Giovedì scorso ci ha lasciati, a soli 56 anni, Alessandro Dimai, dell’Associazione Astronomica Cortina.
Direttore dell’Osservatorio Astronomico del Col Drusciè e del Planetario “Nicolò Cusano” a Cortina, si è sempre distinto per la sua dedizione alla didattica e alla divulgazione dell’astronomia.
Inizia la sua passione di astrofilo all’inizio degli anni ‘80 e, con l’arrivo della cometa di Halley (della quale ha scritto per noi un ricordo che potete leggere nel numero 214), nel 1985, entra a far parte dell’Associazione Astronomica Cortina.
Nel 1995, assieme agli astrofili di Conegliano, pubblica il volume “Profondo Cielo” (Biroma Editore), mentre nel 1997, assieme a Piergiorgio Cusinato, presidente dell’Associazione Astronomica Cortina, realizza il libro “Hale Bopp la Cometa del Secolo” (La Cooperativa editore). L’ultimo volume, “Magiche notti d’Ampezzo” sempre realizzato con l’Associazione astronomica, esce nel 2002, con una raccolta di immagini astronomiche riprese nel contesto delle Dolomiti d’Ampezzo, le sue montagne.
Comete, ma anche asteoroidi e supernovae. Dimai ha sempre, in parallelo con la divulgazione dell’astronomia, contribuito anche alla ricerca astronomica amatoriale. Nel 1999 scopre la sua prima supernova in M61, e fonda e dirige il programma di ricerca amatoriale di supernovae CROSS e, nel 2000, scopre anche un asteroide successivamente battezzato 50240 Cortina.
Il compianto Vittorio Goretti, gli ha intitolato un asteroide: 25276 Dimai, scoperto dall’astrofilo bolognese nel 1998.
Salutiamo anche noi Alessandro, un amico al quale dedicheremo un ricordo nel prossimo numero di aprile, e nel frattempo la nostra Redazione, con i collaboratori tutti, si unisce al dolore dei famigliari e dei membri dell’Associazione Astronomica Cortina, porgendo le più sentite condoglianze.
La sera dell’11 marzo, sarà nuovamente il nostro satellite naturale ad essere protagonista di una congiunzione. Questa volta il compagno della Luna (fase del 23%) sarà il Pianeta Rosso (mag. +1,3): gli astri si incontreranno, tra le stelle dell’Ariete, in una larga congiunzione (separazione di circa 6°) con Marte che si troverà a ovest della Luna.
All’orario indicato i due soggetti si troveranno alti circa 20° sull’orizzonte di ovest-sudovest e saranno diretti verso il tramonto che sopraggiungerà alle ore 23 circa.
Le fasi della Luna in marzo, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Con il Novilunio del 6 marzo è ripartito un nuovo ciclo lunare. Il 14 marzo la Luna sarà in Primo Quarto, mentre per il Plenilunio dovremo attendere il giorno 21.
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➜ Continua e approfondisci in laLuna di Marzosu Coelum Astronomia 231
A marzo osserviamo
13 e 17 marzo Il Settore settentrionale (parte C)
La prima e la seconda proposta di questo mese rientrano nella proposta principale e sono interamente dedicate al Settore Settentrionale del nostro satellite suddivise rispettivamente nelle serate del 13 e 17 marzo, quando riprenderemo il nostro viaggio che dall’estremo bordo orientale della Luna ci porterà fino in prossimità dell’opposto bordo lunare, visitando le principali formazioni geologiche non ancora toccate nei nostri viaggi selenici.
Nelle due serate indicate potrà risultare interessante e molto utile seguire l’avanzamento della linea del terminatore attraverso il suolo lunare, con luci e ombre sempre differenti, al variare dell’angolo di illuminazione solare, e con la possibilità di effettuare dettagliate osservazioni delle principali strutture geologiche.
Per chi avesse perso l’opportunità nei mesi precedenti, il 14, 15 e 16 marzo ci sarà la possibilità di recuperare (o approfondire) strutture come i crateri W. Bond, Timaeus, Archythas, Barrow, Goldschmidt, Epigenes, Anaxagoras, Birmingham e i loro dintorni, già descritte precedentemente nella guida osservativa pubblicata su Coelum Astronomia 222: la Regione polare Nord – Parte A
19 e 20 marzo. Massima librazione sud
La terza proposta di questo mese riguarda il punto di massima Librazione che, dal tramonto del giorno 19 all’alba del 20 marzo, verrà a trovarsi proprio in corrispondenza della regione Polare Sud del nostro satellite, spostandosi in questo arco temporale lungo l’estremo bordo lunare nell’area interessata dal prolungamento verso sud dei crateri Moretus e Curtius.
Tenete presente che dalle 3:00 il punto di Librazione invertirà la sua direzione tornando verso est. L’occasione è veramente imperdibile e con la concreta possibilità di effettuare osservazioni visuali, o con acquisizione di immagini, di strutture altrimenti affette da un notevole schiacciamento prospettico, tipico di queste latitudini, oltre al ridotto angolo di illuminazione solare. Sperando in favorevoli condizioni osservative saremo proprio a due passi dal Polo Sud della Luna!
➜ Continua e approfondisci in laLuna di Marzosu Coelum Astronomia 231
Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziatoci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione! ➜ La Luna mi va a pennello.
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
Come si è formata la nostra galassia, la Via Lattea? Come crescono i buchi neri? Qual’è l’origine del nostro sistema solare? Esistono altri mondi capaci di ospitare forme di vita? Questi sono solo alcuni degli interrogativi a cui le nostre attuali missioni scientifiche intendono rispondere. Ma secondo te, quali sono i quesiti più importanti che le nostre future missioni dovrebbero affrontare? Ora, hai la possibilità di dircelo.
Günther Hasinger, Direttore delle Attività di Scienza dell’ESA, invita il pubblico a condividere le proprie opinioni sui quesiti da porre a Voyage 2050, il programma scientifico spaziale dell’ESA per il periodo 2035–2050. Questa consultazione pubblica si è aperta il 4 marzo e proseguirà fino alla fine di giugno.
È la prima volta che l’ESA invita il pubblico a prendere parte a questo processo.
«Le nostre missioni sono finanziate dagli Stati membri, cioè dai cittadini», spiega il Direttore Hasinger. «Desideriamo alimentare un senso di appartenenza e coinvolgimento nel programma scientifico spaziale con il nostro pubblico, quindi abbiamo deciso di ascoltare le opinioni di tutti e di scegliere la prossima serie di missioni in modo aperto e trasparente».
L’indagine non richiede conoscenze specifiche su argomenti di scienza spaziale ed è stata formulata in modo tale che i partecipanti siano guidati attraverso una sequenza di domande.
Più o meno ogni dieci anni, l’ESA si consulta con la comunità scientifica europea per pianificare il futuro del proprio programma scientifico. Il piano attuale, che si chiama Cosmic Vision 2015-2025 e che copre una serie di missioni che saranno lanciate e messe in atto tra adesso e l’inizio del 2030, è il frutto di una consultazione con gli scienziati europei iniziata nel 2005. Le missioni di Cosmic Vision affronteranno complessi quesiti sulla natura e l’origine del nostro sistema solare, e sull’universo nel suo complesso.
La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko ripresa dalla NavCam a bordo della sonda Rosetta, il 27 marzo del 2016. La sonda si trovava a 329 chilometri dal centro della cometa, e la risoluzione dell\’immagine è di 28 metri per pixel. ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0
Per realizzare missioni scientifiche spaziali rivoluzionarie, dal concepimento allo sviluppo e lancio fino alla produzione di risultati scientifici, possono essere necessari anche fino a vent’anni. La missione pionieristicaRosetta, lanciata nel 2004 per un incontro ravvicinato con la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko e per l’atterraggio di un lander sulla sua superficie nel 2014, ha avuto origine dal programma Horizon 2000, un piano ancora antecedente iniziato negli anni Ottanta.
Anche se può sembrare che si stia parlando di un futuro lontano, è già tempo di iniziare la pianificazione oltre l’orizzonte attuale, per i decenni fino al 2050.
Questa prospettiva futuristica è essenziale per l’Europa, poiché alimenta la necessaria fiducia e definisce gli obiettivi comuni che permetteranno il lavoro di mutuo sostegno e collaborazione tra scienziati, ingegneri, industria ed enti finanziatori per molti decenni. La pianificazione strategica a lungo termine assicura anche lo sviluppo continuo di tecnologie innovative e allo stesso tempo fa avanzare le competenze europee nella ricerca in un’ampia gamma di settori scientifici.
«Questa consultazione rappresenta un’opportunità entusiasmante per la scienza spaziale europea», dichiara il Direttore Hasinger.
«Vedremo che cosa saremo in grado di realizzare in futuro, e ciò significa incoraggiare in particolar modo i giovani a condividere le proprie opinioni. Dopo tutto, sono loro che lavoreranno a queste missioni e che ne trarranno beneficio».
Tutte le persone di età superiore ai 16 anni, di tutto il mondo, sono invitate a partecipare. Non ci sono restrizioni di nazionalità.
A titolo di ringraziamento per aver preso parte alla consultazione, i partecipanti possono scegliere di partecipare a un’estrazione mensile di un voucher regalo per tutta la durata della consultazione pubblica.
9-10 marzo 110 e… lode!
La Grande Maratona Messier: il più classico ed atteso appuntamento per gli astrofili amanti del deep sky: una maratona a caccia dei 110 oggetti del catalogo Messier, una sfida osservativa a cui partecipano astrofili di tutto il mondo. www.uai.it/divulgazione www.messier.seds.org
I 110 oggetti Messier, in un poster costruito con le immagini riprese da Rolando Ligustri. Non sarà così che li vedrete al telescopio, ma la soddisfazione di riuscire a individuarli tutti in una sola notte, vedendoli come Messier li ha visti quando ha compilato il suo catalogo, ripaga della differenza tra quello che vediamo nelle astrofotografie di oggi e quello che i nostri occhi riescono a osservare. Con la maratona ha in comune solo gli oggetti, ma trovate i racconti della costruzione di un poster messier su: www.coelum.com/coelum/archivio/articoli/il-primo-poster-italiano-di-tutto-il-catalogo-messier di Rolando Ligustri e www.coelum.com/coelum/archivio/articoli/il-mio-poster-messier di Andrea Pistocchini.
La primavera porta con sé notti più miti ma ancora lunghe, e un cielo che offre, attorno ai giorni di Luna Nuova, i suoi tesori più lontani.
Come ogni anno, marzo è infatti il periodo ottimale per tentare la Maratona Messier, ossia la sfida che prevede di osservare (quasi) tutti gli oggetti del celebre Catalogo Messier in una sola notte, ovviamente dotati di una buona strumentazione. Chi attende il finesettimana per raggiungere cieli bui e tersi da cui effettuare l’osservazione avrà due opportunità per tentare la Maratona: la prima, la migliore, sarà il weekend del 9-10 marzo e la seconda, il 30-31 marzo.
Oltre ai dettagli per il 2019, su Coelum astronomia di marzo, per tutto il necessario, vedi anche:
Hai organizzato la tua maratona o partecipato a quella organizzata da qualche gruppo astrofili?Condividi le tue impressioni, mandaci il racconto della tua esperienza: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai dedicato del tempo anche a riprendere qualcuno degli oggetti Messier osservati, aspettiamo le tue immagini inPhotoCoelum!
Luca Parmitano, astronauta italiano dell’ESA già in servizio sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2013, si prepara alla prossima missione, questa volta da comandante della ISS, che partirà il 6 luglio dal cosmodromo di Baykonur. La missione che vedrà il ritorno dell’astronauta catanese nello spazio si chiama Beyond, nome scelto da lui stesso come proseguimento logico delle due missioni precedenti: Proxima e Horizon.
Metaforicamente il futuro comandante interpreta Proxima come una missione di servizio in prossimità della Terra, dove orbita appunto la ISS; Horizon è una missione che prepara l’uomo ad andare sempre più lontano, vicino all’orizzonte; con Beyond ci si vuole spingere oltre.
Il logo animato della missione (qui a destra, cliccando per far partire il video) mostra dapprima Marte su cui poi viene sovrapposta l’immagine della Luna; successivamente appare un casco di un astronauta in trasparenza che scruta il cielo e nella visiera si riflette la Terra, con l’Europa in primo piano, e la ISS che sfreccia come per voler andare via dall’orbita.
L’addestramento degli astronauti dura anni; vengono preparati, oltre alla missione che devono svolgere e alla missione (precedente) di cui sono equipaggio di riserva, anche a tutti gli imprevisti che possono succedere durante il viaggio verso la ISS, durante il ritorno e nella permanenza nella stazione spaziale.
Il 27 febbraio Parmitano è partito dal centro di addestramento per astronauti di Star City in Russia, dopo aver salutato i familiari, ed è arrivato in Kazakistan a Baykonur con altri cinque colleghi: i due astronauti della sua missione, la Expedition 60, Skvorcov e Morgan, e tre della missione che lo precederà, la Expedition 59Ovčinin, Hague e Kock . Si trovano tutti in una zona protetta per evitare il contagio da malattie infettive prima della partenza, isolati dal resto del mondo e in contatto solo con i tecnici del cosmodromo; perfino durante le conferenze stampa i giornalisti e gli astronauti sono separati da una parete di vetro.
Gli astronauti hanno avuto modo di provare le tute spaziali definitive, e di familiarizzare con la navetta Soyuz MS-12, quella di Ovčinin, Hague e Kock, di sedersi all’interno per capire dove è alloggiato il carico e le attrezzature di cui potrebbero aver bisogno.
A rare treat: while serving as backups for Exp.59, we got to see our spacecraft, Soyuz MS13 (n°746), being built and prepped for our flight. Couldn’t resist touching it for good luck! pic.twitter.com/gyr7WqNsnk
I tre astronauti Parmitano, Skvorcov e Morgan hanno avuto anche modo di vedere e toccare l’esterno della loro navetta, la Soyuz MS-13, non ancora completa. Questi ultimi devono comunque provare le procedure della missione MS-12 in quanto membri dell’equipaggio di riserva.
La preparazione nei prossimi mesi sarà intensa, ma agli astronauti e cosmonauti non mancheranno alcune occasioni per “staccare” anche grazie a tradizionali “riti” portafortuna che si ripetono per tutte le missioni, come guardare il film culto anni ’70 Sole bianco del deserto, piantare un albero nel viale degli eroi, e altri un po’ strani… come urinare sulla ruota dell’autobus il giorno della partenza.
La nostra redazione vi terrà aggiornati sullo svolgimento dei preparativi della missione Beyond sulle pagine di AstronautiNEWS e su Forumastronautico.it.
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
08.03 e 22.03, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo, con particolare attenzione alle galassie primaverili. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
In questa sequenza di due immagini si può notare lo spostamento - valutato in circa due centimetri - che la parte appoggiata al suolo dell'esperimento HP3 di InSight ha subito quando mentre la talpa iniziava a penetrare nella regolite. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
In questa sequenza di due immagini si può notare lo spostamento – valutato in circa due centimetri – che la parte appoggiata al suolo dell’esperimento HP3 di InSight ha subito quando mentre la talpa iniziava a penetrare nella regolite. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
Lo scorso 28 febbraio, l’esperimento HP3 della missione Nasa InSight, costruito del centro aerospaziale tedesco Dlr (Deutsches Zentrum für Luft-und Raumfahrt), ha iniziato a penetrare il suolo marziano con un’azione di percussione totalmente automatica.
In un periodo di quattro ore, grazie a quattromila colpi del suo sistema a martello, la cosiddetta “talpa” – un sottile cilindro appuntito di 40 centimetri di lunghezza – è riuscita ad arrivare a una profondità che gli scienziati del team di HP3 stimano tra i 28 e i 32 centimetri. Una misura che il responsabile dello strumento, Tilman Spohn della Dlr, definisce nel blog della missione, coerente con l’evoluzione della temperatura del motore della talpa dopo il tramonto, calata molto meno rapidamente rispetto a quella atmosferica, da cui si deduce che la talpa è almeno parzialmente sepolta.
Benché sia stato scelto un sito d’atterraggio per la missione InSight il più libero possibile da pietre, nessuno sa cosa incontrerà la sonda nel suo percorso sotterraneo, fino ai 5 metri di profondità programmati. E subito sotto la superficie sono arrivati i primi ostacoli.
«Iniziando a scavare, la talpa sembra avere incontrato una pietra, si è quindi inclinata di circa 15 gradi e l’ha spinta via, o comunque è riuscita a passare», spiega Spohn. «La talpa ha quindi cercato di farsi strada contro un’altra pietra ad una profondità maggiore, finché non sono scadute le quattro ore di tempo previsto per il funzionamento della prima sequenza».
Ecco come funziona la “talpa”. Crediti: Dlr
È previsto che la sonda vada in pausa per circa tre giorni marziani (sol) dopo ogni sequenza di scavo, impiegando almeno due giorni per raffreddarsi dall’attività dimartellamento, che provoca attrito e genera calore.
Nonostante i primi ostacoli incontrati, i membri del team mantengono l’ottimismo, contando di raggiungere i 70 centimetri di profondità già nella seconda sequenza di scavo, che dovrebbe essere iniziata domenica scorsa. Test compiuti a terra hanno infatti dimostrato che il penetrometro è in grado di spingere a lato le pietre più piccole, ma che questa operazione richiede un certo tempo.
Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:
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Sorprendente Sistema Solare KBO e pianeti nani alla riscossa!
«L’alba di una nuova era», accompagnata da queste parole e la ripresa, sicuramente emblematica , effettuata dall’astroanuta Anne McClain: la siloutte della Crew Dragon sullo sfondo del Sole nascente dall’orizzonte della Terra, vista dalla Stazione Spaziale Internazionale. Crediti: NASA/Anne McClain
Un nuovo e importante passo nella collaborazione tra Agenzie spaziali e privati per il volo umano nello spazio, e questa storica tappa se la aggiudica nuovamente la Space X. Per la prima volta, infatti, un veicolo spaziale e un razzo, per il trasporto di equipaggio umano, costruiti e pilotati da un’azienda privata americana, sono stati lanciati verso la Stazione Spaziale Internazionale.
La navicella spaziale è la SpaceX Crew Dragon, per il momento ancora senza equipaggio umano, ma il suo ruolo sarà principalmente quello: permettere agli astronauti, americani ma non solo, di raggiungere la stazione spaziale in modo indipendente dalle Soyuz russe, dopo l’abbandono del programma Space Shuttle nel 2011.
Lift-off! Il Falcon 9 è partito dalla sua rampa di lancio a Cape Canaveral. Tenterà poi il rientro, per il suo riutilizzo, sulla piattaforma “
La Crew Dragon è partita è partita alle 02:49 EST (8:49 ora italiana), del 2 marzo, ancorata al razzo Falcon 9 dal Complesso di lancio 39A del Kennedy Space Center della NASA (Florida).
«Il successo del lancio di oggi segna un nuovo capitolo dell’eccellenza americana, facendoci avvicinare ancora una volta al volo di astronauti americani su razzi americani dal suolo americano», ha affermato, senza nascondere l’orgoglio nazionale, l’amministratore della NASA Jim Bridenstine. «Mi congratulo con orgoglio con i team SpaceX e NASA per questa importante pietra miliare nella storia dello spazio della nostra nazione. Questo primo lancio di un sistema spaziale progettato per l’uomo, costruito e gestito da una società commerciale attraverso una partnership pubblico-privato, è un passo rivoluzionario nel nostro percorso per portare gli umani sulla Luna, su Marte e oltre».
La novità assoluta è infatti la compartecipazione pubblico-privato, in un campo così delicato in cui l’agenzia spaziale americana, in passato, ha purtroppo fallito. Non si può infatti nascondere che il programma Space Shuttle fosse forse troppo ambizioso, e sicuramente troppo costoso per la NASA. L’aiuto del privato, anche se non sono poche le perplessità, sta diventando sempre più essenziale per il progresso anche in campo spaziale, anche quando in gioco ci sono le vite degli astronauti. Senza nascondere poi che, per una nazione come quella americana, continuare a dipendere da un’agenzia storicamente rivale come quella russa per far arrivare i suoi astronauti nella ISS era un sassolino (nemmeno troppo piccolo) nelle scarpe da togliersi al più presto.
La scia lasciata dal lancio della missione Crew Demo-1, immagine di rito nei lanci Space X. Crediti: Space X.
Anche Elon Musk, CEO e lead designer di SpaceX, ha ovviamente esperesso la sua soddisfazione: «Prima una nota di apprezzamento per il team di SpaceX. Ci sono voluti 17 anni per arrivare a questo punto, dal 2002 ad oggi, e una quantità incredibile di duro lavoro e sacrificio da parte di molte persone che ci hanno portato fino a qui… Devo anche esprimere grande apprezzamento per la NASA» ha dichiarato. «SpaceX non sarebbe qui senza la NASA, senza l’incredibile lavoro svolto prima che SpaceX esistesse e senza il supporto avuto dopo la fondazione». La partnership pubblico-privato ha il vantaggio di combinare le competenze e gli approcci innovativi di una compagnia commerciale alla decennale esperienza della NASA nella progettazione e nello sviluppo del volo spaziale con equipaggio umano.
Il lancio, come abbiamo detto, era il primo test di prova, c’è ancora molta strada da affrontare prima di poter utilizzare la Crew Dragon con astronauti a bordo, ma non c’è dubbio che il modo migliore per perfezionare il tutto e renderlo sempre più affidabile sia quello di lavorare sul campo. In particolare tutte le attività di aggancio, sgancio e recupero della capsula richiedono numerose fasi mai effettuate prima, e che non era possibile testare appieno a terra.
SpaceX ha controllato il lancio del razzo Falcon 9 dal Launch Control Center Kenning Room 4, l’ex sala di controllo dello Space Shuttle, affittata dalla compagnia come principale centro di controllo. Mentre le operazioni della navicella Crew Dragon erano seguita dal centro di controllo missione della Space X stessa, a Hawthorne, in California. I team della NASA invece hanno seguito le operazioni dal lato della Stazione Spaziale, durante tutto il volo e l’attracco, dal Centro di controllo missione presso il Johnson Space Center dell’agenzia a Houston.
— Intl. Space Station (@Space_Station) 3 marzo 2019
La Crew Dragon è attraccata con successo alle 6:05 am (12:05 ora italiana) di domenica 3 marzo. Si è avvicinata alla Stazione spaziale in modo autonomo, e ha effettuato l’attracco come da manuale.
Non è la prima volta che le capsule Dragon (per il trasposto di materiale e rifornimenti per la ISS) si agganciano alla Stazione spaziale ma, nel loro caso, l’ultima fase viene eseguita dal personale a bordo della stazione, che letteralmente agguanta la capsula una volta arrivata a poche decine di metri. In questo caso invece, come per le Soyuz, la manovra è completamente eseguita in modo autonomo: la navicella si è fermata, ha invertito la rotta e si è leggermente allontanata prima dell’ultima fase di attracco, si è quindi riavvicinata alla Stazione con la calotta che copre il sistema di attracco aperta, e si è allineata al boccaporto della ISS a cui si è agganciata.
Solo una volta conclusa la fase di attracco sono intervenuti gli astronauti a bordo della stazione, i tre componenti della Expedition 58 – Anne McLain (NASA), Oleg Kononenko (Roscosmos) e David Saint-Jacques (Canadian Space Agency) – che hanno aperto il portello tra l’avamposto orbitale e la navicella.
La crew dragon finalmente attraccata alla Stazione spaziale internazionale. NASA TV.
Come da procedura hanno eseguito, sotto la guida del centro di controllo a Houston, una serie di passaggi per assicurarsi che non vi fossero fuoriuscite di gas tossici e tutti i controlli pre-apertura, e alle 14:08 italiane il portello è stato aperto.
Qui a destra il twit che annuncia il successo della manovra, vediamo l’interno della capsula dove verranno ospitati gli astronauti e il portello aprirsi.
La capsula, oltre a circa 180 chili di materiale di rifornimento per la ISS, contiene anche Little Earth (un pupazzetto a forma di mondo con braccia e gambe utilizzato come indicatore per il raggiungimento della gravità zero) e, più importante, Ripley: un manichino antropomorfo con la tuta spaziale disegnata sempre dalla SpaceX. Ripley, non poteva mancare per gli amanti della fantascienza il riferimento alla serie di film Alien, contiene tutta una serie di sensori – a livello di testa, collo e spina dorsale – per raccogliere dati sulle sollecitazioni che subiranno gli astronauti che viaggeranno nei quattro posti disponibili a bordo. La navicella può infatti trasportare fino quattro astronauti (contro i tre delle Soyuz), con ulteriori 100 chili di materiale, un fattore che permetterà di aumentare l’equipaggio stabile a bordo della stazione, che al momento è di massimo 6 persone, che raggiungono la stazione a gruppi di tre, intervallati tra una Expedition e l’altra.
Senza nemmeno attendere i tempi previsti, il canadese David Saint-Jacques è stato il primo a infilarsi dentro la botola, eseguendo ulteriori test su pressione a atmosfera.
— Intl. Space Station (@Space_Station) 3 marzo 2019
Ed ecco qui a sinistra, Anne Mc Lein che ci presenta Little Earth e Ripley, durante la cerimonia di benvenuto.
La capsula resterà 5 giorni attraccata alla ISS, consentendo ulteriori controlli e lo sbarco del materiale trasportato.
Il 7 marzo è prevista una breve diretta per la chiusura del portello, che avverrà attorno alle 18:25 ora italiana (la diretta su NASA TV inizierà circa dieci minuti prima), dopo la quale cominceranno le operazioni di undocking, ovvero di distacco dalla stazione.
Sempre su NASA TV potremo seguire dalle 8 del mattino, dell’8 marzo, tutte le operazioni che porteranno al rientro della navicella a terra circa 6 ore dopo il distacco. Questi gli orari previsti:
8:31: Undocking
13:53: Deorbit Burn, la manovra di uscita dall’orbita e rientro in atmosfera.
14:45: Splashdown, l’arrivo della capsula nell’Oceano Pacifico.
Tutti i dati raccolti con questo primo test Demo-1, serviranno per il lancio Demo-2, con a bordo gli astronauti NASA Bob Behnken e Doug Hurley, selezionati per il ritorno americano dei viaggi con equipaggio umano verso la Stazione spaziale.
Servirà prima una validazione da parte della NASA, in seguito all’analisi dei dati raccolti e delle modifiche eventuali che verranno apportate, ma il lancio è al momento già previsto per il prossimo luglio 2019. Non stupirebbe una qualche coincidenza con il 50esimo anniversario della discesa dell’uomo sulla Luna…
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Sorprendente Sistema Solare KBO e pianeti nani alla riscossa!
Cinque incontri, da dicembre a marzo per parlare di… Ordine e disordine, contraddizione spesso solo apparente dove il disordine è un ordine che non riusciamo a capire, oppure l’energia che metterà in moto un ordine al momento solo potenziale. La scienza studia disordini cercando di coglierne i principi che permetteranno di comprenderne l’ordine e dunque il disordine rappresenta la sfida alla nostra conoscenza che stimola la ricerca.
I prossimi appuntamenti: 08.03: Dal nulla è nato l’universo – Sabino Matarrese (Università di Padova)
Il programma e tutti i dettagli sul nostro sito: http://circologalilei.somsmogliano.it
Ai primi due corsi del 2019 della nostra Scuola di Astronomia, seguiranno, a cominciare dal 4 aprile, il Corso Avanzato di Astronomia ed il Corso di Archeoastronomia ed Astronomia culturale, presso la nostra sede all’EUR, di fronte alla metro Laurentina.
Tutti i lunedì fino all’11 marzo: Corso Base di Astronomia Generale
Un meraviglioso viaggio alla scoperta dell’Universo: è possibile seguire le singole lezioni (al costo di 15 euro) previa prenotazione. Il programma degli argomenti è sul sito. Tutti i giovedì fino al 14 marzo: Corso completo di Astrofotografia
Lezioni teoriche e pratiche per imparare e sperimentare tutte le competenze per fotografare il cielo. Stesse modalità di partecipazione dell’altro corso.
16.03: Osservazioni pubbliche con un telescopio da mezzo metro
Nelle notti del 2 e del 3 marzo potremo seguire l’evoluzione del balletto tra la Luna (fase del 17%) e i pianeti Venere e Saturno.
Iniziamo la mattina del 2 marzo, alle ore 5:30 circa, quando potremo ammirare un allineamento (anche se non perfetto) tra i tre astri, con la Luna a occupare la posizione centrale. Orientandoci verso sudest, sarà immediato notare questa affascinante congiunzione con Venere ( 7,25° a sudest della Luna), molto brillante (mag. –4, 1), più in basso e verso est e Saturno (5° 25’ a nordovest della Luna), decisamente più debole (mag. +0,6), posizionato più in alto e verso sud. All’orario indicato, il trio si troverà a circa 8° di altezza sull’orizzonte.
A far da contorno a questo incontro ci sono le stelle del Sagittario, la cui caratteristica figura a “teiera” spicca più verso sud.
Si prosegue la mattina del giorno seguente, il 3 marzo, con una sottile falce di Luna (fase del 10%) che alle 5:20 sorge a 5° a sudest di Venere (mag. –4, 1).
In entrambi i casi sarà possibile calare questi incontri astrali nel contesto del paesaggio: consigliamo sempre di includere elementi naturali o architettonici per rendere le proprie riprese originali e uniche. Per spunti e consigli in più le rubriche di Giorgia Hofer:
2-3 marzo Convegno Astronomia inclusiva
A Roma (presso il Centro Regionale Sant’Alessio), il primo incontro del Gruppo UAI-Divulgazione inclusiva, follow-up del progetto “Stelle per tutti” sulla divulgazione dell’astronomia e della scienza in favore delle persone svantaggiate www.uai.it/stellepertutti
9-10 marzo 110 e… lode!
La Grande Maratona Messier: il più classico ed atteso appuntamento per gli astrofili amanti del deep sky: una maratona a caccia dei 110 oggetti del catalogo Messier, una sfida osservativa a cui partecipano astrofili di tutto il mondo. www.uai.it/divulgazione www.messier.seds.org
Ad annunciare la nuova stagione è come sempre il Leone che, con il suo caratteristico profilo segnato dalla stella Regolo, dominerà già il cielo a sud, circondato da costellazioni molto meno appariscenti come il Leone Minore, il Sestante e la Coma. Niente a che vedere con l’impressionante lucentezza delle costellazioni invernali, ma c’è da tener conto del fatto che in primavera la porzione di cielo che si offre ai nostri occhi è quello che sta al di fuori del piano della Via Lattea, dove le stelle sono molto più rare.
Potremo però dedicarci all’osservazione dei molti oggetti extragalattici percepibili soltanto al telescopio o al binocolo. Più a est, le costellazioni della Vergine, del Boote e di Ercole, in successione, saranno già in viaggio verso il meridiano, annunciando con quest’ultima addirittura un sapore di estate. Continua l’esplorazione del cielo con:
In marzo, il Sole si muoverà nell’Acquario fino al giorno 12, per entrare poi nella grande costellazione dei Pesci, dove vi resterà per il resto del mese. Le ore di buio diminuiranno ancora, tanto che a inizio mese la durata della notte astronomica sarà di poco più di 9,5 ore e alla fine soltanto di 7,85. Il Sole sta infatti “risalendo” velocemente l’eclittica, e il giorno 20 (data dell’equinozio di primavera) si troverà al punto gamma dove la sua declinazione – e anche l’ascensione retta – saranno esattamente pari a zero. La durata della notte sarà teoricamente uguale a quella del giorno (a complicare le cose contribuiscono in realtà molti altri fattori, come ad esempio la rifrazione atmosferica: alle nostre latitudini la parità si raggiunge infatti il giorno 17, il cosiddetto “equilux”). Inizierà con ciò la primavera astronomica.
Ricordiamo poi nella notte fra sabato 30 e domenica 31 marzo si tornerà all’ora legale estiva (TU+2). In quella data, a partire dalle ore 02:00 locali, bisognerà portare gli orologi avanti di un’ora.
COSA OFFRE IL CIELO
Per quanto riguarda i pianeti, Venere anche se via via più basso, è ancora la stella del mattino, assieme a Giove e Saturno che stanno sempre più migliorando la loro visibilità in cielo e anticipando il loro sorgere.
In prima serata continua ad imperare Marte, mentre Mercurio sparirà molto velocemente dal cielo della sera, avviato verso la congiunzione eliaca.
Ma la primavera porta con sé notti più miti e ancora buie, e un cielo che offre i suoi tesori più lontani. Come ogni anno, marzo è infatti il periodo ottimale per tentare la Maratona Messier, ossia la sfida che prevede di osservare (quasi) tutti gli oggetti del celebre Catalogo Messier in una sola notte, ovviamente dotati di una buona strumentazione. Chi attende il finesettimana per raggiungere cieli bui e tersi da cui effettuare l’osservazione avrà due opportunità per tentare la Maratona: la prima, la migliore, sarà il weekend del 9-10 marzo e la seconda, il 30-31 marzo.
E ancora falci lunari, anche questo mese concentrate nella prima decade del mese, e l’osservazione delle formazioni lunari, e spazio anche per gli amanti di asteroidiepianeti nani. In particolare questo mese la copertina è dedicata a Cerere, l’unico pianeta nano del Sistema solare interno, che è anche in un buon momento per essere osservato al telescopio.
Trovate come sempre tutte le informazioni sul nostro:
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
02.03: Il cielo di marzo. Come ogni primo sabato del mese, l’appuntamento per il pubblico è presso Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo del periodo. Al centro dell’attenzione le numerose galassie di Leone, Vergine, Chioma di Berenice e tanti altri oggetti. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione da effettuare on line sul sito www.astrofilisenesi.it oppure tramite Davide Scutumella 3388861549. In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
08.03 e 22.03, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo, con particolare attenzione alle galassie primaverili (giorno 8) e alla Luna (giorno 22). Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Un'immagine presa dalla Stazione Spaziale Internazionale mostra una striscia arancione di bagliore aereo che si libra nell'atmosfera terrestre. Il nuovo esperimento Atmospheric Waves della NASA osserverà questo bagliore aereo da un posatoio sulla stazione spaziale per aiutare gli scienziati a capire e, in definitiva, migliorare le previsioni dei cambiamenti meteorologici spaziali nell'atmosfera superiore. Crediti: NASA
Sembra un dipinto e invece è proprio un’immagine, anche se elaborata, ripresa dalla Stazione spaziale internazionale, che mostra una striscia arancione di luminescenza atmosferica, chiamato airglow, che si libra nell’atmosfera terrestre. Il nuovo esperimento AWE della NASA osserverà questa luminescenza dalla stazione spaziale per aiutare gli scienziati a capire e, in definitiva, migliorare le previsioni dei cambiamenti meteorologici spaziali dell’atmosfera superiore. Crediti: NASA
È senz’altro uno dei temi caldi del momento, visto che con l’avvicinarsi delle missioni che porteranno l’uomo al di fuori del guscio protettivo terrestre, diventa essenziale anche per l’incolumità dei nostri astronauti sapere che.. tempo fa lì nello spazio. E la NASA ha selezionato una nuova missione per lo studio, e quindi per affinare i modelli che possano poi fare previsioni, proprio del meteo spaziale, lo spaceweather.
Ne abbiamo parlato proprio nell’ultimo numero di Coelum astronomia, il 231 di febbraio 2019, con un lungo articolo a cura di astronomi dell’Osservatorio INAF di Torino, in cui troverete approfonditi sia la storia di questa scienza, che i meccanismi coinvolti nelle tempeste solari e i programmi di ricerca, anche italiani, in corso e in preparazione, ma vediamo velocemente di cosa si tratta.
Leggi l’approfondimento, sempre in digitale gratuito, dedicato al meteo spaziale su Coelum astronomia di febbraio 2019.
L’impatto che il meteo spaziale può avere sulle nostre missioni “manned”, cioè con a bordo equipaggio umano, può infatti interferire in molti modi, e diventare estremamente pericoloso. Può avere impatti sulla tecnologia e sulla fisiologia umana, può intereferire con le reti elettriche che alimentano le nostre astronavi, o interrompere le comunicazioni. Qui a Terra l’impatto è notevolmente ridotto, perché siamo protetti da atmosfera e campo magnetico terrestre, ma senza andare necessariamente tanto lontano, c’è una flotta di satelliti per le comunicazioni in orbita nella parte alta dell’atmosera che possono a essere rischio pericolo in situazioni di meteo particolarmente avverso.
Questo nuovo esperimento NASA, all’interno del più ampio progetto Explorers, raccoglierà per la prima volta dati globali proprio su questo importante aspetto, studiando i meccanismi che influiscono sull’atmosfera superiore terrestre e che possono influire su comunicazioni radio e GPS.
La missione Atmospheric Waves Experiment (AWE) avrà un costo di 42 milioni di dollari e sarà lanciata nell’agosto del 2022. Sarà attraccata alla Stazione Spaziale Internazionale, e si concentrerà su quelle che sono chiamate airglow, bande di luce colorata nell’atmosfera terrestre, per comprendere quali generi di forze agiscono in questa zona dell’atmosfera.
Altra immagine, sempre dalla Stazione spaziale, che mostra in modo ancora più intenso il color arancio della luminescenza che sembra avvolgere la nostra atmosfera. Crediti: NASA
Si è sempre pensato infatti che a causare questa luminescenza, presente in modo costante, nella parte alta della nsotra atmosfera, fossero il costante flusso di luce solare ultravioletta e di particelle di vento solare, che interagiscono con le molecole di azoto e ossigeno. Recentemente invece ci si è accorti che le variazioni solari non sono sufficienti a spiegare le variazioni negli effetti osservati. L’ipotesi più plausibile è che quindi debbano in qualche modo intervenire anche i cambiamenti dovuti al clima terrestre. Per aiutare a svelare questa connessione, AWE indagherà su come le onde nell’atmosfera inferiore, causate da variazioni nella densità dei vari pacchetti d’aria, colpiscano l’atmosfera superiore.
AWE fa parte di un programma molto più ampio, composto da “piccole” missioni, in campo astrofisico e solare, ideate per colmare le lacune lasciate dalle missioni più grosse: dal lancio nel 1958 del primo satellite della NASA Explorer 1, che ha scoperto le cinture di radiazione terrestri, il Programma Explorers ha supportato oltre 90 missioni, tra cui due, le missioni Uhuru e Cosmic Background Explorer (COBE), hanno valso il premio Nobel per i loro ricercatori.
«Il programma Explorers cerca idee innovative per missioni di piccole dimensioni e con costi limitati che possono aiutare a svelare i misteri dell’universo e comprendere il nostro posto al suo interno», ha affermato Paul Hertz, direttore della divisione Astrofisica della NASA. «Questa missione soddisfa assolutamente lo standard con una missione creativa ed economica per risolvere i misteri sull’atmosfera superiore della Terra».
Scelta sia per il suo potenziale valore scientifico, che per la fattibilità del progetto, la missione è guidata da Michael Taylor, presso la Utah State University di Logan ed è gestita dall’Explorers Program Office presso il Goddard Space Flight Center della NASA.
Oltre ad AWE, la NASA ha anche selezionato il Sun Radio Interferometer Space Experiment (SunRISE), una serie di sei CubeSat che funzionano come un grande radiointerferometro solare. Scopo della missione indagato su come le gigantesche tempeste spaziali provenienti dal Sole, riescano a rilasciare e accellerare particelle solari nello spazio interplanetario.
La missione ancora non è pronta per la prossima fase di sviluppo, quindi non sappiamo quando avrà il suo inizio, ma si tratta comunque di un uso particolarmente interessante della nuova tecnologia CubeSat, che sempre più verrà utilizzata in questo genere di missioni a basso costo. SunRISE è guidato da Justin Kasper all’Università del Michigan ad Ann Arbor e gestito dal Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California.
Per ulteriori informazioni sul programma Explorers, visitare:
Getto che buca il materiale lanciato nello spazio dallo scontro delle due stelle di neutroni. Il getto è lanciato dal buco nero, circondato da un disco di materia calda, che si è formato dopo lo scontro. Crediti: O. S. Salafia e G. Ghirlanda
Getto che buca il materiale lanciato nello spazio dallo scontro delle due stelle di neutroni. Il getto è lanciato dal buco nero, circondato da un disco di materia calda, che si è formato dopo lo scontro. Crediti: O. S. Salafia e G. Ghirlanda
Un risultato tutt’altro che scontato. Ci sono voluti trentatré radio telescopi distribuiti in cinque continenti, dall’Australia agli Stati Uniti passando per Asia, Europa e Sud-Africa, e trentasei astronomi di undici nazioni per misurare le dimensioni di Gw 170817, la prima sorgente di onde gravitazionali rivelate dagli interferometri Ligo e Virgo, osservata anche nella sua componente elettromagnetica da decine di telescopi, a più di un anno dalla sua scoperta. I risultati dello studio di un teaminternazionale coordinato da Giancarlo Ghirlanda, primo ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica, e che ha visto la partecipazione di colleghi dell’Inaf, ricercatori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, Università di Milano-Bicocca, Gran Sasso Science Institute e Agenzia spaziale italiana, sono stati pubblicati oggi sulla rivista Science.
Lo studio mostra come dallo scontro di due stelle di neutroni abbia avuto origine un getto di energia e materia lanciato nello spazio interstellare a una velocità prossima a quella della luce. Le due stelle di neutroni, nell’atto di fondersi, hanno rilasciato nello spazio circostante materiale ricco di neutroni, che ha formato metalli pesanti. Il getto ha dovuto farsi strada attraverso questo materiale. Se non fosse riuscito a emergere avrebbe depositato al suo interno la propria energia, provocando un’esplosione quasi sferica. È ben presto apparso chiaro che studiare il cambiamento della luminosità della sorgente nel tempo non sarebbe bastato per capire se il getto ce l’avesse fatta o meno a bucare la coltre di materiale circostante. Per scoprirlo, i ricercatori hanno deciso di misurare quanto fosse grande la sorgente.
«Dopo diversi mesi un’esplosione sferica, a una distanza come quella di Gw 170817, sarebbe apparsa come una bolla luminosa delle dimensioni apparenti di circa un milionesimo di grado – come una moneta da un euro vista da mille chilometri di distanza – mentre un getto sarebbe apparso significativamente più piccolo, non più grande della metà», spiega Ghirlanda, che è primo autore dell’articolo che illustra i risultati della ricerca.
I 33 radiotelescopi che il 12 marzo 2018 hanno osservato la sorgente Gw 170817 mediante la tecnica dell’interferometria, che consente di ottenere un’immagine ad altissima risoluzione. Crediti: Paul Boven, Jive, su immagine satellitare Nasa Visible Earth
Dimensioni così piccole sono misurabili solamente con la tecnica chiamata Very Long Baseline Interferometry (Vlbi), che combina le osservazioni dei più grandi radiotelescopi sulla Terra: maggiore è la distanza fra le antenne utilizzate e più piccoli sono i dettagli delle sorgenti celesti che è possibile distinguere. L’osservazione ha visto impegnati 33 radiotelescopi, che tra il 12 e il 13 marzo del 2018, sfruttando la rotazione della Terra, hanno iniziato a osservare la galassia in cui è avvenuta la fusione delle due stelle di neutroni, partendo dagli strumenti operativi in Australia per terminare con quelli puntati dalle Hawaii. A questa osservazione hanno preso parte moltissime antenne europee che fanno parte dell’European Vlbi Network (Evn), fra cui le due antenne italiane dell’Inaf situate a Medicina (vicino Bologna) e Noto (in Sicilia), entrambe del diametro di 32 metri. I dati sono stati raccolti e analizzati nel centro Jive (Olanda).
È il risultato di una collaborazione internazionale che «ha saputo combinare le tecniche osservative radio più avanzate con le conoscenze teoriche sui getti relativistici e sulle onde gravitazionali, in cui l’Italia riveste un ruolo d’avanguardia», osserva Monica Colpi, professore ordinario dell’Università di Milano-Bicocca.
«Nella prossima primavera i rivelatori di onde gravitazionali Virgo e Ligo rientreranno in funzione, ‘ascoltando’ un volume di universo più grande. Ci aspettiamo molti nuovi segnali, e questo tipo di osservazioni saranno fondamentali per capire come si origina l’immensa energia emessa in questi eventi», ricorda Marica Branchesi, ricercatrice del Gran Sasso Science Institute e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, fra gli autori del lavoro.
«È un po’ come giocare a ‘Indovina chi?’: per capire se si tratta o no di un getto», spiega Om Sharan Salafia, ricercatore dell’Inaf e secondo autore del lavoro pubblicato su Science, «bisogna essere in grado di prevedere come appare la sorgente 200 giorni dopo la rivelazione delle onde gravitazionali, cioè nel momento in cui le antenne Vlbi l’hanno osservata. Dal confronto delle immagini teoriche con quelle vere si nota che solo un getto appare sufficientemente ‘compatto’ da essere compatibile con la dimensione osservata».
«La prima e al momento unica rivelazione di onda gravitazionale a cui è stata associata una controparte elettromagnetica, Gw 170817, ha dimostrato l’importanza fondamentale della sinergia tra rivelatori di onde gravitazionali e strumenti per l’astronomia da terra e dallo spazio», sottolinea Valerio D’Elia, co-autore dell’articolo e archive scientist presso lo Space Science Data Centre dell’Asi. «Le missioni spaziali future come Hermes (progetto Asi) e Theseus (missione candidata per Esa – M5)», continua Barbara Negri, responsabile dell’Unità per l’esplorazione e l’osservazione dell’universo dell’Asi, «rivestiranno un ruolo molto importante nell’era dell’astronomia multi-messaggera».
Dopo oltre un anno di incertezze, l’arcano è quindi finalmente svelato: questo studio fornisce la prova che la sorgente di onde gravitazionali scoperta nell’agosto del 2017 ha lanciato un getto relativistico che ha bucato il materiale espulso nell’atto della fusione delle due stelle di neutroni. Un’informazione che aggiunge un ulteriore tassello alla nostra comprensione di tali fenomeni: grazie a osservazioni di questo tipo, nei prossimi anni potremo avere un’idea più completa e precisa delle varie fasi della vita di buchi neri e stelle di neutroni, a partire dalla loro formazione.
Il team missione ringrazia l'entusiasmo e il supporto che gli è arrivato da tutto il mondo!
Missione compiuta! Credit: ISAS/JAXAL\’ultima immagine rilasciata ripresa durante l\’avvicinamento per la raccolta del campione.
La sonda Hayabusa2 ha concluso con successo tutte le fasi del suo primo “mordi e fuggi” su Ryugu. Una delicatissima operazione che l’ha portata a sfiorare la superficie dell’asteroide, sparare un piccolo proiettile e, raccogliendo la polvere alzata dall’impatto, allontanarsene nell’arco di pochi secondi.
Uno streaming in diretta dalla sala controllo ha seguito tutte le ultime fasi della discesa, con un team di missione decisamente teso per portare a termine quella che è considerata una rivincita dopo la prima missione Hayabusa, in cui non tutto è andato come previsto.
La sonda ha inviato dati di telemetria fino a circa le 23:30 italiane, quando ormai a soli 50 metri dal terreno ha dovuto “concentrarsi” nella fase più critica: riorientarsi in modo perpendicolare al punto di raccolta, avvicinarsi fino a toccare la superficie con la sua “proboscide”, sparare il proiettile e raccogliere la polvere alzata dall’impatto, riprendendo istantaneamente quota.
Nel grafico tutte le fasi della raccolta del campione. L’avvicinamento alla superficie, seguendo il target marker (TM) caduto non proprio vicino la punto di raccolta, il reorientamento e avvicinamento al punto di raccolta, e la veloce risalita subito dopo lo sparo e la raccolta del materiale. Credit: ISAS/JAXA
Non potendo affidarsi ai dati della telemetria, tutta la sala ha seguito quasi in apnea le misurazioni doppler, che hanno confermato il corretto comportamento della sonda. Poco prima della mezzanotte, è arrivata infatti la prima conferma dal poject manager della missione: alle 23:48 ora italiana (le 7:48 del 22 febbraio per il giappone) la sonda stava riprendendo quota.
Alle 00:07, la telemetria è stata ripristinata, come previsto, e i dati hanno ricominciato a fluire. Alle 00:42 tutti i controlli sono stati portati a termine: il proiettile è stato sparato, la sequenza dei comandi completata regolarmente e la sonda è risultata in stato nominale. Tutto questo ha permesso di dare la conferma definitiva.
Il team può cominciare a rilassarsi…
Missione compiuta!
Non siamo alla NASA, non ci sono stati applausi scroscianti, ma i sorrisi, le strette di mano e i timidi applausi sparsi, fino all’ultimo breve ma liberatorio, hanno comunque trasmesso la meritata soddisfazione del team ad ogni conferma. Quattro anni per arrivare a questo successo, e ora si può ricominciare a respirare… e a prepararsi ai prossimi tentativi.
Anche dalla NASA, dalla missione “gemella” OSIRIS-Rex che raccoglierà un campione dall’asteoroide Bennu, sono arrivate le congratulazioni per lo storico risultato.
Cosa e quanto Hayabusa 2 è riuscita a raccogliere lo sapremo solo quando la sonda rientrerà a terra, alla fine del 2020.
La sonda infatti non trasporta strumentazione per l’analisi del materiale raccolto nei suoi touchdown, che viene invece conservato in appositi contenitori sigillati. La sua missione è quella di imparare ad approcciare piccoli mondi con bassissima gravità come gli asteroidi e raccoglierne dei campioni da portare incontaminati a terra, dove verranno analizzati.
In questa composizione, vediamo al centro Nettuno mentre ai lati la ripresa delle sue lune, effettuata da Hubble nel 2009, con la Hubble's Wide Field Camera 3, in luce visibile. Credit: NASA, ESA, and M. Showalter (SETI Institute).
Un’impressione artistica che mostra la piccola luna Hippocamp di fronte a Nettuno. Anche se le immagini di Hubble hanno contribuito alla scoperta della luna e delle sue origini, i suoi 34 chilometri di diametro non ci permettono di vederne alcuna caratteristica superficiale. Credit: ESA/Hubble, NASA, L. Calçada
Ormai siamo abituati quotidianamente ad avere notizie dai principali pianeti del Sistema Solare, vuoi perché abbiamo inviato numerose sonde che raccolgono dati senza sosta come su Marte, o per le spettacolari immagini che ci invia da Giove la sonda Juno, o ancora per le numerose missioni dedicate ad asterodi e pianeti nani (in corso e… concluse da poco, come la missione Dawn su Cerere). Ma i nostri occhi robotici dallo spazio non dimenticano nessuno, ed ecco che arrivano, dopo la bellissima immagine delle scorse settimane, nuove notizie dal sistema di Nettuno, e in particolare sull’ultima luna scoperta: Hippocamp.
Grazie ai dati dell’infaticabile Telescopio spaziale Hubble, incrociati con quanto raccolto dalla sonda Voyager 2 quasi vent’anni fa, una squadra di astronomi, guidata da Mark Showalter del SETI Institute, ha rivelato nuovi dettagli sull’origine di questa piccola e lontana luna.
Scoperta solo nel 2013, S/2004 N 1e, ora ufficialmente nominata Hippocamp, è la più piccola luna di Nettuno e si trova nei pressi della sua (con i suoi 400 km di diametro) più grande luna interna, Proteus.
La prima immagine di Ippocampo (nel riquadro rosso), individuata in una ripresa del 2004. Crediti: Mark R. Showalter, SETI Institute
«La prima cosa che abbiamo capito è che non ti aspetteresti di trovare una luna così piccola proprio accanto alla più grande luna interna di Nettuno», spiega Showalter.
Le orbite delle due lune sono incredibilmente vicine, a soli 12.000 km di distanza. Normalmente, se due satelliti di dimensioni così diverse si trovano a coesistere in orbite così vicine possono accadere due cose, o il corpo più piccolo viene attratto dal più grande e ci si schianta sopra, oppure il più grande scalza via dall’orbita il più piccolo allontanandolo. In questo caso, invece, sembra che coesistano perché forse erano, un tempo, un corpo unico. Miliardi di anni fa, infatti una collisione con una cometa avrebbe colpito Proteus, con un impatto così potente da staccarne un pezzo.
Tutte le lune di Nettuno. Le orbite delle lune e le dimensioni del pianeta non sono in scala. Credit: NASA, ESA, and A. Feild (STScI)
Le immagini della sonda Voyager 2 del 1989 mostrano infatti un grande cratere di impatto sulla grande luna, abbastanza grande da immaginare che il pezzo mancante possa essere Hippocamp!
«Nel 1989, pensavamo che il cratere fosse la fine della storia», ha detto Showalter. «Con Hubble, ora sappiamo che un piccolo pezzo di Proteus è rimasto indietro e lo vediamo oggi sottoforma di Hippocamp».
Hippocamp è solo uno dei più recenti risultati della turbolenta storia del sistema di lune di Nettuno. Proteus stesso si è formato miliardi di anni fa, dopo un evento catastrofico che ha coinvolto tutti i satelliti del lontano pianeta. A quel tempo, la gravità di Nettuno ha infatti catturato un enorme corpo dalla fascia di Kuiper, che è poi diventato la sua più grande luna Tritone. Un’oggetto così imponente, arrivato d’improvviso nell’orbita del pianeta, non ha potuto che distruggere gli equilibri e attrarre e frantumare tutti gli altri satelliti presenti in quel momento.
Solo in seguito, dai quei detriti, si è formata una seconda generazione di lune, che sono quelle che vediamo oggi, tra le quali Proteus.
Successivamente, un bombardamento cometario ha dato forma a Hippocamp, che diventa quindi una luna di terza generazione.
«Basandoci sulle popolazioni stimate di comete, ora sappiamo che altre lune nel Sistema Solare esterno devono essere state colpite da comete, distrutte e quindi riformatesi più volte», ha osservato Jack Lissauer del NASA Ames Research Center, California, USA, un coautore della nuova ricerca. «Questa coppia di satelliti fornisce un’immagine drammatica di come le lune, a volte, vengano disgregate dalle comete».
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
L'ammasso di galassie Abell 1314 si trova nella costellazione dell’Orsa Maggiore a una distanza di circa 460 milioni di anni luce dalla Terra. L’oggetto ospita emissioni radio su larga scala che sono state causate dalla sua fusione con un altro cluster. Le emissioni radio non termiche rilevate con il telescopio Lofar sono mostrate in rosso e rosa, e l'emissione termica dei raggi X rilevata con il telescopio Chandra è mostrata in grigio, sovrapposta a un'immagine ottica. Crediti: Amanda Wilber/LOFAR Surveys Team
L’ammasso di galassie Abell 1314 si trova nella costellazione dell’Orsa Maggiore a una distanza di circa 460 milioni di anni luce dalla Terra. L’oggetto ospita emissioni radio su larga scala che sono state causate dalla sua fusione con un altro cluster. Le emissioni radio non termiche rilevate con il telescopio Lofar sono mostrate in rosso e rosa, e l’emissione termica dei raggi X rilevata con il telescopio Chandra è mostrata in grigio, sovrapposta a un’immagine ottica. Crediti: Amanda Wilber/LOFAR Surveys Team
Un gruppo internazionale di oltre 200 ricercatori provenienti da 18 paesi, tra cui alcuni dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dell’Università di Bologna, ha pubblicato la prima tornata di articoli riguardanti la fase iniziale di un’importante surveyrealizzata con il potente telescopio europeo Low Frequency Array (Lofar), la più estesa rete per osservazioni radioastronomiche in bassa frequenza al mondo attualmente operativa. I ricercatori hanno rilevato centinaia di migliaia di galassie finora avvolte nel mistero, gettando nuova luce su molte aree di ricerca tra cui fisica dei buchi neri e lo studio dell’evoluzione degli ammassi di galassie. I primi 25 articoli che descrivono questi risultati (uno degli articoli è a prima firma italiana) sono stati pubblicati oggi in un numero specialedella rivista scientifica Astronomy & Astrophysics.
La radioastronomia permette di studiare aspetti dei fenomeni celesti che non sono accessibili in altre bande. Durante questa prima fase di rilevazioni, le antenne Lofar (25mila, raggruppate in 51 stazioni distribuite al momento in 7 stati europei) hanno osservato un quarto dell’emisfero settentrionale a basse frequenze. Con questi articoli, circa il 10 per cento dei dati viene reso pubblico. Lofar ha tracciato 300 mila sorgenti, quasi tutte galassie nel lontano Universo: i loro segnali radio hanno viaggiato miliardi di anni luce prima di raggiungere la Terra.
Questa immagine mostra come il radiotelescopio Lofar apre una nuova era per lo studio dell’Universo. In grigio è mostrata una porzione di cielo in luce visibile. Le tonalità arancioni mostrano la radiazione radio che viene emessa nella stessa parte del cielo. L’immagine radio sembra completamente diversa e cambia le nostre ipotesi su come le galassie nascono e si sviluppano. Crediti: Rafael Mostert/Lofar Team/Sloan Digital Sky Survey DR13
Questa immagine mostra come il radiotelescopio Lofar apre una nuova era per lo studio dell’Universo. In grigio è mostrata una porzione di cielo in luce visibile. Le tonalità arancioni mostrano la radiazione radio che viene emessa nella stessa parte del cielo. L’immagine radio sembra completamente diversa e cambia le nostre ipotesi su come le galassie nascono e si sviluppano. Crediti: Rafael Mostert/Lofar Team/Sloan Digital Sky Survey DR13
Lofar ha una sensibilità notevole e questo permette di rispondere a molte domande sulla formazione ed evoluzione dei buchi neri: per esempio è possibile vedere che getti di materiale sono presenti in tutte le galassie più massicce, il che significa che i loro buchi neri non smettono mai di “mangiare”. Ma con le antenne progettate e sviluppate da Astron, l’Istituto olandese per la radioastronomia, è possibile studiare nel dettaglio anche gli ammassi di galassie, cioè raggruppamenti di centinaia di migliaia di galassie circondate da un gas a temperature di centinaia di milioni di gradi: quando due ammassi interagiscono fra loro, producono emissioni radio che viaggiano per milioni di anni luce. Le antenne di Lofar sono progettate per essere sensibili proprio a queste emissioni.
«Quello che stiamo iniziando a vedere con Lofar», spiega Annalisa Bonafede, professoressa associata dell’Università di Bologna e ricercatrice dell’Inaf – Ira di Bologna, «è che, in alcuni casi, anche gli ammassi di galassie che non mostrano evidenza di forti interazioni possono mostrare questa emissione, ma a un livello molto basso che comunque in precedenza non era rilevabile. Questa scoperta ci dice che anche gli eventi di interazione minore fra ammassi possono innescare meccanismi di accelerazione di particelle su enormi scale».
La creazione di mappe radio a bassa frequenza richiede sia un notevole tempo di utilizzo dei telescopi che di calcolo ed è necessario l’impiego di grandi team per l’analisi dei dati. Le antenne di Lofar producono un’immensa quantità di dati – basti pensare che gli esperti hanno elaborato l’equivalente di dieci milioni di Dvd di dati.
Mappa con la distribuzione delle stazioni osservative che compongono Lofar. Crediti: Astron
«Questa serie di articoli vede un coinvolgimento significativo di ricercatori e associati Inaf a dimostrazione della vitalità della comunità radioastronomica Italiana. Oggi l’Inaf guida un consorzio nazionale che è membro della collaborazione Lofar e pertanto nell’immediato futuro ci aspettiamo un contributo molto importante all’esplorazione dei dati Lofar da parte della nostra comunità», aggiunge Gianfranco Brunetti, primo ricercatore all’Inaf – Ira di Bologna che da alcuni anni guida le ricerche Lofar nell’ambito degli ammassi di galassie, nonché coordinatore del consorzio Lofar italiano. «Inoltre va detto che oggi stiamo sviluppando degli strumenti per l’analisi dei dati Lofar che sono molto più potenti di quelli utilizzati in questi primi articoli e che ci permetteranno di ottenere immagini ancora più profonde e dettagliate».
I 25 articoli pubblicati nel numero speciale di Astronomy & Astrophysics sono stati condotti solo con il primo 2 per cento del rilevamento del cielo. Il team mira a ottenere immagini ad alta risoluzione dell’intero cielo del nord, rivelando così 15 milioni di sorgenti radio in totale.
Guarda il servizio video sul canale YouTube MediaInaf TV:
Consulta il numero speciale di Astronomy & Astrophysics “Lofar Surveys”. I ricercatori italiani che hanno partecipato, a vario titolo, a 21 dei 25 articoli sono: per l’Inaf (Ira di Bologna, Iasf Milano, Osservatorio di Cagliari) A. Botteon, M. Brienza, G. Brunetti, E. Carretti, R. Cassano, V. Cuciti, F. Gastaldello, R. Paladino, I. Prandoni, V. Vacca; per l’Università di Bologna A. Bonafede, F. Vazza e D. Dallacasa. Ricordiamo che l’Inaf guida un consorzio nazionale di cui fa parte anche il dipartimento di fisica dell’Università di Torino e ha pianificato di investire in Lofar circa 2,5 milioni di euro, da aprile 2018 e per i prossimi 4 anni, e parteciperà con il suo personale allo sviluppo della nuova generazione di dispositivi elettronici allo stato dell’arte che equipaggeranno il radiotelescopio diffuso europeo.
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
22.02, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
La missione Hera dell’agenzia spaziale europea è destinata a stabilire un nuovo record nell’esplorazione dello spazio; infatti non solo la sonda sarà la prima a visitare un sistema asteroidale binario (la coppiaDidymos), ma il più piccolo di questi due oggetti, delle dimensioni comparabili a quelle della Grande Piramide di Giza, in Egitto, diventerà il più piccolo asteroide mai raggiunto da una sonda spaziale.
Da lontano risulta molto difficile distinguere un asteroide dall’altro ed è quindi molto facile confonderli, a meno che non si vadano ad eseguire ulteriori approfondite analisi strumentali. La nota tabella delle dimensioni relative degli asteroidi e delle comete, redatta dalla Planetary Society sulla base delle ricognizioni svolte dalle varie sonde spaziali, paragona Didymos a un punto dalle modeste dimensioni e la sua minuscola luna alla grandezza di quasi un pixel.
L’asteroide Itokawa visitato dalla sonda giapponese Hayabusa1 ha un diametro di 350 m, mentre Bennu, attorno a cui attualmente sta orbitando la sonda della NASA Osiris-REx ha una larghezza di 500 m; dal canto suo, Didymos misura 780 metri, quindi la sua microscopica luna, larga 160 m e denominata “Didymoon”, diventerà il più piccolo asteroide mai visitato da una sonda robotica.
Asteroidi conosciuti paragonati in dimensione a Didymoon, la dimensione della piccola luna è indicata dal trattino sopra l
«Le dimensioni minuscole di Didymoon diventano subito chiare quando osservi gli altri asteroidi,» spiega il responsabile scientifico di Hera, Patrick Michel, CNRS Director of Research of France’s Côte d’Azur Observatory.
Patrick è inoltre co-investigator e scienziato interdisciplinare della missione giapponese Hayabusa2 sull’asteroide Ryugu, che ha un diametro di circa 1 km: «Le immagini inviate da Hayabusa2 mostrano un enorme masso vicino al polo nord di Ryugu, ed esso è all’incirca delle stesse dimensioni di Didymoon».
Il primo test di difesa planetaria dell’umanità
La sua minuscola taglia è stata la ragione per cui Didymoon è stata scelta per un esperimento pionieristico di difesa planetaria. Nel 2022, la sonda spaziale DART(Double Asteroid Redirection Test) della NASA, impatterà Didymoon per tentare di cambiarne l’orbita attorno al suo compagno più grosso, al fine di testare la fattibilità di una manovra di deviazione o deflessione orbitale. L’orbita di Didymos non incrocia quella della Terra, quindi è esclusa la possibilità che l’esperimento di deflessione possa creare pericolo di impatti per il nostro pianeta.
Il profilo della missione DART della NASA. Copyright: NASA
«Questa non è di certo la prima sonda ad impattare con un corpo planetario», aggiunge Patrick. «La sonda Deep Impact della NASA si schiantò sulla cometa Tempel 1 nel 2005 non per tentare di deviarne il percorso, visto che la cometa aveva un diametro di 6 km, ma per esporre il materiale presente al di sotto della sua superficie. Tuttavia Didymoon è sufficientemente piccola e ha una sufficientemente stretta orbita attorno al suo compagno, che percorre in circa 12 ore, che si pensa possa venire deviata in modo misurabile».
La sonda europea Hera entrerà in gioco dopo l’impatto, quando raggiungerà Didymos nel 2026 per raccogliere informazioni chiave, impossibili da ottenere tramite le osservazioni dalla superficie terrestre, come la massa dell’asteroide, le sue proprietà superficiali e la forma del cratere scavato da DART.
«Otterremo una buona stima sul trasferimento del momento di impatto e quindi la sua efficienza come tecnica di deflessione» spiega il project scientist di Hera per l’ESA, Michael Küppers. «Questi parametri sono fondamentali per permettere la validazione dei modelli numerici da impatto necessari per progettare future missioni di deflessione di un oggetto celeste. Capiremo meglio se questa tecnica può essere usata anche per asteroidi più grandi, dandoci la certezza di poter proteggere il nostro pianeta se necessario».
Didymoon è di importanza rilevante per l’esecuzione di questo test, visto che fa parte della classe più rischiosa di Near-Earth Asteroids a causa delle dimensioni relativamente ridotte; infatti i corpi celesti più grandi possono essere tracciati più facilmente, quelli più piccoli bruciano nell’atmosfera o possono recare dei danni limitati, mentre un oggetto delle dimensioni di Didymoon, potrebbe devastare un’intera regione del nostro pianeta.
Pianetini a bassa gravità
Naturalmente il sistema Didymos ha anche una valenza scientifica, offrendo la possibilità di studiare da vicino questi sistemi binari che formano circa il 15% degli asteroidi conosciuti.
«Didymos ruota molto rapidamente compiendo un giro su sé stesso ogni due ore» spiega Patrick. «Attorno al suo equatore, la sua debole forza gravitazionale potrebbe essere superata dalla forza centrifuga e potenzialmente del materiale potrebbe sollevarsi dalla sua superficie; questa è infatti la teoria sull’origine di Didymoon. Pertanto, atterrare sul suo equatore potrebbe essere impossibile, mentre sui poli potrebbe essere fattibile».
«A causa delle sue minuscole dimensioni, conosciamo ben poco di Didymoon, ma riteniamo che debba ruotare con una faccia sempre rivolta verso l’asteroide compagno, proprio come fa la nostra Luna con la Terra, pertanto essa dovrebbe ruotare sul suo asse maggiore molto lentamente, con una velocità uguale al suo periodo orbitale. Si prevede di farvi atterrare almeno unCubeSat, benché verrà richiesta una navigazione molto precisa. L’asteroide dovrebbe avere un milionesimo della gravità terrestre, con una velocità di fuga di soli 6 cm al secondo, pertanto ci sarà il pericolo che il CubeSat possa rimbalzare verso lo spazio».
Patrick inoltre suggerisce che gli oggetti della classe di Didymoon possano essere ottimali per attività di sfruttamento minerario, visto che gli oggetti più grandi sono comparativamente più rari, mentre quelli più piccoli sono soggetti a ruotare velocemente a causa del graduale riscaldamento solare.
Hera deve essere presentata allo Space19+ Council, ovvero il meeting dei ministri europei per le attività spaziali, per essere approvata, e quindi partirà per la sua missione nel 2023. Raccoglierà il testimone di Rosetta, riguardo all’esplorazione di piccoli corpi celesti, beneficiando dell’esperienza raccolta lungo i suoi 12 anni di missione. La pianificazione a lungo termine è cruciale per la realizzazione di missioni del futuro, e per assicurare il continuo sviluppo di tecnologia innovativa, ispirando nuove generazioni di scienziati e ingegneri europei.
Cinque incontri, da dicembre a marzo per parlare di… Ordine e disordine, contraddizione spesso solo apparente dove il disordine è un ordine che non riusciamo a capire, oppure l’energia che metterà in moto un ordine al momento solo potenziale. La scienza studia disordini cercando di coglierne i principi che permetteranno di comprenderne l’ordine e dunque il disordine rappresenta la sfida alla nostra conoscenza che stimola la ricerca.
I prossimi appuntamenti: 22.02: Il nostro caotico sistema solare: dai pianeti ai detriti spaziali – Alessandra Celletti (Università di Roma Tor Vergata) 08.03: Dal nulla è nato l’universo – Sabino Matarrese (Università di Padova)
Il programma e tutti i dettagli sul nostro sito: http://circologalilei.somsmogliano.it
I due pianeti sorgeranno poco prima delle cinque, e si alzeranno in cielo sempre più, l'orario consigliato è quindi a una buona altezza, per avvistarli e riprenderli con comodità nel paesaggio, ma prima che, Saturno per primo, spariscano nel chiarore del mattino. Fino a che ora riuscirete ad avvistarli?
Bella la congiunzione che si verificherà tra Venere (mag. –4,2) e Saturno (mag. +0,6) la mattina del 18 febbraio, poco dopo le ore 6.
I due pianeti saranno separati di poco più di 1°. Lo sfondo sarà quello del Sagittario e, in particolare, sarà possibile scorgere la stella Eta Sagittarii (mag. +2,8) appena poco a sud di Venere.
Si tratta di un fenomeno da gustare a occhio nudo e da immortalare in fotografia, magari incorniciato nel contesto del paesaggio, essendo i protagonisti alti circa 10° all’orario indicato in cartina.
Un'immagine sicuramente drammatica ed evocativa, questa, dell'ombra del rover, ripresa con la camera frontale al sol 180 (il 26 luglio 2004), quando il rover doveva inoltrarsi nel cratere Endurance, nella Meridiani Planum di Marte. Una scelta perfetta per dare l'addio all'esploratore robotico. Credits: NASA/JPL-Caltech
Un’immagine sicuramente drammatica ed evocativa, questa, dell’ombra del rover, ripresa con la camera frontale al sol 180 (il 26 luglio 2004), quando il rover doveva inoltrarsi nel cratere Endurance, nella Meridiani Planum di Marte. Una scelta perfetta per dare l’addio all’esploratore robotico. Credits: NASA/JPL-Caltech
Tonight, we’ll make our last planned attempts to contact Opportunity. The solar-powered rover last communicated on June 10, 2018, as a planet-wide dust storm swept across Mars.
8 mesi, più di mille comandi inviati e, martedì 12 febbraio, un twit della NASA che ha annunciato l’ultimo tentativo, l’ultimo comando, inviato tramite l’antenna Mars Station di 70 metri presso il Goldstone Deep Space Complex verso il Pianeta Rosso, per provare a risvegliare e a mettersi in contatto con il MER-B (Mars Exploration Rover) Opportunity, Oppy per gli amici.
E Oppy non ha risposto…
Si è deciso di concludere così i tentativi di rimmettersi in contatto con il rover, dopo che la tempesta globale marziana, iniziata alla fine del maggio 2018, ne aveva interrotto le operazioni.
L’ultimo contatto con Opportunity è stato quello dell’11 giugno (per l’Italia, 10 notte per gli USA), quando la luce del Sole è stata oscurata dalle polveri al punto da non riuscire più a ricaricare le batterie, alimentate da pannelli solari.
«My battery is low, and it’s getting dark».
«Le mie batterie si stanno scaricando, e si stà facendo buio», questa la “traduzione” dell’ultimo messaggio dal rover, anzi… dalla rover: “she”, “lei” è il pronome che viene usato ovunque sui social.
Si è sperato che, conclusa la tempesta, Oppy si sarebbe riuscita a ricaricare a sufficienza per rimettersi in attività, ma nulla. Si è pensato che uno strato di polvere troppo spesso impedisse alla luce di arrivare ai pannelli solari, e si è sperato nella stagione dei venti in arrivo, in cui una raffica provvidenziale, come già successo in passato, li ripulisse dai depositi, permettendo al rover di riprendersi. Si è pensato anche a un qualche tipo di errore software che impedisse al rover di trasmettere, quindi non sono solo stati inviati segnali rimanendo all’ascolto per una risposta, ma sono stati anche inviati vari tipi di comandi, per provare a smuovere qualche corda, fino a sperare che forzando un riavvio di base si potesse risolvere un’ipotetica empasse.
Alla NASA le hanno provate proprio tutte, ma ormai l’inverno sta arrivando nell’emisfero in cui si trova Opportunity, e le poche speranze di ripresa sono state spazzate via, non dai venti… ma dalle rigide temperature che danneggeranno definitivamente, se già non l’hanno fatto, l’elettronica dell’anziano rover.
Today, we’re saying #ThanksOppy as the @MarsRovers mission comes to an end. 6 things to know about our record-breaking, discovery-making, marathon-driving rover, which found that ancient Mars was awash in water… and some of the best images it sent back: https://t.co/ZR7pxBP1ZFpic.twitter.com/2L0gzr4WNJ
«Abbiamo fatto ogni ragionevole sforzo ingegneristico per cercare di recuperare Opportunity e abbiamo stabilito che la probabilità di ricevere un segnale è troppo bassa per continuare coni tentativi di recupero», ha spiegato John Callas, manager del progetto Mars Exploration Rover (MER) presso il JPL, nella conferenza stampa indetta il 13 (alle 20 ora italiana) per comunicare l’addio al rover e iniziare la sua celebrazione.
«È grazie a missioni pionieristiche come quella di Opportunity che arriverà il giorno in cui i nostri coraggiosi astronauti cammineranno sulla superficie di Marte», ha infatti dichiarato l’amministratore della NASA Jim Bridenstine. «E quando quel giorno arriverà, una parte di quella prima impronta sarà di proprietà degli uomini e delle donne del team di Opportunity, e di un piccolo rover che sfidò le probabilità e fece così tanto nel nome dell’esplorazione».
I famosi mirtilli marziani, piccole sfere sulla superficie del pianeta, ricche di ematite. Una delle scoperte effettuate nei primi tre mesi di missione e tra le prime evidenze che decretavano la presenza di acqua liquida nell’antico passato di Marte. Il campo dell’immagine è di circa 3 cm di larghezza, ed è stata ripresa nell’aprile del 2004. Credit NASA/JPL-Caltech/Cornell/USGS
Thomas Zurbuchen, amministratore associato del direttorato delle missioni scientifiche della NASA, ha invece ricordato che «Per oltre un decennio, Opportunity è stata un’icona nel campo dell’esplorazione planetaria, insegnandoci come nell’antico passato Marte fosse un pianeta umido, potenzialmente abitabile, e rivelando paesaggi marziani ancora inesplorati».
E non solo, la missione pionieristica dei due MER – ricordiamo infatti che Oppy aveva un gemello, Spirit, altrettanto zelante che si è spento dopo più di 6 anni di invio di dati – doveva essere anche una missione di prova per testare la resistenza dei rover alle difficili condizioni di Marte. E proprio le rigide temperature del primo inverno che hanno dovuto affrontare sono state il primo e principale test superato con successo, e che ha fornito elementi preziosi per le missioni a seguire.
«Qualunque senso di perdita sentiamo ora deve essere mitigato con la consapevolezza che l’eredità di Opportunity continua – sia sulla superficie di Marte, con il rover Curiosity e il lander InSight, sia nelle clean room del JPL, dove il prossimo rover Mars 2020 sta prendendo forma».
Progettati per durare solo 90 giorni marziani e viaggiare fino a 1 chilometro di distanza, i due MER hanno proseguito la loro missione oltre ogni attesa. Opportunity in particolare ha ampiamente superato tutte le aspettative in termini di resistenza, valore scientifico e longevità, quasi triplicando la già notevole durata del rover gemello.
Dal giorno in cui è arrivata sulla superficie di Marte, ingegneri di missione, piloti del rover e scienziati hanno collaborato per superare le sfide che si sono trovati davanti, e per portare Oppy da un sito geologico marziano all’altro. Hanno tracciato strade percorribili su terreni accidentati, in modo che l’esploratrice robotica di 174 chili potesse aggirare rocce e massi, arrampicarsi su pendii cosparsi di ghiaia con una pendenza fino a 32 gradi (un record, al di fuori della Terra), sondare la platea del cratere, le colline sommitali e attraversare i letti di probabili fiumi ormai asciutti.
Oltre a superare la sua aspettativa di vita di ben 60 volte, Oppy ha percorso più di 45 chilometri, fino al ramo occidentale della Perseverance Valley. Un luogo dal nome che rende senz’altro giustizia alla sua principale caratteristica… la perseveranza.
«Non riesco a pensare a un luogo più appropriato per Opportunity, per restare per sempre sulla superficie di Marte, di quello che si chiama Perseverance Valley», sono le parole di Michael Watkins, direttore del JPL, che continua: «I record, le scoperte e la assoluta tenacia di questo piccolo e intrepido rover sono la testimonianza dell’ingegno, della dedizione e della perseveranza delle persone che l’hanno costruito e guidato».
La NASA ha messo a disposizione alcune delle più belle immagini di questa missione, fina dal giorno dell’ultimo tentativo, per chi volesse mandare, sottoforma di cartolina, un messaggio al team, e sta ricordando nei canali social, attraverso il tag #ThanksOppy, le principali tappe del lungo viaggio di Opportunity. E anche tumblr, come tutti i social, si riempie di messaggi, di immagini, di animazioni, fumetti, citazioni… e tanta commozione per salutare la coraggiosa Oppy.
Sicuramente, nel prossimo numero di Coelum Astronomia di marzo, ritroverete tutto questo nel report che dedicheremo alla missione, assieme ai suoi record e alle scoperte. Ma, per ora, chiudiamo così come chiude anche il comunicato della NASA, in cui si annuncia la conclusione di successo di questa longeva missione.
Oltre che con un «Grazie Oppy!» con una semplice parola.
— FINE —
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
I sistemi planetari nati in regioni di formazione stellare dense e massicce ereditano notevoli quantità di alluminio-26, che ne asciuga i “mattoni” prima dell’accrescimento (a sinistra). I pianeti nati invece in regioni di formazione stellare di piccola massa raccolgono numerosi corpi ricchi di acqua ed emergono come mondi oceanici (a destra). Crediti: Thibaut Roger
I sistemi planetari nati in regioni di formazione stellare dense e massicce ereditano notevoli quantità di alluminio-26, che ne asciuga i “mattoni” prima dell’accrescimento (a sinistra). I pianeti nati invece in regioni di formazione stellare di piccola massa raccolgono numerosi corpi ricchi di acqua ed emergono come mondi oceanici (a destra). Crediti: Thibaut Roger
L’acqua è un elemento essenziale per la vita. Sul nostro pianeta copre più dei due terzi della superficie: verrebbe da dire, dunque, che ce n’è in abbondanza. Tuttavia, non è così – o meglio, non è così in termini astronomici. I pianeti rocciosi del Sistema solare, infatti, appaiono veramente asciutti. E fortunatamente per noi – si potrebbe dire – se si considera l’alternativa a questa condizione: perché se il contenuto d’acqua interna di un pianeta è significativamente maggiore di quello terrestre, il suo mantello – in geologia e in geofisica, l’involucro che si trova tra la crosta (più superficiale) e il nucleo (più interno) – sarebbe coperto da un oceano profondo caratterizzato da impenetrabili strati di ghiaccio. Strati che, prevenendo processi geochimici, come ad esempio il ciclo del carbonio, impedirebbero la formazione di un clima stabile e delle condizioni superficiali favorevoli alla vita così come la conosciamo. Come si dice in questi casi, il “troppo stroppia”. Ci si chiede, dunque: quali sono i meccanismi in gioco che hanno permesso alla Terra di diventare ciò che è, impedendo che diventasse un mondo oceanico ghiacciato e inospitale?
La risposta è deducibile dai risultati ottenuti dal team di ricerca del National Centre of Competence in Research PlanetS (Nccr PlanetS) utilizzando modelli al computer per simulare la formazione dei pianeti dai loro blocchi di costruzione, i cosiddetti planetesimi: corpi rocciosi e ghiacciati dalle dimensioni di dozzine di chilometri che si formano nel disco di polveri e gas attorno a giovani stelle, e che successivamente – a seguito del processo di accrescimento – diventeranno dei pianeti embrionali.
«Oggi si ritiene che la Terra abbia ereditato la maggior parte della sua acqua dai planetesimi, che ne contenevano in quantità relativamente abbondanti», dice Tim Lichtenberg, ricercatore dell’università di Oxford e primo autore dell’articolo, «ma se un pianeta terrestre accresce molto materiale oltre la cosiddetta linea di neve, l’acqua che riceve è troppa, e diventa un mondo ghiacciato». Tuttavia, se questi planetesimi vengono riscaldati dall’interno, parte del loro contenuto iniziale del ghiaccio d’acqua evapora prima che esso sia inglobato nel pianeta stesso, producendo pianeti rocciosi come la Terra e non pianeti ghiacciati inospitali alla vita. Questo è esattamente il processo che potrebbe essere avvenuto nel nostro pianeta durante la sua formazione dopo la nascita del Sistema solare, 4.6 miliardi di anni fa, e che può essere ancora in corso in numerosi altri sistemi planetari».
Schema che mostra gli effetti dell’arricchimento con alluminio-26 dei planetesimi durante l’accrescimento planetario. A sinistra, sistemi planetari poveri di Al26; a destra, sistemi planetari ricchi di Al26. RP è il raggio planetario. Le frecce indicano rispettivamente: la capacità di accrescimento (al centro), il contenuto di acqua planetesimale (in basso a destra, blu-marrone) e il contenuto di alluminio 26 (in basso a destra, rosso-bianco). Crediti: Tim Lichtenberg et al., Nature Astronomy, 2019
Ma chi o che cosa avrebbe prodotto questa “asciugatura” del planetesimo che – sottraendo la sua quota di ghiaccio d’acqua – avrebbe favorito la formazione della Terra così come la conosciamo impedendo l’evoluzione in un mondo ghiacciato? Secondo gli autori dello studio, la responsabile sarebbe stata una esplosione di supernova avvenuta nelle vicinanze cosmiche durante la formazione del nostro proto-Sole.
Elementi radioattivi – incluso l’isotopo radioattivo dell’alluminio-26 – contenuti nella massiccia stella morente esplosa sarebbero stati iniettati nel giovane Sistema solare o dai venti stellari o dagli ejecta dell’esplosione stessa. Successivamente, il decadimento radioattivo dell’alluminio-26 avrebbe riscaldato e asciugato l’acqua contenuta nel planetesimo dal quale si sarebbe formata la Terra, facendo in modo che essa diventasse come oggi la vediamo.
Attraverso i loro modelli, i ricercatori hanno simulato la formazione di migliaia di pianeti e investigato, in particolare, il loro contenuto finale di acqua, dimostrando che proprio questo riscaldamento radiogenico – cioè il riscaldamento dovuto alla produzione di calore a seguito del decadimento dell’alluminio 26 – abbia sistematicamente disidratato i planetesimi prima che questi diventassero pianeti primordiali.
«I risultati delle nostre simulazioni», conclude il ricercatore, «suggeriscono che esistano due tipi qualitativamente diversi di sistemi planetari: quelli simili al Sistema solare, dove i pianeti hanno poca acqua, e quelli, invece, in cui si sono formati mondi oceanici perché nessuna stella massiccia – e quindi nessun isotopo radioattivo dell’alluminio – era presente nei dintorni del sistema planetario in formazione. La presenza di alluminio-26 durante la formazione planetaria potrebbe, dunque, aver comportato una differenza di un ordine di grandezza nel bilancio di acqua tra le due specie di sistemi planetari. Ulteriore studi potranno sempre più aiutarci a comprendere se il nostro pianeta sia unico nel suo genere o se, invece, ci siano un’infinità di mondi dello stesso tipo».
Già abbiamo visto i pianeti Marte (mag. +1,0) e Urano (mag. +5,8) protagonisti di una congiunzione il 10 febbraio, ma il loro moto apparente nella volta celeste li ha portati a stringersi ancor di più, fino a raggiungere uno stretto abbraccio che raggiunge il culmine proprio la sera del 13 febbraio, alle ore 21:06.
In quel momento i due pianeti saranno separati di poco più di 1° (con Marte posto a nord di Urano). A far da contorno ci saranno le stelle dell’Ariete, di cui la HD 11257 (mag. +5,9) formerà un triangolo con i due pianeti. Più a sud vedremo invece la stella Omicron Piscium (mag. +4,2).
Sarà un incontro molto bello da osservare al binocolo o al telescopio e soprattutto da riprendere in fotografia. Attendiamo le vostre immagini, caricatele nella nostra gallery PhotoCoelum!
Qui sopra l’immagine ottenuta da 10 scatti effettuati circa dieci minuti dopo il massimo avvicinamento, quando ormai la New Horizons si stava allontanado da 2014 MU69, Ultima Thule. Sulla sinistra la media delle immagini grezze, sulla destra un’elaborazione dell’immagine del team missione, per eliminare l’effetto sfocato dovuto ai lunghi tempi di esposizione necessari per raccogliere la debole e sottile falce di luce. Credits: NASA/Johns Hopkins Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute/National Optical Astronomy ObservatoryLa ripresa di Ultima thule che, nell’immaginario per lo più italiano ha evocato la forma di una… scamorza affumicata!
Simpaticamente, sui social italiani ma non solo, il KBO Ultima Thule, oggetto dell’ultimo flyby della missione New Horizons, era stato assimilato a… una scamorza. C’è da dire che, in effetti, sia per la forma che per il colore delle prime immagini, la somiglianza (ovviamente solo apparente) era davvero alta. In america e nel team NASA, invece, è stato assimilato a un pupazzo di neve…
Della missione e delle prime immagini ve ne abbiamo ampiamente parlato nel numero disponibile online (come sempre gratuito) di Coelum astronomia con l’articolo Un primo sguardo su Ultima Thule, ora però sono disponibili le ultime immagini da quel flyby, quando ormai la navicella aveva concluso il sorvolo e si apprestava a dare l’addio al KBO, osservandolo quasi in contro luce, mentre velocemente se ne allontanava. Non sono ovviamente le “ultime immagini” che avremo, anzi ne arriveranno molte altre e siamo in attesa di quelle ravvicinate e a maggior risoluzione; la sonda è solo all’inizio dell’invio dei suoi dati, che impiegheranno diverse settimane (se non mesi) per arrivare a Terra. Queste sono solo le riprese finali, effettuate mentre la navicella si allontanava a 50 mila chilometri all’ora dal suo bersaglio, circa dieci minuti dopo il momento di massimo avvicinamento.
E da queste ultime immagini “di addio”, arriva l’ennesima sorpresa, a cui ormai questo genere di missioni “al limite” ci stanno abituando. La curiosa forma a scamorza, data ormai praticamente per certa e dovuta (si ipotizzava) da due corpi sferoidali a contatto, ora non è più così certa.
Le nuove immagini sono state riprese sempre il 1° gennaio, ma quando la New Horizons si trovava ormai a 8.862 chilometri da 2014 MU69, soprannominato appunto Ultima Thule. Quella che vediamo sulla sinistra nell’immagine di apertura, è una “media” di 10 immagini riprese dalla Long Range Reconnaissance Imager (LORRI), e la vediamo sfocata nella versione “grezza”, perché New Horizon ha dovuto aumentare i tempi di esposizione per riuscire a raccogliere la maggior parte possibile del debole segnale in arriv sui suoi sensori. È stato però poi possibile elaborare i fotogrammi e ripulire l’immagine per ottenere la versione più nitida di questa sottilissima falce di Ultima Thule che vediamo nell’immagine di destra.
E rianalizzando le prime immagini, congiuntamente a questa nuova vista “da dietro”, ci si è accorti di quanto sbagliata fosse la prima impressione sulla forma di questo remoto oggetto, colpevoli la prospettiva e il necessariamente incompleto punto di vista, ma anche quanto, nelle prime immagini, era rimasto nell’ombra, non illuminato dal Sole.
Al momento questo è il video dell’oggetto più lontano mai ripreso nel nostro Sistema Solare. Le immagini rivelano il contorno della porzione oscura di Ultima Thule, non illuminata dal Sole al momento del passaggio, ma che può essere tracciata grazie alle stelle di fondo, oscurate dalla stessa. Cliccare l’immagine se la sequenza non parte. Crediti: NASA / Johns Hopkins Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute / National Optical Astronomy Observatory
Il video ottenuto da questo “addio a Ultima Thule”, che vedete nella gif qui a destra, mostra infatti inequivocabilmente (questa volta) che i due lobi (rinominati da Alan Stern, PI della missione, Ultima e Thule), non sono affatto sferici.
Continuando con le similitudini, dalla NASA ci dicono che Ultima, il lobo più grande, è più simile a un “pancake” (le famose frittelle dei film americani), mentre Thule, il lobo più piccolo, assomiglierebbe a una “noce ammaccata”. Immagini molto meno evocative di una scamorza, diciamocelo…
Quindi dalla prima ipotesi che il KBO fosse in realtà una coppia di corpi di dimensioni simili in orbita stretta, alla scoperta dalle prime immagini che invece erano a contatto, ma con l’impressione che fossero comunque sferoidali, siamo a un ulteriore modifica, e probabilmente non l’ultima, di quella che scopriamo essere la reale forma di Ultima Thule:
Nella simulazione qui sopra vediamo quella che si pensava fosse la forma di Ultima Thule, e sotto come è stata rivoluzionata, e si pensa sia in realtà. Ancora però ci sono margini di incertezza, perché un’intera regione del KBO è essenzialmente rimasta nascosta alla nostra vista e non illuminata dal Sole. Le linee blu tratteggiate mostrano i margini di questa incertezza, delimitando quello che ancora non ci è stato rivelato dai dati raccolti, e dimostrano che Ultima Thule potrebbe essere più o meno piatta di quanto si ipotizza ad oggi. Crediti: NASA / Johns Hopkins Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute
«Abbiamo avuto una prima impressione di Ultima Thule, sulla base del numero limitato di immagini ricevute nei giorni vicini al flyby, ma vedere più dati ha cambiato significativamente la nostra visione», ha dichiarato Stern. «È più vicino alla realtà dire che la forma di Ultima Thule è più piatta, come un pancake. Ma la cosa più importante, e che queste nuove immagini danno vita a un puzzle scientifico su come sia possibile che un simile oggetto si possa essere formato. Non abbiamo mai osservato qualcosa di simile in orbita attorno al Sole».
Nell’animazione qui sotto vediamo la prospettiva di partenza, ottenuta dalle prime immagini che ci sono arrivate a Terra e riprese da una angolazione totalemente differente rispetto a queste ultime, nella seconda parte della simulazione.
Per riuscire a definire nel miglior modo possibile la sagoma del KBO, che comunque ha ancora un buon margine di incertezza, si è anche prestato attenzione alle stelle di fondo visibili in molti fotogrammi, permettendo così una modellazione, in questa simulazione, che si ritiene molto vicina al vero e coerente con quanto osservato da Terra e dalla sonda.
«Mentre la natura stessa di un veloce flyby limita in qualche modo quanto possiamo determinare la reale forma di Ultima Thule, questi nuovi risultati mostrano chiaramente che Ultima e Thule sono molto più piatti di quanto inizialmente creduto e molto più piatti di quanto previsto», ha aggiunto Hal Weaver, New Horizons project scientist del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory. «Questo indubbiamente incentiverà nuove teorie sulla formazione planetesimale nel primo sistema solare».
Non ci resta che attendere ulteriori immagini, alla scoperta di quello che, al momento, è il più lontano oggetto del Sistema Solare mai ripreso a distanza ravvicinata da una sonda.
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L’appuntamento di sabato 16 febbraio 2019 è un’occasione molto particolare per conoscere la vita di un grande maestro.
Nei giorni dell’anniversario della sua nascita si parlerà di Galileo Galilei presso la Casa Della Partecipazione a Maccarese. Una conferenza tenuta da Mara Moriconi porterà tutti i partecipanti in un viaggio attraverso gesti, scoperte, curiosità e sorprese che lo scienziato italiano ha regalato al mondo intero.
A seguire si potrà osservare la Luna attraverso una fedele riproduzione in cartone del telescopio storico che Galileo costruì nel 1610, facendo vivere a tutti coloro che vorranno essere presenti, l’emozione di guardare con i propri occhi proprio come egli faceva.
Inoltre, ci sarà la possibilità di osservare attraverso i telescopi moderni del Gruppo Astrofili Palidoro la Luna e altre meraviglie dell’Universo.
L’appuntamento dunque è per sabato 16 febbraio 2019 alle ore 20.00.
Per qualunque info è possibile scrivere gli astrofili alla mail info@astrofilipalidoro.it oppure collegandosi al sito web www.astrofilipalidoro.it
A sinistra: Rosalind Franklin al microscopio nel 1955 (crediti: Mrc Laboratory of Molecular Biology). A destra: il rover della missione europea Exomars 2020. Nel trapano visibile nella sezione del terreno è integrato lo spettrometro Ma_Miss (crediti: Esa)
Rosalind Franklin: è questo il nome scelto per il rover di ExoMars 2020, missione dell’Agenzia spaziale europea. Rover dotato di un trapano costruito in Italiache penetrerà fino a 2 metri sotto la superficie marziana per analizzarne la composizione e cercare tracce di vita.
Rosalind Franklin è stata una biochimica britannica, ed è nota per aver dato un fondamentale contributo alla conoscenza della struttura molecolare del Dna. I suoi studi sulle immagini a diffrazione X del Dna sono stati impiegati per formulare l’ipotesi della struttura a doppia elica per cui Crick e Watson furono insigniti del Nobel.
Durante la sua vita Rosalind Franklin non ebbe grandi riconoscimenti, ma ora il suo nome viaggerà tra le stelle e si poserà su altri mondi.
«Trovo che la scelta del nome di Rosalind Franklin sia molto evocativa dello scopo della missione ExoMars, che è rivolta alla scoperta di tracce di “vita” con strumenti dedicati specificatemene a questo», dice a Media InafMaria Cristina De Sanctis, ricercatrice dell’Istituto nazionale di astrofisica e principal investigator dellostrumento italiano Ma_Miss, lo spettrometro miniaturizzato integrato nel trapano a bordo della missione ExoMars 2020. «Al contempo, sono felice che sia stato scelto il nome di una scienziata per un elemento fondamentale di una missione come ExoMars, che vede una importante presenza di scienziate, italiane ed europee».
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
Le fasi della Luna in dicembre, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Le fasi della Luna in febbraio, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Col Novilunio del 4 febbraio alle 22:04, la successiva fase crescente vedrà la fase di Primo Quarto alle 23:26 del 12 febbraio quando il nostro satellite, dopo essere transitato in meridiano alle 18:10 a +59°, si troverà a un’altezza di +18° fra le stelle della costellazione del Toro, andando poi a tramontare nelle primissime ore della notte seguente.
Come sempre, sarà proprio questo il periodo maggiormente indicato per programmare osservazioni fotovisuali del nostro satellite…
La prima (e principale) proposta del mese sarà suddivisa nelle serate del 9 e 10 febbraio, in cui proseguiremo le osservazioni delle principali strutture esistenti nel settore settentrionale del nostro satellite, con la Luna in fase da 4,8 a 5,8 giorni, con particolare riferimento all’area di Nordest.
Nelle due serate indicate potrà risultare interessante e molto utile seguire l’avanzamento della linea del terminatore attraverso il suolo lunare, con luci e ombre sempre differenti, al variare dell’angolo di illuminazione solare, e con la possibilità di effettuare dettagliate osservazioni delle principali strutture geologiche.
Il mese scorso, la Luna dell’Eclissi totale del 21 gennaio, è stata chiamata anche Superluna di sangue, volendo indicare una coincidenza dell’eclissi con il giorno del suo perigeo (minima distanza dalla Terra). In realtà il perigeo è stato raggiunto solo il giorno dopo e la stessa cosa accadrà questo mese, anche se senza eclissi, con una “quasi” Superluna il 19 febbraio, che si troverà a una distanza dalla Terra ancora più ravvicinata (poco più di 351 mila km) rispetto a gennaio (circa 352 mila km), anche se il perigeo avverrà il giorno prima. In entrambi i casi la differenza è solo nei numeri: se è marcata nelle riprese a confronto tra Luna al perigeo e all’apogeo, il giorno prima o il giorno dopo il perigeo esatto la differenza non è per nulla percepibile.
Ma quando allora è lecito considerarla una “vera” Superluna? Vi ricordiamo un bell’articolo del nostro Aldo Vitagliano su questa questione e, in ogni caso, i consigli di Giorgia Hofer per la ripresa e il confronto della Luna tra perigeo e apogeo, che resta un progetto interessante da mettere in pratica:
Per la seconda proposta si torna a osservare una regione lunare che sarà interessata dal fenomeno delle Librazioni. Per l’occasione, si propone la serata del 19 febbraio quando la zona di massima Librazione coinciderà con l’area dei crateri Neumayer, Boussingault e Helmholtz situati in prossimità del bordo lunare sud-sudest.
La terza e ultima proposta del mese, è stata suddivisa in tre serate, il 15, 16 e 17 febbraio, con target il Sinus Roris, con la Luna in fase da 10,8 a 12,8 giorni e con frazione illuminata del disco lunare dal 79 al 94%.
Si tratta di un’area relativamente pianeggiante, situata nel settore Nordovest del nostro satellite, estesa per circa 510 km fra l’estremità occidentale del mare Frigoris e l’oceanus Procellarum, esattamente a nord rispetto al Sinus Iridum.
Occorre puntualizzare che in merito alla controversa ed esatta collocazione del Sinus Roris e riguardo le dimensioni (circa 200 o 510 km) assegnate a tale area (vedi VMA, Virtual Moon Atlas) si è deciso di considerare una estensione (appunto i 510 km sopra citati) che effettivamente viene a coincidere con una vasta regione a bassa albedo, centrata sul cratere Harpalus.
➜ La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione!
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
In questa immagine un primo piano della giovene stella sorgente del getto (all’interno degli archetti gialli), il più lungo per la prima volta ripreso in luce visibile da MUSE, e i cosidetti bow shock (indicati dalle frecce), una sorta di onde d’urto formate dal getto che interagisce con il gas circostante. Credito: ESO, A McLeod et al.
Questa regione all’interno della Grande Nube di Magellano (LMC dall’inglese Large Magellanic Cloud) si illumina di colori sorprendenti in questa immagine acquisita dallo strumento MUSE (Multi Unit Spectroscopic Explorer) installato sul Very Large Telescope (VLT) dell’ESO.
LMC è una galassia satellite della Via Lattea, meglio visibile dall’emisfero australe. A soli 160.000 anni luce dalla Terra, è praticamente sulla soglia di casa nostra. Inoltre, il singolo braccio a spirale di LMC appare quasi di fronte, permettendoci di ispezionare facilmente regioni come questa.
La regione, identificata dalla sigla LHA 120-N180 B – N180 B per gli amici – è un tipo di nebulosa nota come regione H II(si pronuncia “H secondo”), ovvero nubi interstellari di idrogeno ionizzato (nuclei nudi degli atomi di idrogeno), in cui le stelle massicce appena formate sono responsabili della ionizzazione del gas circostante, rendendole spettacolari.
N180 B, in tutta la sua bellezza, abbagliante di stelle in formazione nella Grande Nube di Magellano, è stata ripresa dallo strumento MUSE del VLT. La quantità relativamente piccola di polvere in questa nostra galassia satellite, unita alla vista acuta di MUSE, hanno permesso di individuare in luce visibile i dettagli intricati di questa regione. Crediti: ESO, A McLeod et al.
La forma distintiva di N180 B è la gigantesca bolla HII che vediamo nella ripresa, circondata da quattro bolle più piccole.
All’interno di questa nube luminescente, MUSE ha individuato un getto emesso da una stella in formazione – un enorme giovane oggetto stellare con una massa pari a 12 volte quella del nostro Sole. Il getto – chiamato Herbig-Haro 1177, o HH 1177 in breve – è mostrato in dettaglio nel riquadro dell’immagine di apertura e qui sotto. Con la sua lunghezza di circa 33 anni luce, si tratta di uno dei getti di questo genere più lunghi mai osservati!
Non solo, è anche la prima volta che si riesce a osservare questo tipo di oggetto in luce visibile, al di fuori della Via Lattea, poiché normalmente sono oscurati dalle polveri che circondano tali ambienti. Tuttavia, la Nube di Magellano risulta relativamente priva di polveri, e questo ci ha consentito di osservare HH 1177 alle lunghezze d’onda visibili.
Le regioni in blu e rosso di questa immagine mostrano il getto, identificato dai picchi di emissione, spostati verso il rosso o il blu, della riga Hα. Crediti: ESO, A McLeod et al.
HH 1177 ci parla dell’infanzia delle stelle. Il fascio è altamente collimato, lo vediamo infatti allargarsi appena man mano che si allontana dalla stella.
Getti di questo tipo vengono associati ai dischi di accrescimento della stella e possono quindi aiutarci a far luce sui meccanismi di raccolta di materiale delle stelle nascenti.
Gli astronomi hanno scoperto che tutte le stelle, sia di grande che di piccola massa, lanciano getti collimati simili a HH 1177 attraverso meccanismi simili, suggerendo quindi che le stelle possono formarsi allo stesso modo, indipendentemente dalla massa a disposizione.
L’osservazione è stata possibile anche grazie alla vista acuta di MUSE, che è stato recentemente migliorato notevolmente grazie all’aggiunta dell’Adaptive Optics Facility, la cui modalità a grande campo ha visto la prima luce nel 2017.
L’ottica adattiva è un processo, utilizzato dai telescopi dell’ESO, attraverso il quale si riesce a compensare gli effetti di sfocatura dovuta al scintillio delle stelle causato dall’atmosfera, permettendo quindi di ottenere immagini che, nella modalità a campo stretto di MUSE, sono molto vicine a quella del telescopio spaziale Hubble (NASA/ESA) dandoci modo di esplorare l’universo in modo più dettagliato che mai.
L’immagine è parte di un mosaico a colori ottenuto a partire dai dati della DSS2 (Digitized Sky Survey 2) e mostra la regione che circonda LHA 120-N 180B, visibile al centro, in basso, dell’immagine. Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2. Acknowledgment: Davide De Martin
La posizione del rover Yutu 2, rispetto al lander della missione Chang'e 4, al risveglio dopo la lunga notte lunare, sul lato nascosto della Luna.
La posizione del rover Yutu 2 rispetto al lander della missione Chang’e 4, dopo il risveglio dalla lunga notte lunare, sul lato nascosto della Luna.
Sul cratere Von Kármán, nel lato nascosto della Luna, da poco meno di una settimana è sorto il Sole, e il lander e il piccolo rover della missione Chang’e-4 si sono risvegliati e hanno ricominciato ad inviare dati al controllo missione del CNSA, l’agenzia spaziale cinese.
Yutu 2 si è risvegliato prima della sonda che l’ha accompagnato fin lì, alle 20 (GMT+8, quindi alle 13 italiane) del 29 gennaio, mentre il lander poco più di un giorno dopo (alle 20:39 GMT+8, del 30 gennaio). Il motivo è molto semplice, il lander è molto più grande di Yutu 2 e necessità di raccogliere maggiore energia solare per riprendere pieno possesso delle sue attività. Di contro il piccolo rover è meno efficente nel mantenere controllata la temperatura nelle ore più calde del giorno, e si è quindi riaddormentato il 3 febbraio scorso, in attesa delle ore più “fresche” del pomeriggio, quando i raggi di Sole avranno un angolo di incisione più basso. Ma andiamo in ordine.
Sopravvissuti alla prima notte lunare, dopo l’atterraggio morbido del 3 gennaio scorso, lander e rover segnano un ulteriore successo per la missione cinese.
Notte e giorno lunari equivalgono a poco meno di 14 giorni sulla Terra, e i due abitanti del lato nascosto della Luna sono entrati in modalità sleep per la mancanza di energia solare, essendo entrambi alimentati per lo più dai grandi pannelli solari che possiedono.
Con i primi raggi di Sole gli strumenti chiave hanno ripreso a funzionare e hanno comunicato con il controllo missione grazie al satellite Queqiao, il “ponte di gazze”. La connessione risulta stabile, rover e lander stanno bene e si trovano a circa 18 metri l’uno dall’altro (il rover a nordovest del lander) e hanno ricominciato ad inviare i dati e le immagini raccolte.
Si è così scoperto che la temperatura della superficie lunare è scesa molto più del previsto, arrivando a meno di 190 gradi centigradi! È la prima volta che la temperatura della notte lunare, sul lato nascosto, viene rilevata di prima mano.
«Secondo le misurazioni di Chang’e-4, la temperatura dello strato superficiale del suolo lunare sul lato più lontano della luna è inferiore ai dati ottenuti dalla missione Apollo degli Stati Uniti sul lato vicino della luna», ha infatti dichiarato Zhang He, direttore esecutivo del progetto della sonda Chang’e-4, della China Academy of Space Technology (CAST), e continua: «Probabilmente è dovuto alla differenza nella composizione del suolo lunare tra i due lati della luna: sono però necessarie analisi più accurate».
Non essendoci atmosfera, le temperature variano enormemente tra il giorno e la notte sulla luna e gli scienziati cinesi non potevano essere sicuri della temperatura raggiunta. Gli unici dati a disposizione fin’ora ottenuti in modo diretto erano appunto quelli delle missioni Apollo, raccolti solo in alcune zone del lato rivolto verso di noi e di giorno. Avendo bisogno di luce per atterrare correttamente e svolgere le operazioni, sono sempre state, ovviamente, missioni svolte durante il giorno lunare, anche se poi sono stati lasciati dei sensori, sotto la superficie, per continuare a monitorare le temperature nel tempo. Nonostante questo l’agenzia cinese è ora soddisfatta di poter avere dati di prima mano.
Anche in occasione della missione precedente, infatti – la Chang’e 3 atterrata sempre con atterraggio morbido, ma sul lato rivolto verso di noi della Luna – gli ingengeri cinesi hanno dovuto affidarsi ai dati raccolti dalla NASA, e il fatto che nonostante questo la missione sia ancora operativa dopo più di 60 notti lunari (in cinque anni) è considerato un successo. Ora invece hanno tutti dati di prima mano sui quali gli scienziati lavoreranno per stimare le proprietà del suolo lunare.
Pur in mancanza di energia solare, rover e lander hanno comunque potuto contare su un generatore termoelettrico a radioisotopi per “mantenersi caldi” durate la notte lunare. Il lander inoltre è anche dotato di una cella termoelettrica, sempre isotopica, e di dozzine di ricettori, per continuare le misurazioni della temperatura sulla superficie durante la notte.
La tecnologia per trasformare il calore da radiosotopi in energia, utilizzata per la prima volta in una nave spaziale cinese, rappresenta un primo esperimento per la Cina, un prototipo per la futura esplorazione dello spazio profondo. Ha infatti dichiarato, in una intervista a Xinhuanet, Sun Zezhou, capo progettista della sonda Chang’e-4, sempre del CAST: «È una tecnologia che dobbiamo padroneggiare se vogliamo raggiungere le regioni polari della Luna o andare oltre Giove, nello spazio profondo, dove l’energia solare non può essere utilizzata come fonte primaria».
Si tratta della stessa tecnologia usata dal rover Curiosity della NASA, che gli ha infatti permesso di continuare le operazioni anche in assenza di energia solare, durante la grande tempesta di polvere dell’estate scorsa, che ha invece bloccato Opportunity.
Se lander e rover possono, in questo modo, evitare di congelare durante la fredda notte lunare, durante il giorno resta il problema dell’eccesso di calore.
Il lander è in grado di autoregolarsi, mentre il rover ha dovuto interrompere le operazioni il 3 febbraio, per i giorni in cui la luce solare è più incidente (durante il mezzogiorno lunare) e le temperature superano i 100°C, ma Yutu 2 ha tenuto a sottolineare che non si tratta di pigrizia… ma solo di una pausa pranzo con sonnellino pomeridiano, necessaria per non surriscaldarsi nella calura, quindi riprenderà a muoversi e raccogliere dati dalla superficie lunare.
Qui di seguito un video rilasciato recentemente in cui vediamo la prima parte del tragitto del rover.
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
08.02 e 22.02, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo del periodo. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Instrument Used: TAGCAMS (NavCam 1) Credit: NASA/Goddard/University of Arizona/Lockheed Martin
Immagine ripresa dalla TAGCAMS (NavCam 1), con una esposizione di 1,4 millisecondi. Cliccare sull’immagine per ingrandire i dettagli. Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona/Lockheed Martin
Nel nuovo numero di Coelum astronomia di febbraio, trovate news estese e report per le principali missioni in corso (in particolare non perdete i report sui risultati della News Horizons ai confini del sistema solare e della cinese Chang’e 4, sul lato nascosto della Luna). Ma l’Osiris-Rex a che punto era?
La missione NASA ha compiuto il suo primo mese a distanza ravvicinata attorno a Bennu, l’asteroide prescelto per questo primo tentativo dell’agenzia spaziale americana di avvicinarsi alla superficie di un asteroide apollo, raccogliere del materiale e riportarlo a Terra. Gli asteroidi apollo sono asteroidi cosidetti near earth (NEA), vicini alla Terra, potenzialmente pericolosi perché con un orbita esterna alla nostra, ma che li porta molto vicini all’orbita terrestre nel suo punto più vicino al Sole (un perielio inferiore a 1,017 UA).
In questo momento la missione si trova nella fase Orbital A, dedicata a fare esperienza sulla navigazione ravvicinata in prossimità di un corpo così piccolo come Bennu, un asteroide NEA. Per questo motivo al momento la suite scientifica non è necessaria ed è spenta. Crediti: University of Arizona
Per festeggiare questo suo primo mese di test di guida ravvicinata all’asteroide, ci invia due straordinarie immagini della sua superficie, che si è rivelata estremamente frastagliata, forse anche più di quanto accaduto alla simile missione giapponese Hayabusa 2, pronta a scendere per raccogliere il suo primo campione dall’asteroide Ryugu. Trovandosi in una fase di “test di guida”, la camera della suite scientifica (OCAMS) non è al lavoro, ma la camera dedicata alla navigazione (NavCam 1) non si è arrestata un attimo, e continua a inviare a terra immagini sempre più dettagliate di questo piccolo mondo.
Un dettaglio dell’immagine di sinistra, sopra, che mostra il masso di circa 50 metri, la più grossa struttura di questo settore dell’asteroide. Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona/Lockheed Martin
Qui vediamo l’emisfero sud dell’asteroide ripreso a una distanza di soli 1,6 km, e la struttura più grande che si riesce a individuare (al centro nell’immagine di sinistra e proprio sul terminatore tra ombra e luce in quella di destra), è un masso della dimensione di circa 50 metri.
Le immagini sono state riprese il 17 gennaio, e il contrasto è stato enfatizzato per mettere in evidenza proprio le strutture della frastagliata superficie.
Questo tipo di immagini, di navigazione appunto, servono e sono servite alla missione per il controllo dell’avvicinamento e dell’inserimento in orbita, e nell’ultimo mese hanno monitorato questa fase di orbita stretta, di soli 1,75 km di media dal centro (!) dell’asteoride. Volare a distanza ravvicinata attorno a un corpo così piccolo come Bennu è infatti più difficoltoso e imprevedibile di come sia invece entrare in orbita attorno a un pianeta, ma è probabilmente il futuro delle missioni di esplorazione del nostro Sistema solare, anche per quello che potrebbe interessare un programma di sfruttamento delle risorse asteroidali o di controllo di asteroidi pericolosi.
La sonda, dal nome più che esaustivo “Origins, Spectral Interpretation, Resource Identification, Security-Regolith Explorer” (OSIRIS-REx) della NASA è arrivata a destinazione il 3 novembre scorso, mentre è entrata nella sua orbita stretta, il 31 dicembre, poco più di un mese fa appunto.
Impiegherà quasi un anno a esaminare l’asteroide con cinque strumenti scientifici, con l’obiettivo di selezionare un luogo che sia sicuro e scientificamente interessante per raccogliere il campione di materiale superficiale. Se tutto va come previsto, OSIRIS-REx recapiterà il campione alla Terra nel settembre 2023.
Per tenere d’occhio la posizione della sonda in ogni momento: Where is OSIRIS-REx?
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Tra SOLE, TERRA e… LUNA dal Meteo Spaziale all’esplorazione della Luna, passando per… Ultima Thule!
6.02 e 20.02, ore 20:30: Universo in una stanza, presso Ceccano (FR) 28.02 ore 21:30: Occhi al Cielo, diretta streaming
Info su: https://www.astronomiamo.it
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