Mentre la ISS sorvolava la Mongolia Orientale a poco più di 400 chilometri di altitudine, la navetta Sojuz MS-14, resa famosa (anche) dalla presenza del robot Fedor, è riuscita a effettuare il docking con la Stazione Spaziale Internazionale quando erano le 05:08 CEST, dopo il fallimento del primo tentativo il 24 agosto causato da un problema con il sistema di guida automatico Kurs.
La Sojuz MS-14 rimarrà ancorata per due settimane al modulo russo Zvezda, il cui boccaporto è stato liberato grazie alla manovra svolta la notte precedente dagli astronauti Parmitano, Skvorcov e Morgan, che hanno spostato la Sojuz MS-13 al modulo Poisk.
La navetta, oltre a trasportare il robot umanoide russo Fedor (noto anche come Skybot F–850), ha rifornito l’equipaggio della Expedition 60 con circa 658 kg di cibo, rifornimenti e strumenti scientifici.
Tuttavia, il lavoro straordinario degli astronauti a bordo della ISS non è ancora terminato: con l’attracco della navetta russa si è potuto dare il via alle operazioni per il rilascio della navetta Dragon, programmato alle 16:42 CEST del pomeriggio stesso, la quale riporterà a terra più di 1200 kg di esperimenti scientifici e altro carico.
Qui sotto il video del docking della Soyuz MS-14.
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La mattina molto presto del 24 agosto, la Luna (fase del 45%) si troverà prossima a varcare i confini dell’ammasso delle Iadi, passando a circa 3,3° a nordest della stella Aldebaran (Alfa Tauri, mag. +0,9).
I due astri sorgono attorno alla mezzanotte, e si alzano sempre più fino a perdersi nella luce del mattino. All’orario indicato li troveremo alti circa 13° sull’orizzonte di estnordest. Più in alto, a circa 9° e mezzo a nord della Luna, riconosceremo il grappolo di stelle delle Pleiadi (M 45).
Per arricchire l’osservazione, o se proprio il cielo fosse nuvoloso, come sempre consigliamo le puntate della rubrica di Stefano Schirinzi sul ricco campo della costellazione del Toro, in particolare dedicate ad Aldebaran e le Iadi.
Mito, scienza e curiosità fino alla scoperta dei tesori delle profondità del cosmo:
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Colorata e tenue, Sharpless 2-296 forma le "ali" di questa affascinante collezione di oggetti nota come la Nebulosa Gabbiano, così chiamata a causa della somiglianza con un gabbiano in volo. Nubi incandescenti si intrecciano con strisce scure di polvere e stelle brillanti. La nebulosa Gabbiano, costituita da polvere, idrogeno, elio e tracce di elementi più pesanti, è una culla calda ed energica di nuove stelle. Crediti: ESO/VPHAS+ team/N.J. Wright (Keele University)
Colorata e tenue, Sharpless 2-296 forma le "ali" di questa affascinante collezione di oggetti nota come la Nebulosa Gabbiano, così chiamata a causa della somiglianza con un gabbiano in volo. Nubi incandescenti si intrecciano con strisce scure di polvere e stelle brillanti. La nebulosa Gabbiano, costituita da polvere, idrogeno, elio e tracce di elementi più pesanti, è una culla calda ed energica di nuove stelle. Crediti: ESO/VPHAS+ team/N.J. Wright (Keele University)
Le componenti principali del Gabbiano sono tre grandi nuvole di gas, tra cui la più caratteristica è Sharpless 2-296, che forma le “ali”. Sh2-296 misura circa 100 anni luce da una punta all’altra dell’ala ed è formata da materiale incandescente attraversato da strisce di polvere scura che si insinuano tra stelle luminose. È un bell’esempio di una nebulosa a emissione, in questo caso una regione HII, che indica la formazione attiva di nuove stelle, che abbelliscono l’immagine.
È proprio la radiazione emessa da queste giovani stelle a conferire alle nubi i loro fantastici colori e renderle così affascientanti, ionizzando il gas circostante e facendolo brillare. Questa radiazione è anche il principale fattore che determina la forma delle nuvole, esercitando una pressione sul materiale circostante e scolpendolo con le forme stravaganti che vediamo. Poiché ogni nebulosa ha una distribuzione unica di stelle e può, come questa, essere un composto di più nubi, esse presentano una grande varietà di forme, che accendono l’immaginazione degli astronomi ed evocano confronti con animali o oggetti familiari.
Questa diversità di forme è esemplificata dal contrasto tra Sh2-296 e Sh2-292. Quest’ultima, appena sotto le “ali” nell’immagine, è una nube più compatta che forma la “testa” del gabbiano. La sua caratteristica più importante è un’enorme stella estremamente luminosa chiamata HD 53367, 20 volte più massiccia del Sole, che vediamo come “occhio” penetrante del gabbiano. Sh2-292 è sia una nebulosa a emissione che una nebulosa a riflessione; gran parte della sua luce viene emessa dal gas ionizzato che circonda le sue stelle nascenti, ma una quantità significativa è anche dovuta alla luce riflessa prodotta da stelle esterne.
Le strisce scure che interrompono l’omogeneità delle nuvole e danno loro consistenza sono scie di polvere – tracce di materiale molto più denso che nascondono parte del gas luminoso dietro di esse. Nebulose come questa hanno densità di alcune centinaia di atomi per centimetro cubo, molto meno dei più spinti vuoti artificiali sulla Terra. Tuttavia, le nebulose sono ancora molto più dense del gas esterno, che ha una densità media di circa 1 atomo per centimetro cubo (!).
Questa panoramica cattura la suggestiva e pittoresca zona di formazione stellare nota come Nebulosa Gabbiano, IC 2177, al confine tra le costellazioni dell'Unicorno e del Cane Maggiore. Questa visuale è ottenuta da immagini appartenenti alla DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2. Acknowledgement: Davide De Martin
Il Gabbiano si trova lungo il confine tra le costellazioni del Cane Maggiore e dell’Unicorno, a una distanza di circa 3700 anni luce, in un braccio della Via Lattea. Le galassie a spirale possono contenere migliaia di queste nubi, quasi tutte concentrate lungo i bracci.
Diverse nubi più piccole vengono associate alla Nebulosa Gabbiano, tra cui Sh2-297, una piccola aggiunta nodosa alla punta dell ‘”ala” superiore del gabbiano, Sh2-292 e Sh2-295. Questi oggetti sono tutti inclusi nel Catalogo di Sharpless, un elenco di oltre 300 nubi di gas incandescente compilato dall’astronomo americano Stewart Sharpless.
Questa immagine è stata ottenuta con il VST (VLT Survey Telescope), tra i più grandi telescopi al mondo per survey in luce visibile. Il VST è progettato per fotografare ampie aree del cielo in modo rapido e profondo.
Ruscite a individuare il gabbiano in questa foto?
Sfidiamo i nostri lettori a dare sfogo all’immaginazione e disegnare sulla foto il contorno del gabbiano. Condividete poi le vostre foto usando l’hashtag #SpotTheSeagull.
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Lo scorso 5 agosto si è svolto dal poligono di Esrange, in Svezia, un importante test del paracadute che dovrà frenare la corsa del rover marziano europeo Rosalind Franklin nella fase di entrata nell’atmosfera del pianeta rosso. Purtroppo la missione si è conclusa con un insuccesso, e il veicolo di prova si è schiantato al suolo.
ESA non ha annunciato ritardi sulla tabella di marcia, ma a seconda della complessità degli interventi richiesti per rimediare la situazione, non si può escludere un nuovo slittamento del lancio di due anni.
Che cosa è andato storto
Come parte della normale campagna di validazione pre-lancio di ogni missione, per ExoMars 2020 sono stati programmati numerosi test sui paracadute presso il sito della società svedese SSC. Il primo ha avuto luogo lo scorso anno, e ha dimostrato con successo il dispiegamento e l’apertura del più grande dei due paracadute principali, in un test di caduta svolto con un elicottero dalla quota di 1,2 km.
Successivamente, il 28 maggio di quest’anno, la sequenza di apertura di tutti e quattro i paracadute è stata testata per la prima volta grazie a un pallone stratosferico, che ha rilasciato la piattaforma di prova ad un’altezza di 29 km. Mentre i meccanismi di spiegamento si sono attivati correttamente e la sequenza generale è stata completata, entrambi i paracadute principali hanno subito danni.
A seguito dell’ispezione dell’hardware recuperato, sono state apportate alcune modifiche al design dei paracadute e alle relative sacche di contenimento per preparasi al successivo test ad alta quota, quello dello scorso 5 agosto, anche se questa volta ci si è concentrati solo sul paracadute più grande, del diametro di 35 metri.
Purtroppo, come detto, non solo le modifiche non hanno risolto i problemi emersi a maggio, ma sembrano addirittura aver aggravato la situazione.
La complessa sequenza di apertura dei paracadute di ExoMars 2020 – Copyright ESA
Le indagini preliminari mostrano che i passaggi iniziali del rilascio e dell’apertura sono stati completati correttamente, tuttavia sono stati notati dei danni alla calotta già prima dell’inflazione completa, in modo simile al test precedente. Di conseguenza, il modulo di prova è sceso trattenuto solo dal paracadute pilota.
«È deludente vedere che gli aggiustamenti al design introdotti a seguito delle anomalie dell’ultimo test non ci abbiano aiutato a superare con successo il questa nuova prova, ma come sempre restiamo concentrati. Stiamo lavorando per comprendere e correggere il difetto al fine di poter lanciare puntualmente l’anno prossimo» ha affermato Francois Spoto, Team Leader di ExoMars per ESA.
L’hardware e la documentazione video e telemetrica sono stati recuperati, e sono attualmente in fase di studio. L’analisi di questi elementi dovrebbe rivelare la causa principale dell’anomalia, passaggio fondamentale per guidare le ulteriori modifiche che potrebbero essere richieste al sistema di paracadute prima di ulteriori test.
Un’altra prova in alta quota è già prevista per il primo paracadute principale entro la fine del 2019. Il prossimo tentativo di qualificazione del secondo paracadute principale è previsto per l’inizio del 2020.
Parallelamente, i team stanno studiando la possibilità di produrre ulteriori modelli di test del paracadute, da utilizzare in simulazioni a terra che cercheranno di imitare la dinamica dell’estrazione del paracadute, poiché le opportunità di lanci da palloni stratosferici sono limitate.
«Arrivare su Marte, e in particolare atterrarci, è un’impresa molto difficile», ha aggiunto Spoto. «Ci impegniamo a far volare un sistema in grado di consegnare in sicurezza il nostro carico utile sulla superficie di Marte, al fine di condurre la sua particolare missione scientifica».
NASA, che a suo tempo si ritirò dalla partnership per la missione ExoMars lander, ha comunque offerto il suo aiuto e il suo know-how ai partner europei. Il mese prossimo si riunirà un seminario di esperti di paracadute “marziani” proprio per condividere le conoscenze acquisite.
La missione ExoMars Rosalind Franklin
Il programma ExoMars è uno sforzo congiunto tra ESA e Roscosmos. Oltre alla missione del 2020, include anche il Trace Gas Orbiter (TGO) lanciato nel 2016. Il TGO sta già fornendo importanti risultati scientifici propri e sta trasmettendo dati dal rover Curiosity e dal lander InSight (entrambi della NASA). Trasmetterà anche i dati della missione del 2020 una volta che arriverà su Marte nel marzo 2021.
Il modulo di discesa Kazačok, fornito dalla Russia che è partner di ESA per questa missione, necessita di due paracadute. Ciascuno ha un suo scivolo pilota che ne facilita l’estrazione, e aprendosi uno dopo l’altro a intervalli prestabiliti, hanno il compito cruciale di rallentare la discesa fino a una velocità adatta all’accensione dei motori a razzo del modulo Kazačok, che resteranno in funzione fino all’atterraggio.
Il lancio della missione è previsto tra il 25 luglio e il 13 agosto 2020, date imposte dalla posizione reciproca della Terra e di Marte, con un arrivo sul pianeta rosso nel marzo 2021. Dopo essere scappato dalla piattaforma di superficie, il rover Rosalind Franklin esplorerà la superficie di Marte, alla ricerca di siti geologicamente interessanti da perforare sotto la superficie, per determinare se sia mai esistita la vita sul nostro pianeta vicino.
L’intera sequenza di arrivo sulla superficie, dall’ingresso atmosferico all’atterraggio, dura solo sei minuti. Pertanto anche l’Europa vivrà, per la prima volta, la sua versione dei “sei minuti di terrore” celebrati in un famoso video del JPL.
Il rover europeo Rosalind Franklin. ESA.Il rover Rosalind Franklin, di costruzione europea, e la piattaforma di superficie a guida russa Kazačok sono in fase di completamento. Saranno lanciati da un razzo Proton dal centro di lancio kazako di Bajkonur, e viaggeranno verso Marte grazie a un modulo di crociera dedicato, sempre fornito da Roscosmos.
Il rover, in particolare, è attualmente in fase di costruzione presso Airbus Defence and Space a Stevenage, nel Regno Unito, e inizierà presto la sua campagna di test ambientali presso Airbus Tolosa, in Francia. Allo stesso tempo il modulo di discesa e la piattaforma di atterraggio inizieranno l’ultima batteria di test presso Thales Alenia Space, a Cannes, Francia. Il rover sarà integrato con il resto del trenino spaziale all’inizio del 2020.
Ed è stata proprio la Nasa, grazie alle rilevazioni satellitari 24 ore su 24 fatte dalla rete di monitoraggio Cneos (Center for Near Earth Objects Studies), a confermare la posizione calcolata da Carbognani per il punto finale della traiettoria (38,9 N; 7,0 E) a circa 150 km a sud-ovest delle coste del Sulcis e 36 km di altezza. La velocità di caduta di 14,9 km al secondo (53.640 km/h) combinata con la traiettoria, ha fatto ipotizzare al Cneos un bolide di circa 1,5 metri diametro. Tenendo conto della natura ferrosa dei meteoriti finora ritrovati ed una conseguente densità di 3 tonnellate al metro cubo, la stima finale della massa è risultata di 4 tonnellate. Sul sito Cneos è disponibile un database che indica quasi ottocento bolidi (in inglese fireball) registrati dal 1988 a oggi. Una media di 25 all’anno in tutto il mondo. Quello passato pochi giorni fa sulla Sardegna, con la potenza di meno di 0,1 chilotoni, non è certamente tra i bolidi più “energetici” finora registrati, ma rappresenta comunque – come mostra la mappa riportata qui sopra – uno dei pochi nel Mediterraneo e il primo in Italia.
La foto del bolide. Crediti e copyright: Francesco Malica
Il 16 agosto 2019 resterà impresso nei ricordi di molti italiani e, in particolare, di chi, per residenza o per vacanza, si trovava in quel momento sotto i cieli della Sardegna. Alle 22.36 ora estiva locale (le 20.36 Utc) è infatti comparsa, in direzione sud-ovest rispetto all’isola, una scia di luce di straordinaria intensità che ha destato stupore e paura in migliaia di persone. Si è trattato di un cosiddetto “bolide”, ovvero – come spiegheremo tra poco – di una meteora molto più brillante della norma.
Le prime segnalazioni di un forte bagliore nel cielo sono apparse su Facebook già dopo pochi minuti dall’avvistamento, ma senza ancora nessuna immagine. Verso mezzanotte la prima fotografia completa della meteora è comparsa su Instagram. A postarla è stato il giovane fotografo Francesco Malica, che stava effettuando uno scatto a lunga esposizione (star trail) dalla località di S’Archittu – e che ha gentilmente concesso a Media Inaf l’uso della foto originale a piena risoluzione, che vedete qui sopra.
L’immagine, al di là della sua struggente bellezza, è risultata utile anche per gli scienziati che studiano i bolidi e i meteoriti, come Albino Carbognani, che lavora al progetto Prisma (Prima rete per la sorveglianza sistematica di meteore e atmosfera) dell’Istituto nazionale di astrofisica.
«La foto scattata a S’Archittu», dice Carbognani, «si è rivelata importante, perché il progetto Prisma si basa sia sul lavoro di telecamere fisse all sky costantemente puntate verso il cielo, sia sulle testimonianze oculari dei cittadini, che possono facilmente segnalare eventi di questo tipo tramite il nostro sito. Il bolide segnalato in Sardegna, dove è prevista l’installazione di una telecamera nel prossimo futuro, era troppo a sud rispetto alle telecamere attualmente in uso, per cui il riscontro fotografico è stato utile a raffinare e confermare le testimonianze inviate già dopo pochi minuti dall’evento. Grazie alla presenza di un orizzonte a livello del mare e di un astro luminoso come Saturno già alto nel cielo, è stato possibile risalire alle coordinate celesti dei punti iniziali e finali della traiettoria del bolide da quella particolare prospettiva. Il bolide ha seguito una traiettoria da nord-ovest verso sud-est, circa a metà strada fra Baleari e Sardegna».
Verso l’una e mezza del mattino è comparso su Twitter il video di Claudio Porcu, che con la dashcammontata sulla sua auto è riuscito a immortalare l’evento in modo perfetto, riprendendo tutta l’area di cielo interessata da prima dell’inizio a dopo la fine della scia. Grazie a questo video si capiscono ulteriori dettagli come la durata, di circa cinque secondi, e la frammentazione in tanti pezzi minori prima della scomparsa.
In un altro video, ripreso a Iglesias, si nota invece un altro dettaglio impressionante: l’estrema dinamicità delle ombre. Il movimento del corpo celeste, contrariamente al Sole e alla Luna, genera infatti ombre velocissime, analogamente ai fari di un’automobile in corsa.
Nel giro di poche ore tutte le principali agenzie di stampa e testate giornalistiche italiane, ma anche spagnole e francesi, hanno rilanciato la notizia e relative immagini e video con interviste a esperti e astrofisici. In Italia una fra le interviste più rilanciate è stata quella a Silvia Casu dell’Inaf di Cagliari, andata in onda al Tg1.
Purtroppo, nella foga di dare al pubblico la notizia in tempi record, sono state pubblicate anche alcune imprecisioni su cui è utile fare un po’ d’ordine. Alcuni errori si sarebbero potuti evitare andando a consultare l’articolo preliminare che lo stesso Carbognani ha pubblicato il 17 agosto sul sito di Prisma e aggiornato nei giorni successivi.
Il primo errore, per la verità abbastanza innocente, è stato quello di chiamare in causa il concetto di “meteorite”. Tecnicamente, infatti, il bolide è stato prodotto da un “meteoroide”, ovvero di un corpo celeste di piccole dimensioni (da trenta millesimi di millimetro ad un metro, secondo la definizione dell’Unione astronomica internazionale) in orbita attorno al Sole, che può avere diverse provenienze e composizioni chimiche. Si va dai residui, antichissimi e solitari, della formazione del Sistema solare a pezzi di asteroidi frutto di impatti reciproci o con altri pianeti e satelliti, fino ai resti di comete. In quest’ultimo caso i meteoroidi in ballo possono essere davvero tanti e dare vita a “sciami meteorici” ricorrenti come quello, appena passato, delle Perseidi, la famosa notte di San Lorenzo. Un magnifico sito web oggi ci consente addirittura di vedere con precisione 13 degli 81 sciami meteorici attualmente conosciuti.
Quando un meteoroide, quale che sia la sua origine, entra in contatto con l’atmosfera terrestre a forte velocità, la comprime e la surriscalda a tal punto da creare una scia di plasma incandescente e diventare visibile sotto forma di “meteora”. Quando una meteora supera una certa luminosità (o, più propriamente, magnitudine), viene definita “bolide”, ed è proprio il caso di quella che ha solcato il Mediterraneo il 16 agosto.
Di solito i bolidi si consumano completamente, vaporizzandosi prima di toccare il suolo e lasciando dietro di sé una scia di finissime “micrometeoriti” che – insieme con altre particelle di altra provenienza, e in grande maggioranza rispetto a corpi più grandi – cadono ogni anno a decine di tonnellate al suolo ma sono troppo piccole per essere individuate.
Se, invece, qualche frammento, sebbene malconcio e semi-fuso dal cosiddetto processo di ablazione, resta intatto e cade sulla Terra con una dimensione superiore ai due millimetri, viene definito “meteorite” – declinato di solito al femminile. Viste le sue caratteristiche, il bolide osservato tra la Sardegna e le Isole Baleari potrebbe anche aver prodotto una piccola meteorite, ma non possiamo esserne certi, perché sotto c’era mare per centinaia di chilometri. Ecco perché, anziché di “meteorite”, in questo caso è più corretto parlare di “bolide”, ovvero del solo fenomeno ottico di elevata magnitudine.
Un po’ più seria è stata la confusione tra meteoroide e asteroide. In questo caso non è tanto la differenza lessicale a rappresentare l’ostacolo, visto che anche lo stesso sito dell’International Meteor Organisation (Imo) ha definito “asteroide” il bolide sardo, e le stesse stime della Nasa parlano di un oggetto del diametro compreso tra uno e due metri – dunque, sebbene di poco, eccederebbe lo standard di “meteoroide”. L’errore mediatico è stato piuttosto un vero e proprio “scambio di persona”: alcuni giornalisti, ingannati da una fortuita vicinanza temporale tra i due fenomeni, hanno identificato il bolide del 16 agosto con l’asteroide 2006 QQ23, passato sei giorni prima, il 10 agosto, a sette milioni e mezzo di km da noi, ovvero quasi venti volte la distanza Terra–Luna. Questo asteroide di circa 500 metri di diametro è un “sorvegliato speciale” della Nasa, in quanto potenzialmente pericoloso per la Terra – per cui, se fosse stato lui a cadere nel Mediterraneo, non saremmo probabilmente qui a scriverne oggi.
Ed è stata proprio la Nasa, grazie alle rilevazioni satellitari 24 ore su 24 fatte dalla rete di monitoraggio Cneos (Center for Near Earth Objects Studies), a confermare la posizione calcolata da Carbognani per il punto finale della traiettoria (38,9 N; 7,0 E) a circa 150 km a sud-ovest delle coste del Sulcis e 36 km di altezza. La velocità di caduta di 14,9 km al secondo (53.640 km/h) combinata con la traiettoria, ha fatto ipotizzare al Cneos un bolide di circa 1,5 metri diametro. Tenendo conto della natura ferrosa dei meteoriti finora ritrovati ed una conseguente densità di 3 tonnellate al metro cubo, la stima finale della massa è risultata di 4 tonnellate.
Il bolide sul sito del Cneos (cneos.jpl.nasa.gov). Dal 1988 a oggi è l’unico, fra quelli che hanno solcato i cieli italiani, potente a sufficienza da essere registrato nel database della Nasa.
Sul sito Cneos è disponibile un database che indica quasi ottocento bolidi (in inglese fireball) registrati dal 1988 a oggi. Una media di 25 all’anno in tutto il mondo. Quello passato pochi giorni fa sulla Sardegna, con la potenza di meno di 0,1 chilotoni, non è certamente tra i bolidi più “energetici” finora registrati, ma rappresenta comunque – come mostra la mappa riportata qui sopra – uno dei pochi nel Mediterraneo e il primo in Italia.
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Nel 2019 è programmata una rassegna di eventi dedicati all’allunaggio del 20/21 luglio 1969.
Gli eventi sono molti e si possono consultare nel dettaglio sul sito web dedicato www.destinazionelune.oapd.inaf.it che verrà costantemente aggiornato.
Questi alcuni appuntamenti per luglio e agosto:
A Padova: Mostra “Le Lune di Padova”dal 16 luglio al 27 settembre presso la Specola. Un percorso iconografico per raccontare gli studi fatti sulla Luna (e sulle Lune) dagli astronomi che hanno operato a Padova, da Galileo ai giorni nostri. 16.07: 3, 2, 1, 0… DECOLLO!!! Aspettando l’eclissi parziale di Luna, aperitivo scientifico in Specola, rivivendo insieme agli astronomi quanto avvenne il giorno del lancio. 18.07: Tavola rotonda “Raccontare gli ultimi 50 anni dell’esplorazione spaziale per scrivere i prossimi 50” presso l’Aula Magna del Bo con Maurizio Cheli (Astronauta) e Monica Lazzarin (Università degli Studi di Padova), modera Roberto Ragazzoni (Direttore di INAF – Osservatorio Astronomico di Padova). 19.07: “The Planets” di Holst, con accompagnamento di proiezioni di immagini planetarie. Concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto presso il Castello Carrarese. 20.07, 21:45 – 22:17 (ora locale allunaggio): Spettacolo teatrale (di A. Pennacchi e R. Spiga), prodotto da Teatro Boxer. Partendo dalla rievocazione dell’Allunaggio (atterraggio del LEM alle 22:17) una storia sul futuro dell’Uomo.. 29.07, ore 20:30 e 22:00: L’Angelo sulla Torre, straordinaria visita serale al Museo La Specola, accompagnata dal violino del Maestro Tommaso Luison organizzata con l’Associazione La Torlonga.
Ad Asiago: 22.08: Spettacolo teatrale “Con gli occhi di Galileo” di Nando Patat e Max Olitz al Teatro Millepini di Asiago. 23.08: Conferenza pubblica su ELT di Nando Patat. 24.08: Notte Nera.
La sera del 12 agosto, alle ore 21:00, vedremo la Luna (fase del 93%) passare a circa 5° a est-sudest del pianeta Saturno (mag. +0,2). I due ci appariranno immersi nelle luci del crepuscolo serale e, all’orario indicato – quando il cielo si sarà già fatto un po’ più scuro, i due astri saranno alti poco meno di 20° sull’orizzonte di sud- sudest.
Avremo a disposizione numerose ore per osservare e riprendere il fenomeno (anche se per la fotografia di paesaggio consigliamo sempre di attendere il momento in cui i soggetti sono bassi sull’orizzonte, così da includere elementi naturali o architettonici nella ripresa): il passaggio al meridiano avverrà attorno alle ore 23.
Ampliando il nostro raggio visivo, guardando più verso l’orizzonte sud, potremo notare la presenza del brillante Giove (mag. –2,4) nei pressi di Antares (Alfa Scorpii, mag. +1), nello Scorpione.
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10-12 Agosto Le Notti delle Stelle. Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vico e Associazione Nazionale Città del Vino www.uai.it/divulgazione
Dirigendo il nostro sguardo verso sudovest, la sera del 9 agosto, alle ore 23:45 circa, potremo notare facilmente la presenza in cielo di due astri brillanti, molto vicini tra loro. Sono la Luna (fase del 72%) e il brillante pianeta Giove (mag. –2,4).
La coppia, con la Luna posta a 2° a nord-nordest del pianeta, sarà alta circa 15° sull’orizzonte.
Più a sud, noteremo la rossa Antares (Alfa Scorpii, mag. +1) già prossima al tramonto (altezza di circa 8°). Per arricchire l’osservazione, o se proprio il cielo fosse nuvoloso, ecco unarticolo online dedicato alla rossa Antares, sempre a cura del nostro uomo delle costellazioni Stefano Schirinzi!
Ritagliatevi un momento di tranquillità perché come al solito, pur trattandosi di una sola stella, Stefano non si risparmia! 😉
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➜ Leggi l’articolo dedicato ad Antares, stella alfa dello Scorpione
Sarà molto bello riprendere questa congiunzione calata nel contesto del paesaggio naturale o architettonico circostante.
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Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di Luglio e Agosto su Coelum Astronomia 235
Perseidi e Iridium Flare di Andrea Pistocchini. Cliccare sull'immagine per i dettagli di ripresa. Photocoelum.
Il radiante dello sciame delle Perseidi, ovvero il punto da cui sembrano partire le stelle cadenti estive, che prendono il nome dalla costellazione in cui si trova. Se è il punto migliore per ottenere la raggiera di stelle cadenti nelle immagini a lunga posa, non è però la direzione migliore per osservare le stelle cadenti più lunghe e persistenti. Si dovrà invece guardare più a destra o sinistra per vedere quelle che attraversano l'atmosfera in modo radente lasciando una lunga scia. Nell'immagine la posizione del quadrante poco dopo le 22 (per una località del Centro Italia), quest'anno però, anche se sarà comunque possibile avvistare le meteore più luminose, converrà attendere il mattino, prima dell'alba, quando la Luna sarà tramontata. Crediti: Coelum Astronomia
Come ogni anno, c’è sempre grande attesa, soprattutto per chi non segue assiduamente i fenomeni del cielo, per lo sciame meteorico delle Perseidi, le stelle cadenti di agosto. E così, per qualche giorno, lo spettacolo offerto dalle “Lacrime di San Lorenzo” (come sono, talvolta, chiamate) riesce a focalizzare l’attenzione anche dei media nazionali, con il risultato che in migliaia, nella notte di San Lorenzo, rimangono con il naso all’insù, nella speranza di vedere qualche brillante meteora (e magari, come da tradizione popolare, esprimere un desiderio).
Perseidi e Iridium Flare di Andrea Pistocchini. Cliccare sull'immagine per i dettagli di ripresa. Photocoelum.Quest’anno il massimo dello sciame meteoritico delle Perseidi (il cui tasso orario o ZHR sarà pari a circa 110) avverrà purtroppo con la Luna quasi piena, il giorno 13 agosto (all’incirca alle 15 del pomeriggio). La notte migliore per osservarle è quella tra il 12 e il 13 agosto, ma dato che il nostro satellite naturale tramonterà attorno alle 4 del mattino, con il cielo ancora buio, potremo sfruttare questo poco tempo per riprendere qualche bella stella cadente poco prima dell’alba. Come sempre sarà possibile osservare qualche bel bolide luminoso anche nelle serate di qualche giorno prima e dopo il massimo (ricordate ilbolide del sabato sera?)
Ma non dimenticate gli articoli usciti in occasione delle precedenti estati, con approfondimenti storici, consigli per la ripresa (anche con uno smartphone) e i racconti ispirati dall’evento, su
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
La Fondazione Clément Fillietroz-ONLUS, che gestisce l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e il Planetario di Lignan, organizza quattro serate speciali dedicate alle stelle cadenti d’agosto. Accompagnati da ricercatori scientifici e esperti qualificati, compiremo insieme un affascinante viaggio alla scoperta del cielo d’estate, pronti a lasciarci sorprendere dal repentino passaggio di una stella cadente – cioè una meteora, come la chiamano gli astronomi.
Per ciascuna serata sono organizzati tre turni di visita, alle ore 21.30, 22.30 e 23.30, identici per organizzazione e contenuti scientifici. Ogni turno, della durata di un’ora, prevede l’osservazione guidata del cielo a occhio nudo e con i telescopi dell’Osservatorio Astronomico. Scopriremo inoltre la vera natura dello sciame meteorico delle Perseidi, popolarmente note come “le lacrime di San Lorenzo”. Così, quando una scia luminosa attraverserà il cielo all’improvviso, sarà ancora più emozionante esprimere il tradizionale desiderio, avendo compreso l’origine di questo spettacolo astronomico.
L’iniziativa ha ottenuto i prestigiosi patrocini ufficiali dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), i principali enti del nostro Paese per lo studio dello spazio e degli astri.
Vi aspettiamo a Saint-Barthélemy per quattro serate imperdibili!
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Come ogni anno, c’è sempre grande attesa, soprattutto per chi non segue assiduamente i fenomeni del cielo, per lo sciame meteorico delle Perseidi, le stelle cadenti di agosto. E così, per qualche giorno, lo spettacolo offerto dalle “Lacrime di San Lorenzo” (come sono, talvolta, chiamate) riesce a focalizzare l’attenzione anche dei media nazionali, con il risultato che in migliaia, nella notte di San Lorenzo, rimangono con il naso all’insù, nella speranza di vedere qualche brillante meteora (e magari, come da tradizione popolare, esprimere un desiderio).
Coelum Astronomia ogni anno dedica almeno un paio di pagine a questo fenomeno nel suo numero estivo, ma nel tempo gli abbiamo dedicato speciali, approfondimenti, consigli di ripresa e di osservazione che è un peccato dimenticare, perciò li riproponiamo qui sotto, a partire dagli articoli ad accesso gratuito presenti sul nostro sito o sui numeri estivi della nostra rivista che, ormai dal 2016, esce in formato digitale e completamente gratuito! Questo articolo sarà sempre in aggiornamento, in coda troverete invece qualche contributo relativo ai numeri più vecchi a pagamento.
Per le informazioni osservative dell’anno in corso consultate sempre le pagine del nostro Cielo del Mese!
Indice dei contenuti
Articoli e approfondimenti
➜ Dopo 2000 anni… ancora le Perseidi di Remondino Chavez su Coelum Astronomia 202 Perché le Perseidi non hanno il massimo sempre nello stesso giorno? Cos’è una “stella cadente”? …e una meteora? Da cosa vengono originate? Un po’ di storia, un po’ di scienza e tutte le curiosità sull’argomento.
In coda segnaliamo altri riferimenti a vecchi numeri che possono essere acquistati e sfogliati online o trovati in formato pdf nei CD/DVD in vendita nel nostro astroshop (per il formato cartaceo dei numeri più vecchi chiedere sempre prima la disponibilità a segreteria@coelum.com) ➜ Consulta l’archivio per le modalità di acquisto.
➜ Antonio Pacinotti astronomodi Luigi Gabba su Coelum Astronomia 144 Lo sapevate che Antonio Pacinotti, il noto inventore della dinamo, prima di occuparsi di elettrologia iniziò la sua carriera scientifica come assistente in un osservatorio astronomico? E che nel 1862 scoprì indipendentemente la celeberrima Swift-Tuttle, la cometa madre dello sciame delle Perseidi?
“Sotto i cieli del Parco” XI edizione – 2019 4 – 12 agosto
Manifestazione di educazione ambientale e di promozione turistica del territorio di elevato contenuto culturale e scientifico. La partecipazione alla manifestazione è assolutamente gratuita ed è offerta dal Parco Nazionale della Sila in collaborazione con l’Associazione Star Freedom Onlus.
Il Planetario
Gli spettacoli al planetario itinerante Star Freedom avranno la durata di un’ora e (è gradita la prenotazione agli spettacoli)
8,9 e 10 agosto a Lorica – presso il salone del Camping Lago Arvo
12 agosto Villaggio Mancuso – presso il Centro Visita A. Garcea (Taverna CZ)
Le serate osservative
Le serate osservative con i telescopi avranno la durata di tre ore e si svolgeranno nei seguenti giorni e orari:
Domenica 4 agosto 21.30 (Pian del Sole – loc. Trepidò – Cotronei KR)
Lunedì 5 agosto 22.30 (Stadio comunale Serravalle – Mesoraca KR)
Martedì 6 agosto 21.30 (Campo sportivo comunale – Bocchigliero CS)
Mercoledì 7 agosto 21.30 (Monte Scuro – uscita Fago del Soldato – SP256 nei pressi del Rifugio Montescuro – adiacente il Crocefisso – Celico CS)
Sabato 10 agosto (Notte di S. Lorenzo – Notte di Stelle cadenti) 21.30 (Centro Sportivo Lorica – Lungo lago di Lorica – San Giovanni in Fiore CS)
Domenica 11 agosto (Notte bianca della Biodiversità) 21.30 (Centro Visita A. Garcea – Villaggio Mancuso – Taverna CZ)
Domenica 12 agosto 21.30 (Campo sportivo comunale – Magisano CZ)
Immagine di uno dei campioni di roccia Ilmenitica-basaltica, il n. 12054, raccolto durante la missione Apollo 12 e utilizzato in studi come questo pubblicato su Nature Geoscience per risalire all’epoca di formazione del nostro satellite naturale. Crediti: Maxwell Thiemens, 2019
Immagine di uno dei campioni di roccia Ilmenitica-basaltica, il n. 12054, raccolto durante la missione Apollo 12 e utilizzato in studi come questo pubblicato su Nature Geoscience per risalire all’epoca di formazione del nostro satellite naturale. Crediti: Maxwell Thiemens, 2019
Tra le teorie che cercano di spiegare la formazione della Luna, la più accreditata è da tempo quella secondo la quale essa si sarebbe formata a seguito di una gigantesca collisione tra un corpo planetario dalle dimensioni di Marte e la Terra primitiva: la cosiddetta Giant impact hypothesis, o Teoria dell’impatto gigante. Uno scontro che avrebbe generato materiale a sufficienza per consentire al nostro satellite naturale, nel corso del tempo, di accrescere fino a diventare come lo vediamo oggi. Ma la sua età? Quanti anni ha la signora Luna?
Ebbene, secondo uno studio condotto da un team di scienziati dell’Istituto di geologia e mineralogia dell’Università di Colonia, in Germania, i cui risultati sono stati pubblicati ieri su Nature Geoscience, essa non si sarebbe formata 150 milioni di anni dopo la formazione del Sistema solare – come ricerche precedenti hanno stimato – bensì appena 50 milioni di anni dopo: insomma, l’età della Luna sarebbe di 100 milioni di anni superiore a quanto si credeva. A certificare questa nuova datazione è la maggiore abbondanza dell’isotopo 182 del tungsteno nei silicati lunari rispetto alla maggior parte dei silicati terrestri. Una differenza di composizione di elementi rari che indicherebbe una formazione meno recente di quanto si credesse. Insomma, la Luna sarebbe una splendida vecchietta con un’età di 4.51 miliardi di anni.
Una conclusione, questa, alla quale i ricercatori sono arrivati analizzando ciò che di più prezioso possediamo della Luna: i campioni di roccia portati qui sulla Terra dalle missioni Apollo, tra i quali anche quelli della missione Apollo 11, che proprio questo mese ha festeggiato il cinquantesimo anniversario. Rocce che «hanno registrato informazioni sulla formazione della Luna, e che si possono trovare ancora oggi sulla superficie lunare», dice il primo autore dell’articolo, Maxwell Thiemens.
In particolare, analizzando le firme chimiche di questi campioni, ovvero misurando le quantità di isotopi radioattivi di elementi come afnio, uranio e tungsteno – i cui tempi decadimento sono noti, consentendone così l’utilizzo come orologio radioattivo naturale – e combinando queste informazioni con quelle ottenute da altri esperimenti in laboratorio, il team di ricerca ha stabilito che il nostro satellite avrebbe iniziato a solidificarsi, appunto, già circa cinquanta milioni di anni dopo la formazione del Sistema solare, avvenuta 4.56 miliardi di anni fa.
Secondo gli autori, l’eccesso dell’isotopo del tungsteno a cui accennavamo all’inizio – il tungsteno-182 – riscontrato nei campioni lunari esaminati è dovuto al decadimento dell’afnio-182. E poiché questo isotopo è esistito solo per i primi 60 milioni di anni dopo la formazione del Sistema solare, spiegano i ricercatori, la Luna non può essersi formata successivamente a quell’epoca, e dunque avrebbe iniziato a solidificarsi approssimativamente 4.51 miliardi di anni fa.
«Questa informazione implica che un eventuale impatto gigante deve per forza risalire a un periodo precedente», osserva a questo proposito Carsten Münker, tra i firmatari dello studio, «il che risponde a una questione fortemente dibattuta tra la comunità scientifica in merito alla formazione della Luna».
«I primi passi dell’umanità su un altro mondo, esattamente 50 anni fa, hanno fornito campioni che ci consentono ora di comprendere i tempi e l’evoluzione della Luna», conclude Maxwell. «E poiché la formazione della Luna è stata l’ultimo grande evento planetario dopo la formazione della Terra, l’età della Luna fornisce anche un’età minima per la Terra».
A metà agosto, Andromeda e il quadrato di Pegaso saranno già molto alti verso sudest, mentre a ovest, sempre più basso, si preparerà a salutarci il Boote con la brillante Arturo. A fine agosto, già prima della mezzanotte, si potrà assistere al sorgere delle “sette sorelle”, le Pleiadi, le primissime avvisaglie della stagione più fredda – ancora lontana – che porterà con sé le brillanti stelle invernali:
Dopo aver raggiunto, il 21 giugno scorso, il suo punto più alto nel cielo, la nostra principale fonte di luce tornerà a ridurre sempre più la sua declinazione, sembra strano a credersi ma nei giorni più caldi dell’anno in realtà le giornate continuano ad accorciarsi. Negli ultimi giorni di agosto, ad esempio, nel passare al meridiano raggiungerà (alla latitudine di 42° N) un’altezza dall’orizzonte di poco superiore ai +56°, contro i +70° di metà luglio. La notte astronomica quindi passerà dalle 4 ore e mezza di inizio luglio alle 7 ore e mezza di fine agosto!
➜ Continua a leggere, sempre gratuitamente, sul Cielo di Luglio e Agosto all’interno del nuovo numero.
COSA OFFRE IL CIELO
Giove, riduce sempre più le sue ore di visibilità, cominciando a tramontare prima della mezzanotte, ma in serata continuerà ad essere brillante e ben visbile, Saturno, in uscita dalla sua opposizione del 9 luglio, continua ad essere visbile, ma anche lui tramonterà sempre prima e, a fine agosto, culminerà durante il crepuscolo serale. Marte e Venere, invisibili e osservabili solo attravero il coronografo. Mercurio invece, come sempre, alternerà nel suo più veloce moto attorno al Sole, i suoi periodi di visibilità, iniziando agosto ancora sotto l’orizzonte ma via via più alto finché, nella seconda decade del mese raggiungerà la sua massima elongazione.
Approfondisci le condizioni dei singoli pianeti, dei pianeti nani e dei principali asteroidinelle sezioni dedicate del Cielo di Luglio e Agosto, oltre alle cartine e ai dettagli delle principali congiunzioni del mese.
Anche se quest’anno il massimo dello sciame meteoritico delle Lacrime di San Lorenzo (il cui tasso orario o ZHR sarà pari a circa 110) avverrà purtroppo con la Luna quasi piena, il giorno 13 agosto, potremo comunque provare lo stesso a scorgere e catturare le più luminose, o attendere verso le quattro del mattino, quando il nostro luminoso satellite tramonterà.
Al link qui sopra (e cliccando sulla cartina) Giorgia Hofer ci offre qualche consiglio e qualche spunto per la ripresa delle “stelle cadenti” per eccellenza, ma come sempre sfogliate i vecchi numeri estivi, o cliccate qui, perché di articoli per l’osservazione e la ripresa, anche con uno smartphone, ne troverete in abbonadanza!
LA LUNA
Per quanto riguarda la Luna (continuate a inviarci e caricare su Photocoelum le vostre foto dell’eclissi parziale di luglio!), passato il suo momento, continuerà come sempre a mostrarci le sue interessanti formazioni. Per chi l’avesse persa il 6 e 7 agosto ci saranno le condizioni migliori per osservare il sito di atterraggio di Apollo 11.
Mentre il 9 agosto proponiamo l’osservazione del Sinus Aestuum, un’antichissima regione relativamente pianeggiante con una superficie di 40.000 km^2 e un diametro di circa 260/280 km, la cui formazione viene fatta risalire al Periodo Geologico Pre Imbriano (da 4,5 a 3,8 miliardi di anni fa). La Luna sarà a nostra disposizione per tutta la serata fino al suo tramonto previsto per le 01:30 circa della notte seguente.
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di Luglio e Agosto su Coelum Astronomia 235
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Rappresentazione artistica di S0-2. Crediti: Nicolle R. Fuller/National Science Foundation
Rappresentazione artistica di S0-2. Crediti: Nicolle R. Fuller/National Science Foundation
Astrofisica estrema. La chiama così Andrea Ghez, professoressa di fisica e astronomia alla University of California, Los Angeles (Ucla), la conferma diretta della relatività generale nei pressi del buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea ottenuta dal suo team. Nello studio in uscita domani su Science, la squadra di scienziati guidata da Ghez e Tuan Do (Ucla) riconferma la teoria di Einstein grazie alle osservazioni dell’orbita di una stella,S0-2, attorno al buco nero supermassiccio Sagittarius A*.
S0-2 completa un’orbita attorno a Sagittarius A* in 16 anni. Il lavoro di Ghez e colleghi integra oltre 20 anni di osservazioni – compiute dal 1995 al 2017 al Keck Observatory, alle Hawaii, utilizzando uno spettrografo costruito presso l’Ucla – con dati più recenti, raccolti lo scorso anno. Questi ultimi sono state acquisiti in coincidenza di momenti particolari dell’orbita della stella, ad esempio durante il passaggio alla distanza minima dal buco nero, a 120 unità astronomiche. In quel passaggio, la velocità della stella era il 2,7 per cento della velocità della luce.
Combinando posizione e spettri di S0-2, non solo si è potuta ricostruire la più precisa orbita tridimensionale ottenuta finora di una stella attorno a Sagittarius A*, ma si è anche confermato l’effetto della relatività generale su un corpo soggetto a un intenso campo gravitazionale.
Il redshift osservato nello spettro di S0-2, cioè lo spostamento della luce a lunghezze d’onda diverse rispetto a quelle emesse in origine dalla sorgente, è il risultato di due fattori: l’effetto doppler relativistico e il redshift gravitazionale. Il primo può spostare la luce verso il rosso (o verso il blu) a seconda di come la sorgente si muove rispetto all’osservatore, mentre il secondo causa un arrossamento della luce che si allontana da un corpo compatto, fonte di intenso campo gravitazionale. Lo studio di Ghez e colleghi, in particolare, mostra che lo spostamento verso il rosso della luce di S0-2 è consistente con quello previsto dalla relatività generale nei pressi di un buco nero di 4 milioni di masse solari – qual è, appunto, la massa stimata del buco nero al centro della Via Lattea.
Il redshift gravitazionale non ha certo bisogno di buchi neri da milioni di masse solari per far sentire il suo effetto: i Gps che siamo ormai abituati a usare quotidianamente devono correggere il calcolo della posizione tenendo conto della differente intensità del campo gravitazionale sulla Terra e in orbita, lì dove viaggiano i satelliti. Il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia è però un ottimo laboratorio naturale quando si vuole testare la relatività con campi gravitazionali ben più intensi di quelli del Sistema solare. Da qui l’espressione “astrofisica estrema”.
«La particolarità di S0-2 è che abbiamo la sua orbita completa in tre dimensioni», dice Ghez. «Questo ci offre il biglietto d’ingresso ai test della relatività generale. Ci siamo chiesti come si comporta la gravità vicino a un buco nero supermassiccio, e se la teoria di Einstein basta a fornire la visione completa. Vedere le stelle completare la propria orbita fornisce la prima opportunità di testare la fisica fondamentale usando i movimenti di queste stelle».
Questo è il primo di altri studi che il team di Ghez condurrà su stelle che orbitano attorno a Sagittarius A*. Tra i candidati interessanti c’è anche la stella S0-102, che fra quelle del campione è la più veloce a completare la sua orbita: appena 11 anni e mezzo. La difficoltà di eseguire questo tipo di osservazioni sta infatti nei tempi orbitali lunghissimi, che nella maggior parte dei casi superano di gran lunga la durata di una vita umana.
Per saperne di più:
Leggi su Science l’articolo “Relativistic redshift of the star S0-2 orbiting the Galactic center supermassive black hole”, di Tuan Do, Aurelien Hees, Andrea Ghez, Gregory D. Martinez, Devin S. Chu, Siyao Jia, Shoko Sakai, Jessica R. Lu, Abhimat K. Gautam, Kelly Kosmo O’Neil, Eric E. Becklin, Mark R. Morris, Keith Matthews,Shogo Nishiyama, Randy Campbell, Samantha Chappell, Zhuo Chen, Anna Ciurlo, Arezu Dehghanfar, Eulalia Gallego-Cano, Wolfgang E. Kerzendorf, James E. Lyke, Smadar Naoz, Hiromi Saida, Rainer Schödel, Masaaki Takahashi, Yohsuke Takamori, Gunther Witzel e Peter Wizinowich
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Uno dei crateri in ombra perenne del polo sud lunare. Crediti: NASA's Goddard Space Flight Center
Si, sulla Luna ci siamo andati, con le missioni Apollo e con una miriade di altre missioni robotiche (che tra l’altro hanno visto anche le tracce delle missioni Apollo). Ed è ormai sicuro che ci torneremo, anche come base di partenza per andare “oltre”, ma per farlo occorre scegliere con attenzione i luoghi dove fermarsi e le risorse a disposizione, prima fra tutte la possibilità di trovare e poter estrarre acqua.
La regione del polo sud della Luna ospita alcuni degli ambienti più estremi del Sistema solare: è inimmaginabilmente fredda, craterizzata in modo massiccio e con aree o costantemente esposte alla luce del Sole o nelle tenebre eterne. E questo è proprio uno dei motivi per cui la NASA vuole inviare lì, nel 2024, gli astronauti del suo programma Artemis (leggi l’articolo Ritorno alla Luna. Il programma Artemis su Coelum Astornomia 235, in formato digitale e gratuito).
La parte dei crateri in ombra, infatti, che non vede mai la luce del Sole per via del basso angolo di illuminazione, raggiunge le temperature più fredde mai misurate nel Sistema solare interno. Si è pensato quindi che fosse l’ambiente perfetto per conservare materiali, come l’acqua ghiacciata, inalterati per eoni. E proprio lì sono state trovate riserve d’acqua ghiacciata permanente. Chiamate “trappole di ghiaccio” (cold trap), si è scoperto che le molecole d’acqua vaganti sulla superficie lunare (trasportate da comete e meteoriti e, forse, anche endogene), quando vengono catturate da queste trappole invece di sublimare o restare coinvolte in altri eventi ambientali, restano li, congelate, e si accumulano andando a formare una riserva perenne, una sorta di permafrost lunare.
Un nuovo studio, sui dati dello strumento Lamp (Lyman Alpha Mapping Project) a bordo di LRO, ha invece scoperto che lo strato più superficiale di queste riserve d’acqua, uno strato sottile più delle dimensioni di un globulo rosso, sta lentamente venendo eroso.
Primo autore dello studio, pubblicato su Geophysical Research Letters, è William M. Farrell. fisico del plasma al Goddard Space Flight Center, che spiega: «Si pensa che alcune aree di questi crateri polari intrappolino l’acqua e basta. Ma ci sono particelle di vento solare e meteoroidi che colpiscono la superficie e possono innescare reazioni che si verificano in genere a temperature superficiali più calde. Questo è un qualcosa che non era stato evidenziato».
Una simulazione del costante impatto di micrometeoriti e di particelle disperse sulla superficie lunare. Crediti: NASA's Goddard Space Flight Center
Particelle cariche di vento solare e micrometeoriti, qui sulla Terra, vengono neutralizzate dalla nostra atmosfera, sulla Luna invece arrivano senza alcun ostacolo e bombardano tutta la superficie lunare, anche quindi le superfici di ghiaccio perenne. Il vento solare scalfisce la superficie lanciando molecole d’acqua anche lontano dalla loro posizioni originale, mentre le micrometeoriti si schiantano sul terreno mischiato con pezzi di ghiaccio, le cui particelle, grazie alla bassa gravità e alla mancanza dell’attrito dell’aria, vengono lanciate anche fino a 30 chilometri di distanza.
È evidente che, fuori dalla zona d’ombra, queste particelle ghiacciate sublimano o si perdono in altri processi ambientali. Quello che ancora non è chiaro è se l’acqua (che arriva e che è arrivata sempre grazie a comete e meteoriti) si ripristina allo stesso modo nel tempo o se queste riserve sono destinate a consumarsi, e quanta ce n’è… ovvero se l’acqua si trova mischiata solo su questa sottile crosta superficiale, o se è presente anche più in profondità. Ad ogni modo è ormai evidente che esiste una sorta di ciclo dell’acqua anche sulla Luna, e questo è già un primo grosso risultato.
Un secondo risultato è stato quello quindi di dedurre che il ghiaccio trovato in questi crateri potrebbe non essere così antico e perenne come si pensava, ma subire appunto una sorta di riciclo, secondo una stima del team di Farrell, potrebbe rinnovarsi, almeno nella sua parte più superficiale, nel giro di 2000 anni. Per confermare i calcoli del team servirà però uno strumento in grado di rilevare l’eventuale “vapore acqueo” presente sopra i crateri polari, una sorta di esosfera composta da una a 10 molecole d’acqua per centimetro cubo liberata da questi impatti.
Tutto questo potrebbe essere una ottima notizia per le prossime missioni umane sulla Luna. Potrebbe infatti significare che non servirà immergersi nelle tenebre ghiacciate dei crateri per estrarre l’acqua, ma basterà trovarsi nei loro pressi, dove ancora il Sole sarà in grado di alimentare rover e macchinari ad energia solare, e potendo magari raccogliere quella “sparata” fuori da questo costante bombardamento, prima che sublimi o si disperda nuovamente.
Non è facile però trovare conferma per questi studi, analizzare il dettaglio di questi eventi nel buio dei crateri non è semplice e bisogna “andara là”. Con una sonda o con una missione umana, ma serve uno strumento che raccolga i dati sul posto. Al momento infatti, gli strumenti utilizzati per questo genere di analisi sono strumenti di telerilevamento in grado di identificare gli elementi chimici presenti in base alla luce riflessa o assorbita, ed è evidente che in zone di buio perenne luce non ce n’è. Quindi in attesa del ritorno degli astronauti sulla superficie lunare, o nuove sonde appositamente inviate per “fiutare” le molecole d’acqua presenti, ci si “accontenta” di provare a vedere se l’ipotesi dell’azione dei meteoridi all’interno dei crateri in ombra può aiutare a spiegare qualcuna delle tante domande sulla presenza di acqua sulla Luna. Ad esempio, potrebbe spiegare perché si trova in macchie di ghiaccio sottile mischiato alla regolite piuttosto che in blocchi di puro ghiaccio d’acqua…
Una animazione che mostra le alte concentrazioni di idrogeno nel polo sud della Luna (in blu). Nel 1998, la missione Lunar Prospector della Nasa identificò l’idrogeno sulla Luna, un primo indizio della possibilità di trovare acqua sul suolo lunare poi confermata nel 2009 dal Lunar Reconnaissance Orbiter. Crediti: Nasa/Gsfc/Svs
La certezza che la Luna non sia una roccia arida e morta, era stato ipotizzato da tempo e la certezza ce l’abbiamo da una decina d’anni, dopo che, nel 2009, il Lunar Crater Observation and Sensing Satellite (LCROSS) si è schiantato nel cratere Cabeus proprio per analizzare il materiale del fondo del cratere, trovando appunto anche molecole d’acqua. L’LRO poi, con le sue migliaia di orbite e 1 petabyte di dati scientifici restituiti (equivalenti a circa 200.000 film ad alta definizione, trasmessi in streaming online), è stato determinante.
«Sospettavamo che ci fosse acqua ai poli e LCROSS ce l’ha confermato, ma ora abbiamo la prova che ci sia acqua anche alle latitudini medie», spiega Farrell. «Abbiamo anche evidenze che ci sia acqua proveniente dagli impatti dei micrometeoroidi e che abbiamo misurazioni che riguardano i ghiacci. Ma la domanda è: come sono collegate tutte queste fonti d’acqua?». E Farrell e i suoi colleghi sono più vicini a rispondere che mai.
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Rappresentazione artistica della nostra galassia, la Via Lattea, com’era 10 miliardi di anni fa e com’è diventata oggi. Crediti: Gabriel Pérez Díaz, Smm (Iac)
Rappresentazione artistica della nostra galassia, la Via Lattea, com’era 10 miliardi di anni fa e com’è diventata oggi. Crediti: Gabriel Pérez Díaz, Smm (Iac)
Circa 13 miliardi di anni fa, l’universo era molto differente da come lo conosciamo oggi: è noto che le stelle si formavano con un tasso di formazione molto elevato, e si raggruppavano nelle cosiddette galassie nane. Queste ultime, fondendosi tra di loro (durante i cosiddetti processi di merger), hanno formato in tempi successivi le galassie più massicce che conosciamo oggi, inclusa la nostra, la Via Lattea. Tuttavia, l’esatta catena di eventi che portarono alla formazione della Via Lattea non era ancora del tutto nota. Questo fino a oggi.
Le misure accurate – ottenute dal satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea – di posizione, luminosità e distanza per circa un milione di stelle della nostra galassia, incluse in un volume sferico con raggio pari a circa 6500 anni luce dal Sole, ha infatti permesso a un team di ricerca internazionale – guidato da Carme Gallart dell’Instituto de Astrofísica de Canarias – di studiare in dettaglio alcuni degli eventi che hanno caratterizzato le prime fasi di vita della Via Lattea. Il lavoro di ricerca, pubblicato sulla rivista Nature Astronomy, è basato sull’analisi e il confronto con accurati modelli teorici della distribuzione in colore e luminosità (diagramma colore-magnitudine) di diverse componenti stellari della Via Lattea: l’alone (una struttura sferica che circonda le galassie a spirale), ed il cosiddetto “disco spesso” (in inglese, thick disk, costituito da stelle formatesi nel disco della Via Lattea e distribuite entro una determinata distanza dal piano del disco galattico).
Studi precedenti avevano mostrato che l’alone della Via Lattea (nel volume interessato dalle osservazioni effettuate con il satellite Gaia) era formato da due distinte componenti stellari: una dominata da stelle di colore nettamente più blu di quelle appartenenti all’altra componente. Lo studio delle caratteristiche cinematiche delle stelle appartenenti alla “componente blu” aveva permesso di identificare questa componente come appartenente ad una galassia nana – probabilmente la galassia Gaia-Enceladus – scontratasi con la Via Lattea nelle primissime fasi della sua formazione. Tuttavia, l’origine e la natura della “componente rossa” ed anche l’epoca esatta dell’evento di impatto non erano note fino ad ora.
Santi Cassisi, dirigente di ricerca all’Inaf – Osservatorio astronomico d’Abruzzo e coautore dello studio pubblicato su Nature Astronomy
L’analisi dei dati di Gaia ha permesso di ottenere la distribuzione dell’età delle stelle presenti nelle due componenti, e ha mostrato la chiara evidenza che sia la “componente blu” che la “componente rossa” sono formate da stelle estremamente antiche, ancora più antiche delle stelle del “disco spesso”. Ciò che differenzia le stelle delle due componenti è il diverso contenuto di metalli (gli elementi più pesanti dell’idrogeno ed elio): in particolare le stelle della popolazione blu sono molto più povere di metalli delle stelle della popolazione rossa.
«Combinando queste informazioni con i risultati di alcune simulazioni cosmologiche», dice a Media Inafuno dei coautori dello studio, Santi Cassisi dell’Inaf – Osservatorio astronomico d’Abruzzo, «abbiamo ricostruito la sequenza di eventi che ha caratterizzato le prime fasi di vita della Via Lattea. Circa 13 miliardi di anni fa le stelle si formarono in due distinti sistemi stellari: la galassia nana Gaia-Enceladus, e il nucleo progenitore della Via Lattea, circa 4 volte più massiccio di Gaia-Enceladus e più ricco di metalli. Tre miliardi di anni dopo, dunque circa 10 miliardi di anni fa, i due sistemi si scontrarono e si unirono formando un unico sistema. Come conseguenza della violenta collisione, alcune stelle appartenenti al progenitore della Via Lattea e praticamente tutte quelle di Gaia-Enceladus acquistarono le velocità tipiche che oggi si misurano per le stelle dell’alone galattico, e diedero vita ad una struttura sferica intorno al disco della galassia. Nei periodi successivi, infine, si ebbero vari eventi di formazione stellare, fino a circa 6 miliardi di anni fa, quando il gas residuo si depositò nel disco galattico, formando ciò che oggi conosciamo come “disco spesso”».
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
L’OAPM apre gratuitamente al pubblico per l’osservazione del cielo notturno il 2° e 4° venerdì del mese. In caso di tempo incerto telefonare per conferma al numero 3472874176 o 3482650891.
26.07, ore 22:00: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto al pubblico per delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (principalmente il 12), ai pianeti Giove e Saturno, agli ammassi stellari e ai vari oggetti del profondo cielo. Prenotazione obbligatoria sul sito o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) o un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Luca Parmitano, astronauta dell’ESA di nazionalità italiana, si è unito ufficialmente all’equipaggio di Expedition 60 questa notte alle 03:04 ora italiana, quando è stato aperto il portello tra l’avamposto spaziale e la capsula Sojuz MS-13.
Partito alle 18:28 italiane di ieri 20 luglio insieme al russo Aleksandr Skvorcov e all’americano Andrew Morgan, Parmitano ha poi viaggiato per circa sei ore completando senza imprevisti la danza orbitale che ha lentamente chiuso la distanza tra la ISS ed il veicolo spaziale Sojuz.
Ecco il video riassuntivo della manovra di agganciamento della navicella al modulo Zvezda (la “coda” della ISS, dal lato russo).
Anche se l’aggancio “solido” tra i due veicoli si ottiene in pochi secondi, la procedura di attracco prevede una serie di attività in preparazione all’apertura del portello tra Stazione e Sojuz. Va pressurizzato il piccolo vestibolo che si forma in prossimità dell’anello di attracco e in seguito si devono equiparare le pressioni tra capsula e stazione.
Se i controlli di tenuta d’aria danno infine esito positivo, finalmente da terra arriva l’autorizzazione ad aprire i due portelli (uno dal lato stazione, l’altro dal lato Sojuz) e le due parti dell’equipaggio possono riunirsi, abbracciarsi e dare il via alla breve, tradizionale conferenza stampa di benvenuto a bordo e di saluto ai parenti in ansiosa attesa presso il centro controllo di Mosca.
In questo video vediamo invece l’agognato secondo ingresso di Luca Parmitano nella ISS.
Nei prossimi sei mesi, Luca eseguirà oltre 50 esperimenti europei e 200 esperimenti internazionali. Questi includono investigazioni su come aspetti del corpo umano sono influenzati dalla microgravità e come gli astronauti potrebbero controllare robot da remoto durante una esplorazione lunare.
Quando Aleksej Ovčinin lascerà la Stazione Spaziale al termine della Spedizione 60, Luca assumerà il ruolo di comandante della Stazione per la Spedizione 61. Questa è la terza volta che un astronauta europeo, e la prima per un astronauta ESA di nazionalità italiana, ricopre questa posizione. Luca sarà il terzo, dopo gli astronauti ESA Frank De Winne (2009) e Alexander Gerst (2018), quando prenderà il comando a fine anno.
L'Apollo Lunar Television Camera, versione in bianco e nero, così come era stata montata sul fianco del modulo lunare, a sinistra della scaletta di discesa, e che ha trasmesso in diretta mondiale il primo sbarco di un uomo sulla Luna. Crediti NASA
Chi ha avuto la fortuna di vivere quei momenti speciali, intensi ed emozionanti degli anni delle missioni Apollo e, specialmente, della missione Apollo 11, a meno che non si trovasse direttamente nel centro di controllo della NASA o sulla Luna, facilmente, in quei passaggi cruciali della storia dell’umanità, si trovava di fronte a un televisore!
Il numero speciale uscito in occasione del 50esimo anniversario dello sbarco sulla Luna. Clicca e leggi, è gratuito!
Il “piccolo passo” compiuto da Neil Armstrong, il coronamento di una missione iniziata solo qualche giorno prima, ma risultato di un decennio di intensi sforzi e grande lavoro, venne infatti trasmesso in diretta alle televisioni di tutto il mondo. E così tutti poterono osservare esterrefatti l’astronauta scendere la scaletta del modulo lunare Eagle e, infine, posare piede sulla polverosa superficie della Luna. Sono immagini che sono ormai scolpite nella storia, indelebili e indimenticabili. Eppure, a guardare con occhio critico, quelle immagini non sono poi così belle e nitide… ma stiamo parlando della fine degli anni ’60 del XX secolo e la trasmissione aveva origine su un corpo celeste posto a oltre 380.000 chilometri di distanza dalla faccia della Terra.
Non solo, le condizioni di temperatura e illuminazione, la disponibilità di potenza e le restrizioni sul peso imposti dalla missione, hanno necessariamente reso tutto più complesso, limitando anche la tecnologia già disponibile all’epoca. Ma come è stato possibile realizzare una trasmissione televisiva – in diretta per giunta – dalla Luna? Potrebbe sembrare una cosa piuttosto normale poter vedere oggi in televisione quel primo passo mosso dall’essere umano su un mondo diverso dalla Terra: la TV arriva ovunque e non ci si fa nemmeno più troppo caso. Anche all’epoca dell’Apollo 11, per la verità, la televisione aveva già raggiunto una diffusione piuttosto importante, ma una diretta dalla Luna?!
Già dal 1962 si cominciò a ragionare sulle specifiche di telecamere da mandare in volo con le missioni Apollo, ma per lungo tempo alla NASA si discusse se fosse davvero necessario trasmettere immagini dalle missioni, pensando al peso e considerate tutte le difficoltà logistiche legate al trasporto e alla messa in opera di telecamere in grado di riprendere e trasmettere l’impresa. Oggi potremmo farlo utilizzando semplicemente il nostro smartphone, e pure con immagini ad altissima risoluzione, ma negli anni ’60 le telecamere normalmente usate negli studi televisivi erano enormi, pesantissime e soprattutto assetate di energia!
Tutte e tre queste caratteristiche erano assolutamente incompatibili con una missione come quella dell’Apollo 11. Cosa fare dunque? Scartare l’idea? No di certo!
Poter osservare in tempo reale gli eventi, nel loro svolgimento, lassù, sulla Luna, non solo era di grande aiuto e valore per la NASA stessa, ma quasi dovuto al grande pubblico del mondo intero e, in primis, del popolo americano che aveva di fatto finanziato l’impresa e che stava passando anni bui e di scarsa simpatia nei confronti delle istituizioni, tra la guerra fredda con l’Unione Sovietica e il fallimento su tutti i fronti della guerra in Vietnam.
Ai giorni nostri, la NASA è divenuta maestra nel trasformare i fenomeni celesti e gli eventi legati al suo operato in veri e propri spettacoli mediatici, sappiamo bene quanto il destino delle missioni spaziali passi anche dall’opinione pubblica e dalla sua influenza sulle scelte della politica: nel ’69 quest’opera di marketing mediatico era agli albori, ma già se ne percepiva il valore.
L'Apollo Lunar Television Camera, versione in bianco e nero, così come era stata montata sul fianco del modulo lunare, a sinistra della scaletta di discesa, e che ha trasmesso in diretta mondiale il primo sbarco di un uomo sulla Luna. Crediti NASA
Ma quale telecamera avrebbe potuto realisticamente essere trasportata e operata sulla Luna? Una telecamera minuscola ovviamente (in rapporto alle dimensioni dell’epoca si intende), di un paio di kg o meno, in grado di funzionare con pochi watt di potenza e sensibile a sufficienza per riprendere in condizioni di scarsa luminosità. Senza considerare, infine, che un tale aggeggio avrebbe dovuto resistere a sbalzi di temperatura di oltre 200° C. Insomma, dei requisiti, per il tempo, da fantascienza!
Inutile dire che nessuna telecamera allora disponibile si avvicinava nemmeno lontanamente a quelle specifiche. Ma, proprio come i miracoli tecnologici compiuti dagli ingegneri impegnati nella costruzione dei mezzi spaziali del Programma Apollo, un paio di risposte altrettanto estreme e quasi miracolose arrivarono dai laboratori dei colossi tecnologici Westinghouse Electric Corporation e RCA Corporation, che alla fine produssero le telecamere impiegate nelle varie missioni Apollo (a partire dalla Apollo 7), non solo per la ripresa dello storico primo passo ma anche quelle poi utilizzate all’interno delle navette e dagli astronauti scesi sulla Luna.
Stan Lebar, project manager delle Apollo Camera della Westinghouse posa con le due camere (a colori a sinistra e monocromatica a destra) utilizzate nelle missioni Apollo. Quella a destra è la camera che è stata utilizzata per la diretta del primo passo sulla Luna, che volerà ancora come backup ma verrà sostituita dalla videocamera a colori nelle successive missioni. (Crediti Unknown, pubblico domino).
Il contratto per la camera utilizzata durante la diretta TV del primo passo sulla Luna lo vinse Stan Lebar e l’azienda per cui lavorava, la Westinghouse. Quella camera, in versione in bianco e nero, verrà utilizzata solo in quella occasione: negli archivi della NASA potete trovare e liberamente consultare un documento con i dettagli ditutte le camere usate nelle missioni Apollo e, tra gli altri, il manuale originale delle Apollo Lunar Television Camera sviluppate dalla Westinghouse con tutte le specifiche tecniche.
Ma le difficoltà non finivano di certo qui. La telecamera era solo il principio.
Lo standard delle trasmissioni televisive americane prevedevano un flusso di 30 fotogrammi per secondo (NTSC 30fps). La banda dati concessa dai sistemi radio delle navette Apollo non avrebbe mai permesso di trasmettere un tale flusso di dati. Senza contare che una buona parte della banda sarebbe comunque stata necessaria per le trasmissioni telemetriche, dei dati biometrici degli astronauti, per lecomunicazioni audio e di navigazione. In conclusione, la banda disponibile sarebbe stata una frazione del necessario.
La soluzione in questo caso fu drastica: abbassare il frame-rate da 30 immagini al secondo ad appena 10.
Ottimo. A questo punto, con le telecamere appositamente sviluppate per l’occasione e gli stratagemmi tecnici adottati per effettuare le riprese e inviarle a Terra, una trasmissione televisiva dalla Luna era divenuta una possibilità concreta e reale.
Ma ancora non bastava.
Se le caratteristiche della trasmissione televisiva ripresa sulla Luna erano state fortemente alterate rispetto agli standard in uso, come avrebbero fatto gli spettatori a seguire quegli storici primi passi dai loro normali dispositivi televisivi? Era necessario effettuare una conversione in tempo reale.
Nell'immagine il monitor su cui arrivarono, a più alta qualità, le immagini captate dalla Honeysuckle Creek Tracking Station in Australia, una delle tre grandi stazioni che ricevettero il segnale dalla Luna, prima della conversione. Crediti NASA
La soluzione che venne pensata, e poi applicata, potrebbe sembrare sempliciotta e quasi casalinga, ma funzionò alla perfezione. Si trattò di utilizzare una telecamera televisiva standard per riprendere direttamente uno schermo speciale, di un dispositivo appositamente pensato per riprodurre le immagini ricevute dall’Apollo 11! Una doppia ripresa quindi… ma la cosa funzionò alla perfezione, anche se le differenti frequenze e framerate impiegati richiesero una speciale telecamera ad alta velocità, normalmente usata nelle riprese di eventi sportivi (e a quanto pare le immagini arrivarono “a testa in giù” per come la telecamera era stata agganciata al modulo lunare, come si può vedere nell’immagine in alto, quindi andavano anche “girate”).
Lo scotto da pagare, inevitabilmente, fu sul fronte della qualità delle immagini che, partendo già da un livello piuttosto basso, fu ulteriormente degradato dal “sistema di conversione”. Qui sotto vediamo a confronto le immagini ricevute e come sono risultate una volta ritrasmesse.
Il segnale originale, trasmesso direttamente dal modulo lunare Eagle alle grandi antenne della NASA a Goldstone (California, USA), a Canberra (Australia) e captato anche dal grande radiotelescopio Parkes (Australia) con la sua imponente antenna da 64 metri, era ben più nitido e luminoso di quello infine arrivato nelle case dei telespettatori di tutto il mondo. Ma di certo non ci si poteva lamentare e, sicuramente, lo stupore e l’emozione erano talmente intensi da convincere anche il più critico dei telespettatori a sorvolare sulla qualità delle immagini che, anche se buie e poco definite, non potevano che incantare letteralmente e lasciare stupefatti.
Una nota particolare è da farsi relativamente al fatto che la ripresa della discesa sulla Luna venne effettuata in bianco e nero. Le telecamere e la TV a colori erano già largamente diffuse all’epoca (anche se non ancora in Italia) e, nonostante gli stringenti vincoli imposti dalle missioni spaziali, era già stato possibile realizzare riprese a colori a bordo del modulo di comando Apollo a partire dalla missione Apollo 10. Eppure, per quella storica notte, il modulo lunare dell’Apollo 11 venne dotato di una telecamera in bianco e nero.
Le motivazioni erano legate essenzialmente alla minore sensibilità delle telecamere a colori e al loro maggior consumo di energia. Conservativamente, si optò per una tradizionale e più semplice telecamera in bianco e nero, perché sarebbe stata più efficace nel registrare i passi di Armstrong e Aldrin sulla Luna, nelle condizioni di alto contrasto tra le zone in ombra e le zone in luce, e di garantire un miglior rapporto segnale/rumore. E fecero bene… oggi possiamo vedere tutti come la scaletta di discesa dal modulo fosse in ombra, e di quanto abbaglianti siano invece, a confronto, le superfici illuminate dalla luce solare. Una trasmissione in bianco e nero avrebbe inoltre facilitato di molto la trasmissione a Terra del segnale televisivo e ritrasmesso in diretta a tutte le TV del mondo.
Nonostante tutti i suoi difetti e le soluzioni macchinose e arrangiate, quindi, anche la trasmissione televisiva in diretta dalla superficie del nostro satellite naturale è stata una prima volta da record, che ha richiesto ricerca e nuove soluzioni tecnologiche rientrando quindi a pieno titolo tra i grandi successi raggiunti in seguito alla conquista della Luna.
Di seguito un estratto di un documentario in cui si parla delle telecamere, della diretta televisiva e di come le immagini di allora siano poi state restaurate, con anche una breve intervista a Sten Lebar, l’uomo delle Apollo Lunar Television Camera, prime testimoni dello sbarco sulla Luna.
jsc2019e038379 - At the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan, Expedition 60 crewmembers Drew Morgan of NASA (left), Alexander Skvortsov of Roscosmos (center) and Luca Parmitano of the European Space Agency (right) pose for pictures July 5 in front of a mural
Da sinistra: Drew Morgan (NASA), Alexander Skvortsov (Roscosmos) e Luca Parmitano (ESA) posano per un selfie all'interno dell'Integration Building, a Baikonur, davanti ai motori del primo stadio del loro lanciatore Soyuz, che il 20 luglio li porterà sulla Stazione Spaziale Internazionale. Crediti: GCTC-A.Shelepin
Il lancio doveva avvenire qualche giorno fa, il 6 luglio, ma perché allora non approfittare di una finestra utile proprio il giorno dell’anniversario dello sbarco sulla Luna?
E così sabato 20 luglio, alle 18:28, a 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna, avranno l’onore di partire per la Stazione spaziale Luca Parmitano (ESA), Drew Morgan (NASA) e Alexander Skvortsov (Roscosmos) dal cosmodromo di Baiknonur in Kazakhstan.
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Se l’anniversario celebra un successo tutto americano, non dobbiamo dimenticare che se quel successo è stato possibile in gran parte è anche “grazie” alla rivalità con l’allora superpotenza sovietica. Eravamo in tempo di guerra fredda ed era diventato importante, dopo i successi russi nella conquista dello spazio, che anche l’America si guadagnasse un primato, e doveva essere un primato storico. Ce ne ha parlato Rossella Spiga nel suo articolo La corsa alla Luna su Coelum Astronomia 235 (parte di uno speciale tutto dedicato all’evento).
Dal 1975, invece, il primo segno di una collaborazione tra i due paesi, grazie al programma test Apollo-Soyuz (ASTP) Stati Uniti d’America e Unione Sovietica inaugurano una nuova era che, anche se con una pausa di vent’anni prima della collaborazione vera e propria che partirà con il programma Shuttle-Mir, continua tutt’ora (e speriamo continui a lungo) e che ha inglobato nel tempo anche altri paesi, compresa l’Agenzia spaziale europea.
Il 17 luglio 1975, una navicella spaziale del programma Apollo e una capsula Soyuz si incontrano e si agganciano in orbita attorno alla Terra, consentendo ai due equipaggi di passare da una navicella all’altra, simbolicamente uniti negli stessi spazi e nello spazio.
Torniamo al 2019, e prima del lancio di questa nuova Expedition 60, che comprende un astroanuta per ognuna delle tre agenzie americana, russa e europea, non poteva mancare la foto di rito davanti al murales che celebra quello storico momento.
I tre astronauti di fornte al murales che ricorda la missione che ha segnato il primo timido inizio di una collaborazione tra le due superpotenze, gli Stati Uniti d'Amrica e l'allora Unione Sovietica, che porterà infine alla costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Crediti ESAIl logo della missione Beyond spiegato nelle sue componenti: la forma di un casco da astronauta sulla cui visiera si riflettono la ISS e la Terra (in particolare l'Europa), all'interno la Luna e Marte, prossime tappe dell'esplorazione spaziale, e tre grandi stelle a indicare la scienza, la tecnologia e l'esplorazione. Crediti ESA
«Quello che facciamo sulla Stazione Spaziale Internazionale è per la Terra, per l’umanità. Lavorare sull’avamposto orbitale è l’unico modo per capire di quali conoscenze scientifiche e di quali tecnologie abbiamo bisogno per poterci spingere oltre» ricorda Luca Parmitano, un motto per la sua missione Beyond, un termine scelto per «indicare il nostro desiderio di esplorare l’universo, di guardare ben oltre il nostro pianeta e di ampliare le nostre conoscenze».
Il 20 luglio ESA TV manderà in onda l’evento a partire dalle 17:30. Avremo l’occasione di vedere le riprese fatte durante l’arrivo a Baikonur dei tre astronauti, la loro preparazione e tutte le attività del giorno del lancio, dalla vestizione fino agli ultimi saluti prima di salire a bordo della Soyuz. Seguirà poi in diretta il lancio a bordo della Soyuz MS-13.
Altre dirette sono previste poi per la fase di attracco alla Stazione spaziale, e per l’apertura della botola che darà effettivo inizio alla Expedition 60 e alla missione Beyond del nostro Luca, dopo il rituale benvenuto degli attuali abitanti della ISS: il cosmonauta Alexy Ochivin della Roscosmos e gli astronauti Nick Hague e Christina Koch della NASA.
Questi gli orari delle tre dirette:
20 luglio: Launch 17:30-18:45
21 luglio: Docking 00:00-01:00
21 luglio: Hatch opening 02:00-03:00
Luca, nella seconda parte della sua missione, con l’inizio della Expedition 61, prenderà il comando della Stazione Spaziale, primo italiano ad avere questo onore e terzo astronauta europeo ad assumere questo importante incarico sulla Stazione Spaziale Internazionale.
Si può seguire la missione via Twitter nei profili @esaspaceflight e @ESA_Italia, oltre che degli astronauti coinvolti tra cui Luca Parmitano @astro_luca
Ritorno alla Luna. Il Programma ARTEMISIl governo americano è pronto a finanziare una nuova corsa alla Luna, purché aperto ai privati e alla collaborazione internazionale, per restarci e per andare oltre…
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Il 28 luglio, dopo essere sorte poco dopo le due, all’orario indicato potremo osservare la Luna (fase del 20%) e la stella Aldebaran (alfa Tauri, mag. +0,9) separate di 1° e mezzo circa, con la Luna posta a est della stella dallo spiccato colore arancione.
I due soggetti saranno alti meno di 10° sull’orizzonte di est-nordest, cosa che ci permetterà di riprendere fotograficamente l’evento includendo con facilità gli elementi del paesaggio circostante, per arricchire l’inquadratura. Con il passare delle ore i due astri guadagneranno quota per sparire infine nella luce del mattino.
Molto più in alto potremo notare la presenza dell’ammasso delle Pleiadi (M 45), già a una ventina di gradi di altezza (a ben 14° 45’ a nord di Aldebaran).
Per arricchire l’osservazione, o se proprio il cielo fosse nuvoloso, ad Aldebaran e le Iadi sono dedicate più puntate della rubrica di Stefano Schirinzisul ricco campo della costellazione del Toro.
Mito, scienza e curiosità fino alla scoperta dei tesori delle profondità del cosmo:
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Luglio 1969
L’uomo cammina per la prima volta sulla luna.
“Un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”.
L’astronauta americano Neil Armstrong è il primo essere umano a calpestare il suolo lunare.
Luglio 2019
In occasione dell’anniversario dell’allunaggio: eventi, spettacoli ed esposizioni in Villa per un emozionante viaggio alla scoperta del nostro satellite.
06.07, ore 21:30 il matematico, professore e divulgatore scientifico Piergiorgio Odifreddi con uno spettacolo-conferenza dal titolo ” Da Verne all’Apollo XI”. 19.07, ore 21:30 l’ingegnere ed ex astronauta Paolo Nespoli.
Durante gli eventi, sarà possibile cenare nel parco del Museo grazie a diversi street food presenti per l’occasione. www.museodelbali.it
Guglielmo Righini ed il Radiotelescopio di Arcetri. Fonte: Mario Rigutti, ”I primi passi della radioastronomia in Italia”, Coelum Astronomia n. 209 (2017).
Guglielmo Righini ed il Radiotelescopio di Arcetri. Fonte: Mario Rigutti, ”I primi passi della radioastronomia in Italia”, Coelum Astronomia n. 209 (2017).Clicca sulla copertina e leggi il numero gratuitamente in formato digitale o pdf.
Forse non tutti sanno che la sera del 20 luglio 1969, mentre molti italiani sono a casa guardando la televisione, sulla collina di Arcetri, a Firenze, un gruppo di tecnici e astronomi si affaccenda alla luce di una Luna che ancora non ha raggiunto il primo quarto.
Sono al lavoro intorno al radiotelescopio che in quei giorni fa bella mostra di sé sulla terrazza davanti all’Osservatorio, e che prima di essere definitivamente dismesso troverà ben più prestigiosa collocazione sul retro delle banconote da 2000 lire dedicate a Galileo.
Quel radiotelescopio è uno dei fiori all’occhiello degli strumenti costruiti dall’Osservatorio, e viene abitualmente utilizzato per studiare l’emissione solare. Quella sera, però, il suo obbiettivo è un altro.
Retro di una vecchia banconota da duemila lire, con la parabola del radiotelescopio e la cupola del telescopio di Arcetri ben visibili in basso a destraSotto la supervisione del professor Guglielmo Righini, l’allora direttore dell’Osservatorio, il radiotelescopio è stato modificato, con aggiunta di un nuovo ricevitore, costruito proprio per quell’occasione: perché questa volta non è un fenomeno naturale a interessare gli astronomi, ma uno artificiale.
Quattro giorni prima, alle 3:32 del pomeriggio del 16 luglio – da quelle stesse paludi della Florida meridionale in cui un ispirato Giulio Verne aveva collocato il suo grande cannone – tre navigatori, chiusi in un piccolo modulo, posto in cima a un moderno Ippogrifo di acciaio alto più di 100 metri, avevano cominciato un lungo viaggio, verso un mondo tanto familiare quanto sconosciuto. Così presente a tutti, eppure mai toccato prima. Un viaggio che raggiunge il suo scopo proprio in quella sera del 20.
Alle 22:17 del 20 luglio 1969, l’Aquila tocca il suo obiettivo, e con delicatezza si posa sulla superficie della Luna, ricoperta di sottile regolite. Dopo alcune ore, necessarie per fare controlli e verifiche, alle 2:51 del 21 luglio, Neil Armstrong posa il primo piede sul nostro satellite. È il primo essere vivente a farlo. Dopo più di quattro miliardi di anni, la Terra conquista la Luna. Il sogno millenario di scrittori, artisti e poeti, è realtà.
Per tutta la notte da Arcetri i ricercatori seguono in diretta le fasi dell’avvicinamento, e dell’allunaggio, ascoltando i messaggi inviati direttamente dalla Luna, li captano e decodificano. Ascoltano silenziosi gli scambi e le conversazioni verso le basi della Nasa a terra. Il professor Righini purtroppo non è con loro. Troppo famoso e importante per essere lasciato quella sera insieme ai suoi amici e colleghi, si trova in uno studio televisivo, dove commenta le immagini che arrivano direttamente dagli Stati Uniti.
Forse esteticamente più impressionanti dei semplici segnali radio che si ascoltano sulle colline di Firenze, ma di sicuro anche meno cariche di quell’emozione che si prova spesso solo nel piacere della condivisione con amici e colleghi.
Il ricevitore radio costruito allo scopo. Crediti: Inaf
Non molto rimane oggi di quelle vicende, se non la memoria di pochi che, allora molto giovani, parteciparono a quell’evento, e di altri che negli anni hanno cercato di conservarne il ricordo. Il radiotelescopio non c’è più, ma all’Osservatorio astronomico di Arcetri – oggi parte dell’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica – ancora si conserva gelosamente il ricevitore (vedi foto qui a fianco), che fu costruito proprio per quello scopo. Da qualche parte si conservano anche i nastri della registrazione originale dello sbarco, prova indipendente che veramente sulla Luna ci siamo stati. Purtroppo, affidati alle cure dell’Iroe (Istituto di ricerca sulle onde elettromagnetiche), durante uno dei molti traslochi degli ultimi 50 anni, quando ormai sembrava che i viaggi sulla Luna fossero diventati quasi più banali di una crociera estiva, si sono persi.
Oggi sono chiusi forse in qualche vecchio scatolone senza nome, e attendono solo un moderno Indiana Jones che li riscopra.
Guarda anche il video “Spia il Sole” sul radiotelescopio di Arcetri, realizzato nel 1964 dall’Istituto Luce:
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
20 luglio ore 20:30: Apollo 11 Ritorno al ’69. Gilda on the Beach in spiaggia!
06.07: Sotto un cielo pieno di stelle a Canale Monterano 11.07: La situazione dei ghiacciai (Comitato Glaciologico Italiano) 12.07: Concerto sotto le stelle a 432 MHz al Castello di Ceccano
Nell'immagine Curiosity ripreso dalla HiRISE, la camera ad alta risoluzione di MRO, lo scorso 31 maggio. Il rover si mostra come un granello brillante e bluastro, tra le sabbie della clay.bearing unit, la zona ricca di argilla che il rover della NASA si appresta ad esplorare. Credit: NASA/JPL-Caltech
Un panorama marziano da togliere il fiato come ormai HiRISE, la camera ad alta risoluzione della NASA a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO), ci ha abituati. Ma in questo panorama salta all’occhio un particolare in più, un piccolo grumolo luminoso e bluastro nella “Woodland Bay”.
Leggi l’articolo "Arte su Marte: il meraviglioso paesaggio marziano" pubblicato su Coelum Astronomia 205, in cui Lori Fenton ci racconta come il vento sia il principale artefice delle strutture marziane e di come lo studio di queste ci fornisca informazioni necessarie a comprendere i meccanismi che agiscono nell’atmosfera marziana. Clicca e leggi, è gratis!
L’immagine è stata ripresa il 31 maggio scorso, e quei punti luminosi altro non sono che il rover Curiosity, durante l’esplorazione della Woodland Bay, sovrastata nella parte superiore sinistra dalla Vera Rubin Ridge, dove il rover ha passato gran parte dell’anno. Nella parte superiore destra vediamo invece una chiazza scura di sabbia increspata.
La Woodland Bay si trova all’interno di un’ampia zona argillosa, indicata come “clay-bearing unit”, una nuova nuova tappa di un lungo cammino per il rover, che prevede di fargli attraversare e analizzare aree dalla diversa composizione, e probabilmente anche apparteneti a diversa ere.
La mappa che vedete qui sotto, che mostra le diverse aree divise per composizione, è stata costruita grazie ai dati del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO), raccolti non solo attraverso HiRISE ma anche dalle altre camere a bordo dell’orbiter – il Compact Reconnaissance Imaging Spectrometer for Mars (CRISM) e la Context Camera (CTX) – e a quelli raccolti dalla High Resolution Stereo Camera (HRSC) a bordo della sonda europea Mars Express.
Ora che ormai è dimostrata, e data per assodata, la presenza di acqua liquida nel passato di Marte, lo scopo della missione è capire perché e come a un certo punto il clima marziano è cambiato facendolo diventare l’arido e sterile pianeta che abbiamo davanti oggi.
Nell'immagine sono indicate le diverse aree, per composizione ed età, del mount Sharp, che la missione vorrebbe arrivare a esplorare. Al momento Curiosity si trova all'interno della zona ricca di argille dove si trova la Woodland Bay. Cliccare sull'immagine se l'animazione non parte. Image credit: NASA/JPL-Caltech/ESA/Univ. of Arizona/JHUAPL/MSSS/USGS Astrogeology Science Center
Ma quel che rende questa immagine particolarmente interessante, è la ripresa dell’ombra del rover e del riflesso del Sole sulle superfici del rover e delle sue appendici. Perché HiRISE possa riprendere questo riflesso, infatti, MRO e le superfici riflettenti del rover devono trovarsi in una precisa angolazione rispetto al Sole: i raggi solari si riflettono su una superficie lucida del rover e vengono deviati tutti nella stessa direzione in un fascio molto stretto e visibile solo da quella particolare angolazione, come quando si cerca di colpire qualcuno con il riflesso di uno specchietto.
Curoisity e la sua strumentazione, il rilfesso più a nordovest sarebbe quello della "testa" del rover, che contiene mastcam, chemcam e navcam.
In questa immagine i colori sono stati enfatizzati, e il riquadro che contiente Curiosity ingrandito, per mostrare come si vedano tre o quattro riflessi distinti, con uno più a nordovest degli altri.
Inizialmente si è pensato che quest’ultimo fosse il braccio alzato del rover, più distaccato dal corpo centrale delle altre parti, ma studiando bene i riflessi e conoscendo l’orientamente di Curiosity al momento dello scatto, con ogni probabilità si tratta invece della testa del sistema di puntamento remoto, quella che antropomorfizzando il rover si potrebbe indicare proprio come la sua testa, dove sono posizionati la mastcam oltre ad altri sistemi di rilevamento della posizione e di analisi del terreno, e che al momento della ripresa era puntata un po’ in avanti rispetto al resto del rover.
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50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
Lo Star Party delle Dolomiti, che si terrà in Alta Badia, San Vigilio di Marebbe e al Passo delle Erbe, dal 25 al 30 luglio compresi (con una data di riserva, il 31 luglio, qualora la serata del 30 non fosse favorevole all’osservazione, a causa maltempo), coinvolgerà appassionati del cielo e turisti, adulti e bambini. Sono infatti previste conferenze divulgative pubbliche e osservazioni sia diurne, del Sole, sia notturne, a caccia di oggetti astronomici, quali pianeti, comete, stelle e oggetti del profondo cielo, con telescopi e binocoli.
Per tutto il periodo dello Star Party funzionerà il planetario con cupola di 8 metri, con spettacoli avvincenti e l’impiego della realtà virtuale per esperienze indimenticabili.
Tanti i nomi noti ai nostri lettori tra coloro che accompagneranno le osservazioni con i loro strumenti: Andrea Boldrini, Fabio Falchi, Germano Marcon, Salvatore Albano, Paolo Campaner, Danilo Zardin, Massimiliano Rossi e Germano Borgatti.
Tra osservazioni del Sole e del cielo notturno, spettacoli al planetario, il lancio dei missili ad acqua, anche una mostra fotografica “Quattro sguardi tra cielo e Terra” con le immagini della nostra Giorgia Hofer e di Marcella Giulia Pace, Dario Giannobile e Marco Meniero. Due le tavole rotonde:
25 luglio in Alta Badia, presso la Sala manifestazioni San Cassiano, ore 21:00: “50 anni dallo sbarco sulla Luna: ci torneremo e poi esploreremo Marte ed i satelliti di Giove?”. Il giornalista scientifico Luigi Bignami presenta Roberto Ragazzoni, direttore dell’Osservatorio astronomico INAF di Padova.
28 luglio a San Vigilio, presso la Tensiostruttura in piazza, inizio ore 21:00: “Le frontiere dell’astronomia e dell’astronautica nel nuovo millennio”. Modera Luigi Bignami con Roberto Orosei,
Roberto Ragazzoni, Ginevra Trinchieri.
Il 30 luglio è la nottata clou dedicata all’osservazione astronomica in un luogo magico, il Passo delle Erbe, a quota 2000 metri, totalmente immersi in uno straordinario panorama dolomitico! Osservazione pubblica delle stelle cadenti con concerto al pianoforte di Alex Trebo, in attesa del buio anche “Quattro chiacchiere in attesa delle stelle” con Ginevra Trinchieri, Luigi Bignami e Roberto Orosei.
Nel 2019 è programmata una rassegna di eventi dedicati all’allunaggio del 20/21 luglio 1969.
Gli eventi sono molti e si possono consultare nel dettaglio sul sito web dedicato www.destinazionelune.oapd.inaf.it che verrà costantemente aggiornato.
Questi alcuni appuntamenti per luglio e agosto:
A Padova: Mostra “Le Lune di Padova”dal 16 luglio al 27 settembre presso la Specola. Un percorso iconografico per raccontare gli studi fatti sulla Luna (e sulle Lune) dagli astronomi che hanno operato a Padova, da Galileo ai giorni nostri. 16.07: 3, 2, 1, 0… DECOLLO!!! Aspettando l’eclissi parziale di Luna, aperitivo scientifico in Specola, rivivendo insieme agli astronomi quanto avvenne il giorno del lancio. 18.07: Tavola rotonda “Raccontare gli ultimi 50 anni dell’esplorazione spaziale per scrivere i prossimi 50” presso l’Aula Magna del Bo con Maurizio Cheli (Astronauta) e Monica Lazzarin (Università degli Studi di Padova), modera Roberto Ragazzoni (Direttore di INAF – Osservatorio Astronomico di Padova). 19.07: “The Planets” di Holst, con accompagnamento di proiezioni di immagini planetarie. Concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto presso il Castello Carrarese. 20.07, 21:45 – 22:17 (ora locale allunaggio): Spettacolo teatrale (di A. Pennacchi e R. Spiga), prodotto da Teatro Boxer. Partendo dalla rievocazione dell’Allunaggio (atterraggio del LEM alle 22:17) una storia sul futuro dell’Uomo.. 29.07, ore 20:30 e 22:00: L’Angelo sulla Torre, straordinaria visita serale al Museo La Specola, accompagnata dal violino del Maestro Tommaso Luison organizzata con l’Associazione La Torlonga.
Ad Asiago: 22.08: Spettacolo teatrale “Con gli occhi di Galileo” di Nando Patat e Max Olitz al Teatro Millepini di Asiago. 23.08: Conferenza pubblica su ELT di Nando Patat. 24.08: Notte Nera.
16-20 luglio La Settimana dell’Apollo 11. Una intera settimana dedicata al 50° anniversario del primo allunaggio e del “gigantesco balzo per l’umanità” di Neil Armstrong, che inizierà con l’evento dell’Eclisse parziale di Luna del 16 e si concluderà il 20 Luglio con La Notte Bianca dell’Apollo 11.
10-12 Agosto Le Notti delle Stelle. Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vico e Associazione Nazionale Città del Vino www.uai.it/divulgazione
Alle ore 22:00 del 15 luglio potremo assistere a una nuova congiunzione tra la Luna (fase del 99%) e un altro pianeta brillante, questa volta si tratta di Saturno (mag. +0,1).
Li vedremo sorgere poco prima delle 21 dall’orizzonte sud-sudest, e all’ora indicata saranno alti una quindicina di gradi: la loro separazione sarà di circa 5° e mezzo. L’incontro avverrà tra le stelle del Sagittario, di cui sarà facilmente riconoscibile la caratteristica forma a “teiera” composta dalle stelle più brillanti della costellazione.
Avremo a disposizione praticamente tutta la notte per osservare la congiunzione, con i due astri che tramonteranno dopo le cinque del mattino. Per chi vorrà seguirli fino a tardi, segnaliamo che il 16 luglio, alle ore 4:45 la separazione tra Luna e Saturno raggiungerà il valore minimo di 3,1°, anche se i due saranno ormai prossimi al tramonto.
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Distribuzione della materia in una sezione cubica dell’universo. I filamenti blu rappresentano la materia (principalmente la materia oscura) e le regioni di spazio vuoto rappresentano i vuoti cosmici. Crediti: Wikimedia Common
Ci sono regioni nell’universo che contengono pochissime galassie, o addirittura nessuna. Sono note come vuoti cosmici e, secondo una nuova ricerca pubblicata su Physical Review D, possono aiutare a misurare l’espansione cosmica con una precisione molto maggiore di quanto sia stato possibile fare fino ad ora.
Lo studio ha esaminato la forma dei vuoti trovati nei dati della Sloan Digital Sky Survey(Sdss). I vuoti hanno forme diverse, ma poiché non hanno una direzione di allineamento privilegiata è stato possibile usarne un campione abbastanza grande come se fossero “sfere standard”, oggetti che in assenza di distorsioni dovrebbero apparire perfettamente simmetrici. Tuttavia, le forme osservate di queste sfere risultano essere distorte da spostamenti Doppler nei redshift delle galassie vicine, causati dai campi di velocità locali e dalla natura e quantità di materia oscura ed energia oscura, che di fatto costituiscono il 95 per cento dell’universo. Questa distorsione può essere modellata da un punto di vista teorico e il nuovo lavoro mostra che ora può essere misurata con precisione.
Il cambiamento nella forma dei vuoti causata dalle distorsioni Doppler e dagli effetti dell’energia oscura e della curvatura. Crediti: Dr. Seshadri Nadathur
La nuova misurazione della distorsione attorno ai vuoti ha utilizzato la Baryon Oscillation Spectroscopic Survey (Boss) delle galassie appartenenti alla Sdss, progettata per misurare l’energia oscura e la curvatura dello spazio. Il metodo implementato sembra superi di gran lunga quello basato sulle oscillazioni acustiche barioniche standard (Bao) per la quale è stata progettata la surveyBoss. I nuovi risultati concordano con il modello più semplice di un universo piatto con una costante cosmologica associata all’energia oscura, e forniscono vincoli sulle teorie alternative.
«Questa misura migliora enormemente i precedenti risultati ottenuti da Boss», dice Seshadri Nadathur, ricercatore presso Institute of Cosmology and Gravitation (Icg) e primo autore dello studio. «La precisione raggiunta equivale a quella che si otterrebbe dai dati di un’ipotetica survey quattro volte più grande. Sta davvero aiutando a definire le proprietà dell’energia oscura».
«Tutto questo significa anche che i risultati scientifici attesi da missioni come Eucliddell’Agenzia spaziale europea e Desi(Dark Energy Spectroscopic Instrument), nei quali la comunità astronomica ha investito molte risorse, potrebbero essere persino migliori di quanto si è sempre pensato».
Le campagne nazionali UAI:
12-13 luglio Le Notti dei Giganti. Due serate dedicate ai “giganti” del Sistema Solare, che daranno spettacolo con Saturno in prossimità dell’opposizione e Giove in congiunzione con la Luna. In attesa del ritorno di “Occhi su Saturno” nel 2020 !
16-20 luglio La Settimana dell’Apollo 11. Una intera settimana dedicata al 50° anniversario del primo allunaggio e del “gigantesco balzo per l’umanità” di Neil Armstrong, che inizierà con l’evento dell’Eclisse parziale di Luna del 16 e si concluderà il 20 Luglio con La Notte Bianca dell’Apollo 11.
10-12 Agosto Le Notti delle Stelle. Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vico e Associazione Nazionale Città del Vino www.uai.it/divulgazione
Promuovere la cultura scientifica, tecnologica e umanistica: è l’ambiziosa missione di Speak scienze. E nel 2019 molti importanti eventi, nei quali bisognava tenere gli occhi all’insù, hanno contribuito a raggiungere questo obiettivo. «Assieme al Dipartimento di Matematica e Fisica di Roma Tre, abbiamo organizzato a febbraio Occhi su Marte e a giugnoOcchi sulla Luna: due kermesse sullo spazio, ricche di laboratori, conferenze, osservazioni dirette al telescopio», racconta Livia Giacomini, astrofisica, giornalista e membro del consiglio direttivo di Speak Science.
Ma quest’anno ricorrendo l’anniversario della passeggiata più importante della storia: la camminata sulla Luna – sono, infatti, passati ben 50 anni dall’allunaggio – Speak Science ha proposto per festeggiare un progetto divulgativo molto interessante.
«Lo abbiamo battezzato ‘Pianeti gonfiabili’, si tratta della ricostruzione di alcuni corpi celesti, lune e pianeti del Sistema Solare, su grandi palloni in PVC – spiega Giacomini – ed è stato un lavoro impegnativo che ha chiamato in causa sia qualità da scienziati che da comunicatori.
«Per prima cosa, è stata fatta un’analisi che partiva dai dati scientifici, esaminando sia le fotografie che le mappe delle missioni che hanno studiato questi corpi celesti; successivamente si è intrapreso un lavoro di semplificazione e ottimizzazione grafica, in modo da rendere i pianeti gonfiabili dei veri strumenti divulgativi di grande impatto».
Di sicuro oltre a essere coinvolgenti sono molto didattici: «Permettono di toccare con mano le enormi distanze e le dimensioni dello spazio che spesso si fa fatica ad immaginare e mettere in relazione. Inoltre, mostrano quanto lune e pianeti del Sistema Solare siano a tutti gli effetti altri mondi con montagne, canyon, letti di fiumi, calotte polari, vulcani».
I pianeti gonfiabili sono palloni giganti in PVC, alcuni superano qualche metro di diametro, e presentano una superficie stampata ad altissima risoluzione. Sono prodotti grazie alla partnership tra Speak Science e l’azienda di Forlì Space World Air, con la quale da un po’ di tempo è in corso una collaborazione per costruire degli innovativi percorsi narrativi per raccontare aspetti dello spazio che ci circonda in modo semplice, efficace e low-cost.
Il progetto divulgativo dei Pianeti Gonfiabili verrà presentato a settembre a Ginevra, al Congresso scientifico di Scienze Planetarie EPSC e probabilmente, troverà posto anche tra le installazioni e le sorprese dellaNotte Europea dei Ricercatori coordinata da Frascati Scienzadi cui Speak Science è partner.
La sera del 13 luglio, alle ore 22:30 volgendoci verso sud, potremo assistere a una bella congiunzione piuttosto stretta (separazione di circa 1° e mezzo, 1,2° dal lembo lunare) tra la Luna (fase del 91%) e il brillante pianeta Giove (mag. –2,5).
I due astri, all’orario indicato, si troveranno già alti in cielo (circa 27°), consentendoci di ammirare la congiunzione con comodità.
Se però vorremo fotografare il fenomeno, magari arricchendo la ripresa con elementi del paesaggio circostante, sia naturali sia architettonici, allora dovremo posticipare l’orario. I due astri saranno infatti già visibili appena il cielo si sarà fatto sufficientemente scuro, la sera, ma saranno comunque piuttosto alti. Non ci resta quindi che attendere che si avvicinino all’orizzonte occidentale, cosa che però richiederà di fare le “ore piccole” (tramonteranno alle 3:20 circa).
Anche all’orario indicato, comunque, il quadro sarà molto suggestivo, contando anche sul maestoso teatro in cui si svolge l’incontro, ossia quello dell’Ofiuco, a poca distanza dalle belle costellazioni dello Scorpione (con la rossa Antares – Alfa Scorpii, mag. +1,1 – posta a 7° 40’ a sudovest di Giove) e del Sagittario. Non distante scorre anche il nastro argenteo della Via Lattea che però sarà invisibile a causa della luminosità della Luna.
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L'Italia si trova proprio sul confine tra la visibilità completa dell'evento, per le regioni del Centrosud, e il sorgere della Luna a eclissi appena iniziata, per le regioni del Nord. In ogni caso, uno spettacolo sicuramente suggestivo da non perdere, meglio se con l'orizzonte sudest libero.
Il mese di luglio 2019 ci riserva una nuova eclisse lunare, questa volta parziale, la cui osservabilità sarà condizionata dall’altezza del nostro satellite, mentre ne verranno esclusi Nord America, Groenlandia ed Estremo Oriente.
Considerando come riferimento l’Italia centrale, per la Città di Roma, l’eclisse di Penombra (P1) avrà inizio alle 20:44 con la Luna (in Plenilunio alle 23:38) in prossimità della linea dell’orizzonte. In questa prima fase iniziale le regioni maggiormente penalizzate saranno quelle Centro Settentrionali, mentre le Meridionali vedranno il disco lunare non oltre i 4°-5° sopra l’orizzonte.
L’inizio dell’eclisse Parziale (U1) è previsto per le 22:02 col nostro satellite a circa 11° sopra l’orizzonte (nella zona di Roma), con un range compreso dai +6° della Valle d’Aosta ai +15° della Calabria.
La fase massima di questa eclisse si verificherà alle 23:31 mentre il termine della fase Parziale (U4) è previsto per le 01:00 della notte seguente.
La conclusione dell’evento col termine dell’eclisse di Penombra (P4) è previsto per le 02:18.
L’eclisse Parziale del 16 luglio 2019 avrà una magnitudine di penombra di 1,704 (frazione lunare oscurata con l’ingresso della penombra della Terra) e una magnitudine di ombra con valore di 0,653 (frazione lunare oscurata dal cono d’ombra della Terra).
Eclissi parziale di Luna di Giorgia Hofer. In questo caso sono state riprese tutte le fasi, al centro il massimo. Il 16 luglio non per tutti sarà possibile creare un mosaico così completo... dal Nord la Luna starà sorgendo, ma sarà suggestivo riprendere l'alba lunare, dal Centrosud si potrà invece tentare la panoramica compelta, ma per entrambi sarà neessario un'orizzonte libero. Crediti: Giorgia Hofer
Anche se questa eclisse parziale di Luna non si verificherà in ottimali condizioni osservative, ad eccezione delle estreme regioni meridionali, si tratterà in ogni caso di un fenomeno estremamente interessante, da non perdere anche considerando che la prossima eclisse lunare parziale si verificherà il 23 ottobre 2023, mentre dovremo attendere fino al 7 settembre 2025 per la prossima eclisse lunare totale.
Per riprendere l’eclissi parziale di Luna, ricordiamo come sempre i consigli di Giorgia Hofer, considerando però anche che la Luna si troverà immersa nel paesaggio e con Saturno (che ricordiamo è nel suo periodo di miglior visibilità) a poco più di 7 gradi a nordovest della Luna (e ancor più in lontananza il luminoso Giove, sul’orizzonte sud).
Un'altro bell'esempio di composizione. Anche se qui si tratta di un'eclissi totale, è possibile comporre le fasi dell'eclissi parziale per evidenziare la forma dell'ombra della Terra, nel suo passaggio sul disco lunare. L'immagine è di Antonio Finazzi, per tutti i dettagli di ripresa cliccare sull'immagine.
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Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di Luglio e Agosto su Coelum Astronomia 235
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Nel numero di coelum astronomia 217, per l'anniversario dei 40 anni dal lancio delle missioni Voyager uno speciale dedicato a queste due straordinarie sonde. In formato digitale e gratuito, clicca sull'immagine e leggi!
Rappresentazione artistica di una delle due sonde Voyager della Nasa, con evidenziato lo strumento del sottosistema per la rivelazione dei raggi cosmici. Crediti: Nasa / Jpl-Caltech
Poco più di un anno e mezzo fa abbiamo celebrato i 40 anni di questa straordinaria missione, la più longeva della storia dell’esplorazione spaziale. Due sonde, le Voyager 1 e 2, che continuano a viaggiare e a inviare dati a Terra grazie alla rigorosa pianificazione, prima e durante la missione, e la creatività con la quale gli ingegneri al JPL (Jet Propulsion Laboratory, al Caltech di Pasadina, in California) hanno ideato soluzioni per mantenere in volo, e operative, le due sonde.
Il problema principale è ovviamente l’energia. Le sonde viaggiano grazie a tre RTG, generatori termoelettrici a radioisotopi che producono energia dal calore emesso dal decadimento naturale di radioisotopi di plutonio-238, lo stesso tipo di generatori utilizzati anche, tra le altre, nelle missioni Viking, Pioneer, dalla Cassini e dalla New Horizons, ma anche durante la missione Apollo 12, la “seconda volta” che l’uomo è sceso sulla Luna.
Il decadimento degli atomi di Plutonio garantisce un’autonomia davvero enorme, ma anche il plutonio nel tempo si consuma. Si calcola che le sonde abbiano prodotto all’incirca 4 Watt di potenza in meno ogni anno e ad oggi, quindi, i generatori forniscono circa il 40% di potenza in meno rispetto a quella che producevano al momento del lancio.
L’energia serve ovviamente a far funzionare i sistemi di bordo e gli strumenti scientifici, ma non solo. Viene infatti utilizzata anche per “tenere al caldo” la strumentazione. Le Voyager ormai si trovano troppo lontane dal Sole, immerse nello spazio interstellare, dove le temperature sono diverse decine di gradi sotto lo zero e possono danneggiare meccanismi e elettronica.
Recentemente gli ingegneri della missione, dopo attente discussioni e in accordo con il team scientifico, hanno deciso di intervenire. Per poter mantenere l’attività delle sonde il più a lungo possibile, bisogna razionalizzare l’uso dell’energia.
La Voyager 2 ha avuto la precedenza, in questo piano di razionalizzazione, avendo uno strumento in più e avendo quindi anche consumato più energia nel corso degli anni.
Tra le prime azioni già messe in pratica si è deciso di disattivare il suo spettrometro a ultravioletti e, recentemente, un riscaldatore al CRS, lo strumento per la rilevazione di raggi cosmici ma non l’energia per farlo funzionare. Lo strumento ha infatti svolto un ruolo cruciale, lo scorso novembre, nel determinare se la Voyager 2 era definitivamente uscita dall’eliosfera, la bolla creata dal vento di particelle ionizzate emesse dal Sole che avvolge il Sistema solare. Da allora però, la sonda ha comunque continuato a inviare dati sull’interazione della nostra eliosfera e lo spazio interstellare. Studi importanti non solo per conoscere meglio zone fin’ora inesplorate, ma anche per ottenere informazioni chiave per le missioni umane di esplorazione spaziale. Il problema delle radiazioni è infatti il problema principale per missioni di lunga durata come quelle che l’umanità si appresta a intraprendere. E anche se a temperature inferiori a quelle testate in fase di costruzione, CRS continua a inviarci dati importanti.
«È incredibile come gli strumenti delle Voyager si siano dimostrati così resistenti», ha dichiarato la responsabile del progetto Voyager, Suzanne Dodd. «Siamo orgogliosi di come hanno resistito alla prova del tempo: la lunga vita della sonda ci dice anche che abbiamo a che fare con ambienti che non avremmo mai pensato di arrivare a incontrare. Continueremo a ricercare ogni opzione che permetta alle Voyager di continuare a produrre la migliore scienza possibile».
Al momento la sonda Voyager 2 raccoglie dati grazie a, oltre al rilevatore di raggi cosmici, due strumenti dedicati allo studio del plasma e un magnetometro per lo studio delle nubi di materiale nello spazio interstellare. La Voyager 1, che ha attraversato lo spazio interstellare nell’agosto 2012, continua anch’essa a raccogliere dati dal suo CRS, da uno strumento al plasma, da un magnetometro e da uno strumento a particelle cariche a bassa energia.
Diventa quindi strategico scegliere con attenzione cosa far continuare a funzionare e cosa invece tagliare.
Cosa significa telemetria, come funziona la comunicazione con una sonda? Su Coelum Astronomia 235, ora online, la seconda parte di un "tutorial" che ci aiuta a capire le basi delle telecomunicazioni nelle missioni spaziali. Clicca l'immagine per leggere gratuitamente.
Quello che proprio non può rischiare di essere lasciato in balia del freddo è per ovvi motivi il sistema di puntamento che permette alle sonde di orientarsi nella direzione giusta per inviare dati alla Terra. Se mancasse l’alimentazione o se il freddo lo danneggiasse non potremmo più ricevere dati e nemmeno comunicare con le sonde per inviare nuove istruzioni. La sfida quindi è quella di capire a cosa togliere man mano energia, a quale delle due sonde, quali informazioni si riveleranno più importanti e quali invece sacrificabili, per continuare a fare scienza il più a lungo possibile con entrambe.
Un altro problema con il quale si sono dovuti confrontare gli ingegneri della missione è l’usura dei propulsori, non solo quindi l’energia necessaria per farli funzionare, ma anche la meccanica stessa, e anche qui le due sonde hanno sorpreso e stupito gli ingegneri. Per ovviare al problema, già sulla Voyager 1 sono stati messi in funzione un set di propulsori inutilizzati da 37 anni… e hanno funzionato brillantemente. La stessa cosa verrà tentata con la Voyager 2, riattivando dei propulsori non più utilizzati dall’incontro con Nettuno del 1989.
«Entrambe le sonde Voyager stanno esplorando regioni mai visitate prima, quindi ogni giorno è un giorno di scoperta», spiega Ed Stone, Project Scientist della missione . «Le Voyager continueranno a sorprenderci con nuove informazioni sullo spazio profondo».
Indice dei contenuti
Per ripercorrere i primi 40 anni della missione Voyager, Coelum Astronomia ha dedicato uno speciale nel numero del dicembre 2017, in occasione dell’aniversario. Per leggero basta cliccare sulla copertina qui a destra (la lettura è come sempre in formato digitale e gratuito, e scaricabile in formato pdf).
Per saperne di più:
Il sito NASA dedicato alla missione Il sito JPL dedicato alla missione in cui potete controllare anche lo stato delle due sonde
50 ANNI FA
Lo Sbarco dell’Uomo sulla Luna La Storia, le Persone, le Emozioni… e tutte le immagini più belle.
In occasione delle Celebrazioni dei 50 anni dallo sbarco dell’uomo sulla Luna un’esperienza cinematografica senza precedenti.
APOLLO 11
L’appuntamento per rivivere, “in presa diretta” e per la prima volta al cinema, la storica missione della NASA con immagini inedite nella straordinaria definizione del formato 70 mm.
Il racconto di quel viaggio epico, con immagini mai viste prima recuperate dagli archivi US, sarà nelle sale italiane solo il 9, 10, 11 settembre.
Le prevendite dell’evento cinematografico apriranno ufficialmente dal 20 luglio, a 50 anni esatti dallo Sbarco.
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