri, e noi vogliamo arrivare a vedere addirittura quelle scale di lunghezza, il che è molto difficile. Per questo necessitiamo di telescopi di grandi dimensioni. E, poiché dobbiamo guardare attraverso l’atmosfera terrestre, serve anche l’ottica adattiva, una delle principali sfide tecnologiche della fisica solare: per di più, è diversa dall’ottica adattiva in astronomia notturna. Ecco un’altra grande sfida, realizzare telescopi solari da 4 metri con il relativo sistema di ottica adattiva.

Nell’immagine il rendering dello Specchio primario e secondario dell’EST. Dopo una prima versione a sbalzo, per il disegno definitivo si è scelta una forma più marcatamente conica

Thomas: Possiamo dire che l’EST sarà una generazione successiva a DKIST, incorporando una serie di innovazioni in ottica adattiva e altri aspetti. Dal momento che, per quanto ho capito, nell’astrofisica solare il problema è la turbolenza causata dalla temperatura del terreno, più alta di giorno (si osserva il Sole in pieno giorno!), e per questo occorre costruire torri molto elevate. Ci sono molte perturbazioni atmosferiche, è tutto più complicato. Inoltre, bisogna scomporre lo spettro in diversi rami per differenti strumenti. Quindi si può dire che l’EST sarà la “nuova generazione” post-DKIST, che andrà a migliorare i risultati?

Héctor: Sì, è un’ottima osservazione. I telescopi solari si differenziano da quelli notturni in molti aspetti. Uno di questi è proprio ciò che hai citato: in genere si costruiscono in cima a torri alte, e il motivo primario è quello che hai spiegato. Se osservi il Sole, lo fai di giorno: il Sole è una sorgente di calore nel cielo, e questo calore riscalda il suolo. Il calore è il nostro nemico, perché induce turbolenza e convezione nell’aria, peggiorando le condizioni osservative. L’atmosfera di giorno non è la stessa che di notte; questo è intuitivo: tutti abbiamo visto il tipico effetto “miraggio” sull’asfalto arroventato in un giorno afoso, quelle tremolanti distorsioni dell’aria che offuscano la vista. Ecco, lo stesso fenomeno, seppur su scala minore, disturba le osservazioni astronomiche. Quindi, di giorno la turbolenza è più marcata e, in fisica solare, ogni metro in più di elevazione dal suolo aiuta. Idealmente, ci piacerebbe avere torri alte 500 metri, ma non possiamo farlo — costi, permessi e buon senso non lo permettono — quindi ci si limita magari a 30-40 metri, perché ogni metro di altezza riduce un po’ le turbolenze vicino al suolo. In più, c’è l’ottica adattiva, che corregge le perturbazioni introdotte dall’atmosfera. È diversa da quella notturna sia perché le condizioni diurne differiscono, sia perché, in astronomia notturna, abbiamo un cielo buio con oggetti puntiformi (stelle e galassie lontanissime). L’ottica adattiva notturna funziona puntando una stella di riferimento (a volte anche una stella laser artificiale) e cercando di mantenerla quanto più “puntiforme” possibile: quello è il parametro di qualità. Nel Sole, invece, non c’è un “puntino” da mettere a fuoco: è un disco esteso. Non hai un singolo parametro a cui ancorarti per dire “ecco la forma ideale da mantenere”. Inoltre, non si può proiettare una stella laser in faccia al Sole, sarebbe completamente “sommersa” dalla sua luce. Quindi l’ottica adattiva solare dev’essere progettata praticamente da zero, non possiamo limitaci a riciclare le tecniche notturne di decenni di esperienza. Detto questo, la nostra collaborazione con DKIST è molto forte: di recente (a novembre) abbiamo avuto la PDR (“Preliminary Design Review”), cioè una revisione tecnica di un gruppo di esperti indipendenti a livello internazionale — molti dei quali erano coinvolti in DKIST — che esaminano il design ottico e quello dell’ottica adattiva semplificata. È come un esame: ogni grande progetto deve superare diverse fasi di revisione. In quell’occasione, i tecnici DKIST ci hanno dato preziosi consigli, raccontandoci i problemi riscontrati e come li hanno risolti. Questo è lo spirito collaborativo della scienza, che non è una gara in cui si cerca di svantaggiare gli altri. Sono i dati a contare: più ce ne sono, meglio è. Thomas: Inoltre, la costruzione di EST pone sfide tecnologiche e ingegneristiche che producono un impatto economico e sociale. Héctor: Sì, ed è proprio su progetti di questa portata che si fondano le aziende di tecnologia avanzata. Noi, ad esempio, per EST non possiamo usare camere commerciali esistenti, perché i nostri requisiti non sono ancora soddisfatti dalla tecnologia attuale. Abbiamo già parlato con alcune aziende interessate a sviluppare nuovi metodi che forse saranno in grado di soddisfare le specifiche richieste, ma ciò richiede anni di lavoro, investimenti, personale specializzato e laboratori. Queste imprese campano di questo tipo di progetti. I Paesi che mettono i fondi in EST, poi, ottengono ritorni industriali. Paesi come Germania, Regno Unito o quelli scandinavi investono molto in progetti apparentemente “inutili” come telescopi spaziali, o un telescopio solare, ma in realtà puntano a far crescere la propria industria tecnologica. Insomma, è una scommessa sul futuro, affinché le prossime generazioni possano beneficiare di lavori creativi, di sviluppo e ricerca, che costituiscono (insieme ad altre professioni creative) il futuro del lavoro umano.

Nell’immagine lo schema di posizionamento dei sei specchi che comporranno l’EST. L’obiettivo di questi telescopi non è quello di raccogliere la maggior parte di luce possibile, ma di riuscire a vedere in dettaglio zone

Thomas: Quando un Paese finanzia e partecipa con la sua industria a un progetto come questo, ottiene più diritti di osservazione, giusto? Ci sono progetti prioritari o fasce orarie a cui si può accedere con maggiore facilità, perché il tempo è sempre limitato in osservatori così ambiti.

Héctor: Sì, esatto, soprattutto con osservatori di classe “unici”, come DKIST. DKIST non è europeo, quindi noi ricercatori europei dobbiamo fare accordi con gli statunitensi che ne hanno l’accesso privilegiato e guidano i progetti. Se esce fuori una grande scoperta, l’IP (il Principal Investigator) che ha l’accesso diretto è statunitense, e dunque il merito va a loro. Ed è normale, hanno fatto la loro scelta d’investimento, il loro Paese ha messo i soldi, ed è corretto che ne raccolgano anche i frutti. Questa è la controparte: da un lato, hai il ritorno industriale di cui parlavamo, dall’altro hai la possibilità di sfruttare direttamente le infrastrutture. Il modello di gestione dipende dagli accordi tra i Paesi finanziatori. Di solito, si suddivide il tempo di osservazione: una quota è “riservata” ai partner, un’altra è aperta a bandi pubblici per accogliere le migliori proposte, perché chi costruisce un osservatorio vuole anche grandi scoperte, visibilità, ricadute scientifiche. Di solito si fa un modello misto, in cui si cerca un equilibrio. Talvolta si stabilisce che i dati raccolti dai consorzi partner restino privati per un certo periodo (un anno, un anno e mezzo) e poi diventino pubblici, così che, se i partner non analizzano tutto, chiunque possa farlo in un secondo momento. Così la scienza non va persa.

Thomas: Passando a un altro tema: al momento siamo piuttosto lontani dal poter fare una previsione affidabile del “meteo” solare, eppure ci stiamo lanciando in missioni con equipaggi umani, stazioni spaziali intorno ad altri pianeti come Marte. Ti chiedo: è sicuro intraprendere queste missioni senza avere alcuna certezza sul comportamento del Sole per la durata della missione con equipaggio umano, di durata potenzialmente anche di svariati mesi?

Héctor: Non è sicurissimo, ma non è neanche una follia. Gli astronauti che vanno nello spazio accettano un certo rischio professionale, perché sanno che riceveranno una dose di radiazione superiore a quella di chi resta sulla superficie terrestre. Però non è più un rischio enorme come un tempo, è ragionevolmente gestito. Non possiamo prevedere in anticipo i brillamenti solari, però possiamo osservare in tempo reale se si sta verificando un evento e dare un preavviso di qualche ora. Al punto di L1 di Lagrange, a circa un milione e mezzo di chilometri dalla Terra (pari a circa l’1% della distanza Terra-Sole), abbiamo sonde che misurano flussi di particelle e, in particolare, l’intensità del campo magnetico. Grazie a questo, ci resta circa un’ora di preavviso prima che la tempesta arrivi sulla Terra. Per gli astronauti vale lo stesso, ma la domanda è: che cosa si può fare in un’ora? Sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) esiste un’area più “blindata” contro le radiazioni, ma non è una protezione assoluta. “Blindata” potrebbe dare un falso senso di sicurezza: arrivano protoni ad alta energia dal Sole e, se esposti troppo a lungo, aumentano il rischio di cancro. Per fermare del tutto queste particelle servirebbero pareti spesse 20 cm di un metallo denso, e nello spazio è impraticabile per motivi di massa. Quindi, sull’ISS si riduce un po’ la dose, ma non la si annulla. Per un viaggio verso Marte, poi, la protezione sarebbe ancor minore. È un tragitto di mesi, e se accade una grossa tempesta, la si subisce senza possibilità di riparo. Probabilmente esisterà una zona “più sicura” nella navicella, ma resti comunque esposto. Forse si pianificheranno i lanci nei periodi di attività minima del Sole (il ciclo solare dura 11 anni), ma non c’è alcuna garanzia che non capiti un brillamento. Quindi, è un rischio che gli astronauti devono accettare. “Questa gente è un po’ pazza!” (ride) Fanno di tutto.

La tecnologia dell’ottica attiva che regola
le sezioni mobili dello specchio primario,
cortesia SENER-Aerospace

Thomas: Quanto manca, secondo te, per poter fare previsioni di medio-lungo termine sul comportamento solare? Progetti come l’EST possono aiutarci a risolvere questi quesiti?

Héctor: Sì, credo proprio di sì. Questioni come quella dell’abbondanza di ossigeno nel Sole si risolveranno, a mio parere, entro cinque-dieci anni, grazie a grandi telescopi e nuovi dati. Per quanto riguarda le previsioni del meteo solare, credo che tra una decina d’anni, avendo osservazioni migliori e capendo a fondo la riconnessione, potremmo iniziare a fare simulazioni di regioni attive e stimare la probabilità che tali regioni producano certe tempeste. Predire con esattezza il “quando” e il “come”, con mesi di anticipo, mi sembra ancora lontanissimo. È un po’ come la meteorologia terrestre: sappiamo che la stagione degli uragani è in autunno, ma non possiamo dire che l’anno prossimo, in un certo giorno, ci sarà un uragano. Sono processi caotici, di dinamica non lineare.

Thomas: A livello pratico, basterebbe disporre del tempo necessario ad attivare i sistemi di allerta e protezione, no? Quello è il fondamentale. Al momento, forse, non lo abbiamo così ben definito.

Héctor: Esattamente. Poter individuare con qualche giorno di anticipo il tipo di attività che scaturirà da una regione attiva sarebbe già un grande progresso. E in particolare è importante saper prevedere il segno del componente del campo magnetico Bz, se è positivo o negativo, in quanto questo determina quanto sarà rilevante l’impatto di una tempesta solare sulla Terra. Con simulazioni abbastanza raffinate di una regione attiva che si sta formando, e grazie a misure precise della riconnessione rapida, fra 15-20 anni potremmo essere in grado di fornire queste previsioni.

Thomas: Vuoi approfondire il concetto di onda di Alfvén e spiegare come si colleghino i campi magnetici del plasma in arrivo con quello terrestre?

Héctor: Certo. Chiamiamo “onde di Alfvén” quelle onde magnetoidrodinamiche che si manifestano nei fluidi ionizzati (plasmi) soggetti a campi magnetici. La magnetoidrodinamica studia l’accoppiamento fra plasma e campo magnetico, che si comporta come un unico “fluido magnetico”. Nei fluidi ordinari (aria, acqua) esistono onde di pressione (onde sonore) e onde di gravità (come quelle del mare, da non confondere con le onde gravitazionali dello spaziotempo). In un plasma permeato da un campo magnetico, emergono anche onde di tipo “magnetico”. Poiché il campo magnetico agisce come un “elastico”, se lo si perturba si generano onde che si propagano lungo le linee di campo. Hannes Alfvén (il fisico svedese) le ha studiate teoricamente, e sono cruciali perché trasportano energia da uno strato all’altro del Sole. In fisica solare, uno dei problemi classici è capire perché la corona solare sia tanto calda (anche oltre un milione di gradi), dato che, intuitivamente, ci si aspetterebbe che la temperatura diminuisca allontanandosi dalla zona centrale del Sole dove avviene la fusione termonucleare. Invece, negli strati più alti la temperatura risale a milioni di gradi. Sebbene i dettagli non siano ancora del tutto chiari, è molto probabile che le onde di Alfvén trasferiscano parte dell’energia dagli strati più bassi fino alla corona, scaldandola. Inoltre, le linee del campo magnetico solare si estendono teoricamente fino a grandi distanze nello spazio, formando la cosiddetta spirale di Parker, poiché, mentre il Sole ruota, le linee si avvolgono a spirale e si collegano poi alle magnetosfere dei vari pianeti. La Terra ha il proprio campo magnetico, la cosiddetta magnetosfera, che interagisce col campo solare. Di fatto, il campo magnetico è unico: non esiste un campo magnetico “solare” e uno “terrestre” separati, è tutto parte di un medesimo continuum, e a seconda dei movimenti relativi di Sole e Terra, queste linee si connettono in un certo modo. Quando una perturbazione (un brillamento) viaggia verso la Terra lungo tali linee, ne risulta un’“interazione” che colpisce la magnetosfera terrestre. In qualche modo, la Terra è “magneticamente connessa” al Sole, un concetto affascinante a pensarci.

Concept dello specchio secondario con
ottica attiva, courtesy del TNO (organizzazione
olandese per la ricerca scientifica
applicata) e di B. Dekker

Thomas: Non si può prevedere in anticipo se il flusso in arrivo si accoppierà “bene” o “male” con quello terrestre, quindi c’è solo la possibilità di predire probabilità che avvengano certi fenomeni.

Héctor: Sì, esattamente. Quando arriva una tempesta solare, ci sono due effetti: da un lato, c’è un flusso di particelle cariche che, interagendo col campo magnetico terrestre, è costretto a muoversi lungo le linee di forza, arrivando ai poli — dove il campo emerge in prossimità del Polo Nord e del Polo Sud — e qui penetra gli strati alti dell’atmosfera, producendo le aurore boreali e australi. Dall’altro lato, la perturbazione del campo magnetico, viaggiando nello spazio interplanetario, giunge fino alla magnetosfera terrestre, che inizia a vibrare a sua volta. La vibrazione del campo magnetico terrestre induce correnti elettriche nei conduttori (secondo le equazioni di Maxwell). Qualsiasi struttura metallica (linee elettriche, dispositivi elettronici) può essere attraversata da correnti indotte, a volte superiori alla soglia di sicurezza, causando guasti, blackout, malfunzionamenti su vasta scala.

Thomas: Per concludere: è un grande privilegio avere una stella così vicina, da cui possiamo imparare moltissimo su ciò che rende un astro “compatibile” con la vita e su come si formano le zone abitabili. Eppure, l’attenzione rivolta al Sole è relativamente bassa, soprattutto se confrontata con altri oggetti più “esotici”.

Héctor: Sì, credo comunque che all’interno dell’astrofisica l’interesse per il Sole stia crescendo, perché l’attività stellare è un tema sempre più centrale. Il problema è che l’attività deriva dai campi magnetici e, se vuoi misurare un campo magnetico stellare, sul Sole lo puoi fare con la polarimetria, ma sulle altre stelle è difficile; in genere bisogna selezionare stelle con campi molto intensi. Oppure, possiamo studiare super-brillamenti (superflare) su stelle simili al Sole, che presentano a volte centinaia o migliaia di volte più intensi dei brillamenti solari. Ciò è diventato di grande interesse negli ultimi tempi perché siamo molto focalizzati sulla ricerca di vita altrove. L’obiettivo principe dell’astrofisica del XXI secolo è trovare pianeti abitabili. E ci siamo resi conto che un fattore cruciale è l’attività della stella attorno a cui quel pianeta orbita. Ad esempio, la nostra definizione di “zona abitabile” oggi non tiene conto pienamente dell’attività stellare, eppure è un elemento decisivo. Alcuni pianeti, benché teoricamente nella “fascia di abitabilità” per temperatura e distanza, potrebbero aver perso l’atmosfera a causa dell’attività della loro stella. Marte, per esempio, è quasi nella stessa fascia della Terra, ma non ha più un campo magnetico globale e ha perso l’atmosfera. All’inizio del Sistema Solare poteva essere anche più abitabile della Terra; forse vi si è originata la vita. Ora c’è molto interesse per le cosiddette nane rosse, che sono la metà delle stelle della Galassia. Sono molto attive e violente, con super-brillamenti frequenti, e ci si chiede se la vita possa svilupparsi attorno a tali stelle. Se la risposta è sì, potremmo scoprire vita entro vent’anni, perché le nane rosse sono anche le stelle più vicine a noi e le più frequenti. Se invece risulta impossibile, rimarrebbero soltanto le stelle di tipo solare (circa il 7% della Galassia), che spesso sono molto più distanti: trovare pianeti simili alla Terra lì diventa molto più complicato. È dunque un tema caldissimo in astrofisica: capire l’attività magnetica delle stelle, perché è la chiave per stabilire se un pianeta possa o meno sostenere la vita.

Thomas: In effetti, è un campo vastissimo, quello dell’astrofisica solare. E, per chiudere, ricordiamo che intorno al 1611 Galileo, appena un anno dopo aver puntato il suo cannocchiale nel cielo, scoprì che il Sole non era perfetto: vide le macchie solari. Insieme alle fasi di Venere, quella scoperta fu forse decisiva per capire che anche il Sole e l’Universo esterno non sono immutabili, ma hanno evoluzione e fasi: fu una grande rivoluzione, e proprio per questo sarebbe fondamentale che l’Italia continuasse a rafforzare il suo impegno in EST, anche dal punto di vista delle università. Vuoi mandare un messaggio ai colleghi italiani?

Héctor: Sì, con grande piacere! Tra l’altro, solo tre settimane fa abbiamo ricevuto ufficialmente la lettera di intenti dei nostri colleghi italiani per entrare nella fondazione EST attraverso un consorzio di università. Ne siamo molto contenti! Abbiamo avuto un incontro due settimane fa con il Consiglio della Fondazione (che raduna tutti i partner di EST), e lì è stata approvata l’adesione dell’Italia. Siamo molto riconoscenti ai colleghi italiani per il loro sostegno e felici di accoglierli nel progetto. Io, personalmente, ne sono entusiasta perché collaboro con alcuni di loro e non vedo l’ora di avere ulteriori interazioni all’interno del progetto EST, che sarà un altro dei tanti progetti che portiamo avanti insieme.

[/swpm_protected]

Hector Socas Navarro, Presidente della Fundacion EST e astrofisico solare di grande esperienza, ha lavorato anche negli Stati Uniti al National Solar Observatory di Boulders, in Colorado.

Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC): un faro di eccellenza sull’Atlantico

L’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC) nasce nel 1975 dall’intuizione di unire la tradizione scientifica spagnola con le straordinarie condizioni osservative delle Canarie. È frutto di un accordo fra il Governo spagnolo, il Governo delle Isole Canarie e l’Università di La Laguna, in un sodalizio che fin dalle origini ha puntato all’innovazione e all’eccellenza. Oggi l’IAC si fregia del prestigioso titolo di Centro di Eccellenza “Severo Ochoa”, conseguito nel 2012 per la qualità delle sue ricerche, la forte vocazione internazionale e la capacità di generare nuove tecnologie. Il cuore pulsante dell’istituto è formato da una comunità di circa 400 specialisti — tra ricercatori, tecnologi e personale di supporto — in rappresentanza di oltre 40 nazionalità diverse, accomunati dall’obiettivo di decifrare i segreti del Cosmo. Oltre alla fisica solare, l’IAC si occupa dello studio di galassie, della cosmologia, della struttura e dell’evoluzione stellare e sin dal 2020 ha anche a disposizione una sede distaccata che si occupa del lato più ingegneristico e tecnologico dell’esplorazione del cosmo: IACTech, una struttura dove si stanno elaborando alcuni dei progetti più innovativi nel campo dell’astrofisica europea. Il fiore all’occhiello dell’IAC è sicuramente l’osservatorio del Roque de los Muchachos, sulla vicina isola di La Palma, dove svetta il maestoso Gran Telescopio Canarias, con uno specchio da 10,4 metri di apertura. Il Telescopio Nazionale Galileo, eccellenza italiana con uno specchio da 3,5 e uno dei primi esempi di ottica adattiva, è sito a breve distanza dal GranTeCan. E’ presente anche l’osservatorio di Izaña, sul vulcano Teide, a Tenerife, che si occupa di osservazione solare. Sempre ad Izañaè in costruzione l’osservatorio italiano ASTRI Gamma, dedicato allo studio della radiazione Cherenkov di alta energia dovuto ai raggi cosmici e ai Gamma Ray Burst. In questi paesaggi unici, grazie ad un cielo limpido e protetto da rigorose normative contro l’inquinamento luminoso (La Palma ha ottenuto il certificato “Starlight” per la difesa del diritto alla fruizione del cielo notturno), l’IAC ha costruito la propria reputazione come centro propulsore di scoperte, in collaborazione con le più prestigiose agenzie spaziali (ESA, NASA, ESO) e università internazionali. Le centinaia di articoli pubblicati ogni anno su riviste di alto impatto testimoniano un fermento scientifico e tecnologico che attrae giovani talenti e menti creative da tutto il pianeta. Attualmente il direttore è Valentín Martínez Pillet, ex direttore del National Solar Observatory di Boulder, in Colorado, USA. Per maggiori informazioni e spunti per la didattica si rimanda al sito ufficiale del progetto www.est-east.eu/

L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA

Hubble Indaga LEDA 1313424 con Nove Anelli: Un Colpo Diretto nel Cuore di un Bersaglio

Il telescopio spaziale Hubble della NASA ha catturato un bersaglio cosmico! La gigantesca galassia LEDA 1313424 è caratterizzata da nove anelli pieni di stelle, formatisi dopo che una galassia nana blu, descritta come una “freccia”, ha attraversato il suo cuore. Gli astronomi, utilizzando Hubble, hanno identificato otto anelli visibili e hanno confermato un nono anello grazie ai dati dell’Osservatorio W. M. Keck alle Hawaii. Precedenti osservazioni di altre galassie mostravano al massimo due o tre anelli.

LEDA 1313424, soprannominata “Bersaglio”, è due volte e mezzo più grande della Via Lattea e possiede nove anelli — sei in più rispetto a qualsiasi altra galassia conosciuta. Le immagini ad alta risoluzione del telescopio spaziale Hubble della NASA hanno confermato otto anelli, mentre i dati dell’Osservatorio W. M. Keck alle Hawaii hanno confermato il nono. Hubble e Keck hanno anche identificato la galassia che ha attraversato il Bersaglio, creando questi anelli: la galassia nana blu situata alla sua sinistra centrale. Crediti: NASA, ESA, Imad Pasha (Yale), Pieter van Dokkum (Yale).

“Si tratta di una scoperta fortuita”, ha dichiarato Imad Pasha, ricercatore principale e dottorando alla Yale University di New Haven, Connecticut. “Stavo esaminando un’indagine basata su immagini da terra e, quando ho visto una galassia con diversi anelli evidenti, ne sono stato immediatamente attratto. Ho dovuto fermarmi per investigare”. Il team ha soprannominato la galassia “Bersaglio” (Bullseye). Le osservazioni successive di Hubble e Keck hanno anche aiutato i ricercatori a dimostrare quale galassia abbia attraversato il centro del Bersaglio: una galassia nana blu situata alla sua sinistra centrale. Questo intruso relativamente piccolo ha viaggiato come un dardo attraverso il nucleo del Bersaglio circa 50 milioni di anni fa, lasciando anelli al suo passaggio, simili a increspature in uno stagno. Una sottile scia di gas collega ora le due galassie, sebbene siano attualmente separate da 130.000 anni luce.

“Stiamo osservando il Bersaglio in un momento molto speciale”, ha affermato Pieter G. van Dokkum, coautore dello studio e professore alla Yale University. “C’è una finestra temporale molto ristretta dopo l’impatto in cui una galassia come questa può avere così tanti anelli”.

L’illustrazione confronta le dimensioni della nostra Via Lattea con la gigantesca galassia LEDA 1313424, soprannominata “Bersaglio”. La Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 anni luce, mentre il Bersaglio è quasi due volte e mezzo più grande, con un diametro di 250.000 anni luce.
Crediti: NASA, ESA, Ralf Crawford (STScI).

Le collisioni tra galassie, o i loro quasi-incontri, sono eventi abbastanza frequenti su scale temporali cosmiche, ma è estremamente raro che una galassia attraversi il centro di un’altra. La traiettoria rettilinea della galassia nana blu attraverso Bullseye ha causato il movimento del materiale sia verso l’interno che verso l’esterno in onde, innescando nuove regioni di formazione stellare.

Quanto è grande il “Bersaglio”? La nostra Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 anni luce, mentre Bullseye è quasi due volte e mezzo più grande, con un diametro di 250.000 anni luce. I ricercatori hanno utilizzato la visione nitida di Hubble per individuare con precisione la posizione della maggior parte degli anelli, poiché molti sono ammassati al centro. “Questo sarebbe stato impossibile senza Hubble”, ha detto Pasha.

Hanno usato Keck per confermare un ulteriore anello. Il team sospetta che un decimo anello sia esistito, ma si sia affievolito e non sia più rilevabile. Stimano che potrebbe trovarsi tre volte più lontano rispetto all’anello più esterno visibile nell’immagine di Hubble. Pasha ha anche trovato una connessione sorprendente tra il Bersaglio e una teoria consolidata: gli anelli della galassia sembrano essersi mossi verso l’esterno quasi esattamente come previsto dai modelli.

L’illustrazione mostra la galassia gigante soprannominata “Bersaglio” vista frontalmente. Cerchi tratteggiati indicano la posizione dei suoi anelli, formatisi come increspature in uno stagno dopo che una galassia nana blu (non mostrata) ha attraversato il suo nucleo circa 50 milioni di anni fa. Il telescopio spaziale Hubble della NASA ha aiutato i ricercatori a individuare con precisione la posizione della maggior parte degli anelli, molti dei quali sono ammassati al centro. I dati dell’Osservatorio W. M. Keck alle Hawaii hanno confermato un ulteriore anello.
Crediti: NASA, ESA, Ralf Crawford (STScI).

“Quella teoria è stata sviluppata in attesa del giorno in cui qualcuno avrebbe visto così tanti anelli”, ha detto van Dokkum. “È estremamente gratificante confermare questa previsione di lunga data con la galassia Bersaglio”.

L’immagine di Hubble mostra la galassia da una leggera angolazione. “Se guardassimo direttamente la galassia dall’alto, gli anelli apparirebbero circolari, con quelli più vicini al centro ammassati e gradualmente più distanziati man mano che ci si allontana”, ha spiegato Pasha.

Per visualizzare come si siano formati questi anelli, si può pensare a un sasso lanciato in uno stagno. Il primo anello si espande, diventando il più largo nel tempo, mentre altri continuano a formarsi dopo di esso.

C’è ancora molto da ricercare per capire quali stelle esistessero prima e dopo il “passaggio” della galassia nana blu. Gli astronomi potranno ora migliorare i modelli che mostrano come la galassia potrebbe continuare a evolversi nel corso di miliardi di anni, incluso la scomparsa di ulteriori anelli.

Lo studio del team è stato pubblicato il 4 febbraio 2025 su The Astrophysical Journal Letters.

Il telescopio spaziale Hubble opera da oltre tre decenni e continua a fare scoperte rivoluzionarie che plasmano la nostra comprensione fondamentale dell’universo. Hubble è un progetto di cooperazione internazionale tra la NASA e l’ESA (Agenzia Spaziale Europea). Il Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland, gestisce il telescopio e le operazioni della missione. Lockheed Martin Space, con sede a Denver, supporta anche le operazioni della missione presso Goddard. Lo Space Telescope Science Institute di Baltimora, gestito dall’Associazione delle Università per la Ricerca Astronomica, conduce le operazioni scientifiche di Hubble per la NASA.

Fonte: NASA

Questa settimana GIOVE protagonista di PhotoCoelum

Giove di Maurizio Miehe

Questa settimana, nella sezione PhotoCoelum, trovate una straordinaria carrellata di scatti dedicati a Giove, il gigante gassoso del sistema solare. Immagini mozzafiato catturano la sua atmosfera turbolenta, la Grande Macchia Rossa e le sue lune, frutto della passione e della tecnica di astrofotografi esperti. Un viaggio visivo che vi porterà tra le nubi e i vortici di un pianeta affascinante. Perfetto per chi ama l’astronomia o semplicemente la bellezza del cosmo.

Clicca sulla foto per vedere l’originale

Giove: tra turbolenti tempeste e immensi uragani rimane sempre il re dei pianeti

Giove di Francesco Mondello

di Francesco Mondello

Giove e il satellite Io

Giove di Roberto Ortu

di Roberto Ortu

Giove – NTrZ  Outbreaks

Giove di Maurizio Miehe

di Maurizio Miehe

Scopri altro su Giove

Incontri di Astronomia Contemporanea e Astrofotografia

08 febbraio – 10 maggio 2025, Centobuchi AP

INCONTRI DI ASTRONOMIA 2025
Primo Corso Base di Astronomia Contemporanea

L’Associazione Astrofili Forca Canapine istituisce il primo corso base di astronomia contemporanea, una iniziativa culturale per condividere col pubblico le straordinarie conoscenze acquisite dalle scienze dello spazio negli ultimi decenni.
Il Corso prevede una prima parte di sette incontri divulgativi a carattere multimediale, da tenersi nella sala audiocinema presso il centro comunale GIOVARTI, a Centobuchi di Monteprandone , in cui verranno trattati gli argomenti fondamentali dell’Astronomia moderna, con un’enfasi speciale sugli aspetti culturali di tali argomenti sulla nostra società contemporanea.
La partecipazione al Corso non prevede una preparazione specifica, ed è aperto a qualunque persona che abbia interesse a comprendere un po’ più a fondo il nostro Universo e i tentativi dell’umanità di conoscerlo in modo sempre più preciso. Per gli studenti delle superiori può essere una occasione di approfondire e consolidare le nozioni curricolari dei programmi di scienze.
A conclusione della prima serie di incontri avrà inizio una seconda serie di tre incontri a carattere teorico/pratico, in cui si acquisiranno le cognizioni di base per iniziare una attività di fotografia astronomica. Ogni aspetto sia tecnico che teorico verrà esposto mediante presentazioni multimediali e attività pratiche su strumenti reali, messi a disposizione dall’Associazione. Si contempla la possibilità di effettuare prove pratiche effettive sul campo, qualora le condizioni meteo lo permettano.

Sabato 8 Febbraio ore 21.00 – COME SI OSSERVA IL CIELO
Dalle costellazioni degli antichi ai telescopi spaziali, la storia dell’osservazione del cielo notturno è la storia di come l’Uomo abbia saputo conquistare una conoscenza reale e oggettiva dei corpi celesti.

Sabato 22 Febbraio ore 21.00 – IL SISTEMA TERRA-LUNA
Il sistema Terra-Luna è unico e complesso nel panorama del sistema solare. La vicinanza del nostro satellite ci permette di studiare dettagli importanti sulla sua origine e sul modo in cui Terra e Luna interagiscono da miliardi di anni, influenzando anche le forme di vita sul nostro pianeta.

Sabato 01 Marzo ore 21.00 – IL NUOVO SISTEMA SOLARE
Decenni di esplorazioni spaziali hanno portato lo sguardo dell’umanità sempre più vicino ai nostri vicini cosmici, spesso anche sul loro suolo, rivelando una straordinaria varietà di fenomeni ma anche molte somiglianze con l’ambiente terrestre.

Sabato 15 Marzo ore 21.00 – UNA GALASSIA DI STELLE
Gli studi più moderni della Via Lattea ci restituiscono una immagine complessa e affascinante, in cui l’evoluzione delle stelle ha giocato un ruolo di primo piano anche per l’origine della vita sulla Terra.

Sabato 29 Marzo ore 21.00 – DALLE POLVERI AI PIANETI
La scoperta di migliaia di pianeti e sistemi planetari intorno ad altre stelle ha completato il quadro complessivo dell’origine dei pianeti a partire da polveri e gas della Via Lattea.

Sabato 12 Aprile ore 21.00 – L’UNIVERSO A GRANDE SCALA
I grandi telescopi spaziali e al suolo stanno rivoluzionando la nostra conoscenza della materia universale fin di primi istanti della sua nascita. Dalle galassie più vicine a quelle più remote, le osservazioni moderne stanno confermando la grande complessità ma anche l’immenso fascino del nostro Universo.

Sabato 19 Aprile ore 21.00 – IPOTESI SULLA VITA NEL COSMO
La domanda se esistano forme di vita oltre alla nostra nell’Universo ha affascinato l’umanità da millenni, e oggi cominciamo ad affrontare questa ricerca su una base effettivamente scientifica, grazie alle conoscenze acquisite dall’astronomia strumentale e agli studi di laboratorio che simulano sia gli ambienti cosmici più svariati sia le condizioni chimiche e ambientali che vigevano sulla Terra primordiale.

Sabato 26 Aprile ore 21.00 – LA FOTOGRAFIA ASTRONOMICA I. GLI STRUMENTI
Incontro teorico/pratico sui vari tipi di strumenti astronomici cui è possibile applicare camere fotografiche, con informazioni basilari di ottica dei telescopi e di orientamento astronomico su strumenti reali messi a disposizione dall’AAFC.

Sabato 03 Maggio ore 21.00 – LA FOTOGRAFIA ASTRONOMICA II. LE CAMERE FOTOGRAFICHE
Incontro teorico/pratico sulle apparecchiature moderne per la fotografia astronomica, e sulle tecniche di ripresa di vari tipi di corpi celesti. Possibile laboratorio sul campo in buone condizioni meteo.

Sabato 10 Maggio ore 21.00 – LA FOTOGRAFIA ASTRONOMICA III. I SOFTWARE DI GESTIONE E ANALISI.
Incontro teorico/pratico sui vari tipi di software di elaborazione delle immagini astronomiche, dalla fase di acquisizione fino al prodotto finale. Possibile laboratorio sul campo se le condizioni meteo lo permettono

Scarica il programma completo del corso:
1° CORSO BASE DI ASTRONOMIA MODERNA 2025

Per le modalità di iscrizione
https://www.astroforcacanapine.it/InformativaCorsoAstrono…
Per info e prenotazioni
info@astroforcacanapine.it

Coelum Astronomia 272 I/2025 Digitale

0

Accedi o registrati per continuare a leggere

I contenuti che stai cercando di visualizzare sono riservati agli utenti registrati.
Per accedere effettua il login con il tuo account Coelum Astronomia
oppure registrarti al sito.

Accedi oppure Registrati per continuare la lettura.

L’abbonamento a Coelum Astronomia offre funzionalità aggiuntive,
l’accesso all’archivio completo della rivista e ai contenuti riservati agli abbonati.

Scopri le formule di abbonamento

SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Febbraio 2025

a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini

 

RUBRICA SUPERNOVAE COELUM   N. 129

Non avevamo fatto in tempo ad inserirla nella rubrica dello scorso mese, perché avvenuta il 30 dicembre, ma per l’ISSP il 2024 si è chiuso con una interessante e difficile scoperta. Il team dell’Osservatorio di Monte Baldo, formato da Flavio Castellani, Raffaele Belligoli e Vittorio Andreoli ha infatti individuato un debole transiente di mag.+19,3 nella bella galassia di Andromeda M31. Si tratta molto probabilmente di una Nova Extragalattica che però non ha ricevuto la conferma spettroscopica ed alla quale è rimasta assegnata la sigla provvisoria AT2024agal. La mancata conferma spettroscopica è forse da imputare al fatto che il nuovo oggetto è rimasto molto debole oltre la mag.+19. In un follow-up del 2 gennaio da parte dell’astrofilo Giuseppe Pappa era appena visibile alla proibitiva mag.+19,5. Agli amici di Monte baldo vanno comunque i nostri complimenti per aver tenuto alto il nome dell’ISSP con la scoperta di due Novae Extragalattiche nella galassia M31 ottenute nel 2024.

Immagine di scoperta della AT2024agal in M31 realizzata dal team dell’Osservatorio di Monte Baldo con il telescopio Ritchey-Chretien da 400mm F.8

Venendo alle supernovae questo nuovo anno è iniziato benissimo per i cinesi del programma XOSS capitanati da Xing Gao e Mi Zhang che nel mese di gennaio hanno già messo a segno la scoperta di tre supernovae, purtroppo molto deboli intorno alla mag.+19 e collocate in piccole galassie anonime. Negli ultimi tre anni gli astrofili cinesi si sono dimostrati senza ombra di dubbio i leader indiscussi in fatto di ricerca amatoriale di supernova. Nel 2024 hanno occupato il gradino più del podio con 22 scoperte. Per capire la portata dell’enorme lavoro svolto dai cinesi basta pensare che il secondo gradino del podio è occupato dal mitico Koichi Itagaki con solo, si fa per dire, 7 scoperte. Dobbiamo perciò constatare che in fatto di ricerca di supernovae amatoriali l’Oriente non ha rivali. Come abbiamo visto nei mesi scorsi in Giappone non abbiamo solo il grande Itagaki e adesso anche in Cina non abbiamo solo il gruppo XOSS. Esiste infatti un nuovo gruppo ben equipaggiato, che è ancora in fase di allestimento, ma che è già riuscito a mettere a segno la sua prima scoperta. Li abbiamo contattati, ma prima di svelarci come si svolge la loro attività di ricerca preferiscono aspettare di ultimare la messa a punto del loro osservatorio e dei loro programmi di ricerca. Questa prima scoperta è stata infatti ottenuta non grazie all’avvio del loro programma di ricerca, ma casualmente durante i lavori di settaggio e messa a punto della strumentazione. Ziyang Mai e Jiaze Fu, che fanno parte di questo gruppo, hanno individuato nella notte del 12 gennaio un nuovo oggetto di mag.+17,9 in una piccola galassia anonima posta nella costellazione dell’Orsa Minore a circa 530 milioni di anni luce di distanza e posizionata a soli 8° dal Polo Nord Celeste.  Se dall’Oriente arrivano le scoperte amatoriali, dall’Italia arrivano le classificazioni amatoriali grazie al bravissimo Claudio Balcon, che nella notte del 18 gennaio ha ottenuto lo spettro di conferma, classificando la SN2025kw come una supernova di tipo Ia. Possiamo considerare Claudio Balcon come il fiore all’occhiello dell’ISSP con ben 170 classificazioni inserite per primo nel TNS, che lo pone come leader indiscusso a livello mondiale in fatto di classificazioni amatoriali di supernovae. La SN2025kw anche se relativamente debole, ha raggiunto infatti la mag.+17,5 intorno al 20 gennaio e posizionata in una piccola galassia vista di taglio, ha comunque un valore importante per noi astrofili perché rappresenta l’ennesima supernova tutta amatoriale dalla scoperta alla classificazione.

Immagine della SN2025kw in Anonima realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.

Chiudiamo la rubrica di questo mese passando da una supernova molto debole e collocata in una piccola e poco fotogenica galassia, ad una che invece rappresenta la supernova più luminosa di questo periodo avendo raggiunto l’interessante mag.+13,5 nella seconda metà di gennaio. Stiamo parlando della SN2025gj individuata nella notte dell’8 gennaio dal programma professionale americano di ricerca supernovae denominato DLT40 che utilizza una batteria di sei telescopi Ritchey-Chrétien da 41cm chiamati PROMPT e situati sul Cerro Tololo in Cile. La galassia ospite è la NGC2986, un’ellittica posta nella costellazione meridionale dell’Hydra a circa 110 milioni di anni luce di distanza e accompagnata in cielo dalla galassia a spirale PGC27873 situata grosso modo alla solita distanza. Nella stessa notte della scoperta, con il Southern African Large Telescope da 10 metri di diametro, in Sudafrica, è stato ripreso lo spettro di conferma che ha permesso di classificare il nuovo transiente come una supernova di tipo Ia scoperta circa due settimane prima del massimo di luminosità e con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano alla velocità di circa 13.700 km/s. Questa supernova è comunque un facile oggetto da immortalare, situato in un fotogenico campo ricco di galassie. L’unico inconveniente è la declinazione a -21°, che penalizza leggermente gli osservatori del Nord Italia. La SN2025gj rappresenta la seconda supernova conosciuta esplosa in NGC2986. La prima fu la SN1999gh scoperta il 3 dicembre 1999 dall’astrofilo giapponese Kesao Takamizawa, anch’essa di tipo Ia.

Immagine della SN2025gj in NGC2986 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7 somma di 12 immagini da 180 secondi.

Immagine della SN2025gj in NGC2986 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlo Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 120 secondi.

Immagine della SN202gj in NGC2986 realizzata dall’astrofilo spagnolo Jordi Camarasa con un riflettore da 500mm F.6,9 somma di 3 immagini da 120 secondi.

 

Per seguire Supernovae Aggiornamenti: Iscriviti alla NewsLetter!