CIAK – Oltre lo schermo. “L’ultima missione: Project Hail Mary”
Arrivato il periodo pasquale, sono finalmente riuscita a ritagliarmi qualche giorno di pausa dalle mille incombenze della routine; dopo tanto – a essere sincera, fin troppo tempo – sono anche tornata al cinema, stranamente su proposta del mio ragazzo. Ancor più stranamente, ha suggerito di andare a vedere “L’ultima missione Project Hail Mary”, un film di fantascienza, genere che a me piace molto, ma di cui lui fa in genere volentieri a meno; non me lo sono fatto ripetere due volte.
Non aspettatevi però una recensione dettagliata o un’analisi tecnica del film, perché non ne sarei all’altezza e sul web ci sono un sacco di content creator molto più qualificati per questo. Non mi soffermerò nemmeno troppo su quanto ci sia di scientificamente accurato: preferisco invece proporvi qualche pensiero sparso, nato in sala tra una risata e l’altra.
Sì, perché questo è un film in alcune parti davvero spassoso, di quelli che fanno piangere dal ridere; alcuni dei temi più interessanti si trovano talmente tanto nascosti tra le pieghe di una narrazione che riesce a rimanere leggera, che quasi si fatica a coglierne appieno la profondità.

La trama di per sé potrebbe essere riassunta in poche righe: il Sole sta perdendo progressivamente la propria energia ad opera di misteriosi microorganismi a cui viene dato il nome di “astrofagi” – dal greco, letteralmente “mangiatori di stelle” –, con conseguenze per la Terra che saranno inimmaginabili nel giro di pochi decenni. Da uno studio sulle stelle nelle vicinanze del Sole, appare che tutte abbiano subito la stessa contaminazione, ad eccezione di Tau Ceti, nella costellazione della Balena. L’unica speranza per l’umanità è quella di mettere in piedi nel minor tempo possibile una missione con biglietto di sola andata per scoprirne il motivo e, sperabilmente, trovare una soluzione.
Di tutto questo però, lo spettatore viene a conoscenza a poco a poco: catapultato nell’azione in medias res, assiste al risveglio improvviso del protagonista dal coma indotto – all’interno di un’astronave, senza avere idea di quando, come o perché ci sia salito – e lo accompagna nel tentativo affannoso di ricomporre un confuso puzzle di ricordi. Lo vediamo rendersi conto di essere solo, anni luce lontano da casa e impossibilitato a tornarvi, finendo per annegare la disperazione in una sacca di vodka formato spaziale. E con l’affiorare dei primi ricordi, iniziamo a conoscerlo: si chiama Ryland Grace, brillante biologo molecolare, diventato insegnante di scuola media perché tagliato fuori dalla comunità scientifica, e senza alcuna pretesa di diventare un eroe. Reclutato all’interno del Progetto Hail Mary – “Ave Maria”, nome che la dice lunga sulle probabilità di successo – come membro del team di terra, si trova invece inspiegabilmente nello spazio, unico dell’equipaggio ad essere sopravvissuto.
Con l’arrivo di Grace in orbita attorno a Tau Ceti e l’incontro con la creatura aliena a cui darà nome Rocky, arriva anche il momento in cui la trama, nel senso stretto della parola, diventa sempre meno importante, certamente presente, ma soltanto in sottofondo. Più che proseguire nel racconto del film, sento qui il bisogno di soffermarmi sulle riflessioni che ha messo in moto: alcune domande, più che risposte.
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La solitudine (e la convivenza forzata)
Mentre l’equipaggio di Artemis II ha stabilito il record di massima distanza dalla Terra, il futuro dell’esplorazione guarda più avanti, verso un futuro fatto di basi lunari, sfruttamento delle risorse locali e punti di partenza verso mondi più lontani.
Si sta procedendo un tassello dopo l’altro nel percorso che condurrà all’esplorazione di Marte, ma tanti sono ad oggi gli aspetti per cui non si hanno ancora pronte delle soluzioni. Tra i tanti, quello che passa più in sordina, sovrastato dai più evidenti problemi ingegneristici, ma che rimane forse una delle barriere maggiori che si frappongono fra l’uomo e l’esplorazione a lungo raggio è la nostra stessa psiche.
Sulla Hail Mary soffriamo con Grace quando si scopre l’unico ancora in vita, piangiamo con lui quando restituisce allo spazio i corpi dei suoi compagni, che pure non ricorda, e non possiamo fare altro che pensare “lo faremmo anche noi” mentre dà fondo a una riserva di alcool sulla quale riesce insperabilmente a mettere le mani. Poche scene più tardi, lo vediamo però pronto a lottare, aggrappandosi con tutto sé stesso a un’altra forma di vita che, per quanto diversa dalla sua, è pur sempre vita; poco importa che sia un alieno apparentemente fatto di roccia, senza una faccia e che parla per accordi. Rocky e Grace diventano un’ancora l’uno per l’altro, un antidoto alla disperazione e alla solitudine dello spazio profondo, oltre che alleati nell’elaborare (e portare a compimento) il piano per salvare il Sole e 40 Eridani. Questo perché «l’uomo è un animale sociale», lo scriveva Aristotele più di duemila anni fa, e continua ad essere vero; ma non troppo, aggiungerei.

Eh sì, perché se da una parte la solitudine assoluta è una condizione quasi impossibile da sostenere, allo stesso modo può diventarlo la convivenza forzata; e se la prima è qualcosa di quasi astratto, difficile da immaginare, la seconda rappresenta un rischio molto più concreto anche nello spazio. Sorridiamo mentre lo sentiamo dire dallo stesso Grace, esasperato dall’udito straordinario del suo nuovo compagno di viaggio e dalla conseguente assenza di privacy. Ma possiamo immaginare anche noi senza troppa difficoltà che sfida possa essere condividere con altre persone uno spazio ristretto per molto tempo, senza possibilità di fuga e senza pause, e lo sanno bene anche le agenzie spaziali, che da più di dieci anni studiano il comportamento degli astronauti in ambienti ristretti. Mars 500 (ESA – Roscosmos, 2010) e CHAPEA 1 (NASA, 2023) sono state due missioni spaziali progettate esattamente per questo scopo; due missioni spaziali un po’ sui generis, perché nessuna delle due si è tecnicamente mai staccata dal suolo terrestre. Sono state però simulazioni quanto più fedeli possibili alle condizioni di viaggio per e di ritorno dal Pianeta rosso, per sondarne la fattibilità dal punto di vista psicologico.
La scienza come tentativo umano
Nella figura di Grace ravviso ciascuno di noi e c’è qualcosa di profondamente rassicurante nel vedere la scienza raccontata per mezzo di lui e Rocky, che passa attraverso sbagli e tentativi. Una scienza che avanza a piccoli passi grazie alla collaborazione tra individui, capace di scavalcare barriere e ostacoli che sembrano insormontabili; ma soprattutto, una scienza che resta profondamente umana. Perché prima ancora che scienziato, Grace è una persona: ha paura, fugge, sbaglia, e proprio per questo riesce a scegliere. Ed è forse nella sua scelta finale che questa umanità emerge con più forza. Quando in seguito a una scoperta che potrebbe avere esiti devastanti, decide di invertire la rotta per salvare Rocky – che per primo gli aveva offerto un modo per affrontare un viaggio di ritorno fino a quel momento ritenuto impossibile – e il suo pianeta, rinunciando di fatto alla possibilità di tornare sulla Terra, Grace non sta compiendo un gesto eroico nel senso più classico del termine; sta facendo qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile: sta scegliendo qualcuno. In un universo vastissimo e indifferente, sceglie una relazione. Sceglie una forma di “casa” – un pianeta alieno – diversa da quella che aveva sempre immaginato, ma non per questo meno appagante. E a quel punto viene quasi spontaneo chiedersi se casa sia davvero un luogo a cui tornare, o piuttosto qualcuno accanto a cui restare.
La ricerca della vita: il bias di una vita “come la nostra”
Centrale nel film è certamente il tema della presenza di vita aliena: negli studi di Grace, con la scoperta degli astrofagi e delle taumebe, fino al suo compimento nell’incontro con Rocky.

Se le probabilità sono tutt’altro che sfavorevoli, al momento non abbiamo ancora alcuna prova sperimentale della presenza di vita oltre quella terrestre. In astrofisica sono stati fatti dei tentativi di stimare quante civiltà potrebbero esistere nella nostra galassia, come l’equazione di Drake. C’è però anche il paradosso di Fermi, che si può riassumere nella domanda disarmante «se l’universo è così vasto, dove sono tutti?», a cui si aggiunge un altro limite: anche se esistesse una vita intelligente, la comunicazione potrebbe restare proibitiva
Eppure, forse, il punto non è tanto se esistano, ma quanto siamo pronti a riconoscerli. Quello che Grace ha sostenuto per tutta la sua vita accademica è che l’acqua non è necessariamente l’unica base per la vita; in effetti questo teoricamente è vero. Per comprendere come funzioni la vita ci basiamo, ovviamente, sull’unica che conosciamo: la nostra. Non abbiamo altri termini di paragone, nessun altro esempio noto.
Gli astrofagi stessi si collocano in quella zona di confine tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo solo immaginare: abbastanza plausibili da farci riflettere, abbastanza alieni da costringerci a uscire dai nostri schemi. Se esistesse una vita basata sull’iridio? Ce la perderemmo di sicuro. E allora a volte mi domando: e se stessimo sbagliando tutto nelle nostre ricerche, cercando nello spazio qualcosa che ci somigli, senza considerare che l’universo non ha alcun motivo per assomigliarci? Rispondere a questa domanda è difficilissimo; concettualmente potremmo dire che stiamo eliminando a priori una quantità sterminata di possibilità, ma dal lato pratico è vero anche che in una ricerca da qualche parte si dovrà pur iniziare e che le risorse – di tempo e denaro – non sono infinite, e allora non è illogico partire là dove possiamo contare almeno su una certezza.
Se mai troveremo qualcuno come Rocky, avremo nuove evidenze e si apriranno le porte per ricerche del tutto nuove; ad oggi però, il concetto di fascia di abitabilità in cui sia possibile trovare acqua liquida resta ancora il punto di partenza.
Ma al di là di ogni riflessione, quello che mi sono portata fuori dalla sala è stato un senso di appagamento emotivo difficile da spiegare, ma che forse potrei riassumere con una sola parola, o meglio, tre: «Amaze. Amaze. Amaze», citazione che del film è stata fatta niente di meno che dal controllo missione NASA in uno scambio con l’equipaggio a bordo dell’Orion in sorvolo sul lato nascosto della Luna. E sì, anche con una gran voglia di leggere il romanzo di Andy Weir – proprio l’autore di “The Martian” –, di cui questo film è la trasposizione su pellicola. Cercherò di recuperarlo e vi darò aggiornamenti; come si è soliti dire in questi casi: stay tuned…













































































































