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MONOCEROS – Dalle Costellazioni alle Profondità del Cosmo

DALLE COSTELLAZIONI ALLE PROFONDITÀ DEL COSMO

MONOCEROS – 1a parte

livello di difficoltà 🔴⭕⭕⭕⭕ abbastanza semplice

Il panorama del cielo invernale è senz’altro uno dei più spettacolari che la visione della volta celeste possa offrire; la Via Lattea, non certo preponderante come quella estiva o quella autunnale, passa attraverso un campo popolato da una moltitudine di stelle luminose, di prima e seconda grandezza, che delineano alcune tra le più note e meglio visibili costellazioni ed asterismi. Tra questi ultimi, il più rilevante è senz’altro il grande triangolo equilatero (15° ogni lato!) ai cui vertici risplendono le luminose Procyon (Alpha Canis Minoris), Betelgeuse (Alpha Orionis) e Sirius (Alpha Canis Majoris), che segna il vertice meridionale: è questo il famoso triangolo invernale, asterismo all’interno del quale giace una costellazione che certamente sfigura in stelle se mesa a confronto con i “portenti” da cui è circondata ma che riserva una quantità di oggetti del profondo cielo, stelle variabili e sistemi stellari multipli da non far invidia a ciò che vi è attorno: parliamo di Monoceros, ricca di storie e segreti che nascondono numerose soprese che ora ci accingiamo a conoscere.

NELLA STORIA

A differenza delle costellazioni da cui è circondata, presenti tra le 48 originarie elencate da Tolomeo nell’Almagesto, Monoceros risale a tempi – si fa per dire – più recenti. Sembra sia stato il cartografo olandese Petrus Plancius il primo a riportare su un globo celeste (molto in voga all’epoca) pubblicato nel 1612 o, forse, un anno più tardi, questa nuova figura; successivamente, l’astronomo tedesco (nonché genero di Keplero) Jakob Bartsch, in una mappa celeste pubblicata nel 1624, ne cambiò il nome in Unicorn, riferendosi al mitologico cavallo dotato di un corno sulla fronte. E così, da lì in poi, apparve rappresentata sulle mappe celesti.

Molti non sanno però che il termine Monoceros si riferisce, in realtà, ad una fantastica chimera: un animale con corpo di cavallo, testa di cervo, zampe di elefante e coda di cinghiale, sulla cui fronte fa bella mostra di se un corno nero sagomato in anelli o spirali; stando ai racconti, tale creatura, che era in grado di emettere potenti e discordanti muggiti, non amava essere circondato da consimili, vivendo quasi sempre da solitario tranne che per accoppiarsi. Questo animale leggendario sembra sia stato nominato per la prima volta dallo storico e medico greco Ctesia di Cnido, che rimase per diciassette anni alla corte di Dario II in Persia descrivendo un mondo molto lontano e diverso da quello conosciuto in occidente. Nellasua opera Indikà descrisse – con un’accuratezza proporzionale alla fantasia ivi utilizzata – la flora e la fauna del mondo indiano; tra le numerose storie e personaggi paradossali descritti come tigri con volti umani ed esseri umani con una sola gamba, descrisse la presenza di asini grandi come cavalli, dal corpo bianco ma dal capo rosso e con un lungo corno multicolore posizionato sulla fronte; non solo: la loro velocità era talmente straordinaria che nessun altro animale poteva eguagliarla.

Il racconto fantasioso potrebbe aver avuto ispirazione (anche se non si capisce come) dal rinoceronte indiano, dotato di un corno che dalle opache tonalità rossastre e nerastre, e dall’asino selvatico, che esibisce una colorazione rossiccia sul dorso e grigia nel resto del corpo. A creare confusione sembra si fosse aggiunto anche Megastene, diplomatico macedone vissuto nel IV secolo a.C. che venne inviato dal sovrano macedone Seleuco quale ambasciatore, guarda caso, in India. Anche il grande naturalista Plinio il Vecchio citò questo monoceros nella sua Historia Naturalis; e così fece anche Strabone, fornendo miseri dettagli su di esso. Successivamente, lo scrittore Claudio Eliano, vissuto tra il II e III secolo, fornì invece un riassunto molto più completo su questo essere, riferendo che chi beveva dal suo corno veniva preservato da malattie e veleni. Ad ogni modo, dopo che gli europei stabilirono contatti più stretti con l’India, nessuno fu in grado di verificare le fantastiche creature descritte da questi autori, tra le quali lo stesso monoceros. Ad alimentare ancora tali credenze fu il sacerdote francescano Girolamo Merolla, il quale riportò la testimonianza di un missionario, a sua volta appresa dai cinesi, secondo la quale questi monoceri viventi in Asia passarono a miglior vita lo stesso giorno in cui Gesù Cristo fu crocifisso! Il mito del monoceros venne ancora alimentata nel XVII secolo dall’autore olandese Arnoldus Montanus, il quale riferì di una creatura che questsa volta viveva nelle desolate foreste canadesi la quale, a quanto sembra, assomigliava molto al monoceros.

Concludiamo il quadro storico, come sempre, con l’atlante Coelum Stellatum Christianum dell’abate Julius Schiller, pubblicato nel 1627 ad Augusta: nel tentativo di cristianizzare il cielo stellato, convertendo le costellazioni storiche in figure che facevano riferimento alla tradizione cristiana, ecco che le stelle di Monoceros vennero utilizzate per – è proprio il caso di dirlo – fabbricare gli attrezzi di falegnameria di San Giuseppe, quest’ultimo rappresentato nelle attigue stelle di Orione. Possiamo dire che questo fu l’unico evento che mise sottosopra le stelle di Monoceros; da allora, questo curioso essere – che, a differenza della pura creatura presente nelle favole potremmo relegare al mondo dei mostri e delle chimere – passa tranquilla il suo tempo fornendo agli studiosi spunti di estremo interesse.

ASPETTO E VISIBILITA’

Essendo quasi interamente compresa nel triangolo invernale, Monoceros transita al meridiano subito dopo la mezzanotte…di Capodanno: in pieno inverno, quindi. Torneremo a menzionare questa particolarità più avanti trattando, in particolare, una precisa stella di questa costellazione. L’area occupata da Monoceros giace esattamente lungo l’equatore celeste e si estende su 482° quadrati, posizionando tale figura al 35° posto in ordine di estensione tra tutte le 88 costellazioni. Sono in tutto 36 le stelle visibili con luminosità inferiore alla magnitudine 5,5 presenti i questo campo che ha la forma grossolana di una T rovesciata; purtroppo, anche se attraversata dalla Via Lattea, Monoceros presenta solo due astri appena più luminosi della quarta grandezza. Tuttavia, osservando il grande triangolo invernale, non sarà difficile notare come le stelle di Monoceros diano, e senza neanche tanta fantasia, l’idea della figura di un animale intento a correre, a zampe spiegate, verso occidente.

LUNGO IL CORNO

La porzione di cielo in questione è quella rintracciabile a circa 1/3 del segmento che unisce Betelgeuse a Procyon, è un’area talmente ricca di meraviglie celesti tanto da poter essere definita “il campo dei miracoli di Monoceros”, che non sfigura davanti al ben più famoso presente in Sagittarius. L’astro più luminoso di questa zona è ε Monocerotis, che è anche la prima stella che andiamo qui a visitare. Quinta stella in ordine di luminosità della costellazione, splende di magnitudine 4,39 da una distanza pari a 122 anni-luce. La luminosità di questa stella è in realtà somma di quella emessa da due astri legati dalla mutua attrazione gravitazionale in un periodo orbitale lungo circa 331 giorni. La componente principale è una subgigante bianca di tipo A5 IV (7.900 K) e dalla massa doppia di quella solare; con un diametro 2,5 volte maggiore, ε Monocerotis A irradia 25 volte più del Sole. La componente secondaria splende di magnitudine apparente di 6,72 ed è separata da essa da 12,3″, valore che permette alla coppia di essere alla portata di risoluzione di telescopi di modesto diametro, dove il colore della componente primaria appare decisamente di un azzurrino-grigio acciaio mentre la secondaria decisamente giallognola.

Nelle pagine della rivista gli approfondimenti sulla Nebulosa Variabile di Hubble

L’articolo completo con tutti gli oggetti DEEP-SKY osservabili nella costellazione del Monoceros è pubblicato su Coelum Astronomia n°259 di dicembre 2022/2023

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HOO vs SHO

Coelum Astronomia n°259

livello di difficoltà 🔴🔴⭕⭕⭕ abbastanza semplice

Fin dai primi giorni che ho iniziato a fare astrofotografia, uno dei miei obiettivi era arrivare ad elaborare immagini in Hubble palette, una composizione di colori molto bella e affascinante che ha anche una finalità scientifica. Per questo motivo a metà Giugno di quest’anno ho deciso di acquistare un filtro SII (Zolfo ionizzato) per provare a fare un po’ di banda stretta con la mia camera a colori, avendo già a disposizione un filtro dual-band dal quale poter estrarre i segnali dell’Idrogeno e dell’Ossigeno ionizzati, completando il tutto con un filtro a banda larga per prendere il colore delle stelle.
La palette di Hubble è un tipo di tecnica elaborativa ideata dai tecnici della NASA per mettere in risalto i tre gas più importanti che compongono le nebulose ad emissione, ossia Zolfo (simbolo chimico S), Idrogeno (H) e Ossigeno (O). Questo è possibile assegnando arbitrariamente il segnale dello Zolfo al canale rosso (R), il segnale dell’Idrogeno al canale verde (G) e il segnale dell’Ossigeno al canale blu (B), ottenendo un’immagine RGB in falsi colori che viene indicata con la sigla SHO, dai simboli chimici dei gas ionizzati.

Nella composizione che vedere di seguito ho voluto mettere a confronto la classica palette bicolor HOO, che generalmente si fa con le camere a colori, con la palette SHO di 12 nebulose molto diverse tra loro, sia per composizione chimica che per luminosità superficiale. L’immagine racchiude tutto quello che sono riuscito a fare da casa in 4 mesi puntando i miei 2 telescopi (Konus 200/1000 e SW Evostar 80ED) verso nebulose a Nord/Nord-Est situate nelle costellazioni di Cefeo, Cassiopea, Perseo e Auriga e sfruttando ogni piccolo sprazzo di cielo sereno. In totale, sono riuscito a macinare 265h e 49min di integrazione con i filtri L_eXtreme (da poco sostituito da L_Ultimate), SII e UV/IR-cut.

La composizione completa ed in HD è pubblicata in Coelum Astronomia n°259 di dicembre 2022/2023

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APOD riproporzionata da Cristian Fattinnanzi

livello di difficoltà ⭕ ⭕⭕⭕⭕ semplice

Ieri la foto della Terra ripresa dalla sonda Orion è diventata virale e giustamente scelta dalla NASA come APOD Astronomical Picture of the Day. Ecco però che in redazione arriva un commento.

L’immagine che ha rilasciato la NASA è inspiegabilmente allungata in senso orizzontale, andrebbe ridotta in larghezza al 90% della dimensione proposta…. La Terra così come è raffigurata appare schiacciata, quasi come un pallone da rugby…. ” ci scrive il nostro affezionato collaboratore Cristian Fattinnanzi.

Probabilmente lo schiacciamento è dovuto ad impostazioni tecniche ed al formato delle riprese, ma abbiamo colto l’invito di Cristian e qui pubblichiamo una sua rielaborazione, con dimensioni leggermente ritoccate e proporzioni più gradevoli. Che ne pensate?

Crediti: Immagine originale @NASA rielaborazione Cristian Fattinnanzi

Ricerca italiana sulle Galassie ALL’ALBA DEL COSMO

GALASSIE ALL’ALBA DEL COSMO CATTURATE DA JWST

livello di difficoltà 🔴🔴🔴🔴⭕ medio-alto

Una delle prime osservazioni realizzate con il telescopio spaziale James Webb lo scorso giugno ritrae due galassie tra le più antiche mai osservate, che popolavano l’universo quando aveva solo 350 e 450 milioni di anni, rispettivamente. Lo conferma lo studio di un team internazionale, guidato da ricercatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e pubblicato su The Astrophysical Journal Letters

Appena pochi giorni dall’inizio delle operazioni scientifiche, il James Webb Space Telescope (JWST) è stato in grado di rivelare la luce proveniente da due galassie tra le primissime dell’universo primordiale, tra 350 e 450 milioni di anni dopo il Big Bang. Sono i risultati dell’analisi di osservazioni del lontanissimo ammasso di galassie Abell 2744 e di due regioni del cielo ad esso adiacenti, realizzate dal potente telescopio spaziale tra il 28 e il 29 giugno 2022 nell’ambito del progetto GLASS-JWST Early Release Science Program. “Questo lavoro mostra innanzitutto la capacità di JWST di selezionare sorgenti nell’epoca della cosiddetta ‘alba cosmica’. Non meno importante il fatto di avere trovato, tra le altre, due sorgenti brillanti in un’area relativamente piccola”, afferma Marco Castellano, ricercatore INAF a Roma e primo autore dell’articolo che descrive la ricerca di queste due lontanissime galassie, pubblicato recentemente su The Astrophysical Journal Letters. “Sulla base di tutte le previsioni, pensavamo che avremmo dovuto sondare un volume di spazio molto più grande per trovare tali galassie. I risultati invece sembrano indicare che il numero di galassie brillanti sia molto maggiore di quanto ci si aspettasse, forse per effetto di una maggiore efficienza di formazione stellare”.

Il gruppo di ricerca guidato da Castellano è stato tra i primi a usare i dati di JWST, pubblicando un preprint sulla piattaforma open-access arXiv a luglio, solo 5 giorni dopo che i dati erano stati resi disponibili. “C’era molta curiosità nel vedere finalmente cosa JWST poteva dirci sull’alba cosmica, oltre naturalmente al desiderio e all’ambizione di essere i primi a mostrare alla comunità scientifica i risultati ottenuti dalla nostra survey GLASS”, aggiunge il ricercatore. “Non è stato facile analizzare dei dati così nuovi in breve tempo: la collaborazione ha lavorato 7 giorni su 7 e in pratica 24 ore su 24 anche grazie al fatto di avere una partecipazione che copre tutti i fusi orari”. Alla collaborazione internazionale, che vede numerosi ricercatori e ricercatrici dell’INAF coinvolti sin dalla presentazione della proposta osservativa, hanno partecipato anche colleghi dello Space Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana e delle università di Ferrara e Statale di Milano.

La distanza delle due galassie in questione dovrà essere confermata con maggior precisione mediante osservazioni spettroscopiche, ma si tratta già dei candidati più robusti selezionati ad oggi con dati JWST. A confermare l’affidabilità dei risultati è proprio l’accordo con quanto riscontrato anche in altri studi, tra cui il lavoro guidato da Rohan Naidu dell’Harvard Center for Astrophysics, negli Stati Uniti, che analizza gli stessi dati del progetto GLASS, apparso lo stesso giorno su arXiv e attualmente in corso di pubblicazione, anch’esso su The Astrophysical Journal Letters.

Due delle galassie più lontane mai osservate, catturate dal telescopio spaziale JWST nelle regioni esterne del gigantesco ammasso di galassie Abell 2744. Le galassie, evidenziate da due piccoli quadrati indicati con i numeri 1 e 2, e in maggior dettaglio nei due riquadri centrali, non fanno parte dell’ammasso, ma si trovano a molti miliardi di anni luce al di là di esso. Oggi osserviamo queste galassie come apparivano rispettivamente 450 (nel riquadro 1, a sinistra nell’immagine) e 350 milioni di anni (nel riquadro 2, a destra) dopo il big bang.
Crediti: Analisi scientifica: NASA, ESA, CSA, Tommaso Treu (UCLA); elaborazione delle immagini: Zolt G. Levay (STScI)

“Queste osservazioni sono rivoluzionarie: si è aperto un nuovo capitolo dell’astronomia” commenta Paola Santini, ricercatrice INAF a Roma e coautrice del nuovo articolo. “Già dopo i primissimi giorni dall’inizio della raccolta dati, JWST ha mostrato di essere in grado di svelare sorgenti astrofisiche in epoche ancora inesplorate”. A differenza degli strumenti usati in precedenza – dal telescopio spaziale Hubble ai più grandi osservatori disponibili a terra – JWST ha una sensibilità e risoluzione nell’infrarosso che permettono di cercare oggetti così distanti. “Stiamo esplorando un’epoca a poche centinaia di anni dal Big Bang che in parte era sconosciuta e in parte a malapena esplorata, con molte incertezze al limite delle possibilità dei telescopi precedenti”, ricorda Castellano.

Come e quando si sono formate le prime galassie e la primissima generazione di stelle – la cosiddetta popolazione III – è una delle grandi domande ancora aperte dell’astrofisica. “Queste galassie sono molto diverse dalla Via Lattea o altre grandi galassie che vediamo oggi intorno a noi”, spiega Tommaso Treu, professore all’Università della California a Los Angeles e principal investigator del progetto GLASS-JWST. “La domanda era: quando vedi le stelle più rosse e più vecchie con Webb, vedi che in realtà la galassia è molto più grande di quello che sembrava dalle osservazioni nell’ultravioletto?” Le nuove osservazioni di JWST sembrano indicare che le galassie nell’universo primordiale fossero molto più luminose, anche se più compatte del previsto. Se ciò fosse vero, potrebbe rendere più facile per il potente osservatorio trovare un numero ancor maggiore di queste galassie precoci nelle sue prossime osservazioni del cielo profondo.

La sorgente più lontana è effettivamente molto compatta”, sottolinea Adriano Fontana, responsabile della divisione nazionale abilitante dell’astronomia ottica ed infrarossa dell’INAF e coautore dello studio. “I colori di questa galassia sembrano indicare che la sua popolazione stellare sia particolarmente priva di elementi pesanti, e potrebbe contenere anche alcune stelle di popolazione III. La conferma verrà dai dati spettroscopici di JWST”. Osservare le galassie più distanti, come quelle rivelate in queste osservazioni di JWST, è un passo fondamentale per iniziare a capire come si sono formate le primissime sorgenti luminose nella storia del cosmo e comprendere le prime fasi della lunghissima evoluzione che ha portato l’universo a essere così come lo vediamo oggi, con la nostra galassia, il Sole, la Terra e noi umani che la abitiamo. Occorreranno ulteriori sforzi sia osservativi, per confermare e caratterizzare il risultato, che teorici, per comprenderne la fisica sottostante.

Articolo a cura di Media INAF

Per maggiori informazioni https://iopscience.iop.org/article/10.3847/2041-8213/ac94d0

Un’immagine che fissa un pensiero nei cuori

Così vogliamo aprire il commento a questa immagine, che forse commento non ha, e chissà se tacere, difronte ad un sogno o all’immensità, non sarebbe almeno per questa volta la scelta giusta.

L’immagine immortalata in questo scatto da una delle 4 telecamere montate sul modulo di servizio ORION della missione Artemis 1, strappa stupore e lascia immobili, incapaci forse di accettare che tutto sia racchiuso in quella minuta biglia blu.

Si chiama “overview effect”, la reazione dell’essere umano nel vedere la Terra dall’esterno. Scoperto e studiato fin dal 1987 da Frank White, questo stato di meraviglia e di timore
reverenziale, di unità con la natura, di trascendenza e di fratellanza universale ha avuto un influenza importante anche sulla nascita dei movimenti ecologisti. “La vista della Terra dallo spazio presenta le ben note caratteristiche naturali ed umane da un punto di vista remoto e offre una visione della Terra totale, che oscura le differenze demografiche
e i confini nazionali. Prese insieme queste caratteristiche possono disporre lo spettatore ad un accresciuto senso di unità internazionale e forse anche di attitudini umanitarie” (Yaden e altri). (tratto da “Psicologia Spaziale” a cura di Remo Rapetti Coelum Astronomia n°259 dicembre2022/gennaio 2023)

Annoveriamo questa immagine fra gli archivi di Coelum certi che con il lancio di Artemis 1 saranno moltissime le riprese simili che finalmente torneranno ad animare desideri di coesione e di fratellanza.

Verso la Luna: inizia la missione lunare Artemis I

Mercoledì, 16 novembre 2022

Alle ore 07:47 CET (06:47 BST, 01:47 ora locale), la missione Artemis I ha iniziato il suo viaggio verso la Luna: il nuovo razzo lunare della NASA è decollato dal Kennedy Space Center in Florida, USA, e ha messo in orbita il veicolo spaziale Orion e il suo Modulo di Servizio Europeo.

Dopo aver trascorso due ore in orbita intorno alla Terra, il veicolo spaziale sta funzionando come previsto, ed ha iniziato poco fa il suo viaggio di dieci giorni verso il nostro satellite naturale.

Lo Space Launch System (SLS) della NASA è il razzo più potente mai costruito finora ed è stato progettato appositamente in funzione del Orion, veicolo destinato a trasportare astronaute, astronauti e moduli del Gateway sulla Luna. Il volo di prova di Artemis I è senza equipaggio, ma i prossimi tre veicoli spaziali sono già in produzione con componenti forniti da oltre 20 aziende in dieci paesi europei e vedranno l’integrazione della figura umana.

Il Modulo di Servizio Europeo e il veicolo spaziale Orion nascono da decenni di eccellente collaborazione tra l’ESA e la NASA“, afferma Josef Aschbacher, Direttore Generale dell’ESA.

Dai telescopi Hubble e Webb e dal satellite di osservazione della Terra Sentinel-6 fino alla Stazione Spaziale Internazionale e adesso anche Artemis, l’ESA è orgogliosa di essere il partner privilegiato della NASA e, con questo lancio, di portare insieme l’umanità sulla Luna“.

L’ESA si è occupata della supervisione dello sviluppo del modulo di servizio dell’Orion, il componente del veicolo spaziale che fornisce aria, elettricità e propulsione. Analogamente al motore di un treno che traina le carrozze passeggeri e fornisce energia, il Modulo di Servizio Europeo porterà Orion sulla Luna e si occuperà anche del suo ritorno sulla Terra.

Abbiamo annunciato la collaborazione tra Orion e il Modulo di Servizio Europeo nel 2013 e, sebbene il lancio di oggi rappresenti un punto culminante della missione, segna solo l’inizio della missione Artemis I e delle nostre più importanti ambizioni in ambito lunare“, afferma David Parker, Direttore dell’ESA per l’Esplorazione Umana e Robotica.

Nei prossimi anni verranno lanciati moduli europei per costruire il Gateway lunare internazionale e l’obiettivo ESA è protare  un astronauta e un’astronauta europei in orbita intorno alla Luna entro la fine del decennio“.

Fino alla Luna e ritorno

La missione Artemis I vedrà Orion e il Modulo di Servizio Europeo impegnati in una missione di 42 giorni verso la Luna e ritorno. Trascorrerà circa due settimane in orbita intorno alla Luna, con il Modulo di Servizio Europeo che accenderà i suoi 33 motori per mantenere il veicolo spaziale in rotta e nella posizione migliore per ricevere la luce del Sole sui quattro pannelli solari lunghi 7 metri.

Il Modulo di Servizio Europeo, inoltre, manterrà il veicolo spaziale che contiene tutti i serbatoi di carburante per i motori, alle temperature ottimali e nelle future missioni Artemis, il Modulo di Servizio Europeo fornirà aria e acqua agli astronauti e alle astronaute che lavoreranno nel modulo di equipaggio di Orion.

Per tutta la durata della missione, il personale del Centro Spaziale Europeo per la Ricerca e la Tecnologia dell’ESA (ESTEC) nei Paesi Bassi è a disposizione per fornire competenze e conoscenze approfondite sul Modulo di Servizio Europeo al controllo principale della missione presso il Johnson Space Center della NASA, a Houston, negli Stati Uniti.

Artemis I tornerà sulla Terra con uno splashdown nell’Oceano Pacifico, al largo della costa della California, negli Stati Uniti. Il Modulo di Servizio Europeo si separerà e brucerà in modo innocuo nell’atmosfera poco prima dello splashdown del modulo di equipaggio.

Fonte: ESA

Altri documeti di approfondimento qui https://www.esa.int/Science_Exploration/Human_and_Robotic_Exploration/Exploration/Moon_media_kit

Aperta la Prevendita Coelum Astronomia n°259 dicembre 2022/gennaio 2023

Coelum Astronomia è sempre ricco di contenuti e del contributo di nomi importanti delle ricerca professionale ma mai come numero 259 a farla da padrone sono i tantissimi astrofili e astrofile che hanno partecipato. Scoprili tutti!

Aperta la prevendita di Coelum Astronomia n° 259 di Dicembre 2022/Gennaio 2023

Tema del numero “Astronomia all’Italiana”, un occasione per raccogliere le testimonianze di quanti con impegno e costanza in Italia fanno Astronomia nel vero senso della parola. Per dimostrare che, a discapito dell’inquinamento luminoso, in Italia la ricerca amatoriale offre un contributo importante a tutta la comunità professionale internazionale.

In questo numero

La testimonianza di Fulvio Mete, per la spettroscopia solare, Marco Iozzi e la ricca squadra di cacciatori di Asteroidi (Maura Tombelli, Paolo Bacci, Luca Grazzini, Massimiliano Mannucci e Nico Montigiani, Andrea Mattei e Lorenzo Franco), Ernesto Guido esperto in comete (nel gruppo E. Bryssinck, M. Fulle, G. Savini, A. Valvasori) e Salvo Lauricella per la fotografia solare.

Speciale Esclissi, le tantissime foto arrivate in redazione e caricate nella sezione PhotoCoelum. Si ringrazia Rossana Miani per la bellissima ripresa in copertina, e poi ancora Salvo Lauricella, Bruno Conti, Fausto Lubatti, Massimo Bubani, Cristina Cellini e Fiorenzo Mazzotti, Fabrizio Aimar, Samuele Pinna, Robert Erriquez, Fadio di Stefano, Cristian Fattinnanzi, Roberto Ortu, Andrea Rapposelli, Roberto Ciri, Gerlando lo Savio, Giuseppe Granato, Mauro Muscas e Vincenzo Mirabella.

Non è stato possibile inserire ogni singola immagine, non avremmo riempito tutta la rivista ma quasi, a tutti coloro che hanno inviato la propria foto ma non l’hanno vista pubblicata i complimenti dalla Redazione, faremo quanto possibile per dare visibilità a ogni  lavoro attraverso altri canali.

Approfondimento “DART salverà la Terra!”, ben otto pagine con tutti i dettagli della missione a cura di Gabriele Cremonese (INAF), John Robert Brucato (INAF), Ettore Perozzi (ASI), Ian Carnelli (ESA) e Andrea Ferrero per LICIACube.

E ancora.. le rubriche tecniche:

  • Vita da Astrofilo, iniziamo a fare sul serio a cura di Cristian Fattinnanzi
  • Astrofotografia: prime elaborazioni delle immagini grezze del JWST a cura di Elisabetta Bonora, e soluzioni e suggerimenti per fotografare in Deep Sky da ambienti urbani a cura di Stefano Camaeti
  • Per “la tecnica ci salverà!” interviene Gabriele Iocco a parlarci di “Lampi di Fluorescenza”, un esperimento da fare.

Un grazie speciale alle amiche del Gruppo Astrofile per il sostegno all’hastag #ancheiovoglioesserelacristoforetti, nel numero due pagine con tutte le immagini delle astrofile che anno aderito all’appello per sostenere la comandante Cristoforetti.

Uno sguardo al passato con Mauro Gargano (INAF) e Paolo Palma (Unione Astrofili Napoletani) dedicato ad Annibale de Gasparis astronomo partenopeo acclamato “Re degli Asteroidi”.

I fatti in evidenza e le curiosità, i primi a cura di Luca Nardi e Arianna Ricchiuti, le chicche invece nelle mani di Giuseppe Petricca per il Catalogo Messier, Paola Giorgini che ci parla di panico marziano (?), Stefano Marcellini (INFN) e la fisica nucleare al servizio della legge! Barbara Bubbi, in collaborazione ancora con Cristian Fattinnanzi, e la sua attenta selezioni delle Meraviglie del Cosmo; Pierdomenico Memeo a disposizione di didattica e divulgazione per raccontare il progetto San Marco della Space Economy e i modellini di sistemi solari, approssimativi ma molto efficaci per l’apprendimento.

Con questo numero si conclude la rubrica dedicata alla Moon Village Association, il grazie a tutti gli autori che in questi mesi hanno collaborato con Coelum, alla direzione e a Remo Rapetti che si fa carico del commiato lanciando un sasso significativo: la Psicologia Spaziale.

I classici:

  • La galleria PHOTOCOELUM che per questo bimestre pubblica le immagini di Andrea Iosi, Fabrizio Piras, Paul Waddington, Luca Marinelli, Federica Panzarella, Egidio Maria Vergani e Soumy Adeep Mukheriee. Non perdete il mosaico a cura di Massimo di Fusco, vi lascerà senza parole!
  • Dalle Costellazioni alle Profondità del Cosmo 𝑺𝒕𝒆𝒇𝒂𝒏𝒐 𝑺𝒄𝒉𝒊𝒓𝒊𝒏𝒛𝒊 ci accompagna nella dettagliata lettura di 𝘔𝘰𝘯𝘰𝘤𝘦𝘳𝘰𝘴, costellazione ricca di sorprese dep periodo invernale.
  • Il Cielo del Bimestre: tutti i fenomeni dei prossimi due mesi.

E in arrivo una sorpresa per tutti i lettori di Coelum 259 (abbonati e non) .. ancora qualche giorno di pazienza!

Note per l’acquisto

—->  Il numero sarà spedito alla fine del mese in corso, appena ricevuto dalla tipografia, vi consigliamo di procedere subito con la prevendita in modo da riservare la propria copia.

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L’ESO fotografa una meravigliosa fabbrica di stelle per celebrare 60 anni di collaborazione

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Negli ultimi 60 anni l’ESO (European Southern Observatory) ha consentito agli scienziati di tutto il mondo di scoprire i segreti dell’Universo. Celebriamo questo traguardo presentandovi la nuova spettacolare immagine di una fabbrica di stelle, la Nebulosa Cono, scattata con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO.

Il 5 ottobre 1962 cinque paesi hanno firmato la convenzione per creare l’ESO. Ora, sei decenni dopo e sostenuto da 16 tra stati membri e partner strategici, l’ESO riunisce scienziati e ingegneri di tutto il mondo per sviluppare e gestire in Cile osservatori da terra all’avanguardia che permettono di ottenere scoperte astronomiche rivoluzionarie.

In occasione del 60° anniversario dell’ESO, pubblichiamo questa nuova straordinaria immagine della Nebulosa Cono, catturata all’inizio di quest’anno con uno dei telescopi dell’ESO e selezionata dallo staff dell’ESO. L’immagine fa parte di una campagna che celebra il 60° anniversario dell’ESO e si svolgerà alla fine del 2022, sia sui canali social con l’hashtag #ESO60years, sia con eventi locali negli Stati membri dell’ESO e in altri paesi.

Nella nuova immagine, vediamo al centro della scena il pilastro della Nebulosa Cono, lungo sette anni luce, che fa parte della più ampia regione di formazione stellare NGC 2264 ed è stata scoperta alla fine del XVIII secolo dall’astronomo William Herschel. Troviamo questa nebulosa a forma di corno nella costellazione del Monoceros (l’unicorno), un nome sorprendentemente appropriato.

Ubicata a meno di 2500 anni luce di distanza da noi, la Nebulosa Cono è relativamente vicina alla Terra, il che ne fa un oggetto molto ben studiato. Ma questa veduta è più drammatica di qualsiasi altra ottenuta prima, poiché mostra l’aspetto scuro e impenetrabile della nebulosa in un modo che la fa assomigliare a una creatura mitologica.

La Nebulosa Cono è un perfetto esempio delle forme simili a pilastri che si sviluppano nelle gigantesche nubi di gas molecolare freddo e polvere, note per la creazione di nuove stelle. Questo tipo di pilastro si forma quando le stelle blu brillanti e massicce di nuova formazione emettono venti stellari e intense radiazioni ultraviolette che spazzano via il materiale dalle loro vicinanze. Mentre il materiale viene spinto via, il gas e la polvere più lontani dalle giovani stelle vengono compressi in forme dense, scure e alte simili a pilastri. Questo processo aiuta a creare l’oscura Nebulosa Cono, che punta lontano dalle stelle brillanti di NGC 2264.

In questa immagine, ottenuta con lo strumento FORS2 (FOcal Reducer and low dispersion Spectrograph 2) installato sul VLT dell’ESO in Cile, l’idrogeno gassoso è rappresentato in blu e lo zolfo gassoso in rosso. L’uso di questi filtri fa sì che le stelle che indicano la recente formazione stellare, che altrimenti sarebbero blu e molto luminose, appaiano quasi dorate, in contrasto con il cono scuro quasi come luminarie.

Questa immagine è solo un esempio delle numerose osservazioni sbalorditive e affascinanti che i telescopi dell’ESO hanno realizzato in 60 anni. Anche se questa è stata ottenuta a scopo divulgativo, quasi tutto il tempo dei telescopi dell’ESO è dedicato alle osservazioni scientifiche che ci hanno permesso di catturare la prima immagine di un esopianeta, di studiare il buco nero al centro della nostra Galassia e di trovare la prova che l’espansione del nostro Universo sta accelerando.

A partire da questi 60 anni di esperienza nello sviluppo, nella scoperta e nella cooperazione dell’astronomia, l’ESO continua ad aprire nuove strade per l’astronomia, la tecnologia e la collaborazione internazionale. Con le strutture attuali e il prossimo ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO, continueremo ad affrontare le più grandi domande dell’umanità sull’Universo e consentire scoperte inimmaginabili.

PUNTAMENTI AUTOMATICI CON SISTEMI GOTO

PUNTAMENTI AUTOMATICI CON SISTEMI GOTO E COORDINATE CELESTI: VEDIAMO DI CAPIRCI

Al giorno d’oggi quasi tutti possono permettersi un telescopio con sistema di puntamento automatico; questi supporti a controllo elettronico, comunemente chiamati montature equatoriali GoTo, sono estremamente comodi  per le osservazioni visuali mentre diventano assolutamente essenziali per chi pratica astrofotografia. 

Credo che tanti, come me, si siano domandati come funzionassero senza però aver mai approfondito realmente l’argomento, accontentandosi (io in primis) di usarli senza “stressarsi” troppo. Un approccio diciamo “zen” vincente finché però la strumentazione non inizia a presentare i primi  problemi. E prima o poi tranquilli..capita! 

Quando ci troviamo fuori casa al buio e al freddo, senza avere una conoscenza approfondita dello strumento, un qualsiasi malfunzionamento, anche un semplice bug temporaneo, potrebbe innescare nella nostra testa un effetto domino tale da amplificare le ansie, la ricerca della soluzione diventa una vera odissea, ed insomma si rovina di fatto tutta una sessione. Dopo anni di pratica mi sono convinto che, tra tutti i temi tecnici discussi dagli astrofili, ce ne siano alcuni davvero poco trattati, sopratutto a causa di una carenza cronica di documentazione reperibile online.. e su questi mi concentrerò. Avere una buona conoscenza della propria cassetta attrezzi consente di affrontare con più sicurezza e lucidità serate sotto al cielo stellato, concedendo la giusta serenità per goderne a pieno!

La prima domanda: come diamine fa la mia montatura ad essere cosi’ precisa?! Purtroppo alcune informazioni si trovano solo sui siti dei costruttori (quasi sempre in lingua straniera) oppure su portali altamente specializzati. Altre informazioni invece

riguardano nozioni che tutti gli Astrofili dovrebbero avere, non tanto per appagare la propria curiosità, ma come bagaglio base delle proprie competenze; per creare un quadro generale  da cui partire inizieremo proprio da queste; cercherò di spiegarle nel modo più semplice possibile per essere compreso anche da chi è alle prime armi. 

 

IL FUNZIONAMENTO BASE DI UNA MONTATURA EQUATORIALE.

Tutti sappiamo che la terra ruota attorno al proprio asse e che questo movimento crea il cosiddetto moto apparente della volta celeste: l’unico punto fisso nel cielo, la prosecuzione dell’asse terreste, vede ruotare attorno a se tutto il resto. Ogni oggetto esterno al nostro Sistema Solare, che sia una stella, una galassia o una nebulosa percorrerà sempre la stessa traiettoria disegnando di fatto un cerchio attorno a questo punto. L’idea di base usata per poterli inseguire e tenerli sempre inquadrati è quella di creare un supporto per il telescopio che effettui gli stessi movimenti: l’asse della montatura, proprio come se fosse un compasso, analogamente al puntale, va orientato esattamente al centro del cerchio (il polo nord celeste); in base all’angolo di apertura (declinazione) si intercetta la traiettoria dell’oggetto e lo si insegue facendo ruotare lo strumento attorno al proprio asse (asse di ascensione retta).

Fin qui tutto abbastanza semplice no? No, e infatti ora le cose si complicano.

Inserire una funzione di puntamento automatico deve tener conto che la posizione delle stelle cambia a seconda del luogo di osservazione e la perplessità più ovvia, forse la prima che si può avere, è che non sia possibile memorizzare in un hardware una mappa del cielo corrispondente ad ogni singola località del mondo. Sarebbe necessario dare risposta a molte domande tipo: a quante località si dovrebbe far riferimento? Quanto distanti tra loro per avere una sufficiente precisione? Quasi infinite suppongo. Se poi ad ogni località dovesse corrispondere una mappa esatta del cielo per ogni singolo momento del tempo (che consideriamo indefinito) avremmo così tante combinazioni corrispondenti ad una capacità di storage incalcolabile! L’alternativa per avere un puntamento preciso ovunque (sia nello spazio che nel tempo) è quella di fornire dei riferimenti per calcolare le relative coordinate celesti facendo un match con un unico transito tenuto in memoria. Ad esempio memorizzando il transito al meridiano di una singola  stella ad un orario ed in un luogo specifico (ad esempio al meridiano di Greenwich) le coordinate verranno ricalcolate per il luogo d’osservazione scelto, in tempo reale, sfruttando algoritmi che meglio vedremo in seguito. 

La comprensione del funzionamento passa attraverso la conoscenza delle diverse misure del tempo che entrano in gioco in questi calcoli, senza scendere troppo nello specifico con spiegazioni matematiche complesse; esse sono  importantissime sia per gli astronomi che per gli astrofili: sono il tempo solare ed il tempo siderale.

 

TEMPO SOLARE E TEMPO SIDERALE

Il sistema di conteggio del tempo usato dagli uomini, il tempo solare, non è universale, seppur venga chiamato UTC (Universal Coordinated Time). Animali strani gli uomini che chiamano universale ciò che riferito solo alla Terra sulla base dei movimenti di una minuscola stellina al centro del nostro sistema planetario, il Sole. Il tempo solare, chiamato UTC solo per convenzione, è calcolato in base alla posizione del Sole rispetto alla linea verticale che passa sopra le nostre teste, il meridiano. Quando un astro passa allo zenith, il punto più alto nel cielo, si dice che transita al meridiano (da qui diremo solo transito). Dopo un giro della Terra su se stessa il Sole non apparirà nuovamente sopra la nostra testa come potremo pensare: questo perché contemporaneamente al moto di rotazione il moto di rivoluzione ci ha spinti un po’più avanti. La Terra dovrà compiere quindi ancora circa un grado di giro attorno al proprio asse per rimettere il Sole allo zenit. (vedi la fig. 2).

Come evidenziato in fig.2, le stelle (lontane abbastanza da essere considerate ad una distanza prossima all’infinito) ritornano sempre al meridiano dopo un giro esatto della terra: 360 gradi. Il Sole invece transita dopo un giro abbondante, circa 361 gradi. Sulla base di questo ragionamento è chiaro capire che il sole ci mette sempre un po’ di più per tornare al meridiano rispetto alle stelle.

In passato per gli uomini è stato senz’altro più ovvio prendere come riferimento l’astro più luminoso e facilmente individuabile nel cielo, il Sole e da qui la scelta del giorno solare come riferimento per misurare il tempo. Il tempo invece usato prendendo come riferimento le stelle si chiama tempo siderale dal latino sidereus appunto (delle stelle). Fissato quindi un giorno solare di 24 ore si può calcolare che una stella lontana (una qualsiasi) torni al meridiano ogni 23 ore e 56 minuti (tempo medio approssimato ndr.) che è il vero tempo impiegato dalla Terra per compiere una rotazione attorno al proprio asse. Il tempo siderale resta indietro di circa 4 minuti al giorno rispetto al tempo solare, ed a lungo andare, nel giro degli anni, questa discrepanza aumenta tantissimo. Per questo non si può pensare di trovare corrispondenza tra un orologio solare ed un orologio siderale!! Al momento di scrivere questo articolo, ad esempio, in Italia, erano le 14:57 mentre il mio tempo siderale locale indicava le 10:52. 

Ogni volta che penso a questo mi chiedo quale sia il vero tempo universale, se quello creato da noi uomini sulla base dei riferimenti che troviamo dietro l’angolo o quello di stelle infinitamente lontane, che oramai possiamo ammirare solo abbandonando le città e tornando a guardare il cielo notturno incontaminato.  

Oggi, grazie alla tecnologia, è semplice tenere conto del tempo siderale grazie a molteplici strumenti in grado di compiere rapidi calcoli, ma in passato fu necessario ingegnare una diversa soluzione. In astronomia servivano metodi precisi e l’idea fu quella di dividere il cielo in 24 spicchi verticali con delle linee che confluivano verso la prosecuzione dell’asse terrestre: il polo nord celeste, molto vicino alla stella polare. In questo modo il cielo divenne un grosso orologio astronomico ed ogni astro compreso in una di queste “fasce” ottenne le sue coordinate espresse in ore, minuti e secondi; queste vennero chiamate coordinate di ascensore retta (AR o RA in inglese).  Quando una stella passa allo zenit i suoi valori di ascensione retta indicheranno il tempo siderale locale (TSL o LST in inglese). LOCALE! Bisogna fare attenzione a questa parola: una stella che transita al meridiano, cioè posta allo zenit ora, era al meridiano qualche ora fa in Turchia e sarà allo zenit tra qualche ora a Greenwich! Questo perché la terra ruota e tutti gli astri sorgono ad Est e tramontano ad ovest tracciando, come già accennato in precedenza, una traiettoria ben precisa nel cielo.

DIFFERENZA TRA TEMPO SOLARE E SIDERALE: LA CHIAVE DI VOLTA PER CALCOLARE I TRANSITI LOCALI

Fatte queste doverose premesse e sulla base di quanto detto basterà fornire alla strumentazione l’ora solare locale ed il suo computer farà un match con l’ora siderale memorizzata. Usando poi le nostre coordinate terrestri potrà capire di quanto il transito locale è avanti o indietro rispetto a quello in memoria e calcolare accuratamente l’ora siderale locale, ottenendo finalmente le coordinate celesti degli oggetti che stanno passando al meridiano nel nostro luogo d’osservazione. Praticamente un passaggio semplice, tuttavia nel box “un esempio pratico” spiego in dettaglio con un esempio appunto qual è il calcolo sottointeso).

Gli esempi pratici e gli scatti dell’autore sulla corretta impostazione della strumentazione sono disponibili nel numero 258 di Coelum Astronomia 

Arrivano le notifiche push per l’App Coelum

Nuova funzionalità per gli amici di Coelum 

Ai tanti lettori di Coelum online e visitatori del portale non sarà sfuggita l’opzione, attiva oramai da tempo, che consente di installare sul proprio smarth phone o desktop l’icona di Coelum a cui corrisponde il collegamento diretto alla homepage.

L’invito è chiaro: se non l’avete ancora fatto, cosa aspettate?? 

come funziona? Un volta visitato Coelum.com da brower compare, in alto se da desktop o in basso se da smarthphone, il testo “Aggiungi Coelum alla schermata Home?” basterà cliccare e sul desktop del vostro pc o sulla schermata home del vostro smarthphone comparirà una nuova icona come questa:

Semplicissimo! una volta cliccato sull’icona il collegamento riporta direttamente alla homepage di Coelum.com.

Ma da oggi c’è una novità!

Coelum.com attiva le notifiche push! 

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Un buco nero molto, molto, molto vicino alla Terra

Il telescopio Gemini North alle Hawaii rivela il primo buco nero dormiente di massa stellare nel nostro cortile cosmico

Gli astronomi che utilizzano l’International Gemini Observatory, gestito dal NOIRLab della NSF, hanno scoperto il buco nero più vicino alla Terra sino ad ora conosciuto. Questa è la prima rilevazione inequivocabile di un buco nero di massa stellare dormiente nella Via Lattea. La sua vicinanza alla Terra, a soli 1600 anni luce di distanza, offre un interessante obiettivo di studio per migliorare la nostra comprensione dell’evoluzione dei sistemi binari.

I buchi neri sono gli oggetti più estremi dell’Universo. Versioni supermassicci di questi oggetti inimmaginabilmente densi probabilmente risiedono al centro di tutte le grandi galassie. I buchi neri di massa stellare – che pesano da cinque a 100 volte la massa del Sole – sono molto più comuni, con una stima di 100 milioni nella sola Via Lattea. Solo una manciata è stata confermata fino ad oggi e quasi tutti questi sono “attivi”, il che significa che brillano ai raggi X mentre consumano materiale da una vicina compagna stellare, a differenza dei buchi neri dormienti che non lo fanno. 

Il buco nero è stato soprannominato Gaia BH1, è circa 10 volte più massiccio del Sole e si trova a circa 1600 anni luce di distanza nella costellazione dell’Ofiuco. La nuova scoperta è stata resa possibile studiando il movimento della compagna del buco nero, una stella simile al Sole che orbita attorno al buco nero all’incirca alla stessa distanza della Terra rispetto al Sole. 

Prendi il Sistema Solare, metti un buco nero dove si trova il Sole, e il Sole dove si trova la Terra, e ottieni questo sistema “, ha spiegato Kareem El-Badry, astrofisico del Center for Astrophysics | Harvard & Smithsonian e il Max Planck Institute for Astronomy e l’autore principale dell’articolo che descrive questa scoperta. “Sebbene siano stati molti i rilevamenti dichiarati di sistemi come questo, quasi tutte queste scoperte sono state successivamente confutate. Questa è la prima rivelazione inequivocabile di una stella simile al Sole in un’ampia orbita attorno a un buco nero di massa stellare nella nostra Galassia.

Ho cercato buchi neri dormienti negli ultimi quattro anni utilizzando un’ampia gamma di set di dati e metodi “, ha affermato El-Badry. “I miei tentativi precedenti, così come quelli di altri, hanno prodotto un serraglio di sistemi binari mascherati da buchi neri, ma questa è la prima volta che la ricerca ha dato i suoi frutti. 

Il team ha originariamente identificato il sistema come potenzialmente sede di un buco nero analizzando i dati della navicella spaziale Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea. Gaia ha catturato le minuscole irregolarità nel movimento della stella causate dalla gravità di un oggetto massiccio invisibile. Per esplorare il sistema in modo più dettagliato, El-Badry e il suo team si sono rivolti allo strumento Gemini Multi-Object Spectrograph  su Gemini North, che ha misurato la velocità della stella compagna mentre orbitava attorno al buco nero e ha fornito una misurazione precisa del suo periodo orbitale. Le osservazioni di follow-up di Gemini sono state cruciali per vincolare il movimento orbitale e quindi le masse dei due componenti nel sistema binario, consentendo al team di identificare il corpo centrale come un buco nero circa 10 volte più massiccio del nostro Sole.

Le nostre osservazioni di follow-up sui Gemelli hanno confermato oltre ogni ragionevole dubbio che la binaria contiene una stella normale e almeno un buco nero dormiente “, ha elaborato El-Badry. “Non siamo riusciti a trovare uno scenario astrofisico plausibile che possa spiegare l’orbita osservata del sistema che non coinvolga almeno un buco nero. 

Il team ha fatto affidamento non solo sulle superbe capacità di osservazione di Gemini North, ma anche sulla capacità di Gemini di fornire dati in tempi rapidi, poiché il team aveva a disposizione solo una breve finestra temporale in cui eseguire le osservazioni di follow-up. 

Quando abbiamo avuto le prime indicazioni che il sistema conteneva un buco nero, avevamo solo una settimana per prepararci prima che i due oggetti fossero alla massima separazione nelle loro orbite. Le misurazioni a questo passaggio sono essenziali per effettuare stime di massa accurate in un sistema binario “, ha affermato El-Badry. “La capacità di Gemini di fornire osservazioni in tempi brevi è stata fondamentale per il successo del progetto. Se avessimo perso quella stretta finestra, avremmo dovuto aspettare un altro anno. ” 

Gli attuali modelli degli astronomi dell’evoluzione dei sistemi binari hanno difficoltà a spiegare come potrebbe essere sorta la peculiare configurazione del sistema Gaia BH1. In particolare, la stella progenitrice che in seguito si è trasformata nel buco nero appena rilevato sarebbe stata almeno 20 volte più massiccia del nostro Sole. Ciò significa che avrebbe vissuto solo pochi milioni di anni. Se entrambe le stelle si fossero formate contemporaneamente, questa stella massiccia si sarebbe rapidamente trasformata in una supergigante, gonfiandosi e inghiottendo l’altra stella prima che avesse il tempo di diventare una vera e propria stella di sequenza principale , che brucia idrogeno, come il nostro Sole. 

Non è per niente chiaro come la stella di massa solare possa essere sopravvissuta a quell’episodio, finendo come una stella apparentemente normale, come indicano le osservazioni del binario del buco nero. I modelli teorici che consentono la sopravvivenza prevedono tutti che la stella di massa solare avrebbe dovuto finire su un’orbita molto più stretta di quella effettivamente osservata.

Ciò potrebbe indicare che ci sono importanti lacune nella nostra comprensione di come si formano ed evolvono i buchi neri nei sistemi binari e suggerisce anche l’esistenza di una popolazione ancora inesplorata di buchi neri dormienti nei binari. 

” È interessante notare che questo sistema non è facilmente adattabile ai modelli di evoluzione binaria standard “, ha concluso El-Badry. “ Pone molte domande su come si è formato questo sistema binario e su quanti di questi buchi neri dormienti ci siano là fuori.

Come parte di una rete di osservatori spaziali e terrestri, Gemini North non ha solo fornito prove evidenti del buco nero più vicino fino ad oggi, ma anche del primo sistema di buchi neri incontaminati, non ingombrato dal solito gas caldo che interagisce con il buco nero ” , ha affermato Martin Still, responsabile del programma Gemini di NSF. “ Sebbene questo possa potenzialmente augurare future scoperte della prevista popolazione di buchi neri dormienti nella nostra Galassia, le osservazioni lasciano anche un mistero da risolvere: nonostante una storia condivisa con il suo vicino esotico, perché la stella compagna in questo sistema binario è così normale? 

L’ Osservatorio Internazionale dei Gemelli è gestito da una partnership di sei paesi, inclusi gli Stati Uniti attraverso la National Science Foundation , il Canada attraverso il Consiglio Nazionale delle Ricerche del Canada , il Cile attraverso l’ Agencia Nacional de Investigación y Desarrollo , il Brasile attraverso il Ministério da Ciência, Tecnologia e Inovações , Argentina attraverso il Ministerio de Ciencia, Tecnología e Innovación , e la Corea attraverso il Korea Astronomy and Space Science Institute

Fonte ufficiale: NOIRLab

News da Marte #5

Bentornati su Marte con il quinto appuntamento delle nostre news!

Oggi vi voglio aggiornare sugli ultimi progressi dei due rover della NASA e su delle recentissime pubblicazioni rese possibili dai dati raccolti dal lander Insight la vigilia di Natale dello scorso anno. Si parte!

 

Un compleanno in viaggio

Ad agosto abbiamo celebrato 10 anni dal suo atterraggio nel cratere Gale. Il tempo è volato, ma Curiosity è su Marte addirittura dal 2012. Durante questi anni ha percorso quasi 29 km, scattato foto incredibili dei panorami marziani e delle lune del pianeta rosso in transito davanti al Sole, ma soprattutto posto delle pietre miliari nella nostra conoscenza di Marte. Tra le scoperte più importanti ci sono quelle che hanno determinato l’antica presenza di acqua allo stato liquido sul pianeta insieme, per almeno decine di milioni di anni,  ai nutrienti potenzialmente in grado di sostenere la vita.

 

Negli ultimi mesi Curiosity è stato impegnato in uno spostamento che l’ha visto attraversare paesaggi di transizione mentre risale lentamente la formazione chiamata Aeolis Mons, una montagna che si solleva per 5500 metri dal centro del cratere Gale.
Si ipotizza che le regioni attualmente percorse si siano formate in seguito all’evaporazione dell’acqua, che ha lasciato dietro di sé minerali salati come solfato di magnesio e solfato di calcio, nonché il ben familiare cloruro di sodio.

 

Unendo la visuale dall’alto che traccia gli spostamenti di Curiosity con le immagini scattate dal rover, possiamo provare a immergerci nei paesaggi che il rover ha attraversato. Nel farlo vi propongo tre momenti che vanno dal Sol 3549 al 3572 (dal 31 luglio al 24 agosto).

Durante questi giorni marziani Curiosity si è spostato verso sud valicando il Paraitepuy Pass, un piccolo canyon che si allunga in mezzo alle collinette Deepdale e Bolivar.

Tracciato percorso

 

Sol 3549, panoramica a 360° composta a partire da 31 immagini scattate con la Right NavCam ospitata sulla torretta di Curiosity. Crediti: NASA/JPL-Caltech
Sol 3563, Curiosity avanza all’interno del Paraitepuy Pass come documentato da quest’altra ampia panoramica. La prospettiva estremamente distorta confonde i nostri punti di riferimento, ma ci troviamo dentro al canyon! La collina sulla destra è Bolivar mentre quella sulla sinistra è Deepdale. Evidentissime in direzione nord le tracce che il rover lascia sulla sabbia. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS
Sol 3572, con questa vista rivolta a ovest Curiosity celebra il successo dell’attraversamento del canyon. La collinetta sulla destra è ancora una volta Bolivar. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Lo spostamento non è stato privo di rischi: così come rocce dure e taglienti danneggiano le ruote del rover, il terreno sabbioso è altrettanto insidioso perché può portare Curiosity a perdere trazione e restare fatalmente bloccato. Ecco perché questo spostamento di poche decine di metri ha richiesto quasi un mese di caute pianificazioni sul percorso da compiere.

Un’attenzione particolare è stata rivolta anche alle comunicazioni radio, che rischiavano di essere ostruite dalle alte colline adiacenti. Questo ha richiesto che il rover restasse sempre orientato nella direzione più favorevole per puntare la propria antenna verso la Terra per comunicazioni dirette, e qualche rallentamento si è avuto nel corso delle trasmissioni con gli orbiter satellitari (che grazie alla loro potenza e alle grandi antenne permettono data rate molto maggiori svolgendo il ruolo di nodo nelle comunicazioni tra Terra e rover).

Al termine dell’attraversamento e nei primi giorni di esplorazione dell’area, i piloti del rover hanno istruito il robot per fargli eseguire il 36esimo foro con il suo trapano, avvenuto con successo il 3 ottobre sulla roccia battezzata Canaima.

Foro eseguito da Curiosity il 3 ottobre, Sol 3624. Il dettaglio in alto è ripreso dalla camera MAHLI, mentre l’immagine d’insieme è realizzata dalla MastCam. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

A differenza di Perseverance, Curiosity non è sviluppato per conservare i campioni che preleva ma piuttosto per svolgere analisi in situ con gli strumenti CheMin e SAM.

In seguito all’usura di alcuni meccanismi di blocco degli snodi del braccio robotico, l’operazione di foratura della roccia è diventata ulteriormente complessa. Attualmente si vuole minimizzare l’uso dell’azione percussiva del trapano su rocce troppo dure per non sollecitare il braccio. Per il momento questa strategia non sta dando problemi, e quest’ultimo campione è stato prelevato persino senza alcuna percussione.

 

Curiosity ha davanti a sé un nuovo capitolo di esplorazione molto interessante in questa regione, con nuove sfide che si apriranno ai controllori della missione. “Più i risultati scientifici diventano interessanti, maggiori sono gli ostacoli che Marte sembra metterci davanti” ha commentato Elena Amador-French, coordinatrice delle operazioni scientifiche del rover.

Perseverance può gioire: NASA ed ESA confermano gli impegni

Con un accordo formale finalizzato il 19 ottobre, l’agenzia spaziale statunitense e quella europea hanno confermato i reciproci impegni con la grande missione per portare sulla Terra campioni di roccia marziana.

Il prossimo passo è così la creazione, figurata ma non solo, del deposito dei campioni. Prossimamente Perseverance prenderà la strada verso la regione Three Forks, designata per le sue caratteristiche fisiche come luogo ideale per il rilascio al suolo delle preziose fiale.

Il momento della deposizione al suolo dei campioni sarà una tappa fondamentale nella missione di Sample Return. Marcherà in modo forte l’impegno scientifico a tornare in un luogo ben preciso, con un nuovo lander e obiettivi ambiziosi.

“Il fatto che possiamo implementare il piano [di rilascio campioni] così presto nella missione è la prova delle competenze della squadra internazionale di ingegneri e scienziati al lavoro su Perseverance e sulla Mars Sample Return” ha commentato David Parker, direttore del dipartimento Human and Robotic Exploration dell’ESA.

Il rilascio al suolo delle fiale è anche una sorta di assicurazione, finalizzata a mettersi al riparo da eventuali malfunzionamenti che dovessero colpire il rover Perseverance rendendolo impossibilitato a liberarsi delle fiale con i preziosi campioni.

 

Un meteoroide da record per Insight

Nella terza uscita di questa rubrica vi avevo raccontato come gli scienziati fossero riusciti, analizzando i dati registrati dal lander NASA, prima a stimare con buona precisione e poi a individuare quattro eventi di impatto con i loro relativi crateri.

Come descritto in due recenti pubblicazioni, uscite sulla rivista Science il 27 ottobre, la scoperta si ripete per la quinta volta e adesso è da record.

 

Il 24 dicembre 2021 un meteoroide di dimensione stimata tra i 5 e i 12 metri è penetrato nella sottile atmosfera marziana e ha impattato nella regione Amazonis Planitia generando un cratere di circa 150 metri di diametro e profondo 20. Parte del materiale è stato catapultato sino a 37 km di distanza. Quello stesso giorno Insight registrò un movimento sismico catalogato col quarto grado di magnitudine, ma al tempo non si poteva conoscere la causa della scossa.

La scoperta è giunta in seguito al confronto tra le immagini rilevate dal Mars Reconnaissance Orbiter, con il nuovo cratere che è stato individuato l’11 febbraio.

Confronto tra le immagini rilevate dalla Context Camera in bianco e nero del satellite MRO. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Da lì si è poi andati a ritroso nelle immagini della camera MARCI che quotidianamente osserva, con risoluzione modesta ma sufficiente agli scopi, l’intera superficie di Marte. Questo ha permesso di individuare una finestra di appena 24 ore per l’evento, e correlare così l’osservazione visuale con la rilevazione strumentale di Insight.

Si tratta dell’evento di impatto più violento nell’intero sistema solare che abbiamo potuto vedere avvenire quasi davanti ai nostri occhi.

Un risvolto molto interessante ci è offerto dalla ripresa in alta risoluzione della camera HiRISE, sempre a bordo di MRO.

Ripresa in alta risoluzione e a colori da parte della camera HiRISE. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Le zone bianche sono ghiaccio d’acqua emerso in seguito all’impatto, e si tratta del suo ritrovamento più vicino all’equatore marziano mai compiuto sinora. Questo offre interessanti riflessioni nell’ottica di una futura missione umana su Marte, perché la presenza del prezioso composto a latitudini temperate e più agevoli per un atterraggio rappresenta un indubbio vantaggio.

Dal punto di vista sismologico questa è stata la prima rilevazione extraterrestre di onde sismiche superficiali, un tipo di oscillazione che si propaga sulla parte esterna della crosta di un pianeta. Si tratta di un’osservazione preziosissima, che permette di avere nuovi dati a disposizione con cui caratterizzare la superficie di Marte anche in regioni lontane da quella immediatamente sottostante al lander.

Lo studio della stratificazione della crosta marziana aggiungerà informazioni con cui comprendere i processi di formazione ed evoluzione del pianeta, rivelandoci qualcosa di più sulle condizioni di Marte miliardi di anni fa.

La situazione energetica di Insight, come raccontato nelle precedenti news, continua a essere molto precaria. La colossale tempesta di sabbia delle scorse settimane ha portato il team a controllo della missione a spegnere temporaneamente anche l’ultimo strumento scientifico ancora operativo, il sismometro, che è stato riattivato solo recentemente in seguito alla riduzione dell’oscuramento atmosferico. In un breve aggiornamento del primo novembre è stato comunicato che i pannelli del lander stanno producendo tra i 280 e i 290 Wh di energia al giorno, con un calo drammatico rispetto ai già pochi 420 di metà settembre. Per avere un riferimento, al momento dell’atterraggio i Wh/Sol prodotti erano 5000.

Di questo passo pare che a Insight non restino che pochissime altre settimane di funzionalità. Il termine della missione sarà decretato quando il lander mancherà l’appuntamento con due comunicazioni programmate di fila, ma comunque per scrupolo il Deep Space Network della NASA resterà in ascolto ancora per qualche tempo prima di dichiarare ufficialmente conclusi i lavori.

Anche per questo aggiornamento dal pianeta rosso è tutto, alla prossima!

Leggi News da Marte #4

Il Cielo di Novembre 2022

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Indice dei contenuti

Entrati ormai nel vivo dell’autunno, il cielo di Novembre ci offre un ampio panorama sulle costellazioni che osserveremo fino all’inverno prossimo!

Il dettaglio sulla costellazione di Andromeda, del Triangolo e quanto possiamo osservare in queste lunghe notti autunnali, disponibili all’articolo Le Costellazioni di Novembre 2022 a cura di Teresa Molinaro

COSA OFFRE IL CIELO

Clicca sul banner per accedere alle Effemeridi 2022!

Mercurio

01/11
Sorge: h 06:15
Tramonta: h
16:58

30/11
Sorge: h 08:22
Tramonta: h 17:17

Questo novembre l’accostamento tra Mercurio e la nostra stella si fa man mano più stretto con il passare del tempo, per poi giungere al giorno 8 in cui il pianeta sarà in congiunzione superiore con il Sole. Quest’evento va a segnare il passaggio del pianeta dalle sue apparizioni mattutine a quelle serali. Nella seconda metà del mese si discosterà sempre più dalla nostra stella, passando in afelio il giorno 19, per poi soffermarsi maggiormente nel nostro cielo serale verso fine novembre. Solo per dovere di cronaca, segnaliamo una stretta triangolazione Mercurio-Luna-Venere il giorno 24: il nostro satellite sarà una sottilissima falce successiva al Novilunio e la stretta finestra temporale poco prima del tramonto non permetterà una buona visione dell’evento.

Venere

01/11
Sorge: h 06:52
Tramonta: h 17:16

30/11
Sorge: h 08:04
Tramonta: h 17:15

Ci siamo lasciati il mese precedente con pochissime occasioni per l’osservazione di Venere e la situazione a novembre sarà altrettanto poco entusiasmante. Il bel pianeta seguirà infatti il Sole per quasi tutto l’arco della giornata, rendendosi inosservabile. Una vera inversione di marcia l’avremo solo verso fine mese, in cui ci concederà qualche istante in più per essere contattato nelle ore serali. Tutta un’altra storia saranno i prossimi mesi invernali, in cui il luminoso astro della sera ci terrà compagnia per diversi istanti dopo il tramonto!

Marte

01/11
Sorge: h 19:27
Tramonta: h 10:48

30/11
Sorge: h 16:59
Tramonta: h 08:31

Novembre, come il mese precedente, sarà un ottimo periodo per l’osservazione del pianeta rosso. Marte ci accompagna per tutta la notte, sorvegliato attentamente dall’acceso occhio del Toro. Anticipa sempre più il suo sorgere e, per fine mese, farà capolino pochi istanti dopo il tramonto del Sole. L’11 novembre ci sarà una bella congiunzione con la Luna da non perdere: i due astri si troveranno a poco più di 2° di separazione, splendidamente apprezzabili nella bella cornice fornita dalle costellazioni del Toro e di Orione.

Giove

01/11
Sorge: h 15:28
Tramonta: h 03:30

30/11
Sorge: h 13:32
Tramonta:
h 01:32

Pian piano questo novembre iniziamo a salutare questo gigante del cielo, mentre scivoliamo lentamente verso i mesi invernali in cui non sarà più contattabile in orari serali. Giove inizierà a mostrarsi in orari pomeridiani, anticipando di molto il suo sorgere con il passare dei giorni. A inizio mese, precisamente il 4 novembre, lo troveremo in una bella congiunzione con la Luna: evento che ci accompagnerà per gran parte della notte, fino al tramontare dei due astri poco dopo le 3. Per un’altra suggestiva congiunzione tra i due, dovremo attendere il primo giorno di dicembre!

Saturno

01/11
Sorge: h 13:49
Tramonta:
h 23:55

30/11
Sorge: h 11:58
Tramonta: h 22:08

La finestra temporale di osservazione serale del pianeta ad anelli si fa nettamente stretta e avremo pochi attimi per ammirare la sua luce da dopo il tramonto fino le prime ore notturne. Il primo giorno di novembre ci regala una bella congiunzione con la Luna, con poco più di 4° di separazione, facilmente apprezzabile anche con modesti strumenti. E, come a volerci salutare, di congiunzione con il nostro satellite ce ne regala un’altra alla fine del mese: il giorno 29 Saturno e Luna si incontreranno nuovamente in un abbraccio un po’ meno stretto del precedente, ma sempre degno di nota.

Urano

01/11
Sorge: h 17:18
Tramonta: h 07:35

30/11
Sorge: h 15:21
Tramonta: h 05:35

Urano è una presenza costante delle nostre notti autunnali, l’unico pianeta gassoso che in questo periodo rimane placidamente a sorvegliare il cielo per quasi tutta la durata della notte. Vedremo anticipare sempre più il suo sorgere con il passare dei giorni, alla pari di Giove e Saturno, e lo possiamo contattare tra l’Ariete e il Toro, le due costellazioni che gli fanno da guardiane già da diverse settimane. Lo troveremo l’8 novembre in congiunzione con la Luna; verrà occultato dal nostro satellite in quella stessa data, ma l’evento non sarà visibile dall’Italia. Mentre sarà in opposizione il giorno successivo, visibile per quasi tutto l’arco della notte.

Nettuno

01/11
Sorge: h 15:12
Tramonta: h 02:56

30/11
Sorge: h 13:17
Tramonta: h 01:00

Anche per Nettuno, al pari degli altri pianeti gassosi, novembre segna la sua lenta scomparsa in orari serali. Costante accompagnatore – anche se invisibile – delle nostre serate estive, con il proseguire del mese di novembre seguirà Giove nella costante anticipazione dell’orario del suo sorgere. E proprio al gigante del cielo farà compagnia durante la congiunzione Luna-Giove del 04/11, fino al tramontare dei due astri.

SOLE

Previsioni attività solare – Novembre 2022
Continua ancora la fase di crescita del ciclo solare 25, che anche nel mese di Ottobre ci ha regalato un’attività molto varia ed interessante!

Non perdere l’articolo a cura di Daniele Bonfiglio: clicca QUI 

LUNA

Approfittiamo delle lunghe notti autunnali per goderci l’osservazione del nostro bellissimo satellite. Tutto ciò che devi sapere sulla Luna di Novembre!

Tutti gli approfondimenti sull’osservazione e i fenomeni celesti legati al nostro satellite disponibili per il mese di Novembre 2022, a cura del nostro autore Francesco Badalotti.

Non perderti l’articolo: Luna di Novembre 2022

COMETE

Tutti in fermento per la C/2022 E3 ZTF e… Doppia cometa per questo mese!
Per approfondire: Le comete di Novembre 2022 a cura di Claudio Pra

ASTEROIDI

Un approfondimento su Cerere – il gigante del cielo – e quali asteroidi osservare il prossimo mese! 
Trovi tutto qui: Mondi in miniatura – Asteroidi, Novembre 2022 a cura di Marco Iozzi

TRANSITI NOTEVOLI ISS

Novembre la ISS – Stazione Spaziale Internazionale sarà rintracciabile nei nostri cieli sia ad orari mattutini che serali. Avremo molteplici transiti notevoli con magnitudini elevate durante quest’ultimo mese autunnale, auspicando come sempre in cieli sereni!

Non perdere la rubrica Transiti notevoli ISS per il mese di Novembre 2022 a cura di Giuseppe Petricca

SUPERNOVAE – AGGIORNAMENTI

Apriamo la rubrica con la bella notizia di una scoperta italiana, che mancava ormai da diversi mesi!

A metterla a segno è stato ancora una volta l’astrofilo romagnolo Mirco Villi grazie alla collaborazione con i professionisti americani del CRTS Catalina.

La notizia però che ci lascia veramente a bocca aperta, arriva ancora una volta dal paese del Sol Levante. L’incredibile extraterrestre, oramai non sappiamo più come definirlo, Koichi Itagaki elude la rete di controlli dei programmi professionali e realizza una stupenda doppietta nel giro di soli quattro giorni.

L’articolo a cura di Fabio Briganti e Riccardo Mancini disponibile QUI

Cieli sereni a tutti!

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Mondi in miniatura – Asteroidi, Novembre 2022

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Un approfondimento su Cerere: il gigante del cielo

(1) Cerere è il più grande asteroide della fascia principale tanto che da solo costituisce il 40% della massa stimata dell’intera cintura degli asteroidi.

È classificato come asteroide di tipo C (carbonaceo) e, data la presenza sulla sua superficie di minerali argillosi, è indicato anche come asteroide di tipo G (una tipologia relativamente rara di asteroidi di tipo C).

La sua forma è quella di uno sferoide oblato, con un diametro equatoriale maggiore dell’8% rispetto al suo diametro polare. Le misurazioni effettuate della sonda Dawn hanno rilevato un diametro medio di 939 km e una densità media che suggerisce che un quarto della sua massa sia composta da ghiaccio d’acqua.

Si ritiene che (1) Cerere sia un corpo almeno parzialmente differenziato che potrebbe possedere un piccolo nucleo metallico, al momento non inoltre è chiaro se disponga o meno di un campo magnetico globale.

(1) Cerere ha una superficie tormentata e fortemente craterizzata dove il più grande cratere è costituito dal bacino di Kerwan, che si estende in larghezza per oltre 280 km. La regione polare nord presenta un numero maggiore di crateri rispetto alla regione equatoriale e si conoscono almeno tre grandi bacini poco profondi che si pensa siano i resti di antichi crateri da impatto, dei quali il più esteso – la Vendimia Planitia, con i suoi 800 km di diametro rappresenta la più grande struttura geografica ad oggi conosciuta.

La presenza di una tenue atmosfera transitoria costituita prevalentemente da vapore acqueo è stata rilevata inizialmente nel 2014 per poi essere confermata dalle misure della sonda Dawn nel 2017.

Sebbene (1) Cerere non sia considerato un ambiente favorevole ad ospitare forme di vita seppur elementari (a differenza di Marte, Europa, Encelado o Titano), resta comunque il corpo del sistema solare interno che dispone della maggior quantità di acqua dopo la Terra; non è quindi escluso che sotto la sua superficie possano esistere habitat idonei al suo sviluppo!

Dal punto di vista osservativo quando è in opposizione questo grande asteroide può raggiungere una magnitudine apparente di 6.7, rimanendo comunque troppo debole per essere osservabile ad occhio nudo.

Tra tutti gli asteroidi della Fascia, (4) Vesta è l’unico che può raggiungere regolarmente una magnitudine altrettanto brillante, mentre altri grandi asteroidi quali ad esempio (2) Pallas e (7) Iris lo fanno solo al momento dell’opposizione vicino al rispettivo perielio.

GLI ASTEROIDI DI NOVEMBRE

(27) Euterpe

(27) Euterpe è un asteroide di fascia principale che compie un’orbita intorno al Sole ogni 1.310 giorni (3,59 anni) ad una distanza compresa tra le 1,95 e le 2,75 unità astronomiche (rispettivamente: 291.715.848 km al perielio e 411.394.144 km all’afelio).

Deve il suo nome a Euterpe, musa della musica e della poesia nella mitologia Greca.

Scoperto da John Russel Hind l’8 Novembre 1853, questo grande asteroide (circa 96 Kilometri di diametro) sarà in opposizione il 12 di Novembre. In questo frangente raggiungerà la massima brillantezza con una magnitudine di 8.8.

Il suo moto sarà di 0,65 secondi d’arco al minuto, quindi, per far si che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle  nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere  una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo (27) Euterpe trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

(30) Urania

(30) Urania è un asteroide di fascia principale che compie un’orbita intorno al Sole ogni 1.330 giorni (3,64 anni) ad una distanza compresa tra le 2,06 e le 2,67 unità astronomiche (rispettivamente, 308.171.614 km al perielio e 399.426.315 km all’afelio).

Deve il suo nome a Urania una delle nove muse nella mitologia Greca, protettrice dell’astronomia e della poesia.

Scoperto da John Russel Hind il 22 luglio 1854, questo grande asteroide di dimensioni paragonabili a (27) Euterpe (circa 88 km di diametro) sarà in opposizione il 28 di Novembre, momento nel quale raggiungerà la massima luminosità brillando di magnitudine di 9.7.

Il suo moto sarà di 0,66 secondi d’arco al minuto, quindi, per far si che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle  nostre immagini potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere  una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo (30) Urania trasformarsi in una bella striscia luminosa di 26 secondi d’arco.

 

SUPERNOVAE: aggiornamenti Novembre 2022

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Apriamo la rubrica con la bella notizia di una scoperta italiana, che mancava ormai da diversi mesi!

A metterla a segno è stato ancora una volta l’astrofilo romagnolo Mirco Villi grazie alla collaborazione con i professionisti americani del CRTS Catalina.

La scoperta della AT2022xod in UGC4958 ottenuta dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri

Nella notte del 14 ottobre, analizzando un’immagine realizzata con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona, ha individuato una debole stella nuova di mag.+19,7 nella galassia a spirale barrata UGC4958 posta nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 370 milioni di anni luce di distanza.

Al momento in cui scriviamo nessun osservatorio professionale ha ottenuto uno spettro di conferma e pertanto a questa possibile supernova è stata assegnata la sigla provvisoria AT2022xod.

UGC4958 aveva visto esplodere al suo interno un’altra supernova conosciuta, la SN2013gg scoperta il 5 novembre 2013 dagli astrofili cinesi Zhangwei Jin e Xing Gao, di tipo IIP.

La notizia però che ci lascia veramente a bocca aperta, arriva ancora una volta dal paese del Sol Levante. L’incredibile extraterrestre, oramai non sappiamo più come definirlo, Koichi Itagaki elude la rete di controlli dei programmi professionali e realizza una stupenda doppietta nel giro di soli quattro giorni. La prima è stata realizzata nella notte, prima dell’alba, del 13 ottobre individuando una stella di mag.+17 nella bella galassia a spirale NGC3938, posta nella costellazione dell’Orsa Maggiore a circa 37 milioni di anni luce di distanza. Nella notte del 15 ottobre gli astronomi giapponesi dell’Okayama Observatory con il telescopio Seimei da 3,8 metri hanno ripreso lo spettro di conferma.

SN2022xlp in NGC3938 ottenuta dall’astrofilo giapponese Toshihide Noguchi con un telescopio Schmidt-Cassegrain da 230mm F.10 + CCD KAF261E

La SN2022xlp, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova di tipo Iax. Si tratta infatti di un tipo peculiare e raro di supernovae, che prendono il nome dal prototipo di questo gruppo di oggetti, cioè la SN2002cx. Sono supernovae di solito più deboli e con righe nello spettro molto più strette di una normale Ia ed associate a popolazione stellare giovane. La loro interpretazione fisica è ancora in fase di approfondimento e sono perciò seguite con molto interesse dalla comunità astronomica internazionale. NGC3938 ha visto esplodere al suo interno altre quattro supernovae conosciute: la SN1961U scoperta dall’astronomo svizzero Paul Wild di tipo II, la SN1964L scoperta sempre da Paul Wild di tipo Ic, la SN2005ay scoperta dall’astrofilo americano Doug Rich di tipo II ed infine la SN2017ein scoperta dall’astrofilo inglese Ron Arbour di tipo Ic.

NGC3938 è una stupenda galassia a spirale vista di faccia che poteva far parte a pieno titolo del catalogo di Messier. Molto probabilmente l’astronomo francese passò sopra questa galassia, ma il suo strumento gli permise di vedere solo il luminoso nucleo centrale scambiandolo per una semplice stella e non il meraviglioso vortice dei suoi bracci.

Peccato che NGC3938 è uscita il 21 settembre dalla congiunzione con il Sole e pertanto è visibile nelle ultime ore della notte. A fine ottobre bisognerà attendere fino alle ore 3,00 per averla ad un’altezza di almeno 30° sopra l’orizzonte. La supernova è comunque leggermente aumentata di luminosità ed ha raggiunto la mag.+15 intorno al 20 ottobre. Si tratta pertanto di uno stupendo soggetto da fotografare con la presenza di una supernova luminosa e molto particolare.

3) Stupenda immagine della galassia NGC3938 ottenuta nel febbraio 2011 dall’astronomo statunitense Adam Block al Mount Lemmon SkyCenter con il Schulman Telescope da 80cm + CCD SBIG STX ed esposizione LRGB=270-80-80-80 minuti.
E NON FINISCE QUI!

La seconda scoperta del veterano giapponese è stata invece realizzata nella notte del 17 ottobre, ma sempre prima dell’alba. Koichi Itagaki ha individuato una stella di mag.+15,5 nella galassia a spirale barrata NGC3705 posta nella costellazione del Leone a circa 50 milioni di anni luce di distanza. Al momento della scoperta la galassia era immersa nei primi bagliori dell’alba.

NGC3705 è infatti uscita dalla congiunzione con il Sole il 15 settembre ed ha una declinazione molto più bassa rispetto a NGC3938 e pertanto per averla ad un altezza di almeno 30° sopra l’orizzonte bisognerà attendere fino alle ore 5,00. La ciliegina sulla torta è arrivata dalla classificazione che è stata realizzata in condizioni a dir poco proibitive dal nostro Claudio Balcon la notte del 19 ottobre, poco prima dell’alba. Questa è perciò una supernova scoperta e classificata tutta a livello amatoriale, ad oggi ne conosciamo almeno otto e nelle ultime sei c’è il marchio dell’astrofilo bellunese.

Immagine della SN2022xxf in NGC3705 ottenuta dall’astrofilo giapponese Yuuji Ohshima

La SN2022xxf, questa la sigla definitiva assegnata, è una supernova peculiare di tipo Ic-BL scoperta pochi giorni prima del massimo di luminosità, con i gas eiettati dall’esplosione che viaggiano all’impressionante velocità di oltre 20.000 km/s.

Le supernovae di tipo Ic-BL (Broad-Lined) rispetto alle normali Ic sono più luminose ed hanno una velocità di espansione molto più elevata raggiungendo anche i 30.000 km/s un decimo della velocità della luce. Le supernovae Ic-BL sono le uniche associate alle sorgenti di raggi gamma molto intensi GRB.

Non tutte le supernovae Ic-BL però mostrano i GRB solo perché questi vengono emessi esclusivamente sull’asse di rotazione della stella e quindi la loro visibilità dipende dall’orientamento dell’asse verso di noi. Anche gli astronomi giapponesi del Higashi -Hiroshima Observatory con il telescopio Nakata da 1,5 metri hanno ripreso lo spettro di questa supernova confermando la classificazione fatta da Claudio Balcon.

Elaborazione dello spettro della SN2022xxf ottenuto da Claudio Balcon con telescopio Newton da 200mm F.5 + spettroscopio autocostruito ed esposizione di 15 minuti. Confronto tramite il programma Astrodash che trova la giusta comparazione con la SN1997ef di tipo Ic-BL 5 giorni prima del massimo di luminosità

Dal New Messico (USA) gli astronomi americani hanno puntato questa interessante  supernova con il radio telescopio Karl G. Jansky Very Large Array VLA, rilevando un emissione radio in una posizione compatibile con la supernova. A dimostrazione di quanto sia interessante la SN2022xxf, anche il telescopio spaziale SWIFT indirizzerà il suo occhio per una campagna osservativa di dieci giorni a partire dal 30 ottobre. Intanto la luminosità della supernova è leggermente aumentata intorno alla mag.+15 e la galassia NGC3705 si sta sempre più allontanando dal Sole migliorando le sue condizioni osservative, ma non sarà comunque uno stupendo oggetto da fotografare, se paragonato alla maggiore fotogenicità della precedente galassia NGC3938.

Con questa doppietta di supernovae pecuniari e molto interessanti l’astrofilo giapponese raggiunge quota 171 scoperte consolidando la sua terza posizione nella Top Ten mondiale amatoriale, con 6 supernovae scoperte nel 2022!

E C’È CHI LO BATTE…

Sembrerà incredibile ma a livello amatoriale nel 2022 c’è chi ha fatto meglio di lui.

Stiamo parlando dei cinesi del programma XOSS capitanati dall’astrofilo Xing Gao che in questo 2022 hanno raggiunto quota 10 supernovae. Si tratta di eventi poco appariscenti perché deboli come magnitudine e posizionati principalmente in galassie anonime.

Chiudiamo la rubrica prendendo in esame la loro ultima scoperta avvenuta la notte del 22 ottobre, individuando una stella nuova di mag.+17,7 nella piccola galassia PGC6266216 posta nella costellazione di Pegaso. Lo spettro di conferma, che ha permesso di assegnare alla supernova la sigla definitiva SN2022yjl, è stato ripreso nella notte del 23 ottobre dagli astronomi cinesi del Yunnan Observatory con il Lijiang Telescope da 2,4 metri.

Si tratta di una giovane supernova di tipo II con una magnitudine assoluta di -20 e quindi potremmo essere davanti ad un evento luminoso o addirittura super-luminoso. Come sappiamo le supernovae più luminose sono le tipo Ia con una magnitudine assoluta di -19. Le supernovae di tipo II sono di solito un paio di magnitudini più deboli posizionandosi intorno alla magnitudine assoluta di -17.

Esistono però dei casi molto rari di supernovae di tipo II super-luminose che hanno raggiunto anche l’impressionate magnitudine assoluta di -22, dei veri e propri mostri di potenza. Gli astronomi cinesi grazie al loro spettro hanno ottenuto un redshift di 0,08 che corrisponde alla notevole distanza di circa un miliardo di anni luce di distanza. Questo è un chiaro esempio di una supernova che diventa più luminosa dell’intera galassia che la ospita.

SN2022yjl in PGC6266216 ottenuta da Claudio Balcon con un telescopio Newton da 200mm F.5 + CCD ATIK428ex ed esposizione 3×180 secondi

Nella foto di Claudio Balcon infatti la galassia è praticamente invisibile perché sovrastata dalla forte luminosità della supernova, che comunque è non riuscita a superare la mag.+17 a causa dell’enorme distanza della galassia ospite.

 

 

Previsioni attività solare – Novembre 2022

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Continua ancora la fase di crescita del ciclo solare 25, che anche nel mese di Ottobre ci ha regalato un’attività molto varia ed interessante!

Per quanto riguarda le previsioni per il ciclo 25, non essendoci novità particolari ci limitiamo a riportare il grafico con i dati aggiornati allo scorso mese (con la curva di previsione invariata) che si può ottenere dal sito a cura dei fisici solari Lisa Uptone e David Hathaway: http://solarcyclescience.com/forecasts.html

IL REPORT DI OTTOBRE 2022

Veniamo ora a discutere gli aspetti salienti dell’attività solare del mese in corso (Ottobre 2022).

Come di consueto vediamo innanzitutto l’evoluzione generale delle macchie solari, riportata nell’animazione prodotta sulla base di immagini a banda larga del satellite Solar Dynamics Observatory della NASA.

credits: NASA/SDO and the AIA, EVE, and HMI science teams

Nella prima metà del mese abbiamo assistito ad una intensa attività nell’emisfero Nord, con una sfilata di regioni attive a partire dalla 3110 fino alla 3112, che insieme alla regione 3116 ha costituito una sorta di macroregione attiva dalla struttura complessa ed articolata.

A questa coppia di regioni attive si è poi aggiunta la 3119, che è stata l’ultima a scomparire dietro il limbo occidentale il giorno 16 Ottobre.

Si sono poi avuti alcuni giorni privi di strutture di dimensioni significative, finché il 24 Ottobre è comparsa dal limbo orientale la coppia di regioni attive 3131 e 3133, che sono ancora visibili tuttora nell’emisfero Nord.

Passiamo ora ai fenomeni energetici come i brillamenti solari

Anche in questo caso la prima metà del mese di Ottobre ha mostrato l’attività più intensa, come evidenziato dal grafico con il flusso dei raggi X durante l’intero mese misurato dai satelliti GOES (figura prodotta utilizzando il sito https://www.polarlicht-vorhersage.de/goes-archive).

Nei primi giorni del mese si è osservata una sequenza piuttosto ravvicinata di brillamenti rapidi, di cui uno di classe X originatosi il giorno 2 Ottobre dalla regione attiva 3110.

Sì è poi passati ad una serie di brillamenti più sporadici ma di durata maggiore, come quello che si è prodotto il 13 Ottobre dalla regione attiva 3119 e catturato nella sua fase esplosiva in questa ripresa in idrogeno alfa con telescopio solare Solar Scout 60.

Nell’immagine qui sopra si può osservare il brillamento come una struttura molto luminosa che scaturisce da una macchia solare e termina in una contigua. Si tratta essenzialmente di una scarica di particelle cariche che segue un percorso dalla caratteristica forma a “nodo” (kink in inglese) dovuta all’instabilità magnetoidrodinamica del canale di corrente stesso.

LA PERLA DEL MESE: L’ECLISSE PARZIALE!
credit: Daniele Bonfiglio

Infine non possiamo non menzionare l’eclisse parziale di Sole avvenuta pochi giorni fa, il 25 Ottobre con fase massima alle 12:20 ora italiana. Come sempre è stato un fenomeno molto suggestivo da osservare e fotografare.

Vi proponiamo qui un’immagine in idrogeno alfa della fase finale dell’eclisse fatta da Padova dopo che finalmente le nuvole si erano diradate per permettere di godersi lo spettacolo.

Le Comete di Novembre 2022

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C/2022 E3 ZTF

Tutti in fermento per la C/2022 E3 ZTF!

Novembre sarà ancora un mese di transizione per gli amanti delle comete, in attesa dell’inverno e di osservazioni che si preannunciano molto interessanti se non entusiasmanti.

Per il momento continuiamo a seguire l’avvicinamento della C/2022 E3 ZTF, l’astro chiomato che tutti attendiamo al varco nei primi mesi del 2023 quando potrebbe raggiungere la visibilità ad occhio nudo.

Si muoverà nella porzione settentrionale del Serpente scendendo nel corso del mese al di sotto della decima magnitudine.

A inizio novembre sarà meglio osservabile non appena fa buio (ma sempre più bassa sull’orizzonte), mentre negli ultimi giorni del mese la troveremo più alta in cielo poco prima del termine della notte astronomica.

La cartina riporta la posizione della C/2022 E3 ZTF in novembre alle 18.30 ora solare. Le stelle più deboli sono di mag. 11

C/2020 V2 ZTF

Doppia cometa per questo mese!

Altra scoperta del ZTF (Zwicky Transient Facility), avvenuta nel novembre del 2020.

Non può competere con la sorella di cui abbiamo parlato sopra, dato che non sembra poter andare oltre la nona magnitudine, ma la posizione favorevole in cielo (sarà addirittura circumpolare!) oltre alla luminosità comunque discreta ne consigliano l’osservazione.

Ci farà compagnia per parecchi mesi e in novembre dovrebbe scendere al di sotto della decima magnitudine, muovendosi per quasi tutto il periodo all’interno dell’Orsa Maggiore (solo a fine periodo valicherà i confini del Drago).

Pur osservabile appena fa buio e poi per tutta la notte la troveremo più alta in cielo al termine della notte astronomica. Nei primi giorni del mese transiterà molto vicina a Dubhe, la stella alfa dell’Orsa Maggiore.

La cartina riporta la posizione della C/2020V2 ZTFin novembre alle 5.00 ora solare. Le stelle più deboli sono di mag. 11

Transiti notevoli ISS per il mese di Novembre 2022

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A Novembre la ISSStazione Spaziale Internazionale sarà rintracciabile nei nostri cieli sia ad orari mattutini che serali. Avremo molteplici transiti notevoli con magnitudini elevate durante quest’ultimo mese autunnale, auspicando come sempre in cieli sereni!
5 Novembre

Si inizierà il giorno 5 Novembre, dalle 05:55 alle 06:04, osservando da NO ad ESE. La ISS sarà ben visibile da tutto il Paese con una magnitudine massima si attesterà su un valore di -3.7.

6 Novembre

Si replica il giorno 6 Novembre, dalle 05:09 verso NNO alle 05:15 verso ESE, visibilità migliore dal Nord Est Italia. Osservabile senza problemi, meteo permettendo. Magnitudine di picco a -3.1.

8 Novembre

Passiamo al 8 Novembre, dalle 05:10 in direzione SO alle 05:15 in direzione SE. Questo sarà un transito osservabile al meglio da tutta la nazione, anche se parziale, con una magnitudine massima di -3.8 appena la ISS uscirà dall’ombra della Terra.

18 Novembre

Saltando di una decina di giorni, il 18 Novembre, dalle 18:29 verso SO alle 18:35 verso S, con magnitudine di picco a -3.8. Visibilità migliore da tutto il Paese, con la ISS che raggiungerà la magnitudine massima poco prima di entrare nell’ombra della Terra.

19 Novembre

Il giorno dopo, il 19 Novembre, dalle 17:41 alle 17:48, da SO ad ENE. Magnitudine massima a -3.7 con visibilità migliore da tutto il Sud Italia, sperando nel meteo favorevole. Osservata dal Centro, la ISS transiterà vicino a Saturno e Giove durante il suo tragitto nel cielo.

20 Novembre

Il penultimo transito del mese, il 20 Novembre, sarà visibile al meglio dal Nord Italia, dalle 18:28 verso OSO alle 18:34 verso N. Magnitudine di picco a -3.2.

21 Novembre

L’ultimo transito notevole, visibile al meglio da tutta Italia, e osservabile quasi da orizzonte ad orizzonte, avverrà il 21 Novembre. Dalle 17:40 alle 17:48, da OSO a NE, magnitudine di picco a -3.6.

N.B. Le direzioni visibili per ogni transito sono riferite ad un punto centrato sulla penisola, nel centro Italia, costa tirrenica. Considerate uno scarto ± 1-5 minuti dagli orari sopra scritti, a causa del grande anticipo con il quale sono stati calcolati.

Luna di Novembre 2022

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Approfittiamo delle lunghe notti autunnali per goderci l’osservazione del nostro bellissimo satellite. Tutto ciò che devi sapere sulla Luna di Novembre!

Come già anticipato in precedenza, il mese di Novembre si apre con la Luna che il giorno 1 alle ore 07:37 sarà in Primo Quarto in fase di 6,8 giorni, ma a ben -65° sotto l’orizzonte. Mentre per chi intendesse effettuare osservazioni col telescopio basterà attendere le 17:30 circa della medesima serata del primo Novembre col nostro satellite ad un’altezza iniziale di +23° visibile fin verso le 23:30 quando scenderà sotto l’orizzonte.

La fase di Luna crescente avrà il suo capolinea alle ore 12:02 del 08 Novembre col nostro satellite in Plenilunio quando si troverà a -31,5° sotto l’orizzonte. Anche in questo caso ancora poche ore e alle 16:56 sorgerà una bella Luna Piena in fase di 14,2 giorni alla distanza di 391.487 km dalla Terra e con diametro apparente di +30,52’ perfettamente a nostra disposizione e visibile fino all’alba del mattino seguente quando tramonterà contestualmente al sorgere del Sole.

La nuova fase di Luna Calante porterà il nostro satellite sempre più lontano dalle comode ore tardo pomeridiane e serali relegandone progressivamente l’osservazione telescopica alle ore notturne.

Alle ore 14:27 del 16 Novembre sarà in Ultimo Quarto mentre si troverà a -10° sotto l’orizzonte (essendo tramontata alle ore 13:31) pertanto per osservarne le sempre interessanti formazioni geologiche della sua superficie si renderà necessario organizzarsi per la nottata precedente oppure quella seguente.

Falci di Luna sempre più sottili ci condurranno al Novilunio previsto per le ore 23:57 del 23 Novembre. In questo caso le nuove falci lunari di sera in sera consentiranno di osservarne una superficie illuminata progressivamente sempre più ampia fino all’ultima serata di questo mese quando alle ore 15:36 del giorno 30 il nostro satellite si troverà per la seconda volta in Primo Quarto in questo Novembre.

Nel caso specifico dalle ore 17:30 circa si renderà visibile fino intorno alla mezzanotte quando andrà a tramontare.

Si tratterà pertanto di un mese racchiuso fra due fasi di Primo Quarto, due periodi in cui il nostro satellite si renderà visibile nelle migliori condizioni osservative considerando inoltre che in entrambi i casi i punti di massima Librazione si troveranno in prossimità del settore nordest interessando il bordo lunare presso i crateri Cusanus e Petermann (01 Novembre) e l’area intorno al mare Humboldtianum il 30 Novembre.

Le occasioni per dettagliate osservazioni del nostro satellite non mancheranno certamente come d’altra parte anche in tutti gli altri mesi dell’anno, e se il meteo e il seeing saranno clementi (….ma non troppo, perché Novembre deve comunque rispettare il calendario!), ci sarà da divertirsi.

Le Falci lunari di Novembre

Appuntamento per chi osserva le falci di Luna per il 21 Novembre con una falce di 26,7 giorni che sorgerà alle ore 04:01 fra le stelle della Vergine.

Come già visto in analoghe fasi lunari, sulla superficie illuminata sarà possibile distinguere nettamente la scura colorazione dei basalti di Procellarum nel settore nordovest in contrapposizione con le più chiare rocce anortositiche degli altipiani del settore sudovest.

**Ma nella medesima nottata del 21 il punto di massima Librazione coinciderà proprio con l’area del Mare Orientale scorrendo da sud verso nord fra il sorgere della Luna (ore 04:01) e le prime luci dell’alba. Si tratterà pertanto di una importante occasione per andare a “curiosare oltre il bordo lunare” su questo gigantesco bacino da impatto con i suoi spettacolari anelli montuosi concentrici, meteo e seeing permettendo.**

La notte successiva, il 22 Novembre, una falce di 27,7 giorni sorgerà alle ore 05:12 sulla cui superficie ci sarà ben poco da vedere tranne scattare alcune foto. Per quanto riguarda la fase di Luna Crescente appuntamento per il tardo pomeriggio del 25 Novembre con una falce di 1,74 giorni che alle ore 17:49 scenderà sotto l’orizzonte, ma anche in questo caso ben pochi dettagli si potranno osservare sulla sua superficie.

Infine il 26 Novembre alle ore 18:52 tramonterà una più larga falce di 2,79 giorni. A differenza delle precedenti, in questo caso le opportunità per effettuare dettagliate osservazioni delle innumerevoli strutture geologiche individuabili sulla superficie illuminata di questa falce saranno già notevoli. Infatti si va dall’area del cratere Endymion e mare Humboldtianum a nordest fino al vasto mare Crisium con i vari piccoli mari presenti nella sua zona per finire con le consuete grandi e spettacolari strutture crateriformi situate lungo il margine est del mare Fecounditatis. Senza dimenticare le cuspidi nord e sud. Per questa tipologia di osservazioni, oltre agli ormai noti parametri osservativi, risulterà determinante disporre di un orizzonte il più possibile libero da ostacoli.

Librazioni di Novembre

(In ordine di calendario, per i dettagli vedere le rispettive immagini)

Si precisa che, per ovvi motivi, non vengono indicati i giorni in cui i punti di massima Librazione si discostano dalla superficie lunare illuminata dal Sole.

Librazioni Regione Nordest-Est:

  • 01 Novembre. Fase 07,49 giorni – Massima Librazione crateri Petermann, Cusanus
  • 02 Novembre. Fase 08,51 giorni – Massima Librazione nord cratere Hayn
  • 03 Novembre. Fase 09,36 giorni – Massima Librazione mare Humboldtianum
  • 04 Novembre. Fase 10,39 giorni – Massima Librazione est cratere Endymion
  • 05 Novembre. Fase 11,42 giorni – Massima Librazione cratere Gauss
  • 06 Novembre. Fase 12,45 giorni – Massima Librazione est cratere Cleomedes
  • 07 Novembre. Fase 13,49 giorni – Massima Librazione est mare Marginis

Librazioni Regione Sud-Sudovest:

  • 14 Novembre. Fase 20,41 giorni – Massima Librazione sud cratere Klaproth
  • 15 Novembre. Fase 20,73 giorni – Massima Librazione sud cratere Bailly
  • 16 Novembre. Fase 22,49 giorni – Massima Librazione crateri Hausen, Pingre
  • 17 Novembre. Fase 22,79 giorni – Massima Librazione ovest cratere Pingre
  • 18 Novembre. Fase 23,54 giorni – Massima Librazione ovest cratere Pingre

Librazioni Regione Ovest:

  • 19 Novembre. Fase 24,58 giorni – Massima Librazione ovest cratere Schickard
  • 20 Novembre. Fase 25,63 giorni – Massima Librazione ovest cratere Piazzi
  • 21 Novembre. Fase 26,68 giorni – Massima Librazione mare Orientale
  • 22 Novembre. Fase 27,72 giorni – Massima Librazione ovest cratere Schluter

Librazioni Regione Polare Nord-Nordest:

  • 27 Novembre. Fase 03,89 giorni – Massima Librazione nord-nordest cratere Baillaud
  • 28 Novembre. Fase 04,89 giorni – Massima Librazione est crateri Petermann, Cusanus
  • 29 Novembre. Fase 05,95 giorni – Massima Librazione cratere Bel’Kovich
  • 30 Novembre. Fase 07,00 giorni – Massima Librazione mare Humboldtianum

Note:

Immagini “Librazioni “: Mappe di F. Badalotti su immagini tratte dal globo di “Virtual Moon Atlas”.

–  Dati e visibilità delle strutture lunari: Software “Stellarium” e “Virtual Moon Atlas”.

Immagine “Mare Orientale” di F. Badalotti.

–  Ogni fenomeno lunare e rispettivi orari sono rapportati alla Città di Roma, dati rilevati tramite software “Stellarium” e dal sito http://www.marcomenichelli.it/luna.asp

 

Primi Scatti Eclissi 25 Ottobre

Immagine di Samuele Pinna versione con e senza saturazione colori realizzato da Serramanna in Sardegna con Canon 6D a fuoco diretto di un quadrupletto Tecnosky 65 e filtro solare. ISO 200 Scatto 1/800 ss.

L’eclissi parziale di Sole è stata condizionata da zone ampiamente coperte da novolosità, un meteo che seppur non minaccioso, ha di fatto compromesso l’accesso all’eclissi da molte località italiane. Tuttavia alcuni astrofili appassionati e dobbiamo dirlo, anche molto preparati, sono riusciti nell’impresa. Ecco i primi scatti:

In copertina:

Versione con e senza saturazione colori, realizzate da Serramanna in Sardegna con Canon 6D a fuoco diretto di un quadrupletto Tecnosky 65 e filtro solare. ISO 200 Scatto 1/800 ss Credit: Samuele Pinna.

Immagine di Salvo Lauricella, ripresa da Siracusa realizzato con TS 80 ED f/7, Lunt B1200 Ca-K module, ZWO ASI183MM

 

Eclissi di Sole Ore 12,36 Tecnosky 65/420 1/1250 sec 200 ISO Canon 6D filtro Astrosolar Autore Anna Maria Catalano Scordia (CT)

 

Rifrattore APO 102/800 e reflex APSC. Ribaltate, dx sx. Filtro usato: prisma di Herschel autocostruito di Cristian Fattinnanzi

Pubblicheremo altre immagini man mano che arriveranno in redazione.

Le migliori immagini ricevute e caricate su PhotoCoelum saranno pubblicate su Coelum Astronomia di dicembre/gennaio.

 

Le Costellazioni di Novembre 2022

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Entrati ormai nel vivo dell’autunno, il cielo di novembre ci offre un ampio panorama sulle costellazioni che osserveremo fino all’inverno prossimo!

Le giornate sono sempre meno luminose e ciò favorisce la possibilità di poter ammirare gli oggetti celesti per molto più tempo.

Già dopo il tramonto sarà possibile scorgere le costellazioni più luminose e interessanti del periodo: da Est e Sud-Est daremo il benvenuto a Toro, Gemelli, Orione, Cane Maggiore con Sirio e Auriga con Capella. Tali costellazioni, assieme ai loro astri, saranno i protagonisti dei mesi a seguire.

Nel cielo di novembre, in prossimità dello Zenit, brilla ancora la costellazione di Pegaso, mentre spostando lo sguardo verso Nord-Est troveremo le costellazioni di Perseo, Cassiopea, Cefeo, Andromeda e il Triangolo.

ANDROMEDA NEL CIELO DI NOVEMBRE

Tra le costellazioni che transitano al meridiano nel mese di novembre c’è Andromeda: l’oggetto si trova nelle vicinanze di Pegaso, con il quale condivide la stella Sirrah (α Andromeda o anche δ Pegasi) astro che costituisce il lato superiore dell’asterismo del Quadrato (vedi articolo costellazioni di ottobre).

La costellazione di Andromeda lambisce quasi la scia settentrionale della Via Lattea, estendendosi a Nord e ad Est dell’asterismo.

ANDROMEDA: TRA STELLE DOPPIE E LA REGINA DELLE GALASSIE

Oltre ad ospitare un buon numero di stelle doppie come π Andromedae, una coppia risolvibile già con un binocolo e sistemi multipli come μ Andromedae, è innegabile che la fama della costellazione è dovuta principalmente all’oggetto del profondo cielo che essa ospita: M31, la Galassia di Andromeda.

M31 Galassia di Andromeda (credit Arcangelo Di Palo)

Amata da astrofotografi, astrofili, appassionati, tutti conoscono l’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo.

M31 è uno degli oggetti del profondo cielo più paparazzati dagli astrofotografi, poiché si rivela all’obiettivo senza bisogno di sofisticate strumentazioni. Per ottenere immagini più nitide e dettagliate è chiaro che bisogna affidarsi a telescopi e camere astronomiche, oltre che a diverse fasi di elaborazione e post produzione.

Per questa ed altre bellissime immagini di M31, visita la sezione PHOTO COELUM

Posta a oltre 2 milioni di anni luce, M31 è una galassia a spirale, la più vicina alla nostra Via Lattea e sorprendentemente visibile ad occhio nudo da luoghi idonei all’osservazione del cielo notturno.

Partendo dalla costellazione omonima, possiamo individuare la galassia in direzione Nord-Est/Sud-Ovest, nei pressi di Perseo e Pegaso: va ribadito che è necessario avere a disposizione un cielo privo di inquinamento luminoso e di elementi di disturbo affinché M31 sia visibile ad occhio nudo.

Scopri il ricco dossier dedicato al preoccupante aumento esponenziale dell’Inquinamento luminoso pubblicato sull’ultimo numero di Coelum

La Galassia di Andromeda apparirà come un batuffolo luminoso leggermente allungato sui lati, mentre con un binocolo esso si rivelerà più nitido, con la possibilità di individuare anche la galassia satellite M32.

La costellazione di Andromeda ospita anche l’interessante ammasso aperto NGC 752, posto verso il confine col Triangolo e che si mostra ben visibile con l’ausilio di un binocolo. Nei luoghi caratterizzati da un cielo particolarmente nitido l’ammasso è percepibile anche a occhio nudo.

ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA
credit www.atlascoelestis.com

Figlia dei sovrani di Etiopia Cefeo e Cassiopea, Andromeda era una fanciulla bellissima che per un soffio non pagò con la propria vita la superbia di sua madre.

Cassiopea, infatti, osò vantarsi di definire lei e sua figlia molto più belle delle Nereidi, ninfe marine che componevano il corteo del dio Poseidone. Il dio del mare colse tale affermazione come un’offesa e quindi inviò il mostro marino Cetus (la costellazione della Balena) a distruggere le navi commerciali del regno dei sovrani Etiopi.

Ma neanche questo bastò a placare l’ira nefasta di Poseidone e Cefeo, dopo aver consultato l’oracolo, fu costretto a incatenare la giovane e innocente figlia Andromeda sul costone di roccia affinché espiasse con la propria vita le colpe di sua madre.

Fu Perseo a capovolgere le sorti della fanciulla servendosi del cavallo alato Pegaso, sottraendo Andromeda dalle grinfie del mostro marino e restituendole la libertà. La fanciulla ritrovò anche la felicità convolando a nozze proprio con il suo eroe.

Quando la giovane Andromeda morì, la dea Atena la tramutò in stelle, collocandola in cielo come costellazione proprio accanto Perseo.

LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO

Tra gli oggetti osservabili nel mese di novembre troviamo anche la piccola costellazione del Triangolo.

Posto poco più a Sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo, il Triangolo è un oggetto facilmente identificabile nonostante la sua ridotta estensione e la carenza di stelle particolarmente brillanti: la sua forma infatti è riconoscibile per via della vicinanza tra loro degli astri che la compongono.

La stella alfa della costellazione è alfa Trianguli, una binaria che, nonostante sia classificata come stella principale del Triangolo, è in realtà la seconda più luminosa di questa costellazione dopo beta Trianguli, mentre il terzo vertice è composto dalla stella gamma Trianguli.

M33: LA GALASSIA NELLA COSTELLAZIONE
M33 Galassia del Triangolo di Alfonso Gregorini

La costellazione ospita uno degli oggetti più conosciuti del profondo cielo: M33 o Galassia del Triangolo.

Si tratta di una galassia a spirale, la seconda più vicina alla Via Lattea dopo quella di Andromeda, che può essere individuata già con un binocolo da posti privi di qualsiasi tipo di disturbo luminoso.

Altri oggetti del profondo cielo di cui tentare l’osservazione anche con attrezzature amatoriali sono le galassie barrate NGC 672 e NGC 925.

IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA

Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli egizi lo identificavano come il delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Sicilia (Trinacria), l’isola sacra a Cerere e dove si ritenga risalga il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.

La costellazione trova anche riferimenti alle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, il Triangolo rappresentava una sorta di segnale posto sulla via celeste e utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete.

 

 

𝙡𝙖 𝙑𝙞𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙎𝙩𝙧𝙖𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖𝙧𝙞𝙖 – i Pilastri della Creazione JWST

😍 𝙡𝙖 𝙑𝙞𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙎𝙩𝙧𝙖𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖𝙧𝙞𝙖 😍elaborazione a cura di Giuseppe Conzo
 
I 𝑃𝑖𝑙𝑎𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐶𝑟𝑒𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 hanno lasciato tutti senza parole! Ma cosa succede se sapientemente si interpolano le immagini raccolte dall’Hubble Space Telescope prima e del James Webb Space Telescope dopo? Nell’immagine di Giuseppe Conzo sono sovrapposte una visione realizzata nel vicino infrarosso con la NirCam del James Webb Telescope con quella in Hubble Palette realizzata appunto da Hubble.
 
𝗖𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲! 🏅
 
Crediti sono NASA, ESA Hubble Heritage Team (STScI/AURA) and CSA, STScI; Joseph DePasquale (STScI), Anton M. Koekemoer (STScI), Alyssa Pagan (STScI).

Coelum sceglie InfoClip per Carta Docente – PA – Bonus 18APP

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A partire dal mese di ottobre per le Pubbliche Amministrazioni e il mondo Scuola, Coelum Astronomia ha scelto il partner InfoCLip.

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Editoriale Coelum – 258

“Il cielo stellato interessa solo a quelli che stanno tutta la notte a guardare in quei cosi” forse è questa l’idea generalmente diffusa? Che il Cielo Stellato sia solo “affar” di astrofili ed astrofile? Attraverso le parole degli autori è proprio un simil luogo comune che vogliamo sviscerare dimostrando che, vuoi per motivi di salute, vuoi per motivi di estetica, vuoi per motivi di sicurezza e perché no, vuoi per motivi di risparmio energico, la risposta alla domanda è No! La conservazione del patrimonio stellato, come la stessa UNESCO l’ha dichiarato, non è una responsabilità di un ristretto gruppo di appassionati e nostalgici sognatori ma è invece un dovere di tutti. Se si parla di sostenibilità per preservare l’ambiente, il “colore” del nostro cielo di notte deve diventare la spia di allarme e il gradiente un termometro per misurare il livello di sostenibilità di ogni comunità.

Qualsiasi contesto abitativo ha le proprie esigenze, le aree urbane, i paesi, le comunità isolate, le località al mare quelle turistiche, ognuna deve adoperarsi per mettere in pratica le buone prassi necessarie a creare il giusto connubio fra le richieste sociali e le necessità  ambientali, non esiste quindi un vademecum assoluto applicabile ad ogni situazione. Esistono delle linee guida dettate dal buon senso ma anche da evidenze tecniche e ancor meglio da leggi ben specifiche che devono essere rispettate e che tutti dovrebbero conoscere, così come tutti (o così speriamo sia) hanno una certa familiarità ad esempio con il codice della strada.  

Gli autori offrono spunti e informazioni, avvolte curiosità che i lettori possono assorbire e riproporre a conoscenti amici familiari in un passaparola di sensibilizzazione che è senz’altro l’unica vera chiave di successo se si vuole imporre un’inversione di marcia alla progressiva perdita di cielo stellato.

Quindi signore e signori c’è da rimboccarsi le maniche e vogliamo lasciarci fino al prossimo appuntamento con un nota positiva: l’Astronomia, quella di ricerca e di scoperta, in Italia si può ancora fare e nel prossimo numero scopriremo come e chi sono i protagonisti.

Buona lettura.

Coelum Astronomia 258 è disponibile in forma cartacea PRENOTA QUI la tua copia oppure consultalo in digitale SCOPRI COME

 

News da Marte! #4

Bentornati su Marte! (puntata n°4)

In questo aggiornamento partiamo dall’ultimo volo di Ingenuity, con un “passeggero” inaspettato, e da lì vi racconterò per immagini alcune particolari osservazioni che Perseverance ha svolto negli scorsi mesi.

3, 2, 1…decollo

Era il Sol 567 per Mars 2020, 24 settembre sulla Terra. Alle 16:18 locali, dopo un’intera giornata passata a ricaricare le proprie batterie, Ingenuity ha energia sufficiente e decolla per il suo 33esimo volo. Lo spostamento è di routine e, similmente agli ultimi due già compiuti, prevede di coprire una distanza di 111 metri in circa 55 secondi.
Poche ore dopo vengono trasmessi a Terra come di consueto gli ultimi 5 frame relativi all’atterraggio, per confermare la riuscita del volo, e qualche giorno dopo buona parte degli altri fotogrammi della camera di navigazione è resa disponibile.

Il volo sembra partire come di consueto, ma a pochi istanti dal decollo si capisce subito che c’è qualcosa di strano.

Un oggetto non identificato resta impigliato a una delle gambe dell’elicottero, rimanendo a sbandierare per qualche secondo soffiato dall’intenso flusso d’aria delle eliche. L’oggetto si stacca solo nel momento in cui Ingenuity si inclina leggermente per iniziare lo spostamento verso ovest (la parte superiore della telecamera è rivolta verso sud) e precipita al suolo. Sono riuscito a seguirlo per alcuni frame indicandolo nel video con una freccia.

Di cosa si tratta? Non è del tutto chiaro perché queste sono le uniche immagini a disposizione, l’oggetto non era presente durante il precedente volo. Tuttavia il modo in cui si comporta fa pensare che possa trattarsi di un brandello del paracadute che a febbraio dello scorso anno ha svolto una parte importante nell’atterraggio del rover Perseverance.

Fotogramma tratto dalla sequenza di atterraggio di Mars 2020 con inquadratura del colossale paracadute di 21.5 metri di diametro. Le lettere svelano il codice nascosto dal team del JPL nella sequenza di colori che corrisponde al motto del centro di ricerca: “Dare mighty things”. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Questa osservazione da parte di Ingenuity non costituisce la prima volta che, nel corso di Mars 2020, abbiamo testimonianza di frammenti degli stadi di atterraggio sparpagliati in giro per il cratere Jezero.

Possiamo dire che le prime foto a riguardo risalgano addirittura al Sol 0.

Un po’ di “spazzatura” in giro per Marte

Le foto del nostro rover sono iniziate subito “col botto”. Oltre che in senso figurato, il botto è stato anche quello della Skycrane, la maestosa gru dotata di razzi che ha adagiato il rover al suolo prima di mettere al massimo i suoi propulsori e andare a schiantarsi il più lontano possibile.

Qui era il Sol 0, 18 febbraio 2021 e giorno dell’atterraggio! Una delle Hazard Cam posteriori riprende una nuvola di fumo che si alza dietro le rocce. È il luogo dove la Skycrane è atterrata molto poco dolcemente. Crediti: NASA/JPL/Caltech/MSSS

Non è la prima volta che un rover scatta delle foto agli apparati di atterraggio che l’hanno portato su Marte, ma la qualità delle fotocamere di Perseverance fa sì che anche i più piccoli dettagli non sfuggano all’occhio attento del robot e soprattutto dei controllori di missione.

Come visto in apertura di news, gli occhi a disposizione sono anche quelli di Ingenuity. Nel corso del suo volo numero 27 ha sorvolato e fotografato lo stadio EDL (Entry, Descent and Landing) che ha custodito rover ed elicottero durante il viaggio interplanetario e nelle prime concitate fasi dell’ingresso in atmosfera.

 

Lo stadio EDL separato nelle sue macro-componenti.
Doppia visuale da Ingenuity nel corso del volo 27 che ha visto il sorvolo dell’aeroshell e del paracadute. Il video completo è raggiungibile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=9htVHoHujAs

Ma ci sono anche elementi decisamente più piccoli e meno vistosi che si stanno facendo vedere in questi mesi, probabilmente trasportati dal vento marziano, e che mostrano una tendenza ad accumularsi a nord delle aree di atterraggio. Gli avvistamenti infatti sono stati frequenti nelle settimane che il rover ha trascorso in queste aree, e sono tutti frammenti dell’EDL!

I primi avvistamenti sono cominciati a inizio giugno, con un piccolo elemento brillante individuato dapprima da grande distanza e poi ripreso più da vicino una settimana più tardi. Le sue caratteristiche superficiali, soprattutto la particolare punteggiatura, non lasciano spazio a dubbi: si tratta dell’isolamento multi-strato a protezione di alcune parti della Skycrane.

Nel Sol 467, 13 giugno, Perseverance riprende questo oggetto brillante poggiato su una roccia. Le dimensioni sono di circa 15 cm. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Passano solo 10 giorni e il rover si trova di fronte un altro frammento di rivestimento termico, stavolta un pezzo di una fibra sintetica chiamata Dacron impiegata comunemente nelle “coperte spaziali”.

Il frammento di rete in Dacron ripreso il 23 giugno. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Tre settimane dopo c’è un altro avvistamento, stavolta di un frammento all’apparenza molto più usurato e di identificazione più incerta. La trama a rete con dimensione 2x2mm fa propendere per l’idea che si tratti di un altro pezzo di Dacron. Il team di imaging non fa in tempo a riprenderlo in dettaglio con lo zoom della MastCam-Z perché purtroppo qualche soffio di vento lo sposta prima che ci sia il tempo di scattare delle foto in alta risoluzione.

Foto del 12 e del 15 luglio, che mostrano il piccolo frammento di fibra sparire dalla visuale del rover. Crediti: NASA/JPL-Caltech

All’inizio del mese di agosto, pochi Sol dopo la raccolta del 12esimo campione, nuove immagini fanno preoccupare i tecnici della NASA. Come da procedure, tutta la raccolta del campione è stata documentata con delle serie di foto, e c’è stato qualcosa che ha spinto la squadra del JPL a richiedere al rover dei set aggiuntivi di foto.

Le immagini arrivano a Terra il 5 agosto, e si scopre che ci sono due intrusi negli apparati di Perseverance.

Si tratta di due detriti, probabilmente delle fibre, di cui il primo si trova sulla punta di foratura e il secondo all’interno del carousel, la struttura rotante dove il rover ripone le punte del suo trapano.

Foto del 4 agosto scattata dalla camera WATSON (il basso è a sinistra). La piccola fibra sintetica è impigliata al meccanismo centrale. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Le attività di quei giorni hanno richiesto analisi fotografiche molto approfondite, una movimentazione degli apparati coinvolti e l’induzione di vibrazioni per cercare di “scrollarsi” di dosso questi oggetti, che nel frattempo si è chiarito che fossero di origine esterna e non originatisi dai meccanismi del rover. Si è tenuto d’occhio anche il suolo, con le HazCam e le NavCam, per rilevare l’eventuale caduta di queste piccole fibre.

Dopo aver eseguito anche le operazioni di cambio punte senza problemi e aver constatato di essere ancora in presenza di questi cosiddetti FOD (foreign object debris), il team a capo delle operazioni ha valutato che non rappresentavano un disturbo per il rover e si poteva procedere con le attività senza troppe preoccupazioni.

Un’altra foto del 17 agosto mostra che la fibra non aveva ancora intenzione di abbandonare il rover. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Le ultimissime operazioni del rover

Il ritorno al Lago Incantato è avvenuto a inizio settembre, dove Perseverance ha già eseguito nuove analisi oltre che prelevato e sigillato un campione (Shuyak dalla roccia denominata Amalik).

Visuale dell’area battezzata Amalik. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Heller

In questa immagine d’insieme si vede il lavoro delle ultime settimane da parte di Perseverance. Osserviamo un’abrasione fallita e risultata nella frantumazione della roccia (Chiniak) e il secondo tentativo di successo (Novarupta). Sono seguiti i due carotaggi Shuyak e Mageik. Purtroppo solo il primo dei due è risultato in un campione correttamente sigillato.

Per ragioni ancora da chiarire e su cui non abbiamo informazioni specifiche dal team della missione, non è stato possibile chiudere la fiala #073 con il campione Mageik, sebbene il suo prelievo sia avvenuto correttamente come testimoniato dall’immagine qui sotto.

Immagine del campione Mageik ripreso dalla Right MastCam-Z del rover. Sol 579, pochi minuti dopo il prelievo. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Al momento possiamo solo fare speculazioni, e le ipotesi sembrano convergere sul fatto che questo campione risulti eccezionalmente lungo al punto quasi da uscire dal vano ricavato all’interno della punta del trapano.

Sono seguiti alcuni giorni di tribolazioni e analisi fotografiche, finché nel Sol 586 (14 ottobre) si è deciso di rinunciare al prelievo e di sigillare la fiala designata sebbene con un “semplice” campione atmosferico.

Immagine ravvicinata della fiala con numero di serie 073 recentemente sigillata. L’immagine è della CacheCam, Sol 586. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Anche per questo aggiornamento marziano è tutto, appuntamento tra due settimane!

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Il rientro di Samantha Cristoforetti

Credit: ESA

Cita una nota canzone “che sapore ha la felicità?” non sappiamo, ma il sorriso si!

Così ieri sera (il 14 ottobre 2022 alle 22:55 CEST) è apparsa Samantha Cristoforetti appena recuperata dopo l’ammaraggio del veicolo spaziale Crew Dragon Freedom che ha riportato a terra la missione Minerva.

L’astronauta dell’ESA Samantha Cristoforetti è rientrata sulla Terra insieme agli astronauti della NASA Kjell Lindgren, Bob Hines e Jessica Watkins, ponendo così fine alla sua seconda missione sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), denominata Minerva.

Samantha e gli altri membri dell’equipaggio, noto come Crew-4, sono tornati a bordo del veicolo spaziale Crew Dragon Freedom, che si è sganciato autonomamente dalla Stazione il 14 ottobre 2022 alle 18:05 CEST. Dopo aver completato una serie di burns da deorbita, Freedom è entrata nell’atmosfera terrestre e, il 14 ottobre 2022 alle 22:55 CEST, ha dispiegato i suoi paracadute per un ammaraggio morbido al largo delle coste della Florida.

I membri della Crew-4 sono partiti alla volta della Stazione Spaziale il 27 aprile 2022 e vi hanno trascorso quasi sei mesi, vivendo e lavorando in orbita come membri dell’Expedition 67 della ISS.

Nell’ambito della sua missione Minerva, Samantha ha sostenuto numerosi esperimenti europei e molti altri esperimenti internazionali in ambiente di microgravità. Ora volerà direttamente a Colonia, in Germania, dove sarà monitorata dal team di medicina spaziale dell’ESA mentre si riadatterà alla gravità terrestre presso il Centro Europeo Addestramento Astronauti (EAC) dell’ESA e la struttura “Envihab” del Centro aerospaziale tedesco (DLR).

Attualmente l’arrivo di Samantha a Colonia è previsto alle 16:00 CEST del 15 ottobre.

The SpaceX Crew Dragon Freedom spacecraft is seen as it lands with NASA astronauts Kjell Lindgren, Robert Hines, Jessica Watkins, and ESA (European Space Agency) astronaut Samantha Cristoforetti aboard in the Atlantic Ocean off the coast of Jacksonville, Florida, Friday, Oct. 14, 2022. Lindgren, Hines, Watkins, and Cristoforetti are returning after 170 days in space as part of Expeditions 67 and 68 aboard the International Space Station. Photo Credit: (NASA/Bill Ingalls)

Hines, Lindgren, Watkins e Cristoforetti hanno viaggiato per 72.168.935 miglia durante la loro missione, hanno trascorso 170 giorni a bordo della stazione spaziale e hanno completato 2.720 orbite attorno alla Terra. Lindgren ha registrato 311 giorni nello spazio sui suoi due voli e, con il completamento del loro volo oggi, Cristoforetti ha registrato 369 giorni nello spazio sui suoi due voli, diventando così la seconda nella lista di tutti i tempi per la maggior parte dei giorni nello spazio di una donna . La missione Crew-4 è stato il primo volo spaziale per Hines e Watkins.

L’equipaggio-4 ha continuato il lavoro sulle indagini che documentano come i miglioramenti alla dieta spaziale influenzino la funzione immunitaria e il microbioma intestinale, determinando l’effetto della temperatura del carburante sull’infiammabilità di un materiale, esplorando i possibili effetti negativi sull’udito degli astronauti dal rumore e dalla microgravità dell’attrezzatura e studiando se gli additivi aumentano o diminuiscono la stabilità delle emulsioni . Gli astronauti hanno anche studiato i cambiamenti indotti dalla microgravità nel sistema immunitario umano simili all’invecchiamento , hanno testato una nuova membrana per il recupero dell’acqua ed hanno esaminato un’alternativa concreta realizzata con un materiale trovato nella polvere lunare e marziana.

Scopri di più sul programma Commercial Crew della NASA su: https://www.nasa.gov/commercialcrew

 

Il veicolo spaziale, chiamato Freedom by Crew-4, tornerà in Florida per l’ispezione e l’elaborazione al Dragon Lair di SpaceX, dove i team esamineranno i dati e le prestazioni del veicolo spaziale durante il volo.

 

Il volo Crew-4 fa parte del Commercial Crew Program della NASA e il suo ritorno sulla Terra segue la scia del lancio SpaceX Crew-5 della NASA, che è attraccato alla stazione il 6 ottobre, dando inizio a un’altra spedizione scientifica.

 

L’obiettivo del Commercial Crew Program della NASA è un trasporto sicuro, affidabile ed economico da e verso la Stazione Spaziale Internazionale. Ciò ha già fornito ulteriore tempo di ricerca e ha aumentato le opportunità di scoperta a bordo del banco di prova della microgravità dell’umanità per l’esplorazione, incluso l’aiuto della NASA a prepararsi per l’esplorazione umana della Luna e di Marte.

“Sì, come la Luna obbedisce ad Aglaonice”

“Sì, come la Luna obbedisce ad Aglaonice”

Oggi vi parlo di Aglaonice di Tessaglia. Questa è una figura di donna emblematica che, come Ipazia, rientra fra le prime donne di cui si abbia memoria che si occuparono di astronomia. Ma dire che essa sia riconducibile soltanto a questo sarebbe come affermare che Marie Curie era quella del Radio. Si dice che Aglaonice riuscisse a prevedere correttamente le eclissi di Sole e di Luna, stabilendo esattamente i tempi e i luoghi dove esse sarebbero avvenute.

Visse a cavallo fra il II ed il I secolo a.C. e viene menzionata negli scritti di Plutarco come donna che era “completamente al corrente dei periodi di luna piena quando è soggetta a eclissi e che sapeva in anticipo il momento in cui la luna doveva essere superata dall’ombra della terra”. Anche Apollonio di Rodi la ricorda come astronomo donna e figlia di Hegetor di Tessaglia.

Era contemporanea di Eratostene di Cirene (276 a.C. – c. 195/194 a.C.) meglio conosciuta per essere stata la prima persona a calcolare la circonferenza della Terra. Spesso all’epoca le donne sapienti venivano considerate con sospetto. In particolare, essa si fregiava della facoltà di saper far sparire la luna dal cielo. Ovviamente stiamo parlando della capacità di prevedere le eclissi. Avete mai sentito parlare delle streghe della Tessaglia? Ebbene, essere non erano altro che seguaci astrologhe associate ad Aglaonice, attive dal III al I secolo a.C. Sembra che Aglaonice fosse a conoscenza del ciclo lunare, che dura oltre 18 anni11,3 giorni dopo il quale si ripetono eclissi lunari e solari. Questo ciclo denominato Sarosvenne scoperto dagli antichi astronomi babilonesi. Spesso, nelle eclissi lunari, la Luna non scompare completamente ma cambia colore e assume una tonalità più scura o ramata. Dal momento che Aglaonice parla di completa sparizione della Luna, come “completamente divorata”, è ragionevole pensare che essa conoscesse le date dell’oscuramento ciclico regolare della Luna da parte delle escursioni a lungo termine dell’attività solare. In quel periodo ci furono infatti eclissi lunari insolitamente scure, a tal punto da far sì che la Luna effettivamente sembrasse scomparire alla vista.

Ad Aglaonice è anche dedicato uno dei crateri di Venere.

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AL VIA LA VENTESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLA SCIENZA DI GENOVA

Ci siamo! Anche quest’anno torna il FESTIVAL DELLA SCIENZA di Genova

❏ In programma a Genova da giovedì 20 ottobre a martedì 1° novembre 2022

❏ Parola chiave: Linguaggi

❏ In programma 300 eventi, articolati in 133 conferenze, 84 laboratori, 31 mostre, 10 spettacoli, 17 eventi speciali e 25 eventi online solo per le scuole

❏ Ospiti 424 scienziati e personalità illustri provenienti da tutto il mondo

❏ Oltre 500 giovani coinvolti tra animatori e studenti del progetto OrientaScienza

❏ 378 gli enti, le associazioni, le aziende e gli editori che hanno partecipato alla composizione del programma

❏ 49 le location cittadine coinvolte nel programma del Festival

❏ Oltre 1.000 classi già prenotate da tutta l’Italia con circa 25.000 studenti

❏ Il programma completo disponibile sul sito festivalscienza.it e scaricabile in formato pdf

Genova – Un modo innovativo e coinvolgente di raccontare la scienza, fortemente legato al territorio e riconosciuto come uno dei più importanti eventi di diffusione della cultura scientifica al mondo. Prende il via giovedì 20 ottobre il Festival della Scienza di Genova, manifestazione che fino a martedì 1° novembre porta in 49 location cittadine 275 eventi in presenza, 133 conferenze, 84 laboratori, 31 mostre, 10 spettacoli e 17 eventi speciali per visitatori di ogni fascia d’età e livello di conoscenza, a cui si aggiungono 25 eventi online riservati alle classi, per un totale di 300 eventi. Di questi, 86 conferenze saranno fruibili on demand sulla piattaforma festivalscienza.online a partire dal 7 novembre 2022. Nel suo programma, il Festival coinvolge 424 scienziati e personalità illustri provenienti da tutto il mondo e 378 tra enti, associazione, aziende e editori che hanno partecipato alla composizione del programma.

A legare tutti gli eventi in programma la parola chiave scelta per l’edizione 2022, Linguaggi, affrontati all’interno del Festival nelle diverse declinazioni: linguaggi matematici, tecnici, simbolici, di programmazione, musicali e artistici, strumenti essenziali per lo sviluppo del pensiero scientifico. Attraverso gli incontri, il Festival esplora la forza e i limiti dei linguaggi, riflettendo sul tema della comunicazione efficace, in un difficile equilibrio tra qualità e quantità.

Il 2022 è un anno molto speciale per il Festival della Scienza perché la manifestazione compie vent’anni. Per festeggiare al meglio questa importante ricorrenza, il Festival ha preparato un programma dalle dimensioni pre-pandemia, che vuole essere un inno al tornare a vivere gli eventi in presenza. A partire dal pubblico delle scuole, che ha subito risposto con entusiasmo all’appello: sono oltre 1000 le classi provenienti da tutta Italia che si sono già prenotate agli eventi del Festival, per un totale di circa 25mila alunni. Oltre che dalla Liguria, sono arrivate prenotazioni da Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Toscana, Umbria, Friuli e Veneto.

La nuova edizione del Festival della Scienza è stata presentata con la conferenza stampa d’apertura che si è tenuta oggi, alle ore 13, al Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, in via Garibaldi, a Genova. Dopo i saluti dell’assessore al Marketing territoriale e alle Politiche per i Giovani del Comune di Genova Francesca Corso e un breve intervento di Nicoletta Viziano del Comitato di Gestione della Fondazione Compagnia di San Paolo, il presidente del Festival Marco Pallavicini e il presidente del Consiglio Scientifico Alberto Diaspro hanno illustrato gli aspetti salienti della ventesima edizione. Alla direttrice Fulvia Mangili il compito di entrare nel dettaglio del programma della manifestazione.

 

LE NOVITÀ DELLA VENTESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLA SCIENZA

Molte le novità all’interno del programma della ventesima edizione del Festival della Scienza. Oltre al ruolo fondamentale degli enti scientifici soci, tutti presenti nel programma con progetti di alta qualità scientifica, quest’anno il Festival si apre a nuove collaborazioni con il tessuto culturale cittadino. Tra le novità, infatti, ci sono eventi realizzati da enti scientifici del territorio nelle loro sedi, come le conferenze proposte dai tre ospedali principali, San Martino, Gaslini e Galliera, conferenze ed eventi speciali organizzate dalla Direzione Generale Musei della Liguria, laboratori a cura dei servizi didattici dei musei di Genova e un incontro promosso dalla Scuola Ianua dell’Università di Genova.

Per la prima volta nella sua storia e per aprire maggiormente le porte ai giovani e stimolare le nuove generazioni nella scoperta delle bellezze della scienza, il Festival quest’anno ha deciso di rendere tutte le conferenze in programma gratuite per gli under 20. Per partecipare è sufficiente che i ragazzi e le ragazze nati da gennaio 2003 in poi si presentino all’ingresso delle conferenze muniti di documento d’identità (l’ingresso è libero fino a esaurimento posti).

Inoltre, fa il suo debutto al Festival il progetto Scienziati nelle biblioteche, incontri con autori di scienza per giovani lettori consapevoli. Il progetto, indirizzato agli istituti scolastici genovesi, è stato realizzato in collaborazione con il Sistema delle Biblioteche del Comune di Genova nell’ambito dell’iniziativa Patto per la lettura e prevede un ciclo di 10 incontri gratuiti con scienziati e divulgatori scientifici in 6 biblioteche comunali genovesi. Gli incontri sono riservati al pubblico scolastico e coinvolgono le biblioteche Lercari, Brocchi Nervi, Bruschi-Sartori, Guerrazzi, Saffi e Gallinora. Tra le nuove location coinvolte anche l’Alliance Française Galliera de Gênes e i nuovi spazi di Baltimora Garden Sea-ty nei Giardini Baltimora. Inoltre, il Festival torna anche in Strada Nuova nei meravigliosi spazi di Palazzo Rosso, recentemente rinnovato.

Rinnovato anche La scienza va in onda!, il programma online per le scuole che, durante la pandemia, ha portato il Festival della Scienza nelle classi di tutta Italia. In questa terza edizione, realizzata grazie al contributo di Fondazione Compagnia di San Paolo e in collaborazione con Orientamenti, l’offerta, sempre gratuita, comprende 9 webinar con ricercatori e divulgatori scientifici e 16 visite virtuali in diretta dai principali laboratori di ricerca italiani. 

Foto Bruno Oliveri & Lorenzo Gammarota

 

LA GIORNATA INAUGURALE DEL FESTIVAL DELLA SCIENZA 2022

La ventesima edizione del Festival della Scienza si apre giovedì 20 ottobre alle ore 17 nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale con l’inaugurazione ufficiale, con il presidente Marco Pallavicini, il presidente del Consiglio Scientifico Alberto Diaspro e la direttrice Fulvia Mangili, oltre alle istituzioni cittadine e ai rappresentanti dei maggiori partner e sostenitori del Festival.

A seguire, alle ore 21, sempre nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale si tiene la conferenza spettacolo gratuita Quanto – La parola che ha cambiato la fisica. Protagonisti dell’incontro di apertura del Festival il presidente Marco Pallavicini, in qualità di fisico sperimentale e vicepresidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e il famoso musicista jazz Danilo Rea, in un dialogo tra parole e musica che racconta il percorso che ha cambiato la fisica, dalla visione classica di Galileo a quella controintuitiva della meccanica quantistica. Entrambi gli appuntamenti di giovedì 20 ottobre sono a ingresso gratuito e disponibili anche in diretta streaming sul canale YouTube del Festival della Scienza.

Tutte le mostre e i laboratori sono attivi a partire dalla prima giornata, giovedì 20 ottobre, e proseguono fino alla fine della manifestazione, martedì 1° novembre 2022.

 

I PRINCIPALI PROTAGONISTI DEL FESTIVAL DELLA SCIENZA 2022

Ospite d’onore del Festival è la matematica ucraina Maryna Viazovska, neovincitrice della Medaglia Fields 2022, premio riservato agli under 40 e considerato “il Nobel della matematica”, seconda donna nella storia a ricevere questo riconoscimento (lectio Sfere: come impacchettarle e perché, con Roberta Fulci, martedì 25 ottobre, ore 18)

Nel dialogo internazionale Pianeti Extrasolari, universo oscuro e buchi neri (sabato 29 ottobre, ore 21) in cui tra scienza, arte e filosofia viene percorso un viaggio che va dalle profondità del cosmo a quelle sotterranee del Large Hadron Collider, intervengono in collegamento da Ginevra Michel Mayor (premio Nobel per la fisica nel 2019 per la scoperta del primo esopianeta) e dall’osservatorio ESO in Cile l’astronomo Luca Sbordone, mentre sono presenti in sala Sushita Kulkarni, fisica teorica, Claudia Sciarma, filosofa della scienza ed Enrico Magnani, ingegnere e artista. Il dialogo è moderato da Paola Catapano.

In presenza anche Cumrun Vafa, fisico teorico iraniano naturalizzato americano, premio Dirac nel 2008 e uno dei massimi esperti al mondo di teoria delle stringhe, con la sua lectio Enigmi per decifrare il mondo (domenica 23 ottobre, ore 18) e Maria Elena Bottazzi, microbiologa ambasciatrice di Genova nel mondo, coordinatrice del team che ha sviluppato il Corbovax, il vaccino contro il Covid-19 senza brevetto accessibile anche ai Paesi in via di sviluppo (lectio Un vaccino per il mondo, con Anna Meldolesi, sabato 29 ottobre, ore 15).

Linguaggi, la parola chiave di quest’anno, viene approfondita da molti punti di vista e discipline dai protagonisti del Festival della Scienza. Il linguaggio come elemento distintivo dell’essere umano: sono Andrea Moro, neuroscienziato e linguista, insieme a Luciano Fadiga, neurofisiologo studioso dei comportamenti umani, e a Stefano Cappa, neurologo esperto di disturbi del linguaggio, ad approfondire l’affascinante tema del rapporto tra la struttura delle lingue umane e il cervello nell’incontro Lingue, azioni, regole: cosa ci dice il cervello? (sabato 22 ottobre, ore 15). Tocca invece alla sociolinguista Vera Gheno e a Claudia Bianchi, filosofa del linguaggio, entrambe autrici di saggi di grande successo, descrivere il rapporto tra linguaggio, parole e inclusione di genere nella conferenza Scienza, linguaggio e diversità (moderata da Alessandro Volpe, venerdì 28 ottobre ore 18).

La lingua riflette attraverso le proprie trasformazioni i cambiamenti sociali, civili e culturali: ne trattano Valeria Della Valle, linguista, codirettore della nuova edizione del Vocabolario Treccani, il primo vocabolario italiano che non presenta le voci privilegiando il genere maschile, e Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana nella conversazione I linguaggi della classificazione (sabato 29 ottobre, ore 15.30). Il neuroscienziato Salvatore Maria Aglioti e Donato Ferri, esperto di psicologia e neuroscienze sociali, affrontano il tema della leadership dal punto di vista delle neuroscienze nella conversazione Neuroleadership: il cervello di chi è al comando (venerdì 28 ottobre, ore 18.30).

Ma esistono linguaggi non umani? Certamente sì: lo racconta l’etologo Enrico Alleva insieme alla psicobiologa Daniela Santucci nella conversazione Animali che parlano (domenica 30 ottobre, ore 15), un viaggio alla scoperta dei modelli comunicativi degli animali. Di rapporto tra gli esseri umani e le altre specie animali si occupa invece Roberto Marchesini, filosofo post-umanista, nella lectio L’amore per gli animali (con Luisella Battaglia, sabato 29 ottobre, ore 17.30).

La scienza offre inoltre strumenti essenziali per capire il linguaggio con cui comunica la natura: lo spiega Roberto Battiston, fisico sperimentale e uno dei massimi esperti mondiali di raggi cosmici, nella lectio L’alfabeto della Natura (sabato 29 ottobre, ore 17.30). Esiste un linguaggio che accomuna il micro e il macro mondo? Lo confermano Gianpaolo Bellini, fisico subparticellare, Marco Bersanelli, astrofisico e il geofisico Enrico Bonatti nell’incontro Dai quark alle galassie (con Roberto Battiston, domenica 30 ottobre, ore 18.30). Nuovi linguaggi, per far dialogare uomini e macchine, con un’attenzione crescente agli aspetti etici legati a queste nuove tecnologie. Ne trattano, tra gli altri, Malvina Nissim, esperta su scala internazionale di linguistica computazionale, e Silvia Bencivelli (conversazione Ma un computer mi capisce?, sabato 29 ottobre, ore 17.30), Elena Esposito, sociologa, (lectio Comunicazione Artificiale, lunedì 31 ottobre, ore 17.30) e Paola Inverardi, informatica conosciuta a livello internazionale e specializzata nell’ingegneria del software (lectio Sistemi autonomi e intelligenza artificiale, giovedì 27 ottobre, ore 18).

La chimica computazionale, grazie al progresso delle capacità di calcolo dei moderni supercomputer, apre le porte a una vera rivoluzione nell’ambito delle scienze della vita: ne approfondiscono l’impatto che avrà prossimamente nella ricerca farmaceutica William Jorgensen, uno dei pionieri dell’uso della chimica computazionale per il disegno di nuovi farmaci e Marco De Vivo, group leader di un gruppo di ricerca dedicato alla scoperta di nuovi farmaci su base molecolare nella conversazione Inventare nuovi farmaci con i supercomputer (sabato 22 ottobre, ore 15.30).

La scienza si occupa di linguaggi, e di altri linguaggi ha bisogno per progredire e per essere raccontata. Ne parla nella sua lectio L’immaginazione e la verità del mondo (giovedì 27 ottobre, ore 18) Ariane Koek, fellowship della Bogliasco Foundation riconosciuta a livello internazionale per il suo lavoro transdisciplinare tra arte, scienza e tecnologia, fondatrice del progetto “Arte e Scienza” al Cern di Ginevra. Anche la letteratura può essere un veicolo straordinario per comunicare la scienza, come racconta il fisico delle particelle Dario Menasce, nella sua lectio Ti racconto la fisica (lunedì 31 ottobre, ore 21). L’interazione tra scienza, arte e tecnologia, su cui la Commissione Europea sta fortemente investendo, sta assumendo sempre più la connotazione di vera innovazione scientifica e tecnologica: lo illustrano con esempi e progetti Antonio Camurri, Beatrice De Gelder, Maria Grazia Mattei, Paolo Naldini e Maurizia Rebora nell’incontro A regola d’arte (con Vincenzo Napolano, lunedì 31 ottobre, ore 18.30).

Molto ampio come sempre lo spazio dedicato ai temi collegati all’esplorazione dell’Universo. A inizio maggio la scoperta di Sagittarius A, la “super star” dei buchi neri, ha entusiasmato gli appassionati di fisica del Cosmo di tutto il mondo. Al Festival ne trattano Mariafelicia De Laurentis, astrofisica napoletana che per prima fotografò il buco nero M87 nel 2019, e Ciriaco Goddi, Project Scientist del progetto BlackHoleCam, entrambi membri della collaborazione internazionale Event Horizon Telescope nell’incontro Einstein ha ancora ragione? (con Matteo Massicci, lunedì 24 ottobre, ore 18.30).

Dai telescopi terrestri a quelli spaziali: a luglio sono arrivate le prime straordinarie immagini del James Webb Telescope, il principale osservatorio scientifico nello spazio del mondo. A illustrarne i dettagli Giovanna Giardino, ricercatrice dell’Estec, il centro scientifico e tecnologico dell’Agenzia Spaziale Europea, e l’astrofisico Adriano Fontana nell’incontro Sguardi sull’universo sconosciuto (con Giorgio Pacifici, mercoledì 26 ottobre, ore 18.30). Lo spazio profondo esplorato non solo con le immagini ma anche con il suono: con le sonorizzazioni del musicista informatico Massimo Magrini (in arte Bad Sector) ne parlano Wanda Diaz Merced, astrofisica non vedente, insieme a Stavros Katsanevas, direttore dell’Osservatorio Gravitazionale Europeo nel dialogo internazionale Il suono dell’Universo (con Andrea Parlangeli, domenica 30 ottobre, ore 21).

Dieci anni fa veniva annunciata l’osservazione del Bosone di Higgs: una scoperta che fu la conferma della teoria per cui Higgs e Englert vinsero il premio Nobel 2013. Al Festival si rivive l’emozione di quei giorni con tre fisici che furono tra i protagonisti di questa rivoluzionaria scoperta: Marco Ciuchini, Mia Tosi e Antonio Zoccoli nel dialogo L’ultima particella della materia conosciuta (con Sara Zambotti, sabato 22 ottobre, ore 21).

Alla figura di Albert Einstein il Festival dedica quest’anno alcuni eventi, tra cui la conferenza/spettacolo con intermezzi musicali 1922: la nascita di una celebrità condotta da Massimiano Bucchi (musiche di Arturo Stàlteri, giovedì 27 ottobre, ore 21), e il dialogo internazionale Einstein secondo Einstein (sabato 29 ottobre, ore 18.30) con Hanoch Gutfreund, direttore degli Archivi di Einstein all’Università di Gerusalemme e Renn Jürgen, storico della scienza, insieme al fisico teorico Vincenzo Barone.

I modelli matematici del clima del futuro è l’argomento di cui dibattono Annalisa Cherchi e Susanna Corti, geofisiche, entrambe coinvolte nella redazione del recente report IPCC sul Climate Change nell’incontro Clima 2050 (martedì 25 ottobre, ore 18). Ad Antonello Provenzale, esperto di modelli del clima, impatti dei cambiamenti climatici su risorse idriche, ecosistemi e incendi il compito di illustrare il legame essenziale tra geo e biodiversità nella lectio Le forme della Terra (lunedì 31 ottobre, ore 15), mentre Sandro Carniel, oceanografo di fama mondiale, parla dell’innalzamento dei mari con cui si deve imparare a convivere nel prossimo futuro (lectio Un futuro sott’acqua, sabato 22 ottobre, ore 17.30).

È necessario imparare ad aver cura dell’ambiente: questo il messaggio che porta al Festival Alex Bellini, esploratore e coach motivazionale, raccontando la sua impresa di navigazione sui dieci fiumi più inquinati del pianeta nell’incontro Sulla stessa barca…anzi, zattera (con Chiara Manzotti, venerdì 21 ottobre, ore 21). La CO2 di cui tanto si sente parlare come il nemico numero uno dell’ambiente, può in realtà diventare nel prossimo futuro una materia prima per la produzione di energia sostenibile: lo spiega Gianfranco Pacchioni, chimico che si occupa di teoria quantistica della materia con particolare riferimento ai materiali per l’energia e l’ambiente nella lectio Anidride carbonica: veleno o fonte di vita? (venerdì 21 ottobre, ore 18.30). Un altro materiale dalle proprietà notevoli è la perovskite, un minerale con cui si producono innovativi pannelli solari. Ne parlano Daniele Cortecchia, Giulia Folpini, Isabella Poli e Antonella Treglia, un gruppo di ricerca che sta lavorando su questi materiali del futuro nell’ambito di un innovativo progetto europeo nell’incontro Dall’alfabeto della chimica alle tecnologie green (lunedì 24 ottobre, ore 18.30).

Nell’incontro E luce fu… i fisici Paola Batistoni, Gustavo Granucci e Piergiorgio Sonato aggiornano sullo stato di sviluppo del progetto ITER, il grande consorzio europeo per la fusione nucleare (con Silvia Kuna Ballero, giovedì 27 ottobre, ore 18.30). Sempre a proposito di futuro energetico, la comunicatrice scientifica Silvia Kuna Ballero e il Direttore di Le Scienze e National Geographic Marco Cattaneo fanno una riflessione, con dati alla mano, sul dibattutissimo tema dell’energia nucleare (conversazione Travolti da un atomico destino, martedì 1° novembre, ore 16).

Non mancano gli incontri in vario modo collegati ai temi della salute: prevenzione e buone pratiche di alimentazione nella conversazione La salute vien mangiando (domenica 30 ottobre, ore 11) tra Marco Bianchi, divulgatore scientifico esperto di temi di alimentazione e il gastroenterologo Silvio Danese, mentre la genetista Isabella Saggio fa ragionare di invecchiamento e immortalità nella sua lectio Per sempre giovani? (lunedì 24 ottobre, ore 21).

Tra i molti graditi ritorni alla ventesima edizione del Festival l’immunologo Alberto Mantovani, uno dei più citati scienziati italiani di sempre, e lo scrittore Gianrico Carofiglio con un dibattito scientifico-etico sulla scienza comunicata, tra esigenze di esattezza e chiarezza Parole della scienza e arte della chiarezza (martedì 1° novembre, ore 15). A chiudere il Festival la conversazione Il capitale biologico (martedì 1° novembre, ore 18.30) con Luca Carra, giornalista scientifico e saggista e Paolo Vineis, epidemiologo, sul rapporto tra salute e diseguaglianze economiche e sociali.

Dieci anni fa iniziava l’avventura di Comics&Science, il progetto editoriale del CNR per parlare di scienza attraverso i fumetti. Il festival dedica ampio spazio a questa ricorrenza, anche con un ciclo di sei incontri in cui gli scienziati dialogheranno con alcuni dei fumettisti che hanno preso parte al progetto, tra cui Silver, Sergio Ponchione, Francesco Frongia, Sara Menetti, Davide la Rosa.

Il programma è nato dalle oltre 480 proposte arrivate da tutta l’Italia, in risposta al bando di idee lanciato dal Festival a dicembre 2021. La selezione dei progetti è stata realizzata dai 55 membri del consiglio scientifico del Festival costituito da scienziati, giornalisti scientifici e professionisti della comunicazione, con il supporto del comitato di programmazione.

 

INFORMAZIONI E BIGLIETTI

Il programma completo del Festival è disponibile sul sito www.festivalscienza.it, in cui è possibile anche scaricare il pdf del catalogo. Attivo il call center del Festival al numero 010 8934340, per informazioni e prenotazioni da parte degli istituti scolastici. L’acquisto dei biglietti si può effettuare sul sito del Festival (senza necessità di ritiro in biglietteria) e all’Infopoint allestito nel cortile interno di Palazzo Ducale, in cui gli animatori possono fornire anche consigli sulle attività da seguire nel corso della giornata.

Confermata la tipologia di biglietti delle precedenti edizioni. In occasione dei vent’anni di Festival, tutte le conferenze del Festival sono gratuite per i nati dopo il 1° gennaio 2003. I biglietti e le prenotazioni sono acquistabili online sul sito del Festival www.festivalscienza.it, tramite il call center (tel. 010 8934340) e all’Infopoint. Invariati i costi dei biglietti: giornaliero intero 13 euro, ridotto 11 euro, ridottissimo 9 euro, Abbonamento Standard intero 21 euro, ridotto 18 euro, ridottissimo 12 euro, Abbonamento Premium (con prenotazioni gratuite per il titolare dell’abbonamento) 30 euro e Abbonamento Scuole 9 euro. I bambini fino ai 5 anni, gli insegnanti che accompagnano le classi e gli accompagnatori di persone con disabilità non pagano. Gli abbonamenti hanno validità per tutti i giorni e tutti gli eventi del Festival. È disponibile anche l’abbonamento Festival Online per la fruizione per 365 giorni dell’archivio on-demand sulla piattaforma festivalscienza.online al costo di 10 euro. I tre abbonamenti Standard, Premium e Scuole comprendono l’Abbonamento Online. Tutti gli eventi del progetto Scienziati nelle Biblioteche e il programma online per le classi sono gratuiti.

Le prenotazioni (posti riservati) per gli eventi a pagamento (costo 0,50 euro) sono consigliate per il pubblico generico. Da quest’anno anche per gli eventi gratuiti è possibile effettuare le prenotazioni (gratuite). Per le classi le prenotazioni sono obbligatorie e gratuite e devono necessariamente essere effettuate tramite il call center. Il Biglietto scuole e l’Abbonamento Insegnante consentono anche la fruizione individuale dell’intero programma del Festival, dal 20 ottobre al 1° novembre. Gli orari del call center sono: fino al 19 ottobre dal lunedì al venerdì ore 08.30 – 17; dal 20 ottobre al 1° novembre, dal lunedì al venerdì ore 08.30 – 19; sabato e festivi ore 09.30 – 19. Tutti gli abbonamenti del Festival includono anche l’abbonamento alla piattaforma www.festivalscienza.online, su cui visionare alcuni degli eventi di questa e delle passate edizioni, per un anno.

Maggiori informazioni sui biglietti su www.festivalscienza.it/site/home/info-utili.html

 

ANIMATORI E ORIENTASCIENZA

Sono più di 400 gli animatori del Festival, tra studenti universitari e giovani ricercatori selezionati a partire da oltre 600 candidature provenienti da tutta l’Italia. Grazie al supporto di Camera di Commercio, a loro è affidato il compito di facilitare il pubblico di ogni fascia d’età a orientarsi all’interno delle ultimissime scoperte della scienza, imparando e divertendosi.

Il Festival della Scienza partecipa a Orientamenti 2022 anche con la realizzazione della decima edizione di OrientaScienza, progetto che si propone di motivare e orientare gli studenti e le studentesse alle discipline scientifiche utilizzando il Festival come motore. Sono 100 gli studenti degli istituti superiori genovesi che affiancano gli animatori del Festival in formative e divertenti prime esperienze di lavoro nell’ambito dei loro percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento.

L’Associazione Amici del Festival della Scienza organizza anche per questa edizione le cene del Festival, che rappresentano da sempre momenti di accoglienza e conoscenza reciproca per gli ospiti.

 

I Soci dell’Associazione Festival della Scienza

Camera di Commercio, Industria e Artigianato di Genova, Centro Fermi – Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi, CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche, Comune di Genova, Confindustria Genova, Costa Edutainment, GSSI – Gran Sasso Science Institute, IIT – Istituto Italiano di Tecnologia, INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica, INFN – Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Regione Liguria, Sviluppo Genova, UNIGE – Università degli Studi di Genova

 

I Partner istituzionali dell’edizione 2022 (non soci)

Unione Europea, Fondazione Compagnia di San Paolo, Ministero dell’Università e della Ricerca

 

Gli Sponsor dell’edizione 2022

IREN, ERG, Autostrade per l’Italia, Costa Edutainment, Axpo, Coop Liguria, Gruppo Spinelli, Gruppo Merck, Italmatch Chemicals, Leonardo, Tenova, Thales Group, SAAR, Amico&Co, Ernst & Young, Federchimica/Plastic Europe, IVSI, TibMolbiol, Consorzio Coreve, SIBPA, SPX lab

 

I media partner 2022

Coelum Astronomia, Giornale Radio, Il Secolo XIX, La Voce di Genova, Rai Cultura, Rai Liguria, Rai Radio 3

 

Partner culturali

Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, Alle Ortiche, Andersen, Amici del Festival della Scienza, Acquario di Genova, Biblioteca Universitaria di Genova, Biblioteche di Genova, Baltimora Garden Sea-ty, Genova Blue District, Galata Museo del Mare, Fondazione Treccani Cultura, Istituto Giannina Gaslini, MEI – Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, Musei di Genova, MOG Mercato Orientale Genova, Musei Nazionali della Liguria, Ospedale Galliera, Ospedale Policlinico San Martino, Genova Palazzo Ducale, Villa del Principe, Porto Antico di Genova, Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, SIBPA – Società Italiana di Biofisica Pura e Applicata

 

Gli editori al Festival della Scienza 2022

Add Editore, Carocci Editore, Casa Editrice EDT, Casa Editrice Il Castoro, Casa Editrice Il Mulino, Chiarelettere Editore, Codice Edizioni, De Agostini Editore, Editori Laterza, Editoriale Scienza, Edizioni Dedalo, Edizioni del Capricorno, Edizioni Lindau, Luiss University Press, Edizioni Piemme, Egea Editore, Fabbri Editore, Giulio Einaudi Editore, Harper Collins, Hoepli Editore, Lapis Edizioni, Rizzoli, Mondadori, Springer Nature, Treccani Libri, Zanichelli Editore.

 

I luoghi del Festival della Scienza 2022

Accademia Ligustica di Belle Arti, Acquario di Genova, Alle Ortiche, Alliance Française Galliera de Gênes, Auditorium Ist. Comprensivo Garaventa-Gallo, Baltimora Garden Sea-ty, Banca d’Italia, Biblioteca Berio, Biblioteca Civica Brocchi Nervi, Biblioteca Civica Bruschi-Sartori, Biblioteca Civica Gallino, Biblioteca Civica Guerrazzi, Biblioteca Civica Saffi, Biblioteca Internazionale per Ragazzi E. De Amicis, Biblioteca Universitaria di Genova, Castello d’Albertis, Cimitero Monumentale di Staglieno, E.O. Ospedali Galliera di Genova, Fondazione Ansaldo, Galata Museo del Mare, Gallerie Nazionali di Palazzo Spinola, Genova Blue District, Giardini E. Luzzati – Area Archeologica, MadLab 2.0, Leonardo Labs, Magazzini del Cotone – Modulo 1, MEI Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, MOG – Mercato Orientale Genova, Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, Ospedale San Martino – Centro di Biotecnologie Avanzate, Osservatorio Astronomico del Righi, PalaCUS, Palazzo del Principe, Palazzo della Borsa, Palazzo della Regione, Palazzo Ducale, Palazzo Grillo, Palazzo Imperiale, Palazzo Reale, Palazzo Rosso – Musei di Strada Nuova, Palazzo San Giorgio, Piazza delle Feste, Teatro Carlo Felice, Teatro della Tosse, UniGe World, Università di Genova sedi di Balbi 5, Dipartimento Architettura e Design, e Orto Botanico.

 

 

Il Festival della Scienza online

Sito web: festivalscienza.it

 Piattaforma streaming e on-demand: festivalscienza.online

 Hashtag: #Festivalscienza #FDS2022

Facebook: www.facebook.com/Festivaldellascienza

 Instagram: https://www.instagram.com/festivalscienza/

 Twitter: @FDellaScienza

 Youtube: FestivalScienza

Archivio fotografico in alta definizione: https://www.flickr.com/photos/festivaldellascienza/

La NASA conferma che l’impatto della missione DART ha cambiato il movimento dell’asteroide nello spazio

L’analisi dei dati ottenuti nelle ultime due settimane dal team investigativo del Double Asteroid Redirection Test (DART) della NASA mostra che l’impatto cinetico del veicolo spaziale con il suo asteroide bersaglio, Dimorphos, ha alterato con successo l’orbita dell’asteroide. Questo segna la prima volta che l’umanità cambia di proposito il movimento di un oggetto celeste e la prima dimostrazione su vasta scala della tecnologia di deflessione degli asteroidi.

Tutti noi abbiamo la responsabilità di proteggere il nostro pianeta natale. Dopotutto, è l’unico che abbiamo“, ha affermato l’amministratore della NASA Bill Nelson. “Questa missione mostra che la NASA sta cercando di essere pronta per qualsiasi cosa l’universo ci getti addosso. La NASA ha dimostrato che siamo seri come difensori del pianeta. Questo è un momento spartiacque per la difesa planetaria e per tutta l’umanità, a dimostrazione dell’impegno dell’eccezionale team della NASA e dei partner di tutto il mondo”.

Prima dell’impatto di DART, Dimorphos impiegava 11 ore e 55 minuti per orbitare attorno al suo asteroide genitore più grande, Didymos. Dalla collisione intenzionale di DART con Dimorphos il 26 settembre, gli astronomi hanno utilizzato i telescopi sulla Terra per misurare quanto è cambiato quel tempo. Ora, la squadra investigativa ha confermato che l’impatto della navicella spaziale ha alterato l’orbita di Dimorphos attorno a Didymos di 32 minuti, riducendo l’orbita di 11 ore e 55 minuti a 11 ore e 23 minuti. Questa misurazione ha un margine di incertezza di circa più o meno 2 minuti.

Il team investigativo sta ancora acquisendo dati con osservatori a terra in tutto il mondo, nonché con strutture radar presso il radar planetario Goldstone del Jet Propulsion Laboratory della NASA in California e il Green Bank Observatory della National Science Foundation in West Virginia. Stanno aggiornando la misurazione del periodo con osservazioni frequenti per migliorarne la precisione. L’attenzione ora si sta spostando sulla misurazione dell’efficienza del trasferimento di quantità di moto dalla collisione di circa 14.000 miglia (22.530 chilometri) di DART con il suo obiettivo. Ciò include un’ulteriore analisi degli “ejecta” – le molte tonnellate di roccia asteroidale spostate e lanciate nello spazio dall’impatto.

Per comprendere l’effetto del rinculo dell’ejecta, sono necessarie maggiori informazioni sulle proprietà fisiche dell’asteroide, come le caratteristiche della sua superficie e quanto sia forte o debole. Questi problemi sono ancora oggetto di indagine.

“DART ci ha fornito alcuni dati affascinanti sia sulle proprietà degli asteroidi che sull’efficacia di un impattatore cinetico come tecnologia di difesa planetaria”, ha affermato Nancy Chabot, responsabile del coordinamento DART del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (APL) a Laurel, nel Maryland. “Il team DART continua a lavorare su questi dati ricchi per comprendere appieno questo primo test di difesa planetaria della deflessione degli asteroidi”.

Per questa analisi, gli astronomi continueranno a studiare le immagini di Dimorphos dall’approccio terminale di DART e dal Light Italian CubeSat for Imaging of Asteroids (LICIACube), fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana, per approssimare la massa e la forma dell’asteroide. Tra circa quattro anni, il progetto Hera dell’Agenzia spaziale europea prevede anche di condurre rilievi dettagliati sia di Dimorphos che di Didymos, con un focus particolare sul cratere lasciato dalla collisione di DART e una misurazione precisa della massa di Dimorphos.

Altre informazioni sui dati raccolti da LICIACube sono disponibili qui https://www.ssdc.asi.it/liciacube/

 

 

 

I favolosi anni 90 dell’Astronomia – 1991

Il 1991, l’anno dell’Eclissi

Cowabunga!

Ciao a tutti popolo delle stelle? Come dite? Avete nuovamente voglia di fare un tuffo nel passato? Benissimo! Allora allacciatevi le cinture, regolate l’orario del vostro scuba e mettetevi comodi! Da qui in avanti non si torna indietro! E nemmeno si chiama a casa, visto che i GSM non li avevano ancora inventati, la prima rete commerciale arriverà soltanto a luglio.

Si parte verso i folgoranti anni ’90! Questa volta andremo nel 1991, l’anno in cui ci fu l’eclissi di sole più lunga del XX secolo. Pensate, nel punto di eclissi massima, è durata ben 6 minuti e 53 secondi! Aahh…il XX secolo. Che guazzabuglio moderno. Bene, boom. Cominciamo così. Procediamo veloci come Sonic fra le scoperte astronomiche più mirabolanti di quest’anno. Mentre sulla terra le persone si affaccendavano a vivere le loro vite frenetiche vestiti da improbabili abiti oversize dalle spalline imbarazzanti e Kevin McCallister cercava di evitare che i ladri gli entrassero in casa, sul ghiacciaio del Similaun, sul versante italiano al confine fra Italia ed Austria, veniva ritrovato un uomo mummificato, definito un cacciatore, vissuto ben 5000 anni fa. Ora lo possiamo osservare nel museo di Bolzano ed è la famosissima mummia del Similaun o, per gli amici, Ötzi. Però all’universo dell’uomo del Similaun non gli importava granchè, come d’altronde, di tutto il resto. Nemmeno del fatto che Magic Johnson, proprio in quell’anno, comunicava alla stampa il suo ritiro.

Nel 1991 ci fu una scoperta importante che, da un lato avrebbe fornito pacchi di programmi gratuiti ai ricercatori, dall’altra avrebbe regalato altrettanti pacchi di bestemmie da parte delle matricole. Si tratta del sistema operativo Linux, che proprio nel 1991 faceva capolino sul panorama informatico, grazie a Linus Torvalds. Non dico che può essere paragonato ad Alexander Fleming, ma di sicuro l’intento è stato veramente nobile. Tanto che attualmente questo sistema operativo viene usato da milioni di utenti nel mondo, specialmente dalle università e dai centri di ricerca. Sempre nel 1991, il matematico Qiu-dong Wang trovava un cambiamento di coordinate con cui scrivere una soluzione globale al problema degli N-corpi, con impatti molto importanti in vari campi di ricerca. Dal lato spaziale, venne sparato in orbita il Compton gamma ray observatory (CGRO) a bordo della navetta spaziale Atlantis, per studiare le sorgenti cosmiche di raggi X, come supernovae, quasar, stelle di neutroni e buchi neri. Sempre nel campo delle alte energie, ci fu il primo rilevamento dell’emissione di raggi X vicino al picco di un’esplosione nova classica, Nova Herculis, tramite lo strumento ROSAT (PSPC) e la scoperta del quasar più distante e più brillante (10 volte rispetto a tutti i quasar conosciuti) allora conosciuto, ad opera di tre gruppi di radioastronomi dell’Australia Telescope National Facility, dell’Università della Tasmania e del Jet Propulsion Laboratory della NASA.

Questo quasar era a ben 14 miliardi di anni luce di distanza,  ossia 1,3∙1023 km circa. Col camper delle micro-machines ci impiegheresti…no. Col camper delle micro-machines non ci arrivi nemmeno. Hubble nel frattempo, lanciato l’anno prima, stava facendo man bassa di immagini, scoprendo una quindicina di sistemi proto-planetari, dischi di gas e di polvere simili a quello scoperto nel 1983 dal satellite IRAS intorno alla stella Beta pictoris. Infine, nel 1991 il geologo Haraldur Sigurdsson, dell’Università dell’Islanda a Reykjavik, grazie all’analisi dei vetri da impatto, sviluppa una ipotesi a conferma della teoria della catastrofe avvenuta circa 65 milioni di anni fa, quando sulla Terra si spiaccicò un asteroide di 14 km, che fece più danni di un pallone da calcio degli anni ’80, mutando il clima e facendo comparire molte specie animali e vegetali. Che dire, gli anni ’90 erano cominciati col botto, e spesso la nostalgia di quel periodo attanaglia le nostre menti ma sapete cosa? Come diceva Merlino, mi sa che “stanno bene dove stanno!”. Ora scappo che mi comincia “una bionda per papà”, altrimenti mi perdo la sigla. Ciao cipollini!

Non hai letto tutti gli anni ’80?? Li trovi qui

Qui invece il 1990!

News da Marte! #3

Credit NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Bentornati su Marte! (puntata n°3)

Oggi dedichiamo il racconto degli ultimi aggiornamenti al lander Insight, tra alti e bassi della situazione energetica e recentissimi nuovi studi relativi alle sue rilevazioni.

Insight cambia i programmi

Il lander della NASA che studia l’interno del pianeta rosso ha come unica fonte di alimentazione dei pannelli solari, i quali soffrono degli stessi problemi che abbiamo visto affliggere l’elicottero Ingenuity: oscuramento atmosferico e polvere.

Soprattutto quest’ultima è stata da sempre la spina nel fianco dei tecnici del JPL, con il costante declino dell’energia raccolta da Insight e il fallimento dei più recenti tentativi di rimuoverla almeno in parte dalle grandi superfici dei pannelli. L’apparente impossibilità di invertire la tendenza ha spinto il team che gestisce la missione del lander a delineare la timeline che porterà alla fine della missione. 

 

A fine maggio era stata così programmata la dismissione progressiva di tutti gli apparati scientifici, con l’intenzione di lasciare attivi solo i sistemi legati alla rilevazione di temperatura e pressione atmosferica, le camere e i sistemi di comunicazione. In queste condizioni si stimava che Insight avrebbe continuato a funzionare sino circa a dicembre 2022.

Nella seconda metà di giugno il Jet Propulsion Laboratory ha diffuso un aggiornamento che ha revisionato i programmi. È stato infatti deciso che il sismometro, l’ultimo strumento che si sarebbe dovuto spegnere alla fine del mese, sarebbe invece rimasto attivo a tempo indefinito. Questo dispendio energetico extra avrebbe portato invariabilmente a ridurre le prospettive di vita di Insight, che perdipiù opera già da alcuni mesi in modalità d’emergenza disattivata. Il cosiddetto safe mode permette al lander di entrare automaticamente in una modalità a ridottissimo consumo energetico nel caso di condizioni sfavorevoli (legate per esempio alla temperatura o alla scarsa energia disponibile) per dare modo agli ingegneri di gestire la situazione.

Insight scattata il 2 ottobre
La foto più recente inviataci da Insight scattata il 2 ottobre, Sol 1368, alle 5 del pomeriggio marziano. In primo piano si trova la campana che scherma dal vento il delicatissimo sismometro. Crediti: NASA/JPL-Caltech

L’obiettivo è diventato ottenere più dati scientifici possibile finché le condizioni lo permetteranno piuttosto che prolungare il funzionamento di Insight senza però ottenere da ciò alcun beneficio per gli studi in corso.

Un risvolto inaspettato e decisamente positivo si è delineato in queste ultime settimane grazie all’aumento delle ore di luce (il solstizio invernale è avvenuto il 21 luglio) e la mutazione delle condizioni climatiche. La situazione energetica di Insight è così leggermente migliorata grazie anche alla riduzione del 30% rispetto a giugno dell’opacità atmosferica. Questo ha portato a una maggiore quantità di energia generata giornalmente; nello specifico parliamo di un incremento da 400 Wh misurati a inizio luglio per arrivare agli attuali 425 Wh nelle rilevazioni più aggiornate. Si tratta comunque di una piccola frazione rispetto ai circa 5000 Wh che Insight generava appena atterrato su Marte nel 2018.

Ma per il povero lander non c’è pace, e proprio nella serata di venerdì 7 settembre è arrivato un funesto aggiornamento da parte della NASA che riguarda una probabile tempesta di sabbia di dimensioni colossali che sta interessando l’emisfero sud di Marte.

Osservata per la prima volta il 21 settembre, la tempesta ha continuato a crescere di dimensioni sino a raggiungere un’estensione raffrontabile con le dimensioni del pianeta stesso. Il 3 ottobre la crescita del fenomeno atmosferico, formatosi a 3500 km dalla posizione di Insight, aveva iniziato a interessare anche l’atmosfera nella regione Elysium Planitia dove si trova il lander. La densità della foschia è aumentata del 40% portando a un crollo della generazione di energia, scesa a soli 275 Wh al giorno. Una quantità assolutamente insufficiente per l’attuale configurazione operativa di Insight.

La posizione della tempesta di sabbia
La posizione della tempesta di sabbia come ripresa il 29 settembre dalla camera Mars Climate Imager a bordo della sonda MRO. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Sebbene l’osservazione dall’orbita faccia pensare che il picco di intensità della tempesta sia ormai passato e che il fenomeno stia rallentando, la situazione per il lander non sembra destinata a migliorare nel breve periodo. Per questa ragione il team della missione ha preso la decisione di spegnere per due settimane il sismometro, altrimenti tenuto in funzione continuativamente tutto il giorno, per permettere così alle batterie di mantenere una carica adeguata. Senza questo intervento si stima che a Insight sarebbero rimaste solo poche altre settimane di operatività.

 

Terremoti ma anche crateri

Dei circa 1300 eventi sismici rilevati da Insight, si è sospettato a lungo che alcuni di essi fossero generati da impatti al suolo di meteoriti. Le ragioni per ritenerlo sono la sottilissima atmosfera marziana, che blocca solo i meteoroidi più piccoli, e la vicinanza con l’importante fascia di asteroidi tra il pianeta rosso e Giove. Tuttavia per molto tempo è mancata l’evidenza sperimentale che permettesse di collegare delle registrazioni di una scossa con un cratere da impatto.

Le cose sono cambiate il 19 settembre con la pubblicazione su Nature Geoscience di un articolo che, per la prima volta, ha dimostrato la possibilità di analizzare a un nuovo livello le registrazioni del sismometro impiegando i dati relativi alla pressione acustica e le onde sismiche. Non è solo l’impatto al suolo a generare potenziali vibrazioni di cui Insight resta in ascolto, ma anche l’ingresso in atmosfera del corpo. I modelli matematici usati dai ricercatori mettono in relazione inoltre il tempo di arrivo delle onde sismiche e la loro polarizzazione, permettendo infine di stimare la posizione degli impatti meteorici.

Il paper documenta in dettaglio ben quattro di questi eventi, rilevati da Insight tra il 2020 e il 2021, e avvenuti a distanze comprese tra 85 e 290 km. Il primo riconosciuto e indubbiamente più spettacolare è quello occorso il 5 settembre 2021, che ha visto un corpo principale entrare in atmosfera e frantumarsi in almeno tre parti più piccole.

Al link https://soundcloud.com/nasa/insight-captures-sound-of-a-meteoroid-striking-mars è possibile ascoltare la registrazione audio processata a partire dai dati del lander.

I tre impatti sono udibili distintamente come fossero il suono di tre gocce, con tempi di arrivo molto diversi tra suoni a bassa ed alta frequenza a causa dell’interazione con l’atmosfera.

Successivamente il satellite Mars Reconnaissance Orbiter, durante un sorvolo dell’area sospettata di aver subito gli impatti, ha acquisito delle immagini in bianco e nero a bassa risoluzione della regione. Tre macchie scure hanno confermato i sospetti, così nuove immagini più dettagliate sono state programmate per la camera HiRise.

tre siti di impatto del meteorite
Immagine dei tre siti di impatto del meteorite “ascoltato” da Insight il 5 settembre 2021. I colori sono stati elaborati per agevolare la visualizzazione all’occhio umano dei dettagli rilevanti. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Gli altri tre eventi registrati da Insight sono avvenuti il 27 maggio 2020, 18 febbraio e 31 agosto 2021. Ciascuno ha lasciato l’inconfondibile firma di un cratere.

I tre crateri dovuti ad altrettanti mini-terremoti
I tre crateri dovuti ad altrettanti mini-terremoti rilevati da Insight. Foto acquisite dal satellite MRO. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Torniamo così alla domanda iniziale: perché abbiamo documentato il primo impatto di un meteorite su Marte tramite Insight solo un anno fa, se stimiamo un’alta frequenza di ingresso di questi corpi in atmosfera? La risposta del team è che data la debolissima intensità delle scosse generate da questo tipo di fenomeno, non superiore al secondo grado di magnitudine per questi quattro eventi, si pensa che la maggior parte di essi sia stata confusa con il rumore del vento marziano e di fenomeni atmosferici stagionali.
Ora che è stato possibile caratterizzare la “firma sismica” dell’impatto di un meteorite su Marte, ci si aspetta che se ne troveranno numerosi altri andando ad analizzare con attenzione i quattro anni di registrazioni del lander a disposizione degli scienziati.

Per questo aggiornamento marziano è tutto, appuntamento al prossimo che cercherò di rendere meno monotematico!

Leggi la prima puntata di News da Marte qui e la seconda qui

Leggi tutte le News da Marte in Astronautica ed Esplorazione

Le Stelle Giganti della Tarantola

Nella composizione l’immagine della Nebulosa Tarantola catturata dal JWST a sinistra e a destra lo “scatto” del Telescope Hubble.

La Nebulosa Tarantola viene rivelata in tutto il suo splendore in questa immagine dettagliata, ripresa nel visibile e nel vicino infrarosso dal telescopio Hubble. La Tarantola, chiamata anche 30 Doradus, è un’immensa e complessa regione di formazione stellare nella Grande Nube di Magellano, la famosa galassia nana distante 170.000 anni luce da noi. L’oggetto deve il suo nome alla disposizione delle sue regioni di nebulosità più luminose, che in qualche modo assomigliano alle zampe di un ragno cosmico, estendendosi da un “corpo” centrale, dove un ammasso di calde stelle illumina e modella la nube. La zona è ricca di vasti ammassi stellari, gas brillante e oscure polveri cosmiche. Una delicata foschia viola di idrogeno ionizzato riempie la scena celeste, arricchita da filamenti sparsi di polveri e da una miriade di stelle particolarmente luminose e giganti.
Un super-ammasso stellare noto come R136, visibile a sinistra del centro, contiene giovani stelle tra le più massicce e brillanti conosciute, alcune con masse superiori a un centinaio di masse solari e milioni di volte più luminose del Sole. Assieme a Hodge 301 è uno dei due raggruppamenti stellari multipli che rendono così luminosa la Nebulosa Tarantola. Le stelle massicce in R136, la cui età è di pochi milioni di anni, vivono una vita sfolgorante ma breve e muoiono giovani, almeno per gli standard astronomici, esaurendo il loro combustibile nucleare nel giro di qualche milione di anni. All’interno di R136 risplende R136a1, ritenuta la stella più massiccia conosciuta, con una stazza superiore a 250 masse solari.

🖋🖋🖋🖋L’articolo completo è disponibile in Coelum Astronomia n°258 di ottobre/novembre 2022 🖋🖋🖋🖋

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Sistema Solare – gli asteroidi

Schema della classificazione degli asteroidi e le possibili corrispondenze con la composizione delle meteoriti. Da un semplice aggregato di detriti, attraverso processi di fusione parziale o totale (oceano di magma) possono formarsi proto-pianeti con differenziazione interna dei minerali, gli elementi chimici più leggeri nella crosta e quelli più pesanti verso il nucleo. Immagine modificata da K. Joy/LPI/E&SS/NASA/Gary Hincks/Science Photo Library

Di cosa sono fatti gli asteroidi?

Nonostante la loro massa totale non superi quella della Luna, gli asteroidi rappresentano una fonte di informazione unica sulle fasi di evoluzione del nostro Sistema Solare.

Oltre alla variabilità dei loro parametri dimensionali, morfologici, dinamici e orbitali, è stata osservata anche una certa variabilità composizionale all’interno del più di un milione di asteroidi classificati finora, fattore che è stato possibile studiare in dettaglio solo negli ultimi decenni grazie alla maggiore risoluzione delle osservazioni nelle finestre del visibile e infrarosso e alle missioni dedicate.

Un grande aiuto nel lavoro di definizione della  composizione degli asteroidi è offerto dalle meteoriti, che per la  maggior parte sono proprio  frammenti dei primi, anche se non sempre è possibile trovare una corrispondenza diretta con il corpo originario.

Lo stesso  spettro delle superfici proprio degli asteroidi potrebbe essere  stato alterato dalla radiazione solare  rendendole più rosse e più metalliche di quanto non siano in realtà (invecchiamento superficiale) e questo ne limiterebbe la diretta corrispondenza con le meteoriti.

Dall’analisi delle luce riflessa nello spettro visibile e infrarosso, indicativa per altro della presenza di specifici minerali sulla superficie degli asteroidi, sono state proposte poco più di una dozzina di classi composizionali, raggruppate sulla base dell’albedo in tre gruppi principali. Circa il 90% degli asteroidi  appartiene quindi classi C, S e M, tre tipologie che danno informazioni sulla storia evolutiva dei corpi planetari (Figura 1).

La classe C raccoglie gli asteroidi più primitivi, poco evoluti, mentre la S e M caratterizzano corpi che hanno subito una fusione e differenziazione magmatica con la formazione di ‘gusci’ a diversa composizione. In analogia con le meteoriti, la classe S e M vengono raggruppate nella superclasse ‘ignea’ di Bell (Bell et alii, 1988).

La classe C, generalmente corrispondente alla composizione delle meteoriti condritiche, è caratterizzata da una bassa albedo ad essa appartiene la maggioranza degli asteroidi conosciuti. È ricca di carbonio (condriti carbonacee) con percentuali variabili di silicati, in particolare di argille, testimonianza della presenza di acqua in questi corpi poco evoluti. Cerere sarebbe l’oggetto meglio rappresentativo di questa classe, anche se le altre sue caratteristiche portano spingono i ricercatori e più un pianeta nano. La Dawn lo ha avvicinato nel 2015evidenziando macchie chiare ricche di sali con ammonio (De Sanctis et alii, 2016) probabilmente formatisi negli ultimi 2 milioni di anni per percolazione di acqua attraverso le fratture generate da un impatto.

Gli asteroidi avvicinati da una missione planetaria. La figura riporta il nome ufficiale, la classe spettrale, il diametro, il periodo di rotazione, la dimensione del semi-asse maggiore e la missione con l’anno. Le classi Le immagini non sono in scala.
La classe V che rappresenta il corpo più evoluto Vesta e la E di Šteins, rientrano nella superclasse ignea.
La classe Q dell’asteroide Braille rappresenta la superclasse ‘metamorfica’ cioè quegli asteroidi che hanno subito una fase iniziale di parziale fusione con la presenza di silicati ricchi di Fe e Mg e anche dei metalli.
Crediti: CNSA | ESA OSIRIS/MPS/UPD/LAM/IAA/RSSD/INTA/UPM/DASP/IDA |
JAXA, U. Tokyo & collaborators | NASA/IPL-Caltech/Goddard/JHUAPL/SwRI/UA/UMD/UCLA/MPS/DLR/IDA.

La figura sopra mette a confronto le diverse tipologie di asteroidi che sono stati osservati da vicino da una missione planetaria.

🖋🖋🖋🖋L’articolo completo è disponibile in Coelum Astronomia n°258 di ottobre/novembre 2022 🖋🖋🖋🖋

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Vita da Astrofilo – parte I

Prende il via con il numero 258 di Coelum Astronomia una collaborazione importante fra la Redazione e l’astrofotografo Cristian Fattinnanzi che in passato ha già più volte contribuito alla rivista. Fattinnanzi con il suo ricco bagaglio di esperienze maturato sapientemente in tanti anni di paziente preparazione e pratica, metterà a disposizione dei tanti lettori, suggerimenti e trucchi per alimentare le tecniche per l’osservazione e l’astrofotografia, partendo dalle basi acquisite ancora giovane e inesperto fino a giungere alle sofisticate tecniche e soluzioni implementate oggi, dopo oltre trent’anni di operatività per una passione che non sembra mostrare segni di cedimento. Grazie Cristian, lasciamo a te la parola!

Il progresso ci fornisce mezzi tecnologici eccezionali e sempre più evoluti: smartphone, tablet, computer, strumenti che abbinati ad apps o software in numero sempre crescente permettono di soddisfare qualsiasi genere di esigenza.

Anche chi si avvicina all’astronomia, con pochi click, può avvantaggiarsi di questa tecnologia ed entrare velocemente nel fantastico mondo dell’osservazione del cielo grazie ai numerosissimi simulatori della volta celeste.

Apparentemente tutto sembra più facile e veloce, ed in parte lo è, ma forse stiamo dimenticando  qualcosa.

Ho iniziato ad osservare il cielo da bambino: a scuola sentir parlare del Sistema Solare aveva generato in me un’insaziabile curiosità di conoscere e vedere coi miei occhi cose che fino a quel momento avevo completamente ignorato.

Era la fine degli anni ’80, informazioni sull’astronomia si potevano trovare solo su libri, sulle poche riviste di settore reperibili su ordinazione in edicola o su depliant pubblicitari di telescopi scovati in qualche negozio di ottica.

In questo modo un po’ approssimativocontinuai a documentarmi per anni, fino a quando acquistai il mio primo “telescopio”. Dove? Alla “Standa”! Un supermarketmolto famoso inquel periodo!

Si trattava di uno strumento giocattolo, probabilmente dalle prestazioni simili al primo rudimentale cannocchiale di Galileo, l’obiettivo era infatti costituito da una singola lente da 5 cm di diametro (diaframmata a 20mm per ridurre il cromatismo!) con focale di 50 cm, mentre l’oculare, che forniva circa 25x, era formato da 4 lenti di cui 2 preposte al raddrizzamento dell’immagine.

Ebbene, con questo ridicolo strumento, sostenuto da un (inqualificabile!) treppiede da tavolo, iniziai ad ammirare i crateri della Luna e qualche altro oggetto luminoso.

La mia curiosità, unita alla limitatezza della strumentazione, mi spinsero ben presto a studiare più nel dettaglio questo strumento, “vivisezionandolo” alla ricerca di improbabili modifiche per migliorarne la resa.

Nel frattempo mi ero procurato una mappa del cielo, che avevo ridisegnato manualmente ingrandita (le fotocopiatrici erano ancora rarissime…) per potermi orientare meglio nelle notti passate alla ricerca delle costellazioni.

Mappa Stella Cristian Fattinnanzi
La prima mappa stellare ancora conservata

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Piero Angela scienza e umanità a braccetto

Il 13 agosto scorso i famigliari danno la triste notizia della scomparsa di Piero Angela, per tutti gli italiani il volto amico della TV della divulgazione scientifica.

Oggi tutto il mondo della divulgazione, non solo quello televisivo ma per esempio anche quello che passa attraverso i social network, si nutre dei suoi insegnamenti e delle linee di rispetto dal giornalista sempre promosse.

Noi della redazione lo vogliamo ricordare attraverso l’impegno speso per la diffusione di informazioni verificate scientificamente che l’ha condotto fino alla fondazione del CICAP.

«Bisogna essere dalla parte degli scienziati per i contenuti e dalla parte del pubblico per il linguaggio»

questa era la convinzione di Piero Angela e una delle ragioni profonde del suo successo straordinario. Al contrario di altri personaggi televisivi dediti a solleticare gli istinti più bassi, Piero Angela trattava i suoi spettatori come persone intelligenti che desiderano imparare, anche se non sempre hanno avuto la fortuna di ricevere un’istruzione superiore: il pubblico capiva che il suo rispetto era autentico e lo ripagava con affetto immenso.

Accompagnare Piero Angela al Salone del Libro o ai Convegni del CICAP era come andare in giro con l’equivalente laico di un Papa: a ogni passo si veniva fermati da qualcuno che voleva testimoniarei la propria stima per il suo lavoro. Al termine di ogni sua conferenza c’era una lunga coda di persone che chiedeva autografi sul suo ultimo libro. Lui si godeva l’affetto del suo pubblico e lo ricambiava sinceramente, rimanendo al suo posto per tutto il tempo necessario per scambiare qualche parola con tutti coloro che lo desideravano, con la stessa educazione e cortesia che mostrava in televisione. Non c’erano due Piero Angela, uno privato e uno pubblico: quello che si vedeva in televisione era lo stesso che conoscevano i suoi amici e colleghi, sempre lucido e razionale, senza mai un moto d’ira o una parola fuori posto, ma anche umano e ricco di passioni, dalla musica agli scacchi.

La prima educazione arriva dalla famiglia e quella di Piero Angela era fuori dal comune. Suo padre Carlo era un neuropsichiatra che durante la seconda guerra mondiale salvò numerosi ebrei e antifascisti dalla deportazione ricoverandoli con false diagnosi nella sua casa di cura di San Maurizio Canavese, in provincia di Torino.

Finita la guerra, la famiglia non rivelò l’accaduto, con tipico riserbo piemontese, e il coraggio di Carlo Angela rimase sconosciuto fino a quando nel 1995 fu pubblicato il diario postumo di una delle persone che aveva salvato, Renzo Segre. Nel 2001 Carlo Angela fu riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” e il suo nome venne inserito nel “Giardino dei Giusti” a Gerusalemme.

È da lui che Piero Angela apprese non solo l’amore per la giustizia, ma anche quello per la razionalità che contraddistinguerà tutto il suo operato.

Piero Angela con i volontari del CicapFest 2019 cortesia di Roberta Baria

La carriera giornalistica di Piero Angela comincia all’inizio degli anni Cinquanta. Finito il liceo classico, Piero studia ingegneria al Politecnico di Torino, ma dopo aver accompagnato un amico a un provino presso la Rai è inaspettatamente lui a essere scelto: per dedicarsi al lavoro mette da parte sia gli studi universitari sia una promettente carriera da pianista jazz, anche se non smetterà mai di suonare per divertimento. Diventa cronista radiofonico e poi inviato all’estero dell’unico telegiornale nazionale. Sarà anche conduttore della prima edizione del telegiornale e primo conduttore del TG2 alla nascita della seconda rete, ma è soprattutto come conduttore di trasmissioni di divulgazione scientifica che conquista il pubblico. Comincia nel 1968, con il programma Il futuro dello spazio dedicato al programma spaziale Apollo. Non si fermerà più per i successivi cinquantaquattro anni.

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Dalle costellazioni al profondo cielo – Acquario

Continua da pag 80 di Coelum Astronomia n° 258

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Tale concetto venne adottato anche nell’antico Egitto; qui era presente la figura di tale ımt-ḫnt, principe del sud avente in mano un vaso d’acqua; la figura di un portatore/dispensatore d’acqua era associata all’inondazione annuale del Nilo la quale, secondo credenze, si scatenava quando ımt-ḫnt versava acqua dal suo vaso nel grande fiume, all’inizio della primavera. La tradizione del portatore/dispensatore d’acqua andò poi avanti nel tempo, diffondendosi verso occidente ed arrivando nell’antica Grecia; qui il portatore/dispensatore d’acqua divenne Hydrokoos, figura alla quale venne poi associato il mito di Ganumedes, un fanciullo frigio che per la sua straordinaria bellezza fu rapito da un’aquila (nella quale, forse, prese forma lo stesso Zeus) e portato da questa sull’Olimpo per diventare un immortale coppiere degli dei. In Grecia, il periodo durante il quale il Sole attraversava quelle particolari stelle era definito “gamelion”, termine in qualche modo correlato al mito di Ganumedes, successivamente divenuto Ganymede. Durante il mese di agosto, Ganumedes si rendeva visibile tutta la notte, stando all’opposizione rispetto al Sole

COSTELLAZIONI SCOMPARSE IN AQUARIUS

Certo è che le stelle di Aquarius, in particolare quelle situate nell’area occidentale della figura, nei millenni a venire mancarono di…tranquillità. Facciamo un salto di 2 mila e passa anni per giungere al 1627. Ad Augusta, l’abate Julius Schiller pubblica l’atlante “Coelum Stellatum Christianum” con la ferma intenzione di sostituire le costellazioni tolemaiche e quelle venute dopo con figure estratte dalla tradizione biblica. Qui, la millenaria figura del portatore/dispensatore d’acqua viene sostituita da Sancti Iudae Thadaei Apostoli ovvero S. Giuda Taddeo (che, pur appartenendo al gruppo dei 12 apostoli, non va confuso con l’omonimo traditore di Gesù). Anche se venne presto dimenticato, il tentativo di Schiller fu solo il primo di altri: una moltitudine di cartografi nei secoli andarono a riempire spazi a loro dire “vuoti” tra le costellazioni; storie travagliate, che durarono fino al 1930 quando l’International Astronomical Union decise di porre definitivamente ordine in questi guazzabugli celesti.

 

Qualche decennio dopo Schiller, precisamente nel 1688, l’astronomo tedesco Gottfried Kirch pubblicò dei “suggerimenti” sulla creazione di nuove costellazioni in quella che era la principale rivista scientifica dell’epoca, “Acta Eruditorum”. La prima di queste fu Pomum Imperiale, che egli compose con alcune deboli stelle strappate ad Antinoo, Aquila, Delphinus e Aquarius. Si trattava, come di moda all’epoca, di una più che sfacciata adulazione rivolta a Leopoldo I, imperatore del Sacro Romano Impero: Kirch posizionò il globo sulla mano destra di Antinoo, figura già allora divenuta obsoleta. La cosa più incredibile, però, fu la nomenclatura che Kirch attuò per questa nuova figura, dove esattamente alle sette (…un caso, tale numero?) stelle che delineavano la nuova costellazione – tutte tra la quarta e la sesta grandezza – vennero attribuite…le sette lettere costituenti il nome Leopuld! Sebbene inizialmente ignorata, Pomum Imperiale venne ripresa dall’astronomo tedesco Johann Bode che la dipinse nella sua “Uranographia” del 1801. A parte Bode, l’interesse di astronomi e cartografi celesti dell’epoca non venne destato portando, così, Pomum Imperiale ad essere dimenticata. A onor di cronaca, Kirch beneficiò della sua mossa: nel 1700, Federico III lo nominò astronomo alla neonata Società delle Scienze di Brandeburgo (ora Accademia delle Scienze e degli Studi Umanistici di Berlino-Brandeburgo) e primo direttore del suo Osservatorio di Berlino, ma morì prima dell’inaugurazione ufficiale della struttura.

 

Toccò al botanico inglese John Hill darsi da fare per inventare non una ma ben 15 nuove figure, che presentò alla comunità astronomica nel suo “Urania: a complete view of the heavens”, pubblicato nel 1754. Anche se l’intenzione dell’autore fu certo meritevole – a suo dire “inventate per dare qualcosa alla scienza” – nessuna di tali costellazioni venne accettata né dagli astronomi né dai cartografi del tempo. Ad ogni modo, una delle quindici costellazioni proposte da Hill fu Dentalium, mollusco marino affine ai gasteropodi che lo scienziato rappresentò utilizzando una quindicina di deboli stelle situate a nord-ovest di β Aquarii, nella parte occidentale della costellazione.

 

In un’epoca di “celeste servilismo”, atto ad ottenere favori dalle casate reali europee, il gesuita nonché astronomo all’Osservatorio di Mannheim Karl-Joseph Konig non fece eccezione: per omaggiare Karl Theodor, conte Palatino e duca di Baviera e la moglie contessa Palatina Elisabeth Auguste di Sulzbach, venne di sana pianta ideata la nuova costellazione Leo Palatinus, costituita da deboli stelle situate a cavallo dell’equatore celeste tra Aquarius, Equuleus, Delphinus e l’allora esistente Antinoo. Nel suo “Nova Constellatione Coelo Inlatus” (1785), la nuova figura celeste appariva formata da un leone accovacciato avente in testa la corona reale e, sopra questo, disegnate da deboli stelle tra Equuleus e Delphinus, le iniziali dei due personaggi reali in questione, “CT” ed “EA”. Quale devozione per un sovrano che, da quanto sembra, non finanziò alcunché per l’osservatorio reale di Mannheim e quale onore per i due reali avere le loro iniziali impresse, pur da deboli stelle, per l’eternità! Anche nei cieli si riflettono ingiustizie e miserie umane.

Arriviamo nel 1822 ed ecco, ancora nella stessa zona di cielo – la quale, evidentemente, deve avere molto ispirato studiosi ed autori del passato, forse attratti dal fatto che questa non destò più di tanti interessi in Tolomeo e nel suo Almagesto – l’apparizione di una nuova figura: Norma Nilotica, creata da Alexander Jamieson nel suo “Celestial Atlas”. Guardando un’odierna e precisa mappa stellare, vien davvero da ridere chiedendosi quali stelle disposte in una sequenza che assolutamente non c’è (oltre alle stesse stelle!) avessero portato Jamieson ad immaginare un Nilometro, termine che si riferisce a qualunque tipo di strumento utilizzato per misurare l’altezza delle acque del grande fiume africano: da semplici aste di legno ad appositi edifici. Sull’importanza del Nilo nell’antico Egitto abbiamo già avuto modo di discutere in questa rubrica: l’abilità di riuscire a predire il volume delle preziose inondazioni annuali era prerogativa dei sacerdoti egizi, i quali monitoravano giornalmente il livello del fiume a partire da giugno, seguendo accuratamente e con largo anticipo le grandi piene che, puntualmente, si presentavano nel periodo compreso tra luglio e ottobre. Sebbene in Egitto restino ancora diversi di questi nilometri, il flusso del grande fiume, oggi regolato dalle dighe, non rende più d’uso necessario questi tradizionali strumenti di misura. A differenza delle precedenti costellazioni, Norma Nilotica fu ritratta anche in successivi atlanti celesti apparsi dopo la sua prima pubblicazione: l’ultima citazione risale al 1903 ad opera di Charles Augustus Young, che a tutti gli effetti la descrisse come priva di importanza.

Da allora, il portatore/dispensatore d’acqua ha trovato finalmente pace…anche se negli ultimi tempi, bisogna dirlo, sembra fare bizzarrie, ben visibili agli occhi di tutti!

M72

As the first in the new weekly series of spectacular images from the NASA/ESA Hubble Space Telescope, the Hubble Picture of the Week, ESA/Hubble presents a stunning image of an unfamiliar star cluster. This rich collection of scattered stars, known as Messier 72, looks like a city seen from an airplane window at night, as small glints of light from suburban homes dot the outskirts of the bright city centre. Messier 72 is actually a globular cluster, an ancient spherical collection of old stars packed much closer together at its centre, like buildings in the heart of a city compared to less urban areas. As well as huge numbers of stars in the cluster itself the picture also captures the images of many much more distant galaxies seen between and around the cluster stars. French astronomer Pierre Méchain discovered this rich cluster in August of 1780, but we take Messier 72’s most common name from Méchain’s colleague Charles Messier, who recorded it as the 72nd entry in his famous catalogue of comet-like objects just two months later. This globular cluster lies in the constellation of Aquarius (the Water Bearer) about 50 000 light-years from Earth. This striking image was taken with the Wide Field Channel of the Advanced Camera for Surveys on the NASA/ESA Hubble Space Telescope. The image was created from pictures taken through yellow and near-infrared filters (F606W and F814W). The exposure times were about ten minutes per filter and the field of view is about 3.4 arcminutes across.

Nell’area immediatamente a sud di queste due stelle sono presenti i primi interessanti oggetti del profondo cielo che andremo a conoscere, due dei quali appartengono al noto catalogo di Messier, tanto amato dagli astrofili. M72 è uno dei due ammassi stellari di tipo globulare presenti in Aquarius, individuabile già con un binocolo del tipo 20×60 esattamente 3,5° a sud di Albulaan. Scoperto nella notte tra il 29 e 30 agosto 1780 dall’astronomo francese Pierre Méchain, grande amico di Charles Messier, Messier 72 è certamente uno degli oggetti meno noti tra quelli presenti nel famoso catalogo di oggetti del profondo cielo. Riprese di pochi secondi rendono già ben visibili alcune catene stellari presenti alla periferia di questo globulare. All’osservazione telescopica, M72 inizia a risolversi ai bordi utilizzando diametri da almeno 200 mm, forzando l’ingrandimento, aumentando in tal modo il contrasto col fondo cielo. Il numero di deboli stelle presenti nell’alone cresce all’aumentare del diametro del telescopio, tanto che con un 300 mm si contano, prestando attenzione, circa una cinquantina di componenti; non solo: assieme al poco condensato nucleo del gruppo, si riesce a percepire la presenza di alcune deboli catene di stelle con magnitudine superiore alla 13a grandezza. Ciò è permesso dalla bassa densità di M72: anzi, uno dei meno densi tra i globulari presenti nel catalogo di Messier, tanto che nella classificazione di Shapley e Sawyer (che prevede I per gli ammassi più densi e XII per quelli con stelle più sparse), M72 rientra nella classe IX, assieme a M4 ed M12. La sua grande distanza – valutata attraverso lo studio di stelle variabili del tipo RR Lyrae rilevate al suo interno – dal Sistema Solare, è di ben 55 mila anni-luce, valore che lo rende uno dei globulari più lontani tra quelli appartenenti alla Galassia! Il gruppo stellare si estende per poco meno di 7′ sulla volta celeste; il diametro apparente, messo in relazione con la sua distanza, fornisce il diametro reale che, per M72, è valutato in ben 110 anni-luce. Le stelle di questo globulare posseggono un basso contenuto di metalli (in proporzione, circa 1/26 di quello contenuto in un a stella di ultima generazione come il Sole), dal quale è stata desunta un’età compresa in un range tra 10 e 12,7 miliardi di anni: stelle vecchissime, quindi. Ci chiediamo, infine, quanti sono gli astri presenti in questa enorme sfera: ebbene, la massa di M72 equivale a ben 170 mila stelle di massa solare. Certamente, potendo stare su un ipotetico pianeta in orbita attorno ad una di queste vetuste stelle, la notte apparirebbe certo alquanto diversa da come la concepiamo sul nostro pianeta.

 

LA GALASSIA NANA DI AQUARIUS

Poco più di 30’ ad ovest di M72 è presente la stella di sesta grandezza HD198431; puntando il telescopio altri 30’ oltre questa stella e scendendo di 20’ a sud-ovest, giungiamo nella zona dove risiede una piccola galassia nana, PGC65367, meglio nota come “Aquarius dwarf” (“nana di Aquarius”). Questa è piccola e di forma allungata lungo l’asse est-ovest, estesa per soli 2,2’x1,1’. Si tratta di una galassia nana di forma all’apparenza irregolare, scoperta nel 1959 e nello stesso anno inserita nel “David Dunlop Observatory Catalogue of Low Surface Brightness Galaxies”. Aquarius dwarf è un membro del Gruppo Locale di galassie, sebbene estremamente isolato; in base alla sua posizione e velocità attuali, tale galassia è uno dei pochi membri noti del gruppo locale per i quali è possibile escludere un approccio ravvicinato passato alla nostra galassia o quella di di Andromeda. Giusto per rendersi conto di quanto minute siano le dimensioni di tale sistema, il suo diametro è stato stimato in soli 5.000 anni-luce! Rispetto ad altre galassie simili del Gruppo Locale, questa di Aquarius è una tra le più deboli in termini di luminosità superficiale. L’appartenenza al Gruppo Locale di galassie venne definita solo nel 1999, derivandone la distanza dalla Via Lattea attraverso il metodo cosiddetto “del ramo delle giganti rosse”; questa venne quantificata in 3,2 milioni di anni-luce, valore che rende Aquarius Dwarf davvero isolata nello spazio. Tra le galassie meno luminose del Gruppo Locale, essa contiene quantità significative di idrogeno neutro: elemento che supporta formazione stellare ancora in corso, sebbene il tasso sia estremamente basso. Le variabili RR Lyrae scoperte in questa galassia nana indicano che le stelle più vecchie hanno un’età prossima ai 10 miliardi di anni; è pur vero che la maggior parte delle sue stelle sono molto più giovani, con “solo” 6,8 miliardi di anni di età: tra le galassie del gruppo locale, solo Leo A ha un’età media più giovane, la qual cosa suggerisce che la formazione stellare ritardata potrebbe essere in qualche modo correlata all’isolamento di tale galassia.

I prossimi due oggetti del profondo cielo che ci apprestiamo a visitare sono due raggruppamenti di stelle che, incredibilmente, appaiono entrambi come una “Y” ribaltata a sinistra: davvero simili alla brocca di Aquarius! Si tratta di gruppi che non costituiscono reali ammassi di stelle nate assieme e ancora gravitazionalmente coese, ma vicine solo per effetto prospettico. Il primo dei due, noto come Pot15, lo troviamo 15’ a sud della stella di 8a grandezza HD199161, quest’ultima facilmente individuabile 30’ a sud-est di M72. Tale gruppo si estende per 2’ mentre la magnitudine delle delle è compresa tra l’undicesima e la dodicesima grandezza; una quarta componente, la più debole essendo di 14a grandezza, è situata a soli 15” dalla stella centrale. Per apprezzare il gruppo, si consiglia una lunga focale unita ad un ingrandimento elevato.

 

M73

Esattamente 1° ad est di M72 è presente il secondo di questi due gruppi stellari a forma di Y. E questa volta siamo in presenza addirittura di un oggetto…Messier! Ebbene si, anche il grande astronomo parigino – cosa nota ai suoi cultori ed amanti del profondo cielo – ebbe  qualche episodio di confusione nel classificare gli oggetti ma il caso di M73, questo il nome del gruppo di stelle, è esemplare! Mentre era intento alla ricerca di M72, sull’esistenza del quale venne informato dal collega Pierre Méchain, Messier si imbatté in quello che lui stesso ebbe a definire come un “ammasso formato da 3 o 4 piccole stelle che rassomiglia ad una nebulosa, al primo colpo d’occhio”. E questo di M73 non è neanche il primo caso in cui Messier definì semplici ammassi di stelle quali “nebulosi”. Ricordiamo brevemente che furono più di una dozzina quelli utilizzati durante la sua carriera da visualista, il suo preferito tra i quali fu un riflettore gregoriano da 7,5 pollici utilizzato a 104x. Più tardi, quando il rifrattore acromatico divenne disponibile, utilizzò diversi acromatici 120x da 4 pollici: furono proprio questi a permettere al grande astronomo parigino di scoprire un gran numero di comete e i famosi oggetti che inserì nel suo catalogo.

Se è vero che le ottiche dei telescopi utilizzati da Messier non avevano certamente la qualità propria dei moderni telescopi oggi in circolazione – ciò il grande astronomo riusciva a notare era sempre in funzione del diametro e conseguente potere risolutivo dei telescopi da lui utilizzati – resta certo strano come Messier abbia potuto scambiare M73 per qualcosa di “nebulare” quando tale oggetto, osservato con strumenti di piccolo diametro, appare chiaramente nella sua inconfondibile Y! Anche qui, tra le quattro stelle – tutte di nona grandezza – che delineano la Y ribaltata di M73 non c’è alcun legame fisico; a provare come il gioco sia puramente prospettico, sia il differente colore che il moto nello spazio delle quattro stelle in questione. Concludiamo la descrizione di questi due gruppi, incredibilmente simili tra loro per dimensioni, numero, disposizione e luminosità delle loro componenti, dando spazio alla passione per la fantascienza: non sembra, forse, come le stelle di questi due ammassi siano i fari di astronavi dalla forma ad Y, impegnate in viaggio nel buio degli anni-luce? L’astronave di M73 sembra inseguire quella di Pot15.

L’intera zona compresa tra M73 e il confine con Capricornus, più a sud, è intrisa da un gran numero di galassie di piccole dimensioni e dalla forma  interessante ma riservate a telescopi di grosso diametro e lunghezza focale atta a percepire dettagli di oggetti non più larghi di 1’. Una galassia degna di nota da segnalare è reperibile poco più di 1° ad est di M73; si tratta di NGC7010, una massiccia galassia ellittica lontana ben 365 milioni di anni-luce dalla Via Lattea. Venne scoperta da John Herschel il 6 agosto del 1823. Oggetto di tredicesima grandezza, diviene ben osservabile utilizzando telescopi da almeno 300 mm di diametro, dove assume la forma di un piccolo ovale. Nelle fotografie a lunga posa eseguite da grandi telescopi professionali, la galassia rileva un alone che raggiunge quasi 2’ di lunghezza. La cosa interessante di NGC7010 è il fatto di essere avvolta da ampi ma deboli gusci composti da stelle; forse, prodotti dall’accrescimento dovuto ad un passato fenomeno di fusione con un altra galassia.

 

NGC7009

Ma è esattamente 1° a nord di quest’ultima galassia e poco meno di 2° a nord-est di M73 che ci si imbatte in un oggetto dalle caratteristiche straordinarie. Si tratta, questa volta, di una nebulosa planetaria: NGC7009, meglio nota come “nebulosa Saturno”, uno degli oggetti più noti, entro tale categoria, di tutta la volta celeste, bersaglio di osservazioni a causa della notevole luminosità apparente nonché per l’accesa tonalità giallo-verdastra, ben discernibile anche in piccoli telescopi.

NGC 7009 has a bright central star at the centre of a dark cavity bounded by a football-shaped rim of dense, blue and red gas. The cavity and its rim are trapped inside smoothly-distributed greenish material in the shape of a barrel and comprised of the star’s former outer layers. At larger distances, and lying along the long axis of the nebula, a pair of red ‘ansae’, or ‘handles’ appears. Each ansa is joined to the tips of the cavity by a long greenish jet of material. The handles are clouds of low-density gas. NGC 7009 is 1, 400 light-years away in the constellation Aquarius. The Hubble telescope observation was taken April 28, 1996 by the Wide Field and Planetary Camera 2.

Per ironia della sorte, ne Méchain ne Messier si accorsero di questo luminoso oggetto: pur vicino sia ad M73 che ad M72, questa nebulosa sfuggì ai loro telescopi. La cosa non deve certo sorprendere dal momento in cui tale oggetto, pur luminoso, è altresì poco esteso, appare come una stella di ottava grandezza, tanto da renderla ben visibile già con un binocolo del tipo 7×50: forse tale sarà apparso ai telescopi dei due francesi, chissà. Ad ogni modo, NGC7009 non sfuggi a William Herschel, che la scoprì il 7 settembre 1782 attraverso lo stesso telescopio con il quale, dal giardino della sua casa, solo un anno prima scoprì il disco acquamarina di Urano. Proprio per la straordinaria rassomiglianza all’aspetto del nuovo pianeta, nel disco e nel colore, lo stesso Herschel definì la nuova nebulosa tale nebulosa (che fu, a tutti gli effetti, una delle sue prime scoperte astronomiche) come “planetaria”; in tale contesto, il nomignolo “nebulosa Saturno” contribuì al fatto che la comunità astronomica accettasse di buon grado il termine “planetaria” a questa particolare categoria di nebulose, tanto da non essere mai stato sostituito. Herschel vide nulla di puù di un luminoso disco.

Fu, successivamente, Lord Rosse a coniare il curioso termine per tale oggetto dopo averlo osservato con attenzione attraverso il suo noto “Leviatano di Parsonstown”, come venne chiamato l’enorme riflettore da ben 1,83 metri di diametro costruito nel 1845, rimasto il più grande telescopio al mondo fino al 1917; ciò che colpì profondamente Rosse fu la presenza di due propaggini laterali al disco rendevano tale nebulosa davvero molto simile al noto pianeta “signore degli anelli” del Sistema Solare. Rosse intuì, inoltre, la natura di queste strane strutture, definendole “sorta di anse indicanti la probabile presenza di un anello circostante visto di profilo”; a tal proposito, è incredibile il disegno che lo stesso terzo conte di Rosse fece di questo oggetto, con dettagli incredibili riportati. Bellissima la descrizione dell’ammiraglio W.H.Smyth, uno dei più valenti osservatori di tutti i tempi, il quale riteneva (come anche W. Herschel fece) tale oggetto essere un sistema planetario in formazione: “…se fosse qui da noi, le sue dimensioni raggiungerebbero l’orbita di Urano. Un corpo di tali dimensioni conterrebbe più di 68.000 milioni di globi grandi come il nostro Sole”.

La bella e quasi ingenua descrizione di Smith è ben lontana dalla realtà. Se la nebulosa si estende per 41”x35” sulla volta celeste, più difficile è stato calcolarne le reali dimensioni: la distanza di NGC7009, infatti, non è nota con precisione e numerosi sono stati i tentativi per risolvere il dilemma. Ad ogni modo, oggi il valore largamente accettato è di 3.900 anni-luce, il che fornisce un diametro approssimativo di ½ anno-luce per l’oggetto nel suo insieme. NGC7009 è una delle pochissime nebulose planetarie a mostrare distintamente la nana bianca centrale che, attraverso la sua elevatissima temperatura, eccita l’intero ammasso di gas in espansione portandolo, così, a rendersi visibile per fluorescenza; a quella enorme distanza, questa stella centrale emette ancora così tanta luce da splendere di magnitudine 11,5, rendendosi così visibile anche in telescopi da almeno 150 mm forzando l’ingrandimento. Più che bianca, questa piccola stella degenere appare azzurra a causa della sua elevata temperatura, stimata in 55.000 K, mentre la luminosità intrinseca è stata valutata in circa 20 volte quella del Sole: non male per un corpo dalle dimensioni simili a quelle del nostro pianeta! La sua intensa radiazione ultravioletta ionizza doppiamente l’ossigeno ivi presente portando la nebulosa ad risplendere di una caratteristica tinta verde fluorescente, ben apprezzabile all’osservazione telescopica.

The spectacular planetary nebula NGC 7009, or the Saturn Nebula, emerges from the darkness like a series of oddly-shaped bubbles, lit up in glorious pinks and blues. This colourful image was captured by the powerful MUSE instrument on ESO’s Very Large Telescope (VLT), as part of a study which mapped the dust inside a planetary nebula for the first time.

La stella che ha dato vita alla nebulosa Saturno fu, probabilmente, un astro dalla massa il doppio di quella del Sole; il fatto che la nebulosa sia costituita da una serie di anelli non allineati tra loro porta a supporre che il nucleo della fu-stella morente fosse stato – e lo sia ancora adesso – soggetto ad una precessione del suo di rotazione: oscillazione stimata in circa 30 mila anni. Un eventuale compagno che avrebbe potuto indurre questa precessione sarebbe oggi situato ad almeno 4,5 raggi dalla nana bianca centrale ma nulla è stato ad oggi rilevato.

Ma come si è formato il gran numero di sottosistemi morfologici e cinematici che rende l’aspetto di questa planetaria estremamente complesso? Il suo stesso aspetto varia secondo la lunghezza d’onda attraverso la quale la nebulosa viene osservata: alla lunghezza di 8 µm nel medio-infrarosso, ad esempio, essa raggiunge la sua massima ampiezza mentre la forma e l’intensità delle maniglie esterne appaiono variare parecchio quando osservate a lunghezze d’onda più piccole. Le immagini riprese dal telescopio spaziale Hubble hanno portato ad identificare, all’interno di un grande alone che circonda l’intera nebulosa, una serie di strutture minori (osservate, fortunatamente, anche in altre nebulose planetarie) quali gusci multipli, getti, maniglie, filamenti e nodi. In particolare, è stato notato come le due “maniglie” esterne si espandano in modo non radiale rispetto alla stella centrale, tanto da essere orientate lungo assi differenti; nell’immagine di Hubble, i getti verdi si estendono lungo l’asse maggiore della nebulosa, terminando con dei nodi di colore rossastro.

L’osservazione di questi particolari ha permesso di elaborare modelli atti a spiegare le dinamiche che hanno portato ad una struttura così complessa; alla pari di altre nebulose planetarie (es., la nota NGC6826 in Draco) la stella centrale di NGC7009 risiede al centro di una sorta di cavità, area meno densa di gas, delimitata da due densi gusci di gas di colore blu e rosso. La cavità e il suo bordo sembrano essere come “intrappolati” all’interno di un’area composta da materiale verdastro uniformemente distribuito, risultato di strati precedentemente espulsi della stella morente. A distanze maggiori, lungo l’asse maggiore della nebulosa si trovano le cosiddette “maniglie” – quelle che costituiscono le propaggini esterne degli anelli di Saturno in tale visione della nebulosa – che appaiono di colore rosso, ciascuna delle quali è unita agli estremi della cavità da un lungo getto di materiale, anche questo verdastro. La “nebulosa Saturno” è il 55° oggetto tra i 109 presenti nel cosiddetto “catalogo Caldwell”, compilato da Patrick Caldwell-Moore quale estensione del catalogo Messier.

 

LA VASTA LBN117 ED ALTRI PICCOLI OGGETTI

Pochi sanno che gran parte dell’intera area occidentale di Aquarius è occupata da LBN117, una vasta ma debole nebulosa che è il 117° oggetto tra i 1.053 elencati nel Lynds Catalogue of Bright Nebulae, pubblicato nel 1965 dall’astronomo americano Beverly Lynds, rilevate sulle lastre della Palomar Sky Survey riprese con il riflettore Samuel Oschin Telescope da 1,20 m di diametro. LBN117, composta da gas e polveri, talmente vasta da estendersi per quasi 20°; purtroppo, la luminosità superficiale di questo sistema è talmente bassa da renderne impossibile la visione al telescopio anche delle aree più dense e luminose (…luminose, si fa per dire). E’ altresì difficile da fotografare LBN117, necessitando di numerose ore di integrazione di riprese effettuate in luce H-alpha. Tale nebulosa, composta da un gran numero di filamenti, rientra tra le cosiddette Integrated Flux Nebulae (IFN), debolissime nubi di idrogeno che si rendono luminose a causa della luminosità globale della Galassia e non per emissione dovuta all’eccitazione del gas apportato dalla presenza di caldissime stelle: molte di queste strutture sono sono state scoperte solo negli ultimi 15 anni grazie ad uno studio sistematico partito con l’introduzione di filtri H-Alpha applicati a sensori sempre più efficienti.

La stella sulla quale ora faremo sosta è ν Aquarii, che splende di magnitudine 4,52. Lontana 159 anni-luce dal Sistema Solare, è una gigante gialla di tipo G8 III (4.900 K); con una massa il doppio di quella solare, ha un raggio otto volte maggiore ed un potere radiativo 37 volte maggiore. Salendo a nord di questa, ci si imbatte in un’area dove la densità stellare è minima e la presenza di stelle visibili ancora ad occhio nudo è vicina allo 0.

Nella zona, esattamente 5° sopra NGC7009, è presente la piccola galassia PGC65943. Pur di dimensioni minute, larga solo 1,2’x1,1’, si tratta di un piccolo gioiello, una spirale barrata lontana ben 360 milioni di anni-luce che appare esattamente di fronte, con le braccia moderatamente aperte. L’oggetto da il meglio di se nelle riprese a lunga focale dive si rivela davvero spettacolare. Tale galassia segna il vertice meridionale di un triangolo isoscele con due stelle di quinta e sesta grandezza disposte agli altri due angoli: rispettivamente, 12 Aquarii su quello orientale e 10 Aquarii su quello occidentale.

Esattamente ½ grado sopra quest’ultima, già un un telescopio da 150 mm permetterà di rilevare AI 2100.5-0535, un piccolo ammasso stellare composto da una ventina di stelle con magnitudine compresa tra l’8a e l’’11a grandezza, disposte attorno a 12 Aquarii lungo l’asse nord-sud. La visione di questo gruppo è davvero affascinante con un telescopio da 200 mm; a 200 ingrandimenti, l’ammasso si dispone occupando tutto il campo dell’oculare, con 12 Aquarii che quasi disturba la visione complessiva.

Un altro gruppo di stelle è situato 3° a nord-est di quest’ultimo, poco sopra la stella di sesta grandezza 15 Aquarii. Catalogato come Kro22. Alla visione telescopica, l’apparenza è quello di un piccolo carretto, avente al timone la stella più luminosa, HD202818, di settima grandezza. Sono circa una ventina le componenti, quasi tutte di decima grandezza; si distinguono, chiaramente, alcuni piccoli sottogruppi composti da 3-4 stelle.

Il piccolo gruppo di galassie HGC89 giace esattamente ½ grado ad est di questo; è composto da 3 spirali allineate, attorno alle quali si dispongono galassie di dimensioni molto più contenute, rilevabili solo attraverso telescopi di grosso diametro; come in altri piccoli gruppi di galassie, le componenti sono separate da distanze di gran lunga maggiore delle dimensioni delle galassie stesse.

 

SADALSUUD

Eccoci finalmente giunti alla stella più luminosa di Aquarius, Sadalsuud (β Aquarii) la quale, splendendo di magnitudine 2,87, si pone al 158° posto in ordine di luminosità tra le stelle più luminose dell’intera volta celeste. Nell’opera “al-Durrat al-muḍiyya fī al-ʻamāl al-shamsiyya”, (“Le perle di brillantezza nelle attività solari“), calendario di eventi astronomici e catalogo delle stelle redatto dall’astronomo egiziano Muhammad al-Akhsasi al-Muwaqqit attorno al 1650, tale stella venne denominata col termine “Nair Saad al Saaoud”, letteralmente “la più luminosa tra le fortunate”, dal quale successivamente derivò il più breve “Al-Sad al-su‘ud” ovvero “la fortunata delle fortunate”: è ad quest’ultimo termine che deriva il nome proprio Sadalsuud. Nella tradizione islamica, questa ed altre stelle della zona (inclusa la vicina α Aquarii) erano in qualche modo ritenute portatrici di fortuna o speranza: anche se il contesto è ancora oggi molto oscuro, c’è forse  un legame con l’antica relazione della costellazione con l’acqua: elemento ricercato per essere vitale nelle zone desertiche dove si sviluppò la cultura araba.

Sadalsuud, distante 612 anni-luce dal Sistema Solare, è una delle rare supergiganti gialle note nella Via Lattea; di tipo G0 Ib, la sua temperatura superficiale è di circa 5.600K, non lontana da quella del Sole. Nonostante sia parecchio giovane, con un’età stimata in soli 110 milioni di anni, la sua massa 5 volte maggiore di quella solare ha portato la stella ad espandersi fino a raggiungere un diametro 48 volte quello della nostra stella: una superficie così grande, porta inesorabilmente l’astro ad irradiare 2.200 volte il Sole.

A nord-ovest di Sadalsuud è presente quella che potremmo definire quale sua “gemella”: Sadalmelik (α Aquarii), la quale è di poco più debole per il fatto di essere 146 anni-luce più lontana. Queste due, assieme ad un’altra stella della zona, Enif (ε Pegasi), hanno circa la stessa età e mostrano un moto nello spazio molto simile in termini di velocità e direzione; i tre astri sembrano muoversi più o meno perpendicolarmente rispetto al piano della Galassia, uno strano movimento che suggerisce un probabile allontanamento dal loro luogo di nascita. E’ infatti plausibile come le tre siano nate assieme come calde stelle di tipo B, forse all’interno di qualche associazione poco coesa che è andata velocemente a sciogliersi. Ad ogni modo, i loro rispettivi moti non le hanno poi allontanate più di tanto; viste da un ipotetico pianeta in orbita attorno a Sadalsuud, le altre due stelle, Sadalmelik ed Enif, apparirebbero entrambe come stelle di magnitudine 0, alla pari di quanto accade da noi per Artcturus (α Bootis), Vega (α Lyrae) e Capella (α Aurigae).

Sadalsuud, come detto, è un supergigante gialla; nel diagramma HR; essa si trova nella cosiddetta “lacuna di Hertzsprung”, area situata tra i tipi spettrali A5 e G0 e tra le magnitudini assolute +1 e -3 la quale è notevolmente povera di stelle (da cui il nome). Nel corso della propria evoluzione, quando una stella incrocia la lacuna di Hertzsprung essa ha già completato la fusione dell’idrogeno nel nucleo ma non ha ancora iniziato la fusione dell’idrogeno nel guscio che circonda il nucleo. Tale “lacuna”, in realtà, potrebbe essere tutt’altro che apparentemente vuota; in termini evolutivi, si ipotizza che le stelle attraversino velocemente – qualche migliaio di anni – questa zona del diagramma HR: pochissimo rispetto alle decine di milioni di anni di vita di una stella. Sarebbe proprio questo il motivo dell’apparente vuoto di stelle in tale zona del diagramma HR poiché, in sostanza, le stelle vi stazionerebbero per poco tempo.

Ebbene, Sadalsuud e Sadalmelik sono “colte” in tale lacuna proprio perché stanno attraversando quella breve fase evolutiva che le ha portate li; nate probabilmente come calde e massicce stelle di tipo O o B, forse in qualche associazione stellare, la loro grande massa le ha portate presto ad espandersi e, di conseguenza, a raffreddarsi. Attualmente, nei rispettivi nuclei la produzione di energia avviene attraverso la fusione di elio in carbonio: fase velocissima per stelle della loro massa: fattore che le rende, per l’appunto, rare. Come tutte le stelle di grande massa uscite dalla sequenza principale, supergiganti gialle come Sadalsuud e Sadalmelik dovrebbero manifestare pulsazioni nella loro struttura, osservabili come variabilità luminose del tipo “cefeide”. Ma, stranamente, le due stelle più luminose di Aquarius non sono cefeidi; non è noto il motivo di questo che rimane un mistero. Sadalsuud, pur avendo già probabilmente innescato la fusione del carbonio, non sarà in grado di fondere completamente le riserve di tale elemento prima che il suo nucleo degeneri; infatti, mentre massa e temperatura del suo nucleo sono sufficienti a fondere il carbonio, non lo saranno per il neon: il nucleo di questa supergigante gialla andrà quindi collassare, portando alla formazione di una nana bianca del tipo ossigeno-neon-magnesio che andrà a spegnersi lentamente, dopo miliardi di anni: un’età superiore a quella attuale dell’Universo stesso.

Un evento inconsueto accadde nel 2005, quando il Chandra X-ray Observatory (NASA), telescopio spaziale atto a rilevare e studiare sorgenti raggi X, colse emissioni sviluppate a livello coronale su entrambe queste stelle gemelle, Sadalsuud e Sadalmelik. Le quali, come detto, sono stelle certo tutt’altro che comuni. Tali fenomeni sono caratteristici delle stelle nane, quelle con massa solare, nelle quali stretta è la correlazione tra emissione X e velocità di rotazione di questi astri; tuttavia, l’emissione di vento stellare portano tali stelle, col tempo, a perdere momento angolare, ruotando così sempre meno velocemente e, di conseguenza, a sopprimere l’azione della dinamo e del campo magnetico: poiché i gas ionizzati delle corone stellari subiscono notevolmente l’influsso dei campi magnetici, sia di quello globale che di quello associato alle macchie presenti alla superficie, ecco la riduzione dell’emissione di raggi X nella corona. Ma per quelle stelle che hanno temperatura simile a quella del Sole ma giacciono ben al di fuori della sequenza principale, le cose sono molto più complicate.

Stelle di grande massa presenti tra la fine del tipo spettrale F e l’inizio di quello G sono il prodotto di stelle nate con temperature a cavallo tra i tipi B e A e massa 2-4 volte quella solare; le regioni convettive interne di questi astri, così come la loro stessa rotazione, differiscono molto dalle nane di massa solare. Le giganti situate nella lacuna di Hertzpsrung, come Sadalsuud, si rendono più attive alla fine della loro vita; le loro pur estese corone, infatti, non mostrano emissioni X prodotte da relazione tra rotazione attività. La carenza di raggi X è, probabilmente, diretta conseguenza della diminuzione delle temperature nelle corone delle immense supergiganti G le quali, come detto, si raffreddino al diminuire dell’attività all’aumentare della loro stessa età. Nelle supergiganti di tipo G, evolute da stelle di tipo B nate con masse 5-9 volte quella del Sole, la situazione coronale è ancora più instabile; Sadalsuud e Sadalmelik sono state le prime supergiganti di tipo G nella cui corona è stata rilevata l’emissione di raggi X sopra descritta. Eventi sporadici? La cosa non è ancora nota.

Ad occhio nudo, Sadalsuud appare come una stella solitaria; ma osservata al telescopio, rivela invece la vicina presenza di due deboli compagne: Sadalsuud B, di magnitudine 11,0 è separata da 35” d’arco mentre Sadalsuud C da 57” secondi d’arco. Anche se la visione all’oculare è piacevole, le due stelle in questione sono solo prospettiche: la seconda pubblicazione dei astrometrici di GAIA mostra, infatti, come le due compagne siano lontane il doppio della distanza dalla stella principale del terzetto oltre che esibire differenti moti propri da essa.

 

M2 leggi su Coelum Astronomia 255 

Dopo aver fatto luce sui segreti della stella più luminosa di Aquarius, concludiamo questo approfondimento andando a far visita all’oggetto del profondo cielo più luminoso di tale costellazione. Reperirlo è facilissimo: puntando già un comune binocolo esattamente 5° a nord di Saldalsuud, si potrà notare una stella di sesta grandezza chiaramente sfocata, dalla forma di un piccolo batuffolo di luce. Non è una stella ma M2, uno degli ammassi stellari di tipo globulare più belli di tutta la volta celeste. Di magnitudine apparente 6,5, tale oggetto si estende fino ad 8’, evidenziando una regione centrale luminosa e compressa di circa 5′: un valore pari a ben 2/3 del suo diametro.

Il primo ad aver scorto questo oggetto, pur con le limitazioni degli strumenti dell’epoca, fu Gian Domenico Maraldi, astronomo di origini liguri che si era trasferito in Francia. L’11 settembre 1746, mentre era intento a seguire la cometa scoperta da Jean-Philippe de Cheseaux in quello stesso anno, si imbatté in uno strano oggetto che lo colpì molto proprio per il fatto che, oltre a non essere una cometa a causa della sua immobilità, questo singolare oggetto dall’aspetto nebuloso non era nemmeno risolto in stelle, al contrario di quanto invece accadeva per qualche nebulosa già all’epoca nota. Esattamente 14 anni dopo, l’11 settembre 1760, Charles Messier osservò questo oggetto, disegnandone la posizione su una carta che lo stesso redasse per l’osservazione di un’altra cometa (quali coincidenze!), quella apparsa nel 1759. Anche Messier, come Maraldi prima di lui, descrisse M2 come una “nebulosa senza stelle, tonda e con il centro brillante”. Successivamente, lo incluse alla seconda posizione in quello che sarebbe divenuto il più famoso catalogo di oggetti non stellari ancora oggi in uso. Fu il grande William Herschel il primo a risolvere completamente l’oggetto in una moltitudine di stelle tanto che M2 venen da lui paragonato ad “un pugno di sabbia finissima”.

Essendo ben lontano dalle isofote galattiche della Via Lattea, M2 appare in un campo relativamente povero di stelle di fondo di una certa luminosità; l’impatto visivo con tale oggetto è, però, davvero spettacolare. Come noto, all’aumentare del diametro del telescopio utilizzato si rendono visibili più dettagli; e, su questo, M2 è uno straordinario esempio. Mentre un 150 mm rende ben evidente la condensazione centrale, con una risoluzione in stelle ai bordi appena accennata, un 200 mm permette di risolvere non solo un gran numero di stelle ma distinguere, anche, aree di differente brillanza. Osservato con un 300 mm ad elevato ingrandimento, M2 è davvero uno spettacolo mozzafiato: qui, la risoluzione in stelle si spinge fino alla luminosa area centrale mentre l’alone inizia ad assumere una forma non più sferica, rendendosi ovalizzato lungo l’asse nord-sud. Una sorta di “linea oscura” si rende ben visibile nel margine nord-orientale dell’ammasso mentre telescopi di diametro ancora maggiore (es. 400 mm) permettono di notare molte altre di queste aree più scure. Le stelle più luminose di M2 sono giganti rosse e gialle di magnitudine 13 mentre le numerose stelle che ri trovano ramificate nel suo vasto alone, che si estende fino a 16’ nelle imamgini più “profonde”, sono per lo più di sedicesima grandezza.

Una delle cose più incredibili M2 la fornisce quando osservato più volte nel corso di almeno due settimane: l’occhio non farà, infatti, difficoltà a notare la presenza, che si trova a nord del bordo orientale dell’ammasso, di una stella che, oscillando tra le magnitudini 12,5 e 14,0 in circa 70 giorni, cambia non poco l’aspetto dell’ammasso stesso. Tale variabile venne scoperta nel 1897 dall’astrofilo francese A. Chèvremont, la sua magnitudine varia da un minimo di 14,0 a un massimo di 12,5 in un periodo di 11 giorni che, comunque, non è sempre regolare; la “variabile di Chèvremont, come venne in seguito chiamata, appartiene alla classe delle cosiddette RV Tauri: giganti pulsanti dal comportamento caotico e irregolare, che esibiscono l’interessante caratteristica di scambiare, in modo graduale o improvviso, il periodo principale con quello secondario. Se tale stella rende ben visibile al telescopio il suo caotico comportamento, non si può dire che M2 sia un classico ammasso globulare ricco di variabili: sono in tutto una cinquantina quelle note, la maggior parte delle quali sono RR Lyrae mentre poche le cefeidi.

Ad ogni modo, tali stelle hanno portato a determinarne la distanza dal Sistema Solare con una certa correttezza, che risulta essere pari a 37.500 anni luce. M2 si estende nello spazio in una sfera dal diametro di 175 anni-luce, all’interno della quale sono contenute circa 150.000 stelle: questi valori lo rendono uno degli ammassi globulari più ricchi e compatti tra quelli appartenenti alla Via Lattea, come indica anche la sua classificazione di densità, con valore II nella scala compresa tra I per i più densi e XII per i più radi. M2 ha anche una notevole forma elissoidica, particolare che, come già accennato, si può scorgere anche ad un’attenta osservazione telescopica. I recenti dati ottenuti dal satellite per astrometria GAIA (ESA) hanno portato alla scoperta di un esteso flusso di stelle, lungo circa 45° e largo ben 300 anni-luce, che sembra essere associato ad M2; non è escluso che tale struttura abbia subito la perturbazione gravitazionale delle Grande Nube di Magellano. Circa l’orbita galattica di M2, dai dati ottenuti dal satellite astrometrico Hipparcos (ESA), M2 si muoverebbe su un’orbita molto eccentrica, che porterebbe il gruppo di stelle da una distanza minima dal nucleo galattico di 23.500 anni-luce fino all’enorme distanza di 171.000 anni-luce, nonché fino a 165.000 anni-luce sopra e sotto il piano della Via Lattea.

Le parti mancanti dell’ArtiColo sono pubblicate su Coelum Astronomia n°258 di ottobre/novembre. Prenota la tua copia QUI

 

Arriva il premio Nobel per la fisica 2022 consegnato a Aspect, Clauser e Zeilinger

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La Royal Swedish Academy of Sciences ha deciso di assegnare il Premio Nobel per la Fisica 2022 a

Alain Aspect
Université Paris-Saclay e
École Polytechnique, Palaiseau, Francia

John F. Clauser
JF Clauser & Assoc., Walnut Creek, CA, USA

Università Anton Zeilinger
di Vienna, Austria

“per esperimenti con fotoni entangled, che stabiliscono la violazione delle disuguaglianze di Bell e aprono la strada alla scienza dell’informazione quantistica”

Stati entangled: dalla teoria alla tecnologia

Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger hanno condotto ciascuno esperimenti rivoluzionari utilizzando stati quantistici entangled, in cui due particelle si comportano come una singola unità anche quando sono separate. I loro risultati hanno aperto la strada alla nuova tecnologia basata sull’informazione quantistica.

Gli ineffabili effetti della meccanica quantistica stanno cominciando a trovare applicazioni. Ora esiste un ampio campo di ricerca che include computer quantistici, reti quantistiche e comunicazioni crittografate quantistiche sicure.

Un fattore chiave in questo sviluppo è il modo in cui la meccanica quantistica consente a due o più particelle di esistere in quello che viene chiamato stato entangled. Ciò che accade a una delle particelle in una coppia entangled determina ciò che accade all’altra particella, anche se sono distanti.

Per molto tempo, la domanda è stata se la correlazione fosse dovuta al fatto che le particelle in una coppia entangled contenevano variabili nascoste, istruzioni che indicavano loro quale risultato avrebbero dovuto fornire in un esperimento. Negli anni ’60, John Stewart Bell sviluppò la disuguaglianza matematica che porta il suo nome. Questo afferma che se ci sono variabili nascoste, la correlazione tra i risultati di un gran numero di misurazioni non supererà mai un certo valore. Tuttavia, la meccanica quantistica prevede che un certo tipo di esperimento violerà la disuguaglianza di Bell, risultando così in una correlazione più forte di quanto sarebbe altrimenti possibile.

John Clauser ha sviluppato le idee di John Bell, applicandolo a un esperimento pratico. Le misurazioni hanno supportato la meccanica quantistica violando chiaramente una disuguaglianza di Bell. Ciò significa che la meccanica quantistica non può essere sostituita da una teoria che utilizza variabili nascoste.

Alcune scappatoie sono rimaste dopo l’esperimento di John Clauser ma Alain Aspect nel frattempo ha sviluppato la configurazione, utilizzandola in un modo da colmarne una. È stato in grado di cambiare le impostazioni di misurazione dopo che una coppia aggrovigliata aveva lasciato la sua sorgente, quindi l’impostazione esistente al momento dell’emissione non poteva influire sul risultato.

Utilizzando strumenti raffinati e lunghe serie di esperimenti, Anton Zeilinger ha invece iniziato a utilizzare stati quantistici entangled. Tra le altre cose, il suo gruppo di ricerca ha dimostrato un fenomeno chiamato teletrasporto quantistico, che consente di spostare uno stato quantistico da una particella a una a distanza.

“È diventato sempre più chiaro che sta emergendo un nuovo tipo di tecnologia quantistica. Possiamo vedere che il lavoro dei vincitori con gli stati entangled è di grande importanza, anche al di là delle domande fondamentali sull’interpretazione della meccanica quantistica”, afferma Anders Irbäck, presidente del Comitato per il Nobel per la fisica.

Fonte: https://www.nobelprize.org/prizes/physics/2022/press-release/

Settimana Astronomica di Scheggia e 30° convegno GAD

Dal 3 Ottobre 2022 al 09 Ottobre 2022 Scheggia (PG) si immerge nell’Astronomia e per tutta la settimana ospiterà incontri dedicati alla divulgazione scientifica principalmente all’ Astronomia e alla Geofisica.

Gli incontri si rivolgeranno a tutte le età, dalla mattina riservata alle scolaresche, alla pomeriggio sera con attività per grandi e famiglie.

Inoltre, durante la settimana, dal pomeriggio di Venerdì 7 ottobre, al pomeriggio di Domenica 9 Ottobre si terrà il XXX° GAD, incontro e dibattito scientifico organizzato dal Gruppo Astronomia Digitale, Unione Astrofili Italiana e Associazione Astronomica Umbra aperta a tutte le persone interessate.

Un programma ricco di appuntamenti. Si parte con gli incontri con gli esperti, tutte le mattine dal 3 al 7, conferenze tenute da soci delle associazioni astronomiche regionali, docenti universitari, esperti di geofisica, membri del CICAP ed ospiti di livello.

Ecco alcuni temi trattati durante le conferenze:

  • Astronomia di base
  • Osservare e ricerca delle meteore
  • Come e cosa osservare al telescopio
  • La luna
  • L’ osservatorio di Scheggia e il programma per i prossimi anni
  • I terremoti e la geofisica
  • Il Sole e il sistema solare
  • Le associazioni astronomiche e le collaborazioni
  • Le meridiane

Per le relazioni legate alla conferenza del GAD, verranno invece trattati argomenti più specifici e scientifici:

  • Studio e analisi delle stelle variabili
  • Studio e analisi nella ricerca degli esopianeti
  • La Fotometria
  • L’Automazione di un osservatorio
  • Studio e ricerca di asteroidi
  • Ricerca su Asteroidi pericolosi per la terra (NEO)
  • Programmi di ricerca
  • Software di ricerca

Insomma ce n’è davvero per tutti!

Ma non è finita qui, la settimana astronomica sarà ricca di visite guidate

VENERDÌ – la necropoli longobarda, la consolare Flaminia, il “Ponte a Botte” indicato nei diari dei viaggiatori del 1800 come “la gran botte d’Italia” e la leggenda del “Bandito”

SABATO – visita alla Badia di Sitria, all’abbazia di Sant’Emiliano e Bartolomeo in Congiuntoli al borgo medioevale di Pascelupo, dal quale potremo osservare il suggestivo eremo di San Girolamo di Monte Cucco incastonato tra le rocce. Durante il percorso sarà possibile osservare il sito geo-paleontologico del giurassico inferiore-medio e la spettacolare “Gola del Corno del Catria.

DOMENICA – “Alla scoperta delle 6 torri medioevali di Scheggia” percorso di trekking urbano nel centro storico del paese, seguendo una mappa catastale napoleonica del 1813.

Sabato inoltre tutti in fila per un viaggio 3D nello spazio con CosmoExperience ed i visori della realtà virtuale!

DOVE ecco i luoghi della settimana di Astronomia

  • Teatro Comunale di Scheggia per le conferenze dal 3 al 9 Ottobre,
  • Giardinetti Scheggia, per osservazioni solari dal 3 al 7 Ottobre (da definire)
  • Campo sportivo Scheggia, per osservazioni notturne dal 3 al 6 Ottobre (da definire)
  • La Pezza mini Star Party del GAD di Venerdì 7 Ottobre (da definire)

Organizzatori:

  • UAI – Unione Astrofili Italiana sezione ricerca
  • GAD – Gruppo Astronomia Digitale diLa Spezia
  • AAU – Associazione Astronomica Umbra di Scheggia e Pascelupo (PG)

Enti Patrocinanti:

  • Comune di Scheggia e Pascelupo
  • Regione Umbria

Collaborazioni:

  • Nasa Senigallia
  • Progetto prisma
  • CICAP
  • Coelum Astronomia
  • Programma Nazionale di Ricerca in Antartide
  • Fondazione Lisandrelli
  • Sezione Ari Perugia
  • Sezione COTA Perugia

Per informazioni ed approfondimenti:

http://www.astroumbra.org/

Associazione Astronomica Umbra APS | Facebook

Associazione Astronomica Umbra APS (@associazioneastronomicaumbra) • Foto e video di Instagram

https://www.youtube.com/channel/UCcgP7Z3nTAjs1mXL8bN3EjQ

 

 

Ora disponibile! Illuminazione Pubblica e Criminalità

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Da oggi nello Shop di Coelum è disponibile il testo:

ILLUMINAZIONE PUBBLICA E CRIMINALITA’

La luce COME variabile indipendente per comportamenti devianti?

Nel panorama editoriale, fino allo scorso marzo, non era presente un saggio volto a indagare le (eventuali) relazioni esistenti tra fenomenologie criminali in aree urbane o suburbane e la presenza dell’illuminazione pubblica. Per i tipi Editoriale Delfino, Luca Invernizzi ha ricercato, attingendo dalla letteratura specialistica, prove statisticamente significative che giustificassero l’efficacia degli interventi di deterrenza al crimine basati sull’incremento o sul miglioramento della luce artificiale durante le ore di buio.

Capire quali fossero le ragioni dalle quali scaturisse il leitmotiv secondo cui il tasso di criminalità sarebbe inversamente proporzionale alla quantità di luce che viene prodotta e diffusa nelle nostre città, ha richiesto un approccio interdisciplinare al problema. Per questa ragione l’autore ha dedicato l’intero primo capitolo a una analisi di matrice socio-criminologica, particolarmente improntata al tema della prevenzione al crimine, senza omettere un breve escursus riguardante i concetti salienti della sicurezza pubblica e urbana volto a fare chiarezza sui concetti di percezione di rischio di essere vittima di reati e quelli di rischio statistico concernente il verificarsi di eventi criminosi.

La luce artificiale che illumina le città e ormai gran parte del territorio anche meno antropizzato è protagonista del secondo capitolo, sia perché valutata dal punto di vista quantitativo e qualitativo, sia perché rappresenta la variabile indipendente degli studi che sono stati effettuati. Ma in ogni caso è lo strumento che, in alcune circostanze, gli amministratori pubblici hanno impiegato per incrementare la percezione di sicurezza e la riduzione del crimine. Anche i vincoli legislativi in tema di illuminazione pubblica e privata sono stati oggetto di trattazione e di riflessioni, insieme al tema della progettazione urbanistica e, in particolare, di quella prettamente illuminotecnica, in quanto potenziale strumento per un apprezzamento ecologico e sociale di un territorio, nonché – secondo certe declinazioni teoriche – uno strumento efficace per il controllo informale, capace di agire positivamente sul decremento dei tassi di criminalità. Tuttavia, nel saggio è posto in evidenza come il confine tra i genuini interventi di riqualificazione illuminotecnica e il vero e proprio “business della luce” è molto tenue, aggravando le numerose controindicazioni che purtroppo la smodata e incontrollata luce artificiale porta con sé.

A proposito di ciò, l’autore in un intero capitolo analizza quindi gli effetti dell’inquinamento luminoso sia sulle persone, sia e soprattutto a carico dell’intero ecosistema; soffermandosi anche sui danni che la luce artificiale notturna determina a scapito della ricerca scientifica e sulla cultura più in generale.

Infine, nel quarto e penultimo capitolo sono enucleate le ricerche già condotte sul rapporto tra illuminazione artificiale e reati. Gli studi, le revisioni e le meta-analisi proposte, sono qui affrontati in modo critico e valutati anche per quanto riguarda il disegno metodologico adottato. A queste dispute, soprattutto sul piano statistico, e ai bias che indeboliscono la bontà degli studi, è stato dedicato un paragrafo per l’importanza fondamentale nelle ricerche quantitative pubblicate.

Il libro termina con un’analisi volta a tenere in conto sia dello stato dell’arte delle ricerche, sia dell’impianto teorico di stampo criminalistica, sociologica e tecnico-ambientale. Non prima, però, di aver delineato delle possibili, quanto auspicabili, linee di ricerca future sul tema oggetto del saggio.

Un’opera quindi che sembra volersi rivolgere non solo a coloro che si occupano di criminalità o di pubblica illuminazione, ma è un condensato di nozioni e spunti di riflessione anche su aspetti sociologici e ambientali. Per gli astrofili, in particolare, i rimandi alla scienza del cielo non mancano: non è lasciata sullo sfondo la perdita della visione della volta celeste e i danni all’astronomia che l’eccesso di illuminazione artificiale porta con sé.

Oltre una ventina fra immagini, grafici e tavole completano e corredano opportunamente l’originale lavoro, unitamente all’ampia bibliografia.

 

Autore – Luca Invernizzi (Sondrio, 1966), libero professionista e giornalista ha collaborato con varie testate con articoli e approfondimenti in ambito astronomico e non solo. Tra le altre pubblicazioni, è co-autore del saggio L’astronomo Valtellinese Giuseppe Piazzi e la scoperta di Cerere (2001). È tra i promotori delle legislazioni volte alla tutela del cielo stellato, occupandosi anche professionalmente di illuminotecnica con specifico riferimento alle attività di energy saving. Nel 2006 l’Unione Astronomica Internazionale ha attribuito a un asteroide della fascia principale, scoperto in Italia nel 1997, il nome (47359) Invernizzi.

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