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Hayabusa-2 farà rientrare i suoi campioni in Australia

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Impressione artistica di Hayabusa 2 che lascia la Terra dopo aver rilasciato il suo prezioso carico, diretto verso la superficie (©JAXA).
Impressione artistica di Hayabusa 2 che lascia la Terra dopo aver rilasciato il suo prezioso carico, diretto verso la superficie (©JAXA).

Il prezioso carico con i campioni dell’asteroide Ryugu atterrerà nel sud dell’Australia il 6 dicembre 2020 (fuso orario del Giappone), nella Woomera Prohibited Area, un’importante struttura aerospaziale militare e civile.

Lo speciale permesso AROLSO (Authorization of Return of Overseas-Launched Space Object) è stato uno degli step fondamentali per la riuscita della missione.
Il presidente della JAXA, Hiroshi Yamakawa, ha affermato: «L’approvazione per eseguire le operazioni di rientro e recupero della capsula con i campioni restituiti da Hayabusa2 è una pietra miliare significativa. Vorremmo esprimere la nostra sincera gratitudine per il sostegno e la collaborazione al governo australiano e alle molteplici organizzazioni in Australia. Continueremo a prepararci per il successo della missione a dicembre 2020 in stretta collaborazione con il governo australiano».

Tutte le fasi del rilascio della capsula. A partire da metà settembre, quando la sonda si troverà a 37 milioni di chilometri dalla Terra, fino al 6 dicembre, quando si avvicinerà fino a 200 chilometri di altezza, per poi ripartire verso la sua missione secondaria. Crediti: JAXA

«Sono lieto di aver autorizzato l’atterraggio di Hayabusa2 nella Woomera Prohibited Area e sono entusiasta che la JAXA abbia scelto di collaborare con noi per il rientro della capsula», ha dichiarato Karen Andrews, ministro australiano dell’Industria, della Scienza e della Tecnologia.
«Questa missione è un’impresa scientifica e tecnica molto importante, poiché questo è il primo campione prelevato sotto la superficie di un asteroide restituito a Terra».

  • Lo speciale sulla missione Hayabusa 2 alla scoperta di Ryugu
  • Tutte le notizie sulla missione

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    Così si oscurò Betelgeuse

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    Rappresentazione artistica di Betelgesue prodotta utilizzando un'immagine della fine del 2019 scattata con lo strumento Sphere sul Very Large Telescope dello European Southern Observatory. Crediti: Eso, Esa/Hubble, M. Kornmesser
    Rappresentazione artistica di Betelgesue prodotta utilizzando un'immagine della fine del 2019 scattata con lo strumento Sphere sul Very Large Telescope dello European Southern Observatory. Crediti: Eso, Esa/Hubble, M. Kornmesser

    A ritrovarsi per una selva oscura, negli anni a ridosso del 1300, non fu soltanto il Sommo Poeta: anche alla supergigante rossa Betelgeuse capitò una disavventura analoga. Trovandosi a poco più di 700 anni luce da noi, gli effetti li abbiamo potuti apprezzare solo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, quando la luminosità dell’imponente regina scarlatta della costellazione d’Orione è andata via via affievolendosi – fino a toccare il minimo attorno a metà febbraio, suscitando aspettative per una possibile esplosione – per poi ritornare ai livelli di sempre già nel mese di aprile. E, come per Dante, anche per Betelgeuse il buio che l’avvolse ebbe origine anzitutto dentro di sé.

    Per capire cosa le sia accaduto, il telescopio spaziale Hubble si è affidato a una guida spettrale – la riga del magnesio ionizzato – seguendone le tracce in ultravioletto. Ecco dunque una breve cronistoria dell’inverno di Betelgeuse. Da settembre a novembre 2019, un’enorme massa di plasma ultracaldo si è sollevata dalla superficie della stella per dirigersi verso la sua atmosfera esterna. Ivi giunta ha continuato a viaggiare, per milioni di chilometri. Allontanandosi, il plasma si è raffreddato, e raffreddandosi si è mutato in polvere. Ed è stata proprio quest’immensa nube di polvere a oscurare per mesi – fino a un terzo della sua luminosità normale – la supergigante rossa, rendendola quasi irriconoscibile. Questa, almeno, è la ricostruzione proposta da uno studio guidato da Andrea Dupree, astrofisica del Center for Astrophysics di Harvard e Smithsonian, in uscita su The Astrophysical Journal.

    «Con Hubble abbiamo osservato il materiale mentre abbandonava la superficie visibile della stella e si allontanava attraverso la sua atmosfera, prima che si formasse la polvere che l’ha oscurata», spiega Dupree. «Abbiamo così potuto vedere l’effetto di una regione densa e calda che dal lembo sudest della stella si sposta verso l’esterno. Era materiale da due a quattro volte più luminoso della normale luminosità della stella. Poi, circa un mese dopo, l’emisfero meridionale di Betelgeuse si è oscurato in modo evidente, man mano che la stella appariva più debole. Pensiamo sia possibile che l’emissione rilevata da Hubble abbia prodotto una nube scura. Solo Hubble ci fornisce una prova di ciò che ha portato all’oscuramento».

    Va ricordato che Dupree e colleghi tenevano sott’occhio Betelgeuse da ben prima che si verificasse il drammatico calo di luminosità: le prime osservazioni, compiute nell’ambito di uno studio triennale per monitorare le variazioni nell’atmosfera esterna della stella, risalgono a inizio 2019.

    Fondamentale è stata la sensibilità del telescopio alla luce ultravioletta, che ha permesso ai ricercatori di sondare gli strati al di sopra della superficie della stella, troppo caldi per essere rilevati in banda ottica. Strati riscaldati in parte dalle celle di convezione della stella che ribollono in superficie, e probabilmente all’origine dell’imponente emissione di plasma.

    «La risoluzione spaziale di una superficie stellare è possibile solo in casi favorevoli e solo con la migliore attrezzatura disponibile», sottolinea Klaus Strassmeier del Leibniz Institute for Astrophysics Potsdam, in Germania, riferendosi sia alla capacità di Hubble di ricostruire in dettaglio gli spostamenti del plasma sia al fatto che la supergigante rossa si è dimostrata un soggetto ideale per questo tipo di osservazioni. «Da questo punto di vista, Betelgeuse e Hubble sono fatti l’uno per l’altra».

    Nel frattempo, la campagna osservativa va avanti. O meglio: per ora è in pausa forzata, poiché Betelgeuse è ancora troppo vicina al Sole, ma riprenderà al più tardi a inizio settembre – quando Hubble tornerà a riveder la stella.

    Per saperne di più:

    Leggi anche

    Betelgeuse riprende lentamente a brillare

    Guarda la live di MediaInaf Tv dedicata all’oscuramento di Betelgeuse:


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    Luna e Venere nel cielo del mattino

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    La mattina del 15 agosto, senza dover affrontare una levataccia (parliamo delle 5:00 circa), potremo osservare, guardando a est, una classica ma sempre affascinante congiunzione tra una falce di Luna (fase del 18%) e il brillante pianeta Venere (mag. –4,4).

    La Luna si troverà a nord del pianeta, alto 30°, separato da esso di circa 5° 25’. Sarà una di quelle occasioni in cui il cielo ci apparirà decisamente tridimensionale. Sullo sfondo di un blu tenuemente rischiarato, potremo ammirare le stelle dei Gemelli, teatro dell’incontro, con le brillanti Castore (Alfa Geminorum, mag. +1,9) e Polluce (Beta Geminorum, mag. +1,2), più a est, sfondo su cui Venere ci apparirà decisamente staccato, per via della sua forte brillantezza.

    Anche la Luna contribuirà all’effetto, poiché, oltre alla sottile falce luminosa, ci apparirà delicatamente luminosa a causa della luce riflessa dalla Terra, un fenomeno detto “luce cinerea”. Sarà davvero un bel momento da immortalare in fotografia.

    Se preferite affrontare la sveglia presto la mattina, per vedere i due soggetti più bassi sull’orizzonte, considerate che Venere sorge poco prima delle ore 3:00.

    ➜ Leggi anche su Coelum Astronomia di gennaio: Da Vespero, stella della sera, a Lucifero, stella del mattino, di Giorgia Hofer.

    Le effemeridi di Luna e Pianeti le trovi nel Cielo di Agosto 2020 su coelum.com


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    Scoccare della mezzanotte con Luna e Marte

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    Alla mezzanotte dell’8 agosto, quindi nella notte tra i giorni 8 e 9, potremo seguire una bella congiunzione tra la Luna (fase del 74%) e il pianeta Marte (mag. –1,3).

    Si tratta di una congiunzione analoga, almeno per i soggetti coinvolti, a quella dello scorso 12 luglio. Se però nella scorsa occasione i due astri formavano un allineamento verticale, questa volta Luna e Marte si presentano allineati in orizzontale, con la Luna posta a circa 4° 50’ a sudovest del pianeta e alta circa 10° sull’orizzonte est.

    All’orario consigliato, quindi, i due soggetti saranno ancora non troppo alti sull’orizzonte, consentendo di realizzare immagini che comprendano anche gli elementi del paesaggio, come sempre consigliamo per arricchire i propri scatti fotografici.

    Se però vogliamo dedicarci all’osservazione della congiunzione nel momento di minimo avvicinamento, dovremo attendere le ore 4:00 dello stesso giorno, quando la Luna si troverà a poco meno di 3° a sudovest di Marte. In questo momento l’altezza dei due soggetti sarà di circa 50° sull’orizzonte sud e, volendo fotografarli in questa configurazione, per evitare di ottenere uno scatto in cui siano presenti solo i due astri, annegati in un “mare buio”, dovremo andare alla ricerca dei dettagli più alti di strutture architettoniche o le cime degli alberi per aggiungere dettaglio alla nostra fotografia.

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    SpaceX DM-2 è un successo: rientrati Behnken e Hurley

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    La caspula Endeavour di SpaceX ammarata il 02 agosto 2020. Credit NASA/SpaceX
    La caspula Endeavour di SpaceX ammarata il 02 agosto 2020. Credit NASA/SpaceX
    DI MARCO ZAMBIANCHI – astronautinews.it

    Con lo splashdown della capsula Crew Dragon Endeavour avvenuta alle 20:47 italiane di oggi 2 agosto, si è conclusa trionfalmente dopo 63 giorni e 23 ore la Demonstration Mission 2, l’attesissimo volo di esordio con equipaggio a bordo della capsula di SpaceX.

    Gli astronauti NASA Bob BehnkenDoug Hurley sono sono dunque tornati a terra ammarando nelle acque antistanti Pensacola, in Florida, chiudendo una missione storica che ha segnato il ritorno della capacità degli Stati Uniti di lanciare dal suolo patrio capsule di fabbricazione statunitense propulse da vettori statunitensi.

    Le operazioni di rientro sono cominciate la scorsa notte, quando alle 01:34 italiane è stato dato il comando di separazione della capsula dalla ISS.

    Dopo alcune accensioni dei propulsori di manovra atte ad allontanare la Crew Dragon dall’avamposto spaziale, Endeavour ha definitivamente lasciato le immediate vicinanze della stazione attorno alle 01:55; alle 02:27 e 03:14 sono avvenute due ulteriori manovre (Departure Burn 2 e 3) che hanno posizionato la capsula su una diversa orbita, dove ha passato le ore immediatamente prima del rientro.

    Come già nel viaggio di andata, gli astronauti a bordo di Endeavour hanno potuto usufruire di un periodo di riposo durante il quale recuperare le energie in vista delle fasi cruciali del rientro orbitale. Mentre Behnken e Hurley dormivano, il centro di controllo di Hawthorne (ricordiamo che la missione è stata controllata, per la prima volta nella storia del programma spaziale americano, direttamente da SpaceX, mentre “Houston” era collegata come osservatore) ha monitorato da remoto alcune altre accensioni dei propulsori di manovra (phasing burns), dimostrando la capacità della capsula di sgravare gli astronauti di alcune operazioni ritenute sufficientemente sicure da essere affidate al computer di bordo.

    La manovra di deorbitazione è iniziata attorno alle 19:55, quando Endeavour si è separata dal trunk, cioè il modulo di servizio ormai inutile e destinato a distruggersi in atmosfera. Alle 20:00 i propulsori di manovra Draco si sono accesi per circa dieci minuti, rallentando la corsa orbitale quanto necessario perché nel giro di breve tempo la Crew Dragon lambisse gli strati più esterni dell’atmosfera, in una fase chiamata interfaccia di rientro.

    La fase di distacco del trunk e orientamento dell’assetto in questa illustrazione per gentile concessione di G. De Chiara 2020.

    Da quel momento l’attrito atmosferico e alcune brevi accensioni dei Draco hanno contribuito a portare Endeavour sempre più in basso, fino alla quota e alla velocità prevista per l’apertura del sistema dei paracadute.

    I primi a essere espulsi, alle 20:44 circa, sono stati i paracadute pilota, che oltre a rallentare ulteriormente la Crew Dragon hanno trascinato fuori dalle loro sacche i grandi paracadute principali, cui spettava il compito cruciale di sostenere la capsula fino al contatto con le acque del Golfo del Messico.

    In questa illustrazione della fase finale del rientro, viene mostrata anche l’opzione con utilizzo di propulsori. La sequenza nominale invece è quella che vede protagonisti i paracadute senza ausilio di razzi. Credit immagine: G. De Chiara 2020.

    L’apertura del portello della capsula è avvenuto alle 21:59. Durante questa fase è stato accumulato un piccolo ritardo a causa di tracce residue di sostanze potenzialmente pericolose provenienti dagli esausti dei motori, che sono state poi completamente eliminate.

    Behnken e Hurley sono ora in attesa di riunirsi con le rispettive famiglie, entrambe molto “spaziali”, ma nel giro di un paio di giorni saranno a disposizione dei giornalisti per la conferenza convocata per il prossimo 4 agosto.

    Oltre gli astronauti, diversi esperimenti scientifici e altri oggetti hanno raggiunto in sicurezza la superficie terrestre. Tra questi la bandiera USA che fu lasciata a bordo della ISS dal comandante dell’ultima missione Space Shuttle, STS-135, con la promessa di riportarla in patria proprio con una futura navetta di produzione statunitense. Rientrate sane e salve anche le due mascotte di SpaceX.

    Tutta la fase finale del rientro è stata seguita e commentata in diretta dal podcast della galassia ISAA, AstronautiCAST. Una puntata speciale organizzata esclusivamente per l’occasione e ricca di tutti i dettagli che hanno caratterizzato questo importante momento.

    Leggi anche Launch America. Si apre una nuova era dell’esplorazione spazialedi Rossella Spiga

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    La Luna accompagna i due protagonisti dell’estate

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    Nelle serate dei giorni 1 e 2 agosto, in prima serata e dunque in orario comodo, alle ore 22:00, guardando verso sud-sudest, potremo ammirare una congiunzione che coinvolge la Luna e i brillanti pianeti Giove e Saturno.

    Si tratta di una di quelle occasioni in cui potremo osservare l’evoluzione del fenomeno su due giornate: il teatro dell’incontro è quello della costellazione del Sagittario, ricchissima di stelle che però, considerata la luminosità della Luna, non emergerà bene dal fondo del cielo.

    Si inizia la sera del primo di agosto, con la Luna quasi piena (fase del 97%) situata a circa 2° e mezzo a sud di Giove (mag. –2,7). Giove è molto brillante e appariscente, facilmente individuabile a occhio nudo, e non teme il bagliore lunare.

    Il giorno dopo, 2 agosto, sempre alla stessa ora, i due pianeti si saranno spostati impercettibilmente sulla volta stellata mentre la Luna avrà compiuto un balzo consistente, andando ad avvicinarsi maggiormente a Saturno (mag. +0,1): si sarà posizionata a 4° 50’ a sudovest del pianeta, la cui luminosità, ben più tenue di quella di Giove, soffre un po’ della presenza della Luna, ormai quasi Piena.

    Se decideremo di realizzare qualche scatto fotografico di questa congiunzione, forse sarà utile tenere a mente che agosto si chiuderà con una congiunzione analoga, e potrebbe essere interessante realizzare una composizione che metta in risalto lo spostamento dei soggetti primari nell’arco di un mese. In tal caso consigliamo di fotografare la congiunzione almeno dopo le 23, in modo da facilitare il confronto con la congiunzione di fine mese se osservata alle ore 22.


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    ISS stazione spaziale internazionale. I passaggi notevoli di agosto 2020

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    C/2020 F3 Neowise e la ISS di Alessandro Carrozzi. La cometa C/2020 F3 Neowise e la ISS (Stazione Spaziale Internazionale) nel crepuscolo mattutino sopra la pianura padana. Cliccare sull'immagine per i dati di ripresa.
    C/2020 F3 Neowise e la ISS di Alessandro Carrozzi. Una magnifica ripresa, nel crepuscolo del mattino, del passaggio della ISS sopra la pianura padana. Non si può non notare nella composizione la presenza della star dell

    La ISS – Stazione Spaziale Internazionale sarà rintracciabile nei nostri cieli sia ad orari mattutini che serali. Avremo cinque transiti notevoli con magnitudini elevate durante l’ultimo mese estivo, auspicando come sempre in cieli sereni.

    Si inizierà il giorno 1° agosto, dalle 21:57 alle 22:04, osservando da ONO a SSE. La ISS sarà ben visibile da tutta Italia con una magnitudine massima che si attesterà su un valore di –3,3.
    La stessa sera, è possibile osservare la Luna insieme a Giove e Saturno verso SSE.

    Si replica il 2 agosto, dalle 21:09 verso NO alle 21:18 verso SE. Visibilità migliore da tutta la nazione per il  transito migliore del mese, con magnitudine di picco a –3,8.

    Passiamo al giorno 25 agosto, saltando quasi a fine mese, un nuovo transito dalle 05:55 in direzione SO alle 06:05 in direzione ENE. Osservabile al meglio dal Centro Sud Italia, con una magnitudine massima di –3,2.

    Il penultimo transito si avrà il giorno 27 agosto, dalle 05:56 da OSO alle 06:06 a NE, con magnitudine massima a –3,4. Osservabile al meglio dal Centro Nord, ma visibile da tutta Italia.

    L’ultimo transito del mese, il 28 agosto, si avrà dalle 05:10 alle 05:17, da SO a NE. Magnitudine di picco a –3,7 non appena la ISS uscirà dall’ombra della Terra. Passaggio osservabile perfettamente da tutta la nazione.

    Giorno Ora Inizio Direzione Ora Fine Direzione Magnitudine
    1 21:57 ONO 22:04 SSE -3.3
    2 21:09 NO 21:18 SE -3.8
    25 05:55 SO 06:05 ENE -3.2
    27 05:56 OSO 06:06 NE -3.4
    28 05:10 SO 05:17 NE -3.7
    N.B. Le direzioni visibili per ogni transito sono riferite ad un punto centrato sulla penisola, nel centro Italia, costa tirrenica. Considerate uno scarto ± 1-5 minuti dagli orari sopra scritti, a causa del grande anticipo con il quale sono stati calcolati.

    Come sempre, infatti, queste informazioni vanno considerate indicative, essendo suscettibili di variazione a seconda della località e per via dell’anticipo con cui vengono calcolate. Per circostanze precise potete usare, in prossimità del passaggio, le numerose app apposite o software gratuiti online, come CalSky o Heavens Above.


    Dove si trova la ISS ora?

    Live stream dalla ISS

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    Il Cielo di Agosto 2020

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    La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Ago > 00:00; 15 Ago > 23:00; 31 Ago > 22:00. Crediti Coelum Astronomia CC-BY

    EFFEMERIDI

    Luna

    Sole e Pianeti

    A metà agosto, Andromeda e Pegaso saranno già molto alti verso sudest, mentre a ovest, sempre più basso, si preparerà a salutarci il Boote con Arturo. A fine agosto, già prima della mezzanotte, si potrà assistere al sorgere delle “sette sorelle”, le Pleiadi, le primissime avvisaglie della stagione più fredda – però ancora lontana – che porterà con sé le brillanti e fotogeniche stelle invernali.

    Il Cielo di luglio e agosto con la UAI: Viaggio nel Serpente

    COSA OFFRE IL CIELO

    Marte continua lentamente a sorgere sempre prima, se in luglio l’abbiamo visto arrivare in seconda serata, ad agosto animerà la prima serata assieme a Giove e Saturno, che godono ancora dell’opposizione raggiunta in luglio, anticipando sempre più la loro apparizione in cielo e facendosi quindi trovare già a una buona altezza quando il cielo si fa buio.

    Venere si tiene invece il ruolo di Lucifero, la stella del mattino. Anche lui sta anticipando la levata che lo porterà al suo punto di massima eloganzione dal Sole.  da quel momento ricomincerà ad avvicinarsi prospetticamente al Sole, riprendendo il cammino che, dopo la congiunzione eliaca, lo riporterà nel cielo della sera… ma c’è tempo. Intanto godiamocelo non solo prima dell’alba, ma anche in caso di ore piccole… Mercurio invece, che cambia più velocemente rispetto agli altri pianeti la sua posizione in cielo, raggiungerà la congiunzione eliaca a metà mese, potremo forse rivederlo a finemese, nel cielo chiaro della sera.

    Per i pianeti più lontani, Urano e Nettuno, ricordiamo che per osservarli è necessario uno strumento, potremo osservarli nella seconda parte della notte, anche se entrambi stanno anticipando la loro levata e si mostreranno via via sempre prima fino a raggiungere la prima serata.

    Maggiori dettagli e informazioni anche su pianeti nani e asteroidi in opposizione li trovate come sempre su

    ➜  il Cielo di Luglio e Agosto all’interno del nuovo numero doppio estivo (sempre in formato digitale e gratuito).


    Perseidi

    Come sappiamo l’evento dell’estate sono sempre le stelle cadenti. Puntuali nella loro apparizione nei giorni attorno alla notte di San Lorenzo, motivo per cui vengono anche chiamate lacrime di San Lorenzo. Lo sciame sarà attivo, come sempre, per un periodo piuttosto lungo, dal 17 luglio al 24 agosto, ma il picco di attività quest’anno si presenterà nella giornata del 12 agosto, in orario diurno, tra le 15 e le 18 (orario locale), cosa che ci indurrà a compiere le nostre osservazioni nella notte tra il 12 e il 13 agosto.

    Per quanto riguarda il disturbo lunare, bisogna segnalare che la fase di Ultimo Quarto sarà raggiunto l’11 agosto. Nella notte del massimo, la Luna (fase del 37%) sorgerà alle ore 1:00 circa (13 agosto) e si troverà nella costellazione del Toro, non a grande distanza dalla posizione del radiante nel Perseo, comportando quindi un certo disturbo. Dovremo quindi tentare le osservazioni nelle ore che precedono il sorgere della Luna che con il passare dei giorni sarà sempre più ritardato (così come la fase si farà più ridotta). Il disturbo si farà via via più ridotto ma anche la distanza temporale dal picco massimo sarà maggiore.

    Per tanti consigli di osservazione e ripresa, ma anche di sola lettura, si rimanda all’articolo sul numero ma anche a una raccolta risorse all’indirizzo bit.ly/coelum_perseidi

    Luna

    Per quanto riguarda l’osservazione della Luna ricordiamo sia la rubrica breve online che quella più approfondita nella rivista a cura di Francesco Badalotti. La guida di questo numero è valida infatti sia per luglio che per agosto. Trovate poi tutte le librazioni e le formazioni da osservare per ogni fase.

    Per le sottili falci e la Luna cinerea l’appuntamento è prima dell’alba (o prima di rientrare per chi fa le ore piccole) dal 15 (di nuovo accompagnata da Venere) al 17 agosto e, dopo il Novilunio, alla sera,  il 20 e 21 agosto. Come sempre all’interno del numero trovate anche tanti consigli per l’osservazione delle formazioni messe in rilievo da questa evanescente fase.

    Continua l’esplorazione delle formazioni lunari nell’arco del mese con La Luna di Luglio e Agosto

    Comete

    Le comete non smettono di stupire questa estate, anche se si tratta di consigli solo per appassionati (servirà uno strumento per poterle osservare o riprendere). I più esperti non potranno mancare il meeting che hanno organizzato per i primi giorni del mese! C/2017 T2 PanSTARR, C/2019 U6 Lemmon e anche la stupefacente C/2020 F3 NEOWISE, anche se ormai in allontanamento, si sono date appuntamento nello stesso quadrante di cielo… quando Claudio Pra ci diceva “un’estate di comete” non stava scherzando…

    Nella rubrica (e cliccando la cartina qui a lato) trovate tutti i dettagli, ma siate veloci perché si inizia già il primo di agosto!

    E ancora su Coelum astronomia 246

    I pianeti arricchiscono la Via Lattea Giove e Saturno in opposizione ci permettono di rivisitare le nostre riprese della Via Lattea estiva, ecco gli spunti di Giorgia Hofer.

    ➜ Leggi le indicazioni di Giuseppe Petricca sui principali passaggi della ISS

    ➜ Supernovae: una “new entry” nella Top Ten degli scopritori amatoriali. Intervista a Xing Gao

    e il Calendario di tutti gli eventi di luglio 2020, giorno per giorno con l’immagine di fondo dedicata allla “Nebulosa farfalla in technicolor”.

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    Perseverance è in volo verso il Pianeta rosso

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    L’istante del decollo. Crediti: Nasa
    L’istante del decollo. Crediti: Nasa

    Cape Canaveral, Kennedy Space Center, Florida. Giovedì 30 luglio, 13:50 ora italiana (le 07:50 am ora locale).

    Il razzo Atlas V-541 equipaggiato con il rover Perseverance ha salpato le ancore e fa rotta verso Marte. Comincia così il diario di bordo della nuova missione astrobiologica del programma della Nasa Mars 2020. Il viaggio di Perseverance è in realtà iniziato a febbraio 2020, quando il rover è stato accuratamente imballato e trasportato dal suo sito di costruzione – il Jet Propulsion Laboratory della Nasa, nel sud della California – al Kennedy Space Center a Cape Canaveral, in Florida. Lì, gli ingegneri hanno integrato il rover con la navicella spaziale che lo sta traghettando su Marte con una modalità quasi identica al rover della stessa agenzia statunitense Curiosity, approdato sul Pianeta rosso nel 2012.

    Considerando la distanza Terra-Marte al primo giorno dell’attuale finestra di lancio bisettimanale – circa 105 milioni di chilometri – Perseverance impiegherà 213 giorni per giungere a destinazione, percorrendo una distanza di 497 milioni di chilometri. Saranno le tre componenti principali del sistema di volo a supportare il nuovo rover in ogni fase della traversata interplanetaria: lo stadio di crociera, lo stadio di discesa e l’aeroshell – lo scudo termico che protegge il rover e lo stadio di discesa.

    Per rimanere stabile durante tutta la fase di crociera, che comincia quando la navicella si separa dal veicolo di lancio, la sonda spaziale ruoterà su sé stessa compiendo circa due giri al minuto. Il modulo di crociera comprende inoltre otto propulsori che potranno attivarsi in seguito a specifici comandi allo scopo di aggiustare la traiettoria durante gli otto mesi di viaggio, grazie a un sistema di antenne che permette la comunicazione con la Terra. Gli ultimi 45 giorni che precedono l’atterraggio su Marte costituiscono infine la fase di avvicinamento, durante la quale sono previste due manovre di correzione della traiettoria per assicurare gli ultimi aggiustamenti verso il bersaglio.

    Perseverance attraccherà in un antico bacino d’acqua marziano, il cratere Jezero, il 18 febbraio 2021 e vi rimarrà per un periodo minimo corrispondente a un anno marziano – circa 687 giorni terrestri. Sarà un ormeggio a secco però, quello del rover, dal momento che dell’acqua che lo riempiva fino a circa 3.5 miliardi di anni fa, il lago marziano porta solo i segni: un canale di ingresso, il cui delta preserva depositi ben conservati, e un canale d’uscita.

    La combinazione unica di ambiente lacustre, conservazione del delta e mineralogia diversificata rendono Jezero il luogo adatto – secondo gli scienziati della Nasa – alla ricerca di microrganismi che preservano il mistero della possibile vita passata sul pianeta.

    La missione Mars 2020, con il suo rover Perseverance, fa parte del Mars Exploration Program della Nasa, uno sforzo a lungo termine di esplorazione robotica del Pianeta rosso.

    I sette strumenti scientifici di Perseverance. Crediti: Nasa

    Nelle sue dimensioni paragonabili a quelle di una piccola utilitaria, e con la sua massa di 1025 chilogrammi, Perseverance ospita sette strumenti scientifici, con i quali analizzerà la geologia del sito di atterraggio, ne caratterizzerà il clima, cercherà segni di antica vita microbica nelle rocce e nei sedimenti e raccoglierà i campioni più promettenti per le successive analisi sulla Terra – attraverso missioni di ritorno successive che vedono la collaborazione fra Nasa ed Esa. La missione Mars 2020 trasporta inoltre un’altra novità assoluta: un piccolo elicottero da 1.8 chilogrammi per i primi voli di prova nella sottile atmosfera marziana.

    Altra piccola chicca riguardante il rover è il fatto che per riportare – in senso figurato – indizi e inedite informazioni sulla geologia e biologia marziana, esso (ri)porterà – fisicamente – un pezzetto del Pianeta rosso caduto sulla Terra, restituendolo al suo luogo d’origine. Il piccolo campione roccioso – ritrovato in Oman nel 1999 e chiamato Sayh al Unaymir 008, SaU 008 – è un classico pezzo di basalto contenente molti minerali di pirosseno, olivina e feldspato. La chimica ben nota del meteorite, insieme alla sua struttura interna, lo rendono utile come riferimento per la calibrazione delle misure che Perseverance effettuerà sui campioni marziani. Analizzando alternativamente campioni di roccia in loco e SaU 008, gli scienziati da Terra saranno sempre in grado di verificare l’autenticità e l’attendibilità dei risultati inviati a Terra dal rover, controllando l’insorgere di errori sistematici.

    La missione offre anche l’opportunità di acquisire conoscenze e testare tecnologie in vista di eventuali future spedizioni umane su Marte. Fra queste, la sperimentazione di un metodo per produrre ossigeno dall’atmosfera marziana, l’identificazione di risorse locali (come l’acqua del sottosuolo), il miglioramento delle tecniche di atterraggio e la caratterizzazione del tempo atmosferico, della polvere e di altre condizioni ambientali che potrebbero influenzare i futuri astronauti che alloggeranno e lavoreranno sul Pianeta rosso.

    Nel suo viaggio interplanetario Perseverance troverà forse un po’ di traffico, o per lo meno compagnia, dal momento che nelle scorse settimane due altre missioni sono partite in direzione di Marte: la missione Al Amal degli Emirati Arabi Uniti, in viaggio dal 19 luglio, e la missione cinese Tianwen-1, partita il 23 luglio. Il lancio della missione europea ExoMars è stato invece rimandato al 2022.

    Per saperne di più sulla missione Perseverance. Conosciamo il nuovo rover in partenza per Marte

    Sul canale YouTube della Nasa si può rivedere la live del lancio:


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    Associazione Tuscolana di Astronomia

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    Per partecipare all’evento compilare il modulo al link presente nella pagina di ogni singolo evento
    Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa (Roma)

    3.07 ore 20:30 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    10.07 ore 20:15 – Stelle astrofile – Cercando altre terre
    17.07 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    24.07 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Notte dei giganti” – Conferenza sui giganti del Sistema Solare, Giove e Saturno
    25.07 ore 20:00 – Night Star Walk: la passeggiata notturna lungo i sentieri dei Pratoni del Vivaro
    31.07 ore 20:15 – Stelle e Scienza “I segreti dei buchi neri” – Conferenza sui buchi neri a cura Nicola Menci (INAF)

    07.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    12.08 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Serata Perseidi”
    21.08 ore 20:15 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    22.08 ore 19:30 – Night Star Walk
    28.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario

    Consulta il sito web www.ataonweb.it/wp/eventi per maggiori informazioni

    Mars2020. Perseverance pronto al lancio!

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    Crediti: NASA

    A causa del ritardo nelle procedure di preparazione al Payload Hazardous Servicing Facility (PHSF) della NASA, l’Agenzia Spaziale Americana e la United Launch Alliance, responsabile per il vettore Atlas V, a inizo mese avevano deciso di posticipare ancora il primo tentativo di lancio della missione Mars 2020, e fissarlo a non prima del 30 luglio.

    Una linea di sensori sull’ossigeno liquido ha presentato dati anomali durante il test pre-lancio Wet Dress Rehearsal, per cui si era reso necessario più tempo per le valutazioni del caso.
    La finestra di lancio verso Marte sarà aperta fino al 15 agosto ma durante la conferenza stampa di ieri sera 27 luglio, è stato riferito che le probabilità di una “violazione” delle condizioni meteo per giovedi sono del 20% e, in caso di rinvio di 24 ore, scenderebbero al 10%.

    Ovviamente, il lancio potrà essere seguito su NASAtv attraverso il canale NASA LiveYouTube e sulle piattaforme social

    dove l’Agenzia Spaziale Americana ha lanciato una grande coinvolgente campagna pre-lancio attraverso l’hashtag #CountdownToMars. È possibile anche iscriversi a un “virtual tour” e rimanere aggiornati sulle ultime novità riguardo alla missione, tramite la pagina web o anche su facebook/twitter.

    Perseverance atterrerà su Marte il 18 febbraio 2021.

    «Siamo in un periodo straordinario con la pandemia di coronavirus, eppure in realtà abbiamo perseverato e abbiamo protetto questa missione perché è così importante», ha affermato l’amministratore della NASA Jim Bridenstine.

    Il robot a sei ruote, grande come un SIV, è il quinto rover marziano della NASA ed è il più sofisticato costruito fino ad oggi. Dotato di braccio robotico, fotocamere e strumenti scientifici evoluti, cercherà segni di vita microbica passata sul Pianeta Rosso.

    Per approfondire, si rimanda agli articoli presenti nella sezione del nostro sito web aliveuniverse.today e al mio speciale su Coelum Astronomia (sempre in formato digitale e gratuito).

    Perseverance sarà accompagnato da un piccolo elicottero, Ingenuity, che tenterà il primo volo su un altro pianeta.

    • Perseverance. Conosciamo il nuovo rover in partenza per Marte


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    Raro lampo ultravioletto da una supernova Ia

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    Immagine composita della Zwicky Transient Facility di Sn2019yvq (punto blu al centro dell’immagine) nella galassia ospite Ngc 4441 (grande galassia gialla al centro dell’immagine), che dista circa 140 milioni di anni luce dalla Terra. Sn2019yvq ha esibito un raro lampo ultravioletto nei giorni successivi all’esplosione della stella. Crediti: Ztf / A. A. Miller (Northwestern University) e D. Goldstein (Caltech)
    Immagine composita della Zwicky Transient Facility di Sn2019yvq (punto blu al centro dell’immagine) nella galassia ospite Ngc 4441 (grande galassia gialla al centro dell’immagine), che dista circa 140 milioni di anni luce dalla Terra. Sn2019yvq ha esibito un raro lampo ultravioletto nei giorni successivi all’esplosione della stella. Crediti: Ztf / A. A. Miller (Northwestern University) e D. Goldstein (Caltech)

    Per la seconda volta in assoluto, gli astrofisici hanno osservato uno spettacolare lampo di luce ultravioletta (Uv) che ha accompagnato l’esplosione di una nana bianca. Si tratta di un tipo estremamente raro di supernova e l’evento può offrire nuovi spunti su diversi misteri astrofisici di vecchia data: cosa fa esplodere le nane bianche, cosa potrebbe essere l’energia oscura che accelera il cosmo e come fa l’universo a creare metalli pesanti, come il ferro.

    «Il lampo Uv ci sta dicendo qualcosa di molto specifico su come è esplosa questa nana bianca», riferisce l’astrofisico Adam Miller della Northwestern University, che ha guidato la ricerca. «Col passare del tempo, il materiale espulso si allontana sempre di più dalla sorgente. Dato che il materiale si va assottigliando, possiamo vedere sempre più in profondità. Dopo un anno, sarà così sottile che riusciremo a vedere il centro dell’esplosione».

    A quel punto, riporta Miller, il suo team riuscirà a saperne di più su come è esplosa questa nana bianca e, più in generale, su come esplodono tutte le nane bianche, che non sono altro che i densi resti di stelle giunte alla fine del loro ciclo evolutivo. I risultati dello studio sono stati appena pubblicati su The Astrophysical Journal.

    Usando lo Zwicky Transient Facility in California, i ricercatori hanno scoperto la peculiare supernova nel dicembre 2019, appena un giorno dopo la sua esplosione. L’evento – chiamato Sn2019yvq – si è verificato in una galassia relativamente vicina alla nostra, a 140 milioni di anni luce dalla Terra, molto vicino alla coda della costellazione del Dragone.

    Nel giro di poche ore, gli astrofisici hanno utilizzato l’Osservatorio Neil Gehrels (Swift) della Nasa per studiare il fenomeno – sia alle lunghezze d’onda dei raggi ultravioletti, sia nei raggi X – e hanno immediatamente classificato Sn2019yvq come una supernova di tipo Ia, un evento abbastanza frequente che si verifica quando esplode una nana bianca. «Sono alcune delle esplosioni più comuni nell’universo», ha affermato Miller. «Ma la cosa speciale, in questo caso, è il lampo Uv. Gli astronomi lo hanno cercato per anni, senza mai trovarlo. Per quanto ne sappiamo, questa è solo la seconda volta che un lampo Uv è stato visto accompagnare una supernova di tipo Ia».

    Il raro lampo, che è durato un paio di giorni, indica che qualcosa dentro o in prossimità della nana bianca  era incredibilmente caldo. Poiché le nane bianche, invecchiando, diventano sempre più fredde, questo “calore” ha perplesso non poco gli astronomi. «Il modo più semplice per creare luce Uv è avere qualcosa di molto, molto caldo», spiega Miller. «Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più caldo del nostro Sole, un fattore tre o quattro volte più caldo. La maggior parte delle supernove non è così calda, quindi non è in grado di generare radiazione Uv molto intensa. Con questa supernova è successo qualcosa di insolito, in grado di creare un fenomeno molto hot».

    Miller e il suo team credono che questo sia un indizio importante per capire perché le nane bianche esplodono, che rappresenta un mistero di lunga data nel settore. Attualmente, ci sono più ipotesi concorrenti. Miller è particolarmente interessato a esplorare quattro diversi scenari:

    • una nana bianca consuma materiale dalla sua stella compagna e diventa così massiccia e instabile da esplodere. Il materiale espulso e la stella compagna si scontrano, provocando un lampo di emissione Uv;
    • il materiale estremamente caldo nel nucleo della nana bianca si mescola con i suoi strati esterni, facendo sì che il guscio esterno raggiunga temperature più elevate del solito;
    • uno strato esterno di elio accende il carbonio all’interno della nana bianca, provocando una doppia esplosione estremamente calda e un lampo Uv;
    • due nane bianche si fondono, innescando un’esplosione con espulsioni che collidono, emettendo radiazioni Uv.

    «Entro un anno», riferisce Miller, «saremo in grado di capire quale di questi quattro scenari sia quello più probabile». Una volta che i ricercatori sapranno cosa ha causato l’esplosione, applicheranno i risultati per saperne di più sul processo di formazione planetaria e sull’energia oscura.

    Poiché la maggior parte del ferro nell’universo è creato dalle supernove di tipo Ia, una migliore comprensione di questo fenomeno potrebbe permetterci di capire alcuni aspetti del nostro pianeta. Il ferro proveniente da stelle esplose, ad esempio, costituisce il nucleo di tutti i pianeti rocciosi, compresa la Terra. «Se si vuole capire come si è formata la Terra, occorre capire da dove proviene il ferro e quanto ferro è stato necessario», spiega Miller. «Comprendere i modi in cui esplode una nana bianca ci permette di capire meglio come viene creato il ferro e come viene distribuito in tutto l’universo».

    Evoluzione della luce ultravioletta e visibile emessa da Sn2019yvq. La maggior parte delle supernove Ia emette molta più luce nella regione visibile dello spettro elettromagnetico rispetto all’ultravioletto. Come mostrato nell’immagine, Sn2019yvq ha esibito uno spettacolare lampo ultravioletto subito dopo l’esplosione. Crediti: A. A. Miller / Northwestern University

    Inoltre, le nane bianche svolgono un ruolo enorme nell’attuale comprensione dell’energia oscura. I fisici prevedono che le nane bianche abbiano tutte la stessa luminosità quando esplodono e le supernove di tipo Ia sono considerate candele standard, che consentono agli astronomi di calcolare esattamente quanto distano le esplosioni dalla Terra. L’uso delle supernove per misurare le distanze ha portato alla scoperta dell’energia oscura, una scoperta che è valsa il Premio Nobel per la fisica nel 2011.

    «Non abbiamo un modo diretto per misurare la distanza delle galassie», ha spiegato Miller. «La maggior parte delle galassie si sta effettivamente allontanando da noi. Se si verifica una supernova di tipo Ia in una galassia lontana, possiamo usarla per misurare una combinazione di distanza e velocità che ci consente di determinare l’accelerazione dell’universo. L’energia oscura rimane un mistero ma queste supernove sono il modo migliore per sondarla e capire di cosa si tratta».

    Comprendendo meglio le nane bianche, Miller ritiene che potremmo potenzialmente capire meglio l’energia oscura e la velocità con cui fa accelerare l’universo. «Al momento, quando misuriamo le distanze, trattiamo tutte queste esplosioni allo stesso modo, eppure abbiamo buone ragioni per credere che ci siano più meccanismi di esplosione. Se riuscissimo a determinare l’esatto meccanismo di esplosione, potremmo distinguere meglio le supernove ed effettuare misurazioni di distanza più precise», conclude Miller.

    Per saperne di più:

    • Leggi su The Astrophysical Journal l’articolo “The spectacular ultraviolet flash from the peculiar type Ia supernova 2019yvq” di A. A. Miller, M. R. Magee, A. Polin, K. Maguire, E. Zimmerman, Y. Yao, J. Sollerman, S. Schulze, D. A. Perley, M. Kromer, M. Bulla, I. Andreoni, E. C. Bellm, K. De, R. Dekany, A. Delacroix, S. Dhawan, C. Fremling, A. Gal-Yam, D. A. Goldstein, V. Z. Golkhou, A. Goobar, M. J. Graham, I. Irani, M. M. Kasliwal, S. Kaye, Y.-L. Kim, R. R. Laher, A. A. Mahabal, F. J. Masci, P. E. Nugent, E. Ofek, E. S. Phinney, S. J. Prentice, R. Riddle, M. Rigault, B. Rusholme, T. Schweyer, D. L. Shupe, M. T. Soumagnac, G. Terreran, R. Walters, L. Yan, J. Zolkower e S. R. Kulkarni

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    Tianwen-1 lanciata verso Marte!

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    Credits: Cai Yang/Xinhua via AP

    La notizia sta imperversando sulla rete e in mattinata sono apparse le prime suggestive fotografie ed anche un video del maestoso decollo, con i commenti entusiastici del pubblico.

    l lancio avvenuto stamane in una lunga esposizione. Credits: CNSA

    Come comunicato dall’agenzia spaziale nazionale, il vettore Lunga Marcia 5 si è sollevato dal “Wenchang Space Launch Site” sulla costa nord-orientale dell’isola di Hainan (isola meridionale della Cina) alle 12:41 ora locale: “Le dirette hanno mostrato un decollo di successo, con la scia arancione dei razzi attraverso cieli azzurri. Centinaia di appassionati di spazio hanno gridato eccitati su una spiaggia dall’altra parte della baia dal sito di lancio” riporta l’agenzia AP news. Dopo un volo di circa 2167 secondi, la sonda è stata immessa con successo in una traiettoria di trasferimento verso Marte, che verrà raggiunto a Febbraio 2021.

    La data del 23 luglio era stata ufficiosamente preannunciata da qualche settimana e anche noi ne avevamo parlato. Qui ricordiamo che Tianwen-1il cui nome significa “ricerca delle verità celesti” o “domande in cielo“, è composta da un orbiter, un lander ed un rover. Dopo un viaggio di sette mesi e l’immissione in orbita marziana, l’orbiter primo resterà in orbita attorno al pianeta per effettuare attività scientifiche e fare da ponte radio per le comunicazioni con la Terra; esso trasporterà sette strumenti, tra cui una videocamera ad alta risoluzione (paragonabile alla HiRISE di MRO) ed una a media risoluzione, oltre ad un radar per indagare il sottosuolo (analogamente a Mars Express), uno spettrometro per mineralogia, analizzatori di particelle neutre ed energetiche ed un magnetometro.

    Crediti: CNSA

    Il rover ha una massa di 240 chilogrammi, il 30% in più rispetto a Spirit e Opportunity ed anch’esso alimentato da pannelli solari; trasporterà telecamere, uno spettrometro, un altro radar per studiare gli strati sotterranei (come i rover Yutu sulla Luna) e una stazione meteorologica. Atterrerà su Utopia Planitia, la stessa regione dove si posò il lander americano Viking-2 nel lontano 1976, ed è progettato per funzionare almeno 90 giorni marziani. Al progetto hanno contribuito anche l’ESA, la Francia, l’Austria, l’Argentina e altri paesi.

    Ricordiamo che, solo 3 giorni fa, era partita dal Giappone la prima missione araba verso il pianeta rosso (l’orbiter Hope) e che, nel giro di 1-3 settimane, decollerà anche il rover americano Perseverance.

    Per approfondire la missione in viaggio e l’intero programma spaziale cinese Chang’e di esplorazione del Sistema solare, leggi anche Il programma spaziale cinese e la corsa verso Marte di Elisabetta Bonora.

    Riferimenti e immagini:


    https://twitter.com/AP/status/1286161540559839232?s=20
    https://apnews.com/7bbf3472c99a2c8ef11efd8fea3a2321?utm_source=Twitter&utm_campaign=SocialFlow&utm_medium=AP
    http://www.cnsa.gov.cn/n6758823/n6758838/c6809878/content.html


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    Ritratto di sistema stellare a 300 anni luce

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    I due pianeti sono visibili come punti luminosi al centro (TYC 8998-760-1b) e in basso e destra (TYC 8998-760-1c) nel riquadro, indicati da frecce. Sono visibili anche altri punti brillanti che corrispondono a stelle sullo sfondo. L'equipe è stata in grado di distinguere i pianeti dalle stelle di sfondo prendendo immagini diverse in tempi diversi. L'immagine è stata ottenuta bloccando la luce dalla giovane stella, un analogo solare (visibile nell'angolo in alto a sinistra), usando un coronagrafo, che consente di rilevare i pianeti, che hanno una luce più debole. Gli anelli chiari e scuri che vediamo nell'immagine della stella sono artefatti dell'ottica. Crediti: ESO/Bohn et al.
    I due pianeti sono visibili come punti luminosi al centro (TYC 8998-760-1b) e in basso e destra (TYC 8998-760-1c) nel riquadro, indicati da frecce. Sono visibili anche altri punti brillanti che corrispondono a stelle sullo sfondo. L'equipe è stata in grado di distinguere i pianeti dalle stelle di sfondo prendendo immagini diverse in tempi diversi. L'immagine è stata ottenuta bloccando la luce dalla giovane stella, un analogo solare (visibile nell'angolo in alto a sinistra), usando un coronagrafo, che consente di rilevare i pianeti, che hanno una luce più debole. Gli anelli chiari e scuri che vediamo nell'immagine della stella sono artefatti dell'ottica. Crediti: ESO/Bohn et al.

    Solo poche settimane fa, l’ESO ha rivelato in una nuova, straordinaria immagine VLT, un sistema planetario nascente. Ora, lo stesso telescopio, usando lo stesso strumento, ha catturato la prima immagine diretta di un sistema planetario intorno a una stella simile al nostro Sole, situata a circa 300 anni luce di distanza e chiamata TYC 8998-760-1.

    «Questa scoperta ci mostra un’istantanea di un ambiente molto simile al nostro Sistema Solare, ma in una fase molto precedente della propria evoluzione», afferma Alexander Bohn, uno studente di dottorato all’Università di Leida nei Paesi Bassi, che ha guidato la nuova ricerca pubblicata oggi dalla rivista The Astrophysical Journal Letters.

    «Anche se gli astronomi conoscono ormai indirettamente migliaia di pianeti nella nostra galassia, solo una piccolissima parte di questi esopianeti è stata fotografata direttamente», afferma il co-autore Matthew Kenworthy, professore associato presso l’Università di Leida, aggiungendo che «le osservazioni dirette sono importanti nella ricerca di ambienti in grado di sostenere la vita».

    La produzione dell’immagine diretta di due o più esopianeti intorno alla stessa stella è un evento ancora più raro; solo due di questi sistemi sono stati osservati direttamente finora, entrambi intorno a stelle decisamente diverse dal Sole. La nuova immagine VLT dell’ESO è la prima immagine diretta di più di un esopianeta intorno a una stella simile al Sole. Il VLT dell’ESO fu anche il primo telescopio a raffigurare direttamente un esopianeta, nel 2004, quando catturò un puntino di luce intorno a una nana bruna, un tipo di stella “mancata”.

    «Il nostro gruppo di lavoro è stato ora in grado di catturare la prima immagine di due giganti gassosi in orbita intorno a una giovane gemella del Sole», afferma Maddalena Reggiani, ricercatrice post-dottorato di KU Leuven, Belgio, che ha partecipato allo studio. I due pianeti appaiono nella nuova immagine come due punti luminosi distanti dalla stella madre, che si trova nella zona in alto a sinistra del riquadro (fare clic sull’immagine per visualizzare l’immagine completa). Prendendo immagini diverse in momenti diversi, l’equipe è stata in grado di distinguere i pianeti dalle stelle di sfondo.

    I due giganti gassosi orbitano intorno alla stella madre a distanze di 160 e circa 320 volte la distanza Terra-Sole. Questo colloca i pianeti molto più lontano dalla stella rispetto a quanto due giganti gassosi del Sistema Solare, Giove o Saturno siano dal Sole: solo 5 e 10 volte la distanza Terra-Sole, rispettivamente. L’equipe ha anche scoperto che i due pianeti extrasolari sono molto più pesanti di quelli del nostro Sistema Solare: il pianeta interno ha una massa pari a 14 volte la massa di Giove e quello esterno sei volte.

    Il gruppo di lavoro di Bohn ha ottenuto le immagini di questo sistema durante la ricerca di pianeti giovani e giganti intorno a stelle simili al Sole, ma molto più giovani. La stella TYC 8998-760-1, nella costellazione australe della Mosca, ha solo 17 milioni di anni. Bohn la descrive come una «versione molto giovane del nostro Sole».

    La produzione di queste immagini è stata possibile grazie alle elevate prestazioni dello strumento SPHERE installato sul VLT dell’ESO nel deserto cileno di Atacama. SPHERE blocca la luce intensa della stella usando un dispositivo chiamato coronagrafo, che permette perciò di vedere i pianeti, molto più deboli della stella. Mentre i pianeti più vecchi, come quelli del nostro Sistema Solare, sono troppo freddi per essere individuati con questa tecnica, i pianeti giovani sono più caldi e quindi risplendono di luce infrarossa. Acquisendo diverse immagini durante lo scorso anno e utilizzando anche dati più vecchi, fino a quelli del 2017, il gruppo di ricerca ha confermato che i due pianeti appartengono al sistema della stella.

    Ulteriori osservazioni di questo sistema, anche con il futuro ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO, consentiranno agli astronomi di verificare se questi pianeti si sono formati nella loro posizione attuale, distante dalla stella, o se siano migrati da una diversa posizione. L’ELT dell’ESO aiuterà anche a studiare l’interazione tra due giovani pianeti dello stesso sistema.

    Bohn conclude: “La possibilità che strumenti futuri, come quelli disponibili sull’ELT, saranno in grado di rilevare anche pianeti di massa inferiore intorno a questa stella segnerà un’importante pietra miliare nella comprensione dei sistemi multi-pianeta, con potenziali implicazioni per la storia della formazione del nostro Sistema Solare.

    Ulteriori Informazioni

    Il lavoro è stato presentato nell’articolo “Two Directly Imaged, Wide-orbit Giant Planets around the Young, Solar Analog TYC 8998-760-1” pubblicato dalla rivista The Astrophysical Journal Letters.

    L’equipe è composta da Alexander J. Bohn (Leiden Observatory, Leiden University, Paesi Bassi), Matthew A. Kenworthy (Leiden Observatory), Christian Ginski (Anton Pannekoek Institute for Astronomy, University of Amsterdam, Paesi Bassi e Leiden Observatory), Steven Rieder (University of Exeter, Physics Department, Regno Unito), Eric E. Mamajek (Jet Propulsion Laboratory, California Institute of Technology, USA e Department of Physics & Astronomy, University of Rochester, USA), Tiffany Meshkat (IPAC, California Institute of Technology, USA), Mark J. Pecaut (Rockhurst University, Department of Physics, USA), Maddalena Reggiani (Institute of Astronomy, KU Leuven, Belgio), Jozua de Boer (Leiden Observatory), Christoph U. Keller (Leiden Observatory), Frans Snik (Leiden Observatory) e John Southworth (Keele University, Regno Unito).


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    Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa (Roma)

    3.07 ore 20:30 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    10.07 ore 20:15 – Stelle astrofile – Cercando altre terre
    17.07 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    24.07 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Notte dei giganti” – Conferenza sui giganti del Sistema Solare, Giove e Saturno
    25.07 ore 20:00 – Night Star Walk: la passeggiata notturna lungo i sentieri dei Pratoni del Vivaro
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    Una Venere vulcanica

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    La mappa globale di Venere: le corone attive sono indicate da punti rossi, i punti bianchi invece sono associati a quelle inattive. Crediti: Anna Gülcher

    Venere e la Terra. Pianeti gemelli alla nascita, le cui vite hanno preso direzioni così diverse da cancellare quasi completamente i segni di quest’intima fratellanza. Sotto l’evidente dissimile topografia però, l’impronta familiare emerge nella struttura interna, stratificata in entrambi i corpi in un nucleo sostanzialmente composto da nichel e ferro – di dimensione paragonabile, fra i 2400 e i 3200 chilometri di diametro – coperto da un mantello roccioso caldo animato da moti convettivi e da una crosta rocciosa, composta da materiale basaltico simile ai fondali oceanici terrestri, e spessa dai 20 ai 40 chilometri (sulla Terra lo spessore medio è 40 chilometri).

    Da decenni gli scienziati si chiedono come mai due pianeti così simili per struttura e composizione si siano differenziati così tanto per quanto riguarda le caratteristiche della crosta. Contrariamente alla Terra, infatti, Venere non presenta una topografia globale divisa in placche e i suoi processi tettonici si manifestano quasi esclusivamente come getti di materiale caldo provenienti dal mantello che fuoriescono incuneandosi nella litosfera – lo strato più superficiale della crosta –  sotto forma di hot spots (punti caldi). Le cause, cita uno studio pubblicato oggi su Nature Geoscience, potrebbero essere l’inferiore contenuto di acqua profonda e l’elevata temperatura superficiale di Venere.

    Che Venere sia un pianeta vulcanico, il più vulcanico del Sistema solare, era cosa nota. Quel che non si sapeva era se il pianeta fosse ancora geologicamente attivo e, in caso affermativo, quanti fossero i vulcani in attività. Il nuovo studio condotto dai ricercatori dell’università del Maryland e dell’Istituto di geofisica del Politecnico di Zurigo, in Svizzera, ha identificato 37 strutture vulcaniche recentemente attive su Venere. Non proprio vulcani come li intendiamo qui sulla Terra, ma soprattutto tipiche strutture anulari – chiamate corone – generate dalla fuoriuscita di materiale lavico liquido proveniente da una caldera sottostante che si fa spazio attraverso le fessure della litosfera. Un processo simile, qui sulla Terra, ha formato le isole vulcaniche delle Hawaii.

    La crosta, nelle zone in cui si formano le corone, sperimenta cedimenti concentrici che producono anelli con un diametro da cento fino a mille chilometri. Si conoscono più di 500 corone su Venere, molte delle quali sono localizzate sulla parte più alta delle pianure, le regioni maggiormente interessate dalla compressione della crosta. I firmatari dello studio propongono di studiare la morfologia delle corone con simulazioni ad altissima risoluzione e di usarla come indicatore di recenti fuoriuscite di getti di materiale magmatico – pennacchi – dal mantello.

    «È la prima volta che siamo in grado di indicare strutture specifiche e dire: ‘guarda, questo non è un antico vulcano, ma un vulcano attivo oggi, forse dormiente, ma non è morto’», dice Laurent Montési, professore di geologia presso l’università del Maryland e coautore della ricerca. «Questo studio cambia in modo significativo la visione di Venere da un pianeta per lo più inattivo a uno il cui interno sta ancora ribollendo e può alimentare molti vulcani attivi.»

    Prima di questo studio, alcune indicazioni sull’inquieto stato della struttura interna di Venere provenivano dalla stima dell’età dei crateri da impatto superficiali. Sebbene quelli identificati su Venere siano circa quattro volte più numerosi di quelli trovati sulla Terra, essi sembrano essere molto giovani in confronto a quelli della Luna, di Mercurio e di Marte. La causa è proprio il costante processo di rimescolamento della superficie che cancella gli impatti antichi – un po’ come le onde del mare cancellano le impronte sulla sabbia – e porta a datare la superficie del pianeta con un’età inferiore a 500 milioni di anni, ridicolamente giovane rispetto al Sistema solare.

    Tuttavia, si pensava che le corone su Venere fossero segni di attività antica, e che Venere si fosse raffreddata a sufficienza da rallentare l’attività geologica interna e indurire la crosta al punto da impedirne il perforamento da parte del materiale sottostante. Inoltre, i dettagli dei processi con cui i pennacchi di lava del mantello formavano le corone su Venere e le ragioni della variazione morfologica tra le corone stesse erano oggetto di dibattito.

    La mappa globale di Venere: le corone attive sono indicate da punti rossi, i punti bianchi invece sono associati a quelle inattive. Crediti: Anna Gülcher

    Nel nuovo studio, i ricercatori hanno utilizzato modelli numerici che riproducono l’attività termo-meccanica sotto la superficie di Venere per creare simulazioni 3D ad alta risoluzione della formazione delle corone. Le loro simulazioni forniscono una visione estremamente dettagliata del processo, consentendo agli scienziati di identificare le caratteristiche presenti solo nelle corone recentemente attive. Il team è stato quindi in grado di abbinare queste caratteristiche a quelle osservate sulla superficie di Venere, rivelando che alcune delle differenze morfologiche fra le corone rappresentano diversi stadi di evoluzione geologica.

    «Il maggiore grado di realismo di questi modelli rispetto agli studi precedenti permette di identificare diversi stadi dell’evoluzione delle corone e di definire le caratteristiche geologiche diagnostiche presenti solo nelle corone attualmente attive», spiega Montési. «Siamo in grado di dire che almeno 37 corone sono state attive in tempi molto recenti.»

    Le corone identificate con questo metodo sono raggruppate in una manciata di località, identificando aree precise in cui il pianeta è più attivo e fornendo indizi sul funzionamento del suo interno. Questi risultati possono aiutare a identificare le aree più appropriate in cui collocare strumenti geologici nelle future missioni su Venere, come ad esempio la sonda europea EnVision, il cui lancio è previsto per il 2032.

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    Le notti dei giganti – UAI

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    L’Unione Astrofili Italiani organizza nelle serate del 24, 25 e 26 luglio l’iniziativa “Notti dei giganti”, dedicata alla scoperta e all’osservazione dei pianeti Giove e Saturno, tra i più affascinanti del Sistema Solare. L’iniziativa è svolta in collaborazione con “Occhi su Saturno” (www.occhisusaturno.it).
    Quest’anno i due giganti offriranno uno spettacolo imperdibile: con Giove e Saturno, anche noto come “Signore degli anelli”, a pochi giorni dalla loro opposizione al Sole. Lungo tutta la penisola, le Delegazioni UAI aderenti all’iniziativa proporranno presso i propri Osservatori astronomici speciali serate osservative. In occasioni di tali serate sarà possibile approfondire la conoscenza dei “giganti del Sistema Solare” e, in particolare, le loro caratteristiche orbitali, fisiche e strutturali, nonché la storia della loro esplorazione eseguita con sonde spaziali, che ci hanno regalato immagini mozzafiato e spettacolari.
    I dettagli relativi agli eventi organizzati dalle Delegazioni UAI sono disponibili nella home page del sito UAI, sezione “AstroIniziative” e al link: https://www.uai.it/sito/eventi-nazionali-correnti/le-notti-deigiganti- 24-26-luglio/

    Unione Astrofili Senesi

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    24.07, ore 22:00: L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti tornerà ad essere aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo estivo. La serata sarà dedicata all’osservazione ai pianeti Giove e Saturno, i giganti del sistema solare. Per il pubblico e per i soci che non sono di turno è obbligatoria la prenotazione, tramite l’indirizzo www.astrofilisenesi.it/montarrenti/mont-visite.asp o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio).

    La serata è aperta alla cittadinanza.

    Falò sul Sole. Le prime immagini del Solar Orbiter.

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    In alto: immagine nel visibile della corona solare acquisita in luce polarizzata da Metis. La corona mostra strutture caratteristiche della fase di minimo di attività solare. In basso: immagine in banda ultravioletta (Uv) dovuta all’emissione dell’idrogeno neutro in corona. Questa è la prima immagine Uv della corona solare con un campo di vista così esteso (fino a 7 raggi solari). Le immagini mostrano per la prima volta emissione anche a grandi distanze dal Sole. Credits: Esa/Solar Orbiter/Metis Team
    Immagine ripresa dal Extreme Ultraviolet Imager (EUI), a bordo della sonda Solar Orbiter, il 30 maggio scorso. Ci mostra il Sole nelle estreme regioni ultraviolette dello spettro elettromagnetico, rivelandoci la parte più alta dell'atmosfera solare, la corona, con la sua temperatura di circa un milione di gradi. EUI può riprendere il disco solare nella sua interezza, con il telescopio Full Sun Imager (FSI), così come immagini ad alta risoluzione utilizzando il telescopio HRI(EUV). Il colore è stato aggiunto artificialmente, essendo gli ultravioletti invisibili all'occhio umano. Crediti Solar Orbiter/EUI Team/ ESA & NASA; CSL, IAS, MPS, PMOD/WRC, ROB, UCL/MSSL

    Sono le immagini più ravvicinate del Sole che abbiamo potuto vedere fin’ora, nessuna sonda con la possibilità di riprendere il Sole si era mai avvicinata tanto. La Parker Solar Probe della NASA, infatti, pur avendo battuto il record di vicinanza, e proprio per la sua troppa vicinanza al Sole, non ha a bordo strumenti in grado di riprenderlo. E scoprire dalle prime immagini dettagli e fenomeni che non erano osservabili prima di questa missione ci rivela quale sia il potenziale di Solar Orbiter, la sonda solare nata da una collaborazione tra l’ESA e la NASA.

    «Queste sono solo le prime immagini e possiamo già vedere nuovi interessanti fenomeni», spiega Daniel Müller, scienziato del progetto Solar Orbiter dell’ESA. «Non ci aspettavamo risultati così importanti fin da subito. Possiamo anche vedere come i nostri dieci strumenti scientifici si completano a vicenda, fornendo un quadro globale del Sole e dell’ambiente circostante».


    Solar Orbiter, lanciata il 10 febbraio 2020, ha infatti appena concluso le fasi di test e verifiche tecniche dei sei strumenti che riprendono il Sole e i suoi dintorni e dei quattro che monitorano l’ambiente attorno alla sonda. Confrontando i dati di entrambe le serie di strumenti, gli scienziati studieranno come si genera il vento solare, il flusso di particelle cariche provenienti dal Sole che influenza l’intero Sistema Solare.

    Leggi anche l’approfondimento dedicato in occasione del lancio della missione: La nuova era della Fisica Solare dallo spazio.

    I falò che vediamo indicati in questa prima serie di immagini, sono stati ripresi dall’Extreme Ultraviolet Imager (EUI) durante il primo perielio della sonda, il punto nella sua orbita più vicino al Sole. In quel momento Solar Orbiter era a soli 77 milioni di km dal Sole, circa la metà della distanza tra la Terra e la stella.

    Il 30 maggio la sonda si trovava a metà strada tra la Terra e il Sole, più vicina di qualsiasi altro Osservatorio solare. Questo ha permesso allo strumento EUI di riprendere dettagli della corona di soli 400 chilometri di larghezza. Con il tempo la sonda si avvicinerà fino a raggiungere una distanza pari a un quarto della distanza Terra Sole, aumentando di un fattore due la risoluzione dei suoi strumenti. Le immagini mostrano però già delle caratteristiche sparse su tutta la superficie, simili a piccoli flare, soprannominati "falò" (più letteralmente fuochi da campo). La piccola forma grigia visibile in alto a sinistra nell'immagine centrale, non è un formazione del Sole ma un artefatto causato dai sensori della camera. Crediti Solar Orbiter/EUI Team/ESA & NASA; CSL, IAS, MPS, PMOD/WRC, ROB, UCL/MSSL

    «I falò sono piccoli parenti dei brillamenti solari che possiamo osservare dalla Terra, milioni o miliardi di volte più piccoli», spiega David Berghmans del Royal Observatory of Belgium (ROB), Principal Investigator dello strumento EUI, che acquisisce immagini ad alta risoluzione degli strati inferiori dell’atmosfera solare, la corona solare. «Il Sole potrebbe sembrare tranquillo al primo sguardo, ma quando guardiamo nei dettagli, possiamo vedere quei brillamenti in miniatura ovunque guardiamo».

    Un "piccolo" falò individuato in una delle immagini appena arrivate. In basso a sinistra le dimensioni della Terra per confronto... "piccoli" dicono. Solar Orbiter/EUI Team/ESA & NASA; CSL, IAS, MPS, PMOD/WRC, ROB, UCL/MSSL

    Ancora non è chiaro se sianosemplicemente mini versioni dei flare più grandi, o se invece sono fenomeni diversi con meccaniche di formazione diverse, ma già si sta pensando di collegarli a uno dei fenomeni più misteriosi del Sole: il riscaldamento coronale.

    «Questi falò sono totalmente irrilevanti, se presi uno a uno, ma sommando il loro effetto su tutta la superficie del Sole, potrebbero essere il contributo predominante al riscaldamento della corona solare», sostiene Frédéric Auchère, dell’Institut d’Astrophysique Spatiale (IAS), Francia, Co-Principal Investigator di EUI.

    La corona solare è lo strato più esterno dell’atmosfera del Sole, e si estende per milioni di chilometri nello spazio. La sua temperatura è di oltre un milione di gradi Celsius, ovvero diversi ordini di grandezza più calda della superficie del Sole, che ha una temperatura di “soli” 5500 ° C. Dopo decenni di studi, i meccanismi fisici che riscaldano la corona non sono ancora completamente compresi, e il riuscire a identificarli è considerato il “santo graal” della fisica solare.

    «Ovviamente è troppo presto per dirlo, ma speriamo che combinando queste osservazioni con le misurazioni dei nostri altri strumenti che “sentono” il vento solare mentre passa intorno alla sonda, saremo finalmente in grado di rispondere ad alcuni di questi misteri», dice Yannis Zouganelis, vice scienziato del progetto Solar Orbiter presso l’ESA.

    Nel video qui a sinistra, vediamo raccolte in una animazione una serie di riprese fatte dalla strumentazione “a distanza” a bordo della sonda. Raccolte nell’arco di 3 settimane (dal 30 maggio al 21 giugno), le immagini iniziali rosse e gialle sono quelle dello strumento EUI, viste sopra, in due lunghezze d’onda dell’ultravioletto estremo: a 30 e 17 nanometri rispettivamente.

    A seguire tre immagini invece raccolte dal Polarimetric and Helioseismic Imager (PHI), che effettua misurazioni ad alta risoluzione delle linee del campo magnetico sulla superficie del Sole. È progettato per monitorare le regioni attive del Sole, aree con campi magnetici particolarmente potenti, che possono dare origine a brillamenti solari. L’immagine blu e rossa è un cosidetto “tachiogramma” del Sole e mostra la velocità del Sole in rotazione rispetto a linea di vista, la parte blu è quella in avvicinamento, e la rossa è quella in allontamento.

    La seconda è invece un magnetogramma che ci mostra una regione magneticamente attiva nel quadrante in basso a destra del Sole. L’immagine in giallo/arancione è una ripresa in luce visibile e ci mostra il Sole così come lo vedremmo a occhio nudo, non sono visibili macchie perché in quel momento, come dicevamo, il Sole si trovava (e si trova tutt’ora) in una fase di attività magnetica di basso livello.

    In alto, immagine nel visibile della corona solare acquisita in luce polarizzata da Metis. In basso, invece in banda ultravioletta, dovuta all’emissione dell’idrogeno neutro nella corona. È la prima immagine Uv della corona solare con un campo di vista così esteso (fino a 7 raggi solari). Le immagini mostrano per la prima volta emissione anche a grandi distanze dal Sole. Credits: Esa/Solar Orbiter/Metis Team

    Seguono poi le immagini di Metis, il coronografo italiano, ottimizzato per l’osservazione dello strato più esterno dell’atmosfera solare: la corona solare. Metis blocca la luce accecante del disco solare per mettere in evidenza la sottile corona. Può osservarla simultaneamente in luce visibile (mostrata in verde) e in luve ultravioletta (in rosso), per la prima volta in modo continuo sia spazialmente che temporalmente. Le immagini rivelano le due brillanti regioni equatoriali, e le più deboli regioni polari, caratteristiche di una fase di attività magnetica al minimo.

    Per concludere, a più ampia scala, il telescopio Heliospheric Imager (SoloHI) riprende immagini del vento solare, catturando la luce dispersa dal flusso di elettroni. La prima luce di SoloHI ci mostra l’ambiente attorno al Sole (che si trova sulla destra dei quattro frame) illuminato dalla luce riflessa dalle particelle in orbita (luce zodiacale). Possiamo solo intuire la luce dispersa dal vento solare, nella brillantezza della luce zodiacale, ma il team dello strumento ha delle tecniche per evidenziarla.
    Quel puntino sulla sinistra è Mercurio!

    Durante i brillamenti, il Sole rilascia esplosioni di particelle energetiche che rafforzano il vento solare che la nostra stella emana costantemente nello spazio circostante.

    Quando queste particelle interagiscono con la magnetosfera terrestre, possono causare tempeste magnetiche che possono interferire con i nostri satelliti di comunicazione e, nei casi più estremi, con le reti elettriche a terra.

    Leggi anche Spaceweather. Tra Sole e Terra nella tempesta.

    «In questo momento, siamo in quella parte del ciclo solare di 11 anni in cui il Sole è molto tranquillo», spiega Sami Solanki, direttore del Max Planck Institute for Solar System Research di Gottinga, in Germania, e Principal Investigator dello strumento PHI. «Ma poiché il Solar Orbiter ha un’angolazione rispetto al Sole diversa da quella della Terra, possiamo vedere una regione attiva che non sarebbe stata osservabile da Terra. È la prima volta che accade. Non siamo mai stati in grado di misurare il campo magnetico sul retro del Sole».

    Solar Orbiter ha infatti una posizione in orbita attorno al Sole che le da un punto di vista diverso da tutti gli altri Osservatori solari (terrestri e spaziali) permettendoci così di studiare non solo la parte di Sole che di volta in volta vediamo, ma in contemporanea anche quella che non vediamo, dandoci un’immagine completa e globale dei fenomeni.

    Il Sole e le sue proprietà magnetiche sotto l'occhio dello strumento PHI. Crediti Solar Orbiter/PHI Team/ESA & NASA

    Inoltre i magnetogrammi che mostrano come l’intensità del campo magnetico solare vari attraverso la superficie del Sole, possono essere confrontati con le misurazioni degli strumenti sulla sonda: «Lo strumento PHI sta misurando il campo magnetico sulla superficie, vediamo strutture nella corona del Sole con EUI, ma proviamo anche a dedurre le linee del campo magnetico che escono nel mezzo interplanetario, dove si trova Orbiter solare», spiega Jose Carlos del Toro Iniesta, investigatore co-principale di PHI, dell’Instituto de Astrofísica de Andalucía, Spagna.

    I quattro strumenti che fanno misurazioni sull’ambiente non sul Sole ma attorno alla sonda stessa, ovvero in situ, caratterizzano quindi le linee del campo magnetico e il vento solare mentre passa attorno al veicolo spaziale.

    Christopher Owen, dell’University College London Mullard Space Science Laboratory e responsabile dell’analizzatore di vento solare in situ, spiega: «Usando questa informazione, possiamo fare una stima della zona, sul Sole, da cui è stata emessa quella particolare parte di vento solare, e quindi usare il set completo di strumenti della missione per rivelare e comprendere i processi fisici che operano nelle diverse regioni del Sole e che portano alla formazione del vento solare».

    «Siamo davvero entusiasti di queste prime immagini, ma è solo l’inizio», commenta Daniel. «Solar Orbiter ha iniziato un grande tour del Sistema solare interno e si avvicinerà molto al Sole in meno di due anni.  Alla fine, arriverà a 42 milioni di km, quasi un quarto della distanza dal Sole alla Terra»

    «I primi dati stanno già dimostrando la potenza di una collaborazione di successo tra agenzie spaziali e l’utilità di una serie diversificata di immagini per svelare alcuni dei misteri del Sole», conclude Holly Gilbert, direttore della divisione scientifica di eliofisica presso il NASA Goddard Space Flight Center e Solar Orbiter Project Scientist presso la NASA.

    Ritratto di famiglia dei dieci strumenti e delle prime immagini ricevute. \

    Galleria fotografica delle prime immagini di Solar Orbiter


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    Riparte la Scuola estiva di astronomia dell’Unione Astrofili Italiani

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    Dal 20 al 23 luglio è in programma presso l’Hotel Rifugio Alantino, nella piana di Campo Felice in provincia de L’Aquila, la scuola estiva di astronomia a cura della Commissione didattica dell’Unione Astrofili Italiani. La scuola estiva di astronomia è aperta a docenti, divulgatori scientifici, operatori di Osservatori astronomici e Planetari e a tutti coloro che vogliono acquisire solide conoscenze in campo astronomico e apprendere le tecniche di didattica e divulgazione scientifica. Il programma della scuola è molto articolato e prevede attività teoriche, laboratoriali e sessioni osservative.

    Tutti i dettagli sono disponibili al link: https://www.uai.it/sito/eventi-nazionali-correnti/riparte-lascuola-estiva-di-astronomia-dellunione-astrofili-italiani/

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    Perseverance 39 metri più vicino a Marte

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    L’ogiva, contenente al suo interno il rover della Nasa Perseverance, mentre viene issata a 39 metri di altezza nella Vertical Integration Facility , pronta per essere posizionata in cima al razzo Atlas V. L’immagine è stata scattata il 7 luglio 2020. Crediti: Nasa/Ksc

    “Sono 129 piedi (39 metri) più vicino a Marte, racchiuso nella parte superiore del razzo che mi manderà lì. Questo è un grande passo per me e il mio team. Siamo arrivati qui insieme, e arriveremo su Marte allo stesso modo”.

    Con queste parole, in un tweet del 9 luglio scorso, il team di Perseverance, il rover della Nasa che andrà a caccia di segni di vita microbica nel passato di Marte, annuncia l’avvenuto posizionamento dello stadio finale del razzo Atlas V, contenente al suo interno il veicolo spaziale, in cima alla Vertical Integration Facility del complesso di lancio 41 di Cape Canaveral, in Florida, e la realizzazione dei cablaggi con il razzo Atlas V per gli ultimi test di rito, superati i quali tutto sarà pronto per l’epocale lancio.

    Tutto è cominciato martedì 7 luglio, quando il rover della missione Mars 2020 Perseverance, insieme a Ingenuity, l’elicottero che dimostrerà il volo a motore nell’atmosfera marziana, e il resto dei moduli della missione – l’aeroshell, lo stadio di crociera e lo stadio di discesa – sono stati inseriti all’interno del payload fairing: la struttura a forma di cono che costituisce l’ultimo stadio del razzo Atlas V che porterà Perseverance nello spazio, una sorta di bagagliaio entro cui sono custoditi e protetti durante il lancio i veicoli da portare in orbita.

    Dalla Payload Hazardous Servicing Facility del Kennedy Space Center, l’ogiva – come è anche chiamata genericamente questa parte di un razzo – è stata quindi trasportata fino alla Vertical Integration Facility del complesso di lancio 41 della Cape Canaveral Air Force Station, dove un paranco da 60 tonnellate, in giallo nelle immagini, l’ha sollevata, posizionandola a un’altezza di quasi 40 metri dal suolo, equivalente a quella di un palazzo di 15 piani.

    L’ogiva, contenente al suo interno il rover della Nasa Perseverance, mentre viene issata a 39 metri di altezza nella Vertical Integration Facility , pronta per essere posizionata in cima al razzo Atlas V. L’immagine è stata scattata il 7 luglio 2020. Crediti: Nasa/Ksc

    Qui gli ingegneri della Nasa hanno effettuato tutti i cablaggi tra questo stadio del razzo e il resto dell’Atlas V – già dal 30 maggio alla in posizione verticale presso il sito. Collegamenti con la parte iniziale del razzo che resteranno attivi fino a circa 50-60 minuti dopo il lancio, quando il payload fairing se ne libererà consentendo a Perseverance di continuare il suo viaggio verso Marte spinto da questo stadio ancora per un altro po’ di tempo, prima di separarsi da esso e iniziare il suo viaggio verso Marte all’interno del modulo di crociera.

    Una volta completata l’operazione di cablaggio, fa sapere la Nasa, avranno inizio gli ultimi test degli stadi, sia separatamente che come unica struttura. E se tutto andrà come previsto, due giorni prima dell’apertura della finestra di lancio – tra il 30 luglio e il 15 agosto –  il razzo lascerà definitivamente questo sito, percorrendo su rotaia i 550 metri che lo separano dalla piattaforma di lancio. Da lì, probabilmente il 30 luglio stesso, alle ore 13 e 50 ora italiana, per Perseverance inizierà un viaggio lungo 467 milioni di chilometri, che il rover a sei ruote percorrerà in circa sette mesi, prima di arrivare su Marte.

    La Nasa e la United Launch Alliance – la  joint venture che costruisce i razzi Atlas V – hanno recentemente aggiornato la finestra di lancio della missione, che, come già anticipato, è stata fissata dal 30 luglio al 15 agosto prossimi. Un periodo di lancio modificato rispetto al precedente (dal 17 al 30 luglio) per problemi, ora risolti, alla linea di sensori per l’ossigeno liquido del razzo rilevati durante il Wet Dress Rehearsal test (Wdr), uno dei test cui vengono sottoposti i sistemi di lancio prima del decollo.

    Quale che sia il giorno del lancio all’interno di questa finestra, il team farà in modo che Peseverance atterri sul cratere Jezero il 18 febbraio 2021. La scelta di una data, e anche dell’ora, di un atterraggio, aiuta infatti il team a prevedere meglio quali condizioni ambientali (luce e temperatura) troverà Perseverance nel sito, nonché la posizione dei satelliti in orbita su Marte, ai quali toccherà registrare e trasmettere i dati del veicolo spaziale durante le fasi di discesa e d’atterraggio.

    Nel corso della sua permanenza su Marte, Perseverance non solo cercherà segni di vita microbica nel passato del pianeta, ma raccoglierà anche campioni di roccia e suolo dalla superficie da riportare qui sulla Terra. Non ci resta dunque che attendere ulteriori aggiornamenti dal Perseverance Rover team della Nasa.

    • Leggi anche Perseverance. Conosciamo il nuovo rover in partenza per Marte di Elisabetta Bonora.



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    Notte bianca con la Luna, Aldebaran, tanti pianeti e… la cometa!

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    Per chi ama fare le ore piccole, magari di ritorno a casa dopo un sabato sera di feste mondane, alle ore 1:15, volgendo il proprio sguardo verso l’orizzonte orientale, sarà impossibile non notare la Luna (fase del 59%) sovrastata da una stellina dal colore spiccatamente arancione. Si tratta del pianeta Marte (mag. –0,7), in perfetto allineamento verticale, a 2° 24’ a nord della Luna.

    All’orario indicato, i due oggetti saranno sorti da poco (Marte è sorto alle 00:22) e si troveranno alti 6° per la Luna e 9° per il Pianeta Rosso. Lo sfondo non arricchirà ulteriormente la scena, poiché le stelle che compongono la costellazione dei Pesci, regione celeste in cui avverrà l’incontro, non sono particolarmente brillanti, non ruberanno certamente la scena ai due soggetti principali.

    Sarà sicuramente una bella occasione, sia per un fugace sguardo a occhio nudo, sia per studiare una particolare inquadratura fotografica che non solo comprenda elementi naturali o artificiali del paesaggio circostante, ma anche per giocare con le simmetrie e gli allineamenti degli oggetti che concorreranno a formare la scena.

    Se avrete poi deciso di trascorrere la notte “in bianco”, alle 4:00 del mattino, la vostra tenacia sarà ripagata da una bella visione celeste, due stelle fulgenti, nel cielo ormai già tenuemente rischiarato dalle luci del crepuscolo del mattino. Questa visione si avrà guardando verso est, dove dimora il grande Toro celeste che, in questa occasione, sembrerà essere dotato di due “occhi brillanti”: Aldebaran (mag. +0,9), la stella alfa della costellazione, e Venere, davvero molto brillante (mag. –4,7).

    I due astri all’orario indicato saranno alti circa 6° sull’orizzonte e si troveranno abbracciati in una stretta congiunzione di appena 57’ di separazione, con Venere situato a nordest della stella.

    Sarà molto bello apprezzare, a occhio nudo o con l’aiuto di un binocolo, la differenza di brillantezza e di colore tra i due astri, cosa che molto probabilmente riuscirà più facile grazie all’aiuto della fotografia. In tale occasione, considerata la distanza reciproca dei due soggetti, si potrà tentare anche di forzare un po’ l’ingrandimento, spostandosi su focali un po’ più alte, e riprendere i due astri, magari permettendo alla silhouette indefinita di qualche oggetto a noi più vicino di entrare comunque nello scatto.

    Ma sia dalla sera prima, che tra un evento e l’altro e prima dell’alba, altri ospiti del cielo sono pronti per intrattenerci e darci altri spunti di ripresa.

    In prima serata, in questi giorni, comincia a fare capolino, molto bassa sull’orizzonte nordovest, la cometa del momento: la C/2020 F3 ( NEOWISE ), molto bassa sull’orizzonte la vediamo però poi alzarsi di nuovo al mattino prima dell’alba.  Al link trovate tutti i dettagli per l’osservazione, mentre su Photocoelum le tantissime immagini che già state caricando!

    Ricordiamo poi che ci avviciniamo all’opposizione dei due grandi pianeti del nostro Sistema Solare, Giove e Saturno, e quindi visibili tutta la notte, già al loro meglio, a poco più di 6° l’uno dall’altro.

    Buone osservazioni!!


    Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di Luglio e Agosto su Coelum Astronomia 246

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    Storie a porte chiuse

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    Le collezioni, i dietro le quinte, i laboratori, gli archivi, l’attualità… le storie più belle del Museo anche in questo periodo di chiusura.
    #storieaportechiuse racconta infatti il Museo, le sue collezioni, i suoi laboratori interattivi, l’attualità scientifica, i dietro le quinte, gli archivi e depositi… con pillole video, immagini e documenti inediti.
    Dove?
    #storieaportechiuse è online ogni giorno sui nostri canali Facebook, Instagram e Youtube

    Vedi tutte le storie già uscite

    www.museoscienza.org/it

    Unione Astrofili Senesi

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    10.07 ore 22:00: L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti tornerà ad essere aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo estivo e ai pianeti Giove e Saturno che si apprestano a diventare i protagonisti del cielo di questo periodo. Per il pubblico e per i soci che non sono di turno la prenotazione è obbligatoria: tramite l’indirizzo www.astrofilisenesi.it/montarrenti/mont-visite.asp o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio).

    La serata è aperta alla cittadinanza.

    Atlante del numero di stelle visibili a occhio nudo

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    Fabio Falchi, ricercatore presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia di Thiene, di fronte a una mappa dell’inquinamento luminoso sul territorio europeo tratta da "The new world atlas of artificial night sky brightness"
    Fabio Falchi, ricercatore presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia di Thiene, di fronte a una mappa dell’inquinamento luminoso sul territorio europeo tratta da "The new world atlas of artificial night sky brightness"

    L’inquinamento luminoso è una fra le più gravi minacce all’amore per il cielo notturno che tutti, chi più chi meno, condividiamo. Se la risposta alla domanda “quante stelle ci sono nell’universo?” non è per nulla scontata, quella a “quante stelle possiamo vedere dalla Terra?” non è certo da meno. Nel calcolo del numero di stelle visibili da un qualunque luogo della Terra entrano infatti in gioco molti fattori, tra cui anche l’inquinamento luminoso.

    Hanno provato a dare una risposta a questa domanda due ricercatori italiani, Pierantonio Cinzano e Fabio Falchi dell’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso di Thiene.

    Innanzitutto, dottor Falchi, qual è l’obiettivo del vostro studio?

    «Il nostro obiettivo è quello di tracciare la via su come calcolare il numero di stelle visibili da ogni località. Questo numero potrebbe sembrare semplice da ottenere, dopotutto basterebbe contare quante stelle ci sono più brillanti di quelle di sesta magnitudine (mediamente il limite per l’occhio umano) e il gioco parrebbe fatto».

    Come mai è invece così complicato capire quante stelle si possono osservare da una località?

    «Il problema è che la magnitudine non basta: il numero di stelle dipende anche da numerosi altri fattori, tra i quali la trasparenza atmosferica, la luminosità di fondo del cielo, sia naturale che artificiale, l’acutezza visiva e l’esperienza dell’osservatore. Se in cielo ci sono cinquemila stelle più brillanti della sesta magnitudine, non basta quindi dividere il numero per due per ottenere quante ne sono visibili in un emisfero. Ad esempio, se siamo sul livello del mare e allo zenit riusciamo a vedere una stella di sesta magnitudine, a venti gradi di altezza sull’orizzonte vedremo solo stelle di quinta magnitudine perché la luce avrà dovuto attraversare una distanza tripla nell’atmosfera terrestre. Se siamo in montagna la trasparenza atmosferica maggiore ci permetterà di vedere stelle più deboli. L’inquinamento luminoso dipende poi anche dalle caratteristiche del sito da cui osserviamo e varia in ogni posizione in cielo».

    Come avete fatto, quindi, a tenere in considerazione tutti questi fattori?

    «Abbiamo diviso la volta celeste in molte aree all’interno delle quali i fattori descritti possono essere considerati uniformi: principalmente la luminosità di fondo dovuta all’inquinamento e l’estinzione atmosferica, a loro volta dipendenti da molti fattori come l’altitudine del sito e la distribuzione delle sorgenti di luce nel raggio di circa 200 km. A quel punto possiamo calcolare la magnitudine limite, cioè quali sono le stelle più deboli visibili in ognuna di queste aree. Poi, in base alla densità delle stelle, cioè al numero di stelle di una data luminosità per area di cielo, possiamo ottenere il numero di stelle in ogni area di cielo. Infine sommando tutto si ottiene il numero totale visibile in ogni particolare sito».

    Una mappa del massimo numero di stelle che un osservatore medio può osservare nei cieli italiani. Crediti: Cinzano & Falchi

    Quelle che vediamo alzando gli occhi al cielo…

    «Più precisamente, il numero di stelle che vedrebbe un osservatore medio. Per osservatori esperti e con vista acutissima il numero può anche triplicare. La mappa di esempio che abbiamo pubblicato (immagine a sinistra) mostra come, per ottenere il massimo numero di stelle visibili, sia necessario essere in siti incontaminati e, allo stesso tempo, a quote elevate. In Italia non abbiamo mai queste condizioni, tranne in un’area piccolissima della Sardegna e due altre, altrettanto piccole in Sud Tirolo, al confine con l’Austria. In tutta la Val Padana nove decimi delle stelle sono nascoste dal chiarore del fondo cielo dovuto a milioni di luci artificiali. Nelle grandi città, poi, rimangono visibili solo le stelle più luminose».

    Il vostro studio si intitola “Verso un atlante del numero di stelle visibili”. Per quando è prevista la pubblicazione di questo atlante?

    «Non ci siamo posti una scadenza definita. L’atlante del numero di stelle visibili potrebbe far parte del progetto della terza versione dell’atlante mondiale della brillanza del cielo, che comunque non vedrà la luce prima di tre anni. Speriamo che nel frattempo la nuova minaccia al cielo stellato dovuta alle megacostellazioni di satelliti non ci costringa a cambiare il titolo della nostra ricerca in “atlante del numero di satelliti visibili”… Confidiamo che la SpaceX e le altre compagnie con progetti simili riescano a contenere i danni scientifici e naturalistici che potrebbero arrecare al cielo notturno».

    Per saperne di più sulla ricerca

    Leggi su Journal of Quantitative Spectroscopy and Radiative Transfer l’articolo “Toward an atlas of the number of visible stars”, di P. Cinzano e F. Falchi

    Per saperne di più sull’inquinamento luminoso

    Inquinamento luminoso, Parchi delle Stelle e astroturismo di Rodolfo Calanca

    La Suprema Corte stabilisce che è reato produrre inquinamento luminoso in aree protette di Mario Di Sora


    Un’estate ricca tutta da leggere e osservare!

    Inquinamento luminoso e i Parchi delle Stelle, Astronautica e i viaggi verso Marte

    Coelum Astronomia di Luglio e Agosto 2020
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    Associazione Tuscolana di Astronomia

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    Per partecipare all’evento compilare il modulo al link presente nella pagina di ogni singolo evento
    Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa (Roma)

    3.07 ore 20:30 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    10.07 ore 20:15 – Stelle astrofile – Cercando altre terre
    17.07 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    24.07 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Notte dei giganti” – Conferenza sui giganti del Sistema Solare, Giove e Saturno
    25.07 ore 20:00 – Night Star Walk: la passeggiata notturna lungo i sentieri dei Pratoni del Vivaro
    31.07 ore 20:15 – Stelle e Scienza “I segreti dei buchi neri” – Conferenza sui buchi neri a cura Nicola Menci (INAF)

    07.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    12.08 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Serata Perseidi”
    21.08 ore 20:15 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    22.08 ore 19:30 – Night Star Walk
    28.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    Consulta il sito web www.ataonweb.it/wp/eventi per maggiori informazioni

    La spettacolare cometa Neowise!

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    Cortina d'Ampezzo e il Cristallo, con la bella Neowisw che fa la sua figura nel cielo dell'alba. Foto di Caludio Pra
    Cortina d'Ampezzo e il Cristallo, con la bella Neowisw che fa la sua figura nel cielo dell'alba. Foto di Caludio Pra

    Finalmente una cometa che non delude!
    La C/2020 F3 (NEOWISE), transitata al perielio il 3 luglio, si è affacciata subito dopo tra le luci dell’alba molto luminosa, di magnitudine +0,8, visibile a occhio nudo.

    L’astro chiomato mostra una bella ed evidente coda, seppur non molto lunga, percepibile con facilità anche a crepuscolo nautico avanzato. Dopo parecchie delusioni finalmente gli appassionati possono lustrarsi dunque gli occhi con un oggetto che mancava da molto tempo, che si prende il terzo posto del podio tra le comete più luminose del nuovo millennio.

    La NEOWISE dovrebbe iniziare lentamente a calare di luminosità, rimanendo comunque un notevole oggetto per tutto luglio. Attenzione però ad eventuali outburst! Sempre possibili, potrebbero riaccenderla e renderla indimenticabile.

    La cometa, sarà visibile al mattino fino all'11 luglio. Basterà osservare verso nordest nei dintorni di Venere. In seguito converrà osservarla la sera, come indicato in cartina. a metà mese diverrà circumpolare e sarà quindi visibile tutta la notte. A occhi nudo la potremo osservare (ma sempre più debole) fino a circa i primi giorni di agosto, dopodiché servirà almeno un buon binocolo. Tutti i dettagli e i consigli per le comete dell'estate cliccando sulla cartina.

    L’oggetto si sta alzando sull’orizzonte, rimanendo comunque sempre piuttosto basso, osservabile attualmente prima dell’alba e poi, da metà luglio, quando sarà circumpolare per le regioni settentrionali, in maniera più proficua all’inizio della notte astronomica.

    Personalmente ho avuto modo di osservarla per la prima volta proprio questa mattina (6 luglio) da una località montana, trovandola bellissima.

    Al binocolo 20×90 il falso nucleo mi è apparso stellare e privo di chioma. La coda evidente e leggermente allargata, lunga mezzo grado circa, con all’interno una striatura scura che sembrava dividerla in due parti. Facilmente visibile ad occhio nudo pur in un cielo ormai non più buio. Ho scattato anche due foto, che vedete qua sotto (cliccate sulle immagini per ingrandirle), che la immortalano nei pressi del Monte Cristallo, sopra Cortina d’Ampezzo, e una, un “primo piano” che la raffigura nel cielo ormai chiaro dell’alba.

    La Cometa Neowise accompagnata dagli alberi delle campagne di Palidoro. Gruppo astrofili Palidoro. Cliccare sull'imagine per ingrandire e avere tutte le informazioni di ripresa.

    Nella galleria di Photocoelum, trovate già anche tante altre bellissime immagini della cometa, gli appassionati si stanno scatenando! Aspettiamo anche le vostre: tra quelle condivise sulla piattaforma, verranno scelte quelle che verranno inserite nel numero di settembre di Coelum Astronomia.

    Non serve aver fretta dunque, ma aspettiamo le vostre migliori immagini e, se vorrete, i racconti della vostre delle vostre osservazioni, o della vostra avventura per raggiungere un cielobuio da cui osservarla, che potete inviare su segreteria@coelum.com

    Buone osservazioni!


    Un’estate ricca tutta da leggere e osservare!

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    Astronomiamo

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    Astronomiamo

    2 luglio, ore 21:30 – Elisa Bortolas (Università di Zurigo): Tra buchi neri e onde gravitazionali

    8 luglio, ore 21:30 – Andrea Bracco (Rudjer Boskovic di Zagabria): Un viaggio tra nubi interstellari e arco nell’Orsa Maggiore

    Tutte le informazioni:

    https://www.astronomiamo.it

    La Luna di Luglio e Agosto 2020 e l’osservazione dal settore sudest verso nord (Parte 4)

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    Luglio si è aperto col nostro satellite in fase di 9,6 giorni osservabile fino alle prime ore della notte seguente in una delle sue fasi più spettacolari. Al culmine della fase crescente il nostro satellite ha raggiunto il Plenilunio il 5 luglio, mentre al giorno 13, in fase di Ultimo Quarto, sorgerà alle 01:05 nella costellazione dei Pesci e con i pianeti Marte e Urano nelle vicinanze (rispettivamente a 13° e 18°), e rimarrà perfettamente osservabile fino alle prime luci dell’alba. Al capolinea della Fase Calante, alle 19:33 del 20 luglio si avrà il Novilunio e da qui ripartirà il nuovo ciclo lunare. Progressivamente, di sera sera, il nostro satellite tornerà nelle comode o serali alle sue migliori condizioni di osservabi fino alle 14:32 del 27 luglio quando sarà in Primo Quarto, mentre per effettuare osservazioni col telescopio dovremo attendere almeno le 21:3 della medesima serata quando la Luna, in fase giorni, si troverà a un’altezza iniziale di +26° e nostra disposizione fino al suo tramonto previ poco dopo la mezzanotte seguente.

    Il nostro satellite sarà quindi in Plenilunio alle 17:59 del 3 agosto a –30°, otto l’orizzonte alla distanza di 393.143 km dalla Terra, mentre per effettuare osservazioni al telescopio basterà attendere poche ore, fino alle 21:04 della medesima serata quando sorgerà una bella Luna ancora Piena e perfettamente a nostra disposizione anche per tutta la notte seguente. Il contestuale avanzamento della Fase Calante porterà il nostro satellite in Ultimo Quarto alle 18:45 dell’11 agosto quando sarà a –30° sotto l’orizzonte. Sorgendo pochi minuti dopo la mezzanotte del 12 agosto, basterà attendere che la Luna raggiunga un’altezza almeno intorno ai +15/+18° (verso le 01:30/02:00) per intraprendere osservazioni col telescopio di questo scomodo ma sempre interessante “ultimo quarto notturno”. Il capolinea della Fase Crescente alle 04:41 del 19 agosto coinciderà col Novilunio da cui ripartirà l’ulteriore ciclo lunare con la rispettiva Fase Crescente, che di sera in sera riporterà progressivamente il nostro satellite nelle migliori condizioni di osservabilità per ammirare le sue imponenti e spettacolari strutture geologiche. Infatti alle 19:58 del 25 agosto si avrà il Primo Quarto con fase di 6,6 giorni, attendendo però fino alle 21:00 circa quando la Luna si troverà a un’altezza iniziale di +20° visibile per tutta la serata fino a poco prima della mezzanotte, quando andrà a tramontare.

    Per approfondire l’osservazione delle formazioni lunari, trovi tutti i consigli osservativi e le librazioni più interessanti nella Luna di luglio e agosto su Coelum Astronomia 246 (in formato digitale e gratuito)


    Questa estate osserviamo

    25 e 26 luglio, 24 e 25 agosto Dal settore sudest verso nord (Parte 4)

    Giunti alla quarta tappa di questo lungo viaggio che dalle ormai lontane regioni sudorientali ci condurrà verso la spettacolare scarpata della Rupes Altai, riprendiamo le nostre osservazioni distribuendole nell’arco di luglio e agosto, in modo da apprezzare la differente percezione di molti dettagli al continuo variare dell’angolo di incidenza della luce solare in stretta relazione col progressivo avanzamento della linea del terminatore attraverso la superficie lunare da est verso ovest.

    Per inquadrare la regione lunare oggetto di questa proposta basterà orientare il telescopio a metà strada fra la scura area basaltica del mare Nectaris e l’estremità inferiore della cuspide meridionale posizionandosi appena a sud dei bastioni meridionali della Rupes Altai, confidando nelle calde serate estive quando la stabilità dell’aria e l’afa contribuiscono almeno a ridurre i deleteri effetti della turbolenza atmosferica consentendo un seeing più o meno accettabile.

    Si inizierà pertanto, in Luna Crescente, con la serata del 25 luglio col nostro satellite in fase di 5 giorni e a un’altezza iniziale che, alle 21:30, sarà di +23° rendendosi visibile fino a poco prima di mezzanotte quando scenderà sotto l’orizzonte, mentre nella successiva serata del 26 luglio avremo una fase di 6 giorni a un’altezza iniziale di +26°, sempre intorno alle 21:30, e visibile fino al suo tramonto poco dopo la mezzanotte. Come più scomoda alternativa, ma in Luna Calante, la medesima regione lunare potrà essere osservata anche nelle nottate del 10 luglio (sorge alle ore 00:01 in fase di 18,6 giorni) e 11 luglio (sorge alle ore 00:24 in fase di 19,6 giorni). Per quanto riguarda il mese di agosto, in Luna Crescente, vengono indicate le serate del 24 agosto con la Luna in fase di 5,7 giorni a un’altezza iniziale di +19° alle ore 21:30, oltre al 25 agosto con fase di 6,7 giorni che alla medesima ora si troverà a un’altezza iniziale di +20°. Anche in questo mese la medesima regione lunare potrà essere osservata, ma in Luna Calante, dalla tarda serata dell’8 agosto quando sorgerà alle ore 23:08 in fase di 19 giorni.

    Si parte allora nella prima serata con Lindenau, un cratere di 54 km di diametro la cui origine viene ricondotta al Periodo Geologico Imbriano Superiore (da 3,8 a 3,2 miliardi di anni fa)…

    ➜ Continua con la guida dell’osservazione dal settore sudest verso nord (Parte 4)

    Falci di Luna

    Proseguono i consigli per l’osservazione delle formazioni lunari anche nella pagina dedicata alle Falci lunari di luglio e agosto sul numero 246. L’appuntamento è prima dell’alba dal 17 al 19 luglio e, dopo il Novilunio, alla sera, dal 21 al 23 luglio. Di nuovo poi al mattino dal 15 al 17 agosto, e di nuovo la sera il 20 e il 21. All’interno della rubrica tanti consigli per l’osservazione delle formazioni lunari ed eventuali congiunzioni di stelle o pianeti con la sottile falce. Ricordiamo sempre poi i consigli di Giorgia Hofer per:

    ➜ Fotografiamo le sottili Falci di Luna

    ➜ Fotografare la Luce Cinerea della Luna

    Consultate sempre le passate puntate della rubrica, perché molte formazioni sono già state già trattate anche in dettaglio.

    Le effemeridi di Luna e Pianeti le trovi nel Cielo di Luglio 2020 su coelum.com


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    Accademia delle Stelle

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    Accademia delle Stelle

    Accademia delle StelleSi potranno seguire comodamente da casa e, se si perde la diretta, le lezioni saranno online a disposizione dei corsisti. Iscrizioni e riduzioni sul sito.

    Astronomia pratica: Come si osserva il cielo, telescopi, binocoli, fotografia, montature e astroinseguitori, accessori e app per astronomia.
    Astronomia sorprendente: Aneddoti storici, scoperte inaspettate, i colori degli astri, i record dell’universo, fotometeore, buchi neri e onde gravitazionali
    Archeoastronomia: Monumenti allineati alle stelle, astronomia in letteratura, musica, arte, mito. Simboli e numeri celesti, astronomia antica e costellazioni

    Per informazioni:
    https://www.facebook.com/accademia.dellestelle
    https://accademiadellestelle.org/

    MEDIA INAF: Astrochannel seminari e coffee-talk

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    La visione e l’utilizzo di Astrochannel sono gratuiti e consentiti a tutti (se però siete interessati solo a singoli video, suggeriamo d’iscriversi). Suggeriamo di seguito i seminari in lingua italiana, ma il programma è decisamente più ampio e può essere consultato qui: http://www.media.inaf.it/inaftv/seminari/#3151 Attenzione: l’elenco che segue potrebbe essere non aggiornato. Per maggiori informazioni e aggiornamenti in tempo reale sui singoli seminari, vi invitiamo a fare riferimento ai siti web delle singole sedi.
    OA Brera, 07/07/2020 @ 15:00
    Isabella Pagano (INAF Catania), “CHEOPS: cosa puo’ svelarci sugli esopianeti la fotometria ad alta precisione
    Per seguire i seminari, installare il software (http://www.media.inaf.it/inaftv/) o cercare il video sul canale YouTube INAF-TV.
    Astrochannel è un software di Marco Malaspina – Copyleft INAF Ufficio Comunicazione – 2007-2015

    Toi-849b, il gigante nudo

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    Illustrazione artistica di Toi-849b, il nucleo primordiale di un gigante gassoso . Il primo ad essere stato scoperto. Il pianeta ha una dimensione simile a quella di Nettuno e una densità pari a quella della Terra. catratteristiche rare per un oggetto in orbita così vicino alla sua stella. Crediti: University of Warwick/Mark Garlick
    Illustrazione artistica di Toi-849b, il nucleo primordiale di un gigante gassoso . Il primo ad essere stato scoperto. Il pianeta ha una dimensione simile a quella di Nettuno e una densità pari a quella della Terra. catratteristiche rare per un oggetto in orbita così vicino alla sua stella. Crediti: University of Warwick/Mark Garlick

    Tess, il satellite targato Nasa dedito alla ricerca di modi alieni, non smette di stupirci. Dopo Kelt-9b, l’esopianeta che sperimenta due estati e due inverni ogni anno (ne abbiamo parlato ieri su Media Inaf), il cacciatore di esopianeti ha ora scoperto un altro bizzarro mondo alieno. Il team di astronomi dell’Università di Warwick (Regno Unito) che ha condotto le osservazioni – di cui fa parte anche l’italiano Matteo Brogiassistant professor presso la medesima università e associato Inaf – lo ha chiamato Toi-849b.

    Qual è la sua particolarità? Toi-849b è il nucleo primordiale sopravvissuto di un gigante gassoso, il cuore di un pianeta che è stato privato della sua atmosfera o che non è riuscito a crearne una nelle sue prime fasi di vita. Una scoperta che offre un’opportunità unica: scrutare l’interno di un pianeta e conoscerne la composizione.

    Situato a circa 730 anni luce di distanza da noi, il pianeta “nudo” orbita così vicino alla sua stella – Toi-849, un astro simile al Sole per massa e temperatura – che un anno dura solo 18 ore e la sua temperatura superficiale è di circa 1.500 gradi Celsius.

    Scovato in una regione della stella chiamata “deserto nettuniano” – un termine usato dagli astronomi per indicare una zona vicina alle stelle dove raramente si incontrano pianeti della massa di Nettuno – il pianeta è stato successivamente analizzato utilizzando il planet hunter dell’Eso Harps, uno spettrografo situato presso l’Osservatorio di La Silla, in Cile, grazie al quale il team ne ha stimato la massa: 0,13 volte quella di Giove, ovvero 40 volte quella della Terra. Dunque le dimensioni sono simili a quelle di Nettuno, ma la massa è due volte e mezza maggiore. La sua densità, invece, è simile a quella della Terra: 5,2 grammi per centimetro cubo. Caratteristiche, queste, abbastanza rare per un oggetto in orbita così vicino alla sua stella.

    «Pur essendo un pianeta insolitamente massiccio, è ben lontano dall’essere il più massiccio che conosciamo», sottolinea David Armstrong, ricercatore presso l’Università di Warwick e primo autore dell’articolo, pubblicato su Nature, che riporta i dettagli della scoperta. «Tuttavia, fra i pianeti della sua taglia è il più massiccio che conosciamo. Per avere le dimensioni di Nettuno è estremamente denso, il che suggerice che abbia una storia molto insolita, anche in virtù della posizione in cui si trova: non vediamo pianeti di questa massa con periodi orbitali così brevi».

    «Ci saremmo aspettati che un pianeta così massiccio avesse accumulato grandi quantità di idrogeno ed elio quando si è formato», continua il ricercatore, «e che crescendo divenisse simile a Giove. Il fatto che non vediamo questi gas ci fa capire che siamo davanti a un nucleo planetario esposto. Ed è la prima volta che ne scopriamo uno intatto, per un gigante gassoso attorno a una stella».

    Ma come spiegare l’esistenza di questo pianeta extrasolare “spogliato” del suo guscio gassoso? Come accennato in apertura, gli autori avanzano due ipotesi. La prima è che Toi-849b sia ciò che resta di quello che una volta era un pianeta simile a Giove che, in seguito, abbia perso quasi tutta la sua atmosfera – per esempio a causa di eventi di distruzione mareale, collisioni con altri pianeti o foto-evaporazione, o per tutte e tre le cause messe assieme.

    Che Toi-849b possa essere un gigante gassoso “fallito” è invece la seconda ipotesi. È possibile, spiegano i ricercatori, che subito dopo la formazione del nucleo qualcosa possa aver impedito all’atmosfera di formarsi. Ad esempio, una lacuna nel disco protoplanetario da cui il pianeta si è formato, o l’esaurimento della materia nel disco, se il pianeta è iniziato a formarsi tardivamente.

    «Che si sia formato in un modo o nell’altro», conclude Armstrong, «Toi-849b ci dice che pianeti come questo esistono e possono essere trovati. E sebbene non abbiamo ancora alcuna informazione sulla sua composizione chimica, potremo studiarla con altri telescopi. Poiché Toi-849b è così vicino alla sua stella, infatti, qualsiasi atmosfera residua intorno al pianeta deve essere costantemente rifornita dal nucleo. Quindi, se possiamo studiare quell’atmosfera, allora possiamo anche ottenere informazioni sulla composizione del nucleo stesso».

    Per saperne di più:


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    Cercasi stella massiccia scomparsa!

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    Impressione artistica di una variabile luminosa blu. Crediti: ESO/L. Calçada
    Impressione artistica di una variabile luminosa blu. Crediti: ESO/L. Calçada

    Tra il 2001 e il 2011, vari gruppi di astronomi hanno individuato e studiato una stella massiccia, chiamata PHL 293B, nella galassia nana Kinman, in una fase evolutiva avanzata e quindi particolarmente instabile. Quello che ci si aspetta da questo tipo di stelle è che esplodano prima o poi come supernovae, spargendo il loro materiale nello spazio e aumentando notevolmente la loro luminosità anche per numerose settimane o mesi, per poi lasciare dietro di sé un resto che in parte si disperde dando vita a spettacolari nebulose, e in parte collassa o in una stella a neutroni o in un buco nero, a seconda della massa iniziale. I nostri lettori le conoscono bene, grazie alla rubrica mensile a cura dell’ISSP dedicata a loro e ai numerosi articoli pubblicati.
    Quando questa esplosione debba avvenire non è possibile determinarlo, e comunque l’arco di tempo in cui può accadere va ben oltre la vita umana, ma in attesa di arrivare a quel punto, le stelle di questo tipo mostrano a tratti drammatici cambiamenti dello spettro e della luminosità, informandoci di trovarsi nel loro stadio evolutivo finale.

    Andrew Allan del Trinity College di Dublino e i suoi collaboratori in Irlanda, Cile e Stati Uniti d’America, volevano studiare più a fondo queste fasi finali in stelle molto massicce, e PHL 293B sembrava il soggetto perfetto. Quando però hanno puntato il VLT dell’ESO verso la galassia, nell’agosto del 2019, è arrivata la “sorpresa”.
    Nessuna traccia della stella!

    La galassia nana Kinman, nota anche come PHL 293B, ripresa dalla Wide Field Camera 3 del telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA nel 2011, prima della scomparsa della stella massiccia. Crediti: NASA, ESA/Hubble, J. Andrews (U. Arizona)
    Ora, una stella così grande non può sparire nel nulla, qualcosa deve essere successo e sono eventi che non passano inosservati.
    È vero che, situata a circa 75 milioni di anni luce di distanza da noi nella costellazione dell’Acquario, la galassia nana Kinman è troppo lontana perché gli astronomi possano distinguerla dalle altre singole stelle, come accade per le supernovae che programmi automatici, ma anche gli astrofili, riescono a scoprire, ma dallo spettro della luce proveniente dall’area della galassia, è possibile rivelare tracce della presenza di alcune stelle tra quelle più massicce.

    Dal 2001 al 2011, la luce ricevuta dalla galassia ha sempre mostrato la firma, ovvero le tracce della presenza, di una stella “variabile blu luminosa” (chiamate anche variabile S Doradus) da 2,5 milioni  a 3,5 milioni di volte più luminosa del Sole!
    Come detto, stelle così massicce e luminose, verso la fine della loro vita, diventano instabili e mostrano ampi cambiamenti nella luminosità e quindi modifiche nelle tracce che ne rivelano la presenza nello spettro della galassia. Nonostante questo però restano comunque visibili delle tracce specifiche che gli scienziati possono identificare.

    Nelle osservazioni del 2019, invece, semplicemente… non c’era più nulla, e senza nuovi indizi che rivelassero cosa poteva essere successo. «Sarebbe estremamente insolito che una stella così massiccia scompaia senza produrre una brillante esplosione di supernova», spiega Allan. Lo studio è stato pubblicato il 30 giugno scorso su Mnras (Monthly Notices of the Royal Astronomical Society).

    Il team ha prima orientato lo strumento ESPRESSO verso la stella, nell’agosto 2019, utilizzando contemporaneamente i quattro telescopi da 8 metri del VLT, senza riuscire a trovare la firma che si aspettavano, a indicare la presenza della stella luminosa. Poi, alcuni mesi dopo, il gruppo ha provato con lo strumento X-shooter, e ancora una volta non ha trovato tracce della stella.

    Il team ha quindi cercato retroattivamente tracce nei dati raccolti in passato sempre dallo strumento X-shooter e da UVES, sul VLT dell’ESO situato nel deserto cileno di Atacama e da altri telescopi in località diverse. «L’archivio scientifico dell’ESO ci ha permesso di trovare e utilizzare i dati dello stesso oggetto ottenuti nel 2002 e ne 2009», racconta Andrea Mehner, astronoma dell’ESO in Cile, che ha partecipato allo studio. «Il confronto degli spettri UVES ad alta risoluzione del 2002 con le nostre osservazioni ottenute nel 2019 con il più recente spettrografo ad alta risoluzione ESPRESSO dell’ESO è stato particolarmente rivelatore, sia dal punto di vista astronomico che da quello della strumentazione».

    I vecchi dati indicavano che la stella nella galassia nana Kinman avrebbe potuto trovarsi in un periodo di forte espulsione di materia che, probabilmente, si è concluso in qualche momento dopo il 2011. L’instabilità di queste stelle le porta a sperimentare enormi esplosioni nel corso della vita, durante le quali il tasso di perdita di massa si innalza moltissimo. Un po’ quello che probabilmente sta accadendo a Betelgeuse, per la quale la diminuzione improvvisa e prolungata di luminosità, e la successiva ripresa, sembra siano dovute all’esplusione di grandi quantità di materiale che si è raffreddato e ne ha oscurato in parte la luminosità nella nostra direzione di vista, per poi però disperdersi e renderla di nuovo luminosa.

    Sulla base delle osservazioni e dei modelli evolutivi utilizzati, gli astronomi hanno suggerito due spiegazioni.
    Una più prosaica: analogamente a Betelgeuse, l’espulsione di materia potrebbe aver comportato la trasformazione della variabile blu luminosa in una stella meno luminosa, che potrebbe anche essere banalmente ancora nascosta dalla polvere, che fatica a disperdersi per motivi gravitazionali. In effetti, ci sono delle osservazioni nel vicino infrarosso, tra il 2009 e il 2019, che mostrano una nube di polvere calda attorno alla stella, ma servirebbero analoghe osservazioni nell’infrarosso medio, che ancora non è stato possibile fare, per rivelare la presenza di polveri più fredde, che potrebbero confermare questa ipotesi. La stella c’è, è ancora viva, nessun evento di supernova sarebbe giustamente stato registrato, ma sarebbe molto più debole di quanto ci si aspetti e nascosta alla perfezione (per quanto la tecnologia di oggi ci permetta di sapere) dalle sue stesse polveri.

    Nell'immagine di sinistra vediamo N6946-BH1, la stella "scomparsa" nel 2017 e ripresa dal telescopio spaziale Hubble. A sinistra nel 2007, la stella è visibile, nel 2009 ha avuto un imporvviso aumento della luminosità, per diversi mesi, dopo di che ci si aspettava di vedere il materiale espandersi nello spazio... invece ne è sparita ogni traccia, e si pensa che sia collassata, risucchiando il materiale espulso, per diventare un buco nero. L'unica cosa che è stata possibile osservare inseguito, era radiazione infrarossa che si pensa emessa dai detriti in caduta verso il buco nero. Credits: NASA, ESA, and C. Kochanek (OSU)
    L’alternativa, ben più intrigante, è che la stella potrebbe essere collassata direttamente in un buco nero, senza produrre prima un’esplosione di supernova. Un evento davvero raro: quello che al momento sappiamo di come muoiono stelle di grande massa ci dice che la maggior parte di loro conclude la propria vita come supernovae spettacolari visibili per molto tempo, e solo dopo collassano in quel che resta di loro.
    Nel 2017 però, un altro studio è stato pubblicato su un fenomeno simile: una gigante rossa, in una galassia a 22 anni luce da noi, si è improvvisamente illuminata per alcuni mesi, senza però esplodere ma scomparendo nel nulla. Secondo gli astronomi si è trattato di un caso di “supernova fallita”, che invece di esplodere spargendo parte del suo materiale nello spazio per poi collassare, è direttamente collassata su se stessa, probabilmente trasformandosi in buco nero di massa stellare.

    La nostra variabile luminosa blu, secondo i ricercatori, sarebbe stata in eruzione tra il 2001 e il 2011, diventanto tanto luminosa da lasciare le tracce osservate che hanno reso possibile la sua individuazione, per poi, in un qualche momento dopo il 2011, subire lo stesso destino: collassare in un buco nero portandosi dietro gran parte del materiale espulso, in modo tranquillo e “silenzioso”…
    «Potremmo aver rilevato il momento in cui una delle stelle più massicce dell’Universo locale si addentra dolcemente nella notte», ipotizza Jose Groh, membro del team e anch’egli del Trinity College di Dublino.

    «La nostra scoperta non sarebbe stata possibile senza i potenti telescopi dell’ESO da 8 metri, la loro strumentazione unica e l’accesso a tali capacità a seguito del recente accordo dell’Irlanda di aderire all’ESO” conclude Groh – l’Irlanda è infatti diventata uno stato membro dell’ESO nel settembre 2018.

    Per sbrogliare il mistero saranno però necessari ulteriori studi. In particolare, l’ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO, che è previsto venga messo in funzione nel 2025, sarà in grado di risolvere le singole stelle in galassie lontane come la galassia nana Kinman, dando un grosso aiuto per provare a rintracciare i resti, e comprendere quindi in cosa si è trasformata questa stella “scomparsa”.


    Un’estate ricca tutta da leggere e osservare!

    Inquinamento luminoso e i Parchi delle Stelle, Astronautica e i viaggi verso Marte

    Coelum Astronomia di Luglio e Agosto 2020
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    Cielo di Luglio 2020

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    Indice dei contenuti

    EFFEMERIDI

    Luna

    Sole e Pianeti

    Quasi allo zenit si staglieranno invece le sagome inconfondibili dell’Ercole, della Lira, con la brillante Vega, e del Cigno, segnalato da Deneb, mentre nei pressi dell’orizzonte, al meridiano, dimorerà l’inconfondibile figura del Sagittario. Qui si troveranno anche i due brillanti pianeti Giove e Saturno, un po’ defilati rispetto alle stelle più brillanti della costellazione, prossimi all’opposizione.

    Più in alto vediamo l’Aquila, con Altair. Verso est, intanto, staranno sorgendo Pegaso, con il suo “grande quadrato” stellare e Andromeda.

    Il Cielo di luglio e agosto con la UAI: Viaggio nel Serpente

    COSA OFFRE IL CIELO

    Marte continua a migliorare la sua posizione in cielo, arrivando a sorgere da poco dopo la mezzanotte a inizio luglio, fino alla seconda serata alla fine del mese, ma il cammino verso l’opposizione è ancora lungo.

    I protagonisti di questi mesi estivi saranno però i grandi giganti gassosi. Giove arriva finalmente all’opposizione il 14 luglio, che rappresenta il culmine della sua miglior visibilità. Per tutto il mese quindi, ma anche nelle settimane successive, sarà ottimamente osservabile sia a occhio nudo e per riprese di paesaggio, ma soprattutto all’osservazione con uno strumento e alle riprese ad alta definizione (tenendo d’occhio la Luna).

    Con lui anche Saturno, che lo segue letteralmente a ruota, arrivando all’opposizione il giorno 20, e avvicinandosi sempre più al grande fratello gigante. Arriveranno alla minima distanza solo a fine anno, ma già da ora potremo riprenderli in spettacolari configurazione, sempre con l’aiuto della Luna. Perché non seguirli allora nel loro moto? Aspettiamo i vostri contributi, e intanto date un occhio a cosa ha realizzato Paolo Bardelli, potrebbe essere un bello spunto da replicare con i due pianeti più grandi del Sistema Solare:

    ➜ Le tracce serali di Venere e Mercurio

    E a proposito di Mercurio e Venere, i due piccoli pianeti interni hanno invece lasciato il palco della sera, il primo in congiunzione con il Sole e quindi inosservabile a inizio mese, il secondo già dal mese scorso nelle vesti di Lucifero, la stella del mattino, recuperando però ora sempre più altezza e luminosità.

    Mercurio riapparirà invece all’incirca a metà mese, e questa volta si troverà nella seconda miglior apparizione mattutina dell’anno. Per i più esperti… perché non tentare la ripresa della sua coda? Come? Non lo sapevate?

    Per i pianeti più lontani, Urano e Nettuno, ricordiamo che per osservarli è necessario uno strumento, potremo osservarli nella seconda parte della notte, anche se entrambi stanno anticipando la loro levata.

    Maggiori dettagli e informazioni anche su pianeti nani anche Plutone, per quanto poco influisca sulla sua visibilità, sarà in opposizione il 15 luglio e asteroidi in opposizione li trovate come sempre su

    ➜  il Cielo di Luglio e Agosto all’interno del nuovo numero doppio estivo (sempre in formato digitale e gratuito).


    Eclisse di Luna di penombra

    A soli 30 giorni dall’ultima eclisse di Luna, avvenuta lo scorso 5 giugno (qui trovate le più belle immagini pubblicate dai nostri lettori su PhotoCoelum e scelte per la gallery dedicata), anche il 5 luglio avremo a che fare con una analoga eclisse di penombra e, se le condizioni osservative del precedente fenomeno furono non eccessivamente positive, il 5 luglio andrà decisamente peggio… in quanto il nostro satellite si appresterà a tramontare senza preoccuparsi eccessivamente dell’evento in corso, oltre tutto al mattino molto presto. Si potrà tentare la ripresa dell’ingresso nella penombra proiettata dalla nostra Terra, in alcune località meglio che in altre, ma considerata la situazione, nulla da fare per la fase massima di questa eclisse.
    Si potrà però sempre portare a casa qualche suggestiva immagine della Luna Piena al tramonto, con poco distanti (comunque a più di 10 gradi più in alto verso sud-sudovest) Giove e Saturno, nel cielo dell’alba del nostro Sole che sorgerà dalla parte quasi diametralmente opposta dell’orizzonte preceduto da Venere. Per chi volesse comunque tentare la ripresa, o solo saperne di più, al link tutti i dettagli:

    5 luglio: Eclisse di Luna di penombra parziale

    Per quanto riguardainvece l’altro aspetto della Luna, con la sua luce cinerea e le sottili falci l’appuntamento è prima dell’alba il 17 (accompagnata da Venere), 18 e 19 luglio e, dopo il Novilunio, alla sera,  il 21, 22 e 23 luglio.

    Per maggiori dettagli su orari, visibilità e formazioni lunari da osservare, con l’aiuto di uno strumento, potete consultare la sezione dedicata a cura di Francesco Badalotti.

    Continua l’esplorazione delle formazioni lunari nell’arco del mese con La Luna di Luglio e Agosto

    Comete

    Finalmente un po’ di soddisfazione per gli appassionati di astri chiomati. Non le belle comete visibili a occhio nudo in cui speravamo, ma comunque più oggetti (due addirittura in “congiunzione”) da osservare con uno strumento. Dopo la C/2019 Y4 ATLAS, di cui abbiamo già narrato la triste fine, anche la C/2020 F8 SWAN ha infatti deluso le aspettative. Bellissima e luminosa nell’emisfero australe (era scesa sotto la quinta magnitudine), una volta arrivata da noi si è “spenta” sul più bello, andando in frantumi come precedentemente la ATLAS. Ma ora proiettiamoci nel futuro immediato, che potrebbe rivelarsi il periodo del riscatto. Giungeranno infatti sui nostri cieli due nuovi promettenti “astri chiomati” che speriamo non ci rifilino l’ennesimo bluff…

    ➜ continua su Un’estate di comete


    E ancora su Coelum astronomia 246

    I pianeti arricchiscono la Via Lattea i tanti pianeti visibili ci permettono di rivisitare le nostre riprese della Via Lattea estiva, ecco gli spunti di Giorgia Hofer.

    ➜ Leggi le indicazioni di Giuseppe Petricca sui principali passaggi della ISS con una serie di transiti serali a metà mese da non perdere!

    ➜ Supernovae: una “new entry” nella Top Ten degli scopritori amatoriali. Intervista a Xing Gao

    e il Calendario di tutti gli eventi di luglio 2020, giorno per giorno con l’immagine di fondo dedicata allla “Nebulosa farfalla in technicolor”.

    Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto in PhotoCoelum!

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    Coelum Astronomia di Luglio e Agosto 2020
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    Associazione Tuscolana di Astronomia

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    Per partecipare all’evento compilare il modulo al link presente nella pagina di ogni singolo evento
    Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa (Roma)

    3.07 ore 20:30 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    10.07 ore 20:15 – Stelle astrofile – Cercando altre terre
    17.07 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    24.07 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Notte dei giganti” – Conferenza sui giganti del Sistema Solare, Giove e Saturno
    25.07 ore 20:00 – Night Star Walk: la passeggiata notturna lungo i sentieri dei Pratoni del Vivaro
    31.07 ore 20:15 – Stelle e Scienza “I segreti dei buchi neri” – Conferenza sui buchi neri a cura Nicola Menci (INAF)

    07.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    12.08 ore 20:15 – Serata speciale UAI “Serata Perseidi”
    21.08 ore 20:15 – Stelle in famiglia dedicato ai bambini. Al termine della conferenza osservazioni al telescopio degli oggetti celesti visibili
    22.08 ore 19:30 – Night Star Walk
    28.08 ore 20:15 – Il cielo del mese al Planetario
    Consulta il sito web www.ataonweb.it/wp/eventi per maggiori informazioni

    Osservatorio Astronomico Fondazione Clément Fillietroz

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    A luglio e agosto 2020 le visite guidate diurne e notturne per il pubblico all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta si terranno con nuove modalità, nel rispetto delle indicazioni degli organi competenti per il contenimento della pandemia COVID-19. In particolare:
    Le visite guidate riprendono mercoledì 1° luglio 2020. La visita guidata diurna si svolge dalle ore 15.00 alle 16.00 e quella notturna dalle ore 22.00 alle 23.30. Per ragioni organizzative, le iniziative si svolgono esclusivamente in lingua italiana. Prenotazione obbligatoria sul sito https://www.oavda.it/osservatorio-prenotazioni scegliendo a visita guidata di interesse tra quelle disponibili.
    Le iniziative si svolgono all’aperto: i partecipanti devono rispettare le norme su distanziamento fisico e mascherine, inoltre si ricorda di indossare un abbigliamento adeguato all’altitudine (1.675 m)

    Tutte le info qui:
    https://www.oavda.it
    https://www.facebook.com/osservatorioastronomicovalledaosta