NSF–DOE Vera C. Rubin Observatory/NOIRLab/SLAC/AURA/R. Proctor
Acknowledgements: Star map: NASA/Goddard Space Flight Center Scientific Visualization Studio. Gaia DR2: ESA/Gaia/DPAC.
Image Processing: M. Zamani (NSF NOIRLab)
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Dopo il successo del lancio, le operazioni per riportare l’uomo in orbita lunare proseguono spedite. Nonostante qualche lieve imprevisto tecnico, la missione procede come da programma.
Dopo aver completato con successo l’innalzamento del perigeo per stabilizzare l’orbita di Orion, la missione ha dovuto affrontare un’improvvisa anomalia nelle comunicazioni quando si è verificato un problema di ricezione asimmetrica: l’equipaggio poteva udire i messaggi da terra, ma non era in grado di trasmettere i propri messaggi. Il guasto è rientrato rapidamente e i team di supporto sono attualmente al lavoro per risalire all’origine del problema, garantendo la piena operatività dei sistemi per il resto del viaggio.
Dopo questa operazione, l’equipaggio ha iniziato i preparativi per la vita nella navicella Orion in cui è stato riscontrato un problema con la toilette a cui hanno lavorato i team da Terra risolvendolo in poche ore.
Nel frattempo, lo stadio di propulsione criogenica intermedio (ICPS) ha acceso il suo motore RL10 per una manovra di innalzamento dell’apogeo. Nei 70 minuti successivi, l’equipaggio si è occupato dei preparativi e dello svolgimento delle operazioni di prossimità. Durante queste operazioni, verrà verificata la capacità della capsula Orion di eseguire manovre comandate manualmente tramite i suoi sensori di navigazione di bordo e i propulsori di controllo di assetto e utilizzando come bersaglio per le manovre l’ICPS.
Al termine dei test, Orion ha eseguito una manovra di allontanamento automatica per distanziarsi in sicurezza dall’ICPS. Tale stadio ha poi effettuato una manovra di dismissione per rientrare nell’atmosfera terrestre sopra l’Oceano Pacifico. Dopo aver concluso le operazioni, l’equipaggio ha potuto riposare per quattro ore in vista della manovra successiva: l’innalzamento del perigeo.
Alle 13:06 del 2 aprile (ieri) è stato dato il comando alla navicella per accendere il motore principale del modulo di servizio per 43 secondi, effettuando così l’innalzamento del perigeo, operazione che si è conclusa con successo. Questa operazione ha portato Orion in un’orbita alta stabile allineata con la traiettoria verso la Luna. Gli astronauti sono poi tornati a riposare per altre quattro ore e mezza prima di iniziare ufficialmente il loro primo giorno intero nello spazio.
A bordo viene utilizzato un dispositivo compatto per l’esercizio fisico, essenziale per la salute in assenza di gravità.
Alle 19:49 ora del Canada Space Center (01:49 ora italiana) la navicella Orion è uscita fuori dall’orbita terrestre immettendosi sulla traiettoria verso la Luna grazie a un’accensione del motore principale di 5 minuti e 50 secondi. Questa fase segna l’inizio del viaggio nello spazio profondo per l’equipaggio, che ha lasciato l’orbita terrestre per dirigersi verso il flyby lunare, aprendo la fase operativa della missione oltre l’influenza diretta della Terra.
È scattato alle 00:35 ora italiana il tanto atteso liftoff per la missione Artemis II. Il vettore SLS è decollato dal pad 39B trasportando la navetta Orion verso la Luna. A bordo, i quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen affronteranno un viaggio di circa dieci giorni per testare i sistemi di volo in vista delle future missioni di allunaggio.
Alle 00:37 i due razzi ausiliari a propellente solido dell’SLS (Space Launch System) si sono separati correttamente, lasciando il primo stadio dell’SLS come principale fonte di spinta e un minuto dopo, alle 6.38 pm (EDT) il modulo di servizio e il sistema di aborto del lancio, si sono separati dalla navicella Orion, non più necessari adesso che il razzo e la navicella si trovano al di sopra degli strati più densi dell’atmosfera terrestre.
Alle 00:43 è avvenuto lo spegnimento del motore principale dello stadio centrale dell’SLS (Space Launch System) e lo stadio centrale si è separato con successo dallo stadio di propulsione criogenica intermedio e dalla navicella Orion. Questo ha segnato la fine della prima fase di propulsione principale della missione Artemis II e il passaggio alle operazioni dello stadio superiore.
Infine, alle 00:59, i pannelli solari (Solar Array – SAW) della navicella Orion si sono dispiegati, completando una fase di configurazione fondamentale per la missione Artemis II. I controllori di volo di Houston hanno confermato che tutte e quattro le ali si sono aperte come previsto, portandosi in posizione nominale e iniziando a fornire energia.
Un risultato ottenuto al termine di una giornata con una tabella di marcia serrata che ha visto il team di terra impegnato fin dalle prime ore della giornata riassunte a seguire:
Alle 15:00 (EDT – orario americano in Florida), il direttore delle operazioni di lancio Charlie Blackwell-Thompson ha dato il via libera al caricamento dei propellenti del razzo SLS (Space Launch System). Le operazioni sono iniziate con il raffreddamento delle linee di trasferimento per l’ossigeno liquido (LH2) e l’idrogeno liquido (LOX) dello stadio centrale per mezzo di idrogeno liquido super-freddo ha portato le componenti interessate a temperature criogeniche così da prevenire lo shock termico.
Si è poi passati all’inertizzazione della cavità. Questa operazione prevede la sostituzione dell’aria atmosferica situata all’interno della cavità del razzo con azoto gassoso. Questo gas è essenziale per le operazioni di rifornimento in quanto risulta essere inerte e ridurre il rischio di combustione e contaminazione, rendendo le successive operazioni di caricamento sicure.
Si è poi proceduto al caricamento di 700.000 galloni di propellenti criogenici nello stadio centrale dell’SLS. L’operazione è iniziata con una fase di riempimento lento, necessaria per permettere a tubazioni e serbatoi di adattarsi gradualmente alle temperature criogeniche del propellente senza subire shock termici. Il passaggio successivo prevedeva la fase di riempimento rapido, una procedura che permette di caricare velocemente il propellente monitorando allo stesso tempo eventuali perdite e mantenendo una temperatura adeguata, velocizzando al contempo le procedure di rifornimento.
Mentre le procedure di rifornimento procedevano indisturbate, alle 9.25 am (EDT), la crew di astronauti ha ricevuto la wake up call che ha dato il via ufficiale al loro giorno di lancio.
Alle 15:36 sono iniziate le manovre di riempimento dello stadio superiore dell’SLS che permetterà di posizionare la navicella Orion in un’orbita alta stabile attorno alla Terra in vista del test dimostrativo delle operazioni di prossimità e della manovra di iniezione verso la Luna.
Alle 16:24 è iniziato il riempimento del rocket core stage che deve essere costantemente alimentato con un flusso a bassa intensità di LH2 dato che questo propellente, allo stato naturale, evapora. Le procedure di rifornimento sono andate avanti fino alle 12.51 pm (EDT), momento in cui si è concluso il riempimento e sono entrate in vigore le procedure di mantenimento tramite un flusso continuo di propellente per mantenere i serbatoi pieni al massimo della capacità.
Nel frattempo, alle 17:40, gli astronauti hanno partecipato all’ultimo briefing meteorologico, ricevendo così gli aggiornamenti sulle condizioni meteo più recenti presso la piattaforma di lancio 39B, le zone di recupero circostanti e i potenziali siti di aborto della missione lungo la traiettoria di volo di Artemis II. Fra le informazioni fornite: la velocità del vento, le precipitazioni, il rischio di fulmini e le condizioni del mare in caso di eventuali ammaramenti ed è stato garantito il soddisfacimento di tutti i criteri di sicurezza prima di procedere con lo successive operazioni previste per il lancio.
I meteorologi della NASA confermano quindi alla fine del briefing una probabilità dell’80% di condizioni favorevoli durante la finestra di lancio. Le principali preoccupazioni rimangono relative alla formazione di nubi cumuliformi, alle precipitazioni e alla velocità del vento al suolo. Le procedure possono quindi procedere come previsto.
All’interno degli alloggi per gli astronauti dell’edificio Neil A. Armstrong Operations and Checkout Building presso il Kennedy Space Center dell’agenzia in Florida, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, hanno iniziato i preparativi indossando le tute spaziali alle 1.15 pm (EDT). Alle 1.36 pm (EDT), la squadra di soccorso e la squadra di chiusura sono arrivate al complesso di lancio 39B in attesa degli astronauti di cui dovranno garantire la completa sicurezza.
A circa 4 ore dal lancio, alle 18:14 gli astronauti arrivano al complesso di lancio 39B.
Con l’aiuto della squadra addetta alle operazioni di chiusura, l’equipaggio di Artemis II ha indossato caschi e guanti, completando i controlli di integrità delle tute prima di salire a bordo della navicella spaziale Orion. La crew ha proseguito nelle operazioni con meticolosità nella preparazione e chiusura del portello del modulo equipaggio della navicella spaziale Orion. A seguito di ciò, la squadra ha lavorato meticolosamente per ispezionare le guarnizioni, fissare i dispositivi di fissaggio e verificare che il portello sia a tenuta stagna. Anche solo un capello finito per sbaglio nei portelli potrebbe avere conseguenze importanti nella sicurezza del team e della missione stessa.
Sono stati in seguito eseguiti test sulla pressurizzazione della capsula Orion per garantire e confermare l’integrità del portello appena chiuso.
Alle 23:15, gli ingegneri hanno comunicato di aver risolto un problema con l’hardware per le comunicazioni col sistema di interruzione del volo individuato alle 5:00 pm (EDT), problema che avrebbe impedito di inviare da terra il segnale di distruzione del razzo in caso di deviazione dalla traiettoria durante l’ascesa. Questo rappresenta un protocollo necessario per la tutela della sicurezza pubblica. Nel frattempo, i tecnici hanno completato la chiusura del portello del sistema di aborto del lancio che fornisce un’ulteriore barriera protettiva per il modulo dell’equipaggio, progettato per salvaguardare gli astronauti durante la traiettoria di volo di Artemis II e, se necessario, consentire una rapida evacuazione in caso di emergenza.
Conto alla rovescia fermo a 10 minuti dal lancio, pochi istanti prima del via libera [Fonte: live NASA]
Alle 00:22 Charlie Blackwell-Thompson, direttore del lancio di Artemis II, ha condotto la votazione “via libera/no via libera” per decidere se procedere con gli ultimi 10 minuti del conto alla rovescia, noto come conto terminale.
Un “via libera” unanime da parte di tutto il team ha indicato che Artemis II ha confermato il continuo del countdown finale, portando così al successo del lancio di Artemis.
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Proserpina fu scoperto da Karl Theodor Robert Luther il 5 maggio 1853 dall’osservatorio di Düsseldorf, in Germania. Fu così nominato in onore della divinità romana Proserpina, figlia di Cerere e sposa di Plutone, regina degli inferi, proseguendo nella tradizione ottocentesca di assegnare nomi appartenenti alla mitologica classica ai corpi minori del sistema solare. Percorre un’orbita nella fascia principale centrale con un semiasse maggiore di 2,65 Unità Astronomiche e un’eccentricità contenuta, di 0,08 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 4,33 anni con un’inclinazione di 3,5 gradi rispetto al piano dell’eclittica.
Proserpina un diametro medio stimato di circa 95 km ed è classificato come un asteroide di tipo S. Questa natura rocciosa implica una composizione superficiale ricca di silicati di ferro e magnesio, che gli conferisce un’albedo moderatamente alta. Nonostante non raggiunga le dimensioni dei giganti della fascia, la sua capacità nel riflettere la luce lo rende un oggetto relativamente luminoso durante le opposizioni favorevoli, osservabile anche con strumenti amatoriali di piccolo diametro.
L’ analisi delle curve di luce ha permesso di determinare con buona precisione il suo periodo di rotazione, pari a circa di 13,11 ore, con variazioni di luminosità che suggeriscono una forma piuttosto irregolare e moderatamente allungata.
Come e quando osservarlo
Proserpina sarà in opposizione il 4 aprile, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,5 trovandosi a una distanza di 1,48 Unità Astronomiche dalla Terra. Il suo moto sarà di 0,60 secondi d’arco al minuto; pertanto, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini, potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo esporre (o integrare) per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Proserpina trasformarsi in una bella striscia luminosa di circa 24 secondi d’arco.
(13) Egeria
Egeria fu scoperto da Annibale de Gasparis il 2 novembre 1850 dall’Osservatorio di Capodimonte a Napoli. Fu Urbain Le Verrier, l’astronomo che predisse la posizione di Nettuno, a suggerirne il nome in omaggio alla ninfa Egeria, figura della mitologia romana legata alle sorgenti e sposa del re Numa Pompilio. Percorre un’orbita nella fascia principale centrale con un semiasse maggiore di 2,58 Unità Astronomiche e un’eccentricità di 0,08 gradi, completando una rivoluzione intorno al Sole in 4,14 anni, con un inclinazione orbitale di 16,5 gradi rispetto al piano dell’eclittica.
Con un diametro medio di circa 203 km, Egeria è uno dei corpi più massicci della fascia principale. È classificato come un asteroide carbonaceo (tipo Ch), con una superficie estremamente scura e una composizione ricca di materiali primitivi e minerali idrati. Le dimensioni di 13 Egeria sono state vincolate direttamente da occultazioni stellari osservate in epoche successive, che ne hanno mostrato un profilo proiettato piuttosto arrotondato. L’analisi delle curve di luce ha invece permesso di determinare con buona precisione il suo periodo di rotazione, pari a circa 7,04 ore.
Nonostante la sua bassa albedo, tipica degli oggetti carbonacei, le sue generose dimensioni lo rendono un oggetto relativamente facile da osservare durante le opposizioni favorevoli, anche con telescopi amatoriali di piccolo diametro.
Come e quando osservarlo
Egeria sarà in opposizione il 19 aprile, momento nel quale raggiungerà la magnitudine 10,2 trovandosi a una distanza di 1,54 Unità Astronomiche dalla Terra. Il suo moto sarà di 0,70 secondi d’arco al minuto; pertanto, per far sì che l’oggetto mantenga un aspetto puntiforme nelle nostre immagini, potremo utilizzare tempi di esposizione fino a 5 minuti. Per ottenere una traccia di movimento dovremo integrare per un tempo più lungo, e con 40 minuti di posa vedremo Egeria trasformarsi in una bella striscia luminosa di circa 28 secondi d’arco.
I percorsi di Massalia e Eunomia nel mese di Marzoin alto a destra la costellazione del Leone
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Lasciatosi l’inverno alle spalle, il mese di aprile ci accoglie con un cielo in rapida trasformazione.
Orione, dopo essere stato protagonista della notte a partire dalla metà ottobre e fino a tutto il periodo invernale, inizia adesso ad anticipare progressivamente il suo tramonto: se all’inizio di aprile sarà visibile nella sua interezza fino alle 23 sull’orizzonte Ovest, già alla fine del mese le stelle più basse della sua costellazione tenderanno a confondersi nella luce del crepuscolo. La stessa sorte tocca a tutte le costellazioni tipiche del cielo invernale: il Toro, i Gemelli e l’Auriga, che tramontano tra Ovest e Nord-Ovest entro la prima parte della notte.
Prendendo come orario di riferimento la mezzanotte, a Nord dominano l’Orsa Maggiore e parte del Drago, mentre più bassi all’orizzonte e in direzione Nord-Est brillano le costellazioni di Cassiopea e del Cefeo.
In direzione Sud si scorgono invece facilmente le costellazioni tipiche di questo periodo primaverile appena iniziato: in particolare il Leone, la Vergine e il Boote, i cui astri principali – Denebola, Spica e Arturo – delineano il cosiddetto Triangolo Primaverile, un asterismo moderno utile per orientarsi nel cielo di stagione. Nello spicchio di cielo compreso tra Est e Sud-Est fanno nel frattempo capolino, già sufficientemente alte nel cielo, alcune delle costellazioni estive, come Ofiuco ed Ercole.
L’approfondimento di questo mese verterà su tre delle costellazioni che, con riferimento alla mezzanotte della metà del mese, si troveranno in prossimità del meridiano locale.
LA COSTELLAZIONE DEL CORVO
Sebbene di dimensioni piuttosto ridotte, la costellazione australe del Corvo (in latino Corvus con abbreviazione Crv) – situata leggermente al di sotto dell’equatore celeste – è facilmente individuabile utilizzando come riferimento la brillante Spica, nella costellazione della Vergine. Partendo da questa stella, basterà spostare leggermente lo sguardo verso il basso in diagonale per raggiungere le stelle 𝛿 e 𝛾 del Corvo, note anche come Algorab – dall’arabo, “il corvo” – e Gienah Gurab – “l’ala del corvo”.
L’intera costellazione, grazie alla sua posizione in una regione di cielo relativamente povera di stelle brillanti, è ben riconoscibile per la sua caratteristica forma a quadrilatero, il cui perimetro è delimitato dalle stelle , 𝛾, 𝛿 ed Corvi.
Guardando a queste stelle più nel dettaglio, troviamo che Algorab (𝛿 Corvi) è in realtà un sistema doppio, costituito dalla stella primaria di colore bianco-azzurro e di magnitudine circa +2.95, e da una compagna più debole, una nana arancione di magnitudine +8.51, osservabile con telescopi di piccole dimensioni.
La stella 𝛼 Corvi, detta anche Alchiba – dall’arabo “la tenda”, probabilmente in riferimento ad una rappresentazione differente da quella adottata attualmente – si trova a soli 48 anni luce di distanza ed è tra tutte la più vicina, ma non la più luminosa, primato che va a Gienah. La più distante è invece Corvi, nota come Minkar, “la narice del corvo”, che, pur trovandosi a oltre 300 anni luce, presenta una magnitudine apparente di +3.02.
La costellazione del Corvo contiene anche un interessante asterismo: a breve distanza dal confine con la costellazione della Vergine, lo Stargate è costituito da sei stelle, di cui le tre più luminose disposte a formare un triangolo equilatero e le altre tre a delinearne uno più piccolo, inscritto e ruotato rispetto al primo; il nome deriva dalla somiglianza con il portale presente nell’omonima serie televisiva di fine anni ’90.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione del Corvo
Malgrado le sue piccole dimensioni – è la settantesima su ottantotto per estensione – la costellazione ospita alcuni oggetti di cielo profondo senza dubbio degni di nota.
Tra i più interessanti – e studiati in letteratura – vi sono le galassie interagenti NGC 4038 e NGC 4039, note agli astrofili con il nome di Galassie Antenne; distanti tra i 50 e i 70 milioni di anni luce dalla Terra, esse sono prossime alla fusione e caratterizzate dalla presenza di due spettacolari code mareali di gas e stelle, dalla cui somiglianza con le antenne di un insetto deriva il loro nome.
NGC 4027 è invece una galassia spirale barrata situata a circa 80 milioni di anni luce; la sua evidente asimmetria – con un braccio molto più esteso rispetto all’altro – è probabilmente il risultato di interazioni gravitazionali avvenute nel suo passato.
NGC 4038 e NGC 4039 (Galassie Antenne); in alto a destra NGC 4027. Campo fotografato il 13 aprile 2023 da Fernando Oliveira de Menezes per Coelum e pubblicato su questo sito web il 22 ottobre 2023
All’interno della Via Lattea, nella direzione del Corvo, si trova anche la nebulosa planetaria NGC 4361, scoperta da William Herschel nel 1785; al telescopio appare come un debole disco leggermente allungato, al cui centro è visibile la stella progenitrice, oggi nana bianca di tredicesima magnitudine.
Mitologia e storia della costellazione del Corvo
Kylix attica raffigurante Apollo seduto con di fronte il corvo (480 – 470 a.C., Museo Archeologico di Delfi)
Probabilmente nota già ai babilonesi, la costellazione del Corvo trovò dapprima formalizzazione nel catalogo delle 48 costellazioni stilato da Tolomeo, e successivamente fu confermata nel novero delle 88 costellazioni moderne dall’Unione Astronomica Internazionale.
Il mito – attestato nei Catasterismi di Eratostene di Cirene e tramandato anche in epoca romana da Ovidio, nei Fasti, e da Igino – narra che Apollo, dovendo fare un sacrificio a Giove, affidò a un corvo – suo animale prediletto – una coppa e lo inviò a recuperare dell’acqua purissima per la libagione. L’animale però, giunto in prossimità della fonte, vide degli alberi di fico i cui frutti non erano ancora maturi; si attardò allora per potersene cibare e soltanto dopo averne fatto una scorpacciata riempì la coppa e tornò dal dio, ghermendo però tra gli artigli un serpente. Raccontò infatti ad Apollo di aver impiegato più tempo del previsto proprio per colpa del serpente, che gli aveva impedito di svolgere il compito; ma il dio, percepita la menzogna del corvo, lo scagliò nel cielo insieme alla coppa e al serpente (che divennero le costellazioni del Cratere e dell’Idra). Per questa ragione il corvo, al quale da quel momento in cielo venne impedito dal serpente di avvicinarsi alla coppa, è noto per la sua voce roca.
LA COSTELLAZIONE DELLA CHIOMA DI BERENICE
Così come riportato in modo accurato da Catullo nel suo Carme 66, la costellazione della Chioma di Berenice (in latino Coma Berenices, con abbreviazione Com) si trova tra le costellazioni del Leone e del Boote, al di sopra di quella della Vergine e non lontana dalle zampe dell’Orsa Maggiore.
Sebbene la sua posizione non sia difficile da individuare, l’osservazione richiede cieli bui e ottime condizioni atmosferiche; le stelle che la compongono sono infatti tutte al di sopra della quarta magnitudine. La più luminosa è Comae Berenices (magnitudine apparente di 4.26); 𝛼 Comae Berenices, conosciuta anche come Diadema o, nella tradizione araba, Al Dafirah (“la treccia”), è invece un sistema binario costituito da due stelle con caratteristiche simili separabili con strumenti amatoriali di buona qualità.
Gran parte delle altre stelle meno luminose appartiene all’ammasso aperto Melotte 111, che, con una distanza di circa 250 anni luce, è uno dei più vicini al Sistema Solare.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione della Chioma di Berenice
Trovandosi in direzione del Polo nord galattico, la costellazione, pur non essendo tra le più estese, risulta particolarmente ricca di oggetti di cielo profondo. Oltre a due oggetti galattici – l’ammasso aperto Mel 111 e l’ammasso globulare M53 (NGC 5024), posto a 56000 anni luce dalla Terra –, essa ospita diverse decine di galassie, osservabili con telescopi amatoriali (il numero complessivo è però di diverse migliaia).
All’interno dei suoi confini si contano inoltre ben sette galassie facenti parte del Catalogo Messier: sei di esse si collocano nella porzione sud-occidentale della costellazione e appartengono al vasto sistema dell’Ammasso della Vergine, situato tra le costellazioni della Vergine e della Chioma di Berenice. Alcune di queste galassie vengono talvolta associate, in senso lato, alla cosiddetta Catena di Markarian, un allineamento prospettico di galassie ellittiche e lenticolari nel cuore dell’ammasso. Si tratta di M85 (NGC 4382), M88 (NGC 4501), M91 (NGC 4548), M98 (NGC 4192), M99 (NGC 4254; nota anche come Ruota di Santa Caterina) e M100 (NGC 4321; nota anche come Galassia Specchio), tutte con una distanza compresa tra i 40 e i 65 milioni di anni luce.
Catena di Markarian fotografata il 12 aprile 2024 da Patrizia Mazzucato per Coelum e pubblicato su questo sito web il 24 aprile 2024
M64 (NGC 4826), nota anche come Galassia Occhio Nero, è invece una galassia relativamente isolata, situata a circa 17 milioni di anni luce.
M64 (dettaglio) fotografata il 5 aprile 2025 da Vito Quarto de Marinis per Coelum e pubblicato su questo sito web il 15 aprile 2025
Sempre all’interno della Chioma di Berenice si trova un ammasso di galassie incredibilmente ricco e oggetto dei primi studi sulla materia oscura risalenti agli anni ’30 del secolo scorso. Questa vasta struttura cosmica si trova a circa 350 milioni di anni luce dalla Terra ed è nota col nome di Ammasso della Chioma, o Abell 1656; al suo interno dominano le due galassie ellittiche giganti NGC 4889 e NGC 4874, che ne costituiscono i principali centri gravitazionali.
Ammasso della Chioma fotografato il 29 gennaio 2024 da Massimo Marchini per Coelum e pubblicato su questo sito web il 6 giugno 2024
Mitologia e storia della costellazione della Chioma di Berenice
Globo celeste attribuito a Gherardus Mercator (1551; Museo di Urbino)
La costellazione della Chioma di Berenice costituisce uno dei rari casi nella volta celeste in cui l’origine non è mitologica, ma storica. Essa è infatti associata alla figura della regina Berenice II di Cirene, sposa di suo cugino Tolomeo III Evergete, che regnò sull’Egitto tra il 246 e il 222 a.C. circa. Secondo la tradizione, quando poco tempo dopo il matrimonio il re dovette partire per combattere nella Terza guerra siriaca, la regina fece voto agli dèi di sacrificare i lunghi capelli qualora il marito fosse tornato vincitore. Al suo ritorno, ella mantenne la promessa e, tagliata la folta chioma, la depose nel tempio dedicato ad Afrodite; il giorno seguente, tuttavia, la lunga treccia scomparve. Secondo quanto tramandato da Callimaco e ripreso da Catullo, fu il matematico e astronomo di corte Conone di Samo a trovare una spiegazione per quanto accaduto, sostenendo che gli dèi avevano portato i capelli della regina nel cielo nella forma di un piccolo gruppo di stelle, le quali– a suo dire – erano comparse nottetempo.
Sebbene il racconto fosse noto già in età ellenistica, tanto che Callimaco vi dedicò un’intera elegia – la Chioma di Berenice non compare tra le 48 costellazioni dell’Almagesto di Claudio Tolomeo; Igino stesso si riferisce alle sue stelle semplicemente come a “sette stelle disposte in forma di triangolo vicino alla coda del Leone”. Una prima formalizzazione si ebbe molto più tardi, ad opera del geografo e cartografo fiammingo Gherardus Mercator, che nel 1551 la incluse nel suo celebre Globo celeste; essa venne poi definitivamente adottata da Tycho Brahe nel suo catalogo stellare del 1602, e dal 1922 è riconosciuta tra le 88 costellazioni moderne dall’Unione Astronomica Internazionale.
LA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA
Quella dei Cani da Caccia (in latino Canes Venatici, con abbreviazione CVn), è una costellazione boreale quasi circumpolare per le nostre latitudini, situata immediatamente al di sopra della Chioma di Berenice e racchiusa tra il Boote e l’Orsa Maggiore.
La costellazione – che comprende soltanto una decina di stelle visibili a occhio nudo sotto cieli bui – è delineata quasi esclusivamente dalle sue due stelle più brillanti: 𝛼e Canum Venaticorum.
La prima, nota come Cor Caroli, è la stella più luminosa dell’intera costellazione, una variabile con magnitudine media 2.89 e colore bianco-azzurro; si tratta di una stella binaria fisica risolvibile anche con piccoli telescopi, la cui compagna è una stella di sequenza principale con magnitudine 5.60. La seconda – Canum Venaticorum – nota come Chara, è una stella gialla di quarta magnitudine, simile al Sole per caratteristiche fisiche. Vi è poi la stella 𝛾, conosciuta come “La Superba”, una gigante rossa variabile di magnitudine media 5.42.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione dei Cani da caccia
Per quanto riguarda gli oggetti di cielo profondo, la costellazione ospita prevalentemente galassie, oltre all’ammasso globulare M3 (NGC 5272): primo tra gli oggetti scoperti personalmente da Messier, è uno tra i più grandi e luminosi del cielo boreale, con magnitudine 6.3. Situato quasi a metà strada tra Cor Caroli e Arturo, è osservabile già con un buon binocolo e risolvibile in stelle con strumenti più potenti.
Ammasso globulare M3 fotografato il 24 aprile 2020 da Sergio Bove per Coelum e pubblicato su questo sito web il 12 maggio 2020
Tra le galassie, piuttosto numerose in questa area di cielo, quattro sono incluse nel Catalogo Messier: M51 (NGC 5194, Galassia Vortice), M63 (NGC 5055, Galassia Girasole), M94 (NGC 4736; Galassia Occhio di gatto o Occhio di coccodrillo) e M106 (NGC 4258). Queste sembrano disporsi lungo un arco con concavità rivolta verso nord, teso tra le stelle Alkaid e Phecda dell’asterismo del Grande Carro.
Galassia M106 fotografata il 4 maggio 2024 da Spike Pescini per Coelum e pubblicata su questo sito web il 22 maggio 2024
Mitologia e storia della costellazione dei Cani da caccia
Questa costellazione, a differenza delle precedenti, non ha origine nella tradizione mitologica greco-romana. La sua introduzione risale infatti all’età moderna, tra il XVI e il XVII secolo, quando il progredire della precisione degli strumenti astronomici e la possibilità di apprezzare stelle più deboli spinse alcuni astronomi a colmare quelle regioni del cielo lasciate vuote dalla tradizione classica, creando nuove costellazioni. In questo contesto si inserisce il lavoro dell’astronomo polacco Jan Heweliusz – meglio noto come Johannes Hevelius –, che introdusse undici nuove costellazioni (sette delle quali ancora in uso) nella sua opera Prodromus Astronomiae, pubblicata postuma nel 1690. Tra queste figurava anche quella dei Cani da caccia: Asterion (“stellato”) e Chara (“gioia”), condotti al guinzaglio da Boote; il loro ruolo non risulta però definito in maniera precisa: possono essere interpretati come cani da caccia, animali da guardia o semplici accompagnatori del Boote.
Una delle prime rappresentazioni della costellazione dei Cani da Caccia per mano di Johannes Hevelius
La stella principale della costellazione ha però una storia autonoma: il nome Cor Caroli (“Cuore di Carlo”) le venne attribuito nel XVII secolo – ancor prima che la costellazione venisse formalizzata – in onore del sovrano inglese. Secondo la tradizione, infatti, il medico di corte Charles Scarborough testimoniò che nella notte della restaurazione di Carlo II (il 29 maggio 1660) la stella avrebbe brillato in modo insolitamente intenso, come a simboleggiare il cuore palpitante del re Carlo I giustiziato pochi anni prima per mano di Cromwell.
Distribuzione galattocentrica delle galassie satelliti della Via Lattea con raggio di metà luce
𝑟
1
/
2
>
15
r
1/2
>15 pc. Il censimento recupera 49 dei 62 satelliti noti all’interno dell’area osservativa considerata. I cerchi pieni indicano i sistemi identificati dall’analisi, mentre i cerchi vuoti rappresentano quelli non rilevati. Il colore di ciascun oggetto corrisponde alla survey di appartenenza: rosso per DES Y6, blu per DELVE DR3 e verde per PS1 DR1. Le aree colorate mostrano l’estensione delle rispettive survey, mentre la regione grigia indica le zone escluse dal censimento, per latitudini galattiche basse, presenza di altri sistemi stellari (come ammassi globulari) o copertura osservativa insufficiente. Quattro satelliti relativamente luminosi — LMC, SMC, Sagittarius e Antlia II — risultano esterni all’area analizzata.
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Transito lunare della Tiangong space station del 1 aprile 2026 (ore 20:08:59 locali): la fascia blu indica l’area geografica dalla quale il fenomeno è osservabile, mentre il cerchio tratteggiato rappresenta il raggio di ricerca centrato sull’osservatore. Solo le zone in cui la banda interseca il cerchio consentono l’osservazione diretta del transito.
Crediti: elaborazione tramite Satellite Transit Finder
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Come ogni anno, nel mese di marzo torna puntuale l’opportunità di prendere parte alla Maratona Messier, una sfida unica che gli astrofili conoscono bene. Cimentarsi nell’impresa non è certo da tutti: una notte intera, dal tramonto all’alba, per inseguire uno dopo l’altro i 110 oggetti del famoso Catalogo Messier.
Indice dei contenuti
Charles Messier: da “cacciatore” di comete a scopritore del cielo profondo
Al tempo di Messier, nel ‘700, la ricerca di comete rappresentava una delle principali attività degli astronomi osservativi; erano infatti oggetti rari – se ne erano registrate fino ad allora soltanto una cinquantina –, imprevedibili e scientificamente poco compresi, e garantivano un grande prestigio a chi ne avesse scoperte di nuove.
Incisione raffigurante la “Grande Cometa” del 1744, comparsa sulle pagine della rivista francese Le Magasin Pittoresque diretta da Edouart Charton
All’età di quattordici anni, tra il novembre 1743 e il marzo dell’anno successivo, Messier assistette sicuramente al passaggio della spettacolare “Cometa di Chéseaux” (C/1743 X1), che dopo il transito al perielio aveva mostrato una chioma suddivisa in sei code distinte; rimasto probabilmente impressionato da questa apparizione, in seguito al trasferimento a Parigi al servizio dell’astronomo Joseph-Nicolas Delisle, egli seguì la tendenza dell’epoca e divenne il primo astronomo a votarsi esclusivamente alla ricerca di nuove comete.
Estratto del Catalogo contenente 103 oggetti; nella pagina, si nota la catalogazione della “Nebulosa” di Andromeda, trentunesima voce presente in lista
Non si trattava però all’epoca di un compito semplice, e nel corso della sua attività gli capitava di frequente di imbattersi in quelle che lui stesso definiva “false comete”: oggetti diffusi, che tuttavia non si muovevano rispetto alle stelle. Pensando che fosse utile tenerne traccia, iniziò a compilare una lista, che trovò la pubblicazione nel 1774, nella versione ridotta di 45 voci. Nel corso di tutta la sua vita continuò a lavorare al Catalogo e ad ampliarlo, inserendovi nuovi oggetti appartenenti alle cinque differenti categorie degli ammassi aperti, ammassi globulari, nebulose diffuse, nebulose planetarie e galassie; l’ultima versione pubblicata da Messier era arrivata a contenere 103 oggetti – di cui una quarantina sono scoperte originali –, mentre i restanti sette sono stati aggiunti successivamente.
Quando è possibile affrontare la Maratona Messier
L’origine della Maratona non è del tutto chiara, ma sembra che dopo alcuni primi tentativi ad opera di un gruppo di astronomi spagnoli negli anni Sessanta e la diffusione negli Stati Uniti nel corso del decennio successivo, quello di sfidarsi in una corsa contro il tempo per vedere tutti gli oggetti del Catalogo Messier sia diventato col tempo un appuntamento annuale, principalmente alle latitudini comprese tra i 18º e i 40º Nord.
La finestra osservativa più favorevole si colloca sempre tra la seconda metà di marzo e la prima di aprile; questo non è frutto del caso, ma il risultato del verificarsi di un buon numero di condizioni favorevoli. In questo periodo dell’anno, infatti – in questa sede descriveremo il tutto nel sistema di riferimento terrestre per ragioni di praticità –, il Sole si trova vicino all’equatore celeste e per questo motivo si può godere di un buon equilibrio tra ore di luce e di buio; esso, inoltre, proiettato tra le costellazioni dell’Acquario e dei Pesci – regioni povere di oggetti Messier – non ne nasconde nessuno in maniera totale. Di norma, poi, si prediligono le notti prossime al novilunio, cosicché l’osservazione non risulti negativamente influenzata dalla presenza in cielo del nostro satellite.
Mappa della posizione dei 110 oggetti del Catalogo Messier, pubblicata sul sito NASA dedicato al Catalogo Messier visto dal Telescopio Spaziale Hubble
Maratona Messier edizione 2026
Il periodo migliore per cimentarsi nella gara sarà quest’anno quello compreso tra i fine settimana del 14-15 e del 21-22 marzo. Chiunque voglia mettersi alla prova dovrà dotarsi di un buon binocolo o di un piccolo telescopio — utilizzando però esclusivamente il puntamento manuale — oltre che di una mappa e di un programma ben organizzato, per non rischiare di perdere nemmeno uno degli oggetti previsti.
Sono inoltre numerosi gli eventi divulgativi organizzati da molti degli osservatori astronomici attivi sul territorio, distribuiti nei fine settimana del 14-15, 21-22 e 28-29 marzo: un’occasione preziosa per avvicinarsi alla Maratona anche senza affrontarla in autonomia.
Con queste premesse, non resta dunque che augurare cieli sereni e una soddisfacente Maratona Messier a tutti coloro che sceglieranno di misurarsi con questa affascinante sfida osservativa.
M1 (Crab Nebula), il primo oggetto inserito da Messier nella sua lista, fotografato il 29 ottobre 2025 da Giovanni Pagoria per Coelum, pubblicato su questo sito web il 18 marzo 2026
Per la consultazione di materiale fotografico relativo agli oggetti del Catalogo Messier, si rimanda alla sezione PhotoCoelum di questo sito web: https://www.coelum.com/photo-coelum-new/.
Foto del 25 febbraio 2026 del transporter che dirige l’SLS verso il VAB. Photo credit: NASA/Cory Huston.
Il 12 marzo si è tenuta la conferenza in diretta streaming da parte della NASA a seguito della fine del Flight Readiness Review per Artemis II, ovvero un esame sistematico di hardware, software, procedure dell’equipaggio e strutture di terra per validare il “via libera” al lancio della missione.
Durante la conferenza, i vertici dell’agenzia spaziale statunitense hanno condiviso i dettagli riguardanti il guasto che ha bloccato il decollo di Artemis II, individuato il 21 febbraio 2026, e le soluzioni adottate per garantire la prontezza dei sistemi in una nuova finestra di lancio.
Cos’è successo?
Il 21 febbraio, gli astronauti della missione Artemis II hanno lasciato la struttura per la quarantena obbligatoria prevista per ogni volo umano nello spazio. Ma cosa ha causato questo dietrofront? Niente che riguardi gli astronauti stessi, ma un guasto identificato nel sistema di lancio SLS (Space Launch System) dopo l’esito positivo del wet dress rehearsal, una procedura di esercitazione di durata pari a due giorni, che prevede la messa in atto di tutte le procedure antecedenti al lancio stesso.
Il responsabile che ha causato il rinvio del lancio è una guarnizione chiamata “quick disconnect”, utilizzata per il passaggio dell’elio dalle strutture di terra fino allo stadio superiore dell’SLS. A causa dello stress subito dalla forte pressione esercitata dal flusso, questa si è spostata bloccandone così il passaggio e portando all’arresto della procedura.
Il 25 febbraio il vettore è stato quindi rimosso dalla rampa 39B per il rollback verso il VAB (Vehicle Assembly Building). Una volta all’interno dell’hangar, i tecnici hanno potuto analizzare l’SLS per individuare la causa del guasto ed eseguire gli ulteriori test e accertamenti necessari.
Gli ingegneri incaricati hanno identificato il problema col passaggio dell’elio e hanno applicato delle correzioni al design per rendere la componente resistente a questo tipo di attività. La procedura di sostituzione della guarnizione è iniziata il 2 marzo e il componente è stato testato e installato.
La nuova data identificata per il rollout (il ritorno del vettore in rampa di lancio) è il 19 marzo. Si tratta dell’inversione di rotta più rapida mai avvenuta per il progetto Artemis: solo 22 giorni passati fra il rientro nel VAB e il successivo riposizionamento in rampa.
La nuova data prevista per il lancio è il 1° aprile alle 6.24 PM EDT dal Kennedy Space Center situato in Florida. È comunque in corso una valutazione delle finestre di lancio disponibili nel mese di aprile che vengono costantemente aggiornate, e un’altra data possibile sarebbe il 2 aprile alle 7.22 PM EDT.
L’hardware, la crew e i team a terra sono pronti e, sebbene vi saranno sicuramente finestre disponibili anche nel mese di maggio, l’obiettivo resta aprile.
Una volta usciti dalla quarantena, gli astronauti di Artemis II sono rimasti a Houston, e hanno continuato con le esercitazioni in vista del lancio. Reid Wiseman, comandante della missione, ha dichiarato che la crew è in perfetta salute e pronta al volo, sottolineando inoltre il forte legame di fiducia sviluppato con i team a terra.
Da sinistra: gli astronauti NASA Christina Koch, Victor Glover, Reid Wiseman e l’astronauta dell’Agenzia spaziale canadese Jeremy Hansen (Foto: NASA/Josh Valcarcel)
Prima del lancio, la crew rientrerà in quarantena a L-14 days, ovvero 14 giorni prima del lancio, il 18 marzo. Dopo questo periodo di quarantena, a L-5 days, cioè il 27 marzo, verranno trasferiti verso il Kennedy Space Center in vista della partenza.
Gli astronauti di Artemis II hanno partecipato in remoto alla Flight Readiness Review riunendosi in un unico luogo e collegandosi in videoconferenza. In questa occasione, l’equipaggio ha esposto i propri quesiti riguardo i potenziali rischi della missione. I team presenti al vertice hanno risposto punto per punto, ripercorrendo sia le misure di prevenzione e mitigazione dei rischi adottate in ogni fase di progettazione e realizzazione della missione, sia le procedure di sicurezza ed emergenza che gli astronauti potranno applicare una volta in orbita. Una volta completato il confronto, la crew ha preso nota della decisione definitiva sul rollout previsto per il 19 marzo.
Come segnalato nel “Cielo del Mese” – Marzo, nei prossimi giorni avremo l’opportunità di osservare la Luna protagonista di due degli accostamenti più suggestivi del mese. In entrambi i casi si tratterà di congiunzioni in ascensione retta: i due astri, dunque, condivideranno la medesima posizione lungo l’equatore celeste, sebbene diBeriscano in declinazione, ossia abbiano diBerente distanza dal piano da esso individuato.
Venerdì 20 marzo: congiunzione tra Luna e Venere
Il primo appuntamento è per venerdì 20 marzo – giorno nel quale si verificherà il passaggio tra l’inverno e la primavera astronomica – al calar del Sole. Sebbene non sia possibile assistere al momento della congiunzione, che avviene in orario diurno (alle 15:35 ora locale), la Luna – visibile come una sottilissima falce il primo giorno dopo il novilunio – apparirà molto vicina al pianeta Venere, in fase gibbosa per tutto il mese di marzo. Anche se immerso nella luce del crepuscolo, e di conseguenza di breve durata, il fenomeno sarà visibile per circa un’ora sull’orizzonte Ovest, in corrispondenza della costellazione dei Pesci.
Simulazione tramite software astronomico della posizione di Luna e Venere alle ore 19:00 di venerdì 20 marzo 2026.
Giovedì 26 marzo: congiunzione tra Luna e Giove
Sarà ben più facile godere dello spettacolo che il cielo ci offrirà la settimana successiva, giovedì 26 marzo, con la congiunzione tra la Luna al primo quarto e Giove. Per quanto il momento esatto della congiunzione si verifichi ancora una volta in orario diurno (alle 13:13 ora locale), i due oggetti saranno comunque visibili ad una distanza inferiore ai 4º per tutta la prima parte della notte a cavallo delle costellazioni dei Gemelli e dell’Auriga, sino al tramonto di entrambi, alle due e mezzo circa.
Dettaglio della congiunzione Luna-Giove del 10 aprile 2024, pubblicata da Daniele Righetti per Coelum
Per una panoramica completa di tutti gli eventi astronomici del mese, si rimanda al “Cielo del Mese” – Marzo, pubblicato su questo sito web il 28 Febbraio 2026
Nell'immagine del telescopio James Webb una nebulosa planetaria rivela la sua complessa struttura: la stella centrale è circondata da dense nubi di polvere color rosa acceso, mentre due vasti lobi azzurrognoli si allungano nello spazio, composti da strati gassosi progressivamente espulsi dalla stella morente. Innumerevoli stelle brillanti punteggiano lo sfondo, visibili anche attraverso gli intricati filamenti di gas e polveri della nube.
Credit: ESA/Webb, NASA & CSA, J. H. Kastner (Rochester Institute of Technology).
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Questa immagine del telescopio spaziale Hubble mostra il più grande disco di formazione planetaria mai osservato. La giovane protostella centrale rimane nascosta all'interno di una fascia nerastra, densa di polveri, al di là della quale si notano nubi biancastre e azzurrognole che riflettono la luce stellare. Filamenti gassosi bluastri si allungano sinuosi nello spazio interstellare, residuo della nube molecolare da cui si è formata la stella.
Credit: NASA, ESA, STScI, K. Monsch (CfA). Image processing: J. DePasquale (STScI).
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M26 è un ammasso stellare aperto situato nella costellazione dello Scudo (Scutum). Si tratta di un ammasso piuttosto compatto che, nelle immagini profonde del campo stellare, deve però emergere da uno sfondo estremamente ricco di stelle della Via Lattea.
L’ammasso si trova a una distanza di circa 5000 anni luce dalla Terra e ha un’età stimata di circa 90 milioni di anni.
Questa immagine, approssimativamente in colori reali, è stata realizzata combinando riprese ottenute nei filtri B, V e R nel giugno 1996 con il telescopio Burrell Schmidt del Warner and Swasey Observatory della Case Western Reserve University, situato a Kitt Peak, nei pressi di Tucson (Arizona).
Le osservazioni sono state effettuate nell’ambito del programma Research Experiences for Undergraduates (REU) organizzato presso il Kitt Peak National Observatory e sostenuto dalla National Science Foundation.
L’immagine copre un campo apparente di circa 23,7 minuti d’arco. Crediti: Hillary Mathis, Vanessa Harvey, REU program/NOIRLab/NSF/AURA
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Ecosistema completo disegnato per l'inseguimento degli eventi segnalati dal Vera c. Rubin Observatory. Crediti:
NOIRLab/NSF/AURA/P. Marenfeld
Il nuovo sistema di allerta del Vera C. Rubin Observatory ha già dimostrato di poter attivare osservazioni astronomiche di follow-up in modo coordinato. Un recente test operativo ha infatti permesso di seguire in tempo quasi reale un evento segnalato dal telescopio, utilizzando altre strutture della rete scientifica gestita da NSF NOIRLab.
Il Rubin Observatory è stato progettato per il grande programma osservativo Legacy Survey of Space and Time, che monitorerà continuamente il cielo per individuare fenomeni variabili e transitori: supernove, asteroidi, sorgenti variabili e altri eventi astronomici in rapido cambiamento. Ogni volta che il sistema rileva una variazione significativa nella luminosità o nella posizione di un oggetto, viene generato automaticamente un alert distribuito alla comunità scientifica internazionale.
Durante una delle prime notti di test, il sistema del Rubin Observatory ha prodotto circa 800.000 alert astronomici in una sola notte. Gli avvisi vengono analizzati da software specializzati — i cosiddetti alert broker — che classificano e filtrano automaticamente gli eventi per individuare quelli più interessanti da osservare nuovamente con altri telescopi.
Nel test descritto da NOIRLab, uno degli alert generati dal Rubin Observatory è stato intercettato dal sistema di analisi sviluppato per la comunità scientifica. Il software ha identificato un oggetto variabile potenzialmente interessante e lo ha segnalato come candidato per ulteriori osservazioni.
A quel punto è entrata in funzione l’infrastruttura di follow-up di NOIRLab. Gli astronomi hanno utilizzato gli strumenti software del laboratorio per trasformare rapidamente l’alert in una richiesta osservativa, programmando un’osservazione dedicata con uno dei telescopi della rete NOIRLab.
L’osservazione è stata effettivamente eseguita poco dopo la segnalazione iniziale, dimostrando che l’intero processo — dalla rilevazione del fenomeno nel cielo fino all’osservazione di approfondimento — può essere completato in tempi molto rapidi.
Il test rappresenta una dimostrazione cruciale delle capacità operative dell’infrastruttura scientifica che accompagnerà il Rubin Observatory. Quando il programma LSST entrerà a pieno regime, il telescopio sarà in grado di generare fino a circa 10 milioni di alert per notte.
Disponibile sul sito il calendario degli eventi astronomici, aggiornato e completato fino alla fine di giugno. Il calendario raccoglie, giorno per giorno e con l’indicazione dell’orario, i principali fenomeni osservabili: congiunzioni, fasi lunari, opposizioni, massimi di sciami meteorici e altri appuntamenti di interesse per l’osservazione e la fotografia del cielo.
Gli orari indicati nel calendario corrispondono al momento di massimo dell’evento (ad esempio la minima distanza angolare in una congiunzione o l’istante esatto della Luna piena). È importante tenere presente che il momento di massimo non coincide sempre con una condizione osservativa favorevole: il fenomeno potrebbe verificarsi con gli astri sotto l’orizzonte o in pieno giorno. In questi casi l’osservazione pratica può risultare più agevole nelle ore precedenti o successive, in prossimità dell’alba o del tramonto.
Il calendario ha quindi lo scopo di offrire un riferimento cronologico utile per individuare gli eventi di interesse e pianificare con anticipo una sessione osservativa o fotografica. Per valutare con precisione altezza sull’orizzonte, visibilità locale e condizioni migliori di osservazione, è sempre consigliabile verificare la situazione tramite un software planetario impostato sulla propria località.
Per gli eventi che si verificano in pieno giorno, si raccomanda la massima attenzione. Non osservare mai direttamente il Sole senza adeguate protezioni: gli occhiali da sole non sono in alcun modo sufficienti a proteggere la vista durante un’osservazione che duri anche solo pochi secondi.
Il calendario può essere utilizzato anche sui propri dispositivi personali: è possibile aggiungerlo o condividerlo tramite i link disponibili, sia importandolo in Google Calendar sia nei calendari compatibili con iCal di Apple, in modo da avere sempre a disposizione gli eventi astronomici direttamente nel proprio calendario digitale.
La Carta del Docente per l’anno scolastico 2025/2026 è ufficialmente attiva. La piattaforma del Ministero dell’Istruzione e del Merito è stata riaperta permettendo agli insegnanti di accedere al portale e generare i propri buoni per l’acquisto di materiali utili alla formazione professionale.
Nelle prime ore di apertura alcuni utenti hanno segnalato rallentamenti nell’accesso dovuti all’elevato numero di richieste, ma il servizio è progressivamente tornato operativo consentendo ai docenti di creare i voucher necessari per gli acquisti.
La Carta del Docente è lo strumento con cui lo Stato sostiene l’aggiornamento professionale degli insegnanti, permettendo di acquistare libri, riviste specialistiche, corsi di formazione, software e altri strumenti utili alla didattica.
Bonus Carta del Docente 2025/2026: importo disponibile
Per l’anno scolastico 2025/2026 il bonus previsto per ogni docente è pari a 383 euro.
Il contributo può essere utilizzato esclusivamente per spese legate alla formazione e all’aggiornamento professionale, tra cui:
libri e pubblicazioni specialistiche
riviste scientifiche e culturali
corsi di formazione
software e strumenti didattici
Tra gli acquisti consentiti rientrano anche abbonamenti a riviste scientifiche e di divulgazione, come Coelum Astronomia.
Abbonarsi a Coelum Astronomia con la Carta del Docente
Gli insegnanti possono utilizzare il proprio bonus Carta del Docente per acquistare gli abbonamenti a Coelum Astronomia, la rivista italiana dedicata alla divulgazione astronomica, alle missioni spaziali e alla ricerca scientifica.
Sul sito di Coelum è possibile utilizzare il buono per acquistare:
Effettua l’accesso con SPID o Carta d’Identità Elettronica (CIE).
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Durante l’acquisto sul sito di Coelum inserisci il codice del buono come coupon.
Il sistema scalerà automaticamente l’importo dal totale dell’ordine.
Perché utilizzare la Carta del Docente per Coelum
La rivista Coelum Astronomia rappresenta da oltre venticinque anni uno strumento di aggiornamento e approfondimento per chi desidera seguire da vicino lo sviluppo della ricerca astronomica e dell’esplorazione spaziale.
All’interno della rivista trovano spazio:
articoli sulle nuove scoperte astronomiche
approfondimenti sulle missioni spaziali
interviste a scienziati e protagonisti della ricerca
osservazione del cielo e strumenti astronomici
Un contenuto utile non solo per l’approfondimento personale, ma anche come risorsa didattica per la divulgazione scientifica in ambito scolastico.
Il codice del buono va inserito direttamente durante l’acquisto e consente di utilizzare il bonus per coprire sia l’abbonamento sia la spedizione con corriere.
Consulta tutte le formule di abbonamento disponibili e scegli quella più adatta alle tue esigenze.
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è aperto il bando della terza edizione del Premio Nazionale Rossella Panarese, promosso dall’Associazione ODV Donne fra le Stelle, dedicato alla divulgazione scientifica sui temi dello spazio, dell’astronomia, dell’astrofisica e delle attività aerospaziali.
Il Premio nasce per ricordare Rossella Panarese, giornalista scientifica di straordinario valore e storica curatrice di Radio3 Scienza, e per valorizzare la qualità della comunicazione scientifica come bene culturale e civile, con particolare attenzione alle nuove generazioni di divulgatori e divulgatrici.
Il bando è rivolto a chi:
si occupa di divulgazione scientifica in ambito spaziale;
realizza contenuti di qualità su astronomia, esplorazione spaziale, ricerca scientifica;
contribuisce a rendere la scienza accessibile, rigorosa e di interesse pubblico.
Il Premio gode del patrocinio di importanti istituzioni scientifiche e culturali nazionali e si inserisce nel contesto del Festival Donne fra le Stelle, giunto alla sua quinta edizione, riconosciuto a livello nazionale e internazionale.
A poco più di tre mesi dall’incidente che aveva danneggiato una delle infrastrutture più importanti del programma spaziale russo, la rampa Site 31/6 del cosmodromo di Baikonur, in Kazakhstan, è stata ufficialmente riparata e preparata per tornare operativa. La struttura era stata gravemente danneggiata il 27 novembre 2025 durante il lancio della missione Soyuz MS-28 diretta alla Stazione Spaziale Internazionale.
Il decollo del razzo Soyuz-2.1a si era svolto regolarmente e l’equipaggio – composto da due cosmonauti russi e un astronauta della NASA – aveva raggiunto la stazione orbitale senza problemi, ma pochi secondi dopo il liftoff una parte fondamentale della rampa, la piattaforma di servizio mobile, era collassata all’interno della trincea di scarico dei gas del motore, causando danni estesi alla struttura e rendendo inutilizzabile l’unico complesso di lancio russo allora certificato per missioni con equipaggio verso la ISS.
L’incidente aveva avuto conseguenze immediate sul calendario delle missioni: il cargo automatico Progress MS-33, previsto inizialmente per dicembre 2025, era stato rinviato e la logistica dei rifornimenti della stazione era stata temporaneamente riorganizzata, anche con l’anticipo di alcune missioni cargo statunitensi per garantire scorte adeguate di acqua, ossigeno e materiali di consumo. Secondo quanto comunicato da Roscosmos nei primi giorni di marzo 2026, i lavori di ripristino sono stati completati con successo e la rampa è stata riportata allo stato operativo.
Gli interventi hanno coinvolto circa 150 tecnici e hanno richiesto la sostituzione dei cablaggi danneggiati, la revisione dei sistemi elettrici e di fissaggio della struttura, oltre alla reinstallazione della grande piattaforma di servizio utilizzata durante le operazioni di preparazione del razzo. Nel corso dei lavori sono stati eseguiti centinaia di metri di saldature e interventi di manutenzione su oltre 2.300 metri quadrati di infrastrutture, mentre la fase più complessa ha riguardato il posizionamento dei nuovi elementi della piattaforma, alcuni lunghi fino a 19 metri e con masse che raggiungono le 17 tonnellate.
Il complesso di lancio Site 31/6, in servizio dal 1961 e storicamente utilizzato per numerose missioni della famiglia di razzi R-7 e Soyuz, è oggi un nodo fondamentale per le operazioni russe verso l’orbita bassa terrestre e verso la Stazione Spaziale Internazionale. Con il completamento delle riparazioni, la rampa dovrebbe tornare a supportare la normale sequenza di lanci del programma Progress e Soyuz.
Il primo test operativo dopo il ripristino è previsto per 22 marzo 2026, quando un razzo Soyuz-2.1a dovrebbe portare in orbita il cargo automatico Progress MS-33, incaricato di trasportare rifornimenti, carburante e materiali scientifici per l’equipaggio della stazione. La ripresa delle operazioni rappresenta un passaggio cruciale per la continuità della presenza russa nei voli con equipaggio e nelle missioni di rifornimento della ISS, dopo un incidente che per alcune settimane aveva sollevato interrogativi sulla capacità del Paese di mantenere il proprio ruolo nella logistica orbitale internazionale.
Nel panorama sempre più ricco delle scoperte di pianeti extrasolari, alcuni sistemi attirano l’attenzione degli astronomi perché permettono di osservare fasi molto precoci dell’evoluzione dei pianeti. Tra questi vi è il sistema TOI-2076, un sistema multiplanetario relativamente giovane che rappresenta un laboratorio naturale per studiare come nascono e si trasformano i sistemi planetari.
TOI-2076 è una stella di tipo K situata a circa 42 parsec dalla Terra (circa 137 anni luce). Ciò che rende questo sistema particolarmente interessante è la sua età: circa 200 milioni di anni, quindi meno del 5 % dell’età del Sistema Solare. Questo significa che i pianeti del sistema si trovano in una fase evolutiva ancora molto dinamica.
Il sistema è stato individuato grazie ai dati del telescopio spaziale TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), progettato per scoprire pianeti extrasolari attraverso il metodo dei transiti, cioè osservando le piccole diminuzioni di luminosità di una stella quando un pianeta passa davanti ad essa lungo la linea di vista. Le osservazioni hanno rivelato inizialmente tre pianeti transiting di dimensioni tra circa 3 e 4 raggi terrestri, classificabili come sub-Nettuni. Successivi studi hanno migliorato la caratterizzazione del sistema e suggerito la presenza di ulteriori pianeti.
In particolare, un lavoro recente nell’ambito del programma TESS Investigation – Demographics of Young Exoplanets (TI-DYE) ha identificato un quarto pianeta interno, TOI-2076 e, con dimensioni simili alla Terra e un periodo orbitale di circa 3 giorni.
Questo rende il sistema particolarmente interessante dal punto di vista dinamico. Le orbite dei pianeti risultano vicine a configurazioni di risonanza orbitale, ma non perfettamente stabilizzate. Ciò suggerisce che il sistema si trovi in una fase di transizione tra una configurazione giovane e instabile e una configurazione più matura e stabile.
Un altro aspetto fondamentale riguarda l’evoluzione delle atmosfere planetarie. Nei sistemi giovani la radiazione ultravioletta della stella può causare una forte foto-evaporazione, cioè la perdita di gas dalle atmosfere dei pianeti. Studi di modellizzazione indicano che alcuni pianeti di TOI-2076 potrebbero perdere progressivamente il loro involucro gassoso, trasformandosi nel tempo in pianeti più rocciosi.
Per questo motivo sistemi come TOI-2076 sono estremamente preziosi per l’astrofisica planetaria. Permettono infatti di confrontare pianeti nati nello stesso ambiente ma con evoluzioni diverse, offrendo indizi su processi fondamentali come la migrazione orbitale dei pianeti, L’evoluzione delle atmosfere e la stabilizzazione delle architetture planetarie.
Osservare un sistema planetario “adolescente” significa quindi guardare indietro nel tempo, verso l’epoca in cui anche il nostro Sistema Solare era ancora giovane e turbolento. Studi futuri con strumenti come il James Webb Space Telescope potranno analizzare più in dettaglio le atmosfere dei pianeti di TOI-2076, contribuendo a chiarire come i sistemi planetari evolvano dalle prime fasi di formazione fino alla stabilità a lungo termine.
Hedges et al., “TOI-2076 and TOI-1807: Two Young, Comoving Planetary Systems”, Astronomical Journal (2021).
Rif. Nature Astronomy, characterization of the ~200 Myr TOI-2076 system (2026).
Si è da poco concluso il X Convegno Nazionale di Didattica dell’Astronomia UAI, presso il Teatro Comunale di Scheggia e Pascelupo (PG). Anche questa edizione ha fatto registrare una buona partecipazione di astrofili e docenti, soprattutto locali, provenienti dagli Istituti Comprensivi di Perugia, Gualdo Tadino, Umbertide, Torgiano Bettona, Sigillo e altri. Segno di un grande lavoro da parte dell’Associazione Astronomica Umbra (AAU) e Starlight – un planetario tra le dita, le due Delegazioni Territoriali impegnate nell’organizzazione della manifestazione, che da anni collaborano con la Commissione Didattica e promuovono una delle Scuole Estive UAI.
Oltre 50 convenuti, provenienti da 8 diverse regioni italiane, hanno potuto fruire di questa importante occasione di condivisione e approfondimento dedicata in particolare ad astrofili, planetaristi e docenti di ogni ordine e grado. Come ormai da alcuni anni il Convegno prevede diversi interventi, spunti e proposte, seguiti da workshop tematici suddivisi per livello scolastico (Primaria, Secondaria di Primo Grado e Secondaria di Secondo Grado).
La giornata è iniziata con la registrazione dei partecipanti, a ciascuno dei quali è stata consegnata una cartellina contenente il programma della giornata, materiale informativo delle associazioni locali, e altri materiali relativi alle attività della giornata.
Il Convegno è stato aperto dai saluti di benvenuto da parte di Giorgio Carlani, presidente dell’AAU, della vicesindaca Mariella Facchini e della vicepreside Katia Comanducci dell’IC Sigillo, che ha messo a disposizione anche alcuni spazi scolastici per lo svolgimento dei workshop.
In seguito Matteo Montemaggi, responsabile della Commissione Didattica ha declinato brevemente il programma della giornata e le modalità di svolgimento. A raccontare e presentare brevemente le associazioni locali Giorgio Carlani, che ha parlato anche della recente inaugurazione dell’Osservatorio Astronomico della Pezza, e Simonetta Ercoli, che ha raccontato di come è nata Starlight – un planetario tra le dita e la passione per le attività didattiche in diverse scuole locali.
Una breve pausa caffè è stata seguita dagli interventi di Barbara Avella (IC Via Casal Bianco di Roma) e Mauro Crepaldi (IC Rita Levi Montalcini di Roma) due docenti di Scuola Primaria che ci hanno raccontato di una esperienza, tutt’ora in pieno svolgimento nelle proprie scuole, promossa dal team OAE Italia (Office of Astronomy for Education) dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) gestita dall’INAF (Istituto Nazionale di AstroFisica) e riguardante la progettazione di attività didattiche innovative e inclusive a tema astronomico.
Il coordinatore della Commissione, Matteo Montemaggi, ha poi presentato le Scuole Estive UAI 2026, prima dell’incursione di Luigi Marcon, responsabile della Sezione Gnomonica UAI, che ha invitato i presenti a partecipare al 25° Seminario Nazionale di Gnomonica, che si terrà poco distante da Scheggia, a Matelica, dal 15 al 17 maggio pv.
Ultimo intervento della mattinata a cura di Simonetta Ercoli che ha raccontato invece di un progetto locale dedicato al cielo e al Cantico delle Creature.
Al pranzo, organizzato dagli ospitanti e consumato sul posto, è seguito un duplice intervento a cura di Paolo Morini(Associazione Ravennate Astrofili Rheyta – Planetario di Ravenna e responsabile della Rete di Eratostene UAI) relativamente ai due progetti internazionali. Il primo dedicato alla “Misura della parallasse lunare e distanza del nostro satellite”, sempre tramite l’OAE (Office of Astronomy for Education) e il secondo relativo ad alcune “attività collaterali” da svolgere anche come Formazione Scuola Lavoro (ex PCTO), inserite all’interno del progetto StAnD (Students as Planetary Defenders), che fa capo al programma PRISMA (Prima Rete Italiana per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera) di INAF.
Subito dopo i partecipanti sono stati divisi in tre gruppi per i workshop tematici, ognuno dedicato al proprio specifico livello, nei quali è stata offerta un’originale proposta didattica a tema astronomico da proporre ai propri studenti.
Workshop didattico per la Scuola Primaria
“Il cielo è di tutti gli occhi, di ogni occhio è il cielo intero”
(a cura di Federica Baldelli, attività didattica per la Scuola Primaria – IC Gualdo Tadino)
Workshop didattico per la Scuola Secondaria di primo grado
“… e quindi uscimmo a riveder le stelle – piccoli astronomi crescono”
(a cura di Daniela Rosati, attività didattica per la Scuola Secondaria di primo grado – IC Torgiano-Bettona)
Workshop didattico per la Scuola Secondaria di secondo grado
“La Misurazione del Tempo: dallo Gnomone all’Orologio Atomico”
(a cura di Daniela Ambrosi, attività didattica per la Scuola secondaria di secondo grado – Liceo scientifico G. Galilei)
A seguire, un veloce breafing conclusivo nel Teatro, prima dei ringraziamenti e saluti finali.
La UAI, in quanto ente accreditato presso il MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito), anche quest’anno ha consegnato un attestato di partecipazione che rende questa giornata valida ai fini dell’aggiornamento professionale per il personale docente.
L’impressione, a caldo, è che il clima di lavoro sia stato piuttosto disteso e proficuo e in tanti abbiano apprezzato l’iniziativa, approfittando anche per conoscere nuovi/e colleghi/e e tessere nuove collaborazioni.
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Apriamo la rubrica di questo mese con una doppia scoperta realizzata da Michele Mazzucato nell’ambito della collaborazione con i professionisti del CRTS Catalina, sulle immagini ottenute con il telescopio Cassegrain di 1,5 metri di diametro dell’osservatorio americano sul Mount Lemmon in Arizona. Entrambe le scoperte sono purtroppo molto deboli e individuate oltre la mag.+20. La prima è stata realizzata la notte del 15 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4617 posta nella costellazione del Cancro a circa 360 milioni di anni luce di distanza. Nei giorni seguenti la scoperta, il nuovo transiente è aumentato di luminosità fino a raggiungere la mag.+19. Nella notte del 23 febbraio al Monte Palomar in California con il telescopio da 1,5 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026dgt è una giovane supernova di tipo II. La seconda scoperta è stata invece realizzata nella notte del 23 febbraio nella piccola galassia a spirale UGC4884 posta nella costellazione del Cancro a circa 420 milioni di anni luce di distanza. Come la precedente è stata scoperta intorno alla mag.+20,5 ma il giorno seguente era già aumentata di circa una magnitudine. Nella notte del 24 febbraio dal Roque de los Muchachos Observatory nelle Isole Canarie, con il Nordic Optical Telescope da 2,56 metri è stato ottenuto lo spettro di conferma. La SN2026efq è una giovane supernova di tipo Ia, che intorno al 10 marzo dovrebbe superare la mag.+17.
Immagine di scoperta della SN2026dgt in UGC4617 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.
Immagine di scoperta della SN2026efq in UGC4884 realizzata dal Catalina con il telescopio Cassegrain da 1,5 metri.
In assenza di scoperte amatoriali o di supernovae luminose in belle galassie, soffermeremo adesso la nostra attenzione su due outburst di una particolare classe di transienti, verificatisi nel mese di febbraio.
Ci riferiamo ai famosi LBV Luminous Blue Variable, conosciuti anche con il nome di Supernova Impostor. Questa classe di oggetti ad una prima analisi possono essere scambiati per supernovae classiche, ma ad un attento esame mostrano invece sostanziali differenze da esse, legate principalmente alle caratteristiche dello spettro e soprattutto alla luminosità assoluta assai più bassa di quella media di supernovae anche di tipo II (Magnitudine Assoluta di circa -12, contro i -16, -17 delle supernovae di tipo II). Il prototipo di questo tipo di stelle, nelle vicinanze della nostra galassia, è rappresentato dalla variabile S Doradus, una delle stelle più luminose della Grande Nube di Magellano; altre due stelle LBV altrettanto note sono Eta Carinae e P Cygni. In fase di riposo sono di classe spettrale B e spettro con presenza di insolite righe di emissione. Nella fase LBV tali stelle pulsano in modo irregolare, disperdendo nello spazio una buona parte degli strati esterni. Tale materiale va a formare una vera e propria nebulosa attorno a tali stelle. Un classico esempio in tal senso è rappresentato dalla nebulosa di Eta Carinae.
Al di fuori della nostra galassia conosciamo poco più di una ventina di oggetti LBV; per nessuno di essi si ha la certezza che si sia trasformato in una vera e propria supernova, ad esclusione forse solo del famoso 2009ip. Scoperto il 26 agosto del 2009 dal programma professionale denominato CHASE, nel settembre 2012 ebbe un forte outburst che lo portò a sfiorare la mag.+13 e straformarsi quasi certamente in una supernova di tipo IIn. Questi LBV possono perciò da un momento all’altro fare il “grande botto” ed esplodere come supernova. Vi suggeriamo pertanto di seguire questi strani oggetti ed in modo particolare i due LBV che in questo mese di febbraio hanno mostrato l’ennesima impennata di luminosità. Il primo dei due è conosciuto come 2000ch, scoperto il 3 maggio 2000 dal programma professionale di ricerca supernovae denominato LOSS Lick Observatory Supernovae Search nella galassia a spirale barrata NGC3432, inserita anche nel catalogo di Arp al numero 206 e posta nella costellazione del Leone Minore alla distanza di circa 40 milioni di anni luce. Dal 2000 ad oggi questo interessante LBV ha mostrato numerosi outburst che ultimamente si stanno ripetendo a distanza di circa un anno, a dimostrazione che l’instabilità della stella è molto elevata. Gli otto outburst mostrati in questi 25 anni sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. L’ultimo ha raggiunto la mag.+17 intorno alla metà di febbraio.
Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 50 secondi di esposizione.
Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.
Immagine del nuovo outburst di 2000ch in NGC3432 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.
Il secondo interessante LBV è invece conosciuto come AT2016blu, anche se fu scoperto l’11 gennaio 2012 sempre dal Lick Observatory Supernovae Search, inserendo la scoperta nel vecchio CBAT. Il 5 aprile 2016 l’astrofilo Ron Arbour individuando un nuovo outburst inserì la scoperta nel TNS e l’oggetto prese perciò il nome di AT2016blu. Questo Supernova Impostor è apparso nella galassia a spirale NGC4559 posta nella costellazione della Chioma di Berenice e distante circa 30 milioni di anni luce. Dal 2016 in avanti ha mostrato numerosi outburst con una cadenza annuale, raggiungendo i massimi di luminosità intorno alla mag.+16. Come per il precedente LBV, i numerosi outburst sono stati individuati principalmente dall’astrofilo giapponese Koichi Itagaki e dal nostro Giancarlo Cortini. Anche in questo caso, l’ultimo outburst ha raggiunto la mag.+17 intorno al 20 febbraio. NGC4559 ha ospitato al suo interno anche una supernova, la SN1941A scoperta il 5 febbraio 1941 dall’astronoma americana Rebecca Jones. Questi due Supernova Impostor sono pertanto da seguire con molta attenzione, perché potrebbero regalare delle importanti sorprese e poi sono situati in due galassie molto fotogeniche.
Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata da Giancarlo Cortini con un telescopio C14 e 90 secondi di esposizione.
Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Rafael Ferrando con un telescopio Meade LX200 da 400mm F.7.
Immagine del nuovo outburst di AT2016blu in NGC4559 realizzata dall’astrofilo spagnolo Carlos Segarra con un telescopio da 200mm F.4 somma di 25 immagini da 240 secondi.
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Nel cielo di marzo incontriamo le costellazioni che caratterizzano la primavera boreale.
LA COSTELLAZIONE DEL LEONE
Una figura tipica di questo periodo è indubbiamente quella del Leone: essa è posta tra il Cancro e la Vergine ed è osservabile già dalla prima serata; per riconoscerla sarà sufficiente individuare la tipica forma trapezoidale che la identifica, di cui la stella Regolo (alfa Leonis) costituisce uno dei suoi vertici (quello orientato a Sud-Ovest). Regolo è un sistema stellare composto da quattro stelle divise in due coppie; con la sua magnitudine +1,40 è la ventunesima stella più luminosa del cielo notturno. Dista circa 79 anni luce da noi e la sua vicinanza all’Equatore celeste fa sì che possa essere osservata da tutte le aree popolate della Terra. Con il suo colore bianco-azzurro, Regolo si rende facilmente visibile nelle serate primaverili e, insieme ad altre stelle della costellazione del Leone, va a comporre un asterismo chiamato Falce. Si tratta di un oggetto molto brillante, noto anche come Falce Leonina, la cui forma richiama appunto quella dell’oggetto di cui porta il nome. Il vertice Sud-Orientale della figura del Leone è costituito dalla stella Denebola, che rappresenta la coda dell’animale: è una delle stelle più vicine a noi, trovandosi a 36 anni luce di distanza; con la sua luce bianca è circa 17 volte più luminosa del Sole. Denebola è una stella variabile della tipologia Delta Scuti, con una luminosità che varia leggermente nel giro di poche ore. Da studi cinematici risulta che Denebola potrebbe essere una componente di un’associazione stellare di cui fanno parte anche Alpha Pictoris, Beta Canis Minoris e l’ammasso aperto IC 2391.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR3982
α Leonis
Regulus
1.35
Variable; Multiple;
HR4534
β Leonis
Denebola
2.14
Variable; Multiple;
HR4357
δ Leonis
Zosma
2.56
Variable; Multiple;
HR4057
γ1 Leonis
Algieba
2.61
Variable; Multiple;
HR3873
ε Leonis
2.98
Variable;
HR4359
θ Leonis
Chertan
3.34
Variable;
HR4031
ζ Leonis
Adhafera
3.44
Variable; Double;
HR3975
η Leonis
3.52
Variable; Double;
HR3852
ο Leonis
Subra
3.52
Multiple;
HR4058
γ2 Leonis
3.8
Variable; Multiple;
HR4133
ρ Leonis
3.85
Variable;
HR3905
μ Leonis
Rasalas
3.88
HR4399
ι Leonis
3.94
Variable; Double;
HR4386
σ Leonis
4.05
HR4471
υ Leonis
4.3
Double;
HR3773
λ Leonis
Alterf
4.31
Variable;
HR3980
31 Leonis
4.37
Double;
HR4300
60 Leonis
4.42
HR3731
κ Leonis
4.46
Variable; Multiple;
HR4368
φ Leonis
4.47
Double;
OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE
IMMAGINE GALASSIA A SPIRALE NGC 2903 CREDITI: ESA/Hubble, NASA e L. Ho, J. Lee e il team PHANGS-HST
La costellazione del Leone ospita diversi e interessanti oggetti non stellari, tra cui diverse galassie. NGC 2903 oltre ad essere una galassia a spirale barrata, è anche l’oggetto del profondo cielo più brillante della costellazione, di cui possiamo ammirarne i dettagli nell’incredibile immagine ad alta risoluzione catturata dal Telescopio Spaziale HUBBLE, attraverso l’utilizzo della Advanced Camera for Surveys (ACS) e la Wide Field Camera 3 (WFC3).
IMMAGINE TRIPLETTO DEL LEONE CREDITI: SIMONE PENDOLO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Molto amate dagli astrofili sono le galassie M66, M65 e NGC 3628 formano il famigerato Tripletto del Leone, che si trova a 35 milioni di anni luce dalla Terra. Suggestivo anche il trio di galassie composto dagli oggetti M105, NGC 3384 e NGC 3389.
IMMAGINE TRIO DI GALASSIE M105, NGC 3384 e NGC 3389 CREDITI: FERNANDO OLIVEIRA DE MENEZES DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Entro i confini della costellazione sono stati scoperti anche diversi sistemi planetari: attorno alla nana rossa Gliese 436, posta a 33 anni luce dal Sole, orbita un pianeta la cui massa è simile a quella di Nettuno; vi è poi la stella HD 102272 attorno alla quale orbitano due pianeti di tipo giovano.
Il Leone nella Mitologia
Nota già sin dai tempi dei Babilonesi per la sua identificazione con il Sole, poiché ospitava il Solstizio d’Estate, la costellazione del Leone è mitologicamente legata alla figura di Ercole. Secondo il mito, la dea Era possedeva un famelico leone che tormentava il popolo di Nemea: l’animale, dotato di una spessa e invulnerabile pelliccia, sembrava essere immune a qualsiasi arma. Nell’impresa di cacciarlo e ucciderlo vi riuscì solamente Ercole, che dopo aver sconfitto la feroce bestia, la scuoiò, indossando da quel momento la pelliccia impenetrabile del leone. La fierezza dell’animale fu tramutata in stelle da Zeus, che collocò la sua figura sulla volta celeste.
LA COSTELLAZIONE DEL LEONE MINORE
Nel cielo serale di marzo possiamo cercare la piccola costellazione del Leone Minore: essa fu introdotta nel 1687 dall’astronomo polacco Johannes Hevelius e raffigura un cucciolo di leone. La costellazione è situata tra quella del Leone e dell’Orsa Maggiore, composta da debole stelli che non appartenevano a nessun’altra figura celeste. Una curiosità riguardo a questo asterismo è che nonostante abbia una stella beta, non possegga una stella alfa: pare che proprio il fautore della costellazione non si preoccupó di classificare le stelle che aveva raggruppato nel Leone Minore e così circa 150 anni dopo, l’astronomo inglese Francis Baily, assegnò la lettera Beta alla seconda stella in ordine di brillantezza del Leone Minore, ma lasciò senza denominazione la più brillante! Si tratta di Praecipua, una stella gigante di classe spettrale K0 situata ad una distanza di circa 98 anni luce, che ha una magnitudine apparente di 3,83. La stella beta del Leone Minore è una binaria di magnitudine 4, 2 e le sue componenti orbitano tra loro in un periodo di 37 anni.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR4247
46 Leonis Minoris
Praecipua
3.83
Variable;
HR4100
β Leonis Minoris
4.21
Double;
HR3974
21 Leonis Minoris
4.48
Variable;
HR3800
10 Leonis Minoris
4.55
Variable;
HR4166
37 Leonis Minoris
4.71
HR4090
30 Leonis Minoris
4.74
HR4192
41 Leonis Minoris
5.08
HR3928
19 Leonis Minoris
5.14
HR4203
42 Leonis Minoris
5.24
Double;
HR4024
23 Leonis Minoris
5.35
HR3951
20 Leonis Minoris
5.36
Double;
HR3769
8 Leonis Minoris
5.37
Variable;
HR3815
11 Leonis Minoris
5.41
Variable; Double;
HR4081
28 Leonis Minoris
5.5
HR4189
40 Leonis Minoris
5.51
Multiple;
HR4137
34 Leonis Minoris
5.58
HR4113
32 Leonis Minoris
5.77
HR3993
5.85
Variable;
HR4168
38 Leonis Minoris
5.85
HR3764
7 Leonis Minoris
5.85
Multiple;
OGGETTI NON STELLARI NEL LEONE MINORE
Uno degli oggetti non stellari più brillanti della costellazione è la galassia NGC 3344, ben visibile con un telescopio di 150 mm di apertura.
IMMAGINE NGC 3344 CREDITI: CRISTINA CELLINI
Vi sono poi altre galassie di facile osservazione come NGC 3486 e NGC 2859, anche se l’oggetto più misterioso presente nella costellazione è quello denominato come Hanny’s Voorwerp: dall’olandese “Oggetto di Hanny”, si tratta di un bizzarro oggetto che il telescopio della NASA/ESA, ha immortalato come un’insolita e spettrale macchia di gas verde che sembra fluttuare vicino a una galassia a spirale dall’aspetto normale, chiamata IC 2497.
IMMAGINE HANNY’S VOORWERP CREDITI: NASA, ESA, William Keel (Università dell’Alabama, Tuscaloosa) e il team del Galaxy Zoo.
L’oggetto verdastro è visibile perché è stato illuminato da un fascio di luce proveniente dal nucleo della galassia. Questo fascio proveniva da un quasar, un oggetto luminoso ed energetico alimentato da un buco nero. Il quasar potrebbe essersi spento negli ultimi 200.000 anni.
LA COSTELLAZIONE DELLA GIRAFFA
In una remota area di cielo compresa tra Orsa Maggiore, Cassiopea e Auriga, è posta la costellazione della Giraffa, nota anche come Camelopardalis. Si tratta di una costellazione circumpolare difficilmente riconoscibile ad occhio nudo, soprattutto da un cielo urbano, proprio perché è collocata in una regione buia della volta celeste ed è composta da stelle molto deboli. La più luminosa della Giraffa è Beta Camelopardalis, una supergigante gialla di magnitudine +4,03 distante circa 900 anni luce. Alfa Camelopardalis è invece una stella supergigante blu con magnitudine apparente di +4,29, distante 5240 anni luce.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR1603
β Camelopardalis
4.03
Multiple;
HR1035
4.21
Variable; Double;
HR1542
α Camelopardalis
4.29
HR1155
4.47
Variable;
HR1568
7 Camelopardalis
4.47
Multiple;
HR1040
4.54
HR2527
4.55
HR1148
γ Camelopardalis
4.63
Multiple;
HR1129
4.8
Double;
HR2209
4.8
HR985
4.84
Variable; Double;
HR2742
4.96
Variable;
HR1205
5
Double;
HR1204
5.03
HR1686
5.05
Multiple;
HR1467
3 Camelopardalis
5.05
Variable; Double;
HR1242
5.06
HR1622
11 Camelopardalis
5.08
Variable; Multiple;
HR1046
5.09
Variable; Multiple;
HR1105
5.1
Variable;
OGGETTI NON STELLARI NELLA GIRAFFA
Questa costellazione è tuttavia ricca di vari oggetti del profondo cielo: tra questi c’è l’ammasso NGC 1502, composto da una cinquantina di stelle osservabile già con un buon binocolo. Nei pressi dell’ammasso si trova un oggetto davvero affascinante, la cosiddetta Cascata di Kemble, un asterismo che appare come una sequenza di stelle di diversi colori e luminosità, disposte e allineate sono per un effetto prospettico. Addentrandoci ancora nel profondo cielo in direzione della Giraffa, incontriamo la galassia a spirale intermedia NGC 2403, un oggetto molto amato dagli astrofili.
IMMAGINE NGC 2403 CREDITI DOMENICO DE SIMONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Trattandosi di una costellazione creata da Petrus Plancius nel 1612, quella della Giraffa non possiede riferimenti mitologici.
Le costellazioni del mese di Febbraio 2026
Gemelli e Cane Maggiore
Il cielo di febbraio ci conduce tra le stelle luminose delle costellazioni boreali: in serata possiamo ancora godere dell’imponente bellezza di Orione, del Toro, dei Gemelli e del Cane Maggiore, con la sua brillante Sirio!
LA COSTELLAZIONE DEI GEMELLI
I Gemelli transitano al meridiano intorno al 20 febbraio: la figura celeste è riconoscibile per le stelle principali che la compongono, Castore e Polluce.
Poste a 10 anni luce di distanza tra di loro, la classificazione delle due stelle all’interno della costellazione è un po’ controversa: l’autore del primo atlante celeste, Johann Bayer, decise di definire Castore come stella alfa della costellazione e, nonostante Polluce sia più brillante tanto da occupare il 17° posto nella lista delle 20 stelle più brillanti del cielo notturno, è Castore a ricoprire il ruolo di stella alfa dei Gemelli. Castore (α Geminorum) ha una magnitudine 1,6 e dista da noi circa 52 anni luce: è un astro di colore bianco composto da 3 coppie di stelle, unite da una complessa interazione gravitazionale.
Polluce (β Geminorum) è una gigante di colore arancione con un magnitudine 1,15, posta a una distanza di 34 anni luce dalla Terra; si tratta delle gigante a noi più vicina.
Più di 10 anni fa è stato scoperto dagli astronomi un pianeta gigante gassoso, simile a Giove, che compie un’orbita completa intorno a Polluce in 590 giorni e a cui è stato dato il nome di Polluce b. Tra le altre stelle che compongono la costellazione vi sono Alhena e Mebsuta: la prima è una subgigante bianca di magnitudine 1,93 distante 105 anni luce da noi, mentre la seconda è una supergigante gialla di magnitudine assoluta – 4, 15 e distante 903 anni luce da noi.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR2990
β Geminorum
Pollux
1.14
Variable; Multiple;
HR2421
γ Geminorum
Alhena
1.93
Multiple;
HR2891
α Geminorum
Castor
1.98
Variable; Multiple;
HR2890
α Geminorum
2.88
Multiple;
HR2286
μ Geminorum
Tejat
2.88
Variable; Multiple;
HR2473
ε Geminorum
Mebsuta
2.98
Variable; Double;
HR2216
η Geminorum
Propus
3.28
Variable; Multiple;
HR2484
ξ Geminorum
Alzirr
3.36
Variable;
HR2777
δ Geminorum
Wasat
3.53
Multiple;
HR2985
κ Geminorum
3.57
Double;
HR2763
λ Geminorum
3.58
Variable; Multiple;
HR2540
θ Geminorum
3.6
Multiple;
HR2650
ζ Geminorum
Mekbuda
3.79
Variable; Multiple;
HR2821
ι Geminorum
3.79
HR2905
υ Geminorum
4.06
Variable; Double;
HR2343
ν Geminorum
4.15
Multiple;
HR2134
1 Geminorum
4.16
Variable; Multiple;
HR2852
ρ Geminorum
4.18
Multiple;
HR2973
σ Geminorum
4.28
Variable; Double;
HR2697
τ Geminorum
4.41
Variable; Multiple;
OGGETTI NON STELLARI NEI GEMELLI
Nei Gemelli sono presenti diversi ammassi e nebulose molto interessanti.
AMMASSO APERTO M 35 CREDITI: MASSIMILIANO PEDERSOLI
Messier 35 è l’ammasso aperto più brillante della costellazione: esso è composto da circa 250 stelle, ed è un ammasso di quinta magnitudine, posto a una distanza di 2.800 anni luce dalla Terra. Se le condizioni lo consentono, l’ammasso è già visibile ad occhio nudo e con l’aiuto di un binocolo 10×50 si può scorgere qualche dettaglio in più, ma indubbiamente servirà l’ausilio di un telescopio, anche amatoriale, per poter individuare un maggior numero di dettagli. Nei pressi di M 35 è presente anche l’ammasso NGC 2158, più remoto e compatto e dunque più difficile da osservare. Tra le nebulose planetarie spicca NGC 2392, nota come Nebulosa Eskimo.
NGC 2392 CREDITI CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La zona occidentale dei Gemelli è ricca di nebulosità e tra queste spicca IC 443, un resto di supernova che ha avuto origine da un’esplosione avvenuta in un periodo compreso tra 3.000 e 30.000 anni fa.
IC 443 CREDITI LINO BENZ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
I GEMELLI NELLA MITOLOGIA
I due gemelli celesti sono protagonisti di varie pagine della mitologia, al cui centro delle vicende ritroviamo sempre Zeus e le sue manipolazioni. Questa volta la legenda narra che il padre degli dei si era invaghito di Leda, nipote di Ares e regina di Sparta. Per riuscire nell’intento di sedurla, Zeus si trasformò in un bellissimo cigno, e raggiunse Leda sulle rive di un fiume dove stava passeggiando. La donna non poté scampare alla sua sorte e da questo inganno venne concepito un uovo (o forse due). La stessa notte la regina si concesse al marito, il re Tindaro, e da queste unioni nacquero quattro bambini, ovvero due coppie di gemelli, della cui reale paternità non v’è certezza! Furono così attribuiti i gemelli immortali a Zeus, e cioè Polluce ed Elena (di Troia), e i mortali a Tindaro, ovvero Castore e Clitennestra. Nonostante queste divisioni, ritroviamo Castore e Polluce con l’appellativo di Dioscuri tra le pagine del mito. Castore eccelleva nel domare I cavalli, mente Polluce era un pugile formidabile; entrambi nutrivano un profondo sentimento l’uno per l’altro, ed erano inseparabili, tanto da prendere parte insieme anche alla famosa spedizione degli Argonauti. Ma arrivarono degli eventi fatali, che li videro coinvolti con un’altra coppia di gemelli, per delle vicende di donne e bestiame. In un duello con i fratelli Ida e Liceo, Castore ebbe la peggio mentre Polluce, che gli sopravvisse, implorò suo padre Zeus affinché potesse lasciare la Terra insieme a lui. Zeus ne rimase impietosito, e concesse a Polluce di poter condividere un eterno abbraccio fraterno con Castore, impresso sul manto celeste!
LA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE
Nel cielo di febbraio transita al meridiano anche la costellazione del Cane Maggiore: l’asterismo è individuabile partendo dalla Cintura di Orione e tracciando una linea verso Sud-Est che conduce direttamente a Sirio, stella alfa della costellazione nonché uno dei componenti del Triangolo Invernale. Il Cane Maggiore è una figura ben visibile nel cielo serale nel periodo che va da dicembre ad aprile e, sebbene ricopra solo 380 gradi quadrati di volta celeste, è un oggetto che non passa inosservato. Le stelle che lo compongono sono Mirzam, Adhara, Wezen, Aludra, Furud e ovviamente Sirio: si tratta di stelle blu e supergiganti blu. Sirio, astro noto a chiunque abbia dato almeno una volta uno sguardo al cielo serale invernale, si trova a soli 8,6 anni luce da noi e con il suo intenso bagliore bianco-azzurro, e la sua magnitudine apparente -1,47, illumina le notti dell’inverno boreale.
SIRIO A SIRIO B CREDITI: FABRIZIO GUASCONI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La stella alfa del Cane Maggiore è un sistema binario: attorno alla componente principale, Sirio A, orbita una nana bianca di nome Sirio B, che compie una rivoluzione attorno alla componente primaria ogni 50 anni! Riuscire a immortalare Sirio B è un’impresa ardua, poiché la componente primaria prevarica sulla secondaria con una forte luminosità.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR2491
α Canis Majoris
Sirius
-1.46
Multiple;
HR2618
ε Canis Majoris
Adhara
1.5
Double;
HR2693
δ Canis Majoris
Wezen
1.84
Variable;
HR2294
β Canis Majoris
Mirzam
1.98
Variable; Double;
HR2827
η Canis Majoris
Aludra
2.45
Double;
HR2282
ζ Canis Majoris
Furud
3.02
Variable; Double;
HR2653
ο2 Canis Majoris
3.02
HR2646
σ Canis Majoris
Unurgunite
3.47
Variable; Double;
HR2749
ω Canis Majoris
3.85
Variable;
HR2580
ο1 Canis Majoris
3.87
Variable;
HR2429
ν2 Canis Majoris
3.95
Variable;
HR2538
κ Canis Majoris
3.96
Variable;
HR2574
θ Canis Majoris
4.07
HR2657
γ Canis Majoris
Muliphein
4.12
HR2387
ξ1 Canis Majoris
4.33
Variable; Multiple;
HR2596
ι Canis Majoris
4.37
Variable;
HR2782
τ Canis Majoris
4.4
Variable; Multiple;
HR2443
ν3 Canis Majoris
4.43
HR2361
λ Canis Majoris
4.48
HR2414
ξ2 Canis Majoris
4.54
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CANE MAGGIORE
La costellazione contiene vari oggetti del profondo cielo: interessanti l’ammasso aperto M 41 visibile anche ad occhio nudo, la Nebulosa Gabbiano e la scenografica Nebulosa NGC 2359, nota come Elmo di Thor.
NGC 2359 CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Particolarmente apprezzabile è la coppia di galassie interagenti composta da NCG 2207 e IC 2163, due oggetti che dalla loro fusione potrebbero generare una nuova galassia ellittica.
NGC 2207 E IC 2163 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
IL CANE MAGGIORE NELLA MITOLOGIA
L’antico poeta greco Arato di Soli si riferí al Cane Maggiore come al cane da guardia del cacciatore Orione, che attraversava il cielo inseguendo una lepre, che ritroviamo nella manciata di stelle poste ai piedi di Orione. La stella Sirio trova riferimento nel mito greco, con la parola seiros, che significa “che inaridisce”: questo perché, ai tempi dei Greci, il sorgere di Sirio all’alba, prima del Sole, indicava l’inizio dei giorni più roventi dell’estate, della canicola, ovvero i Giorni del Cane.
«Abbaiando lancia fiamme e raddoppia il caldo ardente del Sole» disse Manilio, esprimendo il pensiero dei Greci e dei Romani in merito all’arrivo di Sirio all’alba estiva, mentre Virgilio nelle Georgiche scrive di Sirio e del caldo periodo estivo come «la torrida Stella del Cane spacca i campi». L’astro che allieta il nostro sguardo nelle fredde sere invernali, era per gli antichi popoli motivo di distruzione dei raccolti. Rimane il fatto che una stella così luminosa e scintillante non può che essere simbolo di rassicurante bellezza.
Le costellazioni del mese di Gennaio 2026
Ora era onde ‘l salir non volea storpio chè il Sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio… Dante, Divina Commedia
Nel cielo dell’inverno boreale sfavillante costellazioni luminose, ricche di oggetti e storie mitologiche. Due delle figure più importanti del mese di gennaio sono quelle del Toro e dell’Auriga.
LA COSTELLAZIONE DEL TORO
La Costellazione del Toro a cura di https://theskylive.com/
Riconoscibile grazie alla sua stella Aldebaran, quella del Toro è una delle costellazioni della fascia dello Zodiaco, compresa tra Ariete e Gemelli; la figura si estende a Est/Sud-Est, dove la sua stella principale brilla con il suo inconfondibile colore rosso-arancio. Aldebaran è una gigante arancione grande 40 volte il Sole, con una magnitudine +0,95 che la rende la quattordicesima stella più luminosa del cielo notturno.
L’astro rappresenta l’occhio del Toro mentre le stelle Elnath e Alheka costituiscono le corna dell’animale; beta Tauri, ovvero Elnath, brilla al confine con l’Auriga e infatti ha la peculiarità di essere attribuita ora al Toro ora all’Auriga.
Oltre ai vari interessanti oggetti del profondo cielo presenti nel Toro, quello più famoso e facilmente riconoscibile è senza ombra di dubbio M45, noto a tutti con il nome di Pleiadi.
L’ammasso M45 di Mirko Tondinelli
Si tratta di un ammasso aperto situato nella spalla del Toro, distante 440 anni luce dalla Terra. Da un luogo buio sono visibili già sette delle stelle che lo compongono, per le quali l’ammasso viene anche comunemente denominato con l’appellativo di “le sette sorelle”; in realtà con un binocolo e soprattutto con un telescopio si scopre che l’ammasso è composto da centinaia di stelle, in prevalenza giganti blu e bianche, legate da un’origine comune e da reciproche forze gravitazionali. Attraverso l’oculare di un telescopio di apertura considerevole non sarà difficile osservare dei piccoli aloni che circondano le singole stelle: si tratta di nubi di polveri, ovvero nebulose a riflessione, illuminare dalle stelle. Le Pleiadi rappresentano uno degli oggetti più amati del cielo invernale, spesso protagoniste di suggestive congiunzioni con la Luna e pianeti.
L’ammasso trova numerosi riferimenti nella mitologia, in cui vengono identificate con le ninfe della montagna, figlie di Atlante e dell’oceanina Pleione: i loro nomi sono Alcione, Asterope, Celeno, Elettra, Maia, Merope e Taigeta.
Nella letteratura italiana troviamo un significativo riferimento alle Pleiadi nella poesia di Pascoli, il Gelsomino Notturno: “La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolìo di stelle”. Il poeta paragona le Pleiadi a una chioccia con il suo seguito di pulcini intenti a pigolare.
M1 – Nebulosa Granchio
In direzione della Stella Alheka si trova uno degli oggetti più importanti in campo astronomico e nell’astronomia a raggi X, nonché il primo oggetto del Catalogo Messier ovvero la Nebulosa del Granchio, distante 6500 anni luce dal Sistema Solare.
La nebulosa Granchio, primo oggetto del catalogo Messier M1. Crediti Davide Nardulli
Durante la fase finale della sua vita la Supernova 1054 ha espulso una quantità enorme di materiali ferroso e gas, generando un’esplosione in grado di proiettare tutti i propri frammenti a una grande distanza e che ancora oggi viaggiano a una velocità che sfiora i 1500 km/s. Oggi il centro della nebulosa ospita ciò che resta della stella esplosa, una potente stella di neutroni che ruotando su sé stessa crea l’effetto pulsar.
L’esplosione della Supernova 1054 non rimase inosservata: il 4 luglio del 1054 gli astronomi cinesi furono i primi ad accorgersi di un nuovo astro che brillava sulla volta celeste: la sua luminosità fu tale da essere visibile anche in pieno giorno, la sua magnitudine era infatti compresa tra – 7 e – 4,5.
Altre Nebulose
Il Toro vanta anche altri suggestivi oggetti deep sky, molto amati dagli astrofili, come ad esempio la Nebulosa Falchetto (LBN 777) e la Nebulosa Spaghetti (SH2-240), quest’ultima situata al confine con l’Auriga.
Nebulosa Spaghetti SH2-240 nella Costellazione del Toro di Giacomo Pro’
IL TORO NELLA MITOLOGIA
La figura del Toro è una delle più antiche di cui si trovi traccia: ben 5.000 anni fa, nei pressi di Aldebaran, era collocato il punto Gamma, che indica l’equinozio di primavera.
Già in alcuni scritti dei Sumeri compaiono riferimenti al Toro, come protagonista di storie d’amore conflittuali. Presso gli antichi Egizi invece tali animali erano figure mitologiche da venerare.
Nell’antica Grecia il mito del Toro era associato alla figura del Minotauro, frutto del tradimento consumato da Pasifa con il sacro Toro di Creta, alle spalle del marito Minosse.
Vi sono poi le solite vicende legate alle metamorfosi di Zeus che in questo caso, innamoratosi della principessa fenicia Europa, decise di ricorrere alla trasformazione in un toro per poterla rapire e sedurre.
E fu così che un giorno Europa, mentre si trovava in compagnia delle sue ancelle sulla spiaggia, fu attirata dalla presenza di un bellissimo toro bianco; completamente ammaliata da esso, vi salì in groppa lasciandosi condurre fino all’isola di Creta, dopo aver galoppato attraverso il mare.
Ma l’idillio durò poco, poiché una volta giunti a destinazione, l’ingenua principessa scoprì l’inganno: Zeus le rivelò la, sua identità, abusando di lei. Dall’infelice unione nacquero Minosse, Radamanto e Serpedonte.
LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA
La costellazione dell’Auriga. Cortesia di https://theskylive.com/
Nel mese di gennaio possiamo osservare la costellazione dell’Auriga, figura facile da individuare per via della sua forma a pentagono, che va ad unirsi alla schiera delle costellazioni che dominano l’inverno boreale.
La stella principale della costellazione (α Aurigae) è Capella, un sistema multiplo costituito da ben quattro stelle, distante 42,2 anni luce da noi; l’astro è situato nella parte settentrionale dell’Auriga ed è ben visibile nel cielo serale con il suo luccichio di colore giallo, e rappresenta la sesta stella più luminosa del cielo notturno.
Le altre stelle che compongono la costellazione dell’Auriga sono Menkalinan, Mahasim, Hassaleh e Almaaz.
La costellazione ospita diversi oggetti del catalogo Messier, come gli ammassi aperti M36, M37 ed M38.
Nebulosa IC 405 di Giacomo Pro’.
Altri oggetti del profondo cielo molto interessanti sono le nebulose IC405 e IC410.
CAMPO LARGO IN AURIGA OGGETTI M38, IC417, IC410, IC405 CREDITI CRISTINA CELLINI
LA COSTELLAZIONE DELL’AURIGA NELLA MITOLOGIA
L’Auriga trova diversi riferimenti nella mitologia: una delle storie più diffuse è quella che associa Capella alla capra Amaltea, animale che secondo la mitologia greca allattó Zeus quando, ancora in fasce, venne abbandonato sull’isola di Creta.
Per tale motivo, in segno di gratitudine, l’animale fu collocato sulla volta celeste, accompagnato dai suoi due capretti partoriti proprio mentre allattava Zeus, associati alle stelle Eta e Zeta dell’Auriga.
Le costellazioni del mese di Dicembre 2025
Il cielo di dicembre è popolato da oggetti brillanti e inconfondibili: uno di questi è certamente la costellazione di Orione, figura celeste nota anche ai meno esperti di astronomia, individuabile ad occhio nudo già in contesti urbani.
LA COSTELLAZIONE DI ORIONE
Orione fa il suo ingresso sulla volta celeste già a fine estate, quando lo ritroviamo basso a Sud-Est da notte inoltrata fino alle prime luci dell’alba, per poi ritrovarlo nel periodo autunnale in serata, e da quel momento accompagnerà le nostre sere d’inverno a partire dalle ore successive al tramonto del Sole, raggiungendo il meridiano a gennaio inoltrato.
La stella principale della costellazione è Rigel, una supergigante blu che indica il ginocchio del “cacciatore celeste”, avente magnitudine 0,2; tuttavia è Betelgeuse la stella alfa della costellazione.
Betelgeuse, con il suo colore rosso-arancio, rappresenta una supergigante rossa con magnitudine 0,5 posta a 600 anni luce dalla Terra.
La stella indica il vertice nord-orientale di Orione e rappresenta anche uno dei vertici del Triangolo Invernale, asterismo composto da Sirio (Cane Maggiore) e Procione (Cane Minore).
Betelgeuse è un oggetto molto discusso in campo astronomico poiché alla fine del suo ciclo vitale potrebbe esplodere in supernova.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR1713
β Orionis
Rigel
0.12
Variable; Multiple;
HR2061
α Orionis
Betelgeuse
0.5
Variable; Multiple;
HR1790
γ Orionis
Bellatrix
1.64
Variable; Double;
HR1903
ε Orionis
Alnilam
1.7
Variable; Double;
HR1948
ζ Orionis
Alnitak
2.05
Variable; Multiple;
HR2004
κ Orionis
Saiph
2.06
Variable;
HR1852
δ Orionis
Mintaka
2.23
Variable; Multiple;
HR1899
ι Orionis
Hatysa
2.77
Variable; Multiple;
HR1543
π3 Orionis
Tabit
3.19
Variable; Double;
HR1788
η Orionis
3.36
Variable; Multiple;
HR1879
λ Orionis
Meissa
3.54
Variable; Multiple;
HR1735
τ Orionis
3.6
Multiple;
HR1552
π4 Orionis
3.69
Variable;
HR1567
π5 Orionis
3.72
Variable;
HR1931
σ Orionis
3.81
Multiple;
HR1580
ο2 Orionis
4.07
Multiple;
HR1907
φ2 Orionis
4.09
HR2124
μ Orionis
4.12
Variable; Multiple;
HR1784
29 Orionis
4.14
HR1839
32 Orionis
4.2
Double;
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN ORIONE
Ciò che caratterizza l’immagine di Orione sulla volta celeste è indubbiamente la sua celebre “cintura”, asterismo dato composto dalle tre stelle Alnitak, Alnilam e Mintaka.
Nelle prossimità della cintura vi sono alcuni degli oggetti tra i più noti del profondo cielo, ovvero M43, NCG 1990, la Nebulosa Fiamma e la Nebulosa Testa di Cavallo.
Nebulosa Testa di Cavallo IC434, Nebulosa Fiamma NGC 2024 , Nebulosa di Orione M42. Crediti di Simeone Pendolo.
La Cintura di Orione è avvolta all’esterno da un imponente anello di nebulosità che dista circa 1600 anni luce dalla Terra, noto come Anello di Barnard, che ha una dimensione di 300 anni luce di diametro.
Si tratta del resto di una supernova esplosa probabilmente circa 2 milioni di anni fa.
IMMAGINE LDN 1622 CREDITI: COSIMO SECLÌ DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Proprio sul bordo orientale dell’Anello di Barnard si trova un oggetto dall’aspetto tanto affascinante quanto inquietante: si tratta di LDN 1622, meglio noto come Nebulosa Boogeyman o Nebulosa dell’Uomo Oscuro.
L’oggetto si trova nei pressi del pian galattico, a 500 anni luce di distanza dalla Terra: si tratta di una nube oscura che si staglia su uno sfondo rosso di idrogeno incandescente.
La polvere scura è formata da gas talmente denso da nascondere la luce delle stelle retrostanti. Questa nebulosa non è un soggetto molto facile da immortalare, necessita infatti di diverse ore di riprese, ma ne vale di certo la pena.
La costellazione di Orione è uno scrigno pregno di bellezze del profondo cielo, e uno degli oggetti più famosi e ripresi dagli astrofili più o meno esperti è senza ombra di dubbio M42, la cosiddetta Nebulosa di Orione.
IMMAGINE M42 CREDITI: MIRKO TONDINELLI
Si tratta di un complesso nebuloso molecolare in cui hanno origine importanti processi di formazione stellare e che si estende ampiamente tra la cintura e la spada di Orione; è una delle regioni stellari più attive, una vera e propria incubatrice di stelle.
Un altro oggetto presente in Orione, alla portata anche di un binocolo 10×50, è M 78 o Nebulosa Casper: rappresenta una nebulosa a riflessione tra le più brillanti, distante 1300 anni luce e situata sopra alla Cintura di Orione, visibile da luoghi bui già con piccole strumentazioni.
IMMAGINE M 78 CREDITI: GIUSEPPE DE PACE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
L’oggetto venne scoperto all’inizio del 1780 da Pierre Méchain, e fu inserito da Charles Messier nel suo catalogo degli oggetti nebulosi il 17 dicembre di quello stesso anno.
ORIONE NELLA MITOLOGIA
Orione è una delle figure di cui si narra nelle leggende delle antiche popolazioni, già a partire dai Sumeri. Per il mito greco Orione era il figlio di Euriale e Posidone, ed aveva il dono di saper camminare sull’acqua. Nell’Odissea Omero narra di lui come un abile cacciatore, sempre accompagnato dai suoi fedeli cani da caccia, in particolare il suo prediletto, Sirio.
Le sue avventure sono principalmente legate a storie d’amore e passioni a causa delle quali, il cacciatore, si trovava a dover fronteggiare rivali molto veementi, e arrivò persino a perdere la vista (poi recuperata) per una lite molto accesa. Tra le tante storie, una delle più note è quella che lega Orione ad Artemide: arrivato a Delo, l’isola sacra ad Apollo, insieme alla sua amante Eos, Orione incontrò Artemide.
Accomunati dalla passione del tiro con l’arco, il cacciatore e la bellissima sorella gemella di Apollo, si innamorarono perdutamente. Ma questo amore non andava proprio giù al dio greco, che considerava l’arrivo di Orione sulla sua isola una sorta di profanazione, tanto da ricorrere all’aiuto della Madre Terra per poterlo annientare definitivamente.
La Madre Terra scatenò contro Orione un velenosissimo e gigante scorpione, figura che sulla volta celeste ritroviamo a inseguire il cacciatore. Orione impiegó tutte le sue forze, le sue frecce e armature pur di non soccombere, e si gettó in mare, dove il suo destino era già stato deciso da Apollo.
Mentre una notte Orione stava nuotando a pelo d’acqua, Apollo diede l’arco in mano a sua sorella Artemide, invitandola a puntare la freccia a largo, dove vi era poca visibilità: la dea scaglió con abilità il dardo fatale, colpendo a morte il suo amato. Disperata per aver ucciso l’uomo che amava, incontrò la pietà di Zeus, che trasformò Orione in una brillante costellazione, così che ogni notte Artemide potesse contemplare il suo grande amore sulla volta celeste.
LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE
Ai piedi di Orione giace la piccola costellazione della Lepre, che transita al meridiano proprio a dicembre; si tratta di un oggetto di dimensioni contenute, ma abbastanza appariscente da essere individuato nel cielo notturno. Arneb (alfa Leporis) è la stella principale della costellazione, una supergigante gialla di magnitudine 2,58, distante 1283 anni luce. Beta Leporis è Nihal, una gigante brillante gialla di magnitudine 2,81, distante 159 anni luce.
Epsilon Leporis e Mu Leporis sono le altre due stelle che compongono la costellazione, con una magnitudine rispettivamente di 3,19 e 3,29.
OGGETTI NON STELLARI NELLA LEPRE
La costellazione della Lepre giace sul brodo della Via Lattea, ma non tanto vicina da contenere importanti campi stellari: sono presenti tuttavia alcuni oggetti interni alla nostra galassia, quali l’ammasso globulare M 79, la Nebulosa IC 418.
M 79 è individuabile a sud della Stella Nihal, e c’è bisogno dell’ausilio do in binocolo di media potenza per poterlo cercare amatorialmente.
IMMAGINE IC 418 CREDITI: NASA e The Hubble Heritage Team (STScI/AURA) Ringraziamenti: Dr. Raghvendra Sahai (JPL) e Dr. Arsen R. Hajian (USNO)
La Nebulosa IC 418 è molto suggestiva, appare di taglio e la sua distanza si aggira attorno ai 2000 anni luce dalla Terra. Tra gli oggetti più esterni alla Via Lattea troviamo invece la galassia a spirale NCG 1964, dal nucleo brillante e denso.
IMMAGINE NGC 1964 CREDITI: ESO/Jean-Christophe Lambry
LA COSTELLAZIONE DELLA LEPRE NELLA MITOLOGIA
Per gli arabi la stella beta della costellazione della Lepre significa “i cammelli saziando la loro sete”, Al-Nihal, come se ad alcuni momenti di osservazione loro associassero I cammelli nell’atto di dissetarsi nei pressi della vicina Via Lattea.
Nota anche alle antiche popolazioni greche, quella della lepre è una figura strettamente associata a quella di Orione, poiché rappresenta la preda inseguita dal cacciatore mitologico, ma preda anche del Cane Maggiore.
Un’antica leggenda narra di un forestiero che arrivò sull’isola Greca di Leros una piccola lepre, con l’intento di dar vita ad un allevamento di questo animale; in poco tempo però la situazione sfuggì di mano, poiché le lepri iniziarono a riprodursi in maniera incontrollata, invadendo l’isola e distruggendo i raccolti.
Gli abitanti dunque si mobilitarono in massa per contenere tale problema, eliminando tutte le lepri salvandone solo una, che fu posta in cielo tra le stelle.
Le costellazioni del mese di Novembre 2025
In un viaggio attraverso il cielo di novembre, incontriamo la mitologica costellazione di Perseo, un’affascinante figura nell’emisfero boreale. Nota come radiante dello sciame meteorico delle Perseidi e per il suo spettacolare Ammasso Doppio (NGC 869 e NGC 884) , Perseo si estende tra Andromeda e Auriga. La sua stella più celebre, Algol (Beta Persei), è il prototipo delle variabili a eclisse, con una luminosità che oscilla in meno di tre giorni. Questa costellazione, legata al mito dell’eroe che sconfisse Medusa e salvò Andromeda , è ricca anche di nebulose come M 76 e la vasta Nebulosa California (NGC 1499). Poco più a Sud di Perseo, è visibile la costellazione del Triangolo, una figura poco estesa e poco luminosa, ma riconoscibile per la sua forma. Nonostante la sua lontananza dalla Via Lattea, il Triangolo ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33 o Galassia del Triangolo, una delle galassie più vicine alla Via Lattea.
LA COSTELLAZIONE DI PERSEO
Nel cielo di novembre incontriamo la costellazione di Perseo, una figura nota per il suo Ammasso Doppio e per essere il radiante di uno degli sciami meteorici più conosciuti, quello delle Perseidi.
La costellazione si estende fra quelle di Andromeda e Auriga ed è composta da circa 136 stelle visibili a occhio nudo, concentrate sostanzialmente in tre gruppi, in direzione delle stelle Mirfak, Algol ed Epsilon Persei.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR936
β Persei
Algol
2.12
Variable; Multiple;
HR1203
ζ Persei
2.85
Variable; Multiple;
HR1220
ε Persei
2.89
Variable; Multiple;
HR915
γ Persei
2.93
Multiple;
HR1122
δ Persei
3.01
Variable; Double;
HR921
ρ Persei
3.39
Variable;
HR834
η Persei
Miram
3.76
Multiple;
HR1135
ν Persei
3.77
Variable; Double;
HR941
κ Persei
Misam
3.8
Variable; Double;
HR1131
ο Persei
Atik
3.83
Variable; Double;
HR854
τ Persei
3.95
Variable; Multiple;
HR1273
48 Persei
4.04
Variable;
HR1228
ξ Persei
Menkib
4.04
Variable;
HR937
ι Persei
4.05
Double;
HR496
φ Persei
4.07
Variable;
HR799
θ Persei
4.12
Variable; Multiple;
HR1303
μ Persei
4.14
Variable; Multiple;
HR840
16 Persei
4.23
Variable; Multiple;
HR1087
ψ Persei
4.23
Variable;
Da settembre a marzo, nell’emisfero boreale, Perseo è facilmente individuabile grazie al cospicuo numero di stelle di terza e quarta magnitudine: Mirfak è la stella principale della costellazione (alfa Persei) ed è una supergigante di colore giallo, con una magnitudine di 1,79, situata a una distanza di circa 590 anni luce.
Algol (Beta Persei) è la stella forse più nota in Perseo, e possiede una luminosità apparente che oscilla tra le magnitudini 2,12 e 3,39 in poco meno di tre giorni.
Algol è il prototipo di una classe di variabili, di forma regolare, in cui due componenti di un sistema binario si eclissano a vicenda causando la diminuzione della luminosità totale del sistema.
Essa è posta a una distanza di 93 anni luce.
OGGETTI DEL PROFONDO CIELO IN PERSEO
La costellazione è in parte attraversata dalla Via Lattea che però appare in maniera non proprio marcata in tale direzione, osservando anzi ad occhio nudo in direzione di Perseo, è come se la Via Lattea si interrompesse in alcuni tratti, originando un vuoto dovuto alla presenza di vasti banchi di nebulosità oscure.
Nonostante ciò, Perseo contiene diversi e interessanti oggetti del profondo cielo: uno dei più noti è certamente l’Ammasso Doppio, costituito dagli ammassi NGC 869 e NGC 884, che danno origine a uno dei più belli e luminosi oggetti del cielo notturno.
Doppio Ammasso in Perseo. Crediti EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La costellazione ospita anche l’Ammasso di Alfa Persei (Mel 20), un oggetto molto luminoso nella parte settentrionale della costellazione; molto nota anche la nebulosa planetaria M76 e la Nebulosa California (NGC 1499).
Quest’ultima è una nebulosa a emissione distante 1000 anni luce dalla Terra, ed è un oggetto deep sky molto amato dagli astrofili.
IMMAGINE NGC 1499 CREDITI: DANIELE BORSARI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM, IMMAGINE VINCITRICE DELLA CATEGORIA YOUNG NEL CONCORSO APY 2024.
Qualche anno fa il telescopio spaziale Euclid ha ottenuto una sorprendente immagine che ci mostra l’Ammasso di Galassie di Perseo, oltre a 100.000 galassie più lontane visibili sullo sfondo, alcune della quali non erano mai state viste prima.
IMMAGINE GALASSIE DI PERSEO CREDITI: EUCLID/ESA.INT
PERSEO NELLA MITOLOGIA
Attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre, giunse alla casa della Gorgone, e qua e là per i campi e per le strade vedeva figure di uomini e di animali tramutati da esseri veri in statue per aver visto Medusa. Ovidio, Metamorfosi, IV, 778-781
Perseo è legato a diversi miti, in una narrazione che si intreccia con le figure di Pegaso, Andromeda, Medusa.
Perseo era il figlio mortale di Giove e Danae: al giovane venne affidato il compito di trovare e uccidere il mostro Medusa, una Gorgone con i serpenti al posto dei capelli e il potere di pietrificare con un solo sguardo chiunque incrociasse il suo.
Medusa viveva su un’isola Situata Oltre l’oceano, insieme a Steno e Eurialo, altre due Gorgoni, mortali.
L’eroe giunse sull’isola dopo aver ricevuto in sogno, da Minerva, una spada con la quale decapitare il mostro e uno scudo riflettente affinché esso non potesse pietrificarlo.
Sul suo cammino Perseo incontrò anche le tre ninfe del Nord, che gli consegnarono un elmo speciale con la capacità di renderlo invisibile e una sacca dove riporre la testa di Medusa una volta recisa.
Alla fine Perseo riuscì a portare a termine il suo compito, uccidendo il mostro Medusa, dal cui sangue nacque Pegaso, il cavallo alato di cui si serví per fuggire e con il quale, durante il viaggio di ritorno, trasse in salvo Andromeda, incatenata sulla rupe sotto minaccia del mostro marino Ceto.
Per le sue gesta, da sempre narrate attraverso l’arte, Perseo si guadagnó un posto sulla volta celeste, brillando tra le stelle per l’eternità.
LA COSTELLAZIONE DEL TRIANGOLO
Poco più a Sud delle costellazioni di Andromeda e Perseo incontriamo il Triangolo, una figura visibile nei mesi autunnali e invernali del nostro emisfero.
Si tratta di una costellazione poco estesa e poco luminosa, tuttavia riconoscibile per la sua forma.
Alfa Trianguli, dall’arabo Mothallah ovvero “la testa del Triangolo” è una gigante bianco-azzurra di magnitudine 3,42, distante 124 anni luce: è la stella principale della costellazione, una binaria che nonostante venga classificata come stella alfa, rappresenta la seconda più luminosa dopo beta Trianguli.
Quest’ultima, nota anche come Deltotum, è una subgigante gialla di magnitudine 3,00, distante 64 anni luce.
Il terzo vertice della costellazione è raffigurato da gamma Trianguli.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR622
β Trianguli
3
HR544
α Trianguli
Mothallah
3.41
Multiple;
HR664
γ Trianguli
4.01
HR660
δ Trianguli
4.87
Double;
HR642
6 Trianguli
4.94
Variable; Double;
HR675
10 Trianguli
5.03
Double;
HR736
14 Trianguli
5.15
HR655
7 Trianguli
5.28
HR717
12 Trianguli
5.29
HR758
5.3
Variable;
HR750
15 Trianguli
5.35
Variable; Double;
HR599
ε Trianguli
5.5
Variable; Double;
HR712
11 Trianguli
5.54
HR490
5.64
HR523
5.79
HR564
5.82
HR738
5.83
HR720
13 Trianguli
5.89
HR485
5.99
HR757
6.1
OGGETTI NON STELLARI NEL TRIANGOLO
La costellazione non vanta la presenza di numerosi oggetti del profondo cielo, data la sua lontananza dalla Via Lattea, nonostante questo però ospita una delle galassie a spirale più note, ovvero M33.
IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
IMMAGINE M33 CREDITI: RAFFAELE CALCAGNO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nota come Galassia del Triangolo, questo oggetto si trova a una distanza stimata sui 3 milioni di anni luce ed essendo membro del Gruppo Locale, è una delle galassie più vicine alla Via Lattea. Da un luogo perfettamente buio e privo di qualsiasi tipo di inquinamento, si può tentare l’osservazione di M33 anche con un buon binocolo.
Di M33, oggetto di interesse per gli astrofili, colpiscono i suoi bracci a spirale aperti, ricchi di nebulose e regioni di formazione stellare.
Nella costellazione del Triangolo sono presenti anche le galassie IC 1727, NGC 672 e NGC 925, visibili anche con strumenti amatoriali.
IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
IMMAGINE NGC 672 E IC 1727 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI
IC 1727 è una galassia a spirale barrata che interagisce gravitazionalmente con NGC 672, due oggetti che sono frutto di grandi soddisfazioni per gli astrofili che si cimentano nelle loro riprese.
IL TRIANGOLO NELLA MITOLOGIA
Per i greci la costellazione del Triangolo rappresentava la lettera Delta, mentre gli Egizi la identificavano come il delta del fiume Nilo; secondo lo scrittore latino Igino il Triangolo rappresentava la Trinacria, ovvero la Sicilia, isola sacra a Cerere dove, secondo il mito, è avvenuto il ratto di Persefone e la sua discesa agli inferi.
La figura del Triangolo trova riferimenti nelle antiche tradizioni marinare e, sempre secondo Igino, viene associato ad una sorta di segnale collocato sulla volta celeste, utile a Mercurio per individuare la costellazione dell’Ariete. Una segnaletica stellare!
Le costellazioni del mese di Ottobre 2025
Andromeda e Pegaso 2025
Il cielo di ottobre ci conduce tra le costellazioni che caratterizzano l’autunno boreale: complici le ore di buio che prendono via via il sopravvento su quelle di luce, potremo volgere lo sguardo verso la volta celeste già in prima serata, con la certezza di poter riconoscere figure mitologiche come principesse e cavalli alati. Tra queste ci soffermiamo sulle costellazioni di Andromeda e Pegaso, che con l’intrecciarsi dei loro astri e delle loro leggende, ci terranno compagnia nei mesi a venire.
LA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA
Visibile già nel cielo serale di fine agosto, quella di Andromeda è una costellazione che può essere osservata fino a marzo all’emisfero boreale: per quanto sia abbastanza estesa (722 gradi quadrati circa), essa non vanta stelle particolarmente brillanti. La più luminosa della costellazione è la stella Alpheratz ( o Sirrah), che un tempo faceva parte della costellazione di Pegaso (Delta Pegasi) e che oggi è una componente del famoso Quadrato di Pegaso, insieme alle stelle α, β e λ Pegasi. Alfa Andromedae è situata a 97 anni luce dalla Terra ed è un sistema binario con una magnitudine apparente pari a +2,06. Le altre stelle principali di Andromeda sono Mirach, Almach e Sadiradra, mentre nella costellazione sono presenti diverse doppie, come Mu Andromedae, una stella bianca di sequenza principale con una massa 2,3 volte quella del Sole; essa è catalogato come stella quadrupla ed è osservabile con un telescopio di medie dimensioni.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visualmagnitude
Notes
HR15
α Andromedae
Alpheratz
2.06
Variable; Double;
HR337
β Andromedae
Mirach
2.06
Variable; Multiple;
HR603
γ1 Andromedae
Almach
2.26
Multiple;
HR165
δ Andromedae
3.27
Multiple;
HR464
51 Andromedae
Nembus
3.57
HR8762
ο Andromedae
3.62
Variable; Multiple;
HR8961
λ Andromedae
3.82
Variable; Multiple;
HR269
μ Andromedae
3.87
Multiple;
HR215
ζ Andromedae
4.06
Variable; Multiple;
HR458
υ Andromedae
Titawin
4.09
Multiple;
HR8976
κ Andromedae
4.14
Multiple;
HR335
φ Andromedae
4.25
Variable; Double;
HR8965
ι Andromedae
4.29
Variable;
HR154
π Andromedae
4.36
Variable; Multiple;
HR163
ε Andromedae
4.37
HR271
η Andromedae
4.42
Double;
HR8830
7 Andromedae
4.52
HR68
σ Andromedae
4.52
Variable;
HR226
ν Andromedae
4.53
HR63
θ Andromedae
4.61
Variable;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI ANDROMEDA
M31 CREDITI: DAVIDE NARDULLI dalla Gallery PhotoCoelum
Nonostante la sua estensione, la costellazione non contiene un considerevole numero di oggetti del profondo cielo; in compenso ospita l’oggetto che oltre ad essere quello probabilmente più noto a chiunque, è altresí l’oggetto più lontano visibile ad occhio nudo! Si tratta chiaramente di M 31, una grande galassia a spirale situata a una distanza di due milioni di anni luce. La galassia non balza immediatamente agli occhi, pur osservando da un luogo completamente buio, ma appare come una macchiolina sfocata che necessita almeno di un binocolo per essere distinta. Fotografando con le lunghe esposizioni, senza per forza dover effettuare estenuanti somme di scatti, si può già immortalare M 31, poiché appare nel cielo stellato sotto le sembianze di un punto luminoso con attorno un alone, nel suo insieme simile a un batuffolo. Per immagini più sofisticate e dettagliate è necessario disporre di attrezzature adeguate, come camera di ripresa e telescopi di una buona apertura.
NGC 891 CREDITI: OSVALDO BOSETTI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Un altro suggestivo oggetto deep sky presente nella costellazione di Andromeda è la galassia a spirale NGC 891, che ad ampi ingrandimenti appare di taglio, rivelando una banda oscura di polveri e gas.
ANDROMEDA NELLA MITOLOGIA
Fanciulla di rara bellezza, Andromeda era una principessa, figlia dei sovrani di Etiopia Cefeo e Cassiopea, che fu sul punto di pagare con la propria vita gli errori commessi da sua madre.
Cassiopea osó infatti definire sé stessa e Andromeda come le più belle, molto più delle Nereidi, le ninfe marine alla corte di Poseidone.
Il dio del mare non poté tollerare tale offesa e provocó una violenta inondazione per distruggere il regno di Cefeo; disperato, il sovrano decise di consultare l’oracolo che gli suggerì di immolare la giovane e ingenua figlia, affinché l’ira di Poseidone si placasse. Addolorato, Cefeo dovette incatenare Andromeda su di una rupe, esposta al famelico mostro marino Ceto. Destino volle che un bel giorno, a passare di lì, fosse il valoroso Perseo, che in sella al suo cavallo alato Pegaso, liberò Andromeda dalle catene e la salvó portandola via con sé e, successivamente, sposandola. Pare che a fu Atena a porre in cielo Andromeda, tra le stelle.
Come la vide con le braccia legate a una rigida rupe, Perseo di marmo l’avrebbe creduta se l’aria leggera non avesse mosso le chiome e le lacrime dagli occhi stilate non fossero, inconsapevole ne ardeva stupito. Rapito alla vista di quella bellezza, quasi di battere l’ali si scordava. Come fu sceso a terra, disse “non meriti codesti ceppi ma quelli che legano amanti tra loro; dimmi il tuo nome e la patria e perché sei legata”.
Ovidio, La Metamorfosi, Libro IV
LA COSTELLAZIONE DI PEGASO
Un’altra delle costellazioni visibili nel cielo boreale autunnale è Pegaso, che si presenta vicino a Cassiopea, ed è legato astronomicamente e mitologicamente ad Andromeda.
La figura è individuabile grazie al celebre asterismo noto come Quadrato di Pegaso, formato dalle sue stelle principali Markab, Scheat, Algenib più Sirrah, stella che come abbiamo già spiegato sopra, fa parte della costellazione di Andromeda.
Nonostante la stella alfa di Pegaso sia Markab, in realtà l’astro più brillante della costellazione è Enif (ε Pegasi) una supergigante rossa di magnitudine 2,38.
La costellazione contiene diverse stelle doppie, alcune facilmente risolvibili anche con medi ingrandimenti: un esempio lo è 1 Pegasi, un sistema doppio di stelle arancioni in cui la componente primaria ha una magnitudine 4,1 mente La secondaria è di nona grandezza; l’altro Sistema binario è 3 Pegasi, composto da due stelle bianco-giallastre di sesta e settima magnitudine.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR8308
ε Pegasi
Enif
2.39
Variable; Multiple;
HR8775
β Pegasi
Scheat
2.42
Variable; Multiple;
HR8781
α Pegasi
Markab
2.49
Variable;
HR39
γ Pegasi
Algenib
2.83
Variable; Multiple;
HR8650
η Pegasi
Matar
2.94
Variable; Multiple;
HR8634
ζ Pegasi
Homam
3.4
Double;
HR8684
μ Pegasi
Sadalbari
3.48
HR8450
θ Pegasi
Biham
3.53
Variable;
HR8430
ι Pegasi
3.76
Variable; Double;
HR8667
λ Pegasi
3.95
HR8173
1 Pegasi
4.08
Multiple;
HR8315
κ Pegasi
4.13
Multiple;
HR8665
ξ Pegasi
4.19
Multiple;
HR8454
π2 Pegasi
4.29
HR8313
9 Pegasi
4.34
Variable;
HR8905
υ Pegasi
Alkarab
4.4
HR8795
55 Pegasi
4.52
Variable;
HR8923
70 Pegasi
4.55
HR8225
2 Pegasi
4.57
Double;
HR8880
τ Pegasi
Salm
4.6
Variable;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI PEGASO
Nella costellazione di Pegaso sono presenti diversi oggetti del profondo cielo come alcune appariscenti galassie, ma anche qualche ammasso.
NGC 7331 E SUPERNOVA SN 2025rbs CREDITI LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Uno degli oggetti deep sky più interessanti in Pegaso è la galassia a spirale NGC 7331, situata a 40 milioni di anni luce di distanza che per via della sua struttura e delle sue dimensioni, è spesso denominata come la “galassia gemella” della nostra Via Lattea. Durante l’estate, più precisamente il 14 luglio 2025, il progetto GOTO (Gravitational-wave Optical Transient Observer), una rete di radiotelescopi robotici gestita dall’Osservatorio del Roque de Los Muchachos e dall’Osservatorio di Siding Spring, ha scoperto la Supernova Sn 2025rbs proprio nella galassia NGC 7331. Questo straordinario oggetto ha una magnitudine apparente stimata intorno a +14, ed è visibile come un puntino luminoso al centro della galassia ospite, e ciò la rende individuabile anche attraverso l’utilizzo di telescopi amatoriali medio-grandi.
QUINTETTO DI STEPHAN CREDITI: MAGU MASSIMO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Un altro oggetto deep sky molto amato dagli astrofili è il Quintetto di Stephan, un gruppo visuale di cinque galassie molto scenico, situato a 290 milioni di anni luce e considerato dagli astronomi un autentico laboratorio in cui studiare la collisione tra le galassie e come questa impatti sulla materia che costituisce il mezzo intergalattico. Oltre alle varie galassie, la costellazione di Pegaso ospita l’ammasso globulare M 15: si tratta di uno dei più densi della Via Lattea, situato a circa 33.600 anni luce, visibile già con l’utilizzo di un buon binocolo, ma risolvibile solo attraverso telescopi superiori a 200 mm di apertura.
M 15 CREDITI: CRISTINA CELLINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella costellazione è presente anche un sistema planetario extrasolare, 51 Pegasi, composto da una stella molto simile al Sole attorno a cui orbita un pianeta di tipo gioviano caldo, scoperto nel 1995.
PEGASO NELLA MITOLOGIA
Quella del cavallo alato è una figura che affascina da sempre l’immaginario collettivo, e la mitologia ce ne offre diverse narrazioni. Il mito greco raffigura Pegaso con il cavallo alato che nacque da un fiotto di sangue scaturito dall’uccisione di Medusa per mano di Perseo, che tra l’altro se ne serví per liberare Andromeda dal mostro marino Ceto. Pegaso era caro a Zeus poiché trasportava le folgori fino all’Olimpo, ma fu anche addomesticato da Bellerofonte, che in sella al cavallo combatteva con le Amazzoni e uccise la Chimera. Dopo la morte di Bellerofonte, Pegaso fece ritorno all’Olimpo per poi riscendere sul Monte Elicona mentre si stava tenendo una gara di canto tra le Muse e le Pieridi: alle melodie intonate da quest’ultime, il monte prese a innalzarsi verso il cielo e solo lo zoccolo battuto a terra da Pegaso riuscì ad arrestarne la rapida ascesa. Dalla terreno in cui il cavallo batté con forza, sgorgò una sorgente d’acqua, poi chiamata “sorgente del cavallo”. Al termine delle sue imprese Pegaso prese il volo verso la volta celeste, dove rimase a brillare tra le stelle.
Le costellazioni del mese di Settembre 2025
Nel cielo di settembre, in bilico tra l’estate e l’autunno, incontriamo due costellazioni che rappresentano una coppia mitologica: si tratta di Cassiopea e Cefeo.
LA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA
Asterismo tipico del cielo boreale, Cassiopea è una figura visibile tutto l’anno e raggiunge la massima altezza proprio nel periodo autunnale. Poiché è molto vicina al polo nord celeste, Cassiopea rimane visibile per tutta la notte e per questo viene classificata come una costellazione circumpolare.
La sua peculiare forma a W o M, a seconda delle stagioni, la rende facilmente individuabile a Nord, nei pressi della Stella Polare. Shedir (alfa Cassiopeiae) è l’astro principale della costellazione: si tratta di una gigante arancione di magnitudine apparente +2,25, situata a 229 anni luce dalla Terra. Il suo nome deriva dall’arabo ( صدر, şadr) e significa busto: essa infatti è collocata nel cuore della costellazione che, mitologicamente, rappresenta la regina di Etiopia.
Interessante è anche γ Cassiopeiae, la stella binaria a raggi X più brillante del cielo e l’unica ad essere visibile ad occhio nudo. Della costellazione fa anche parte Rho Cassiopeiae, una stella ipergigante gialla situata a 3400 anni luce dalla Terra.
RHO CASSIOPEIAE CREDITI: SALVATORE PELLEGRINO
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR168
α Cassiopeiae
Schedar
2.23
Variable; Multiple;
HR21
β Cassiopeiae
Caph
2.27
Variable; Double;
HR264
γ Cassiopeiae
2.47
Variable; Multiple;
HR403
δ Cassiopeiae
Ruchbah
2.68
Variable; Double;
HR542
ε Cassiopeiae
Segin
3.38
Variable;
HR219
η Cassiopeiae
Achird
3.44
Multiple;
HR153
ζ Cassiopeiae
Fulu
3.66
Variable;
HR580
50 Cassiopeiae
3.98
HR130
κ Cassiopeiae
4.16
Variable;
HR343
θ Cassiopeiae
4.33
Variable; Double;
HR707
ι Cassiopeiae
4.52
Variable; Multiple;
HR575
48 Cassiopeiae
4.54
Variable; Multiple;
HR193
ο Cassiopeiae
4.54
Variable; Double;
HR9045
ρ Cassiopeiae
4.54
Variable;
HR265
υ2 Cassiopeiae
Castula
4.63
HR442
χ Cassiopeiae
4.71
HR123
λ Cassiopeiae
4.73
Double;
HR399
ψ Cassiopeiae
4.74
Multiple;
HR9066
4.8
Variable; Multiple;
HR179
ξ Cassiopeiae
4.8
Variable;
SUPERNOVAE IN CASSIOPEA
Nel 1572 nella costellazione di Cassiopea apparve improvvisamente un stella tanto luminosa quanto ci appare il pianeta Venere: essa venne denominata “nova di Tycho Brahe” dal nome dell’astronomo danese che condusse per oltre un anno osservazioni di questo oggetto, ad occhio nudo, riportando dati dettagliati; in conclusione, ciò che aveva osservato era una supernova.
Ma non è l’unico episodio di questo tipo quello che riguarda la costellazione di Cassiopea : nel 1680 è stata osservata una forte radiosorgente situata a 11 mila anni luce da noi, Cassiopea A.
Nel 2004 il telescopio spaziale Chandra ha scoperto anche una sorgente molto compatta di raggi X proprio al centro di Cassiopea A, le cui caratteristiche confermano che si tratta di una stella di neutroni che, con ogni probabilità, rappresenta il resto della Stella esplosa più di 300 anni fa.
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CASSIOPEA
Nel tratto di Via Lattea boreale in cui è situata Cassiopea vi è un gran numero di nebulose e ammassi: due oggetti molto amati e ripresi dagli astrofili sono certamente la Nebulosa Cuore, IC1805, e la Nebulosa Anima, IC 1848.
NEBULOSA E ANIMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Al centro della Nebulosa Cuore è presente l’ammasso stellare Melotte 15, nato dalla stessa nebulosa.
MELOTTE 15 CREDITI: LORIS FERRINI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Altri oggetto amato dagli astrofili, presente in Cassiopea, è il noto ammasso aperto NGC 457, conosciuto anche come Ammasso Civetta.
NGC 457 CREDITI: ANDREA FERRI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
CASSIOPEA NELLA MITOLOGIA
Nella mitologia greca Cassiopea rappresenta la regina di Etiopia, moglie di Cefeo e madre di Andromeda: vanitosa e presuntuosa come poche, la sovrana era dedita principalmente a vantarsi e a spazzolare i suoi capelli per tutto il tempo; un giorno, però, commise un errore che portò all’intreccio di una serie di vicende ampiamente narrate nella mitologia.
Cassiopea si vantava di essere la più bella del reame e sosteneva che, insieme a sua figlia Andromeda, fosse persino più bella delle ninfe marine al seguito di Poseidone, le Nereidi. Il dio del mare, venuto a conoscenza di tali affermazioni, non mandò giù tale oltraggio, e decise di vendicarsi di Cassiopea, di Cefeo e del regno intero.
Poseidone decise di scatenare la sua ira verso il punto debole dei sovrani, ovvero la loro splendida e giovane figlia, Andromeda. Il mito è piuttosto celebre e narra della giovane principessa che, per colpa di sua madre, fu rapita e legata su di una rupe infernale, preda del mostro marino Ceto; a salvarla dalle sue grinfie giunse l’eroe Perseo, in sella al cavallo alato Pegaso.
A Cassiopea toccò la sorte di essere collocata sul suo trono celeste ma a testa in giù, nell’atto di specchiarsi o accarezzarsi i capelli e condannata a roteare per sempre attorno al polo celeste.
LA COSTELLAZIONE DI CEFEO
Nella porzione di cielo tra l’Orsa Minore e Cassiopea, incontriamo Cefeo: si tratta anch’essa di una costellazione circumpolare, composta da stelle non molto luminose, che conferiscono a Cefeo la figura di una casetta con il tetto verso il Nord e la base che poggia sulla Via Lattea settentrionale.
La stella principale della costellazione è Alderamin (alfa Cephei), una stella bianca di magnitudine 2,45, che dista solo 49 anni luce.
Cefeo possiede un oggetto molto interessante, Mu Cephei, noto anche come Granatum Sidus, ovvero Stella Granata: si tratta di una supergigante rossa multipla di quarta magnitudine, inserita all’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi nel suo “Catalogo di Palermo”.
Il nome deriva da un’affermazione di William Herschel riportata nel suo “Philosophical Transaction”, riguardo ad alcune stelle non registrate nel British Catalogue di John Flamsteed. Herschel, riferendosi a Mu Cephei, disse che «Ha un bellissimo e profondo colore granata, simile a quello della stella periodica Omicron Ceti>>.
L’astro appare di questo colore per via della sua bassa temperatura superficiale, che corrisponde a circa 3000 K. Osservando da un punto privo di qualsiasi tipo di disturbo, la Stella Granata può anche essere individuata ad occhio nudo poco più a Sud di Alderamin, con il suo caratteristico colore rosso/arancio.
Ma Cefeo ospita anche un’altra stella, di certo più importante per l’astronomia, ovvero Delta Cephei: si tratta di una supergigante gialla posta a 890 anni luce, che rappresenta il prototipo di una classe delle cefeidi, una classe di stelle variabili molto importanti, oltre ad essere una delle cefeidi più vicine al Sole.
Delta Cephei contribuisce significativamente alla misurazione delle distanze cosmiche.
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR8162
α Cephei
Alderamin
2.44
Variable; Multiple;
HR8974
γ Cephei
Errai
3.21
Variable;
HR8238
β Cephei
Alfirk
3.23
Variable; Multiple;
HR8465
ζ Cephei
3.35
Variable;
HR7957
η Cephei
3.43
Double;
HR8694
ι Cephei
3.52
HR8571
δ Cephei
3.75
Variable; Multiple;
HR8316
μ Cephei
4.08
Variable; Multiple;
HR8494
ε Cephei
4.19
Variable; Double;
HR7850
θ Cephei
4.22
HR285
4.25
HR8334
ν Cephei
4.29
Variable;
HR8417
ξ Cephei
Kurhah
4.29
Multiple;
HR7750
κ Cephei
4.39
Multiple;
HR8819
π Cephei
4.41
Multiple;
HR7955
4.51
Double;
HR8317
11 Cephei
4.56
HR8748
4.71
HR8279
9 Cephei
4.73
Variable;
HR8702
4.74
Double;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DI CEFEO
Poiché giace sul piano della Via Lattea settentrionale, la costellazione di Cefeo vanta numerosi oggetti del profondo cielo: una di questi è la Nebulosa oscura IC1396, meglio nota come Nebulosa Proboscide d’Elefante; molto appariscente anche la Galassia Fuochi d’Artificio (NGC 6946), una galassia a spirale che vanta un gran numero di supernovae osservate al suo interno.
NEBULOSE IRIS E FANTASMA CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Interessanti anche le nebulose Iris (NGC 7023) e Fantasma (Sh2-136): la prima è una nebulosa a riflessione, illuminata dalla stella HD 200775 e situata a circa 1400 anni luce dalla Terra; la seconda è una nube di polveri e gas che riflette la luce delle stelle vicine, assumendo le sembianze di un fantasma.
Un altro oggetto particolare, che ricorda la forma di uno squalo, è la Nebulosa oscura LDN 1235, nota anche come Shark Nebula.
SHARK NEBULA CREDITI: MICHELE BERNARDO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
La costellazione di Cefeo ospita anche la nebulosa planetaria NGC 7139, situata a 4000 anni luce.
NGC 7139 CREDITI: LORENZO BUSILACCHI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
CEFEO NELLA MITOLOGIA
Come già citato sopra, nella mitologia Cefeo, figlio di Belo, rappresenta il sovrano di Etiopia, marito di Cassiopea e padre di Andromeda, che rischiò di perdere l’amata figlia per colpa della presunzione di sua moglie.
In seguito all’ira e alle minacce di Poseidone, Cefeo si rivolse a un oracolo per chiedergli come salvare la sua famiglia e il suo regno: ne ricevette un’amara risposta, ovvero che per mettere in salvo il suo intero regno, non vi era altra soluzione che quella di immolare la sua adorata principessa Andromeda; Cefeo dunque, da padre disperato, mise da parte il suo dolore e decise di sacrificare sua figlia.
Ma il fato volle che Perseo, passando nei pressi della rupe su cui era legata Andromeda, minacciata dal mostro marino Ceto, la salvasse, sposandola in seguito, e portando il lieto fine a questa brutta vicenda.
Per piangere potrete avere tutto il tempo che vorrete; per portare soccorso, ci sono pochi attimi. Se io chiedessi la sua mano, io, Perseo, figlio di Giove e di colei che quand’era imprigionata fu ingravidata da Giove con oro fecondo, Perseo vincitore della Gorgone dalla chioma di serpi, che oso andarmene per l’aria del cielo battendo le ali, non sarei forse preferito come genero a chiunque altro? A così grandi doti, solo che mi assistano gli dèi, cercherò comunque di aggiungere un merito. Facciamo un patto: che sia mia se la salvo col mio valore! (Ovidio, Metamorfosi, IV, 695-703)
Cefeo si è guadagnato un posto sulla volta celeste e brilla insieme alla sua regina e alla sua adorata e unica figlia.
Le costellazioni del mese di Agosto 2025
Per larga parte il cielo è attraversato da striature e macchie chiare; la Via Lattea prende d’agosto una consistenza densa e si direbbe che trabocchi dal suo alveo; il chiaro e lo scuro sono così mescolati da impedire l’effetto prospettico d’un abisso nero sulla cui vuota lontananza campeggiano, ben in rilievo, le stelle; tutto resta sullo stesso piano: scintillio e nube argentea e tenebre. Palomar, I.Calvino
Le sere di agosto ci regalano storie di stelle e miti che si dipanano sulla volta celeste, attraversata dalla scia della nostra galassia. Proprio nella regione di cielo percorsa dalla Via Lattea possiamo contemplare le costellazioni più interessanti dell’estate boreale: Sagittario, Lira e Cigno.
LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
Nel mese di agosto transita al meridiano una delle più note e importanti costellazioni dello Zodiaco, ovvero quella del Sagittario. Nel nostro emisfero boreale la si individua nel punto più luminoso della Via Lattea, di cui contiene al suo interno il centro galattico. Pur rimanendo basso sull’orizzonte meridionale, seguito dalla Corona Australe e preceduto dallo Scorpione, il Sagittario è ben riconoscibile grazie all’asterismo della Teiera, composto dalle sue stelle più luminose. Kaus Australis (ε Sagittarii) è la stella principale della costellazione: si tratta di una gigante blu di magnitudine 1,79 distante 145 anni luce. La seconda stella più brillante è Sigma Sagittario, o Nunki, una gigante azzurra di magnitudine 2,05 mentre la terza più luminosa è Zeta Sagittarii.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR7635
γ Sagittae
3.47
Variable;
HR7536
δ Sagittae
3.82
Variable;
HR7479
α Sagittae
Sham
4.37
Multiple;
HR7488
β Sagittae
4.37
HR7546
ζ Sagittae
5
Multiple;
HR7679
η Sagittae
5.1
HR7609
10 Sagittae
5.36
Variable;
HR7645
13 Sagittae
5.37
Variable; Double;
HR7622
11 Sagittae
5.53
HR7301
1 Sagittae
5.64
HR7463
ε Sagittae
5.66
Variable; Multiple;
HR7780
5.8
HR7672
15 Sagittae
5.8
Variable; Multiple;
HR7662
5.96
Double;
HR7299
6
HR7260
6.07
Variable; Double;
HR7216
6.09
HR7746
18 Sagittae
6.13
HR7713
6.22
HR7574
9 Sagittae
6.23
Variable;
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO
La costellazione ospita un gran numero di oggetti del catalogo Messier, da ammassi a nebulose, ed è fonte di ricche produzioni in campo astrofotografico. Uno degli oggetti più noti e ripresi dagli astrofili è la Nebulosa Laguna, M 8, individuabile anche ad occhio nudo da un cielo idoneo.
NEBULOSA LAGUNA CREDITI: MIRKO TONDINELLI
Altre nebulose interessanti nel Sagittario sono M 17 e M 20, Trifida e Omega, mentre per quanto riguarda gli ammassi non possiamo fare a meno di citare M 22, uno dei più vicini e luminosi della volta celeste: ecco contiene più di mezzo milione di stelle e si può già individuare con un binocolo.
Al centro della Via Lattea, nella costellazione del Sagittario, è posta la più famosa e complessa radiosorgente luminosa, Sagittarius A, in cui sarebbe situato il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.
LA COSTELLAZIONE DEL SAGITTARIO NELLA MITOLOGIA
Metà uomo e metà cavallo: è così che viene raffigurato il Sagittario, come un arciere che, con indosso un mantello, tende l’arco in direzione dello Scorpione. Nella mitologia greca, Eratostene descrisse il Sagittario associandolo a Croto, abile arciere figlio di Pan, dio dei boschi e dell’agricoltura, ed Eufeme, nutrice delle Muse. Una delle vicende più note narra del legame di Croto con le Muse. Abile cacciatore, egli abitava sul Monte Elicona, dove inventò l’arte del tiro con l’arco. Croto viveva circondato dalle Muse e dalle loro arti: fu proprio in loro onore che il giovane inventò l’applauso, in segno di omaggio alle loro performance artistiche.
Di questo le Muse erano grate a Croto e così decisero di rivolgersi a Zeus affinché gli desse un posto d’onore sulla volta celeste; il padre degli dei accolse la loro proposta e decise di premiare Croto anche per le sue doti di arciere e cavallerizza, collocandolo tra le stelle.
… Esattamente a ovest è Vega, alta e solitaria; se Vega è quella, questa sopra il mare è Altair e quella è Deneb che manda un freddo raggio allo zenit.
Italo Calvino, Palomar
LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA
Nelle sere estive di agosto è impossibile alzare gli occhi al cielo e non far a caso a quella gemma di luce che brilla inconfondibile già dopo il tramonto. Si tratta di Vega, l’astro che rappresenta la costellazione della Lira.
Seppur di piccole dimensioni, quella della Lira è una figura facilmente riconoscibile grazie alla luminosità della sua stella principale: alfa Lyrae è una stella color bianco-azzurro multipla, costituita da 5 componenti e situata a una distanza di 25,3 anni luce. La sua magnitudine apparente di 0,03 la rende la seconda stella più luminosa dell’emisfero settentrionale e la quinta di tutto il firmamento.
Circa 14.000 anni fa il Polo Nord celeste si trovava proprio nei pressi della Lira, e Vega in quell’epoca era la Stella Polare e tornerà ad esserlo fra 13.000 anni quando, l’asse di rotazione terrestre, tornerà nuovamente in direzione della Lira.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DELLA LIRA
HR Number(*)
Star designation
Proper name
Visual magnitude
Notes
HR7001
α Lyrae
Vega
0.03
Variable; Multiple;
HR7178
γ Lyrae
Sulafat
3.24
Variable; Multiple;
HR7106
β Lyrae
Sheliak
3.45
Variable; Multiple;
HR7157
13 Lyrae
4.04
Variable;
HR7139
δ2 Lyrae
4.3
Variable; Multiple;
HR6872
κ Lyrae
4.33
Variable;
HR7056
ζ1 Lyrae
4.36
Variable; Multiple;
HR7314
θ Lyrae
4.36
Variable; Multiple;
HR7298
η Lyrae
Aladfar
4.39
Variable; Multiple;
HR7064
4.83
HR7192
λ Lyrae
4.93
Variable;
HR7215
16 Lyrae
5.01
Variable; Multiple;
HR6903
μ Lyrae
5.12
HR7162
5.22
Multiple;
HR7261
17 Lyrae
5.23
Multiple;
HR7102
ν2 Lyrae
5.25
Double;
HR7181
5.27
HR7262
ι Lyrae
5.28
HR7054
ε2 Lyrae
5.37
Variable; Multiple;
HR6997
5.42
Variable; Double;
VEGA NELLA STORIA DELL’ASTROFOTOGRAFIA
Vega è la prima stella del cielo notturno ad essere stata fotografata: l’astro infatti è stato immortalato dall’astronomo statunitense William Cranch Bond e da uno dei pionieri del dagherrotipo, John Adams Whipple, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 1850. La stella principale della Lira venne ripresa dall’Harvard College Observatory, in Massachusetts, utilizzando un telescopio rifrattore da 38 cm di apertura. Più tardi, nel 1872, Henry Draper ne fotografò lo spettro, utilizzando un prisma collegato a un telescopio riflettore da 70 cm.
OGGETTI NON STELLARI NELLA LIRA
La costellazione contiene diverse stelle doppie risolvibili già con l’ausilio di un binocolo, come nel caso di ε Lyrae, la doppia per eccellenza, distante 162 anni luce dalla Terra. Entrambe le stelle che compongono il sistema possono essere separate in due sistemi binari distinti; il sistema binario contiene dunque due stelle binarie che orbitano una sull’altra. Tra gli oggetti del profondo cielo presenti nella costellazione estiva di certo il più noto è M 57, ovvero la Nebulosa Anello, molto amata dagli astrofili. Si tratta di una nebulosa planetaria posta a circa 2000 anni luce dalla Terra, individuabile a Sud della luminosa Vega.
M 57 CREDITI: CARLO MOLLICONE DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Altri oggetti deep sky da menzionare sono l’ammasso globulare M 56 e l’ammasso aperto NGC 6791 composto d diverse centinaia di stelle. Alla costellazione della Lira fa riferimento anche un noto sciame di meteoriti, ovvero le Liridi, visibile nel periodo di aprile e così chiamato per via del radiante situato appunto nei pressi della costellazione.
LA LIRA NELLA MITOLOGIA
Questa costellazione è piena di significato mitologico, che si tramanda attraverso le culture di varie e antiche popolazioni. Una delle leggende più romantiche proviene all’oriente e narra la storia di due giovani innamorati, Vega e Altair, separati da un fiume di stelle ( la Via Lattea); pare che i due riuscissero a ricongiungersi grazie ad un volo di gazze che solo per un giorno all’anno riusciva a dar vita ad un ponte stellato, consentendo agli innamorati di potersi ritrovare. Il mito greco invece identifica la Lira come lo strumento musicale del dio Ermes, che ne fece dono a suo fratello Apollo per poi passare nelle mani di Orfeo, eccellente musicista del suo tempo. Qui la trama si fa più profonda e rappresenta una delle più belle storie d’amore del mito greco. Dopo l’uccisione della sua sposa, Euridice, Orfeo scese negli Inferi nel tentativo di riprendersi la sua amata. Arrivato nel regno dei morti iniziò a intonare struggenti melodie attraverso la sua lira, suscitando la commozione di Ade, dio dell’oltretomba, il quale decise di consentire a Orfeo di riprendersi sua moglie a patto però di camminare davanti ad Euridice senza mai voltarsi indietro. Orfeo però non riuscì a rispettare il patto e si voltò poco prima di uscire dall’oltretomba, condannando la sua amata (e sé stesso) al buio eterno. Da quel momento Orfeo prese ad errare per il mondo aggrappato al suo dolore e al suo inseparabile strumento musicale, e fino alla fine dei suoi giorni il ricordo di Euridice rimase vivo in lui, tanto da non concedere più il suo cuore a nessun’altra donna. Accadde però che proprio una delle sue contendenti, vedendosi rifiutata, decise di vendicarsi uccidendolo, colpendolo alle spalle a colpi di pietre, mentre suonava ignaro in un bosco. Da quel momento Orfeo poté finalmente ricongiungersi con la sua amata Euridice. La leggenda narra che le Muse, impietosite, raccolsero la lira e la adagiarono sulla volta celeste in un eterno scintillío di stelle.
Anche la Lira attraverso il cielo si scorge con i bracci divaricati tra le stelle, con la quale una volta Orfeo catturava tutto quello che con la sua musica raggiungesse, e volse il passo perfino tra le anime dei trapassati e ruppe col canto le leggi d’abisso. Donde la dignità del cielo e un potere simile a quel dell’origine: allora alberi e rupi trascinava, ora di astri è guida e attira dietro sé il cielo infinito dell’orbitante cosmo. (Manilio, Poeticon Astronomicon, I, 324-330)
LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
Rappresentata come un l’uccello in volo verso il Sud della volta celeste, quella del Cigno è un’altra delle costellazioni più interessanti dell’estate boreale. È individuabile grazie alla stella alfa Deneb, una supergigante bianca che con la sua magnitudine apparente + 1,25 rappresenta la diciannovesima stella più brillante del cielo notturno. Insieme a Vega ed Altair, Deneb costituisce uno dei vertici del Triangolo estivo. Nelle sere d’estate possiamo dedicarci dall’osservazione di Albireo (il becco del Cigno) un interessante sistema stellare, noto anche ai semplici appassionati di astronomia: il sistema è composto da due astri di colore diverso, la componente principale è di colore arancio mentre la secondaria è di colore bianco-azzurro. Le due possono essere risolte già con un piccolo telescopio. Insieme a Deneb, Albireo va a comporre l’asterismo della Croce del Nord, il cui asse maggiore è attraversato dalla Via Lattea.
TABELLA DEI PRINCIPALI ASTRI CHE DISEGNANO LA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
OGGETTI NON STELLARI NELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO
La costellazione ospita un gran numero di stelle variabili, ammassi aperti e nebulose: uno dei più noti oggetti deep sky è la Fenditura del Cigno, un vastissimo complesso di nebulose oscure e polveri interstellari a Sud di Deneb, che taglia in due la Via Lattea e include oggetti come la Nebulosa Nord America (NGC 7000) e la Nebulosa Pellicano, oggetti molto amati e fotografati dagli astrofili.
NEBULOSA NORD AMERICA E PELLICANO CREDITI: GIACOMO PRO DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella parte sudorientale del Cigno è presente la Nebulosa Velo, un antico resto di supernova e la stella che ha originato l’oggetto è esplosa diversi millenni fa. Ora ciò ne che resta sono dei sottili filamenti ancora in espansione. La parte più orientale del complesso nebulare della Velo è nota come Nebulosa Velo Est o NGC 6992/6995 mentre la parte più occidentale, NGC 6960, è nota appunto come Nebulosa Velo Ovest.
NEBULOSA VELO CREDITI: EGIDIO MARIA VERGANI DALLA GALLERY DI PHOTOCOELUM
Nella parte centro-meridionale della costellazione è presente una nebulosa a emissione nota come Nebulosa Tulipano, nota anche come Sh2 – 101.
NEBULOSA TULIPANO CREDITI: MIRKO TONDINELLI
IL CIGNO NELLA MITOLOGIA
Osservando la costellazione del Cigno vengono in mente le innumerevoli storie legate alla mitologia, e molte di queste associano la figura del Cigno a quella di Zeus. Tra le tante, prevale la vicenda della trasformazione di Zeus in un bellissimo cigno per poter sedurre Leda, nipote di Ares e regina di Sparta: mentre la Leda passeggiava sulle rive di un fiume, Zeus la possedette sotto le sembianze di un Cigno. Dall’uovo concepito (anzi due) vennero alla luce quattro bambini, ma poiché quella stessa notte la regina di Sparta giacque con suo marito, il re Tindaro, non vi era certezza sulla reale paternità anche se, le uova divine da cui nacquero Elena di Troia e Polluce, vennero attribuite a Zeus. Il Cigno brilla nel cielo a voler celebrare le “prodezze” del padre degli dei.
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L'immagine di ALMA finora più grande mostra la chimica nascosta nel cuore della Via Lattea (Crediti: ALMA(ESO/NAOJ/NRAO)/S. Longmore et al. Background: ESO/D. Minniti et al.)
Un team internazionale di astronomi ha realizzato la più grande e dettagliata immagine mai ottenuta con l’array radio ALMA, dedicata alla Zona Molecolare Centrale (CMZ) della Via Lattea, la vasta regione di gas e polveri che circonda il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia. Il mosaico, che nel cielo coprirebbe un’area equivalente a tre Lune piene affiancate, offre una visione senza precedenti della struttura interna di questa regione estrema.
L’immagine rivela una fitta rete di filamenti, nubi compatte e strutture turbolente, mostrando come il gas molecolare sia organizzato e si muova sotto l’influenza di intense forze gravitazionali, campi magnetici e radiazione. Grazie all’elevata sensibilità di ALMA, i ricercatori hanno identificato decine di molecole diverse, tracciando in dettaglio la composizione chimica del mezzo interstellare.
I dati fanno parte della survey ACES (ALMA CMZ Exploration Survey), un progetto a lungo termine volto a studiare sistematicamente il centro galattico. L’obiettivo è comprendere come si accumula il gas, come evolve nel tempo e in che modo riesce – o talvolta non riesce – a formare nuove stelle in un ambiente molto più estremo rispetto alle regioni periferiche della Via Lattea.
La CMZ presenta infatti condizioni fisiche simili a quelle che caratterizzavano le galassie nell’Universo primordiale: alte densità, forti turbolenze e intensa attività energetica. Per questo motivo, l’analisi dei dati ACES rappresenta un laboratorio naturale per testare i modelli di formazione stellare in condizioni estreme. I risultati contribuiranno a chiarire perché, nonostante l’abbondanza di materiale, il centro galattico produca relativamente poche stelle, migliorando la nostra comprensione dell’evoluzione delle galassie nel cosmo.
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In aritmetica 1 è uguale a 1,000000. Se aggiungessi centomila zeri dopo la virgola, resterebbe sempre uguale a 1. In fisica invece no. Affermare che un tavolo è largo 1,000000 metri e non semplicemente 1 metro, significa infatti avere la piena conoscenza del fatto che esso è esattamente 1 metro fino alla precisione di sei zeri dopo la virgola, cioè un micron. Non solo, ma vuol dire anche che oltre la precisione di un micron non ho controllo di quanto sia largo il tavolo, che magari potrebbe essere 1,0000002 m o 1,00000047 m. Il tutto nasce dall’abitudine prettamente scientifica di quantificare l’incertezza con la quale si misura una certa quantità, che sia una lunghezza, una temperatura, una velocità, etc. Incertezza che dipende tipicamente dalla tecnica di misura e dai fattori esterni che possono influire sull’esito della misura. Questa storia delle cifre decimali significative e dell’incertezza associata alla misura si insegna alla prima lezione di laboratorio di fisica il primo anno di università, ma in genere la si conosce (o la si dovrebbe conoscere) già dalle scuole superiori. Però poi trovi in giro gente che, pur proponendosi come persone di scienza, questa regola che è alla base della scienza sperimentale, non la conosce proprio. È il caso di un’azienda di alcuni anni fa, che mise in vendita un oggetto che, stando alle specifiche della scheda tecnica, avrebbe dovuto avere proprietà incredibili: migliorare le performance atletiche, facilitare il recupero dopo lo sforzo, e incrementare l’equilibrio. Il tutto supportato da una lista di “esperti” a certificarne la validità scientifica. In particolare, il test per valutarne l’efficacia nel migliorare l’equilibrio consisteva nel far indossare il miracoloso braccialetto a un individuo, posizionarlo su una pedana stabilometrica, e misurarne l’equilibrio con e senza braccialetto. Ma la cosa veramente divertente era il risultato delle misure. Che a nessuno venga il dubbio che stessero barando, e che le loro affermazioni non fossero supportate da solide evidenze sperimentali! Infatti, dai risultati veniva fuori che lo spostamento medio del baricentro della persona sottoposta al test era – mettiamo – 12,574866329 cm nel caso in cui essa avesse addosso il braccialetto, e 14,450036413 cm senza braccialetto. Probabilmente quei numeri, nella mente di chi aveva scritto la brochure allegata al braccialetto, dovevano servire a sottolineare la grande validità scientifica dei risultati ottenuti: mica numeri così, approssimati un tanto al chilo, ma valori estremamente precisi, frutto di uno studio accurato e meticoloso! A questo punto, però, uno che ha la tara mentale imposta dalla laurea in fisica, la prima cosa che nota è il numero impressionante di cifre decimali dopo la virgola, per un valore espresso in centimetri. NOVE cifre decimali dopo la virgola! Infatti, secondo le comuni regole del metodo scientifico (che i nostri sperimentatori avrebbero dovuto conoscere) questo vuol dire che quei valori, espressi in centimetri con tutte quelle cifre, erano effettivamente noti fino a nove cifre decimali dopo la virgola. Infatti, nella scienza sperimentale, scrivere 1.000000000 invece che 1, non è la stessa cosa! E quindi dare i risultati espressi in cm con nove cifre significative dopo la virgola, significa che si ha piena conoscenza di quei valori fino a un miliardesimo di centimetro, che corrisponde a un decimo di Angstrom. In pratica si sta dicendo che si è misurato lo spostamento di una persona con una incertezza più piccola delle dimensioni di un atomo di Idrogeno. Che dire? Lascio a voi le conclusioni.
Il nuovo filtro per la dispersione atmosferica studiato e realizzato da Massimo D'Apice.
Le osservazioni astronomiche da terra sono inevitabilmente influenzate dall’atmosfera, che agisce come un prisma alterando la luce dei corpi celesti e causando dispersione cromatica, soprattutto per oggetti bassi sull’orizzonte. Negli ultimi anni, con l’avvento del digitale, sono comparsi dispositivi noti come ADC (Atmospheric Dispersion Corrector), capaci di compensare parzialmente questo effetto. L’articolo presenta un nuovo approccio, basato su una lamina ottica piano-parallela, semplice ed efficace, per correggere la dispersione atmosferica e migliorare le riprese in alta risoluzione.
È ben noto che le osservazioni astronomiche condotte da terra risentono inevitabilmente delle condizioni atmosferiche sovrastanti il sito. Come qualcuno ha osservato, e come tutti gli astrofili sperimentano costantemente, si può ben dire che la parte peggiore di un telescopio è l’atmosfera che si comporta, di fatto, come un mezzo rifrangente, anteposto allo strumento di osservazione, alterando la luce che la attraversa secondo le usuali leggi dell’ottica geometrica e fisica. Lo studio dei diversi aspetti del problema è stato da tempo ampiamente approfondito e dibattuto a livello professionale ed ha portato a diverse soluzioni tecnologiche altamente sofisticate. In campo amatoriale è invece solo relativamente recente l’introduzione di dispositivi atti a mitigare gli effetti negativi dell’atmosfera, specie nelle osservazioni in alta risoluzione dopo l’avvento della rivoluzione digitale. In questo ambito, negli ultimi anni è stata posta una particolare attenzione all’analisi degli effetti della dispersione spettrale atmosferica che ha portato alla comparsa sul mercato dei cosiddetti “correttori di dispersione atmosferica”, correntemente indicati con l’acronimo inglese ADC (Atmospheric Dispersion Corrector). La loro funzione, in sintesi, è quella di compensare in qualche misura il cromatismo indotto dalla dispersione della luce che attraversa gli strati di atmosfera prima di giungere a terra. Va da sé (secondo le leggi della fisica ottica) che l’effetto disperdente è tanto maggiore quanto più spessi e densi sono gli strati di atmosfera attraversati, ovvero quanto più bassi sull’orizzonte si vengono a trovare i corpi celesti, specie se osservati in condizioni di elevata umidità dell’aria. In questi casi l’atmosfera si comporta di fatto come un prisma, scomponendo la luce nelle sue componenti cromatiche essenziali, cosa che si traduce in uno sfalsamento verticale dei colori nelle immagini riprese a terra attraverso un qualsiasi dispositivo ottico.
Figura 1 – A sinistra, effetto della dispersione atmosferica in analogia con quella di un prisma [1]. A destra, immagine stellare affetta da dispersione [2].
Figura 2 – Dispersione atmosferica, in secondi d’arco, in funzione della distanza zenitale, in gradi, calcolata per il sito dell’osservatorio Keck a Mauna Kea. A riprova della non linearità dell’effetto, si noti come la dispersione, tra 3200 e 10000 Å, quasi raddoppi tra 60° e 70° dallo Zenith [3].
L’effetto, di per sé contenuto, diviene però particolarmente evidente nelle riprese attraverso un telescopio, per via dell’amplificazione dovuta all’ingrandimento, tanto da compromettere l’osservazione in alta risoluzione di Sole, Luna, pianeti e stelle doppie quando questi, nel loro moto apparente sulla volta celeste, si vengono a trovare ad una ridotta altezza sull’orizzonte. Va comunque precisato che la dispersione si manifesta teoricamente nell’osservazione di corpi celesti a qualsiasi altezza sull’orizzonte (ad esclusione dello Zenith, dove la dispersione è nulla), con un effetto in prima approssimazione variabile linearmente solo entro una distanza zenitale di circa 30°.
Occorre anche sottolineare, cosa a volte non del tutto evidente, che l’effetto della dispersione atmosferica non dipende in alcun modo dalla correzione cromatica dello strumento in uso, rifrattore acromatico, apocromatico o riflettore che sia, ma esclusivamente dalle condizioni fisico-geometriche degli strati atmosferici attraversati dalla luce prima di giungere al telescopio. Naturalmente ciò non toglie che un qualsiasi strumento introdurrà a sua volta le aberrazioni ottiche residue proprie della configurazione adottata, ma questo avverrà a prescindere dalla dispersione atmosferica e si potrà notare, ad esempio, anche nell’osservazione a distanza ridotta di oggetti a terra. Ciò detto, non è mia intenzione approfondire qui tutti gli aspetti teorico-pratici del funzionamento degli ADC, ottimamente trattati nella bibliografia che raccomando di esaminare [1] [2] [9], ma concentrarmi piuttosto sulle soluzioni ottiche e meccaniche adottabili praticamente per la compensazione della dispersione. In particolare, nel prosieguo descriverò una possibile soluzione, tuttora in via di sperimentazione, alternativa a quelle attualmente in commercio. Dovrebbe a questo punto essere chiaro che il sistema ottico di un ADC deve consentire di variare la compensazione in funzione dell’altezza sull’orizzonte dell’oggetto osservato. Questo comporta la necessità di variare il potere dispersivo del sistema ottico adottato nella sola direzione perpendicolare all’orizzonte, ovvero nella direzione in cui si manifesta la dispersione atmosferica. Nel caso in cui il sistema disperdente sia costituito da uno o più prismi, tale variazione può essere realizzata per via ottica oppure meccanica, come pure da una combinazione delle due. La variazione di tipo meccanico, valida in generale per tutti gli ADC prismatici, può essere ottenuta modificando la distanza che separa l’ADC dal piano focale del telescopio, parametro da cui dipende direttamente l’effetto di compensazione. Sul piano pratico si può ad esempio utilizzare un tubo estensibile elicoidale posto tra ADC e portaoculari, anche se questo richiederà la regolazione del fuoco ogni volta che si altera la distanza in questione. Diversamente, la variazione di tipo ottico comporta un qualche movimento/sostituzione degli elementi ottici inseriti nell’ADC, con effetti trascurabili o, comunque, in genere limitati sul fuoco del telescopio, ma con una sensibile traslazione verticale dell’immagine sul piano focale. Il sistema più semplice, utilizzato in alcuni dei primi ADC, è composto da un prisma ottico di forma isoscele con lo spigolo al vertice parallelo all’orizzonte, come illustrato in Fig. 3. Per variare la compensazione era prevista una batteria di prismi con diversi angoli al vertice, da scegliersi di volta in volta in base alle necessità, come quelli in Fig. 4 con angoli compresi tra 2° e 20°.
Figura 3 – Principio di funzionamento di un prisma compensatore della dispersione atmosferica; schema rielaborato da [2].
Figura 4 – Serie di prismi con angoli al vertice progressivi tra 2° e 20° (Leitz).
Il sistema, per quanto efficace, non permetteva però una variazione continua della compensazione, ma solo a gradini (step), anche se, combinando un treno ottico con due prismi, era possibile ottenere una variazione di fatto sufficientemente precisa. Per ovviare al problema si pensò quindi di utilizzare un sistema a due prismi retti, detti di Risley1, con angolo al vertice da 2° a 4°, ora universalmente adottato negli ADC commerciali, in cui la compensazione viene variata ruotando i prismi simmetricamente rispetto al piano verticale perpendicolare all’orizzonte passante per l’asse ottico del telescopio. Orbene, questo sistema non è esente da complicazioni pratiche in quanto, specie nei dispositivi più economici (come lo ZWO, 150€), la rotazione dei due prismi è indipendente e la simmetricità dell’orientamento è affidata a comandi manuali con controllo “a vista” rispetto ad una scala graduata non sempre facilmente leggibile nelle condizioni osservative notturne (Fig. 5).
Figura 5 – Schema di funzionamento di un ADC con la rotazione di due prismi di Risley [1]. A sinistra compensazione minima (nulla), al centro massima, a destra modello economico ZWO.
Per di più, il movimento di rotazione è piuttosto grossolano, in quanto non demoltiplicato, con conseguente rapida uscita dal campo di vista (specie se ad alto ingrandimento) dell’oggetto osservato, dovuta allo spostamento dei prismi. Va comunque segnalata la disponibilità di alcuni prodotti relativamente costosi (ad esempio quello della Pierro Astro mark 3, 500€) in cui il comando della rotazione dei prismi è affidato ad una singola manopola che agisce simmetricamente tramite un meccanismo interno. Infine, l’apertura utile degli ADC in commercio è generalmente limitata a 20-24mm, con l’eccezione di alcuni prodotti particolarmente costosi (5000ϵ) che possono arrivare a 28-30mm (APM). Questo aspetto, di per sé non molto rilevante per le osservazioni planetarie, può invece rivelarsi decisivo nelle riprese del disco lunare o solare completo con strumenti di lunga focale.
Figura 6 – 3 modelli ADC evoluti: a sn APM Professional con apertura di 28mm, al centro e a ds i Pierro Astro mark2, con due leve, e mark3, con comando unico, entrambi con apertura di 24mm.
A fronte delle caratteristiche e limitazioni dei prodotti commerciali, mi sono quindi chiesto se per un ADC fosse possibile adottare un sistema ottico alternativo che, oltre ad essere semplice ed efficace, fosse soprattutto operativamente conveniente nell’utilizzo pratico. Dopo alcune riflessioni, ho pensato di approfondire le proprietà disperdenti di una lamina ottica piano parallela di un certo spessore, per verificare se questa potesse fungere, da sola, da elemento disperdente in un ADC. Esaminiamo quindi in dettaglio le proprietà ottico-geometriche di un simile elemento.
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