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Astronomiamo – Diretta streaming di aggiornamento astronomico

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astronomiamo

30 marzo: Diretta streaming di aggiornamento astronomico

Tutti i dettagli su www.astronomiamo.it

Mission impossible per l’Event Horizon Telescope

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L’immagine illustra una simulazione numerica relativa al moto del gas magnetizzato che ruota attorno al buco nero emettendo onde radio in banda millimetrica. Si nota anche come viene piegata e assorbita la luce dal buco nero. Crediti: M. Moscibrodzka, T. Bronzwaar & H. Falcke
L’immagine illustra una simulazione numerica relativa al moto del gas magnetizzato che ruota attorno al buco nero emettendo onde radio in banda millimetrica. Si nota anche come viene piegata e assorbita la luce dal buco nero. Crediti: M. Moscibrodzka, T. Bronzwaar & H. Falcke

Se il 2016 è stato l’anno delle onde gravitazionali, il 2017 non sarà da meno. C’è tanta attesa ed entusiasmo, ma anche qualche apprensione, per quella che è stata definita la “foto del secolo”, o forse di sempre, che avrà come obiettivo l’orizzonte degli eventi di un buco nero.

Otto radiotelescopi sparsi sul globo uniranno le loro forze agendo virtualmente come una singola, potente antenna delle dimensioni della Terra. L’Event Horizon Telescope (Eht), un nome appropriato per significare l’importanza di questa impresa titanica, punterà le antenne verso il centro della Via Lattea, cercando di spiare il buco nero che si cela nel nucleo della nostra galassia. Se questo tentativo avrà successo, le spettacolari immagini, che saranno pubblicate tra la fine di quest’anno e gli inizi del 2018, potrebbero aiutare gli astronomi a verificare le predizioni di Einstein e conoscere più da vicino non solo Sagittarius A* (Sgr A*) ma anche il buco nero supermassivo della galassia ellittica gigante M87, l’altro obiettivo dell’esperimento.

Le precedenti osservazioni di Sgr A*, realizzate con un network di radiotelescopi che operano a frequenze radio più basse rispetto all’Eht, hanno fornito solo immagini indicative, dalla forma a blob, poiché non sfruttavano un elevato potere risolutivo. Le misure fatte finora con l’Eht hanno invece raggiunto una risoluzione angolare intorno ai 60 microsecondi d’arco. Nonostante questa spettacolare risoluzione angolare (equivalente al diametro sotteso da una mela posta sulla superficie della Luna), queste misure non hanno consentito di ottenere un’immagine della sorgente, perché il network era costituito da soli 3-4 elementi. Ma c’è qualche speranza, poiché il coinvolgimento di altri strumenti in banda millimetrica come Alma (Cile) e il South Pole Telescope (Antartide), rispetto alla rete di radiotelescopi situati in Hawaii, Spagna, Messico e Arizona, permetterà di migliorare la risoluzione angolare e le aspettative in termini della ricostruzione delle immagini.

Ciriaco Goddi, , BlackHoleCam project scientist alla Radboud University, Nijmegen, in Olanda e astronomo presso l’Alma Regional Center a Leiden, sempre in Olanda

«Un elemento fondamentale per l’attuazione di questo piano è l’Atacama Large Millimeter Array (Alma), che è il radiotelescopio più sensibile mai costruito in banda millimetrica, situato nel deserto di Atacama nelle Ande Cilene, a 5100 m sul livello del mare, il deserto più alto e secco al mondo», spiega a Media Inaf Ciriaco GoddiBlackHoleCam project scientist alla Radboud University, Nijmegen, in Olanda e astronomo presso l’Alma Regional Center a Leiden, sempre in Olanda. «Alma è un insieme di 50 antenne singole di 12 metri di diametro, per il quale è stato sviluppato un dispositivo (detto beamformer) in grado di aggregare l’intera area di raccolta dell’array in un unico elemento: in tale sistema tutte le 50 antenne sono combinate per agire congiuntamente come un unico elemento gigante (equivalente ad un radiotelescopio di ben 84 metri di diametro) all’interno dell’Eht. L’inserimento di questo “fuoriclasse” nella rete di radiotelescopi è ciò che consentirà un salto di qualità nelle prestazioni dell’Eht, sia in termini di risoluzione che di sensibilità, permettendo così di “mettere a fuoco” il buco nero supermassiccio al centro della nostra Via Lattea».

Operando insieme, le antenne simuleranno un singolo gigantesco strumento delle dimensioni della Terra che sarà in grado di “vedere” direttamente l’orizzonte degli eventi, quel confine che circonda i buchi neri dove tutto ciò che passa non torna mai più indietro, e rivelare la cosiddetta “ombra” di Sgr A*. Di fatto, grazie alla tecnica dell’interferometria radio a lunghissima linea di base (Vlbi), si otterrà il livello più alto di risoluzione spaziale di ogni altro attuale strumento astronomico. Nel caso di Sgr A*, che si estende per circa 24 milioni di chilometri (circa 17 volte più grande del Sole) e che si trova a 26 mila anni-luce, “scattare una foto” è una missione impossibile: il raggio di Schwarzschild risulta decisamente piccolo (10 microsecondi d’arco).

«Una cosa da tener presente è che noi non risolveremo 10 microsecondi d’arco», fa notare Goddi. «Infatti, grazie all’effetto della lente gravitazionale dovuta all’enorme gravità attorno all’orizzonte degli eventi, lo spaziotempo viene talmente “curvato” che il raggio di 10 microsecondi d’arco diventa in realtà (visto da noi) 25 microsecondi d’arco. Perciò la dimensione (angolare) dell’ombra del buco nero, creata dall’orizzonte degli eventi, vista da Terra, sarà di 50 microsecondi d’arco. È questa la risoluzione angolare che EHT può raggiungere facilmente».

L’immagine illustra una simulazione numerica relativa a un getto relativistico che ha origine nel buco nero e che emette onde radio (banda di frequenza 50 GHz o lunghezza d’onda di 7mm). Si nota il disco di materia che accresce al centro del buco nero e i due getti simmetrici in direzione perpendicolare al disco. Crediti: T. Bronzwaar, M. Moscibrodzka, & H. Falcke

Nonostante ciò, gli astronomi sperano di poter vedere le regioni immediatamente più esterne dove il gas viene trascinato nel disco di accrescimento che circonda il buco nero e come la materia viene espulsa lungo i getti. La speranza è anche quella di poter definire la dimensione e la forma dell’orizzonte degli eventi e verificare se la relatività generale sia ancora valida in condizioni estreme. Gli scienziati hanno eseguito tantissime simulazioni per analizzare le possibili configurazioni che può assumere il gas e in tutti i casi la scelta è caduta sul valore di 1,3 mm. In altre parole, per penetrare la nube di polveri e “vedere” l’orizzonte degli eventi, occorrerà che il gas caldo si trovi in prossimità di questa zona di non ritorno mostrandosi luminoso e brillante a questa lunghezza d’onda, così come sperano gli astronomi. Inoltre, la luce dovrà propagarsi senza trovare particolari ostacoli arrivando a Terra, dopo aver attraversato l’atmosfera, fino a raggiungere le parabole dei radiotelescopi: ancora una volta, la scelta di utilizzare una lunghezza d’onda di 1,3 mm (230 GHz) sembra essere quella giusta.

Diversi gruppi hanno già sviluppato una serie di algoritmi per ricostruire le immagini dalle osservazioni, che permetteranno di limitare imperfezioni derivanti dalle prestazione degli strumenti o la presenza di rumore causati dall’atmosfera terrestre. I ricercatori sperano anche di realizzare dei filmati relativi al moto del gas, spingendo oltre i limiti le capacità di imaging degli stessi algoritmi. Queste osservazioni potrebbero aiutare gli scienziati a comprendere come alcuni oggetti supermassivi in altre galassie appaiano estremamente attivi, risucchiando voracemente materia ad un ritmo forsennato ed espellendo il resto lungo spettacolari getti relativistici che si estendono nello spazio fin oltre la galassia ospite, mentre altri come Sgr A* sembrano essere a dieta.

L’immagine illustra il risultato aspettato dalle imminenti osservazioni con l’Eht, dove l’immagine simulata del plasma intorno al buco nero è stata ricostruita usando uno degli algoritmi costruiti ad-hoc per l’esperimento (eht-imaging). Come si può notare, l’immagine non è del tutto fedele alle simulazioni numeriche (come quella della figura in apertura), ma già queste prime osservazioni potrebbero rivelare le prime indicazioni della cosiddetta ”ombra” intorno al buco nero. Crediti: C. Goddi, F. Roeloff, M. Moscibrodzka.

Secondo alcune simulazioni, le immagini dovrebbero assomigliare a quelle di una mezzaluna, anziché a un blob così come previsto da altri modelli. La forma a mezzaluna deriva dalla presenza del disco di accrescimento. Data la sua rotazione attorno al buco nero, il lato del disco che si muove verso l’osservatore diventerà più luminoso, a causa dell’effetto Doppler relativistico, mentre il lato del disco che si allontana dall’osservatore apparirà più debole. Al centro della mezzaluna crescente si dovrebbe intravedere un cerchio più scuro, la cosiddetta “ombra del buco nero”, che rappresenta effettivamente l’oggetto centrale massiccio, mentre la luce risulterà talmente deflessa a causa dall’intenso campo gravitazionale.

Ma che cosa osserverà esattamente l’Eht? «Sappiamo che l’emissione radio viene emessa da una regione molto vicina al buco nero. Più alta è la frequenza e più vicina all’orizzonte degli eventi del buco nero viene emessa la radiazione», spiega Heino Falcke del Department of Astronomy, Radboud University Nijmegen, Olanda, e presidente del consiglio scientifico dell’Event Horizon Telescope. «L’orizzonte degli eventi è una sorta di membrana unidirezionale attraverso cui qualsiasi cosa, persino la luce, può solo sparire e mai tornare indietro. Quindi, ci aspettiamo di vedere una vera “buca” di luce, circondata da un anello luminoso, che chiamiamo la “ombra” dell’orizzonte degli eventi. Ad ogni modo, nel corso dei primi anni di osservazioni la nostra risoluzione e qualità non saranno probabilmente abbastanza ottimali, perciò potremmo vedere una struttura complicata e distorta che potrebbe assomigliare molto a una “arachide”. Solo col tempo e forse sfruttando le frequenze più elevate, saremo in grado di ottenere un’immagine veramente nitida della regione più esterna del buco nero».

Heino Falcke del Department of Astronomy, Radboud University Nijmegen, Olanda, e presidente del consiglio scientifico dell’Event Horizon Telescope.

Falcke è stato il primo a proporre nel 1998 e poi nel 2000 l’idea di creare l’immagine dell’ombra del buco nero galattico. Lo scienziato ha poi sviluppato, assieme al suo team, un modello per spiegare l’origine dell’emissione radio da Sgr A* proveniente da una parte del plasma che sfugge alla morsa del buco nero sottoforma di un getto relativistico.

Le osservazioni, che saranno effettuate in una finestra temporale dal 5 al 14 aprile, per cinque notti, dovranno affrontare alcuni ostacoli.

«Il maggiore ostacolo che dovremo affrontare durante le osservazioni il prossimo mese è dato dalle condizioni climatiche, in particolare dal tasso di umidità o più precisamente dal contenuto di vapore acqueo nella troposfera», dice Goddi. «Il suo effetto non è solo quello di attenuare il già debole segnale, ma è anche quello di “distorcere” il fronte delle onde radio, per cui una volta che queste arrivano ai rivelatori non saremo in grado di ricostruire l’immagine della sorgente che le ha generate. Per questo motivo, noi astronomi del consorzio Eht di presidio nei vari telescopi dovremo decidere se dare o meno il via libera alle osservazioni sulla base di fattori climatici (in primis la colonna di vapore acqueo misurato ai telescopi nei vari siti). Io starò di base ad Alma, lo strumento di gran lunga più importante dell’esperimento, per cui da lì sarà presa la decisione se procedere con le osservazioni o no, sulla base appunto delle condizioni climatiche che saranno presenti durante quei 10 giorni nel deserto di Atacama».

«Per diversi decenni, questo buco nero si è mostrato alquanto noioso, essenzialmente come un blob regolare ed ellittico», aggiunge Falcke. «Ora, con questo esperimento, il suo aspetto dovrebbe cambiare completamente. Abbiamo una chiara predizione dalla teoria di Einstein secondo cui l’orizzonte degli eventi esiste, perciò dovremmo essere in grado di vedere almeno qualche traccia di questo orizzonte degli eventi nei nostri dati. Naturalmente, non è così semplice. Ci piacerebbe avere ancora molti altri radiotelescopi in modo da realizzare un’immagine unica. Di fatto, l’assenza di un solo strumento comprometterebbe la qualità dell’immagine in maniera significativa. Ci sono un sacco di cose che possono andar storto. Le condizioni meteo devono essere ottimali in tutti i siti sparsi sul globo e nello stesso intervallo di tempo di osservazione, il che non è sempre così. La strumentazione può non funzionare. Sono coinvolte tante componenti hi-tech, alcune delle quali sono state installate appositamente per questo esperimento. Dovremo registrare un’enorme mole di dati, dell’ordine dei petabytes, che non possiamo archiviare nelle singole stazioni e perciò parte di essi potrebbero perdersi durante il trasporto dei dischi rigidi. Le persone possono commettere errori durante le ore notturne. Ci sono oltre 30 persone che saranno inviate in questi otto osservatori per salvaguardare le prestazioni dell’esperimento oltre alla presenza degli operatori e tecnici di turno. Si tratta di un’operazione complessa, non ancora standardizzata, dove qualcosa può sempre andar storto».

Gli otto osservatori che formeranno l’Event Horizon Telescope. Crediti: BBC

La relatività generale afferma che una massa, specialmente una così massiccia equivalente a 4 milioni di soli, curvi lo spaziotempo. Questa curvatura può essere calcolata matematicamente perciò la dimensione dell’ombra prodotta da Sgr A* dovrebbe essere o uguale a quella predetta dalla teoria di Einstein oppure no. È un po’ come ripetere l’esperimento che realizzò Eddington durante l’eclisse del 1919 quand’egli misurò la deflessione dei raggi luminosi di stelle vicine al bordo solare dovuta all’azione esercitata dal campo gravitazionale della nostra stella. Ora, quasi un secolo dopo, gli scienziati eseguiranno una misura similare il cui effetto, però, sarà moltiplicato milioni di milioni di milioni di volte in termini della curvatura dello spaziotempo.

Insomma, ottenere un’immagine risolta di Sgr A* sarebbe già un trionfo. Ma il vero obiettivo di questo esperimento è quello di utilizzare le abilità della tecnica di imaging per verificare alcuni aspetti della relatività generale. Se ci sono delle deviazioni dalle idee di Einstein, così come sospettano alcuni scienziati che ipotizzano delle spiegazioni più complete della gravità, allora è proprio in questi ambienti estremi che caratterizzano i buchi neri dove queste limitazioni potrebbero rivelarsi. «Non credo che da queste prime osservazioni potremo provare che Einstein abbia torto o ragione», conclude Falcke. «Ad ogni modo, dovremmo essere in grado di intravedere delle strutture complesse dovute alla presenza dell’orizzonte degli eventi. Questo ci permetterà di confrontare i nostri dati con le simulazioni numeriche molto dettagliate e capire meglio se e di quanto sta ruotando il buco nero e come è orientato. Entro qualche anno, le immagini dovrebbero migliorare sempre più in modo da permetterci di “vedere” in definitiva, e per la prima volta, un vero orizzonte degli eventi, l’estremità finale dello spazio e del tempo».


…e se vuoi saperne di più sui primi passi della radioastronomia in Italia, e sul mastodontico FAST, il radiotelescopio cinese dalla parabola di 500 metri più grande al mondo, leggi Coelum Astronomia 209 di marzo

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L’universo dei campi magnetici giganti

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Radio Telescope Effelsberg With a diameter of 100 meters, the Radio Telescope Effelsberg is one of the largest fully steerable radio telescopes on earth. Since operations started in 1972, the technology has been continually improved (i.e. new surface for the antenna-dish, better reception of high-quality data, extremely low noise electronics) making it one of the most advanced modern telescopes worldwide.
Qui sopra una suggestiva immagine del radiotelescopio Effelsberg. Con un diametro di 100 metri, è uno dei più grandi radiotelescopi orientabili sulla Terra. Da quando ha iniziato ad essere attivo, nel 1972, la sua tecnologia è stata continuamente aggiornata e migliorata (ad esempio una nuova copertura per la superficie dell'antenna, miglior ricezione di dati di alta qualità, elettronica estremamente silenziosa) fcendo del Effelsberg uno dei più moderni telescopio al mondo. Crediti: MAX-PLANCK-Gesellschaft, MÜNCHEN

Prendono forma attorno a oggetti celesti di eccezionale grandezza e si estendono per milioni di anni luce. Parliamo dei giganteschi campi magnetici che un gruppo di astronomi guidato dal Max Planck Institute ha appena scoperto attorno agli ammassi di galassie Ciza J2242+53 grazie ai dati raccolti dal radiotelescopio Effelsberg.

Alla periferia di un colossale accumulo di materia oscura, sistemi stellari, gas caldo e particelle cariche, riposano (si fa per dire) dunque i più grandi campi magnetici che l’universo abbia conosciuto.

“Si tratta dei più estesi campi magnetici mai scoperti finora nell’Universo”, sottolinea Maja Kierdorf, prima firmataria dello studio. Secondo gli autori, “potrebbero essere persino più estesi degli stessi cluster galattici”. Ai loro margini grandi concentrazioni di sistemi stellari, gas incandescenti e particelle cariche, nascosti da materia oscura, la cui natura resta ancora un enigma per gli scienziati. (ASI News). Crediti: M. Kierdorf et al.

Lo studio, appena pubblicato su Astronomy & Astrophysics, porta la firma di un gruppo di ricercatori tedeschi che ha conseguito la scoperta analizzando i dati raccolti dal radiotelescopio Effelsberg (una parabola di 100 metri di diametro) situato nei pressi di Bad Münstereifel, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, in Germania.

Inaugurato nei primi anni Settanta, è stato per quasi 30 anni il più grande radiotelescopio orientabile del mondo, e sotto la gestione del Max Planck Institute for Radio Astronomy di Bonn è stato perlopiù impiegato per l’osservazione di pulsar, polvere interstellare, getti di materia emessi da buchi neri e nuclei di galassie molto distanti. Ora ci regala una scoperta affascinante, quella del più ampio campo magnetico mai rilevato nell’universo e che, secondo i ricercatori, potrebbe avere un’estensione anche maggiore dello stesso ammasso. «Fra i cinque e i sei milioni di anni luce», spiega Maja Kierdorf del Max Planck prima firmataria dell’articolo.

Gli ammassi di galassie sono le più maestose strutture che la gravità tenga insieme nel nostro universo. Con un “ingombro” tradizionalmente calcolato in una decina di anni luce, ovvero 100 volte il diametro della Via Lattea, sono casa di un grandissimo numero di sistemi stellari. Minestrone di gas caldo, particelle, campi magnetici e materia oscura.

Gli eccezionali campi magnetici rilevati dagli astronomi tedeschi potrebbero essere una diretta conseguenza della collisione tra i due ammassi galattici ad altissima velocità. Matthias Hoeft, del Thüringer Landessternwarte Tautenburg, ha sviluppato un metodo che permette di determinare il rapporto tra la velocità relativa delle nubi di gas in collisione e la velocità del suono, utilizzando il grado di polarizzazione osservato. Risultato: lo scontro fra gli ammassi avviene alla folle velocità di 2000 chilometri al secondo.

Per saperne di più:

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I mille volti di Chury

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Showcase of the different types of changes identified in high-resolution images of Comet 67P/Churyumov–Gerasimenko during more than two years of monitoring by ESA’s Rosetta spacecraft. Copyright Top centre images: ESA/Rosetta/NAVCAM, CC BY-SA 3.0 IGO; all others: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA
Una collezione dei diversi tipi di cambiamenti registrati, ad alta risoluzione, sulla superficie della 67P/Churyumov–Gerasimenko, ripresi durante più di due anni di monitoraggio da parte della sonda dell'ESA Rosetta. Copyright immagini in alto al centro: ESA/Rosetta/NAVCAM, CC BY-SA 3.0 IGO; tutte le altre: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA
Un'animazione che mostra il costone roccioso Aswan prima e dopo il crollo della parete. Copyright ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA; F. Scholten & F. Preusker

Crolli di pareti rocciose che portano alla luce grandi concentrazioni di ghiaccio, massi che rotolano sul fondovalle per decine di metri. È un panorama sorprendente e in continuo cambiamento quello della superficie del nucleo della cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, ripreso tra il 2014 e il 2016 dalla camera a immagini Osiris (Optical, Spectroscopic, and Infrared Remote Imaging System) a bordo della missione Rosetta dell’ESA e che emerge dai risultati di due differenti articoli pubblicati sulle riviste ScienceNature Astronomy. Nei due team internazionali che hanno condotto le indagini sono coinvolti scienziati di varie università e istituti di ricerca italiani, tra cui gli astronomi dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) Gabriele CremoneseMarco Fulle.

Le indagini ottenute con Osiris, strumento che vede un significativo contributo italiano, il cui canale a grande angolo è stato realizzato dal Cisas (Centro di Ateneo di Studi e Attività Spaziali dell’Università di Padova) per l’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana, e Inaf, hanno permesso di osservare per la prima volta le variazioni di strutture sulla superficie del nucleo di una cometa durante il suo passaggio al perielio – ovvero la porzione della traiettoria che si avvicina maggiormente al Sole – e comprendere con maggiore precisione i meccanismi che modellano la superficie stessa.

Immagine della camera a campo stretto (NAC) di OSIRIS del crinale Aswan presa il 26 dicembre 2015 a 77,05 chilometri dalla superficie del nucleo della cometa. La risoluzione dell’immagine è di 1,41 metri per pixel. La freccia bianca indica la regione brillante dovuta a ghiaccio d’acqua esposto. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

L’articolo pubblicato su Nature Astronomy, a prima firma di Maurizio Pajola, ricercatore italiano presso il centro Nasa/Ames per il Cisas-Università di Padova, descrive il distacco rovinoso di una parte di materiale del costone roccioso denominato Aswan e situato nella regione Seth del nucleo di 67P.

Il 10 luglio del 2015 oltre 57 mila metri cubi di materiale sono precipitati verso valle per circa 150 metri, accompagnati da un violento getto di polvere e gas osservato dalla Navigation Camera di Rosetta.

Immagine della NavCam di Rosetta presa il 10 luglio 2015 a 156,58 chilometri di distanza dal nucleo della cometa 67P. La risoluzione dell’immagine è di 15,81 metri per pixel. La freccia bianca mostra l’outburst prodotto dal collasso del crinale Aswan (in ombra in questa ripresa). Crediti: ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0.

Dopo cinque giorni, le riprese della zona ottenute da Osiris hanno non solo confermato il crollo ma hanno messo in evidenza che l’evento aveva esposto una zona interna del nucleo assai brillante: oltre sei volte quella della superficie circostante, molto scura.

I ricercatori ritengono assai probabile che la regione brillante esposta dopo il crollo sia composta da ghiaccio. «Ai miei studenti dico che le comete sono tra i corpi celesti più variabili nell’universo» commenta Cremonese, astronomo dell’Inaf di Padova. «In questo caso la 67P ci ha veramente stupito in quanto in Aswan la temperatura è variata di 200 kelvin in 20 minuti. Per un corpo ricco di ghiaccio d’acqua può avere effetti realmente catastrofici».

La cometa cambia: nuove fratture e rocce in movimento nella zona chiamata Anuket. Le immagini sono state riprese con la camera OSIRIS a vordo di Rosetta (dall'alto) il 14 febbraio 2015, 15 giugno 2016 e il 6 giugno 2016 con una risoluzione di 0,3 m/pixel, 0,5 m/pixel e 0,5 m/pixel, rispettivamente. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Il secondo articolo, pubblicato sulla rivista Science e guidato da Mohamed Ramy El-Maarry, ora all’Università di Boulder in Colorado (Usa), ha passato in rassegna le trasformazioni della superficie della cometa 67P registrate dalla missione Rosetta dall’estate del 2014 fino alla sua conclusione, nel settembre del 2016, quando la sonda si è definitivamente posata sul nucleo cometario.

Il team ha evidenziato l’estremo dinamismo geologico della cometa, che in un periodo di tempo così limitato ha fatto registrare crolli di fianchi rocciosi – come nell’evento di Aswan – o fratture superficiali che si aprono e si allargano, massi che cambiano posizione spostandosi di decine di metri, ma anche piogge di detriti che vanno a ricoprire alcune zone della superficie.

Episodi questi legati a fenomeni che si verificano sulla cometa: quelli di tipo erosivo, quelli legati a brusche variazioni di temperatura o legati alla sublimazione del ghiaccio intrappolato nell’interno del nucleo, fino a quelli dovuti a sollecitazioni di tipo meccanico generate dalla rapida rotazione del nucleo. «I due lavori scientifici sono i primi a descrivere i cambiamenti di superficie osservati da Osiris su 67P, che riguardano principalmente l’emisfero nord, l’unico osservato a buona risoluzione all’arrivo e due anni dopo», commenta Fulle, astronomo dell’Inaf di Trieste. «I cambiamenti maggiori riguardano invece l’emisfero sud, che al perielio ha perso due metri di spessore medio – in parte disperso nello spazio, in parte trasferito nei depositi di ciottoli e massi sull’emisfero nord – ma che è stato osservato troppo da lontano e comunque su periodi troppo brevi per carpirne i dettagli. I cambiamenti osservati suggeriscono che la maggior parte della topografia del nucleo cometario sia stata modellata prima del 1959, ossia su orbite diverse dall’attuale».

Guarda il servizio video su Inaf Tv:

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature Astronomy l’articoloThe pristine interior of comet 67P revealed by the combined Aswan outburst and cliff collapse“, di M. Pajola, S. Höfner, J.B. Vincent, N. Oklay, F. Scholten, F. Preusker, S. Mottola, G. Naletto, S. Fornasier, S. Lowry, C. Feller, P.H. Hasselmann, C. Güttler, C. Tubiana, H. Sierks, C. Barbieri, P. Lamy, R. Rodrigo, D. Koschny, H. Rickman, H.U. Keller, J. Agarwal, M.F. A’Hearn, M.A. Barucci, J.-L. Bertaux, I. Bertini, S. Besse, S. Boudreault, G. Cremonese, V. Da Deppo, B. Davidsson, S. Debei, M. De Cecco, J. Deller, J.D.P. Deshapriya, M.R. El-Maarry, S. Ferrari, F. Ferri, M. Fulle, O. Groussin, P. Gutierrez, M. Hofmann, S.F. Hviid, W.-H. Ip, L. Jorda, J. Knollenberg, G. Kovacs, J.R. Kramm, E. Kührt, M. Küppers, L.M. Lara, Z.-Y. Lin, M. Lazzarin, A. Lucchetti, J.J. Lopez Moreno, F. Marzari, M. Massironi, H. Michalik, L. Penasa, A. Pommero, E. Simioni, N. Thomas, I. Toth, E. Baratti
  • Leggi su Science l’articolo  “Surface changes on comet 67P/Churyumov-Gerasimenko suggest a more active past” di M. Ramy El-Maarry, O. Groussin, N. Thomas, M. Pajola, A.-T. Auger, B. Davidsson, X. Hu, S. F. Hviid, J. Knollenberg, C. Güttler, C. Tubiana, S. Fornasier, C. Feller, P. Hasselmann, J.-B. Vincent, H. Sierks, C. Barbieri, P. Lamy, R. Rodrigo, D. Koschny, H. U. Keller, H. Rickman, M. F. A’Hearn, M. A. Barucci, J.-L. Bertaux, I. Bertini, S. Besse, D. Bodewits, G. Cremonese, V. Da Deppo, S. Debei, M. De Cecco, J. Deller, J. D. P. Deshapriya, M. Fulle, P. J. Gutierrez, M. Hofmann, W.-H. Ip, L. Jorda, G. Kovacs, J.-R. Kramm, E. Kührt, M. Küppers, L. M. Lara, M. Lazzarin, Z.-Yi Lin, J. J. Lopez Moreno, S. Marchi, F. Marzari, S. Mottola, G. Naletto, N. Oklay, A. Pommerol, F. Preusker, F. Scholten, X. Shi

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I Venerdì dell’Universo 2017

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venerdi UniversoTornano anche quest’anno I Venerdì dell’Universo, organizzati dal Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra dell’Università degli studi di Ferrara e dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare in collaborazione con il Gruppo Astrofili Columbia e Coop. Sociale Camelot. L’iniziativa, nata come una serie di seminari di approfondimento e aggiornamento su temi di Astronomia e Astrofisica, si è progressivamente evoluta diventando una manifestazione dedicata alla divulgazione scientifica nel senso più ampio del termine. I Venerdì dell’Universo si rivolgono a tutta la cittadinanza, in particolar modo ai giovani, nella speranza che possano aiutarli a maturare non solo curiosità ma anche spunti per i loro studi professionali e amatoriali.

03.02: “Onde gravitazionali: come si rivelano, cosa potremo imparare” di Francesco FIDECARO.

10.02: “Uomini, Web-Bot e Robot: chi controlla chi? Dino LEPORINI.

24.02: “Origine e conseguenze del sisma in Italia centrale” di Mario TOZZI.

10.03: “Interfacce tra il cervello e i computer” di Luciano FADIGA.

24.03: “Antartide: un anno su Marte Bianco, tra curiosità e scienza” di Luciano MILANO.

31.03: “Nello spazio alla ricerca dell’universo invisibile” di Giuseppe MALAGUTI.

Per informazioni: Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra via G. Saragat, 1 – Tel. 0532/ 974211 – venerdiuniverso@fe.infn.it – fst.unife.itwww.fe.infn.it

Le conferenze possono essere seguite anche in streaming dal sito dell’Università: www.fe.infn.it/venerdi/streaming

Congiunzione Luna e Mercurio

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Una sottilissima falce di Luna crescente di solo un giorno, potrà aiutare gli astrofili a rintracciare il più debole Mercurio (mag. –0,4), poco più a ovest.

I due corpi celesti saranno osservabili abbastanza bassi sull’orizzonte, a circa 12° di altezza, ma con qualche difficoltà dovuta al fatto che il Sole sarà tramontato neanche da un’ora, per cui il cielo sarà ancora chiaro.

Tramonteranno nel giro di un’ora ma, difficilmente, si potrà aspettare per l’osservazione un cielo più buio. Servirebbe un orizzonte ovest sgombro da ostacoli ma anche da foschia e inquinamento luminoso…

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Marzo

La Luna di marzo. Un approfondito e interessante articolo alla scoperta di Plato, il Grande Lago Nero, e i suoi misteri.

ASTROFOTOGRAFIA: cos’è e come si riprende la Luce Zodiacale

➜ Riprendiamo La Luce Cinerea della Luna


Tutti consigli per l’osservazione del cielo di marzo su Coelum Astronomia 209

Leggilo subito qui sotto online, è gratuito!

Viaggio nel Cosmo Appunti di Astronomia all’esplorazione di pianeti, stelle e galassie

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Flyer_2017_MAR

Lunedì 27 marzo, ore 18.30
Cosmologia. L’origine della costante cosmologica

Relatore: Prof. Edoardo Bogatec (Circolo Culturale Astrofili Trieste).

Sala Incontri del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, via dei Tominz 4.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

INFO:
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

tel: 040 675 4603 / 040 375 8662
web: www.museostorianaturaletrieste.it
mail: sportellonatura@comune.trieste.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste
web: www.astrofilitrieste.it
mail: info@astrofilitrieste.it

ATROINIZIATIVE UAI

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Tutti i primi lunedì del mese:

UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI

In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito. Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi. telescopioremoto.uai.it.

24-26 marzo XXI Meeting Nazionale di Gnomonica L’immancabile appuntamento nazionale per tutti gli appassionati di gnomonica e quadranti solari, promosso dalla Sezione UAI Quadranti Solari, si svolgerà quest’anno a cura del Gruppo Gnomonisti Trevigiani presso l’Auditorium del Palazzo Celestino Piva a Vadobbiadene (TV). Per maggiori info ed invio di proposte di memorie e relazioni, consultare il sito web di sezione. http://quadrantisolari.uai.it

Hubble individua una stella vagabonda e rivela la fine di un sistema stellare multiplo

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Questo mosaico ci mostra la Kleinmann-Low Nebula, parte della più famosa Nebulosa di Orione. È composto da diversi scatti del Telescopio Spaziale Hubble sia in luce ottica che nel vicino infrarosso. Le riprese nell'infrarosso permettono di scrutare attraverso la polvere della nebulosa e mettere in evidenza le stelle all'interno. Le stelle così rivelate sono, nell'immagine, dalla colorazione rosso brillante. Crediti: NASA, ESA / Hubble

Il telescopio spaziale Hubble ha trovato l’anello mancante di un defunto sistema stellare multiplo all’interno della Nebulosa di Orione, distante 1300 anni luce dalla Terra.

Recenti osservazioni nell’infrarosso hanno rivelato la presenza di due stelle dirette a tutta velocità in direzioni opposte. Ricostruendo il loro moto, gli scienziati si sono accorti che le due stelle si trovavano nello stesso punto circa 540 anni fa, suggerendo che facessero parte di un sistema multiplo. L’energia attuale dei due astri, però, è nettamente minore di quella calcolata dagli scienziati.

Ora, nuove osservazioni effettuate da Hubble potrebbero aver risolto questo affascinante mistero cosmico, con l’individuazione di una terza stella che avrebbe fatto parte dello stesso sistema e che starebbe oggi trasportando l’energia ‘mancante’.

Credits: NASA, ESA, K. Luhman (Penn State University), M. Robberto (STScI) and Z. Levy (STScI)

«Le nuove osservazioni di Hubble forniscono prove molto convincenti a favore del fatto che le tre stelle siano state espulse da un sistema stellare multiplo,» spiega Kevin Luhman della Penn State University, che ha guidato lo studio pubblicato sul The Astrophysical Journal Letters. «Non è la prima volta che osserviamo stelle espulse da sistemi multipli. Tuttavia, queste tre stelle sono i più giovani esempi di questo fenomeno, avendo poche centinaia di migliaia di anni di età. Le immagini all’infrarosso rivelano che queste stelle sono talmente giovani che potrebbero ancora essere circondate dal disco di materiale rimasto dalla loro formazione».

Le tre stelle stanno sfrecciando attraverso la nebulosa a una velocità circa 30 volte superiore alla media della popolazione locale. Ancora non è chiaro, però, quale drammatica interazione gravitazionale abbia portato allo scioglimento del loro sistema. «Non ci sono molti altri esempi, soprattutto in ammassi così giovani,» prosegue Luhman.

La posizione della stella vagabonda, e le immagini precedenti di confronto, che ne mostrano il veloce moto rispetto alle stelle al contorno. Cliccare per ingrandire. Credits: NASA, ESA, K. Luhman (Penn State University), M. Robberto (STScI) and Z. Levy (STScI)

Gli scienziati si sono imbattuti nella terza stella nell’ambito di una campagna di ricerca di pianeti interstellari all’interno della Nebulosa di Orione. Confrontando le immagini della stessa regione di cielo scattate prima nel 1998 dallo spettrometro NICMOS e poi nel 2015 dalla Wide Field Camera 3, gli astronomi hanno notato la presenza di una stella particolarmente veloce. I calcoli mostrano che la stella sta viaggiando a una velocità di oltre 200 mila chilometri orari.

Ricostruendo il moto passato della stella, gli scienziati hanno determinato che, intorno all’anno 1470, l’astro si trovava nello stesso punto delle altre due stelle già note. La prima stella era stata scoperta nel 1967; tuttavia, il suo moto anomalo era rimasto sconosciuto fino al 1995. Le due stelle già note sono caratterizzate da velocità di 96 e 35 mila chilometri orari, rispettivamente.

L’evento responsabile della distruzione del sistema multiplo potrebbe essere stato l’eccessivo avvicinamento di una delle stelle a una compagna e la conseguente formazione di un sistema binario.

Per approfondire

Lo studio pubblicato sul The Astrophysical Journal Letters: New Evidence for the Dynamical Decay of a Multiple System in the Orion Kleinmann–Low Nebula* di K. L. Luhman, M. Robberto, J. C. Tan, M. Andersen, M. Giulia Ubeira Gabellini, C. F. Manara, I. Platais, and L. Ubeda (Volume 838, Number 1).

I segreti nascosti delle Nubi di Orione

Nella luce della Nebulosa di Orione di Salvatore Albano,  Coelum n.166 – 2013 alla pagina 54


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Accademia delle Stelle

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Accademia delle Stelle Marzo 2017

Fino a lunedì 3 aprile ospitiamo il Corso teorico di astronomia generale: un ciclo di conferenze settimanali che offre uno sguardo su argomenti raramente trattati nei corsi divulgativi. Scopriremo quali leggi fisiche agiscono nei più importanti fenomeni astronomici, per comprendere l’universo e la scienza che lo studia: approfondimenti di grandissimo interesse per gli appassionati. Un modulo riguarderà anche la meccanica quantistica.

– Gli incontri si svolgeranno tutti i lunedì dalle 21 alle 22.30 presso la nostra sede: sala conferenze San Gregorio Barbarigo, di fronte alla Metro B.

Info: Tel 349 7245167, eventi@ accademiadellestelle.org
Facebook: www.facebook.com/accademia.dellestelle
www.accademiadellestelle.org

Le prossime conferenze:

Lunedì 20 marzo: “Le dimensioni dell’Universo”.
Un taglio storico per approfondire l’argomento delle distanze astronomiche. In dettaglio: Parallasse, Cefeidi, Supernovae Ia e le altre candele standard, costante di Hubble e Oscillazioni di Massa Barionica. Sul filo tra scienza e umanesimo.

Riduzioni per i lettori di Coelum Astronomia.
Info: www.accademiadellestelle.org/corsi

La materia oscura è meno rilevante nell’Universo primordiale

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Una rappresentazione schematica di galassie a disco in rotazione nell'Universo primordiale (a destra) e al giorno d'oggi (a sinistra). Come si può vedere, le curve di rotazione ottenute dalle rilevazioni fatte con il VLT (Very Large Telescope) dell'ESO infatti, invece che essere piatte, scendono significativamente all'aumentare del raggio. Ovvero, le parti esterne delle galassie distanti ruotano più lentamente delle zone corrispondenti nelle galassie dell'Universo locale. I dischi di galassie con formazione stellare massiccia nell'Universo primordiale, quindi, erano meno influenzati dalla materia oscura (mostrata in rosso) che doveva essere meno concentrata. Crediti: ESO

Nuove osservazioni indicano che le galassie massicce, con alta formazione stellare, fossero dominate da materia barionica o “normale” durante il picco della formazione delle galassie, 10 miliardi di anni fa. Questo in netto contrasto con le galassie odierne, in cui gli effetti della misteriosa materia oscura sembrano essere molto maggiori. Questo risultato sorprendente è stato ottenuto con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e suggerisce che la materia oscura fosse meno rilevante nell’Universo primordiale di quanto sia oggi.

La ricerca viene presentata in quattro diversi articoli, uno dei quali pubblicato il 15 marzo dalla rivista Nature.

Quello che noi riusciamo oggi a osservare, è la materia ordinaria sotto forma di stelle brillanti, gas incandescente e nubi di polvere. Ma la materia oscura, più sfuggente, non emette, assorbe o riflette la luce e ne abbiamo potuto rivelare l’esistenza solo per mezzo dei suoi effetti gravitazionali. La presenza di materia oscura può infatti spiegare perché le zone esterne delle galassie a spirale ruotano più velocemente di quello che ci aspetterebbe se fosse presente solo la materia ordinaria che possiamo vedere direttamente. I nuclei delle galassie a spirale, infatti, mostrano un’alta concentrazione di stelle, ma la densità di materia luminosa diminuisce verso la periferia. Se la massa di una galassia consistesse solamente di materia normale (barionica), le zone esterne meno dense dovrebbero ruotare più lentamente delle regioni più dense al centro. Ma le osservazioni di galassie a spirale vicine mostrano che le zone interne ed esterne, di fatto, ruotano più o meno alla stessa velocità. Queste “curve di rotazione piatte” indicano che le galassie a spirale devono contenere grandi quantità di materia non luminosa disposta in un alone di materia oscura che circonda il disco galattico.

Ora un’equipe internazionale di astronomi, guidati da Reinhard Genzel del Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics in Garching, Germania, ha usato gli strumenti KMOSSINFONI montati sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO in Cile  per misurare la rotazione di sei galassie massicce, con alta formazione stellare, nell’Universo distante, al picco della formazione delle galassie 10 miliardi di anni fa.

Ciò che hanno trovato è molto interessante: diversamente dalle galassie a spirale dell’Universo attuale, le regioni esterne di queste galassie distanti sembrano ruotare più lentamente delle regioni centrali – suggerendo che ci fosse meno materia oscura di quanto previsto. Questo nuovo risultato non mette in discussione la necessità di materia oscura come componente fondamentale dell’Universo o la sua quantità totale. Piuttosto suggerisce che la materia oscura fosse distribuita differentemente all’interno e intorno ai dischi delle galassie ai primordi, se confrontata con quanto accade oggi. Infatti…

«Sorprendentemente, le velocità di rotazione non sono costanti, ma diminuiscono a mano a mano che ci si allontana dal centro della galassia», commenta Reinhard Genzel, primo autore dell’articolo su Nature. «Ci sono probabilmente due cause. La prima: la maggior parte di queste galassie sono fortemente dominate da materia ordinaria, mentre la materia oscura gioca un ruolo molto inferiore rispetto all’Universo locale. La seconda: questi dischi primordiali erano molto più turbolenti delle galassie a spirale che vediamo nei nostri dintorni cosmici».

Entrambi gli effetti sembrano diventare più evidenti a mano a mano che gli astronomi guardano più indietro nel tempo, nell’Universo primordiale. Ne consegue che 3 o 4 miliardi di anni dopo il Big Bang il gas nelle galassie si fosse già condensato in un disco piatto e rotante, mentre l’alone di materia oscura che le circonda rimanesse molto più grande e più diffuso. Apparentemente, sono occorsi molti più miliardi di anni perché anche la materia oscura si condensasse, così il suo effetto dominante sulla velocità di rotazione del disco galattico viene visto solo oggi.

Questa spiegazione è consistente con le osservazioni che mostrano che le galassie primordiali avevano molto più gas ed erano più compatte delle galassie di oggi.

Le sei galassie descritte in questo studio appartengono a un campione più ampio, di un centinaio di galassie a disco distanti e con alta formazione stellare. Oltre alle misure individuali citate prima, è stata creata una curva di rotazione media combinando i segnali più deboli delle altre galassie. La curva composita mostra la stessa tendenza – la velocità diminuisce allontanandosi dal centro della galassia – così come lo studio di altri 240 dischi con alta formazione stellare.

Modelli dettagliati mostrano che mentre la materia ordinaria oggi di solito costituisce in media metà della massa totale di tutte le galassie, nelle galassie ai redshift più alti ne domina invece completamente la dinamica.

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “Strongly baryon-dominated disk galaxies at the peak of galaxy formation ten billion years ago“, di R. Genzel, N. M. Förster Schreiber, H. Übler, P. Lang, T. Naab, R. Bender, L. J. Tacconi, E. Wisnioski, S. Wuyts, T. Alexander, A. Beifiori, S. Belli, G. Brammer, A. Burkert, C. M. Carollo, J. Chan, R. Davies, M. Fossati, A. Galametz, S. Genel, O. Gerhard, D. Lutz, J. T. Mendel, I. Momcheva, E. J. Nelson, A. Renzini, R. Saglia, A. Sternberg, S. Tacchella, K. Tadaki e D. Wilman

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Primavera in arrivo, tempo di Maratona Messier!

I 110 oggetti Messier, in un poster costruito sulle immagini riprese da Rolando Ligustri. Non sarà così che li vedrete al telescopio, ma la soddisfazione di riuscire a individuarli tutti in una sola notte, ripaga della differenza tra quello che vediamo nelle fotografie e quello che i nostri occhi riescono a osservare.
Claudio Pra pronto per l'inizio della sua Maratona Messier

La Maratona Messier consiste in una sfida osservativa che coinvolge appassionati e astrofili di tutto il mondo in una sessione di osservazione che impegna tutta la notte.

La sfida è quella di riuscire a osservare in una notte tutti i 110 oggetti del famoso catalogo redatto all’astronomo Francese Charles Messier. In genere si può tentare l’impresa ogni anno, a cavallo dell’equinozio di primavera, nel momento in cui tutti gli oggetti Messier risultano visibili nell’arco di una notte.

I 110 oggetti Messier, in un poster costruito con le immagini riprese da Rolando Ligustri. Non sarà così che li vedrete al telescopio, ma la soddisfazione di riuscire a individuarli tutti in una sola notte, vedendoli come Messier li ha visti quando ha compilato il suo catalogo, ripaga della differenza tra quello che vediamo nelle astrofotografie di oggi e quello che i nostri occhi riescono a osservare. Con la maratona ha in comune solo gli oggetti, ma trovate i racconti della costruzione di un poster messier su: www.coelum.com/coelum/archivio/articoli/il-primo-poster-italiano-di-tutto-il-catalogo-messier di Rolando Ligustri e www.coelum.com/coelum/archivio/articoli/il-mio-poster-messier di Andrea Pistocchini.

Bisogna dire però che dall’Italia è quasi impossibile riuscire a coglierli tutti. Forse solo dalle estreme regioni meridionali l’impresa potrebbe materializzarsi, ma risulta comunque decisamente difficile, per l’altezza molto scarsa sull’orizzonte di alcuni oggetti. Ad esempio, più ci si trova a nord più sarà difficile  (se non impossibile) identificare l’ammasso globulare M 30 che, al momento del suo levare, si trova già immerso nella luce crepuscolare.

L’obbiettivo quindi è… osservarne il più possibile!

Di seguito una serie di link con esperienze, curiosità e consigli utili per organizzare e portare a termine la sfida.

Per sapere come scegliere la serata migliore, il luogo e la strumentazione più adatta, e tutti i consigli per prepararsi al meglio, l’articolo completo lo potete leggere su Coelum astronomia 209 di marzo 2017 a pag. 132 (sempre in formato digitale e gratuito).

Sempre sullo stesso numero trovate poi i racconti di esperienze dirette, per capire meglio cosa ci si prepara ad affrontare, l’organizzazione, gli imprevisti ma, soprattutto, le emozioni:

TUTTO IN UNA NOTTE: la mia Maratona Messier del 2011 di Claudio Pra (che trovate anche a questo link)

La meravigliosa tenacia con cui, durante tutta la notte, combattevamo contro il meteo avverso per completare la ista era pari solo all’incantevole atmosfera di amicizia e di cameratismo che si determinò dal tramonto all’alba…” continua a leggere su: L’Esperienza di Paolo Colona

Dobbiamo vincere la competizione contro la rotazione terrestre! È indispensabile una serrata tabella di marcia che comincia con gli oggetti a ovest, prossimi al tramonto, e risale verso est, spazzando il cielo da sud a nord…” continua a leggere su: L’Esperienza di Dino Pezzella

Se poi volete affrontare la maratona in modo diverso… pur ricordando che si tratta di una sfida osservativa, Rolando Ligustri ci offre uno spunto per una Maratona Messier con il CCD.

Costruirsi il proprio elenco di oggetti da osservare (come raccomanda Claudio Pra nel suo articolo) e organizzare tutto l’occorrente fa parte del gioco… ma per chi ha poco tempo o preferisce avere tutto già pronto, in rete trovate poi moltissime risorse utili, come ad esempio sul sito dedicato alla Maratona Messier della UAI, oltre a una serie di link utili per approfondire l’argomento trovate anche:

La scheda da utilizzare per effettuare la maratona (in pdf)

L’elenco degli oggetti da non dimenticare (in pdf)

E poiché le notti migliori per affrontare la maratona sono quelle con meno disturbo lunare, non mancate di dare un occhio alle effemeridi della Luna, che trovate nella sezione Cielo del Mese.

Ora non resta che scegliere la serata più adatta e dare il via alla vostra Maratona Messier! E se vi va poi di raccontarcela, potete inserire la vostra esperienza direttamente nei commenti qui sotto.


Cieli sereni e buone osservazioni!


Coelum non è solo l’ultimo numero!
Scegli l’argomento che preferisci e inizia a leggere! E’ gratis…


Viaggio nel Cosmo Appunti di Astronomia all’esplorazione di pianeti, stelle e galassie

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Flyer_2017_MAR

Lunedì 20 marzo, ore 18.30
Nel Cielo. Meraviglie del cielo stellato di primavera

Relatore: Stefano Schirinzi (Circolo Culturale Astrofili Trieste)

Lunedì 27 marzo, ore 18.30
Cosmologia. L’origine della costante cosmologica

Relatore: Prof. Edoardo Bogatec (Circolo Culturale Astrofili Trieste).

Sala Incontri del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, via dei Tominz 4.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

INFO:
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

tel: 040 675 4603 / 040 375 8662
web: www.museostorianaturaletrieste.it
mail: sportellonatura@comune.trieste.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste
web: www.astrofilitrieste.it
mail: info@astrofilitrieste.it

Oltre l’Uomo: da Leonardo alle Biotecnologie

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logo_oltreuomo

logo_oltreuomoLa mostra “Oltre l’Uomo: da Leonardo alle Biotecnologie“, visitabile dal 28 gennaio al 2 maggio 2017, è organizzata dal Distretto della Scienza e tecnologia, Pleiadi, società di divulgazione scientifica, insieme al Comune di Schio e a Confindustria Vicenza Raggruppamento Alto Vicentino. La mostra, pensata per il grande pubblico, famiglie, scuole, studenti universitari, professionisti ricercatori e turisti, è visitabile presso gli Spazi Shed dell’ex-Lanificio Conte in centro a Schio. Oltre l’Uomo è vero percorso espositivo e suggestivo che accompagna il pubblico nel passato, nel presente e nel futuro dell’ingegno umano: dalle prime invenzioni di Leonardo da Vinci, e i suoi studi tratti dalla natura e dal corpo umano per concepire macchine al servizio dell’uomo, alle prime automazioni che sostituiscono il lavoro umano con quello meccanico dei robot che replicano le sembianze umane, con le relative conseguenze sul piano sociale e psicologico; fino ad arrivare alle nuove biotecnologie, in cui il benessere e la vita stessa dell’uomo sono supportate dalla ricerca applicata in campo biomedicale: laser, protesi, robotica, biotech, fino alla stampa 3D degli organi umani.
http://www.distrettoscienza.it

Anomalie termiche al di sopra dell’oceano sotterraneo di Encelado

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Un'immagine in falsi colori di Encelado, che mette in evidenza le tiger stripes (in colore blu). Il polo nord è sulla destra dell'immagine. L'immagine è un mosaico formato da riprese di risoluzione da 67 metri per pixel a 350 metri per pixel, effettuate il 9 marzo e il 14 luglio del 2005, da una distanza da 11,100 a 61300 km dalla superficie della luna. Credit: NASA/JPL/Space Science Institute

Una delle più importanti scoperte effettuate dalla missione Cassini in orbita attorno a Saturno è sicuramente quella dei geyser che si staccano dal polo sud di Encelado, forse collegati al vasto oceano che si nasconde al di sotto della crosta ghiacciata che avvolge la luna. Ora, nuove analisi delle osservazioni alle microonde di questa regione rivelano che la temperatura a pochi metri di profondità è più elevata del previsto – una scoperta che potrebbe avere importanti implicazioni per quanto riguarda la potenziale abitabilità di questa straordinaria luna.

I geyser di vapore acqueo e ghiaccio osservati da Cassini si staccano da quattro fratture calde, note come “tiger stripes”, che solcano il polo sud di Encelado. Le nuove analisi si basano su dati raccolti durante un sorvolo avvenuto nel 2011.
«Durante quel flyby, abbiamo ottenuto le prime e purtroppo uniche osservazioni ad alta risoluzione del polo sud di Encelado alle microonde,» spiega Alice Le Gall del laboratorio LATMOS. «Queste osservazioni ci forniscono importanti dati sul sottosuolo di Encelado. Le analisi indicano che, entro i primi metri di profondità, le temperature, pur aggirandosi tra –220 e –210 gradi centigradi, sono comunque molto più calde del previsto: in alcuni punti, perfino 20 gradi più calde. Questa differenza non può essere solamente il risultato di una diversa illuminazione da parte del Sole o dell’influenza di Saturno».

Le osservazioni effettuate nell’infrarosso, limitate alla superficie, sono indicative di temperature molto più basse; secondo gli scienzati, dunque, lo strato caldo sarebbe avvolto da strati molto più freddi.

Il Polo Sud di Encelado. Al centro possiamo vedere alcune tiger stripes, quattro fratture "calde" individuate sulla superficie della luna ghiacciata da cui vengono emessi pennacchi di ghiaccio e vapore d'acqua salata. L'arco colorato mostra la fascia di superficie ripresa dal RADAR della Cassini, alla lunghezza d'onda di 2,2 cm. Le fasce di diverso colore indicano l'eccesso di calore rilevato: quelle più calde sono indicate dal colore giallo, come si vede in corrispondeza delle fratture della crosta. Copyright: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute; Acknowledgement: A. Lucas

Le osservazioni di Cassini hanno coperto un’area a forma di arco, lunga 500 chilometri, larga 25 km e situata 30-50 km a nord delle tiger stripes. Purtroppo, a causa della geometria del flyby, Cassini non ha potuto osservare le tiger stripes direttamente; tuttavia, la presenza di queste anomalie termiche indica che il fenomeno all’origine dei geyser potrebbe interessare una regione ben più vasta delle sole quattro fratture più evidenti.
«L’anomalia termica visibile alle microonde risulta molto evidente lungo tre fratture simili alle tiger stripes, ma da cui non sono ancora stati osservati geyser,» prosegue Le Gall. La presenza di queste fratture dormienti suggerisce che l’attività idrotermale di Encelado abbia avuto una natura episodica in passato, almeno a livello geografico.

Le analisi termiche suggeriscono che la crosta del polo sud di Encelado possa essere spessa solamente 2 chilometri. Questo nuovo risultato è in linea con uno studio risalente all’anno scorso, secondo cui lo spessore medio della crosta – circa 18-22 chilometri – si riduce notevolmente, fino a meno di 5 chilometri, in corrispondenza del polo sud.

Copyright: A. Le Gall et al. (2017); doi: 10.1038/s41550-017-0063

La sorgente del calore potrebbero essere le periodiche compressioni e deformazioni della luna dovute all’eccentricità del suo percorso orbitale attorno a Saturno. Avendo una crosta più sottile, il polo sud sarebbe più sensibile a queste variazioni di natura mareale.
«Questa scoperta apre nuove prospettive per far luce sulla presenza di condizioni abitabili sulle lune ghiacciate dei giganti gassosi,» spiega Nicolas Altobelli dell’ESA. «Se l’oceano sotterraneo di Encelado fosse davvero così vicino alla superficie come questo studio indica, una futura missione dotata di un radar in grado di penetrare il ghiaccio potrebbe essere in grado di rilevarlo».


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Cinquantenario Giovanni Battista Lacchini “l’Astronomo di Faenza”

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Congresso lacchini faenzaProgramma:
9 – 12 marzo 2017 – Il Congresso degli Astrofili Ricercatori
Il Congresso degli Astrofili Ricercatori si terrà nelle date indicate presso il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza (via Medaglie d’Oro, 51) con esposizione delle principali opere e gli strumenti di G. B. Lacchini. Il 9 marzo, durante la serata inaugurale del congresso sarà opite d’onore l’astronautica ed astrofisico Umberto Guidoni.

L’11 e il 12 marzo si terranno alcune conferenze e dibattiti tenuti dagli astrofili ricercatori italiani, suddivisi
per sezione:
– Asteroidi
– Meteore
– Novae
– Pianeti extrasolari
– Spettroscopia
– Supernovae
– Stelle variabili
Il Convegno è rivolto agli astrofili ricercatori a livello nazionale con alcuni contributi culturali di livello internazionale.
18 marzo – 2 aprile – Mostra: “l’astronomia attorno a noi”
Dal 18 marzo al 2 aprile 2017 sarà allestita presso il Palazzo delle Esposizioni di Faenza la mostra “l’astronomia attorno a noi”.

Questa iniziativa, che si svilupperà in collaborazione con la Palestra della Scienza, varie componenti del Tavolo della Scienza del Comune di Faenza ed altre importanti realtà locali, sarà incentrata su diverse sezioni principali:
– storica (anche con alcune opere e strumenti di Lacchini)

– moderna (nuove conoscenze)
– artistica, con opere prodotte con tecniche diverse, ma inerenti l’astronomia
– concorso rivolto alle scuole
– laboratori didattici
– libri (anche con testi di Lacchini di cui alcune riproduzioni)
Le varie sezioni saranno inoltre arricchite con la presenza di numerosi exhibit che renderanno più accattivante la fruizione e la comprensione dei principali concetti scientifici presentati. Il programma dell’esposizione sarà inoltre arricchito da eventi collaterali inerenti, conferenze, dibattiti ed altro che ripercorreranno l’evoluzione delle conoscenze di astronomia degli ultimi due secoli.

Per maggiori informazioni:
http://astrofaenza.racine.ra.it/cinquantenario-2017.html

La stella ai confini del buco nero

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Artist's illustration of a star found in the closest orbit known around a black hole in the globular cluster named 47 Tucanae. Credits: X-ray: NASA/CXC/University of Alberta/A.Bahramian et al.; Illustration: NASA/CXC/M.Weiss
Un'illustrazione artistica della stella dall'orbita mai così vicina ad un buco nero, nell'ammasso globulare 47 Tucanae. Credits: X-ray: NASA/CXC/University of Alberta/A.Bahramian et al.; Illustration: NASA/CXC/M.Weiss

Il sistema binario, noto come X9, è situato nel cuore dell’ammasso globulare 47 Tucanae, a 14,8 mila anni luce dalla Terra. X9 è sotto studio da diversi anni, ma solo di recente nuove osservazioni alle onde radio hanno rivelato la sua vera natura. In precedenza, gli astronomi ritenevano che si trattasse di una nana bianca che stesse attraendo materiale da una compagna simile al Sole, ora invece sono convinti che il sistema sia costituito da un buco nero che attrae materiale da una nana bianca.

I dati raccolti da Chandra nella regione spettrale dei raggi X indicano che la luminosità della stella varia seguendo un ciclo che si ripete ogni 28 minuti. Questo dato, secondo i ricercatori, corrisponderebbe al periodo impiegato dalla nana bianca a completare una rivoluzione intorno al buco nero – il più rapido balletto orbitale mai osservato tra una stella e un buco nero.

Due grafici della potenza contro la frequenza di X9. Ben visibile, appena a destra del centro del grafico, un picco di oltre 5 sigma a 0,00059 hertz, pari a circa 28,2 minuti.

Le osservazioni di Chandra sono indicative anche della presenza di vaste quantità di ossigeno, una scoperta che conferma la natura di nana bianca della stella compagna. La stella sarebbe situata ad appena 2,5 distanze lunari dal buco nero, pari a 960 mila chilometri.
«Questa nana bianca è così vicina al buco nero che il suo materiale va a formare un disco di materia intorno al buco nero, prima di precipitare al suo interno,» spiega Arash Bahramian dell’Università dell’Alberta. «Riteniamo che la stella in sé sia in un’orbita stabile».

Nonostante l’apparente stabilità della sua orbita, il futuro della nana bianca rimane incerto.
«Il buco nero potrebbe risucchiare talmente tanto materiale da renderla massiccia quanto un pianeta,» aggiunge Craig Heinke. «Se questa tendenza dovesse continuare, la stella potrebbe evaporare completamente».

Dati alla mano, gli astronomi hanno costruito varie simulazioni per cercare di tracciare l’evoluzione dinamica di questo sistema e risalire alla sua origine. Una possibilità è che il buco nero abbia interagito con una gigante rossa, i cui strati esterni sarebbero stati espulsi dal sistema. Il cuore della stella, invece, sarebbe andato a formare la nana bianca visibile oggi. Tramite l’espulsione di onde gravitazionali, infine, la nana bianca si sarebbe stabilita nella sua orbita attuale.
Purtroppo, i calcoli degli scienziati indicano che le onde gravitazionali dovute a questo evento avrebbero una frequenza troppo bassa per poter essere osservata dall’interferometro LIGO.

Una spiegazione alternativa prevede che la nana bianca sia nei pressi di una stella di neutroni, piuttosto che di un buco nero. In questo scenario, il materiale in caduta verso la stella di neutroni ne accelererebbe il moto di rotazione, trasformandola in una “pulsar millisecondo“. Tuttavia, varie proprietà tipiche di questi insoliti oggetti – tra cui la caratteristica variabilità alle lunghezze d’onda dei raggi X e radio – non sono state osservate nel caso di X9.
«Terremo d’occhio questa binaria, dato che sappiamo molto poco di come un sistema simile si comporti,» spiega Vlad Tudor della Curtin University. «Inoltre, continueremo a studiare altri ammassi globulari nella nostra galassia, alla ricerca di altri sistemi simili, così compatti».


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Astronomiamo – Corso di astrofotografia on line

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astronomiamo

16 marzo: Corso di astrofotografia on line
30 marzo: Diretta streaming di aggiornamento astronomico

Tutti i dettagli su www.astronomiamo.it

Hubble: superammasso con supergigante

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Crediti: ESA / NASA.

Il telescopio spaziale Hubble ci regala un ritratto straordinariamente affascinante del giovane superammasso di stelle conosciuto come Westerlund 1, un “vicino di casa” situato ad appena 15mila anni luce di distanza dal nostro Sistema solare, nella Via Lattea. È qui che gli astronomi hanno scoperto una delle più grandi stelle di sempre: un sole mostruoso con un raggio 1500 volte maggiore a quello che si trova al centro nostro Sistema.

Le stelle vengono classificate a seconda del loro spettro di emissione, temperatura superficiale e luminosità. Ed è durante il meticoloso studio di classificazione del giovane superammasso stellare che i ricercatori sono inciampati nella supergigante rossa Westerlund 1-26: una stella di dimensioni davvero eccezionali se pensiamo che, all’interno del nostro Sistema solaresi estenderebbe ben oltre l’orbita di Giove.

La maggior parte delle stelle che compongono Westerlund 1 si sono, con tutta probabilità, formate nello stesso momento e hanno età e composizioni simili. L’ammasso è relativamente giovane in termini astrofisici, un ragazzino di 3 milioni di anni se messo a confronto con il nostro Sole che brilla nel cielo da 4,6 miliardi di anni.


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Congiunzione tra Luna, Giove e Spica

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Ecco la situazione alle ore 21:30, quando la Luna quasi Piena (h = 18°; fase = 95%) e Giove disteranno solo 1,9°, mentre Spica si troverà a poco più di 4° e mezzo a sudest di Giove. I tre astri si troveranno anche a un’altezza ideale per essere ripresi nella cornice del paesaggio in una ripresa a grande campo.
Ecco la situazione alle ore 21:30, quando la Luna quasi piena (h = 18°; fase = 95%) e Giove disteranno solo 1,9°, mentre Spica si troverà a poco più di 4° e mezzo a sudest di Giove. I tre astri si troveranno anche a un’altezza ideale per essere ripresi nella cornice del paesaggio.

Ecco un’altra bella congiunzione: Spica (alfa Virginis, mag. +1,1), la notte del 14 marzo, sarà accompagnata dal pianeta Giove (mag. –2,4) e dalla Luna all’inizio della fase calante. Sarà possibile trovare i tre astri, la sera, guardando verso oriente.

La Luna e Giove sorgeranno infatti dall’orizzonte est attorno alle 20:30, a una distanza reciproca di circa 2°. Una ventina di minuti dopo sorgerà anche la stella Spica, 4° e mezzo circa a sudovest di Giove.

La minima distanza tra il centro della Luna e Giove, di 1,9°, sarà raggiunta attorno alle 22, quando il terzetto si troverà a un’altezza media di 15°. Potremo poi seguire i tre astri attraversare il cielo in formazione, fino al mattino, quando tramonteranno, poco dopo l’alba, dietro l’orizzonte ovest.

Anche questa congiunzione si presta bene per riprese a grande campo.

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Marzo

La Luna di marzo. Un approfondito e interessante articolo alla scoperta di Plato, il Grande Lago Nero, e i suoi misteri.


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Accademia delle Stelle

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Accademia delle Stelle Marzo 2017

Fino a lunedì 3 aprile ospitiamo il Corso teorico di astronomia generale: un ciclo di conferenze settimanali che offre uno sguardo su argomenti raramente trattati nei corsi divulgativi. Scopriremo quali leggi fisiche agiscono nei più importanti fenomeni astronomici, per comprendere l’universo e la scienza che lo studia: approfondimenti di grandissimo interesse per gli appassionati. Un modulo riguarderà anche la meccanica quantistica.

– Gli incontri si svolgeranno tutti i lunedì dalle 21 alle 22.30 presso la nostra sede: sala conferenze San Gregorio Barbarigo, di fronte alla Metro B.

Info: Tel 349 7245167, eventi@ accademiadellestelle.org
Facebook: www.facebook.com/accademia.dellestelle
www.accademiadellestelle.org

Le prossime conferenze:

Lunedì 13 marzo: “La nascita dell’astrofisica”.
Come sappiamo composizione chimica, temperatura, pressione, velocità, massa e altre caratteristiche delle stelle? ..La lezione comprende un’esperienza pratica: osserveremo dal vivo lo spettro discreto ad emissione tipico delle nebulose interstellari.

Lunedì 20 marzo: “Le dimensioni dell’Universo”.
Un taglio storico per approfondire l’argomento delle distanze astronomiche. In dettaglio: Parallasse, Cefeidi, Supernovae Ia e le altre candele standard, costante di Hubble e Oscillazioni di Massa Barionica. Sul filo tra scienza e umanesimo.

Riduzioni per i lettori di Coelum Astronomia.
Info: www.accademiadellestelle.org/corsi

Viaggio nel Cosmo Appunti di Astronomia all’esplorazione di pianeti, stelle e galassie

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Flyer_2017_MAR

Lunedì 13 marzo, ore 18.30
Nella galassia. Ricerca e proprietà dei pianeti extra-solari

Relatore: Antonio Pasqua (Circolo Culturale Astrofili Trieste)

Lunedì 20 marzo, ore 18.30
Nel Cielo. Meraviglie del cielo stellato di primavera

Relatore: Stefano Schirinzi (Circolo Culturale Astrofili Trieste)

Lunedì 27 marzo, ore 18.30
Cosmologia. L’origine della costante cosmologica

Relatore: Prof. Edoardo Bogatec (Circolo Culturale Astrofili Trieste).

Sala Incontri del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, via dei Tominz 4.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

INFO:
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

tel: 040 675 4603 / 040 375 8662
web: www.museostorianaturaletrieste.it
mail: sportellonatura@comune.trieste.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste
web: www.astrofilitrieste.it
mail: info@astrofilitrieste.it

Polvere di stelle antica per far luce sulle prime stelle

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This artist’s impression shows what the very distant young galaxy A2744_YD4 might look like. Observations using ALMA have shown that this galaxy, seen when the Universe was just 4% of its current age, is rich in dust. Such dust was produced by an earlier generation of stars and these observations provide insights into the birth and explosive deaths of the very first stars in the Universe. Credit: ESO/M. Kornmesser
Un'impressione artistica che mostra come potrebbe apparire la giovane e lontanissima galassia A2744_YD4. Le osservazioni di ALMA ci mostrano la galassia ricca di polveri, all'epoca in cui l'Universo era solo al 4% della sua esistenza. Tale polvere deve essere stata prodotta dalle prime generazioni di stelle, osservazioni come queste ci portano informazioni sulla nascita e l'esplosiva morta delle primissime stelle nell'universo. Credit: ESO/M. Kornmesser

Un’equipe internazionale di astronomi, guidati da Nicolas Laporte dell’University College di Londra, ha usato il telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) per osservare A2744_YD4, la galassia più giovane e più distante mai osservata da ALMA. Soprendentemente hanno trovato che questa giovane galassia contiene molta polvere interstellare – polvere formata dalla morte di una generazione precedente di stelle.

Nel riquadro, l'immagine reale restituita da ALMA della galassia A2744_YD4. La sua luce ci arriva infatti notevolmente affievolita per via della distanza, ma la spettacolare vista dell'ammasso di galassie Abell 2744, ripreso qui sopra dal Telescopio Spaziale Hubble, ci ha anche dato modo di individuare la remotissima galassia polverosa grazie a un effetto di lente gravitazionale. Credit: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO), NASA, ESA, ESO and D. Coe (STScI)/J. Merten (Heidelberg/Bologna)

Osservazioni successive con lo strumento X-shooter sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO hanno confermato l’enorme distanza di A2744_YD4. La galassia ci appare quindi così com’era quando l’Universo aveva solo 600 milioni di anni, durante il periodo in cui si stavano formando le prime stelle e le prime galassie.

Nicolas Laporte ci rivela che «Non solo A2744_YD4 è la galassia più distante mai osservata da ALMAma trovare così tanta polvere indica che una generazione precedente di supernove deve aver “inquinato” questa galassia».

La polvere cosmica è composta per la maggior parte da silicio, carbonio e alluminio, in grani piccolissimi, fino a un milionesimo di centimetro. Gli elementi chimici presenti nei grani si formano all’interno delle stelle e vengono sparsi nel cosmo quando le stelle muoiono, nel modo più spettacolare attraverso un’esplosione di supernova, l’atto finale della vita breve e intensa delle stelle più massicce.

➜ Esplosive Supernovae su Coelum Astronomia n. 208 di febbraio

Mentre oggi la polvere è abbondante e rappresenta un elemento chiave nella formazione di stelle, pianeti e molecole complesse, nell’Universo primordiale, invece, prima che le prime generazioni di stelle terminassero la propria vita, era molto scarsa.

Le osservazioni della galassia polverosa A2744_YD4 sono state possibili perché si trova dietro a un ammasso di galassie massiccio chiamato Abell 2744. Grazie a un fenomeno noto come lente gravitazionale, l’ammasso agisce come un gigantesco “telescopio” cosmico e ingrandisce la galassia più distante di circa 1,8 volte, permettendo così all’equipe di osservare una zona più lontana dell’Universo.

Le osservazioni di ALMA hanno anche trovato emissione di ossigeno ionizzato proveniente da A2744_YD4. È la più distante, e quindi la più antica nel tempo, rivelazione di ossigeno nell’Universo, e batte un precedente risultato di ALMA risalente al 2016.

L’osservazione di polvere nell’Universo primordiale fornisce nuove informazioni sull’epoca in cui sono esplose le prime supernove e perciò il momento in cui le prime stelle caldissime hanno inondato l’Universo di luce. Determinare l’epoca di questa “alba cosmica” è uno dei santi graal dell’astronomia moderna che ora può essere dedotta in modo indiretto grazie allo studio della polvere interstellare primordiale.

L’equipe stima che A2744_YD4 contenesse una quantità di polvere equivalente a 6 milioni di volte la massa del Sole, mentre la massa totale delle stelle della galassia – o massa stellare –  era di 2 miliardi di volte la massa del Sole. Il tasso di formazione stellare è indicato come di 20 masse solari per anno contro la singola massa solare all’anno della Via Lattea.

«Un tasso non insolito per una galassia così distante, ma indica come la polvere di A2744_YD4 si sia formata velocemente,» spiega Richard Ellis (ESO e University College di Londra), coautore del lavoro. «È sorprendente verificare che il tempo richiesto è di soli 200 milioni di anni – stiamo in pratica osservando questa galassia poco dopo la sua formazione».

In altre parole, un episodio di formazione stellare significatio è iniziato 200 milioni di anni prima dell’era in cui osserviamo adesso quella galassia. Una grande opportunità che ALMA ci offre per studiare l’era in cui le prime stelle e le prime galassie si sono letteralmente “accese” – le epoche più antiche mai sondate.

Il nostro Sole, il nostro pianeta e la nostra esistenza sono il prodotto – 13 miliardi di anni dopo – di queste prime generazioni di stelle. Studiando la loro formazione, le loro vite e la loro morte stiamo in pratica esplorando le nostre origini.

«Con ALMA, le prospettive per osservazioni più profonde e più estese di galassie simili a questa in queste epoche così lontane sono molto promettenti», commenta Ellis.

E Laporte conclude: «Ulteriori misure di questo tipo ci daranno una prospettiva esaltante di poter tracciare le prime e più antiche formazioni stellari e la creazione di elementi chimici più pesanti anche più antiche, nell’Universo primordiale».

Le osservazioni di ALMA hanno rivelato che una galassia molto distante, osservata quando l’Universo aveva solo il 4% della sua età attuale, era molto ricco di polvere cosmica. Questo episodio di ESOcast “in pillole” mostra cosa significa e perchè è importante.
Il video è disponibile in 4K UHD.
Crediti: ESO
Editing: Herbert Zodet.
Web and technical support: Mathias André and Raquel Yumi Shida.
Written by: Thomas Barratt and Lauren Fuge.
Music: Jennifer Athena Galatis.
Footage and photos: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO), NASA, ESA, ESO and D. Coe (STScI)/J. Merten (Heidelberg/Bologna)/spaceengine.org/Digitized Sky Survey 2, M. Kornmesser and P. Horálek.
Directed by: Herbert Zodet.
Executive producer: Lars Lindberg Christensen.

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Stelle giovani nei cluster: il mistero è servito

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La Grande nube di Magellano vista da Spitzer. Crediti: NASA/JPL-Caltech/M. Meixner (STScI) & the SAGE Legacy Team

Gli ammassi stellari contengono solo stelle vetuste? In teoria sarebbe così, ma gli scienziati hanno di recente scoperto una popolazione di stelle “giovani” nella Grande nube di Magellano, galassia nana satellite della nostra. Strano? Sì, perché gli ammassi stellari contengono stelle nate e cresciute tutte nella stessa epoca (più o meno la stessa della Via Lattea) e dallo stesso materiale primordiale. La scoperta, pubblicata su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, è stata realizzata incrociando le posizioni di diverse migliaia di giovani stelle con le posizioni degli ammassi stellari: i ricercatori hanno trovato 15 candidati stellari che sarebbero effettivamente molto più giovani di altre stelle all’interno dello stesso ammasso. «Se questa ipotesi è corretta, dovranno essere rivisitati e rivisti modelli importanti», dice Bi-Qing For, dell’International Centre for Radio Astronomy Research (Icrar) di Perth (Australia), riferendosi a modelli che mettono in relazione la massa e l’evoluzione delle stelle nei cluster.

La Grande nube di Magellano vista da Spitzer. Crediti: NASA/JPL-Caltech/M. Meixner (STScI) & the SAGE Legacy Team

«La formazione di queste stelle più giovani potrebbe essere stata alimentata da gas che è entrato nel cluster dallo spazio interstellare, ma abbiamo eliminato questa possibilità utilizzando le osservazioni fatte con i radiotelescopi», spiega il co-autore Kenji Bekki (anche lui Icrar), «per dimostrare che non c’era alcuna correlazione tra l’idrogeno interstellare e la posizione dei cluster che stavamo studiando». Cosa è successo? «Crediamo che le stelle più giovani siano state create dalla materia espulsa dalle stelle più vecchie in fase di estinzione, il che significherebbe che abbiamo scoperto generazioni multiple di stelle appartenenti allo stesso cluster».

Le stelle sono state osservate agli infrarossi con Spitzer ed Herschel di Nasa ed Esa, perché la polvere attorno a loro impediva le rilevazioni in banda ottica. Presto questo involucro di polvere e gas sparirà, e anche Hubble sarà in grado di vederle.

Per saperne di più:


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I Venerdì dell’Universo 2017

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venerdi UniversoTornano anche quest’anno I Venerdì dell’Universo, organizzati dal Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra dell’Università degli studi di Ferrara e dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare in collaborazione con il Gruppo Astrofili Columbia e Coop. Sociale Camelot. L’iniziativa, nata come una serie di seminari di approfondimento e aggiornamento su temi di Astronomia e Astrofisica, si è progressivamente evoluta diventando una manifestazione dedicata alla divulgazione scientifica nel senso più ampio del termine. I Venerdì dell’Universo si rivolgono a tutta la cittadinanza, in particolar modo ai giovani, nella speranza che possano aiutarli a maturare non solo curiosità ma anche spunti per i loro studi professionali e amatoriali.

03.02: “Onde gravitazionali: come si rivelano, cosa potremo imparare” di Francesco FIDECARO.

10.02: “Uomini, Web-Bot e Robot: chi controlla chi? Dino LEPORINI.

24.02: “Origine e conseguenze del sisma in Italia centrale” di Mario TOZZI.

10.03: “Interfacce tra il cervello e i computer” di Luciano FADIGA.

24.03: “Antartide: un anno su Marte Bianco, tra curiosità e scienza” di Luciano MILANO.

31.03: “Nello spazio alla ricerca dell’universo invisibile” di Giuseppe MALAGUTI.

Per informazioni: Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra via G. Saragat, 1 – Tel. 0532/ 974211 – venerdiuniverso@fe.infn.it – fst.unife.itwww.fe.infn.it

Le conferenze possono essere seguite anche in streaming dal sito dell’Università: www.fe.infn.it/venerdi/streaming

#cassiniinspires Cassini diventa musa

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L’opera “Saturn, Perlin Noise Algorithm variant 4” di Carlos Caicedo
L’opera “Saturn, Perlin Noise Algorithm variant 4” di Carlos Caicedo

Nei suoi quasi vent’anni di attività nello spazio, la missione Cassini ha fatto molto per ispirare il genere umano. Partita nell’ottobre del 1997 da Cape Canaveral, la sonda della Nasa ha inviato a Terra alcune delle immagini più spettacolari della storia dell’esplorazione spaziale: dagli anelli di Saturno, alle sue lune ghiacciate, passando per scorci mozzafiato dell’atmosfera del gigante con gli anelli. La sonda Cassini non si è limitata a studiare Saturno e il suo sistema, scoprendo ad esempio i geyser d’acqua al polo sud di Encelado o i mari di idrocarburi su Titano, ma ha realizzato delle vere e proprie opere d’arte, come il selfie collettivo scattato a luglio del 2013, inquadrando la Terra, o le immagini di Giove e della sua densa atmosfera, catturate durante la manovra di sorvolo ravvicinato del pianeta nel 2000.

Dipinto su acrilico di Eileen McKeon Butt

Negli ultimi mesi Cassini si è inserita su orbite sempre più vicine al pianeta e agli anelli, ottenendo le immagini a più alta risoluzione di sempre. La sonda si sta avvicinando al suo gran finale, previsto per il 15 settembre prossimo, durante il quale la sonda si tufferà nell’atmosfera del pianeta. Questo simbolico evento segnerà la fine di una delle missioni spaziali più ambiziose mai realizzate dall’umanità. Per celebrare questa occasione la Nasa ha lanciato un concorso, con il quale raccoglierà opere d’arte ispirate dalla missione Cassini.

L’idea è di consultare una selezione di immagini tra quelle scattate dalla sonda nel corso della sua attività, e di lasciarsi solleticare la fantasia. Una volta scelta l’immagine, associata magari alla scoperta scientifica che più vi ha colpito, potrete scrivere una poesia o un testo di prosa, realizzare un quadro, un collage o una fotografia, mettere in scena un’opera teatrale o una danza. La libertà, dal punto di vista creativo è totale, purché l’opera finale non violi i diritti d’autore di nessuno e non contenga messaggi commerciali (per consultare il regolamento completo, visitate questa pagina).

Per partecipare sarà sufficiente condividere la vostra creazione su una piattaforma social a scelta utilizzando l’hashtag #CassiniInspires, oppure inviandola direttamente all’indirizzo di posta elettronica cassinimission@jpl.nasa.gov. Quelle ritenute migliori verranno condivise sulle pagine social della Nasa e sulla pagina internet dedicata al concorso. Che aspettate? Cassini non vede l’ora di diventare la vostra musa.

“#CassiniInspires …then I ate it… on a crumpet… mmmm!” dall’utente Twitter @kcwmobile

Guarda il servizio video su Inaf Tv

Aggiornamenti dal Sistema solare, con le ultime scoperte delle quattro principali missioni, oltre a Cassini quindi anche le ultime scoperte da Rosetta, Dawn e Juno.

Leggi Report La Missione Cassini su Saturno di Pietro Capuozzo su Coelum Astronomia 201



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La Luna nel Leone

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La vista, qui proposta ingrandita sui soggetti primari della congiunzione, evidenzia il duetto costituito dalla Luna quasi piena e la stella Regolo, nella costellazione del Leone, immersa nel chiarore del nostro satellite naturale.

La Luna quasi piena e la stella Regolo (alfa Leonis, mag. +1,4) saranno in congiunzione il 10 marzo, verso le 22:35. I due astri splenderanno altissimi in cielo (quasi 60° di altezza sull’orizzonte), e la loro distanza reciproca sarà di 1,2° per cui saranno osservabili entrambi, oltre che a occhio nudo, anche attraverso un telescopio, all’interno dello stesso campo visivo.

Nella visione ad occhio nudo è necessario considerare che Regolo sarà immersa nel forte chiarore lunare.

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Marzo

➜ La Luna di marzo. Un approfondito e interessante articolo alla scoperta di Plato, il Grande Lago Nero, e i suoi misteri.

➜ Storia, stelle e oggetti deepsky della costellazione della Lince (seconda parte)


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Encelado bifronte. I due volti della luna di Saturno

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Questa vista ci mostra l'emisfero "nascosto" a Saturno di Encelado. Il Nord è in alto e ruotato di 4° in senso orario. L'immagine è stata scattata in luce visibile con la narrow-angle camera della sonda Cassini, il 27 novembre 2016, da una distanza di circa 66 mila chilometri dalla superficie di Encelado. La risoluzione è di 398 metri per pixel. Credit: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute.

Una nuova immagine dalla sonda Cassini ci mostra Encelado come un mondo diviso, e proprio come l’antica divinità greca Giano, ci mostra i suoi due volti: tra passato e futuro, tra superficie esterna e attività interna.

A nord un volto antico, segnato dalle grandi quantità di crateri e i tanti impatti che la luna ha subito nell’arco della sua vita, e che ce ne racconta il passato mostrandoci la parte più esterna. A sud una superficie più liscia, giovane, increspata solo dall’attività geologica più recente e tutt’ora in corso, che ci svela il suo interno.

La maggior parte dei corpi del Sistema solare che non possiedono un’atmosfera sono infatti pesantemente butterati come il nord di Encelado (di 504 chilometri di diametro), registrando e mantenendo traccia di ogni impatto ed evento subito.
Tuttavia, l’attività geologica nel suo emisfero sud, attività probabilmente tutt’ora in corso di cui ne è segno anche il famoso pennacchio del polo sud, ha l’effetto di cancellare i “segni dell’età” appianando i crateri e lasciando una superficie più giovane e liscia, proprio come un moderno lifting.

Su Coelum Astronomia di marzo tutti gli Aggiornamenti dal Sistema solare, con le ultime scoperte delle quattro principali missioni, oltre la Cassini quindi anche le ultime scoperte da Rosetta, Dawn e Juno.

Leggi anche

Report La Missione Cassini su Saturno di Pietro Capuozzo su Coelum Astronomia 201


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Astronomiamo – LIFT-OFF: Diretta streaming di esplorazione spaziale

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astronomiamo

9 marzo: LIFT-OFF – Diretta streaming di esplorazione spaziale
16 marzo: Corso di astrofotografia on line
30 marzo: Diretta streaming di aggiornamento astronomico

Tutti i dettagli su www.astronomiamo.it

Anche Jeff Bezos (e Amazon) puntano alla Luna

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DI MASSIMO ORGIAZZIAstronautinews.it

A pochi giorni dall’annuncio di SpaceX di un volo circumlunare privatamente finanziato, è circolato un rapporto secondo cui Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon e di Blue Origin, punta a realizzare un sistema di consegna commerciale verso la Luna entro il 2020.

Una corsa a due

Tralasciando le ambizioni a dirla tutta non ben definite delle varie agenzie spaziali nazionali intorno all’esplorazione umana della Luna, due sono i protagonisti di un testa a testa in una rinnovata corsa non solo più genericamente spaziale, ma definitivamente lunare. Potrebbe sembrare ormai una gara a chi lancia l’asta più lontano, ma dato il calibro delle due aziende e il loro potenziale visionario, è quanto meno curioso e doveroso analizzare quanto in questi giorni dichiarato. Se Elon Musk e SpaceX puntano a compiere un volo circumlunare entro la fine dell’anno prossimo, ora sappiamo da un dossier circolato in ambienti NASA, che anche Jeff Bezos ha ambizioni legate al satellite naturale della Terra.

Il vettore suborbitale New Shepard

Secondo il Washington Post, infatti, il CEO di Amazon Jeff Bezos, starebbe preparando un servizio in grado di consegnare materiali sulla Luna attraverso la sua seconda compagnia, Blue Origin, di recente focalizzatasi su voli suborbitali e svariati test di successo condotti con il lanciatore New Shepard.  Un servizio di questo tipo, secondo Bezos, sarebbe cruciale per la costruzione di un avamposto lunare. In un documento presentato dall’azienda di Bezos e riportato dal Post, il miliardario dice che l’obiettivo è motivare la NASA a trasferire a società come Blue Origin degli incentivi per sviluppare una vera e propria struttura logistica spaziale e commerciale, che potrebbe vedere la luce entro il 2020. Lo stesso rapporto descrive anche uno dei veicoli della Blue Origin, che sarebbe in grado di trasportare fino a 4.500 kg di carico. Massa decisamente notevole quando pensiamo che la media dei rifornimenti verso la stazione spaziale raggiunge a stento i 3.000 kg. Questo dossier sarebbe stato inviato sia alla NASA che alla Casa Bianca, che sin dai primi giorni dall’insediamento del presidente Trump ha mostrato un rinnovato entusiasmo nei confronti della Luna, dopo un periodo in cui, con l’amministrazione Obama, il cosiddetto Journey to Mars l’aveva fatta da padrone.

Al posto quindi della NASA che corre contro i sovietici per la conquista della Luna, nella versione della corsa allo spazio che conosciamo dalla storia del ventesimo secolo, ci sono ora miliardari che cercano di sorpassarsi a vicenda in una sfida a due che coinvolge anche l’agenzia spaziale americana. E quest’ultima,in un periodo di transizione, con sempre maggiore difficoltà, riesce ad interpretare e sfruttare le ambizioni dei propri contractor (ricordiamo infatti che anche Blue Origin è diventata fornitore NASA per missioni suborbitali).

E’ noto come Jeff Bezos ed Elon Musk si siano spesso “impallinati” in relazione ai rispettivi programmi spaziali. Nel 2015 per esempio Bezos annunciò che il suo razzo New Shepard era riuscito a compiere il  primo volo suborbitale atterrando con successo. L’annuncio fu fatto prima che SpaceX ottenesse il suo primo successo con il razzo orbitale Falcon 9 e il successivo atterraggio riuscito del primo stadio, ma ben dopo che SpaceX avesse con successo lanciato il suo vettore suborbitale Grasshopper, ottenendone l’atterraggio con successo. Musk non fu affatto contento dell’affermazione di Bezos secondo cui il New Shepard fosse il primo ad essere riutilizzabile e lo scrisse a Bezos pubblicamente su Twitter.

Sebbene i due miliardari sembrino essere venuti a migliori consigli in seguito e sebbene il piano di Bezos non si sovrapponga a quello di SpaceX in merito all’esplorazione lunare, è però curioso il tempismo con il quale le due aziende siano uscite con comunicati e dossier. Ed è parimenti curioso come entrambe le uscite seguano di soli pochi giorni quella della NASA sulla valutazione di un equipaggio umano sul volo inaugurale (pure esso circumlunare) di Orion e SLS. Tutto questo potrebbe avere a che fare con un collegamento a Donald Trump.

Una “Trump connection”

Nei giorni scorsi sono serpeggiate sulla rete delle indiscrezioni intorno alla possibilità che il presidente Trump facesse un esplicito riferimento al volo spaziale con equipaggio umano durante il discorso sullo davanti al Congresso lo scorso martedì. Questo riferimento però non c’è stato. Secondo un rapporto di Politico, Trump doveva includere nel discorso una sua visione più completa del futuro dell’America nello spazio, ma tutto è stato relegato all’ultimo minuto. Di fatto l’unica affermazione è stata quella secondo cui «quello di impronte americane su altri mondi non è un sogno troppo grande da accarezzare». Entrambi i miliardari sono entrati in contatto con il presidente Trump. Sia Musk che Bezos hanno partecipato al summit sulle tecnologie tenuto da Trump prima del suo insediamento a dicembre 2016: erano seduti esattamente ai due capi opposti del lungo tavolo. Musk è poi membro del consiglio di consulta economica di Trump. E’ quindi decisamente immediato pensare che il riferimento che avrebbe dovuto fare Trump davanti al congresso in merito all’esplorazione spaziale sia stato demandato alle due aziende nel giro di pochissimi giorni .

Ad oggi la NASA non ha ancora un amministratore designato e si fa fatica ad interpretare i segnali che giungono dall’agenzia in merito alla visione dei prossimi anni, tuttavia è ora ben chiaro che l’amministrazione Trump ha puntato verso un ritorno sulla Luna, ben più decisamente rispetto al “passaggio lunare” idealmente incorporato nel Journey to Mars, nel quale il satellite della Terra o un asteroide, sarebbero serviti da avamposti per l’esplorazione del Pianeta Rosso. In un contesto politico in cui le pressioni di diversi membri del Congresso a totale maggioranza repubblicana spingono per una maggiore ingerenza dell’impresa privata nell’industria spaziale e per iniziative di esplorazione lunare, questi segnali non sono da trascurare. Per essere chiari, i piani sono decisamente troppo ambiziosi: basti pensare che il record di tempo tra l’introduzione di un vettore/capsula e il suo primo utilizzo con equipaggio umano è di 13 mesi e fu di Saturno/Apollo, mentre SpaceX ha 18 mesi davanti per riuscire a realizzare il volo circumlunare appena annunciato. Eppure nonostante questo sbalzo tra visioni e possibilità oggettive, c’è ampio spazio per valutare (magari non tra qualche mese, ma tra qualche anno) se un ritorno dell’uomo sulla Luna possa essere di nuovo alla portata e con esiti diversi dal programma Apollo. Ovvero permanenza e continuazione dell’esplorazione.


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20° Mostra di Astronomia e Astronautica

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villa-Farsetti-1

villa-Farsetti-1Organizzata dal Gruppo Astrofili Salese “G. Galilei”.
Inaugurazione Sabato 11 Marzo alle ore 16:00 con interventi autorità locali e ospiti speciali. La mostra sarà costituita da numerose sezioni che spaziano tra diversi argomenti di astronomia, di storia dell’astronomia e di astronautica. Ogni sezione sarà presidiata dai soci del gruppo che ne illustreranno il contenuto.

Per Informazioni:
Tel: 340 3450274
Email: astrosalese@libero.it
http://www.astrosalese.it

Cinquantenario Giovanni Battista Lacchini “l’Astronomo di Faenza”

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Congresso lacchini faenza

Congresso lacchini faenzaProgramma:
9 – 12 marzo 2017 – Il Congresso degli Astrofili Ricercatori
Il Congresso degli Astrofili Ricercatori si terrà nelle date indicate presso il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza (via Medaglie d’Oro, 51) con esposizione delle principali opere e gli strumenti di G. B. Lacchini. Il 9 marzo, durante la serata inaugurale del congresso sarà opite d’onore l’astronautica ed astrofisico Umberto Guidoni.

L’11 e il 12 marzo si terranno alcune conferenze e dibattiti tenuti dagli astrofili ricercatori italiani, suddivisi
per sezione:
– Asteroidi
– Meteore
– Novae
– Pianeti extrasolari
– Spettroscopia
– Supernovae
– Stelle variabili
Il Convegno è rivolto agli astrofili ricercatori a livello nazionale con alcuni contributi culturali di livello internazionale.
18 marzo – 2 aprile – Mostra: “l’astronomia attorno a noi”
Dal 18 marzo al 2 aprile 2017 sarà allestita presso il Palazzo delle Esposizioni di Faenza la mostra “l’astronomia attorno a noi”.

Questa iniziativa, che si svilupperà in collaborazione con la Palestra della Scienza, varie componenti del Tavolo della Scienza del Comune di Faenza ed altre importanti realtà locali, sarà incentrata su diverse sezioni principali:
– storica (anche con alcune opere e strumenti di Lacchini)

– moderna (nuove conoscenze)
– artistica, con opere prodotte con tecniche diverse, ma inerenti l’astronomia
– concorso rivolto alle scuole
– laboratori didattici
– libri (anche con testi di Lacchini di cui alcune riproduzioni)
Le varie sezioni saranno inoltre arricchite con la presenza di numerosi exhibit che renderanno più accattivante la fruizione e la comprensione dei principali concetti scientifici presentati. Il programma dell’esposizione sarà inoltre arricchito da eventi collaterali inerenti, conferenze, dibattiti ed altro che ripercorreranno l’evoluzione delle conoscenze di astronomia degli ultimi due secoli.

Per maggiori informazioni:
http://astrofaenza.racine.ra.it/cinquantenario-2017.html

Accademia delle Stelle

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Accademia delle Stelle Marzo 2017

Accademia delle Stelle Marzo 2017

Fino a lunedì 3 aprile ospitiamo il Corso teorico di astronomia generale: un ciclo di conferenze settimanali che offre uno sguardo su argomenti raramente trattati nei corsi divulgativi. Scopriremo quali leggi fisiche agiscono nei più importanti fenomeni astronomici, per comprendere l’universo e la scienza che lo studia: approfondimenti di grandissimo interesse per gli appassionati. Un modulo riguarderà anche la meccanica quantistica.

– Gli incontri si svolgeranno tutti i lunedì dalle 21 alle 22.30 presso la nostra sede: sala conferenze San Gregorio Barbarigo, di fronte alla Metro B.

Info: Tel 349 7245167, eventi@ accademiadellestelle.org
Facebook: www.facebook.com/accademia.dellestelle
www.accademiadellestelle.org

Le prossime conferenze:

Lunedì 6 marzo: “Corpi…neri come stelle!”.
Quanta luce emette una stella? E perchè? La fisica ebbe una crisi senza paragoni per rispondere a questa domanda, con conseguenze immense e imprevedibili.

Lunedì 13 marzo: “La nascita dell’astrofisica”.
Come sappiamo composizione chimica, temperatura, pressione, velocità, massa e altre caratteristiche delle stelle? ..La lezione comprende un’esperienza pratica: osserveremo dal vivo lo spettro discreto ad emissione tipico delle nebulose interstellari.

Lunedì 20 marzo: “Le dimensioni dell’Universo”.
Un taglio storico per approfondire l’argomento delle distanze astronomiche. In dettaglio: Parallasse, Cefeidi, Supernovae Ia e le altre candele standard, costante di Hubble e Oscillazioni di Massa Barionica. Sul filo tra scienza e umanesimo.

Riduzioni per i lettori di Coelum Astronomia.
Info: www.accademiadellestelle.org/corsi

Ladies & gentlemen la 41P/Tuttle-Giacobini-Kresak!

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Ci saluta invece la 45P/Honda- Mrkos- Pajdusakova. Già passata al perielio e alla minima distanza dalla Terra, si sta ora allontanando per tornare a trovarci fra cinque anni. Diamole un ultimo saluto prima che si indebolisca troppo, cercandola nella prima parte del mese, appena dopo cena, nella pancia del Leone. L'immagine di Rolando Ligustri ce la mostra di passaggio vicina alle galassie NGC 4656 e NGC 4631. (qui l'immagine originale ad alta risoluzione: http://www.astrobin.com/full/284181/0/
Ci saluta invece la 45P/Honda- Mrkos- Pajdusakova. Già passata al perielio e alla minima distanza dalla Terra, si sta ora allontanando per tornare a trovarci fra cinque anni. Diamole un ultimo saluto prima che si indebolisca troppo, cercandola nella prima parte del mese, appena dopo cena, nella pancia del Leone. L'immagine di Rolando Ligustri ce la mostra di passaggio vicina alle galassie NGC 4656 e NGC 4631. (qui l'immagine originale ad alta risoluzione: http://www.astrobin.com/full/284181/0/)
La mappa mostra il percorso seguito dalla cometa 41P/Tuttle-Giacobini-Kresak nel periodo compreso tra il 25 febbraio e i primi giorni di aprile. Si nota il lungo tragitto percorso che porterà il bell’astro chiomato a viaggiare attraverso numerose costellazioni. (L’aspetto del cielo si riferisce alle ore 22:00 per una località posta alle coordinate 42° N 12° E).
di Claudio Pra

La 41P/Tuttle-Giacobini-Kresak, passerà al perielio il 13 aprile transitando a poco più di 1 UA dal Sole. In quel momento disterà circa 22 milioni di chilometri dalla Terra. Fortunatamente le condizioni prospettiche per una volta ci sono favorevoli, permettendoci di osservarla nelle migliori condizioni. Ma già in marzo dovrebbe risultare un oggetto notevole, soprattutto verso la fine mese, quando sarà vicina alla massima luminosità che gli esperti indicano in una buona sesta magnitudine, forse qualcosa in meno.

Poco prima dell’alba del 22 marzo passerà a meno di un grado dalla galassia M 108 e dalla planetaria M 97 e nella stessa giornata, ma in  serata, la troveremo a mezzo grado dalla galassia e sempre sotto il grado dalla planetaria. Due momenti in cui gli astrofotografi potranno catturare  bellissime mmagini e i visualisti potranno lustrarsi gli occhi  sservando nello stesso campo tre oggetti diversi.

La C/2015 V2 Johnson intanto, da “cometina” di secondo piano, si sta man mano trasformando in un oggetto sempre più convincente. D’altra parte così deve essere, dato che si sta avvicinando al Sole. La troveremo tra le stelle dell’Ercole.

Leggi la rubrica completa, con mappe e immagini, su Coelum Astronomia di Marzo


Tutti consigli per l’osservazione del cielo di marzo su Coelum Astronomia 209

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A ritroso verso la materia oscura

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Visualizzazione 3D della distribuzione, così com’è stata ricostruita dai dati della survey Hst Frontier Fields, dei grumi di materia oscura in un ammasso di galassie lontane. Crediti: Yale University
 
Visualizzazione 3D della distribuzione, così com’è stata ricostruita dai dati della survey Hst Frontier Fields, dei grumi di materia oscura in un ammasso di galassie lontane. Crediti: Yale University

Non sanno cosa sia. Non sanno che colore abbia. Non sanno se sia formata da particelle leggere o pesanti, calde o fredde. Della materia oscura non sanno quasi niente. Ma una cosa la sanno: esercita attrazione gravitazionale, proprio come tutta l’altra materia, quella che conosciamo, quella di cui siamo fatti. E tanto si sono fatti bastare per tracciarne mappe dettagliatissime, con una risoluzione fra le più elevate mai ottenute.

Stima della distribuzione della massa-energia nell'universo (rilevazioni del satellite Planck del 2013): Energia oscura, Materia oscura, Materia conosciuta. By Szczureq (Own work) CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.

Come ci sono riusciti? Sfruttando, appunto, quell’unica proprietà della quale sono certi: la forza gravitazionale. O meglio, la deformazione impressa dalla materia – normale o oscura che sia – sul tessuto dello spaziotempo. Deformazione alla quale, Einstein ci insegna, non sfugge nemmeno la luce, costretta a deviare dal suo percorso rettilineo in corrispondenza di grandi masse. Con effetti sorprendenti come quello – ben noto agli astronomi – della lente gravitazionale: una “lente d’ingrandimento” cosmica costituita non da vetro opportunamente molato bensì da enormi agglomerati di materia. Nel caso specifico, interi ammassi di galassie. Ammassi che – proprio come il vetro della lente – possono avere come effetto quello di convergere a favore di chi osserva i raggi di luce emessi da lontane sorgenti alle loro spalle.

Un effetto che, di solito, gli astronomi sfruttano per vedere meglio cosa c’è, dietro alla lente. Non in questo caso. Questa volta l’oggetto di studio, l’incognita, era la “lente” stessa. Conoscendone l’effetto atteso e assumendo di conoscere le sorgenti alle loro spalle, un team internazionale di astrofisici, guidato da Priyamvada Natarajan della Yale University, ha così potuto tracciare, procedendo a ritroso, la struttura di tre “lenti”: vale a dire, la mappa ad alta risoluzione della distribuzione della materia in tre ammassi di galassie. Materia costituita, se i modelli cosmologici sono corretti, per circa l’80 per cento dalla sua componente oscura.

Fra gli autori dello studio, pubblicato martedì su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, anche un ricercatore dell’Inaf di Bologna, Massimo Meneghetti.

Meneghetti, partiamo dall’inizio. Quali telescopi avete utilizzato?

«Il nostro lavoro è basato su una serie di osservazioni condotte dallo Hubble Space Telescope nell’ambito di una survey denominata “Hubble Space Telescope Frontier Fields”: si tratta di osservazioni cui Hubble ha dedicato una quantità di tempo paragonabile a quella spesa nelle osservazioni dei suoi campi più profondi, ad esempio lo Hubble Ultra-Deep-Field. Vale a dire che stiamo parlando di osservazioni tra le più profonde mai fatte. A differenza dello Hubble Ultra-Deep Field, tuttavia, i Frontier Fields sono centrati su alcuni ammassi di galassie, sei in totale».

L'ammasso di galassie A2744, in cui sono state identificate, grazie all'effetto di lente gravitazionale, 181 immagini originate da 61 galassie. Si tratta di unìimmagine a lunga esposizione ripresa dal Telescopio Spaziale Hubble.

Di che ammassi si tratta?

«Questi oggetti sono tra le strutture cosmiche più massicce che si possano osservare in cielo, e sono stati scelti perché sono delle potentissime lenti gravitazionali. La teoria della relatività generale ci spiega che le masse sono in grado di deflettere la luce in modo molto simile a quanto accade in un fenomeno di rifrazione, dando luogo a effetti quali la comparsa di immagini multiple di una stessa sorgente, distorsione della forma delle immagini e ingrandimenti (o rimpicciolimenti) di una sorgente. Questo fenomeno è detto “lensing gravitazionale”. Nei Frontier Fields, gli ammassi di galassie sono le lenti che agiscono da rifrattori su un gran numero di sorgenti retrostanti».

Ecco, le sorgenti retrostanti: cosa sapete di loro?

«Sono galassie molto lontane e, data la profondità delle osservazioni in questione, che permette di rivelare anche le sorgenti più deboli, nelle immagini degli Hubble Frontier Fields, ne stiamo rivelando un numero senza precedenti. Ad esempio, dietro all’ammasso A2744 sono state identificate 181 immagini originate da 61 galassie: 61 galassie che risultano quindi distorte dalla lente gravitazionale e rese visibili molteplici volte nella stessa immagine astronomica. Nel caso dell’ammasso MACSJ0416 sono state invece identificate 194 immagini multiple, originate da 68 galassie. Nel caso di MACSJ1149, infine, il numero di immagini è “solo” 65, originate da 22 galassie lontane».

A proposito d’immagini: quelle che avete ottenuto sono ricostruzioni a tre dimensioni della distribuzione della materia oscura. Non sono le prime che vediamo. Cos’hanno di nuovo?

Mappa 3D della distribuzione di materia oscura ottenuta combinando i dati di Hubble e del telescopio spaziale a raggi X XMM-Newton rilasciata nel 2007. Copyright NASA, ESA and R. Massey (California Institute of Technology)

«I numeri che elencavo prima sono senza precedenti. Poiché il lensing gravitazionale è dovuto alla massa della lente, è possibile utilizzare le immagini multiple e distorte, e la loro configurazione geometrica, per capire come la materia è distribuita all’interno degli ammassi lente, in particolare quella oscura, che sappiano esserne la componente dominante. L’alto numero di sorgenti distorte visibili nei Frontier Fields rende questi ammassi le lenti gravitazionali ideali per ottenere una mappatura accurata della materia oscura, anche sulle scale delle sue sottostrutture. La teoria della formazione delle strutture cosmiche ci dice infatti che gli ammassi di galassie si formano per aggregazione di oggetti più piccoli per attrazione gravitazionale. Questi oggetti, o “sotto-aloni”, mantengono una loro identità per una certa quantità di tempo anche quando sono stati conglobati negli ammassi. Nel nostro articolo discutiamo appunto delle masse di queste sottostrutture».

La distribuzione che ottenete, si legge nell’articolo, è compatibile con il modello Lambda-Cdm, il più diffuso, dove la sigla ‘Cdm’ sta appunto per cold dark matter: materia oscura fredda. Perché fredda?

«Quello che si intende per materia oscura fredda è una materia costituita da particelle con velocità non relativistiche. Viceversa, le particelle di materia oscura calda hanno velocita’ relativistiche. Quelle di materia oscura tiepida (warm) sono una via di mezzo. Questa distinzione ha una grande importanza per quanto riguarda la formazione delle strutture cosmiche: mentre nel caso della materia oscura fredda sono le strutture più piccole a formarsi per prime e poi si formano le più grandi, secondo un processo gerarchico, nel caso della materia calda o tiepida la formazione delle strutture piccole viene inibita, perché queste ultime si dissolvono a causa dell’alta velocità delle particelle, che la gravità non riesce a trattenere. Quindi, il fatto che si “vedano” sottostrutture di massa relativamente piccola all’interno delle mappe ottenute in questo studio è compatibile con uno scenario di materia oscura fredda».


Per saperne di più:


Dai primi passi della radioastronomia in Italia, al mastodontico FAST, il radiotelescopio cinese di 500 metri. È disponibile online Coelum Astronomia 209 di marzo! Sempre in formato digitale e gratuito…

Semplicemente clicca e leggi!


Viaggio nel Cosmo Appunti di Astronomia all’esplorazione di pianeti, stelle e galassie

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Flyer_2017_MAR

Flyer_2017_MARLunedì 6 marzo, ore 18.30
Il Cielo nella storia. Gli studi astronomici dal tardo-antico al medioevo – 2° puntata
Relatore: Prof. Paolo Badalotti

Lunedì 13 marzo, ore 18.30
Nella galassia. Ricerca e proprietà dei pianeti extra-solari

Relatore: Antonio Pasqua (Circolo Culturale Astrofili Trieste)

Lunedì 20 marzo, ore 18.30
Nel Cielo. Meraviglie del cielo stellato di primavera

Relatore: Stefano Schirinzi (Circolo Culturale Astrofili Trieste)

Lunedì 27 marzo, ore 18.30
Cosmologia. L’origine della costante cosmologica

Relatore: Prof. Edoardo Bogatec (Circolo Culturale Astrofili Trieste).

Sala Incontri del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, via dei Tominz 4.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

INFO:
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

tel: 040 675 4603 / 040 375 8662
web: www.museostorianaturaletrieste.it
mail: sportellonatura@comune.trieste.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste
web: www.astrofilitrieste.it
mail: info@astrofilitrieste.it

Vista ad alta risoluzione sulle nubi di Giove

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Immagine ripresa dalla distanza di 8,700 chilometri, l'11 dicembre 2016. Elaborata da Sergey Dushkin. Le immagini raw provenienti dalla JunoCam possono essere liberamente scaricate e elaborate da chiunque da www.missionjuno.swri.edu/junocam Credits: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Sergey Dushkin

L’immagine a più alta risoluzione mai ottenuta, da terra o dallo spazio, del panorama delle nubi di Giove… Questo primo piano del Gigante Gassoso riprende la turbolenta regione a ovest della Grande Macchia Rossa, nella Cintura Equatoriale Sud.

La sonda della NASA Juno ha ripreso questa immagine grazie alla JunoCam, la camera dedicata alle riprese per il grande progetto di Citizen science lanciato per seguire la missione. L’immagine è stata ripresa l’11 dicembre scorso, ed è stata poi elaborata da Sergey Dushkin, che ha ritagliatol’immagine, e ne ha magistralmente calibrato i colori, per sottolineare la dinamicità delle nuvole di quella zona.

Le immagini grezze della sonda Juno  si possono scaricare dal sito della community JunoCam, e possono essere elaborate e utilizzate a piacere da chiunque. Perché non ci provate anche voi?

Qui sopra un altro esempio di elaborazione di un nostro lettore, il polo sud di Giove rivisitato da Vittorio Marella (Venezia), che ci scrive: «ho fatto questa immagine perché mi piace molto lavorare con i dati grezzi di Juno e volevo ottenere un'immagine migliore dell'atmosfera di Giove che fosse più definita e con colori più accesi, non ho voluto focalizzare la mia attenzione su particolari tempeste e ho usato programmi molto banali come Iphoto e Corelpainter per lavorare con le foto grezze e poi sommarle tutte assieme». Non sembra difficile no? (Cliccare per vedere l'immagine a piena risoluzione). Credits: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Vittorio Marella

Le aspettiamo anche su www.coelum.com/photo-coelum e le più belle verranno riproposte tra le pagine di Coelum Astronomia.

Sempre nel sito della community, si potrà presto votare il target che vogliamo che Juno riprenda nel prossimo flyby, previsto per il il 27 marzo. Le votazioni inizieranno il 15 marzo e si chiuderanno il 20, in tempo per poter poi direzionare la camera sul target “vincitore”.

La sonda americana rimarrà infatti nella sua orbita preliminare attorno a Giove, dal periodo di 53 giorni, fino alla fine della sua missione.

«Abbiamo valutato molteplici scenari per portare Juno su un’orbita più bassa, ma c’era il rischio che un’altra manovra potesse risultare in un’orbita più pericolosa,» spiega Rick Nybakken della NASA. «Alla fine, la manovra rappresenta solo un rischio per il raggiungimento degli obiettivi scientifici di Juno».

Secondo il piano di volo iniziale, la sonda si sarebbe dovuta calare a un’orbita in media molto più bassa, con un periodo di soli 14 giorni, ma la manovra di riduzione del periodo era stata rimandata a tempo indeterminato in seguito ad una serie di guasti. Ad ottobre 2016, durante la pressurizzazione dei serbatoi, gli ingegneri avevano rilevato un comportamento anomalo in due delle valvole di sistema ad elio.

La decisione di lasciare Juno nella sua orbita attuale, secondo gli scienziati, non dovrebbe comportare una perdita di dati scientifici. La manovra di riduzione del periodo orbitale, infatti, avrebbe solamente abbassato l’apogiovio di Juno – il punto più alto della sua orbita – lasciando il perigiovio a circa 4100 chilometri di quota. Dato che quasi tutti gli esperimenti scientifici vengono eseguiti attorno al perigiovio, Juno dovrebbe comunque essere in grado di raggiungere tutti gli obiettivi della sua missione.

«Juno è in ottimo stato di salute, i suoi strumenti scientifici sono del tutto operativi, e i dati e le immagini che abbiamo ricevuto sono davvero straordinari,» spiega Thomas Zurbuchen della NASA. «La decisione di rinunciare alla manovra è la scelta giusta e permetterà a Juno di proseguire le sue scoperte».

Rimanendo nella sua orbita attuale, Juno potrà inoltre esplorare le propaggini della magnetosfera gioviana – una regione che è inaccessibile da orbite più basse.

«Un altro vantaggio di rimanere su un’orbia più ampia sarà che trascorreremo meno tempo nelle intense fasce di radiazione che avvolgono Giove,» spiega Scott Bolton, a capo della missione. «Le radiazioni sono il fattore più importante nel pianificare la missione di Juno».

Juno rimarrà operativa fino al luglio 2018, per un totale di 12 orbite scientifiche, con la possibilità di un’estensione di missione.

Maggiori informazioni sulla missione Juno su:

http://www.nasa.gov/junohttp://missionjuno.swri.edu.

Il sito della community di JunoCam

Lo speciale sulla missione Juno su Coelum astronomia 202



Dai primi passi della radioastronomia in Italia, al mastodontico FAST, il radiotelescopio cinese di 500 metri. È disponibile online Coelum Astronomia 209 di marzo! Sempre in formato digitale e gratuito…

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Asteroidi: Sei Opposizioni nel Leone

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La mappa mostra il percorso di (29) Amphitrite tra le stelle della costellazione del Leone. Il suo compagno di viaggio sarà, nello stesso periodo, (16) Psyche. Le condizioni del cielo si riferiscono alle ore 22:00 per una località posta alle coordinate 42° N e 12° E.
La mappa mostra il percorso di (29) Amphitrite tra le stelle della costellazione del Leone. Il suo compagno di viaggio sarà, nello stesso periodo, (16) Psyche. Le condizioni del cielo si riferiscono alle ore 22:00 per una località posta alle coordinate 42° N e 12° E.

Cercando (29) Amphirite, nel corso del mese, potremo però imbatterci anche in ben altri 5 asteroidi che si muovono nello stesso campo stellare.

Il più luminoso di questi è senza dubbio (41) Daphne, che raggiungerà la magnitudine di +9,56, quindi poco meno di (29) Amphitrite.

Nelle vicinanze sempre di Amphirite, potremo trovare anche (16) Psyche (mag. +10,26),  meno luminoso ma i due asteroidi viaggeranno, prospetticamente, a poca distanza tra loro per incrociarsi negli ultimi giorni di marzo.

Un’occasione per catturare due asteroidi con una sola osservazione!

Al link la rubrica completa con i dati di tutti gli asteroidi in opposizione questo mese, per arricchire il vostro bottino e invogliarvi a diventare aspiranti soci del Club dei 100 Asteroidi!

Forza, fatevi sotto! Partecipare è divertente e gratuito!

Ma quali sono i 100 asteroidi di cui è richiesta l’osservazione? Sono i primi 100 asteroidi scoperti, come puoi leggere nell’articolo da cui tutto nasce, un articolo pubblicato su Coelum Astronomia e che è possibile leggere liberamente sul nostro sito web.


Tutti consigli per l’osservazione del cielo di marzo su Coelum Astronomia 209

Leggilo subito qui sotto online, è gratuito!

Astronomiamo: Osserviamo il Cielo

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astronomiamo

astronomiamo

4 marzo: Osserviamo il Cielo – serata a Montecassino
9 marzo: LIFT-OFF – Diretta streaming di esplorazione spaziale
16 marzo: Corso di astrofotografia on line
30 marzo: Diretta streaming di aggiornamento astronomico

Tutti i dettagli su www.astronomiamo.it

Astronomia e Fisica a Firenze Dalla Specola ad Arcetri

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La mostra Astronomia e Fisica a Firenze dalla Specola ad Arcetri ricostruisce, attraverso documenti, fotografie e strumenti, le tappe fondamentali delle due discipline scientifiche, dall’apertura al pubblico dell’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale, nel 1775, alla vigilia del secondo conflitto mondiale.
Le cattedre di Astronomia e Fisica, stabilite presso il Museo negli anni Trenta dell’Ottocento, ebbero un ruolo determinante nella nascita dell’Istituto Superiore di Studi pratici di Perfezionamento, trasformato nel 1924 in Università.
L’esposizione ripercorre inoltre le tappe della carriera scientifica di Donati. Pioniere della spettroscopia astronomica ha contribuito alla nascita dell’astrofisica: suo è il primo tentativo di catalogo spettrale delle stelle mai realizzato, sua la prima osservazione dello spettro di una cometa. In mostra a disposizione dei visitatori le pubblicazioni e i documenti riguardanti la grande cometa da lui scoperta nel 1858, le osservazioni degli spettri di stelle e comete, le osservazioni delle eclissi solari e gli spettroscopi da lui concepiti e realizzati dalla Officina Galileo, che contribuì a fondare.

La mostra, curata da Fausto Barbagli, Simone Bianchi, Roberto Casalbuoni, Daniele Dominici, Massimo Mazzoni, Giuseppe Pelosi è organizzata dal Museo di Storia Naturale, dal Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università degli Studi di Firenze e da INAF– Osservatorio Astrofisico di Arcetri, in collaborazione l’Archivio Storico del Comune di Firenze, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, la Biblioteca di Scienze dell’Università di Firenze, il Museo Galileo, l’Istituto Nazionale di Ottica e Pianeta Galileo.

Il percorso espositivo nel Museo “La Specola” si articola in tre sezioni che comprendono due splendidi monumenti di gusto neoclassico fondamentali per la storia dell’Astronomia e della Fisica a Firenze: la Tribuna di Galileo e il Torrino della Specola.

Tribuna di Galileo: L’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale e le prime osservazioni astronomiche
1° piano – ingresso libero
Collezione Zoologica/Corridoio Mostre Temporanee: La Fisica dalla Specola ad Arcetri
2° piano: ingresso € 6/3
Torrino: La Strumentazione astronomica: visite guidate: ore 11; 12.30; 15. La visita è inclusa nel biglietto di ingresso. (Max 25 p. I gruppi si formano alla biglietteria del 2° piano. Non è richiesta la prenotazione).

Orari: La mostra è aperta fino al 19 marzo 2017 e visitabile dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 16.30.
Info: 055 2756444
Museo di Storia Naturale Università di Firenze www.msn.unifi.it

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