Stelle Giganti Sparse nel Blu – RCW 7

ABSTRACT
La regione di formazione stellare RCW 7 rappresenta un’affascinante finestra sul complesso processo di nascita delle stelle massicce. Situata nella costellazione della Poppa a circa 5.300 anni luce di distanza, RCW 7 è una vasta nebulosa in cui gas e polveri interstellari si aggregano e collassano, dando origine a giovani e potenti astri. La radiazione ultravioletta e i forti venti stellari emessi da queste stelle in formazione non solo illuminano, ma anche plasmano il materiale circostante, generando una regione HII dal caratteristico bagliore rosato. Lo studio di RCW 7, e in particolare del sistema binario IRAS 07299-1651, permette di comprendere meglio le dinamiche che regolano i primi stadi della vita stellare, offrendo nuove prospettive sui processi che plasmano le galassie e influenzano l’evoluzione delle nubi molecolari.
RCW 7 o NGC 2409 Regione di Formazione stellare
Luci stellari come brillantini sparsi in un cielo azzurro in cui si addensano a tratti nubi tempestose: è la turbolenta regione di formazione stellare RCW 7, soggetto di questa straordinaria ripresa del telescopio Hubble. RCW 7 è una vasta nebulosa ricca di gas e polveri interstellari. Ospita stelle in formazione particolarmente massicce, capaci di emettere forti radiazioni ultraviolette e impetuosi venti stellari, che illuminano e modellano il materiale circostante, trasformando questo insieme di nubi cosmiche in una variopinta regione HII.
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La nebulosa è situata a oltre 5.300 anni luce di distanza da noi, nella Costellazione della Poppa. Laggiù, per effetto della gravità, le nubi molecolari più dense collassano fino a dare origine a protostelle, circondate da dischi rotanti di gas e polveri da cui traggono nutrimento. L’energetica radiazione ionizzante emessa dalle giovani stelle massicce eccita l’idrogeno, portandolo a emettere luce e donando alla nube il caratteristico, delicato bagliore rosato. In aggiunta, i poderosi venti stellari contribuiscono a plasmare questo insieme intricato di gas e polveri, creando cavità nel mezzo interstellare o zone più dense in cui il gas può collassare per formare ulteriori stelle.

Immerso in profondità in questa magnifica nursery stellare risplende un sistema stellare binario in formazione, IRAS 07299-1651, composto da due protostelle entrambe massicce e ancora circondato dalle vorticose nubi di polveri visibili nella parte superiore dell’immagine. Per poter osservare meglio questa stella binaria e le sue compagne neonate, è stata utilizzata la Wide Field Camera 3 a bordo di Hubble, che cattura la luce nel vicino infrarosso, in grado di penetrare le cortine di polveri oscuranti che avvolgono le stelle neonate. Molte delle altre stelle più grandi visibili nella ripresa non appartengono alla nebulosa, ma si interpongono lungo la nostra linea di vista.
Precedenti osservazioni in banda radio avevano permesso di dedurre che le due baby-stelle nel sistema IRAS 07299-1651 sono separate tra loro da una distanza di circa 180 unità astronomiche e che la loro massa totale è pari ad almeno 18 volte quella solare. In aggiunta si è appreso che ognuna delle due stelle, oltre ad essere circondata da un proprio disco circumstellare più piccolo, si nutre ancora del materiale contenuto in un singolo disco che le avvolge entrambe, alimentato su vasta scala dalla nube in via di collasso. Ma la scoperta più importante derivante dalle osservazioni è che la stella secondaria si è formata come risultato della frammentazione del disco presente originariamente attorno alla primaria. In base a questo processo, la seconda protostella, inizialmente più piccola, “ruba” alla sua compagna il materiale in caduta e il risultato finale potrebbero essere due stelle “gemelle” giganti piuttosto simili.
Studiare lo stadio precoce della formazione delle stelle massicce non è un compito semplice, pertanto il sistema si è rivelato un laboratorio fondamentale per ricavare informazioni cruciali sulle complesse dinamiche in atto all’interno di una singola nube molecolare. In particolare, non è ancora chiaro se le stelle massicce nascano come binarie già durante il collasso iniziale della nube o se le coppie si formino in fasi più tardive, magari per incontri occasionali in un ammasso stellare affollato. Le osservazioni del sistema supportano l’ipotesi che la suddivisione in due stelle avvenga fin dall’inizio del processo, in seguito a frammentazione del disco circumstellare, quando le protostelle si stanno ancora formando nella nube.
La creazione di una regione HII è l’inizio della fine per una nube molecolare gigante. Nel corso di pochi milioni di anni la radiazione e i venti delle stelle massicce, nonché potenti esplosioni di supernova, disperderanno gradualmente il gas. Solo una parte del materiale a disposizione nella nebulosa verrà incorporato in nuove stelle, mentre il resto andrà disperso nello spazio, per formare eventualmente altre nubi molecolari.
Descrizione dell’Immagine: La nebulosa RCW 7, un’affascinante raccolta di gas e polveri interstellari, è il soggetto della Hubble Picture of the Week. Situata a circa 5.300 anni luce dalla Terra nella costellazione della Poppa, questa nebulosa ospita stelle in formazione particolarmente massicce. Queste protostelle emettono radiazioni ionizzanti e venti stellari intensi, trasformando RCW 7 in una regione HII. In queste aree, l’idrogeno è ionizzato dalla radiazione ultravioletta delle giovani stelle, che conferisce alla nebulosa un caratteristico bagliore rosato. In particolare, Hubble ha osservato il sistema stellare binario IRAS 07299-1651, avvolto in un bozzolo di gas. Per penetrare il velo di polveri che circonda queste stelle, è stata utilizzata la Wide Field Camera 3 in luce infrarossa, capace di attraversare il gas e le polveri. La creazione di una regione HII rappresenta l’inizio della dispersione della nube molecolare: nel giro di pochi milioni di anni, la radiazione e i venti stellari disperderanno gran parte del gas, una parte del quale andrà a formare nuove stelle, mentre il resto verrà disperso nella galassia per generare future nubi molecolari.
Come Osservare
a cura di Cristian Fattinnanzi
Il cielo invernale, sebbene ci mostri la parte periferica della Via Lattea, nasconde una moltitudine di oggetti particolari ed interessantissimi, spesso di natura nebulare associata ad ammassi stellari. È il caso di questa tenue nebulosa blu che HST ci ha mostrato recentemente con un dettaglio incantevole, RCW 7, associata anche ad NGC 2409.

Per rintracciarla, nella parte più settentrionale della costellazione della Poppa, potremo prendere come punti di riferimento la stella Sirio del cane Maggiore e spostarci di una decina di gradi verso est, in una zona famosa per la presenza della nebulosa “Snowman”, o anche “Pupazzo di neve”.
Purtroppo la regione in questione, per le latitudini italiane, non sale molto sopra l’orizzonte, spaziando tra i 25 ed i 35°, fondamentale sarà quindi tentare l’osservazione e la ripresa nei momenti vicini al culmine, nel periodo che va da inizio dicembre a fine febbraio.
Visualmente siamo di fronte ad un oggetto molto debole, quello che suggerisco è di tentare prima di tutto l’identificazione della nebulosa “Snowman”, chi dispone di strumenti con diametri oltre i 40 cm usati e di cieli bui non dovrebbe aver problemi a rintracciarla, a questo punto potrete esser certi di aver inquadrato anche il complesso nebulare oggetto di questo articolo.
Per cogliere digitalmente qualche dettaglio, sono consigliabili focali medio lunghe, per inquadrare la “Snowman” e le regioni appena circostanti. Il campo per contenere la nebulosa è di circa mezzo grado, pari a quello necessario per inquadrare la Luna piena. Se conosciamo la dimensione del nostro sensore, sarà bene usare una lunghezza focale circa 50 volte il lato breve del sensore stesso. Una volta identificata la regione in questione, potremo spingerci oltre per aumentare l’ingrandimento anche di 3-4 volte e tentare di risolvere dettagli più minuti.
I filtri nebulari possono dare un buon aiuto sia visualmente che nelle riprese CCD, in questo caso ovviamente sono da preferire quelli a banda più stretta, in modo da attenuare il disturbo luminoso dovuto alla bassa altezza sull’orizzonte.
Giudizio sulla difficoltà (1 oggetto molto semplice, 5 oggetto difficilissimo):
Visuale: 4/5
Fotografica: 3/5
RIF: https://esahubble.org/images/potw2425a/
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L’articolo è pubblicato in COELUM 270 VERSIONE CARTACEA


Nane Bianche




Nucleo Interno
































Il centenario di una delle sue scoperte più importanti ci offre l’opportunità di guardare da vicino il lavoro straordinario di Edwin Hubble. I suoi studi rivoluzionarono nel secolo scorso la nostra conoscenza del cosmo al pari di quanto fecero Copernico e Galileo tra 1500 e 1600. Possono la scienza e la tecnica restituirci non solo maggiore conoscenza della realtà che ci circonda, ma anche senso e significato? È buona cosa che qualunque disciplina non risponda a domande che non sono pensate per quella disciplina e che stia, per dirla con parole proprie, nel suo statuto epistemologico. Tuttavia è possibile, se non auspicabile, che le scoperte della scienza ed i traguardi della tecnica, spingano tutti e chiunque a riflettere sul significato della vita e sulle grandi domande umane. Diversamente la scienza e la tecnica rischiano di essere solo a servizio del potere, e rivestite di una presunta neutralità, che non hanno mai avuto davvero, essere concluse in sé stesse. Analoghe considerazioni si possono fare della vita e del modo di fare scienza delle donne e degli uomini che hanno accompagnato l’umanità nel viaggio del sapere, perché le persone e le scoperte che hanno fatto restano sempre un tutt’uno nel fluire della storia. Quando si tratta di esplorazione dello spazio, cielo profondo, fisica ed astrofisica, tutto sembra ancora più favorevole ed invitante.
L’astronomo americano nel descrivere la sua scoperta straordinaria sceglie di condividerne gli onori con il suo telescopio ed in modo quasi commuovente. Così scrive nel 1932 in The Realm of the Nebulæ, una raccolta di lezioni tenute nell’ambito delle Silliman Memorial: “Lo strumento che ha definitivamente stabilito l’identificazione e ampliato il dominio della conoscenza concreta di mille milioni di volte è il telescopio Hooker, il riflettore da 100 pollici dell’Osservatorio di Mount Wilson della Carnegie Institution di Washington. È il più grande telescopio in funzione, ha il maggior potere di raccolta della luce e penetra alla massima distanza. Per questi motivi, definisce l’attuale estensione della regione osservabile dello spazio e ha contribuito i dati più significativi allo studio della regione come campione dell’universo. In riconoscimento del ruolo unico che il telescopio da 100 pollici ha svolto nel progresso della ricerca sulle nebulose, le illustrazioni in questo libro sono quasi tutte riproduzioni di fotografie scattate con il grande telescopio”.





















































































































Dieci minuti intensi in cui ci chiedevamo che animali fossero in un mix di eccitazione e paura mentre cercavo di immortalarli in uno scatto ad alti ISO. Solo riguardando lo scatto ci siamo resi conto che si trattava di un cervo femmina, anzi due, e quei 2 sguardi rossi e terrificanti erano solo il riflesso delle nostre RedLight nei loro occhi.




Molti astrofili, e io sono uno di quelli, quando possibile amano andare a fare osservazioni e fotografie sul campo, ed è veramente emozionante riuscire a vedere un cielo molto più buio di quello che abbiamo normalmente nelle nostre città.
Si percorrono decine e a volte centinaia di km sulla propria auto con tutta la pesante attrezzatura per andare in luoghi specialmente montani, ma una volta arrivati a destinazione si è “carichi” perché il paesaggio con poco inquinamento luminoso permetterà di catturare scatti unici.
Ma a volte le emozioni non arrivano solo dal cielo. Col buio alcuni animali selvatici si possono avvicinare curiosi, attratti dalle lucine della nostra attrezzatura e dal computer collegato al telescopio. Se siamo poco distanti da qualche paesino è facile trovare qualche gatto o cane girovagare.
Ma voglio raccontarvi una mia esperienza che in un secondo si è tramutata da motivo di spavento a bellissima sorpresa. Una sera estiva ho trovato una postazione tranquilla vicino alle cave di marmo di Carrara e mentre stavo riprendendo col telescopio ho piazzato anche il cavalletto con l’astro inseguitore e reflex per fotografare la Via Lattea ben visibile. Dopo qualche minuto ho sentito uno strano odore ma non capivo cosa fosse, prima non c’era. Finita la sessione con la reflex smonto il cavalletto.
Nel toccarlo noto che è molto appiccicoso e sento ancora quello strano odore. Boh, mi risiedo in postazione telescopio e dopo un attimo mi sento “toccare” la sedia da dietro. Con un salto e un urlo mi alzo, accendo la luce frontale e chi trovo? Una bellissima volpe che naturalmente si è spaventata più di me! L’odore acre che sentivo era la sua urina, io avevo invaso il suo territorio, e per farmelo capire aveva bagnato il cavalletto (e anche un po’ smangiucchiato). Ma poi la sua curiosità ha preso il sopravvento e da lì è nata la nostra amicizia con diverse visite nelle sere successive, puntuale verso mezzanotte, veloce giretto e poi via nella boscaglia. L’urina di volpe ha un odore molto acre e per questo è usata (venduta anche dal più noto sito di vendite online) per tenere lontani altri animali.
Premetto che sarebbe sempre meglio fare le uscite itineranti in compagnia, ma se si è da soli è sempre meglio prendere delle precauzioni. Ad esempio, dopo quella esperienza, quando sono seduto metto sempre la sedia con lo schienale contro la mia auto, in modo da avere protezione, e poi comunque a Campo Cecina o alle cave di Carrara, dove vado nelle serate estive di vacanza, c’è sempre qualche camper di escursionisti nelle vicinanze (a volte anche troppi).
Nel silenzio della notte si sente solo il fruscio del vento e ogni verso di animale, anche in lontananza, ci fa drizzare le orecchie. La prima volta nel sentire il guaito della volpe verrebbe voglia di tornarsene a casa, ma poi per fortuna ci si fa l’abitudine.
Capita di sentire rumore tra le fronde degli alberi e illuminando velocemente non è raro scorgere scoiattoli che mangiano le ghiande o uccelli che si alzano in volo. Anche in mezzo all’erba o alle rocce possiamo notare puntini bianchi luminosi, sono gli occhi dei nostri amici a 4 zampe che riflettono la luce della pila. Un fruscio e uno strano rumore vicino ad un ammasso di foglie una volta mi hanno voltato verso un cinghialino che cercava il suo pasto notturno, è scappato appena l’ho illuminato, chissà la sua mamma dov’era! In lontananza qualche ululato l’ho sentito da Campo Cecina, i lupi sugli Appennini sono abbastanza comuni ormai, ma non mi è mai capitato di scorgerne uno neanche durante il tragitto.
A giugno-luglio possiamo trovare molte lucciole a farci compagnia anche molto vicine. Ad essere sinceri il coleottero non è granché bello da vicino, è sempre attratto dalle nostre lucine e dal monitor del pc portatile e a volte ne possiamo individuare un bel numero nelle vicinanze. Quale occasione migliore per scattare foto a posa lunga con la reflex dove le luci intermittenti di decine di lucciole formano combinazioni fiabesche?
Un’altra occasione particolare si è presentata nello scorso luglio, quando un gatto semi selvatico mi è passato improvvisamente a tutta velocità sotto il treppiede del telescopio toccando i cavi di ripresa (ho dovuto rifare l’allineamento alla Polare perché si era leggermente spostata la montatura!). Ma la sorpresa quale è stata? Poco dopo me lo sono ritrovato vicino con un topolino di campagna in bocca a titolo di dono o trofeo. Purtroppo la vita del topolino è durata poco, ma questa è la natura…..
Una serata sul campo va vissuta con attenzione e ci può dare l’occasione di incontrare e fotografare, anche se con difficoltà, animali che altrimenti difficilmente potremmo vedere liberi nel loro habitat. Nel ritorno a casa a notte fonda, si possono scorgere a bordo strada vicino al bosco, procioni, istrici, volpi, cerbiatti, gli immancabili cinghiali, anche rospi! Una volta ho fermato l’auto per far attraversare un gruppetto di piccolissime volpi.
Normalmente questi animali scappano veloci ma a volte restano abbagliati dai nostri fari, e allora telefonino o macchina fotografica sempre pronta col flash impostato.
Qualche avvertenza che dobbiamo assumere per non incorrere in situazioni che potrebbero essere potenzialmente pericolose:
Per concludere, la bellezza di una serata di osservazione e/o astrofotografia in mezzo alla natura può riservare grandi sorprese e magari qualche piccolo spavento, ma sicuramente con la dovuta prudenza può risultare emozionante e indimenticabile. Se poi ci siamo divertiti a fotografare la Via Lattea e per qualche ora anche una bella nebulosa cosa vogliamo di più?





































