16.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
Le tre immagini riprese da MRO dello scudo termico (primo da sinistra), della sonda InSight al centro e del paracadute. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of ArizonaL’ellisse della zona prevista di atterraggio e la posizione effettiva del lander, ora nota grazie alle immagini di MRO. In questo caso, l’immagine di base su cui sono state segnate ellisse e posizione del lander, è un’immagine della Elysium Planitia ripresa nel 2015 dalla camera THEMIS a bordo di Mars Odissey, altro orbiter della flotta di sonde marziane della NASA. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASU
Il 26 novembre scorso, il lander Insight della NASA è sceso su Marte, all’interno di un’ellisse prevista la rga 130 chilometri. Ora il team ha individuato con certezza il luogo dell’atterraggio utilizzando le immagini di HiRISE, la potente camera ad alta risoluzione a bordo di MRO (Mars Reconnaissance Orbiter), altra sonda, sempre della NASA in orbita stabile attorno al pianeta.
HiRISE ha ripreso sia InSight che il suo scudo termico e il pracadute, utilizzati e sganciati dopo l’ingresso in atmosfera, il primo, e dopo l’accensione dei razzi, il secondo, che le hanno permesso di posarsi in posizione corretta sul suolo marziano. Le riprese sono dello stesso set di immagini raccolto il 6 dicembre scorso e ripetute il giorno 11. I tre oggetti, lander, scudo e paracadute, si trovano entro i 300 metri l’uno dall’altro, e tutti e tre si trovano all’interno della Elysium Planitia, la pianeggiante e “noiosa” (come è stata definita) distesa lavica scelta per l’atterraggio.
L’alone scuro, di terreno annerito dai razzi della sonda durante l’atterraggio e, al centro, la forma vagamente a farfalla dei pannelli solari di InSight. Crediti: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona
Nelle immagini i tre oggetti sembrano verdognoli, non è ovviamente il loro colore, semplicemente nelle riprese la luce riflessa dalla loro superficie ha saturato il sensore, poiché il terreno che le circonda è decisamente più scuro, e ancor di più nell’immagine che mostra la sonda, essendo stato annerito dai 5 razzi utilizzati per la discesa. Se guardate attentamente l’immagine della sonda, potrete notare la forma “a farfalla” dovuta ai suoi grandi pannelli solari spiegati (dal diametro di ben 2,2 metri l’uno).
In realtà non sono le prime immagini di InSight che MRO riprende, ma solo le prime del lander adagiato sulla superficie. La camera HiRISE ha infatti ripreso più volte InSight, sia mentre era a bordo della sua navicella spaziale Phoenix. che l’ha accompagnato nel viaggio dalla Terra a Marte, sia durante la discesa con il suo paracadute. Purtroppo, a causa dell’angolazione poco adatta da cui ha tentato la ripresa, le immagini dell’atterraggio non sono riuscite.
La potete però vedere qui sotto nel suo primo “selfie”, del 6 dicembre, a dieci giorni marziani dall’arrivo (Sol 10). Se seguirà le orme del suo collega Curiosity ne vedremo parecchi di questi selfie… ma ricordiamo che non sono solo “scatti vanesi”, ma sono soprattutto necessari al team per controllare che tutto sia in ordine oltre a verificare lo stato dei pannelli solari, sicuramente uno dei tratti distintivi della sonda.
In questo primo selfie della sonda vediamo i grandi pannelli solari e il corpo principale della sonda, che ospita sulla sua parte superiore, i sensori per il controllo del meteo e l’antenna UHF. Crediti: Nasa/JPL-Caltech.
Com’è possibile che non si veda il braccio che tiene la camera con cui il selfie è stato fatto? Semplicemente perché non si tratta di un unico scatto, ma di un mosaico composto da più immagini che mostrano la sonda nella sua interezza, mentre braccio e camera restano fuori campo.
Intanto la sonda è al lavoro, sta testando gli strumenti e riprendendo immagini perché dal centro controllo possano decidere la più corretta disposizione del sismografo e dove trapanare per portare il sensore della temperatura, e il cucchiaio per la raccolta di campioni, a 5 metri sotto la superficie. Cominciando così la sua vera missione scientifica.
Video navigabile a 360° del panorama in apertura
Ma oltre alle immagini, InSight ci ha già mostrato come sia diversa da tutte le sonde che l’hanno preceduta, quasi a risposta della domanda ricorrente “perché un’altra sonda su Marte? Non ce ne sono a sufficienza?”. Ha battuto infatti un altro record, e ci ha fatto ascoltare per la prima volta il suono del vento marziano! O meglio… non avendo veri e propri microfoni, InSight ha inviato le vibrazioni dei suoi pannelli solari raccolte dal sismografo e dal sensore di pressione dell’aria che ha a bordo, che sono poi state convertite in suono. In fondo è proprio quello che fa il nostro cervello quando riceve il segnale delle vibrazioni dell’aria raccolte dalle nostre orecchie… La sonda infatti studierà non solo l’interno del pianeta, ma anche il suo meteo e i movimenti del lander dovuti a vari fattori, compreso il vento, che in questo caso soffiava tra le 10 e le 15 miglia orarie. Un vento consistente con la direzione delle tracce di dust devil osservati nell’area.
Questo sarà il primo e unico momento in cui il sismografo SEIS (Seismic Experiment for Interior Structure) potrà rilevare direttamente le vibrazioni della sonda. Nell’arco di qualche settimana infatti, verrà posizionato direttamente a contatto con il suolo marziano grazie al braccio robotico della sonda, e coperto da una cupola che lo proteggerà dal vento e dalle differenze di temperatura. Continuerà a sentire la sonda, ma solo attraverso il suolo marziano e resterà in ascolto dei movimenti dall’interno del pianeta.
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L'immagine qui presentata è stata ottenuta dall'osservazione di R Aquarii effettuata da SPHERE/ZIMPOL e mostra la binaria insieme con i getti di materiali lanciati dalla coppia stellare. Crediti: ESO/Schmid et al.
L’immagine qui presentata è stata ottenuta dall’osservazione di R Aquarii effettuata da SPHERE/ZIMPOL e mostra la binaria insieme con i getti di materiali lanciati dalla coppia stellare. Crediti: ESO/Schmid et al.
Questa spettacolare immagine – la seconda puntata della settimana dell’ESO dedicata a R Aquarii – mostra dettagli intimi del drammatico duo stellare che forma la stella binariaR Aquarii. Sebbene la maggior parte delle stelle binarie siano legate tra loro in un garbato valzer condotto dalla gravità, la relazione tra le stelle di R Aquarii è molto meno serena. Nonostante le sue dimensioni minuscole, la più piccola delle due stelle in questa coppia sta estraendo costantemente il materiale dalla compagna morente: una gigante rossa.
Anni di osservazioni hanno portato alla luce la singolare storia della stella binaria R Aquarii, visibile al centro di questa immagine. La più grande delle due stelle, la gigante rossa, è un tipo di stella noto come variabile di tipo Mira. Alla fine della loro vita, queste stelle iniziano a pulsare, diventando 1000 volte più luminose del Sole, mentre i loro gusci esterni si espandono e vengono lanciati nel vuoto interstellare.
L’agonia di questa grande stella è di per sè drammatica, ma l’influenza della stella compagna, una nana bianca,trasforma questa affascinante situazione astronomica in un sinistro spettacolo cosmico. La nana bianca – che è più piccola, più densa e molto più calda della gigante rossa – strappa il materiale dagli strati esterni della compagna più grande. I getti di materiale stellare proiettati da questo gigante morente si vedono in questa immagine mentre sono espulsi verso l’esterno da R Aquarii.
Occasionalmente, una quantità sufficiente di materiale si accumula sulla superficie della nana bianca per innescare un’esplosione termonucleare di nova, un evento titanico che lancia una grande quantità di materiale nello spazio. I resti di nova avvenuti nel passato sono visibili nella tenue nebulosa di gas che si irradia da R Aquarii.
R Aquarii si trova a soli 650 anni luce dalla Terra – vicinissima in termini astronomici – ed è una delle stelle binarie simbiotiche più vicine alla Terra. In quanto tale, questa interessante binaria ha ricevuto particolare attenzione da parte degli astronomi per decenni. Fotografare la miriade di caratteristiche di R Aquarii era un modo perfetto per gli astronomi di testare le capacità del Polarimetro IMaging di Zurigo (ZIMPOL), uno dei componenti del cacciatore di pianeti SPHERE. I risultati hanno superato ciò che si ottiene con osservazioni dallo spazio – l’immagine mostrata qui è ancora più nitida rispetto alle osservazioni del famoso telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA.
Questa immagine mette a confronto una parte dell’osservazione a campo ampio di Hubble con i dettagli intricati scoperti dalle impareggiabili capacità di osservazione di SPHERE e del VLT. Crediti: ESO/Schmid et al./NASA/ESA
SPHERE è stato sviluppato in anni di studi e costruzioni proprio per essere dedicato a una delle aree più interessanti ed entusiasmanti dell’astronomia: la ricerca di esopianeti. Usando un sistema di ottica adattiva all’avanguardia e strumenti specializzati come ZIMPOL, SPHERE può raggiungere l’impresa impegnativa di produrre un’immagine diretta degli esopianeti. Tuttavia, le capacità di SPHERE non si limitano alla caccia agli sfuggenti esopianeti: lo strumento può anche essere usato per studiare una varietà di sorgenti astronomiche – come si può vedere da questa immagine affascinante delle caratteristiche peculiari di R Aquarii.
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Ulteriori Informazioni
Questo lavoro è stato presentato nell’articolo “SPHERE / ZIMPOL observations of the symbiotic system R Aqr. I. Imaging of the stellar binary and the innermost jet clouds” di H.M. Schmid et. al, pubblicato dalla rivista Astronomy & Astrophysics.
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14.12, ore 18:30: Attività 28° anno Gruppo Tutela Ambiente Montano T.A.M. Conferenza “Mutazioni secolari di costellazioni e altre storie celesti”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT). Presso la “Società Alpine delle Giulie”, Via di Donota, 2, Trieste
14.12, ore 20:00: Pizza sociale di fine anno. Per prenotazione, contattare la segreteria
16.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
Dirigendo il nostro sguardo verso ovest-sudovest, nella prima serata del 14 dicembre, alle ore 22:15, potremo notare la presenza della Luna (fase del 44%) accompagnata da un infuocato puntino luminoso di color arancione: si tratta del pianeta Marte (mag. +0,2), situato a circa 4° 45’ a nordovest della Luna.
Il teatro dell’incontro è quello della costellazione dell’Acquario.
All’orario indicato la Luna si troverà a circa 11° di altezza sull’orizzonte e avremo a disposizione circa un’ora prima che tramonti.
L’altezza dei due soggetti è ideale per scattare delle fotografie che comprendano degli elementi del paesaggio circostante a far da cornice all’incontro. Anche se non sarà visibile a occhio nudo, a circa 3° 35’ a ovest della Luna si trova anche il lontano pianeta Nettuno (mag. +7,9).
Non solo! Poco dopo le 17, ci sarà anche un passaggio della Stazione Spaziale Internazionale proprio nei dintorni della congiunzione (in particolare per il Centro Italia). Controllate le esatte circostanze per la vostra località su Calsky o attraverso altri software e app gratuite.
Non dimentichiamo poi che queste sono le serate migliori per provare a osservare le Geminidi, le stelle cadenti invernali, e la cometa del momento, la 46P/ Wirtanen.
14.12: Osservazione della Cometa 46P/Wirtanen e dello sciame delle Geminidi. Uscita notturna con i propri telescopi in località Campogrosso. La Cometa 46P/Wirtanen, conosciuta come “la cometa di Natale”, è una cometa periodica che torna a farci visita ogni 5 anni. Al 14 dicembre si troverà a soli 11,6 milioni di chilometri dalla Terra e in condizioni ottimali di visibilità potremo individuarla ad occhio nudo. Si prevede che possa raggiungere la quarta magnitudine. Le Geminidi sono probabilmente lo sciame meteorico più intenso, quello con il maggior numero di stelle cadenti per ogni ora (ZHR previsto fino a 120). La partecipazione è gratuita ma per motivi organizzativi è necessario dare la propria adesione scrivendo a info@astrofilivicentini.it. Le iscrizioni apriranno lunedì 01/12/2018. Attenzione: l’organizzazione dell’evento è subordinata alle condizioni meteo. Se la località non sarà raggiungibile in auto a causa della neve, l’evento potrebbe essere svolto in altro luogo oppure essere annullato.
21.12: Astrocena. Incontro conviviale tra i soci per il tradizionale scambio degli auguri natalizi. La prenotazione è obbligatoria. Comunicheremo successivamente ulteriori dettagli.
14 e 28.12, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti.
L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria. In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Seguiteci su www.astrofilisenesi.it e sulla nostra pagina facebook Unione Astrofili Senesi
Sabato 15 dicembre: La notte della Cometa di Natale! Serata pubblica gratuita dedicata all’osservazione del cielo e della cometa Wirtanen al telescopio. Presso la nostra sede dalle ore 21:00. Info sulla pagina dei contatti.
A partire dal 21 gennaio: Corsi di Astronomia. Ricominceranno i nuovi corsi di astronomia presso la nostra sede! Corso di astronomia generale per scoprire l’universo dalla Luna al Big Bang: pianeti, stelle, galassie. Corso base completo di Fotografia Astronomica.
di Massimo Orgiazzi – astronautinews.it
Per la seconda volta nella storia dell’umanità, un oggetto terrestre raggiunge lo spazio interstellare. Voyager 2, dopo la sonda gemella Voyager 1 che aveva raggiunto questo traguardo nell’agosto del 2012, è uscita dall’eliosfera, la regione di spazio popolata da particelle e campi magnetici creati dal nostro Sole.
Leggi lo speciale dedicato ai 40 anni delle missioni Voyager su Coelum astronomia 217 (in formato digitale e gratuito).
I membri del team della sonda Voyager 2 hanno condiviso oggi le conclusioni tratte dai dati letti in queste ultime settimane. Il giorno in cui si sono notate le maggiori differenze, rappresentando così la data formale di uscita dall’eliosfera, è il 5 novembre scorso. Il confine dell’eliosfera, noto come eliopausa, è il luogo dello spazio in cui il tenue e caldo vento solare incontra il denso e freddo mezzo interstellare. La sonda Voyager 1 aveva oltrepassato questo confine nel 2012, ma il fatto che anche Voyager 2 sia potuta arrivare a questo appuntamento ancora funzionante è di importanza fondamentale, per il fatto che quest’ultima ha ancora strumenti attivi che la sonda gemella non aveva più durante e dopo quell’evento. I rivelatori di vento solare a bordo della Voyager 1 hanno infatti smesso di funzionare nel 1990 e l’analoga strumentazione a bordo di Voyager 2 sta già fornendo e fornirà osservazioni senza precedenti in merito alla natura di questo passaggio attraverso l’eliopausa.
Voyager 2 si trova ora a più di 18 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, ma le comunicazioni con la sonda sono rimaste continue e regolari: gli esperti della missione contano ovviamente di mantenerle ben attive, proprio ora che diventano cruciali a seguito dell’entrata in questa nuova fase del viaggio. Alla distanza cui si trova, il segnale in arrivo dalla Voyager 2 impiega 16,5 ore per raggiungere la Terra. Per fare un raffronto, la luce irradiata dal Sole, distante circa 150 milioni di chilometri, impiega appena 8 minuti per raggiungerci.
I grafici sulla sinistra rappresentano il calo della corrente rilevata lungo tre direzioni dallo strumento PLS. E’ una delle evidenze fondamentali che prova l’arrivo della sonda nello spazio interstellare. A destra, una rappresentazione del PLS. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MIT
L’evidenza più schiacciate dell’uscita di Voyager 2 dall’eliosfera è costituita dai dati raccolti dall’esperimento PLS (Plasma Science Experiment), uno strumento che ha cessato di funzionare sulla Voyager 1 già nel 1980, all’incirca durante il sorvolo di Saturno e ben 32 anni prima dell’arrivo all’eliopausa. Fino a tempi molto recenti, lo spazio nel quale viaggiava Voyager 2 era contraddistinto primariamente dal plasma proveniente dal Sole. Questo flusso, che caratterizza il vento solare, crea una sorta di bolla, chiamata eliosfera, che avvolge tutto il Sistema Solare. PLS usa la corrente elettrica generata dal plasma solare per rilevare la velocità, la densità, la temperatura, la pressione e il flusso del vento solare. PLS ha osservato un brusco calo nella velocità del vento solare a partire dal 5 novembre scorso. Da quella data in poi, PLS non ha più osservato flusso di vento solare nello spazio attraversato dalla Voyager 2, il che ha reso quasi certi i membri del team a proposito del fatto che la sonda avesse definitivamente varcato il confine dell’eliopausa.
Le curve dei dati di particelle di raggi cosmici di provenienza galattica (in alto) e di particelle provenienti dall’eliosfera (in basso). Crediti: NASA’s Goddard Space Flight Center
Oltre al dato del plasma, il team ha avuto riscontri anche da tre altri strumenti a bordo della sonda: dal CRS (Cosmic Ray System), dal LECP (Low Energy Charged Particle) e dal MAG (Triaxial Fluxgate Magnetometer). I segnali di questa strumentazione sono tutti compatibili con la conclusione secondo cui Voyager 2 avrebbe lasciato l’eliosfera. Rispetto alla situazione parecchio compromessa della strumentazione della Voyager 1, si capisce come il team sia particolarmente eccitato all’idea di continuare le osservazioni con tutti i dispositivi funzionanti.
Tuttavia la comprensione del passaggio oltre l’eliosfera rimane “un lavoro di squadra”. Insieme, Voyager 1 e 2 stanno fornendo un quadro d’insieme il più preciso possibile su come l’eliosfera interagisca con il vento interstellare che fluisce dal suo esterno. E oltre alle due Voyager, anche un’altra missione, IBEX (Interstellar Boundary Explorer), fornisce dati complementari utili alla comprensione di questa interazione. La NASA sta anche approntando un’ulteriore missione (IMAP, Interstellar Mapping and Acceleration Probe), che dovrebbe allargare la squadra ed essere lanciata nel 2024 per comprendere a fondo e capitalizzare i dati raccolti dalle Voyager.
In questo video la NASA spiega la differenza tra i vari “confini” del nostro Sistema solare (è possibile attivare la traduzione italiana dei sottotitoli).
Ma se le sonde hanno lasciato l’eliosfera, non è ancora corretto affermare che abbiano lasciato il Sistema Solare e di certo non lo lasceranno nel breve termine. Si stima infatti che il confine vero e proprio del Sistema Solare sia collocato ben oltre il margine esterno della nube di Oort, la zona popolata da tutti quegli oggetti che non si trovano sotto l’influenza diretta della gravità solare. L’ampiezza della nube di Oort non è nota con certezza, ma si stima che possa estendersi sino a 100.000 unità astronomiche. Siccome un’unità astronomica corrisponde alla distanza tra la Terra e il Sole, ci vorranno circa 300 anni perché la Voyager 2 raggiunga il margine interno della nube e probabilmente non meno di 30.000 anni per superarla e arrivare al suo margine esterno.
Le sonde Voyager sono alimentate con generatori termici a radioisotopi (RTG) che utilizzano l’energia liberata dal decadimento radioattivo del plutonio-238. La potenza di questi generatori cala in ragione di 4 watt l’anno, il che implica come varie parti della strumentazione di bordo, incluse le fotocamere, sono state spente già da anni per poter gestire al meglio il consumo energetico. Il raggiungimento di questo traguardo ancora funzionanti, è quindi un risultato davvero importante per entrambe le sonde, in viaggio oramai da più di 41 anni.
I numeri di Voyager 2. Crediti: NASA
Voyager 2 era stata lanciata il nell’agosto del 1977, 16 giorni prima della gemella Voyager 1: entrambe hanno viaggiato ben oltre le loro originali destinazioni originali. Erano state costruite per funzionare 5 anni e per condurre osservazioni ravvicinate dei sistemi di Giove e Saturno, ma le missioni non sono finite lì e sono stati aggiunti ulteriori sorvoli. Proprio la Voyager 2 è stata diretta verso Urano e Nettuno e mentre le sonde attraversavano l’intero Sistema Solare lungo due rotte completamente diverse, l’ingegno umano ha dato prova della sua straordinaria efficacia superando le capacità di cui le Voyager erano dotate alla partenza mediante una riprogrammazione remota. I due sistemi planetari da osservare sono diventati quattro, la vita attesa di 5 anni si è allungata a 41, trasformando le Voyager nelle missioni esplorative più longeve in assoluto.
Come ha avuto modo di dire Carolyn Porco, già membro dell’imaging team delle due missioni, Voyager 1 ha fatto dell’umanità una specie interstellare. Voyager 2 ha dimostrato che non è poi così difficile continuare su quella strada. La storia delle due sonde ha influenzato non solo intere generazioni di scienziati ed ingegneri, ma anche la stessa cultura terrestre nelle sue più svariate forme, inclusi il cinema, la musica, la letteratura e l’arte in generale. Ognuna delle sonde, peraltro, è già portatrice di cultura, trasportando un disco, il Golden Record, che veicola suoni, immagini e messaggi provenienti dal pianeta Terra. E siccome le Voyager sono gli ambasciatori più lontani del genere umano nello spazio, il loro viaggio potrebbe durare miliardi di anni e la loro presenza essere ad un certo punto l’unico testimone della nostra esistenza. Per questo, l’importantissimo traguardo raggiunto ora anche da Voyager 2 non è la fine di una missione e nemmeno il termine di un viaggio. E’ solo l’inizio di un nuovo capitolo dell’esplorazione umana.
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Riccardo Giacconi (1931-2018). Fonte: Nobel Foundation archive.
Riccardo Giacconi (1931-2018). Fonte: Nobel Foundation archive.
Nato a Genova il 6 ottobre 1931, Riccardo Giacconi, premio Nobel per la Fisica nel 2002 per il suo lavoro pionieristico nel campo dell’astronomia a raggi X, è morto ieri, domenica 9 dicembre, all’età di 87 anni.
«Riccardo si era formato nella scuola di Beppo Occhialini, a Milano», ricorda il presidente dell’Inaf Nichi D’Amico, «una scuola alla quale un pezzo del nostro Inaf appartiene, e nella quale continua a riconoscersi. Ricordo che da studente universitario, a metà degli anni Settanta, ebbi il privilegio di seguire un corso tenuto da Bruno Rossi, già professore al Mit e fondatore negli Stati Uniti di American Science and Engineering, che aveva accolto già da alcuni anni il Giacconi giovane pioniere, entusiasta e determinato. Ricordo l’affetto e l’ammirazione con cui Bruno Rossi descriveva il personaggio, peraltro già famoso, che poi divenne il fondatore indiscusso dell’astronomia a raggi X. E quando ebbi il piacere e l’onore di conoscerlo personalmente, rimasi inevitabilmente affascinato dal suo carisma».
Nel 1956 Giacconi lasciò Milano per trasferirsi negli Stati Uniti, dove si occupò di strumentazione per l’astronomia X – dapprima, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, con rilevatori a bordo di razzi, e in seguito, all’inizio degli anni Settanta, con Uhuru, il primo satellite per l’astronomia X. La ricerca pionieristica di Giacconi proseguì nel 1978 con Heao-2 (Einstein Observatory), il primo telescopio spaziale con imager a raggi X, e in seguito con Chandra, lanciato nel 1999 e tuttora in funzione.
Giacconi ha dato un contributo fondamentale anche all’astronomia ottica e infrarossa. Nel 1981 divenne il primo direttore dello Space Telescope Science Institute, ponendo le basi per l’enorme successo dello Hubble Space Telescope. E dal 1993 al 1999 fu direttore generale dell’Eso, proprio negli anni in cui si costruiva il Very Large Telescope.
Guarda l’intervista video rilasciata nel 2009 da Riccardo Giacconi a MediaInaf Tv:
Trascrizione completa dell’intervista:
«Era il periodo di Kennedy, eravamo convinti che negli Stati Uniti potevamo fare qualunque cosa. Eravamo giovani, eravamo molto aggressivi… Io ero già il vecchio, all’età – cos’era – avevo 31 anni quando abbiamo fatto le prime scoperte. Ero il vecchio, gli altri erano tutti più giovani, per cui era un gruppo veramente giovane».
«Quando abbiamo incominciato, il primo è scoppiato. Il secondo è andato su ma non si è aperta la porta. Il terzo ha funzionato. E nello stesso tempo, quell’anno lì, abbiamo lanciato 19 razzi da Johnstone Island, nel Pacifico, 4 da Kyruna, in Svezia, 6 strumenti su satellite e poi un satellite completo. Voglio dire, il lavoro andava con una velocità che era essenzialmente limitata non dal denaro ma dalla nostra capacità di concepire e fare. E questo era bellissimo».
«Quello che volevano che io facessi era cominciare del lavoro in fisica spaziale, studiare le particelle elementari… E di vedere l’effetto delle bombe nucleare sull’atmosfera. E terza cosa è quella che ha suggerito Bruno: “Perché non pensi un po’ a studiare questa astronomia a raggi X?”. Quello è l’inizio. Ma poi quando abbiamo lanciato Uhuru venivano giù i dati tutti i giorni, era come… Prima di tutto c’è un rumore di fondo dappertutto, che viene da distanze cosmiche. Si vede il cielo tutto illuminato in X, con poche sorgenti qui e là. Ma quello che veramente è stato importante non è stato trovare una sorgente in raggi X: era che questa stella in raggi X – questa prima sorgente che abbiamo visto, Scorpius X-1 – la luminosità in raggi X era mille volte quella della luce visibile».
«Prima di tutto occorre dire che non ho preso tutto il premio [Nobel, ndr] intero, perché c’erano quelli che avevano trovato i neutrini, che erano anche dal punto di vista astrofisico importanti. Allora hanno diviso il premio a metà: metà per i raggi X e metà per i neutrini. Per cui ho ricevuto metà, e mandare i miei nipoti a Harvard – ne ho due – costa molto di più di così!»
«Che cosa vuol dire per me? Io ho avuto più opportunità che molta molta gente, per cui sento un certo dovere di parlare con voi, di dare lezioni, di cercare di comunicare, no? Devo dire che, però, è una sorgente di grande “disappointment”, nel senso che, dal punto di vista illuministico, l’imparare, la scienza, la ragione e così via… L’ideale era che trasformava l’umanità, no? Io non vedo nessun segno, anzi: è il fondamentalismo che sta crescendo, non la razionalità. E questo dappertutto».
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Immagine indicativa della posizione del radiante nella costellazione dei Gemelli. Come sempre per osservare le stelle cadenti più lunghe e persistenti conviene guardare non direttamente nella direzione del radiante ma nel cielo circostante.
Anche quest’anno, nel periodo che va dal 4 al 16 dicembre, dirigendo lo sguardo verso la costellazione dei Gemelli, potremo assistere a un magnifico spettacolo, quello offerto dallo sciame meteorico delle Geminidi. Dopo gli sciami minori degli ultimi mesi, finalmente queste “stelle cadenti” invernali, proprio come per le Perseidi in agosto, permettono di godere delle scie luminose lasciate in cielo dai frammenti rocciosi e metallici che, entrando nell’atmosfera, si disintegrano illuminandosi.
Il picco di attività è atteso per le ore 13:30 del 14 dicembre, con uno ZHR di circa 120 meteore all’ora, anche se già il giorno prima e quello successivo è attesa una discreta attività.
Ricordiamo poi che in queste serate è anche il momento migliore per osservare, anche a occhio nudo con un buon cielo a disposizione, la cometa di Natale, la 46P/ Wirtanen
Controllate poi sempre l’eventuale presenza di un passaggio della Stazione Spaziale Internazionale, che potrebbe impreziosire i vostri scatti (controllando poi le corrette circostanze per la vostra località con un software apposito).
Il 9 dicembre, una sottile falce di Luna (fase del 5%) si troverà a circa 5° a nordest di Saturno (mag. +0,5). Si tratterà di una congiunzione piuttosto ampia ma comunque di interesse, soprattutto se si desidera osservare o fotografare le falci lunari molto sottili.
Per individuare la coppia, basterà orientarsi verso sudovest, con la Luna che sarà alta circa 11° sull’orizzonte. Il cielo sarà ancora piuttosto chiaro, nel pieno del tramonto.
Il Circolo Culturale Astrofili Trieste presenta:
“APERITIVO CON LE STELLE 3”
Secondo appuntamento, Mercoledì 12 Dicembre, per “APERITIVO CON LE STELLE 3”, ciclo di eventi multimediali dedicati all’Astronomia organizzati dal Circolo Culturale Astrofili Trieste presso l’elegante cornice dell’hotel NH Trieste.
Lo speciale evento, unico a livello nazionale, sarà aperto alle ore 18:00 con l’APERITIVO STELLARE (consumazione: € 5,00/persona) che avrà luogo nel contesto della mostra fotografica “PIANETI E PROFONDO CIELO”, che raccoglierà alcune tra le più belle e significative immagini di oggetti astronomiche riprese dall’Associazione in oltre trenta anni di storia; i soci faranno da guida fornendo indicazioni sulle immagini ai partecipanti.
Nella stessa sala, si affiancherà “LIFT-OFF TO SPACE”, bellissima e ricca esposizione di modelli aerospaziali in scala realizzati da Giovanni Chelleri, socio del Circolo e creatore di realistici modelli tra i più apprezzati a livello nazionale ed internazionale.
L’immersione nell’Astronomia proseguirà alle ore 18:30 con la relazione “MONDI ABITATI E MONDI ABITABILI”, tenuta dall’astrofisico Giovanni Vladilo (INAF), Direttore dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, che esporrà sia le tecniche di rilevamento di questi esotici oggetti che le interessanti caratteristiche intrinseche che permettono di valutare la possibilità della presenza di vita su questi mondi lontani, separati da noi dalle immense distanze siderali.
Di seguito, Stefano Schirinzi, Presidente del Circolo Culturale Astrofili Trieste ed esperto planetarista, trasformerà la volta in un avveniristica “volta celeste” grazie al planetario digitale per la relazione di chiusura, “IL CIELO STELLATO DI DICEMBRE”, dove verranno fornite spiegazioni sulla visibilità di pianeti, costellazioni nonché sui più interessanti oggetti del cielo profondo visibili in questo periodo.
L’appuntamento con il ricco mix astronomico di “APERITIVO CON LE STELLE 3” è per Mercoledì 12 Dicembre 2018, con inizio alle ore 18:00 presso l’hotel NH Trieste (C.so Cavour, 7).
Altri appuntamenti del Circolo nel mese di dicembre:
14.12, ore 18:30: Attività 28° anno Gruppo Tutela Ambiente Montano T.A.M. Conferenza “Mutazioni secolari di costellazioni e altre storie celesti”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT). Presso la “Società Alpine delle Giulie”, Via di Donota, 2, Trieste
14.12, ore 20:00: Pizza sociale di fine anno. Per prenotazione, contattare la segreteria
16.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
10.12, ore 18:30: Conferenza “Energia: Quale futuro?”,
relatore Prof. Edoardo Bogatec. Presso la sala “Centro Natura” comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT.
12.12, ore 18:00: “Aperitivo con le stelle 3”, presso hotel NH Trieste (C.so Cavour , 7 Trieste).
Consumazione al bat: 5,00€, Conferenza “Mondi abitati e mondi abitabili”,
relatore Giovanni Vladilo (Direttore OAT/INAF).
Mostra fotografica “Pianeti e Profondo Cielo” Esposizione modelli aerospaziali in scala (autore Giovanni Chelleri)
Planetario: “Il cielo stellato di dicembre”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT)
14.12, ore 18:30: Attività 28° anno Gruppo Tutela Ambiente Montano T.A.M. Conferenza “Mutazioni secolari di costellazioni e altre storie celesti”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT). Presso la “Società Alpine delle Giulie”, Via di Donota, 2, Trieste
14.12, ore 20:00: Pizza sociale di fine anno. Per prenotazione, contattare la segreteria
16.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
Il cammino della cometa fino ai primi del nuovo anno. Anche un'immagine composita che ce la mostra durante il suo percorso, tracciando eventuali modifiche di luminosità e forma, potrebbe essere un'idea di ripresa (cieli sereni permettendo).
Si entra nel vivo! La cometa 46/P Wirtanen è ormai vicinissima alla Terra e continuerà ad avvicinarsi fino al 16 dicembre, giorno in cui toccherà la minima distanza dal nostro pianeta (meno di 12 milioni di chilometri).
Ma già adesso, e poi sicuramente almeno per tutto dicembre, la sua luminosità sarà tale da permetterci di “sbirciarla” a occhio nudo. Sotto un ottimo cielo dolomitico, in un’osservazione del 4 dicembre, mi è parso a momenti di notarla per la prima volta senza strumenti nonostante fosse ancora piuttosto bassa in cielo. Sia chiaro, niente di appariscente, solo un fantasmino immerso tra le stelle dell’Eridano che compariva a momenti con il metodo della visione distolta, ovvero guardandolo di lato e non direttamente l’oggetto, azionando quindi la parte dell’occhio più sensibile in condizioni di scarsa illuminazione.
La cometa, quel piccolo batuffulo verde più o meno al centro dell'immagine, a destra di Orione (cliccare per ingrandire), proprio sopra le creste del Monte Civetta, in una foto a grande campo dell'autore. Crediti: Claudio Pra.
Passando al binocolo 20×90 la Wirtanen, si è invece mostrata evidentissima e così l’ho descritta: «La valuto di quinta magnitudine. Possiede un piccolo falso nucleo centrale inserito in un anellino luminoso, a sua volta circondato dal resto della chioma più tenue ma ben rilevabile. Esternamente un involucro appena percepibile aumenta ancora le sue già rilevanti dimensioni. Niente coda».
La coda della cometa, a occhio nudo o con uno strumento, è al momento fuori vista, ma si mostra nelle immagini del 4 dicembre scorso: sulla sinistra rielaborazione della cometa 46P/Wirtanen ripresa con telescopio remoto Rifrattore Apo Petzval 106mm F5 situato presso l’Osservatorio astronomico di Siding Spring (Australia), nell’ambito della “Campagna Osservativa del Progetto PACA 46P”. Si nota ancora una debole ma lunga coda. A destra, elaborazione in negativo della medesima immagine per evidenziare la coda della Cometa 46P/Wirtanen, praticamente invisibile altrimenti. Crediti: Francesco Badalotti, www.astronomicalangrenus.it
Anche nel piccolo binocolo 10×50 si è mostrata facilmente tanto da riuscire a osservarla senza problemi anche il giorno seguente, alta solo una decina di gradi sull’orizzonte. Due giorni dopo, il 6 dicembre, l’ho rivista non particolarmente cambiata, anche se l’interno della chioma mi è sembrato più luminoso.
Una composizione di Rolando Ligustri, con la cometa ripresa sempre il 4 dicembre, a cui viene affiancata la dimensione della Luna, per mostrare quanto si estenda, in questo tipo di riprese, la chioma della cometa. Non significa però che a occhio nudo si veda "grande come la Luna", come certi titoli inducono a pensare! Ci scrive: "se ancora non riusciamo ad apprezzare a pieno la cometa, è perchè è ancora bassa, perchè abbiamo velature e IL, sulla foto fatta in remoto con cielo scurissimo e cometa a 70 gradi sull'orizzonte, ho misurato una chioma (fino alle parti più esterne, 75') per cui il rapporto con la luna piena è come da immagine che allego". Crediti: Rolando Ligustri
Parlavamo qualche riga fa della coda, la parte che rende spettacolari questi oggetti. La Wirtanen al momento ne ha una quasi invisibile, già piuttosto difficile da evidenziare nelle riprese dei più bravi astrofotografi. Nelle immagini la chioma diventa però enorme. Ma tutto è in evoluzione e occorre quindi tenerla costantemente d’occhio.
Risulterà evidente di sera in sera la sua grande corsa sulla volta celeste che è rilevabile anche solo osservandola per un’oretta. Ma anche i suoi cambiamenti di aspetto e di dimensioni, sperando nella comparsa di una bella coda. Senza contare eventuali outburst chiaramente non prevedibili ma sempre possibili, che la trasformerebbero in qualcosa di indimenticabile.
Senza però fare voli di fantasia siamo assolutamente certi che il 16 dicembre, giorno del massimo avvicinamento al nostro pianeta e della presumibile massima luminosità raggiunta, per una coincidenza fortunata sarà anche molto vicina alle Pleiadi. La luminosa Wirtanen insieme alle Sette Sorelle, qualcosa di imperdibile.
E non solo… ci troveremo anche nei giorni migliori per l’osservazione delle Geminidi! Le stelle cadenti invernali. Il 14 e il 15 infatti sono le notti consigliate per l’osservazione, ma non è raro vederne anche nei giorni precedenti e successivi.
Il 23 dicembre passerà invece a meno di un grado da Capella, la stella Alfa dell’Auriga.
La grande altezza in cielo, l’ora comoda di osservazione, una cometa luminosa come da tempo non vedevamo, cosa volere di più. Tutti sotto le stelle quindi, per salutare questa viaggiatrice celeste protagonista fin qui di tanti passaggi anonimi, ma che quest’anno se ne concede uno diverso, da protagonista.
Un'altra immagine a grande campo dell'autore, dove la cometa appare sopra le velature del cielo, sulla destra dell'immagine (cliccare per ingrandire). Crediti: Claudio Pra.
Per riprenderla al meglio nel paesaggio, trovate i consigli di Giorgia Hofer sul nuovo Coelum astronomia ora online (come sempre in formato digitale gratuito):
Ultima immagine dell'autore, qui la cometa è al centro dell'immagine, circondata dal profilo delle Dolomiti e dagli alberi. Non vi resta che sbizzarririvi con i consigli di Giorgia Hofer al link qui sopra e il paesaggio della vostra terra. Buone osservazioni! Crediti: Claudio Pra.
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Quella del 7 dicembre sarà una congiunzione davvero particolare: vedrà coinvolti i pianeti Marte (mag. +0,1) e il remoto pianeta Nettuno (mag. +7,9).
I due pianeti si incontreranno tra le stelle dell’Acquario e si troveranno davvero vicini, a una distanza apparente di appena 4′ circa, con Marte situato a nordest di Nettuno.
La differenza di magnitudine sarà piuttosto accentuata ma sarà comunque interessante osservare la coppia, al binocolo (Nettuno non è visibile a occhio nudo) o al telescopio, e tentare di fotografare l’incontro.
Sequenza di 14 immagini PolyCam durante l'intera fase di approccio - Credits: NASA's Goddard Space Flight Center/University of Arizona - Processing: Marco Di Lorenzo
Il manifesto celebrativo dell’arrivo della sonda su Bennu.Sequenza di 36 esposizioni da 2,2 millisecondi, con contrasto accentuato, ottenuti dalla PolyCam in un intervallo temporale di 4 ore e 18 minuti – Credits: NASA’s Goddard Space Flight Center/University of Arizona – Processing: Marco Di Lorenzo
Dopo aver viaggiato nello spazio per più di due anni e oltre 3 miliardi di km, intorno alle 18 del 3 novembre, il veicolo “Origins, Spectral Interpretation, Resource Identification, Security-Regolith Explorer” (OSIRIS-REx) della NASA è arrivato a destinazione, l’asteroide Bennu. La sonda spaziale impiegherà quasi un anno a esaminare l’asteroide con cinque strumenti scientifici, con l’obiettivo di selezionare un luogo che sia sicuro e scientificamente interessante per raccogliere il campione di regolite (polvere superficiale). OSIRIS-REx recapiterà il campione alla Terra nel settembre 2023, nel deserto dello Utah.
La manovra di arrivo è consistita nell’accensione dei motori per circa 20 sec, variando la velocità del veicolo di 23 cm/s; la sonda dovrebbe essere giunta a soli 17 km da Bennu. Il giorno dopo ha sorvolato il polo Nord dell’asteroide a meno di 8 km, per poi spostarsi sull’equatore e infine sul polo sud, eseguendo una serie di tratti rettilinei. Questo servirà anche a fare una stima preliminare della massa di Bennu, in vista di una immissione in orbita a circa 1 km di altezza.
Per l’occasione, è stata rilasciata una spettacolare animazione che mostra Bennu in rotazione da una distanza di 80 km (presumibilmente lo scorso 25 novembre), con una risoluzione di poco superiore a 1m/pixel. La versione rimpicciolita l’avete vista qui in alto a destra, in apertura, mentre l’originale è visionabile nel sito del Goddard Media Studio.
Sequenza di 14 immagini PolyCam durante l’intera fase di approccio – Credits: NASA’s Goddard Space Flight Center/University of Arizona – Processing: Marco Di Lorenzo
La fase di approccio, che abbiamo seguito costantemente nel Mission Log dedicato, è durata oltre 3 mesi durante i quali la sonda ha effettuato quattro manovre correttive che hanno ridotto la velocità relativa tra asteroide e sonda da 491 m/s iniziali a soli 4 cm/s. La diretta NASA si è conclusa con una serie di applausi e subito dopo è passata a seguire lo spettacolare aggancio della Soyuz con la stazione spaziale internazionale, sopra l’oceano Atlantico meridionale.
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Dalle Origini al Futuro Che si parli di astronomia o di esplorazione spaziale, tutto alla fine ci porta alle nostre origini ma anche verso il nostro futuro. E gli articoli di questo numero ci raccontano proprio questo.
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La prediscovery di Koichi Itagaki, del 24 novembre.
M77 in uno scatto del 2017 di Andrea Tosatto, ovviamente la supernova non era ancora presente. Cliccando sull’immagine tutti i dettagli della ripresa su Photocoelum.
Questa supernova è anche un pò italiana, perché i tre astronomi del DLT40 che l’hanno individuata, utilizzando il telescopio Prompt da 0,40 metri posizionato presso l’Osservatorio di Cerro Tololo sulle Ande cilene, sono stati gli americani David J. Sand, Sam Wyatt e, appunto, l’italiano Stefano Valenti, laureato in Fisica all’Università di Ferrara.
Perché le supernovae che esplodono in una galassia Messier raccolgono tanto entusiasmo? Perché si tratta ovviamente di galassie importanti, in dimensione e visibilità, e relativamente facili alla ripresa anche per la più semplice strumentazione amatoriale per il deep sky. Tra i bersagli più fotografati dagli appassionati, e quindi con la maggior probabilità di avere immagini dell’esplosione dalla nascita e per tutta la sua evoluzione. Dati importanti anche per la ricerca professionale.
Si tratta perciò di uno dei campi in cui ricerca amatoriale e professionale sono ancora strettamente correlate, nonostante i programmi professionali tolgano sempre più agli amatori il piacere di nuove scoperte. Leggendo il report completo, sul prossimo numero di Coelum astronomia di gennaio, se ne potrà avere la completa percezione (nel frattempo potete sempre sfogliare il numero di dicembre ora online, o le precedenti rubriche sulle supernovae a cura dell’ISSP, di Fabio Briganti e Riccardo Mancini). Troverete, come sempre, tutti i dettagli della scoperta e della raccolta degli spettri di conferma, che gli hanno valso il nome di SN2018icv.
La prediscovery di Koichi Itagaki, del 24 novembre.
Qui invecevi invitiamo a controllare le vostre immagini dal 20 novembre in poi(data in cui è probabilmente esplosa). Se siete riusciti a riprenderla prima del 24 novembre, potreste avere tra le mani un’importante “prediscovery”!
L’astrofilo giapponese Koichi Itagaki, infatti vanta una pre-discovery con un’immagine ottenuta la notte precedente la scoperta, con la supernova che appariva di mag. +15,1.
Per chi invece non ha fatto riprese recenti di M77, in questo periodo culmina in cielo a un orario comodo, intorno alle 22, nella costellazione della Balena, vicina alla stella Delta Ceti. Posizionata sull’equatore celeste è pertanto visibile senza preferenze da entrambi gli emisferi e rappresenta la galassia più luminosa con nucleo attivo.
Al momento della scoperta la supernova brillava di mag. +14,6 e, nei giorni seguenti, la luminosità è andata leggermente ad aumentare.
La supernova SN 2018ivc nella ripresa del Virtual Telescope. Scatto del 28 novembre.
M77 ha un nucleo interno ampio e molto condensato e un alone esterno molto esteso e rarefatto. La supernova è posizionata sulla linea di confine, ma principalmente nella parte più rarefatta, e pertanto grazie alla notevole luminosità rappresenta un facile oggetto da osservare facendo però attenzione a non sovraesporre troppo la ripresa, per impedire che il nucleo denso sovrasti con la sua luminosità quella della supernova.
Buona osservazione!
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E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Costruita sulla base di nove anni di osservazioni del Large Area Telescope di Fermi, questa mappa mostra come il cielo a raggi gamma appare a energie superiori a 10 miliardi di elettronvolt. Il piano della nostra galassia, la Via Lattea, corre lungo il centro della trama. Colori più brillanti indicano sorgenti di raggi gamma più brillanti. Crediti: Nasa/Doe/Fermi Lat Collaboration
4000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000, ovvero 4 seguito da 84 zeri.
Il telescopio spaziale Fermi per la rilevazione dei raggi gamma.
Questo numero letteralmente “astronomico”, che rappresenta la somma di tutti i fotoni emessi finora dalle stelle nell’universo fin quasi dall’inizio della sua storia, è stato stimato per la prima volta da un team internazionale di scienziati grazie ai dati raccolti in oltre 9 anni dal Large Area Telescope di Fermi, missione spaziale della NASA, con una fondamentale partecipazione italiana grazie ai contributi dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf).
Lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science ed è basato sull’analisi dell’emissione di raggi gamma di un esteso campione di galassie attive distanti, che ha permesso di stimare il tasso di formazione delle stelle e fornire un riferimento per le future missioni che esploreranno gli albori dell’evoluzione stellare.
La luce emessa da tutte le galassie nel corso della storia dell’Universo produce quella che è nota come luce extragalattica di fondo (EBL) alle lunghezze d’onda ultravioletta, ottica e infrarossa. Questa luce di fondo rappresenta una fonte di “opacità” per i raggi gamma, e lascia un’impronta negli spettri delle sorgenti gamma distanti. I ricercatori hanno misurato questa attenuazione utilizzando come riferimento 739 galassie attive e un lampo gamma veloce rilevato dal Fermi Large Area Telescope. Ciò ha permesso di ricostruire l’evoluzione della luce extragalattica di fondo e di determinare la storia della formazione stellare dell’Universo per oltre il 90 per cento della sua evoluzione.
«Grazie ai dati raccolti dal telescopio Fermi, siamo stati in grado di misurare l’intera quantità di luce stellare mai emessa», dice Marco Ajello della Clemson University, primo autore dello studio. «Le stelle creano la maggior parte della luce che vediamo e sintetizzano la maggior parte degli elementi pesanti dell’universo, come il silicio e il ferro. Capire l’universo in cui viviamo dipende in gran parte dalla nostra comprensione di come si sono evolute le stelle».
Uno degli obiettivi principali della missione Fermi, che quest’anno ha celebrato il suo decimo anniversario, è stato quello di fare una stima della luce di fondo extragalattica, una sorta di “nebbia” cosmica composta da luce ultravioletta, visibile e infrarossa che le stelle hanno creato nel corso della storia dell’universo. Infatti, poiché la luce stellare continua a viaggiare attraverso il cosmo molto tempo dopo che le sue sorgenti sono esaurite, misurare la Ebl permette agli astronomi di studiare la formazione e l’evoluzione stellare in modo indipendente dallo studio dalle indagini sulle stelle stesse.
«In generale, sfruttiamo la radiazione gamma rivelata dai nostri osservatori in orbita per studiare gli oggetti celesti. In questo caso, invece, quantifichiamo l’assenza di radiazione gamma per censire la luce che pervade l’universo», spiega Patrizia Caraveo, responsabile per l’Inaf dello sfruttamento scientifico dei dati Fermi-Lat. «È affascinante vedere cosa si può ricavare dall’evidenza di una assenza. Esaminando, galassia per galassia, il deficit nell’emissione gamma che noi abbiamo misurata rispetto a quella che pensiamo esse abbiano prodotto, possiamo stimare la quantità di fotoni killer che sono stati prodotti da tutte le stelle che hanno brillato in qualche epoca nel nostro universo. Un risultato veramente “universale”, che bene si presta a festeggiare i 10 anni di vita orbitale della missione Fermi».
Identificare con un numero la quantità di luce stellare mai prodotta è davvero arduo, viste le tante variabili in gioco, ma lo studio stima che il numero di fotoni emessi fino ad ora dalle stelle del nostro Universo ammonti all’incredibile cifra di 4×1084, appunto quel 4 seguito da una sfilza di 84 zeri.
Ajello e il suo team hanno analizzato quasi nove anni di dati disponibili per i segnali gamma di 739 blazar, galassie contenenti buchi neri supermassicci in grado di rilasciare getti di particelle energetiche attraverso il cosmo a una velocità vicina a quella della luce. Quando uno di questi getti è puntato direttamente sulla Terra, è rilevabile anche se molto distante. I fotoni dei raggi gamma prodotti all’interno dei getti si scontrano con la “nebbia” cosmica, lasciando un’impronta osservabile. Questo ha permesso di misurare la densità della nebbia non solo in un dato luogo ma anche in un dato momento della storia dell’universo. «La luce gamma che viaggia attraverso la nebbia provocata dall’Ebl ha una grande probabilità di essere assorbita», dice Ajello. «Misurando quanti fotoni sono stati assorbiti, siamo stati in grado di misurare lo spessore della nebbia e anche, come funzione del tempo, quanta luce c’era nell’intera gamma di lunghezze d’onda».
Questa mappa dell’intero cielo mostra la posizione dei 739 blazar utilizzati dal telescopio spaziale Fermi per la misurazione della luce di fondo extragalattica. Lo sfondo mostra il cielo così come appare in banda gamma con energie superiori a 10 miliardi di elettronvolt, l’immagine è stata costruita a partire dai dati raccolti in nove anni di osservazioni del Large Area Telescope di Fermi. Crediti: Nasa/Doe/Fermi Lat Collaboration
La misura quintuplica il numero di blazar rispetto a quelli utilizzati in una precedente analisi sulla luce extragalattica di fondo fatta con Fermi e pubblicata nel 2012, e include nuovi calcoli su come l’Ebl si costruisce nel tempo, rivelando che il picco di formazione delle stelle risalirebbe a circa 10 miliardi di anni fa.
La nuova misurazione della Ebl fornisce inoltre un’importante conferma delle precedenti stime di formazione stellare provenienti da altre missioni, come Hubble, che però non riescono a misurare stelle e galassie più deboli e non possono tener conto della formazione stellare che avviene nello spazio intergalattico. «Questa è una conferma indipendente delle precedenti misurazioni dei tassi di formazione stellare», conclude David Thompson, deputy project scientistdi Fermi presso il Goddard Space Flight Center della Nasa, a Greenbelt. «In astronomia, quando due metodi completamente indipendenti danno la stessa risposta, di solito significa che stiamo facendo qualcosa di giusto. In questo caso stiamo misurando la formazione stellare senza guardare le stelle, ma osservando i raggi gamma che hanno attraversato il cosmo».
Dalle Origini al Futuro Che si parli di astronomia o di esplorazione spaziale, tutto alla fine ci porta alle nostre origini ma anche verso il nostro futuro. E gli articoli di questo numero ci raccontano proprio questo.
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Una sottilissima falce di Luna, ripresa da Claudio Pra. L’età è di appena 18 ore e 37 minuti (fase dello 0,0068%)!
È un altro appuntamento al mattino quello del 5 e 6 dicembre. Si tratta in entrambi i casi di un’osservazione al limite, soprattutto per il 6 dicembre.
Se, infatti, il giorno 5 la Luna (fase del 4%) si troverà a 8° 21’ a nordovest di Mercurio, a una altezza di circa 12° sull’orizzonte est-sudest, il giorno 6, alla stessa ora, non solo la falce di Luna si sarà fatta ancora più sottile (fase dell’1,2%) ma sarà anche prossima all’orizzonte, a una altezza di appena 2°. La distanza apparente dal pianeta sarà in questo caso di circa 4° 50’, con la Luna posta a sud-est di Mercurio.
Una sottilissima falce di Luna, ripresa da Claudio Pra. L’età è di appena 18 ore e 37 minuti (fase dello 0,0068%)!
In entrambi i casi, il cielo sarà già piuttosto chiaro, per via del crepuscolo mattutino, cosa che renderà la sfida ancora più interessante. Considerata la scarsa altezza degli oggetti, viene da sé che per effettuare l’osservazione servirà un orizzonte pulito e privo di ostacoli. Sarà però una ghiotta occasione per i “cacciatori” di sottili falci lunari, con il bonus di poter immortalare anche il sempre elusivo Mercurio.
Le fasi della Luna in dicembre, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Nel primo scorcio di dicembre prosegue la fase calante del nostro satellite fino al giorno 7 quando alle 8:20 il nostro satellite sarà in Novilunio. Iniziato quindi un nuovo ciclo lunare, contestualmente riprenderà la fase crescente portando il nostro satellite a una sempre maggiore visibilità di sera in sera, con la fase di Primo Quarto che sarà raggiunta il giorno 15 dicembre, fino al Plenilunio del giorno 22 con la Luna a un’altezza di +19° tra le costellazioni di Orione e dei Gemelli.
Da qui di nuovo in fase calante, con l’Ultimo Quarto previsto il giorno 29, andando così a chiudere sia il mese di dicembre sia il 2018, quando nell’ultima notte dell’anno allo scoccare della fatidica “mezzanotte” il nostro satellite sarà in fase di 24,6 giorni anche se si troverà a –32° sotto l’orizzonte, in attesa di affacciarsi al nuovo anno.
La prima proposta del mese è per la serata del 14 dicembre col nostro satellite in fase di 7,3 giorni, (colong. 355,5°; frazione illuminata 42,3%) e visibile per buona parte della sera, tramontando alle 23:27, con target i monti Caucasus situati nel settore centrosettentrionale della Luna, tra i mari Imbrium a ovest e Serenitatis a est.
Per individuare la regione dei monti Caucasus nella sera indicata basterà orientare il telescopio fra la vasta e scura distesa basaltica del mare Serenitatis e il vicino terminatore.
Per gli appassionati delle falci di Luna, questo mese gli appuntamenti sono tanti e interessanti! Si comincia il 4 dicembre con gli eventi prima dell’alba, e l’8 dicembre con quelli del tardo pomeriggio. Con Venere, Mercurio, Giove e Saturno a fare da contorno.
Sono sempre validi i consigli per la ripresa della Luce Cinerea della Luna, e il prossimo mese Giorgia Hofer dedicherà la sua rubrica Uno Scatto al Mese proprio alla ripresa delle sottilissime falci di Luna nel paesaggio e i congiunzione con i pianeti. Non perdete il numero di gennaio di Coelum Astronomia!
16 dicembre. Il Cratere Maginus
Per la seconda proposta, prevista per la serata del 16 dicembre, dovremo spostarci nell’estremo settore meridionale della Luna concentrando la nostra attenzione fra i crateri Tycho e Clavius, precisamente su Maginus, una grande struttura crateriforme di 170 km di diametro.
21 dicembre. Terminatore ovest fra i crateri Rocca e Vieta
La terza e principale proposta di questo mese è per la serata del 21 dicembre, quando dopo le 17:00 circa il nostro target sarà una regione situata in prossimità del bordo lunare sud occidentale, a grandi linee fra Grimaldi a nord e Schickard a sud ma più precisamente fra i crateri Rocca e Vieta.
Nella serata indicata il nostro satellite sarà in fase di 14,3 giorni a un’altezza iniziale di +14° (la sera successiva sarà in Plenilunio) e dopo la culminazione in meridiano delle 23:32 a +63° si renderà osservabile fin verso l’alba del mattino seguente.
➜ La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione! Su Coelum Astronomia n. 211
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
02.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
03.12, ore 18:30: Conferenza “I misteri di una stella”, relatore Prof. Fulvio Mancinelli. Presso la sala “Centro Natura” comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT.
10.12, ore 18:30: Conferenza “Energia: Quale futuro?”, relatore Prof. Edoardo Bogatec. Presso la sala “Centro Natura” comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT.
12.12, ore 18:00: “Aperitivo con le stelle 3”, presso hotel NH Trieste (C.so Cavour , 7 Trieste).
Consumazione al bat: 5,00€,
Conferenza “Mondi abitati e mondi abitabili”,
relatore Giovanni Vladilo (Direttore OAT/INAF).
Mostra fotografica “Pianeti e Profondo Cielo” Esposizione modelli aerospaziali in scala (autore Giovanni Chelleri)
Planetario: “Il cielo stellato di dicembre”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT)
14.12, ore 18:30: Attività 28° anno Gruppo Tutela Ambiente Montano T.A.M. Conferenza “Mutazioni secolari di costellazioni e altre storie celesti”, relatore Stefano Schirinzi (Presidente CCAT). Presso la “Società Alpine delle Giulie”, Via di Donota, 2, Trieste
14.12, ore 20:00: Pizza sociale di fine anno. Per prenotazione, contattare la segreteria
16.12, ore 20:30: Apertura osservatorio astronomico B. Zugna, su prenotazione. Presso comprensorio scouts “Alpe Adria”, Loc. Campo Sacro, 381. Appuntamento riservato ai soli soci CCAT; per partecipare, contattare la Segreteria.
Iniziamo il mese di dicembre con una bella sequenza di congiunzioni che si concentreranno nel teatro stellare della costellazione della Vergine. Gli attori protagonisti saranno la Luna, il pianeta Venere e le maggiori stelle della costellazione, Spica (Alfa Virginis, mag. +0,95) e Porrima (Gamma Virginis, mag. +3,4).
Per assistere allo spettacolo dovremo rivolgere il nostro sguardo verso sudest, alle ore 5:30. In particolare, a partire dal 2 fino al 4 dicembre, potremo osservare la Luna, nel suo rapido moto nella volta celeste, danzare con gli altri corpi celesti citati.
Dapprima la Luna (fase del 26%) si troverà in congiunzione con la stella Porrima (il 2 dicembre), a una distanza di circa 2,3° a nord della stella. Il 3 dicembre potremo apprezzare la particolare congiunzione geometrica formata dalla Luna (fase del 17%), la stella Spica e il pianeta Venere (mag. –4,6). I tre astri formeranno un bel triangolo nel cielo, con la Luna posta a 6° 50’ a nordest di Spica e Venere praticamente alla stessa distanza a sudest della stella.
Infine, il giorno 4 vedremo la Luna (fase del 10%) sorpassare Venere e formare un allineamento celeste che vede Luna, Venere e Spica formare una linea lunga poco più di 13°.
Questa sarà un’ottima opportunità per tentare di realizzare una sequenza fotografica che mostri tutto il dinamismo di questo “balletto celeste”, come suggerito da Giorgia Hofer nel suo articolo“La Danza dei Pianeti”pubblicato su Coelum Astronomia 202.
01.12: Il Cielo del Mese. Il ritrovo è alle ore 21.30 presso Porta Laterina da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo del periodo.
14 e 28.12, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti.
L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria. In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Seguiteci su www.astrofilisenesi.it e sulla nostra pagina facebook Unione Astrofili Senesi
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Dic. > 23:00; 15 Dic. > 22:00; 30 Dic. > 21:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Dic. > 23:00; 15 Dic. > 22:00; 30 Dic. > 21:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Al centro delle nostre attenzioni ci sarà quel complesso di costellazioni che è ben rappresentata dalla grande figura di Orione. Verso la metà del mese l’imponente figura del “cacciatore” celeste sarà ancora defilata verso sudest, mentre saranno già in meridiano il Toro, con la bella Aldebaran al centro dell’ammasso delle Iadi e, più in basso, il dolce fluire delle acque stellari dell’Eridano.
A ponente scenderanno lentamente gli asterismi che qualche mese fa si trovavano allo zenit (Pegaso e Cigno su tutti), mentre a est si preannunciano già il Cancro e la caratteristica figura del Leone. Più tardi, nel corso della notte, sorgerà anche il Boote, con la brillante Arturo, mentre staranno già scendendo verso l’orizzonte occidentale la Balena, i Pesci e Andromeda.
➜ Continua l’esplorazione del Cielo di dicembre con la UAI che questo mese ci porta nel complesso molecolare di Orione!
IL SOLE
All’inizio di dicembre il Sole si troverà nella costellazione zodiacale dell’Ofiuco e passerà in quella del Sagittario il giorno 18. Sempre più bassa e immersa nella foschia, la nostra stella raggiungerà in questo periodo, più precisamente il giorno 21, la minima altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano (+24,6°). Sarà questo il giorno del Solstizio invernale.
Per quanto riguarda i pianeti, Venere continua ad essere il protagonista del mattino, affiancato a dicembre anche da Mercurio, mentre Saturno sparirà piuttosto velocemente, potremo dargli un ultimo sguardo solo nella prima decade del mese. Marte continua ad allontanarsi dalla Terra e a tramontare sempre prima, ma potremo comunque goderne per tutta la serata. Giove in uscita dalla congiunzione eliaca apparirà nel cielo del mattino solo dopo la metà del mese. Tra le opposizioni asteroidalidi maggior rilievo per dicembre, si distingue (6) Hebe, che nel corso del mese potremo anche riprendere nei dintorni della bella Nebulosa Rosetta.
Per quanto riguarda gli sciami meteorici è finalmente venuto il momento di quello che, assieme alle Perseidi estive, è sicuramente lo sciame che può dare più soddisfazioni!
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Da Coelum astronomia 223 non dimentichiamo invece Catch the Iridium! Un appello per tutti gli astrofotografi, riprendiamo gli iridium flare prima che… scompaiano!
The Instrument Deployment Camera (IDC), located on the robotic arm of NASA's InSight lander, took this picture of the Martian surface on Nov. 26, 2018, the same day the spacecraft touched down on the Red Planet. The camera's transparent dust cover is still on in this image, to prevent particulates kicked up during landing from settling on the camera's lens. This image was relayed from InSight to Earth via NASA's Odyssey spacecraft, currently orbiting Mars. Credits: NASA/JPL-Caltech
La Instrument Deployment Camera (IDC), sul braccio robotico di InSight, ci mostra il panorama visto dalla sonda poco dopo il suo atterraggio. La copertura trasparente che la protegge dalla polvere è ancora su, in questa immagine, per evitare che particelle ancora nell'aria dopo l'atterraggio ne danneggino le lenti. Credits: NASA/JPL-Caltech
La prima immagine arrivata da Insight. La camera, la Instrument Context Camera (ICC), aveva ancora la copertura che l'ha protetta in fase di atterraggio, ma la NASA sapeva che il pubblico era affamato di immagini... e questo è quello che la sonda ha "visto" appena atterrata. Credits: NASA/JPL-CalTech
Pulita e limpida, molto diversa da quella concitata e sporca, arrivata subito dopo l’atterraggio. Ma il pubblico la voleva, voleva vedere in diretta cosa stava succedendo, e si stupiva di come ancora, nel 2018, non potessimo avere immagini e addirittura video chiari e puliti della discesa…
Ci dimentichiamo di quanto costi mandare pezzi di tecnologia nello spazio, di quanto sia complesso farli arrivare indenni così lontani da casa e di come sia difficile e imprevedibile programmare operazioni a distanza (di tempo e di spazio) calcolando tutto quello che potrebbe succedere e potrebbe non funzionare, per aggirarlo, compensarlo e fare in modo che tutto funzioni alla perfezione (e il “nostro” povero Schiaparelli, come altre missioni non andate a buon fine prima di lui, l’ha vissuto a proprie spese). Al momento solo il 40% delle missioni arrivate su Marte sono riuscite nell’impresa.
E la NASA ci è riuscita di nuovo. A sei anni dalla discesa di Curiosity, il Pianeta Rosso conta un abitante in più. L’entusiasmo del centro controllo, vissuto in diretta da tanti appassionati grazie a streaming e trasmissioni ufficiali e amatoriali, ha dato la conferma che tutto era andato per il verso il giusto. Il lander della NASA è atterrato ieri sera, 26 novembre, alle 20:53 ora italiana, vicino all’equatore marziano, sulla “noiosa” distesa della Elysium Planitia.
Kris Bruvold, a sinistra, e Sandy Krasner esultano dopo aver ricevuto la conferma del touchdown. Crediti: NASA/Bill Ingalls
«Oggi siamo atterrati con successo su Marte per l’ottava volta nella storia dell’umanità», ha detto l’amministratore della NASA Jim Bridenstine. «InSight studierà l’interno di Marte e ci insegnerà una scienza preziosa mentre ci prepariamo a inviare astronauti sulla Luna e in seguito su Marte. Questo risultato rappresenta l’ingegno dell’America e dei nostri partner internazionali e serve come testimonianza della dedizione e della perseveranza del nostro team. Il meglio della NASA deve ancora venire, e arriverà presto».
Qui di seguito un bellissimo video 360° per sentirsi letteralmente “in mezzo” all’entusiasmo dell’avvenuto atterraggio. Buona visione!
Il segnale di atterraggio è stato consegnato dai due piccoli MarsCube One (MarCO), che sono partiti con lo stesso vettore di InSight, e hanno raggiunto Marte seguendo strade diverse. Dopo aver eseguito con successo una serie di esperimenti di navigazione, i due MarCO hanno completato la loro missione con un flyby su Marte in modo da poter ricevere le trasmissioni di InSight durante l’ingresso, la discesa e l’atterraggio. Si è trattato di un vero e proprio esperimento riuscito alla perfezione.
«È un balzo da gigante per questi nostri piccoli e intrepidi esploratori robotici», ha dichiarato Joel Krajewski, direttore di MarCOproject presso JPL. «Credo che i CubeSat abbiano un grande futuro al di là dell’orbita terrestre, e il team di MarCO è felice di tracciare il percorso».
Poche ore dopo l’atterraggio su Marte già la NASA ci mostra come l’attività sia iniziata subito senza alcun indugio. InSight ha inviato il segnale che, dopo quello dell’atterraggio, era il più atteso al centro controllo al JPL: i pannelli solari sono spiegati e funzionano correttamente. La sonda si gode il Sole marziano da cui trae l’energia per tutte le sue funzioni.
i pannelli solari di InSight in una immagine di laboratorio. Sono loro a garantire alla sonda l'energia necessaria al suo funzionamento. Crediti: NASA/JPLSenza di loro infatti non ci sarebbe stata nessuna missione. Mars Odyssey ha consegnato l’atteso messaggio alle 8:30 EST (alle 2 di questa notte per l’Italia), ed ha inviato anche alcune immagini che mostrano il sito di atterraggio di InSight.
«Il team di InSight può riposare un po’ più tranquillamente questa sera, sapendo che i pannelli solari si sono dispiegati e stanno ricaricando le batterie», spiega Tom Hoffman, project manager di InSight (JPL) al comando della missione. «È stata una lunga giornata per il team, ma domani inizia un nuovo entusiasmante capitolo per InSight: le operazioni di superficie e l’inizio della fase di impostazione della strumentazione».
Simili a quelli utilizzati sul lander Phoenix, sebbene quelli di InSight siano leggermente più grandi per fornire maggiore potenza e aumentare la loro resistenza strutturale, saranno fondamentali per portare a termine la lunga missione di due anni della sonda.
«L’atterraggio è stato elettrizzante, ma non vedo l’ora che inizi la perforazione», ha dichiarato Banerdt. E nei prossimi giorni, il braccio robotico di InSight si metterà in azione. Gli ingengneri del team utilizzeranno la fotocamera collegata al braccio robotico per scattare foto del terreno, in modo da poter decidere dove posizionare gli strumenti scientifici della nave spaziale. Ci vorranno due o tre mesi prima che questi strumenti siano completamente distribuiti e che inviino i dati.
Nel frattempo, InSight utilizzerà i suoi sensori meteorologici e il magnetometro per prendere le letture dal suo sito di atterraggio a Elysium Planitia — la sua nuova casa su Marte.
Non perdete il nuovo numero di Coelum astronomia (228 di dicembre 2018) in uscita domani 28 novembre! Uno speciale dedicato alla missione ci racconterà tutto quello che c’è da sapere!
EXPERIENCE INSIGHT per immergersi nel mondo del lander e scoprirne ogni segreto!
30.11, dalle 21:00 alle 22:30, presso l’Osservatorio astronomico di Arcugnano: Incontro con l’autrice Elena Lazzaretto che presenterà il libro Le Stelle Sbagliate
In questo libro si parla delle stelle partendo dalle idee sbagliate che spesso abbiamo: piccole trappole in cui si cade facilmente, ma che altrettanto facilmente si possono disinnescare. Elena Lazzaretto, astronoma, si occupa di comunicazione, divulgazione e didattica. Attualmente progetta e realizza spettacoli che fanno parte della programmazione del Planetario di Padova. Collabora con musei ed associazioni realizzando conferenze, incontri e corsi di astronomia. La partecipazione è libera, la prenotazione non è necessaria. È richiesta un’offerta responsabile.
L’Astronomia Insolita e Curiosa Tutti i lunedì fino al 19: otto conferenze su moltissime curiosità e aneddoti raramente divulgati al pubblico, per scoprire gli aspetti più insoliti ed incredibili del cielo e della scienza che lo studia.
Come si Osserva il Cielo Tutti i giovedì fino al 22: corso base completo di astronomia pratica: tutte le competenze che servono per diventare astrofili! Con guida alla scelta del primo telescopio, tecniche osservative e fotografiche e lezioni pratiche sotto le stelle.
01.12: Spazio Italia: conferenze scientifiche pubbliche
Mars Interior Exploration using Seismic Investigations, Geodesy and Heat Transport. Questo è il nome per esteso del lander NASA che si appresta ad atterrare su Marte lunedì prossimo, 26 novembre, nella prima serata italiana (attorno alle 3 p.m. EST, quindi 21 circa ora italiana). Si tratta di InSight, ve ne abbiamo parlato quando era pronta a partire per il suo viaggio – nel numero di maggio grazie a un articolo di astronautinews.it – e ve ne parleremo in modo diffuso e approfondito dopo che sarà atterrata (speriamo con successo) sulla superficie del pianeta rosso, nel numero in uscita la prossima settimana – Coelum astronomia 228 di dicembre, non perdetelo!
Ovviamente per l’evento la NASA è pronta per la diretta, online su NASA Television, e su tutti i suoi canali social.
Insight sarà un nuovo ritorno su Marte per l’agenzia americana a sei anni da Curiosity, arrivato nel 2012, e si appresta a studiare l’interno del pianeta in una missione primaria di due anni.
Un\’animazione che ci mostra come i due CubSat MarCO ascolteranno e reindirizzeranno i segnali da InSight durante il loro flyby (cliccare sull\’immagine se l\’animazione non parte).
La sua discesa verrà seguita anche dalle due mini sonde spaziali che compongono MarCO (Mars Cube One), la prima missione di tipo CubeSats ad essersi avventurata nello spazio profondo, al di fuori dell’orbita terrestre. Se tutto funzionerà come previsto MarCO, durante il suo flyby marziano, tenterà di raccogliere dati da Insight durante l’ingresso in atmosfera e l’atterraggio del lander. La missione principale dei due CubeSat gemelli è in realtà un test per nuove tecnologie da impiegare in future missioni nello spazio profondo, ma la NASA spera di poterli usare come ripetitori per la missione InSight durante i famosi “Sette Minuti di Terrore”, la fase più delicata per la maggior parte delle sonde destinate a toccare il suolo marziano. Tanti sono infatti i secondi che serviranno alla sonda per passare dai 19.800 km/h con cui si inserirà in atmosfera marziana agli 8 km/h prima che le sue tre gambe tocchino la superficie.
Ovviamente questa delicata fase non sarà seguita solo dai due piccoli viaggiatori, ma a seguire le operazioni e reinviare i dati a Terra sarà il Mars Reconnaissance Orbiter di NASA, coadiuvato da telescopi astronomici a terra. Ma se i due CubSat dovessero avere successo, le loro informazioni arriveranno a terra molto più velocemente, potendo inviare praticamente in diretta i segnali in arrivo da InSight (tempi di percorrenza del segnale permettendo). MRO invece ha una tecnologia diversa che lo obbliga prima a ricevere e immagazzinare il segnale proveniente dal lander e solo in un secondo tempo inviarlo a Terra, con uno scarto di quasi un’ora dalla ricezione.
I controllori di volo delle due missioni seguiranno le operazioni come sempre dal centro controllo NASA al Jet Propulsion Laboratory (JPL) in Pasadena, California.
La discesa su Marte si può dividere in tre parti fondamentali: l’ingresso in atmosfera, la discesa con il paracadute e la discesa controllata con i 12 retrorazzi che entreranno in funzione dopo il distacco del paracadute, e che dovrebbero pilotare con un software automatico (impossibile infatti controllarli da remoto in modo manuale) il corretto assetto perché Insight si posi senza incidenti in quella che sarà la sua posizione per tutta la durata della missione.
Un\’illustrazione della sonda nella seconda fase, durante la discesa con il paracadute aperto. Credit: NASA/JPL-Caltech
La separazione di Insight dalla sonda che l’ha accompagnato per tutto il viaggio avverrà alle 20:40. Pochi minuti dopo, alle 20:47, inizierà l’ingresso in atmosfera, a una velocità di circa 19.800 km/h. Alle 20:51 si aprirà il paracadute, 15 secondi dopo verrà sganciato lo scudo termico, ormai inutile, e si apriranno le tre “gambe” del lander. Alle 20:52 si attiveranno gli strumenti che dovrebbero rilevare con precisione la distanza dal suolo, e di seguito la separazione dal guscio posteriore e dal paracadute. A questo punto inizierà l’ultima fase, i retrorazzi si accenderanno e accompagneranno il lander a posarsi correttamente e senza danni sulla superficie.
L’ora prevista per il touchdown sono le 20:54 italiane, ma servirà ancora qualche minuto perché il segnale di conferma arrivi a Terra.
Le prime immagini arriveranno solo il giorno dopo. Tutto quello che vedremo nella diretta saranno infatti solo immagini dal centro controllo, con il team di volo mentre riceve i segnali e conferma se tutto sta procedendo nominalmente. Niente immagini della sonda in discesa o durante l’atterraggio, ma siamo sicuri che sarà altrettanto entusiasmante!
Come sempre a seguire, commentare e a rispondere alle vostre domande ci saranno anche i ragazzi di Astronauticast, sempre via canale youtube, a partire dalle 20:15.
La NASA invece inizierà la diretta a mezzogiorno ora italiana, con il consueto carico di interventi, interviste, documentari sulla missione, per poi passare a seguire le operazioni dal centro di controllo JPL. Potete seguire le operazioni a partire dalle 20:00 anche direttamente qui sotto, buona visione!
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Alla ricerca di Vita extraterrestre! Come riconoscere i segnali di vita sugli #esopianeti? E in quali condizioni possiamo aspettarci di trovarla?
Di questo ma non solo nel nuvo numero di…
Illustrazione artistica di una stella progenitrice di supernova di tipo Ic. In questo caso vediamo il primo scenario atteso dai ricercatori, una supergigante blu così calda da espellere la maggiorparte dei suoi idrogeno e elio prima di esplodere in supernova. Credits NASA, ESA, and J. Olmsted (STScI)
Illustrazione artistica di una stella progenitrice di supernova di tipo Ic. In questo caso vediamo il primo scenario atteso dai ricercatori, una supergigante blu così calda da espellere la maggiorparte dei suoi idrogeno e elio prima di esplodere in supernova. Credits NASA, ESA, and J. Olmsted (STScI)
Le supernove sono sicuramente tra i fenomeni astronomici più affascinanti e spettacolari. L’esplosione di supernova si verifica quando certi tipi di stelle concludono la loro vita in una potente esplosione, scagliando nello spazio circostante i loro strati esterni. Nel corso del tempo gli astronomi hanno classificato le supernove in due categorie (Tipo I e Tipo II) e sono stati in grado di determinare quali tipi di stelle siano le progenitrici di ciascuna tipologia. Tuttavia, nonostante le supernove di Tipo Ic rappresentino circa un quinto di tutte quelle osservate, finora non era mai stata individuata una progenitrice credibile per questa classe. In altre parole, fino ad oggi, era sempre sfuggita agli studiosi la tipologia di stella che porta alle supernovae di tipo Ic – una classe particolare in cui la stella subisce il collasso del nucleo dopo essere stata spogliata dell’idrogeno e dell’elio.
Grazie agli sforzi compiuti da due gruppi di ricercatori che hanno analizzato i dati di archivio del Telescopio Spaziale Hubble, è stato possibile finalmente individuare una stella che potrebbe essere proprio la tanto ricercata causa di questo tipo di supernova.
L’immagine presa dal telescopio Hubble di NGC 3938, la galassia in cui è esplosa la supernova di Tipo Ic. Nel primo riquadro in basso vediamo, ingrandita, l’area con la stella candidata progenitrice in una immagine del 2007, mentre nel secondo riquadro lo zoom sulla supernova, poco dopo l’esplosione, nel 2017. Crediti NASA, ESA, S. Van Dyk (Caltech), and W. Li (University of California).
Nel 2017, una supernova di tipo Ic, la SN 2017ein, è stata osservata nella galassia a spirale NGC 3938, una bellissima galassia a spirale situata a circa 65 milioni di anni luce in direzione dell’Orsa Maggiore. Due gruppi di ricerca si sono quindi messi sulle tracce della stella progenitrice.
Il primo team, guidato da Schuyler D. Van Dyk – ricercatore senior presso il Centro di Elaborazione e Analisi a Infrarossi del Caltech (IPAC) – ha ripreso la giovane supernova nel giugno 2017 utilizzando la Wide Field Camera 3 (WFC 3) dell’Hubble. Hanno quindi utilizzato questa immagine come riferimento per individuare la stella candidata progenitrice nelle foto d’archivio di Hubble, scattate alla galassia NGC 3938 nel dicembre del 2007.
La seconda squadra, guidata da Charles Kilpatrick dell’Università della California, Santa Cruz, ha invece osservato la stessa supernova del giugno 2017 con immagini a infrarossi utilizzando uno dei telescopi da 10 m presso l’Osservatorio Keck alle Hawaii. Il team ha poi analizzato le stesse foto di archivio di Hubble della squadra di Van Dyk per scoprire la possibile fonte.
Entrambe le squadre sono giunte alla stessa conclusione: il progenitore della supernova era probabilmente una stella estremamente calda e blu.
Sulla base della valutazione delle caratteristiche della stella progenitrice, entrambe le squadre hanno offerto due possibilità per l’identità della fonte. La progenitrice potrebbe essere stata una singola stella con una massa compresa tra 45 e 55 volte quella del Sole, oppure avrebbe potuto essere un sistema stellare binario con una componente tra 60 e 80 masse solari e l’altra di circa 48 masse solari. In quest’ultimo scenario le stelle orbiterebbero molto vicine, interagendo tra loro. La stella più massiccia sarebbe stata spogliata degli strati esterni di idrogeno ed elio dalla vicina compagna, mantenendo però una massa sufficiente per dare origine a una supernova di tipo Ic.
«Trovare un progenitore autentico di una supernova Ic è un grande premio per chi cerca questo tipo di oggetti» ha dichiarato Van Dyk. «Ora, per la prima volta, abbiamo un candidato chiaramente identificato».
«Siamo stati fortunati perché la supernova era vicina e molto luminosa, da 5 a 10 volte più luminosa rispetto alle altre supernove di tipo Ic» ha spiegato Kilpatrick, «il che potrebbe aver reso il progenitore più facile da trovare. Sembra che la maggior parte delle supernove di tipo Ic siano meno massicce e quindi meno luminose, e questo è il motivo per cui non siamo stati in grado di trovarle».
Quello che si pensava infatti, era che, essendo le supernovae di Tipo Ic carenti di idrogeno e elio, provenissero da stelle così grosse, in grado di espellere questi materiali con violenti venti stellari, prima di esplodere in supernovae. Cosa che però avrebbe richiesto appunto progenitrici particolarmente massicce e luminose, che invece non sono mai state individuate. Troppo lontane per i nostri telescopi o piuttosto sistemi stellari più modesti ma costituiti da stelle così vicine da permettere alla componente più piccola di spogliare quella più grande da tali materiali?
Purtroppo però l’immagine di Hubble non è a sufficiente risoluzione da dirimere la cosa. Questa scoperta non solo potrebbe colmare alcune lacune nella nostra conoscenza di come le stelle si comportino quando raggiungono la fine della loro vita, ma potrebbe fornire anche agli astronomi l’opportunità di saperne di più sui processi di formazione e di evoluzione delle stelle nel nostro Universo. Quando i telescopi di prossima generazione saranno disponibili, sarà possibile ottenere informazioni vitali per chiarire queste questioni.
«Chiarire questi due possibili scenari che porterebbero alla formazione di supernove di tipo Ic ha un impatto sulla nostra comprensione dell’evoluzione e della formazione stellare, incluso il modo in cui le masse di stelle sono distribuite quando nascono e quante stelle si formano nei sistemi binari interagenti», conclude Ori Fox, ricercatore presso il Space Telescope Science Institute (STScI) di Baltimore.
I condizionali sono però ancora d’obbligo, le due squadre potranno infatti confermare l’identità della stella progenitrice solo quando la supernova affievolirà, nell’arco di circa due anni. In questo momento, la speranza è di poter utilizzare il James Webb Space Telescope (JWST) della NASA, il cui lancio è programmato nel 2021, per riuscire a vedere se la stella progenitrice della SN 2017ein sia svanita oppure se abbia almeno significativamente abbassato la sua luminosità e per poter studiare le stelle nei suoi dintorni per compiere misurazioni più accurate relative alla sua luminosità e massa.
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Alla ricerca di Vita extraterrestre! Come riconoscere i segnali di vita sugli #esopianeti? E in quali condizioni possiamo aspettarci di trovarla?
Di questo ma non solo nel nuvo numero di…
26.11, ore 18:00: Ciclo Il Cosmo in libreria: “Astronomia nell’antico Egitto“. Relatore Paolo Marra (Circolo Culturale Astrofili Trieste) presso la libreria Ubik P.zza della Borsa 15, Trieste
Una straordinaria immagine di un massiccio sistema stellare triplo appena scoperto. Soprannominato Apep potrebbe essere il primo progenitore di un lampo di raggi gamma mai scoperto nella nostra galassia. I venti stellari di Apep hanno creato la nube di polvere che circonda il sistema, composto da una stella binaria e da una compagna piu' debole. Il vortice a serpentina che circonda Apep viene formato dalla collisione tra due diversi venti stellari molto potenti, che producono gli spettacolari pennacchi di polvere visibili nell'immagine. La girandola rossiccia rappresenta i dati dello strumento VISIR installato sul VLT (Very Large Telescope) dell'ESO e mostra gli spettacolari pennacchi di polvere che circondano Apep. Le sorgenti bluastre al centro dell'immagine sono il sistema triplo di stelle. Anche se nell'immagine sono visibili solo due oggetti stellari, la sorgente inferiore è in realtà una stella binaria di tipo Wolf-Rayet non risolta. Il sistema triplo e' stato catturato dallo strumento a ottica adattiva NACO installato sul VLT. Crediti: ESO/Callingham et al.
Questo vortice “a serpentina”, catturato dallo strumento VISIR sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO, ha davanti a sé un futuro esplosivo; è un sistema di tipo Wolf-Rayet e la probabile fonte di uno dei fenomeni più energetici dell’Universo: un lampo di luce gamma di lunga durata (GRB).
«è il primo sistema di questo tipo scoperto nella nostra Galassia», spiega Joseph Callingham dell’Istituto olandese di radioastronomia (ASTRON), autore principale dello studio che descrive questo sistema: «Non ci saremmo mai aspettati di trovare un tale sistema nel cortile dietro casa».
Il sistema, che comprende un nido di stelle massicce circondato da una “girandola” di polvere, è noto solo con un nome complicato, che fa riferimento a un catalogo, come 2XMM J160050.7-514245. Tuttavia, gli astronomi hanno deciso di scegliere per questo affascinante oggetto un nomignolo più orecchiabile: “Apep“.
Apep deve il nome alla forma sinuosa, che ricorda un serpente attorcigliato attorno alle stelle centrali. Il suo omonimo era un’antica divinità egizia, un serpente gigantesco che incarnava il caos — perfetto per un sistema violento come questo. Si credeva che Ra, il dio Sole, combattesse contro Apep ogni notte, preghiere e riti di culto avrebbero assicurato la vittoria di Ra e il ritorno del Sole.
Una panoramica sui raggi cosmici, tra cui i raggi gamma, la trovi su Coelum Astronomia 211 del maggio 2017, come sempre in formato digitale e gratuito. Basta cliccare e leggere!
I GRB sono tra le esplosioni più potenti nell’Universo. Hanno una durata che varia da pochi millesimi di secondo a qualche ora, possono rilasciare tanta energia quanta ne produce il Sole in tutta la sua vita. Si pensa che i GRB a lunga durata — quelli che durano per più di 2 secondi — siano prodotti dalle esplosioni di supernova di stelle Wolf-Rayet che ruotano rapidamente.
Alcune delle stelle più massicce evolvono in stelle di Wolf-Rayet verso la fine della propria vita. Questo stadio è di breve durata, la Wolf-Rayet sopravvive in questa fase solo per poche centinaia di migliaia di anni — un battito di ciglia in termini cosmologici. Durante questo periodo, enormi quantità di materiale vengono lanciate dalla stella sotto forma di un potente vento stellare, spingendo materia verso l’esterno a milioni di chilometri all’ora. La velocità dei venti stellari di Apep è stimata a un valore strabiliante di 12 milioni di km/h!
Questi venti stellari hanno creato gli elaborati pennacchi che circondano il sistema triplo di stelle — composto da un sistema stellare binario e da una singola stella compagna, legati dalla gravità reciproca. Anche se nell’immagine sono visibili solo due oggetti stellari, la sorgente inferiore è in realtà una stella binaria di tipo Wolf-Rayet non risolta. È lei la responsabile della forma a serpentina che circonda Apep, formatasi nella scia dei venti stellari prodotti dalle due stelle Wolf-Rayet che la compongono.
Confrontati con la straordinaria velocità dei venti di Apep, la girandola di polvere si muove verso l’esterno a un ritmo lento, “strisciando” a meno di 2 milioni di km/h (!). Si pensa che la forte discrepanza tra la velocità dei rapidi venti stellari di Apep e quella della pigra girandola di polvere sia dovuta a una delle stelle del sistema binario che lancia un vento veloce ma anche uno più lento — in diversa direzione.
Tutto ciò porta a pensare che la stella stia subendo una rotazione quasi critica, cioè stia ruotando così velocemente da trovarsi sul punto di distruggersi. Ed è a quel punto, quando collassa, che una stella Wolf-Rayet con una rotazione così rapida dovrebbe produrre un GRB di lunga durata.
Callingham, ora presso l’Istituto olandese di radioastronomia (ASTRON), ha svolto parte di questa ricerca mentre lavorava presso l’Università di Sydney con Peter Tuthill, a capo del gruppo di ricerca. Oltre alle osservazioni dei telescopi dell’ESO, l’equipe utilizza anche il telescopio Anglo-Australiano presso il Siding Spring Observatory, in Australia.
Il risultato è stato presentato nell’articolo intitolato “Anisotropic winds in Wolf-Rayet binary identify potential gamma-ray burst progenitor” pubblicato dalla rivista Nature Astronomy il 19 novembre 2018.
La cartina è per il mattino del 24 novembre. La congiunzine sarà notevolemnte più ampia, ma a questo orario, la Luna sarà alta circa 19° e con il passare dei minuti si farà sempre più bassa, permettendo di cogliere in fotografia il giusto momento che sappia creare il connubio tra gli elementi celesti e quelli del paesaggio.
La sera del 23 novembre, alle ore 20:45, la Luna quasi piena (fase 99%) sarà in congiunzione stretta con la stella Aldebaran (alfa Tauri; mag. +1,0), il fiammeggiante occhio del Toro ( e proprio alla costellazione del Toro sarà dedicata la prossima puntata di Dalle Costellazioni Alle Profondità Del Cosmo, sul numero di dicembre, non perdetela!). I due astri saranno distanti poco più di 1°, con la Luna che si porrà a nordovest della stella.
Tuttavia, all’orario indicato, i soggetti saranno molto alti sull’orizzonte (circa 35°) e sarà possibile osservare proficuamente la congiunzione a occhio nudo o con un binocolo ma, se vogliamo scattare una bella fotografia, allora il consiglio è quello di aspettare la mattina del 24 novembre(come riportato nell’immagine), guardando però verso ovest: vedremo la figura del Toro inabissarsi verticalmente sotto l’orizzonte.
Sarà facile riconoscere la “V” celeste disegnata dall’ammasso delle Iadi, in cui domina Aldebaran, con la Luna più a nord, che si sarà portata a circa 4° e 15’ dalla stella.
Ampliando il nostro campo visivo, più verso nordovest, vediamo l’ammasso delle Pleiadi (M 45), anch’esse prossime al tramonto.
Luca Parmitano nella Cupola, sulla Stazione Spaziale Internazionale. Crediti: Esa
Era il 20 novembre 1998 quando venne lanciato nello spazio il modulo russo Zarya, il primo tassello della Stazione spaziale internazionale(Iss). Oggi presso l’Agenzia spaziale italiana (Asi) si celebrano proprio i 20 anni di questa storica impresa umana e tecnologica, in preparazione della prossima missione di Luca Parmitano, il quale si è augurato che la Stazione «possa portarci ancora più lontano», aggiungendo che «è il più grande esempio di come sia possibile raggiungere un obiettivo importante al di là di qualsiasi ideologia».
«L’augurio è che possa portarci ancora più lontano», ha aggiunto AstroLuca dalla base di Baikonur, nel Kazakhstan, dove si sta addestrando come membro dell’equipaggio di riserva dei tre colleghi che partiranno il 3 dicembre. La Stazione spaziale, ha proseguito, «rappresenta un percorso che dal sogno mi ha portato al primo volo e che ora mi porta vicino al raggiungimento di un altro obiettivo importante, che è il comando della stazione orbitale».
Con le sue 400 tonnellate di peso, un volume abitabile di 1.200 m3 e un’area paragonabile a quella di un campo di caldo, la “casa degli astronauti nello spazio” è l’oggetto più complesso progettato a oggi. Perfetto esempio di collaborazione internazionale e frutto del lavoro di Stati Uniti (Nasa), Russia (Roscosmos), Giappone (Jaxa), Canada (Csa) ed Europa (Esa), la Iss non dà segni di cedimento e le operazioni dovrebbero continuare nominalmente almeno fino al 2028.
Sono stati necessari più di 50 voli con diversi vettori (Shuttle, Soyuz, etc.) per assemblare le numerose parti (più di 100) che compongono la Iss. Ricordiamo che nel 2011 l’Italia ha lanciato il suo modulo abitativo permanente Leonardo: la Iss è, infatti, per oltre il 50 per cento italiana, da alcuni dei moduli pressurizzati alla Cupola da cui gli astronauti si “affacciano” per fotografare la Terra. Si tratta di un grande laboratorio a 400 chilometri dalla superficie terrestre dove gli astronauti, per un massimo di sei per volta, hanno il compito di effettuare svariati esperimenti scientifici, dalla fisica alla chimica, passando per medicina, biologia e molti altri ambiti scientifici. Questi esperimenti hanno quasi sempre una ricaduta utile nella nostra vita quotidiana.
L’esperimento Ams-02 a bordo della Stazione spaziale internazionale. Crediti: Nasa/Ams Collaboration
In questi anni la Stazione spaziale è stata visitata da 230 persone di 18 Paesi diversi – i primi furono i cosmonauti russi Jurij Pavlovič Gidzenko e Sergej Konstantinovič Krikalëv il 30 ottobre 2000 – e non è mai rimasta disabitata neanche un giorno.
Gli italiani nella lista sono molti: Umberto Guidoni (il primo astronauta europeo sulla Iss), Roberto Vittori (il primo europeo a visitare due volte la Iss), Paolo Nespoli (salito tre volte sulla Iss), Samantha Cristoforetti (la prima donna italiana nello spazio e la seconda al mondo per tempo di permanenza in orbita).
E poi Parmitano, appunto, che con lamissione Beyond, tornerà in orbita nel luglio 2019 per la seconda volta (dopo la missione Volaredel 2013) diventando il primo italiano e il secondo europeo a salire sulla Stazione spaziale con il ruolo di comandante. L’astronauta dell’Esa e tenente colonnello pilota sperimentatore dell’Aeronautica militare sarà responsabile di 7 esperimenti italiani.
Durante la celebrazione dell’anniversario della Iss è intervenuto anche Piero Benvenuti, nominato dal Miur da qualche giorno commissario dell’Asi: «Mi propongo di garantire la continuità», ha detto.
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Alla ricerca di Vita extraterrestre! Come riconoscere i segnali di vita sugli #esopianeti? E in quali condizioni possiamo aspettarci di trovarla?
Di questo ma non solo nel nuvo numero di…
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
23.11, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo.
Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it, inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
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La panoramica mostra i dintorni della nana rossa nota come stella di Barnard, nella costellazione dell'Ofiuco. L'immagine è stata prodotta a partire dai dati della DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Nel centro dell'immagine (cliccare sull'immagine per vederne una versione zoomabile) si trova la stella di Barnard, catturata in tre diverse esposizioni (rossa, gialla e azzura). La stella è la più veloce nel cielo notturno e il suo grande moto proprio - lo spostamento apparente sulla volta celeste - viene evidenziato dal fatto che la posizione cambi tra osservazioni successive. Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2 Acknowledgement: Davide De Martin E — Red Dots
Lo speciale dedicato alla scoperta di Proxima b e alla ricerca sugli esopianeti su Coelum astronomia 204.
Il pianeta, chiamato Barnard’s Star b, è ora il secondo esopianeta noto più vicino alla Terra. I dati raccolti indicano che il pianeta potrebbe essere una super-Terra, con una massa di almeno 3,2 volte quella della Terra, che orbita intorno alla stella ospite in circa 233 giorni. La stella di Barnard, la stella madre del pianeta, è una nana rossa, una stella fredda e poco massiccia, che illumina debolmente il mondo appena scoperto. La luce della stella di Barnard fornisce al pianeta solo il 2% dell’energia che la Terra riceve dal Sole.
Nonostante sia relativamente vicino alla stella madre — a una distanza solo 0,4 volte quella tra Terra e Sole — l’esopianeta si trova vicino alla linea della neve, la regione in cui i composti volatili come l’acqua si condensano sotto forma di ghiaccio solido. Questo mondo gelido e oscuro potrebbe avere una temperatura di -170 °C, rendendolo inospitale per la vita così come la conosciamo.
La panoramica mostra i dintorni della nana rossa nota come stella di Barnard, nella costellazione dell’Ofiuco. L’immagine è stata prodotta a partire dai dati della DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Nel centro dell’immagine (cliccare sull’immagine per vederne una versione zoomabile) si trova la stella di Barnard, catturata in tre diverse esposizioni (rossa, gialla e azzurra). La stella è la più veloce nel cielo notturno e il suo grande moto proprio – lo spostamento apparente sulla volta celeste – viene evidenziato dal fatto che la posizione cambi tra osservazioni successive. Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2 Acknowledgement: Davide De Martin E — Red Dots
La stella di Barnard, che prende il nome dall’astronomo E. E. Barnard, è la stella isolata più vicina al Sole. La stella è antica — probabilmente ha il doppio dell’età del Sole — e relativamente inattiva, ma è nota per avere lo spostamento apparente nel cielo notturno (moto proprio) più veloce di qualsiasi altra stella. La velocità totale della stella di Barnard rispetto al Sole è di circa 500 000 km/h. Ciò nonostante, non è la stella più veloce che si conosca. Quel che rende degno di nota il moto della stella è come appare muoversi nel cielo notturno vista dalla Terra, velocità nota come moto proprio. La stella di Barnard percorre una distanza in cielo equivalente al diametro della Luna ogni 180 anni — anche se può sembrare piccola, rappresenta di gran lunga il più veloce movimento apparente di una stella.
Le super-Terre sono il tipo più comune di pianeta che si forma intorno a stelle di piccola massa come la stella di Barnard, rendendo più credibile la scoperta del nuovo candidato. Inoltre, la teoria corrente di formazione planetaria prevede che la linea della neve sia la posizione ideale per la formazione di tali pianeti.
«Dopo un’attenta analisi, siamo sicuri al 99% che il pianeta sia presente», ha dichiarato lo scienziato alla guida del gruppo di ricerca, Ignasi Ribas (Istituto di studi spaziali della Catalogna e Istituto di Scienze dello spazio, CSIC in Spagna). «Tuttavia, continueremo a osservare questa stella velocissima per escludere le possibili, ma improbabili, variazioni naturali della luminosità stellare che potrebbero mimare la presenza di un pianeta».
Tra gli strumenti utilizzati abbiamo visto i famosi spettrografi dell’ESO HARPS e UVES, cercatori di pianeti. «HARPS ha svolto un ruolo vitale in questo progetto. Abbiamo combinato dati di archivio ottenuti da altri gruppi di ricerca con nuove misure, parzialmente sovrapposte, della stella di Barnard ottenute da diversi strumenti,» ha commentato Guillem Anglada Escudé (Queen Mary University of London), scienziato co-dirigente del gruppo che ha ottenuto questo risultato. «La combinazione di strumenti è stata fondamentale poiché ci ha permesso di verificare i nostri risultati».
Gli astronomi sfruttano l’effetto Doppler per cercare il candidato esopianeta. Mentre il pianeta orbita intorno alla stella, la sua attrazione gravitazionale fa oscillare la stella stessa. Quando la stella si allontana dalla Terra, il suo spettro si sposta verso il rosso (redshift): cioè, si muove verso lunghezze d’onda più lunghe. Nello stesso modo, la luce della stella viene spostata verso lunghezze d’onda più corte, più blu, quando la stella si avvicina alla Terra.
Gli astronomi usano questo effetto per misurare le variazioni della velocità di una stella a causa del pianeta in orbita — con un’incredibile precisione. HARPS è in grado di rilevare i cambiamenti nella velocità della stella di appena 3,5 km/h — a passo d’uomo. Questo approccio alla caccia dei pianeti extrasolari è noto come metodo della velocità radiale e non è mai stato utilizzato per rilevare un simile pianeta extrasolare di tipo super-Terra in un’orbita così ampia intorno alla propria stella.
«Abbiamo utilizzato osservazioni da sette strumenti diversi per un totale di 20 anni di misure, rendendo questo uno dei set di dati più grandi e più estesi mai utilizzati per studi di precisione di velocità radiali.» spiega Ribas. «La combinazione di tutti i dati ha portato a un totale di 771 misure: un’enorme quantità di informazioni!».
«Abbiamo lavorato molto duramente per raggiungere questo risultato fantastico» ha concluso Anglada-Escudé. «Questa scoperta è il risultato di una grande collaborazione organizzata nel contesto del progetto Red Dots che ha unito contributi da gruppi di tutto il mondo. Osservazioni di follow-up sono già in corso in diversi osservatori in tutto il mondo».
La storia di questa scoperta sarà esaminata in modo più dettagliato nell’ESOBlog di questa settimana.
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Ulteriori Informazioni
Il lavoro è stato presentato nell’articolo A super-Earth planet candidate orbiting at the snow-line of Barnard’s star pubblicato nella rivista Nature il 15 novembre.
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