Il 9 ottobre 1604, gli osservatori del cielo - incluso l'astronomo Johannes Kepler, avvistarono una "nuova stella" nel cielo occidentale, rivaleggiando per splendore con i pianeti vicini. Ora gli astronomi hanno utilizzato i telescopi spaziali Spitzer, Hubble e Chandra-X per analizzare il residuo di supernova nella luce infrarossa, ottica e ai raggi X. Crediti: NASA/ESA/JHU/R.Sankrit & W.Blair
Il 9 ottobre 1604, gli osservatori del cielo – incluso l’astronomo Johannes Kepler, avvistarono una “nuova stella” nel cielo occidentale, rivaleggiando per splendore con i pianeti vicini. Ora gli astronomi hanno utilizzato i telescopi spaziali Spitzer, Hubble e Chandra-X per analizzare il residuo di supernova nella luce infrarossa, ottica e ai raggi X. Crediti: NASA/ESA/JHU/R.Sankrit & W.Blair
La supernova di Keplero sembra non aver lasciato resti stellari attorno a sé oltre quelli che oggi possiamo ammirare, ovvero una struttura nebulosa di gas e polveri in direzione della costellazione di Ofiuco, a 16.300 anni luce dal Sole. Queste sono le conclusioni a cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Pilar Ruiz-Lapuente dell’Università di Barcellona, che ha cercato di trovare le tracce del sistema stellare binario dal quale si è generata l’immane esplosione.
Nei sistemi stellari binari, una delle stelle della coppia, quando raggiunge la fine del suo ciclo evolutivo e diventa una nana bianca, può iniziare a catturare del materiale dalla compagna fino a raggiungere una certa massa limite (equivalente a 1,44 masse solari, il cosiddetto “limite di Chandrasekhar”). Questo processo porta alla fusione del carbonio nel nucleo della nana bianca, producendo un’esplosione che può moltiplicare 100 mila volte la luminosità iniziale della stella. Il fenomeno, tanto breve quanto violento, è noto come supernova. A volte un evento di supernova può essere addirittura visibile ad occhio nudo dalla Terra, proprio come nel caso della supernova osservata e identificata dall’astronomo tedesco Giovanni Keplero nel 1604.
Le attuali teorie suggeriscono che la supernova di Keplero venne prodotta dall’esplosione di una nana bianca in un sistema binario. Per questo nella ricerca pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal, il team ha cercato la possibile stella superstite del duo stellare che avrebbe trasferito massa alla nana bianca, portandola quindi ad esplodere. L’impatto di questa esplosione avrebbe aumentato la luminosità e la velocità dell’eventuale compagno superstite, che sarebbe stato scaraventato nello spazio circostante, ma potrebbe persino averne modificato la sua composizione chimica. I ricercatori sono quindi andati alla ricerca di stelle con qualche anomalia che avrebbe permesso loro di identificare il possibile compagno della nana bianca esplosa 414 anni fa.
Per svolgere questa indagine, sono state utilizzate le immagini riprese con il Telescopio Spaziale Hubble della NASA. «L’obiettivo era quello di determinare i moti di un gruppo di 32 stelle in tutta la regione del resto di supernova che tutt’oggi osserviamo», dice Luigi Bedin, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Padova e coautore dell’articolo. I ricercatori hanno anche utilizzato i dati dallo strumento Flames, installato al Very Large Telescope (VLT), dell’ESO in Cile.
«Abbiamo cercato – spiega Pilar Ruiz-Lapuente, ricercatrice presso l’Istituto di Scienze del Cosmo di Barcellona (Ub-Ieec) e il Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica (Csic) – una stella peculiare quale possibile compagna del progenitore della supernova di Keplero, e per questo abbiamo caratterizzato tutte le stelle in prossimità del resto della supernova Sn 1604. Ma non ne abbiamo trovato nessuna con le caratteristiche attese. Quindi tutto indica che l’esplosione stata è causata dalla fusione della nana bianca con un’altra nana bianca oppure con il nucleo stellare di una compagna già evoluta».
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SOGNANDO MARTE… Tra passato, futuro
e la meraviglia dell’osservazione del cielo!
Illustrazione raffigurante il disco solare primordiale. Nell’inserto un cristallo di hibonite blu, uno dei primi minerali a formarsi nel Sistema solare. Crediti: Field Museum, University of Chicago, Nasa, Esa, and E. Feild (STScl)
Illustrazione raffigurante il disco solare primordiale. Nell’inserto un cristallo di hibonite blu, uno dei primi minerali a formarsi nel Sistema solare. Crediti: Field Museum, University of Chicago, Nasa, Esa, and E. Feild (STScl)
Il Sole è oggi una stella matura e calma ma cosa possiamo dire della sua prima gioventù? Nato 4,6 miliardi di anni fa in seguito al collasso di una densa nube di gas e polveri, i suoi primi anni rimangono un vero mistero per noi, considerando che la Terra si è formata circa 50 milioni di anni più tardi. Risulta quindi difficile trovare materiali che risalgono ai primi giorni di vita del Sole.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature Astronomy, ha preso in considerazione l’analisi di microscopici cristalli blu intrappolati in antiche meteoriti, cristalli così vecchi da poter rivelare com’era il Sole primitivo. E l’immagine che ne esce è quella di un Sole piuttosto turbolento e irrequieto: «Il Sole era molto attivo durante i suoi primi anni di vita, con eruzioni frequenti, ed emetteva un flusso più intenso di particelle cariche» dice Philipp Heck, professore all’Università di Chicago e coautore dello studio. «Quasi nulla nel Sistema Solare è abbastanza vecchio da confermare realmente l’attività del Sole primordiale, ma questi minerali provenienti dalle meteoriti nelle collezioni del Field Museum sono sufficientemente antichi. Probabilmente sono i primi minerali che si sono formati nel Sistema Solare».
Un minuscolo cristallo di hibonite blu proveniente dal meteorite Murchison. Crediti: Andy Davis, University of Chicago
I minerali che Heck e i suoi colleghi hanno osservato sono microscopici cristalli blu chiamati hibonite: la loro composizione reca segni distintivi delle reazioni chimiche possibili solo in presenza di un Sole fortemente attivo per ciò che riguarda l’emissione di particelle energetiche.
«Questi cristalli si sono formati oltre 4,5 miliardi di anni fa e conservano la registrazione di alcuni dei primi eventi che hanno avuto luogo nel nostro Sistema Solare. E anche se sono così piccoli – molti hanno un diametro di meno di 100 micron – sono in grado di trattenere i gas nobili altamente volatili prodotti dall’irradiazione del giovane Sole», spiega l’autrice principale Levke Kööp, post-doc all’Università di Chicago e affiliata al Field Museum.
Nei suoi primi giorni, prima che si formassero i pianeti, il Sistema Solare era costituito da un enorme disco di gas e polvere che spiraleggiava attorno al Sole. La regione più vicina alla nostra stella era molto calda, con temperature che superavano i 1.500 °C. Quando il disco protoplanetario iniziò a raffreddarsi, si formarono i primi minerali, tra cui i cristalli di hibonite blu, che contengono calcio e l’alluminio. Proprio questi atomi, sottoposti al bombardamento di particelle energetiche provenienti dal giovane Sole, si sono divisi in atomi più piccoli, neon ed elio. Questi gas nobili sono rimasti intrappolati all’interno dei cristalli per miliardi di anni. I cristalli di hibonite sono poi stati incorporati in rocce spaziali che alla fine caddero sulla Terra come meteoriti.
Levke Kööp, l’autrice principale, in laboratorio. Crediti: Field Museum
I ricercatori, nel tempo, hanno esaminato più volte le meteoriti alla ricerca dei segni di un giovane Sole attivo, ma senza trovare nulla. Però Kööp osserva: «Se gli scienziati non li hanno visti in passato, non significa che non fossero lì! Potrebbe semplicemente indicare che non avessero strumenti abbastanza sensibili per trovarli». E infatti lo strumento utilizzato da Kööp, Heck e colleghi ha fatto la differenza: un enorme spettrometro di massa all’avanguardia, in grado di rilevare l’elio e il neon rilasciati da un grano di hibonite colpito da un laser. «Abbiamo ottenuto un segnale sorprendentemente chiaro, che mostra la presenza di elio e neon: è stato sorprendente» afferma Kööp.
Il rilevamento di elio e neon fornisce la prima prova concreta dell’attività precoce del Sole, ma non solo: diversamente da altri indizi della forte attività del giovane Sole rispetto a oggi, la composizione dei cristalli di hibonite non consente altre buone spiegazioni. «È sempre bello vedere un risultato che può essere interpretato chiaramente. Più semplice è una spiegazione, maggiore è la fiducia che abbiamo in essa», dichiara Heck, e conclude: «Ciò che ritengo eccitante è che questo ci parla delle condizioni nel Sistema Solare primitivo e, infine, conferma un sospetto di vecchia data. Se comprendiamo meglio il passato, acquisiremo una migliore comprensione della fisica e della chimica del nostro mondo».
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SOGNANDO MARTE… Tra passato, futuro
e la meraviglia dell’osservazione del cielo!
È onlineCoelum Astronomia di luglio e agosto Come sempre in formatodigitale e gratuito.
Le fasi della Luna in agosto, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Dopo aver chiuso il mese di luglio in fase di 18,8 giorni, sarà in Ultimo Quarto alle 20:18 del 4 agosto, proseguendo poi la Fase Calante fino al Novilunio del giorno 11 alle 11:58. Ripresa la Fase Crescente, avremo il Primo Quarto alle 09:49 del giorno 18 mentre il Plenilunio verrà raggiunto alle 13:56 del 26 agosto col nostro satellite ancora abbondantemente sotto l’orizzonte, a –57°.
Infine agosto terminerà con la Luna che l’ultima sera del mese, in fase di 20 giorni, sorgerà alle 22:38 preceduta dal pianeta Urano (separazione di 8°) fra le stelle della Balena.
Nella serata del 18 agosto, dopo le 21:00, col nostro satellite in fase di 7,38 giorni (Colong. 359,1°; frazione illuminata 54,9%), il punto di massima Librazione verrà a trovarsi nel settore sudest, lungo il bordo lunare in prossimità del margine settentrionale del mare Australe. Se le condizioni meteo saranno favorevoli, unitamente a un seeing almeno decente, dovrebbe essere possibile osservare una porzione della superficie lunare sul confine con l’altro emisfero, nella zona dei crateri Jenner (diametro 71 km) e Lamb (diametro 106 km).
19 e 20 agosto. Il Cratere Deslandres
La seconda proposta ci porterà nell’angolo sudest del mare Nubium dove nelle serate del 19 e 20 agosto andremo a osservare il notevole e variegato cratere Deslandres di circa 240 km di diametro. Anche in questo caso si è optato per le due serate consecutive, in quanto la visibilità delle strutture superficiali sarà in relazione al transito del terminatore lunare, con la possibilità di percepire anche i più fini dettagli al variare dell’illuminazione solare.
L’appuntamento per l’ultima proposta estiva è per le serate del 23 e 24 agosto, nel settore nordoccidentale dell’oceanus Procellarum, dove il nostro target sarà il Mons Rumker, un notevole rilievo montuoso con diametro di 70 km di origine vulcanica isolato in questa sterminata pianura.
➜ La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione! Su Coelum Astronomia n. 211
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
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10.08, ore 21:30: Calici di stelle al castello di Montarrenti. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Calici di stelle”.Osservatorio aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata in particolare alle meteore dello sciame delle Perseidi, anche se sarà possibile osservare altri oggetti del cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria.
Il Cielo del Mese. Ogni primo giovedì del mese, ritrovo a Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli”. In caso di tempo incerto verificare al numero 3388861549 (Davide Scutumella). 04.08, ore 21:30: Il Cielo di Agosto.
Il cielo al castello di Montarrenti. Serate osservative ogni secondo e quarto venerdì del mese. Prenotazione obbligatoria. 24.08, ore 21:30: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Marte e Saturno.
Per le prenotazioni: tramite il sito oppure inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) o un sms al 3482650891 (Giorgio).
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 31 Luglio > 00:00; 15 Agosto > 23:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Da metà agosto, Andromeda e il quadrato di Pegaso saranno già molto alti verso sudest, mentre a ovest, sempre più basso, si preparerà a salutarci il Boote con la brillante Arturo. A fine agosto, già prima della mezzanotte, si potrà assistere al sorgere delle “sette sorelle”, le Pleiadi.
Negli ultimi giorni di agosto, la nostra stella nel passare al meridiano raggiungerà (alla latitudine di 42° N) un’altezza dall’orizzonte di poco superiore ai +56°, contro i +70° di metà luglio. Ciò si tradurrà in un sostanzioso aumento delle ore utili all’osservazione degli oggetti del cielo profondo, così che se a fine luglio la notte astronomica aveva una durata di sole 5 ore e tre quarti, a fine agosto si arriverà alle 7 ore e mezza.
COSA OFFRE IL CIELO
Prosegue anche in agosto la condizione di ottima osservabilità serale di Venere, nonostante la sua altezza stia visibilmente calando.
Giove, invertito il moto, ricomincerà il suo avvicinamento a Zubenelgenubi, la stella alfa della Bilancia, dove lo troveremo nella prima parte della notte. Sarà come tornare ai primi di giugno… Saturno anche lui presente, seppure in diminuzione di luminosità. Ricordiamo che il campo stellare in cui si trova è davvero molto suggestivo e si potrebbero tentare delle riprese che abbraccino il pianeta e le vicine nebulose Laguna (M 8) e Trifida (M 20): Saturno si troverà a circa 2° a nordest di esse.
Il mese rimane comunque all’insegna di Marte, il pianeta che sta dominando questa nostra estate 2018, con una Grande Opposizione che ce lo mostra come lo rivedremo solo nel 2035. La tempesta di sabbia non è ancora passata ma non sta fermando chi si dedica all’alta risoluzione. Dopo aver raggiunto l’opposizione lo scorso 27 luglio, continueremo a vederlo brillante di luce arancione, la sera ancora per tutto agosto, basso sull’orizzonte sudest.
Ma l’evento che riempirà le bacheche della prima metà del mese sarà, come ogni anno, il passaggio dello sciame delle Perseidi.
LE PERSEIDI: le “stelle cadenti” nel 2018
Come negli anni precedenti, nemmeno l’appuntamento con le Perseidi del 2018 promette uno spettacolo fuori dal comune: non c’è da aspettarsi una vera e propria “pioggia” di meteore (come è avvenuto altre volte in passato), ma lo sfuggente spettacolo offerto anche da poche “stelle cadenti”, magari brillanti e colorate, è di sicuro effetto e in grado di suscitare forti emozioni e di lasciare nella memoria ricordi indelebili.
Il picco di massima attività di quest’anno si avrà nella notte tra il 12 e il 13 agosto, a partire dalle ore 22:00, anche se occasionali meteore appartenenti allo sciame potranno essere avvistate in tutta la prima parte del mese.
Le attese sono per uno ZHR (Zenithal Hourly Rate, Tasso Orario Zenitale) pari a 110 (un po’ meglio rispetto all’anno scorso), ossia si prevede una quantità di meteore pari a 110 ogni ora. Alcune previsioni parlano della possibilità di incontrare un “filamento di Perseidi”, una concentrazione che potrebbe portare a un intensificarsi dell’attività proprio il 12 agosto: sarà tutto da verificare ma aspettiamo i vostri eventuali report osservativi!
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E ancora…
➜ Leggi la rubrica di Giuseppe Petricca sui principali passaggi della ISS ad agosto
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27 luglio
Una Notte in Rosso
La notte della Luna Rossa accompagnata dal Pianeta Rosso al suo meglio!
Ormai lo sapete, venerdì sera, 27 luglio, la Luna sorgerà eclissata, in una lunghissima eclisse totale. Assumerà una colorazione rossastra per poco più di un’ora e quaranta minuti, prima di uscire lentamente dall’ombra della nostra Terra. Trovate tutti i dettagli per l’osservazione su:
E in tutto questo la Luna non sarà sola, ma accompagnata da Marte, in quella che sarà una delle migliori opposizioni come non vedevamo dal 2003 (e non vedremo fino al 2035!). E ce lo racconta bene, con tanti dettagli, Gabriele Marini su:
E quindi? Cosa significa? Che, come vi sarete già accorti da soli vedendolo brillare sull’orizzonte sudest di luce inconfondibilmente arrossata, il Pianeta Rosso sta diventando sempre più luminoso e grande all’osservazione al telescopio ma anche a occhio nudo.
Il giorno 27 raggiungerà l’opposizione geometrica rispetto al Sole (e quindi il massimo dell’illuminazione), mentre il giorno 31 sarà nel punto della sua orbita più vicino alla Terra (e quindi con il diametro angolare più grande).
Insomma, non una qualsiasi congiunzione… il 27 sera vedremo Marte bello come non mai ea soli 4° dalla Luna Rossa!
Non mancheranno come sempre in queste sere, Saturno e Giove poco più in là, ancora alti in cielo.
Un’occasione da non perdere!
Dove osservarla?
Basta alzare gli occhi al cielo, ovviamente, anche dal centro città! A patto di avere l’orizzonte sudest libero, perchè i due non si alzeranno molto dall’orizzonte, sorgendo all’inizio dell’eclissi e raggiungendo al massimo i 15/20° verso la fine. Ma sono tanti gli eventi organizzati in tutta Italia da appassionati, associazioni e Osservatori, e trovare un buon posto suggestivo per osservarla e riprenderla, o con la possibilità di usare dei telescopi è senz’altro il modo migliore!
Su www.coelum.com potrete invece vedere in diretta web le immagini dell’Eclissi Totale di Luna ripresa dall’Osservatorio Astronomico della Montagna Pistoiese, organizzata dal GAMP, Gruppo Astrofili Montagna Pistoiese
(Cliccando sull’immagine qui a destra il link diretto alla pagina Youtube).
Consigli per la ripresa!
Per chi invece si dedica all’astrofotografia, i consigli sono tanti! Dall’ultima rubrica di Giorgia Hofer, dedicata appunto all’evento (e le sue tante rubriche per riprendere la congiunzione nel paesaggio), a una serie di consigli di Daniele Gasparri pubblicati in occasione dell’Eclisse di Luna precedente:
Vi abbiamo dato tanti spunti e tanti link per approfondire, conoscere e vivere al meglio i tre eventi (Eclisse totale di Luna, Grande Opposizione di Marte e congiunzione tra Luna e Marte) che per una più che rara coincidenza avverranno nello stesso giorno, tingendo di rosso-arancione la nostra serata.
Sull’ultimo numero di Coelum Astronomia (a lettura gratuita, basta cliccare sulla copertina qui sotto) trovate tanti altri articoli davvero interessanti sul sogno marziano, dalla storia del passato alle sfide del prossimo futuro.
Poi… toccherà a voi, se vorrete,raccontarci la vostra esperienza inviandola a: ➜segreteria[@]coelum.com
o condividere con noi e i nostri lettori le vostre immagini caricandole su:
Questa rappresentazione artistica mostra il cammino della stella S2 nel suo passaggio ravvicinato intorno al buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea. Avvicinandosi al buco nero, il campo gravitazionale intensissimo provoca un cambiamento del colore della stella, che tende verso il rosso, un effetto previsto dalla teoria della relatività generale di Einstein. In questo grafico l'effetto di colore e la dimensione dell'oggetto sono esagerati per miglior chiarezza. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Questa rappresentazione artistica mostra il cammino della stella S2 nel suo passaggio ravvicinato intorno al buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea. Avvicinandosi al buco nero, il campo gravitazionale intensissimo provoca un cambiamento del colore della stella, che tende verso il rosso, un effetto previsto dalla teoria della relatività generale di Einstein. In questo grafico l’effetto di colore e la dimensione dell’oggetto sono esagerati per miglior chiarezza. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Oscurato da spesse nubi di polvere opaca, il buco nero supermassiccio più vicino alla Terra si trova a circa 26 000 anni luce da noi, nel cuore della Via Lattea. Questo mostro gravitazionale, con una massa di quattro milioni di volte quella del Sole, è circondato da un piccolo gruppo di stelle che gli orbitano intorno ad alta velocità. Questo ambiente estremo – il campo gravitazionale più forte nella nostra Galassia – è il luogo ideale per esplorare la fisica gravitazionale e in particolare per verificare la teoria della relatività generale di Einstein.
Nuove osservazioni nella banda dell’infrarosso, ottenute con gli strumenti di squisita sensibilità GRAVITY, SINFONI e NACO installati sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO hanno consentito finalmente di seguire una di queste stelle, nota come S2, mentre passava molto vicino al buco nero, nel maggio 2018. Nel punto piu vicino questa stella si trovava a una distanza di meno di 20 miliardi di chilometri dal buco nero e si muoveva a una velocità superiore ai 25 milioni di chilometri all’ora – quasi il tre percento della velocità della luce.
S2 infatti orbita attorno al buco nero ogni 16 anni, in un’orbita molto eccentrica che la porta entro venti miliardi di chilometri – 120 volte la distanza tra la Terra e il Sole, o circa quattro volte la distanza dal Sole a Nettuno – nel suo approccio più vicino al buco nero (questa distanza corrisponde a circa 1500 volte il raggio di Schwarzschild del buco nero stesso).
La stella impiega 16 anni per completare un’orbita ed è passata molto vicina al buco nero nel maggio 2018. Si noti che le dimensioni del buco nero e della stella non sono in scala. Crediti: ESO/MPE/GRAVITY Collaboration
L’equipe ha confrontato le misure di posizione e velocità ottenute rispettivamente da GRAVITY e da SINIFONI, insieme alla precedenti osservazioni di S2 ottenute da altri strumenti, con le previsioni della gravità newtoniana, della relatività generale e di altre teorie della gravità. I nuovi risultati sono inconsistenti con le previsioni della meccanica newtoniana, mentre sono in eccellente accordo con le previsioni della relatività generale.
Queste misure molto precise sono state realizzate da un’equipe internazionale con a capo Reinhard Genzel dell’MPE (Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics) di Garching (Germania) insieme a collaboratori sparsi nel mondo: dall’Osservatorio di Parigi – PSL, all’Università di Grenoble Alpes, al CNRS, al Max Planck Institute for Astronomy, all’Università di Colonia, all’istituto portoghese CENTRA – Centro de Astrofisica e Gravitação e infine all’ESO. Queste osservazioni sono il culmine di una serie di misure sempre più precise del centro della Via Lattea ottenute con gli strumenti dell’ESO. Le osservazioni del centro della Via Lattea, infatti, devono essere effettuate a lunghezze d’onda più lunghe (in questo caso in luce infrarossa) poiché le nubi di polvere tra la Terra e la regione centrale assorbono fortemente la luce visibile.
«È la seconda volta che osserviamo il passaggio ravvicinato di S2 intorno al buco nero al centro della nostra Galassia. Ma questa volta, grazie all’avanzamento tecnologico degli strumenti disponibili, siamo stati in grado di osservare la stella con una risoluzione senza precedenti,» spiega Genzel. «Ci siamo preparati intensamente a questo evento, per molti anni, poichè volevamo sfruttare al massimo questa opportunità unica di osservare gli effetti della relatività generale».
Le nuove misure rivelano chiaramente un effetto noto come redshift gravitazionale. La luce della stella viene allungata a lunghezze d’onda maggiori dal campo gravitazionale intensissimo del buco nero. E i cambiamenti osservati nella lunghezza d’onda della luce di S2 sono in perfetto accordo con quanto previsto dalla teoria della relatività generale di Einstein. È la prima volta che questa deviazione dalle previsioni della teoria di gravità newtoniama, più semplice, è stata osservata nel moto di una stella intorno a un buco nero supermassiccio.
Lo strumento GRAVITY nell’Interferometro VLT ha tracciato il movimento della stella S2 quando ha effettuato un passaggio molto ravvicinato al buco nero al centro della Via Lattea.Questa immagine mostra la stella e il buco nero poco prima del loro approccio più vicino nel maggio 2018. Crediti: ESO/GALAXY Collaboration
L’equipe ha usato SINFONI per misurare la velocità di S2 in avvicinamento e in allontanamento dalla Terra, lo strumento GRAVITY sull’interferometro del VLT (VLTI) per misure estremamente precise della posizione continuamente mutevole di S2 per definire la forma esatta dell’orbita. GRAVITY crea immagini così nitide che si può evidenziare lo spostamento della stella da una notte all’altra, mentre passa vicino al buco nero – a 26 000 anni luce da Terra.
«La nostra prima osservazione di S2 con GRAVITY, circa due anni fa, ha mostrato subito che questo sarebbe stato un laboratorio ideale per i buchi neri,» aggiunge Frank Eisenhauer (MPE), Ricercatore Responsabile di GRAVITY e dello spettrografo SINFONI. «Durante il passaggio ravvicinato avremmo persino potuto rivelare il debole bagliore intorno al buco nero nella maggior parte delle immagini, il che ci avrebbe permesso di seguire con precisione il cammino della stella nella sua orbita, per giungere alla fine alla detezione del redshfit gravitazionale nello spettro di S2».
Questa simulazione mostra le orbite delle stelle molto vicine al buco nero supermassiccio nel cuore della Via Lattea.Una di queste stelle, denominata S2, orbita ogni 16 anni ed è passata molto vicino al buco nero nel maggio 2018. Questo è un laboratorio perfetto per testare la fisica gravitazionale e in particolare la teoria della relatività generale di Einstein. Crediti: ESO/L. Calçada/spaceengine.org
Più di un centinaio di anni dopo la pubblicazione dell’articolo che descrive le equazioni della relatività generale, Einstein ha di nuovo ragione – in un laboratorio estremo come mai avrebbe potuto immaginare!
Françoise Delplancke, a capo del Dipartimento di Ingegneria dei Sistemi dell’ESO, spiega l’importanza delle osservazioni: «Nel Sistema Solare possiamo mettere alla prova le leggi fisiche in questo momento e sotto particolari circostanze. È perciò fondamentale in astronomia verificare che queste leggi siano sempre valide laddove i campi gravitazionali sono molto più intensi».
Le osservazioni continuano e si prevede di rivelare presto un altro effetto relativistico – una piccola rotazione dell’orbita della stella, nota comeprecessione di Schwarzschild– a mano a mano che S2 si allontana dal buco nero.
Xavier Barcons, Direttore Generale dell’ESO, conclude: «L‘ESO ha lavorato in collaborazione con Reinhard Genzel e il suo gruppo e altri colleghi negli Stati Membri dell’ESO per più di un quarto di secolo. È stato un compito arduo sviluppare gli strumenti unici e potenti necessari per effettuare queste misure delicatissime e per installarli al VLT in Paranal. La scoperta annunciata oggi è il risultato entusiasmante di uno straordinario sodalizio».
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SOGNANDO MARTE… Tra passato, futuro
e la meraviglia dell’osservazione del cielo!
Impressione artistica del veicolo spaziale Mars Express che sonda l’emisfero sud di Marte, sovrapposto a una sezione radar dei depositi stratificati polari meridionali. La sezione del radar è stata inclinata di 90°. La linea bianca più a sinistra è l’eco del radar di superficie, mentre le macchie blu chiaro lungo l’eco radar basale evidenziano aree di riflettività molto alta, interpretate come dovute alla presenza di acqua. Crediti: Esa, Inaf. Elaborazione grafica di Davide Coero Borga – Media Inaf
Impressione artistica del veicolo spaziale Mars Express che sonda l’emisfero sud di Marte, sovrapposto a una sezione radar dei depositi stratificati polari meridionali. La sezione del radar è stata inclinata di 90°. La linea bianca più a sinistra è l’eco del radar di superficie, mentre le macchie blu chiaro lungo l’eco radar basale evidenziano aree di riflettività molto alta, interpretate come dovute alla presenza di acqua. Crediti: Esa, Inaf. Elaborazione grafica di Davide Coero Borga – Media Inaf
Acqua su Marte: liquida e salata. Sono queste le prime conclusioni delle indagini compiute con il radar italiano Marsis (da Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding), a bordo della sonda europea Mars Express, pubblicate oggi su Science. Allo studio, guidato da Roberto Orosei dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), hanno partecipato scienziati e scienziate appartenenti all’Inaf e ad altri centri di ricerca e università italiane: l’Agenzia spaziale italiana (Asi), l’Università degli studi Roma Tre, l’Università D’Annunzio Chieti-Pescara, il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e Sapienza Università di Roma. I risultati, per la prima volta, confermano che sotto la superficie di Marte c’è acqua allo stato liquido. Probabilmente acqua è salata, visto che Marsis ha individuato il bacino a 1.5 km di profondità, dove la temperatura è sicuramente ben al di sotto di 0 °C. I sali, probabilmente simili quelli che la sonda Nasa Phoenix ha trovato nel ghiaccio della zona circumpolare nord, agiscono da “antigelo”, aiutando a mantenere l’acqua allo stato liquido nonostante la temperatura. Acqua, sali, rocce e protezione dalla radiazione cosmica sono ingredienti che potrebbero far pensare anche a una nicchia biologica. I ricercatori sono convinti che potrebbero esserci altre zone con condizioni favorevoli alla presenza di acqua in profondità su Marte e ora, messo a punto il metodo di analisi, potranno continuare a investigare.
Grazie alla sonda Viking della Nasa, dal 1976 è diventato evidente il fatto che la superficie di Marte fosse un tempo coperta da mari, laghi e fiumi e le successive missioni hanno confermato sempre più tale presenza.
Roberto Orosei (Inaf), primo autore dello studio
«Il grande dilemma era quindi quello di stabilire dove fosse finita tutta quell’acqua», dice Orosei, primo autore dell’articolo. «Buona parte di questa è stata portata via dal vento solare, che spazzò quella che mano a mano si vaporizzava dalla superficie degli specchi d’acqua. Un’altra significativa porzione è depositata sotto forma di ghiaccio nelle calotte, soprattutto quella nord, e negli strati prossimi alla superficie o è legata al terreno nel permafrost. Ma una parte doveva essere rimasta intrappolata nelle profondità e potrebbe ancora trovarsi allo stato liquido». Questo era ciò che si ipotizzava a metà degli anni ’90, quando la missione Mars Express fu annunciata dall’Agenzia spaziale europea (Esa), e l’Asi propose di adottare un radar a bassa frequenza per investigare il sottosuolo a grande profondità. Il radar fu ideato e proposto da Giovanni Picardi di Sapienza Università di Roma, la sua realizzazione fu gestita dall’Asi e affidata alla Thales Alenia Space – Italia e il lancio avvenne il 2 giugno 2003.
Impressione artistica del veicolo spaziale Mars Express che sonda l’emisfero sud di Marte, sovrapposto a un mosaico di colori di una porzione di Planum Australe. L’area di studio è evidenziata utilizzando un mosaico di immagini THEMIS IR. La potenza del segnale dell’eco proveniente dal sottosuolo è codificata per colore e il blu intenso corrisponde ai riflessi più forti, che sono interpretati come causati dalla presenza di acqua. Crediti: USGS Astrogeology Science Center, Arizona State University, Esa, Inaf. Elaborazione grafica di Davide Coero Borga – Media Inaf
Marsis è un radar sounder, ovvero un radar che opera a frequenze tra 1.5 e 5 MHz in grado di penetrare nel terreno marziano fino a 4 o 5 km di profondità, a seconda delle caratteristiche geofisiche degli strati profondi, ma anche di misurare con accuratezza lo stato e le variazioni della ionosfera marziana. «Era uno strumento di concezione innovativa, completamente diverso dall’unico lontano precursore volato un quarto di secolo prima sull’ultima missione Apollo, estremamente promettente di cui si doveva non solo sviluppare l’elettronica, ma anche il modo di elaborarne i dati. Un contributo importante venne dai colleghi del Jpl della Nasa e dell’Università dell’Iowa», ricorda Enrico Flamini, chief scientist di Asi. Questi ultimi erano principalmente interessati alla misura della ionosfera marziana, mentre il Jpl curò lo sviluppo presso l’industria americana dell’antenna, due leggerissimi tubi di kevlar lunghi 20 metri ognuno che, per poter essere montati a bordo ed essere lanciati con il satellite, dovevano essere ripiegati in una scatola di poco più di un metro di lunghezza.
Marsis, grazie alla sua capacità di penetrare all’interno della crosta marziana, è l’unico strumento in grado di risolvere il dilemma e trovare l’acqua liquida in profondità. Per più di 12 anni il radar ha sondato le calotte polari del Pianeta rosso in cerca di indizi di acqua liquida. Qualche eco radar insolitamente forte era già stata osservata dai ricercatori del team di Marsis nel corso degli anni, ma senza ottenere mai una evidenza sperimentale certa della presenza di acqua allo stato liquido. Il gruppo di scienziati che firma l’articolo oggi in pubblicazione su Science, ha studiato per alcuni anni la regione del Planum Australe con Marsis. In particolare, i ricercatori hanno elaborato e analizzato i dati acquisiti su questa regione tra il maggio 2012 ed il dicembre 2015. I profili radar, ottenuti da orbite diverse, che talvolta si incrociavano tra di loro, ed acquisite in diversi periodi dell’anno marziano quando nelle regioni polari sud si depositano sottili strati di ghiaccio di anidride carbonica, hanno mostrato caratteristiche peculiari e hanno permesso di identificare una area di circa 20 km quadrati (centrata a 193°E e 81°S) nella quale la sottosuperficie è molto riflettente, al contrario delle aree circostanti.
La parte più complessa del lavoro è stata l’analisi quantitativa dei segnali radar per arrivare a determinare la costante dielettrica dello strato riflettente e identificarne, quindi, la natura. Questa parte del lavoro è durata quasi 4 anni, ma il gruppo è riuscito a determinare che la permittività dielettrica dell’area altamente riflettente è maggiore di 15, perfettamente in accordo con la presenza di materiali che contengono notevoli quantità di acqua liquida. «Questi risultati indicano che ci troviamo probabilmente in presenza di un lago subglaciale», conclude Elena Pettinelli dell’Università Roma Tre, «simile ai laghi presenti al di sotto dei ghiacci antartici, relativamente esteso e con una profondità certamente superiore alla possibilità di penetrazione delle frequenze usate da Marsis. In alternativa potrebbe trattarsi di un acquifero profondo nel quale l’acqua liquida riempie i pori e le fratture della roccia. Non siamo attualmente in grado di stimare con precisione la profondità del lago, ovvero dove si trova il fondo del lago o la base dell’acquifero, ma possiamo senza dubbio affermare che sia come minimo dell’ordine di qualche metro».
L’immagine mostra l’eclisse totale del 15 giugno 2011: una straordinaria interpretazione del fenomeno, in cui la Luna abbrunata si confonde con le nubi stellari della Via Lattea. Chi vuole provare a realizzare uno scatto simile anche quest’anno? Ricordiamo che lì vicino ci sarà anche Marte proprio durante la sua Grande Opposizione! Crediti fotografia: Amirreza Kamkar.
Prepariamoci quindi per la sera del 27 luglio quando osserveremo la colorazione rossa che assumerà la Luna, per effetto della rifrazione della luce solare che attraversa l’atmosfera della Terra, e col pianeta Marte separato dal nostro satellite da soli 4° con la sua consueta colorazione rossastra, ancora più accentuata dalle particolari condizioni osservative.
Pertanto assisteremo a un evento astronomico veramente eccezionale perfettamente visibile, oltre che in Italia, anche nel resto d’Europa, Sud America, Australia, Africa e nel Continente Asiatico, che non potrà non richiamare l’attenzione di molti appassionati ma anche di semplici osservatori del cielo.
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Gli orari dell’evento
La Luna sorgerà alle 20:44 mentre l’eclissi avrà inizio alle 19:13 (ora legale), quando il nostro satellite si troverà ancora a -15° sotto l’orizzonte, con inizio della fase parziale alle 20:24 (Luna a -3°4′).
La totalità inizierà alle 21:29 (Luna a +6°) raggiungendo il massimo alle 22:21 (Luna a +12°45′) con fine dell’Eclisse Totale alle 23:13 (Luna +18°) con la notevole durata di 01:44 della fase massima, a cui seguirà il termine della fase di Penombra alle 01:30, quando il nostro satellite si appresterà a transitare sul meridiano a un’altezza di +25°.
Come sempre i dettagli sono per un’osservatore posto in Centro Italia (42°N – 12°E), gli orari delle varie fase dell’Eclisse non varieranno in maniera significativa, ma l’altezza della Luna si, al Nord (latitudine di Milano) la si vedrà circa 4° più bassa (e sorgerà quindi un po’ dopo) mentre al sud (latitudine Palermo) circa 4° più alta (sorgendo quindi un po’ prima). Per le circostanze esatte consultare un softare planetario o un sito per le effemeridi impostando la propria località di osservazione.
Non dimenticate poi di consultare le pagine dedicare agli eventi di gruppi e associazioni astrofile, perché sono tante le serate osservative organizzate in tutta Italia! Ne troverete molte segnalate (nei prossimi giorni) tra i nostri eventi onlinee già adesso nelle pagine degli appuntamenti(da p. 238 a p. 249 con la locandina dell’evento della Società Astronomica Pugliese).
Marte in Grande Opposizione
Ma la Luna non sarà da sola durante questa Eclisse, a soli 4° a sudovest, potremo osservare brillantissimo di luce rossastra il pianeta Marte, che in queste settimane si mostra al suo meglio in una Grande Opposizione. All’evento abbiamo dato ampio spazio sia dal punto di vista osservativo che storico che… futuro, con un bell’articolo sulle sfide ancora da affrontare, e superare, per l’esplorazione umana del Pianeta Rosso, e del Sistema solare…
La mappa mostra l’aspetto del cielo alle ore 22:30 del 31 luglio, giorno del massimo avvicinamento di Marte alla Terra. In quei giorni il Pianeta Rosso dimorerà tra le stelle del Capricorno, nella regione al confine con il Sagittario. Il 27 luglio, giorno dell’Opposizione geometrica, la Luna eclissata si troverà circa 4° in alto a sinistra (a nordest) rispetto al pianeta. Sarà un’occasione davvero speciale e imperdibile! Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Tutti i primi lunedì del mese: UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI
Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi
http://telescopioremoto.uai.it
Le campagne nazionali UAI
27 luglio La notte della Luna & del Pianeta Rosso!
La notte più ricca di eventi astronomici dell’anno: in prima serata l’eclisse totale di Luna, in congiunzione con il pianeta Marte all’opposizione. La Luna Rossa incontra il Pianeta Rosso! Un evento che il pubblico potrà seguire in occasione delle innumerevoli serate osservative organizzate dalle associazioni di astrofili su tutto il territorio nazionale
http://divulgazione.uai.it
10-12 agosto Le Notti delle Stelle
Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vino e dall’Associazione Nazionale Città del Vino.
http://divulgazione.uai.it
Tutti i martedì sera, dalle 21:00 alle 23:00, presso l’Osservatorio Astronomico “G. Beltrame” in Via S. Giustina 127 ad Arcugnano (VI): Osservazione pubblica del cielo.
L’osservatorio sarà aperto al pubblico. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare. Durante le aperture al pubblico verranno effettuate anche delle mini conferenze e dei mini corsi i cui contenuti saranno pubblicati di volta in volta sui vari canali social del nostro gruppo e sul Giornale di Vicenza. L’apertura avrà luogo con qualsiasi tempo.
27.07, dalle ore 21:00: La notte della luna rossa – Star Party del Gruppo Astrofili Vicentini “G. Abetti”
Osserveremo l’ECLISSI TOTALE DI LUNA e il tramonto e il sorgere dei pianeti. Per tutta la notte sarà disponibile un buffet gentilmente offerto dai soci. 11.08 dalle ore 21:00 alle 23:30: La notte delle stelle cadenti – Calici di stelle in Osservatorio
Osservazione del cielo dal piazzale del nostro Osservatorio, con i telescopi dei soci. Osserveremo in visuale le meteore, le cosiddette “stelle cadenti”. Durante la serata si potranno degustare ottimi calici di vino e spumante, gentilmente offerti dai soci. Astrorazzo all’Osservatorio Astrofisico di Asiago 28.08, dalle 9.30 alle 12:30 e dalle 14:40 alle 18:00. I ragazzi dai 6 ai 14 anni potranno costruire il proprio razzo dotato di endoreattore a propellente solido e lanciarlo in tutta sicurezza. I ragazzi devono essere accompagnati da un genitore. Prenotazione obbligatoria entro il 31 luglio, i posti sono limitati.
Info prenotazioni e costi: visite.asiago@oapd.inaf.it. SIT (sportello informazioni turstiche): 0424 462221. In caso di maltempo l’evento verrà rinviato a domenica 2 settembre.
La sera del 24 luglio, alle ore 22:00, guardando verso sud-sudest, vedremo l’incontro tra la Luna (fase del 92%) e il pianeta Saturno (mag. +0,3). La congiunzione, con una separazione di circa 3,2°, avverrà tra le stelle del Sagittario, che risulteranno però annegate nel forte bagliore lunare.
Sarà possibile seguire la congiunzione per tutta la notte. Il giorno seguente, il 25 luglio, potremo continuare ad ammirare la stessa congiunzione, con la Luna (fase 97%) che però avrà già sorpassato il pianeta e sarà posta a circa 7° e mezzo a est di esso.
Poco più in là, basso sull’orizzonte sudest, sarà da poco sorto Marte, ormai al suo meglio vicino al giorno della sua Grande Opposizione, che lo vedrà in congiunzione con la Luna Rossa, la Luna in Eclisse Totale!
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Il 27 luglio prossimo vedremoun’eclissi totale di Luna, la più lunga del secolo: a partire dalle 21:30 circa di quella serata, essa sarà totalmente immersa nel cono d’ombra della terra per ben 103 minuti.
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La Luna Rossa
Durante la totalità, una parte dei raggi solari sfiora la superficie terrestre e, attraversando l’atmosfera, viene deviata fino a toccare la Luna, dandole un riflesso rossastro. Il colore è appunto dovuto al “filtraggio” dell’atmosfera: per un fenomeno legato alla rifrazione, la luce solare cede alcune componenti azzurre all’aria e resta quindi più ricca di rosso.
Il vero colore della Luna durante l’eclissi non è però predeterminabile (ad esempio, grandi o frequenti eruzioni vulcaniche che scaricano enormi quantità di cenere nell’atmosfera sono spesso seguite da eclissi molto scure e rosse per diversi anni), così, per poter dare un’idea qualitativa della colorazione, adotteremo una scala di luminosità L dell’eclissi a cinque gradini, detta scala di Danjon, dove L = 0 è un’eclissi molto scura, con Luna quasi invisibile, mentre L = 4 è un’eclissi rosso brillante o con sfumatura arancione, molto luminosa.
L’assegnazione di un valore “L” alle eclissi lunari si può fare a occhio nudo, con un binocolo o con un piccolo telescopio nei pressi della metà della totalità. È anche utile esaminare l’aspetto della Luna subito dopo l’inizio (anche se per l’Italia non sarà possibile) e prima della fine della totalità. Le Eclissi di Luna sono osservabili da qualunque punto della superficie terrestre dove la Luna sia sopra l’orizzonte ed interessano una vasta fascia del pianeta e quindi ci saranno zone dove l’Eclisse non sarà visibile (in questo caso, tutto il nord America e metà dell’Oceano Pacifico) e zone dove invece la totalità dell’eclissi sarà totalmente visibile, centrata in prossimità dell’isola de la Réunion.
La ripresa delle immagini dell’eclissi
L’obiettivo del “progetto Longitudine e parallasse” è di ottenere immagini dell’eclissi nei seguenti intervalli del fenomeno, da U1 (inizio della fase parziale secondo il grafico di Espenak) a U4 (fine della fase parziale).
L’inizio della fase parziale è ai minuti 24:29, partiamo quindi dal primo minuto tondo successivo:
Da U1 = 18h 25m TU (Tempo Universale, 20:25 ora italiana)
fino a U4 = 22h 19m TU (00:19 ora italiana)
Uno scatto ogni 2 minuti: 18h 25m; 18h 27m; ….; fino alle 22h 19m UT, variando il tempo di esposizione in modo opportuno.
Se si ha la possibilità di seguire l’intero fenomeno, da U1 a U4, il numero totale di immagini è 117, poiché però in Italia la Luna sorgerà poco dopo l’inizio della fase parziale:
NOTA IMPORTANTE (anche se ovvia…): Qualora la Luna, dalla propria postazione osservativa, risultasse troppo bassa, se non ancora sorta, per essere fotografata con successo, si dovrà attendere che essa salga opportunamente. Ciò che conta è che l’istante di ogni ripresa fotografica corrisponda all’inizio esatto del minuto indicato.Anche una ripresa parziale dell’eclissi (sempre che i tempi dello scatto siano quelli indicati sopra, minuti dispari) va bene per i nostri scopi!
I file immagini possono essere JPG, PNG e anche parzialmente elaborati (indicare se lo sono), e vanno inviati a
INVIATE LE VOSTRE IMMAGINI DELL’ECLISSI A: eanweb.astronomia.nova@gmail.com, tramite il servizio gratuito wetransfer
Ecco alcuni video che possono aiutare a comprendere il fenomeno:
Se non si dispone di un telescopio, si potrà utilizzare un teleobiettivo applicato a una reflex. Al limite, può andar bene anche un 200 mm: la Luna occuperà però solo poco più di un ventesimo della larghezza del formato 35mm (o del sensore di una reflex full frame). È senz’altro meglio un teleobiettivo 300 mmo più lungo, si riempirà una porzione maggiore del fotogramma. Il disco lunare riempirà interamente un fotogramma 35 mm solamente con un teleobiettivo (o un telescopio!) di 2000 mm di focale.
Ricordiamo che un tele 200 mm montato su una reflex con sensore APS-C ( tutte le reflex digitali di fascia bassa ) equivale a un 300 mm. Lo stesso 200 mm su una 4/3 (ad esempio, tutte le reflex Olympus) equivale a un 400 mm.
Una semplice formula ci dice che la dimensioneI(mm) dell’immagine della Luna in funzione della lunghezza focale F(mm) del sistema ottico, è data da:
I(mm)= F(mm)/109
Vediamo ora come procedere per le riprese:
Fondamentale: sincronizzare con estrema cura l’ora dell’orologio del sistema di ripresa (reflex, camera CCD, o altro) sul Tempo medio locale (quello indicato dal nostro orologio da polso, tolta l’eventuale ora legale, se si usa il TU deve essere segnalato!). Questa sarà l’ora di riferimento per i semplici calcoli necessari per il “progetto Longitudine”.
Impostare l’esposizione sulla modalità spot o, meglio ancora, impostare manualmente i parametri.
Se la reflex digitale dispone di modalità Live View, possiamo utilizzarla con la messa a fuoco manuale sul display LCD, sfruttando tutto l’ingrandimento possibile.
I tempi di esposizione corretti variano notevolmente nel corso delle diverse fasi dell’eclissi, essenzialmente in base allo stato del cielo, ma anche in relazione all’apertura e alla sensibilità ISO che abbiamo impostato. Sarà opportuno variare i parametri per trovare la combinazione migliore.
• Un utile punto di partenza per la Luna piena, con cielo sereno, senza velature, può essere un’impostazione di questo tipo: 1/250 f/16 a ISO 200, oppure 1/500 f/16 a ISO 400.
• Nelle fasi iniziali dell’eclissi possiamo provare 1/60 f/8 a ISO 200, oppure 1/125 f/8 a ISO 400
• Nelle fase di totalità: 4 secondi f/5,6 a ISO 200, oppure 2 secondi f/5,6 a ISO 400. Superare la soglia dei 4 secondi senza disporre di un sistema di inseguimento motorizzato in grado di sincronizzarsi sul moto luna (la Luna si sposta in cielo assai velocemente! ) porta a immagini mosse, quindi inaccettabili. Se invece la reflex è in parallelo ad un telescopio equatoriale, con inseguimento equatoriale motorizzato, possiamo anche allungare i tempi fino a 20 secondi ed oltre, se necessario.
INVIATE LE VOSTRE IMMAGINI DELL’ECLISSI A: eanweb.astronomia.nova@gmail.com, tramite il servizio gratuito wetransfer
Ripeteremo il procedimento di Peiresc e Gassendi, che descriviamo in un altro paragrafo. Una volta che si siano acquisite le immagini dell’eclissi, si procederà a un confronto dell’ombra dell’eclissi su mari e crateri, tra immagini ottenute da una località di riferimento nota, e gruppi di immagini che provengono da località ignote (agli studenti). Ogni immagine riporterà il tempo locale dello scatto, che trasformeremo in tempo siderale locale (sia per la località nota che per quelle ignote).
Si determina la posizione dell'ombra su di un cratere, in due immagni ottenute da località diverse. La differenza dei tempi sideralidarà la differenza di longitudine.
Quando l’ombra sarà esattamente su di uno stesso cratere o sul bordo di un mare, in entrambe le immagini in esame, allora per conoscere la differenza di longitudine tra le due località basterà fare la differenza dei tempi siderali locali, che trasformeremo in misura angolare: questa è la differenza di longitudine tra i due luoghi.
Il progetto prevede lezioni specifiche da impartire agli studenti :
– Meccanismi di formazione delle eclissi
– La longitudine geografica: un problema millenario
– Analisi delle immagini delle eclissi di Luna e determinazione delle differenze di longitudine.
Calcolo del tempo siderale locale (link ad alcuni siti utili):
Tre mosaici composti con i dati delle camere in luce visibile e infrarossa a bordo della Cassini, riprese durante tre flyby: nell'ottobre 2005, a sinistra; dicembre 2005, al centro; e gennaio 2006, a destra. Crediti: NASA/JPL/University of Arizona
Sei immagini a infrarossi della luna di Saturno, Titano, ci mostrano la sua superficie ghiacciata come mai l’avevamo vista, chiara, dettagliata e “globale”.
Le immagini sono state create utilizzando 13 anni di dati acquisiti dallo strumento Visual and Infrared Mapping Spectrometer (VIMS) a bordo della sonda Cassini, una missione che non smette di stupire nonostante l’attività della sonda si sia conclusa ormai da tempo.
Le precedenti mappe VIMS di Titano hanno sempre mostrato un’apia varietà di risoluzioni, diverse condizioni di illuminazione, dando quindi un’immagine non omogenea alle mappe globali, in cui si vedono le “cuciture” tra i vari pezzi assemblati per ottenere l’immagine intera della Luna, come possiamo vedere nell’immagine qui sotto.
Tre mosaici composti con i dati delle camere in luce visibile e infrarossa a bordo della Cassini, riprese durante tre flyby: nell’ottobre 2005, a sinistra; dicembre 2005, al centro; e gennaio 2006, a destra. Crediti: NASA/JPL/University of Arizona
Questa nuova raccolta di immagini invece ha combinato in modo fluido i dati provenienti da una moltitudine di osservazioni divrese realizzare da VIMS, con le più diverse condizioni di illuminazione e risoluzione, prese in tutto l’arco del corso della missione. Si è ottenuto così un risultato di gran lunga migliore alle precedendenti e ci permette di vedere come il globo di Titano potrebbe apparire a un’osservatore se non fosse presente la sua atmosfera nebbiosa. Difficilmente vedremo qualcosa di meglio nei prossimi anni.
Osservare la superficie di Titano nella regione visibile dello spettro non è possibile, proprio a causa della foschia che lo avvolge: piccole particelle, chiamate aerosol, nell’atmosfera superiore che diffondono fortemente la luce visibile.
Ma la superficie di Titan può essere più facilmente spiata grazie ad alcune “finestre” (chiamate proprio finestre atmosferiche) a infrarossi – lunghezze d’onda in cui lo scattering e l’assorbimento della luce sono molto più deboli. È qui che lo strumento VIMS ha permesso di superare la foschia per ottenere immagini nitide della superficie di Titan. Nella composizione qui sotto vediamo la differenza, tra un Titano ripreso in luce visibile e i nuovi mosaici VIMS.
I nuovi mosaci di Titano attorno alla luna ripresa in luce visibile. Crediti: NASA/JPL-Caltech/Stéphane Le Mouélic, University of Nantes, Virginia Pasek, University of Arizona
Come si può immaginare, comporre una così grande mole di dati diversi non è stato semplice. Per ottenere questi nuovi mosaici è stato necessario un lavoro certosino per combinare dati con diverse geometrie di osservazione e condizioni atmosferiche. Ma attraverso analisi laboriose e dettagliate, insieme a una lunga lavorazione manuale dei mosaici, le cuciture sono state praticamente tutte rimosse.
La tecnica utilizzata viene chiamata “band-ratio” (rapporto di banda), ed è una tecnica utilizzata spesso nelle immagini telemetriche per enfatizzare i colori ad esempio della vegetazione. Qualsiasi immagine a colori è composta da tre canali di colore: rosso, verde e blu. Combinando poi le riprese nelle varie lunghezze d’onda si ottiene l’immagine finale a colori. In questo caso, per ottenere ciascun canale, è stato considerato il rapporto tra la luminosità della superficie di Titano a due diverse lunghezze d’onda: 1,59/1,27 micron per il rosso, 2,03/1,27 micron per il verde e 1,27/1,08 micron per il blu. Questa tecnica aiuta a ridurre la visibilità delle cuciture, oltre a enfatizzare le sottili differenze spettrali dei diversi materiali che vediamo sulla superficie di Titano. Ad esempio, i campi di dune equatoriali della luna appaiono qui in un consistente color marrone, mentre aree bluastre e violace potrebbero essere aree arricchite di acqua ghiacciata (per una mappa con indicate le diverse zone di Titano vedere qui).
Che la superficie di Titano fosse complessa e con una miriade di caratteristiche geologiche e unità compositive lo sapevamo, ma lo strumento VIMS ha aperto la strada a futuri strumenti a infrarossi in grado di visualizzare la luna di Saturno a una risoluzione molto più elevata, rivelando caratteristiche non rilevabili da nessuno degli strumenti di Cassini.
Per ripercorrere la missione attraverso le straodinarie immagini, comprese quelle di Titano, che nei suoi 13 anni Cassini ci ha inviato, rileggi lospeciale dedicato su Coelum Astronomia 214
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Risorse online
La missione Cassini-Huygens sul sito del JPL e su quello della NASA
Il 29 luglio 2018 alle ore 18:00, presso il Centro Astronomico GAL Hassin, Isnello si terrà una conferenza di Corrado Lamberti: “L’eclisse totale di Sole del 2017 osservata dagli USA“. Ingresso gratuito
10.08, ore 21:30: Calici di stelle al castello di Montarrenti. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Calici di stelle”.Osservatorio aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata in particolare alle meteore dello sciame delle Perseidi, anche se sarà possibile osservare altri oggetti del cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria.
Il Cielo del Mese. Ogni primo giovedì del mese, ritrovo a Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli”. In caso di tempo incerto verificare al numero 3388861549 (Davide Scutumella). 04.08, ore 21:30: Il Cielo di Agosto.
Il cielo al castello di Montarrenti. Serate osservative ogni secondo e quarto venerdì del mese. Prenotazione obbligatoria. 13.07 e 27.07, ore 22:00: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Giove, Saturno e Marte. 24.08, ore 21:30: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Marte e Saturno.
Per le prenotazioni: tramite il sito oppure inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) o un sms al 3482650891 (Giorgio).
Questa straordinaria immagine del pianeta Nettuno è stata ottenuta durante la fase di verifica dell’ottica adattiva a campo stretto dello strumento MUSE/GALACSI installato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO. Crediti: ESO/P. Weilbacher (AIP)
Il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO ha visto la prima luce con una nuova modalità di ottica adattiva chiamata Tomografia LaserÈ e con questa ha ottenuto delle immagini di prova straordinariamente nitide del pianeta Nettuno, di alcuni ammassi di stelle e di altri oggetti. Il pionieristico strumento MUSE usato nella modalità a Campo Stretto, con il modulo di ottica adattiva GALACSI, può ora sfruttare questa nuova tecnica per correggere gli effetti della turbolenza a diverse altitudini nell’atmosfera. È possibile ora catturare, a lunghezze d’onda visibili, immagini da terra più nitide di quelle del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA. L’unione di squisita nitidezza e di capacità spettroscopiche di MUSE permetteranno agli astronomi di studiare le proprietà degli oggetti astronomici in dettaglio maggiore di quanto sia stato mai possibile finora.
Lo strumento MUSE (Multi Unit Spectroscopic Explorer) installato sul VLT (Very Large Telescopee) dell’ESO funziona con un modulo di ottica adattiva chiamato GALACSI, che sfrutta lo strumento 4LGSF (Laser Guide Stars Facility), un sosttosistema dell’AOF (Adaptive Optics Facility). AOF fornisce l’ottica adattiva agli strumenti montati sull’UT4, il quarto telescopio del VLT. MUSE è stato il primo strumento a usufruire di questa ottica e ora ha due diverse modalità di ottica adattiva: a campo largo (Wide Field Mode) o a campo stretto (Narrow Field Mode).
L’immagine a destra è ottenuta senza il modulo di ottica adattiva, mentre quella a sinistra dopo che il modulo è stato messo in funzione. Crediti: ESO/P. Weilbacher (AIP)
La modalità di MUSE a Campo Largo accoppiata con GALACSI in modalità “strato-al-suolo”(ground-layer in inglese) corregge gli effetti introdotti dalla turbolenza atmosferica fino a un chilometro sopra il telescopio per un campo di vista relativamente ampio. La nuova modalità a Campo Stretto, che usa la tomografia laser, corregge quasi tutta la turbolenza atmosferica sopra il telescopio per creare immagini molto più nitide, ma su una zona più piccola di cielo.
La turbolenza atmosferica, infatti, varia con l’altitudine: alcuni strati producono una maggior degradazione del fascio di luce proveniente dalla stella rispetto ad altri. La tecnica complessa di ottica adattiva nota come Tomografia Laser si prefigge di correggere soprattutto la turbolenza di questi strati più problematici. Vengono selezionati alcuni strati pre-definiti per la modalità Campo Stretto con MUSE/GALACSI: a 0 km (strato più vicino a terra, sempre un contributo importante), a 3, 9 e 14 km. L’algoritmo di correzione viene quindi ottimizzato su questri strati per permettere di ottenere una qualità dell’immagine quasi identica a quella di una stella guida naturale e che corrisponda ai limiti teorici del telescopio.
Sfruttando questa nuova tecnica, il telescopio da 8 metri UT4 raggiunge il limite teorico della risoluzione delle immagini e non è più limitato dalla sfocatura dell’atmosfera.
È difficilissimo raggiungere questo limite nella banda della luce visibile: si ottengono così immagini di nitidezza paragonabile a quelle del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA. Ciò permetterà agli astronomi di studiare con un dettaglio mai raggiunto prima oggetti affascinanti come i buchi neri supermassicci al centro delle galassie, i getti delle giovani stelle, gli ammassi globulari, le supernove, i pianeti e i lori satelliti nel Sistema Solare e molto altro ancora.
A confronto Nettuno, sulla sinistra, ripreso con il nuovo strumento dal VLT (Very Large Telescope) dell’ESO, a destra un’immagine ottenuta dal telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA. Si noti che le due immagini non sono contemporanee e perciò non mostrano strutture superficiali identiche. Crediti: ESO/P. Weilbacher (AIP)/NASA, ESA, and M.H. Wong and J. Tollefson (UC Berkeley)
L’ottica adattiva è una tecnica che serve per compensare l’effetto di sfocatura dovuto all’atmosfera terrestre, noto anche come “seeing” astronomico, un problema rilevante per tutti i telescopi da terra. La stessa turbolenza dell’atmosfera che fa scintillare le stelle quando le si guarda a occhio nudo produce immagini un pò sfocate dell’Universo, soprattutto con i telescopi più grandi. La luce delle stelle e delle galassie viene distorta passando attraverso gli strati della nostra atmosfera, che ci protegge, e gli astronomi devono usare delle tecniche ingegnose per migliorare artificialmente la qualità dell’immagine.
L’ammasso globulare NGC 6388. L’immagine a sinistra è ottenuta da MUSE in modalità Campo Largo, senza il sistema di ottica adattiva in funzione, mentre il pannello centrale mostra un ingrandimento di una piccola parte della stessa immagine. L’immagine a destra invece mostra la stessa porione dell’immagine centrale, ma nella veduta di MUSE in Campo Stretto quando viene accesa l’ottica adattiva. Crediti: ESO/S. Kammann (LJMU)
Per raggiungere questo scopo, sono stati installati quattro lasermolto luminosi sull’UT4: proiettano nel cielo colonne di luce intensa di colore arancione, di circa 30 centimetri di diametro, per stimolare gli atomi di sodio che si trovano in uno strato nell’alta atmosfera in modo da creare stelle guida artificiali (Laser Guide Star, in inglese). I sistemi di ottica adattiva usano la luce di queste “stelle” per determinare la turbolenza dell’atmosfera e calcolare le correzioni necessarie circa mille volte al secondo, e di conseguenza inviano istruzioni allo specchio secondario di UT4, sottile e deformabile, per modificarne costantemente la forma in modo da correggere le distorsioni nella luce che arriva.
MUSE non è il solo strumento che sfrutti il modulo di Ottica Adattiva AOF. Un diverso sistema di ottica adattiva, GRAAL, è già in funzione con la camera infrarossa HAWK-I. Tra qualche anno arriverà il nuovo, potente, ERIS. Tutti questi importanti sviluppi dell’ottica adattiva rendono ancora più potente la compagine dei telescopi dell’ESO, mettendo sempre più a fuoco l’Universo.
La nuova modalità, inoltre, è un passo avanti significativo per l’ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO, su cui sarà necessaria la Tomografia Laser per raggiungere gli scopi scientifici previsti. Questi risultati con AOF su UT4 aiuteranno tecnici e scienziati dell’ELT a installare una simile tecnologia per l’ottica adattiva sul gigantesco telescopio da 39 metri.
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SOGNANDO MARTE… Tra passato, futuro
e la meraviglia dell’osservazione del cielo!
L’immagine mostra la mappa delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo a microonde (Cmb) osservate dalla missione Planck dell’Esa. La Cmb rappresenta il più antico segnale elettromagnetico che possiamo captare nel nostro universo, prodotto quando l’universo stesso aveva appena 380mila anni. Questa immagine è stata realizzata con i dati della Planck Legacy release, ovvero quelli finali della missione, pubblicati a luglio del 2018. Crediti: Esa/Planck Collaboration
L’immagine mostra la mappa delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo a microonde (Cmb) osservate dalla missione Planck dell’Esa. La Cmb rappresenta il più antico segnale elettromagnetico che possiamo captare nel nostro universo, prodotto quando l’universo stesso aveva appena 380mila anni. Questa immagine è stata realizzata con i dati della Planck Legacy release, ovvero quelli finali della missione, pubblicati a luglio del 2018. Crediti: Esa/Planck Collaboration
Era il 21 marzo 2013. Scienziati e giornalisti scientifici da tutto il mondo si erano riuniti nella sede parigina dell’Agenzia spaziale europea (Esa) – o si erano collegati online – per assistere al momento in cui la missione Planck dell’Esa avrebbe svelato la sua “immagine” del cosmo. Un’immagine ottenuta non con la luce visibile ma con le microonde. A differenza della luce visibile ai nostri occhi, la cui lunghezza d’onda è inferiore al millesimo di millimetro, la radiazione che Planck stava rilevando misurava onde più lunghe, da pochi decimi di millimetro a pochi millimetri. Ed era una radiazione emessa quando l’universo ebbe inizio.
L’espressione che si usa per indicare questa radiazione nel suo complesso è fondo cosmico a microonde, o Cmb (dall’inglese cosmic microwave background). Misurando le differenze quasi impercettibili che questa radiazione presenta da una regione all’altra del cielo, era possibile leggere nell’immagine ottenuta da Planck l’età, l’espansione, la storia e il contenuto dell’universo. Niente di meno che il progetto del cosmo.
Le attese degli astronomi erano ben note. Già due missioni della Nasa, Cobe nei primi anni Novanta e Wmap nel decennio successivo, avevano effettuato analoghe ricognizioni del cielo, ottenendo come risultato immagini simili. Immagini, però, che non avevano la precisione e la nitidezza di quelle prodotte da Planck. Grazie alla sua visione avremmo potuto cogliere l’impronta dell’universo primordiale a un livello di dettaglio mai ottenuto prima.
Tutto dipendeva da quello. Se il nostro modello dell’universo fosse risultato corretto, Planck lo avrebbe confermato con un’accuratezza senza precedenti. Se invece fosse risultato sbagliato, gli scienziati sarebbero dovuti ripartire da zero.
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Un universo quasi perfetto: le release del 2013 e del 2015
Quando l’immagine venne rivelata, i dati confermarono il modello. Combaciavano così bene con le nostre attese da non lasciarci che una sola conclusione possibile: quello che Planck ci aveva mostrato era “un universo quasi perfetto”. Perché quasi perfetto? Perché rimanevano comunque alcune anomalie, sulle quali si sarebbero concentrate le ricerche successive.
Trascorsi cinque anni, il consorzio di Planck ha oggi reso pubblica la cosiddetta legacy data release: l’ultima – definitiva – versione dei dati. Il messaggio rimane lo stesso di allora, ed è ancora più forte.
«È questo il principale lascito di Planck», dice Jan Tauber, Planck project scientist dell’Esa. «Il modello standard della cosmologia ha superato, a oggi, tutti i test. E le misurazioni che lo dimostrano le ha compiute Planck».
Alla base di tutti i modelli cosmologici c’è la teoria della relatività generale di Albert Einstein. Per riconciliare le equazioni relativistiche generali con un’ampia gamma di osservazioni, fra le quali il fondo cosmico a microonde, il modello standard della cosmologia include l’intervento di due componenti sconosciute. Primo, una materia che attrae, nota come materia oscura fredda (cold dark matter): a differenza della materia ordinaria, non interagisce con la luce. Secondo, una forma di energia che respinge, nota come energia oscura (dark energy): è la responsabile dell’espansione attualmente accelerata dell’universo. Insieme alla materia ordinaria che conosciamo, queste due componenti sono risultate essenziali per spiegare il cosmo. Ma si tratta di componenti esotiche: ancora non sappiamo cosa siano veramente
Lanciato nel 2009, Planck ha raccolto dati fino al 2013. La sua prima release – quella all’origine dell’universo quasi perfetto – risale alla primavera di quell’anno. Si basava esclusivamente sulla temperatura della radiazione cosmica di fondo a microonde, e utilizzava solo le prime due survey a tutto cielo della missione. Erano dati che fornivano anche un’ulteriore prova dell’inflazione, la primissima fase di espansione accelerata del cosmo, avvenuta nelle frazioni di secondo iniziali della storia dell’universo, durante le quali vennero sparsi i semi di tutte le future strutture cosmiche. Offrendo una misura quantitativa della distribuzione relativa di queste fluttuazioni primordiali, Planck ha fornito la migliore conferma mai ottenuta dello scenario inflazionistico.
Oltre a produrre la mappa in temperatura del fondo cosmico a microonde con un’accuratezza senza precedenti, Planck ha misurato la polarizzazione di quella radiazione: una caratteristica che indica se le onde di luce vibrano in una direzione preferenziale. La polarizzazione del fondo cosmico a microonde contiene l’impronta dell’ultima interazione avvenuta tra la radiazione e le particelle di materia presenti nell’universo primordiale: porta dunque con sé informazioni aggiuntive e cruciali sulla storia del cosmo. Ma potrebbe anche contenere informazioni sui primissimi istanti del nostro universo, offrendoci dunque indizi per comprenderne la nascita.
La seconda release, prodotta nel 2015, raccoglieva tutti i dati raccolti durante l’intera durata della missione, dunque in totale otto survey dell’intero cielo. Oltre ai dati in temperatura, conteneva anche i dati in polarizzazione, ma erano accompagnati da un’avvertenza. «Sentivamo che la qualità di alcuni dei dati di polarizzazione non era buona al punto da poterli impiegare per la cosmologia», ricorda Tauber. Ovviamente ciò non ha impedito di usarli anche per la cosmologia, aggiunge, ma alcune delle conclusioni alle quali si poteva giungere all’epoca avrebbero richiesto ulteriori conferme, ed erano dunque da maneggiare con cautela.
Proprio in questo consiste la grande novità della release finale, questa del 2018. Ora che il consorzio di Planck ha completato una nuova elaborazione dei dati, la maggior parte delle avvertenze è scomparsa: gli scienziati hanno adesso la certezza che sia la temperatura sia la polarizzazione sono determinate in modo accurato. «Finalmente possiamo elaborare un modello cosmologico basato esclusivamente sulla temperatura, o esclusivamente sulla polarizzazione, o infine sia sulla temperatura che sulla polarizzazione. E tutti e tre corrispondono», afferma Reno Mandolesidell’Università di Ferrara e associato Inaf, principal investigator dello strumento Lfi (Low Frequency Instrument di Planck.
Sequenza di mappe a tutto cielo prodotte dalla missione Planck dell’Esa a frequenze crescenti, da 30 a 857 GHz. Per ogni frequenza, l’animazione mostra la mappa delle fluttuazioni di temperatura nello sfondo a microonde cosmico, o Cmb, e tre misure della polarizzazione della Cmb. Nel caso dei due canali con la più alta frequenza (545 e 857 GHz), non sensibili alla polarizzazione, vengono mostrate solo le fluttuazioni della temperatura. Crediti: Esa/Planck Collaboration
«Dal 2015 a oggi, altri esperimenti hanno raccolto ulteriori dati astrofisici, e nuove analisi cosmologiche sono state condotte, combinando le osservazioni della Cmb a piccole scale con quelle di galassie, ammassi di galassie e supernove. Nella maggior parte dei casi hanno rafforzato i risultati di Planck e il modello cosmologico sostenuto da Planck», spiega Jean-Loup Puget dell’Istituto di astrofisica spaziale di Orsay (Francia), principal investigator dello strumento Hfi (High Frequency Instrument) di Planck.
«Si conclude una missione di grande successo, che, fra i tanti obiettivi raggiunti, ha principalmente contribuito alla validazione del modello standard della cosmologia», commenta Barbara Negri, responsabile dell’Unità esplorazione e osservazione dell’universo dell’Asi. «L’Italia ha partecipato in maniera significativa alla missione Planck con la progettazione e realizzazione dello strumento Lfi e con lo sviluppo del sottosistema di pre-amplificazione criogenica per il secondo strumento Hfi. L’Asi ha fornito un importante supporto alla comunità scientifica coinvolta guidata dal principal investigatoritaliano dello strumento Lfi, Reno Mandolesi, e da Paolo de Bernardis per la partecipazione allo strumento Hfi, e ha finanziato l’industria italiana per lo sviluppo della strumentazione scientifica».
Un enigma irrisolto: il valore della costante di Hubble
È un risultato impressionante: significa che i cosmologi possono essere certi che la loro descrizione dell’universo come un luogo fatto di materia ordinaria, materia oscura fredda ed energia oscura, popolato da strutture il cui seme è stato gettato durante una fase iniziale d’espansione inflazionaria, è in gran parte corretta. Rimangono però alcune stranezze che richiedono una spiegazione. Una in particolare è legato all’espansione dell’universo. Un’espansione il cui il tasso è dato dalla cosiddetta costante di Hubble.
Per calcolare la costante di Hubble, gli astronomi hanno tradizionalmente fatto affidamento a distanze calibrate presenti nel cosmo. Una tecnica possibile solo per l’universo relativamente locale: si misura la luminosità apparente di particolari tipi di stelle variabili a noi vicine e di particolari stelle che esplodono, la cui luminosità effettiva può essere stimata in modo indipendente. È una tecnica ben collaudata, sviluppata nel corso del secolo scorso a partire dal lavoro pionieristico di Henrietta Leavitte successivamente applicata, alla fine degli anni Venti, da Edwin Hubble e dai suoi collaboratori, che avvalendosi di stelle variabili in galassie distanti e altre osservazioni riuscirono a dimostrare come l’universo stesse espandendosi.
Il pomo della discordia: in questo grafico, la cronologia delle principali stime della costante di Hubble, comprensive di barre d’errore. Come si può osservare, da qualche anno i valori ottenuti da misurazioni astrofisiche (in blu) e quelli derivati dalle misure cosmologiche di Planck (in rosso) non presentano più zone di sovrapposizione
Il valore per la costante di Hubble ottenuto dagli astronomi – facendo ricorso a un’ampia varietà di osservazioni all’avanguardia, fra le quali anche quelle dell’osservatorio che proprio da Hubble ha preso il nome, il telescopio spaziale Hubble della Nasa e dell’Esa – è 73,5 km/s/Mpc, con un’incertezza di appena il due per cento. L’esoterica unità di misura esprime la velocità dell’espansione in km/s per ogni milione di parsec (Mpc) di separazione nello spazio, dove un parsec equivale a 3,26 anni luce.
Un secondo metodo per ottenere una stima della costante di Hubble si avvale invece del modello cosmologico che meglio si adatta all’immagine del fondo cosmico a microonde cosmica – dunque a una rappresentazione dell’universo quand’era molto giovane – per fornire una previsione del valore che la costante di Hubble dovrebbe avere oggi. Ebbene, applicato ai dati di Planck questo metodo fornisce un valore più basso: 67,4 km/s/Mpc. E con un margine d’incertezza assai ridotto, inferiore all’uno per cento. Ora, se da una parte è straordinario che due metodi radicalmente diversi per derivare la costante di Hubble – uno che si basa sull’universo locale e già maturo, l’altro sull’universo distante e ancora in fasce – arrivino a valori così simili, occorre d’altra parte ricordare che, in linea di principio, questi due valori, tenendo conto dei rispettivi margini d’errore, dovrebbero corrispondere. Ma così non sembra essere. Da qui la “tensione”, l’anomalia. E la domanda diventa: come conciliare questi due risultati?
Entrambe le parti in causa sono convinte che eventuali errori residui presenti nei loro metodi di misurazione siano ormai troppo ridotti per spiegare la discrepanza. È dunque possibile che ci sia qualcosa di un po’ particolare nel nostro ambiente cosmico locale, qualcosa che renda la misurazione nell’ambiente vicino in qualche modo anomala? Per esempio, sappiamo che la nostra galassia si trova in una regione dell’universo la cui densità è lievemente inferiore alla media, e questo potrebbe avere qualche effetto sul valore locale della costante di Hubble. Ma sfortunatamente la maggior parte degli astronomi ritiene che simili peculiarità non siano grandi a sufficienza per risolvere il problema.
«Non esiste un’unica soluzione astrofisica soddisfacente in grado di spiegare la discrepanza. Dunque c’è forse una nuova fisica ancora da scoprire», dice Marco Bersanelli dell’Università di Milano, deputy principal investigator dello strumento Lfi. Per “Nuova fisica” s’intende che particelle o forze esotiche potrebbero influenzare i risultati.
Tuttavia, per quanto si tratti di una prospettiva emozionante, gli stessi risultati di Planck pongono forti vincoli a questa linea di pensiero, proprio perché si adattano così bene alla maggior parte delle osservazioni. «È molto difficile includere una nuova fisica che allevi la tensione riuscendo, al tempo stesso, a mantenere la descrizione precisa offerta dal modello standard per tutto il resto, che già corrisponde», spiega François Bouchet dell’Istituto di astrofisica spaziale di Orsay, deputy principal investigator dello strumento Hfi.
Di conseguenza, nessuno è al momento in grado di fornire una spiegazione soddisfacente per le differenze tra le due misurazioni, e il punto interrogativo rimane.
«Meglio, per ora, non entusiasmarci troppo alla possibilità di nuova fisica: potrebbe benissimo essere che la discrepanza, relativamente piccola, possa essere spiegata da una combinazione di piccoli errori ed effetti locali. Dobbiamo comunque continuare a migliorare le nostre misurazioni e pensare a modi migliori per spiegarla», conclude Tauber.
Questa è dunque l’eredità di Planck: con il suo universo quasi perfetto, la missione ha offerto ai ricercatori una conferma dei loro modelli, lasciando al tempo stesso alcuni dettagli irrisolti sui quali cimentarsi. In altre parole: il meglio di entrambi i mondi.
5-8 luglio: Vacanze astronomiche in Umbria. In un favoloso B&B (con piscina) e basso inquinamento luminoso; ogni pomeriggio conferenza ogni sera guida al cielo e ossevazioni con un potente telescopio.
20-22 luglio: Scuola di Archeoastronomia. I metodi dell’archeoastronomia. Corso riconosciuto dal MIUR.
A settembre riprendono i Corsi di Astronomia: Astronomia insolita e curiosa. Corso base di astronomia pratica.
Tutti i primi lunedì del mese: UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI
Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi
http://telescopioremoto.uai.it
Le campagne nazionali UAI
20-21 Luglio La notte bianca dell’Apollo 11
Quarta edizione dell’evento promosso dalla Sezione di Ricerca Astronautica UAI, in occasione dell’anniversario del primo allunaggio e del “gigantesco balzo per l’umanità” di Neil Armstrong
http://astronautica.uai.it
27 luglio La notte della Luna & del Pianeta Rosso!
La notte più ricca di eventi astronomici dell’anno: in prima serata l’eclisse totale di Luna, in congiunzione con il pianeta Marte all’opposizione. La Luna Rossa incontra il Pianeta Rosso! Un evento che il pubblico potrà seguire in occasione delle innumerevoli serate osservative organizzate dalle associazioni di astrofili su tutto il territorio nazionale
http://divulgazione.uai.it
10-12 agosto Le Notti delle Stelle
Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vino e dall’Associazione Nazionale Città del Vino.
http://divulgazione.uai.it
Questa immagine, di cui l’immagine in apertura è un ritaglio, mostra le Vinalia Faculae nel cratere Occator a distanza davvero ravvicinata. È stata ottenuta da Dawn durante la sua seconda missione estesa, da un’altitudine di soli 34 chilometri. Crediti: NASA / JPL-Caltech / UCLA / MPS / DLR / IDA
Mentre la sonda spaziale Dawn della NASA si prepara a concludere la sua rivoluzionaria missione durata 11 anni, incluse le due estensioni di missione entrambe di successo, ma continua imperterrita la sua esplorazione del pianeta nano Cerere, con la raccolta di dati e altre immagini.
Entro pochi mesi però Dawn finirà il suo carburante principale, l’idrazina, che alimenta i propulsori che controllano il suo orientamento e la mantiene in comunicazione con la Terra. Quando accadrà, si prevede tra agosto e ottobre, la sonda smetterà di funzionare, ma rimarrà in orbita attorno al pianeta nano.
Dawn è stata l’unico veicolo spaziale ad entrare in orbita attorno a due diverse destinazioni dello spazio profondo. Ci ha dato nuove vedute ravvicinate di Cerere e Vesta, i corpi più grandi che abitano la fascia degli asteroidi tra Marte e Giove.
Tutto questo è stato possibile grazie all’enorme efficienza della propulsione ionica. Dawn non è stata la prima astronave a utilizzare la propulsione ionica, familiare ai fan di fantascienza e agli appassionati dello spazio, ma ha sicuramente testato e spinto ai limiti questa avanzata capacità di propulsione.
«La missione Dawn, l’unica che è stata capace di orbitare ed esplorare due nuovi strani mondi, sarebbe stata impossibile senza la propulsione ionica», dichiara Marc Rayman del Jet Propulsion Laboratory della NASA, che è stato direttore della missione, capo ingegnere e capo progetto della sonda. «Dawn è davvero un’astronave interplanetaria, ed è stata straordinariamente produttiva quando ha presentato questi affascinanti e misteriosi mondi alla Terra».
Durante 14 mesi in orbita, dal 2011 al 2012, Dawn ha studiato Vesta dalla sua superficie al suo nucleo. Ha quindi effettuato una manovra senza precedenti lasciando l’orbita e viaggiando attraverso la fascia principale degli asteroidi per più di due anni, per poi raggiungere e entrare in orbita attorno a Cerere, che sta studiando dal 2015.
Di Cerere, la navicella spaziale ha scoperto i brillanti depositi salati, che decorano il pianeta nano come intarsi di diamanti in contrasto con il resto della superficie scura e a bassa albedo. La scienza alla base delle famose macchie bianche è altrettanto avvincente: sono principalmente formate da carbonato di sodio e cloruro di ammonio, che in qualche modo si sono fatti strada verso la superficie sottoforma di salamoia fangosa dall’interno della crosta o da sotto di essa.
In questi giorni, quando ormai siamo verso la fine della seconda missione estesa della sonda su Cerere, Dawn continua a stupirci settimana dopo settimana, con foto molto ravvicinate scattate da 35 chilometri dalla superficie – circa tre volte l’altitudine a cui viaggia un aereo passeggeri. Solo pochi giorni fa vi abbiamo segnalato un articolo di Alive Universe, che mostra alcuneimmagini ad alta definizione di questi depositi, anche con immagini a 3 dimensioni.
Un’immagine ravvicinata delle Vinalia Faculae nel cratere Occator. Cliccare per ingrandire. Crediti: NASA / JPL-Caltech / UCLA / MPS / DLR / IDA
Ma anche se la missione è alla sua conclusione, come ormai abbiamo imparato dalla conclusione di altre storiche missioni, la scienza che ne viene prodotta continua. Oltre alle immagini ad alta risoluzione, la sonda raccoglie spettri di raggi gamma e neutroni, spettri infrarossi e nel visibile e dati gravitazionali che daranno lavoro ai ricercatori per gli anni a venire.
Queste ultime osservazioni si concentrano sull’area attorno ai crateri Occator e Urvara, con l’obiettivo principale di comprendere l’evoluzione di Cerere e dimostrare la possibile geologia in corso.
«Le nuove immagini del cratere Occator e delle aree circostanti hanno superato ogni aspettativa, rivelando paesaggi bellissimi e alieni», racconta Carol Raymond del JPL, investigatore principale della missione Dawn. «La straordinariamente unica superficie di Cerere sembra essere plasmata da impatti contro la sua crosta ricca di sostanze volatili, con una conseguente intrigante e complessa geologia, come possiamo vedere nei nuovi mosaici ad alta risoluzione di Cerealia Facula e Vinalia Faculae».
I primi risultati di questa fase della missione, iniziata i primi di giugno, verranno presentati questa settimana alla riunione del Committee on SPAce Research (COSPAR) a Pasadena. Raymond e Jennifer Scully (JPL) presenteranno nuove informazioni sulla relazione tra i materiali più brillanti e quelli scuri all’interno del cratere Occator, che mostrano vari processi di impatto, frane e criovulcanismo.
Nuovi dati ad alta risoluzione vengon utilizzati per dimostrare e perfezionare le ipotesi sulla formazione e l’evoluzione del cratere. «Osservazioni, modellistica e studi di laboratorio ci hanno aiutato a concludere che le macchie bianche di Cerere sono nate a seguito o a impatti che hanno interagito con la crosta esponendo riserve d’acqua salata e ricca di minerali in profondità, oppure a un serbatoio di questa melma salata superficiale che ha contribuito, sciogliendosi a seguito dell’impatto, alla loro formazione» spiega Jenniifer Scully.
Le nuove immagini supportano finora l’ipotesi che sia in corso un’esposizione di materiale subsuperficiale e che la regione sia geologicamente attiva, alimentata da un serbatoio di acqua salmastra in profondità. Eleonora Ammannito dell’Agenzia Spaziale Italiana, vicedirettrice dello spettrometro italiano VIR, presenterà delle mappe aggiornate per mostrare la distribuzione dell’acqua salata attraverso la superficie di Cerere.
«Particolare attenzione è stata dedicata alle faculae presenti nel cratere Occator poiché i minerali identificati dallo spettrometro sembrano indicare la presenza di acqua liquida almeno in una fase iniziale» commenta in una intervista Media INAF la Ammannito.
Inoltre, le osservazioni a bassa quota che verranno ottenute con gli altri strumenti di Dawn, tra cui un rivelatore di raggi gamma e neutroni (il Gamma Ray and Neutron Detector – GRaND), riveleranno la composizione di Cerere su scala più piccola e precisa, gettando nuova luce sull’origine dei materiali trovati sulla superficie di questo pianeta nano.
Sempre durante la conferenza a Pasadena, Dawn Dan Grebow (JPL) del team di volo descriverà l’orbita finale di Dawn, progettata per rispettare i protocolli di protezione planetaria della NASA.
Le immagini a bassa quota raccolte da Dawn sono pubblicate regolarmente nella pagina web della missione.
Qui sopra evidenziata la posizione della nuova fonte di calore vicino al polo sud di Io. La scala sulla destra dell'immagine mostra l'intervallo di temperature visualizzate nell'immagine ripresa negli infrarossi. Le temperature registrate più elevate sono caratterizzate dai colori più brillanti, mentre i colori più scuri indicano le zone più fredde. L'immagine è stata ricostruita da dati raccolti il 16 dicembre 2017 dallo strumento JIRAM a bordo della sonda quando Juno si trovava a circa 470.000 chilometri dalla luna di Giove. Crediti: NASA / JPL-Caltech / SwRI / ASI / INAF / JIRAM
Questa immagine in infrarosso dell’emisfero sud della luna di Giove Io è stata ottenuta dai dati raccolti dallo strumento Jovian Auronic Mapper (JIRAM) a bordo della sonda Juno, e ci mostra un probabile nuovo vulcano sulla superfice della luna di Giove, il corpo vulcanicamente più attivo di tutto il Sistema solare. Crediti: NASA / JPL-Caltech / SwRI / ASI / INAF / JIRAM
Io è senz’altro la luna più vulcanicamente attiva dell’intero Sistema solare, ed è uno dei motivi per cui è anche uno dei mondi su cui è maggiormente puntata l’attenzione dei ricercatori. L’attività geologica è stata per la prima volta rivelata dalle due sonde Voyager, nel 1979, che individuarono al
Nel 1979, le due sonde Voyager rivelarono l’attività geologica di Io, poi ci pensòla sonda Galileo ad effettuare diversi passaggi ravvicinati, raccogliendo dati sulla struttura interna e sulla sua composizione, rivelando il rapporto tra Io e la magnetosfera di Giove. Infine la sonda Cassini-Huygens nel 2000 e la New Horizons nel 2007, di passaggio verso le loro destinazioni finali, e ulteriori osservazioni da telescopi a Terra e dal telescopio spaziale Hubble, hanno portato a individuare fino a 150 vulcani sulla superficie della piccola luna, ma si pensa ce ne siano almeno il doppio se non di più ancora da individuare e mappare.
E Juno, con il suo strumento Jovian InfraRed Auroral Mapper (JIRAM) – finanziato dall’Agenzia spaziale italiana, realizzato da Leonardo-Finmeccanica, e con la responsabilità scientifica dell’Istituto nazionale di astrofisica – si appresta ad aumentare il conteggio dei vulcani individuati.
Il punto di partenza sono i dati raccolti il 16 dicembre 2017 dalla sonda Juno della NASA, grazie proprio allo strumento JIRAM, che indicano la presenza di una nuova fonte di calore (un hot spot) vicino al polo sud di Io e che potrebbe essere la traccia di un vulcano ancora sconosciuto.
Qui sopra evidenziata la posizione della nuova fonte di calore vicino al polo sud di Io. La scala sulla destra dell’immagine mostra l’intervallo di temperature visualizzate nell’immagine ripresa negli infrarossi. Le temperature registrate più elevate sono caratterizzate dai colori più brillanti, mentre i colori più scuri indicano le zone più fredde. L’immagine è stata ricostruita da dati raccolti il 16 dicembre 2017 dallo strumento JIRAM a bordo della sonda quando Juno si trovava a circa 470.000 chilometri dalla luna di Giove. Crediti: NASA / JPL-Caltech / SwRI / ASI / INAF / JIRAM
«Il nuovo hotspot individuato da JIRAM si trova a circa 300 chilometri da quello più vicino precedentemente mappato», spiega Alessandro Mura, vice responsabile dello strumento Jiram dell’Istituto Nazionale di Astrofisica a Roma. «Non escludiamo movimenti o modifiche di un hot spot scoperto in precedenza, ma è difficile immaginare che possa aver percorso una tale distanza e di poter continuare a considerarlo la stessa formazione».
In una intervista a media INAF Mura spiega anche che «altri hot spot presenti nell’immagine di Jiram, seppure forse già identificati in precedenza, mostrano dei significativi mutamenti. I dati mostrano la complessità e dinamicità della superficie di Io. Il team di Jiram è attualmente impegnato nello studio di questi nuovi dati, che verranno sottomessi a breve per una pubblicazione su rivista scientifica».
«Il motivo di questa attività è legato alla sua vicinanza con il gigante gassoso e con le sue compagne Europa e Ganimede. Essi inducono una fortissima attività mareale che, da un lato blocca l’orbita di Io (che è infatti in risonanza con quella degli altri satelliti Europa e Ganimede), dall’altro dissipa energia sotto forma di attività geologica. Questa sfocia nella formazione di vulcani e patere, che rilasciano zolfo e biossido di zolfo nell’atmosfera e le cui emissioni si elevano fino a 500 chilometri di altezza».
Il team di Juno continuerà ad analizzare i dati raccolti nel flyby del 16 dicembre, così come i dati JIRAM che verranno raccolti durante i futuri (e anche più vicini) passaggi nei pressi di Io, per confermare e individuare nuovi hot spot e quindi i tanti vulcani attivi che i ricercatori si aspettano di trovare.
La sonda sta effettuando proprio oggi, 16 luglio, il suo 13° passaggio scientifico ravvicinato all’atmosfera del gigante gassoso, ma è il 14° passaggio (PJ14) per quel che riguarda invece la raccolta delle immagini dalla JunoCam, la camera di imaging dedicata al pubblico a bordo della sonda, e noi siamo in attesa delle prossime meravigliose immagini che la comunità di appassionati e ricercatori riuscirà a produrre.
Ulteriori informazioni sulla missione Juno sono disponibili su:
La sera del 20 luglio, alle ore 22:00 il cielo sarà già sufficientemente scuro da poter ammirare una bella congiunzione tra la Luna crescente (fase del 61%), il pianeta Giove, molto brillante (mag. –2,2) e le più deboli stelle della costellazione della Bilancia, dove avviene l’incontro. La separazione tra la Luna e Giove sarà di circa 4,4°.
In particolare, potremo vedere Zubenelgenubi (la stella alfa della Bilancia, mag. +2,8) a circa 6,2° gradi da Giove.
Ad arricchire il quadro sarà la Stazione Spaziale Internazionale che, se osservata dal Centro Italia, passerà, nel suo miglior transito del mese, proprio tra Giove e la Luna, offrendo un interessante spunto fotografico (si consiglia di verificare gli orari e le condizioni osservative per la propria località con uno dei tanti software gratuiti).
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Le fasi della Luna in luglio, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Le fasi della Luna in luglio, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Nel procedere della Fase Calante la Luna sarà in Ultimo Quarto alle 09:51 del 6 luglio raggiungendo successivamente il Novilunio alle 04:48 del giorno 13. Da qui ripartirà un nuovo ciclo di Luna Crescente con la fase di Primo Quarto del 19 luglio alle 21:52 a un’altezza di +28° con transito in meridiano alle 19:13 a +39° fino al 27 luglio quando, dopo essere sorta alle 20:44, la Luna raggiungerà alle 22:20 la fase di Plenilunio a un’altezza di +12°30′. Infine luglio si concluderà col nostro satellite in Fase Calante.
Un appuntamento da non perdere assolutamente sarà quello del 27 luglio quando la Luna Piena, in congiunzione col Pianeta Rosso (a sua volta in opposizione rispetto al Sole), sarà anche in Eclisse Totale con le varie fasi fino al transito in meridiano (vediUna Notte in Rosso).
È sicuramente un’imperdibile occasione per interessanti osservazioni e fotografie, pertanto PhotoCoelum attende i vostri lavori!
16 e 17 luglio. La regione lunare a nord del mare Crisium
La prima e principale proposta per il mese di luglio viene dedicata alla regione lunare situata a nord del mare Crisium nelle due serate del 16 e 17 luglio, a partire dalle 21:30 circa, quando orienteremo i nostri strumenti in prossimità del bordo orientale del nostro satellite, partendo dalle pareti settentrionali del mare Crisium (già visto in dettaglio in un precedente articolo) spostandoci poi in direzione nord fino alcratere Mercurius.
Per l’osservazione della “Catena Davy” l’appuntamento è per la serata del 21 luglio quando dalle 21:00/21:30 in poi, con la Luna in fase di 8,70 giorni a +31°, si renderà necessario spostare le nostra attenzione sul margine orientale del mare Nubium, dove fra questo vastissimo bacino da impatto e i crateri Ptolemaeus e Alphonsus concentreremo l’attenzione su questa particolare struttura geologica.
La terza proposta di luglio è per le serate del 22 e 23 luglio quando nel settore sudovest del nostro satellite è prevista l’osservazione della Palus Epidemiarum. Proposta suddivisa in due serate consecutive, in quanto il terminatore lunare nel suo lento e inarrestabile scorrere sulla superficie lunare transiterà proprio sulla struttura che il 22 e il 23 luglio sarà oggetto delle nostre osservazioni condizionandone la visibilità in relazione al suo passaggio.
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Un’osservazione suddivisa in due serate consecutive, in quanto il terminatore lunare nel suo lento e inarrestabile scorrere sulla superficie lunare transiterà proprio sulla struttura che il 22 e il 23 luglio 2018 sarà oggetto delle nostre osservazioni, condizionandone la visibilità in relazione al suo passaggio: la Palus Epidemiarum.
Nel caso specifico il nostro satellite sarà in fase di 9,70/10,70 giorni (Colong. 29,2°/41,4°; altezza iniziale +27°42’/24°29′). La sera del 22 luglio la Luna culminerà in meridiano alle 21:33 a +28°, mentre la sera successiva sarà in meridiano alle 22:20 a +25°.
Si tratta di una regione relativamente pianeggiante con un diametro di circa 300 km, la cui formazione risale al Periodo Geologico Imbriano collocato da 3,8 a 3,2 miliardi di anni fa. È uno fra i meno estesi mari lunari situato nel settore sudoccidentale del nostro satellite, a sudovest del mare Nubium e a sudest del mare Humorum.
Individuare la Palus Epidemiarum sul disco della Luna sarà semplice se orienteremo il telescopio sul settore di sudovest, fra la grande area scura del mare Nubium e il bordo lunare. Nella seconda serata potrà essere ancora più semplice essendo parzialmente illuminato dalla luce solare anche il mare Humorum, situato a nordovest della Palus Epidemiarum.
La Palus Epidemiarum è delimitata a oriente (lato mare Nubium) dai crateri Campanus (diametro 49 km e pareti alte 2.000 metri; origine dal Periodo Geologico Imbriano Inferiore collocato a 3,8 miliardi di anni fa) e Mercator (diametro 49 km e pareti alte 1.760 metri; origine dal Periodo Geologico Nectariano collocato a 3,8 miliardi di anni fa). Oltre Mercator, una estesa zona montuosa che termina sul mare Nubium con la Rupes Mercator, una scarpata lunga circa 190 km orientata in direzione sudest/nordovest. La sua formazione risale al Periodo Geologico Pre Imbriano, collocato da 4,5 a 3,8 miliardi di anni fa. Estesa dal cratere Mercator fino ai crateri Cichus (diametro 43 km) e Cichus-B (diametro 14 km) costituisce la parete est-sudest del cratere Weiss (diametro 68 km), un eccezionale soggetto da osservare in dettaglio, possibilmente con un’ampia gamma di ingrandimenti compatibili col sistema ottico a disposizione e col sempre purtroppo incerto seeing.
Sull’estremità meridionale di questa Palus, domina incontrastato il cratere Capuanus di 61 km di diametro, la cui formazione risale al Periodo Geologico Pre Imbriano collocato da 4,5 a 3,8 miliardi di anni fa. Il sistema di pareti intorno al cratere, alte mediamente 2450 metri, presenta versanti scoscesi a sud, mentre a sudovest l’intrusione di Capuanus-P (diametro 78 km) ne modificò l’originaria conformazione. La massima altezza viene raggiunta lungo la parete ovest, dove sarà possibile ammirare anche le notevoli creste in modo particolare sul settore nordovest oltre alle loro propaggini montuose che si inoltrano sulla pianura per vari chilometri verso occidente. A est-nordest, solo modesti rilievi separano questo piccolo mare lunare dal molto più vasto mare Nubium.
Il bordo occidentale della Palus Epidemiarum è delimitato da una estesa regione collinare, cosparsa anche da numerosi crateri fra cui spiccano Dunthorne e Lepaute entrambi di 17 km di diametro.
Il fondo di questa Palus attirerà l’attenzione esattamente fra i crateri Campanus e Mercator dove una stretta valle pone in comunicazione i due mari col notevole dettaglio di un segmento delle Rimae Ramsden che ne segue il corso.
Altri interessanti dettagli non mancano certamente, fra cui l’inconfondibile cratere Marth (diametro 7 km) con la sua particolare struttura concentrica, situato in posizione quasi centrale, e l’eccezionale largo solco della Rima Hesiodus che, dall’area a nord di Capuanus, si estende verso oriente per oltre 310 km lungo il margine meridionale del mare Nubium fino all’omonimo cratere Hesiodus di 44 km. Altrettanto interessante l’osservazione di Ramsden di 26 km di diametro con pareti di 2000 metri, proveniente dal Periodo Geologico Imbriano collocato da 3,8 a 3,2 miliardi di anni fa. Questo cratere si trova al centro delle Rimae Ramsden, un intricato reticolo di solchi intersecantisi ed estesi per circa 140 km per la cui osservazione è richiesto uno strumento riflettore intorno ai 250/300mm.
Oltre che nella Palus Epidemiarum, riscontriamo la presenza di Domi in modo particolare anche nella platea di Capuanus. Infatti sul fondo del cratere sarà interessante individuare Capuanus-1 di 5,6 km (centrosud), Capuanus-2 di 9 km (est), Capuanus-3 di 10 km (est), Capuanus-4 di 7 km (est), Capuanus-5 di 10 km (nordovest), Capuanus-6 di 9 km (nord).
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Effemeridi complete giornaliere della Luna all’interno del Cielo del Mese
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In questo rendering artistico, basato su un’immagine reale del laboratorio IceCube al Polo Sud, una sorgente distante emette neutrini rilevati sotto il ghiaccio dai sensori di IceCube chiamati DOM. Crediti: IceCube / NSF
Per la prima volta, gli scienziati sono riusciti a individuare la possibile sorgente di un neutrino cosmico grazie all’associazione con una sorgente di raggi gamma, cioè fotoni di alta e altissima energia. Si tratta di un blazar, ossia una galassia attiva con un buco nero supermassiccio al centro, distante 4,5 miliardi di anni luce, in direzione della costellazione di Orione. A questo straordinario risultato, pubblicato oggi su Science, i ricercatori sono arrivati combinando i dati del rivelatore di neutrini IceCube, che opera tra i ghiacci del Polo Sud, e altri 15 esperimenti per la rivelazione dei fotoni da terra e nello spazio. L’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e varie Università italiane hanno dato contributi determinanti attraverso la partecipazione dei propri ricercatori a molti degli esperimenti e osservatori coinvolti nella scoperta.
Il numero di novembre 2017 dedicato alla nascita dell’astronomia multimessaggero, in occasione della prima individuazione visuale di una sorgente di onde gravitazionali. Ora, e sempre grazie a partire da una rilevazione di raggi gamma, è stata individuata per la prima volta la probabile sorgente di un neutrino. Per leggere gratuitamente il numero cliccare sull’immagine.
Questa osservazione senza precedenti, frutto del lavoro “corale” dell’astronomia multimessaggero, ha fornito anche un solido indizio verso la spiegazione di uno dei maggiori misteri ancora irrisolti: l’origine dei raggi cosmici di altissima energia. I raggi cosmici sono, infatti, composti prevalentemente da protoni, particelle elettricamente cariche che sono quindi deviate dai campi magnetici che permeano lo spazio, impedendoci di risalire alla loro origine. Un aiuto per chiarire questo mistero, che dura da oltre 100 anni, arriva dai neutrini che sono prodotti proprio dai protoni di alta energia. Essendo particelle neutre e con massa piccolissima, i neutrini non vengono deviati dai campi magnetici e interagiscono pochissimo con la materia, dimostrandosi dunque perfetti messaggeri, in grado di portarci diritti alla loro origine.
Nichi D’Amico, presidente dell’Inaf, commenta entusiasta: «Anche in questa scoperta, come nel caso dell’emissione di onde gravitazionali da parte del primo merger di due stelle di neutroni mai osservato, la potenza di fuoco di cui dispone l’Inaf, a tutte le lunghezze d’onda e con strumentazione di avanguardia da terra e dallo spazio, si è dimostrata determinante per rispondere ad alcune delle domande fondamentali per la comprensione dell’universo».
Dal neutrino all’osservazione spaziale e terrestre. Crediti: da un video della National Science Foundation
Una osservazione, molti messaggeri. Era il 22 settembre 2017 quando il rivelatore di neutrini IceCube osservava un interessante neutrino, battezzato poi IC-170922A. Interessante perché la sua energia molto elevata, pari a 290 TeV (teraelettronvolt, mille miliardi di elettronvolt), indicava, con ogni probabilità, che era stato originato da un lontano oggetto celeste molto “attivo”. Poiché, in base alle teorie, la produzione di neutrini cosmici è sempre accompagnata da raggi gamma, quando IceCube ha visto IC-170922A ha subito lanciato un’ “allerta neutrino” a tutti i telescopi, disseminati nello spazio e sulla Terra, nella speranza che le loro osservazioni potessero aiutare a individuarne con precisione la sorgente. E così è stato.
Il satellite Fermi, realizzato dalla Nasa e che conta su una importante partecipazione di Asi, Inaf e Infn, osservando con il telescopio Lat i raggi gamma molto energetici provenienti dalla direzione del neutrino, ha trovato un’emissione coincidente con una sorgente di raggi gamma che era in stato “eccitato”. Era il blazar TXS 0506+056: un nucleo galattico attivo, cioè un buco nero supermassiccio al centro di una galassia che espelle un getto di materia relativistica, flussi di particelle e radiazioni energetiche a velocità vicine a quella della luce. Fermi-Lat ha diramato subito l’allerta tramite un ATel, un Telegramma Astronomico come viene chiamato, che ha consentito a tutti gli altri 14 esperimenti di puntare la sorgente. Il satellite italiano Agile, realizzato da Asi con il contributo di Inaf e Infn, ha quindi confermato l’informazione di Fermi-Lat con un altro Telegramma. Anche i telescopi Magic, realizzati e gestiti con il contributo importante di Inaf e Infn, sull’isola di La Palma alle Canarie, che studiano i raggi gamma da terra attraverso la radiazione Cherenkov prodotta dall’interazione dei fotoni gamma provenienti dalle sorgenti celesti con l’atmosfera terrestre, hanno orientato i loro giganteschi specchi verso la sorgente riuscendo, con 12 ore di osservazione, a rivelarla osservandola a un’energia mille volte maggiore di quella di Fermi, fornendo così un altro importante pezzo per il completamento di questa scoperta.
Tra gli esperimenti che studiano i fotoni e che hanno rivelato la sorgente, ci sono anche altri tre satelliti con una significativa partecipazione italiana: Swift, della Nasa, che ha un piccolo campo di vista ma una elevata capacità di ‘girarsi’ per ripuntare velocemente una sorgente improvvisamente ‘eccitata’, NuSTAR, sempre della Nasa, che con i propri telescopi per i raggi X riesce a fare immagini dell’Universo ad alta energia, e Integral, dell’Esa, che non hanno visto la sorgente ma ha fornito un limite superiore alla sua intensità, permettendo agli scienziati di escludere che il neutrino fosse associato a un lampo di raggi gamma (grb, Gamma Ray Burst).
Rendering artistico di un nucleo galattico attivo. Il buco nero supermassiccio al centro del disco di accrescimento invia un getto di materia ad alta energia nello spazio. Crediti: DESY, Science Communication Lab
Grazie alla combinazione di tutte le diverse osservazioni è stato così possibile individuare proprio nel blazar TXS 0506+056, che si trova al cuore di una galassia a una distanza di 4,5 miliardi di anni luce dalla Terra, la probabile sorgente del neutrino. La distanza di tale galassia ospite è stata misurata da un team di ricercatori dell’Inaf di Padova.
L’identificazione della sorgente dei raggi cosmici. Diversamente dal caso delle onde gravitazionali e del violento lampo gamma prodotti nella fusione di due stelle di neutroni, dove l’identificazione della sorgente si basava su una coincidenza temporale molto stretta, l’associazione fra il neutrino di IceCube e la sorgente TXS 0506+056, indicata dal telescopio Lat a bordo di Fermi, si fonda sulla coincidenza di posizione, all’interno di un decimo di grado, la cui affidabilità è stata calcolata basandosi sui dati Fermi-Lat. Per riuscire ad associare IC-170922A con la sorgente TXS 0506+056, il team Fermi-Lat ha dovuto riprodurre l’intero cielo gamma e studiarne la variabilità arrivando a valutare la probabilità di una coincidenza spaziale spuria a meno dell’1%. Un ulteriore indizio viene dall’osservazione da parte di Magic dei fotoni gamma a energie prossime a quelle del neutrino rivelato da IceCube, che rende questa associazione ancora più stringente e permette di avere un quadro più chiaro sull’origine di entrambe le emissioni.
Conclusione. Nel blazar TXS 0506+056 il getto, alimentato dalla materia espulsa dal disco di accrescimento del buco nero nel quale era precipitata, è proprio la regione in cui le osservazioni di onde radio e di raggi gamma ci dicono che vengono accelerate particelle di alta energia. Adesso, che oltre ai raggi gamma abbiamo osservato anche un neutrino molto energetico, possiamo concludere che, oltre agli elettroni (e ai positroni), ci sono sicuramente anche protoni accelerati. Possiamo, inoltre, affermare che, per produrre il neutrino osservato, questi protoni sono sicuramente di energia estremamente elevata. Oltre a testimoniare in maniera chiara la presenza di protoni accelerati, il neutrino IC-170922A ci permette di risolvere, in parte, il mistero rappresentato dai raggi cosmici di energie estreme. Questo straordinario risultato della neonata astronomia multimessaggero conferma dunque la strettissima connessione che sussiste tra i diversi messaggeri cosmici.
Nuove osservazioni ottenute con il telescopio VLT (Very Large Telescope) dell'ESO mostrano l'ammasso stellare RCW 38 in tutto il suo splendore. L'immagine è stata presa durante le verifiche della camera HAWK-I con il sistema di ottica adattiva GRAAL: mostra in uno squisito dettaglio RCW 38 e le nubi di gas incandescente che lo circondando, con tentacoli oscuri di polvere che si attorcigliano nel nucleo brillante di questa giovane raccolta di stelle. Crediti: ESO/K. Muzic
Nuove osservazioni ottenute con il telescopio VLT dell’ESO mostrano l’ammasso stellare RCW 38 in tutto il suo splendore. L’immagine è stata presa durante le verifiche della camera HAWK-I con il sistema di ottica adattiva GRAAL: mostra in uno squisito dettaglio RCW 38 e le nubi di gas incandescente che lo circondando, con tentacoli oscuri di polvere che si attorcigliano nel nucleo brillante di questa giovane raccolta di stelle. Crediti: ESO/K. Muzic
L’immagine, ottenuta con lo strumento per immagini infrarosse HAWK-I montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO, mostra l’ammasso stellareRCW 38. Osservando a lunghezze d’onda infrarosse, HAWK-I può esaminare ammassi stellari avvolti nella polvere come RCW 38, fornendo una vista ineguagliabile della formazione stellare che avviene all’interno. Questo ammasso contiene centinana di stelle giovani, calde e massicce e si trova a circa 5500 anni luce dalla Terra, nella costellazione delle Vele.
Una vista più ampia su RCW38. L’immagine è un composito a colori ottenuto a partire dalle pose della DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Il campo di vista è approssimativamente 2,4 x 2,4 gradi. Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2. Acknowledgment: Davide De Martin
La zona centrale di RCW38 è visibile qui come una regione brillante e bluastra, un’area popolata da numerose stelle molto giovani e da protostelle ancora nel processo di formazione. L’intensa radiazione che si riversa da queste stelle appena nate fa brillare il gas circostante, in netto contrasto con i rivoli di polvere cosmica, più fredda, che si snodano nella zona, dolcemente illuminati di tinte più cupe di rosso e arancio. Il contrasto crea la scena spettacolare che sembra una celeste opera d’arte.
Immagini precedenti di questa regione, in luce visibile, sono suggestivamente diverse – le immagini ottiche appaiono quasi senza stelle, a causa della polvere e del gas che ne bloccano la vista. Le osservazioni nell’infrarosso, invece, ci permettono di penetrare lo schermo di polvere e di scavare nel cuore di questo ammasso stellare.
HAWK-I è installato sul telescopio UT4 (Yepun) del VLT e opera alle lunghezze d’onda del vicino infrarosso. Ha molti compiti scientifici, tra cui ottenere immagini di galassie vicine o di grandi nebulose, ma anche di stelle singole e di esopianeti. GRAAL è un modulo di ottica adattiva che permette a HAWK-I di produrre immagini spettacolari, usando quattro fasci laser proiettati nel cielo notturno, che fungono da stelle di riferimento artificiali e vengono usate per correggere gli effetti della turbolenza atmosferica – producendo così un’immagine più nitida.
Questa immagine è stata ottenuta nell’ambito di una serie di osservazioni di controllo – un processo noto come verifica scientifica – per HAWK-I e GRAAL. I test sono parte integrante del percorso di messa in opera di un nuovo strumento al VLT e comprendono un certo numero di osservazioni scientifiche tipiche per verificare e dimostrare le capacità del nuovo strumento.
Encelado con i suoi getti e sullo sfondo il grande Signore degli Anelli. Cassini, con il suo strumento RPWS, ha registrato un'imponente movimento di onde di plasma da Saturno verso i suoi anelli e verso la sua luna attiva Encelado. Crediti: NASA/JPL-Caltech
Encelado con i suoi getti e sullo sfondo il grande Signore degli Anelli. Cassini, con il suo strumento RPWS, ha registrato un’imponente movimento di onde di plasma da Saturno verso i suoi anelli e verso la sua luna attiva Encelado. Crediti: NASA/JPL-Caltech
Un nuovo studio sui dati raccolti durante il Grand Finale della missione Cassini rivela un’interazione sorprendentemente potente e dinamica delle onde di plasma che si muovono da Saturno ai suoi anelli e alla sua luna Encelado.
Nello spazio i suoni non viaggiano, lo sappiamo, ma così come le onde radio vengono raccolte e interpretate dai nostri dispositivi per farci ascoltare l’ultima hit della nostra band preferita, allo stesso modo la sonda Cassini ha rilevato onde elettromagnetiche nelle frequenze radio mentre percorreva le sue orbite ravvicinate al pianeta con gli anelli.
Ecco come suona la conversazione elettrodinamica tra Saturno e Encelado…
Queste registrazioni, qui sulla Terra, sono state amplificate e riprodotte attraverso un altoparlante e quello che si può sentire lo sentite qui a destra, cliccando sul video! La registrazione è del 2 settembre 2017, solo due settimane prima del tuffo della sonda nell’atmosfera del pianeta, che ne ha concluso la missione. La registrazione è stata convertita dal team RPWS presso l’Università dello Iowa, guidato dal fisico, e PI dello strumento RPWS, Bill Kurth. Quello che sentite però è una “conversazione” acellerata… Il tempo di registrazione è stato infatti compresso da 16 minuti a 28,5 secondi. In realtà i vari suoni sarebbero molto più lunghi, bassi e diluiti.
Lo studio di queste registrazioni mostra però, per la prima volta, come le onde di plasma viaggiano sulle linee di campo magnetico che collegano Saturno alla sua luna Encelado. Le linee di campo magnetico agiscono come se fossero un circuito elettrico, con l’energia che scorre avanti e indietro tra i corpi che collegano, Saturno e la sua luna. Proprio come l’aria o l’acqua, infatti, il plasma (il quarto stato della materia) genera onde per trasportare energia, e lo strumento Radio Plasma Wave Science (RPWS) a bordo della sonda Cassini ha registrato alcune di queste intense ondate di plasma durante uno dei suoi incontri più ravvicinati a Saturno.
Il numero dedicato alla missione per il suo Grand Finale, un viaggio per immagini e scoperte lungo tutti i vent’anni di missione. Leggilo gratuitamente in formato digitale o scaricalo in pdf cliccando sulla copertina!
Tra la Terra e la Luna non accade nulla di simile. A differenza della Luna, infatti, Encelado è immersa nel campo magnetico di Saturno ed è geologicamente attiva: i suoi getti di vapore acqueo ionizzano e riempiono l’ambiente intorno a Saturno. L’energia che emette viene raccolta e incanalata dalle linee di campo magnetico che la trasportano fino al pianeta, che risponde, percorrendo una lunghissima distanza, un po’ come nel gioco da bambini in cui due bicchieri di plastica vengono collegati con un filo e le onde sonore lo percorrono permettendo di parlarsi e sentirsi da un capo all’altro. Una interazione simile avviene anche tra Saturno e i suoi anelli, anche loro molto dinamici.
«Encelado è come un piccolo generatore che gira intorno a Saturno e sappiamo che è una fonte di energia continua», spiega Ali Sulaiman, scienziato planetario dell’Università dell’Iowa e parte del team RPWS. «Ora scopriamo che Saturno risponde lanciando segnali sotto forma di onde di plasma, attraverso il circuito di linee di campo magnetico che lo collegano ad Encelado a centinaia di migliaia di chilometri di distanza».
Un’interazione elettrodinamica quindi estremamente estesa, che riguarda non solo Encelado ma anche il sistema di anelli. Una scoperta resa possibile solo dalle orbite estremamente inclinate del Grand Finale che hanno portato la sonda adavvicinare il pianeta come non mai, passando tra la cima della sua atomosfera e il bordo interno degli anelli, e che ci mostra quanto diverso e movimentato sia da questo punto di vista il sistema planetario di Saturno rispetto a quello degli altri pianeti, compreso il nostro.
Sulaiman è l’autore principale di due articoli che descrivono i risultati di questo studio, pubblicati di recente in Geophysical Research Letters.
A. H. Sulaiman et al. Enceladus auroral hiss emissions during Cassini’s Grand Finale, Geophysical Research Letters (2018). DOI: 10.1029/2018GL078130
A. H. Sulaiman et al. Auroral hiss emissions during Cassini’s Grand Finale: Diverse electrodynamic interactions between Saturn and its rings, Geophysical Research Letters (2018). DOI: 10.1029/2018GL077875
A metà luglio, alle ore 21:45 guardando a occidente, con il cielo ancora chiaro per il tramonto, potremo scorgere, piuttosto bassi, una bella falce di Luna (fase del 10%), molto vicina alla stella Regolo, la lucida della costellazione del Leone.
I due saranno separati di appena un grado e mezzo e, guardando appena più in alto e a sud (a poco più di 5 gradi di distanza) potremo vedere anche il pianeta Venere, molto brillante (mag. – 3,7), a completare il quadro.
Sarà una bella occasione per scattare delle fotografie di paesaggio che comprendano i tre astri in congiunzione, ma dovremo affrettarci perché i tre tramonteranno in breve tempo (entro le 22:10).
Per quanto riguarda Venere, poi, c’è sempre la possibilità per chi ha uno strumento di provare ad osservarne le fasi! Non perdete il racconto di Claudio Pra sulle sue osservazioni di Venere e delle sue fasi (come sempre disseminato di preziosi consigli):
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com.
E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
10.08, ore 21:30: Calici di stelle al castello di Montarrenti. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Calici di stelle”.Osservatorio aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata in particolare alle meteore dello sciame delle Perseidi, anche se sarà possibile osservare altri oggetti del cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria.
Il Cielo del Mese. Ogni primo giovedì del mese, ritrovo a Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli”. In caso di tempo incerto verificare al numero 3388861549 (Davide Scutumella). 04.08, ore 21:30: Il Cielo di Agosto.
Il cielo al castello di Montarrenti. Serate osservative ogni secondo e quarto venerdì del mese. Prenotazione obbligatoria. 13.07 e 27.07, ore 22:00: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Giove, Saturno e Marte. 24.08, ore 21:30: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Marte e Saturno.
Per le prenotazioni: tramite il sito oppure inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) o un sms al 3482650891 (Giorgio).
Tutti i primi lunedì del mese: UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI
Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi
http://telescopioremoto.uai.it
Le campagne nazionali UAI
20-21 Luglio La notte bianca dell’Apollo 11
Quarta edizione dell’evento promosso dalla Sezione di Ricerca Astronautica UAI, in occasione dell’anniversario del primo allunaggio e del “gigantesco balzo per l’umanità” di Neil Armstrong
http://astronautica.uai.it
27 luglio La notte della Luna & del Pianeta Rosso!
La notte più ricca di eventi astronomici dell’anno: in prima serata l’eclisse totale di Luna, in congiunzione con il pianeta Marte all’opposizione. La Luna Rossa incontra il Pianeta Rosso! Un evento che il pubblico potrà seguire in occasione delle innumerevoli serate osservative organizzate dalle associazioni di astrofili su tutto il territorio nazionale
http://divulgazione.uai.it
10-12 agosto Le Notti delle Stelle
Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle” manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dal Movimento Turismo del Vino e dall’Associazione Nazionale Città del Vino.
http://divulgazione.uai.it
I convegni e le iniziative UAI 16-19 luglio Scuole Estive di metodologie didattiche della scienza
Le scuole estive di astronomia dell’UAI, dedicate agli insegnanti, ma non solo, da quest’anno in ben tre sedi dislocate sul territorio nazionale: presso l’Osservatorio Astronomico di Campo Catino a Guarcino (FR), a Modica (RG) a cura del Centro Ibleo Studi Astronomici e presso l’Osservatorio Astronomico Cà del Monte in provincia di Pavia
http://didattica.uai.it
Il circuito nazionale degli Star Party UAI
13-15 luglio8° Star Party di Campo Catino
Lo Star Party del Centro-Sud nel territorio più sorvegliato dall’Inquinamento Luminoso a 1.800 m. s.l.m.: un ampio piazzale con visibilità a 360° e un intero albergo a disposizione degli astrofili, con un ricco programma di attività
http://www.ataonweb.it
www.campocatinobservatory.org
13-15 luglio 18° Star Party delle Madonie
Lo Star Party siciliano più “longevo”, organizzato dall’O.R.S.A. di Palermo presso Piano Battaglia, nel Comune di Petralia Sottana, in pieno Parco delle Madonie
http://www.orsapa.it
Il mosaico di Cerealia Facula, nel cratere Occator di Cerere, ripresto dalla sonda della NASA Dawn il 22 giugno. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA
Il mosaico di Cerealia Facula, nel cratere Occator di Cerere, ripresto dalla sonda della NASA Dawn il 22 giugno. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA
Da diversi anni, ormai, la sonda DAWN della NASA sta orbitando intorno a Cerere (o Ceres, in latino), l’asteroide più grande del sistema solare, di cui ci siamo occupati più volte in questo blog. I passaggi ravvicinati hanno rivelato via via particolari sempre più interessanti e intriganti, ma la caratteristica più interessante e bizzarra è sicuramente la misteriosa macchia bianca (“bright spot”), talmente brillante da essere visibile persino nelle immagini di Hubble, benchè scattate da milioni di km di distanza.
In realtà probabilmente non si tratta di una macchia propriamente bianca, quanto piuttosto di una macchia molto più chiara del terreno circostante, visto che l’albedo, ossia sostanzialmente il “grado di biancore”, di Cerere è di solo 0.09, dove “1” rappresenta il bianco e “0” il nero.
Il più recente cambiamento di assetto di Dawn ha portato la sonda in un’orbita il cui punto più vicino a Cerere, detto in gergo “periastro”, è a soli 35 km di quota, contro i 380 dell’orbita precedente. È da questa quota che Dawn ha scattato le bellissime immagini di cui abbiamo parlato in quest’altro articolo, e che qui riproponiamo in versione particolare: “anaglifo 3d”, “parallel eyes”, “crossed eyes” e “3d flicker”.
Il primo tipo di immagine (qui a destra) è piuttosto noto, per vederla servono i classici occhialini “rosso-blu”, trattandosi del classico “anaglifo“.
Poichè però non tutti hanno gli occhialini rosso-blu, ecco disponibili vari altri modi per vedere un’immagine 3d sul monitor o sullo schermo del cellulare.
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Parallel eyes (“occhi paralleli”)
È possibile osservarla rilassando lo sguardo come se si stesse guardando un oggetto lontano, in modo che gli oggetti vicini appaiano sdoppiati: quando le due immagini centrali si sovrappongono, si ottiene l’effetto 3d. È però possibile farlo solo con immagini molto piccole, i cui centri non distino tra loro più della distanza tra gli occhi, che è di 6-7 cm.
Questo tipo di immagine si presta anche ad essere visualizzata su cellulare tramite visori 3d come il Google Cardboard, che grazie all’ausilio di due lenti permettono di mettere a fuoco un oggetto vicino anche se i due occhi sono orientati parallelamente come quando si guarda un oggetto lontano.
Crossed eyes (occhi incrociati)
Al contrario del caso precedente, bisogna “incrociare gli occhi” in modo da vedere, anche in questo caso, un’immagine sdoppiata; quando le due coppie di immagini si sovrappongono, l’immagine centrale risulta in 3d.
3d flicker (animazione 3d)
I metodi sopradescritti sono piuttosto faticosi e possono portare a mal di testa e problemi agli occhi, quindi ecco, sempre a destra, un metodo che permette di visualizzare immagini 3d senza ausilio di occhialini o di distorsioni oculari: si tratta di una rapida animazione fatta di due o più fotogrammi, abbastanza rapida da ingannare l’occhio e il cervello in modo da fargli credere di vedere un oggetto 3d.
Qualunque metodo decidiate di usare, noterete che la macchia bianca in questione risulta essere quello che sembra un ghiacciaio con tanto di emissari da fusione. Pare però che non si tratti di acqua bensì di sali, ed è interessante notare come il terreno non sia semplicemente collinare, ma sembra quasi raggrumato, come se l’acqua (o il ghiaccio, o i sali) avessero causato una strana aggregazione del terreno, un po’ come succede quando lasciamo cadere qualche goccia d’acqua da un bicchiere sulla sabbia di una spiaggia.
Vista però la scarsa qualità e la piccola dimensione delle immagini disponibili, potrebbe anche trattarsi di una mera illusione ottica e la formazione potrebbe essere un normale altopiano. I prossimi passaggi dovrebbero permettere di ottenere ulteriori immagini della zona, non più definite ma magari da altri punti di vista.
Crediti
Le immagini 3d sono state realizzate dall’autore dell’articolo tramite il programma gratuito StereoPhotoMaker.
Le immagini originali sono reperibili sul “photojournal” della NASA: https://photojournal.jpl.nasa.gov/catalog/PIA22477
Entrambe le foto hanno lo stesso numero di catalogo PIA22477 . Non sono purtroppo al momento disponibili i metadati sulla posizione reciproca di Dawn, Ceres e Sole, che permetterebbero di meglio valutare luci, ombre e dimensioni.
Sono disponibili vari siti ufficiali sulla missione:
La mattina del10 luglio, guardando verso est, potremo scorgere – appena sorti – una sottile falce di Luna (fase del 12,8%) e la stella alfa del Toro, Aldebaran (mag. +0,9).
I due astri si troveranno a una distanza di poco più di 3 gradi. Il luogo dell’incontro è quello dell’ammasso aperto delle Iadi e in particolare la Luna transiterà vicinissima alla stella Gamma Tauri (mag. +3,7).
Sull’orizzonte sudovest, sempre presente il brillante Marte, in cammino verso la sua Grande Opposizione
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In concomitanza dell’imminente “grande opposizione” di Marte, il Circolo Culturale Astrofili Trieste dedicherà gli appuntamenti didattici del mese – RISERVATI AI SOLI SOCI – interamente al pianeta rosso, con relazioni a tema.
Assolutamente da non perdere – ANCHE PER IL PUBBLICO – la data del 27/7, con il doppio, eccezionale appuntamento dell’eclisse totale di Luna più lunga del secolo (1h 44’ di totalità!) e dell’opposizione di Marte, con il disco del pianeta largo ben 24,31’: nell’occasione, i telescopi dell’osservatorio “B.Zugna” offriranno ai presenti l’opportunità di osservare “live” sia gli evanescenti dettagli marziani che il nostro satellite naturale, arrossato dalla luce solare rifratta dalla nostra atmosfera.
Vista della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko dalla sonda Rosetta. Crediti: ESA.
La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Crediti: ESA.
La sonda Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea ha accompagnato la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko nel suo viaggio intorno al Sole da agosto 2014 a settembre 2016, rilasciando sulla sua superficie il lander Philae e terminando il suo encomiabile lavoro con uno schianto programmato sulla cometa stessa il 30 settembre 2016.
Quando la cometa si è trovata abbastanza vicina al Sole, il ghiaccio sulla sua superficie è sublimato, ossia è passato direttamente dallo stato solido allo stato gassoso, formando attorno alla cometa una tenue atmosfera chiamata chioma. L’analisi della chioma da parte degli strumenti a bordo di Rosetta ha rivelato che l’atmosfera non conteneva solo acqua, monossido di carbonio e anidride carbonica, come previsto, bensì anche ossigeno molecolare. L’ossigeno molecolare è costituito da due atomi di ossigeno uniti tra loro (O2) e sulla Terra, dove viene prodotto dalla fotosintesi, è essenziale per la vita. In passato è stato rilevato intorno ad alcune delle lune ghiacciate di Giove, ma non era assolutamente previsto che fosse trovato attorno ad una cometa.
Inizialmente, il team scientifico di Rosetta pensava che l’ossigeno provenisse dal corpo principale della cometa, il suo nucleo. Ciò significa che doveva trattarsi di ossigeno molecolare “primordiale”, ossia già presente quando la cometa stessa si formò agli albori del Sistema solare, 4.6 miliardi di anni fa.
Nel 2017 un altro gruppo di ricercatori ha tuttavia suggerito che l’ossigeno molecolare nelle comete potrebbe avere un’origine diversa, avendo scoperto un nuovo modo di produrlo nello spazio a partire da ioni energetici, ossia da molecole elettricamente cariche. I ricercatori hanno proposto che le reazioni con ioni energetici sulla superficie della cometa 67P potrebbero essere la fonte dell’ossigeno molecolare rilevato.
Alla luce di questa nuova ipotesi, i membri del team di Rosetta hanno analizzato nuovamente i dati sull’ossigeno della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. In un articolo pubblicato su Nature Communications, guidato dai fisici dell’Imperial College di Londra, viene ora riportato che il meccanismo proposto per produrre ossigeno sulla superficie della cometa non è sufficiente a spiegare i livelli osservati nella chioma.
L’autore principale del lavoro, Kevin Heritier del Dipartimento di Fisica dell’Imperial College, ha dichiarato: «Il primo rilevamento di ossigeno molecolare nella chioma di 67P è stato molto sorprendente ed eccitante. Abbiamo testato la nuova teoria della produzione di ossigeno molecolare superficiale utilizzando osservazioni di ioni energetici, particelle che attivano i processi superficiali che potrebbero portare alla produzione di ossigeno molecolare. Tuttavia, abbiamo scoperto che la quantità di ioni energetici presenti non poteva produrre abbastanza ossigeno molecolare per tenere conto della quantità osservata nella chioma».
Marina Galand, del Dipartimento di Fisica presso l’Imperial College, co-autrice del lavoro e Co-Investigator del Rosetta Plasma Consortium, ha aggiunto: «È possibile che parte dell’ossigeno molecolare rilevato sia stato generato sulla superficie della cometa, ma la maggior parte dell’ossigeno molecolare presente nella chioma non è prodotto attraverso tale processo».
Vista della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko dalla sonda Rosetta. Crediti: ESA.
La nuova analisi è coerente con la conclusione iniziale del gruppo di ricerca, ossia che l’ossigeno molecolare è molto probabilmente primordiale. Sono state proposte altre teorie e non possono ancora essere escluse, ma la l’ipotesi dell’origine primordiale è quella che si adatta meglio ai dati. Ipotesi peraltro supportata anche da recenti teorie che hanno rivisto la formazione dell’ossigeno molecolare nelle nubi scure e la presenza di ossigeno molecolare nel Sistema solare iniziale. In accordo con questi modelli, l’ossigeno molecolare creato si sarebbe congelato su piccoli granelli di polvere, che hanno raccolto sempre più materiale, accumulandosi a formare la cometa e bloccando l’ossigeno nel suo nucleo.
Indice dei contenuti
Per saperne di più:
Leggi su Nature Communications l’articolo “On the origin of molecular oxygen in cometary comae” di L. Heritier, K. Altwegg, J.-J. Berthelier, A. Beth, C. M. Carr, J. De Keyser, A. I. Eriksson, S. A. Fuselier, M. Galand, T. I. Gombosi, P. Henri, F. L. Johansson, H. Nilsson, M. Rubin, C. Simon Wedlund, M. G. G. T. Taylor e E Vigren
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Lo Speciale ROSETTA in occasione del Finale di Missione pubblicato su Coelum Astronomia 204
La grande esplosione di Eta Carinae, negli anni ’40, ha creato la nebulosa Homunculus, che vediamo in questa immagine ripresa da Hubble. Alla distanza di circa un anno luce, la nube in espansione contiene abbastanza materiale da dare vita ad almeno 10 copie del nostro Sole. Credito: NASA, ESA e il team ERO di Hubble SM4
Un nuovo studio che utilizza i dati del telescopio spaziale NuSTAR della NASA suggerisce che Eta Carinae, il sistema stellare più luminoso e massiccio entro 10.000 anni luce, sta accelerando particelle ad alta energie, alcune delle quali potrebbero raggiungere la Terra sotto forma di raggi cosmici.
«Sappiamo che le onde d’urto delle stelle esplose possono accelerare le particelle dei raggi cosmici a velocità vicine a quelle della luce, un incredibile impulso di energia», spiega Kenji Hamaguchi, astrofisico del Goddard Space Flight Center della NASA e autore principale di lo studio. «Processi simili devono verificarsi anche in altri ambienti estremi. Il nostro studio ci dice che Eta Carinae è uno di questi».
Sappiamo ormai che i raggi cosmici con energie superiori a 1 miliardo di elettronvolt (eV) arrivano fino a noi da ben oltre il nostro sistema solare, ma trattandosi di particelle – elettroni, protoni e nuclei atomici – portatori di carica elettrica, vengono deviate quanto incontrano dei campi magnetici. Questo scombina i loro percorsi rendendo difficile identificarne l’origine.
Eta Carinae, situata a circa 7.500 anni luce di distanza nella costellazione meridionale della Carina, è famosa per un’esplosione, durante il diciannovesimoo secolo, che per breve tempo l’ha resa la stella più luminosa del cielo. Da questo evento si è anche creata una enorme nebulosa a forma di clessidra, ma la causa dell’esplosione è ancora incerta. Il sistema infatti è formato da una coppia di stelle massicce le cui orbite eccentriche le portano insolitamente vicine ogni 5,5 anni. Le stelle contengono 90 e 30 volte la massa del nostro Sole e passano a 225 milioni di chilometri di distanza nel momento in cui sono più vicine – all’incirca la distanza media che separa Marte e il Sole.
«Entrambe le stelle di Eta Carinae emettono potenti flussi chiamati venti stellari», spiega Michael Corcoran, parte del team sempre al Goddard. «Il punto in cui questi venti interferiscono cambia durante il ciclo orbitale, e produce un segnale periodico nei raggi X a bassa energia che stiamo tracciando da più di due decenni».
Il telescopio spaziale a raggi gamma Fermi della NASA osserva ha osservato anche un cambiamento nei raggi gamma – in una sorgente come Eta Carinae, la luce accumula molta più energia dei raggi X. Ma la vista di Fermi non è così acuta come i telescopi a raggi X, quindi gli astronomi non sono riusciti a confermare la connessione.
Per colmare il divario tra il monitoraggio a raggi X a bassa energia e le osservazioni di Fermi, Hamaguchi e i suoi colleghi si sono quindi rivolti a NuSTAR. Lanciato nel 2012, NuSTAR può rilevare raggi X di energia molto maggiore rispetto a qualsiasi telescopio precedente. Utilizzando quindi sia i nuovi dati acquisiti che quelli archiviati, il team ha esaminato le osservazioni NuSTAR tra il marzo 2014 e giugno 2016, insieme alle osservazioni a raggi X a energia più bassa del satellite XMM-Newton dell’Agenzia spaziale europea sempre nello stesso periodo.
Un immagine artistica del telescopio spaziale NuStar della NASA. Crediti: NASA
I raggi X di Eta Carinae a bassa energia, o “morbidi”, provengono dal gas nella zona in cui i venti stellari si scontrano, dove le temperature superano i 40 milioni di gradi Celsius. Ma NuSTAR ha rilevato una sorgente che emette raggi X sopra i 30.000 eV, circa tre volte più potenti di quelli che possono essere spiegati dall’azione delle onde d’urto nei venti in collisione (per confronto, l’energia della luce visibile varia da circa 2 a 3 eV!).
Lo studio, pubblicato lunedì 2 luglio su Nature Astronomy, dimostra che questi raggi “duri” variano con il periodo binario dell’orbita e mostrano un modello di produzione di energia simile a quello dei raggi gamma osservati da Fermi.
Eta Carinae brilla nei raggi X in questa immagine dall’Osservatorio a raggi X Chandra della NASA. I colori indicano le diverse energie. Il rosso si estende da 300 a 1.000 elettronvolt (eV), il verde varia da 1.000 a 3.000 eV e il blu da 3.000 a 10.000 eV. Per confronto, l’energia della luce visibile varia da circa 2 a 3 eV. Le osservazioni di NuSTAR (in verde) rivelano una fonte di raggi X con energie circa tre volte superiori a quelle rilevate da Chandra. Crediti: NASA/CXC and NASA/JPL-Caltech
La migliore spiegazione sembra essere, sia per l’emissione di raggi X sia per l’emissione di raggi gamma, l’accelerazione di elettroni nelle violente onde d’urto lungo il confine dei venti stellari in collisione. I raggi X rilevati da NuSTAR e i raggi gamma rilevati da Fermi deriverebbero quindi dalla luce stellare a causa di un enorme aumento di energia dovuto all’interazione con questi elettroni.
Alcuni di questi elettroni superveloci, così come accade a qualsasi altra particella accelerata, sfuggono dal sistema e probabilmente alcuni alla fine arrivano fin sulla Terra, dove possono essere rilevati come raggi cosmici.
«Sapevamo da tempo che la regione attorno a Eta Carinae era fonte di emissione in raggi X e raggi gamma ad alta energia», conclude Fiona Harrison, PI di NuSTAR e professoressa di astronomia al Caltech di Pasadena , California. «Ma finché NuSTAR non è stato in grado di darci la direzione della radiazione, dimostrare che proveniva dal sistema binario e permetterci di studiarne le proprietà in dettaglio, l’origine era ancora un mistero». Ora risolto…
La sera del 9 luglio, volgendo lo sguardo verso l’orizzonte ovest, potremo osservare una bella congiunzione tra il brillante pianeta Venere (mag. –4,1) e la stella alfa della costellazione del Leone, Regolo (mag. +1,4).
I due astri saranno ancora immersi nelle ultime luci del crepuscolo serale, ma sarà comunque facile individuarli, stretti in un abbraccio di poco più di un 1° di separazione (con Venere a nordovest di Regolo).
Di Venere, essendo un pianeta interno (più vicino al Sole di noi), possiamo osservarne le fasi proprio come le vediamo sulla Luna – volendo anche in pieno giorno – questa sera potremmo vederlo in fase calante verso l’Ultimo Quarto (fase 66,9%):
Altrettanto facile sarà poi riconoscere l’imponente figura del Leone, che ci ha accompagnato nei mesi scorsi e ora è pronta a tuffarsi in verticale sotto l’orizzonte.
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E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Con: Corrado Lamberti, Sabrina Masiero, Salvo Massaro, Claudio Zellermayer.
Dal 30 luglio al 3 agosto: presso la Fondazione Gal-Hassin – Centro internazionale per le scienze astronomiche Isnello, Via della Fontana Mitri – Isnello (PA)
Termine ultimo di iscrizione: sabato 14 luglio
Per informazioni: Tel 0921 662890
email: info@galhassin.it
sito web: www.galhassin.it
10.08, ore 21:30: Calici di stelle al castello di Montarrenti. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Calici di stelle”.Osservatorio aperto al pubblico per una serata osservativa dedicata in particolare alle meteore dello sciame delle Perseidi, anche se sarà possibile osservare altri oggetti del cielo del periodo. Prenotazione obbligatoria.
Il Cielo del Mese. Ogni primo giovedì del mese, ritrovo a Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli”. In caso di tempo incerto verificare al numero 3388861549 (Davide Scutumella). 07.07, ore 22:00: Il Cielo di Luglio. 04.08, ore 21:30: Il Cielo di Agosto.
Il cielo al castello di Montarrenti. Serate osservative ogni secondo e quarto venerdì del mese. Prenotazione obbligatoria. 13.07 e 27.07, ore 22:00: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Giove, Saturno e Marte. 24.08, ore 21:30: Serata dedicata al cielo estivo: protagonisti gli ammassi stellari (sia globulari che aperti) e i pianeti Marte e Saturno.
Per le prenotazioni: tramite il sito oppure inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) o un sms al 3482650891 (Giorgio).
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