Congiunzione difficile quella tra Marte e Luna la sera del 15 dicembre. La falce di Luna sarà probabilmente osservabile senza alcuna difficoltà a sudovest, mentre solo condizioni del cielo ottimali permetteranno di cogliere nel cielo del crepuscolo il puntino luminoso di Marte. Alle 17:30 il Sole sarà infatti sotto l’orizzonte di –9°, e il cielo sarà quindi già abbastanza scuro, ma l’altezza del pianeta sarà di soli +10° (e la sua magnitudine non elevatissima non ne garantirà l’osservabilità).
I rombi colorati identificano la posizione delle sette galassie individuate da Hubble e i relativi redshift. In alto le immagini ingrandite dei sette oggetti (NASA, ESA, R. Ellis - Caltech, HUDF 2012 Team)
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Un’intera cucciolata di galassie giovanissime, la cui luce arriva a noi dalla notte dei tempi, da quando l’Universo aveva appena 600 milioni di anni. Per scovarle, Richard Ellis e RossMcLure (rispettivamente del California Institute of Technology e dell’Università di Edinburgo) hanno usato la Wide Field Camera 3 dello Hubble Space Telescope, “addestrata” a concentrarsi su una limitata porzione di cielo chiamata Hubble Ultra Deep Field. Hanno così ottenuto una visione straordinariamente profonda dell’Universo nella banda di frequenza del vicino infrarosso. Lì hanno fatto un vero e proprio censimento delle galassie nell’Universo primordiale, confermando e al contrario escludendo dal conto alcuni oggetti che in passato altri ricercatori avevano indicato come possibili galassie distanti. E soprattutto, hanno trovato sei galassie in precedenza sconosciute, tutte con un redshift (uno spostamento verso il rosso delle righe spettrali causato dall’effetto Doppler) superiore a 8, che significa che si sono formate più di 13 miliardi di anni fa.
A queste si aggiunge una galassia già intravista in passato dai ricercatori, ma ora confermata definitivamente da Hubble, e che potrebbe meritarsi (o meglio riprendersi) il titolo di galassia più antica e distante mai osservata. Si tratta di UDFj-39546284. Finora le veniva attribuito un redshift di 10, ed era stata per un certo tempo considerata la nonna della galassie finché un’altra più distante non le aveva soffiato il record. Ora però i nuovi calcoli le attribuiscono un redshift di 11,9, che corrisponde a una distanza di 13,9 miliardi di anni luce e che la riporta decisamente in testa.
Uno dei principali obbiettivi di questo tipo di osservazioni è capire quanto rapidamente il numero di galassie esistenti sia aumentato durante le prime fasi di vita dell’Universo. Misura che a sua volta dipende da quanto rapidamente quelle galassie formavano le stelle che le compongono. “La scoperta di una popolazione significativa di galassie a redshift superiore a 8, abbinata alla nuova analisi del numero e proprietà di altre a redshift tra 7 e 8, avvalora l’idea che le galassie si siano formate in modo regolare nel corso del tempo” spiega McLure. Man mano che si va indietro nel tempo e ci si avvicina al Big Bang cioè, il numero di galassie scende, ma in modo regolare e senza scalini bruschi.
Lo studio, presentato ieri presso la NASA, sarà presto pubblicato su Astrophysical Journal Letters.
Un’emissione luminosissima di raggi X proveniente da un buco nero nella galassia Andromeda. È quello che ha registrato un team internazionale di astronomi, tra cui due ricercatori dell’INAF, monitorando, con il satellite XMM dell’ESA la più grande galassia del nostro “Gruppo Locale” che comprende, oltre la Via Lattea, le Nubi di Magellano e un’altra quarantina di galassie meno note.
L'immagine è una composizione della registrazione X del satellite XMM-Newton X-ray sovrapposta a ua ripresa nell'ottico della galassia Andromeda con ULX evidenziato dal cerchietto. I colori nell'immagine XMM corrispondono a differenti energie negli X: da 0.2 a 1 keV (in rosso), da 1 a 2 keV (verde) e 2-4.5 keV (blu). Crediti: Bill Schoening, Vanessa Harvey/REU program/NOAO/AURA/NSF
È la prima volta che viene registrato una così intensa luminosità da un buco nero di un’altra galassia. Cosa questo implichi lo spiega Massimo Della Valle, Direttore dell’Osservatorio Astronomico Di Capodimonte dell’INAFe tra gli autori della ricerca pubblicata da Nature.
“A Gennaio di quest’anno – dice Della Valle — abbiamo scoperto una sorgente luminosissima che non era presente nei nostri archivi. Nel breve volgere di poche settimane la sorgente raggiunse una luminosità X straordinaria, simile a quella delle cosiddette sorgenti ULX (UltraLuminous sources X). Gli astronomi per anni hanno dibattuto se questa luminosità fosse dovuta dall’accrescimento di materiale, ad un tasso elevatissimo, di un buco nero “stellare”, cioè inferiore alle 10 masse solari, o piuttosto dall’accrescimento, ad un tasso più basso di un buco nero di massa intermedia (100-1000 masse solari). Le nostre osservazioni – conclude il direttore dell’osservatorio di Napoli — supportano il primo scenario e tendono a ridimensionare il ruolo dei buchi neri di massa intermedia se non addirittura ad escludere la loro esistenza. Questi oggetti saranno i “banchi di prova” ideali per studiare l’accrescimento vicino al limite di Eddington, che è ben lungi dall’essere compreso”.
E di limite di Eddington parla il principale autore della ricerca, Matt Middleton del Dipartimento di Fisica dell’Università di Durham, in questi giorni a Napoli per una conferenza all’osservatorio e che abbiamo per l’occasione raggiunto: “Queste osservazioni, per la prima volta, hanno offerto l’opportunità di studiare l’accrescimento in condizioni limite e straordinarie, vicino al limite di Eddington per l’appunto. Se comprendiamo appieno questo fenomeno sarà possibile capire come alcuni dei primi oggetti formatisi nell’Universo, circa 13 miliardi di anni fa immediatamente dopo il Big Bang, come i quasars abbiano potuto accrescere materia tanto rapidamente, per poi ridistribuirla nell’Universo “giovane”. Materia dalla quale si sono successivamente formate stelle e galassie”.
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Del perché della scelta di Andromeda quale galassia da tenere sotto osservazione, risponde Marina Orio dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Padova: “La relativa vicinanza di Andromeda, a soli due milioni e mezzo di anni luce di distanza, offre un’occasione unica di studiare un intero sistema di popolazioni stellari a diverse lunghezze d’onda. Abbiamo – continua la ricercatrice italiana — iniziato questo programma con il principale obiettivo di seguire, nella banda X, le esplosioni di stelle novae, cioè di stelle binarie formate da una nana bianca e una stella, di norma più piccola del Sole, che viene “cannibalizzata” poco alla volta. In particolare seguiamo le fasi immediatamente successive all’outburst, spesso caratterizzate da un’emissione X “soft” (meno di 10keV) dovuta al bruciamento residuo dello strato di idrogeno trasferito dalla stella di piccolo massa alla nana bianca”.
15.12, ore 16:00: “LUOGHI DA FAVOLA…Le stelle
di Natale” Festival del lettore e lettrice volontari
al termine merenda offerta dallo “Chalet”
(attività adatta ai più piccoli).
Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it
Il prossimo 15 dicembre, inaugurazione del nuovo Osservatorio del gruppo Astrofili Agordini – Cieli Dolomitici presso il rifugio Scarpa, ai piedi del monte Agner.
A sinistra, la posizione del radiante delle Geminidi rispetto alle stelle della costellazione da cui lo sciame prende il nome. Verso la mezzanotte del 13/14 dicembre, orario previsto per il massimo, il radiante sarà già alto circa +60° sull’orizzonte est. A destra, una splendida ripresa fotografica di un fireball delle geminidi realizzata dall’americano Wally Pacholka nel dicembre 2009 dal deserto del Mojave.
A sinistra, la posizione del radiante delle Geminidi rispetto alle stelle della costellazione da cui lo sciame prende il nome. Verso la mezzanotte del 13/14 dicembre, orario previsto per il massimo, il radiante sarà già alto circa +60° sull’orizzonte est. A destra, una splendida ripresa fotografica di un fireball delle geminidi realizzata dall’americano Wally Pacholka nel dicembre 2009 dal deserto del Mojave.
Lo sciame delle Geminidi, forse il più attivo e costante negli ultimi anni, si manifesta in genere nel periodo che va dal 7 al 17 dicembre, ed è l’unico (tra quelli conosciuti) che sembra essersi generato da un asteroide (3200 Phaethon, che è probabilmente il residuo di una cometa estinta) e non da una cometa. Sembra inoltre che abbia cominciato a manifestarsi solo dopo l’anno 1750 e che già dalla fine di questo decennio la Terra potrebbe non attraversare la parte più densa della nube di detriti. Il radiante è situato circa 2° a nordovest di Castore, la stella alfa della costellazione dei Gemelli. L’attività di quest’anno, con un massimo previsto verso le 23:30 TU del 13 dicembre (le 0:30 del 14 in Italia) sarà favorita dalla completa assenza del disturbo lunare. Le stime più recenti parlano di un picco di attività di circa 120 meteore osservabili in un’ora.
Escursioni in montagna, a Pian dell’armà (PV), per l’osservazione degli astri i venerdì e sabato: 07/08, 14/15 e 30/31 dicembre.
I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.
Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it
Il venerdì alle ore 21:00, il sabato alle ore 17:30 e 21:00, la domenica alle ore 16:00 e 17:30. Per il programma di ottobre consultare il sito del Planetario.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
E-mail: info@planetariopadova.it
Web: www.planetariopadova.it
Un frame del filmato realizzato dall Eclipser 1. (Catalin Beldea, Marc Ulieriu, Daniel Toma et. al/Stiinta&Tehnica)
Un frame del filmato realizzato dall Eclipser 1. (Catalin Beldea, Marc Ulieriu, Daniel Toma et. al/Stiinta&Tehnica)
Va bene, forse 37 chilometri di altitudine non possono definirsi propriamente “spazio”. Ma l’immagine, o per meglio dire la storia di oggi, hanno il sapore delle migliori avventure scientifiche del secolo scorso. Gli ingredienti potrebbero essere gli stessi: un pallone atmosferico, una piccola telecamera ad alta risoluzione, un team misto di ricercatori, tecnici, astrofili e altri entusiasti pronti a rincorrere l’avventura. E un’eclissi totale di sole, quella del novembre scorso, ripresa per intero e in tutta la sua bellezza, nel filmato “autoprodotto” e realizzato da un pallone lanciato dall’Australia. Un filmato che racconta una bella avventura ma che ha anche il merito di riprendere un interessante fenomeno scientifico da un insolito e privilegiato punto di vista.
Iniziamo dal risultato finale, il video, e dagli uomini (e donne) che hanno fatto l’impresa.
La missione è stata chiamata Eclipser 1, e dietro a questa sigla si cela un team misto australiano e rumeno, messo insieme dalla rivista Stiinta&Tehnica. Hanno fatto parte del team associazioni di astrofili e di radioamatori ma anche enti istituzionali come l’Agenzia Spaziale Rumena (ROSA). A capo del team, Catalin Beldea, un astrofilo che ama definirsi “eclipse chaser”, cacciatore di eclissi. Infine, come in ogni iniziativa che oltre ad essere tecnologica e scientifica, è anche avventura allo stato puro, è necessario uno sponsor tecnico, che Eclipser 1 trova nella Duracell, azienda che ha fornito la benzina necessaria alla realizzazione delle riprese.
Il filmato racconta bene l’atmosfera a partire dai primi momenti coincitati del lancio. .
l filmato realizzato dall Eclipser 1 in cui è visibile l’ombra della luna sulla Terra. (Catalin Beldea, Marc Ulieriu, Daniel Toma et. al/Stiinta&Tehnica: http://www.youtube.com/watch?v=W_9eYcGIT88) .
A 25000 metri di altitudine iniziano le riprese altalenanti e poco stabilizzate dell’orizzonte terrestre sul quale si proietta l’ombra dell’eclisse che cresce da ovest, viaggiando alla velocità di circa 1 km/s, fino a diventare totale. Il cono d’ombra creato dalla Luna si vede poi allontanarsi sull’oceano. Le inquadrature continuano a susseguirsi, con la telecamera che ruota e sobbalza nel suo silenzioso viaggio verso lo spazio. La telecamera si alza nell’atmosfera fino ad arrivare ad un’altezza massima di 36 800 metri, la terza altitudine mai raggiunta da pallone nei cieli australiani.
A questa altitudine, il pallone esplode per le condizioni di temperatura e pressione (temperatura di circa -80°C e pressione inferiore all’1% della pressione a livello del mare). Al minuto 7:06, è chiaramente visibile l’esplosione e i pezzi del pallone che volano molto velocemente in tutte le direzioni, incontrando un’atmosfera molto rarefatta a rallentare il loro percorso. Da qui, inizia una caduta libera che continua per 19 000 metri, fino al dispiegamento del paracadute che accompagna a terra, in un atterraggio poco delicato sopra la cima di un albero, quello che rimane dell’Eclipser 1. Si immagina facilmente l’avventuroso recupero che verrà effettuato nelle ore seguenti dal team della missione.
A livello tecnico, tutto è stato realizzato in casa e immaginiamo con costi molto molto limitati (anche se una pagina con informazioni dettagliate sulla missione non è disponibile). L’antenna di bordo necessaria per trasmettere la posizione dell’Eclipser è un progetto realizzato dal club YO3KSR di Bucarest. La posizione del pallone è stata monitorata e pubblicata in tempo reale su web grazie al GPS di bordo e al sistema APRS, un sistema gratuito di radiolocalizzazione usato dai radioamatori per seguire postazioni mobili e misurarne in tempo reale posizione, velocità, direzione, status operativo (la mappa della traiettoria del pallone pubblicata online in tempo reale).
Insomma, forse è vero, l’Eclipser 1 non ha il contenuto scientifico né l’azzardo tecnologico delle missioni istituzionali. Ma certamente è bello raccontare un’avventura in cui l’amore per lo spazio e per la scienza ha messo insieme popoli lontani e persone con competenze e ruoli diversi. Tutti, con l’unico (e molto umano) scopo di andare oltre.
Il periodo di rivoluzione di Toutatis intorno al Sole è in risonanza 1:3 con quello di Giove e 1:4 con quello della Terra, il che significa che una volta ogni quattro anni, puntuale proprio come le olimpiadi (con le quali sembra essersi sincronizzato), l’asteroide si presenta alla minima distanza con il nostro pianeta. Quest’anno il 12 dicembre, alle 03:20, Toutatis passerà a 6,93 milioni di chilometri (0,0464 UA), raggiungendo la magnitudine +10,5.
Nell'impossibilità di rappresentare con il necessario dettaglio il percorso completo di Toutatis in dicembre, abbiamo selezionato due giorni in cui il piccolo asteroide transiterà tra le Iadi. Il primo tratto è quello che l'oggetto coprirà dalle ore 20:00 del 18 alle 2:00 del 19, mentre il secondo è relativo allo spostamento tra le 20:00 del 19 alle 2:00 del 20. Si tenga presente che Toutatis si sposterà con una velocità angolare di circa 24 primi d'arco l'ora!
Ci limitiamo però a fornire la mappa di una bella regione in cui brillerà quasi al suo massimo, e cioè quella in cui si troverà le sere del 18-19 (le Corna del Toro). Infatti, per effetto della grande eccentricità dell’orbita c’è per Toutatis una forte differenza temporale tra la data del massimo avvicinamento, il 12 dicembre, e quella dell’opposizione geometrica in cui si raggiungerà la massima luminosità.
Sarà davvero divertente inseguire un oggetto che nel suo momento migliore raggiungerà un moto angolare di quasi 25′ l’ora…
Leggi tutti i dettagli, la storia della scoperta e i consigli per l’osservazione, con tutte le immagini, nell’articolo tratto dalla Rubrica Asteroidi di Talib Kadori presente a pagina 64 di Coelum n.165.
L'animazione mostra la Terra come si sarebbe vista dall'asteroide 2012XE54 nel momento in cui si trovava eclissato.
Un nuovo piccolo asteroide appena scoperto di nome 2012 XE54, e (4179) Toutatis (un NEA – Near-Earth Asteroid – del diametro medio di circa 5,4 km, continuamente monitorato, e studiato con attenzione da tempo a causa della sua potenziale pericolosità), “sfioreranno” la Terra nelle prossime 24 ore (leggi anche l’articolo “Le olimpiadi di Toutatis” con le effemeridi per seguire il passaggio dell’asteroide). Non c’è ovviamente nessun pericolo che colpiscano il nostro pianeta, ma è partita ovviamente la campagna osservativa di professionisti e dilettanti.
Un'animazione del passaggio di 2012 XE54 nel cono d'ombra della Terra, realizzata dall'AFAM dell'Osservatorio di Remanzacco
L’asteroide 2012 XE54, scoperto solo lo scorso fine settimana, il 9 dicembre (vedi i parametri nel sito dell’MPC), passerà tra la Terra e l’orbita della Luna ad una distanza di circa 226 000 km, l’equivalente di 0,6 distanze lunari medie. Il minimo avvicinamento avverà nelle prossime ore (pomeriggio/sera). Ma sarà comunque interessante seguire anche successivamente l’evento per capire cosa accadrà a questo sasso di 28 metri di diametro, appena uscito dall’ombra della Terra, evento questo abbastanza raro e per questo seguito con attenzione dagli astronomi. Pasquale Tricarico dell’Institute of Planetology aveva infatti previsto che l’asteroide sarebbe passato questa scorsa notte nel cono d’ombra della Terra creando una sorta di eclisse d’asteroide (vedi animazione in basso che mostra l’eclisse come si sarebbe osservata dall’asteroide).
L'animazione mostra la Terra come si sarebbe vista dall'asteroide 2012XE54 nel momento in cui si trovava eclissato.
L’eclisse è inziata alle 02:22 (ora italiana) dell’11 dicembre per terminare circa un’ora più tardi. Chi ha seguito l’evento ha potuto osservare la traccia dell’asteroide sparire per poi ricomparire alla fine dell’eclisse. In un post pubblicato sul forum Mpml asteroid research group message board, Elia Cozzi, del New Millennium Observatory, ha commentato: “In due immagini riprese alle 01:30:16 e 01:31:18 (TU) con una posa di 60 secondi 2012 XE54 appariva come una debole e lunga traccia; nelle immagini successive invece… era sparito. Meraviglioso!” La traiettoria dell’asteroide è stata seguita questa notte anche dall’AFAM di Remanzacco che ha realizzato l’animazione in alto.
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4179 Toutatis invece, con la sua forma simile a una patata bitorzoluta, passerà a una distanza maggiore, pari a circa 6,9 milioni di chilometri dalla Terra, ovvero circa 18 volte la distanza media Terra Luna. Un approfondimento con le effemeridi per seguirlo in questi giorni è disponibile nell’articolo del cielo del mese: “le olimpiadi di Toutatis“.
DALLA RETE… Il prossimo 21 dicembre la Terra passera’ per un anello chiamato cintura fotonica; alle 01:00 su Uruguay, Argentina, Cile 00:00, 22:00 Perù, Colombia, Messico 21:00. Quando si spegne completamente sul nostro pianeta ci saranno tre giorni di buio. La NASA ha confermato l’evento il 4 Dicembre. Si dice che quando sara’ completamente buio, si sentirà un flash freddo. “Nulla accadrà, è solo un fenomeno straordinario che si ripete ogni 11 mila anni. Si consiglia di soggiornare nelle case in quanto l’energia non funziona ne’ tanto meno i dispositivi elettronici. I tre giorni di buio passeranno, perché questo era quello a cui si riferiva il calendario Maya.
SE COPI QUESTO NELLA TUA BACHECA SARAI SALVO E AVRAI ENERGIA ELETTRICA E INTERNET PER 3 GIORNI, INFINITI AVOCADO, 3 UNICORNI DI PROTEZIONE E UN ESERCITO DI ELFI PER COMBATTERE L’APOCALISSE ZOMBIE, UN ANGELO PER RESPINGERE I DEMONI… E PARTECIPERAI ALLA LOTTERIA PER L’ARMATURA D’ORO DEL SAGITTARIO. COPIA E INCOLLA NEI PROSSIMI 60 SECONDI PER PARTECIPARE ALLA PROMOZIONE.
Ora Coelum è protetto… e i suoi lettori pure, quelli che si abbonano subito ovviamente, meglio ancora se regalate un abbonamento pure a un elfo ;)!!!!
Il 13 e 14 dicembre prossimi il prof. Jean-Pierre Luminet terrà due conferenze a Venezia e Mestre.
La conferenza di Venezia, il 13 alle ore 17:30, all'”Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti”, è di carattere tecnico sull’astrofisica dei Buchi-Neri.
Quella a Mestre, il 14 alle ore 18:00, organizzata dal Circolo degli Astrofili di Mestre “G. Ruggieri” in collaborazione con il Comune di Venezia, al Municipio in via Palazzo 1, è di tipo storico divulgativo sulla vita di Galileo e Keplero: “L’Occhio di Galileo”.
Il prof. Jean-Pierre Luminet è astrofisico, scrittore, artista e musicista di fama internazionale.
Direttore di ricerca presso il CNRS francese e membro del “Laboratoire Univers et Théories (LUTH)”. Lavora presso l’Osservatorio di Parigi-Meudon.
Nel 2007 ha vinto il “Prix européen de la communication scientifique\” e a lui la comunità scientifica ha intitolato l\’asteroide 5523-Luminet.
Nel 2003 le sue ricerche sulla cosmologia e la forma dell\’Universo gli hanno valso la copertina di “Nature”.
Ha scritto molti libri:
“L’Occhio di Galileo” (La Lepre edizioni, 2012), “La parrucca di Newton” (La Lepre Edizioni, 2011), “Finito o infinito?” (Raffaello Cortina Editore, 2006), “L’invenzione del big bang” (Dedalo, 2006), “La segreta geometria del cosmo” (Raffaello Cortina Editore, 2004) e “Buchi Neri” (Marco Nardi Editore, 1992).
Sir Patrick Moore si è “spento serenamente” – come dichiarato in un comunicato rilasciato dagli amici intimi che l’hanno assistito – alle 12.25 di oggi 9 dicembre 2012″ a Farthings, la sua casa di Selsey nel West Sussex, all’età di 89 anni. “Dopo aver trascorso un breve periodo in ospedale la scorsa settimana, compreso che nessun altro trattamento medico avrebbe potuto più giovargli, ha espresso il desiderio di trascorrere i suoi ultimi giorni nella propria casa, in compagnia degli amici più stretti e del suo gatto Tolomeo”.
“Nel corso degli ultimi anni, Patrick, fonte di ispirazione per generazioni di astronomi, ha combattuto molte battaglie contro le gravi malattie che l’hanno afflitto, continuando sempre però a lavorare e a scrivere con grande stile; questa volta però il suo fisico era troppo debole e non è riuscito a superare l’infezione contratta qualche settimana fa.”
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Astronomo britannico e giornalista “eccentrico e senza paura”(come l’ha definito il suo più caro amico), Sir Patrick è noto in tutto il mondo per la sua attività di divulgazione. Ha presentato il programma della BBC “The Sky At Night” per oltre 50 anni, potendo così vantare il record della più lunga partecipazione allo stesso programma televisivo: ha infatti presentato la prima edizione di The Sky at Night il 24 aprile 1957, e la sua ultima apparizione è stata quella all’episodio trasmesso lunedì scorso!
Ha scritto decine e decine di libri tra saggi e manuali di astronomia (il primo “Guide to the Moon,” nel 1953, l’ultimo “Un anno intero sotto il cielo” nel 2007), e racconti di fantascienza, che sono stati tradotti e pubblicati in tutto il mondo.
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Patrick Alfred Caldwell-Moore è nato a Pinner, Middlesex il 4 marzo 1923. A causa di problemi al cuore che ne hanno segnato la salute per tutta la vita, ha trascorso gran parte della sua infanzia a casa, educato da un tutore privato. Nella sua autobiografia (Patrick Moore: The Autobiography, 2003) Sir Patrick racconta che la sua passione per l’astronomia gli nacque allora, grazie a un libro di G.F. Chambers, “La storia del Sistema Solare”, regalatogli dalla madre Gertrude.
Dopo la guerra, si è dedicato all’insegnamento, prima a Woking e poi a Holmewood, per poi iniziare la carriera di divulgatore con i suoi primi libri.
Nel 1965, è stato nominato Direttore del Planetario di nuova costruzione Armagh in Irlanda del Nord, incarico che ha ricoperto fino al 1968. Dopo il suo ritorno in Inghilterra ed essersi stabilito a Selsey nel West Sussex, si è occupato della riqualificazione del Grande Telescopio di Lord Rosse a Birr Castle e dello sviluppo del Museo Herschel of Astronomy a Bath.
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Ha fatto la sua prima apparizione televisiva nel 1950 in un dibattito sull’esistenza di dischi volanti a seguito di una ondata di avvistamenti. In seguito, è stato invitato a presentare un programma di astronomia dal vivo “The Sky at Night” il cui primo episodio, andato in onda alle 22:30 del 26 aprile 1957, era dedicato alla Cometa Arend-Roland. Da allora Moore ha presentato ogni episodio di ogni mese fino al luglio 2004, data dalla quale il programma è stato presentato dalla casa di Moore, in quanto non era più in grado di viaggiare a causa dell’artrite.
Un collage degli oggetti compresi nel Caldwell Catalogue. Cortesia Roberto Mura
Nel 1966 è stato eletto membro della Unione Internazionale Astronomica, unico astronomo dilettante a far parte della IAU. E’ stato anche presidente della British Astronomical Association, e co-fondatore della Society for Popular Astronomy (SPA). Nel 1982 ha compilato il Caldwell catalogue, un catalogo di 109 oggetti celesti (ammassi stellari, nebulose e galassie) alla portata degli astronomi dilettanti, in seguito al quale gli è stato dedicato l’asteroide 2602 Moore.
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Come da lui stesso richiesto, i suoi esecutori e amici intimi intenzione stanno predisponendo una tranquilla cerimonia di sepoltura. Mentre, il prossimo marzo, in occasione di quello che avrebbe dovuto essere il suo 90° compleanno, si celebrerà un Evento Pubblico di addio al grande divulgatore.
Le lezioni, tenute dagli esperti del Gruppo Divulgatori della Società Astronomica Italiana Sezione Puglia, si svolgeranno presso il:
Punto vendita Salmoiraghi & Viganò di Bari – Via Piccinni 92 – ogni mercoledì alle ore 20,00 a partire dal 14 novembre 2012
12.12: Gli strumenti astronomici e accessori. Guida all’acquisto di telescopi e accessori.
Le iscrizioni saranno raccolte direttamente nel negozio di Via Piccinni, versando una quota individuale pari a 60,00 euro che comprende l’abbonamento alla rivista Coelum
Astronomia (semestrale cartacea o annuale on line), materiale didattico e gadget. Il limite massimo è di 20 partecipanti per corso, al termine del quale verrà rilasciato un diploma
di partecipazione e la possibilità di accedere in via esclusiva a sconti.
Per informazioni e prenotazioni:
www.saitpuglia.it – www.thelunarsociety.it – www.salmoiraghievigano.it
Una nuova classe di galassie è stata identificata grazie alle osservazioni del Very Large Telescope, del telescopio Gemini Sud e del CFHT (Canada-France-Hawaii Telescope). Soprannominate galassie “green bean” (fagiolino) a causa del loro aspetto insolito, risplendono della luce intensa emessa da un enorme buco nero centrale supermassiccio e sono tra gli oggetti più rari dell’Universo.
Molte sono le galassie che possiedono un buco nero centrale che illumina il gas circostante; nel caso delle galassie “fagiolino”, invece, è l’intera galassia a risplendere, non solo il nucleo. Queste nuove osservazioni hanno perciò rivelato le regioni più grandi e brillanti mai trovate finora, che si pensa risplendano sotto l’influsso di un buco nero centrale, molto attivo nel passato ma che ora si sta spegnendo.
La scoperta è stata realizzata da Mischa Schirmer (in forze all’Osservatorio Gemini Sud – Cile) che, mentre esaminava immagini del lontano universo alla ricerca di ammassi di galassie, si è imbattuto in uno di questi oggetti in una delle riprese deep-field effettuate con lo strumento MegaCam CFHT(nell’ambito della Survey CFHT Legacyrecentemente conclusasi), rimanendo stupefatto: sembrava una galassia, ma era di un verde brillante e diversa da qualsiasi altra galassia che avesse mai visto prima… insomma, qualcosa di totalmente inaspettato.
“Ho subito inviato una proposta di osservazione al VLT dell’ESO per scoprire che cosa stava producendo quella strana luce verde [1] e L’ESO, molto rapidamente, mi ha concesso tempo speciale di osservazione e pochi giorni dopo la sottomissione della proposta questo oggetto bizzarro era stato osservato con il VLT”, dice Schirmer. “Dieci minuti dopo l’osservazione in Cile, avevo i dati nel mio computer in Germania. Ben presto ho ri-orientato tutta la mia attività di ricerca, poichè sembrava chiaro che mi ero imbattuto in qualcosa di veramente nuovo”.
L'immagine della scoperta di J224024.1−092748 con CFHT MegaCam. Credit: CFHT-Schirmer.
Il nuovo oggetto è stato chiamato J224024.1−092748 o J2240, si trova nella costellazione dell’Acquario e la sua luce ha impiegato circa 3,7 miliardi di anni per raggiungere la Terra. Dopo la scoperta, l’equipe di Schirmer ha esaminato una lista di quasi un miliardo di galassie [2] trovandone altre 16 con proprietà simili, confermate poi da osservazioni effettuate al telescopio Gemini Sud.
Queste galassie sono così rare che in media se ne trova solo una per ogni cubo di 1,3 miliardi di anni luce di lato. Questa nuova classe di galassie è stata soprannominata “green bean” (galassie “fagiolino”) a causa del loro colore e al fatto che assomigliano – ma in grande – alle galassie “green pea” (galassie “pisello verde”) [3]. In molte galassie, la materia che circonda il buco nero supermassiccio centrale emana un’intensa radiazione e ionizza il gas circostante in modo da farlo brillare. Queste brillanti regioni sono però di solito di piccole dimensioni, fino al 10% del diametro della galassia. Invece, le osservazioni di J2240 hanno mostrato che in questo caso (come anche nelle altre galassie “fagiolino” finora individuate), questa regione è veramente enorme, grande come l’intera galassia: l’ossigeno ionizzato si illumina di verde brillante, il che spiega il colore strano che ha attirato fin dal principio l’attenzione di Schirmer.
“Queste regioni incandescenti sono delle fantastiche sonde che ci possono permettere di capire meglio la fisica della galassie, è come infilare un termometro in una galassia lontanissima” dice Schirmer. “Di solito, infatti, non sono molto grandi nè molto luminose e possono essere individuate solo in alcune galassie vicine. Invece le galassie appena scoperte contengono regioni incandescenti così grandi e brillanti che possono essere osservate in gran dettaglio, anche se molto lontane”.
Ma le stranezze non sono finite qui. La successiva analisi dei dati da parte dell’equipe ha rivelato infatti un altro rompicapo. J2240 sembrava avere un buco nero non molto attivo al centro, sicuramente meno di quanto ci si attendesse dalla dimensione e dall’intensità della regione illuminata. L’equipe pensa che le regioni incandescenti siano un’eco del passato, di quando cioè il buco nero centrale era molto più attivo, e che diventeranno sempre meno brillanti a mano a mano che le ultime radiazioni dal buco nero attraversando la galassia si perderanno nello spazio [4].
Queste galassie perciò potrebbero essere anche degli evidenziatori di una fase fugace nella vita della galassia.
Nell’Universo primordiale le galassie erano mediamente più attive, gli enormi buchi neri al centro crescevano inghiottendo il gas e le stelle circostanti producendo così fino a 100 volte più luce di tutte le stelle della galassia messe insieme. Eco luminose come quella vista in J2240 permettono agli astronomi di studiare il processo di spegnimento dei nuclei attivi e di comprendere meglio la loro storia: di quando, come e perchè smettono, e perchè ora vediamo solo una piccola frazione attiva nelle galassie più giovani. Questo è il prossimo obiettivo dell’equipe, che verrà perseguito con ulteriori indagini spettroscopiche e con i raggi X. “Scoprire qualcosa di veramente nuovo è il sogno fatto di un astronomo che diviene realtà, un evento unico nella vita”, conclude Schirmer. “È molto stimolante!”
L’equipe è composta da M. Schirmer (Gemini Observatory, Cile; Argelander-Institut für Astronomie, Universität Bonn, Germania), R. Diaz (Gemini Observatory, Cile), K. Holhjem (SOAR Telescope, Cile), N. A. Levenson (Gemini Observatory, Cile) e C. Winge (Gemini Observatory, Cile).
Note
[1] Gli astronomi hanno studiato l’oggetto con il potente spettrografo X-Shooter sul VLT. Dividendo la luce nei suoi colori componenti hanno potuto identificare la composizione del materiale che produce la radiazione e scoprire perchè era così luminoso.
[2] La ricerca ha fatto uso dell’enorme database online dalla SDSS (Sloan Digital Sky Survey).
[3] Le galassie “green pea” (“pisello verde”) sono piccole e luminose e sono in un periodo di vigorosa formazione stellare. Sono state identificate per la prima volta nel 2007 dai partecipanti al progetto di crowd-sourcing “Galaxy Zoo”. A differenza dei “fagiolini”, queste galassie sono molto piccole – la nostra galassia, la Via Lattea, contiene una massa equivalente a quella di 200 galassie “pisello verde”. La somiglianza tra galassie “fagiolino” e galassie “pisello verde” è solo nell’aspetto e la maggior parte di esse non sono strettamente collegate.
[4] In molte galassie attive la vista del buco nero centrale è bloccata da grandi quantità di polvere, che rendono difficile misurare l’attività del buco nero. Per controllare se le galassie “fagiolino” sono veramente diverse dalle altre galassie in cui il centro è oscurato, gli astronomi hanno controllato la radiazione prodotta da queste galassie a lunghezze d’onda infrarosse, molto più lunghe di quelle visibili, che penetrano anche le nubi spesse di polvere. Le regioni centrali di J2240 e delle altre galassie “fagiolino” si sono rivelate molto più deboli del previsto. Ciò significa che realmente il nucleo attivo è molto più debole di quanto si deriva dalla luminosità delle nubi incandescenti.
Cara, vecchia, familiare – ma ancora sorprendente – Luna. Il nostro satellite naturale, il più vicino e per certi versi più studiato dei corpi celesti, ha ancora molte storie da raccontarci. La sua geologia superficiale viene studiata da secoli da Terra, e da decenni per mezzo di missioni spaziali, e rivela tracce di grandi impatti ed eruzioni vulcaniche nel passato. Ma nel corso del tempo il bombardamento di meteoriti ha cancellato la maggior parte delle tracce delle prime fasi della vita della Luna. E gli astronomi hanno ancora relativamente pochi dati su quello che c’è sotto la superficie della Luna, là dove restano i segni della sua storia.
Un grande salto di qualità nella conoscenza della crosta lunare arriva con i primi risultati della missione GRAIL (Gravity Recovery and Interior Laboratory) della NASA, pubblicati in tre diversi articoli sul numero di questa settimana di Science.
GRAIL, lanciata nel settembre 2011, ha il compito di studiare il campo gravitazionale lunare e, in base a questo, dedurre dettagli della topografia e composizione della crosta sottostante. Si basa su due sonde che orbitano attorno alla Luna in formazione, a una distanza prefissata l’una dall’altra. Quando una delle due passa su qualcosa (un rilievo, o una zona di diversa composizione geologica) che altera il campo gravitazionale, la distanza dalla sonda gemella varia leggermente. Messe assieme, queste variazioni permettono di costruire una mappa estremamente dettagliata della gravità della Luna.
La mappa, in proiezione Mercatore, delle variazioni della gravità lunare misurate da Grail. Il rosso corrisponde a maggiore attrazione gravitazionale, il blu a minore. Il lato oscuro è quello al centro della mappa. Credit: NASA/ARC/MIT
Lo stesso concetto era stato usato con grande successo sulla Terra dalla missione GRACE. Sulla Luna, questa scelta serviva ad aggirare il problema creato dal fatto che la Luna rivolge sempre la stessa faccia alla Terra, rendendo impossibile una misura fatta, per esempio, con una singola sonda che invii a terra un segnale radio: dalla faccia nascosta non arriverebbe nessun segnale. Ecco quindi l’idea di usare due satelliti che misurano la loro posizione relativa, anziché quella rispetto alla Terra. Se la missione GRACE, sulla Terra, usava il GPS per misurare le posizioni dei due satelliti, qui si è usato invece un “classico” tracking basato su segnali radio.
“I primi risultati dalla missione GRAIL appaiono estremamente importanti, e in linea con le aspettative createsi attorno alla missione stessa” commenta Roberto Peron, che fa parte del gruppo di gravitazione sperimentale dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’INAF , gruppo diretto da Valerio Iafolla. “I due satelliti della missione GRAIL hanno prodotto i dati che sono stati utilizzati dagli autori dell’articolo per sviluppare un modello del campo gravitazionale lunare con una risoluzione mai raggiunta in precedenza.” .
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Un buon esempio del livello di dettaglio raggiunto da GRAIL sono le macchie bianche visibili nelle mappe, corrispondenti ai cosiddetti masconi, forti anomalie gravitazionali dovute a particolari concentrazioni di massa al di sotto della superficie. In particolare, sono dovuti a una forte concentrazione di massa basaltica di origine vulcanica. “I risultati della missione contribuiranno a porre vincoli sulla struttura e composizione interna della Luna, e a chiarire gli aspetti ancora sconosciuti sulla sua formazione ed evoluzione” commenta Peron.
In particolare, il “leit motif” della missione GRAIL, spiega Maria Zuber del Massachusetts Institute of Technology che guida il team scientifico della missione, è lo studio del ruolo degli impatti nella formazione della crosta lunare. E i dati di GRAIL parlano chiaramente di una crosta che è stata letteralmente bersagliata dai meteoriti: la crosta è infatti percorsa da fratture che vanno da sottilissime fessure a vere e proprie faglie che raggiungono decine di chilometri di profondità. Oltre a frammentare profondamente la crosta, gli impatti hanno avuto l’effetto di renderla più omogenea in densità. Un altro dato che emerge dalla missione è che la crosta lunare sembra più sottile di quanto si credesse: fra i 34 e i 43 chilometri, e non tra i 50 e i 60 come si credeva.
“Lo studio si concentra soprattutto sulla crosta” nota Peron. “A questo punto quello su cui mancano ancora informazioni definitive è il nucleo”. Peron ricorda a questo proposito che una proposta di missione tutta italiana, basata sullo stesso concetto della doppia sonda, era stata presentata qualche anno fa e portata fino alla conclusione della Fase A da un gruppo di ricerca guidato dalla scomparsa Angioletta Coradini. La proposta comprendeva anche l’uso di un accelerometro simile allo strumento ISA, sviluppato per la missione Bepi Colombo e di cui Valerio Iafolla è Principal Investigator. “Pur se la proposta MAGIA non ha avuto seguito nelle fasi successive, l’idea di utilizzo di un accelerometro ad elevata sensibilità per l’esplorazione lunare è stata portata avanti nel contesto di un rinnovato interesse di un’esplorazione diretta – con lander automatici – della superficie lunare. Infatti un accelerometro come ISA funziona allo stesso modo sia a bordo di una sonda che a terra, lavorando in quest’ultimo caso come sismometro. Una sua eventuale presenza contribuirebbe ad un monitoraggio pressoché continuo del sito di allunaggio, producendo al tempo stesso osservazioni scientifiche utili a caratterizzare meglio lo stato fisico del nucleo lunare, cosa che non sembra rientrare tra gli obiettivi scientifici prioritari di GRAIL”.
A sinistra, la posizione del radiante delle Geminidi rispetto alle stelle della costellazione da cui lo sciame prende il nome. Verso la mezzanotte del 13/14 dicembre, orario previsto per il massimo, il radiante sarà già alto circa +60° sull’orizzonte est. A destra, una splendida ripresa fotografica di un fireball delle geminidi realizzata dall’americano Wally Pacholka nel dicembre 2009 dal deserto del Mojave.
A sinistra, la posizione del radiante delle Geminidi rispetto alle stelle della costellazione da cui lo sciame prende il nome. Verso la mezzanotte del 13/14 dicembre, orario previsto per il massimo, il radiante sarà già alto circa +60° sull’orizzonte est. A destra, una splendida ripresa fotografica di un fireball delle geminidi realizzata dall’americano Wally Pacholka nel dicembre 2009 dal deserto del Mojave.
Lo sciame delle Geminidi, forse il più attivo e costante negli ultimi anni, si manifesta in genere nel periodo che va dal 7 al 17 dicembre, ed è l’unico (tra quelli conosciuti) che sembra essersi generato da un asteroide (3200 Phaethon, che è probabilmente il residuo di una cometa estinta) e non da una cometa. Sembra inoltre che abbia cominciato a manifestarsi solo dopo l’anno 1750 e che già dalla fine di questo decennio la Terra potrebbe non attraversare la parte più densa della nube di detriti.
Il radiante è situato circa 2° a nordovest di Castore, la stella alfa della costellazione dei Gemelli.
L’attività di quest’anno, con un massimo previsto verso le 23:30 TU del 13 dicembre(le 0:30 del 14 in Italia) sarà favorita dalla completa assenza del disturbo lunare. Le stime più recenti parlano di un picco di attività di circa 120 meteore osservabili in un’ora.
Il più recente telescopio all'Osservatorio del Paranal dell'ESO, in Cile - il VST (VLT Survey Telescope) - è stato inaugurato il 6 dicembre 2012 all'INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) - Osservatorio di Capodimonte, a Napoli. In questa fotografia scattata durante la cerimonia si vedono, da sinistra a destra: Roberto Tamai (ESO), Massimo Della Valle (Direttore di INAF-OAC), Luigi De Magistris (sindaco di Napoli), Giovanni F. Bignami (Presidente dell'INAF), Massimo Capaccioli (Principal Investigator del VST), Bruno Leibundgut (ESO) e Pietro Schipani (Project Engineer del VST). Crediti: ESO/Enrico Cascone (INAF-OACN)
“Sono molto contento di essere qui, non solo come rappresentante della città ma anche come napoletano”. Così il sindaco di Napoli Luigi De Magistris intervenendo alla cerimonia inaugurale del VLT Survey Telescope (VST) svoltasi all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte dell’INAF.
Presente il Presidente dell’INAF, Giovanni Bignami, la cerimonia è stata aperta dal saluto del Direttore dell’osservatorio, Massimo Della Valle seguito dal principale promotore del VST, Massimo Capaccioli che ha illustrato genesi e evoluzione del progetto, ricordando come questo telescopio ad ampio campo è operativo da un paio d’anni all’Osservatorio dell’ESO di La Silla in Cile.
“L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte – ha detto ancora il sindaco del capoluogo campano – è una delle eccellenze della scienza e della cultura napoletana e, visitando la nuova area museale, molto mi è piaciuta la sensibilità di mettere insieme storia, scienza e cultura. Nel mio piccolo farò il possibile perché realtà come questa e i tesori che contengono, come il volume di Copernico con le correzioni a penna dell’inquisizione, siano promosse meglio”.
“La scienza – ha concluso De Magistris – è un settore su cui Napoli deve investire sia in termini di risorse umane, competenza e passione oltre ovviamente che finanziariamente sollecitando anche il coinvolgimento di investitori privati”.
Questa spettacolare regione di formazione stellare nota come Nebulosa della Carena è stata osservata in gran dettaglio dal VST (VLT Survey Telescope) all'Osservatorio del Paranal dell'ESO il 5 giugno 2012 e pubblicata il 6 dicembre 2012 in occasione dell'inaugurazione del telescopio a Napoli. Crediti: ESO. Acknowledgement: VPHAS+ Consortium/Cambridge Astronomical Survey Unit
Nel suo intervento il Presidente Bignami ha sottolineato come la ricerca astrofisica italiana sia un’eccellenza mondiale, che ha una grande tradizione, dai duecento anni dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, ai 250 di quello di Brera, ricordando come i fisici italiani siano tutti figli di Fermi. “E sono lieto di annunciarlo – ha concluso Bignami – l’Italia, con l’INAF, ha dato il sostegno fondamentale perché si realizzasse il più grande telescopio ottico al mondo, l’Extremely European Large Telescope (E-ELT)” sottolineando il forte coinvolgimento che avrà nella sua realizzazione il nostro paese.
Al futuro ha fatto riferimento anche Massimo Della Valle nel suo saluto di benvenuto sottolineando come dopo il VST l’Osservatorio è impegnato in molti nuovi e importanti progetti, ai quali “danno un contributo fondamentale i giovani ed eccellenti ricercatori che qui lavorano”.
Per l’occasione l’ESO, rappresentato da Roberto Tamai, ha rilasciato una nuova immagine, della Nebulosa Carinae, realizzata con il VST e catturata in occasione della visita del presidente cileno all’Osservatorio di La Silla.
Il VST è un telescopio all’avanguardia di 2,6 metri di diametro, equipaggiato con l’enorme camera da 268 milioni di pixel, OmegaCAM. È stato progettato per ottenere grandi mappe del cielo di altissima qualità in modo rapido. Il VST è una joint-venture tra l’ESO e l’INAF, mentre OmegaCAM è stata prodotta dal consorzio OmegaCAM [1]. Questo nuovo telescopio è il più grande telescopio al mondo esclusivamente dedicato alle survey del cielo in luce visibile.
Questa regione di formazione stellare è una delle più importanti e più fotografate del cielo australe. È stata già ritratta in molte immagini con i telescopi dell’ESO (eso1208, eso1145, eso1031, eso0905), ma la nube di gas luminoso è molto estesa e perciò è difficile che i telescopi più grandi possano studiarne più di una piccola porzione per volta. Ciò la rende invece un obiettivo ideale per il VST e la sua camera OmegaCAM. Il VST produce immagini molto nitide grazie alla sua ottica di alta qualità e alle eccellenti condizioni del sito osservativo. Inoltre, poichè è stato progettato per survey del cielo, ha anche un ampio campo di vista che può riprendere quasi tutta la Nebulosa della Carena in una singola immagine.
La nebulosa era dunque il soggetto ideale da ritrarre durante la visita all’Osservatorio del Paranal del 5 giugno 2012 (eso1223) del Presidente del Cile, Sebastián Piñera, accompagnato dalla moglie, Cecilia Morel, graditi e illustri ospiti invitati a partecipare alle osservazioni con il VST. L’immagine che il Presidente ha contribuito a ottenere è stata combinata con altre immagini recenti della Nebulosa della Carena ottenute con il VST, per produrre infine una delle panoramiche più colorate e ricche di dettagli di questo oggetto.
La Nebulosa della Carena è un’enorme incubatrice stellare, a circa 7500 anni luce della Terra nella costellazione della Carena [2]. Questa nube incandescente di gas e polvere è una delle regioni di formazione stellare più vicine alla Terra e comprende molte delle stelle più brillanti e massicce che si conoscano. La Nebulosa della Carena è un laboratorio ideale per gli astronomi che studiano la nascita violenta e l’inizio della vita delle stelle.
Il colore rosso dominante nell’immagine proviene dall’idrogeno gassoso della nebulosa che diviene incandescente sotto l’azione della luce ultravioletta dalle molte stelle giovani e calde [3]. Sono visibili anche altri colori, dovuti a diversi elementi del gas, cosi come molte nubi di polvere. Appena sopra il centro dell’immagine si trova la stella brillante Eta Carinae (eso0817). Questa stella enorme e altamente instabile è divenuta incredibilmente brillante nel diciannovesimo secolo ed è un buon candidato per una prossima esplosione di supernova.
UNA SOTTILE FALCE DI... TERRA. Questo mosaico è stato ottenuto dalle immagini del satellite Suomi ottenute dopo ben 312 orbite attorno alla Terra.
Questo bellissimo e suggestivo (e anche un po’ inquietante…) video mostra una visuale notturna della Terra dallo spazio, senza nuvole, così come è stata acquisita dal satellite della Suomi National Polar-orbiting Partnership (partnership nella quale collaborano NASA e NOAA).
Il video è stato montato utilizzando le ultime immagini catturate dal satellite della Suomi NPP (nell’aprile 2012 e in ottobre 2012) grazie al sensore DNB (day-night band) della sua Visible Infrared Imaging Radiometer Suite (VIIRS), che rileva la luce di lunghezza d’onda compresa tra il verde e il vicino infrarosso, riuscendo quindi a distinguere ed esaltare le luci più deboli come apputo le luci delle città, ma anche, ad esempio, i brillamenti di gas, le aurore, gli incendi e la luce riflessa della Luna.
UNA SOTTILE FALCE DI... TERRA. Questo mosaico è stato ottenuto dalle immagini del satellite della Suomi NPP ottenute dopo ben 312 orbite attorno alla Terra per avere riprese dettagliate di ogni parte dei continenti e delle isole della Terra. Credit: NASA Earth Observatory/NOAA NGDC
I nuovi dati, combinati ad altre riprese della Terra vista di notte ottenute dal NASA Earth Observatory, grazie alla mappattura elaborata dal NOAA’s National Geophysical Data Center sulle immagini del precedente progetto The Blue Marble Next Generation, assumono una forma tridmensionale, fornendo in questo modo una realistica visione del pianeta.
Credit: NASA Goddard/NASA’s Earth Observatory/NOAA/DOD
Una rappresentazione artistica di un vulcano attivo su Venere, la cui presenza sul pianeta è una delle possibili cause ai risultati ottenuti dallo studio della Venus Express dai quali è emersa l'evidenza di immissioni di anidride siolforosa nell'alta atmosfera venusiana (Cortesia ESA/AOES
Venere è un pianeta ancora attivo dal punto di vista geologico? La domanda, una tra le più dibattute nella comunità di scienziati che studiano il ‘gemello bollente’ della Terra, non ha ancora avuto una risposta definitiva, ma nuovi risultati provenienti dalla missione Venus Express dell’ESA rafforzano lo scenario che la superficie del pianeta sia tutt’altro che immutabile e priva di attività vulcanica recente.
Solo due anni orsono l’analisi delle misurazioni condotte dallo spettrometro italiano VIRTIS avevano permesso di identificare tracce di rocce “giovani” in alcune colate laviche sulla superficie venusiana (già osservate in precedenza dalla missione NASA Magellan) e di stimarne l’età geologica in non più di alcune centinaia di migliaia di anni. Oggi, sempre dalla missione Venus Express, ma da un altro strumento, SPICAV (lo spettrometro atmosferico nell’ultravioletto e infrarosso) arrivano nuovi dati sulla composizione dell’atmosfera del pianeta e in particolare sul suo strato esterno, dove è stata rilevata la presenza di anidride solforosa. Questo composto chimico è assai abbondante negli strati più bassi dell’atmosfera del pianeta, che si stima ne contengano una quantità pari a circa un milione di volte quella presente nell’atmosfera terrestre.
Nel grafico la presenza di anidride solforosa negli strati dell'atmosfera venusiana negli ultimi 40 anni, ricavata dai dataset delle sonde NASA ed ESA (dalla Pioneer Venus alla Venus Express). Credits: Data: E. Marcq et al. (Venus Express); L. Esposito et al. (earlier data); background image: ESA/AOES
La scoperta sorprendente è stata proprio quella di aver trovato anidride solforosa negli strati più alti nella densa cappa gassosa che avvolge Venere, poiché i raggi ultravioletti provenienti dal Sole tendono a disgregare velocemente questa molecola; la sua abbondanza alle quote più alte potrebbe essere spiegata da eruzioni vulcaniche sulla superficie di Venere, che sprigionerebbero verso l’alto enormi sbuffi di anidride solforosa, in perfetta analogia a quello che accade anche sulla Terra.
“I risultati di Venus Express ci danno conferma che il fenomeno visto negli anni ’80 dalla sonda Pioneer Venus della NASA sul decremento dell’abbondanza dell’anidride solforosa (o biossido di zolfo) non è stato un fenomeno occasionale, ma probabilmente ricorrente o per lo meno causato da fenomeni non isolati” commenta Giuseppe Piccioni, ricercatore dell’INAF-IAPS di Roma e Principal Investigator dello spettrometro VIRTIS a bordo di Venus Express. “Una delle cause infatti, come anche ipotizzato per la Pioneer Venus, potrebbe essere stata una ‘iniezione’ di anidride solforosa prodotta da un vulcano attivo capace di spingere questa molecola fino ad altitudini molto elevate, al di sopra delle nubi di Venere, poste ad un’altezza di circa 70 km. Una iniezione di questo tipo può infatti aumentare significativamente l’abbondanza del di questo composto chimico sopra le nubi, per ridursi poi abbastanza rapidamente a causa dell’effetto distruttivo dei raggi ultravioletti solari. Questa ipotesi rafforzerebbe anche i risultati ottenuti con lo strumento VIRTIS e pubblicati su Science circa l’evidenza di un vulcanismo recente mediante le misure infrarosse della superficie di Venere. Certo è che si potrebbero immaginare altri scenari o ipotesi differenti e per certi aspetti più improbabili, quali ad esempio una fluttuazione decennale atmosferica dell’anidride solforosa ma ormai, anche visto altri risultati, possiamo immaginarci Venere sempre più come un pianeta vulcanicamente attivo senza pregiudizi”.
Le mattine del 10, 11 e 12 dicembre, poco prima dell’alba sull’orizzonte sudest, si potrà godere della vista di Mercurio, Venere e Saturno, allineati lungo il tratto di eclittica che attraversa Scorpione, Bilancia e Vergine. A movimentare la scena, una falce di Luna molto sottile attraverserà il campo dando luogo ad una serie di congiunzioni più o meno larghe. All’ora indicata Mercurio sarà alto +6°, Venere +11° e Saturno +25°.
Escursioni in montagna, a Pian dell’armà (PV), per l’osservazione degli astri i venerdì e sabato: 07/08, 14/15 e 30/31 dicembre.
I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.
Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it
La NASA ha finalmente sciolto il riserbo seguito alle indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi prima da Grotzinger e poi da Elachi, a proposito di notizie “sconvolgenti” forse a proposito del rinvenimento di sostanze organiche, poi smentite dal JPL: in una conferenza a Pasadena, in concomitanza con l’apertura del convegno dei geofisici indicato da Grotzinger come sede di “storiche” comunicazioni, i tecnici di Curiosity hanno confermato che il rover funziona a meraviglia, ma dopo le prime analisi del suolo non ha ancora scoperto nulla di significativo.
“Abbiamo trovato acqua, zolfo e sostanze clorurate nei primi campioni di suolo marziano, a testimonianza di una chimica complessa, ma finora nessuna indicazione chiara se esso contenga composti di carbonio di natura organica” ha dichiarato Paul Mahaffy, del Goddard Space Flight Center.
Almeno non nei campioni prelevati dalla roccia Rocknest, analizzati con lo spettrometro-gascromatografo SAM e con il laboratorio ChemMin; l’APXS e la camera MAHL hanno mostrato una tessitura ed una composizione simili ai terreni analizzati da altre sonde atterrate in luoghi diversi di Marte, confermando la presenza di composti di cloro ed ossigeno, probabilmente i perclorati già individuati dal Phoenix Lander nei pressi del polo nord.
Questi composti, se riscaldati in presenza di carbonio, possono formare facilmente cloroderivati del metano, forse i semplici composti organici indicati inizialmente come gli “organici” dalle indiscrezioni di Grotzinger… ma il metano, se presente, può essere dovuto a contaminazioni di origine terrestre ed aver dato luogo, ancora una volta, a falsi risultati positivi.
Anche l’acqua rilevata non implica necessariamente l’idea di un passato “umido” del pianeta: molecole d’acqua di cristallizzazione sono comunemente contenute in rocce di origine basaltica e nei composti vetrosi rilevati nella sabbia introdotta nel rover.
Come commentare queste notizie, sempre in attesa dei comunicati scientifici ufficiali presentati al congresso dei geofisici americani?
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È una smentita, sicuramente “tombale” agli entusiasmi – troppo facili, ed in verità piuttosto ingenui – creatisi durante l’elaborazione dei primi risultati all’interno dello stesso JPL, che sembra lasciarsi andare con eccessiva frequenza ad atteggiamenti scientificamente non corretti; lo stesso Grotzinger, interrogato a proposito delle sue incaute dichiarazioni alla NPR che hanno dato il via al fiume in piena di “speculations”, ha riconosciuto che la missione “procede alla velocità della Scienza, ed ogni risultato va attentamente controllato prima di essere divulgato”.
I sofisticati strumenti a bordo di Curiosity funzionano bene, ma esistono ombre sia sul metodo di calibrazione interno, sia sulla presenza di contaminanti di origine terrestre, in grado di falsare i risultati; la potenzialità analitica dimostrata è comunque di buon auspicio per le prossime esplorazioni di Gale Crater e Curiosity ha probabilmente davanti a sé ancora molti anni di ricerche anche se, almeno per il momento, sembra che neanche da questa missione potranno forse mai arrivare le “vere” novità che tutti aspettiamo da Marte.
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Sul prossimo numero di Coelum (166) in edicola a gennaio 2013 troverete un articolo di approfondimento sull’intera “singolare” vicenda
Prossimi appuntamenti: 07.12: “Giove: il gigante del sistema solare”. Al telescopio: Giove, la nebulosa di Orione e le Pleiadi.
Per info: cell. 3468699254
astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it
07.12: “Dalle stelle.. alla tavola” a cura di Laura Colombo.
Per informazioni sulle attività del gruppo:
didattica@amicidelcielo.it
www.amicidelcielo.it
I Martedì della scienza. Sala conferenze-Cascina Grande, Biblioteca Civica, Via Togliatti, Rozzano.
Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
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Credit: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington
Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati su Marte e su Curiosity [ma, come abbiamo già spiegato la NASA ha smorzato gli entusiasmi su presunti annunci di portata storica… e forse stasera – dopo l’attesissima conferenza al meeting di San Francisco – ne sapremo di più!], è un altro pianeta del sistema solare a riservare una sorpresa. Gli scienziati hanno confermato la presenza di acqua in forma di ghiaccio su Mercurio (leggi anche Dalla Messenger nuove immagini del Polo Nord di Mercurio), che a questo punto potrebbe anche ospitare molecole organiche (quella a base di carbonio, le stesse che si pensava Curiosity avesse trovato su Marte). La scoperta viene da un lavoro congiunto della NASA, MIT e dell’Università della California: i ricercatori hanno trovato la prova che il piccolo, timido e caldo pianeta, con temperature superficiali che vanno oltre i 400 ° C, nasconde riserve di ghiaccio in alcune zone d’ombra del polo nord. Tutto questo grazie alla sonda Messenger.
Non è una sopresa totale. Le prime speculazioni sulla presenza di ghiaccio su Mercurio risalgono agli anni Novanta, quando osservazioni radar avevano rivelato zone più brillanti nei pressi dei poli del pianeta. Ma mancavano prove certe, arrivate invece grazie alla mappatura completa del pianeta eseguita dall’altimetro laser e dagli strumenti all’infrarosso della sonda Messenger, in orbita attorno a Mercurio dall’aprile 2011.
In questo modo hanno confermato, in alcuni crateri vicono al polo nord che rimangono permanentemente in ombra, la presenza di ghiaccio stabile sulla superficie; e altre zone, poco più a sud, che appaiono leggermente più scure perché il ghiaccio è stabile sotto la superficie, a profondità fino al metro.
«Pensavamo che la scoperta di ghiaccio potesse essere la scoperta più interessante – ha detto Maria Zuber del MIT – ma la scoperta di materiale più scuro, isolante, che potrebbe nascondere molecole organiche rende il tutto ancora più eccitante». Il modo in cui le zone più scure riflettono la luce è infatti compatibile con la presenza di semplici molecole organiche contenenti carbonio. Tanto l’acqua quanto queste molecole sarebbero arrivate su Mercurio a causa dell’impatto di asteroidi e comete.
I ricercatori ritengono che anche il polo sud abbia il ghiaccio, ma l’orbita di Messenger non ha ancora permesso agli scienziati di ottenere informazioni approfondite su quella regione.
Gli studi proseguiranno almeno per altri due o tre anni: tra il 2014 e il 2015, la sonda terminerà il carburante a sua disposizione, e sarà attratta dalla forza di gravità di Mercurio.
La scoperta è stata pubblicata in tre studi su Science, a firma dei gruppi coordinati dai ricercatori americani Gregory Neumann, del Goddard Space Flight Center della Nasa, David Lawrence, della Johns Hopkins University, e David Paige, dell’università della California a Los Angeles.
Le lezioni, tenute dagli esperti del Gruppo Divulgatori della Società Astronomica Italiana Sezione Puglia, si svolgeranno presso il:
Punto vendita Salmoiraghi & Viganò di Bari – Via Piccinni 92 – ogni mercoledì alle ore 20,00 a partire dal 14 novembre 2012
05.12: Viaggio tra i miti delle costellazioni. Descrizione astronomica e mitologica delle costellazioni.
Le iscrizioni saranno raccolte direttamente nel negozio di Via Piccinni, versando una quota individuale pari a 60,00 euro che comprende l’abbonamento alla rivista Coelum
Astronomia (semestrale cartacea o annuale on line), materiale didattico e gadget. Il limite massimo è di 20 partecipanti per corso, al termine del quale verrà rilasciato un diploma
di partecipazione e la possibilità di accedere in via esclusiva a sconti.
Per informazioni e prenotazioni:
www.saitpuglia.it – www.thelunarsociety.it – www.salmoiraghievigano.it
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