Questa nuova immagine, prodotta a partire dai dati di telescopi da terra e dallo spazio, ci racconta la storia della caccia a un oggetto elusivo nascosto tra un complesso intrico di filamenti di gas nella Piccola Nube di Magellano, una delle galassie piÚ vicine a noi. L'immagine rossastra di sfondo è del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA, mentre in verde emergono i filamenti e pennacchi di gas che compongono il resto di supernova 1E 0102.2-7219. L'anello rosso con un centro scuro viene dallo strumento MUSE sul VLT (Very Large Telescope) dell'ESO, mentre le immagini blu e viola sono del telescopio per raggi X Chandra della NASA. Il punto blu al centro dell'anello rosso è una stella di neutroni isolata con un basso campo magnetico, la prima identificata fuori dalla Via Lattea. Crediti: ESO/NASA, ESA and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA)/F. Vogt et al.
Questa nuova immagine, prodotta a partire dai dati di telescopi da terra e dallo spazio, ci racconta la storia della caccia a un oggetto elusivo nascosto tra un complesso intrico di filamenti di gas nella Piccola Nube di Magellano, una delle galassie piÚ vicine a noi. L'immagine rossastra di sfondo è del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA, mentre in verde emergono i filamenti e pennacchi di gas che compongono il resto di supernova 1E 0102.2-7219. L'anello rosso con un centro scuro viene dallo strumento MUSE sul VLT (Very Large Telescope) dell'ESO, mentre le immagini blu e viola sono del telescopio per raggi X Chandra della NASA. Il punto blu al centro dell'anello rosso è una stella di neutroni isolata con un basso campo magnetico, la prima identificata fuori dalla Via Lattea. Crediti: ESO/NASA, ESA and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA)/F. Vogt et al.
Nuove, spettacolari immagini, prodotte a partire dai dati di telescopi da terra e dallo spazio, ci raccontano la storia della caccia a un oggetto elusivo nascosto tra un complesso intrico di filamenti di gas nella Piccola Nube di Magellano, a circa 200 000 anni luce da Terra.
Questa immagine ottenuta dal telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA mostra la scena in cui è ambientata la caccia a un oggetto elusivo nascosto tra un complesso intrico di filamenti di gas nella Piccola Nube di Magellano, una delle galassie piÚ vicine a noi. I filamenti di gas che compongono il resto di supernova 1E 0102.2-7219 sono visibili in blu, al centro dell'immagine. Si vede anche parte della massiccia regione di formazione stellare, N 76, nota anche come Henize 1956, in verde e rosa nell'angolo in basso a destra. Crediti: NASA, ESA and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA)
L’immagine combina dati dello strumento MUSE montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO in Cile e dei telescopi spaziali Hubble della NASA/ESA e Chandra della NASA.
Nuovi dati dello strumento MUSE hanno rivelato un notevole anello di gas nel sistema 1E 0102.2-7219, in lenta espansione tra numerosi altri filamenti di gas e polvere in movimento, ciò che rimane dopo un’esplosione di una supernova. La scoperta ha permesso all’equipe guidata da FrĂŠdĂŠric Vogt, ESO Fellow in Cile, di identificare la prima stella di neutroni isolata con un basso campo magnetico al di lĂ della Via Lattea.
L’equipe ha notato che l’anello era centrato su una sorgente di raggi X scoperta anni fa e designata p1. La natura di questa sorgente era rimasta un mistero. In particolare, non era chiaro se p1 si trovasseeffettivamente all’interno del resto o dietro di esso. Solo quando l’anello di gas â che include sia neon che ossigeno â è stato osservato con MUSE, l’equipe scientifica ha realizzato che circondava perfettamente p1. La coincidenza era notevole e ha permesso di dedurre che p1 debba trovarsi proprio all’interno del resto di supernova.
In questa immagine di archivio dell'Osservatorio a raggi X Chandra, mostra come un elusivo oggetto come questo è stato trovato in mezzo a un complesso groviglio di filamenti gassosi. Il resto di supernova è infatti drammaticamente appariscente, ma solo combinato con i dati MUSE rivela la natura del pallino blu al centro: una stella a neutroni a basso campo magnetico, la prima individuata al di fuori della Via Lattea. Crediti: ESO/NASA
Dopo aver determinato l’ubicazione di p1, l’equipe ha utilizzato dati preesistenti ottenuti nella banda dei raggi X dall’Osservatorio Spaziale Chandra per determinarne la natura di stella di neutroni isolata con un basso campo magnetico.
Con le parole di FrĂŠdĂŠric Vogt: ÂŤSe state cercando una sorgente puntiforme, non potete avere maggior fortuna di quando l’Universo stesso quasi letteralmente disegna un cerchio intorno al luogo dove dovete guardareÂť.
Quando le stelle massicce esplodono come supernove, lasciano indietro un intreccio di gas caldo e polvere, noto come resto di supernova. Le strutture turbolente sono il modo in cui si ridistrubuiscono gli elementi piĂš pesanti â prodotti dalle stelle massicce durante la loro vita e morte â nel mezzo interstellare, dove alla fine vanno a formare nuove stelle e nuovi pianeti.
Di dimensione tipica intorno ai 10 chilometri, ma pesanti piĂš del nostro Sole, le stelle di neutroni isolate con basso campo magnetico dovrebbero essere abbondanti nell’Universo, ma sono molto difficili da trovare perchè sono brillanti solo nella banda dei raggi X, solo le pulsar infatti (stelle di neutroni altamente magnetizzate e in forte rotazione) emettono anche in altre frequenze e sono realtivamente facili da trovare, ma costituiscono solo una piccola frazione di tutte le stelle di neutroni che si pensa esistano. Il fatto che la conferma di p1, come stella di neutroni isolata, dipenda da osservazioni ottiche è dunque veramente esaltante.
Gli intrecci di gas che formano il resto della supernova sono in blu, ma l'anello rosso, rivelato dai dati MUSE, che indica forme incandescenti di neon e ossigeno, è perfettamente centrato su una sorgente di raggi X, la stella a neutroni identificata da questo nuovo studio. Crediti: ESO / F. Vogt et al.
La coautrice Liz Bartlett, anch’essa ESO Fellow in Cile, riassume cosĂŹ la scoperta:
Questo è il primo oggetto del suo genere per cui possiamo confermare che si trovi al di fuori della Via Lattea: la scoperta è stata resa possibile usando lo strumento MUSE come guida. Pensiamo che questo apra nuovi canali di scoperta e di studi per questi resti stellari elusivi.
Immagine composita della scoperta della stella piĂš distante singolarmente individuata. Crediti: NASA/ESA e P. Kelly (University of California, Berkeley)
Immagine composita della scoperta della stella piĂš distante singolarmente individuata. Crediti: NASA/ESA e P. Kelly (University of California, Berkeley)
Nellâaprile 2016, un folto gruppo internazionale di astrofisici stava osservando con il telescopio spaziale Hubble lâevoluzione di una lontana supernova, soprannominata Refsdal in onore dellâastronomo norvegese Sjur Refsdal. Refsdal è stato un pioniere dello studio delle lenti gravitazionali, ovvero dellâeffetto di deviazione indotto da una massa molto grande sul fascio di luce proveniente da una fonte retrostante rispetto al punto di vista terrestre; naturalmente la supernova a lui dedicata subisce esattamente questo effetto, a causa della deflessione della luce prodotta da un gigantesco ammasso di galassie frapposto.
Con grande sorpresa degli astronomi, nelle osservazioni Hubble di maggio 2016 accanto alla supernova si è materializzata una stellina. ÂŤCosĂŹ come quella della supernova Refsdal, la luce di questa stella risulta intensificata, rendendola visibile da Hubble benchĂŠ cosĂŹ lontanaÂť, spiega il team leaderPatrick Kelly dellâUniversitĂ del Minnesota. ÂŤQuesta stella si trova infatti almeno 100 volte piĂš lontano rispetto a qualunque stella che possiamo studiare individualmente, fatta naturalmente eccezione per le esplosioni di supernovaÂť.
La luce proveniente dalla stella appena scoperta, chiamata Lensed Star 1 (LS1), è stata emessa quando lâuniverso aveva solo circa il 30 per cento della sua etĂ attuale, circa 4.4 miliardi di anni dopo il Big Bang. Lâosservazione con Hubble è stata possibile solo grazie a un doppio effetto di ingrandimento che ha intensificato la luce della stella di duemila volte.
Lensed Star 1 è divenuta sufficientemente luminosa per Hubble sia a causa del fenomeno di lente gravitazionale esercitato dallâintero ammasso di galassie MACS J1149-2223, sia grazie allâeffetto di cosiddetta micro-lente indotto da un oggetto compatto â dalla massa pari a circa tre volte quella del Sole â presente allâinterno dellâammasso di galassie.
Particolare del gigantesco ammasso di galassie MACS J1149.5+223, con evidenziata la posizione in cui è apparsa la stella LS1, la cui immagini risulta ingrandita 2000 volte da un duplice effetto di lente e di micro-lente gravitazionale. La galassia in cui risiede la stella è visibile ripetuta tre volte a causa della forte distorsione indotta alla luce dallâammasso di galassie. Crediti: NASA, ESA, S. Rodney (John Hopkins University, USA) e FrontierSN team; T. Treu (University of California Los Angeles, USA), P. Kelly (University of California Berkeley, USA) e GLASS team; J. Lotz (STScI) e Frontier Fields team; M. Postman (STScI) e CLASH team; e Z. Levay (STScI)
Lâoggetto compatto può essere una normale stella, una stella di neutroni oppure un buco nero di dimensioni stellari. Lo studio della luce proveniente da LS1 permetterĂ , secondo gli autori dello studio, di conoscere meglio la composizione degli ammassi di galassie e, in particolare, dei loro costituenti piĂš sfuggenti.
ÂŤSe la materia oscura è almeno parzialmente composta da buchi neri di massa relativamente bassa, comâè stato recentemente proposto, dovremmo essere in grado di trovare unâevidenza di questo nella curva di luce di LS1Âť, commenta Kelly. ÂŤIn realtĂ , le nostre osservazioni non avallano la possibilitĂ che unâalta frazione di materia oscura sia costituita da questi buchi neri primordiali di circa 30 masse solariÂť.
Basandosi sulle analisi spettrali, gli autori del nuovo studio ritengono che LS1 sia una stella supergigante di tipo B. Queste stelle sono estremamente luminose e di colore blu, con una temperatura superficiale compresa tra 11mila e 14mila gradi Celsius, circa il doppio del Sole.
Un appuntamento nel bel mezzo della notte quello che ci attende il7 aprilequando, alle 3:30 del mattino, il Quarto di Luna (fase del 52%), Saturno (mag. +0,5) e Marte (mag. +0,1) si incontreranno in una bella congiunzione.
Marte sorgerĂ infatti per ultimo dallâorizzonte sudest attorno alle 2:40, nel caso si cerchi unâinquadratura particolarmente suggestiva, immersa nel paesaggio.
Il teatro di questo incontro è la magnifica regione della costellazione del Sagittario, ricca di stelle, proiettata vicino al nucleo della Via Lattea. Della costellazione sarĂ facilmente riconoscibile il tipico asterismo della âteieraâ.
Anche se richiederĂ forse unâalzataccia, questo evento celeste ripagherĂ gli sforzi per lâosservazione o la ripresa nel contesto del paesaggio naturale. I tre astri potranno poi essere seguiti mentre si alzano sempre piĂš sullâorizzonte fino a sparire nella luce del mattino.
Hai compiuto unâosservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. Inoltre, se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Le fasi della Luna in marzo, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dellâosservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo piĂš favorita dalla librazione. Crediti Coelum Astronomia CC-BY
Le fasi della Luna in aprile, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dellâosservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo piĂš favorita dalla librazione. Crediti Coelum Astronomia CC-BY
Dopo il Plenilunio del 31 marzo, aprile si apre col nostro satellite che la prima sera del mese sorgerĂ alle 20:55 nella costellazione della Vergine, culminando in meridiano nelle prime ore della notte seguente a un’altezza di +40°.
Essendo in fase Calante, nelle serate successive la Luna si renderĂ visibile sempre con maggiore ritardo limitandone l’osservazione alle ore notturne ed entrando in fase di Ultimo Quarto (con etĂ di 21,75 giorni) alle 09:18 del giorno 8 aprile quando sorgerĂ alle 02:47 fra le stelle del Sagittario, preceduta da Saturno (distante 6°) e in contemporanea con Marte (distante 4°).
La prima e principale proposta ci porterĂ la sera del 20 aprile a visitare la regione del grande cratere Janssen (diametro 200 km), la Vallis Rheita e la zona immediatamente adiacente con la Luna in fase di 4,7 giorni a un’altezza iniziale di +45°, visibile pertanto per tutta la serata fino al suo tramonto.
La seconda proposta di questo mese è per la serata del 23 aprile quando proseguiremo il nostro viaggio lungo il margine orientale del mare Nubium, dove per l’occasione andremo a osservare piĂš dettagliatamente il cratere Alphonsus (diametro 121 km, Periodo Geologico Nectariano 3,9 miliardi di anni fa), solo parzialmente affrontato nel numero di novembre 2017 (Coelum Astronomia 216).
Con la terza proposta invece ci sposteremo sul settore sudorientale della Luna dove la sera del 28 aprile il punto di massima Librazione coinciderĂ con una porzione del mare Australe, grande bacino da impatto con superficie di 150.000 km2. Infatti, dalle 21:00 circa fino alle 03:00 della notte successiva, la Librazione che ci interessa scorrerĂ lungo il bordo lunare alla latitudine del cratere Lyot consentendoci di effettuare osservazioni di una porzione del mare Australe a oriente di questo cratere situato in prossimitĂ del confine fra i due emisferi lunari.
Per approfondire queste osservazioni, per le falci di Luna e la sua luce cinerea e per tutte le altre informazioni, leggi la Luna di Aprile e il Calendario di tutti gli eventi, giorno per giorno su Coelum astronomia 220 (è sempre gratis, puoi leggerlo online, scaricarlo in pdf oppure stampare le pagine che ti interessano di piĂš đ ).
â  Fotografare la Luna di Giorgia Hofer su Coelum Astronomia di novembre 2016.
â  La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei piĂš piccoli dettagli⌠per poi lasciarsi andare alla fantasia e allâimaginazione! Su Coelum Astronomia n. 211
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione il momento giusto!
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Uno dei tasselli cruciali nel puzzle dellâorigine della vita è rappresentato dalla comparsa delle prime molecole biologiche sulla Terra come lâRNA, lâacido ribonucleico. Uno studio dellâIstituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche (Ipcf-Cnr) di Messina ha descritto, mediante avanzate tecniche di simulazione numerica, un processo chimico che da molecole semplici e presenti in enorme abbondanza nellâUniverso, come lâacqua e la glicolaldeide, potrebbe aver portato alla sintesi primordiale dellâeritrosio, precursore diretto del ribosio, lo zucchero che compone lâRNA. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Chemical Communications, della Royal Society of Chemistry, da un team che coinvolge anche lâAccademia delle scienze della Repubblica Ceca di Brno e lâUniversitĂ di Parigi Sorbonne.
ÂŤNello studio dimostriamo per la prima volta che determinate condizioni prebiotiche, tipiche delle cosiddette “pozze primordiali” in cui erano presenti le molecole inorganiche piĂš semplici, sono in grado di favorire la formazione non solo degli aminoacidi, i mattoni fondamentali delle proteine, ma anche di alcuni zuccheri semplici come lâeritrosio, precursore delle molecole che compongono lâossatura dellâRNAÂť, spiega Franz Saija, ricercatore Ipcf-Cnr e coautore del lavoro. ÂŤLa sintesi degli zuccheri a partire da molecole piĂš semplici, che possono essere state trasportate sul nostro pianeta da meteoriti in epoche primordiali, rappresenta una grossa sfida per gli scienziati che si occupano di chimica prebiotica. La formazione dei primi legami carbonio-carbonio da molecole molto semplici come la formaldeide non può avvenire senza la presenza di un agente esterno capace di catalizzare la reazione: la presenza di tali catalizzatori in ambienti prebiotici, tuttavia, è ancora un misteroÂť.
Lâapproccio computazionale alla chimica prebiotica giĂ nel 2014 consentĂŹ al team di ricerca, con uno studio pubblicato su Pnas, di simulare il famoso esperimento di Miller, cioè la formazione di aminoacidi dalle molecole inorganiche contenute nel “brodo primordiale” sottoposte a intensi campi elettrici. ÂŤNel nostro esperimento, facendo uso di metodi avanzati di simulazione numerica al super-computer, una soluzione acquosa di glicolaldeide è stata sottoposta a campi elettrici dellâordine di grandezza dei milioni di volt su centimetro, capaci di catalizzare quella reazione che in chimica viene chiamata formose reaction e che porta alla formazione di zuccheri a partire dalla formaldeideÂť, prosegue Giuseppe Cassone dellâInstitute of Biophysics, Czech Academy of Sciences e primo autore dellâarticolo scientifico.
ÂŤOggi lâapproccio computazionale alla chimica prebiotica è di fondamentale rilevanza perchĂŠ permette di analizzare in modo molto specifico i meccanismi molecolari delle reazioni chimiche alla base dei processi che hanno portato alla formazione delle molecole della vitaÂť, conclude Saija.
Per conoscere meglio e approfondire il tema dei Fast Radio Burst, il giorno 5 aprile alle ore 21:30 sul sito dellâAssociazione AstronomiAmosi terrĂ una diretta streaming con la partecipazione della Dott.ssa Marta Burgay.
Per partecipare alla diretta è sufficiente registrarsi gratuitamente al portale dellâAssociazione e accedere dalle ore 21:20 alla pagina della diretta indicata sulla Home Page.
SarĂ possibile interagire in diretta con la Dott.ssa Burgay scrivendo le domande su apposita chat. Per prepararvi sull’argomento e preparare le domande potete leggere l’articolo di Stefano Capretti (Astronomiamo) pubblicato suCoelum Astronomia 221 di aprile (come sempre in formato digitale e gratuito).
Due parole sull’ospite della trasmissione
Marta Burgay si laurea con lode in Astronomia presso lâUniversitĂ degli Studi di Bologna nel 2000, conseguendo la qualifica di Dottore di Ricerca nel 2004. Ă Ricercatrice Astronoma presso lâOsservatorio di Cagliari e nel 2003-2004 ha rivelato lâesistenza del primo sistema binario di pulsar mai scoperto, ad oggi ancora unico. Parte del gruppo internazionale PulSE (Pulsar Science in Europe), nel 2005 vince il Premio Descartes âExcellence in Scientific Collaborative Researchâ.
La diretta può essere seguita anche qui su coelum.com
Qui il momento in cui la Tiangong-1 avrebbe dovuto raggiungere il punto di rientro nelle previsioni di The Aerospace Corporation. Dal comunicato US Strategic Commands sarebbe rientrata circa un quarto dâora prima, presumibilmente in un punto di poco precedente quello indicato.
Una delle ultime immagini radar prodotte dal tedesco Fraunhofer Institute for High Frequency Physics and Radar Techniques FHR, la mattina del primo di aprile, quando la stazione cinese orbitava ancora a circa 160 km di quota.Dopo lunghi mesi di osservazioni, attese e speculazioni, in cui il rientro incontrollato della stazione spaziale cinese Tiangong-1 ha tenuto il mondo con il fiato sospeso… finalmente ora sappiamo!
Dove e quando cadrĂ ? CostituirĂ un pericolo per noi? Queste sono le principali domande a cui la Tiangong-1, rientrando in atmosfera, ha fornito finalmente una tanto attesa risposta.
Il âPalazzo Celesteâ (questo è il significato del nome tiangong) è rientrato in atmosfera sopra lâOceano Pacifico Meridionale alle 02:16 (ora italiana â 00:16 UTC) di questa notte, 2 aprile 2018, senza arrecare quindi alcun danno. A indicarlo sono due comunicati separati, ma usciti a pochi minuti lâuno dallâaltro, prima dalla China Manned Space Agency (CMSA), lâagenzia cinese dedicata alle missioni umane nello spazio e quindi dallo US Strategic Command, JFSCC (Joint Force Space Component Command).
Non siamo stati i soli a seguire le ultime orbite della Stazione Spaziale Cinese, e dopo la rincorsa delle ultime ore con lâalternarsi delle previsioni delle varie agenzie spaziali e aereospaziali, seguite da una flotta di appassionati, la Tiangong (o quel che ne è rimasto) si è inabissata nellâOceano come indicato dalle ultime previsioni.
Qui il momento in cui la Tiangong-1 avrebbe dovuto raggiungere il punto di rientro nelle previsioni di The Aerospace Corporation. Dal comunicato US Strategic Commands sarebbe rientrata circa un quarto dâora prima, presumibilmente in un punto di poco precedente quello indicato.
Solo durante le ultime ore si è potuto escludere praticamente con certezza il rischio di un rientro sul territorio italiano: lâASI (Agenzia Spaziale Italiana) e il DPC (Dipartimento Protezione Civile) ne hanno dato notizia attorno alla mezzanotte, pur con unâultima dovuta cautela (continuando a monitorare la parte orientale dellâisola di Lampedusa nella regione Sicilia), piĂš che altro per il rischio che lâampia zona che avrebbe potuto interessare la caduta della scia di detriti potesse protrarsi fino ai margini della finestra di rientro prevista.
Sicuramente non ci si può lamentare di come si sono svolti, infine, i fatti: nessun danno e nessun ferito anche se nemmeno câè stata la possibilitĂ di godere del magnifico spettacolo pirotecnico (atteso da molti) che la stazione avrebbe potuto regalare.
Il Comunicato del JFSCC sul rientro della stazione Tiangong-1
Da tutto ciò emerge comunque un aspetto positivo: in questa piccola crisi, la Tiangong-1 ha saputo unire ben 15 agenzie spaziali e unâaltra infinitĂ di enti sparsi in tutto il mondo, creando una collaborazione internazionale capace di lavorare con un unico obiettivo, dimostrando che è possibile abbattere quegli invisibili confini che troppo spesso ostacolano e bloccano gli esseri umani.
La tanto temuta stazione spaziale cinese fuori controllo, nellâatto conclusivo della sua vita, si è quindi limitata a un anonimo e inosservato rientro in atmosfera. Dalla CMSA (China Manned Space Agency) un comunicato annuncia che âla maggior parte dei dispositivi si è distrutta durante il rientroâ, senza lasciare quindi alcun vero segno della sua fine. Un epilogo che probabilmente lascerĂ poche tracce nella memoria della gente comune, ma che comunque entrerĂ di diritto nella storia dellâastronautica come uno dei casi di rientro incontrollato a terra, fortunatamente senza alcuna conseguenza.
Monitoraggio Continuo, intervista con il Dott. Luciano Anselmo, responsabile del Laboratorio di Dinamica del Volo Spaziale dellâIstituto di Scienza e Tecnologie dellâInformazione (ISTI) del CNR di Pisa.
Il Progetto AMICA
La ripresa fotografica della Tiangong-1: una sfida per gli astrofili
Ecco come apparirĂ la bella congiunzione tra la Luna e il pianeta Giove, la sera del 3 aprile, alle ore 23:30 circa. Da non perdere sarĂ anche la congiunzione tra la Luna e Antares, sempre nella stessa location, nelle prime ore del giorno 5 aprile. Per esigenze di rappresentazione grafica, la Luna appare ingrandita.
Ecco come apparirĂ la bella congiunzione tra la Luna e il pianeta Giove, la sera del 3 aprile, alle ore 23:30 circa. Da non perdere sarĂ anche la congiunzione tra la Luna e Antares, sempre nella stessa location, nelle prime ore del giorno 5 aprile. Per esigenze di rappresentazione grafica, la Luna appare ingrandita. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
La sera del 3 aprile, alle ore 23:30 circa, volgendo lo sguardo verso sudest potremo ammirare una bella congiunzione tra la Luna (fase dellâ87%) e il pianeta Giove (mag. â2,4) che ci apparirĂ come una stella luccicante e splendente.
La separazione tra i due astri, ancora piuttosto bassi sullâorizzonte allâorario indicato (circa 7°), sarĂ pari a 4° e 50′. SarĂ una splendida occasione per scattare una fotografia unendo elementi del paesaggio naturale che ci circonda.
Dopo un paio dâore, potremo notare il sorgere della bella Antares (mag. +1,1), a poco meno di 15° a sud della Luna, con il suo caratteristico colore rosso sfavillante, la stella alfa della costellazione dello Scorpione. Poco prima dellâalba, sempre presente la coppia Saturno e Marte per unâimmagine a largo campo.
Sempre nella stessa location, la notte seguente, tra il 4 e il 5 aprile sarà proprio Antares ad essere avvicinata dalla Luna, in una larga congiunzione (circa 8° e mezzo), osservabile a partire dalle ore 1:00 circa.
Seguendoli verso il mattino, prima che il cielo sia troppo chiaro, i due astri si troveranno circa a metĂ tra Giove e la coppia Saturno–Marte, sopra lâorizzonte sud.
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5 aprile ore 21:30: Fast Radio Burst Live Streaming con la Dott.ssa Marta Burgay 14 aprile ore 16:00: “Incontri di Astronomia” Esapianeti e Esoatmosfere, live a Roma con il dott. Luigi Mancini (Torvergata – INAF)
Sei corsi di Astronomia a Roma per conoscere l’Universo e imparare a osservare il cielo. Corsi base e avanzati:
– Astronomia base
– Astrofisica e Cosmologia
– Fotografia Astronomica
– Osservazioni al telescopio
– Archeoastronomia
– Astronomia insolita e curiosa
Archeoastronomia: dal mistero alla scoperta
Conferenze gratuite:
– 10.03 ore 13:30: Museo Archeologico di Montecelio (RM)
– 23.03 ore 21:00: Associazione Astronomica Polaris, Genova
– 06.04 ore 21:00: Osservatorio Polifunzionale del Chianti
Per tutto lâinverno, il palazzo dellâAccademia delle Scienze di Torino ospita âLâinfinita curiositĂ . Un viaggio nellâuniverso in compagnia di Tullio Reggeâ. La mostra, curata da Vincenzo Barone e Piero Bianucci, propone, con un allestimento coinvolgente, un viaggio ideale nellâuniverso, dallâimmensamente grande allâestremamente piccolo, alla scoperta delle meraviglie della fisica contemporanea.
Lâingresso alla mostra accoglie il visitatore con un allestimento spettacolare. Nello scenografico corridoio è posta unâinstallazione di legno che rappresenta la âscala cosmicaâ: 62 blocchi corrispondenti ai 62 ordini di grandezza dellâuniverso conosciuto, dallâestremamente piccolo (la lunghezza di Planck) allâimmensamente grande (lâorizzonte cosmologico). Lungo il percorso della mostra il visitatore si muoverĂ idealmente su e giĂš per questa scala, confrontandosi con le dimensioni delle cose, dai quark alle galassie.
La mostra si avvale della collaborazione di importanti istituzioni scientifiche italiane, tra le quali lâIstituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e lâIstituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRiM). Il progetto è realizzato nellâambito delle attivitĂ del Sistema Scienza Piemonte, un accordo promosso dalla Compagnia di San Paolo e sottoscritto dai principali enti torinesi che si occupano di diffusione della cultura scientifica. www.torinoscienza.it
Come anticipato, il 2 aprile la coppia del mattino, Saturno (mag. +0,5) e Marte (mag. +0,3), raggiungerà la minima distanza di poco meno 1,3°.
Ecco come potrebbe risultare una ripresa di Marte e M22 a campo stretto. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
A soli 22′ a sud di Marte si troverĂ lâammasso globulare M 22.
I due pianeti sorgeranno dallâorizzonte sudest poco prima delle 3:00, quindi piuttosto presto e, a orari piĂš comodi (le 5:00 come suggerito nella nostra cartina), entrambi i pianeti saranno alti giĂ piĂš di 23°.
Consigliamo di tentare una ripresa a campo stretto della congiunzione, soprattutto se si vuole dare risalto a Marte e allâammasso M 22.
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Cominciamo il mese con una bella congiunzione tra la Luna Piena (fase 99,7%) e Spica (mag. +1,1), stella alfa della Vergine.
Una congiunzione in realtĂ ampia, di quasi 5°, alta in cielo ma con lâopportunitĂ di attendere lâinizio del crepuscolo e lâavvicinarsi dei due astri allâorizzonte, per una suggestiva ripresa con elementi del paesaggio. La loro luminositĂ li renderĂ infatti ben visibili anche nella luce dellâalba ormai prossima, aggiungendo fascino alla composizione.
Verso est saranno sempre visibili Giove, e ancora piĂš in lĂ , praticamente al meridano, la coppia Saturno e Marte, che raggiungeranno la minima distanza il mattino successivo.
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Tutti i primi lunedĂŹ del mese:
UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI
In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito. Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi telescopioremoto.uai.it
CONVEGNI E INIZIATIVE UAI
20-22 aprile 33° Convegno Nazionale dei Planetari Italiani
Il Convegno dei Planetari italiani presso Infini.to, Pino Torinese â Torino a cura dellâAssociazione dei Planetari Italiani con il patrocinio della UAI http://www.planetari.org
4-6 maggio
51° Congresso Nazionale UAI Presso lâOsservatorio Polifunzionale del Chianti (loc. San Donato in Poggio nel Comune di Barberino Val dâElsa (FI). Il piĂš importante appuntamento dellâastrofilia italiana, che questâanno celebra il cinquantunesimo anniversario: tre giorni di conferenze e di condivisione di esperienze formative alla presenza di importanti personaggi del mondo della cultura astronomica nazionale ed internazionale.
04.05 ore 21.30
Notte Stellata UAI
Star party pubblico e per astrofili. Per lâoccasione lâOPC sarĂ aperto e si faranno osservazioni con il grande telescopio Marcon c/o Osservatorio Polifunzionale del Chianti
Questa pagina verrĂ aggiornata man mano che arriveranno nuovi grafici e nuove notizie. Teneteci d’occhio!
Ultimi aggiornamenti
Ormai la notizia è ufficiale, la Stazione Spaziale cinese è rientrata come previsto nel Pacifico Meridionale, senza fare alcun tipo di danno. Ad annunciarlo lo US Strategic Command JFSCC e il China Manned Space. Per il momento da qui è tutto, buona Pasquetta e a tra qualche ora (ora dormiamo un po’…) per i dettagli!
03:22 – 2 apr 2018 Agenzia Spaziale ITA @ASI_spazio Gli ultimi dati danno per caduta nell’Oceano Pacifico alle 2.16 italiane
https://www.asi.it/it/news/nel-pacifico-alle-ore-216-italiane ⌠@giuseppinapicci ottimo lavoro di tutti @Rb_Bat
03:18 – 2 apr 2018 Jonathan McDowell @planet4589 Looks like I was wrong, and the Chinese had real data – they were just lucky their prediction was spot on. US tracking by 18SPCS confirms reentry over the S Pacific at 0016 UTC Apr 2
Il documento dello US Strategic Command JFSCC che dichiara l'avvenuto rientro in assoluta sicurezza della Stazione spaziale cinese nel Pacifico Meridionale.
03:14 – 2 apr 2018 – 18 SPCS @18SPCS UPDATE: #JFSCC confirmed #Tiangong1 reentered the atmosphere over the southern Pacific Ocean at ~5:16 p.m. (PST) April 1. For details see http://www.space-track.org
03:04 – 2 apr 2018 Quan-Zhi Ye @Yeqzids China Manned Space statement: #Tiangong1 has reentered the atmosphere around 0:15 UT over South Pacific: http://www.cmse.gov.cn/art/2018/4/2/art_810_32427.html âŚ
Nessuna segnalazione ancora, si attende il passaggio previsto per i prossimi osservatori. Il rientro potrebbe giĂ essere avvenuto nell’area prevista, nel Pacifico al largo delle coste del Cile, o nell’atlantico meridionale. Se non è giĂ rientrata dovrebbe venire avvistata dalla costa D’Avorio o dal Ghana.
02:38 – 2 apr 2018 Jonathan McDowell @planet4589 Didn’t get any reports yet of people seeing Tiangong over S America. No decay notice on Space-Track yet. Unclear if Tiangong is still in orbit or not. That’s normal, I’m afraid! We just have to wait…
I valori possono differire per i diversi momenti in cui vengono calcolati e emessi dalle singole agenzie. Le previsioni di rientro sono soggette a continui aggiornamenti perchĂŠ legate al comportamento della stazione spaziale rispetto allâorientamento che assumerĂ nello spazio e alle variabili dovute alla densitĂ atmosferica e all’attivitĂ solare che agiscono su di essa.
Grafico aggiornato alle 02:29 del 2 aprile. In questa grafica, le orbite della Tiangong secondo le previsioni della Aerospace corporation. La stazione spaziale si trova in questo momento a circa 122 km di altezza. In giallo l'orbita prima dell'orario previsto su cui è centrata la finestra di rientro, in verde quella successiva, in rosso la posizione della stazione spaziale cinese al momento dell'aggiornamento, in arancione il punto di maggior probabilità per il rientro. Crediti: The Aerospace Corporation
Fonte The Aerospace Corporation (aggiornamento delle 02:30 del 2 aprile): Finestra di rientro rimane confermata per il 2 aprile 00:30 UTC Âą 1,7 ore (02:30 italiane, nel sito una bella grafica con tutti i dettagli tecnici aggiornati ogni pochi minuti, qui a destra quella aggiornata alle 18:29, cliccare per ingrandire).
A questo puntola Stazione Spaziale dovrebbe aver raggiunto il punto centrale della finestra prevista. Ora tocca a Osservatori e osservatori…
Fonte ASI e Protezione Civile (aggiornamento delle 00:00 del 2 aprile): previsione di rientro sulla Terra stimata per il 2 aprile alle ore 00:44 UTC (02: 44 ora italiana del 2 aprile) con incertezza e intervalli di confidenza (cioĂŠ intervalli di probabilitĂ ) pari a Âą 1.3 ore con intervallo di confidenza 80%; Âą 2,6 ore con intervallo di confidenza 95%.
Dal comunicato ASI scartato il secondo passaggio, è ancora tenuto in considerazione il passaggio ai margini dell’intervallo.
Anche se ormai è sempre piĂš improbabile che la Tiangong ritardi ulteriormente il rientro nell’atmosfera, la Protezione Civile rimane allertata, anche per la (bassa) eventualitĂ che la fascia indicata in rosso nell’immagine rientri nell’area di distribuzione dei detriti che dovessero sopravvivere all’attrito con l’atmosfera, che potrebbero distribuirsi su una fascia lunga anche duemila chilometri (vedi piĂš sotto nell’articolo). Parliamo sempre di probabilitĂ ai margini di quelle previste e ormai in consolidamento.
Fonte ESA “Monitoraggio (quasi) completo” – aggiornamento delle 18:00: La finestra di rientro si stabilizza e si restringe, per un periodo centrato attorno alle 01:07 UTC (03:07 CEST) del 2 aprile.
Dall’agenzia Europea l’invito per gli appassionati è quello di cercare di riprendere l’evento nel caso si sia testimoni delle scie del rientro di qualche detrito, questo potrebbe aiutare l’ESA Debris team nelle analisi di quanto accaduto e nell’affinare i modelli per previsioni future. Potete inviare le immagini via twitter (con il tag @esaoperations), o via mail a esoc.communication@esa.int.
Update ESA del 1 aprile, ore 18:00. A sinistra il grafico che mostra l’intervallo della previsione del momento della caduta, che va via via restringendosi. A destra il grafico che mostra il calo di quota del Palazzo Celeste, cliccare per ingrandire le immagini.
Articolo del 29 marzo
Ormai manca davvero poco, la stazione spaziale cinese di cui è stato perso il controllo all’incirca un anno fa, la Tiangong-1, si distruggerĂ rientrando in atmosfera nei prossimi giorni.
â Fraunhofer FHR engl. (@Fraunhofer_FHRe) 27 marzo 2018
Per restare informati, oltre allo Space Debris Office dell’ESA, stime per il rientro vengono calcolate dall’Aerospace Corporation americana, mentre Jonathan McDowell, astronomo ad Harvard, e Dr Marco Langbroek, famoso per la sua passione nel seguire satelliti e asteroidi, forniscono con frequenza le loro previsioni via Twitter e sui loro blog.
Anche l’Istituto Fraunhofer (High Frequency Physics and Radar Techniques FHR) monitora la stazione postando frequentemente, su sito e social, dati e immagini radar (vedi qui a destra).
Per seguirne il tracciato live invece potete utilizzare uno dei tanti servizi di tracciamento satelliti, come N2YO.com, Satflare, e Satview, mentre su Heavens-above potete anche impostare un alert per qualsiasi passaggio visibile dalla vostra localitĂ .
Il rientro avverrĂ in una fascia tra i 43Âş N e 43Âş S (vedi immagine sotto), e non sarĂ possibile prevedere in quale zona se non poche ore prima dell’evento. Le aree al di sopra o al di sotto di queste latitudini possono essere escluse, mentre all’interno della fascia si può solo stabilire una probabilitĂ (sul lato destro dell’immagine) in base al tempo impegato dalla Tiangong-1 a sorvolare le varie fasce.
Lâarea di potenziale rientro di Tiangong-1 (fonte: ESA)
Per questioni geometriche (orbita quasi circolare e inclinata rispetto all’equatore), i due estremi della fascia sono quelli piĂš ad alto rischio, ma in nessun momento sarĂ possibile una previsione precisa dell’ora e della localitĂ . Oltretutto, una volta distrutta, secondo l’Aerospace Corporation i detriti potrebbero disperdersi in un’area lunga anche duemila chilometri… prevedere dove potrebbero cadere è impossbile.
Secondo le previsioni dell'Aerospace Corporation, i pezzi che eventualmente sopravviveranno all'attrito dell'atmosfera si spargeranno molto probabilmente in una lunga e stretta striscia. Credit: The Aerospace Corporation
Ă un rientro senza controllo si, ma altamente monitorato e i rischi di danni sono davvero bassi. Gran parte della stazione si disintegrerĂ in aria, e quanto sopravviverĂ avrĂ dimensioni tali da poter fare danni davvero circoscritti e solo nella remota possibilitĂ che raggiungano zone abitate. Si legge in giro che la probabilitĂ che cada sulle vostre teste (sempre se siete in una zona a rischio) è 1 milione di volte inferiore alla probabilitĂ di vincere la lotteria, quale lotteria non lo sappiamo… ma è ovviamente un conto a spanne, per dire che la probabilità è davvero molto molto bassa!
Nonostante questo… meglio essere preparati! Better safe than sorry, dicono gli inglesi (meglio sicuri che dispiaciuti).
Per quel che riguarda l’Italia si è riunito un Tavolo Tecnico presso la sede operativa del Dipartimento della Protezione Civile con lâAgenzia Spaziale Italiana, per discutere e analizzare le strategie da attuare in caso di rientro nei cieli del territorio nazionale. All’incontro erano presenti anche il consigliere militare della Presidenza del Consiglio, i ministeri di Interno, Difesa e Esteri, Enac, Enav, Ispra e la commissione speciale della Protezione civile.
Come si vede dalla cartina ESA piĂš in alto, la possibile area interessata per il nostro Paese è quella centro-meridionale, che parte piĂš o meno dall’area dell’Emilia Romagna e va verso sud. Il principale consiglio che viene divulgato è, nel caso vi imbatteste in un pezzo di Tiangong-1 o in qualche detrito portato sulle spiagge dalla marea (è altamente piĂš probabile infatti che cada in mare, che ricopre il 70% della superficie terrestre, o in zone disabitate) di NON TOCCARLO.
Sul sito della Protezione Civile in un elenco di norme di autoprotezione (da tenere in considerazione sempre in occasioni simili, nonostante il bassissimo rischio di questo genere di eventi), si legge infatti: ÂŤalcuni frammenti di grandi dimensioni potrebbero sopravvivere all’impatto e contenere idrazina. In linea generale, si consiglia a chiunque avvistasse un frammento, senza toccarlo e mantenendosi a un distanza di almeno 20 metri, di segnalarlo immediatamente alle autoritĂ competetentiÂť.
E anche se vi sembra un detrito innocuo… attenzione! I detriti spaziali possono diventare un âsouvenirâ legalmente legittimo solo una volta che il governo di origine conclude ufficialmente le sue indagini. Fino a quel momento, se doveste trovarne uno, potreste addirittura essere accusati di furto dal governo cinese…
La stazione Spaziale #Tiangong-1, ripresa da Leonardo Mazzei del Gruppo Astrofili Montagna Pistoiese la sera del 9 marzo, qui sopra un frame elaborato per evidenziare la forma della stazione spaziale, cliccando sull'immagine si accede al video del passaggio piĂš a grande campo con ripresa anche la costellazione di Orione. Tempo di esposizione 1 secondo. Osservatorio Astronomico S.Marcello Pistoiese
Robert Z. Pearlman, storico dello spazio e direttore di collectSPACE.com, ha dichiarato: ÂŤSecondo il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, un veicolo spaziale di un Paese è di sua legale proprietĂ fino a che il Paese stesso non dichiara il contrario. Indipendentemente da dove atterrerĂ appartiene a quel Paese di origineÂť. D’altra parte, questo rende anche la Cina resposnabile per qualsiasi danno che i detriti dovessero causare. Meglio chiamare in ogni caso le autoritĂ che provvederanno alla raccolta e consegna a chi di dovere.
Volendo proprio un souvenir, dovremo accontentarci delle straordinarie immagini che astrofili e Osservatori giĂ stanno cercando di riprendere. Qui sopra una ripresa amatoriale durante un passaggio del 9 marzo, di Leonardo Mazzei del Gruppo Astrofili Montagna Pistoiese.
L'immagine della Tiangong-1 ripresa il 28 marzo dal Virtual Telescope di Gianluca Masi.
E sicuramente, se ne avranno la possibilitĂ , flotte di appassioanti saranno pronti per riprenderla al momento del rientro… nel frattempo continuate a seguirci per rimanere aggiornati!
Monitoraggio Continuo, intervista con il Dott. Luciano Anselmo, responsabile del Laboratorio di Dinamica del Volo Spaziale dellâIstituto di Scienza e Tecnologie dellâInformazione (ISTI) del CNR di Pisa.
Il Progetto AMICA
La ripresa fotografica della Tiangong-1: una sfida per gli astrofili
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Apr > 00:00; 15 Apr > 23:00; 30 Apr > 22:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Apr > 00:00; 15 Apr > 23:00; 30 Apr > 22:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Alle 23:00, la grande figura trapezoidale del Leone sarĂ giĂ in meridiano, seguito piĂš a est dalla Vergine e da Boote, con la rossa Arturo, facilmente rintracciabile in cielo. Sullâorizzonte di estânordest, comincerĂ invece ad alzarsi la figura dellâErcole, seguita a notte fonda dalla Lira e dal Cigno, le cui stelle principali, Vega e Deneb, tracciano (assieme ad Altair, nell’Aquila) il famoso “triangolo” tipico del periodo estivo. Lo zenit sarĂ invece dominato dal Grande Carro dellâOrsa Maggiore.
Il Sole si muoverà nella costellazione dei Pesci fino al 20 aprile, data in cui entrerà in Ariete. Complessivamente, nel corso del mese guadagnerà 10° in declinazione: se a inizio mese il crepuscolo astronomico finirà verso le 21:15, alla fine bisognerà attendere le 22:15, mentre al mattino le osservazioni non potranno protrarsi mediamente oltre le 5:00.
Cosa offre il cielo
Venere e le Pleiadi. Copyright: Giorgia Hofer
Per gli amanti osservatori del cielo, aprile offrirĂ numerosi spunti per lâosservazione della danza celeste che coinvolgerĂ non solo la Luna, ma anche i pianeti e i magnifici ammassi delle Pleiadi e delle Iadi. Si parte subito con il botto, con una serie di congiunzioni in tutta la prima settimana di aprile. Il protagonista sarĂ però Venere che formerĂ degli incontri suggestivi con le âSette Sorelleâ: da non perdere! E i consigli di Giorgia Hofer questo mese sono proprio per la ripresa di Venere e le Pleiadi, in particolare per il 18 e il 24 aprile.
Aprile ha anche lui il suo sciame meteorico: le Liridi. Ă un magro sciame meteorico quello delle Liridi che, nonostante susciti un grande fascino (come sempre fanno le stelle cadenti), non promette di stupire con i numeri di meteore che caratterizzano invece gli sciami delle Perseidi o delle Geminidi. Nonostante ciò, per chi vorrĂ tentare lâosservazione, il picco massimo è previsto per la sera del 22 aprile (lo sciame è attivo dal 14 aprile al 30 aprile). Maggiori informazioni e la cartina con il quadrante su:
Venere e la falce di Luna in luce cinerea. Copyright Giorgia Hofer.
La Luna continuerĂ a regalarci il consueto spettacolo tra pianeti e astri, mentre per quel che riguarda le falci di Luna e la sua Luce Cinerea le giornate migliori per osservarla e fotografarla saranno il 12 e 13 aprile, appena prima dellâalba e il 18 e 19 del mese, quando si avrĂ la migliore visibilitĂ subito dopo il tramonto.
Per effemeridi, dettagli e i consigli sull’osservazione delle formazioni lunari invece:
Hai compiuto unâosservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. Inoltre, se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Cosa sono i Pic-Nic scientifici?
Un modo diverso di fare la classica scampagnata : grandi e piccoli potranno trasformarsi in un team affiatato e risolvere giochi scientifici ed enigmi che si troveranno dentro a dei cestini da pic-nic!
30 minuti di tempo, 10 sfide e un premio per la squadra vincitrice: una merenda offerta dal Frantoio del Trionfo di Cartoceto. Cosa serve?
Voglia di divertirsi, un pizzico di intuito, qualche grammo di ingegno e la ricetta della scampagnata perfetta è servita!
I Pic-Nic scientifici vi stanno aspettando nella splendida cornice della Villa del BalĂŹ!
GIORNI DI APERTURA ALL-DAY
Giorni:2 aprile, 25 aprile, 1 maggio 2018
Orari: 10:30 Cosa faremo:
Spettacoli al planetario: 11:30, 12:30, 14:30, 16:00, 17:00, 18:00 (consigliata la prenotazione)
Pic- Nic scientifici: 15:30 â 16:30-17:30 (solo nelle giornate 2 aprile, 25 aprile e 1 maggio).
Osservazione guidata del Sole al telescopio (SOLO bel tempo): dalle 11:00 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 17:30 ALTRE APERTURE:
Pasqua: 15:00-19:30
LunedĂŹ 30 Aprile 15:00-19:30
Sabato e Domenica
Nel 1917 Albert Einstein pubblica un articolo che fonda la cosmologia moderna e trasforma i modelli di cosmo e universo immaginati fino ad allora da scienziati e pensatori, rivoluzionando le categorie di spazio e tempo. A cento anni da questa pubblicazione il MAXXI dedica una mostra a una delle figure che piĂš ha influenzato il pensiero contemporaneo. Il progetto è il risultato di una inedita collaborazione del museo con lâAgenzia Spaziale Italiana e lâIstituto Nazionale di Fisica Nucleare per la parte scientifica e con lâartista argentino TomĂĄs Saraceno per la parte artistica.
Installazioni artistiche e scientifiche immersive, reperti iconici e simulazioni di esperimenti per avvicinarsi allâessenza delle innovazioni scientifiche introdotte da Einstein e svelare le profonditĂ sottese allâUniverso conosciuto, ma anche i meccanismi che legano insieme tutti gli uomini nella ricerca della conoscenza, in un processo collettivo nel quale gli artisti e gli scienziati svolgono un ruolo ugualmente significante e fondamentale per la societĂ .
Tra gli eventi a ingresso libero grazie a Enel, main partner della mostra. 10 APRILE 2018 ORE 18 SAMANTHA CRISTOFORETTI Lâastronauta Samantha Cristoforetti incontrerĂ il pubblico del Museo per raccontare i suoi 200 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Per tutta la durata della mostra sono previsti eventi speciali, attivitĂ educative, film screening.
Questo mosaico preso dal rover Mars Curiosity della NASA guarda verso l'alto, verso il Mount Sharp, che Curiosity ha scalato. Evidenziata in bianco è un'area con rocce argillose che gli scienziati non vedono l'ora di esplorare; potrebbe gettare ulteriore luce sul ruolo dell'acqua nella creazione del Monte Sharp. Il mosaico è stato assemblato da dozzine di immagini scattate da Curiosity's Mast Camera (Mastcam). E' stata scattata al Sol 1931 il gennaio scorso. La scena è stata bilanciata in bianco in modo che i colori dei materiali rocciosi assomiglino a come apparirebbero nelle condizioni di illuminazione diurna sulla Terra.
Il mosaico guarda verso l'alto, verso il Mount Sharp, che Curiosity sta risalendo. Evidenziata in bianco, spicca un'area con rocce argillose che gli scienziati non vedono l'ora di esplorare; potrebbe gettare ulteriore luce sul ruolo dell'acqua nella creazione del Monte Sharp. Il mosaico è stato assemblato da dozzine di immagini scattate dalla MastCam a bordo del rover. E' stata scattata al Sol 1931 il gennaio scorso. La scena è stata bilanciata nel bianco in modo che i colori dei materiali rocciosi assomiglino a come apparirebbero nelle condizioni di illuminazione diurna sulla Terra. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS
Il “Sol” non è altro che il “giorno” nei pianeti del sistema solare. 2000 Sol sono quindi i giorni marziani che Curiosity, il rover della NASA, ha passato su Marte! Il 22 marzo scorso quindi Curiosity ha raggiunto il suo duemillesimo giorno sul pianeta rosso, e per festeggiare ecco un mosaico di immagini scattate a gennaio, che giĂ ci suggerisce quale sarĂ il suo prossimo target…
Siamo sul Monte Sharp, il cumulo di rocce che Curiosity sta scalando dal settembre 2014. Al centro dell’immagine il prossimo grande obiettivo scientifico del rover: un’area che è stata avvistata dall’orbita, e che all’apparenza sembra contenere minerali argillosi, e l’argilla non è altro che un sedimento estremamente fine, che per formarsi richiede acqua. Nell’immagine di apertura quest’area è stata evidenziata in bianco per rendere l’idea della forma del sedimento argilloso (qui sotto la stessa zona in un’immagine, sempre elaborata per sembrare in luce diurna terrestre, ma senza l’evidenziazione dei sedimenti argillosi).
Non è piĂš una novitĂ , e le analisi dei dati di Curiosity lo hanno giĂ mostrato molte volte, che gli strati inferiori del Monte Sharp si sono formati all’interno di laghi che, un tempo, ricoprivano il fondo del Cratere Gale, ma quell’area potrebbe fornire utili informazioni non solo sull’effettiva presenza di acqua nel passato, ma anche per comprendere per quanto tempo potrebbe essere esistita e se quell’antico ambiente fosse potuto essere adatto per la vita.
Leggi l'approfondimento sullo stato della ricerca, successi, insuccessi e piani visionari per la colonizzazione di Marte, su Coelum 205. Una panoramica sulle scoperte storiche fatte dalle sonde che si sono susseguite nel tempo. Clicca sulla copertina per iniziare a leggere... gratuitamente!Da poco il rover ha ricominciato a testare nuovamente trapano, aggirando il guasto che ne ha interrotto le operazioni nel dicembre 2016, e ora il team scientificonon vede l’ora di poter analizzare campioni di roccia estratti da quel fondo argilloso che vediamo nel mosaico, al centro dell’immagine. Le fasi di trapanazione e consegna del materiale estratto ai laboratori di bordo del rover è ancora in fase di perfezionamento, ma il prossimo target è giĂ deciso.
Curiosity è atterrato su Marte nell’agosto del 2012, e da quel giorno ha percorso 18,7 chilometri. Nel 2013, la missione ha trovato la prova di un antico ambiente di laghi d’acqua dolce che offriva tutti gli ingredienti chimici di base per la vita microbica, e da quando ha raggiunto Monte Sharp, nel 2014, Curiosity sta studiando in lungo e in largo questi ambienti che hanno dimostrato di poter ospitare la vita, analizzando ovunque acqua e vento hanno lasciato segno del loro passaggio.
E ora aspettiamo i risultati dei prossimi 2000 Sol… come si dice, cento, anzi due mila di questi giorni, Curiosity!
Oggetti Volanti *Identificati* sul nuovoCoelum Astronomia di marzo! Nelle cronache di questi giorni ma anche come target osservativi e di ripresa! #FalconHeavy #Tiangong-1 #Tesla #ISS #SatellitiArtificiali
Come sempre in formatodigitale e gratuito. Semplicemente clicca e leggi!
L’indirizzo email verrĂ utilizzato solo per informare delle prossime uscite della rivista.
Convegni presso la sede del Giornale di Vicenza, ore 17:00: 03.03: Dott. Natalino Fiorio “NEL REGNO DEL SOLE”. 31.03: Dott. Paolo Ocner astronomo presso lâosservatorio di Asiago âIL SOLEâ.
Corso di cosmologia:
presso la nostra sede ad Arcugnano ore 21:00
28.02: “una cartolina dal Big Bang. La cosmologia moderna da Einstein al WMAP” 1° lezione 07.03: âtutto quello che non vediamo. Il modello standard della cosmologia contemporaneaâ 2° lezione 14.03: âverso lâinfinitoâŚe oltre! Il multiverso e le altre ipotesi dei cosmologi contemporaneiâ 3° lezione
Osservazioni presso la sede di Arcugnano: 25.03: “osserviamo la nostra Stella” osservatorio aperto dalle 14:30 alle 17:30
Ogni martedĂŹ del mese lâosservatorio sarĂ aperto al pubblico dalle ore 20:30.
Sede ed Osservatorio: Via Santa Giustina 127 â 36057 Arcugnano (VI).
Per saperne di piĂš sul rientro della Tiangong-1, sulla sua storia, su cosa dobbiamo aspettarci ed eventualmente come riprenderla prima che si distrugga... leggi l'approfondimento cliccando le immagini e tieniti aggiornato con le nostre news! Su coelum.com e sui nostri social.
Frame del video di Vallo di Diano, credit: OndaNews.it
Nella notte tra il 24 e il 25 marzo decine di persone sul suolo italiano hanno assistito a uno spettacolo davvero insolito: una lunga scia luminosa nel cielo, simile a una stella cadente ma molto piĂš lenta e luminosa. Ne hanno parlato, tra gli altri, La Nazione, InMeteo, InfoCilento, Il Corriere della CittĂ e LâOcchio di Salerno, riportando numerose testimonianze e segnalazioni provenienti specialmente dallâItalia centrale e meridionale, da Lucca fino a Salerno (ma nei commenti alcune persone parlano di avvistamenti anche dal Ponente Ligure).
In comune la descrizione del fenomeno (una lunga scia luminosa, durata circa 20 secondi) e lâorario (le 3:30 circa ora italiana del 25 marzo; considerando lâora legale e la differenza di fuso orario, circa le 1:30 UTC).
Per saperne di piĂš sul rientro della Tiangong-1, sulla sua storia, su cosa dobbiamo aspettarci ed eventualmente come riprenderla prima che si distrugga... leggi l'approfondimento cliccando l'immagine (goo.gl/PS46Cy) e tieniti aggiornato con le nostre news! Su coelum.com e sui nostri social.
Molti media hanno subito fatto il collegamento con la Tiangong-1, la stazione spaziale cinese sfuggita al controllo nel 2016 e che, secondo le stime dellâESA, dovrebbe rientrare in atmosfera nei prossimi giorni, con qualche possibilitĂ che capiti sullâItalia centro-meridionale (tranquilli, però: come spiegava due giorni fa Coelum Astronomia, le probabilitĂ sono decisamente dalla nostra parte, e lâeventualitĂ che qualche frammento raggiunga il nostro Paese davvero remota). Un collegamento improprio: la stazione spaziale cinese è ancora troppo alta in cielo, e il rientro deve ancora avvenire.
Il mistero è stato invece svelato dallâastrofilo Marco Langbroek, una delle voci piĂš autorevoli nel campo delle osservazioni di âspazzatura spazialeâ, che da anni si occupa di rientri di razzi e satelliti artificiali.
The final JSpOC TIP shows that the #Soyuz upper stage reentered over Europe last night, 1:25 +- 1m UT. Map shows location (JSpOC TIP); what/where my last pre-reentry forecasts were; and a post-cast using orbits not yet released when I did my last forecast.@SSC_NL@cosmos4upic.twitter.com/FFsC46S9R5
— Dr Marco Langbroek (@Marco_Langbroek) 25 marzo 2018
Quello osservato sui cieli dellâItalia era con tutta probabilitĂ il terzo stadio del vettore Soyuz-FG partito dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, il 21 marzo scorso, con lâobiettivo di far arrivare alla stazione spaziale internazionale (ISS la navetta Soyuz con gli astronauti Drew Feustel e Ricky Arnold (NASA) e il cosmonauta Oleg Artemyev (Roscosmos). Lâoperazione, che ha completato lâequipaggio della ISS prevista per lâExpedition 55, è stata portata a termine con successo.
Il rientro del terzo stadio della Soyuz, separatosi come previsto dalla navetta nel corso delle normali operazioni di lancio, era previsto proprio per la notte tra il 24 e il 25 marzo, e si è verificato allâ1:25 UTC (cioè alle 3:25 ora italiana). Gli orari coincidono con le testimonianze italiane, quindi, e non lasciano dubbi sulla reale natura dellâoggetto avvistato.
Ă possibile per altro vedere la ricostruzione della traiettoria dello stadio Soyuz elaborata da Marco Langbroek (che, come si vede, passa per lâItalia).
I rientri di spazzatura spaziale visibili dallâItalia sono in effetti abbastanza rari, e non deve stupire se molte persone sono rimaste stupire e impressionate dallo spettacolo. Contrariamente a quanto in molti hanno temuto non si trattava però di oggetti âalieniâ, ma di oggetti decisamente umani.
Si ringrazia per la collaborazione Guido Bertolino, Roberto Labanti, Pasquale Russo (CISU), Giuseppe Stilo (CISU)
No.. non si è giĂ incendiata, sono le immagini radar della Tiangong-1 riprese dallâIstituto Fraunhofer per la Fisica delle alte frequenze e tecniche Radar (FHR) a Wachtberg, che ne stanno monitorando il rientro. La ripresa è stata ottenuta durante un passaggio della stazione spaziale cinese a una quota di circa 270 km. Crediti: Fraunhofer FHR
La “defunta” stazione spaziale cinese sta perdendo quota ormai da diversi mesi e si avvicina il suo rientro nellâatmosfera terrestre. Sebbene si preveda che questo possa avvenire tra lâultima settimana di marzo e la prima di aprile, nessuno sa dare una previsione affidabile del momento e del luogo, ma in molti, tra agenzie spaziali e semplici appassionati, ci stanno provando.
Il laboratorio spaziale Tiangong-1 fotografato da Deimos Sky Survey il 15 gennaio 2018 (fonte: ESA)
Tiangong-1 è stato il primo laboratorio orbitante del programma spaziale cinese: è stato lanciato in orbita il 29 settembre del 2011 e ha ospitato tre missioni Shenzou, di cui due con equipaggio. Il laboratorio è stato lâapripista per missioni nello spazio via via piĂš ambiziose, cui ha fatto seguito Tiangong-2 da poco utilizzato e alla quale seguirĂ la prossima stazione cinese, con ogni probabilitĂ la prima ad essere permanentemente utilizzata, il cui primo modulo, Tianhe, dovrebbe essere lanciato questâanno. Con una lunghezza di 10,4 metri, unâaltezza massima di circa 3,5 metri e una massa totale di 8,5 tonnellate, Tiangong-1 è dotato di un modulo di servizio, un laboratorio e di un modulo di attracco.
Clicca sull'immagine per leggere l'approfondimento sulla storia del Palazzo Celeste in Coelum astronomia di marzo (in formato digitale e gratuito).
Si tratta quindi di un veicolo spaziale decisamente notevole, sia come massa che come dimensioni, per cui esiste una probabilitĂ non nulla che suoi frammenti possano raggiungere il suolo. Si capisce quindi perchĂŠ preoccupazioni in merito ad un possibile schianto su zone abitate siano state sollevate da diverse fonti negli ultimi mesi.
Dopo una fase di silenzio radio che giĂ i radioamatori avevano fatto notare, nel corso del 2016lâagenzia spaziale cinese era stata costretta ad ammettere che i contatti con Tiangong-1 erano stati persi. Tuttavia la quota della stazione non è andata immediatamente calando e lâassetto, stanti le osservazioni, non è stato apparentemente perso, facendo pensare che a bordo i sistemi fossero ancora funzionanti. Dal quel momento, però, agenzie spaziali, osservatori professionali e semplici appassionati, hanno cominciato a monitorare la situazione del laboratorio orbitale. LâESA, in particolare, guida la campagna di osservazioni richieste dallâONU e dallâIADC (Inter Agency Space Debris Coordination Committee).
Tiangong-1 ripresa durante un sorvolo sui cieli della Francia dal fotografo Alain Figer (fonte: ESA)
Nonostante il numero di osservazioni e di modelli sviluppati, non è però possibile sapere con certezza la data e il luogo preciso in cui avverrĂ il rientro in atmosfera. Tuttavia, tanto piĂš il tempo passa e gradatamente ci si avvicina allâevento, tanto piĂš la precisione della finestra aumenta: insieme alle agenzie spaziali, molti appassionati si stanno cimentando in una sorta di toto-rientro che sta assumendo connotati decisamente competitivi.
Quanto è possibile sapere è che il rientro avverrĂ su latitudini inferiori ai 42,75° e questo perchĂŠ lâorbita del veicolo è inclinata sullâequatore proprio di quella quantitĂ . Dalla mappa dellâESA, aggiornata il 15 marzo, le zone che ricadono nelle traiettorie delineate in verde scuro sono quelle che hanno maggiore probabilitĂ di trovarsi nella zona di rientro e di possibile impatto. Nella porzione sinistra del grafico, si trova il calcolo della densitĂ di popolamento delle aree disposte lungo i paralleli. Nel caso dellâItalia, le regioni esposte al rischio sono quella dalla Toscana verso sud.
Lâarea di potenziale rientro di Tiangong-1, a sinistra, in base al parallelo, viene indicata la densitĂ di popolazione, a destra la probabilitĂ di impatto, come si vede la probabilità è piĂš alta nei due estremi nord e sud della fascia verde. Sono invece sicuramente a rischio zero le zone al di fuori. (fonte: ESA).
Le perplessitĂ come detto, sono legate al timore che i frammenti piĂš grossi del veicolo spaziale possano giungere al suolo, sebbene appunto ci si aspetti la che grossa parte della sua massa si frantumi al primo impatto con gli strati piĂš esterni dellâatmosfera. Il danno collegato ad un eventuale arrivo a terra di parte dei frammenti si prevede comunque molto limitato, mentre le maggiori preoccupazioni sono legate al caso in cui i serbatoi di propellente dovessero raggiungere il suolo intatti, dal momento che la monometilidrazina è tossica e câè la possibilitĂ che Tiangong-1 ne contenga ancora una quantitĂ importante.
Il piano di rientro originale di Tiangong-1 era ovviamente quello di un rientro controllato: se fosse stato possibile, lâagenzia spaziale cinese, arrivati a questo punto, avrebbe previsto lâaccensione dei propulsori per dirigere la discesa verso zone non popolate del pianeta e, come quasi sempre succede in questi casi, si sarebbe selezionata lâarea dellâoceano Pacifico meridionale.
— Dr Marco Langbroek (@Marco_Langbroek) 20 marzo 2018
Tuttavia, oltre al dove, esiste il problema del quando avverrà il rientro distruttivo ed è qui che le previsioni stanno assumendo forme sempre piÚ simili a una gara competitiva. Le voci piÚ autorevoli tra gli appassionati hanno previsto che accadrà tra il 31 marzo e il 1° aprile, con una tolleranza di piÚ o meno 3-5 giorni. Marco Langbroek si spinge a restringere la finestra centrata sul 31 marzo a ¹ 3 giorni.
Come riferisce lâESA, nessuno saprĂ con buona approssimazione i dati del rientro se non un giorno prima che questo avvenga e anche quella sarĂ una previsione ancora estremamente grossolana. Di fatto, allo stato della tecnologia attuale, una previsione dellâordine di chilometri per un rientro non controllato è semplicemente impossibile. Lâincertezza associata alla previsione per un rientro non controllato è esprimibile nellâordine del 20% del tempo orbitale rimanente. In pratica, questo significa che anche 7 ore prima dellâeffettivo rientro, lâincertezza sul punto dâimpatto rimane equivalente ad una completa rivoluzione orbitale, cioè letteralmente piĂš o meno migliaia di chilometri.
Quanto di piĂš preciso si può ottenere al momento è contenuto in questi grafici (qui sotto, cliccare per ingrandire l’immagine), aggiornati dallâESA periodicamente. Nel primo si osserva lâassottigliarsi della finestra temporale di rientro che va a restringersi sempre piĂš tra fine marzo e inizio aprile, mentre nel secondo la finestra viene descritta in funzione della quota alla quale si trova il veicolo spaziale.
Il Fraunhofer Institut sta attivamente monitorando il decadimento dellâorbita di Tiangong-1 con lâantenna TIRA da 34 metri di diametro che combina unâimmagine radar prodotta sulla banda ku e sulla banda I. Rispetto allâosservazione nel campo del visibile, lâosservazione radar ha degli specifici vantaggi, tra cui lâindipendenza dalla situazione meteorologica, la possibilitĂ di operare sia di notte che di giorno e una risoluzione che è indipendente dalla distanza dallâoggetto. I risultati dellâosservazione radar sono stati di recenti condivisi e appaiono essere di una definizione decisamente notevole. Da essi si evince che la struttura di Tiangong-1 è ancora perfettamente conservata.
Tiangong-1 ovviamente non è il primo oggetto spaziale di massa relativamente elevata a rientrare nellâatmosfera con possibilitĂ di impatto. I casi piĂš eclatanti, tralasciando qui una lunga serie di satelliti di grandi dimensioni, sono stati quello di veicoli spaziali della stessa categoria di Tiangong-1, ovvero stazioni spaziali.
I rientri di oggetti di dimensioni simili alla Tiangong-1 Credit: ESA CC BY-SA 3.0 IGO
In ordine di massa descrescente la Mir, rientrata il 23 marzo del 2001 senza conseguenze al suolo, ma che aveva seguito una discesa controllata, e lo Skylab, letteralmente sfuggito di mano alla NASA, rientrato lâ11 luglio del 1979 in Australia e resosi responsabile del decesso di una mucca. Altri notevoli casi sono raccolti nella tabella dellâESA riportata sopra, dove tra gli esemplari piĂš âleggeriâ, si trovano i moduli di servizio e di comando delle missioni Apollo, tra cui tutte quelle servite a testare i veicoli nellâorbita terrestre, come le missioni Apollo 5, 6, 7 e 9, ma anche la prima missione ad orbitare intorno alla Luna con equipaggio, ovvero lâApollo 10. Lo stesso destino potrebbe toccare in una decina dâanni allâimponente massa della Stazione Spaziale Internazionale, visto e considerato che la NASA ha espresso lâintenzione di non continuare a sostenere lo sforzo congiunto di mantenimento dopo il 2024 e i partner internazionali con ogni probabilitĂ seguiranno la stessa decisione, data anche la progressiva obsolescenza che i componenti della stazione affronteranno nel prossimo quinquennio.
Il rientro controllato del satellite ESA ATV 1, rientrato e distrutto in atmosfera nel settembre del 2008
Detto quanto sopra, le probabilitĂ che il rientro di Tiangong-1 causino danni sono estremamente contenute e considerando lâestensione della fascia di rientro, le probabilitĂ che la discesa e un possibile impatto avvengano sullâoceano sono preponderanti. Tuttavia per chi fosse interessato a seguire lâevoluzione degli eventi, è possibile consultare la pagina ESA dedicata agli aggiornamenti su Tiangong-1.
La Stella di Scholz apparsa nel cielo circa 70.000 anni fa. In realtĂ non sarebbe dovuta essere visibile a occhio nudo, a meno di improvvisi flare che potrebbero averla resa visibile ai nostri antenati (credito: JosĂŠ A. PeĂąas/SINC)
La “Stella di Scholz”, che in realtĂ sappiamo essere un sistema binario, apparsa nel cielo circa 70.000 anni fa. La sualuminositĂ non era tale da renderla visibile a occhio nudo, ma un improvviso flare, comune in questo tipodi binaria, avrebbe potuto renderla visibile per un breve periodo ai nostri antenati (credito: JosĂŠ A. PeĂąas/SINC)
Settantamila anni fa una piccola stella, la stella di Scholz, è passata vicinissimo al nostro sistema solare, possiamo dire che lâha letteralmente sfiorato. Passando a circa 0.6 anni luce dal nostro Sole, la sua attrazione gravitazionale ha presumibilmente influenzato la traiettoria di diversi corpi fra asteroidi e comete che si trovavano nella nube di Oort.
La scoperta, risalente al 2015, trova ora nuove conferme grazie a un nuovo studio pubblicato dai fratelli Carlo e Raul de la Fuente Marcosdella Complutense University of Madrid assieme a Sverre J. Aarseth dellâUniversity of Cambridge.
Oggi la stella passeggera si trova a circa 20 anni luce dai noi. Nel 2015, ricostruendo la sua traiettoria a ritroso, è stato possibile calcolare il periodo e la posizione del suo passaggio ravvicinato. La nuova ricerca, pubblicata su MNRAS letters journal, analizzando 340 oggetti con traiettoria iperbolica(unâorbita aperta a forma di V), ha conferma che un oggetto massiccio ha disturbato le orbite di questi corpi circa settantamila anni fa.
ÂŤUsando simulazioni numeriche abbiamo calcolato i radianti o la posizione nel cielo da cui tutti questi oggetti iperbolici sembrano provenireÂť ha spiegato lâastronomo Carlos de la Fuente Marcos. ÂŤCi si aspetterebbe che queste posizioni siano distribuite in maniera omogenea nel cielo, in particolare se questi oggetti vengono dalla nube di Oort; ciononostante, ciò che abbiamo trovato è molto differente: un accumulo di radianti statisticamente significativo. La pronunciata maggior densitĂ appare proiettata nella direzione della costellazione dei Gemelli, che corrisponde con lâincontro ravvicinato della stella di ScholzÂť.
Rappresentazione artistica della stella di Scholz e della sua compagna nana bruna (in primo piano) durante il loro passaggio ravvicinato al sistema solare 70.000 anni fa. Dal loro punto di vista, il Sole (a sinistra sullo sfondo) sarebbe apparso come una stella molto brillante. Crediti: Michael Osadciw / University of Rochester.
La stella di Scholz in realtà è un sistema binario, una piccola nana rossa, con una massa pari al 9% di quella solare accompagnata da una piccola nana bruna. Al momento del transito la stella aveva una luminositĂ molto bassa, rendendola praticamente invisibile ad occhio nudo, ma le nane rosse di questo tipo sono soggette a massicci brillamenti, qualora uno di questi fosse avvenuto durante il passaggio, la stella, chiamata anche WISE J072003.20-084651.2, sarebbe stata visibile per un breve periodo, qualche ora al massimo. Non sappiamo se ciò sia accaduto, ma è di certo affascinante pensare che i nostri antenati, che allâepoca stavano lasciando lâAfrica, possano aver osservato brevemente un bagliore rosso nel cielo notturno.
Convegni presso la sede del Giornale di Vicenza, ore 17:00: 03.03: Dott. Natalino Fiorio “NEL REGNO DEL SOLE”. 31.03: Dott. Paolo Ocner astronomo presso lâosservatorio di Asiago âIL SOLEâ.
Corso di cosmologia:
presso la nostra sede ad Arcugnano ore 21:00
28.02: “una cartolina dal Big Bang. La cosmologia moderna da Einstein al WMAP” 1° lezione 07.03: âtutto quello che non vediamo. Il modello standard della cosmologia contemporaneaâ 2° lezione 14.03: âverso lâinfinitoâŚe oltre! Il multiverso e le altre ipotesi dei cosmologi contemporaneiâ 3° lezione
Osservazioni presso la sede di Arcugnano: 25.03: “osserviamo la nostra Stella” osservatorio aperto dalle 14:30 alle 17:30
Ogni martedĂŹ del mese lâosservatorio sarĂ aperto al pubblico dalle ore 20:30.
Sede ed Osservatorio: Via Santa Giustina 127 â 36057 Arcugnano (VI).
Rappresentazione artistica del sistema formato da Trappist-1 e i suoi sette pianeti rocciosi.
Rappresentazione artistica del sistema formato da Trappist-1 e i suoi sette pianeti rocciosi.
Lâacqua è uno degli elementi alla base della vita, soprattutto se presente in forma liquida â come nei pianeti che si trovano nella fascia di abitabilitĂ di un sistema esoplanetario. Ma troppa acqua potrebbe sortire lâeffetto contrario, cioè quello di non consentire lo sviluppo di vita. In sintesi è questo quanto affermato da un gruppo di scienziati guidati da Cayman T. Unterborn dellâArizona State University, i quali hanno trascorso gli ultimi mesi a studiare nel dettaglio isette pianeti che orbitano attorno alla nana rossa ultrafreddaTrappist-1 ad appena 40 anni luce dal Sole in direzione della costellazione dellâAcquario. Sono gli stessi pianeti che piĂš di altri hanno catturato lâattenzione mediatica nellâultimo anno, dallâannuncio della loro scoperta. Ma sono abitabili? Chiaramente è questa la domanda che tutti si fanno e studiando la loro composizione si potranno avere delle risposte.
Dalle diverse osservazioni effettuate finora si evince che i pianeti attorno a Trappist-1 sono tutti piĂš o meno simili alla Terra come taglia, sei di loro sono rocciosi e alcuni contengono una grande quantitĂ di acqua. Dalle misurazioni effettuate, i pianeti risultano essere curiosamente âleggeriâ: esaminando massa e volume, tutti questi oggetti sembrano essere meno densi della roccia. Una bassa densitĂ vuol dire, di solito, che potrebbe esserci unâabbondanza di gas atmosferici.
Câè un però: ÂŤI pianeti di Trappist-1 sono troppo piccoli in termini di massa per trattenere abbastanza gas in modo da compensare il deficit di densitĂ Âť, ha spiegato il primo autore dello studio pubblicato su Nature Astronomy. ÂŤAnche se fossero in grado di trattenere il gas, la quantitĂ necessaria per compensare il deficit di densitĂ renderebbe il pianeta molto piĂš gonfio di quello che vediamoÂť.
La soluzione al mistero si chiama HâO, acqua. Su questo elemento il gruppo di scienziati ha focalizzato lâattenzione, utilizzando un pacchetto di software sviluppato da loro stessi chiamato ExoPlex. Gli esperti hanno potuto combinare tutte le informazioni finora raccolte su questi sette pianeti, includendo anche gli elementi chimici della stella. Ciò che hanno trovato è che i relativamente âasciuttiâ pianeti interni ( denominati âbâ e âcâ) sono composti per il 15% della loro massa da acqua (la Terra ha lo 0,02% di acqua rispetto alla sua massa totale); i pianeti esterni (âfâ e âgâ) presentano piĂš del 50% di acqua rispetto alla massa (ciò equivale allâacqua presente in centinaia di oceani terrestri).
Si tratta di stime, ma lâandamento sembra chiaro: câè molta, moltissima acqua in questo sistema planetario ed è la prima volta che vengono studiati pianeti di tipo terrestre con una quantitĂ cosĂŹ abbondante di acqua ghiacciata. Ghiaccio presente anche nei pianeti piĂš interni, perchĂŠ migrati da posizioni originarie piĂš lontane.
Sicuramente questa abbondanza di acqua non è positiva se si pensa allâeventuale abitabilitĂ dei sette pianeti. Natalie Hinkel, Vanderbilt University, ha sottolineato: ÂŤUn pianeta acquatico, o che non ha alcuna superficie al di sopra dellâacqua, non è dotato degli importanti cicli geochimici che sono assolutamente necessari per la vitaÂť.
â Su Coelum astronomia 204 si parla di pianeti extrasolari in occasione dellascoperta di Proxima b: cosâè un pianeta extrasolare? Come si rileva? Il punto sulla ricerca: cosa ne pensano gli esperti? Intervista a Luigi Bignami. Il ruolo dellâE-ELT, lâEuropean Extremely Large Telescope.
Il 22 marzo, dalle ore 22:00, sarĂ possibile ammirare una falce di Luna (fase del 30%) incorniciata dalle stelle del meraviglioso ammasso delle Iadi, nella costellazione del Toro. A poca distanza (circa 1° 40â) potremo vedere splendere la bella Aldebaran (mag. +0,9), la stella alfa del Toro.
Con il passare dei minuti i due astri si abbasseranno via via verso ovest per tuffarsi infine sotto la linea dellâorizzonte. Alle ore 22:30 saranno alti circa 13° per cui sarĂ possibile scattare delle fotografie che includano degli elementi del paesaggio.
E sempre 24, 25e anche il 26 marzotre passaggi serali da non perdere della Stazione Spaziale Internazionale, leggi la rubrica di Giuseppe Petricca suiprincipali passaggi della ISS
Le effemeridi giornaliere di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Marzo
Il 24 marzo prossimo il WWF, promuove come ogni anno lâimportantissima Ora della Terra che, partendo dal gesto simbolico di spegnere le luci per unâora, unisce cittadini, istituzioni e imprese in una comune volontĂ di dare al mondo un futuro sostenibile e vincere la sfida del cambiamento climatico.
Per noi che ci occupiamo della scienza del cielo, lâevento diventerĂ : âLâora delle Terre: altri pianeti di altri sistemi solariâŚâ, un allargamento del progetto del WWF in ambito europeo che ci porterĂ nello spazio profondo. Un invito alla conoscenza di altri mondi e, forse, di altre Terre, nascosti nelle pieghe della Via Lattea. Ed è lĂŹ che potrebbe trovarsi un pianeta gemello del nostro. In poco piĂš di ventâanni, da quando Michel Mayor e Didier Queloz scoprirono Dimidium (51 Pegasi b), abbiamo trovato migliaia di pianeti che orbitano intorno a stelle di ogni tipo. Prendere coscienza di questo fatto probabilmente ci condurrĂ , un giorno, a dare una risposta allâinterrogativo fondamentale: esiste la vita in altri luoghi dellâuniverso?
Invito all’osservazione
Il 24 marzo inviteremo gli Osservatori astronomici (europei, non solo italiani), professionali e non, a rivolgere i loro telescopi verso un lontano pianeta in transito proprio in quella serata. Il suo nome è WASP-12b, un pianeta piÚ grande di Giove, con caratteristiche assai rilevanti dal punto di vista fisico, chimico ed orbitale; la sua stella è piÚ grande del nostro Sole e dista da noi 1400 anni luce.
La nostra proposta di unâosservazione collettiva di un transito extrasolare ha una duplice importanza: scientifica, perchĂŠ le curve di luce raccolte consentiranno di definire meglio i parametri fondamentali del pianeta, e simbolica, perchĂŠ rappresenta una presa di coscienza, diretta e consapevole dellâesistenza di una classe di oggetti celesti di straordinaria importanza, culturale, scientifica e filosofica per lâintera umanitĂ .
Nell’articolo gli strumenti e le tecniche dâosservazione accessibili agli astrofili, con tanti spunti per vari livelli di esperienza, a poco piĂš di ventâanni dalla scoperta del primo pianeta extrasolare.
La Diretta
Tra le 21:00 e le 23:00, mentre gli astronomi e gli astrofili riprenderanno la curva di luce del transito, faremo dei collegamenti in diretta con astronomi, fisici e astrobiologi, ai quali porremo domande di grande interesse culturale e scientifico. Anche lâOsservatorio astronomico INAF di Asiago parteciperĂ allâevento grazie alla straordinaria disponibilitĂ del suo direttore, il prof. Roberto Ragazzoni. Tra gli ospiti anche Piergiorgio Odifreddi, Amedeo Balbi e il Maestro Eugenio Finardi.
Come spesso accade alle missioni spaziali riuscite, specialmente se di lunga durata, si vorrebbe avere un distributore di idrazina nello spazio per poterle prolungare, ma non siamo ancora arrivati a tale livello tecnologico, pertanto anche Kepler, dopo nove anni di onorato servizio, si avvicina al pensionamento.
Due delle ruote di reazione di Kepler, durante la fase di assemblaggio (Fonte: Ball Aerospace)
Lanciatonel marzo del 2009, progettato per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea e scoprire pianeti extrasolari, ha dovuto fronteggiare lo spettro del termine della propria vita utile giĂ nel 2013. Nel maggio di cinque anni fa, infatti, la NASA ha annunciato un guasto ad un giroscopio tale da compromettere il sistema di puntamento del telescopio: sembrava in effetti scritta la parola fine sulla missione, ma cosĂŹ non è stato. Unâestensione della missione, denominata K2 (âSecond Lightâ), è stata resa possibile dallâutilizzo della pressione del vento solare come metodo di puntamento e orientamento della sonda. Il telescopio non ha cosĂŹ cessato di cercare nuovi pianeti, anche se ha visto limitato il proprio raggio dâazione ai sistemi planetari delle piĂš deboli stelle nane rosse.
Essendo stato lanciato con con circa 12 chilogrammi di idrazina, la NASA aveva stimato che K2, che ha richiesto che il telescopio spostasse il suo campo visivo verso nuove porzioni del cielo allâincirca ogni tre mesi (in quella che è stata definita una âcampagnaâ), potesse condurre dieci campagne con il combustibile rimanente. Tuttavia la stima era stata sin troppo prudente, perchĂŠ se cosĂŹ fosse stato, dopo soli 30 mesi anche lâestensione sarebbe giunta alla conclusione. Ad oggi Kepler ha invece completato ben 16 campagne e durante il mese di marzo ha cominciato la diciassettesima.
Il volume di ricerca di Kepler nel contesto della Via Lattea (fonte: Smithsonian Institute)
Anche Kepler ricade quindi nel novero delle molte âeroicheâ missioni NASA che non hanno avuto uno svolgimento perfettamente ânominaleâ, ma che hanno trovato un modo per continuare a lavorare nello spazio o su altri pianeti (basti pensare su tutte a Galileo e a Opportunity). La durata e gli esiti della missione sono quindi andati oltre ogni piĂš rosea previsione, sebbene il combustibile avrĂ una fine e fra qualche mese accadrĂ lâinevitabile: Kepler si spegnerĂ . Di fatto, la ragione per cui Kepler ha potuto godere di una cosĂŹ lunga e proficua vita operativa risiede nella lungimirante decisione dei team tecnici, che nel 2009, prima del lancio, pensarono di riempire il serbatoio di idrazina completamente. Infatti, la missione primaria era stata concepita per durare appena tre anni e mezzo e i calcoli avevano considerato la necessitĂ di 7 chilogrammi di combustibile, ma il serbatoio era cosĂŹ capiente che la tentazione degli ingegneri, poi ascoltata e messa in pratica, era stata quella di riempirlo completamente.
I guai del 2013 che hanno determinato il robusto cambio di piano non sono stati gli unici. Nel 2012 Kepler registrò la perdita della prima delle quattro ruote di reazione che presiedevano al puntamento e allâallineamento del telescopio rispetto ai sistemi planetari osservati. Dopo la perdita della seconda ruota, come giĂ detto, nel 2013 fu necessario ripensare la missione in toto. Nel 2016 fu la volta in cui Kepler andò in emergency mode, modalitĂ che prevede unâoperativitĂ minima ma consumo di combustibile elevato. Fortunatamente anche in quel caso la NASA trovo lâespediente giusto e nel giro di pochi giorni i contatti con il telescopio spaziale furono recuperati riportandolo ad una condizione di stabilitĂ con lâantenna correttamente puntata verso la Terra.
Il campo fotometrico di ricerca di Kepler, nelle costellazioni del Cigno, della Lira e del Dragone. Credit: Carter Roberts / Eastbay Astronomical Society.
Kepler è stato la maggior fonte di scoperte di pianeti extrasolari, da quando è stata confermata lâesistenza del primo, nel lontano 1995. La NASA tiene una pagina di statistiche dalla quale si evince che la fortunata ricerca di nove anni della sonda ha totalizzato ben 2.342 pianeti scoperti, tra cui 30 con dimensione inferiori al doppio di quella della Terra e nella zona abitabile, piÚ altri 2.245 candidati planetari. Numeri che potrebbero non fermarsi nella loro crescita, nei pochi mesi di vita rimasti al telescopio.
Il team di Kepler sta infatti pianificando di raccogliere quanti piÚ dati scientifici possibili nel tempo rimanente e trasmetterli sulla Terra, prima che la perdita dei propulsori alimentati a idrazina segni il punto in cui non sarà piÚ possibile puntare Kepler verso la Terra per il trasferimento dei dati.
La NASA ha anche in programma di prendere alcuni dati di calibrazione finali con âlâultima gocciaâ idrazina disponibile, per cosĂŹ dire, se lâopportunitĂ si presenta. Senza avere un misuratore di gas, la NASA ha monitorato la sonda focalizzandosi sui segnali di allarme per livello di combustibile basso, come per esempio una perdita di pressione del serbatoio o variazioni repentine nelle prestazioni dei propulsori. Tuttavia alla fine, quella che è emersa è una stima di durata residua, non un dato certo. Condurre queste rilevazioni è fondamentale per avere unâindicazione di quanto tempo rimane per continuare a raccogliere dati scientifici. Metaforicamente la situazione è simile a quella in cui ci si trova quando, sullâautostrada, si deve far benzina alla propria auto.
SarĂ il caso di fermarsi a questa stazione di rifornimento o potremmo proseguire sino alla prossima? Nel caso di Kepler non ci sono stazioni, ma è il caso di decidere con un certo anticipo sin quando conviene raccogliere dati avendo certezza di poterli ancora trasmettere a Terra evitando di perderli nel freddo dello spazio su una sonda senza combustibile. A differenza di missioni come quelle in orbita intorno alla Terra per cui occorre evitare impatti con altri satelliti o operanti in condizioni critiche (come Cassini, che si è preferito mandare in rotta di collisione con Saturno per evitare la contaminazione radioattiva di alcune lune), per Kepler non si pone alcuno di questi problemi. Fluttuante e solitario nello spazio profondo, ci si potrĂ permettere di usare sino allâultima goccia di idrazina per ottenere tutti i dati ancora scaricabili.
Rappresentazione artistica di TESS (fonte: NASA).
Ma mentre Kepler si prepara al pensionamento, TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite) si prepara per il lancio. Il nuovo telescopio per la ricerca di esopianeti dovrebbe essere lanciato il 16 aprile da Cape Canaveral su un Falcon 9 di SpaceX e si occuperà come il suo predecessore di trovare le piccolissime variazioni di luminosità nelle stelle in cerca di pianeti extrasolari con il metodo dei transiti.
La novitĂ di TESS sarĂ che che questo telescopio, a differenza di Kepler, potrĂ esplorare quasi lâintera volta celeste in un periodo osservativo di due anni. Con TESS sarĂ cosĂŹ possibile trovare anche i pianeti rocciosi piĂš piccoli attorno a stelle molto brillanti a meno di 300 anni luce dalla Terra, aggiungendo nuove scoperte alla preziosissima ereditĂ di Kepler.
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Steve con la Via Lattea sullo sfondo. Crediti: Nasa Goddard Image Courtesy Krista Trinder
Steve con la Via Lattea sullo sfondo. Crediti: Nasa Goddard Image Courtesy Krista Trinder
Si chiama Steve, acronimo di Strong Thermal Emission Velocity Enhancement. Ă stato scoperto nel 2016 ma fino ad ora non si sapeva cosa fosse. Non è una comune aurora polare, sebbene le assomigli. Le aurore polari, causate dallâinterazione delle particelle cariche di origine solare con la ionosfera terrestre, sono caratterizzate principalmente da estese bande luminose, tipicamente rosse, verdi o azzurre che si presentano come ovali attorno ai poli magnetici terrestri, chiamati ovali aurorali. Steve invece si presenta come un nastro viola molto stretto e scintillante, a volte accompagnato da piccole strisce verdi simili a dita aguzze o a travi di una staccionata, osservato in cielo per un tempo variabile da 20 minuti a unâora. Per la prima volta, grazie alla sinergia tra la citizen science (persone entusiaste di alcuni argomenti scientifici, senza necessariamente un background formativo specifico) e i ricercatori di vari istituti coinvolti, finalmente si è riusciti a scoprire qualcosa di piĂš di questo strano fenomeno ottico.
La notte del 25 luglio 2016 Steve è stato osservato da diverse persone che hanno riportato lâavvistamento, con fotografie e accurate descrizioni, sul sito di un progetto di citizen science chiamato Aurorasaurus. Finanziato dalla Nasa e dalla National Science Foundation, il progetto registra le aurore boreali attraverso report e tweet inviati dagli utenti. In quellâoccasione ci furono moltissimi reportdellâavvistamento di un qualcosa che, chiaramente, era molto diverso da unâaurora polare. Il progetto Aurorasaurus è guidato da Liz MacDonald, una scienziata del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt, nel Maryland, e chiunque può parteciparvi attraverso il sito aurorasaurus.org, inserendo i propri avvistamenti.
Lâaurora Steve. Crediti: Nasa Goddard/Megan Hoffman
Ora uno studio pubblicato su Science Advances, di cui Liz MacDonald è la prima autrice, riporta le osservazioni terrestri e spaziali del fenomeno, osservato per la prima volta anche dai satelliti Swarm dellâEsa. I risultati confermano che non si tratta di una normale aurora. Le osservazioni mostrano che Steve è associato a un flusso molto forte di particelle cariche nella ionosfera ma interessa strati piĂš bassi dellâatmosfera, che lo rendono visibile a latitudini inferiori. ÂŤSteve può aiutarci a capire in che modo i processi chimici e fisici che avvengono nella parte superiore dellâatmosfera terrestre possono talvolta avere effetti locali evidenti nelle parti inferiori dellâatmosfera stessa, fornendoci una buona visione di come il sistema terrestre funzioni nel suo complessoÂť, ha affermato la MacDonald.
LâunicitĂ di Steve risiede in alcuni dettagli: mentre il processo di creazione su larga scala è lo stesso di quello di unâaurora, Steve percorre linee del campo magnetico terrestre diverse rispetto allâaurora. Tutte le immagini e i video raccolti mostrato che Steve appare a latitudini molto piĂš basse. Ciò significa che le particelle cariche che creano Steve si collegano a linee di campo magnetico che sono piĂš vicine allâequatore terrestre, ed è per questo che Steve viene spesso visto anche nel Canada meridionale. Forse la sorpresa piĂš grande è apparsa nei dati satellitari, dai quali si evince che Steve è originato da un flusso di particelle estremamente calde che si muovono rapidamente, chiamate Said (sub auroral ion drift, deriva sub aurorale di ioni). Gli scienziati stanno studiando queste particelle dal 1970, ma non pensavano che avessero una controparte ottica. I satelliti Swarm hanno registrato informazioni sulle velocitĂ e le temperature delle particelle cariche, ma non avendo imager a bordo, non hanno potuto fare foto dallâalto.
Alcuni dettagli di Steve. Crediti: Nasa Goddard
Steve è una scoperta importante per la sua posizione nella zona sub aurorale, unâarea di latitudine inferiore rispetto a quella in cui appare la maggior parte delle aurore che non è ancora ben studiata. Grazie a questa scoperta, gli scienziati ora sanno che ci sono processi chimici sconosciuti che si svolgono nella zona sub aurorale che possono portare a questa peculiare emissione di luce. Inoltre, Steve appare costantemente in presenza di aurore, che di solito si verificano in una zona di latitudine piĂš elevata, chiamata zona aurorale. Ciò significa che nello spazio vicino alla Terra sta accadendo qualcosa che porta sia a unâaurora che a Steve. Steve potrebbe essere lâunico indizio visibile in grado di dimostrare una connessione chimica, o fisica, tra la zona aurorale di latitudine piĂš alta e la zona sub aurorale a latitudine inferiore.
Insomma, lâaurora polare e Steve è come se fossero gusti diversi di gelato, ha suggerito la MacDonald: hanno la stessa origine, le particelle cariche del Sole che interagiscono con le linee del campo magnetico terrestre, ma di fatto non sono la stessa cosa.
Leggi anche L’incredibile bellezza delle aurore polari.Terrestri …ed extratterestri di Giuseppe Petricca
Un incredibile spettacolo di luci e scienza su Coelum astronomia 219 di febbraio 2018
Sei corsi di Astronomia a Roma per conoscere l’Universo e imparare a osservare il cielo. Corsi base e avanzati:
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Archeoastronomia: dal mistero alla scoperta
Conferenze gratuite:
– 10.03 ore 13:30: Museo Archeologico di Montecelio (RM)
– 23.03 ore 21:00: Associazione Astronomica Polaris, Genova
– 06.04 ore 21:00: Osservatorio Polifunzionale del Chianti
Il 19 marzo, la sottile falce di Luna crescente (fase del 5%) avvicinerĂ il pianeta Urano (mag. +5,9) a una distanza di circa 4° 53â, al limite dell’osservabilitĂ a occhio nudo (ma serve un cielo davvero buio, limpido e una vista acuta, basta però giĂ un piccolo strumento per individuarlo).
PiĂš in basso, verso lâorizzonte, sarĂ ancora possibile scorgere la coppia Venere e Mercurio, incontrati il giorno prima.
Un’altra ottima occasione poi per tentare la ripresa e l’osservazione della luce cinerea della Luna.
La Nebulosa del Granchio non passa mai di moda, ripresa in tutte le lunghezze d’onda possibili, è in particolare sotto l’occhio dell’Osservatorio Spaziale a Raggi X Chandra da quasi vent’anni. Si celebrerĂ il prossimo anni, infatti, il ventesimo anniversario di Chandra, e per prepararsi ai festtggiamenti la NASA rilascia questa nuova immagine ottenuta da osservazioni in multifrequenza assieme ai dati raccolti dai telescopi spaziali Hubble e Spitzer.
La Nebulosa del Granchio è stato anche uno dei primi oggetti che Chandra ha esaminato con la sua nitida visione a raggi X, e che ha continuato periodicamente a osservare in tutto questo lasso di tempo. Ma perchÊ questa Nebulosa in particolare è cosÏ tanto studiata?
Una delle ragioni principali è che si tratta di uno dei pochi casi in cui ci sono forti prove storiche di quando la stella da cui nasce è esplosa. Avere una data, e quindi una anzianitĂ della nebulosa, permette ai ricercatori di comprendere meglio i dettagli dell’esplosione e le sue conseguenze.
Per la nebulosa Granchio infatti, testimonianze da diversi paesi hanno riferito dell’apparizione di una “nuova stella” nel 1054 d.C., nella direzione della costellazione del Toro. Da allora si è imparato molto: oggi sappiamo che la Nebulosa del Granchio è alimentata da una stella di neutroni molto potente e fortemente magnetizzata, chiamata pulsar, che si è formata quando una stella massiccia ha esaurito il suo combustibile nucleare ed è collassata.
L’immagine a raggi X, resa in colori tra il bianco e il blu, ottenuta da Chandra che mostra la struttura delle emissioni ad alta energia della pulsar al centro della nebulosa, conosciuta anche con le sigle PSR B0531+21 o PSR J0534+2200. Crediti: CXC.
La combinazione della rotazione rapida della pulsar e del forte campo magnetico genera un intenso campo elettromagnetico che crea getti di materia e anti-materia che si allontanano dai poli nord e sud della pulsar oltre ad un vento intenso che fluisce invece nella direzione equatoriale. Ed è proprio grazie alle osservazioni a raggi X di Chandra che possiamo vedere questi getti ad alta energia uscire dal polo, e notare l’espasione equatoriale dei gas.
L’estensione della nebulosa, nell’imagine a raggi X, è meno estesa rispetto a quelle prese in altre lunghezze d’onda, perchĂŠ gli elettroni estremamente energetici che emettono radiazione nei raggi X, irradiano piĂš velocemente la loro energia, di quelli che invece emettono radiazione nella luce visibile e in quella infrarossa.
L’immagine di Chandra sommata invece proprio a due immagini in queste due piĂš “tranquille” bande di radiazione â in luce visibile grazie al telescopio spaziale Hubble (resa in color porpora) e all’infrarosso grazie al telescopio spaziale Spitzer (in rosa scuro), vedi le immagini qui sotto â ci mostra la nebulosa in tutta la sua estensione e in tutti i dettagli invisibili in qualsiasi altro caso.
Questa immagine composita si aggiunge quindi a una ereditĂ scientifica, di Chandra sulla Nebulosa Granchio, che copre quasi due decenni. Di seguito un veloce escursus su alcuni degli studi e delle informazioni che gli astronomi sono riusciti a raccogliere da questa raccolta di immagini di Chandra e il contributo di altri telescopi spaziali in piĂš lunghezze d’onda.
Tutte le immagini possono essere cliccate e ingrandite, anche per notare la crescita della differenza di dettaglio nel tempo.
Poche settimane dopo essere stato messo in orbita dallo Space Shuttle Columbia, nell’estate del 1999, Chandra osserva la Nebulosa Granchio. I dati rivelano caratteristiche mai viste prima, compreso un anello luminoso di particelle ad alta energia attorno al cuore della nebulosa.
L’immagine è del 29 agosto 1999, e ricopre un campo di larghezza di 2,5 minuti d’arco.
La natura dinamica e in continua evoluzione della Nebulosa del Granchio viene chiaramente rivelata nel 2002, quando gli scienziati rilasciano dei video costruiti su osservazioni coordinate, tra Chandra e Hubble, effettuate nell’arco di diversi mesi. L’anello luminoso osservato in precedenza, mostra circa due dozzine di nodi che si formano, brillano e sbiadiscono, oscillando e, occasionalmente, esplodono formando nubi di particelle in espansione, ma rimanendo poi approssimativamente nella stessa posizione.
Credit: NASA/CXC/ASU/J.Hester et al.
Questi nodi sono causati da un’onda d’urto, simile a un boom sonico, in cui particelle che vengono velocemente espulse dalla pulsar collidono con quelle del gas circostante. Alcuni ciuffi luminosi, originati da questo anello, si vedono muoversi verso l’esterno â a metĂ della velocitĂ della luce â per formare un secondo anello di espansione piĂš ampio e distante dalla pulsar.
Le immagini sono state riprese il 25 novembre e 18 dicembre 2000, il 9 e il 31 gennaio 2001, il 21 febbraio, il 15 marzo e il 15 aprile 2001, per un totale di 46 ore di posa.
Nel 2003, entra in funzione il telescopio spaziale Spitzer, che si unisce a Chandra e Hubble, e all’Osservatorio in raggi gamma Compton, completando il programma “Great Observatory” della NASA. Pochi anni dopo, nel 2003 appunto, ecco il primo risultato di una immagine composita in multifrequenza con i dati di Chandra (in blu chiaro), di Hubble (verde e blu scuro) e di Spitzer (rosso).
Il campo dell’immagine è ora di 7,8 minuti d’arco per lato.
Mentre Chandra continua a raccogliere immagini della nebulosa, i ricercatori hanno sempre piĂš materiale per osservare le modifiche che avvengono al suo interno. Nel 2008, osservano per la prima volta il debole confine del vento stellare della pulsar al centro della nebulosa (il pallino bianco al centro), sottoforma di un bozzolo di particelle ad alta energia che la circondano.
NASA/CXC/SAO/F.Seward et al
Strutture che gli astronomi chiamano “dita”, “anelli” e “baie”, sono caratteristiche che indicano che il campo magnetico della nebulosa e dei filamenti di materia fredda controllano il movimento di elettroni e positroni (anti-elettroni). L’anello interno vine visto come onda d’urto al confine tra la nebulosa tutto attorno e il flusso di materia e antimateria proveniente dalla pulsar.
Le particelle si muovono infatti rapidamente lungo il campo magnetico e possono viaggiare per diversi anni luce prima di irradiare la loro energia. Al contrario, in direzione perpendicolare al campo magnetico si muovono molto piĂš lentamente e viaggiano solo per una breve distanza prima di rilasciare la loro energia. Il che spiega la formazione di lunghe e sottili dita e degli anelli cosĂŹ come i confini ben definiti delle “baie”.
2011
Crediti:Â NASA/CXC/ MSFC/M.Weisskopf et al
Nuovi cambiamenti nella nebulosa vengono osservati graziea timelapse costruiti con le immagini raccolte in un arco di tempo. Nel 2011, le osservazioni di Chandra, ottenute tra settembre 2010 e aprile 2011, vengono effettuate per per individuare la posizione di una serie di notevoli raggi gamma, rilevati dagli osservatori Fermi della NASA e dell’italiano AGILE. I due Osservatori in raggi gamma non erano in grado di localizzare la sorgente dei GRB all’interno della nebulosa, e si sperava di riuscire localizzarla grazie a Chandra e alle sue immagini ad alta risoluzione.
Due le osservazioni effettuate nel momento in cui si erano verificate le esplosioni in raggi gamma, ma non riuscirono comunque a ottenere una chiara correlazione tra i GRB e le immagini di Chandra. Pur non potendo dare prove dirette, aiutarono comunque i ricercatori ad affinare i loro modelli, e afornire forti indizi sul comportamento, a energie relativamente basse, delle particelle accelerate che producono brillamenti in raggi gamma.
Per celebrare il 15° anniversario del lancio di Chandra, nel 2014 vengono rilasciate diverse nuove immagini di vari resti di supernova, tra i quali l’immancabile Nebulosa del Granchio. In questo caso un’immagine a “tre colori” della Nebulosa, in cui i dati dei raggi X vengono divisi in tre diverse bande di energia da associare ai tre colori di una immagine RGB: quelli a energia piĂš bassa vengono usati per il rosso, quelli medi per il verde e quelli a piĂš alta energia per il blu.
Nell’imagine da sinistra in alto, la nostra Nebulosa Granchio, seguita dalla G292.0+1.8, dalla Nebulosa di Tycho e in basso il resto di supernova 3C58. Crediti: NASA/CXC/SAO.
Anche qui si nota che l’estensione della nebulosa in raggi X a energia superiore è inferiore rispetto alle altre. Questo sempre perchĂŠ gli elettroni ad alta energia responsabili dei raggi X a piĂš alta energia, irradiano piĂš rapidamente di quelli a energia piĂš bassa, consumandosi piĂš rapidamente e percorrendo quindi anche distanze inferiori.
Nel 2017 viene rilasciata una incredibile immagine della Nebulosa del Granchio ottenuta utilizzando i dati di una serie di telescopi che coprono quasi l’intera larghezza dello spettro elettromagnetico.
Le onde radio del Karl G. Jansky Very Large Array (rese in rosso), i dati nel visibile di Hubble (in verde), quelli a infrarossi di Spitzer (in giallo) e a raggi X del XMM-Newton (in blu) e, ovviamente, di Chandra (in viola). Ne abbiamo parlato al momento dell’uscita dell’immagine, perchĂŠ il risultato era davvero straordinario.
In questa immagine la vediamo in una forma giĂ piĂš familiare, e allo stesso tempo incredibilmente dettagliata e complessa.
A questo punto, non vediamo l’ora di vedere le immagini che verranno rilasciate in occasione del ventesimo anniversario di Chandra! Per fortuna non manca tantissimo… e nell’attesa ecco un bel video che accompagna questa nuova e suggestiva immagine:
Per saperne di piĂš
Ulteriori immagini da Chandra, materiali multimediali e materiali correlati, nel sito dell’Osservatorio
Coelum Astronomia 208: Esplosive Supernovae! Â Numero dedicato alla ricerca professionale e amatoriale di e sulle Supernovae. Cosa sono, quante ne sono esplose o ne potranno esplodere nei nostri dintorni, la fisica e i racconti dei protagonisti. In formato digitale e gratuito.
Lâastronomia ebraica medievale nel Sefer YouhasinPer uno storico dellâastronomia il 1054 è lâanno della supernova nel Toro. Può lâautore del Sefer aver visto lâapparizione di questo nuovo astro ed averlo interpretato come un eccezionale segno divino, tanto da averlo indotto ad accelerare il lavoro?
Anno 1054: la supernova che divise la cristianitĂ Una rivisitazione della datazione della comparsa della supernova per avanzare unâipotesi sulle ragioni della mancanza di registrazioni dellâevento da parte degli osservatori europei.
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Lâimmagine mostra la disposizione dei tre astri sull'orizzonte: la sottilissima falce di Luna, poi Venere e quindi il piccolo Mercurio. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Cambiamo quindi scenario e ci spostiamo con lo sguardo sul cielo arrossato dalla luce del tramonto sullâorizzonte ovest, il giorno 18 alle ore 18:45 circa.
Potremo osservare un allineamento di tre astri: il brillante pianeta Venere (mag. â3,9) al centro, situato a 4° 50â circa da una sottilissima falce di Luna (fase del 2%), piĂš in basso verso sud, e a 3° 50â dal pianeta Mercurio (mag. +0,4) posto invece a nordest di Venere.
Anche questa sarĂ una bella occasione per immortalare lâincontro nella cornice del paesaggio circostante, vista lâaltezza davvero molto scarsa dei tre soggetti, con la Luna, il piĂš basso dei tre, a soli 6° sullâorizzonte. Purtroppo, prima di questo orario, Mercurio sarĂ ancora flebile per la luce del crepuscolo. Inutile dire che il tempo per riprenderli sarĂ risicato, e se Venere e Mercurio si staccheranno sempre meglio nel fondo piĂš buio del cielo, la Luna sarĂ molto presto troppo bassa per rientrare nella ripresa.
ÂŤPer quanto difficile possa essere la vita, câè sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece dei vostri piediÂť Stephen Hawking
Stephen Hawking nasce l'8 gennaio del 1942, esattamente 300 anni dopo la morte di Galileo, come ci tiene a sottolineare nella sua biografia.
Se ne è andato all’etĂ di 76 anni Stephen Hawking, il piĂš celebre fisico e cosmologo dei nostri tempi, noto per le sue teorie sui buchi neri e sullâorigine dellâUniverso, ma non solo. La famiglia comunica che se nâè andato âin paceâ nella sua casa a Cambridge nelle prime ore di oggi, mercoledĂŹ 14 marzo.
Presenza di spirito, forza di volontĂ , una forte ironia e un pizzico di irriverenza hanno sempre caratterizzato la sua vita e i suoi successi nella ricerca, per oltre 50 anni di vita, contro ogni pronostico. Infatti, nonostante a 22 anni gli sia stata diagnosticata una rara forma di SLA e pochi anni di vita, dopo un primo momento di sconforto ha deciso di non darsi per vinto, di non arrendersi alla malattia e di portare avanti la sua grande passione per la fisica, lâastronomia e la conoscenza in generale. Da una sedia a rotelle progettata su misura, grazie a un computer e un sintetizzatore vocale, resosi necessario dopo una pesante polmonite che lâha obbligato a respirare attraverso un tubo, ha continuato il suo lavoro di ricercatore e divulgatore, senza mai lasciarsi fermare da nulla.
La figlia Lucy racconta che aveva unâesasperata ÂŤincapacitĂ ad accettare che ci fosse qualcosa che non poteva fareÂť. Lui stesso, nel 1997, disse sempre con la sua onnipresente ironia: ÂŤIo accetto che ci siano alcune cose che non posso fare, ma per lo piĂš si tratta di cose che non avrei voluto fare comunque…Âť.
Una intensa vita pubblica, con apparizioni televisive, partecipazioni a congressi, dibattiti, lezioni, ma anche privata con due matrimoni, altrettanti divorzi, tre figli e un nipote. Senza mai âmandarla a direâ, nemmeno di fronte a personaggi come Albert Einstein, che per una tempistica coincidenza nasce proprio il 14 marzo (del 1879) â qualcuno in rete suggerisce che ora âsia stato invitato al suo compleannoâ e anche noi piace pensarlo â e dalle cui teorie Hawking parte per sviluppare i suoi studi.
Stephen Hawking alla NASA nel 1980. Crediti: NASA
ÂŤEinstein sbagliò quando disse: “Dio non gioca a dadi”. La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte ci confonda gettandoli dove non li si può vedereÂť.
Dopo le sue ricerche sui buchi neri e le origini dellâUniverso â insieme a Penrose, nel 1970, pubblica un lavoro che dimostra come l’Universo sia nato da una singolaritĂ , sarĂ la nascita di quello che al momento è il Modello Cosmologico di riferimento â prese la cattedra che fu di Isaac Newton, diventando Professore Lucasiano di MatematicaallâUniversitĂ di Cambridge, e da lĂŹ si dedicò al grande sogno di tutti i fisici teorici: la âTeoria del Tuttoâ. Una teoria unificatrice in grado di descrivere sia lâazione della gravitĂ che governa il moto di stelle e pianeti sia le forze che agiscono nel mondo delle particelle subatomiche, ovvero unire le due grandi teorie della fisica contemporanea: la teoria della relativitĂ di Einstein e la meccanica quantistica.
Un'altra scommessa, sempre tra Hawking, Thorne e Preskill. Argomento della disputa questa volta le "singolaritĂ nude". Come di consueto firmate con tanto di impronta digitale degli interessati...
Ma il percorso non è semplice e il mondo della fisica quantistica non sempre accetta le sue idee. Le sue ipotesi vengono considerate âereticheâ in un dibattito che diventa anche una scommessa tra lui e Kip Thorne da una parte e il fisico John Preskill dallâaltra (e non sarĂ l’unica, d’altra parte eretiche si, ma sempre di Stephen Hawking e della sua innata ironia e voglia di mettersi, letteralmente, in gioco stiamo parlando).
Tutto gira attorno al concetto di conservazione dellâinformazione di un sistema fisico, che secondo Hawking andava invece persa allâinterno di un buco nero, nasce il paradosso dellâinformazione allâinterno di un buco nero. Nel 2004 ammetterĂ di avere avuto torto pagando la scommessa, anche se Kip Thorne poco convinto se ne tirò fuori, ma nemmeno questo lo fermerĂ e, nel 2016, pubblicherĂ un nuovo studio con una nuova soluzione al paradosso dell’informazione, elaborando l’idea che il buco nero possa âcancellare l’informazione pur conservandolaâ.
Certamente la discussione, anche senza di lui, non finisce quiâŚ
La ricerca sulle origini dellâUniverso e di una teoria che descrivesse ogni cosa, era però per lui anche e soprattutto una ricerca delle origini dellâuomo. Come dicevamo, non solo ironico ma anche irriverente, non si è mai arreso alla necessitĂ di un âcreatoreâ per spiegare lâorigine delle cose. Ha sempre pensato che ÂŤServirsi di Dio come di una risposta alla domanda sullâorigine delle leggi equivale semplicemente a sostituire un mistero con un altroÂť. E per lui una teoria unificata e consistente sarebbe stato solo il primo passo per comprendere ÂŤogni cosa attorno a noi e la nostra stessa esistenzaÂť.
Alla sua straordinaria vita è stato dedicato anche un film nel 2014, âLa Teoria del Tuttoâ diretto da James Marsh e interpretato da Eddie Redmayne che per la sua interpretazione si è aggiudicato lâOscar come miglior attore protagonista, e che di Hawking dice ÂŤuna mente davvero bella, uno scienziato straordinario e la persona piĂš divertente che abbia mai avuto il piacere di conoscereÂť.
Stephen Hawking nei Simpson
Ma Stephen Hawking non è apparso solo in un racconto della sua vita interpretato da altri, sono numerosi i suoi camei in programmi televisivi popolari tra le nuove (e non solo) generazioni: dai dissacranti The Simpson e Futurama, allâiconico Star Trek, in cui lo vediamo giocare a scacchi con lâandroide Data, alla commedia dedicata al mondo ânerdâ della scienza The Big Bang Theory. I Pink Floyd hanno utilizzato la sua voce nella canzone âkeep talkingâ. Apparizioni che assieme alle tante trasmissioni dedicate alla scienza a cui ha partecipato e alle sue dichiarazioni piĂš visionare uscite nei media di tutto il mondo, sono considerate di grande ispirazione per i giovani che vogliano intraprendere il percorso di ricercatori.
La sua ultima passione, la colonizzazione dello Spazio. Secondo Hawking non câè speranza per la sopravvivenza dellâumanitĂ se non colonizzando altri mondi. Nonostante sia bassa la probabilitĂ di un disastro sulla Terra in un determinato momento, il rischio aumenta col passare del tempo e un evento catastrofico diventa quasi una certezza nei prossimi mille o 10 mila anni.
ÂŤPer quel momento dovremmo giĂ essere sparsi nello Spazio e in altre stelle, cosĂŹ un disastro sulla Terra non significherebbe la fine della razza umanaÂť.
Stephen Hawking alla presentazione del progetto Breakthrough Starshot, sostenuto da lui stesso, il magnate russo Yuri Milner e Mark Zuckerberg, fondatore della piattaforma social piĂš popolare Facebook. Foto di Bryan Bedder/Getty Images for Breakthrough Prize Foundation
CosĂŹ auspica la costruzione di una base spaziale sulla Luna nei prossimi 30 anni, una missione su Marte entro il 2025 e partecipa al progetto Breakthrough Starshot, unâaltra fantascientifica scommessa: un sistema di minuscole e velocissime astronavi âa velaâ (spaziale) capaci di raggiungere Alpha Centauri in appena 20 anni, e raccogliere cosĂŹ le informazioni necessarie per la successiva tappa: i viaggi interstellari.
Oltre ogni limite, esperienze di volo a gravitĂ zero a bordo di un aereo della Virgin Galactic di Richard Branson. Photo credit: Steve Boxall/steveboxall.com
Nessun limite quindi, mai e in nessun campo.
Lâelenco delle sue idee visionarie non si esaurisce qui, sono solo alcune delle tante ereditĂ che dovranno raccogliere le nuove generazioni di fisici teorici e cosmologi, ma non secondariamente anche comunicatori della scienza e divulgatori.
PerchÊ parte della sua grandezza è dovuta anche al pensare che:
ÂŤSe dovessimo scoprire una teoria completa per tutto, dovrebbe diventare comprensibile per tutti, non solo per un gruppo di scienziatiÂť.
E con questo non possiamo che concludere dicendo: ÂŤGrazie di tutto, Mr. HawkingÂť.
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La rappresentazione tridimensionale ottenuta dai dati delle sonde Soho e Stereo. Le linee rosa mostrano la struttura della Cme, quelle gialle lâandamento dellâonda dâurto. Crediti:NASAâs Goddard Space Flight Center/GMU/APL/Joy Ng
La rappresentazione tridimensionale ottenuta dai dati delle sonde Soho e Stereo. Le linee rosa mostrano la struttura della Cme, quelle gialle lâandamento dellâonda dâurto. Crediti:NASAâs Goddard Space Flight Center/GMU/APL/Joy Ng
Quando le previsioni meteo indicano una bella giornata di sole e poi si scatena un nubifragio è decisamente frustrante, sopratutto quando si è deciso di fare una gita fuori porta. Immaginate allora quando a essere sbagliate sono le previsioni del meteo spaziale, che se non ci azzeccano, potrebbero esporre astronauti e satelliti a pericolose piogge di particelle cariche. Per questo motivo è importante sviluppare modelli che permettano di predire il comportamento delle espulsioni di massa coronale (Cme), conseguenza dellâattivitĂ solare, che sferzano lo spazio con protoni ed elettroni ad alta energia.
Due ricercatori, il fisico solare Ryun-Young Kwon, della George Mason University in Virginia, e lâastrofisico Angelos Vourlidas, della Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory del Maryland, hanno estratto i dati di due differenti eruzioni solari (una del marzo 2011, lâaltra del febbraio 2014) raccolti da tre sonde che monitorano lâattivitĂ solare: Soho, missione congiunta di Esa e Nasa, e le due sonde gemelle Stereo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal of Space Weather and Space Climate.
Tre punti di vista, parafrasando una vecchia pubblicitĂ , âis megl che uanâ: sfruttando i dati delle tre sonde e inserendoli in due modelli della dinamica dellâonda dâurto che si genera dalle espulsioni di massa coronale â uno chiamato a croissant, per la forma a mezzaluna dellâonda dâurto appena nata, lâaltro chiamato modello a ellissoide â è stato possibile ricostruire la struttura e la traiettoria in tre dimensioni di ciascuna eruzione solare con dati precisi sulla densitĂ del plasma emesso, la velocitĂ e potenza delle particelle cariche. In questo modo sono arrivate subito le prime conferme del modello teorico: lâonda dâurto ha una maggiore intensitĂ sul âmusoâ della Cme, minore sui lati.
La modellazione 3D fornisce maggiori dettagli sul viaggio nello spazio dellâonda, permettendo di creare previsioni del meteo spaziale piĂš precise, fondamentali per programmare le attivitĂ extra-veicolari degli astronauti o per definire la pericolositĂ delle Cme per i satelliti in orbita.
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The comet 67P/Churyumov-Gerasimenko, which was visited by Rosetta in 2014-15, certainly appears to be the result of a collision between two comets. A new study explains how and when the collision occurred. - Image Credit: ESA/Rosetta/OSIRIS
La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, visitata dalla sonda Rosetta nel 2014/15, si sapeva essere il risultato della collisione di due comete. Un nuovo studio ci spiega come e quando tale collisione è avvenuta. Crediti: ESA/Rosetta/OSIRISImmagine della cometa Chury scattata dalla sonda spaziale Rosetta. Crediti: Esa/Rosetta/Navcam â CC BY-SA IGO 3.0.
Da quando Giotto visitò la cometa di Halley nel 1986, altre sonde spaziali sono volate vicino a diversi nuclei cometari, come ad esempio Stardust, che ha incontrato le comete 81P-Wilde Tempel 1, oppure Deep Impact, che il 4 luglio 2005 ha impattato il nucleo della stessa cometa visitata da Stardust, la Tempel 1, con lo scopo di studiarne la composizione interna. Da queste osservazioni si è riscontrato che la maggior parte delle comete sembra avere una forma allungata o addirittura composta da due lobi, come la nota Chury(67P/ChuryumovâGerasimenko), che è stata studiata nel dettaglio dalla sonda spaziale Rosetta e dal lander Philae nel 2014 e 2015. Gli astronomi ritengono che questa strana forma possa essere dovuta alla fusione di due comete precedentemente separate. In accordo con questa teoria, le due comete dovrebbero essere caratterizzate da una densitĂ molto bassa ed essere ricche di elementi volatili, che permettono loro di muoversi molto lentamente, in modo tale da consentire un delicato avvicinamento, senza che si verifichi uno scontro distruttivo. Per una serie di ragioni, è presumibile che questo tipo di incontri âgentiliâ si siano potuti verificare solo nelle fasi iniziali del Sistema solare, piĂš di quattro miliardi di anni fa. Questo però solleva perplessitĂ su come oggetti del genere, cosĂŹ fragili, antichi e delle dimensioni di Chury, siano riusciti a sopravvivere fino ad ora dato che sono costantemente soggetti a collisioni nelle regioni dove orbitano.
Questa è lâimmagine della fase finale della simulazione, effettuata dagli autori, di una collisione catastrofica tra comete, che mostra uno degli oggetti formati dallâaccrescimento dei detriti dalla collisione, con una forma identica a quella di Chury. Crediti: Esa/Rosetta/Navcam â CC BY-SA IGO 3.0.
Un team internazionale coordinato da Patrick Michel, ricercatore del Cnrs presso il Laboratoire di Lagrange (Cnrs / Observatoire de la CĂ´te dâAzur / Universite de Nice-Sophia Antipolis), propone ora uno scenario completamente diverso, supportato da simulazioni numeriche in parte eseguite presso il MĂŠsocentre Sigamm dellâOsservatorio della Costa Azzurra. Le simulazioni mostrano che, durante una collisione distruttiva tra due comete, solo una piccola parte del materiale viene distrutta e ridotta in polvere. Sui lati opposti delle due comete, rispetto al  punto di impatto, i materiali ricchi di elementi volatili sono in grado di resistere alla collisione e, una volta espulsi a velocitĂ relative abbastanza basse, riescono ad attrarsi vicendevolmente e aggregarsi in nuovi piccoli corpi, che a loro volta si raggruppano insieme per formarne uno solo. Sorprendentemente, questo processo richiede solo pochi giorni, o addirittura poche ore. In questo modo, la cometa formata mantiene la sua bassa densitĂ e le sue abbondanti sostanze volatili, proprio come Chury. Questo processo si pensa essere possibile anche in seguito a impatti a velocitĂ di 1 km/s, che sono tipici della fascia di Kuiper, la fascia dei corpi minori che si estende oltre Nettuno.
PoichĂŠ questo tipo di collisione tra comete avviene regolarmente, Chury potrebbe essersi formata in qualsiasi momento della storia del Sistema solare e non necessariamente agli inizi, come si pensava in precedenza, risolvendo cosĂŹ il problema della sua sopravvivenza a lungo termine. Questo nuovo scenario spiega anche la presenza dei buchi e dei diversi strati osservati su Chury, che si sarebbero sviluppati naturalmente durante il processo di accrescimento, oppure successivamente, dopo la sua formazione.
Stratificazioni (indicate con la lettera B) e formazioni circolari o buche (all'interno del cerchio) sulla superficie della cometa, nella regione Imhotep. Credit: ESA/Rosetta
Un ultimo punto degno di nota è che, durante la collisione che forma questo tipo di cometa, non si verifica alcun compattamento o riscaldamento significativo e pertanto la loro composizione primordiale risulta preservata: le nuove comete continuano ad essere oggetti primitivi. In altre parole, anche se Chury si fosse formata di recente, lâanalisi del suo materiale ci consentirĂ comunque di indagare sulle origini del Sistema Solare.
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L’associazione ANS Collaboration (Asiago Novae & Symbiotic stars) è attiva dal 2005 come collaborazione tra astronomi e astrofili nell’ambito del monitoraggio fotometrico e spettroscopico di stelle simbiotiche e novae, ma anche di altre tipologie stellari quali, ad esempio, binarie ad eclisse e supernovae, invita tutti gli astrofili interessati all’ANS Collaboration 2.0 foundation meeting che si terrĂ domenica 18 marzo 2018 presso la sala conferenze del Planetario di Ravenna.
Programma e registrazione ANS Meeting:
Questo meeting getterĂ le basi per la nuova fase 2.0 di ANS Collaboration, sodalizio che, nei suoi 12 anni assai di attivitĂ , ha contribuito ad oltre 170 pubblicazioni su riviste internazionali basate sulle proprie osservazioni fotometriche e/o spettroscopiche. I partecipanti al meeting interessati a far parte di ANS Collaboration potranno poi partecipare alla successiva Scuola di fotometria e spettroscopia astronomica, diretta dal prof. Ulisse Munari (Osservatorio Astrofisico di Asiago), che si terrĂ nel week end del 12-13 maggio 2018 a Varese presso l’Osservatorio G.V. Schiaparelli- Campo dei Fiori. In quest’occasione la fotometria e la spettroscopia astronomiche verranno affrontate sia teoricamente che con sessioni pratiche usufruendo dei locali telescopi (35cm, 61cm e 84cm di apertura).
Programma e registrazione Scuola di fotometria e spettroscopia astronomica
La corsa della Luna (fase del 25%) nella sua visita ai pianeti del Sistema Solare arriva il 12 marzo, nell’ultima tappa del mattino, al remoto pianeta nano Plutone (mag. +14,3).
Questo incontro è ovviamente molto difficile da osservare: assolutamente impossibile a occhio nudo, sarĂ difficile anche con lâausilio di uno strumento ottico, vista la debole magnitudine di Plutone e la grande differenza di luminositĂ dei due oggetti.
Plutone sarĂ posto a circa 45â a sudovest del lembo in ombra del nostro satellite naturale. Un occasione comunque per tentarne l’osservazione strumentale.
In questa immagine il percorso della Luna nelle sue prime tappe, fino al 12 marzo, e il magnifico allineamento di astri del mattino. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Per chi non ha a disposizione uno strumento, sarĂ comunque uno spettacolo osservare la sottile falce di Luna allineata a Saturno e Marte, con i tre astri disposti a distanza regolare (circa 11°) l’uno dall’altro. Proseguendo verso ovest nella direzione suggerita dall’allineamento c’è sempre il grande e luminoso Giove.
Osserviamo la Luna
in Luce Cinerea
Il fenomeno è dovuto alla luce del Sole riflessa dalla Terra che illumina la parte in ombra della Luna. Per questo, la parte non illuminata della Luna apparirĂ tenuemente brillante divenendo cosĂŹ vagamente visibile. Il 12 e il 13 marzo, in prossimitĂ dell’alba, saranno i momento migliori per l’osservazione e la ripresa.
E visto l’assottigliarsi sempre piĂš della falce di Luna, si potrĂ attendere ancora qualche minuto, quando nel crepuscolo del mattino potremo tentare di osservare e riprenderne anche la parte in ombra, illuminata dalla Luce Cinerea.
01.03 ore 21:30: Diretta streaming Occhi al Cielo 08.03ore 21.30: Corso on line sul Sistema Solare 10.03ore 16:00 Incontri di Astronomia Live con il Dott. Federico Tosi – INAF 15.03ore 21:30: Corso di Astrofotografia on line 27.03ore 20:00: Parlando di Astronomia a Ceccano (FR)
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