Intervista a Daniele Borsari
Corredo all’articolo Coelum 272 pag. 61
Astronomy Photographer of The Year – APY 2024
Tra i protagonisti ella scorso edizione della competizione organizzata dal Royal Museums of Greenwich c’è il giovane astrofotografo Daniele Borsari. Il nostro autore Alessandro Ravagnin lo ha intervistato per noi.
La passione per l’astronomia nasce sempre in giovane età, imbattendosi in un telescopio da cui si rimane catturati.
Nel recente concorso APY 2024 il tuo scatto ti ha consentito di vincere nella categoria giovani.
Alessandro: Come è nata l’idea di partecipare al concorso e cosa ti aspettavi?
Daniele: Fin dall’età di cinque anni, lo spazio ha sempre suscitato in me una grande passione.I miei genitori mi portavano qualche volta all’osservatorio vicino a casa per le serate osservative e divulgative del Circolo Astrofili Bergamaschi(di cui adesso sono socio) e io ci andavo sempre con molta voglia.
Per quanto riguarda l’astrofotografia, ho cominciato a praticarla nel 2022 quando, con una Canon 400D e l’obiettivo kit 18-55mm (regalati qualche anno prima dai miei zii), ho provato a fare uno scatto di sera al cielo. Non si vedeva molto in quelle foto, ma ciò mi ha spronato a fare delle ricerche su internet, e dopo aver appreso le basi dell’astrofotografia, ho cercato di applicarle nel pratico le sere successive. I risultati pian piano hanno iniziato a migliorare e nel frattempo ho fatto aggiornamenti alla strumentazione imparando nuove tecniche di acquisizione ed elaborazione.
A inizio di marzo di quest’anno, ho visto un postsu Twitter che parlava del concorso Astronomy Photographer of the Year organizzato dai Royal Museums Greenwich. Incuriosito ho cercato maggiori informazioni e ho scoperto la presenza della categoria giovani. Allora ho inviato sette delle mie migliori foto fatte dal 2023 fino a inizio 2024, senza aspettarmi che due di esse venissero scelte nella lista delle immagini finaliste e di poter poi ricevere a settembre il premio di vincitore di categoria.
Alessandro: Quali strumenti hai utilizzato per realizzare la tua immagine vincitrice? Potresti descrivere la tua attrezzatura e il processo di acquisizione delle immagini?
Daniele: L’attrezzatura utilizzata, seppur non di bassissimo livello, non è neanche estremamente complessa e costosa. Al posto di utilizzare un telescopio, uso un obiettivo fotografico, nello specifico il Samyang 135mm f/2.0, che mi permette di inquadrare zone estese di cielo raccogliendo molta luce. Durante le riprese chiudo il diaframma a f/2.8 per avere più nitidezza sulle stelle, mantenendo comunque un rapporto focale veloce. La macchina fotografica è una ZWO ASI533MC Pro, raffreddata (per ridurre il rumore e avere immagini più pulite) e dedicata all’astrofotografia per riuscire a catturare più efficientemente le emissioni di idrogeno nella parte rossa dello spettro luminoso. A causa della rotazione terrestre, le stelle hanno un moto apparente che va contrastato. Per questo motivo si utilizza una montatura equatoriale, o nel mio caso un compatto astro inseguitore (Sky Watcher Star Adventurer), che ruota sullo stesso asse di quello terrestre “immobilizzando” le stelle e permettendo lunghe esposizioni per tutto il tempo di ripresa. Con l’inquinamento luminoso sempre più presente in Italia è stato necessario utilizzare un filtro antinquinamento luminoso, un Optolong L-eNhance, per catturare al meglio le regioni di gas ionizzato (rosse nella foto). Visto che i filtri antinquinamento luminoso limitano il passaggio di alcune zone specifiche dello spettro, per le polveri sullo sfondo ho utilizzato solo un UV/IR Cut.
L’acquisizione è avvenuta tra ottobre e novembre del 2023, su una durata di 7 notti. Sono stati fatti 255 scatti singoli da 5 minuti con il filtro Optolong L-eNhance (21 ore e 15 minuti) e 228 scatti singoli da 3 minuti con il filtro Optolong UV/IR Cut (11 ore e 24 minuti) per un totale di 32 ore e 39 minuti.
Alessandro: Come hai gestito la post-produzione dell’immagine? Quali software hai usato per elaborare i dati e ottenere il risultato finale?
Daniele: La post-produzione è avvenuta principalmente in PixInsight, con il quale ho creato due immagini rispettivamente dalla somma degli scatti singoli di ognuno dei due filtri. Dopo avere elaborato singolarmente l’immagine a banda larga (UV/IR Cut) e l’immagine a banda stretta (Optolong L-eNhance), rimuovendo gradienti e lavorando sulla cosmetica, le ho combinate per enfatizzare le regioni ad emissione (idrogeno e ossigeno). Altri ritocchi sono stati fatti per arrivare ad un risultato a me soddisfacente.
Alessandro: Hai incontrato delle difficoltà tecniche durante la cattura o l’elaborazione dell’immagine? Se sì, come le hai superate?
Daniele: La difficoltà più grande è stata acquisire così tante ore di esposizione con il meteo poco collaborativo. Infatti, l’acquisizione è stata fatta su due mesi e anche durante notti in cui ho dovuto scartare alcune foto singole a causa delle nuvole. Un altro problema è stato far risaltare le polveri deboli avendo fotografato da un posto che non ha pochissimo inquinamento luminoso. I gradienti nella somma erano veramente tanti e rimuoverli senza intaccare le polveri non è stato facile, ma con un po’ di pazienza ho raggiunto un buon risultato.
Alessandro: Hai ricevuto aiuto o supporto da amici, famigliari o altri astrofili nell’apprendere le tecniche di ripresa ed elaborazione delle immagini? Se sì, in che modo ti hanno supportato?
Daniele: Un grande aiuto è stato dato da tutti i tutorial e gli articoli disponibili su internet che spiegano come fare un’astrofotografia dall’acquisizione all’elaborazione. Anche frequentare il Circolo Astrofili Bergamaschi mi ha aiutato a conoscere tecniche nuove per fare immagini migliori.
Alessandro: Ora che hai vinto, come credi che sfrutterai questa opportunità? Hai in mente di coinvolgere altri amici oppure opterai per migliorare i tuoi livelli?
Daniele: Come vincitore sono stato invitato a una visita privata della mostra di tutte le foto al National Maritime Museum di Greenwich. È stata un’esperienza molto bella e ho conosciuto dal vivo altri astrofotografi, di cui ho sempre visto le foto online, provenienti da tutto il mondo. Sarebbe bello per i prossimi anni partecipare collaborando con loro per una foto.

Complimenti da tutta la Redazione a Daniele Borsari per l’ottimo traguardo raggiunto!

Dalla scoperta della fissione nucleare alla bomba H: un viaggio tra scienza, guerra e innovazione
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La Luna del Mese – Febbraio 2025
LA LUNA DI FEBBRAIO 2025
Dopo la Luna Nuova del 29 Gennaio prosegue la fase di Luna Crescente fino a portare la superficie del nostro satellite nelle migliori condizioni di osservazione che saranno raggiunte nella prima settimana del mese appena iniziato con la fase di Primo Quarto prevista per le ore 09:02 del 5 Febbraio 2025. Nel caso specifico la Luna si troverà a -15° sotto l’orizzonte in attesa di sorgere alle ore 10:41, mentre per osservazioni al telescopio basterà attendere nel tardo pomeriggio quando culminerà in meridiano alle ore 18:17 ad un’altezza di +69° in fase di 7 giorni rendendosi pertanto visibile almeno per tutta la serata. A prescindere dall’incredibile quantità di strutture crateriformi che sarà possibile andare a scandagliare lungo il terminatore, segnalo che nella medesima serata la librazione favorevole coinciderà con l’area del bacino da impatto noto come “mare Australe” situato nel settore sudorientale della Luna: occasione da non perdere per andare alla ricerca di dettagli situati poco oltre il confine fra i due emisferi lunari.
Al capolinea della fase crescente, alle ore 14:53 del 12 Febbraio il Plenilunio segnerà l’inizio della contestuale fase calante, col nostro satellite alla distanza di 344963 km dalla Terra, con diametro apparente di 30.25’ e in fase di 14 giorni. Anche in questo caso basterà attendere con un poco di pazienza ed alle ore 17:36 sorgerà il meraviglioso pallone illuminato della Luna Piena che si renderà visibile fin verso l’alba del mattino seguente quando scenderà sotto l’orizzonte contestualmente al sorgere del Sole. Per l’occasione torno a consigliare (o a suggerire….) l’osservazione al telescopio dei grandi bacini da impatto (comunemente noti come “mari”) unitamente agli imponenti sistemi radiali che si dipartono da determinati crateri (Copernicus, Tycho, Kepler, Aristarchus, ecc) per la cui migliore individuazione sulla superficie del nostro satellite viene indicata proprio la fase di Plenilunio dove il Sole alto sull’orizzonte esalta le aree ricoperte dalle scure rocce basaltiche così come pone in più evidente risalto i materiali a maggiore riflettività di cui sono costituiti i citati grandi sistemi di raggiere ed i vasti altipiani ricoperti da chiare rocce anortositiche sparsi sulla superficie lunare.
Tornando alla fase calante, alle ore 18:33 del 20 Febbraio la Luna sarà in Ultimo Quarto ma a ben -72° sotto l’orizzonte. Pertanto chi intendesse impegnarsi in osservazioni notturne col proprio telescopio avrà due possibilità: a) la notte del 20 Febbraio con la Luna che sorge alle ore 01:02 oppure la notte seguente, il 21 Febbraio, con la Luna che sorge alle ore 02:07. L’occasione potrà rivelarsi interessante visto che proprio in Ultimo Quarto la massima librazione in entrambe le nottate coinciderà con la regione lunare ad ovest del cratere Pythagoras nel settore nordovest della Luna.
Alle ore 01:45 del 28 Febbraio la fase di Novilunio mostrerà al nostro pianeta il disco lunare completamente buio essendo, in questo caso, allineato fra il Sole e la Terra con l’opposto emisfero lunare completamente illuminato. Così si chiude il mese di Febbraio in attesa di un nuovo ciclo lunare, ma ne riparleremo il mese prossimo.
Congiunzioni Notevoli
Congiunzione Luna-Venere

Alle ore 21:25 dell’1 Febbraio una falce lunare di 3,6 giorni sarà in congiunzione col pianeta Venere mentre la Luna sarà già tramontata alle ore 21:02, pertanto con i due corpi celesti ormai sotto l’orizzonte (a -4°31’ la Luna e a -1°13’ Venere).
Congiunzione Luna-Urano

Alle ore 22:10 del 5 Febbraio il pianeta Urano sarà in congiunzione con la Luna in fase di 8 giorni ad un’altezza di +39° ma con una separazione piuttosto larga pari a 4,7°.
Congiunzione Luna-Marte

Alle ore 20:35 del 9 Febbraio potremo assistere alla spettacolare congiunzione ravvicinata fra il pianeta Marte ed il nostro satellite in fase di 12 giorni ad un’altezza di +64/65°, pertanto nelle migliori condizioni osservative. La separazione fra i due corpi celesti sarà di soli 0°34/0°36 circa, quanto basta per godersi lo spettacolo e anche per interessanti riprese fotografiche.
Congiunzione Luna-Regolo
Altra bella congiunzione alle ore 01:01 del 13 Febbraio fra la doppia Regolo, stella di mag. 1.35, e la Luna in fase di 15 giorni ad un’altezza di +61° con una separazione di 1,4° pertanto ancora in ottime condizioni osservative.
Le FALCI lunari di FEBBRAIO
Appuntamento per gli appassionati di falci lunari per la tarda nottata del 24 Febbraio con una falce di 25,6 giorni che sorgerà alle ore 04:57. Non ci sarà molto margine per effettuare osservazioni col telescopio ma segnalo che la massima librazione coinciderà con l’area ad ovest del cratere Repsold nel settore nordovest della Luna. La successiva nottata, il 25 Febbraio, alle ore 05:38 sorgerà una ancora più problematica falce lunare a causa della sua vicinanza al sorgere del Sole. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli. Sarà inoltre di fondamentale importanza evitare nel modo più assoluto di intercettare la luce solare al fine di prevenire gravi danni, anche irreversibili, alla propria vista.
TABELLA DEGLI EVENTI LUNARI DI FEBBRAIO
| Fase | Data | Ore | Sorge | Culmina | Tramonta | Distanza dalla Terra | Diam App | Separ. |
| Primo Quarto | 05-feb | 09:02 | 10:41 | 14:56 | 21:02 | 372936km | 32.04’ | |
| Luna Piena | 12-feb | 14:53 | 17:36 | 07:21 | 394963 km | 30.25’ | ||
| Ultimo Quarto | 20-feb | 18:33 | 01:02 | 05:41 | 10:14 | 406322 km | 29.41’ | |
| Luna Nuova | 28-feb | gen-45 | ||||||
| Luna Crescente | dal 01 al 12 | |||||||
| Luna Calante | dal 12 al 28 | |||||||
| Perigeo | 02-feb | 02:42 | 367460 km | 32’31” | ||||
| Apogeo | 18-feb | 01:10 | 404883 km | 29’30” | ||||
| Congiunzione Luna Venere | 01-feb | 21:25 | 21:02 | 2,3° | ||||
| Congiunzione Luna Urano | 05-feb | 22:10 | 4,7° | |||||
| Congiunzione Luna Marte | 09-feb | 20:35 | 0,8° | |||||
| Congiunzione Luna Regolo | 13-feb | 01:01 | 1,4° |
LIBRAZIONI di FEBBRAIO
Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.
- 03 Febbraio: Massima Librazione Regione Polare meridionale.
- 04 Febbraio: Massima Librazione Regione Polare Meridionale.
- 05 Febbraio: Massima Librazione a sud dei crateri Boussingault, Helmholtz.
- 06 Febbraio: Massima Librazione Regione mare Australe.
- 07 Febbraio: Massima Librazione Regione Mare Australe.
- 08 Febbraio: Massima Librazione Regione Mare Australe.
- 09 Febbraio: Massima Librazione Regione Mare Australe.
- 10 Febbraio: Massima Librazione Mare Australe.
- 11 Febbraio: Massima Librazione Mare Australe.
- 12 Febbraio: Massima Librazione a est del cratere Petavius.
- 18 Febbraio: Massima Librazione Regione Polare Settentrionale (Anaximander).
- 19 Febbraio: Massima Librazione a nord del cratere Pythagoras.
- 20 Febbraio: Massima Librazione a nord nordovest del cratere Pythagoras.
- 21 Febbraio: Massima Librazione a nord del cratere Xenophanes.
- 22 Febbraio: Massima Librazione a nord del cratere Repsold.
- 23 Febbraio: Massima Librazione a nord del cratere Repsold.
- 24 Febbraio: Massima Librazione a nord nordovest del cratere Repsold.

Note:
– Dati e visibilità delle strutture lunari: Software “Stellarium” e “Virtual Moon Atlas”
– Per le anteprime delle posizioni in https://theskylive.com/
– Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla città di Roma, dati rilevati tramite software “Stellarium” e dal sito http://www.marcomenichelli.it/luna.asp
– Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla Città di Roma, dati rilevati dai siti https://theskylive.com/ e http://www.marcomenichelli.it/luna.asp
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Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia UAI 2025
L’importanza dell’educazione astronomica
16 Febbraio 2025, Oss. Astronomico Capodimonte – Napoli
L’astronomia rappresenta una porta d’accesso unica al mondo della scienza. Ci invita a riflettere sulle nostre radici cosmiche e sul nostro posto nel tempo e nello spazio, offrendo una prospettiva rara che unisce scienza, filosofia, arte e letteratura.
Dalle antiche civiltà che scrutavano il cielo alle grandi scoperte che hanno rivoluzionato la nostra comprensione del cosmo, l’astronomia ha sempre avuto un ruolo centrale e fondamentale nella nostra evoluzione culturale e intellettuale. Anche per questo motivo, studiare l’astronomia non solo ci aiuta a comprendere il passato, ma ci invita anche a esplorare le questioni filosofiche fondamentali riguardanti la nostra esistenza e il nostro futuro.
Per tutte queste ragioni, l’astronomia merita un posto di rilievo nell’educazione scolastica. Integrare l’astronomia nei programmi educativi può stimolare l’interesse degli studenti per le scienze, incoraggiare il pensiero critico e promuovere una mentalità aperta e curiosa.
A tal proposito, la Sezione “Didattica” dell’Unione Astrofili Italiani (UAI) in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani (UAN) organizza il Convegno nazionale di Didattica dell’Astronomia 2025 che si terrà domenica 16 febbraio a Napoli, presso l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Napoli, un’opportunità unica per docenti e appassionati di astronomia di discutere tematiche rilevanti nel campo.

Per l’occasione abbiamo intervistato Matteo Montemaggi, referente delle Sezione “Didattica” dell’Unione Astrofili Italiani.
Qual è, nella tua esperienza di docente e astrofilo, il contributo dell’Astronomia alla Didattica Laboratoriale?”
L’astronomia è sicuramente la scienza che meglio si presta all’applicazione del metodo scientifico in ogni sua forma. Questo la rende adatta ad una didattica laboratoriale, nella quale lo studente si appropria della conoscenza nel contesto del suo utilizzo. Infatti, non si tratta solo di utilizzare strumenti e fare misure, ma di costruire il sapere a partire da osservazioni ed esigenze di carattere pratico. Solo per fare un esempio, la misura del tempo coinvolge i moti del nostro pianeta e della Luna e i risvolti associati sono sia diurni che notturni, sia assoluti che stagionali.
La didattica in generale non può essere un elenco di definizioni e regole, quanto piuttosto una scoperta continua, a partire dalle osservazioni dirette dei fenomeni, elaborando delle interpretazioni sulla base delle conoscenze di base; in pratica una serie di “problem-solving” per comprendere il mondo che ci circonda.
In che modo l’Astronomia può contribuire allo sviluppo delle soft skills nei bambini e nei ragazzi?
Sicuramente occuparsi di astronomia con un certo approccio favorisce lo sviluppo di un pensiero critico e migliora la capacità di comunicazione. Essendo una disciplina scientifica, di per sé promuove la collaborazione e la cooperazione, mai la competizione; questo stimola negli allievi un atteggiamento generalmente positivo, che educa alla collaborazione, alla pazienza e al rispetto degli altri. La capacità di lavorare in gruppo può così stimolare anche l’intelligenza emotiva, espressa nell’apertura ad “ambienti di lavoro” multiculturali e nel saper interagire con chi è diversamente abile.
Come contribuisce la Didattica dell’astronomia a sviluppare le Competenze chiave di Cittadinanza Europea?
Sappiamo benissimo quanto oggi sia difficile destreggiarsi nel mondo dell’informazione dei media e dei social. Lo è per gli adulti, figuriamoci per dei giovani studenti. Una sana didattica dell’astronomia, anche attraverso lo studio delle scienziate e degli scienziati che si sono succeduti nel corso della storia, può sicuramente contribuire a molteplici scopi didatti. Prima di tutto, a migliorare la competenza alfabetica funzionale, anche allo scopo di discernere tra informazioni corrette e notizia false. Inoltre, può favorire l’acquisizione e lo sviluppo delle competenze matematiche e nelle scienze tecnologiche e incrementare quelle digitali, ad esempio attraverso l’utilizzo di software specifici. E più in generale, può rivelarsi utile per sviluppare competenza personale sociale e capacità di imparare ad imparare e acquisire consapevolezza ed espressione culturali.
Per info convegno e partecipazione:
m.montemaggi@uai.it – 348 0309900
amministrazione@uai.it – 0694436469
Per info logistiche Sito Ufficiale Unione Astrofili Napoletani
oppure scrivere a segretarioculturale@unioneastrofilinapoletani.it


MESSIER M20 – Nebulosa Trifida
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Introduzione
Con Messier 20 o M20 torniamo alle nebulose, e all’affascinante Nebulosa Trifida nel Sagittario, la quale deve il suo nome alle oscure nubi di polvere che la dividono in tre parti, visibili (come vedremo tra qualche paragrafo) anche con telescopi di 20 cm.
Storia delle osservazioni
La Nebulosa Trifida è stata ufficialmente scoperta il 5 giugno 1764 da Charles Messier, che la descrisse inizialmente come un “ammasso di stelle, poco sopra l’Eclittica, tra l’arco del Sagittario e il piede destro di Ofiuco”. Tuttavia, alcuni storici attribuiscono una scoperta precedente all’astronomo francese Guillaume Le Gentil, basandosi su una possibile confusione con la Nebulosa Laguna (Messier 8), osservata nel 1747. Messier, utilizzando il suo rifrattore cromatico, non riuscì a distinguere la nebulosa nelle sue componenti ma percepì solo un ammasso indistinto di stelle, caratteristica comune delle sue osservazioni.
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L’astronomo inglese William Herschel fu tra i primi a riconoscere la struttura unica della nebulosa, notando le tre bande oscure che la attraversano. Nel 1784 la suddivise in tre porzioni distinte e la descrisse come: “Tre nebulose, debolmente collegate, formano un triangolo. Al centro si trova una doppia stella”. Herschel aggiunse ulteriori dettagli due anni dopo, nel 1786, identificando le porzioni come H IV.41, H V.10, H V.11 e H V.12.
John Herschel, suo figlio, coniò il nome popolare usato ancora oggi, “Trifida”, nel 1826, osservando l’oggetto dal Capo di Buona Speranza (in Sud Africa) e descrivendolo come “tre nebulose con una cavità centrale, al cui interno è situata una doppia stella”.
L’astronomo americano Edward Emerson Barnard, successivamente, catalogò la porzione oscura centrale come Barnard 85 nel suo primo catalogo delle nebulose oscure, pubblicato nel 1919.

Caratteristiche fisiche
La Nebulosa Trifida è un raro esempio di combinazione tra tre tipologie di nebulose ed un ammasso stellare aperto:
- una nebulosa a emissione (nebulose composte da gas ionizzati che emettono luce a differenti lunghezze d’onda), che in fotografia appare di colore rosso/rosato ed occupa la sua parte inferiore;
- una nebulosa a riflessione (nubi di polvere interstellare che possono riflettere la luce di stelle vicine), visibile con una tonalità blu nella porzione nord di M20;
- una nebulosa oscura (dense nubi molecolari che impediscono alla luce delle stelle di fondo di raggiungerci), che si manifesta nelle bande scure che dividono la struttura in tre parti, conferendo alla nebulosa il suo nome distintivo. Queste bande sono composte da polveri e gas freddi non illuminati, che assorbono la luce delle stelle retrostanti, creando il caratteristico effetto di divisione.
Situata a circa 5200 anni luce dalla Terra, M20 si trova nel Braccio del Sagittario della Via Lattea. La stella centrale, HD 164492, è in realtà un sistema triplo le cui radiazioni ultraviolette ionizzano i gas circostanti, facendo brillare la nebulosa.
Al suo interno (grazie ad osservazioni moderne, come quelle effettuate dal Telescopio Spaziale Hubble), sono stati individuati numerosi globuli gassosi in evaporazione (EGG -Evaporating Gas Globule – predecessori di nuove protostelle), con stelle nelle fasi finali della loro formazione (alcune ancora nascoste all’interno di questi oggetti) inclusi getti di gas che si estendono per tre quarti di anno luce.
Oltre a queste strutture, il telescopio Spitzer ha identificato nel 2005 circa 30 stelle embrionali e 120 neonate, confermando la continua attività di formazione stellare.
Le varie tonalità della nebulosa sono legate agli elementi chimici presenti: il rosso proviene dall’idrogeno ionizzato, mentre il blu della nebulosa a riflessione è il risultato della diffusione della luce stellare da parte delle particelle di polvere. La nebulosa si estende per circa 40 anni luce e rappresenta una delle regioni di formazione stellare più giovani conosciute, con un’età di soli 300.000 anni.

Posizione nel Cielo
Messier 20 è facile da rintracciare nel cielo notturno anche se immersa nel campo stellare della Via Lattea. Si può trovare utilizzando la stella γ (gamma) Sagittarii (Al Nasl) e proseguendo verso Nord per circa 8 gradi, oppure utilizzando le stelle λ (lambda) e μ (mu) Sagittarii (Polis), con le quali la nebulosa forma un triangolo retto.
Alternativamente, è possibile individuare la piú grande Nebulosa Laguna (Messier 8) e da lì proseguire verso NNE per circa un grado.
Designazione: M20 – NGC 6514
Tipo: Nebulosa Composita
Classe: Regione H II
Distanza: 5200 anni luce
Estensione: 40 anni luce
Costellazione: Sagittarius
Ascensione Retta: 18h 02m 23s
Declinazione: -23° 01′ 48″
Magnitudine: +6.3
Diametro Apparente: 20′ x 20′
Scopritore: Charles Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso globulare è da giugno ad ottobre.
- Occhio nudo: non osservabile.
- Binocolo: facilmente individuabile con un 10×50, apparendo come una macchia circolare opaca circondata da diverse stelle.
- Telescopi
- Piccolo diametro: poche differenze con l’osservazione binoculare.
- Medio diametro: con telescopi da 12-15 cm è possibile iniziare a notare le variazioni dell’intensità della luminosità all’interno della nebulosa. Sotto cieli bui è possibile osservare accenni delle tre bande oscure interne.
- Grande diametro: dai 20 cm in su emerge un gran numero di dettagli, con le bande oscure che danno il nome alla nebulosa ora ben visibili, insieme a molte delle stelle associate ad essa.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M1 – Nebulosa del Granchio
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ABSTRACT
Nebulosa al di sopra del corno meridionale della costellazione del Toro, non contiene alcuna stella; possiede una luce biancastra, elongata nella forma di una fiamma di candela, scoperta durante le osservazioni della Cometa del 1758.
(Traduzione dal Catalogo Messier – 3a versione del 1781, pubblicata nel 1784).
Un brillante astro nel cielo diurno
Siamo agli inizi dell’anno mille, 1054 per la precisione, quando osservatori in Italia, Armenia, Cina, Nord America, Iraq e Giappone notano, vicino al Sole, una nuova stella.
Questo oggetto insolito – che ora sappiamo essere la supernova SN 1054 – è visibile a occhio nudo anche nel cielo diurno e ha una magnitudine stimata tra -4 e -7.5. L’astro luminoso suscita subito grande interesse e astronomi cinesi proseguono le osservazioni diurne a fino alla fine di luglio di quello stesso anno, e notturne fino all’aprile di due anni dopo.

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Spostandoci avanti nel tempo di circa sette secoli, senza avere nessuna conoscenza di queste osservazioni del periodo medioevale, nel 1731 il fisico e astronomo dilettante John Bevis scopre una nebulosa nella posizione della supernova SN 1054. Circa venti anni dopo, anche Charles Messier vede la stessa nebulosa, ma la confonde in un primo momento con la cometa del 1758. Questo fatto gli suggerisce l’idea di compilare un catalogo di oggetti che potenzialmente potrebbero essere confusi con comete a causa del loro aspetto nebuloso.
Molti altri osservatori – tra i quali William Herschel (il figlio John) e William Lassall (lo scopritore di Tritone, la luna più grande di Nettuno) – proseguirono lo studio di questa nebulosa, fino a che, nel 1844, William Parsons decide di denominarla Nebulosa del Granchio dato che uno schizzo da lui fatto dopo varie osservazioni ricordava proprio la forma di questo crostaceo. La prima fotografia verrà invece realizzata solo quasi mezzo secolo dopo, nel 1892, dal Dr. Isaac Roberts.
Nel 1921 John Charles Duncan riesce a calcolare il rateo di espansione della nebulosa (circa 1500 km/s) e data la sua origine a circa 900 anni prima. A questo punt, Knut Lundmark propone di indicare la supernova SN 1054 come progenitrice della nebulosa stessa.
Questa ipotesi oggi è un fatto accertato, in particolare dopo che, nel 1968, la pulsar centrale è stata rilevata dal radiotelescopio di Arecibo.

Caratteristiche fisiche
La Nebulosa del Granchio (M1) è l’unico resto di supernova nell’intero Catalogo Messier, ed è, data la sua giovane età, uno degli oggetti più studiati del profondo cielo.
L’esplosione della stella progenitrice creò un enorme insieme di filamenti che ha continuato ad espandersi dal 1054 ad oggi, e che continuerà a farlo in futuro, fino a quando gli stessi filamenti scompariranno nello spazio circostante.
I filamenti sono composti da gas ionizzato, responsabile della luminosità della nebulosa, e gli elettroni che si trovano nei gas si muovono vicini alla velocità della luce, emettendo radiazione e rendendo M1 visibile anche nello spettro delle onde radio.
La nebulosa è composta principalmente da idrogeno ed elio ionizzati insieme a piccole percentuali di ossigeno, azoto, ferro, carbonio, e altri elementi, con una temperatura che va dagli 11000 K ai 18000 K.
Più recenti osservazioni, ottenute da telescopi terrestri e spaziali, indicano la presenza di strutture ad anelli e getti che emergono perpendicolari a queste. La pulsar centrale, una stella di neutroni la cui esistenza fu teorizzata dall’astrofisico italiano Franco Pacini negli anni ’60, emette impulsi sia luminosi che radio con lo stesso periodo di circa 33 millisecondi.
Lo studio di questa supernova storica ha aiutato gli astronomi nel comprendere più a fondo le proprietà basilari di una pulsar (come età, ordini di magnitudine e periodo di rotazione), e, più in generale, la natura dei resti di supernova.

Posizione nel Cielo
La Nebulosa del Granchio si trova – come indicato da Messier – al di sopra del corno inferiore della costellazione del Toro, vicino alla stella Zeta Tauri. Questa stella è facilmente rintracciabile partendo dalla rossa Aldebaran (Alpha Tauri) e seguendo la linea inferiore della forma a V che questa costellazione presenta tipicamente nel cielo notturno. Zeta Tauri è la prima stella luminosa che appare su questa linea immaginaria.
Zeta Tauri forma un quadrato (o un pentagono) immaginario con altre tre (quattro) stelle vicine e meno luminose. La Nebulosa del Granchio si può individuare facilmente in prossimità di questo quadrato (pentagono).
Designazione: M1 – NGC 1952
Tipo: Nebulosa Galttica
Classe: Resto di Supernova
Distanza: 6500 +/- 1600 anni luce
Estensione: 5.5 anni luce
Costellazione: Taurus
Ascensione Retta: 05h 34m 31.97s
Declinazione: 22° 00 52,1″
Magnitudine: +8.4
Diametro Apparente: 6′ x 4′
Scopritore: G. D. Maraldi nel 1746
Osservabilità
Il periodo migliore per osservare M1 nell’emisfero settentrionale, alle latitudini italiane, è durante il tardo autunno e l’inizio dell’inverno, da novembre a gennaio.
- Occhio nudo: invisibile.
- Binocolo: sotto condizioni del cielo perfette e lontano da inquinamento luminoso, un 10×50 può mostrare solo una piccola nebulosità, mentre strumenti più potenti permettono di osservare minimi dettagli in più.
-
- Piccolo diametro: M1 appare come una cometa senza coda. In strumenti da 60 mm a 100 mm è tuttavia possibile distinguere la sua forma non circolare.
- Medio diametro: con strumenti da 120 mm e oltre la forma irregolare della nebulosa inizia a distinguersi con la porzione a SE meno luminosa e un generale aspetto che richiama la lettera S.
- Grande diametro: con strumenti da 14 pollici in su è possibile osservare più dettagli fini sulle strutture interne della nebulosa e le irregolarità dei bordi. La pulsar centrale è visibile solamente con telescopi da 16/20 pollici in su.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 255 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M2 – Nel Cielo con Charles Messier
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Dopo la Nebulosa del Granchio, rappresentante tipica dei residui di supernova, il secondo oggetto del Catalogo compilato dall’astronomo francese (“Messier 2”) inaugura una nuova tipologia di corpi celesti, quella degli ammassi globulari: un insieme sferico di centinaia di migliaia o anche milioni di stelle, tutte concentrate in un volume di decine di anni luce di diametro.
Gli ammassi globulari sono fra i più antichi, compatti e densi sistemi stellari oggi conosciuti. La loro lunghissima storia inizia all’alba dell’universo e ci racconta come il processo di formazione di questi gruppi di stelle si sia già completato un miliardo di anni dopo il Big Bang. Purtroppo non esiste ancora una spiegazione convincente di come tutto questo sia avvenuto. Le teorie sono tante e la più intuitiva è quella che li considera i mattoni costitutivi delle galassie.
Se così fosse, i 161 globulari che orbitano ancora intorno alla Via Lattea a distanze di decine di migliaia di anni luce, dovrebbero essere interpretati come i superstiti di uno sciame che doveva un tempo comprenderne milioni.
Gli ammassi globulari ruotano attorno al nucleo di una galassia su orbite di elevata eccentricità e alta inclinazione rispetto al piano galattico, con tempi di rivoluzioni dell’ordine del centinaio di milioni di anni.
Sebbene il più grande e luminoso dei globulari, Omega Centauri, sia stato osservato a occhio nudo fin dall’antichità, per secoli fu creduto soltanto una stella un po’ strana, e nemmeno l’avvento del telescopio riuscì a chiarire la vera natura dei numerosi altri che vennero scoperti in seguito. Nelle prime osservazioni telescopiche, infatti, gli ammassi apparivano come macchie sfocate, definite dagli astronomi “stelle nebulose”… il che portò Charles Messier a includere i più luminosi – addirittura 28! – nel suo catalogo, visto che potevano essere scambiati facilmente per piccole comete.
A partire dalla fine del 18° secolo, soprattutto grazie ai grandi e luminosi telescopi riflettori di William Herschel (1738-1822), quei piccoli fiocchi di luce furono finalmente risolti in stelle. Quando Herschel iniziò la sua ricognizione completa del cielo nel 1782, c’erano 34 ammassi globulari conosciuti. Herschel ne scoprì altri 36 e fu il primo a risolverli praticamente tutti in stelle. In più, si deve proprio al più straordinario osservatore di tutti i tempi (di cui il prossimo 25 agosto ricorrerà il secondo centenario della morte) il termine “ammasso globulare”, che comparve per la prima volta nel suo Catalogue of Nebulae and Clusters of Stars, pubblicato nel 1789.
Bene. Se questo che abbiamo appena esposto può essere considerato il biglietto da visita dei globulari, adesso diventa però necessario andare nello specifico e parlare di Messier 2, ovvero del primo ammasso globulare citato nel Catalogo.
Prima di tutto… chi l’ha scoperto?
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A quel tempo era l’osservatorio di Parigi ad attirare i migliori astronomi europei, molti dei quali erano italiani. Nelle austere stanze de l’observatoire, infatti, per lunghi anni aveva comandato Giovanni Domenico Cassini (1625-1712), nato in liguria a Perinaldo. E poi gli eredi, con i figli e con il nipote Giacomo Filippo Maraldi (1665-1729), anche lui di Perinaldo, a fargli da assistente.
A sua volta, nel 1727 Giacomo chiamò a Parigi il nipote Giovanni Domenico Maraldi (1709-1788), e fu proprio questi, l’11 settembre 1746, a imbattersi durante le sue osservazioni in quel batuffolo di luce che noi oggi conosciamo come M2.
Maraldi lo descriverà come:
“Stella nebulosa, senza alcuna altra stella intorno”
Ma non solo… con molto acume avanzerà anche l’ipotesi che il chiarore che circonda il nucleo della “stella nebulosa” possa essere dovuto a stelle troppo piccole per essere viste singolarmente:
“…facendo pensare che il biancore che la circonda è dato dalla luce di una massa di stelle troppo piccole per essere viste [anche] con i più grandi telescopi”.
L’11 settembre 1760, 14 anni dopo ed esattamente nello stesso giorno, Charles Messier “riscopre” lo stesso oggetto senza sapere nulla della scoperta di Maraldi (il che, sinceramente, pare assai poco credibile), catalogandolo nuovamente come “stella nebulosa”.
Nella prima edizione del suo Catalogo, Messier scriverà infatti:
“Nebulosa senza stelle nella testa dell’Aquario. Il centro è brillante, e la luminosità che lo circonda è rotonda. Assomiglia alla bella nebulosa che si trova tra la testa e l’arco del Sagittario”.
Non deve stupire il fatto che anche Messier, nonostante fossero passati 14 anni dalla scoperta di Maraldi, descriva l’oggetto come “una stella nebulosa”. Malgrado in quell’occasione si sia avvalso di un riflettore di 15 cm di diametro, l’abitudine del “cercatore di comete” a usare bassi ingrandimenti (104X) gli impedì infatti di risolvere almeno le stelle più brillanti dell’ammasso. Impresa ampiamente alla portata di strumenti come quello che stava usando!
L’astronomo francese doveva però essersi accorto della particolarità di quell’oggetto… solo così si spiegherebbe il riferimento alla “nebulosa che si trova nel Sagittario”, che non è altro che M22, un altro famoso globulare (il primo in assoluto ad essere scoperto, nel 1665).
Come abbiamo già detto, sarà poi William Herschel, il 27 ottobre 1794, a risolvere M2 in stelle; anche lui con un riflettore da 15 cm, ma usato a 227 ingrandimenti! Un accorgimento che gli permetterà di scrivere:
“I can see that it is a cluster of stars, many of them visible”

Ma che cos’è in realtà Messier 2?
L’abbiamo già detto, è un ammasso globulare, ma la sola definizione non basta a descrivere questo “mostro” che si trova sotto il polo meridionale della nostra Galassia a una distanza di circa 55.000 anni luce dalla Terra.
È uno dei più estesi globulari conosciuti, con un diametro di ben 175 anni luce. Per avere un’idea delle sue dimensioni basterà sapere che la distanza tra il nostro Sole e la stella a noi più vicina, Proxima Centauri, è di “soli” 4,3 anni luce!
Ed è anche uno dei globulari più antichi, con una età stimata di 13 miliardi di anni. La sua magnitudine si ferma poco sotto la soglia di visibilità ad occhio nudo, con un valore di +6.3. Si presenta come un ammasso molto compatto e denso contenente circa 150.000 stelle, le più brillanti delle quali, di magnitudine apparente +13, appartengono alla classe delle giganti rosse e gialle.

Dove trovarlo?
M2 può essere individuato come uno dei vertici di un immaginario triangolo rettangolo che comprende anche le stelle Alfa Aquarii (Sadalmelik) e Beta Aquarii (Sadalsuud). Un buon metodo per rintracciarlo è considerare che M2 possiede (approssimativamente) la stessa ascensione retta di Beta Aquarii e la stessa declinazione di Alfa Aquarii.
Come aveva fatto notare Maraldi, l’ammasso si trova in una zona di cielo abbastanza sgombra da stelle luminose. La più vicina, a più di un grado di distanza, è di magnitudine +6,2. Sarà quindi facile riconoscere l’ammasso anche con modesti binocoli.
Designazione: M2 – NGC 7089
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: II (molto compatto)
Distanza: 55000 anni luce
Estensione: 175 anni luce
Costellazione: Aquarius
Ascensione Retta: 21h 33m 27s
Declinazione: -00° 49′ 24″
Magnitudine: +6.3
Diametro Apparente: 7′ x 7′
Scopritore: G. D. Maraldi nel 1746
Quando e come osservarlo?
Il periodo migliore per osservare M2 alle latitudini italiane è durante il periodo da luglio ad ottobre. Possibilmente quando l’ammasso transita in meridiano (a sud) e raggiunge quindi la massima altezza sull’orizzonte (per Roma, circa +48°).
- Occhio nudo: invisibile, a meno che non ci si trovi in zone estremamente buie e sotto cieli tersi.
- Binocolo: lontano da inquinamento luminoso, un 10×50 può mostrare una piccola nebulosità con un centro più brillante.
-
- Piccolo diametro: M2 appare come una piccola nebulosa circolare ed è molto difficile, se non impossibile risolvere le singole stelle.
- Medio diametro: con strumenti da 150 mm e oltre si inizia a risolvere alcune delle stelle più luminose nella periferia dell’ammasso, mentre il centro continua a rimanere compatto e luminoso.
- Grande diametro: con strumenti da 25-30 cm in su è possibile osservare dettagli anche nelle vicinanze del nucleo. A questo punto la forma generale ci apparirà finalmente ellittica, piuttosto che circolare.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 255 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M3 – La Nebulosa per Sbaglio
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Messier 3 rappresenta una pietra miliare nell’astronomia osservativa, essendo stato il primo vero oggetto scoperto da Charles Messier nel 1764. Questo ammasso globulare, inizialmente classificato come nebulosa, ha stimolato l’interesse dell’astronomo francese per la catalogazione di oggetti celesti, dando origine al celebre Catalogo Messier. Situato nella costellazione dei Canes Venatici, M3 è un capolavoro del cielo primaverile, caratterizzato da una densità impressionante di stelle e da peculiarità uniche come le Blue Stragglers e un numero straordinario di stelle variabili.
Storia delle osservazioni
M3 nel 1974 fu la prima vera scoperta di Messier, che erroneamente ma giustificato dai limiti del suo strumento, lo classificò come nebulosa. Un primato che di certo al tempo contribuì a stimolare l’interesse dell’astronomo nell’osservazione e a rafforzare l’intento di costruire un preciso catalogo di oggetti celesti.
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Sull’ammasso Messier annota: “Nebulosa scoperta tra Bootes ed uno dei Cani da Caccia di Hevelius; essa non contiene alcuna stella, il suo centro è brillante e la sua luce va scemando insensibilmente, essa è rotonda; con un bel cielo la si può vedere con un telescopio da un piede; essa è riportata sulla carta della cometa osservata nel 1779. Memorie dell’Accademia dello stesso anno. Riosservata il 29 marzo 1781, sempre bellissima.” (traduzione dal Catalogo Messier, 3a versione, 1781, pubblicata nel 1784).
Circa venti anni dopo, William Herschel riuscì a risolvere la composizione stellare di questo oggetto celeste con uno strumento dal diametro notevolmente maggiore rispetto a quello di Messier. Quasi mezzo secolo dopo, il figlio di Herschel, John, approfondì ulteriormente le osservazioni, annotando come in M3 ci fossero “non meno di mille stelle di undicesima magnitudine o inferiore”.
Molti altri astronomi hanno studiato questo stupendo ammasso globulare nel corso degli ultimi secoli, producendo sempre affascinanti descrizioni che hanno portato, di conseguenza, sempre più osservatori (sia professionali che amatoriali) a rivolgere gli occhi verso questo oggetto celeste.

Caratteristiche fisiche
M3, molto ricco in metalli, è uno dei circa 250 ammassi globulari nella nostra galassia. È situato a circa 33.900 anni luce dal nostro pianeta, abbastanza isolato al di sopra del piano galattico, da cui dista poco meno di 32.000 anni luce. Presenta un’orbita fortemente ellittica che lo trascina, durante il suo periodo orbitale di 300 milioni di a.l. anche a 50.000 anni luce dal centro della Via Lattea.
Contiene oltre mezzo milione di stelle sparse in un diametro di 180 anni luce. La sua età stimata è di circa 11.4 miliardi di anni, rendendolo decisamente antico se paragonato all’età del nostro Sistema Solare, che di soli 4.5 miliardi di anni.
Anche per questo ammasso, come per Messier 2, la magnitudine è di poco oltre la soglia di visibilità ad occhio nudo, con un valore pari a +6.2. Le sue stelle più luminose raggiungono invece al massimo una magnitudine di +12.7, con una abbondanza di stelle rosse e stelle variabili, ma la particolarità e curiosità è catturata da un’esotica categoria di stelle blu.
Nel corso di numerose osservazioni infatti sono state identificate ben 274 stelle variabili all’interno di M3, più di qualsiasi altro ammasso globulare. La prima fu scoperta da Charles Pickering nel 1889, con molte altre individuate dall’astronomo americano Solon Irving Bailey tra il 1895 ed il 1913. Nuove variabili vengono scoperte ancora oggi e la maggioranza appartiene al tipo RR Lyrae, stelle utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche (se ricorderete, anche M2 presentava stelle della stessa categoria).
Ma la vera peculiarità di M3 dicevamo sono le sue stelle blu. Un tipo apparentemente giovani di astri denominati Blue Stragglers (o Stelle Vagabonde Blu) caratterizzate da una temperatura più alta ed un colore più blu di altre stelle di simile luminosità nello stesso ammasso celeste.
Il primo a notare l’esistenza di stelle di questo tipo fu l’astronomo statunitense Allan Sandage verso la fine degli anni cinquanta. Le Vagabonde Blu sembrano violare le teorie standard sull’evoluzione stellare, rappresentata graficamente da diagramma di Hertzsprung-Russel, presentando quindi una possibile evoluzione anomala.
Alcune teorie indicano che questo tipo di stelle potrebbero essersi formate da collisioni stellari, oppure da stelle binarie precipitate l’una sull’altra dando origine quindi ad una singola stella più calda e più luminosa rispetto alle stelle di simile età. Alcuni studi spettrografici condotti al Very Large Telescope (VLT) in Cile e fotometrici raccolti dal telescopio spaziale Kepler sembrano confermare le ipotesi.

Posizione nel Cielo
M3 si può rintracciare nella costellazione dei Canes Venatici, al confine tra il Bootes e la Coma Berenices, in una zona relativamente sgombra da stelle luminose. La più vicina è infatti Beta Coma Berenices, di quarta magnitudine, situata a circa 7° ad ovest dall’ammasso stesso.
Un asterismo stellare che può aiutare nella localizzazione è fornito invece dalla luminosa Arturo (Alpha Bootes) e da Cor Caroli (Alpha Canum Venaticorum): M3 si troverà approssimativamente alla metà della linea immaginaria che unisce queste due stelle.
Designazione: M3- NGC 5272
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: VI
Distanza: 33900 anni luce
Estensione: 180 anni luce
Costellazione: Canes Venatici
Ascensione Retta: 13h 42m 11.62s
Declinazione: -28° 22′ 38.2″
Magnitudine: +6.2
Diametro Apparente: 18’ x 18′
Scopritore: C. Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo affascinante ammasso globulare è durante i mesi della primavera, da marzo a maggio.
- Occhio nudo: invisibile, a meno che non ci si rechi in zone di montagna estremamente buie sotto cieli tersi.
- Binocolo: lontano da inquinamento luminoso, uno strumento 10×50 mostrerà un riconoscibile punto bianco e diffuso.
-
- Piccolo diametro: È possibile iniziare a risolvere alcune stelle di M3 con strumenti intorno ai 100mm di apertura. Al di sotto di questo limite, l’ammasso continua ad apparire come una piccola nebulosa.
- Medio diametro: si risolvono sempre più e più stelle all’aumentare del diametro dello strumento. Il nucleo rimane compatto e brillante.
- Grande diametro: con strumenti da 12 pollici in su è possibile iniziare a risolvere la regione centrale dell’ammasso. Se si hanno a disposizione telescopi da 16 pollici in su, invece, diviene possibile osservare alcune delle piccole galassie presenti ai bordi esterni di M3.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 256 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M4 – Ammasso Globulare non troppo grande
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ABSTRACT
Messier 4, uno degli ammassi globulari più vicini alla Terra, rappresenta una meraviglia del cielo estivo. Situato nella costellazione dello Scorpione, a soli 7.200 anni luce di distanza, questo ammasso antico offre agli osservatori e agli studiosi una finestra sull’evoluzione stellare e galattica. Con le sue caratteristiche uniche, come la “linea di stelle” individuata da Herschel e la presenza del pianeta “Matusalemme”, M4 è un oggetto celeste straordinario, ricco di storia e scoperte che spaziano dall’antichità ai più moderni studi astrofisici.
Storia delle osservazioni
Già queste parole fanno immaginare l’emozione della scoperta e l’interesse a voler investigare maggiormente questo nuovo (per l’epoca) oggetto celeste nella costellazione dello Scorpione.
Tuttavia, le annotazioni di de Chéseaux non vennero mai pubblicate, e questo rese l’astronomo e geodeta francese Nicolas Louis de Lacaille uno scopritore indipendente, con le sue osservazioni da Cittá del Capo, nell’attuale Repubblica del Sud Africa, nel 1752. De Lacaille annotò: “Nebulosa senza stelle, rassomigliante ad un piccolo nucleo di una debole cometa.”
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M4 venne catalogato dallo stesso Messier 19 anni dopo, nel 1764, con questa annotazione: “Ammasso di piccolissime stelle; con un telescopio più piccolo appare più simile ad una nebulosa; quest’ammasso si trova vicino ad Antares e sullo stesso parallelo. Osservato da M. de La Caille e riportato nel suo catalogo…diam. 2½’.” (traduzione dal Catalogo Messier, 3a versione, 1781, pubblicata nel 1784).
William Herschel, nel 1783, aggiungeva: “un ricco ammasso di piccole stelle notevolmente compresse circondate da altri astri disposti in modo più sparso. L’ammasso contiene una linea di stelle che attraversa il suo centro da Sud verso Nord, contenente circa 8-10 stelle luminose, tutte di colore rossastro.”

Caratteristiche fisiche
Messier 4 è uno degli ammassi globulari più vicini al nostro pianeta, distante solamente 7200 anni luce. Data la sua ridotta distanza dal piano galattico, solo 2.000 anni luce (per paragone, ricorderete dal precedente articolo che M3 era distante circa 32.000 anni luce da detto piano), questo ammasso globulare risente dell’assorbimento – o estinzione – interstellare, che lo rende meno luminoso di quanto non sia in realtà. Di conseguenza, se M4 non fosse oscurato da gas e/o polveri del mezzo interstellare che, dal nostro punto di vista, si frappongono tra noi e l’ammasso stesso, questo risulterebbe molto più brillante.
Messier 4 contiene più di 100.000 stelle, con le più luminose identificabili in quelle appartenenti alla “linea” individuata da Herschel, di magnitudine +11. Risulta quindi abbastanza piccolo se paragonato ad altri ammassi globulari che possono arrivare a contenere anche mezzo milione di stelle.
Vi sono almeno 65 stelle variabili, di cui 3 del tipo RR Lyrae, utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche. L’analisi degli astri dell’ammasso suggerisce inoltre la presenza di due distinte popolazioni stellari, probabilmente dovute a due o più differenti fasi di formazione stellare all’interno di M4 stesso.
La sua età stimata è di circa 12.2 miliardi di anni, il che lo rende un altro oggetto celeste della nostra galassia molto più antico del nostro Sistema Solare, che ha solo 4.5 miliardi di anni. M4 orbita intorno alla nostra galassia in circa 116 milioni di anni e, dato che al suo punto dell’orbita più vicino al nucleo della Via Lattea, l’ammasso transita a soli 16.000 anni luce dal nucleo stesso, M4 viene soggetto a forze di marea che ne causano la probabile riduzione nel numero totale di stelle. Si può quindi ipotizzare che, in passato, questo ammasso globulare fosse molto più ricco e luminoso.
Nel 1987 il telescopio spaziale Hubble individuò al suo interno la prima pulsar, con un periodo di circa tre millisecondi. Le pulsar (da pulsating radio source – sorgente radio pulsante) sono stelle di neutroni generate come prodotto di una supernova, quando il nucleo della stella originante collassa in un raggio molto ristretto, magnificando in modo notevole l’originale campo magnetico. Un fascio di radiazioni viene emesso lungo l’asse magnetico della pulsar, e può essere osservato soltanto quando diretto verso la Terra, creando la sua apparenza pulsante (un po’ come osservare la luce prodotta da un faro da una barca in mare aperto).
Un’altra affascinante scoperta, sempre effettuata dal telescopio spaziale Hubble, avvenne nel 2003, quando fu individuato un sistema stellare doppio composto da un’altra pulsar e una nana bianca. All’interno di questo sistema è presente un pianeta extrasolare (identificato come PSR B1620-26 (AB)b) estremamente antico, avente secondo le stime circa ben 13 miliardi di anni, e per questo soprannominato “Matusalemme” o “il pianeta della Genesi”.
Uno studio, condotto nel 2003, ha mostrato come questo pianeta, di circa 2.5 volte la massa di Giove, sia stato uno “spettatore” relativamente indisturbato della inusuale evoluzione del suo stesso sistema stellare.
Infatti, dopo la sua formazione intorno ad una stella simile al nostro sole, come detto circa 13 miliardi di anni fa, l’intero sistema stellare di “Matusalemme” viaggiò fino alla regione centrale di Messier 4, attraversandola.
Durante questo transito il sistema venne attratto dal pozzo gravitazionale formato da un altro sistema stellare binario, composto da una stella di neutroni e dalla sua compagna. La stella di neutroni pian piano catturó la stella del sistema di “Matusalemme” e durante questo “scontro gravitazionale” la compagna originaria della stella di neutroni venne espulsa nello spazio.
Con il passare del tempo (miliardi di anni) la stella di “Matusalemme” si trasformò in una gigante rossa, rilasciando materiale verso la stella di neutroni, che iniziò a ruotare sempre più velocemente fino a divenire una pulsar con un rateo di 100 rotazioni al secondo. La vecchia gigante rossa divenne quindi una nana bianca, rimanendo però gravitazionalmente legata alla nuova pulsar.
In tutto questo spettacolo di trasformazione ed evoluzione stellare, il pianeta “Matusalemme” è puramente “rimasto a guardare” da un posto in primissima fila, e possiamo affermare senza dubbio che se potesse scrivere la sua storia, riempirebbe una intera, affascinante, enciclopedia.

Posizione nel Cielo
M4 può essere trovato a soli 1.4° dalla stella principale della costellazione dello Scorpione, Antares (o Alpha Scorpii).È possibile osservare sia la stella che l’ammasso globulare allo stesso tempo, e nella stessa area osservata, con telescopi e/o oculari a largo campo.
Messier 4 ha approssimativamente le stesse dimensioni apparenti della Luna piena (circa 30 primi d’arco) e il suo aspetto, quando osservato tramite un buon telescopio, venne paragonato dall’astronomo americano Robert Burnham Jr. al decadimento di particelle se viste tramite uno strumento chiamato spintariscopio (un rilevatore a scintillazione utilizzato per studiare il decadimento di singoli atomi).
Designazione: M4 – NGC 6121
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: IX
Distanza: 7200 anni luce
Estensione: 70 anni luce
Costellazione: Scorpius
Ascensione Retta: 16h 23m 35.22s
Declinazione: -26° 31′ 32.7″
Magnitudine: +5.6
Diametro Apparente: 26’ x 26′
Scopritore: Philippe Loys de Chéseaux nel 1745
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso globulare è durante i mesi estivi, da maggio ad agosto.
- Occhio nudo: invisibile, eccetto in condizioni atmosferiche ottimali, data la sua ridotta elevazione sull’orizzonte dall’Italia e la sua prossimità alla stella Antares.
- Binocolo: lontano da inquinamento luminoso, uno strumento 10×50 mostrerà una brillante regione centrale circondata da un alone luminoso.
-
- Piccolo diametro: M4 continua ad apparire come una piccola nebulosa con una porzione più luminosa nel suo centro.
- Medio diametro: si iniziano a risolvere singole stelle da 100-120mm in su. Il nucleo rimane compatto e brillante.
- Grande diametro: è possibile apprezzare al meglio la “linea di stelle” notata da Herschel e si può anche notare il piccolo e più debole ammasso globulare NGC 6144 (di nona magnitudine) a circa 1° a NE di M4.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 257 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M5 – Ammasso Globulare
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Messier 5 (M5) è un magnifico ammasso globulare situato a circa 24.500 anni luce dalla Terra, nell’alone galattico della Via Lattea. Scoperto nel 1702 da Gottfried Kirch, questo ammasso è noto per la sua densità stellare, contenendo oltre 100.000 stelle, con stime che arrivano fino a mezzo milione. È uno degli ammassi globulari più antichi, con un’età stimata di 13 miliardi di anni. Osservabile al meglio da aprile a settembre, M5 offre agli astronomi un laboratorio naturale per lo studio dell’evoluzione stellare, ospitando fenomeni come le Blue Stragglers, stelle variabili RR Lyrae e due pulsar millisecondi.
Storia delle osservazioni
Continuando la serie degli ammassi globulari che apre il Catalogo Messier (eccetto per Messier 1, come abbiamo visto qualche mese fa) arriviamo a Messier 5. L’ammasso fu scoperto dall’astronomo tedesco Gottfried Kirch e dalla moglie Maria Margarethe Winckelmann il 5 Maggio 1702, annotandolo come “stella nebulosa”. Charles Messier riscoprí l’ammasso nel 1764, descrivendolo nel suo catalogo come una: “Bella nebulosa tra la Bilancia e il Serpente, vicino alla stella n° 5 del Serpente (secondo il Catalogo di Flamsteed), di sesta magnitudine; non contiene stelle e, con un buon cielo, si vede bene in un ordinario strumento da un piede …rivista il 5 sett. 1780, e il 30 genn. e il 22 marzo 1781.”
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Circa dieci anni dopo le prime osservazioni di Messier, William Herschel fu il primo a risolvere la natura stellare dell’oggetto celeste, riclassificandolo come ammasso dopo aver contato circa 200 astri, ma annotando allo stesso tempo che “il nucleo rimane così compatto da non poter distinguere nessuna stella”.
Pochi anni dopo il figlio di Herschel, John, descrisse M5 come “il più magnifico esempio di ammasso compresso di tipo globulare” mentre l’astronomo e ammiraglio della Royal Navy inglese Sir William Henry Smyth descrisse l’oggetto con tutta la passione di un ammiratore del cielo: “Questo oggetto superbo è una massa nobile, che rinfresca i sensi dopo la ricerca di oggetti deboli; [presenta] diramazioni in tutte le direzioni e un brillante splendore centrale che supera persino la concentrazione di M3”.
Molte altre osservazioni sono seguite nelle decadi e secoli successivi, tra le quali possiamo ricordare l’astronomo americano Edward Emerson Barnard (noto per la scoperta della stella che porta il suo nome, avente il più grande moto proprio di ogni altra stella conosciuta a parte il Sole), e i colleghi Heber Doust Curtis (che partecipò a ben 11 spedizioni per osservare la fase totale di varie eclissi di Sole) e Solon Irving Bailey (che scoprì uno degli asteroidi della fascia principale, 504 Cora).

Caratteristiche fisiche
Messier 5 si trova a circa 24500 anni luce dal nostro pianeta, nell’alone galattico della Via Lattea, e contiene più di 100000 stelle, anche se alcune stime rivedono questo totale al rialzo fino alla cifra di mezzo milione di astri. Presenta una magnitudine apparente di 5.6, il che lo renderebbe visibile (con difficoltà) ad occhio nudo se osservato sotto condizioni atmosferiche perfette e lontano da tutte le fonti di inquinamento luminoso. L’ammasso è uno dei più estesi globulari conosciuti, con un diametro di circa 165 anni luce, e con una influenza gravitazionale che si estende fino a più di 200 anni luce dal suo centro.
M5 completa la sua orbita molto eccentrica intorno alla nostra galassia in circa un miliardo di anni, raggiungendo una distanza massima di circa 150000 anni luce dal nucleo galattico. Nella nostra era, invece, la sua distanza è di circa 20000 anni luce, rendendolo molto più facile da osservare. La sua età stimata è di circa 13 miliardi di anni, rendendolo uno degli ammassi globulari più antichi presenti nella nostra galassia. Si sta allontanando dal nostro pianeta alla velocità di circa 52 km/s.
Questo ammasso globulare contiene almeno un centinaio di stelle variabili del tipo RR Lyrae, utilizzate come punto di riferimento per misurare le distanze galattiche e tipiche di questa categoria di oggetti stellari. La più luminosa di queste varia la sua brillantezza da una magnitudine di 12.1 ad una di 10.6 in un periodo di soli 26.5 giorni.
Una peculiarità di Messier 5, come per Messier 3, sono le sue stelle blu. Questo tipo di astri viene denominato Blue Stragglers (o Stelle Vagabonde Blu) per la loro caratteristica di risultare più calde e più blu di altre stelle di simile luminosità nello stesso ammasso celeste.
L’esistenza di stelle di questo tipo fu notata per la prima volta dall’astronomo statunitense Allan Sandage negli anni ‘50. Le Vagabonde Blu sembrano andare contro le teorie tipiche dell’evoluzione stellare, che indicano che tutte le stelle nate nella stessa epoca dovrebbero trovarsi in una specifica posizione nel diagramma di Hertzsprung-Russel determinata dalla loro massa, presentando quindi una possibile evoluzione anomala.
Come scritto anche per Messier 3, alcune teorie indicano che questo tipo di stelle potrebbero essersi formate da collisioni stellari, oppure da stelle binarie precipitate l’una sull’altra, creando quindi una singola stella più calda e più luminosa rispetto a stelle di simile età. Alcuni studi provano queste teorie come possibilmente realistiche, in particolare quelli spettrografici condotti dal Very Large Telescope (VLT) in Cile e quelli fotometrici realizzati grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale Kepler.
Messier 5 è anche noto per la presenza di una nova nana al suo interno con un periodo tra le detonazioni (e conseguenti aumenti di luminosità) di sole 5.8 ore. Questo tipo di variabile cataclismica consiste in un sistema binario molto stretto, nel quale una delle due componenti è una nana bianca che sottrae materia dalla stella compagna. A differenza delle nove “classiche” (dove l’aumento di luminosità è dovuto alla fusione e detonazione dell’idrogeno acquisito dalla compagna) le “nove nane” presentano un aumento minore di brillantezza probabilmente dovuto al fatto che il meccanismo dietro l’esplosione dipende dal raggiungimento di un determinato livello di instabilità del loro disco di accrescimento.
Nel 1997 fu annunciata la scoperta di due pulsar in M5 con un periodo di circa due millisecondi. Le pulsar (da pulsating radio source – sorgente radio pulsante) sono stelle di neutroni che si generano come prodotto di supernove, quando il nucleo della stella originante collassa in un raggio molto ristretto, incrementando notevolmente l’originale campo magnetico. Un fascio di radiazioni viene emesso lungo l’asse magnetico della pulsar, e può essere osservato soltanto quando diretto verso la Terra, creando la sua apparenza pulsante (un po’ come osservare la luce prodotta da un faro da una barca in mare aperto).

Posizione nel Cielo
M5 si rintraccia facilmente ad una distanza di circa 10 gradi verso nord (la distanza di cielo coperta da un pugno chiuso a braccio teso di fronte all’osservatore) dalla stella più luminosa della costellazione della Bilancia, Zubeneschamali (Beta Librae).
Un altro modo per trovarlo è tracciare una linea dalla stella più luminosa dello Scorpione, Antares (Alpha Scorpii) fino alla brillante Arturo (Alpha Bootis): M5 si troverà a circa 20 gradi da quest’ultima, e ad un terzo della distanza tra le due stelle. Se si vuole invece prendere come riferimento la stella più luminosa della Vergine, Spica (Alpha Virginis), l’ammasso globulare potrà essere trovato a circa 30 gradi ad est della stessa.
Designazione: M5 – NGC 5904
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: V
Distanza: 24500 anni luce
Estensione: 165 anni luce
Costellazione: Serpens
Ascensione Retta: 15h 18m 33.22s
Declinazione: -02° 04′ 51.7″
Magnitudine: +5.6
Diametro Apparente: 23’ x 23′
Scopritore: Gottfried Kirchnel 1702
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso globulare è da aprile a settembre.
- Occhio nudo: invisibile, eccetto in ottime condizioni atmosferiche e lontano da fonti di inquinamento luminoso.
- Binocolo: uno strumento 10×50 (o meglio, x70) inizierà a mostrare una macchia argentea dai bordi sfumati nel cielo.
-
- Piccolo diametro: l’ammasso continua a presentare l’aspetto di una piccola nebulosa con una porzione centrale più luminosa.
- Medio diametro: si iniziano a risolvere singole stelle da 100-120mm in su insieme agli astri nella sua periferia. Il nucleo rimane non risolto.
- Grande diametro: il denso nucleo continua a non essere risolto. Con strumenti da 12-14 pollici in su diventa possibile apprezzare varie “catene di stelle” che caratterizzano le regioni più esterne dell’ammasso.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 258 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M6 – Ammasso Farfalla
Indice dei contenuti
ABSTRACT
MESSIER 6, o anche NGC6405, a differenza degli ammassi visti fino ad ora non è un ammasso globulare ma un ammasso aperto. Questa tipologia di oggetti celesti é composto da un gruppo numeroso di stelle, fino a qualche migliaio, nate nello stesso periodo da una nube molecolare gigante. L’esempio più famoso a cui fare riferimento per questa categoria é l’ammasso delle Pleiadi (M45) nella costellazione del Toro.
Sono stati scoperti piú di mille oggetti simili solo nella nostra galassia. Oggetti molto interessanti da un punto di vista scientifico in grado di mostrare una visione chiave nello studio dell’evoluzione stellare. In genere, un ammasso aperto appare come un oggetto celeste giovane (in termini astronomici), che riesce a mantenere la sua coesione per almeno mezzo miliardo di anni. Superata tale soglia di età però, interferenze gravitazionali esterne galassia per lo più generate dalla rivoluzione intorno al centro galattico, causano che continue trazioni che, con il passare del tempo, finiscono per sfaldare l’ammasso aperto stesso.
Storia delle osservazioni
Il primo astronomo a lasciare una testimonianza scritta di M6 fu l’italiano Giovanni Battista Hodierna, il quale ne registrò l’osservazione nel, o prima, del 1654, contando solo 18 stelle.
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Alcune ipotisi sostengono che anche l’astronomo Tolomeo, del primo secolo dC, possa averlo individuato durante le sessioni osservative per lo studio del vicino ammasso aperto Messier 7, che porta il suo nome, tuttavia non ne esiste nessuna conferma Passato quasi un secolo M6 diaciamo fu riscoperto dall’astronomo e matematico svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux nel 1745 o 1746, ed osservato, pochi anni dopo (1752), anche dall’astronomo francese Louis de Lacaille dal Capo di Buona Speranza in Sud Africa. che ne scrisse a riguardo, M6 appariva come “un singolare ammasso di piccole stelle, disposte in tre bande parallele, con presenza di nebulositá”.
Qualche anno dopo fu aggiunto al Catalogo Messier, era il 1764 e Charles Messier lo descrive come “un ammasso di piccole stelle tra l’arco del Sagittario e la coda dello Scorpione. Ad occhio nudo sembra una nebulosa senza stelle, ma anche un piccolo telescopio lo rivela come un ammasso di piccole stelle. Diam. 15”.
Ancora nel secolo successivo anche William Herschel, astronomo, fisico e compositore tedesco, naturalizzato inglese, lo ammirò definendolo come un ammasso compatto di stelle sovrapposte. Il figlio John aggiunse i due appellativi “celeste” e “ricco”.-
Sta invece all’astronomo americano Robert Burnham il soprannome “Ammasso Farfalla”, un “affascinante gruppo [di stelle] la cui disposizione suggerisce la forma di una farfalla con le ali spiegate”.

Caratteristiche fisiche
Messier 6 si trova a circa 1600 anni luce dalla Terra, con una incertezza di -100/+400, dovuta al fatto che l’ammasso si trova in una zona del cielo parzialmente oscurata da nubi di polvere interstellare. Si estende per circa 12 anni luce (con alcune valutazioni che lo danno fino a 20 anni luce) ed é formato prevalentemente, come per altri ammassi aperti, da giovani stelle blu di tipo B (anche se la più luminosa é in realtà una stella gigante arancione di tipo K).
La sua età stimata é di circa 100 milioni di anni e sono state individuate pressappoco 120 stelle che potrebbero essere componenti fisiche di questo ammasso aperto. Stelle che continuano a muoversi in gruppo essendo debolmente legate tra loro dalle forze gravitazionali.
L’ammasso si trova a circa 24.500 anni luce dal centro galattico e possiede un periodo orbitale di circa 204 milioni di anni. Presenta una magnitudine di 4.2 che é tuttavia soggetta a variazioni dovute alla variabile semiregolare BM Scorpii (la gigante arancione descritta in precedenza) la cui magnitudine varia da un valore di 5.5 ad un valore di 7. Il contrasto tra questa stella e le rimanenti componenti blu é notevole.

Posizione nel Cielo
M6 é uno degli ammassi aperti più luminosi del cielo notturno. Si può rintracciare a poca distanza da M7, di dimensioni maggiori, ed é posizionato a circa metà strada tra la punta della coda della costellazione dello Scorpione e la punta della freccia della costellazione del Sagittario.
Forma una delle punte di un triangolo che ha come vertici, M6, M7 (distante circa 4 gradi), e la stella tripla Shaula (Lambda Scorpii, distante circa 5 gradi).
Designazione: M6 – NGC 6405
Tipo: Ammasso Aperto
Classe: II3m
Distanza: 1600 anni luce
Estensione: 12 anni luce
Costellazione: Scorpius
Ascensione Retta: 17h 40m 20.1s
Declinazione: -32° 15′ 12″
Magnitudine: +4.2
Diametro Apparente: 25’
Scopritore: Giovanni Battista Hodierna prima del 1654
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso globulare è da aprile a settembre.
- Occhio nudo: visibile lontano da fonti di inquinamento luminoso.
- Binocolo: uno strumento 10×50 (raccomandato per l’osservazione di questo oggetto) mostrerà una decina o quindicina di stelle concentrate ed é possibile apprezzare la forma a ‘farfalla’ che da il nome ad M6.
-
- Piccolo diametro: l’ammasso aperto continua ad essere ben visibile, e presenta dettagli aggiuntivi.
- Medio diametro: M6 può essere considerato quasi completamente risolto con strumenti da 100-120mm in su.
- Grande diametro: é ora possibile apprezzare la gigante rossa variabile BM Scorpii sul lato orientale dell’ammasso. E’ possibile anche risolvere variabili aggiuntive e alcune stelle doppie.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 259 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M7 – Ammasso Aperto
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Messier 7 o M7, come Messier 6 nell’articolo precedente, é un oggetto celeste che appartiene alla categoria degli ammassi aperti. Questa tipologia di ammassi é formata da un gruppo di stelle (anche migliaia) che sono nate nello stesso periodo da una nube molecolare gigante.
Storia delle osservazioni
M7 é un ammasso conosciuto sin dall’antichitá. La prima testimonianza scritta ci arriva dall’astronomo, astrologo e geografo greco Claudio Tolomeo (che gli da anche il nome), che lo documentó annotandolo nel suo catalogo (l’Almagesto) come un oggetto nebuloso “successivo alla coda dello Scorpione” con il numero 567. Circa mille anni dopo, nel Medioevo, l’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi impegnato nella revisione e aggiornamento del trattato di Tolomeo, lo classificó come avente una magnitudine di 4.5.
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Successivamente, venne osservato anche dall’astronomo italiano Giovan Battista Hodierna nel 17esimo secolo, che contó circa trenta stelle appartenenti a questo oggetto. Nuove osservazioni vennero effettuate dall’astronomo francese Nicolas-Louis de Lacaille nel 1752, che scrisse: “Gruppo di 15 o 20 stelle, molto vicine l’una all’altra, nella forma di un quadrilatero”.
Charles Messier lo inserí nel suo catalogo nel 1764, descrivendolo come “un ammasso considerevolmente più grande del precedente (M6). Ad occhio nudo si presenta come una nebulosità; è situato a breve distanza dal precedente, tra l’arco del Sagittario e la coda dello Scorpione. Diametro 30’”. Una curiosità: con una declinazione di -34.8°, questo ammasso aperto é l’oggetto più meridionale dell’intero Catalogo Messier.
Fu studiato anche dall’astronomo, matematico e chimico inglese John Herschel dal Capo di Buona Speranza (nell’attuale Sud Africa) e dall’astronomo, matematico e fisico inglese Edmond Halley (lo scopritore della famosa cometa transitata l’ultima volta nel 1986).

Caratteristiche fisiche
Messier 7 si trova a poco meno di 1000 anni luce dal nostro pianeta (la sua elevata luminosità é dovuta principalmente a questo fattore) ed é composto da alcune centinaia di stelle, in genere di colore blu, con una massa totale di più di 700 volte quella del nostro Sole.
La sua età é stata calcolata in circa 200 milioni di anni e si staglia su un campo molto denso di stelle, che in realtà non appartengono ad M7, ma al bulbo galattico della Via Lattea, distante circa 30000 anni luce.
La stella piú brillante é una gigante gialla di magnitudine 5.6, quindi visibile ad occhio nudo sotto cieli bui lontano da sorgenti di inquinamento luminoso. Sono presenti anche tre giganti rosse e molte binarie spettroscopiche che sono ancora oggi oggetto di studio: in particolare, una variabile ad eclisse (una stella binaria in cui il piano orbitale delle due stelle si trova ben allineato con l’osservatore che le due componenti mostrano eclissi reciproche, transitando l’una di fronte all’altra) azzurra e decine di stelle nane osservate tramite vari studi ai raggi X.
Due delle stelle blu appartengono alla categoria delle Blue Stragglers (o Stelle Vagabonde Blu) per la loro particolare caratteristica di essere più calde e più blu di altre stelle di simile luminosità nello stesso ammasso celeste.
Abbiamo giá incontrato questa categoria stellare in alcuni ammassi globulari illustrati qualche mese fa sempre su questa rivista. Per ricordare, il primo a notare l’esistenza di queste stelle fu l’astronomo statunitense Allan Sandage verso la fine degli anni cinquanta. Le Vagabonde Blu sembrano violare le teorie standard sull’evoluzione stellare, che indicano che tutte le stelle nate nella stessa epoca dovrebbero trovarsi lungo una specifica curva definita nel diagramma di Hertzsprung-Russel determinata unicamente dalla loro massa, presentando quindi una possibile evoluzione anomala.
Alcune teorie indicano che questo tipo di stelle potrebbero essersi formate da collisioni stellari, oppure da stelle binarie precipitate l’una sull’altra, creando quindi una singola stella più calda e più luminosa rispetto a stelle di simile età. Alcuni studi sostengono queste ipotesi, in particolare quelli spettrografici condotti dal Very Large Telescope (VLT) in Cile e quelli fotometrici realizzati grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale Kepler.
Un’altra curiosità su questo ammasso riguarda il fatto che fu utilizzato, il 29 agosto 2006, come soggetto della prima luce del telescopio LORRI (Long Range Reconnaissance Imager) installato sulla sonda New Horizons, all’epoca ancora diretta verso Plutone.

Posizione nel Cielo
M7 é uno tra gli ammassi aperti più facili da osservare, situato a poca distanza da M6 (circa 5° a SE). Può essere rintracciato vicino alle stelle che compongono la coda della costellazione dello Scorpione, a circa 4° 30’ da Lambda Scorpii (Shaula) in direzione del Sagittario.
Un altro metodo per rintracciarlo é immaginare una linea retta tra Shaula e Kaus Media (Delta Sagittarii), con l’ammasso che potrà essere avvistato a circa un terzo di questo percorso.
Designazione: M7- NGC 6475
Tipo: Ammasso Aperto
Classe: I3m
Distanza: 980 anni luce
Estensione: 25 anni luce
Costellazione: Scorpius
Ascensione Retta: 17h 53m 51.0s
Declinazione: -34° 47′ 36″
Magnitudine: +3.3
Diametro Apparente: 80’
Scopritore: Tolomeo nell’anno 130
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso aperto è da giugno ad agosto.
- Occhio nudo: visibile lontano da fonti di inquinamento luminoso, basso all’orizzonte, e appare come una macchia chiara nel cielo di forma ovale più luminosa al centro.
- Binocolo: uno strumento 10×50 (raccomandato per l’osservazione di questo oggetto data la sua estensione) fará apprezzare già decine di stelle, per lo più di colore biancastro.
-
- Piccolo diametro: inizia ad essere visibile l’asterismo a forma di “K” formato dalle stelle piú luminose dell’ammasso.
- Medio diametro: sempre a bassi ingrandimenti, é possibile apprezzare molti più astri nel campo inquadrato ed a risolvere alcune stelle doppie.
- Grande diametro: mantenendo bassi ingrandimenti, centinaia di stelle riempiono tutto il campo visivo intorno all’ammasso.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 260 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M8 – Nebulosa Galattica
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Dopo molti ammassi stellari, sia aperti che globulari, torniamo alle nebulose, con l’estesa Laguna, una delle inseguite ed affascinanti del cielo notturno estivo.
Storia delle osservazioni
La prima annotazione su Messier 8 fu dell’italiano Giovanni Battista Hodierna, che ne registrò l’osservazione nel o prima del 1654, classificandola come No. II.6 nel suo catalogo. Poche decadi dopo, venne individuata nuovamente dall’astronomo inglese John Flamsteed, e successivamente, anche dall’astronomo svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux che la classificò tuttavia come ammasso stellare, dopo aver risolto alcuni degli astri presenti all’interno della nebulosa.
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Nel 1747 l’astronomo francese Guillaume Le Gentil riuscí ad osservare con successo sia la nebulosa che l’ammasso stellare e ne scrisse nel suo trattato Mémoire sur une étoile nébuleuse (Memorie di una Stella Nebulosa) due anni più tardi. Dopo nuove osservazioni effettuate da Nicolas Louis de Lacaille, anche Charles Messier aggiunse il nuovo oggetto al suo catalogo nel 1764, scrivendo: “Ho pure determinato, sempre la stessa notte, la posizione di un piccolo ammasso di stelle che si osserva sotto forma di nebulosa osservandolo con un rifrattore non acromatico di 3 piedi; con un migliore strumento compare una grande quantità di piccole stelle: nei pressi di questo ammasso si trova una stella abbastanza brillante che è circondata da una luce molto debole: è la nona stella di Sagittarius, di settima magnitudine, secondo il catalogo di Flamsteed; l’ammasso appare allungato da Nord-Est a Sud-Ovest. La sua posizione è stata trovata al transito meridiano per comparazione con delta Sagittarii; aveva ascensione retta di 267°29’30” e declinazione australe di 24°21’10”. Può estendersi da Nord-Est a Sud-Ovest per circa 30′.”
Sia l’astronomo Anglo-Tedesco William Herschel che suo figlio John osservarono ripetutamente la nebulosa tra il 1785 ed il 1830 aggiungendo sempre piú dettagli alle descrizioni originali ed identificando numerose strutture interne.
Per concludere questa sezione, la denominazione “Nebulosa Laguna” nacque dopo una descrizione realizzata da uno dei fondatori della British Astronomical Association, l’astronoma irlandese Agnes Clerke, che ne scrisse come “una oscura laguna circondata da una nebbia luminosa”.

Caratteristiche fisiche
Messier 8 é distante poco piú di 4000 anni luce dal nostro pianeta ed appartiene al braccio di spirale galattico immediatamente piú interno rispetto al nostro, il Braccio del Sagittario. Al suo interno é possibile trovare molti oggetti e fenomeni astronomici affascinanti come ammassi aperti, regioni di formazione stellare e nebulose oscure. Vi é anche presente una regione denominata “Nebulosa Clessidra” da John Herschel che é tuttavia da non confondere con l’omonima nebulosa planetaria (MyCn 18) nella costellazione della Musca.
All’interno di questa brillante nebulosa ad emissione sono presenti fenomeni di formazione stellare che hanno giá dato vita un giovane ammasso nella parte orientale M8, non piú vecchio di 2 milioni di anni, e catalogato come NGC 6530 avente una magnitudine visuale di 4.6.
Le dimensioni apparenti della nebulosa equivalgono a quelle di tre lune piene e la regione circostante contiene molti oggetti celesti interessanti, come la nebulosa Trifida (Messier 20) e vari ammassi aperti e globulari (Messier 21 e 28 su tutti).
Messier 8 contiene molti globuli di Bok (catalogati dall’astronomo americano Edward Emerson Barnard), isolate e relativamente piccole nebulose oscure che contengono dense polvere cosmica e dalle quali sono stati rilevati fenomeni di formazione stellare. Vennero osservati per la prima volta dall’astronomo Olandese-Americano Bartholomeus Jan “Bart” Bok negli anni ’40 e dopo studi recenti, l’ipotesi piú accreditata é che ogni globulo può contenere circa 10 masse solari in una regione che si estende solamente per circa un anno luce. Dai globuli di Bok possono nascere, in media, sistemi stellari doppi o multipli.
La porzione descritta come “Nebulosa Clessidra” è in realtà un luminoso agglomerato di polveri e gas ed é illuminata da stelle giovani ed estremamente calde. Nelle vicinanze, e nell’estensione di M8, sono presenti anche strutture ad imbuto create da una stella di tipo O che emette luce ultravioletta, responsabile della ionizzazione dei gasi sulla superficie della Laguna.
I primi quattro oggetti di Herbig-Haro vennero scoperti all’interno di Messier 8. Questi oggetti sono piccole porzioni di nebulosità, studiate per la prima volta dall’astronomo americano George Herbig e dall’astronomo messicano Guillermo Haro, che si formano quando getti di gas eiettati da stelle appena formate si scontrano con le polveri e altri gas nelle vicinanze ad alta velocità. La loro scoperta nella Nebulosa Laguna conferma la presenza di attivi e persistenti fenomeni di formazione stellare.

Posizione nel Cielo
M8 è molto facile da rintracciare nel cielo notturno, anche se immersa nella Via Lattea. La nebulosa si trova a circa 7° a Nord della stella Gamma Sagittarii (Al Nasl), rappresentante la punta della freccia del Sagittario.
Un altro metodo per rintracciarla é immaginandola ad uno dei tre vertici di un triangolo quasi equilatero tracciato tra la stessa Gamma Sagittarii e la stella Delta Sagittarii (Al Thalimain – Kaus Boreale).
Designazione: M8 – NGC 6523
Tipo: Nebulosa Galattica
Classe: Nebulosa ad emissione
Distanza: 4100 anni luce
Estensione: 110×40 anni luce
Costellazione: Sagittarius
Ascensione Retta: 18h 03m 37s
Declinazione: -24° 23′ 12″
Magnitudine: +6.0
Diametro Apparente: 90’ x 40’
Scopritore: Giovanni Hodierna prima del 1654
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso aperto è da maggio a settembre.
- Occhio nudo: debolmente visibile lontano da fonti di inquinamento luminoso in nottate limpide, immersa nella Via Lattea, appare come una macchia chiara elongata nel cielo con una luminosità centrale.
- Binocolo: uno strumento 10×50 renderà possibile un’osservazione più dettagliata, con la nebulosa che appare come una macchia estesa e opaca rispetto al panorama stellare che la circonda.
-
- Piccolo diametro: si riesce a risolvere la nebulosità più luminosa, mostrando la sua forma a clessidra. Altri dettagli sono osservabili, come una porzione più scura e spessa che taglia la nebulosità in modo evidente.
- Medio diametro: emergono ancora più dettagli della nebulosità, ed è possibile risolvere alcune delle strutture maggiori.
- Grande diametro: la porzione oscura si rivela decorata da stelle e circondata da altre strutture nebulose. Emergono fini elementi che circondano la porzione a clessidra.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 261 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M10 – Ammasso Globulare
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Rimanendo sempre nella costellazione dell’Ofiuco (dove si trovava anche il precedente oggetto Messier 9) andiamo ad osservare l’ammasso globulare Messier 10 o M10.
Storia delle osservazioni
Questo ammasso globulare fu scoperto da Charles Messier nel 1764. L’astronomo, non riconoscendolo come ammasso, lo descrisse come una “nebulosa priva di stelle nella cintura di Ofiuco, vicino alla 30ª stella di questa costellazione… Questa nebulosa è bella e rotonda, può essere vista solo con difficoltà in un ordinario telescopio da tre piedi.”
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L’astronomo inglese William Herschel, come fu per il precedente ammasso M9, riuscì per primo, nel 1784, a comprendere la sua natura stellare, annotando nessuna traccia di nebulosità e un ammasso estremamente compatto.
Venne osservato con successo anche da William Henry Smyth, che, utilizzando un telescopio da 6 pollici (circa 15 cm) poté vedere un “ricco ammasso globulare di stelle ravvicinate”. Ancora come Messier 9, venne fotografato dall’astronomo americano Heber Doust Curtis che ne calcolò il diametro apparente in 8’ con una porzione centrale brillante di 2’.
Un altro astronomo americano, Harlow Shapley, fu il primo a stimare la distanza tra la Terra ed M10 in 33000 anni luce, numero che si è poi rivelato essere più del doppio della distanza che conosciamo oggi.

Caratteristiche fisiche
Messier 10, contenente circa 100.000 stelle, dista 14.300 anni luce dal nostro pianeta, e circa 16.000 anni luce dal centro della Via Lattea. La sua distanza fa si che quest’ammasso completi un’intera orbita in 140 milioni di anni e per dare un’idea a quanto tempo questo numero corrisponda, basti pensare che se prendessimo come riferimento il giorno corrente, l’ammasso si sarebbe trovato nella stessa posizione spaziale nell’era in cui i dinosauri erano ancora padroni del pianeta.
M10 ha una massa stimata in 200.000 masse solari ed un diametro di circa 83 anni luce che alla sua distanza lo rendono esteso quanto due terzi del diametro apparente della Luna piena. Tuttavia, data la sua scarsa luminosità periferica, l’ammasso si mostra più ristretto di quanto non sia in realtà.
L’ammasso presenta quattro stelle variabili e si sta allontanando da noi alla velocità di circa 69 km/s. Nella regione del nucleo sono state identificate, come in M3, una concentrazione di stelle blu denominate Blue Stragglers (o Stelle Vagabonde Blu) per la particolare caratteristica di essere più calde e più blu di altre stelle di simile luminosità nello stesso ammasso.
Le analisi dell’ammasso lo datano avente circa 11.4 miliardi di anni, rendendolo uno dei più giovani che conosciamo oggi. Previsioni future indicano che il nucleo più compatto di M10 sarà l’ultimo elemento dell’ammasso a sopravvivere i continui transiti attraverso il disco galattico dove le forze gravitazionali della Via Lattea continueranno a ridurre il suo numero totale di stelle nei prossimi 15-20 miliardi di anni.

Posizione nel Cielo
M10 si può rintracciare piuttosto isolato nel mezzo dell’intero asterismo dell’Ofiuco. Un metodo per raggiungerlo è tracciare una linea tra le stelle Beta Ophiuchi (Cebalrai, o Kelb Alrai) e Zeta Ophiuchi: l’ammasso sarà a circa due terzi del tragitto.
Un altro metodo è tracciare un’altra linea tra le stelle Kappa Ophiuchi ed Eta Ophiuchi (Sabik), con l’ammasso che si troverà a circa metà del percorso.
Designazione: M10 – NGC 6254
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: VII
Distanza: 14300 anni luce
Estensione: 83 anni luce
Costellazione: Ophiuchus
Ascensione Retta: 16h 57m 08.99s
Declinazione: -04° 05′ 57.6″
Magnitudine: +6.6
Diametro Apparente: 20’ x 20’
Scopritore: Charles Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso aperto è da maggio a settembre.
- Occhio nudo: non visibile.
- Binocolo: con un10x50 sarà possibile osservare una piccola nebulosità concentrata nel cielo.
-
- Piccolo diametro: vi sono poche differenze rispetto ad una osservazione con binocolo.
- Medio diametro: con telescopi da 15 cm in su è possibile iniziare a risolvere singole stelle e il suo nucleo centrale più luminoso.
- Grande diametro: è possibile osservare catene di stelle che si dipanano da e verso il nucleo dell’ammasso, insieme a molti più astri che compongono il suo nucleo.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 262 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M9 – Ammasso in Ofiuco
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Dopo l’estesa Nebulosa della Laguna, torniamo agli ammassi globulari con Messier 9 o M9, nella costellazione dell’Ofiuco.
Storia delle osservazioni
La prima testimonianza scritta di questo ammasso stellare risale a Charles Messier, che lo osservò prima o nel 1764. Messier scrisse, al riguardo che l’ammasso appariva come una “nebulosa senza stelle, nella gamba destra di Ofiuco; è rotonda, e la sua luce è debole.” L’astronomo inglese William Herschel, nel 1783, fu il primo in grado di risolvere la sua natura stellare descrivendolo come avente “stelle piccolissime ed estremamente compresse”.
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Nel corso dei successivi decenni molti altri osservatori hanno apprezzato la vista di questo oggetto celeste, come Admiral William Henry Smyth nel 1834, che annotò nei suoi diari: [l’ammasso] “è composto da una miriade di stelle piccole che si accentrano nella luminosità del nucleo con molti astri ai suoi margini”; oppure come l’astronomo americano Heber Doust Curtis che riuscì ad esaminarlo con più dettaglio grazie all’uso di lastre fotografiche nel 1918.

Caratteristiche fisiche
Messier 9 è distante circa 25800 anni luce dalla Terra, ma solamente 5500 anni luce dal centro della nostra galassia, risultando uno dei più vicini al nucleo galattico tra tutti gli ammassi globulari conosciuti.
M9 ha un diametro di circa 90 anni luce con una magnitudine apparente di 7.7, rendendolo non visibile ad occhio nudo. La sua luminosità totale è circa di 120000 volte quella del Sole e si sta allontanando da noi alla velocità molto elevata di 224 km/s.
Le stelle che compongono questo ammasso hanno un’età doppia di quella del Sole ed una composizione chimica molto differente. Elementi pesanti come ossigeno, ferro, e carbonio sono scarsi dato che, quando le stesse stelle si formarono l’universo era molto più giovane e conteneva misure limitate di questi elementi.
Al suo interno sono state scoperte 24 stelle variabili, 21 delle quali del tipo RR Lyrae, utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche che hanno confermato l’origine non-extragalattica di questo ammasso. Una delle rimanenti variabili appartiene al tipo di lungo periodo (circa 100 giorni, un intervallo molto più lungo delle stelle di tipo RR Lyrae che possiedono un periodo che va in media da poche ore a un giorno). È presente anche una Cefeide di Tipo II (con un periodo tra le pulsazioni che va da uno a 50 giorni) ed una stella binaria ad eclisse (sul modello di Beta Persei – Algol, con un periodo che è tipicamente di pochi giorni).
Data la sua ridotta distanza dal nucleo della Via Lattea, e la sua prossimità alla nebulosa oscura Barnard 64, questo ammasso globulare risente dell’assorbimento -o estinzione- interstellare, che lo rende meno luminoso di quanto non sia in realtà. Di conseguenza, se M9 non fosse oscurato da gas e/o polveri del mezzo interstellare che, dal nostro punto di vista, si frappongono tra noi e l’ammasso stesso, questo risulterebbe più brillante.

Posizione nel Cielo
M9 può essere facilmente rintracciato nel cielo notturno lungo la linea immaginaria che unisce le stelle η Ophiuchi (Sabik) e θ Ophiuchi(Garafsa/Wajrik), rimanendo più vicina alla prima delle due.
Un altro metodo per rintracciarlo è quello di individuare l’asterismo a triangolo composto dalle due stelle precedenti e dalla stella ξ Serpentis come vertici. M9 si troverà approssimativamente vicino al centro di questo asterismo.
Designazione: M9 – NGC 6333
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: VIII
Distanza: 25800 anni luce
Estensione: 90 anni luce
Costellazione: Ophiucus
Ascensione Retta: 17h 19m 11.78s
Declinazione: -18° 30′ 58.5″
Magnitudine: +7.7
Diametro Apparente: 12’ x 12’
Scopritore: Charles Messier prima o nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso aperto è da maggio ad agosto.
- Occhio nudo: NON VISIBILE
- Binocolo: con un 10×50 sarà possibile osservare un piccolo alone nebuloso con luminosità distinta rispetto al cielo che lo circonda.
- Piccolo diametro:
- poche differenze rispetto all’osservazione binoculare, l’ammasso rimane compatto e nebuloso.
- Medio diametro: con aperture da 15 cm in su diviene possibile iniziare ad individuare le singole stelle che lo compongono.
- Grande diametro: è possibile osservare asimmetrie nel campo stellare dell’ammasso, in particolare una banda oscura che separa una parte dello stesso dal nucleo più luminoso.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 262 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M11 – Ammasso dell’Anitra Selvatica
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Dopo Messier 6 e 7, torniamo negli ammassi aperti con Messier 11 o M11. A differenza degli ammassi globulari, questa tipologia di oggetti celesti è formata da un gruppo (che può essere anche di migliaia) di stelle nate nello stesso periodo da una nube molecolare gigante.
Ne rappresenta un esempio facile da richiamare proprio l’ammasso delle Pleiadi (M45) nella costellazione del Toro.
Nel corso dei secoli ne sono stati scoperti più di mille solo nella nostra galassia e rimangono oggetti molto interessanti da un punto di vista scientifico, dato che offrono una visione chiave nello studio dell’evoluzione stellare.
In media, un ammasso aperto risulta essere un oggetto celeste giovane (in termini astronomici), che riesce a mantenere la sua coesione per almeno mezzo miliardo di anni. Passata questa soglia, interferenze gravitazionali esterne causate dall’orbitare intorno al centro della galassia, causano disturbi che, con il passare del tempo, sono in grado di sfaldare l’ammasso aperto stesso.
Storia delle osservazioni
Questo ammasso aperto fu scoperto dall’astronomo tedesco e direttore dell’Osservatorio di Berlino Gottfried Kirch il 1° settembre 1681 mentre si trovava a Lipsia, utilizzando il suo “tubusopticus” di circa 1.2 metri di lunghezza focale. Inizialmente, Kirch pensò che l’oggetto fosse una stella nebulosa, simile al nucleo di una cometa, ed infatti successive osservazioni lo classificarono come la “Nebulosa di Kirch”.
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L’inglese Edmond Halley, il secondo Astronomo Reale, lo stesso che calcolò la periodicità della Cometa di Halley (nominata in suo onore dopo la verifica del suo previsto ritorno nel 1958), aggiunse che Messier 11 appariva come “un piccolo punto oscuro nel cielo attraverso il quale una stella sembra brillare”.
Fu anche osservato da altri studiosi dell’epoca, come l’astronomo e matematico svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux, che lo descrisse come un “ammasso di stelle molto ricco”. Charles Messier lo aggiunse nel suo catalogo nel 1764, annotando “Ammasso di un gran numero di piccole stelle, visibili solamente con buoni strumenti. Con un semplice rifrattore [l’ammasso] è simile ad una cometa, ma con la presenza di stelle di ottava magnitudine”.
L’astronomo inglese William Herschel e suo figlio John notarono entrambi che M11 non possedeva alcuna nebulosità e che l’ammasso poteva essere diviso in “cinque o sei gruppi di stelle fino all’undicesima magnitudine” con “evidenti separazioni e divisioni tra loro che possono essere osservate ad alti ingrandimenti”.
La descrizione dell’inglese William Henry Smyth rimase nel nome di M11 fino ai giorni nostri. L’ammiraglio, infatti, lo descrisse con le seguenti parole: “Questo oggetto, che in qualche modo rassomiglia ad un gruppo di anatre selvatiche in volo, è un insieme di piccole stelle[…]”.
Da qui il nome popolare di Messier 11 “Ammasso dell’Anitra Selvatica”.

Caratteristiche fisiche
Messier 11 si presenta come uno dei più ricchi e densi ammassi aperti conosciuti, contenente circa 3000 stelle (ricordiamo, per paragone, che l’ammasso globulare Messier 10, presentato nello scorso numero di COELUM ASTRONOMIA n°262, ne conteneva circa 100000), dista 6200 anni luce dal nostro pianeta e la sua età stimata è di circa 220 milioni di anni. Per dare un’idea della sua ricchezza di astri, ad un osservatore posto nel suo centro, il cielo notturno apparirebbe pieno di centinaia di stelle di prima magnitudine (come Spica, nella costellazione della Vergine). Il raggio del suo nucleo
è di circa 4 anni luce, mentre la sua influenza gravitazionale si estende molto di più nello spazio circostante, raggiungendo un raggio di 95 anni luce. La densità stellare al suo centro raggiunge le 83 stelle per parsec cubico (1 parsec = 3.26 anni luce), che diminuisce a 10 stelle per parsec cubico ad una distanza di circa 45 anni luce dal nucleo.
M11, l’ammasso aperto rintracciabile ad occhio nudo più distante nel Catalogo Messier, a seconda dei metodi utilizzati per calcolare questo valore, arriva a contenere tra le 3700 e le 11000 masse solari e si sta allontanando da noi alla velocità di circa 22 km/s.
Sono presenti giganti rosse e gialle al suo interno e le più recenti analisi stimano che questo ammasso aperto terminerà di esistere tra qualche milione di anni date le forze gravitazionali di altri oggetti circostanti che lo stanno lentamente privando delle sue componenti stellari.

Posizione nel Cielo
M11 è facilmente rintracciabile in prossimità della catena di stelle formata da λ Aquilae (Al Thalimain Prior), i Aquilae, η Scuti, e β Scuti. Si può partire dalla prima e più luminosa della lista e seguire la catena in una curva fino all’ultima stella: M11 si troverà tra gli ultimi due oggetti elencati.
Designazione: M11 – NGC 6705
Tipo: Ammasso Aperto
Classe: l,2,r
Distanza: 6200 anni luce
Estensione: 8 anni luce
Costellazione: Scutum
Ascensione Retta: 18h 51m 06s
Declinazione: -06° 16′ 12″
Magnitudine: +6.3
Diametro Apparente: 14’ x 14’
Scopritore: Gottfried Kirchnel 1681
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo interessante ammasso aperto è da giugno ad ottobre.
- Occhio nudo: osservabile, ma con molta difficoltà. Occorrono cieli tersi e bui lontano da tutte le sorgenti di inquinamento luminoso.
- Binocolo: immerso nel vasto campo stellare della Via Lattea, con un10x50 il suo aspetto rimane concentrato e nebuloso.
- Telescopio
- Piccolo diametro: poche differenze con l’osservazione binoculare, ma è possibile iniziare a distinguere alcuni astri che lo compongono.
- Medio diametro: con telescopi da 12-15 cm l’ammasso si risolve quasi completamente, mostrando almeno una decina di componenti molto vicine tra loro. Occorre un po’ di immaginazione per osservare la formazione a V che sovente le anitre selvatiche assumono nel cielo.
- Grande diametro: gli astri osservabili raggiungono e superano il centinaio ed è possibile confondere il suo aspetto compatto con quello di un ammasso globulare.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 263 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M12 – Ammasso Globulare
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Si ritorna con M12 agli ammassi globulari dopo aver ammirato l’aperto Messier 11. Per ricordare, gli ammassi globulari sono insiemi di stelle che orbitano come satelliti intorno al centro di una galassia. Assumono una forma per lo più sferica data la forte gravità che li caratterizza, mantenendo al loro centro una densità di stelle elevata.
Questa tipologia di ammassi è generalmente composta da centinaia di migliaia di stelle antiche (a differenza degli ammassi aperti, che sono invece “giovani”, in termini astronomici) e sono abbastanza numerosi, con 158 esemplari individuati nella Via Lattea. Altre galassie più grandi, come quella di Andromeda, potrebbero averne fino a 500, mentre galassie giganti, come l’enorme M87, possono averne migliaia e migliaia.
Storia delle osservazioni
Charles Messier fu il primo ad osservare questo oggetto celeste, che descrisse così nel 1764: “Nebulosa scoperta nel Serpente, tra il braccio e il lato sinistro di Ofiuco: questa nebulosa non contiene alcuna stella, è rotonda e la sua luce è debole; vicino a questa nebulosa c’è una stella di nona magnitudine.”
Solo qualche anno dopo (1774) lo stesso oggetto venne osservato dall’astronomo tedesco Johann Elert Bode, che lo classificò in modo analogo, come una piccola nebulosa. Messier poi rivisitò lo stesso ammasso globulare nel 1781, ma senza modificarne la categorizzazione.
Il primo a risolvere le componenti stellari dell’ammasso fu l’astronomo, fisico, e compositore tedesco naturalizzato inglese William Herschel, che nel 1783 lo descrisse come “un ammasso brillante, con una porzione molto più densa verso il suo centro.”
Anche John Herschel, suo figlio, annotò che l’ammasso era “molto ricco”, aggiungendo “ci sono stelle che appaiono separate, e vari filari che si estendono dalla porzione centrale fino ai suoi bordi.”
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Molti altri astronomi osservarono e aggiunsero le loro impressioni durante il corso dei decenni. Come l’inglese William Henry Smyth: “molti
punti brillanti vicino al suo centro ”oppure William Parsons, 3rd Earl of Rosse (Lord Rosse) che pensò di aver individuato una struttura a spirale (non esistente) in M12.

Caratteristiche fisiche
Messier 12 dista circa 16000 anni luce dalla Terra, e ha un diametro di circa 75 anni luce (più di 15 volte la distanza tra noi e la stella più vicina, Proxima Centauri, per dare un’idea delle sue dimensioni).
Dopo che venne identificato come ammasso, e non una nebulosa, si pensò che M12 rientrasse nella categoria degli ammassi aperti, e non globulari: questo perché possiede una delle densità di stelle più bassa fra tutti gli ammassi globulari conosciuti. Uno studio dei primi anni 2000 ha concluso che questa caratteristica potrebbe essere dovuta al fatto che molte stelle siano state “strappate” dall’ammasso a causa dei suoi ripetuti passaggi attraverso il piano della Via Lattea.
Si tratta di passaggi, che si ripetono due volte ogni 130 milioni di anni (la lunghezza della sua orbita) e che continueranno in futuro, causando probabilmente la scomparsa dello stesso M12 in circa 4.5 miliardi di anni, quando tutte le sue componenti si disassoceranno dal comune centro di gravità che le tiene aggregate.
Si trova relativamente vicino ad un altro ammasso globulare già descritto in questa rubrica (vedi COELUM Astronomia 262), Messier 10, distante “solo” qualche migliaio di anni luce. È noto anche, per il suo aspetto ad ingrandimenti non troppo elevati, come ammasso pallina di gomma.
Messier 12, che si sta avvicinando a noi ad una velocità di circa 16 km/s, contiene al suo interno circa 20000 stelle, delle quali 13 sono variabili.
Tra queste vi sono stelle ad eclisse binaria, almeno una pulsante di tipo Cefeide (stelle giganti che ciclicamente aumenta e diminuiscono il loro diametro, temperatura, e luminosità su periodi che vanno da qualche ora a centinaia di giorni), e almeno due stelle del tipo RR Lyrae, utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche.

Posizione nel Cielo
M12 si trova in una zona del cielo piuttosto isolata, lontano da stelle luminose.
Un modo per rintracciare l’ammasso è partire da M10 e muoversi per circa 3 gradi (più o meno la distanza coperta dal diametro apparente di sei lune piene) verso nord-est.
Alternativamente, si può tracciare una linea tra le stelle κ (Kappa) e ζ (Zeta) Ophiuchi (Saik), con M12 sito a circa metà percorso.
Oppure ancora, tracciando una linea tra Messier 10 e la stella λ (Delta) Ophiuchi (Marfik), M12 sarà a circa un terzo della distanza tra le due (partendo da M10) oppure a due terzi (partendo da λ Ophiuchi).
Sono presenti giganti rosse e gialle al suo interno e le più recenti analisi stimano che questo ammasso aperto terminerà di esistere tra qualche milione di anni date le forze gravitazionali di altri oggetti circostanti che lo stanno lentamente privando delle sue componenti stellari.
Ottantadue stelle variabili sono state identificate al suo interno, molte delle quali di tipo pulsante o a eclisse binaria.
M11 si trova vicino alla porzione settentrionale della Nube dello Scudo, un grande addensamento di stelle circondato da regioni più oscure che la mettono in risalto e alla stella variabile pulsante e supergigante gialla R Scuti. Quest’ultima, che ha un raggio pari a quello dell’orbita media di Mercurio, è la variabile più luminosa e con uno dei periodi più lunghi della categoria RV-Tauri: astri caratterizzati da una luminosità di circa 1000 volte quella del nostro Sole e variazioni di brillantezza con alternanza di minimi meno e più intensi.
M11 è facilmente rintracciabile in prossimità della catena di stelle formata da λ Aquilae (Al Thalimain-Prior), i Aquilae, η Scuti, e β Scuti. Si può partire dalla prima e più luminosa della lista e seguire la catena in una curva fino all’ultima stella: M11 si troverà tra gli ultimi due oggetti elencati.
Un altro metodo è individuare l’asterismo a trapezio poco sotto (1° circa) β Scuti, con M11 collocato immediatamente alla sua sinistra.
Designazione: M12 – NGC 6218
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: IX
Distanza: 16400 anni luce
Estensione: 75 anni luce
Costellazione: Ophiucus
Ascensione Retta: 16h 47m 14s
Declinazione: -01° 56′ 52″
Magnitudine: +6.7
Diametro Apparente: 16’ x 16’
Scopritore: Charles Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare M12, che non dimentichiamo è un interessante ammasso globulare, va da maggio a settembre, quindi per tutta l’estate.
- Occhio nudo: NON OSSERVABILE
- Binocolo: CON UN10X50 IL SUO ASPETTO RIMANE CONCENTRATO E NEBULOSO,COME UNA MACCHIA LATTIGINOSA NEL CIELO.
- Piccolo diametro: NON MOLTE LE DIFFERENZE RISPETTO ALL’OSSERVAZIONE BINOCULARE, MA È POSSIBILE INIZIARE A DISTINGUERE ALCUNI ASTRI CHE LO COMPONGONO.
- Medio diametro: CON TELESCOPI DA 12-15 CM L’AMMASSO INIZIA A RISOLVERSI IN MODO PIÙ DEFINITO, ASSUMENDO UN ASPETTO GRANULOSO.
- Grande diametro: SI INIZIANO A RISOLVERE ALCUNE STELLE DEL NUCLEO, CHE ORA APPARE NETTO E CIRCONDATO DA UN ESTESO ALONE DI STELLE.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 264 VERSIONE CARTACEA
MESSIER M13 – Ammasso Globulare
ABSTRACT
In questa edizione della rubrica, arriviamo finalmente ad uno dei gioielli più affascinanti del cielo notturno, Messier 13 o M13, il Grande Ammasso Globulare in Ercole. Si tratta dell’ammasso globulare (insiemi di stelle che orbitano come satelliti intorno al centro di una galassia, assumendo una forma perlopiù sferica e mantenendo al loro centro una densità di stelle elevata) più luminoso dell’emisfero boreale, ed è visibile ad occhio nudo in condizioni ottimali (cieli bui e tersi, lontano da fonti di inquinamento luminoso).
Storia delle osservazioni
M13 fu osservato per la prima volta dall’astronomo, matematico, e fisico inglese Edmond (o Edmund) Halley. Un nome famoso in tutto il mondo per aver apportato grandi contributi allo studio del magnetismo terrestre, osservazioni lunari e solari (tra cui l’Eclisse Totale di Sole del 3 Maggio 1715), e, soprattutto, il suo calcolo riguardante gli avvistamenti cometari del 1456, 1531, 1607, e 1682.
Halley, sopportato dalle teorie di Giovanni Domenico Cassini sul fatto che le comete fossero in realtà oggetti orbitanti, riuscì a determinare
che tutte le comete avvistate in quegli anni corrispondevano di fatto ad una singola cometa con un tempo di ritorno di circa 75-79 anni. L’astronomo inglese predisse che la stessa cometa sarebbe riapparsa nel 1758, e quando questo avvenne, l’astro divenne noto come Cometa di Halley. L’ultimo suo passaggio al perielio è stato nel 1986, e il prossimo avverrà nel 2061.
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Dopo questa breve digressione, e tornando a M13, l’ammasso globulare venne osservato nuovamente da Charles Messier nel 1764: “Nebulosa senza stelle, scoperta nella cintura di Ercole; è rotonda e brillante, il centro più splendente dei bordi[…] Vista da Halley nel 1714. […] È riportata sul Celestial Atlas inglese.” (per chi fosse interessato sul sito Coelum.com è disponibile la copia di DEEP SPACE CCD ATLAS).
Circa 20 anni dopo, nel 1784, l’astronomo, fisico, e compositore tedesco naturalizzato inglese William Herschel riuscì a risolvere le caratteristiche stellari di questo oggetto celeste, e lo descrisse come: “Uno stupendo ammasso di stelle. Molto compresso e ricco nel suo centro. Possono essere contate circa 14000 stelle.”
Dopo 40 anni, John Herschel, suo figlio, annotò che l’ammasso era “molto ricco, con una forma irregolare molto estesa, con ramificazioni curvilinee che rassomigliano capelli.” Anche l’inglese William Parsons, 3rd Earl of Rosse (Lord Rosse), dopo averlo osservato con il suo telescopio da 72 pollici, aggiunse che vi erano “appendici singolarmente sfrangiate dal centro dell’ammasso che si estendono nello spazio circostante.”
Una curiosità, per concludere, riguarda il famoso Messaggio di Arecibo, che venne inviato il 13 novembre 1974 verso M13 dall’ormai non più esistente radiotelescopio nei Caraibi. Questo messaggio di soli 210 bytes conteneva i numeri da 1 a 10 (la nostra base numerica), i numeri atomici degli elementi che compongono il nostro DNA, le dimensioni medie di un essere umano, una grafica del Sistema Solare,
e molto altro.
Data la distanza di oltre 22000 anni luce tra noi e l’ammasso, il messaggio arriverà solo nel nostro anno 24174 ed una eventuale risposta (sempre assumendo che viaggi alla velocità della luce) non ci raggiungerà prima dell’anno 46374.

Caratteristiche fisiche
M13 dista circa 22000 anni luce dalla Terra, e ha un diametro di circa 165 anni luce, per usare lo stesso paragone visto per M12, più di 40 volte la distanza tra noi e la stella più vicina, Proxima Centauri, per dare un’idea delle sue grandi dimensioni.
Questo ammasso globulare dall’età di circa 11.6 miliardi di anni contiene centinaia di migliaia di stelle, fino ad anche più di mezzo miliardo, ed impiega circa 500 milioni di anni a compiere una
rivoluzione completa intorno alla nostra galassia.
M13 si sta avvicinando a noi ad una velocità di circa 250 km/s per una combinazione tra la rotazione
della Via Lattea, il moto del Sole nello spazio, ed il moto dell’ammasso intorno al centro galattico.
Tenendo in conto distanza e dimensioni, è possibile calcolare che la luminosità effettiva dell’ammasso è circa trecentomila volte quella del Sole.
La stella più brillante è una gigante rossa variabile Cefeide denominata V1554 Herculis e avente una magnitudine apparente di circa +12. Le stelle giganti che pulsano aumentando e diminuendo i loro diametro, temperatura, e luminosità su periodi che vanno da qualche ora a centinaia di giorni.
Nel centro di Messier 13 le stelle sono così compatte che a volte collidono tra loro, formando nuove stelle. Questi astri vengono classificati come Blue Stragglers, o Stelle Vagabonde Blu, per la loro particolare caratteristica di essere più caldi e più blu di altre stelle di simile luminosità nello stesso ammasso celeste.
Proprio a questo proposito, alcune teorie indicano che tal tipo di stelle possono formarsi da collisioni stellari, oppure da stelle binarie precipitate l’una nell’altra, creando quindi una singola stella più calda e più luminosa rispetto a stelle di simile età. Alcuni studi danno le teorie come possibilmente realistiche, in particolare quelli spettrografici condotti dal Very Large Telescope (VLT) in Cile e quelli fotometrici realizzati grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale Kepler.

Posizione nel Cielo
Messier 13 è un oggetto celeste facile da rintracciare per la sua posizione su uno dei lati che compongono l’asterismo trapezoidale della costellazione di Ercole.
In particolare, si trova sul lato più lungo, a circa un terzo della distanza tra la stella Eta Herculis e la stella Zeta Herculis (Rutilicus).
Un modo per individuare l’area generale di osservazione dell’asterismo può essere quello di tracciare una retta dalla stella Alpha Bootis (Arcturus) alla stella Alfa Lyrae (Vega), con M13 che si troverà a circa due terzi della strada da percorrere tra questi due astri.
Designazione: M13 – NGC 6205
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: V
Distanza: 22200 anni luce
Estensione: 165 anni luce
Costellazione: Hercules
Ascensione Retta: 16h 41m 41.24s
Declinazione: +36° 27′ 35.5″
Magnitudine:+5.8
Diametro Apparente: 20’ x 20’
Scopritore: Edmond Halley nel 1714
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso globulare è da aprile a ottobre.
- Occhio nudo: OSSERVABILE IN CONDIZIONI FAVOREVOLI SOTTO CIELI TERSI E BUI, LONTANO DA FONTI DI INQUINAMENTO LUMINOSO.
- Binocolo: CON UN 10X50 (O ANCHE UN 7X30) L’AMMASSO DIVIENE RAPIDAMENTE VISIBILE SULLO SFONDO CELESTE COME UNA PICCOLA NEBULOSITÀ OFFUSCATA AFFIANCATA DA DUE STELLE.
- Piccolo diametro: NON MOLTE LE DIFFERENZE RISPETTO ALL’OSSERVAZIONE BINOCULARE, MA È POSSIBILE INIZIARE A DISTINGUERE ALCUNI ASTRI CHE LO COMPONGONO.
- Medio diametro: CON TELESCOPI DA 10-12 CM L’AMMASSO INIZIA A RISOLVERSI IN MODO PIÙ DEFINITO, ASSUMENDO UN ASPETTO GRANULOSO. INIZIANO AD APPARIRE LE COMPONENTI STELLARI PIÙ LUMINOSE.
- Grande diametro: SI POSSONO OSSERVARE DECINE DI STELLE APPARTENENTI ALL’AMMASSO, CON L’ALONE COMPLETAMENTE RISOLTO.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 265 VERSIONE CARTACEA
Indice dei contenuti
MESSIER M14 – Ammasso Globulare
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Dopo lo stupendo Messier 13, continuiamo lungo la scia degli ammassi globulari con il prossimo oggetto celeste del Catalogo Messier, M14. Per ricordare, gli ammassi globulari sono insiemi di stelle che orbitano come satelliti intorno al centro di una galassia, assumendo una forma perlopiù sferica e mantenendo al loro centro una densità di stelle elevata. Oggetti affascinanti ai confini galattici.
Storia delle osservazioni
M14 fu scoperto nella notte tra il primo ed il 2 giugno 1764 proprio da Charles Messier, che annotò: “[…] ho scoperto una nuova nebulosa nel drappeggio che passa sul braccio destro dell’Ophiucus, sulle carte di Flamsteed si trova sul parallelo della zeta Serpentis; questa nebulosa non è evidente, è debole e tuttavia la si vede bene con un rifrattore ordinario da 3 piedi e mezzo. È tonda ed il suo diametro può essere di 2′ d’arco: poco sopra si trova una stella di nona magnitudine.[…]”. Questa scoperta arrivò solo pochi giorni dopo aver osservato altri ammassi globulari nella costellazione dell’Ofiuco, M9, M10, ed M12, trattati negli scorsi numeri della rivista.
Nel 1783, l’astronomo e fisico tedesco naturalizzato inglese William Herschel fu il primo che riuscì a risolvere le caratteristiche stellari dell’ammasso globulare ad un ingrandimento di 300x, trovandolo “estremamente luminoso, facilmente risolvibile”.
Cinquanta anni dopo, il figlio John riuscì ad osservare M14 senza problemi, descrivendolo come “molto grande in diametro, con stelle così
minute da essere difficili da risolvere completamente”.
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Venne osservato con successo anche da William Henry Smyth, che ne annotò il colore “bianco lucido” e poté vedere un ammasso globulare “molto affascinante”.
L’astronomo tedesco Heinrich Louis d’Arrest (o Heinrich Ludwig d’Arrest), che fece parte della squadra di ricerca del pianeta Nettuno, lo descrisse come “elegante, a forma di cometa, ma con una prevalenza verso la circolarità, dai bordi frastagliati.”

Caratteristiche fisiche
MESSIER 14 dista circa 30.000 anni luce dal nostro pianeta, e contiene più di un centinaio di migliaia di stelle in un diametro di circa 100 anni luce, circondato da un debole alone. La sua luminosità assoluta è equivalente a quattrocentomila volte quella del nostro Sole, il che lo rende molto più luminoso dei vicini M10 ed M12, e alla pari di M9. Tuttavia, la grande distanza che ci separa, e l’assorbimento luminoso delle polveri galattiche, si traducono in una magnitudine apparente di 7.6.
Questo ammasso globulare presenta una forma ovalizzata, mantenendo una concentrazione stellare relativamente bassa, con un’età di circa 13 miliardi di anni.
Sono state individuate circa 70 stelle variabili all’interno di questo ammasso, principalmente della categoria W Virginis, un tipo di Cefeidi di Tipo II. Questo tipo di stelle esibiscono periodi di pulsazione tra i 10 e 20 giorni, e sono stelle più antiche, povere di metalli e di bassa massa.
Anche se, in passato, tutte le Cefeidi di Tipo II erano classificate come variabili di tipo W Virginis, ora vi sono tre differenti subcategorie (con limiti che si basano sulla lunghezza del loro periodo): le BL Herculis con un periodo tra 1 e 4 giorni, le W Virginis, come sopra, e le RV Tauri, con periodi maggiori di 20 giorni.
Questo tipo di stelle venne distinto dalle normali Cefeidi dall’astronomo tedesco Walter Baade nel 1942, studiando le Cefeidi della Galassia di Andromeda.
Vi sono anche stelle variabili di tipo RR Lyrae, stelle che vengono utilizzate come standard per misurare le distanze galattiche, già incontrate in altri ammassi stellari.
Anche una nova venne scoperta nel 1964 (in ritardo, osservando e comparando vecchie lastre fotografiche del 1938 con nuove del 1963). Si stima che la nova raggiunse una magnitudine di 9.2, rendendola oltre cinque volte più luminosa delle stelle più brillanti di M14, cha raggiungono magnitudine 14.
Questa fu la prima nova ad essere fotografata, e la seconda ad essere scoperta in un ammasso globulare (la prima venne osservata nel 1860 in Messier 80).

Posizione nel Cielo
MESSIER 14 si può individuare con un po’ di difficoltà, dato il suo isolamento, nella costellazione dell’Ofiuco.
Il metodo più facile per rintracciarlo è quello di tracciare una linea immaginaria tra le stelle β (Beta) Ophiuchi – Celbarai ed η (Eta) Ophiuchi – Sabik: l’ammasso globulare si troverà a circa metà strada tra le due.
Un altro metodo localizza l’ammasso sul terzo vertice di un triangolo approssimativamente isoscele che ha come altri due punti di riferimento le stelle β (Beta) Ophiuchi – Celbarai e ν (Nu) Ophiuchi, anche nota come Sinistra.
Designazione: M14 – NGC 6402
Tipo: Ammasso Globulare
Classe: VIII
Distanza: 30000 anni luce
Estensione: 100 anni luce
Costellazione: Ophiuchus
Ascensione Retta: 17h 37m 36.15s
Declinazione: -03° 14′ 45.3″
Magnitudine:+7.6
Diametro Apparente: 11’ x 11’
Scopritore: Charles Messier nel 1764
Osservabilità
Per le latitudini italiane il periodo migliore per osservare questo ammasso globulare è da maggio a settembre.
- Occhio nudo: NON OSSERVABILE, DATA LA SUA BASSA LUMINOSITÀ APPARENTE.
- Binocolo: CON UN 10X50 L’AMMASSO STELLARE APPARE COME UNA PICCOLA NEBULOSITÀ OFFUSCATA, DI DIMENSIONI DECISAMENTE PIÙ RISTRETTE RISPETTO AL PRECEDENTE MESSIER 13.
-
- Piccolo diametro: POCHE DIFFERENZE RISPETTO ALL’OSSERVAZIONE BINOCULARE, CON L’AMMASSO CHE CONTINUA AD APPARIRE COME UNA NEBULOSA COMPATTA.
- Medio diametro: CON TELESCOPI DA 10-12 CM L’AMMASSO È PIÙ VISIBILE RISPETTO ALLO SFONDO CHE LO CIRCONDA, RIMANENDO LATTIGINOSO COME UNA DISTANTE GALASSIA, AVENTE UN CENTRO BRILLANTE ED UN DEBOLE ALONE CHE LO CIRCONDA.
- Grande diametro: SI INIZIANO A RISOLVERE ALCUNE COMPONENTI PIÙ LUMINOSE CON TELESCOPI DA 30 CM IN SU.
Buone Osservazioni!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 266 VERSIONE CARTACEA
I venti equatoriali più veloci mai osservati su un esopianeta: il caso di WASP-127b

Un team di astronomi, utilizzando il Very Large Telescope (VLT) dell’European Southern Observatory (ESO) in Cile, ha scoperto venti equatoriali straordinariamente veloci che attraversano l’atmosfera di WASP-127b, un gigantesco esopianeta situato a circa 525 anni luce dalla Terra. Questa scoperta rappresenta una pietra miliare nello studio delle dinamiche atmosferiche dei pianeti extrasolari.
WASP-127b: Un gigante di gas unico nel suo genere
WASP-127b è un esopianeta peculiare, noto per la sua densità insolitamente bassa e per un’atmosfera ricca di metalli pesanti. Questo pianeta appartiene alla classe dei “giganti gassosi”, ma presenta caratteristiche che lo rendono unico rispetto a mondi come Giove o Saturno nel nostro Sistema Solare. Ad esempio, la sua atmosfera è straordinariamente estesa, rendendolo un soggetto ideale per osservazioni spettroscopiche dettagliate.
Grazie allo spettrografo ESPRESSO, uno strumento di altissima precisione montato sul VLT, gli astronomi sono riusciti a rilevare e misurare i venti nell’atmosfera del pianeta con un livello di dettaglio senza precedenti. Questi venti raggiungono velocità di circa 33.000 km/h, una cifra che supera di gran lunga qualsiasi fenomeno atmosferico osservato sulla Terra o su altri pianeti del nostro Sistema Solare.
Come sono stati osservati i venti?
La tecnica utilizzata per rilevare i venti si basa sulla spettroscopia ad alta risoluzione. Quando la luce della stella ospite del pianeta passa attraverso la sua atmosfera, alcune lunghezze d’onda vengono assorbite da specifici elementi chimici presenti nei gas atmosferici. Questo processo crea una sorta di “impronta digitale” che gli scienziati possono analizzare per determinare la composizione chimica, la temperatura e i movimenti nell’atmosfera del pianeta.
Nel caso di WASP-127b, le osservazioni hanno rivelato la presenza di un jet stream equatoriale — un flusso di venti estremamente veloce — che domina la circolazione atmosferica. Questi venti rappresentano il jet stream più veloce mai misurato su un pianeta, dimostrando la straordinaria complessità delle condizioni meteorologiche su mondi lontani.
Perché questi venti sono importanti?
La scoperta dei venti di WASP-127b apre nuove prospettive nello studio degli esopianeti. Analizzare i modelli meteorologici di mondi come questo non solo aiuta a comprendere meglio la loro natura, ma contribuisce anche a svelare i processi fondamentali che governano la formazione e l’evoluzione dei pianeti in generale.
In particolare, i venti atmosferici possono fornire indizi preziosi sulla composizione chimica e sulla struttura interna di un pianeta. Ad esempio, possono indicare la presenza di elementi come l’idrogeno, l’elio o metalli più pesanti, che a loro volta raccontano la storia della formazione del pianeta.
Inoltre, la comprensione delle dinamiche atmosferiche è essenziale per interpretare le osservazioni che saranno effettuate con telescopi di prossima generazione, come il telescopio spaziale James Webb (JWST) e il futuro Extremely Large Telescope (ELT) dell’ESO. Questi strumenti promettono di rivoluzionare lo studio degli esopianeti, permettendo di indagare atmosfere sempre più sottili e complesse, fino a valutare la potenziale abitabilità di alcuni di essi.
Cosa ci riserva il futuro?
Le osservazioni condotte su WASP-127b rappresentano solo l’inizio di una nuova era di studi atmosferici ad alta precisione. Gli astronomi sperano di applicare tecniche simili per studiare un numero crescente di esopianeti, in particolare quelli che orbitano attorno a stelle più vicine al nostro Sistema Solare.
“Ogni nuovo dato ci permette di raffinare i nostri modelli e di porci nuove domande”, ha dichiarato uno dei ricercatori coinvolti nello studio. “La scoperta di venti così veloci su WASP-127b dimostra quanto siano diversi e affascinanti i mondi al di fuori del nostro Sistema Solare.”
Questa ricerca non solo ci avvicina alla comprensione dei giganti gassosi, ma pone anche le basi per future indagini su pianeti rocciosi simili alla Terra, dove le dinamiche atmosferiche potrebbero avere un impatto diretto sulla possibilità di ospitare forme di vita.
Con l’avanzare della tecnologia e delle capacità osservative, scoperte come questa continueranno a espandere i nostri orizzonti, portandoci sempre più vicini alla risposta a una delle domande più antiche dell’umanità: siamo soli nell’Universo?
Fonte: ESO
2024 PT5: Il Misterioso Viaggiatore Spaziale che Rivela i Segreti della Luna

Il 22 gennaio 2025, il Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA ha annunciato che l’oggetto near-Earth 2024 PT5, scoperto nell’agosto 2024, è probabilmente un frammento della superficie lunare espulso nello spazio a seguito di un impatto avvenuto migliaia di anni fa.
Scoperta e Caratteristiche Orbitali
2024 PT5, con un diametro di circa 10 metri, è stato individuato il 7 agosto 2024 dal telescopio ATLAS (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System) finanziato dalla NASA e situato a Sutherland, in Sudafrica. L’asteroide ha attirato l’attenzione degli astronomi per la sua orbita attorno al Sole, che coincide strettamente con quella terrestre, suggerendo una possibile origine nelle vicinanze del nostro pianeta.
Analisi Spettrale e Composizione
Un team di ricercatori guidato da Teddy Kareta, astronomo presso il Lowell Observatory in Arizona, ha condotto osservazioni utilizzando il Lowell Discovery Telescope e il NASA Infrared Telescope Facility (IRTF) presso l’Osservatorio di Mauna Kea, nelle Hawaii. L’analisi spettrale della luce riflessa dalla superficie di 2024 PT5 ha rivelato una composizione ricca di minerali silicatici, tipici delle rocce lunari, ma non comuni negli asteroidi. Kareta ha sottolineato che “sembra che non sia nello spazio da molto tempo, forse solo da poche migliaia di anni, poiché manca l’alterazione spaziale che avrebbe causato un arrossamento del suo spettro“.
Origine e Dinamica Orbitale
Per determinare l’origine naturale di 2024 PT5, gli scienziati del Center for Near Earth Object Studies (CNEOS) della NASA, gestito dal JPL, hanno analizzato il suo movimento. Le loro precise misurazioni hanno indicato che l’oggetto non è significativamente influenzato dalla pressione delle radiazioni solari, a differenza dei detriti spaziali artificiali più leggeri. Oscar Fuentes-Muñoz, coautore dello studio e borsista post-dottorato della NASA presso il JPL, ha dichiarato: “I detriti spaziali e le rocce spaziali si muovono in modo leggermente diverso nello spazio. I detriti di origine umana sono solitamente relativamente leggeri e vengono spinti dalla pressione della luce solare. Il fatto che 2024 PT5 non si muova in questo modo indica che è molto più denso dei detriti spaziali, suggerendo una composizione rocciosa naturale“.

Implicazioni Scientifiche
La scoperta di 2024 PT5 come possibile frammento lunare offre un’opportunità unica per approfondire la nostra comprensione sia degli asteroidi near-Earth che della storia geologica della Luna. L’analisi di tali oggetti può fornire informazioni preziose sui processi di impatto che hanno modellato la superficie lunare e sulle dinamiche che permettono a questi frammenti di raggiungere orbite vicine alla Terra. Inoltre, lo studio di 2024 PT5 potrebbe contribuire a migliorare le nostre conoscenze sulla formazione e l’evoluzione degli oggetti near-Earth, nonché sulle potenziali minacce che questi possono rappresentare per il nostro pianeta.
Questa scoperta sottolinea l’importanza di programmi di monitoraggio come ATLAS e di collaborazioni internazionali nella sorveglianza e nello studio degli oggetti near-Earth, contribuendo alla sicurezza planetaria e all’avanzamento delle conoscenze astronomiche.
Fonte: JPL
INAF: 25 ANNI DI ECCELLENZA
Una celebrazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, che ripercorrerà i traguardi raggiunti dalla sua istituzione nel 1999, guardando avanti, verso nuove sfide scientifiche e tecnologiche
23 e 24 gennaio
Osservatorio Astronomico di Capodimonte
Il 23 e 24 gennaio l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) celebra i 25 anni dalla sua fondazione con un workshop dal titolo “INAF +25” presso l’Auditorium Nazionale “Ernesto Capocci” dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte, una delle sedi storiche di maggior prestigio dell’Ente. La due giorni vuole celebrare i 25 anni della fondazione dell’Istituto e discutere sul futuro scientifico e tecnologico dell’Ente.
Era il 26 agosto 1999 quando sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana veniva pubblicato il decreto n. 296, che sanciva la nascita dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ente di ricerca italiano, controllato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), con interessi e attività in campo astronomico, astrofisico e planetologico.
“L’INAF è l’Ente di Ricerca italiano per lo studio dell’Universo, è coinvolto nell’esplorazione del cosmo a tutte le lunghezze d’onda e con tutti i messaggeri celesti, dal nostro Sistema solare, attraverso il tempo e lo spazio, fino alle origini dell’universo. Una comunità di donne e uomini che contribuiscono ogni giorno a rendere più grande la nostra comprensione dell’universo in cui viviamo” dice Roberto Ragazzoni, Presidente dell’Istituto dal 5 aprile 2024, e prosegue: “Ci troviamo a Napoli non solo per celebrare il passato, ma soprattutto per discutere degli scenari nei prossimi 25 anni: un incontro proiettato nel futuro”.
Da 25 anni l’INAF si impegna a studiare l’universo in tutti i suoi aspetti, sviluppa strumentazione all’avanguardia per osservazioni e ricerche sia da Terra sia dallo Spazio, diffonde la cultura in campo astronomico e preserva il patrimonio storico nazionale nel campo.
“Forniamo alla ricerca un contributo che la comunità internazionale riconosce essere di elevata qualità. Utilizziamo prestigiose infrastrutture osservative a terra e nello spazio e metodologie e infrastrutture di calcolo avanzato. Sviluppiamo tecnologie di punta funzionali alla nostra ricerca e che trovano spesso applicazione in altri settori della società civile. Formiamo le nuove generazioni di studiosi a essere pronti per competere sullo scenario internazionale guardando con grande attenzione alle novità di metodi e tecnologie che possono facilitare l’accesso a nuove finestre di conoscenza. Siamo attenti alla valorizzazione e diffusione della conoscenza impegnandoci in iniziative che prevalentemente sono indirizzate a veicolare passione e bellezza verso bambini e ragazzi”, dice Isabella Pagano, Direttrice Scientifica dell’INAF dal 1 novembre 2024.

IL PROGRAMMA – Il pomeriggio del 23 gennaio sarà dedicato a interventi che descrivono l’origine del concetto di INAF, la sua fondazione, la crescita nel corso degli anni e le molte imprese e realizzazioni. Sarà inoltre presentato il volume “INAF25”, ideato e curato da Roberto della Ceca e Giampaolo Vettolani, realizzato grazie al coordinamento editoriale di Cecilia Toso e la direzione artistica di Davide Coero Borga. Un volume pensato e strutturato per raccontare cronologicamente gli eventi principali che hanno dato all’INAF e all’Italia intera la possibilità di avanzare in modo decisivo nell’esplorazione e nella conoscenza del cosmo.

Nella giornata del 24 gennaio sono previsti interventi e una tavola rotonda sul futuro dell’INAF nei prossimi 25 anni dedicata allo sviluppo delle prossime attività scientifiche e tecnologiche dell’Ente. La tavola rotonda vedrà la partecipazione, tra gli altri, di Tom Herbst dell’Istituto Max Planck per l’astronomia (Germania), Antonella Nota dello Space Telescope Science Institute (Stati Uniti), Phil Diamond (direttore generale dell’Osservatorio SKA), Roberta Zanin (project scientist dell’Osservatorio CTA), Monica Colpi (Professore Ordinario in Astrofisica presso l’Università Milano Bicocca), Ester Antonucci (già direttrice dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Torino).
Comunicato Stampa: www.inaf.it | www.media.inaf.it
Gli scatti della cometa C/2024 G3 ATLAS visibile in pieno giorno
Alcuni giorni fa la cometa C/2024 G3 ATLAS è passata al Perielio transitando a soli 14 milioni di chilometri di distanza dal Sole. L’oggetto sembrava destinato alla disintegrazione proprio per la piccola distanza del passaggio ma invece ha resistito. Le condizioni di visibilità erano estreme con l’oggetto a soli 5° dal Sole. Data la luminosità raggiunta però qualcuno ha voluto tentare l’osservazione.
Clicca sulla foto per vedere l’originale
Cometa C/2024 G3 (ATLAS) al tramonto sulle Alpi Cozie
di Antonio Finazzi
La cometa C/2024 G3 ATLAS sulla costa romana
di Simone Pendolo
Cometa C/2024 G3 (ATLAS) in pieno giorno
di Nunzio Micale
La cometa C/2024 G3 ATLAS di giorno
di Alessandro Carrozzi
Marte in Opposizione – 16 gennaio 2025
Il 16 gennaio 2025, Marte raggiungerà l’opposizione, un evento astronomico che offre condizioni ideali per l’osservazione del Pianeta Rosso. Durante l’opposizione, Marte si trova direttamente opposto al Sole rispetto alla Terra, risultando completamente illuminato e particolarmente luminoso nel cielo notturno.
Indice dei contenuti
Dettagli dell’evento
Data e ora dell’opposizione: 16 gennaio 2025 alle 03:32 CET (02:32 UTC).
Costellazione: Gemelli
Magnitudine apparente: -1,4, comparabile alla luminosità di Sirio, la stella più brillante del cielo notturno.
Dimensione angolare: 14,6 secondi d’arco, circa 2,5 volte maggiore rispetto all’agosto 2024.
Distanza dalla Terra: Circa 0,64 UA (Unità Astronomiche), equivalenti a circa 96 milioni di chilometri.
Osservazione di Marte da Roma
Marte sarà visibile per gran parte della notte, sorgendo alle 17:32 e tramontando alle 07:11. Raggiungerà il punto più alto nel cielo alle 00:22, a un’altitudine di 73° sopra l’orizzonte meridionale. Nella costellazione dei Gemelli, apparirà come un punto rosso brillante, allineato con le stelle Castore e Polluce. Sarà osservabile a occhio nudo, ma l’uso di binocoli o telescopi permetterà di apprezzare dettagli come il colore rosso-arancio e, con strumenti più potenti, persino le calotte polari.

Marte al Perigeo
12 gennaio 2025: Marte ha raggiunto il perigeo, ossia la minima distanza dalla Terra, risultando particolarmente luminoso. La concomitanza a pochi giorni di distanza dei due eventi, opposizione e perigeo, faranno si che Marte di mostri abbastanza grande con dimensioni angolari pari a 14,6”. Buona ma niente se paragonata alla dimensione angolare raggiunta da Marte nel 2018 quando arrivò a mostrarsi con un disco addirittura pari a 24,2 secondi d’arco.
Prossime opposizioni di Marte
La prossima opposizione di Marte avverrà il 19 febbraio 2027, ma sarà meno favorevole, con una magnitudine di -1,2 e una dimensione angolare di 13,8 secondi d’arco. Pertanto, l’evento del 16 gennaio 2025 rappresenta un’opportunità imperdibile per osservare Marte nelle migliori condizioni possibili.
Ricordiamo i consigli per le osservazioni già pubblicati in occasione di altre opposizioni di Marte

- Nell’emisfero settentrionale di Marte è inizio primavera.
- Nell’emisfero meridionale è inizio autunno
non è certo il periodo migliore per osservare le calotte ma in compenso la quiete atmosferica può favorire la ripresa dei dettagli moderando la presenza di venti e quindi spostamenti di sabbia.
La visione delle brine e dei ghiacci superficiali viene in genere rafforzata dall’uso di un filtro verde, ma se vogliamo determinare esattamente le dimensioni e la forma della calotta quello più consigliabile è il rosso, che permette di eliminare il disturbo causato da eventuali nubi chiare altrimenti difficilmente distinguibili al telescopio dai ghiacci polari veri e propri.
Le tempeste di polvere Con la sublimazione dei ghiacci vengono immesse nell’atmosfera marziana delle grandi quantità di gas, specialmente anidride carbonica insieme a una piccola quantità di vapore acqueo. La prima è la principale responsabile dei grandi venti, che si generano per differenza di pressione atmosferica tra le regioni polari e quelle a latitudini minori; un ingrediente necessario per la formazione di tempeste di sabbia che possono essere facilmente seguite anche da Terra.
L’osservazione di questo fenomeno è una delle dimostrazioni più tipiche dell’estrema utilità dei filtri colorati nell’osservazione di Marte: in luce neutra esso si manifesta inizialmente come una macchiolina gialla che oscura particolari della superficie prima ben visibili, ma se davvero si tratta di una tempesta di polvere dovrà invariabilmente apparire molto brillante con un filtro rosso, e pressoché invisibile (o quasi) con uno blu o azzurro. Per l’opposizione di Marte del 2025 non sono previste tempeste globali e ciò faciliterà la caccia ai dettagli sulla superficie.
Le nubi sul disco Il vapore acqueo emesso dalla sublimazione della calotta è invece l’elemento fondamentale per lo sviluppo delle nubi marziane, la cui attività dovrebbe aumentare dal locale equinozio di primavera in poi generando ingenti sistemi nuvolosi in tutto il pianeta; nubi così evidenti che anche un osservatore poco esperto potrà riuscire a cogliere come macchie biancastre. Strisce sottili e allungate presso i lembi est e ovest indicano invece la formazione di nebbie e foschie serali o mattutine, destinate a dissolversi rapidamente non appena il Sole si alza sull’orizzonte. Nell’emisfero sud, tuttavia, possono permanere anche tutto il giorno aiutate dalla particolare conformazione del suolo: è il caso di Hellas, l’enorme depressione circolare prodotta nell’emisfero sud da un antico impatto meteorico.

Per finire, è necessario menzionare anche i complessi di nubi orografiche, associate ai grandi vulcani, che si elevano nelle regioni di Tharsis ed Elysium. Le nubi orografiche – comunissime anche sulla Terra – si formano quando una massa d’aria spinta contro la parete di una montagna è costretta a salire in quota, raffreddandosi rapidamente e provocando la condensazione del vapor d’acqua che vi è contenuto. Quelle marziane sono osservabili in genere dal primo pomeriggio locale e raggiungono la massima estensione e brillantezza verso il tramonto.
Così, non di rado, un punto brillante si potrebbe accendere in corrispondenza della posizione occupata dal monte Olympus, il più grande vulcano del sistema solare. La visibilità di questi fenomeni viene rafforzata dall’uso di un filtro blu o azzurro.
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Phobos e Deimos

Marte sarà visibile per tutta la notte. Per un’osservatore posto al centro Italia, Marte sorgerà alle 16:36 del 16 gennaio per tramontare il 17 gennaio alle 07:32 del mattino. Parecchie ore a disposizione quindi per riprendere il pianeta. Fra le sfide all’osservazione che potremo cogliere c’è quella di fotografare anche i due satelliti di Marte: Phobos e Deimos. I due satelliti hanno periodo orbitale rispettivamente di 7 ore e 39 minuti e poco più di 30 ore, avendo a disposizione quindi circa 16 ore di osservazione non sarà difficile immortale diverse configurazioni. A titolo di esempio nell’immagine a fianco i due satelliti molto vicini al pianeta, configurazione prevista per le ore 04:00 circa del 17 gennaio.
Phobos
Nome: Deriva dal greco antico “Paura”, in riferimento al figlio di Ares (Marte nella mitologia romana) e Afrodite.
Dimensioni: Circa 27 x 22 x 18 km.
Distanza media da Marte: 6.000 km.
Periodo di rivoluzione: Circa 7 ore e 39 minuti.
Particolarità: Fobos si trova così vicino a Marte che orbita più velocemente rispetto alla rotazione del pianeta. Questo significa che sorge a ovest e tramonta a est, completando più di due orbite al giorno marziano.
Deimos
Nome: Deriva dal greco antico “Terrore”, anch’esso figlio di Ares e Afrodite.
Dimensioni: Circa 15 x 12 x 11 km.
Distanza media da Marte: 23.460 km.
Periodo di rivoluzione: Circa 30,3 ore.
Particolarità: Deimos è più distante e impiega più tempo per orbitare attorno a Marte. Sorge a est e tramonta a ovest, come i satelliti tradizionali.
SOLSPACE: L’Energia Solare dallo Spazio per un Futuro più Sostenibile*

L’Università di Glasgow sta conducendo il progetto SOLSPACE (Enhancing Global Clean Energy Services Using Orbiting Solar Reflectors), mirato a incrementare la produzione di energia solare attraverso l’utilizzo di riflettori solari orbitanti.
Guidato dal Professor Colin McInnes e finanziato con un contributo di 2,5 milioni di euro dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), il progetto si propone di sviluppare strategie innovative per aumentare l’energia prodotta da futuri impianti solari su larga scala.
L’idea centrale consiste nella creazione di una costellazione di satelliti dotati di riflettori sottilissimi, capaci di reindirizzare la luce solare verso la Terra durante le prime ore del mattino e al crepuscolo. Questi sono i momenti in cui la domanda energetica è elevata, ma la produzione solare è limitata.

Il team di ricerca sta analizzando le orbite più efficienti e le strategie di controllo per i riflettori, al fine di massimizzare l’energia aggiuntiva generata e ridurre al minimo la luce dispersa che potrebbe raggiungere la Terra. Inoltre, sono in corso studi sul design, la produzione e l’assemblaggio dei riflettori, nonché sull’impatto economico dell’energia supplementare fornita.
Il Professor McInnes sottolinea che, mentre i servizi spaziali tradizionali si concentrano su navigazione satellitare, telecomunicazioni e osservazione della Terra, la possibilità di fornire energia dallo spazio apre nuove opportunità per il futuro. Affrontare la sfida globale dell’energia pulita è cruciale nel XXI secolo, e SOLSPACE mira a dimostrare come la tecnologia spaziale possa contribuire significativamente a questo obiettivo.
Per ulteriori dettagli, è possibile visitare la pagina ufficiale del progetto sul sito dell’Università di Glasgow.
*Significato di Sostenibilità Ambientale: Riferito a pratiche o sistemi che preservano l’equilibrio ecologico, minimizzando l’impatto ambientale.
Confidiamo nella corretta valutazione dell’impatto sull’equilibrio ecologico sia da parte dei promotori del progetto che dell’Unione Europea.
Strategia Spaziale e Aerospaziale Italiana: Visione, Innovazione e Leadership per il Futuro
Il documento “Indirizzi del Governo in materia spaziale e aerospaziale” delinea le priorità strategiche dell’Italia per il settore spaziale e aerospaziale, riconoscendolo come un ambito di importanza cruciale sia per la sicurezza nazionale che per lo sviluppo economico e tecnologico del Paese. Il settore spaziale non rappresenta solo una frontiera per l’innovazione scientifica e tecnologica, ma anche un asset fondamentale per la competitività industriale, la sostenibilità ambientale, e la crescita economica a lungo termine.
L’Italia, con una solida tradizione nel settore aerospaziale, punta a consolidare il proprio ruolo di protagonista a livello internazionale, rafforzando le collaborazioni europee e globali, supportando l’evoluzione delle capacità tecnologiche nazionali e garantendo un utilizzo responsabile e sostenibile delle risorse spaziali. Per raggiungere tali obiettivi, il governo ha articolato le sue strategie in quattro assi principali, che definiscono le linee guida per le politiche e le azioni future.
I quattro assi principali
Competitività industriale e tecnologica
Questo asse mira a rafforzare l’industria spaziale e aerospaziale italiana, promuovendo l’innovazione tecnologica e incentivando investimenti pubblici e privati nel settore. L’obiettivo è creare un ecosistema industriale competitivo e resiliente, in grado di sviluppare prodotti e servizi avanzati per il mercato globale.
Sviluppo di capacità strategiche nazionali
Viene data priorità alla realizzazione di infrastrutture e programmi spaziali nazionali che rafforzino la sovranità tecnologica dell’Italia. Questo include satelliti, sistemi di osservazione della Terra, comunicazioni sicure e iniziative per garantire la sicurezza e l’indipendenza tecnologica del Paese.
Cooperazione internazionale e ruolo europeo
L’Italia intende consolidare la sua presenza nelle principali organizzazioni internazionali e nei programmi spaziali europei, come l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). La cooperazione con partner globali e regionali è considerata fondamentale per ampliare l’accesso alle risorse spaziali, condividere conoscenze e promuovere la stabilità geopolitica.
Sostenibilità e responsabilità nell’uso dello spazio
Questo asse pone l’accento sull’importanza di un utilizzo sostenibile e responsabile delle risorse spaziali. Si punta a sviluppare soluzioni innovative per ridurre i detriti spaziali, garantire la sicurezza delle missioni e promuovere l’adozione di standard internazionali per un uso etico dello spazio.
Il documento sottolinea l’importanza di un approccio integrato che coinvolga tutti gli attori del settore, tra cui istituzioni pubbliche, industria privata, università e centri di ricerca. Il governo si impegna a promuovere politiche di lungo termine, garantendo continuità e prevedibilità nelle azioni strategiche, essenziali per attrarre investimenti e stimolare l’innovazione.
Un altro elemento centrale è l’attenzione alla formazione e alla valorizzazione del capitale umano. Il governo intende supportare la creazione di programmi educativi specifici e percorsi formativi avanzati per preparare le nuove generazioni alle sfide del settore spaziale e aerospaziale, consolidando la leadership scientifica e tecnica italiana.
Infine, si riconosce il potenziale trasformativo dello spazio come leva per affrontare sfide globali, quali il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile. In questo contesto, l’Italia mira a posizionarsi come un partner di riferimento per soluzioni innovative e tecnologiche che favoriscano un futuro più sostenibile e sicuro per tutti.
Il documento integrale è disponibile sul sito dell’Ufficio delle Politiche Spaziali
Wolf-Rayet 140: Le Fabbriche di Polvere Cosmiche Rivelate dal JWST

Gli astronomi, utilizzando il Telescopio Spaziale James Webb (NASA/ESA/CSA), hanno identificato due stelle responsabili della generazione di polvere ricca di carbonio a soli 5000 anni luce di distanza nella nostra galassia, la Via Lattea. Nel sistema Wolf-Rayet 140, quando le due stelle massicce si avvicinano nelle loro orbite allungate, i loro venti stellari collidono producendo polvere ricca di carbonio. Ogni otto anni, per alcuni mesi, le stelle formano un nuovo guscio di polvere che si espande verso l’esterno, potenzialmente contribuendo alla formazione di nuove stelle in altre parti della galassia.
Gli astronomi hanno a lungo cercato di comprendere come elementi come il carbonio, essenziale per la vita, si distribuiscano nell’Universo. Ora, il James Webb ha esaminato in dettaglio una fonte attiva di polvere ricca di carbonio nella Via Lattea: Wolf-Rayet 140, un sistema di due stelle massicce con un’orbita stretta ed ellittica. Quando le stelle si avvicinano (visibili come un punto bianco centrale nelle immagini del Webb), i loro venti stellari si scontrano, comprimendo il materiale e formando polvere ricca di carbonio. Le osservazioni del Webb mostrano 17 gusci di polvere che brillano nella luce del medio infrarosso, espandendosi a intervalli regolari nello spazio circostante.

Wolf-Rayet 140 si trova a poco più di 5000 anni luce di distanza nella nostra galassia, la Via Lattea.
Descrizione dell’immagine: Un grafico in tre parti che mostra le osservazioni di Wolf-Rayet 140, due stelle massicce con 17 gusci di polvere attorno a loro.
Credito:
NASA, ESA, CSA, STScI, E. Lieb (Università di Denver), R. Lau (NSF NOIRLab), J. Hoffman (Università di Denver)
“Il telescopio ha confermato che questi gusci di polvere sono reali, e i suoi dati hanno mostrato che si stanno muovendo verso l’esterno a velocità costanti, rivelando cambiamenti visibili in periodi di tempo incredibilmente brevi“, ha affermato Emma Lieb, autrice principale del nuovo studio e dottoranda presso l’Università di Denver in Colorado.
Ogni guscio si allontana dalle stelle a oltre 2600 chilometri al secondo, quasi l’1% della velocità della luce. “Siamo abituati a pensare che gli eventi nello spazio avvengano lentamente, su milioni o miliardi di anni“, ha aggiunto Jennifer Hoffman, coautrice e professoressa all’Università di Denver. “In questo sistema, l’osservatorio mostra che i gusci di polvere si stanno espandendo da un anno all’altro.“
“Vedere il movimento reale di questi gusci tra le osservazioni del Webb, effettuate a soli 13 mesi di distanza, è davvero notevole“, ha dichiarato Olivia Jones, coautrice presso l’UK Astronomy Technology Centre di Edimburgo. “Questi nuovi risultati ci offrono una prima visione del potenziale ruolo di tali binarie massicce come fabbriche di polvere nell’Universo.“
Come un orologio, i venti delle stelle generano polvere per diversi mesi ogni otto anni, quando la coppia si avvicina maggiormente durante la loro ampia orbita ellittica. Il JWST mostra anche dove la polvere si raffredda e si disperde nello spazio interstellare. La polvere prodotta da sistemi come Wolf-Rayet 140 potrebbe contribuire alla formazione di nuove stelle e pianeti, arricchendo il mezzo interstellare con elementi pesanti.
Queste osservazioni forniscono una comprensione più profonda dei processi che distribuiscono elementi essenziali per la vita nell’Universo e sottolineano l’importanza di sistemi binari massicci nella produzione di polvere cosmica.
La cometa C/2024 G3 ATLAS visibile in pieno giorno!
NOTIZA FLASH
Oggi giunge al Perielio la C/2024 G3 ATLAS transitando a soli 14 milioni di chilometri di distanza dal Sole. L’oggetto sembrava destinato alla disintegrazione proprio per la piccola distanza del passaggio ma invece sembra resistere. Le immagini della camera LASCO 3 installata sulla sonda solare SOHO la mostrano in queste ore luminosissima e con una notevole coda. Purtroppo le condizioni di visibilità sono attualmente estreme con l’ oggetto a soli 5° dal Sole. Per l’ emisfero boreale rimarranno difficilissime mentre miglioreranno nei prossimi giorni in quello australe. Data la luminosità raggiunta vale comunque la pena tentare l’osservazione da stasera e per le prossime due-tre serate appena dopo il tramonto del Sole quando, pur tra l’intensa luce ancora presente, la ATLAS dovrebbe mostrarsi in binocoli e telescopi. Addirittura è potenzialmente visibile in pieno giorno usando opportuni accorgimenti. Io ci sono riuscito nella mattinata del 13/1 alle 10.35.

Di seguito il report dell’autore:
Oggi 13/1 alle 10.35 ho tentato l’osservazione di questa cometa posta a nemmeno 5° dal Sole con i binocoli 20×90 e 25×100. Da calcoli sapevo quando e dove avrebbe scavalcato la cresta rocciosa che domina il mio paese, anticipando il Sole di qualche minuto. Sono riuscito a vederla prima con il binocolo più grande è poi anche con l’altro, ben staccata dal fondo cielo. Visibile anche un accenno di coda cortissima. L’ho seguita per pochi minuti prima che dalla cresta comparisse il sole. Credo la sua luminosità possa essere attorno alla -4 mag.
SOS Cieli di Atacama: L’ESO Lancia l’Allarme su un Progetto Industriale Minaccioso
“Il 24 dicembre, AES Andes, una sussidiaria della società elettrica statunitense AES Corporation, ha presentato il progetto di un enorme complesso industriale per la valutazione dell’impatto ambientale. Questo complesso minaccia i cieli incontaminati sopra l’Osservatorio Paranal dell’ESO nel deserto di Atacama in Cile, il più buio e limpido di tutti gli osservatori astronomici al mondo [1]. Il megaprogetto industriale dovrebbe essere installato a soli 5-11 chilometri dai telescopi di Paranal, il che causerebbe danni irreparabili alle osservazioni astronomiche, in particolare a causa dell’inquinamento luminoso emesso durante il periodo di funzionamento del progetto. Il ricollocamento del complesso salverebbe uno degli ultimi cieli oscuri veramente incontaminati della Terra.”
Con queste parole l’Osservatorio Europeo Australe (ESO) ha espresso la forte preoccupazione per un progetto industriale pianificato nelle immediate vicinanze dei suoi osservatori situati nel deserto di Atacama, in Cile, una regione riconosciuta a livello internazionale come uno dei migliori siti al mondo per l’osservazione astronomica, grazie alla straordinaria qualità dei suoi cieli notturni, caratterizzati da un’eccezionale limpidezza e oscurità.
Il progetto in questione potrebbe avere un impatto significativo sulla qualità dell’ambiente notturno, compromettendo la capacità degli astronomi di effettuare osservazioni di alta precisione. Le attività industriali possono generare inquinamento luminoso, atmosferico e acustico, tutti fattori che rappresentano una minaccia per le sofisticate operazioni astronomiche condotte dagli osservatori dell’ESO. La riduzione della qualità dei cieli notturni potrebbe limitare la capacità di raccogliere dati preziosi per la comprensione dell’universo e ostacolare la realizzazione di scoperte fondamentali.
L’ESO ha ribadito l’importanza di preservare l’integrità dei cieli notturni del deserto di Atacama, un patrimonio naturale che non solo serve la scienza, ma rappresenta anche un valore inestimabile per l’umanità. La ricerca astronomica condotta in questa regione ha portato a scoperte rivoluzionarie, inclusi importanti contributi alla comprensione della formazione delle galassie, dei pianeti extrasolari e della materia oscura.

L’organizzazione ha invitato tutte le parti coinvolte a considerare attentamente l’impatto ambientale di qualsiasi attività industriale nella zona. È essenziale che lo sviluppo economico e industriale sia bilanciato con la necessità di proteggere il patrimonio scientifico e naturale rappresentato dai cieli di Atacama. L’ESO ha inoltre auspicato un dialogo costruttivo tra governi, aziende e comunità scientifica, al fine di individuare soluzioni che consentano di conciliare lo sviluppo economico con la tutela delle risorse naturali fondamentali per la scienza astronomica.
In un contesto globale in cui la protezione dell’ambiente e delle risorse naturali è sempre più centrale, l’ESO ha sottolineato che la salvaguardia dei cieli notturni del deserto di Atacama deve diventare una priorità per tutte le parti coinvolte. Questo approccio non solo garantirebbe il proseguimento delle scoperte scientifiche, ma rappresenterebbe anche un esempio virtuoso di come lo sviluppo sostenibile possa essere realizzato in armonia con la conservazione dell’ambiente.
La Redazione di Coelum Astronomia condivide pienamente le preoccupazioni espresse dall’Osservatorio Europeo Australe (ESO). Compromettere l’accesso da terra ai cieli limpidi del deserto di Atacama significa limitare fortemente la capacità dell’astronomia di indagare l’universo e svelarne i misteri. Questo rischio si aggiunge alle già difficili sfide che la comunità scientifica deve affrontare per contrastare la proliferazione incontrollata di satelliti in orbita, spesso lanciati per scopi discutibili o non strettamente giustificati. Preservare l’oscurità e la qualità dei cieli notturni è fondamentale non solo per il progresso della conoscenza scientifica, ma anche per tutelare un patrimonio unico che appartiene all’intera umanità.
Fonte: ESO
FOTONICOntest (ShaRA #1 e #2) Draghi contro l’apatia da pandemia
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Nel pieno della pandemia, l’astrofilo Alessandro Ravagnin ha trasformato le restrizioni in un’opportunità, dando vita al FOTONICOntest, un progetto di astrofotografia condivisa. Da iniziative locali a collaborazioni globali, il progetto ha permesso ad astrofili di ogni livello di unire le forze per catturare immagini straordinarie di oggetti celesti, persino con l’ausilio di telescopi remoti in Cile. Questo articolo racconta come la passione per l’universo e la condivisione abbiano reso possibile un’esperienza unica e innovativa.
Il Target #1

Il Target #2

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Nei libri di storia futuri l’anno 2020 verrà ricordato come l’anno del COVID19, la prima pandemia da virus dell’era moderna che ebbe un incredibile impatto nella società globale influenzando in modo pesante il modo di vivere di tutta la popolazione mondiale. Le relazioni ed il contatto fisico coi propri cari è stato temporaneamente congelato col fine di limitare al massimo la diffusione del virus. L’isolamento ed il blocco delle attività quotidiane alle quali eravamo abituati ha contribuito fortemente alla nascita di nuove forme di condivisione ed intrattenimento, basate principalmente sull’accesso alle tecnologie digitali (dai social network alla tv on demand, agli acquisiti sugli store digitali).
Personalmente la pandemia mi ha permesso di coronare uno dei sogni di tutti gli astrofili, ossia la costruzione di un piccolo osservatorio privato in giardino, con l’acquisto di un C11HD Edge e vari accessori per le riprese fotografiche. Quale miglior modo per passare le serate di lockdown se non col naso all’insù a guardare galassie, nebulose, stelle e pianeti? L’astronomia e soprattutto l’astrofotografia è tendenzialmente vissuta dagli appassionati come una disciplina “solitaria”, anche se forme di osservazione condivisa come StarParty, serate osservative organizzate da circoli di astrofili del territorio o semplici ritrovi tra piccoli gruppi di amici si sono molto diffusi negli anni ed hanno fatto breccia tra moltissimi appassionati. Nel 2020 abbiamo tutti dovuto fare a meno di queste cose. Stop. Bloccato tutto. Congelato.
Ma se è vero che nei momenti di difficoltà o di “emergenza” l’ingegno si aguzza e la creatività prende il sopravvento liberando tutto il potenziale della mente umana, spesso impigrita dalla routine, allora è altrettanto vero che proprio a metà del 2020, io ed un paio di miei cari amici astrofili (Andrea Bertocco e Christian Privitera), abbiamo ideato un nuovo modo di vivere l’astrofotografia in modo condiviso, uniti nel tempo, ma separati nello spazio. Nacque così l’idea dei FOTONICOntest: un evento che dal nome può sembrare un concorso fotografico, ma che in realtà ha come elementi fondanti la partecipazione, la condivisione e l’amicizia.
L’unione fa la forza
L’idea originaria che ha guidato le prime 3 edizioni, era basata sulla fotografia condivisa: ogni partecipante era tenuto a fotografare un oggetto scelto in modo democratico a partire da un elenco di proposte sottoposte dai vari membri del gruppo, riprendendolo in solitaria con la propria strumentazione e dalla propria abitazione (eravamo appunto in pieno lockdown e non potevamo muoverci). Al termine dello slot temporale scelto per le riprese (tendenzialmente le 2 settimane a cavallo del novilunio), ognuno procedeva con l’elaborazione della propria immagine e la inviava al sottoscritto per l’editing conclusivo. La composizione prevedeva la fusione di tutti i contributi in una unica foto complessiva: lo strumento usato è stato Gimp, attraverso il quale è stato possibile sfruttare le varie opzioni di fusione dei layer (ogni immagine è stata copiata e incollata su un layer specifico, allineata e quindi fusa con quella sottostante) per bilanciare il peso di ogni contributo. Il file finale soffriva dei difetti di ogni singola immagine, portando con sé difetti di ogni natura (guida, messa a fuoco, spianatura campo, aberrazioni ottiche, etc) che venivano però mediati grazie al “super-staking” fatto con Gimp, ma beneficiava evidentemente di tutti i fotoni raccolti dalle varie camere di ripresa, tutte CMOS, garantendo un ottimo rapporto segnale rumore. Utilizzare ed unire i vari contributi ha infatti permesso di riprendere i vari soggetti raggiungendo considerevoli ore di integrazione equivalente: per esempio su M31 si son raggiunte 73 ore di esposizione. Un singolo astrofilo, probabilmente, dovrebbe investire un paio di mesi (tenendo in considerazione blocchi osservativi causa maltempo) per collezionare così tanti fotoni su un singolo soggetto.
Una Esperienza Condivisa
La prime tre edizioni del FOTONICOntest son così trascorse tra un lockdown ed un altro, permettendoci di fotografare “in compagnia” dei bellissimi target, scelti appositamente per favorire la partecipazione di più astrofili possibile, dai neofiti ai più esperti: la Nebulosa di Orione, Il Muro del Cigno, la Galassia di Andromeda. Tutti oggetti molto luminosi e molto alti sull’orizzonte.
La quarta edizione, iniziata ad Aprile 2022 ha visto un cambio di approccio sostanziale, mantenendo però lo spirito delle prime tre: abbiamo ampliato il concetto di “distanza”! Se inizialmente la distanza era forzata e limitata ad una separazione fisica tra i partecipanti (non emotiva, visto il continuo contatto tramite smartphone per scambio di pareri e consigli per le riprese e le elaborazioni), con la quarta edizione abbiamo allontanato i partecipanti anche dalla strumentazione.
Da anni ormai si stanno diffondendo servizi di hosting remoto di strumentazione astronomica di categoria quasi professionale, dislocata nei posti più bui della terra e liberamente utilizzabile previo pagamento ed apertura di un account. Chilescope per esempio offre una piattaforma molto snella e agevole per la prenotazione e la pianificazione di sessioni osservative attraverso i telescopi locati ad ElSauce in Cile (Rio Hurtado, a 1600m sul livello del mare). La “flotta” di telescopi prevede strumentazione di alto livello, da un tele Nikon da 100mm di apertura e 200mm di focale, fino ad un RC-1000 (sì, 1 metro di diametro!) da quasi 7metri di focale su montatura altazimutale di classe professionale, passando per due Newton velocissimi da 0.5mm di diametro e rapporto focale f/3.8 ed un RH200 f/3. Le camere di ripresa son tutte della Finger Lakes Instrumentation, modello MicroLine CCD 16803 e 16200, con set di filtri Astrodon True Balance Gen II LRGB e 5nm H-alpha/Oiii/Sii. Il Telescopio principale monta anche un filtro Rosso della Sloan per eventuali lavori di caratura scientifica ed ovviamente il derotatore di campo motorizzato per le lunghe pose.
L’accesso alla strumentazione avviene tramite una schermata di pianificazione delle sessioni attraverso la quale si imposta la data di inizio e la durata complessiva della sessione di ripresa (dalla quale si evince il costo della stessa), le coordinate celesti del FoV (field of view, alias campo inquadrato), la sequenza di filtri, il binning del CCD ed altri parametri necessari per l’autofocus, la guida ed il dithering. Una volta iniziata la sessione si riceve una email di notifica con un link: è possibile infatti collegarsi ad una dashboard “live” del sistema automatizzato di acquisizione e guida del telescopio, con accesso a tutti i dati interessanti per seguire le riprese dal vivo (non è però possibile agire sulla montatura e sulla camera di ripresa, se non nelle sessioni di ripresa degli oggetti planetari, eseguibili in modalità “live” con Firecapture come se si fosse proprio in loco), compresa la preview in bassa risoluzione delle immagini acquisite. Conclusa la sessione, dopo qualche ora, vengono resi disponibili su un server ftp i file grezzi per download compressi un bel file zip (i file di calibrazioni sono scaricabili in qualsiasi momento). Funzionale e preciso il sistema di rimborso, che prevede lo storno automatico di punti (1 punto equivale ad 1 dollaro) per eventuali sub difettati per problemi di varia natura (tecnici e/o maltempo); è anche possibile richiedere il rimborso per eventuali sub non perfetti dovuti a problemi di guida o foschie/velature improvvise.
Tutti in Cile
Chiusa questa veloce introduzione del servizio Chilescope, ritorniamo al FOTONICOntest, che nella sua quarta edizione ha visto appunto l’utilizzo della strumentazione cilena affittata per un po’ di nottate nei mesi di Giugno e Luglio. Di fatto il progetto è consistito in una prima fase di raccolta partecipanti e raccolta fondi, in modalità crowdfunding: ogni partecipante era libero di contribuire con la quota desiderata, dai 20 euro in su. Son stati così raccolti, grazie al passaparola, nel giro di pochi giorni quasi 600 euro e 15 partecipanti da tutta Italia. Un ottimo risultato, perché con tale cifra è stato possibile accedere al progetto “DeepView” offerto dal Chilescope (bonus extra di punti per l’utilizzo di un telescopio su un unico soggetto per l’equivalente di almeno 500 punti spesi sulla piattaforma). La seconda fase del progetto ha previsto la scelta del target di ripresa: ogni partecipante ha sottoposto al gruppo una lista di 2/3 oggetti dell’emisfero australe, con una bozza di piano osservativo (telescopio, filtri, durata). Una volta raccolte tutte le proposte si è votato in modo democratico e si è stilata una classifica dei soggetti preferiti. I primi tre son stati, in ordine di preferenza (dal più preferito): la galassia starburst M83, il complesso nebulare dei Dragoni di Ara NGC6188 e la splendida regione di Rho Ophiuchi.
La prima difficoltà che il gruppo ha dovuto superare è stata proprio la selezione del soggetto: tutti troppo belli, tutti sconosciuti ed impossibili da riprendere dalle nostre latitudini boreali. Eravamo tutti dispiaciuti di dover sceglierne uno e uno soltanto, considerando che avremmo avuto l’occasione di usare strumentazione automatizzata di alto livello sotto un cielo strepitoso per molte serate consecutive.
Al che, di comune accordo, decidemmo di optare per puntare due soggetti anziché uno: una galassia ed una nebulosa (M83 e i Draghi appunto). Due target diametralmente opposti.
Col budget raccolto avevamo margine per ottenere due immagini molto buone anziché una unica eccezionale. Nessuno voleva farsi sfuggire questa occasione, considerando soprattutto che molti partecipanti erano alla loro “prima volta”. Eh sì, il gruppo era molto eterogeneo e composto sia da veterani dell’astrofotografia, che da inesperti alle prime armi. Il bello del lavoro svolto assieme nei mesi del contest è stato proprio questo: condividere e scambiare pareri ed informazioni gli uni con gli altri, nello spirito di una comune crescita e miglioramento delle proprie capacità e competenze in ambito astrofotografico (anche i veterani, alla fine, non avevano mai fatto riprese con camere CCD monocromatiche).
La seconda sfida che il gruppo ha dovuto affrontare è stata la pianificazione delle riprese! Bisognava mettere d’accordo 15 persone diverse, decidendo il modo migliore di investire il budget raccolto, bilanciando le ore disponibili al telescopio tra i due soggetti prescelti nonché, viste le peculiarità degli stessi, tra filtri di diversa natura per i vari sub. Lo spirito collaborativo che ha regnato durante le settimane di lavoro ha garantito il pieno raggiungimento di tutti gli obiettivi pianificati senza creare attriti tra i vari partecipanti.
La battaglia dei 52 Dragoni
Arriviamo quindi al primo risultato raggiunto: dopo 4 nottate di ripresa, son stati distribuiti a tutti i partecipanti i file grezzi da elaborare in autonomia. Avevamo ripreso NGC6188 – i “Dragoni belligeranti”- col Telescopio 5: un RH200 f/3 con camera CCD FLI Proline 16200 (27x22mm di lato e pixel da 6 micrometri) e pose così distribuite:
- 10 pose da 600s bin 1 in H-alpha
- 21 pose da 600s bin1 in Oiii
- 19 pose da 600s bin1 in Sii
- 3 pose da 300s bin1 con filtro R
- 4 pose da 300s bin1 con filtro G
- 9 pose da 300s bin1 con filtro B
per un totale di 233 punti spesi sulla piattaforma (233 dollari).
Son stati usati tutti i filtri disponibili nella “rastrelliera”, al fine di poter ottenere le più variegate palette colori dei complessi nebulari: la regione dei draghi si presta molto bene ad essere fotografata a diverse lunghezze d’onda grazie alla forte presenza di Idrogeno (H-alpha), Ossigeno (OIII) e Zolfo (SII) ionizzati. Ossigeno ionizzato tre volte molto intenso e bello nel guscio esterno della nebulosa bipolare visibile in basso a destra nelle immagini (NGC6164/5), splendido e peculiare oggetto ripreso assieme ai Draghi nello stesso “Field of View”.
I file grezzi sono stati elaborati da ogni partecipante con i software di sua conoscenza (Pixinsight, Photoshop, Gimp, Astropanel, etc) creando le composizioni colore a proprio piacimento: RGB, SHO e altre varianti. In ultimo le immagini finali sono state aggregate (da uno ad un massimo di 3 elaborati per ogni partecipante) per una votazione alla cieca: ognuno doveva esprimere le proprie tre preferenze, escludendo dalla votazione le proprie immagini e senza conoscere l’identità degli autori di tutte le altre.
Che dire, un trionfo di colori ed interpretazioni “artistiche” decisamente variopinte! I “veterani” sin sono concentrati nel trattare stelle e nebulose nel modo più “delicato” e naturale possibile, cercando di bilanciare al meglio i colori e le intensità delle varie componenti nebulari e stellari. Gli “inesperti” invece si sono sbizzarriti nel creare le più disparate e sicuramente “impattanti” immagini dell’intero contest, con palette colori originali ed elaborazioni molto spinte.
Son state fatte composizioni classiche in Hubble Palette (SII + H-alpha + OIII = SHO) con stelle magenta non “corrette”, composizioni SHO con stelle “corrette” (ottenute da composizione Rosso + Verde + Blu = RGB), composizioni puramente RGB, composizioni miste SHO + RGB (fuse in unica immagine), composizioni HOO (H-alpha + OIII + OIII), composizioni HGBO (H-alpha + Verde/Blu + Oiii) ed altro, anche monocromatiche e in versione starless (senza stelle).
Al termine della votazione, in pieno spirito partecipativo del FOTONICOntest, le tre fotografie più votate (una completamente differente dall’altra) son state ulteriormente fuse al fine di ottenere l’immagine testimonial di questa quarta edizione: i draghi nei loro colori naturali (zona a fortissima emissione nella riga H-alpha,quindi rossa) con contributo di luminanza data da composizione SHO (vedi copertina di questo articolo).
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Una fucina di stelle
Archiviata la foto dei Dragoni di ARA, ci si è quindi concentrati sul soggetto principale del FOTONICOntest#4, quello che ha assorbito la maggior parte del budget raccolto: la galassia M83.
M83 è una galassia a spirale barrata intermedia, locata nella costellazione dell’Idra, ricca di nubi molecolari di idrogeno e zone di formazione stellare. Viene soprannominata “La Girandola del Sud” ed è una delle galassie più luminose ed estese del cielo intero.
Per riprenderla abbiamo usato il telescopio RC da 1 metro di diametro operante a focale piena (6.8 metri) con le pose a seguire:
- 17 pose da 300s bin 1 con filtro Luminanza
- 6 pose da 600s bin1 con filtro R
- 6 pose da 600s bin1 con filtro G
- 10 pose da 600s bin1 con filtro B
- 4 pose da 1200s bin1 in H-alpha
- 2 pose da 1200s bin1 in Oiii
Purtroppo le sessioni R e G dovevano bilanciare le 10 pose del canale Blu, ma a causa di una forte tempesta di neve sopraggiunta nella settimana scelta per le riprese (alla nostra torrida estate, corrisponde infatti normalmente un “tiepido” inverno cileno, cosa che quest’anno ovviamente non è accaduta), non son state completate correttamente e ci siamo fermati a soli 6 sub.
I risultati delle elaborazioni sono stati ovviamente più omogenei rispetto a quanto fatto coi Dragoni: la sfida questa volta è stato il bilanciamento dei colori della galassia e delle stelle nel campo di ripresa, nonché l’evidenziazione delle braccia esterne della spirale e delle fantastiche nubi molecolari di colore rosso fiammante.
E’ stato fatto anche un test di ripresa con un paio di pose da 1200s con filtro OIII, per chi volesse provare una composizione tendenzialmente inusuale per una galassia, ossia una HOO starless, volta ad evidenziare le nubi molecolari presenti sulle braccia della spirale.
Anche qui i vari partecipanti hanno interpretato in modo differente le varie elaborazioni, producendo risultati molto differenti gli uni dagli altri!
Epilogo
Giungiamo spediti alla conclusione di questo articolo, ringraziando sentitamente ogni singolo membro del gruppo, composto sia da vecchi amici che da nuovi simpatici conoscenti. Spero di aver trasmesso al lettore almeno in parte l’entusiasmo ed il divertimento che ha albergato per un paio di mesi all’interno del gruppo, creato ad hoc per l’evento e frequentato per due interi mesi da 15 persone che non si erano mai viste prima. Perché lo spirito del FOTONICOntest è proprio questo: non tanto gareggiare per fare la foto del secolo, ma divertirsi tutti assieme condividendo qualche ora del nostro prezioso tempo libero, cogliendo l’occasione per conoscere nuove persone attraverso i più moderni strumenti digitali.
Evento che verrà sicuramente ripetuto in futuro, sia con strumentazione propria che con la strumentazione remota sperduta in qualche angolo recondito del nostro pianeta e chi lo sa, in futuro, con qualche strumento ancora più grande del metro cileno.
L’articolo è pubblicato in COELUM 258 VERSIONE CARTACEA













ShaRA#3 Shared Remote Astrofotography L’occhio di Horus
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Nel progetto ShaRA, l’astrofotografia condivisa si unisce alla collaborazione tra appassionati per esplorare l’universo attraverso telescopi remoti di classe professionale. Nato durante il periodo del COVID-19, il progetto offre una nuova prospettiva sull’astrofotografia, permettendo di catturare immagini straordinarie di oggetti celesti dell’emisfero australe. Questo articolo racconta come il team ShaRA sia cresciuto, superando sfide tecniche e condividendo la passione per la scoperta del cosmo.
Il Target

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Per chi lo ricorderà, non molto tempo fa, nel numero 258 di Coelum Astronomia, pubblicato ad Ottobre 2022, introdussi il progetto di osservazione condivisa nato ai tempi del COVID19 e battezzato col nome FOTONIContest. L’ultima edizione, svoltasi sfruttando i telescopi remoti ubicati in Cile, ebbe così tanto successo che pensai di creare uno spin-off del progetto dedicato esclusivamente all’astrofotografia condivisa attraverso i grandi telescopi remoti. è nato così ShaRA (Shared Remote Astrophotography): un nuovo modo di vivere l’astronomia, un luogo di ritrovo e di collaborazione per (parafrasando un famoso capitano dell’Enterprise) arrivare “là dove nessuno è mai giunto prima”.
Come spiegato nel precedente articolo, l’utilizzo della strumentazione remota, soprattutto se di grandi dimensioni, è abbastanza impegnativo a causa degli alti costi: un telescopio da 1 metro di diametro con la relativa strumentazione di acquisizione e di gestione non è sicuramente alla portata di tutte le tasche, come pure la manutenzione di un sito osservativo, ubicato in mezzo al deserto o sulle Ande cilene lontano dai centri abitati, non è affar da poco. Nel mercato sono disponibili servizi di acquisto, a prezzi modici, di file grezzi pronti per l’elaborazione, ma questo modo di operare toglie del tutto il fascino dell’astrofotografia, riducendo l’attività ad una semplice e mera elaborazione al computer di foto fatte da altri (tanto vale in questo caso accedere agli archivi liberi e gratuiti delle foto grezze di HST o JWST).
ShaRA parte quindi da questo principio: fare una propria astrofotografia usando telescopi a noleggio di classe professionale, da cieli incontaminati, di oggetti non visibili dal giardino di casa (prendendo come riferimento le case italiane dalle quali sono accessibili esclusivamente i target dell’emisfero boreale) senza spendere un patrimonio.
Al momento il team ShaRA ha raggiunto i 20 membri e viene coordinato/moderato dal sottoscritto, che organizza tutte le fasi del progetto.
Come si opera nel gruppo? Nel seguente schema di principio si possono vedere le principali fasi che generalmente portano alla conclusione di un progetto in un arco temporale di circa un paio di mesi (due lunazioni).

Nella fase iniziale di un progetto ShaRA, la pianificazione, della durata approssimativa di circa due settimane, ogni partecipante è libero di proporre un target di suo interesse, studiando la volta celeste visibile dal sito cileno nel periodo di riferimento. Il coordinatore colleziona tutte le proposte e le condivide per votazione democratica (quella che riceve più preferenze vince). Prima di passare alla fase successiva si procede con la scelta del telescopio di ripresa e quindi la raccolta dei contributi economici volontari (partendo da un minimo di 20 euro, il costo di una pizza ed una birra). Queste attività sono molto interessanti e divertenti perché permettono di studiare e prendere confidenza con oggetti che non conosciamo molto bene, boreale proprio perché collocati nell’emisfero australe. Le nebulose estese inoltre, lasciano ampia libertà di scelta sul campo da inquadrare lavorando a focali molto lunghe (quasi sette metri nel caso in cui si scelga il telescopio da un metro di diametro).
La fase successiva prevede le sessioni di ripresa: anche questa fase è molto emozionante, perché, nonostante non si operi in real-time sul telescopio, il risultato di ogni sessione è sempre un’incognita. Ci si può infatti imbattere in problemi tecnici legati alla guida, alla messa a fuoco, al centramento e orientamento del campo inquadrato, nonché alle condizioni meteo e tante altre variabili. Se si utilizza il telescopio da un metro, ad esempio gli algoritmi di puntamento e guida sono studiati per garantire sempre l’individuazione di una stella di riferimento sufficientemente luminosa: la camera di ripresa, che espleta anche la funzione di guida, viene ruotata rispetto al campo inquadrato in modo randomico e a 6.8 metri di focale non sempre la stella viene individuata. L’algoritmo automatizzato effettua quindi leggeri spostamenti del telescopio, effettua il plate solving per il calcolo corretto delle coordinate del FoV (field of view) e riprova la procedura.
Devo dire che ogni mattina, all’indomani di una sessione di ripresa, quando apro il notebook mentre preparo il caffè e verifico i sub della nottata cilena provo le stesse identiche emozioni che provavo trenta anni fa quando andavo dal fotografo a ritirare le foto da pellicola stampate su carta fotografica (con 3 foto valide su un rullino da 36 pose!); emozioni e per soli appassionati un po’ agée.
Sovente capita di dover rivedere le pianificazioni originali e quindi nella schedulazione iniziale importante prevedere almeno una sessione di recovery necessaria al completamento di tutto il set di sub finanziati dal budget raccolto. Avendo optato per riprendere durante le fasi lunari, come facciamo abitualmente per ridurre al minimo l’esborso economico, accaparrandoci il 40% di sconto sulla tariffa oraria dei telescopi, bisogna essere molto attenti nella prenotazione del telescopio: una sessione finale andata a buca, per meteo avverso o problemi tecnici, rischia di spostare in avanti la chiusura del progetto-di un intero ciclo lunare.
Conclusa l’ultima posa, vengono distribuiti tutti i file grezzi ai partecipanti, in modo direttamente proporzionale alla cifra di contribuzione (chi paga di più, ottiene il set intero di sub; chi meno, una porzione del totale) ed inizia la fase di “processing”. Questa è la fase dove tutti i partecipanti sono chiamati in causa e devono “lavorare” per produrre il proprio output. Coincide anche con il il momento di confronto tra le varie tecniche elaborative, con i più esperti del gruppo che si rendono disponibili ad aiutare (e ogni tanto anche farsi aiutare) i neofiti per risolvere alcuni problemi nelle riprese ad esempio l’eliminazione dei gradienti o la sovrapposizione dei mosaici o la composizione LRGB+Halpha.
Conclusa la fase di processing si passa alla fase finale che porterà alla pubblicazione dei risultati, dove il coordinatore (sempre io) raccoglie tutte le immagini finali e le distribuisce in forma anonima all’interno del team, per una simpaticissima e democraticissima votazione al buio.
Nel gruppo non ci sono né vincitori né vinti. Lo spirito è del tutto non-competitivo e fondato sulla piena collaborazione: dopo le votazioni viene infatti stilata una classifica col solo obiettivo di fondere tutte le immagini in una unica finale, pesando i singoli contributi in base alla qualità votata dai partecipanti stessi.
La pubblicazione del progetto avviene quindi distribuendo l’immagine finale a nome del team ShaRA lasciando però la piena libertà ad ogni singolo partecipante di utilizzare e diffondere il proprio elaborato in piena autonomia (citando l’origine del materiale).
Nel limite del possibile e delle rispettive capacità cerchiamo anche di accompagnare ogni risultato con qualche approfondimento di carattere scientifico: le foto sono affascinanti è vero, ma ci piace anche capire ed approfondire quanto ripreso nel gruppo non ci sono astronomi professionisti). Di sicuro l’accesso a strumentazione quasi professionale, ci consente di ottenere immagini ad un livello irraggiungibile con strumentazione amatoriale con l’opportunità inoltre di entrare in contatto ( forse insistendo un pò) coi professionisti che fanno dello studio e della ricerca il loro mestiere.
Penso che questo sia il modo migliore per esercitare una sana passione assieme ad amici e conoscenti e soprattutto fare ASTROFOGRAFIA non finalizzata alla sola realizzazione della foto perfetta, bella e meritevole di premi e riconoscimenti (che iniziamo a ricevere), ma anche finalizzata a qualcosa di più alto.
E poi chi lo sa, se in un domani, riusciremo mai a scoprire qualcosa di nuovo…
Chi cerca, trova!
L’ultimo sessione di lavoro ha interessato un oggetto davvero accattivante: ShaRA#3 L’occhio di Horus.


Splendido gruppo di galassie interagenti, il cui soggetto principale presenta molte nubi molecolari di idrogeno ad alto tasso di formazione stellare, alcune delle quali posizionate in forma circolare (un anello dal diametro di circa 5000 anni luce) proprio attorno al centro galattico e spiraleggianti attorno ad un buco nero supermassiccio. La forma a spirale è deforme a causa dell’interazione gravitazione con alcune galassie limitrofe: NGC1097A (annegata “prospetticamente” in uno dei due bracci) e NGC1097B (più lontana, fuori dal campo inquadrato). Ci sono inoltre dei “getti” (tre i primari visibili nell’immagine invertita in versione starless 25588) che sembrano fuoriuscire dal nucleo galattico: negli ultimi anni si è scoperto che sono code mareali formate da stelle di alcune galassie nane smembrate dalla forza attrattiva della galassia principale. La conformazione peculiare dell’oggetto, molto simile all’Occhio di Horus dalla mitologia egizia, ci ha ispirato nell’attribuzione di un nome proprio a ShaRA#3: NGC1097, La Galassia di Horus. La foto è il risultato del Super Stacking pesato di tutte le foto dei partecipanti. Il materiale originale è stato ottenuto fotografando con l’RC1000 a 6800mm di focale, camera FLI16803, filtri Astrodon LRGB True Balance + H-alpha 5nm; Panello A: 18x600s L bin 1 + 3x5x300s RGB bin2 + 4x600s H-alpha bin2; Panello B: 15x600s L bin 1 + 3x5x300s RGB bin2 + 3x600s H-alpha bin2 ”.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 261 VERSIONE CARTACEA

Commento di Marcella Botti
“Ho aderito a questo progetto perché fotografo con reflex e volevo cimentarmi nell’elaborazione di frame monocromatici. Sono entrata nel team ShaRA per pura curiosità e inizialmente volevo stare a guardare e non mi aspettavo certo tutta la professionalità, l’entusiasmo e la condivisione dei partecipanti e alla fine, travolta, ho partecipato attivamente. Un team veramente armonico dove le foto vengono fuse insieme per dar vita ad una mega elaborazione che tiene conto dei migliori risultati di ognuno.”
Commento di Egidio Vergani
“Sono sempre stato appassionato di fotografia, sopra e sotto il mare, ma durante il lock down per il Covid 19 mi sono messo a guardare le foto su internet del nostro Universo. Perché non provarci? Ho acquistato un telescopio di seconda mano (che non sapevo usare ma pian piano ho imparato), ho letto molti libri e riviste ed ho provato a collegarci una reflex per fotografare Saturno. Da li è esplosa la mia passione, ho migliorato l’attrezzatura e la pratica dal mio balcone di Milano. Curiosando su internet qualche anno fa mi sono imbattuto nel progetto di osservazione condivisa di nome FOTONICOntest, ho contattato Alessandro Ravagnin e gli ho mandato la mia foto di Orione. Da allora ho partecipato a tutte le edizioni del FOTONICOntest. Quando Alessandro mi ha chiesto se volevo partecipare alla condivisione di un telescopio remoto in Cile sono rimasto all’inizio perplesso, ma sapendo che nel gruppo, oltre a lui, c’erano anche altri validissimi astrofotografi e qualche neofita come me, ho accettato di buon grado la sua proposta. Subito dopo è nato il progetto ShaRA che ha portato ad una collaborazione sempre maggiore. Nessuno si è mai tirato indietro e devo molto a loro per gli insegnamenti che generosamente hanno dato ai meno esperti. Umiltà e passione sono i punti di forza di questo progetto. Forza ShaRA”
ShaRA4.1 GUM 14/15 Blubbles & Bubble
Indice dei contenuti
ABSTRACT
Nel quarto progetto del team ShaRA, “Bubbles & Bubble”, il gruppo esplora il complesso nebulare GUM14/15, due straordinarie nebulose a forma di bolla nella costellazione delle Vele. Durante il lavoro, viene scoperta la Spin Nebula (He 2-11), una nebulosa planetaria bipolare mai osservata prima in alta risoluzione da astrofili amatoriali. Questo articolo unisce scienza, tecnica e passione, mostrando come l’astrofotografia sia non solo arte, ma anche esplorazione e conoscenza.
Il Target

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La Pianificazione
E siamo giunti al quarto progetto! Il team ShaRA in questi sette mesi di vita è cresciuto molto, raggiungendo quota22 membri, avvicinandosi spaventosamente alla soglia dei 25, limite massimo che abbiamo fissato, per essere efficienti e gestire al meglio i progetti.
Per chi non avesse letto il numero precedente di Coelum Astronomia (vedi Coelum Astronomia n°261 pag. 68), ricordiamo che l’operatività del gruppo passa per varie fasi, dalla condivisione dei possibili target da riprendere, passando per la votazione del soggetto preferito, la definizione del piano di ripresa, fino ad arrivare alle riprese vere e proprie (fatte noleggiando i grandi telescopi remoti del servizio Chilescope) e quindi le elaborazioni ed il Superstaking finale.
Con ShaRA#4 abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su due splendidi target dell’emisfero australe, uno dei quali verrà discusso in questo articolo (ShaRA#4.1), lasciando gli approfondimenti sul secondo target (ShaRA#4.2) al prossimo numero di Coelum.
Il primo oggetto è stato il complesso nebulare GUM14/15, due nebulose a forma di bolla, poco fotografate dell’emisfero Australe, ubicate nella costellazione delle Vele e apparentemente legate tra di loro. GUM14, la più grande, è una nebulosa ad emissione eccitata da una supergigante blu di classe O e prospetticamente limitrofa ad un complesso di nebulose a riflessione la cui più importante è NGC2626. GUM15 è l’altra nebulosa a emissione che, assieme a GUM14, appartiene al Vela Molecular Ridge: un mega complesso molecolare ricco di stelle giovani e calde, che solo grazie alla loro radiazione, diventa visibile ai nostri telescopi.
Abbiamo acquisito le immagini delle due nebulose attraverso il telescopio T5 del servizio Chilescope, investendo parte del budget raccolto, come sempre, in modalità “open” (ognuno partecipa con quanti soldi desidera).
Serendipità: una bolla inaspettata
Durante l’elaborazione dei dati, il Team ha notato la presenza di un oggetto nel campo ripreso dal T5 (un RH200mm f//2) durante la sessione su GUM14/15. Un oggetto molto piccolo ma tuttavia decisamente evidente nella periferia del campo inquadrato con la forma tipica di una nebulosa planetaria, dagli accesi colori rossi e verdi. Abbiamo subito cercato nei cataloghi amatoriali tracce di questo oggetto ma, non trovando assolutamente niente, siamo passati agli archivi degli scatti ma anche qui con poco successo, se non nelle riprese a largo campo fatte su GUM14.

A seguire abbiamo iniziato le ricerche nei database astronomici che si son concluse grazie all’archivio SDSS (Sloan Digital Sky Survey), così finalmente avevamo il codice del nostro oggetto ed una pagina di un vecchio catalogo cartaceo che ne descriveva le principali caratteristiche. Si tratta di He 2-11, nebulosa planetaria di magnitudine stimata di 13,9.
Senza esitazione ed in pochi istanti abbiamo deciso di prenotare il Telescopio 1 del servizio Chilescope per approfondire la nebulosa. Con un telescopio da 1 metro di diametro e ben 6.8 metri di focale speravamo infatti di carpirne per la prima volta in ambito amatoriale i più tenui ed intricati dettagli.
Mentre l’elaborazione dei file provenienti dal T1 proseguiva, alcuni membri del gruppo si sono dedicati alla ricerca di documentazione scientifica per approfondire il soggetto misterioso He 2-11. Dalle ricerche è emersa la prima pubblicazione risalente al 1967 da parte dello scopritore Karl Henize. Una lettura interessante giacché lo stesso Henize esprime sin da subito i suoi dubbi sulla conformazione ma decidendo comunque di lasciarlo nell’elenco delle nebulose planetarie per dar modo ad altri ricercatori di approfondire.
A questo punto abbiamo necessariamente fatto ricorso al supporto scientifico dell’astrofisica e fisica teorica Orsala De Marco, tra i massimi esperti mondiali di sistemi binari variabili in nebulose planetarie, la quale ci indicò un paio di pubblicazioni che finalmente svelavano dettagli interessantissimi su He 2-11.
Dalle informazioni scientifiche rinvenute emerge che He 2-11 (da noi battezzata The Spin Nebula per la sua conformazione e soprattutto la sua origine, che spiegheremo fra poco) è una nebulosa planetaria bipolare distante circa 2300 anni luce, al cui centro risiede un sistema binario ad eclissi con una variabilità di circa 3 magnitudini in poco più di 14 ore.

Le indagini morfologiche, fotometriche, spettroscopiche e i modelli matematici presenti in letteratura delineano un modello di He 2-11 come una struttura caratterizzata da un cuore centrale uniforme di OIII e da due protuberanze esterne filamentose di H-alpha a bassa ionizzazione. Con le protuberanze poi si intersecano perpendicolarmente due ulteriori getti di idrogeno ionizzato che confermerebbero l’espulsione/scambio di massa ed energia tipici di un sistema binario centrale post common-envelope: le due stelle, per un certo periodo della loro vita, hanno infatti condiviso un guscio comune di plasma, continuando a ruotare l’una attorno all’altra. Circa 7000 anni fa, lo stesso guscio venne eiettato nello spaziogenerando la nebulosa He 2-11, attualmente in espansione ad una velocità di circa 40 km/s.
Per concludere, sembra che la nostra immagine sia la prima in ambito amatoriale ad alta risoluzione della Spin Nebula e ci auguriamo che questo nostro piccolo contributo possa rappresentare uno spunto di riflessione e di interesse per tutti coloro che fanno o si apprestano a fare astrofotografia, o che abbiano semplicemente voglia di approcciare il nostro progetto: non solo foto belle e spettacolari, ma anche studio e analisi di quanto si fotografa. È la sete di conoscenza che dovrebbe muovere e stimolare nel rivolgere lo sguardo all’insù.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 262 VERSIONE CARTACEA













ShaRA#4.2 Il “Sandworn” Galattico
Indice dei contenuti
ABSTRACT
In questa seconda parte del progetto ShaRA#4, il team esplora il fascino oscuro di CG4, conosciuta come “Sandworm galattico”. La nebulosa, con la sua forma peculiare e inquietante, è un perfetto connubio di mistero e bellezza celeste. Attraverso immagini straordinarie e approfondimenti scientifici, scopriamo le peculiarità di questo globulo cometario e della galassia ESO 257-19, prospetticamente vicina. Un viaggio tra tecniche avanzate, curiosità astronomiche e il grande lavoro di squadra del team ShaRA.
Il Target

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Nel numero precedente vi abbiamo lasciato in sospeso con la prima parte del progetto ShaRA#4, dedicata a due target australi della costellazione delle Vele, di cui uno fotografato per la prima volta a livello amatoriale dal nostro gruppo e amichevolmente soprannominato “Spin Nebula”.
L’ultimo oggetto del quarto progetto di astrofotografia remota condivisa è stato la nebulosa CG4, votata all’unisono da tutti i membri del Team per la sua peculiare forma, un po’ horror e un po’ orrida, che ci ha fatto tanto divertire nel trovare soprannomi e assonanze con mostri interplanetari dei vecchi film di fantascienza. Anche in questo caso, come al nostro solito, non ci siamo fatti mancare nulla. Trattandosi di un campo molto interessante e ricco di nebulosità e galassie, abbiamo optato per due riprese, una a campo largo, utilizzando il Telescopio 3, un Newton da 500mm F/3, e una a campo stretto con il mega telescopio da un metro di diametro del servizio Chilescope.
La sigla CG4 è l’acronimo di “CometaryGlobule 4”, ovvero una nebulosa che per la sua forma allungata ricorda una cometa. L’osservazione e la scoperta di oggetti simili iniziarono negli anni 70 dagli osservatori britannici in Australia. A causa del loro aspetto sono diventati noti come globuli cometari, anche se non hanno nulla in comune con le comete, e i primi individuati riposavano tutti in un’enorme regione di gas incandescente, chiamata Gum Nebula. Essi hanno teste dense, scure e polverose e code lunghe e deboli, che generalmente puntano in direzione opposta rispetto al resto di supernova della costellazione della Vela.

L’oggetto mostrato nelle nostre immagini, CG4 o qualche volta “Mano di Dio”, ma per noi più simile al celebre vermone dei film Dune o Tremors, appartiene alla categoria dei globuli cometari, localizzato a circa 1300 anni luce dalla Terra nella costellazione di Puppis. La testa di CG4 ha un diametro di 1,5 anni luce, mentre la coda del globulo è lunga circa otto anni luce. Un oggetto terrificante ed enorme, anche se per gli standard astronomici questo lo rende una nuvola di dimensione contenute. Sebbene l’oggetto sia relativamente vicino e di grandi dimensioni, gli astronomi hanno impiegato molto tempo per identificarlo poiché è piuttosto debole ed è quindi difficile da rilevare anche con strumentazione professionale, figuriamoci per quella amatoriale.
La dimensione astronomicamente “piccola” è una caratteristica generale dei globuli cometari. Tutti i globuli cometari trovati finora sono nubi isolate di gas e polvere all’interno della Via Lattea, che a loro volta sono circondate da gas ionizzato caldo. La parte superiore di CG4, ovvero la sua testa, è appunto una densa nube di gas e polvere, visibile solo perché illuminata dalla luce delle stelle vicine la cui radiazione sta anche gradualmente distruggendo la testa del globulo ed erodendo le minuscole particelle che diffondono la luce stellare. Per fortuna CG4 contiene ancora abbastanza gas e genera nuove stelle delle dimensioni del nostro Sole.
Il perché CG4 e altri globuli cometari abbiano questa forma peculiare è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, i quali hanno avanzato due teorie. Nella prima ipotesi i globuli cometari, e quindi anche CG4, potrebbero essere stati originariamente delle nebulose sferiche, poi distrutte dagli effetti di una vicina esplosione di supernova, oppure i globuli cometari possono essere stati modellati da venti stellari e radiazioni ionizzanti di stelle calde e massicce che indurrebbero prima alle formazioni note come “proboscidi di elefante” e poi infine ai globuli cometari.
Ultima nota sul secondo protagonista della nostra immagine, ovvero la galassia che sta per essere divorata dal Sandworm (verme della sabbia). Si tratta di una galassia a spirale catalogata come ESO 257-19 e distante oltre 100 milioni di anni luce, pertanto soltanto vicina prospetticamente alla nebulosa CG4 per sovrapposizione casuale.
Siamo ormai giunti alla conclusione di questo lungo capitolo che ci ha visto impegnati quotidianamente per due mesi tra pianificazione delle sessioni, elaborazione dei dati, condivisione dei risultati, lettura della letteratura scientifica e stesura degli articoli e pertanto vi aspettiamo al prossimo appuntamento con ShaRA#5, su cui siamo già al lavoro da qualche giorno.
Un saluto da tutto il Team ShaRA!!!
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L’articolo è pubblicato in COELUM 263 VERSIONE CARTACEA


















ShaRA#5 The Bat
Indice dei contenuti
ABSTRACT
In questa quinta edizione di ShaRA, il team ci conduce alla scoperta della nebulosa Bat (LDN 43), esplora le sfide affrontate, dalla scelta dei target alle difficoltà tecniche, tra cui un difetto sul sensore che ha richiesto soluzioni creative. Il progetto dimostra ancora una volta come la collaborazione e la condivisione di esperienze possano trasformare ostacoli in opportunità di crescita. Un viaggio nell’astrofotografia che unisce tecnologia, passione e spirito di squadra.
Il Target

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La Pianificazione
Siamo così giunti alla quinta edizione dei nostri progetti di astrofotografia condivisa prima della pausa estiva. Pausa vuol dire anche riflessione e quindi è arrivato il momento di buttare giù le prime somme. Meno di un anno fa siamo partiti in tre, ora siamo arrivati ad essere un grande e prolifico gruppo italiano di astrofotografia condivisa e forse anche notevole a livello mondiale: 23 astrofili che in modo democratico decidono cosa fotografare, auto-finanziano le riprese remote con i grandi telescopi cileni, condividono le elaborazioni, si confrontano sulle varie tecniche di processing e, dopo votazione anonima, generano una foto di gruppo ottenuta prendendo il meglio del contributo di tutti.
Il gruppo sembra essere ormai ben consolidato e i membri affiatati al punto tale che c’è voglia di conoscersi di persona e condividere anche dal vivo la grande passione. Così ci siamo decisi ed abbiamo organizzato il primo evento ShaRA, che si terrà in presenza a fine ottobre in una splendida location, ospiti dell’Università di Padova presso l’Osservatorio Astrofisico di Asiago, in compagnia di tre ricercatori e astronomi di rilievo internazionale. Siamo sicuri che sarà una bella festa, magari la prima di una lunga serie di eventi di ritrovo dal vivo: lavorare da remoto con mezzi digitali è pratico ed efficiente, ma il contatto fisico è d’obbligo per un rapporto lungo e duraturo.
Bat Nebula
Arriviamo quindi a ShaRA#5. Come sempre i target suggeriti erano numerosi tutti molto interessanti, pertanto le votazioni rappresentano sempre un passaggio delicato e complesso di ogni progetto: son stati necessari due turni di votazione ed un compromesso per decidere cosa riprendere. I soggetti che hanno più attenzione son stati la nebulosa LDN 43, conosciuta tra gli astrofotografi come “Bat Nebula” e le famosissime galassie interagenti denominate “Antenne”. Entrambi hanno ricevuto lo stesso numero di voti e perciò si è scelto di seguirli entrambi, anche se ciò ha generato una nuova criticità: dividere il budget su due oggetti!.
Per la nebulosa pipistrello, Bat appunto, abbiamo optato per una sessione L/R/G/B con pose da 300 secondi in bin1, ricorrendo al veloce telescopio newtoniano da mezzo metro f/3.8, ovvero il T3 del servizio Chilescope. La nebulosa è infatti un ammasso di polveri oscure contenente due protostelle di tipo T-Tauri, immersa in un campo stellare privo di emissioni H-alpha e Oiii. La combinazione LRGB ci era sembrata la migliore per mettere in risalto le polveri scure, sul fondo altrettanto scuro. Purtroppo i problemi sono sempre dietro l’angolo e, a valle delle quattro sessioni di ripresa programmate, ci siamo resi conto che i file raw presentavano un fastidioso difetto che comunque siamo riusciti a tamponare grazie all’esperienza ormai decennale di alcuni membri del gruppo. Ci teniamo molto a rimarcare questo aspetto che per noi è fondamentale: ShaRA non è soltanto ottenere una bella immagine, ma soprattutto è condivisione di esperienze e opportunità di imparare gli uni dagli altri.
Il fastidioso difetto
Durante il processo di elaborazione delle nebulose è ormai diventato usuale, da parte di molti membri, il passaggio per la versione starless dell’immagine. O tramite il tool Starnet o il più sofisticato StarXTerminator, si procede con la rimozione automatica di tutte le stelle, al fine di elaborare la nebulosità del campo in modo separato rispetto le stelle. Una volta ottenuta l’immagine calibrata della Bat in versione starless, ci siamo accorti che un fascio simile ad un grande “vermone” attraversava l’immagine per lungo, da un capo all’altro, rovinando nettamente il risultato. Un difetto abbastanza difficile da individuare nella versione originale con le stelle. Dopo un confronto tecnico all’interno del gruppo e discussione con l’help desk del servizio Chilescope, abbiamo determinato l’origine della striscia nella presenza di sporcizia sul sensore evidente in tutti i sub a prescindere dai filtri utilizzati. Se fosse quindi stato un deposito su un filtro, il problema si sarebbe manifestato solo ed esclusivamente sul set di sub relativi a quel filtro.
Il servizio Chilescope, sempre gentile e pronto a dare assistenza, purtroppo non avrebbe pulito il sensore in tempi brevi e anche per i nuovi flat field (che avrebbero quasi sicuramente sistemato il problema in fase di calibrazione) sarebbe stato necessario attendere.
Di comune accordo decidemmo di tamponare il difetto in una maniera differente, ricorrendo allo strumento Timbro/CloneStamp disponibile sia nei vari tool di post processing tipo Photoshop/Gimp che nel più evoluto Pixinsight.

Il CloneStamp permette di copiare/incollare un’area dell’immagine sopra ad un’altra impostando le dimensioni dell’area in pixel e la pressione del timbro. Essendo il difetto largo circa una decina di pixel ed essendo posizionato in prossimità di nebulosità diffuse è risultato agevole e “indolore” compensare il difetto con tale procedura.
Una volta corretta l’immagine, siamo ripartiti con la prassi consueta passando alle votazioni e al Superstack di gruppo.
Galassie Antenne
Il secondo target di ShaRA#5 era, come detto prima, la formazione detta delle Galassie Antenne. Le difficoltà si sono palesate anche in questo nuovo caso, a testimonianza del fatto che anche le riprese remote non son poi così “semplici e scontate” come molti pensano.
Dopo una prima sessione di cattura perfetta col filtro R, ci sono stati due turni andati a vuoto a causa di leggere velature che hanno compromesso la trasparenza del cielo costringendo ad una riprogrammazione. Le ripianificazioni sono spesso “dolorose”, soprattutto quando si schedulano varie nottate di ripresa. Nel caso delle “Antenne” avevamo prenotato il T1 da 1m per 6 nottate nel mese di Luglio cercando di riprendere col minimo prezzo orario di affitto dei telescopi, le tariffe orarie sono legate alle fasi della Luna, con Luna nuova si paga prezzo pieno, con Luna al quarto si paga col 40% di sconto.
In più il target andava già in vista del tramonto nelle prime ore notturne, così alla fine abbiamo optato per rinviare la chiusura del progetto alla prossima primavera, quando le Antenne torneranno ben alte in cielo nella seconda parte della notte.
Non sempre tutte le ciambelle escono col buco, ma questo è il bello della nostra passione di astrofotografi.
Concludiamo quindi, come siamo soliti in questa rubrica, con la carrellata dei singoli contributi dei partecipanti e con l’immagine definitiva risultante dalla sommatoria delle singole.
Vi aspettiamo al prossimo appuntamento con un nuovo progetto e una nuova storia, augurando cieli sereni a tutti i lettori.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 264 VERSIONE CARTACEA

















ShaRA#6 La Serratura Celata di Orione
Indice dei contenuti
ABSTRACT
In questo nuovo numero di ShaRA, il team ci conduce in un viaggio straordinario attraverso i segreti celati della costellazione di Orione. Un concentrato di meraviglie cosmiche, Orione è uno dei soggetti più iconici del cielo invernale, ma anche uno scrigno di tesori nascosti, come la peculiare nebulosa NGC 1999, soprannominata “La serratura”.
Con la consueta passione e competenza, Andrea Iorio, Alessandro Ravagnin e il team ShaRA ci raccontano le sfide e le soddisfazioni di catturare e processare immagini di questo straordinario oggetto celeste. Tra aloni fastidiosi, gradienti luminosi e dettagli intricati da enfatizzare, il risultato finale è frutto di un lavoro corale e di un’esperienza tecnica affinata nel tempo.
Se siete curiosi di scoprire come si combinano tecnologia, astrofotografia e spirito di squadra per rivelare la bellezza nascosta del nostro universo, questo articolo fa per voi. Buona lettura e cieli sereni!
Il Target

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La Pianificazione
Terminato il raduno celebrativo del primo anno di ShaRA, siamo tornati alle nostre postazioni domestiche più carichi e affamati di fotoni cosmici di prima e, come di consueto, abbiamo organizzato nei minimi particolari il sesto progetto.
È nostra abitudine presentare almeno tre o quattro proposte di target affascinanti e, al tempo stesso, peculiari dell’emisfero australe, ma in questo caso abbiamo fatto un’eccezione. Ebbene sì, tra le proposte era presente anche un target non tipicamente australe, ma che si impone con tutta la sua magnificenza nei nostri cieli invernali. Avrete sicuramente capito di chi stiamo parlando: la tanto amata e forse la più fotografata costellazione delle nostre latitudini, ovvero la costellazione di Orione.
Orione è un concentrato impressionante di soggetti: nubi di idrogeno ionizzato, zone polverose, nebulose a riflessione e oscure che rendono questa zona di cielo un’esplosione di colori.
Tuttavia, anche la costellazione di Orione può nascondere qualche gioiello ancora poco fotografato rispetto, ad esempio, alle celeberrime Grande Nebulosa di Orione (M42) e nebulosa Testa di Cavallo (B33), solo per citarne alcune. Puntando proprio sul fattore sfida, quasi all’unanimità, il team ShaRA ha votato la NGC 1999, conosciuta anche come “Keyhole” (buco della serratura) per la sua peculiare morfologia.
NGC1999 è una nebulosa a riflessione e brilla della luce della stella variabile V380 Orionis. Anni fa si credeva che la macchia nera centrale fosse dovuta ad una densa nube di polvere e gas in grado di bloccare la luce proveniente dalle retrovie, ma indagini recenti hanno dimostrato che la zona ha esattamente quella morfologia: un’area quasi priva di materia cioè a scarsissima densità. A rendere splendido il soggetto, ci sono inoltre una quantità impressionante di oggetti di Herbig-Haro, ossia piccole nebulose transienti dovute a stelle in via di formazione.
Un ennesimo record segnato per il gruppo ShaRA che ha visto la partecipazione della quasi totalità del gruppo, raggiungendo per la prima volta la quota di 19 contributi. Così, felici e stimolati dalla nuova avventura, abbiamo programmato e prenotato le sessioni con il Telescopio 3 del Chilescope.
Abbiamo optato per delle classiche sessioni L/R/G/B con in aggiunta sessioni di H-alpha giustificate dalla presenta di elevata quantità di idrogeno ionizzato nel soggetto, in aggiunta a zone molto polverose e nebulose a riflessione.
Fra i tanti che seguono assiduamente questa rubrica, qualcuno avrà notato che nello scorso numero non abbiamo citato alcun target ma il motivo è presto detto. Inizialmente infatti le sessioni di ripresa erano state pianificate per ottobre, con la giusta timeline per la successiva elaborazione e pubblicazione, ma il maltempo che in quei mesi ha colpito il Cile, ha rallentato sensibilmente la nostra tabella di marcia causando la rischedulazione di molte ore di ripresa, fino a posticipare alcune sezioni anche nel mese successivo, Novembre. In totale alla fine abbiamo collezionato un buon bottino ricco di 42 pose da 600s di luminanza, 3×15 pose da 600s RGB e 17 pose da 600s in H-alpha.
Elaborazione dei dati grezzi
NGC 1999, pur essendo una zona molta luminosa e ricca di idrogeno, si è rivelata un oggetto complesso e molto tecnico da affrontare dal punto di vista del processing. Una volta inviati i file a tutti i partecipanti, il nostro gruppo di discussione è stato inondato dai messaggi riferiti a due problematiche resesi subito evidenti: gli spikes e gli aloni residui delle enormi stelle che sebbene fuori campo risultavano abbastanza vicine da creare riflessi proprio sulla nostra immagine. In particolare, la stella che ha creato più problemi è stata Iota Orionis: un suo enorme spike tagliava in diagonale gran parte del nostro campo e creando inoltre un evidente e fastidioso alone chiaro in direzione di M42.
inserire immagini su spike e alone parassita

Per fortuna l’esperienza acquisita su un problema simile affrontato nel progetto ShaRA#5 ci ha consentito di risolvere abilmente la questione degli spike delle stelle fuori campo. Seguendo quanto già testato precedentemente abbiamo fatto ricorso al tool “clone stamp”, che alcuni di noi utilizzano in Pixinsight, altri in Photoshop e altri ancora in GIMP, ottenendo in ogni caso una rimozione quasi completa delle fastidiose righe luminose.
Più complessa è stata invece la questione degli aloni e i gradienti luminosi di queste stelle fuori campo. Per compensare tale errore l’approccio è stato quello di rimuovere i gradienti con il tool DBE/ABE di Pixisight, o tramite Astro Pixel Processor, o tramite GraXpert. I tool, che poi a tutti gli effetti sono delle applicazioni nelle applicazioni, agiscono in maniera diversa sui gradienti a seconda del programma principale utilizzato rilasciando, in alcuni casi, risultati anche molto diversi tra di loro. Alcuni partecipanti sono riusciti infatti a rimuovere più efficacemente i gradienti gli aloni mentre altri un po’ meno, perdendo parte del segnale sulle zone polverose più flebili. In ogni caso è stata comunque necessaria un ritocco finale con Photoshop o GIMP per eliminare i residui dei riflessi nell’immagine.
Superati le due difficoltà iniziali, l’elaborazione dell’immagine è proseguita senza intoppi per tutta la fase lineare, ma giunti alla fase non lineare, dopo lo stretch dell’istogramma, è emerso un altro fastidioso rompicapo. Lavorando sulle curve per enfatizzare il segnale delle zone poco luminose, il core di NGC 1999, dove è presente il buco della serratura, tendeva a bruciarsi e inevitabilmente a perdere dettaglio.
A differenza di quanto raccontato precedentemente in questo caso sono state adottate varie strategie, che hanno condotto a risultati diversi tra di loro ma sempre di buon livello.
Chi preferisce Pixinsight in questi casi fa generalmente ricorso al formidabile tool HDRMultiscale Transform, che risolve quasi sempre i dettagli delle zone molto luminose abbassando innanzitutto la luminosità e agendo in parte anche sul contrasto. Altri hanno preferito utilizzare Pixinsight o Photoshop o GIMP con delle maschere di luminanza o delle range mask opportunamente lavorate per mascherare le zone più luminose del target così da non alterare ulteriormente i livelli di luminosità durante la lavorazione delle curve. Altri ancora hanno optato per un approccio combinato.
Le 20 immagini finali consegnate erano quindi caratterizzate da differenti approcci di lavorazione, ma anche da differenti rese cromatiche. All’inizio abbiamo anticipato che avremmo avuto a disposizione i canali L/R/G/B e Halpha, e da questa base ogni partecipante ha creato una combinazione cromatica sulla base di varie valutazioni: colore naturale del target, osservazione di altre immagini in rete per non creare artefatti cromatici, dare un boost al gas ionizzato più presente in questa zona.
Dunque quale è stata la migliore immagine del team? Come sempre è stato il nostro Superstacking, di cui abbiamo ampiamente discusso nel numero precedente di Coelum, ha decidere prendendo le caratteristiche migliori di ogni singola immagine e fondendole in un’unica immagine finale.
Siamo giunti al momento dei saluti e come sempre auguriamo cieli sereni a tutti i lettori di Coelum in attesa di svelare i risultati del nostro prossimo progetto.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 266 VERSIONE CARTACEA


















Occultazione Luna-Saturno del 4 gennaio 2025
Il 4 gennaio 2025, si ripete la magia dello spettacolo a cui abbiamo assistito anche nel 2024, la Luna occulterà il pianeta Saturno investendolo a partire dal lato in ombra. In un evento di rara bellezza, la Luna, in fase di 5 giorni, occulterà il maestoso Saturno, creando uno dei momenti più suggestivi per gli appassionati di astronomia.
Un Concerto Celeste di Luce e Ombra
Nel tardo pomeriggio occhi rivolti a Sud-Ovest, alle ore 18:31, l’ombra della Luna inizierà a coprire Saturno. Sarà un fenomeno visibile in Italia fino alle 19:37, con il pianeta che sparirà dietro il disco lunare a partire dalla parte ovest-sudovest. L’altezza della Luna sarà di circa +30°, offrendo una visibilità ottimale per l’osservazione dell’occultazione.

Il primo contatto tra la Luna e Saturno avverrà alle 18:43, quando Saturno, nascosto alla vista, sparirà nella parte oscura del nostro satellite. Questo momento misterioso, affascinante ed effimero durerà circa 47 minuti, e vedrà la riapparizione del pianeta intorno alle 19:30, quando Saturno emergerà dal bordo sud-est della Luna, situato a un’altezza di +24°, a poco a sud del cratere Janssen, uno dei più grandi e visibili sulla superficie lunare.

La Luna sarà in fase 5 giorni vicina quindi al primo quarto con luminosità apparente mag -11.3 mentre Saturno brillerà a mag. +0.9.
L’uscita del pianeta dal bordo lunare sarà preceduta di circa 1 minuto dalla stella “85 Aqr”.
Preparati a Contemplare un Magico Incontro Cosmico
Se il tempo lo permetterà, armati di binocoli, telescopi o anche semplicemente a occhio nudo, si potrà osservare l’evento tuttavia il meteo non sembra essere clemente anche se delle zone di apertura ci saranno.


La mappa delle regioni in cui l’occultazione sarà visibile

Per dettagli: 3BMeteo, in-the-sky.org, theskylive.com
SUPERNOVAE aggiornamenti del mese – Gennaio 2025
a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini
RUBRICA SUPERNOVAE COELUM N. 128
Chiudiamo questo anno 2024 nel migliore dei modi con diverse scoperte amatoriali, iniziando da quella che ci riguarda più da vicino.
Nella notte del 16 dicembre Giancarlo Cortini torna a fare centro, dopo due anni di digiuno, individuando una debole stellina di mag.+18 nella galassia a spirale IC1231 situata nella costellazione del Drago a circa 240 milioni di anni luce di distanza. Dopo la coppia Ciabattari e Mazzoni, Giancarlo Cortini è il terzo italiano con il maggior numero di scoperte amatoriali, raggiungendo quota 33. Agli inizi degli anni ’90, insieme all’amico Mirco Villi, Giancarlo Cortini ha dato vita alla ricerca di supernovae amatoriale italiana e rappresenta perciò un’icona indiscussa per questo tipo di ricerca. Adesso è in pensione e ci ha confidato che avendo più tempo a disposizione ha aumentato la sua attività di ricerca. Speriamo che questo possa portare ad un incremento in termini di scoperte, che purtroppo scarseggiano per la ricerca amatoriale italiana di supernovae in questi ultimi anni. Il nuovo transiente non ha ancora ricevuto la classificazione spettroscopica e pertanto mantiene la sigla provvisoria AT2024aeds. Il motivo della mancanza dello spettro va forse ricercato nella scomoda posizione in cui si trova la galassia, che sarebbe circumpolare (32° dal Polo Nord Celeste) ma in questo periodo è visibile per poco tempo subito dopo il tramonto a Nord-Ovest, scendendo verso l’orizzonte, per poi risalire dalla parte opposta a Nord-Est poco prima dell’alba. Abbiamo comunque dei follow-up nei giorni seguenti la scoperta, sia dello stesso Cortini, che dell’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con l’oggetto in aumento di luminosità alla mag.+17.


Intanto la coppia Mirco Villi e Michele Mazzucato continuano a sfornare scoperte nell’ambito della loro collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina che utilizza il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. La nuova scoperta è stata individuata nella piccola galassia PGC1530 nella costellazione dei Pesci, al confine con quella della Balena, a circa 500 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta il nuovo oggetto mostrava una luminosità pari alla mag.+19,5 e nei giorni seguenti è leggermente aumentata fino alla mag.+18,7. Anche questo oggetto non ha ancora ricevuto una classificazione spettroscopica e pertanto mantiene la sigla provvisoria AT2024aeaj.


Arriviamo adesso ad una scoperta tutta amatoriale il top per il 2024 in fatto a ricerca, scoperte e classificazioni amatoriali di supernovae. Ci riferiamo all’eccezionale giapponese Koichi Itagaki ed al nostro bravissimo Claudio Balcon (ISSP). Nella notte del 9 dicembre il bravo ed esperto astrofilo giapponese ha individuato una nuova supernova di mag.+16 nella galassia a spirale barrata NGC5945 nella costellazione del Bootes a circa 220 milioni di anni luce di distanza. Il primo a riprendere lo spettro di questo nuovo transiente è stato il nostro Claudio Balcon giunto all’incredibile numero di 164 supernovae classificate per primo nel TNS Transient Name Server. Si tratta di una classica supernova di tipo Ia scoperta pochi giorni prima del massimo di luminosità, raggiunto 2-3 giorni dopo la scoperta intorno alla mag.+15,5. Grazie allo spettro del bellunese alla supernova è stata assegnata la sigla definitiva SN2024aduf.

Dal Giappone però non arrivano solo le scoperte del grande Itagaki. Già nel gennaio 2023 Hiroshi Okuno aveva individuato la SN2023fu nella galassia IC1874, poi nel gennaio del 2024 era stato il turno di Hidehiko Okoshi che aveva individuato la SN2024ahv nella galassia NGC6106 e adesso con grande soddisfazione abbiamo un’altra new entry di nome Shinichi Ono che mette a segno la sua prima scoperta. Questi astrofili giapponesi seguono le gesta del grande Itagaki riuscendo nel loro piccolo ad ottenere dei risultati di grande prestigio. Abbiamo perciò contattato anche Shinichi Ono per avere delle informazioni sulla sua attività di ricerca.
Nato il 2 gennaio del 1958, tra pochi giorni compirà 67 anni. Abita nella prefettura di Shizuoka, vicino al famoso Monte Fuji. Ha iniziato ad essere attratto dal cielo stellato già ai tempi dell’asilo. Da quattro anni si dedica in maniera assidua alla ricerca di supernovae riprendendo circa 30 campi di galassie ogni notte che è sereno, con il suo telescopio Celestron 9.25 da 235mm F.10 ridotto a F.6,3. Non possiede un vero e proprio osservatorio e il suo strumento è installato in giardino e gestito dall’interno della sua casa. Nella notte del 17 dicembre ha coronato un suo grande sogno individuando una nuova stella di mag.+16,5 nella galassia a spirale barrata NGC2523 nella costellazione della Giraffa al confine con quella dell’Orsa Minore a circa 150 milioni di anni luce di distanza.


Situata a soli 17° dal Polo Nord Celeste, NGC2523 è visibile per tutta la notte. Il programma professionale di ricerca supernovae denominato ZTF possiede un’immagine di questa supernova realizzata circa 7 ore prima di Shinichi Ono, che però per fortuna è stato più rapido nel comunicare la scoperta nel TNS. I primi a riprendere lo spettro di conferma sono stati gli astronomi dell’osservatorio del Roque de los Muchachos nella notte del 19 dicembre con il Liverpool Telescope da 2 metri di diametro. La SN2024aeee, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di tipo II molto giovane, ricca di idrogeno, ma è ancora troppo presto per stabilire adesso la sottoclasse precisa. Facciamo comunque i nostri sinceri complimenti ad Shinichi Ono per la bella scoperta, con la speranza che sia di incentivo a proseguire ancor di più in questo tipo di ricerca ed ottenere presto altri splendidi successi.

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La Luna del Mese – Gennaio 2025
LA LUNA DI GENNAIO 2025
Siamo alla prima notte del 2025 che allo scoccare della fatidica “mezzanotte” si apre con la ripartenza di un nuovo ciclo lunare mentre, una volta riacquistata la necessaria lucidità dopo una notte insonne, per vedere la prima Luna del nuovo anno dovremo attendere fin verso le ore 18:00 circa dell’1Gennaio quando nel gelido cielo invernale una bella falce di 1,8 giorni si appresterà a scendere sotto l’orizzonte tramontando alle ore 18:19. La Luna crescente porterà di sera in sera il nostro satellite a rendersi sempre meglio osservabile sia con una frazione illuminata sempre più estesa sia per la sua presenza nelle più comode ore della sera.
Alle ore 00:56 del 7 Gennaio il nostro satellite sarà in Primo Quarto alla distanza di 370031 km dalla Terra mentre per effettuare osservazioni al telescopio basterà attendere fin verso le ore 18:00 circa quando si troverà ad un’altezza di +58° poco prima del transito in meridiano (ore 18:37 a +60°), rendendosi visibile fino alle prime ore della notte seguente. Molto interessante orientare il telescopio sul settore meridionale della Luna avendo così a disposizione innumerevoli strutture crateriformi di qualsiasi dimensione in cui sarà possibile individuare una incredibile varietà di dettagli in modo particolare nella regione densamente craterizzata fra il terminatore sud e il bordo sud-sudest.
Al capolinea della fase crescente, alle ore 23:27 del 13 Gennaio, il nostro satellite sarà in Plenilunio alla distanza di 375891 km dal nostro pianeta, in fase di 14 giorni e con diametro apparente di 31.79’. Nessun timore a portare il telescopio sul balcone nonostante la Luna Piena, infatti, a prescindere dalle probabili condizioni meteo decisamente invernali, non è detto che uno splendente e quasi abbagliante globo lunare completamente illuminato non possa offrire l’occasione per qualche interessante osservazione. Nel caso specifico sul fondo del cratere Alphonsus sarà possibile individuare una serie di macchie nettamente più scure rispetto alla platea, quali testimonianze dell’antichissima ed anche indelebile attività vulcanica all’origine della formazione di questi depositi di materiali piroclastici. Inoltre nella medesima serata l’area del bacino da impatto Australe (settore lunare di sudest) si troverà in librazione decisamente favorevole. Dal Plenilunio ha inizio la fase calante in cui la Luna trasferisce progressivamente la sua osservabilità dalle ore serali fino alle più profonde ore della notte riducendo sempre più la porzione di suolo illuminato dal Sole.
In questo modo alle ore 21:31 del 21 Gennaio si ha l’Ultimo Quarto in fase di 21,9 giorni ma a -37° sotto l’orizzonte, mentre per osservare col telescopio basterà attendere la notte seguente quando sorgerà alle ore 01:07 e perfettamente visibile fin verso l’alba. Come semplice proposta osservativa posso consigliare di puntare il telescopio sui crateri Aristarchus e Grimaldi per individuare il notevole contrasto di luminosità esistente fra il picco centrale di Aristarchus rispetto alle parti più scure di Grimaldi, posti alle due estremità della specifica Scala di Elger con valori di 1 e 10 rispettivamente. Alle ore 13:36 del 29 Gennaio, al termine della fase calante, il nostro satellite sarà in Novilunio con la sua superfice completamente in ombra. Con la contestuale ripartenza di un ulteriore ciclo lunare, così come avviene ormai da circa 4/5 miliardi di anni, questo mese terminerà con la Luna che nella serata del 31 Gennaio esibirà una bella falce in fase di 2,2 giorni.
Congiunzioni Notevoli
Congiunzione Luna Venere

Alle ore 19:22 del 3 Gennaio 2025 la Luna in fase di 4 giorni ad un’altezza di +13° ed il pianeta Venere si avvicineranno fino ad una separazione di 1,4°. La Luna scenderà sotto l’orizzonte alle ore 20:47.
Occultazione Luna Saturno

Il 4 Gennaio 2025 nel tardo pomeriggio la Luna in fase di 5 giorni ad un’altezza di +30° occulterà il pianeta Saturno. Il primo contatto avverrà alle ore 18:43 dalla parte del settore ovest-sudovest ancora in ombra mentre Saturno riapparirà alle ore 19:30 in corrispondenza dell’estremo settore sudest della Luna (altezza +24°), poco a sud del vasto cratere Janssen. L’uscita del pianeta dal bordo lunare sarà preceduta di circa 1 minuto dalla stella “85 Aqr”.
Occultazione Luna Pleiadi

Nella nottata del 10 Gennaio 2025 alle ore 02:36 la Luna in fase di 10,7 giorni ad un’altezza di +15° andrà ad occultare l’ammasso aperto delle Pleiadi (M45), mentre alle ore 04:18 scenderà sotto l’orizzonte.
Congiunzione Luna Giove

Poco dopo la mezzanotte dell’11 Gennaio 2025 (ore 00:11) la Luna in fase di 11,6 giorni ad un’altezza di +56° ed il pianeta Giove andranno in congiunzione (piuttosto larga) avvicinandosi fino alla separazione di 5,4°.
Congiunzione Luna Marte

Nella tarda nottata del 14 Gennaio 2025 alle ore 05:42 la Luna in fase di 15 giorni ad un’altezza di +25° ed il pianeta Marte saranno in congiunzione fino ad una separazione minima di 0°27’.
Le FALCI lunari di Gennaio
Per questa tipologia di osservazioni primo appuntamento per il tardo pomeriggio dell’1 Gennaio con una sottile falce che alle ore 18:19 scenderà sotto l’orizzonte seguita dai pianeti Venere e Saturno. Considerata la vicinanza al tramonto del Sole ci sarà solo il tempo per qualche veloce foto.
La successiva serata, il 2 Gennaio, alle ore 19:33 tramonterà una più comoda falce di 2,8 giorni sulla cui superficie saranno possibili osservazioni lungo gran parte del bordo orientale su vaste porzioni dei bacini da impatto Crisium e Fecunditatis unitamente alle rispettive cuspidi nord e sud.
Per la Luna in fase calante appuntamento per la tarda nottata del 26 Gennaio con una falce lunare che sorgerà alle ore 05:23 in fase di 26 giorni e per il 27 Gennaio alle ore 06:18 con una falce di 27,3 giorni, esibendo entrambe vaste porzioni del settore più occidentale del nostro satellite. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli. Sarà inoltre di fondamentale importanza evitare nel modo più assoluto di intercettare la luce solare al fine di evitare gravi danni, anche irreversibili, alla propria vista.
TABELLA DEGLI EVENTI LUNARI DI GENNAIO
| Fase | Data | Ore | Sorge | Culmina | Tramonta | Distanza dalla Terra | Diam App | Separ. |
| Primo Quarto | 07-gen | 00:56 | 11:43 | 18:35 | 00:26 | 370031 km | 32.29’ | |
| Luna Piena | 13-gen | 23:27 | 16:19 | 07:37 | 375891 km | 31.79’ | ||
| Ultimo Quarto | 21-gen | 21:31 | 00:05 | 05:36 | 10:58 | 408261 km | 29.27’ | |
| Luna Nuova | 29-gen | 13:36 | 07:42 | 12:25 | 17:16 | 372178 km | 32.11’ | |
| Luna Crescente | dal 01 al 13 | |||||||
| Luna Calante | dal 14 al 29 | |||||||
| Luna Crescente | Dal 30 al 31 | |||||||
| Perigeo | 07-gen | 23:34 | 370174 km | 32’16” | ||||
| Apogeo | 21-gen | 04:54 | 404298 km | 29’33” | ||||
| Congiunzione Luna Venere | 03-gen | 19:22 | 20:47 | 1,4° | ||||
| Occultazione Luna Saturno | 04-gen | 18:43 | ||||||
| Occultazione Luna Pleiadi | 10-gen | 02:36 | ||||||
| Congiunzione Luna Giove | 11-gen | 00:11 | 5,4° | |||||
| Congiunzione Luna Polluce Marte | 13-gen | 23:21 | ||||||
| Congiunzione Luna Marte | 14-gen | 05:42 | 0,27° | |||||
| Congiunzione Luna Presepe | 14-gen | 22:49 | 2,8° | |||||
| Congiunzione Luna Spica | 21-gen | 03:37 | 0,40° | |||||
| Congiunzione Marte Polluce | 21-gen | 18:11 | 2,24° |
LIBRAZIONI di Gennaio
Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.
- 08 Gennaio: Massima Librazione sud cratere Boussingault.
- 09 Gennaio: Massima Librazione sud cratere Boussingault.
- 10 Gennaio: Massima Librazione sud cratere Petrov (Sud bacino da impatto Australe).
- 11 Gennaio: Massima Librazione bacino da impatto Australe.
- 12 Gennaio: Massima Librazione bacino da impatto Australe.
- 13 Gennaio: Massima Librazione bacino da impatto Australe.
- 14 Gennaio: Massima Librazione bacino da impatto Australe.

- 22 Gennaio: Massima Librazione a nord cratere Anaximenes, Regione polare settentrionale.
- 23 Gennaio: Massima Librazione a nord cratere Pythagoras.
- 24 Gennaio: Massima Librazione a nord cratere Cleostratus.
- 25 Gennaio: Massima Librazione a nord cratere Xenophanes.
- 26 Gennaio: Massima Librazione a nord cratere Xenophanes.
- 27 Gennaio: Massima Librazione a ovest cratere Xenophanes.

Note:
– Dati e visibilità delle strutture lunari: Software “Stellarium” e “Virtual Moon Atlas”
– Per le anteprime delle posizioni in https://theskylive.com/
– Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla città di Roma, dati rilevati tramite software “Stellarium” e dal sito http://www.marcomenichelli.it/luna.asp
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