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Un disco inedito per ALMA… attorno a una nana bruna!

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Rappresentazione artistica del disco di polvere e gas intorno a una nana bruna. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Kornmesser (ESO)

Non è fatto di vinile come i vecchi ‘33 giri’ né di policarbonato e metallo come i più recenti compact disc, ma è destinato a scalare rapidamente la hit parade, quella delle scoperte astronomiche più significative del 2012. Il disco che è stato identificato da un team guidato da ricercatori italiani e dell’INAF è fatto di polveri con grani che raggiungono le dimensioni del millimetro e circonda una stella, o meglio una quasi stella: la nana bruna Rho-Oph 102, che si trova  in direzione della costellazione di Ofiuco.

La scoperta è sorprendente perché gli astronomi non ritenevano possibile che un simile agglomerato di polveri di queste dimensioni potesse esistere attorno a un oggetto celeste così piccolo, in cui potrebbero formarsi successivamente pianeti di tipo roccioso. Potrebbe essere quindi necessario un ripensamento delle attuali teorie sulla formazione dei pianeti extrasolari rocciosi che, alla luce di questa scoperta, ottenuta grazie ai dati raccolti dal telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) sarebbero molto più numerosi di quanto finora ritenuto.

Una rappresentazione artistica che mostra i grani di polvere cosmica nel disco che circonda una nana bruna. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/L. Calçada (ESO)

“Spiegare la presenza di un disco di polvere con queste caratteristiche attorno ad una stella così piccola è davvero difficile nel quadro della nostra attuale comprensione sulla formazione dei pianeti” dice Leonardo Testi, astronomo dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri attualmente in forza all’ESO, che con la sua collega Antonella Natta, sempre della struttura di ricerca fiorentina, ha partecipato alla scoperta, i cui risultati sono stati appena pubblicati on line in un articolo della rivista The Astrophysical Journal. “Un risultato che viene da lontano, frutto di una decennale attività di ricerca avviata dal personale dell’Osservatorio di Arcetri con le osservazioni del Telescopio Nazionale Galileo e del VLT. E grazie alle eccezionali doti di sensibilità che possiede ALMA siamo finalmente giunti a questa scoperta”.

La regione di formazione stellare Rho Ophiuchi con al centro, identificata dalla croce, la nana bruna ISO-Oph 102 (o Rho Oph 102). L'immagine in luce visibile è ottenuta a partire dai dati della DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/Digitized Sky Survey 2. Acknowledgement: Davide De Martin

L’oggetto celeste attorno al quale è stato scoperto il disco di polveri è la giovane nana bruna ISO-Oph 102, nota anche come Rho-Oph 102, che si trova nella regione di formazione stellare Rho Ophiuchi. Di massa circa 60 volte quella di Giove, ma solo 0,06 volte quella del Sole, la nana bruna è troppo piccola per innescare le reazioni termonucleari che producono la luce delle stelle ma emette tuttavia calore, che è generato dalla sua lenta contrazione gravitazionale, e brilla così di un colore rossastro, molto più debole di una stella normale.

Un obiettivo scientifico ideale per esaltare le qualità di ALMA, che raccoglie la luce di lunghezza d’onda intorno al millimetro, proprio quella emessa dal materiale del disco riscaldato dalla nana bruna. I grani del disco non emettono molta radiazione a lunghezze d’onda maggiori della propria dimensione, perciò si misura una brusca diminuzione di luminosità alle lunghezze d’onda più lunghe. ALMA è uno strumento perfettamente in grado osservare con precisione questa decrescita e misurare così le dimensioni dei grani. Gli astronomi hanno confrontato la luminosità del disco a lunghezze d’onda di 0,89 mm e 3,2 mm. Il calo di luminosità tra 0,89 mm e 3,2 mm non era così ripido come previsto, mostrando così che almeno alcuni dei grani hanno dimensione di un millimetro o più.

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Questo video inizia con una panoramica delle spettacolari regioni centrali della Via Lattea in luce visibile. Si ingrandisce quindi la zona di formazione stellare Rho Ophiuchi, fino alla nana bruna ISO-Oph 102. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/Nick Risinger (skysurvey.org)/Digitized Sky Survey 2 Music: movetwo

Il livello di dettaglio raggiunto dalle osservazioni di ALMA, molto migliore dei telescopi precedenti, ha permesso all’equipe anche di identificare la presenza di monossido di carbonio intorno alla nana bruna. Anche questo è un record, poiché è la prima volta in cui del gas molecolare freddo è stato rivelato in un disco di questo tipo. Questa scoperta, insieme a quella delle dimensioni dei grani di polvere, suggerisce che il disco sia molto più simile di quanto si sospettasse a quelli intorno alle stelle giovani.

Nonostante questi risultati di grande rilievo, ALMA non è ancora nel pieno delle sue potenzialità scientifiche, che raggiungerà nel prossimo anno, quando saranno operative tutte le 66 antenne che comporranno la sua configurazione definitiva. Nel prossimo futuro, una volta completato, ALMA sarà così potente da ottenere immagini dettagliate del disco di Rho-Oph 102 e di altri oggetti. “Saremo presto in grado non solo di rivelare la presenza di piccole particelle nei dischi, ma anche di costruire una mappa della loro distribuzione nel disco circumstellare e di spiegare come interagiscono con il gas da noi trovato nel disco. Questo ci aiuterà a comprendere meglio come si formano i pianeti” sottolinea Luca Ricci, astronomo italiano del California Institute of Technology, USA, che ha guidato la scoperta.

Per saperne di più:

  • il comunicato stampa INAF
  • il comunicato stampa ESO
  • l’articolo ALMA observations of rho-oph 102: grain growth and molecular gas in the disk around a young brown dwarf di Luca Ricci, Leonardo Testi, Antonella Natta, Alexander Scholz  e Itziar de Gregorio-Monsalvo pubblicato online sul sito web della rivista The Astrophysical Journal

La vicenda marziana sta diventando una farsa

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(ANSA) – JPL – Le prime analisi compiute sul suolo di Marte da Curiosity non hanno rilevato segni di materiale organico. E’ quanto ha comunicato oggi la Nasa che definisce anche ”non corrette” le voci e le speculazioni diffusesi su nuove importanti scoperte in queste prime fasi dell’esplorazione del pianeta rosso. (ANSA).

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Il comunicato NASA/Jet Propulsion Laboratory

Le olimpiadi di TOUTATIS

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Superstar del mese: l’opposizione di Toutatis.


tabella-asteroidiIl periodo di rivoluzione di Toutatis intorno al Sole è in risonanza 1:3 con quello di Giove e 1:4 con quello della Terra, il che significa che una volta ogni quattro anni, puntuale proprio come le olimpiadi (con le quali sembra essersi sincronizzato), l’asteroide si presenta alla minima distanza con il nostro pianeta. Quest’anno il 12 dicembre, Toutatis passerà a 6,93 milioni di chilometri (0,0464 UA), raggiungendo la magnitudine +10,5.

Nell'impossibilità di rappresentare con il necessario dettaglio il percorso completo di Toutatis in dicembre, abbiamo selezionato due giorni in cui il piccolo asteroide transiterà tra le Iadi. Il primo tratto è quello che l'oggetto coprirà dalle ore 20:00 del 18 alle 2:00 del 19, mentre il secondo è relativo allo spostamento tra le 20:00 del 19 alle 2:00 del 20. Si tenga presente che Toutatis si sposterà con una velocità angolare di circa 24 primi d'arco l'ora!

Ci limitiamo però a fornire la mappa di una bella regione in cui brillerà quasi al suo massimo, e cioè quella in cui si troverà le sere del 18-19 (le Corna del Toro). Infatti, per effetto della grande eccentricità dell’orbita c’è per Toutatis una forte differenza temporale tra la data del massimo avvicinamento, il 12 dicembre, e quella dell’opposizione geometrica in cui si raggiungerà la massima luminosità.

> A questo link la tabella delle effemeridi orarie per seguirlo nei giorni di maggiore interesse.

Sarà davvero divertente inseguire un oggetto che nel suo momento migliore raggiungerà un moto angolare di quasi 25′ l’ora…

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…e non solo: Vesta, Ceres e Brixia negli “Asteroidi” di dicembre


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La cartina rappresenta il percorso apparente di Cerere, Vesta e Brixia nell'intervallo di tempo che va dall’1 al 31 dicembre. I cerchietti azzurri lungo il percorso segnano il punto in cui l'asteroide si troverà durante l'opposizione nel punto più vicino alla Terra (1,679 UA per Cerere il 19 dicembre; 1,588 UA per Vesta il 9 dicembre e 1,068 UA l'8 dicembre per Brixia). Da notare come quest'ultimo passerà nei pressi di zeta Tauri il 13 del mese. Cliccare sull'immagine per ingrandirla.

Dopo il trailer dell’ultimo numero, dove abbiamo presentato (e in qualche modo anticipato) l’opposizione dicembrina di Ceres e Vesta, poco resta da dire sull’argomento. Posso solo ricordare che, oltre ad essere in opposizione al Sole, i due grandi asteroidi (gemellati dalla comune visita della sonda Dawn) saranno anche in congiunzione tra loro, cosa che non accadeva dal 1996. Come si può vedere anche dalla mappa in alto, Vesta sarà in opposizione intorno al 9 dicembre, e Ceres al 19, quando brilleranno rispettivamente di mag. +6,5 e +6,8. Anche il contorno sarà assolutamente all’altezza… i due oggetti si muoveranno infatti tra le Corna del Toro, oggettivamente uno dei più bei “mille gradi quadrati” del cielo, e alla presenza sfolgorante di un Giove anch’esso in opposizione.

Si può chiedere di più per passare qualche ora serena nella gelida notte di dicembre?

Leggi tutti i dettagli e i consigli per l’osservazione, con tutte le immagini, nell’articolo tratto dalla Rubrica Asteroidi di Talib Kadori presente a pagina 64 di Coelum n.165.

PAZIENTIAMO… aspettando le due super comete

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tabella comete
tabella comete
La tabella a lato riporta il sorgere, la culminazione, l’altezza sull’orizzonte astronomico dell’osservatore raggiunta dalla cometa all’istante del transito in meridiano, e il tramonto. Sono quindi indicate: la magnitudine visuale (la magnitudine totale indicata è quella teorica calcolata in base a dei parametri fisici e geometrici; l’effettiva magnitudine visuale delle comete può risultare a volte decisamente diversa da quella tabulata), la distanza dalla Terra (in Unità astronomiche), l’elongazione dal Sole – occidentale “W” (la cometa è visibile alla mattina prima del sorgere del Sole), od orientale, “E” (la cometa è visibile alla sera dopo il tramonto del Sole) – l’Ascensione Retta, la Declinazione e la costellazione in cui si trova. Gli istanti sono topocentrici e calcolati per le 00:00 TMEC per una località situata a 12° di longitudine Est e 42° di latitudine Nord.

Dal punto di vista strettamente osservativo dicembre ci porterà soltanto la cometa C/2012 K5 (Linear), che durante il mese attraverserà velocemente la costellazione dell’Orsa Maggiore e della Lince, migliorando la sua luminosità dalla magnitudine +12,3 alla +10,3. Tutti gli altri oggetti chiomati saranno di magnitudine superiore e, in definitiva, interessanti soltanto per gli amatori esperti impegnati in ricerche particolari (vedi QR-code). Nei mesi passati la K5 Linear ha mostrato una bella coda di polveri, prima sottile poi sempre più larga e luminosa, e si spera che a fine dicembre, quando passerà a 0,3 UA dalla Terra, possa rivelarsi una cometa interessante da fotografare. Del resto, le magnitudini osservate si stanno rivelando inferiori a quelle teoriche e si pensa addirittura che la K5 possa arrivare alla +8 entro fine mese e alla +7 in gennaio. Per ciò che riguarda invece le due super comete in arrivo nel prossimo futuro, la C/2011 L4 (PanSTARRS), si trova attualmente nello Scorpione, ed è quindi visibile solo dall’emisfero sud.
Dopo l’acquisizione di numerose osservazioni, la curva di luce sta confermando una crescita in luminosità più rapida del previsto. Per il nostro emisfero si manterrà inosservabile fino a marzo, quando dovrebbe cominciare a dare spettacolo, raggiungendo la magnitudine –1.

Leggi tutti i dettagli e i consigli per l’osservazione, con tutte le immagini, nell’articolo tratto dalla Rubrica Comete di Rolando Ligustri presente a pagina 74 di Coelum n.165.

Nel Cielo – M79 e IC 418 un paio di oggetti in una costellazione “rubata”

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nel Cielo
La cartina di questo mese è centrata sulla costellazione della Lepre, che ospita i due oggetti di cui si parla nella rubrica: l'ammasso globulare M79 e la nebulosa planetaria IC 418, le cui posizioni sono sommariamente indicate dai cerchietti gialli.
nel Cielo
La cartina di questo mese è centrata sulla costellazione della Lepre, che ospita i due oggetti di cui si parla nella rubrica: l'ammasso globulare M79 e la nebulosa planetaria IC 418, le cui posizioni sono sommariamente indicate dai cerchietti gialli.

È un triste dato di fatto, ma la maggior parte degli osservatori visuali del cielo profondo abita in città super illuminate o in periferie più o meno invase dalle luci… o comunque sempre sotto un cielo inquinato che non permette più di puntare i telescopi nei pressi dell’orizzonte, come si riusciva a fare invece solo pochi anni fa. Con il passare del tempo si è così persa l’abitudine di andare a curiosare in quella fascia di costellazioni completamente australi che si levano dall’orizzonte soltanto di pochi gradi, e che pure offrono delicati oggetti deepsky, ormai quasi del tutto abbandonati. Colomba, Poppa, Corvo, Scultore… per citarne qualcuna di quella fascia che va dai –15° ai –30 gradi di declinazione… nomi che stanno diventando ormai desueti per gli osservatori di questo emisfero, appartenendo a regioni celesti sempre più considerate di stretta pertinenza australe. Una di queste costellazioni “rubate” è la Lepre, che tuttavia custodisce due oggetti che grazie alla loro natura puntiforme possono essere apprezzati anche dai nostri
siti urbani e suburbani.

tabella Nel CieloTabella Nel CieloM79, un globulare fuori posto – Siamo nella costellazione del Lepus (la Lepre), un piccolo asterismo di 290 gradi quadrati, situato appena al di sotto di Orione, a una declinazione media di –19°. Alla latitudine di Roma questo corrisponde a una altezza massima sull’orizzonte di appena una trentina di gradi, il che giustifica il suo inserimento nella lista delle costellazioni rubate.

L’oggetto che cerchiamo si trova ancora più in basso, a –24,5°, e si tratta di M79, un ammasso globulare scoperto la notte del 26 ottobre 1780 da Pierre Méchain e nel dicembre dello stesso anno da Messier che così lo descrisse: “Nebulosa senza stelle, situata sotto la Lepre”; William Herschel invece, nel 1782, lo trovò “bello ed estremamente ricco”, lo risolse parzialmente in stelle e ne riconobbe la reale natura,
anche se in realtà lo stesso Herschel coniò il termine di “Globular cluster” soltanto nel 1789. E si tenga presente che l’astronomo inglese osservava sotto i brumosi cieli dell’Inghilterra, da una latitudine di +51,5°, e quindi poteva vedere l’ammasso a un’altezza massima
di soli +20°!

Per approfondire leggi tutti i dettagli e i consigli per l’osservazione, i cenni storici,  le immagini e le mappe dettagliate, nell’articolo tratto dalla Rubrica Nel Cielo di Salvatore Albano presente a pagina 50 di Coelum n. 165.

Ancora molta confusione nella vicenda di Marte

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La roccia soprannominata 'Rocknest 3'. Credit: NASA/JPL-Caltech/Malin Space Science Systems

Il clamoroso annuncio di John Grotzinger, responsabile della strumentazione SAM del team di Curiosity, da qualche giorno sta mettendo a soqquadro il mondo scientifico: il laboratorio automatico avrebbe effettuato una sensazionale scoperta su campioni del suolo marziano, tanto importante da “far tremare la terra e riscrivere i libri di storia”, secondo le sue stesse parole (leggi anche l’editoriale di Giovanni Anselmi su Coelum 165).

L’annuncio ha suscitato una ridda di ipotesi tra gli esperti, ed una comprensibile attesa a livello di media e pubblico.

La NASA, dopo l’annuncio, ha però evitato di comunicare che cosa il rover abbia effettivamente trovato, rimandando la discussione scientifica al prossimo meeting della Società Americana di Geofisica, che comincerà il prossimo 3 dicembre.

La strategia comunicativa adottata dalla NASA ha fatto storcere la bocca a molti, ma non è eccepibile dal punto di vista scientifico: meglio controllare i risultati e comunicarli per via ufficiale in un autorevole consesso accademico, specialmente se si tratta di scoperte della massima importanza e suscettibili di argomentate obiezioni, come è facile supporre che accadrà in questa occasione.

Nonostante il giustificato riserbo iniziale, dalla NASA cominciano però a trapelare alcune indiscrezioni che, sebbene rimangano generiche sui contenuti effettivi, lasciano trasparire qualche conferma alle ipotesi più ragionevoli avanzate da esperti del settore: secondo Charles Elachi, direttore del JPL, Curiosity potrebbe aver rilevato tracce di semplici composti organici presenti sui campioni di suolo, analizzati di recente dal SAM.

Dopo tanto battage pubblicitario verrebbe quasi da dire: tutto qui?

Ma come: niente attività metabolica di organismi marziani, niente composti complessi di natura biochimica, niente molecole organiche complesse, ma solo semplici composti organici?

Il panorama dalla postazione Rocknest in cui si trova Curiosity, un mosaico di immagini riprese dalla Mast Camera. Credit: NASA/JPL-Caltech/Malin Space Science Systems

Scarica il panorama completo ad alta risoluzione (36.8 MB)

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Eppure, questa potrebbe davvero essere una scoperta che riscrive la storia di Marte, perché finora nessuna sonda automatica era stata in grado di campionare composti organici nel suolo del pianeta rosso e, soprattutto, perché i modelli teorici che descrivono la chimica possibile sulla superficie del pianeta, bombardato di continuo da radiazioni solari UV senza nessuna protezione offerta dalla troppo tenue atmosfera, prevedono che eventuali composti organici, anche complessi, magari presenti nel sottosuolo, vengano immediatamente degradati a semplici composti di carbonio, non necessariamente organici.

Beninteso, la presenza di molecole organiche anche complesse non significa necessariamente né che su Marte siano presenti, o siano state presenti nel passato più o meno recente, forme di vita, né che i composti in oggetto siano autoctoni del pianeta: del resto gli astronomi hanno da tempo individuato molecole organiche semplici anche negli spazi interstellari oltre che, probabilmente, in meteoriti nel Sistema Solare…

Ma la scoperta che tali composti possono resistere alle condizioni ambientali di Marte ad una profondità di poco inferiore alla superficie apre indubbiamente ad una riflessione sull’eventuale esistenza in profondità sia di molecole più complesse, sia sulla possibile resistenza di forme di vita – presenti o passate – a condizioni ambientali molto ostili.

Aspettiamo quindi con pazienza le comunicazioni ufficiali della NASA al congresso dei geofisici: l’Ente Spaziale, anche se in difficoltà di immagine e in assenza di garanzie sui finanziamenti futuri, non avrebbe pompato a dismisura l’attenzione su questo convegno se non avesse dati abbastanza concreti ed importanti da presentare…

Speriamo soltanto che non sia caduto di nuovo nel medesimo infortunio di qualche settimana fa, quando annunciò la presenza di metano marziano, risultato poi una contaminazione trasportata dalla Terra fino a Marte, il che fa supporre che il procedimento di sterilizzazione della sonda presenti quantomeno dei punti deboli.
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Preoccupa anche il ritrovamento nei pressi del rover di filamenti di materiale plastico o in fibra polimerica attribuiti ai resti del paracadute, o del complicato sistema di atterraggio scelto dai tecnici della missione: il suolo marziano nelle vicinanze di Curiosity è quindi inquinato da campioni di origine terrestre.

Se sono presenti resti macroscopici, forse sono presenti anche resti polimerici microscopici che, sottoposti inconsapevolmente al campionamento ed all’analisi del SAM, potrebbero forse rivelare tracce di composti organici…come dire che Curiosity starebbe analizzando il proprio paracadute, ipotesi troppo grottesca per essere presa seriamente in considerazione – sarebbe imperdonabile se la NASA non avesse preso tutte le precauzioni del caso – ma, come si sa, l’inferno è lastricato di buone intenzioni…

Dalla MESSENGER nuove immagini del Polo Nord di Mercurio

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Anche se Mercurio è quasi tre volte più vicino al Sole della Terra e raggiunga temperature diurne superiori ai 400ºC , non possiede praticamente alcuna atmosfera che trattenga o trasmetta il calore. Le temperature notturne poi, possono raggiungere i -185°C… Perciò, dato che un giorno mercuriano ne dura 176 terrestri, su Mercurio fa molto freddo (o molto caldo) per un periodo molto lungo!

Inoltre, poiché l’asse di rotazione di Mercurio non è inclinata come quella terrestre, le aree poco elevate vicino ai poli non ricevono alcuna irradiazione luminosa dal Sole e sono quindi perennemente in ombra, a temperature bassissime.

Crediti: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Carnegie Institution di Washington

Questa foto non è che una porzione dell’immagine molto più grande (a sinistra, clicca sull’immagine per ingrandirla), rilasciata lo scorso 26 novembre dal team della MESSENGER, e mostra il Polo Nord di Mercurio, pesantemente craterizzato, come appare ripreso dal sistema di ripresa MDIS (Mercury Dual Imaging System) montato a bordo della sonda. In realtà si tratta di un mosaico di molte immagini – e non una singola – composte per creare una vista più ampia della regione polare di Mercurio, centrata sull’immagine in alto, in proiezione stereografica.

Il grande cratere molto scuro vicino al centro è Prokofiev (dal nome del celebre compositore russo), di circa 110 km di diametro, al cui interno perennemente in ombra, si trovano i brillanti depositi visibili nelle rilevazioni radar che si pensa contengano ghiaccio d’acqua.  Ghiaccio che, sepolto all’interno di questo come di altri profondi crateri che caratterizzano la regione (vedi sotto la mappa delle formazioni polari in cui sono stati rilevati questi depositi), rimarrebbe perennemente ghiacciato a meno che non venisse vaporizzato dalla caduta di un meteorite.

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La regione Polare nord di Mercurio con i nomi dei crateri principali.

Una curiosià: tutti i crateri del Polo nord di Mercurio portano i nomi di famosi artisti, autori o compositori, come Kandinsky, Stieglitz, Goethe… e da poco ce n’è uno dedicato anche a JRR Tolkien: si tratta del cratere Hobbit!

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Domani, 29 novembre, durante una conferenza stampa della NASA (ore  20:00 ora italiana) verranno rese note le nuove osservazioni dalla MESSENGER, la prima sonda ad orbitare Mercurio. La conferenza stampa sarà trasmessa in diretta dal canale TV della NASA .

Al Planetario di Ravenna

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Le osservazioni si tengono presso i Giardini Pubblici con ingresso libero. Inizio ore 21:00.

30.11: I Venerdì dell’A.R.A.R. “Il teatro di fisica. La carica elettrica” di Marcello Caselli e Oriano Spazzoli.
Ingresso libero.

Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Al Planetario di Padova

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Il venerdì alle ore 21:00, il sabato alle ore 17:30 e 21:00, la domenica alle ore 16:00 e 17:30. Per il programma di ottobre consultare il sito del Planetario.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
E-mail: info@planetariopadova.it
Web: www.planetariopadova.it

Mercury 13… la recensione

La vera storia di tredici donne e del sogno di volare nello spazio

Il nostro mondo è sempre stato – e per molti versi lo è ancora – fondamentalmente maschilista. Se pensiamo alla Storia, la maggior parte delle imprese pionieristiche – incluse quelle recenti per la conquista dello spazio – sono state compiute da uomini. Non in modo assoluto però, visto che ad esempio il primo essere vivente a raggiungere l’orbita è stato, a rigore, uno di sesso femminile: tale infatti era la cagnetta Laika, scelta perché nel regno animale spesso è la femmina a essere più forte e resistente.

L’avventura raccontata in questo bel volume di Martha Ackmann (una scrittrice e giornalista americana, collaboratrice tra le altre prestigiose testate del New York Times, del Boston Globe e Los Angeles Times; scrive in particolare di scienza, sport e di donne che hanno cambiato l’America) inizia agli albori dell’astronautica e sviluppa in modo molto scorrevole e discorsivo il percorso a ostacoli che ha dovuto seguire un gruppo di aspiranti viaggiatori spaziali. Il titolo del libro, Mercury 13, svela il nome di questo gruppo che si contrappose al più noto Mercury 7, composto dai primi sette americani che sono andati nello Spazio.

Mercury 13.

La vera storia di tredici donne e del sogno di volare nello spazio.

Martha Ackmann
Springer Italia Collana I Blu – 2011
Formato 21 x 14 cm; pp 290
Prezzo 24 €

Per acquistare il libro Mercury 13  “Coelum Astroshop

Ma da chi era formato il gruppo Mercury 13? Da donne! Dalle 13 donne che hanno seguito passo passo i colleghi maschi nella preparazione per diventare astronauta e si sono distinte al punto da risultare, in alcuni casi, addirittura superiori.

Purtroppo sappiamo tutti com’è andata a finire: a causa di alcuni pregiudizi sulla prestanza fisica femminile e altrettanti di tipo culturale, che tendevano a vedere le donne non come protagoniste ma solo come fedeli assistenti, gli USA hanno dovuto (o voluto…) attendere fino al 1983 per permettere a Sally Ride di raggiungere lo Spazio. E questo malgrado la “guerra fredda” e la cosmonauta Valentina Tereshkova (entrata in orbita già nel 1963!)…

Probabilmente tutti gli avvenimenti raccontati sono successi troppo presto, in un periodo in cui le donne nell’immaginario collettivo erano ancora assegnate alla cura della casa e non ai viaggi nello “spazio interstellare”, come si diceva al tempo e come riporta fedelmente l’autrice.

Il volume si presenta come un romanzo, un racconto avvincente, narrato con proprietà di linguaggio. Le pagine scivolano via con le avventure e i test in cui le tredici ragazze si sono dovute cimentare, senza tralasciare i retroscena e gli intrecci politici che l’avventura spaziale ha sempre trascinato con sé, andando a scavare nelle sensazioni e nella psicologia di questo gruppo eterogeneo di donne raccolte da un’unica passione, il volo, e un unico sogno: diventare astronauta.

Tutto il racconto è basato principalmente sugli avvenimenti, i pensieri e le sensazioni che le “Mercury 13” hanno accumulato durante la loro esperienza ed è infarcito di note a piè di pagina e da riferimenti bibliografici che testimoniano l’enorme cura con cui l’autrice ha raccolto le informazioni, inanellandole in un’unica avventura. Nonostante vi siano diversi riferimenti a termini tecnici, la spiegazione della Ackmann tende a semplificare e rendere comprensibile anche la definizione più complicata.

Pure la breve referenza iconografica (16 pagine patinate con molte foto delle protagoniste) aiuta a calarsi in quegli anni emozionanti. E a questo proposito un plauso va anche alla traduttrice che ha fatto un ottimo lavoro, mantenendo l’atmosfera anni ’60 del racconto.

In sostanza è un libro molto bello, assolutamente consigliato a chi è appassionato di argomenti spaziali, ma anche a chi ama leggere dei romanzi avvincenti, con quel qualcosa in più che hanno le storie vere. E questa è la vera Storia!

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La recensione è stata pubblicata su Coelum 155

Nuove immagini dal sistema di Saturno: che ci fa Pac-Man lassù?

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Tutto ci si poteva aspettare nei dintorni di Saturno, tranne che ritrovare il più famoso videogioco degli anni ’80, Pac-Man, su un’altra delle sue lune, Teti (un’altra somiglianza di questo tipo fu trovata sul satellite Mimas nel 2010). Eppure i ricercatori della missione Cassini, studiando le immagini dei dati termici di quella luna, si sono trovati di fronte proprio il profilo giallo più famoso tra gli amanti dei videogiochi.

La forma appare nei dati raccolti con uno spettrometro a infrarossi, che evidenzia le aree più calde del satellite.

Una coppia di 'Pac-Man!: così appaiono le due lune di Saturno, Mimas e Thetys, riprese con lo spettrometro all'infrarosso di Cassini. Image credit: NASA/JPL-Caltech/GSFC

Gli scienziati ritengono che i Pac-Man di Teti si formino a causa del modo in cui gli elettroni ad alte energie bombardano le latitudini più basse della luna, sulla parte rivolta verso il pianeta Saturno. Il bombardamento compatta il ghiaccio in quelle zone, dove di conseguenza la superficie alterata non si riscalda così rapidamente alla luce del sole né si raffredda altrettanto rapidamente durante la nott come il resto della luna.

«Trovare un secondo Pac-Man nel sistema di Saturno ci spiega molto sul processo di creazione di queste forme, più di quanto ci si aspettasse», ha setto Carly Howett, l’autore principale dello studio recentamente pubblicato sulla rivista Icarus. «Il sistema di Saturno, come anche quello di Giove, potrebbe essere una vera e propria “sala giochi” per questi personaggi».

La scoperta conferma che gli elettroni ad alta energia possono alterare drasticamente la superfice ghiacciata di una luna.”Le osservazioni nell’infrarosso ci danno una grande quantità di informazioni sui procesis che danno forma a pianeti e lune” spiega Mike Flasar, principal investigator dello spettrometro per il Goddard Space Flight Center di Greenbelt.  “Un risultato come questo evidenzia quanto siano potenti questi studi”.

I dati raccolti risalgono al 14 settembre scorso e danno la possibilità ai ricercatori di raccogliere nuove informazioni sull’interazione tra i pianeti e le loro lune.

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Il sito della Missione Cassini

Pio & Bubble Boy – Coelum n.165 – 2012

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vignetta Coelum 165

vignetta Coelum 165

Questa Vignetta è pubblicata su Coelum n.165 – 2012. Leggi il Sommario. Guarda le altre vignette di Pio&Bubble Boy

Associazione Astrofili Centesi

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Prossimi appuntamenti:
30.11: “La culla delle stelle: le nebulose…”. Al telescopio: Giove, le Pleiadi, la galassia di Andromeda e la nebulosa di Orione.
Per info: cell. 3468699254
astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Il mese della Scienza BIBLioTECA CIVICA “Lino Penati” Via Fatebenefratelli – Milano

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29.11: “Geoturismo” di Giovanni Grieco.

INFO: BIBLIOTECA CIVICA (02 9278300)
www.astrofilicernusco.org

Gruppo Astrofili Rozzano

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29.11: “Maya: 2012 la fine del mondo?” a cura di Luigi Folcini.
I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.

Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

Eclisse parziale di penombra il 28 Novembre

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Eclisse Parziale di penombra
Eclisse Parziale di penombra

Eclisse Parziale di penombra
Eclisse Parziale di penombra

eclisse penombraIl secondo evento più importante del mese, sebbene di gran lunga meno spettacolare della congiunzione Venere-Saturno, sarà l’eclisse parziale di penombra che si verificherà il 28 novembre. La Luna entrerà nella corona della penombra alle 13:15 TMEC, quando sarà sotto l’orizzonte est di –26°, e raggiungerà il massimo dell’eclisse (91,5% del diametro lunare coperto dalla penombra) alle 15:33, quando sarà a –11°. In Italia riusciremo quindi a seguire soltanto l’ultimissima fase dell’eclisse, quando appena il 27% del diametro lunare sarà leggermente oscurato, verso le 17:30, con la Luna alta sull’orizzonte circa +7°.

Al Planetario di Ravenna

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Le osservazioni si tengono presso i Giardini Pubblici con ingresso libero. Inizio ore 21:00.

27.11: “Keplero, la sonda che scopre pianeti” di Claudio Balella.

Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Corso di ASTRONOMIA PER TUTTI – 2012 “L’Universo come non l’hai mai visto”

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Le lezioni, tenute dagli esperti del Gruppo Divulgatori della Società Astronomica Italiana Sezione Puglia, si svolgeranno presso il:
Punto vendita Salmoiraghi & Viganò di Bari – Via Piccinni 92 – ogni mercoledì alle ore 20,00 a partire dal 14 novembre 2012

28.11: L’esplorazione spaziale del sistema solare. Descrizione dei pianeti del sistema solare.

Le iscrizioni saranno raccolte direttamente nel negozio di Via Piccinni, versando una quota individuale pari a 60,00 euro che comprende l’abbonamento alla rivista Coelum
Astronomia (semestrale cartacea o annuale on line), materiale didattico e gadget. Il limite massimo è di 20 partecipanti per corso, al termine del quale verrà rilasciato un diploma
di partecipazione e la possibilità di accedere in via esclusiva a sconti.
Per informazioni e prenotazioni:
www.saitpuglia.it – www.thelunarsociety.it – www.salmoiraghievigano.it

Congiunzione Venere Saturno il 27 Novembre

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Congiunzione Venere Saturno
Congiunzione Venere Saturno
Congiunzione Venere Saturno
Congiunzione Venere Saturno

A fine mese Venere incontrerà anche Saturno, contribuendo così a realizzare l’evento forse più spettacolare del mese: una progressiva congiunzione che culminerà nel massimo avvicinamento del 27 novembre quando i due pianeti sorgeranno verso le 5:00 separati solamente di 33′ (poco più di un diametro lunare).

Niente atmosfera per il pianeta nano Makemake

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Questo mondo gelido e lontano rivela per la prima volta i suoi segreti

Il pianeta nano Makemake è grande circa due terzi di Plutone e si sposta intorno al Sole su un orbita molto lontana, al di là di quella di Plutone ma più vicino al Sole rispetto a Eris. Si tratta del più massiccio pianeta nano finora scoperto nel Sistema Solare. Dalle  osservazioni effettuate fin’ora il gelido Makemake è risultato simile agli altri pianeti nani, portando a concludere che la sua atmosfera, se presente, avrebbe dovuto essere simile a quella di Plutone. Questo nuovo studio mostra invece che, come Eris, Makemake non è circondato da un’atmosfera significativa.

L’equipe, guidata da José Luis Ortiz (Instituto de Astrofísica de Andalucía, CSIC, Spagna), ha combinato diverse osservazioni effettuate con tre telescopi dell’ESO nei siti osservativi del Cile di La Silla e Paranal – il VLT (Very Large Telescope), l’NTT (New Tecnology Telescope) e TRAPPIST (TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope) – con dati di altri telescopi più piccoli del Sud America per osservare Makemake mentre transitava di fronte a una stella lontana.

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Mentre Makemake passava di fronte alla stella e ne bloccava la luce, la stella è scomparsa e riapparsa molto bruscamente invece di affievolirsi e poi tornare brillante gradualmente. Questo significa che il pianeta nano non ha un’atmosfera importante” dice José Luis Ortiz. “Si pensava che Makemake avesse buone probabilità di aver sviluppato un’atmosfera, che non ce ne sia traccia significa che dobbiamo imparare ancora molto a proposito di questi corpi misteriosi. Scoprire per la prima volta le proprietà di Makemake è stato un grande passo avanti nello studio del club ristretto dei pianeti nani ghiacciati“.

La mancanza di lune di Makemake e la sua grande distanza da noi lo rendono molto difficile da studiare; ad esempio nel caso di oggetti con una o più lune, i moti di questi satelliti possono essere utilizzati per ricavare la massa dell’oggetto, cosa che in questo caso non è stata possibile fare. Le nuove osservazioni aggiungono perciò molti dettagli alla nostra conoscenza di Makemake: determinano le sue dimensioni in modo più accurato, mettono limiti stretti alla presenza di una possibile atmosfera e stimano la densità del pianeta nano per la prima volta. Hanno anche permesso agli astronomi di misurarela sua albedo, ovvero quanta parte di luce solare viene riflessa dal piccolo pianeta, che è risultata paragonabile a quella che verrebbe riflessa dalla neve sporca (più alta di quella di Plutone e più bassa di quella di Eris).

Il tutto assume ancora maggiore importanza se si tiene conto che nel caso di Makemake, che si muove in una zona di cielo relativamente povera di stelle, le occultazioni sono un fenomeno davvero raro. E prevedere accuratamente eventi così poco frequenti è molto difficile: il successo ottenuto grazie alle osservazioni coordinate, da parte di un’equipe sparsa in punti diversi del Sud America, è da considerarsi quindi un importante risultato.

Plutone, Eris e Makemake sono tra i maggiori esempi di numerosi corpi ghiacciati in orbita lontano dal Sole“, conclude José Luis Ortiz. “Le nostre nuove osservazioni hanno migliorato la nostra conoscenza di uno dei più grandi, Makemake. Saremo ora in grado sfruttare le informazioni ottenute per le proseguire nell’esplorazione di questi affascinanti oggetti appartenenti alla zona esterna del Sistema Solare“.

Note

Makemake era inizialmente conosciuto come 2005 FY9. È stato scoperto un paio di giorni dopo Pasqua nel marzo 2005, guadagnandosi il soprannome informale di “Coniglietto Pasquale“. Nel luglio 2008 ha ricevuto il nome ufficiale di Makemake: Makemake è il creatore dell’umanità e dio della fertilità nei miti dei popoli indigeni dell’isola di Pasqua.

Makemake è uno dei cinque pianeti nani finora riconosciuti dall’Unione Astronomica Internazionale. Gli altri sono Cerere, Plutone, Haumea ed Eris. Ulteriori informazioni sui pianeti nani e i pianeti è disponibile presso l’Unione Astronomica Internazionale.

Links

MARTE, l’annuncio della scoperta “sconvolgente” ci sarà i primi giorni di dicembre!

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Rock 'Et-Then' Near Curiosity, Sol 82. Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Pochi minuti fa abbiamo avuto la conferma del fatto che, contrariamente a quanto annunciato in serata (si prevedeva un attesa di settimane), la rivelazione sulla natura della scoperta di Curiosity verrà data nel corso dell’imminente meeting dell’American Geophysical Union, che si terrà a San Francisco dal 3 al 7 dicembre prossimo: “Indeed, Grotzinger confirmed to SPACE.com that the news will come out at the fall meeting of the American Geophysical Union, which takes place Dec. 3-7 in San Francisco” (fonte Space.com). Nel frattempo cercheremo di saperne di più e tenervi informati.

Comunque, la speranza di tutti è che questa volta non si tratti di una comunicazione di scarsa importanza come quella di un anno fa, quando a fronte di un battage degno di miglior causa, la notizia fu quella della “scoperta” piuttosto banale di un batterio mangia arsenico in un lago della California.

Al Planetario di Ravenna

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Le osservazioni si tengono presso i Giardini Pubblici con ingresso libero. Inizio ore 21:00.

23.11: Osservazione della volta stellata (cielo permettendo, giardini pubblici).

Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Al Planetario di Padova

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Il venerdì alle ore 21:00, il sabato alle ore 17:30 e 21:00, la domenica alle ore 16:00 e 17:30. Per il programma di ottobre consultare il sito del Planetario.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
E-mail: info@planetariopadova.it
Web: www.planetariopadova.it

MARTE: sono in arrivo grandi notizie

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La notizia, su cui la NASA mantiene però al momento  uno stretto riserbo, è di poche ore fa.

A quanto riferito da John Grotzinger, principal investigator della missione NASA/JPL, sembra che sia collegata a qualcosa rilevato in un campione di terreno prelevato giorni fa dal braccio robotico di Curiosity e sottoposto come sempre a SAM (Sample analysis at Mars), uno degli strumenti a bordo del rover, un vero e proprio laboratorio chimico in grado di analizzare campioni di terreno e di identificarne eventuali composti organici.

L’analisi di SAM avrebbe mostrato qualcosa che Grotzinger non ha esitato a definire come “stupefacente”, e addirittura “sconvolgente” : “Questa scoperta entrerà nei libri di storia!” ha affermato…

E questo è quanto ci è dato di sapere finché  i dati non verranno confermati da nuove analisi. Speriamo presto!

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LINK utili

Il sito di Curiosity

Has Curiosity Made an ‘Earth-Shaking’ Discovery?

Big News From Mars? Rover Scientists Mum For Now
Curiosity ce l’ha fatta
Alcune curiosità… su Curiosity
In mezzo scorre il fiume

Aggiornamenti da Curiosity

Ecografia di un asteroide

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Tre immagini dell'asteroide 2007 PA8 ottenute dai dati radar dell'antenna Goldstone della NASA. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Gemini

Pixelata, confusa, a bassa risoluzione. Potrebbe sembrare una fotografia scattata al buio o con la fotocamera a bassa risoluzione di un vecchio cellulare. 
In realtà quella di oggi non è una fotografia,  ma qualcosa di molto più simile a una “ecografia astronomica”, ottenuta osservando un Near Earth Asteroid con una delle più grandi antenne radar terrestri, operata dalla NASA.

L’asteroide in questione si chiama 2007 PA8 ed è un Near-Earth Asteroid, un grosso sasso scuro, di pochi chilometri di diametro, scoperto da LINEAR il 9 agosto 2007. Malgrado il Minor Planet Center l’abbia classificato come un PHA, un asteroide potenzialmente pericoloso, la sua traiettoria è ben nota e non rappresenta assolutamente quella di un oggetto che potrebbe impattare la Terra nel futuro. Questo non vuol dire che 2007 PA8 sia un corpo privo di interesse scientifico. Tra il 28 e il 30 ottobre 2012, i ricercatori del Deep Space Network della NASA hanno utilizzato l’antenna radar da 70 metri situata a Goldstone in California per realizzare queste immagini dell’asteroide che si trovava in quel momento a una distanza tra 9 e 10  milioni di chilometri dalla terra. Nelle tre immagini, in cui la prospettiva è dal polo nord dell’asteroide, 2007 PA8 si rivela come un sassone scuro, irregolare e allungato, di circa 1,6 chilometri di larghezza, probabilmente coperto di crateri e strutture che ne rendono la superficie irregolare. La sequenza temporale delle immagini fornisce anche importanti indicazioni sulla dinamica dell’oggetto, che stando all’interpretazione temporale dei dati, ruoterebbe lentamente intorno a un asse, compiendo un giro su se stesso ogni 3 o 4 giorni terrestri.Tra ottobre e novembre di quest’anno, l’asteroide in questione ha effettuato una passaggio molto ravvicinato della Terra, arrivando a una distanza minima che non raggiungerà più per i prossimi 200 anni. Per questo motivo, e per le sue dimensioni non trascurabili, 2007 PA8 è stato scelto come soggetto di osservazioni radar da Terra, una tecnica molto interessante per la determinaizone delle proprietà fisiche e orbitali dei corpi minori.

La tecnica di osservazione è molto interessante e sempre più diffusa per lo studio di corpi minori. Potenti antenne da terra, come Goldstone o l’ancora più potente Arecibo situato a Porto Rico, vengono usate sfruttando un principio simile a quello utilizzato per creare le immagini delle ecografie. Ovviamente con le dovute, non banali differenze. Semplificando, nel caso di una ecografia, un segnale acustico viene inviato per esempio sulla pancia di una donna incinta, e dall’eco del segnale riflesso è possibile visualizzare la forma 3d del nascituro al suo interno, altrimenti invisibile. In campo astronomico, l’antenna spara un segnale radar (a frequenze diverse) verso un asteroide dalla posizione ben nota e riceve successivamente l’impulso di ritorno, riflesso dall’asteroide stesso. Di questo segnale si misura punto per punto il time delay, il ritardo temporale, che permette di determinare la distanza della superficie riflettente, e la sua variazione di frequenza proporzionale alla velocità della superficie stessa (il ben noto effetto Doppler). Si ottengono così delle immagini bidimensionali dell’asteroide con una risoluzione sorprendente di qualche metro per pixel.

Interpretando questi dati si realizzano una serie di immagini che permettono di prevedere la rotazione e la dinamica dell’asteroide e di realizzare una precisa ricostruzione 3d del corpo stesso, una vera e porpria “ecografia astronomica” dell’asteroide 2007 PA8 e dei suoi tanti, interessanti cugini.

Maggiori informazioni sulle tecniche radar  http://echo.jpl.nasa.gov/

Il mese della Scienza BIBLioTECA CIVICA “Lino Penati” Via Fatebenefratelli – Milano

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22.11: “H.B. – Higgs Boson: ai limiti della materia-energia” di Andrea Grieco.

INFO: BIBLIOTECA CIVICA (02 9278300)
www.astrofilicernusco.org

Un nuovo ammasso stellare nella Nebulosa di Orione

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Situata a soli 1.500 anni luce di distanza dal sistema solare, la nebulosa di Orione (M42) è la nebulosa diffusa più luminosa del cielo. Questa immagine, ripresa nell'ottico dal CFHT, mostra chiaramente la struttura tridimensionale di questa regione di formazione stellare: la grande cavità, creata dalla pressione della radiazione di stelle neonate nella zona più luminosa dell'immagine, si trova all'interno di un'enorme nube di polvere e gas. Identificato come un ammasso stellare independente, NGC 1980 è associato a questa super indagata regione, attorno a iota Orionis, la stella più luminosa nella parte inferiore dell'immagine. © CFHT/Coelum (J.-C. Cuillandre & G. Anselmi).

La nebulosa di Orione è una delle grandi meraviglie del cielo notturno. La sua scoperta risale a 400 anni fa, precisamente il 26 novembre 1610, quando, l’astronomo dilettante francese Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (1580-1637) la osservò per la prima volta, descrivendola come “una nube composta di due stelle … dall’apparenza luminosa” (vedi l’articolo “Galileo non vide la nebulosa di Orione” su Coelum n. 90 – Dicembre 2005).

La scoperta della nebulosa di Orione e gli studi sulla sua natura e origine sono strettamente correlate allo sviluppo dei telescopi, tanto che solo negli ultimi 60 anni si è arrivati a comprendere la reale importanza da un punto di vista astrofisico di questo oggetto così glamour: la nebulosa, come tanti altri oggetti nella Via Lattea e in altre galassie , è un’importante sede di formazione di nuove stelle. All’interno della nebulosa di Orione, gli astronomi hanno trovato nel corso degli anni una vasta gamma di oggetti stellari giovani e stellar-like, a partire da enormi stelle, decine di volte più massicce del Sole, fino a corpi non abbastanza massicci da bruciare idrogeno, e diventare quindi stelle ,noti come nane brune. Di tutte le nursery presenti nella nostra Galassia, la nebulosa di Orione è la più vicina alla Terra, distante solo 1.500 anni luce. Ciò rende questa regione molto speciale, offrendo agli astronomi la migliore occasione per capire come le leggi della fisica portino alla trasformazione di nubi molecolari di gas molto diffuso in stelle, in oggetti quasi stellari o anche in pianeti.

Non a caso gli astronomi vedono la nebulosa di Orione come un fondamentale punto di riferimento per lo studio della formazione stellare, tanto che la maggior parte dei dati finora acquisiti – come, ad esempio, la distribuzione delle masse di stelle e nane brune alla nascita, la loro età relativa o la loro distribuzione spaziale – sono stati ricavati proprio da questa regione.

Ma, a quanto pare, la realtà è ancora più complessa. Recenti osservazioni condotte dal Canada-France-Hawaii Telescope (CFHT) con la fotocamera 340 Mpx MegaCam abbinate a precedenti indagini degli osservatori Herschel e XMM-Newton (ESA), Spitzer e WISE (NASA), così come 2MASS e Calar Alto, hanno rivelato che l’asterismo noto come NGC 1980 è un ammasso ben distinto e massiccio, formato da stelle un po’ più vecchie situate in primo piano rispetto alla nebulosa. Anche se la presenza di una popolazione stellare distinta era già nota dal 1960, queste nuove osservazioni del CFHT hanno rivelato che si tratta di una popolazione più massiccia di quanto si pensasse e distribuita in modo  non uniforme, raggruppata attorno alla stella iota Orionis (la punta meridionale della spada di Orione).

La Nebulosa di Orione nell'ottico e all'infrarosso. Il pannello di sinistra mostra l'immagine ottica in cui la nube molecolare è invisibile. Al centro, all'immagine è stata sovrapposta la ripresa a 500 micron nall'infrarosso dell'Herschel Space Observatory. A questa lunghezza d'onda, emerge l'emissione termica della fredda nube molecolare (10 ~ 15K): le stelle di recente formazione sono messe in evidenza dal riscaldamento del gas circostante chiaramente visibile. La nube molecolare è così spessa da bloccare la luce visibile di qualsiasi sorgente di fondo, agendo insomma come uno scudo, di conseguenza qualsiasi stella rilevata nel ottico lungo la linea di vista della regione evidenziata dal profilo bianco (pannello di destra) deve essere collocata in primo piano rispetto ala nube molecolare. Credit: J. Alves & H. Bouy.

L’importanza di questa scoperta è duplice: in primo luogo, l’ammasso indipendente è solo un fratello leggermente più vecchio di quello del Trapezio, situato al centro della nebulosa di Orione, secondariamente, quello che gli astronomi chiamano Orion Nebula Cluster (ONC ) è in realtà un complesso mix di questi due ammassi stellari.

Hervé Bouy, del Centro Europeo di Astronomia Spaziale di Madrid, uno dei due autori di questo lavoro, spiega che “abbiamo bisogno di perfezionare le nostre conoscenze su quella che pensavamo essere la formazione dell’ammasso.” E continua sottolineando la necessità di un monitoraggio approfondito sulla nebulosa per riuscire a “districare queste due popolazioni miste, stella per stella, se vogliamo comprendere la regione, la formazione stellare negli ammassi e perfino le prime fasi di formazione dei pianeti. “

Una mappa della densità stellare nella regione della Nebulosa di Orione, ottenuta combinando i dati nell'ottico del CFHT e nell'X dell' XMM-Newton Credit: J. Alves & H. Bouy.

“Secondo me, il fatto più interessante è la vicinanza  dell’ammasso più vecchio, quello che circonda iota Orionis,  a quello più giovane, con stelle ancora in formazione, all’interno della nebulosa di Orione”, spiega João Alves dell’Università di Vienna. “E’ difficile capire come queste nuove osservazioni possano rientrare in uno qualsiasi dei modelli teorici esistenti sulla formazione degli ammassi, e questo è il punto, perché suggerisce che ci possa mancare qualcosa di fondamentale. E’ molto probabile che quello dei raggruppamenti sia il modo di formazione stellare più diffuso nell’Universo, ma siamo ancora lontani da capire perché ciò accada.”

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Il Team

  • João Alves, Institut für Astronomie, University of Vienna
  • Hervé Bouy, European Space Astronomy Centre (ESAC) & Centre for Astrobiology (CSIC), Madrid
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    L’articolo pubblicato sulla rivista Astronomy & Astrophysics (edizione novembre 2012).

    Gruppo Astrofili Rozzano

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    22.11: “Fotografie del profondo cielo” a cura di Vittorino Suma.
    I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.

    Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
    E-mail: info@astrofilirozzano.it
    www.astrofilirozzano.it

    Venere a metà strada tra Spica e Saturno

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    Venere, Spica e Saturno

    Venere, Spica e Saturno

    Dopo la congiunzione del 18 novembre, Venere (m=-3,9) continua il suo cammino nella Vergine e, per il 21 novembre, si sarà spostata di circa 5° apparendo nel cielo del mattino esattamente al centro della congiungente tra Spica (alfa Virginis; m=+1,0) e Saturno (m=+0,6). Una suggestiva formazione da non mancare in attesa del massimo avvicinamento a Saturno del prossimo 27 novembre.

    Al Planetario di Ravenna

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    Le osservazioni si tengono presso i Giardini Pubblici con ingresso libero. Inizio ore 21:00.

    20.11: “In viaggio verso Orione” di M. Berretti.

    Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
    www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

    Corso di ASTRONOMIA PER TUTTI – 2012 “L’Universo come non l’hai mai visto”

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    Le lezioni, tenute dagli esperti del Gruppo Divulgatori della Società Astronomica Italiana Sezione Puglia, si svolgeranno presso il:
    Punto vendita Salmoiraghi & Viganò di Bari – Via Piccinni 92 – ogni mercoledì alle ore 20,00 a partire dal 14 novembre 2012

    21.11: Il Sole, miliardi di stelle e galassie. Galassie e cosmologia.

    Le iscrizioni saranno raccolte direttamente nel negozio di Via Piccinni, versando una quota individuale pari a 60,00 euro che comprende l’abbonamento alla rivista Coelum
    Astronomia (semestrale cartacea o annuale on line), materiale didattico e gadget. Il limite massimo è di 20 partecipanti per corso, al termine del quale verrà rilasciato un diploma
    di partecipazione e la possibilità di accedere in via esclusiva a sconti.
    Per informazioni e prenotazioni:
    www.saitpuglia.it – www.thelunarsociety.it – www.salmoiraghievigano.it

    Galassia antica? No, antichissima!

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    MACS0647-JD, is very young and only a tiny fraction of the size of our Milky Way. The object is observed 420 million years after the big bang. The inset at left shows a close-up of the young dwarf galaxy. This image is a composite taken with Hubble's WFC 3 and ACS on Oct. 5 and Nov. 29, 2011. Credit: NASA, ESA, and M. Postman and D. Coe (STScI) and CLASH Team.

    I record si sa, sono fatti per essere superati. Ed è ciò che è avvenuto anche in questa occasione, fatto salvo che il primato in questione è quello di essere la galassia più antica mai vista. Infatti se qualche settimana fa segnalavamo una ricerca basata sull’incrocio di dati ottenuti con i telescopi spaziali Spitzer e Hubble, alla quale avevano partecipato anche due ricercatori dell‘INAF, e che aveva portato all’individuazione di una galassia di appena 490 milioni di anni dal Big Bang, cioè “vecchia” di 13,2 miliardi di anni (vedi l’articolo), oggi segnaliamo che quella ricerca non è finita e che gli astronomi hanno ottenuto un altro risultato, spingendosi ancora più in là nel passato.

    MACS0647-JD, questo il nome della galassia che si trova ad appena 420 milioni di anni dal Big Bang, cioè a 13.3 miliardi di anni luce da noi, una distanza che corrisponde, approssimativamente, ad un redshift pari a 11. Questa è l’ultima scoperta nell’ambito del progetto CLASH (Cluster Lensing And Supernova survey with Hubble) che utilizza i grandi ammassi di galassie per individuare galassie lontanissime sfruttando l’effetto della lente gravitazionale.

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    Video Credit: NASA, ESA, and G. Bacon (STScI)

    Ci si aspetta di trovare occasionalmente una galassia lontana lontana – afferma Rychard Bouwens dell’università di Leiden in Olanda, coautore della ricerca – sfruttando l’immesso potere dell’effetto della lente gravitazionale, ma questo risultato ha sorpreso anche me e dice molto sulle potenzialità del porgetto CLASH”.

    La gravità dell’ammasso rende l’immagine della galassia lontana più brillante, come una lente di ingrandimento. Ovviamente, per quanto possa apparire più luminosa si presenta come un piccolo punto nel ritratto che gli ha fatto Hubble.

    “L’ammasso di galassie ha fatto ciò che nessun telescopio costruito dall’uomo avrebbe potuto fare – ha detto Marc Postman dello Space Telescope Science Institute (USA) e leader del Progetto CLASH -. L’oggetto è infatti così piccolo da far ipotizzare che sia nel momento della sua formazione iniziale come galassia. La sua ampiezza infatti è di appena 600 anni luce. La nostra galassia, la Via Lattea, ha un diametro di 150.000 anni luce. La massa stimata è appena dallo 0.1 all’1 per cento della massa delle stelle della Via Lattea.

    “Questo oggetto – dice l’autore dello studio Dan Coe (Space Telescope Science Institute USA) – potrebbe essere uno dei molti elementi costitutivi delle galassie. Nel 13 miliardi di anni che lo attendono potrebbe avere dozzine, centinaia, migliaia di fusioni con altre galassie o frammenti di galassie.

    La grande distanza, considerati i telescopi attualmente in uso, impedisce di effettuare una verifica spettroscopica per confermarne la datazione, anche se questo non impedisce di ritenere, per tutte le evidenze riscontate, che sia la galassia più lontana nel passato. Questa galassia sarà quasi certamente obiettivo primario del telescopio spaziale James Webb, il cui lancio è previsto nel 2018, e che sarà in grado di condurre una analisi spettroscopica e effettuare una misurazione definitiva della sua distanza, oltre a studiarne le sue proprietà in modo più dettagliato.

    Release NASA/HST

    › NASA’s Hubble website
    › Hubblesite.org website

    L’enigma delle gemme spaziali

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    Un campione di una pallasite ritrovata nel deserto di Atacama, Cile.

    Un campione di una pallasite ritrovata nel deserto di Atacama, Cile.

    Sembrano veri e propri gioielli caduti sulla Terra dallo spazio. Le pallasiti, rare (ne sono stati raccolti solo 61 esemplari) e bellissime meteoriti, contengono cristalli giallo/olivastri, di un minerale chiamato appunto olivina, incastonati in una matrice a base di ferro e nichel. Identificate per la prima volta oltre 200 anni fa dal tedesco Peter Pallas (cui devono il nome), da allora affascinano gli scienziati che si domandano da cosa derivi la loro struttura, così diversa da quella di tutti gli altri metoriti.

    L’ipotesi più accreditata era che si fossero formati sulla linea di passaggio tra nucleo ferroso e mantello roccioso in qualche pianeta o asteroide dalla struttura differenziata. È lì che ferro, nichel e olivina (a sua volta un minerale composto di silicio, ossigeno e ferro o magnesio) più probabilmente possono incontrarsi.

    Ma uno studio pubblicato su Science e firmato da John Tarduno dell’Università di Rochester, negli Stati Uniti, ribalta letteralmente la teoria e suggerisce che la loro origine vada ricondotta piuttosto all’impatto tra un asteroide minore e un pianeta grande più o meno un trentesimo della Terra. Il fatto che i granelli metallici dell’olivina siano tutti polarizzati magneticamente nella stessa direzione, in particolare, è quello che ha portato i ricercatori a concludere che le pallasiti debbano essersi formate lontano dal nucleo del pianeta o asteroide.

    “Crediamo che la matrice di ferro e nichel nelle pallasiti derivi dalla collisione con un asteroide” confemra Francis Nimmo, professore all’Università della California a Santa Cruz e coautore dello studio. “Il ferro fuso proveniente dall’asteroide più piccolo è stato iniettato nel mantello del corpo più grande, creando la trama che ora osserviamo nelle pallasiti”.

    “Prima si pensava che il ferro proveniente dal nucleo fosse stato in qualche modo ‘spremuto’ all’interno dell’olivina del mantello” chiarisce Tarduno “ma i granelli magnetici nell’olivina mostrano che non è così”. Infatti, per magnetizzare in quel modo i granelli doveva esserci un nucleo di ferro fuso in grado di creare un campo magnetico. Ma le temperature sulla linea di confine tra nucleo e mantello sono troppo alte perché avvenga la magnetizzazione. Quindi le pallasiti devono essersi formate più vicino alla superficie.

    Non solo: riscaldando i materiali fino a far perdere loro la magnetizzazione, i ricercatori sono riusciti a misurare la forza del camp magnetico che li aveva originariamente polarizzati, e quindi le dimensioni del pianeta colpito dall’impatto con l’asteroide: doveva essere di circa 200 km di diametro, trenta volte più piccolo della Terra.

    Planetario e Osservatorio Astronomico di Cà del Monte

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    18.11, ore 15:00: “Due piccoli pezzi di vetro” (il film full dome) e osservazione del Sole.
    Da marzo a dicembre, il Planetario e Osservatorio Astronomico di Cà del Monte apre per il pubblico nei fine settimana (venerdì-sabato-domenica).
    Info e prenotazioni: 327 7672984
    osservatorio@osservatoriocadelmonte.it
    www.osservatoriocadelmonte.it

    Perso nello spazio: scoperto un pianeta solitario?

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    Questa rappresentazione artistica mostra il pianeta interstellare CFBDSIR J214947.2-040308.9, il più vicino di questi oggetti al Sistema Solare. Non è in orbita intorno a una stella e perciò non risplende di luce riflessa; il debole bagliore emesso può essere visto solo nella banda infrarossa. Qui vediamo una rappresentazione artistica dell'immagine infrarossa dell'oggetto, con la zona centrale della Via Lattea ripresa dal telescopio per survey VISTA sullo sfondo. L'oggetto appare bluastro in questa veduta infrarossa perchè la maggior parte della luce di lunghezza d'onda maggiore viene assorbita dal metano e da altre molecole nell'atmosfera del pianeta. In luce visibile l'oggetto risulterebbe molto debole, di colore rosso scuro se visto da molto vicino, poichè è molto freddo. Crediti: ESO/L. Calçada/P. Delorme/Nick Risinger (skysurvey.org)/R. Saito/VVV Consortium

    Una rappresentazione artistica di CFBDSIR J214947.2-040308.9. Un mondo orfano come potrebbe risultare questo oggetto celeste, può aiutarci a comprendere come si formino stelle e pianeti. Crediti: ESO/L. Calçada/P. Delorme/Nick Risinger (skysurvey.org)/R. Saito/VVV Consortium

    Gli astronomi, usando il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e il telescopio CFH (Canada-France-Hawaii Telescope), hanno identificato un corpo celeste che molto probabilmente è un pianeta che vaga per lo spazio senza una stella madre. Si tratta del candidato pianeta interstellare più interessante e finora più vicino al Sistema Solare trovato ad oggi, a una distanza di circa 100 anni luce. La sua relativa vicinanza e l’assenza di una stella molto brillante nei dintorni hanno pemesso all’equipe di studiarne l’atmosfera in gran dettaglio.

    I pianeti interstellari sono oggetti di massa planetaria che vagano per lo spazio senza legami gravitazionali con una stella (vedi anche Coelum n.150 “Pianeti senza fine”). Alcuni possibili esempi di questo fenomeno sono già stati trovati nel passato, ma senza conoscere la loro età non è stato possibile capire se fossero realmente pianeti o nane brune – stelle “mancate” –  senza cioè la massa minima necessaria per innescare le reazioni che le fanno splendere.

    Questo primo piano di un'immagine catturata dallo strumento SOFI montato sul telescopio NTT dell'ESO all'Osservatorio di La Silla mostra il pianeta interstellare CFBDSIR J214947.2-040308.9 nella banda infrarossa. Appare come un punto blu al centro dell'immagine ed è l'oggetto di questo tipo più vicino al Sistema Solare. La sua debole emissione può essere vista solo nella banda infrarossa, appare bluastro in questa veduta infrarossa perchè la maggior parte della luce di lunghezza d'onda maggiore viene assorbita dal metano e da altre molecole nell'atmosfera del pianeta. In luce visibile l'oggetto risulterebbe molto debole, di colore rosso scuro, solo se visto da molto vicino, poichè molto freddo (vedere video in coda all'articolo). Crediti: ESO/P. Delorme

    L’oggetto scoperto ora dagli astronomi, grazie alle osservazioni effettuate dal telescopio CFHT (Canada France Hawaii Telescope) e alla potenza del VLT dell’ESO che ne ha esaminato le proprietà [1] e chiamato CFBDSIR2149,  sembra invece far parte di una “corrente” di stelle vicine, nota come Associazione AB Doradus. Si tratta di un gruppo  di stelle che si muovono insieme nello spazio e che si pensa si siano formate tutte nella stessa epoca.

    Se l’oggetto appena scoperto fosse quindi veramente associato a questo gruppo, sarebbe possibile dedurne, tra le molte informazioni, la sua temperatura, la massa, la composizione dell’atmosfera ma soprattutto l’età [2]. Si tratterebbe infatti del primo oggetto isolato di massa planetaria scoperto all’interno di un gruppo in movimento,  e   questo suo legame potrebbe essere la chiave fondamentale per permettere agli astronomi di stimarne l’età.

    “Cercare pianeti intorno alla loro stella madre è come studiare una lucciola che sta a un centimetro di distanza da un potente faro d’automobile”, afferma Philippe Delorme (Institut de planétologie et d’astrophysique de Grenoble, CNRS/Université Joseph Fourier, Francia), autore principale della ricerca. “Questo oggetto vicino ci offre la possibilità di studiare la lucciola in dettaglio senza la luce dei fari a rovinare tutto”.

    Oggetti interstellari come CFBDSIR2149 possono formarsi come pianeti normali espulsi dal loro sistema originario, o come oggetti isolati, stelle più piccole o nane brune. In entrambi i casi si tratta di oggetti interessanti: “sono importanti perchè ci aiutano a capire meglio come possono venir espulsi i pianeti dai loro sistemi planetari, di origine o, nella seconda eventualità, come oggetti molto leggeri possano derivare da processi di formazione stellare”, dice Philippe Delorme.

    Le analisi effettuate su CFBDSIR2149 mostrano una probabilità dell’87% che l’oggetto appartenga all’Associazione AB Doradus e più del 95% che sia sufficientemente giovane da avere una massa planetaria, rendendo più probabile l’ipotesi cha sia un pianeta interstellare piuttosto che una stella mancata.

    “Ulteriori ricerche dovrebbero confermare che si tratta proprio di un pianeta interstellare” conclude Philippe Delorme. “e potrebbe quindi essere usato come parametro di riferimento per comprendere la fisica degli esopianeti che verranno scoperti dai sistemi di immagini ad alto contrasto del prossimo futuro, tra cui lo strumento SPHERE che verrà installato al VLT.”

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    Indice dei contenuti

    Note

    [1] L’equipe ha osservato CFBDSIR2149 sia con la camera WIRCam sul telescopio CFHT alle Hawaii che con la camera SOFI sull’NTT dell’ESO in Cile. Le immagini prese in tempi diversi hanno poi  permesso di misurare il moto proprio dell’oggetto nel piano del cielo e di confrontarlo con quello dei membri di AB Doradus. Gli studi dettagliati dell’atmosfera sono stati fatti con lo spettrografo X-shooter montato sul VLT dell’ESO all’Osservatorio del Paranal.

    [2] L’appartenenza all’Associazione AB Doradus renderebbe la massa del pianeta circa 4-7 volte la massa di Giove, con una temperatura effettiva di circa 430 C. L’età del pianeta sarebbe la stessa del gruppo stellare – da 50 a 120 milioni di anni.

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    Gruppo Astrofili Rozzano

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    Escursioni in montagna, a Pian dell’armà (PV), per l’osservazione degli astri i venerdì e sabato: 09/10 e 16/17 novembre.
    I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.

    Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
    E-mail: info@astrofilirozzano.it
    www.astrofilirozzano.it

    Planetario e Osservatorio Astronomico di Cà del Monte

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    17.11: “(G)Astronomia e stelle”. Apice delle Leonidi e osservazione notturna.
    Da marzo a dicembre, il Planetario e Osservatorio Astronomico di Cà del Monte apre per il pubblico nei fine settimana (venerdì-sabato-domenica).
    Info e prenotazioni: 327 7672984
    osservatorio@osservatoriocadelmonte.it
    www.osservatoriocadelmonte.it

    Al Planetario di Padova

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    Il venerdì alle ore 21:00, il sabato alle ore 17:30 e 21:00, la domenica alle ore 16:00 e 17:30. Per il programma di ottobre consultare il sito del Planetario.
    Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
    E-mail: info@planetariopadova.it
    Web: www.planetariopadova.it

    Eclissi totale di sole in Australia

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    Eclissi di Sole del 2001. Crediti foto: Juan Carlos Casado / GLORIA Project

    Eclissi di Sole del 2001. Crediti foto: Juan Carlos Casado / GLORIA Project

    Dopo oltre due anni senza eclissi totali di Sole (l’ultima risale all’11 luglio 2010), l’ombra della Luna tornerà questa sera, martedì 13 novembre, a visitare la superficie della Terra. Il percorso dell’ombra inizierà nel Nord-Est dell’Australia per poi spostarsi verso l’Oceano Pacifico. Il massimo dell’eclissi, con una durata di 4 minuti e 2 secondi, avverrà nel mezzo dell’Oceano Pacifico alle 23:11 ora italiana, con il Sole a 68° sopra l’orizzonte.

    «La probabilità di vedere questo breve (pochi minuti o anche pochi secondi) ma spettacolare evento da un determinato posto sulla Terra è molto bassa – una volta ogni qualche centinaio d’anni, nubi permettendo», spiega Luciano Nicastro, astronomo dell’INAF IASF Bologna e coordinatore della partecipazione italiana al progetto GLORIA, «ma questo è un fenomeno naturale che dovrebbe figurare in ogni lista di desideri personale e vale certamente la pena di organizzare un viaggio speciale per vederlo».

    Un’eclissi solare avviene quando la Luna passa tra il Sole e la Terra e copre, parzialmente o completamente, il Sole alla nostra vista. Questo può succedere solo quando c’è Luna Nuova e se il Sole e la Luna visti dalla Terra sono perfettamente allineati. In una eclissi totale, come in questo caso, il disco del Sole è completamente oscurato dalla Luna. Nelle eclissi parziali e anulari solo una parte del Sole è oscurato.

    Poiché l’ombra della Luna è stretta, le eclissi di Sole sono visibili solo in una fascia relativamente stretta della superficie terrestre, e sono osservabili da un punto specifico della Terra, per esempio una città, in media solo ogni 375 anni. La maggior parte degli appassionati deve intraprendere lunghi viaggi lunghi per recarsi nella fascia della totalità ed osservare l’intero evento. In media un’eclissi totale dura circa 3 minuti, con le più lunghe che arrivano fino a 7 minuti e 30 secondi.

    È di vitale importanza non guardare mai il Sole senza occhiali appositamente concepiti. Bisogna quindi utilizzare un’adeguata protezione degli occhi durante l’intera osservazione dell’eclissi solare.

    Per seguire l’eclissi in diretta webcast su Internet (dalle 21.30 ora italiana):

    Per saperne di più:

    Il video di presentazione dell’eclissi e della spedizione (con sottotitoli in italiano, pulsante CC):

    ALMA scopre una sorprendente struttura a spirale attorno a R Sculptoris

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    Osservazioni effettuate con ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) hanno rivelato una struttura a spirale inaspettata nel materiale che circonda la vecchia stella R Sculptoris. Questa struttura non era mai stata vista prima; probabilmente è causata da una compagna non visible che orbita intorno alla stella. Questa sezione dei dati di ALMA mostra il guscio che circonda la stella, che appare come un anello circolare esterno, e la struttura a spirale molto evidente nella zona interna. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Maercker et al.
    Osservazioni effettuate con ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) hanno rivelato una inaspettata struttura a spirale nel materiale che circonda la vecchia stella R Sculptoris, probabilmente causata da una compagna non visible che orbita intorno alla stella. Questa sezione dei dati di ALMA mostra il guscio che circonda la stella, che appare come un anello circolare esterno, e la struttura a spirale molto evidente nella zona interna. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Maercker et al.

    Gli astronomi hanno usato ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) per scoprire una struttura a spirale del tutto inaspettata nel materiale che circonda la vecchia stella R Sculptoris [1][2]. Questa è la prima volta che una struttura di questo tipo, con un guscio sferico esterno, viene trovata intorno a una gigante rossa. È anche la prima volta che gli astronomi hanno potuto ottenere misure complete in tre dimensioni di questa spirale. La strana forma è stata creata probabilmente da una compagna non visibile, in orbita intorno alla gigante rossa, mai individuata finora. Gli astronomi hanno inoltre verificato con sorpresa che la gigante rossa aveva espulso molto più materiale del previsto. Questo è uno dei primi risultati della “Early Science” di ALMA e verrà pubblicato sul numero di questa settimana di Nature.

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    Zoom sulla gigante rossa R Sculptoris (Crediti: ESO/A. Fujii/Digitized Sky Survey 2)

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    Abbiamo già visto dei gusci di materiale intorno a questo tipo di stelle, ma questa è la prima volta che troviamo una spirale di materia che esce dalla stella, oltre al guscio esterno“, dice l’autore principale dell’articolo che descrive i risultati, Matthias Maercker (ESO e Argelander Institute for Astronomy, Università di Bonn, Germania)

    Poichè espellono grandi quantità di materia, le giganti rosse come R Sculptoris sono tra i principali produttori di quella polvere e quel gas che rappresentano la maggior parte della materia prima che formerà le future generazioni di stelle, di sistemi planetari e successivamente gli esseri viventi.

    Anche nella fase “Early Science”, quando queste nuove osservazioni sono state condotte, ALMA era molto più potente degli altri osservatori submillimetrici. Alcune osservazioni precedenti avevano mostrato chiaramente un guscio sferico intorno a R Sculptoris, ma nè la struttura a spirale nè la stella compagna erano state viste.

    Quando abbiamo osservato questa stella con ALMA nemmeno metà delle antenne erano in funzione. È veramente emozionante immaginare cosa l’intera schiera di ALMA potrà fare una volta completata nel 2013“, aggiunge Wouter Vlemmings (Chalmers University of Technology, Svezia), co-autore della ricerca.

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    NOTE

    [1] R Sculptoris è un esempio di stella AGB (asymptotic giant branch), ovvero stelle con masse iniziali comprese tra 0,8 e 8 masse solari nelle ultime fasi di vita. Sono giganti rosse fredde, con grandi perdite di massa sotto forma di forti venti stellari, e sono tipicamente variabili di lungo periodo. La loro struttura è costituita da un minuscolo nucleo di carbonio e ossigeno circondato da un guscio di elio e idrogeno in combustione e quindi da un inviluppo convettivo enorme. Il Sole, alla fine della sua vita, evolverà in una stella AGB.

    [2] Il guscio eiettato intorno alle stelle AGB è composto da grani di polvere e da gas. I grani di polvere possono essere individuati con la ricerca di emissione termica nel lontano infrarosso fino alle lunghezze d’onda millimetriche. A lunghezze d’onda millimetriche l’emissione della molecola CO permette agli astronomi di ottenere mappe ad alta risoluzione dell’emissione del gas prodotta dal forte vento stellare generato dalle stelle AGB. Queste osservazioni sono anche eccellenti traccianti della distribuzione del gas attorno a questi oggetti. L’elevata sensibilità di ALMA permette di costruire direttamente una mappa della zona di condensazione della polvere e di fotografare la struttura del materiale intorno alle stelle AGB, mostrando dettagli di dimensioni inferiori a 0,1 secondo d’arco.

    Nell’ultima fase della loro vita, le stelle di massa fino a otto volte quella del Sole diventano giganti rosse e perdono grandi quantità di massa in un denso vento stellare. Durante la fase di gigante rossa le stelle mostrano periodicamente pulsazioni termiche, brevi fasi in cui uno strato di elio intorno al nucleo della stella brucia in modo esplosivo. L’impulso termico spinge il materiale fuori dalla stella ad un tasso molto più elevato e ciò risulta in un grande guscio di gas e polvere intorno alla stella. Dopo l’impulso il tasso a cui la stella perde massa torna al valore normale.

    Gli impulsi termici si verificano ogni 10000 – 50000 anni e durano solo poche centinaia d’anni. Le nuove osservazioni di R Sculptoris mostrano che l’ultimo impulso termico è avvenuto circa 1800 anni fa ed è durato circa 200 anni. La stella compagna ha modellato la struttura a spirale nel vento di R Sculptoris.

    Sfruttando la capacità di ALMA di vedere fini dettagli possiamo capire molto meglio cosa succede alla stella prima, durante e dopo l’impulso termico, studiando la forma del guscio esterno e della struttura a spirale“, dice Maercker. “Ci aspettavamo che ALMA ci fornisse una nuova visione sull’Universo, ma aver già scoperto nuove cose inaspettate, in una delle prime osservazioni, è veramente emozionante.

    Per spiegare le strutture osservate intorno a R Sculptoris, l’equipe di astronomi ha eseguito delle simulazioni al computer per seguire l’evoluzione di un sistema binario. Questi modelli descrivono molto bene le osservazioni di ALMA.

    È una vera sfida descrivere con una teoria tutti i dettagli osservativi visti da ALMA, ma i nostri modelli numerici mostrano che siamo sulla strada giusta. ALMA ci dà una nuova conoscenza di quel che accade in queste stelle e di che cosa potrebbe succedere al Sole tra qualche miliardo di anni”, dice Shazrene Mohamed (Argelander Institute for Astronomy, Bonn, Germania e South African Astronomical Observatory), co-autrice dello studio.

    Nel prossimo futuro le osservazioni con ALMA di stelle come R Sculptoris ci aiuteranno a capire come gli elementi di cui siamo fatti hanno raggiunto luoghi come la Terra. Ci daranno anche un’idea di quello che potrà essere il lontano futuro della nostra stella”, conclude Matthias Maercker.

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