Un’immagine radar di Venere ripresa dalla sonda Magellano. Le sottili lacune nella scansione del secondo pianeta del Sistema solare in ordine di distanza dal Sole, e con un’orbita della durata di 224,7 giorni terrestri, sono state compilate con le storiche immagini della sonda Pioneer. Crediti: NASA / JPL.
Un’immagine radar di Venere ripresa dalla sonda Magellano. Le sottili lacune nella scansione del secondo pianeta del Sistema solare in ordine di distanza dal Sole, e con un’orbita della durata di 224,7 giorni terrestri, sono state compilate con le storiche immagini della sonda Pioneer. Crediti: NASA / JPL.
Ci sono decine e decine di satelliti naturali all’interno del Sistema Solare, piccoli mondi senz’aria come nostra Luna o con atmosfere importanti come la sonda Cassini ha scoperto sulla luna di Saturno, Titano. Il gigante Giove può vantare molte lune e tiene testa al pianeta degli anelli. Marte ha un paio di piccoli satelliti simili ad asteroidi. Ma Venere? Il pianeta che per un periodo gli astronomi hanno guardato come a un gemello della Terra quante lune ha?
“La risposta è ancora la stessa, nessuna”. A fare il punto della situazione è Elizabeth Howell del NASA Lunar Science Institute. “Venere e Mercurio sono gli unici due pianeti a non avere una sola luna che gli ronzi intorno. Ciononostante la questione degli introvabili satelliti venusiani continua a stuzzicare i pensieri degli astronomi nello studio del Sistema Solare”.
A oggi la scienza ci fornisce tre spiegazioni su come un pianeta possa ritrovarsi una o più lune. Una luna può, per esempio, venire catturata durante il suo transito vicino al pianeta – è quanto pensiamo possa essere successo con Phobos e Deimos, i satelliti marziani. Una seconda spiegazione è quella che mette all’origine un impatto violento di un corpo esterno sulla superficie del pianeta e la successiva fusione dei frammenti estrusi in un satellite – è la teoria maggiormente accreditata per spiegare la formazione della nostra Luna. Una terza via è quella che immagina le lune come prodotto dell’accrescimento della materia all’origine del nostro sistema planetario, un po’ come è successo per i pianeti. Una quarta è l’aggregazione delle polveri che compongono gli anelli di alcuni pianeti, come recentemente ha mostrato Saturno.
1978. Venere nell’obiettivo della sonda Pioneer. Alcuni pianeti extrasolari potrebbero subire la stessa sorte di questo mondo bruciacchiato. Crediti: NASA / JPL / Caltech.
Considerando la quantità di oggetti che percorrevano tutto il Sistema Solare all’inizio della sua storia, è alquanto sorprendente per gli astronomi verificare come Venere non abbia una sua luna, sebbene l’asteroide 2002 VE68 attualmente mantenga una relazione quasi orbitale col pianeta (gira attorno a Venere da almeno 7.000 anni ma è destinato a essere espulso da questa configurazione orbitale tra appena 500 anni). Potrebbe però averne avute in un lontano passato?
Una ricerca del 2006 di Alex Alemi e David Stevenson del California Institute of Technology sui modelli del Sistema Solare primordiale ha ipotizzato che Venere avesse inizialmente almeno una luna creata da un gigantesco evento da impatto (potete leggere il paper qui). Il satellite così originato si sarebbe inizialmente allontanato per via delle interazioni mareali. Un secondo gigantesco impatto su Venere, avventuo 10 milioni di anni più tardi secondo i modelli di riferimento, avrebbe però rallentato se non invertito la rotazione del pianeta portando la luna venusiana a riavvicinarsi e infine a schiantarsi sulla sua superficie.
Una spiegazione alternativa alla mancanza di satelliti è certo costituita dai forti effetti mareali del vicino Sole, che potrebbero destabilizzare anche grossi satelliti in orbita attorno al pianeta. “Certo è”, afferma Howell, “che capire a fondo il mistero delle lune mancanti di Venere potrebbe insegnarci molto anche sulla formazione del Sistema Solare. La questione resta aperta”.
La cometa C/2014 E2 Jacques ripresa il 1° aprile 2014. Credit and copyright: Damian Peach.
Oltre alla C/2012 K1 PanSTARRS e alla C/2012 X1 Linear, segnalate su Coelum di aprile, c’è un’altra cometa da tenere d’occhio in questo periodo, vale a dire la C/2014 E2 Jacques, scoperta dal Brasile a metà marzo da Cristovao Jacques grazie agli strumenti del team SONEAR (Southern Observatory for Near Earth Asteroids Research).
L’“astro chiomato” si mostra attualmente più luminoso del previsto (è segnalato sotto la decima magnitudine) ed è alla portata di una strumentazione modesta. E’ penalizzato però dalla scarsa altezza in cielo e dal suo aspetto non particolarmente compatto, particolari che lo rendono piuttosto sfuggente e che obbligano ad operare sotto cieli bui.
La nuova cometa è osservabile non appena le luci del tramonto si smorzano. Si trova attualmente nella Poppa ed è in procinto di trasferirsi nell’Unicorno impegnata in una corsa nel cielo invernale ormai declinante.
La Jacques si sta avviando al perielio, previsto il 2 luglio, e presto scomparirà dalla nostra vista. Sarà infatti osservabile, pur in condizioni man mano sempre più difficili, solo fino ai primi giorni di maggio. La perderemo poi per un paio di mesi abbondanti per ritrovarla a metà luglio nei cieli che precedono l’alba, quando potrebbe mostrarsi di settima magnitudine e quindi alla portata di un piccolo binocolo.
In quel periodo passerà a soli 13 milioni di chilometri da Venere, una distanza che da Terra si tradurrà in circa tre gradi di separazione tra pianeta e cometa. Uno spettacolino niente male.
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Report osservativo del 17/4
C/2014 E2 Jacques
“Al binocolo 20×90 l’ ho scorta piuttosto facilmente, pur se piuttosto bassa sull’orizzonte. Si è mostrata come una chiazza piuttosto uniforme del diametro di 6/7’, non eccessivamente condensata (D.C.=3). Pur senza aver eseguito una stima accurata ritengo che la sua magnitudine sia scesa sotto la decima grandezza. Cometa che non spicca e piuttosto stemprata sul fondo cielo, da osservare sotto cieli bui”.
Crediti: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington
Tremila orbite per il Messenger
Crediti: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington
Vuoi per il caldo insopportabile vuoi perché, trovandosi così vicino al Sole, è talmente illuminato da illuderci di aver ben poco da nascondere, fatto sta che Mercurio è una fra le destinazioni più snobbate dell’intero Sistema solare. Dagli albori dell’esplorazione spaziale a oggi, due missioni soltanto lo hanno eletto a loro obiettivo principale: quella del Mariner 10 della NASA, negli anni Settanta, e l’ancora operativa Messenger, anch’essa della NASA. Lanciata nell’agosto del 2004, la sonda Messenger (MErcury Surface, Space ENvironment, GEochemistry, and Ranging) ha compiuto proprio in questi giorni – domenica scorsa, il 20 aprile – la sua orbita numero 3000.
Dal 17 marzo del 2011, giorno in cui Messenger ha iniziato a orbitare attorno a Mercurio, la distanza fra sonda e pianeta è andata via via diminuendo. Con grande cautela, vista l’alta superficie del pianeta, e con alti e bassi considerevoli: essendo un’orbita molto ellittica, la distanza dalla superficie ha oscillato fra i 200 km e i 15mila km. Con un periodo di rivoluzione inizialmente di 12 ore, poi sceso a 8 ore nell’aprile del 2012. Da oggi il gioco si fa ancora più interessante. E ancora più ardito. Mentre il contaorbite segnava il numero 3000, infatti, anche l’altimetro stabiliva un nuovo record: 199 km dal suolo di Mercurio. Interessante soprattutto dal punto di vista scientifico: più cala la distanza, più aumenta la risoluzione. Non solo: aumenta anche il numero di orbite quotidiane, e con esso la quantità di rilevazioni topografiche utili.
«La copertura osservativa tramite lo MLA richiede tempi molto lunghi», spiega Carolyn Ernst, responsabile di uno degli strumenti a bordo del Messenger, il Mercury Laser Altimeter (MLA), «e poiché il fascio del laser è molto stretto, sono necessari moltissimi passaggi per ottenere una buona risoluzione spaziale. Più dati riusciamo ad acquisire, meglio siamo in grado di ricostruire la topografia del pianeta. Il passaggio a un’orbita di 8 ore ci ha anche permesso di ottenere più misure di riflettività, grazie alle quali siamo riusciti ad avere indizi fondamentali per caratterizzare le regioni brillanti osservate alle alte latitudini settentrionali».
Risoluzione e quantità di dati destinate, nei prossimi mesi, a migliorare ancora, visto che la distanza minima è destinata a scendere ulteriormente. «A oggi, le nostre misure con neutroni, raggi X e raggi gamma ci hanno permesso di risolvere solo regioni molto grandi del suolo di Mercurio. Scendere ad altitudini inferiori ai 100 km», dice David Lawrence, della Johns Hopkins University, «ci permetterà d’individuare le firme di caratteristiche geologiche particolari, informazione che a sua volta ci aiuterà a comprendere l’origine e la storia della superficie del pianeta».
«L’ultimo anno d’operazioni orbitali di Messenger costituirà in pratica una nuova missione », conclude il principal investigator della sonda, Sean Solomon, della Columbia University. «A ogni nuova orbita, le immagini, le misure relative alla composizione del suolo e le rilevazioni dei campi magnetici e gravitazionali del pianeta che otterremo avranno risoluzione maggiore rispetto a quelle già in nostro possesso. Saremo in grado, per la prima volta, di caratterizzare le particelle presenti nell’ambiente vicino alla superficie. Fino a oggi Mercurio è riuscito a custodire gelosamente i suoi segreti, ma ora per molti di questi è giunto il momento d’essere svelati».
25.04: Osservazione con i telescopi del gruppo all’agriturismo
Oasi della Grigna (Piani Resinelli).
ASTRONAUTICON inizio ore 21:00.
Per info: 0341.367584 – www.deepspace.it
25.04: “Il telescopio Hubble: Immagini dallo spazio”.
Al telescopio: Giove e Marte.
Per info: 346.8699254, astrofilicentesi@gmail.com
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25.04, ore 15:30: “Spazio” ai bambini! Proiezione di cartoni animati inerenti l’astronomia e realizzazione di un razzo spaziale con materiali di riciclo.
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Illustrazione artistica del pianeta Kepler-186f. Credit: NASA/JPL
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Kepler trova un ‘cugino’ della Terra
Roccioso e poco più grande del nostro pianeta
Scoperto il primo pianeta roccioso di dimensioni del tutto simili a quelle della Terra sul quale potrebbe scorrere acqua allo stato liquido: una condizione fondamentale, questa, per poter ospitare forme di vita. Si trova nel nostro stesso angolo della Via Lattea ed è stato identificato dall’occhio del più celebre “cacciatore di pianeti” della NASA, il telescopio spaziale Kepler.
Le sue caratteristiche sono riassunte in una dettagliata carta d’identità pubblicata sulla rivista Science.
Chiamato Kepler-186f, il nuovo pianeta è più grande del 10% rispetto alla Terra ed è il più esterno di cinque pianeti che ruotano intorno ad una nana rossa (una stella più piccola e fredda del nostro Sole) distante 500 anni luce. Secondo i calcoli della Nasa, Kepler-186f completa la sua orbita in 130 giorni, e la distanza che lo separa dalla sua stella è pari a quella che c’è tra il Sole e Mercurio: si trova dunque nella cosiddetta fascia abitabile, ossia nella regione in cui riceve luce e calore tali da poter mantenere acqua liquida sulla sua superficie.
Le orbite dei pianeti interni del Sistema solare e quelle del Sistema Kepler-168 messe a confronto. La zona verde chiaro, entro la quale sta l'orbita di Kepler-168f, indica la fascia abitale, ovvero dove le condizioni potrebbero permettere la presenza di acqua in forma liquida. L'immagine del nuovo pianeta è, per il momento, solo una proiezione artistica di come potrebbe apparire, ma il suo periodo orbitale di appena 130 giorni permetterà agli astronomi di avere più occasioni per studiarne a fondo la composizione. Credit: NASA/JPL/Kepler
Per la coordinatrice della ricerca, Elisa Quintana, dell’istituto Seti e del Centro di ricerche Ames della NASA, il pianeta potrebbe ricevere dalla sua stella la “giusta” dose di luce e calore, “non troppo né troppo poco”, perché l’acqua possa esistere allo stato liquido. Per questo motivo Kepler-186f è molto diverso dagli altri pianeti simili alla Terra finora scoperti. Questi ultimi sono infatti troppo vicini alla loro stella per poter avere acqua liquida. Kepler-186f è il primo pianeta roccioso identificato nella zona abitabile ad avere dimensioni del tutto simili a quelle della Terra.
In ogni caso, poiché il pianeta ruota intorno ad una stella piccola e piuttosto fredda viene considerato più come un cugino della Terra che non un suo gemello. Le nane rosse sono molto numerose nella Via Lattea e hanno caratteristiche che le rendono particolarmente interessanti agli occhi dei cacciatori di vita nello spazio, come la loro longevità: significa infatti che c’è più tempo disponibile affinché sulla superficie dei pianeti circostanti avvengano le reazioni biochimiche necessarie alla nascita e all’evoluzione della vita.
D’altro canto, però, le stelle più piccole sono in genere più attive ed emettono quantità maggiori di radiazioni.
La mattina del 25 e 26 aprile, prima dell’alba, una piccola falce di Luna calante sorgerà dall’orizzonte est insieme a Venere. Il 25, verso le 5:30 sarà alta +15° e si troverà 9,3° a nordovest del pianeta, mentre la mattina del 26, alla stessa ora, sarà alta +9° e si troverà 5,3° a est. L’incontro avverrà tra l’Acquario e i Pesci.
Foglie di lattuga in un prototipo di Veggie. Crediti: NASA/Gioia Massa
Il razzo Falcon 9 in posizione verticale, pronto per la partenza. Crediti: SpaceX
A quanto pare l’aereodinamico razzo di ultima generazione Falcon 9 non è nato sotto una buona stella: dopo i problemi di venerdì scorso, che martedì sembravano risolti, un altro guasto ha arrestato nuovamente il vettore dell’agenzia statunitense SpaceX.
Questa volta si tratta di una perdita d’elio nella parte inferiore del razzo, dopo che Falcon 9 era stato correttamente posizionato per il lancio. Lo ha annunciato su Twitter la stessa agenzia SpaceX, dicendo che la missione sarà rimandata a venerdì 18 aprile. Anche se, ha aggiunto, le condizioni atmosferiche quel giorno non saranno ideali.
Da questo tweet, non sono arrivati altri aggiornamenti. Ciò che invece non manca è la crescente aspettativa che circonda Falcon 9, e soprattutto il suo carico. Sì, perché tra le oltre due tonnellate di materiali a bordo del razzo ci sono gli strumenti più diversi, da quelli per la manutenzione a quelli per la… coltivazione.
Un vero e proprio laboratorio agricolo, che dovrebbe trasportare sulla Stazione Spaziale Internazionale (destinazione di Falcon 9) tutto l’occorrente per fare crescere piante nello spazio. E non piante qualunque: si parla nientemeno che di germogli di lattuga, perfettamente commestibili.
Foglie di lattuga in un prototipo di Veggie. Crediti: NASA/Gioia Massa
E così una volta risolti gli ultimi problemi tecnici di SpaceX, insieme al razzo partirà anche un progetto per studiare la crescita di vegetali in assenza di gravità. Dando allo stesso tempo agli astronauti sulla ISS un interessante diversivo nella loro dieta, che per ora non può comprendere cibo fresco.
L’esperimento, che avrà il nome di Veg-01, studierà le capacità di crescita e sviluppo di un nuovo tipo di lattuga, in un struttura battezzata Veggie, pensata appositamente per insidiarsi in ambienti decisamente estremi.
Un'esemplare di 28 giorni di lattuga rossa cresciuta nel "vaso spaziale" Veggie. Credit: NASA/Gioia Massa
“Veggie fornirà una nuova risorsa ad astronauti e ricercatori, perché porterà con sé la possibilità di far crescere piante sulla stazione spaziale” ha detto Gioia Massa, scienziata della NASA responsabile del progetto. “In questa fase, il nostro obiettivo primario è verificare la sicurezza del cibo”.
Veg-01 è un progetto low-cost, che utilizzerà un sistema di LED rossi, blu e verdi per la crescita e l’osservazione dei germogli di lattuga. Pensata appositamente per il trasporto nello spazio, la “casa” di Veggie ha una struttura che le permetterà di espandersi nel momento in cui le piantine germoglieranno al suo interno.
Si avvicina così la possibilità di integrare l’alimentazione degli astronauti con verdura fresca, un obiettivo a cui la NASA sta puntando da un po’. Già l’anno scorso si era parlato del progetto di costruire un orto sulla Luna: chissà che presto i viaggi nello spazio non siano migliorati da una dieta anche vegetariana.
Soluzione, considerazioni e approfondimenti suggeriti sul quesito posto da Paolo Alessandrini nella rubrica Moebius pubblicata su Coelum 178 di febbraio.
Conigli e fiori
Nella storia della scienza, e in particolare della matematica, vi sono due giganti pisani. Uno è famosissimo: Galileo Galilei, da tutti conosciuto come il padre della scienza moderna. L’altro, invece, non è così noto: eppure la sua importanza nelle vicende della matematica è enorme.
Pisano lo era di fatto, ma anche di nome: si chiamava infatti Leonardo Pisano, ma dato che suo padre era Guglielmo dei Bonacci, venne soprannominato Fibonacci, cioè “figlio del Bonacci”.
Leonardo Pisano, detto Fibonacci
Il padre Guglielmo era un ricco mercante: aveva fatto fortuna tessendo relazioni commerciali con la città algerina di Bugia. Il giovane Fibonacci trascorse anche lui alcuni anni in Africa, dove venne a contatto con molte tecniche matematiche note nel mondo arabo e ancora sconosciute in Occidente. Fibonacci, che per anni continuò a viaggiare aiutando il padre nelle sue attività commerciali, cominciò ad approfondire in modo originale queste conoscenze matematiche, e ben presto la sua occupazione di mercante passò in secondo piano, soppiantata dal forte interesse per la matematica.
L’imperatore Federico II, famoso per la sua sensibilità culturale e per suo amore per la scienza, venne a conoscenza dei promettenti studi matematici di Fibonacci e gli offrì un vitalizio, che gli permise di dedicarsi completamente ai suoi studi.
Nel 1202 Fibonacci pubblicò la sua opera più importante, il Liber Abbaci, nella quale, oltre a numerosi altri fondamentali concetti di aritmetica e algebra, introdusse per la prima volta in Europa il sistema di numerazione decimale, basato sull’uso delle cosiddette cifre “arabe”, tuttora in uso, compreso lo zero. A quel tempo in Europa si usavano i numeri romani e lo zero era del tutto sconosciuto: non stupisce il fatto che la diffusione del nuovo sistema proposto da Fibonacci incontrò all’inizio molti ostacoli (molti ritenevano che lo zero provocasse confusione e venisse impiegato anche per mandare messaggi segreti).
La pagina del Liber Abbaci in cui Fibonacci introduce i "suoi" numeri
Nel Liber Abbaci Fibonacci introdusse anche la successione di numeri che prende il suo nome, e che era per la verità già nota agli arabi.
Fibonacci fu un geniale matematico teorico, uno dei più grandi di sempre, ma non rinnegò mai il suo “background” di mercante pragmatico e concreto. Il suo interesse per la successione che porta il suo nome era legato ad un’utilità pratica: in particolare Fibonacci si era accorto che la crescita di una popolazione di conigli poteva essere rappresentato con buona precisione dai numeri della successione.
Immaginiamo di avere, al primo mese, due giovani conigli. Nel secondo mese saranno diventati adulti, e come tali potranno avere figli. Nel terzo mese nascerà una seconda coppia di conigli, ad esempio maschio e femmina. Nel quarto mese la prima coppia genererà altri due conigli, mentre la seconda coppia avrà raggiunto la maturità. Ancora un mese, e le due coppie adulte genereranno altrettante coppie di figli, e l’altra coppia diventerà adulta.
Come rappresentare matematicamente questa crescita della popolazione nei mesi successivi? Semplice: attraverso la sequenza 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55…., nella quale ogni numero è la somma dei due precedenti.
Questi numeri godono di una enorme quantità di proprietà aritmetiche. Tanto per dirne una, prendete tre numeri di Fibonacci consecutivi, e moltiplicate il primo per il terzo e il secondo per se stesso: otterrete sempre due numeri interi tra di loro consecutivi. Provate ad esempio con i numeri di Fibonacci 5, 8 e 13: ebbene, 5 x 13 fa 65, mentre 8 x 8 fa 64, e ovviamente 65 e 64 sono numeri consecutivi.
Un’altra bizzarra proprietà: se sommiamo tra loro 10 termini consecutivi della successione di Fibonacci, otteniamo sempre un multiplo di 11.
E ancora: ogni numero di Fibonacci è uguale alla somma dei numeri di Fibonacci che lo precedono eccetto l’ultimo, aumentata di 1.
E abbiamo appena scalfito la superficie.
I numeri di Fibonacci si ritrovano inoltre in moltissimi fenomeni naturali. E’ sorprendente, ad esempio, riscontrare che molti fiori hanno un numero di petali che appartiene alla successione di Fibonacci: ad esempio i gigli hanno tre petali, i ranuncoli hanno cinque petali, le margherite solitamente 34 o 55 oppure 89.
Le infiorescenze presenti al centro del girasole descrivono spirali concentriche, alcune delle quali sono disposte in senso orario e altre in senso antiorario: se si conta il numero di spirali orarie e di spirali antiorarie, si ottengono due numeri di Fibonacci consecutivi, ad esempio 21 e 34, oppure 34 e 55.
Fibonacci si ritrova nel mondo delle piante in molti altri casi: dalla disposizione dei rami di alcuni alberi, alla forma delle foglie, ai pistilli sulle corolle dei fiori, alla conformazione degli ananas e delle pigne di alcune conifere.
Ma una delle peculiarità più notevoli dei numeri di Fibonacci è legata ad un concetto familiare anche ai matematici antichi: la cosiddetta sezione aurea, da sempre associata ad un ideale di perfezione e di armonia.
Prendiamo un pezzo di spago di una certa lunghezza, e decidiamolo di tagliarlo in due pezzi, uno più lungo e uno più corto. Vogliamo però che la lunghezza totale dello spago originario stia a quella del pezzo lungo come la lunghezza del pezzo lungo sta a quella del pezzo corto. C’è un modo per ottenere questo? Sì, e se riusciamo ad effettuare questo taglio, possiamo dire che le lunghezze dei pezzi che otteniamo stanno tra loro in un rapporto di sezione aurea.
Per la precisione, il rapporto tra le due lunghezze sarà uguale a circa 1,618: fin dall’antichità questo numero (φ) è stato chiamato con nomi altisonanti, come sezione divina, proporzione aurea, numero di Fidia, e così via.
Ma che c’entrano i numeri di Fibonacci? Il primo ad accorgersi di uno speciale legame tra questi due concetti matematici fu Keplero, nel 1611. Se si prende un qualsiasi numero della successione di Fibonacci, e lo si divide per il numero che lo precede, si ottiene un numero che è abbastanza vicino al rapporto aureo; facendo questo esperimento con numeri che si trovano molto avanti nella successione, quindi numeri molto grandi, il rapporto si avvicina sempre di più a quel fatidico 1,618.
La spirale aurea
I numeri di Fibonacci e la sezione aurea si ritrovano spesso anche nella musica.
Molti compositori soprattutto nel Novecento, hanno costruito le loro composizioni applicando questi concetti matematici alle durate temporali dei brani, o al numero di misure, di battute o di note musicali: ad esempio Bela Bartok li ha utilizzati per la sua celebre Musica per archi, percussioni e celesta, Claude Debussy per la composizione Riflessi nell’acqua, e ancora Igor Stravinsky, Karl Heinz Stockhausen, Luigi Nono e György Ligeti.
Nel mondo del rock, possiamo citare i Genesis (in Firth of fifth), i Deep Purple (in Child of time), i Dream Theater (in Octavarium), i Tool (in Lateralus).
L’enigma
Il quesito fibonacciano pubblicato su Coelum 178 era, in sintesi, il seguente.
Un messaggio di capitale importanza deve essere inviato dalla Via Lattea al numero più alto possibile di altre galassie, utilizzando un peculiare sistema di teletrasporto. Per trasferirsi da una galassia all’altra un uomo impiega un’ora, e quando un messaggero ha raggiunto una galassia la notizia trasportata si diffonde immediatamente tra i suoi abitanti. Ogni persona può trasportarsi soltanto due volte, e da ogni galassia può partire una sola persona, senza contare chi vi si è teletrasportato dall’esterno.
Nell’arco di 12 ore, quante galassie è possibile informare?
La risposta è perfettamente e chiarissimamente illustrata nella figura seguente, inviataci da Daniele Tosalli, uno dei lettori che ha saputo risolvere l’enigma.
Nella prima ora una galassia sarà raggiunta dal primo viaggiatore. Nella seconda ora lo stesso viaggiatore raggiungerà una nuova galassia, mentre un nuovo messaggero partirà alla volta di una terza galassia. Nel corso della terza ora altre tre galassie potranno essere avvisate della terribile minaccia, e così via.
In generale, si vede facilmente che il numero di galassie raggiunte nella N-esima ora corrisponde all’N-esimo numero della sequenza di Fibonacci.
Per calcolare il numero complessivo di galassia informate nel corso di dodici ore, si devono quindi sommare i primi 12 numeri di Fibonacci, eventualmente aggiungendo 1 per tenere conto della galassia d’origine, cioè la nostra Via Lattea.
Le soluzioni dei lettori
A vincere l’abbonamento è stato Daniele Borrè, che per primo ha fornito la soluzione esatta.
Oltre a lui hanno saputo risolvere l’enigma anche il già menzionato Daniele Tosalli, Maurizio Carlino (che, com’è sua abitudine, ha inviato una ammirevole analisi matematica del problema), ed Elio Sbardella (che per errore non era stato citato sulla rivista).
Altri lettori si sono cimentati nel problema ma hanno sbagliato a calcolare la somma dei numeri di Fibonacci; altri ancora hanno indicato il dodicesimo numero di Fibonacci tralasciando di sommare i precedenti.
Complimenti comunque a tutti coloro hanno provato ad affrontare la sfida, e soprattutto a chi ha inviato la risposta esatta.
18.04:“Fotografiamo il cielo!” Basi di fotografia astronomica a cura di Marco Guidi (astrofotografo professionista). Lezione gratuita.
Per info: 346.8699254, astrofilicentesi@gmail.com
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Diretta streaming video: http://web.unife.it/unifetv/universo.html
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Tornano anche quest’anno i Venerdì dell’Universo, una serie di seminari scientifici per avvicinare, giovani e non, alla Fisica,
all’Astronomia e alle Scienze in generale, con la speranza che per molti giovani non sia solo una curiosità momentanea,
ma anche un’occasione di spunto per i loro studi professionali o amatoriali, dal momento che l’Università di
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18.04: “Casa Darwin e la storia della Teoria dell’Evoluzione” a cura di CHIARA CECI.
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L’immagine dell’anello esterno di Saturno in cui è visibile il disturbo forse dovuto alla nuova luna del pianeta.
Guarda che luna (o no?)
L’immagine dell’anello esterno di Saturno in cui è visibile il disturbo forse dovuto alla nuova luna del pianeta.
La sonda NASA Cassini ha documentato la formazione di un piccolo oggetto ghiacciato fra gli anelli di Saturno. Potrebbe trattarsi di una nuova, minuscola, luna. Lo scatto della fotocamera porta la data del 15 aprile 2013, ma solo oggi la rivista Icarus pubblica i dettagli di quelle osservazioni. Se davvero ci troviamo di fronte alla nascita di un nuovo satellite allora gli scienziati potranno recuperare indizi preziosi per meglio comprendere la formazione delle lune di Saturno.
Le immagini scattate dalla fotocamera montata su Cassini mostrano evidenti disturbi sul bordo esterno di un anello del pianeta, il più esterno fra quelli brillanti. Uno di questi disturbi è un arco con luminosità maggiore del 20% rispetto alla sua area di riferimento. Si tratta di una scia luminosa di circa 1200 km di lunghezza e 10 di larghezza. I ricercatori hanno scoperto anche protuberanze anomale nel profilo dell’anello e ritengono possano essere causate dal campo gravitazionale di un oggetto vicino.
Non sembra che l’oggetto possa ingrandirsi ulteriormente, potrebbe al contrario implodere, ma il processo di formazione e la spinta verso l’esterno potrebbero aiutarci a comprendere come le lune ghiacciate di Saturno, tra cui Titano ed Encelado, possano essersi formate in passato. Senza sottovalutare il fatto che anche la Terra e gli altri pianeti del nostro Sistema Solare potrebbero essersi formati in maniera analoga allontanandosi dal Sole.
“Non abbiamo visto nulla di simile prima d’ora”, ammette Carl Murray della Queen Mary University di Londra, primo firmatario del rapporto pubblicato su Icarus. “Potremmo trovarci di fronte ai primi momenti della nascita di un satellite, nl momento in cui sta lasciando l’anello e si prepara a diventare una luna indipendente”. L’oggetto, ribattezzato in via del tutto informale come Peggy, è ancora troppo piccolo per essere visibile nelle immagini che abbiamo a disposizione. Gli scienziati stimano si tratti di un oggetto non più grande di un chilometro.
Le lune ghiacciate di Saturno variano in dimensioni a seconda della loro vicinanza al pianeta (le più lontane sono anche le più grandi). Sono composte principalmente da ghiaccio come lo sono, d’altra parte, anche le particelle che formano gli anelli di Saturno. Sulla base di questi fatti i ricercatori hanno recentemente suggerito che le lune ghiacciate potrebbero banalmente essere il prodotto di conglomerati di particelle degli anelli, poi spostatisi verso l’esterno, lontano dal pianeta, e fusi con altre lune trovate sul loro tragitto.
“Essere i testimoni di una possibile nascita di un satellite è un fatto davvero inatteso”, ha dichiarato Linda Spilker, Cassini Project Scientist del NASA Jet Propulsion Laboratory a Pasadena, in California. Secondo Spilker, l’orbita di Cassini si avvicinerà al bordo esterno del disco esterno di Saturno nel tardo 2016, fornendo un’ulteriore opportunità di studiare Peggy in modo dettagliato.
Il processo di formazione di nuove lune dagli anelli di Saturno è probabilmente destinato a chiudersi con Peggy. Gli anelli del pianeta sono ormai troppo rarefatti per dar vita ad altri satelliti. E proprio per questo motivo Murray e colleghi stanno cercando di imparare quanto più possibile dalle loro osservazioni.
18.04: Fanta-Scienza, avventure nel tempo e nello spazio: “Il nemico fra di noi. L’invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio” di Massimo Bruschi con il Circolo del cinema ”Sogni”.
Ingresso libero.
Per info: tel. 0544-62534 – info@arar.it
www.racine.ra.it/planet – www.arar.it
Verso le 5:30 del mattino del 17 aprile, poco prima dell’alba, si potrà seguire il tramonto della Luna (in fase calante ma ancora abbastanza piena) e di Saturno nella costellazione della Bilancia. I due oggetti saranno separati di circa 2,7° e all’ora indicata saranno alti circa +20° al di sopra dell’orizzonte di sudovest. Anche in questo caso il disturbo lunare potrebbe ridurre di molto la spettacolarità della congiunzione.
Dedicato a fotografie di viaggio con elementi del paesaggio associati a soggetti astronomici.
CielOstellato, organizzato dal Gruppo astrofili Columbia, la Coop. Camelot, la rivista Coelum, in collaborazione con la Coop. Atlantide, Robintur e il patrocinio del Comune di Ostellato, giunge alla sua diciottesima edizione e si conferma lo Star-Party nazionale dedicato all’alta risoluzione e all’osservazione di Luna, Pianeti, Sole e Stelle doppie, grazie soprattutto, alle favorevoli condizioni climatiche (buon seeing) e topografiche del luogo.
• StarParty: Area dedicata alle osservazioni con telescopi propri e prove strumentali. Osservatorio astronomico del Gruppo Astrofili Columbia, aperto gratuitamente, dotato di: newtoniano (D=450mm F. 2000mm f:4.5); rifrattore (D=150mm F.2400mm f:16).
• Conferenze e approfondimenti: i consueti approfondimenti pratici e teorici legati all’osservazione del cielo si terranno nella giornata di sabato 3 maggio.
• Concorso fotografico “l’Astro Viaggiatore”, il Sistema Solare: iscrizioni aperte dal 15 marzo al 1 maggio e premiazione il 4 maggio alle 11:00 durante Cielostellato a chiusura della manifestazione. La partecipazione al concorso è gratuita e aperta a tutti i “fan” della pagina: Esploriamo L’Universo-Viaggi Scientifici su Facebook e verranno votate dagli utenti della pagina stessa.
1°premio – cofanetto regalo “3 giorni perfetti” per due persone in strutture di prima qualità. Offerto da: Robintur.
Abbonamento annuale alla rivista Coelum Astronomia
2°premio – Buono acquisto di 100,00 euro in materiale astronomico. Offerto da: Astrottica.it
3°premio – Cercatore a proiezione con obbiettivo a corto fuoco. Offerto da COMA-Adriano Lolli Costruzioni Ottiche Meccaniche.
Per il programma completo e informazioni sulla disponibilità alberghiera:
Ferruccio Zanotti 338 4772550
Massimiliano Di Giuseppe 338 5264372
e-mail: esploriamoluniverso@gmail.com
Per informazioni:
Coop. Camelot
M. Di Giuseppe Tel. 338/5264372
F. Zanotti Tel. 338/4772550
esploriamoluniverso@gmail.com
GRUPPO ASTROFILI COLUMBIA:
A. Farinelli Tel. 340/2834050
D. Andreani Tel. 338/7594852
M. Negri Tel. 328/1547402
M. Artioli Tel. 335/5962215
info@astrofilicolumbia.it
La nebulosa planetaria Abell 33 ripresa dal VLT dell’ESO. Crediti: Eso
Usando il VLT (Very Large Telescope) in Cile, gli astronomi dell’ESO hanno registrato questa spettacolare immagine della nebulosa planetaria PN A66 33 – nota comunemente come Abell 33, distante circa 1500 anni luce dalla Terra. Formatasi in seguito all’espulsione da parte di una stella vecchia dei propri strati esterni, la bolla blu appare come allineata (ma solo casualmente) con una stella in primo piano, il che la rende molto simile a un anello di fidanzamento. La gemma cosmica è insolitamente simmetrica, risultando quasi circolare sul piano del cielo.
La maggior parte delle stelle di massa pari a quella del Sole finiscono la propria vita come nane bianche – piccoli corpi, molto densi e caldi, che lentamente si raffreddano nel corso di miliardi di anni. Nel percorso verso la fase finale della loro vita, le stelle si spogliano delle atmosfere lanciandole nello spazio e creano le nebulose planetarie, nubi di gas rilucente di brillanti colori che circonda il piccolo relitto stellare.
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Essere perfettamente circolari non è una proprietà comune in questi oggetti – di solito qualcosa disturba la simmetria e causa le forme irregolari delle nebulose planetarie. Per esempio, il modo in cui la stella ruota, o il fatto che la stella centrale sia la componente di un sistema doppio o multiplo.
Questa immagine a grande campo mostra la regione celeste in cui si trova la nebulosa planetaria Abell 33, che appare come uno spettrale cerchio blu al centro dell'immagine. Questa fotografia è stata composta da materiale fotografico proveniente dalla DSS2 (Digitized Sky Survey 2). Sono anche visibili molte deboli galassie, mentre la stella arancione brillante nella parte superiore è Iota Hydri, abbastanza brillante per essere vista a occhio nudo. Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2. Acknowledgement: Davide De Martin
La stella particolarmente brillante sul bordo della nebulosa – la HD 83535 – crea una straordinaria illusione in questa immagine del VLT: come abbiamo già detto però è solo un allineamento casuale – la stellasi trova infatti più vicina a noi rispetto alla nebulosa, a circa 750 anni luce, ma in una posizione prospettica che le permette di rendere l’immagine ancora più bella.
Al centro della Planetaria si trova anche un’altra stella che sembra doppia. Che si tratti di una vera associazione o solo un allineamento casuale è però ancora da verificare.
Ciò che resta della stella progenitrice di Abell 33, che si avvia a diventare una nana bianca, è visibile all’interno della nebulosa appena fuori dal centro, come una minuscola perla bianca. È ancora luminosa – più del nostro Sole – ed emette radiazione ultravioletta sufficiente a far risplendere la bolla di gas degli strati atmosferici espulsi. Abell 33 è solo uno degli 86 oggetti inclusi dall’astronomo George Abell nel suo Catalogo di Nebulose Planetarie del 1966. Abell perlustrò i cieli anche alla ricerca di ammassi di galassie e compilò il Catalogo di Abell con più di 4000 ammassi da entrambi gli emisferi, nord e sud, del cielo.
Per Marte è tempo di opposizione. L’illustrazione mostra il percorso apparente di Marte nel mese di aprile, poco a nord della brillante Spica, nella Vergine. La posizione occupata è quella che il pianeta avrà il 14 aprile, giorno del suo massimo avvicinamento alla Terra
Indice dei contenuti
Mancano ancora quattro anni alla “Grande opposizione” marziana del 2018. Chi si ricorda quella del 2003 sa bene l’emozione che può regalare all’osservatore l’incombente presenza del pianeta rosso… continua fonte di reminiscenze letterarie e astronomiche; ed è probabilmente in nome di quelle sensazioni che tra una grande opposizione e l’altra ci si scopre a desiderare che passino in fretta le sei opposizioni intermedie, di solito liquidate come “afeliche”, e cioè con il pianeta troppo lontano per arrivare ad accendere certe emozioni.
Quella di quest’anno è però da considerarsi ben più di una “opposizione afelica”; Marte raggiungerà infatti un diametro angolare di 15 secondi d’arco, un valore che la tecnica di acquisizione in digitale ha reso ormai più che sufficiente per regalare delle ottime opportunità di studio e divertimento.
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Nella tabella sono riportati i dati più significativi di quattro opposizioni marziane, recenti e prossime, dalla scorsa afelica del 2012 alla Grande opposizione del 2018. Oltre alla declinazione e alla magnitudine raggiunta dal pianeta rosso, è interessante confrontare i valori del diametro apparente, osservabile da terra, e del suo rapporto relativo in percentuale rispetto al massimo raggiungibile dal pianeta rosso alla minima distanza da noi.
Marte è un pianeta difficile da osservare. Quando si trova nel punto più distante dalla Terra, le sue dimensioni apparenti sono dello stesso ordine di grandezza del lontanissimo Urano (3″), ma anche nel caso migliore, quando il suo diametro arriva a 25 secondi d’arco, il suo disco non appare più esteso di un cratere lunare di 40/50 km visto al telescopio.
In alto. Tre immagini a confronto. La prima a sinistra è quanto di meglio un Osservatorio professionale riusciva a ottenere durante una grande opposizione negli anni Settanta. Quella al centro è una foto amatoriale realizzata ancora al tempo della pellicola, mentre quella a destra è stata ottenuta nell’era digitale, ma comunque già più di dieci anni fa. È evidente l'incredibile differenza di dettagli.
Un fatto questo che ha contribuito a mantenere il pianeta avvolto in un’aura di mistero che soltanto l’avvento dell’era digitale e delle prime camere CCD ha potuto dissolvere, permettendo anche agli amatori di aggiungere straordinari dettagli a un dischetto che, ai tempi della pellicola e della turbolenza fuori controllo, si riempiva solo di sfocatissime macchie d’albedo. Ecco perché, ai nostri giorni, non ha forse senso struggersi nell’attesa della “Grande opposizione”, anche un’opposizione “media”, come quella che sta per arrivare, può infatti regalare almeno a livello fotografico delle soddisfazioni assolutamente in linea con le aspettative.
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Come si può vedere anche dalla scheda a sinistra in cui abbiamo elencate le tappe fondamentali dell’opposizione che sta arrivando, l’8 aprile ci sarà l’esatto allineamento geometrico tra Sole, Terra e Marte, condizione che permetterà al pianeta rosso di arrivare alla sua massima luminosità apparente del periodo (mag. –1,5); il massimo avvicinamento si avrà invece il 14 aprile, con il diametro angolare che supererà i 15 secondi d’arco.
Ricordiamo che durante l’opposizione del marzo 2012, i valori furono rispettivamente di –1,2 e 13,8 secondi d’arco.
Nella figura a sinistra sono illustrate le orbite della Terra e di Marte viste dal polo nord del piano dell’eclittica. Ogni circa 26 mesi Marte raggiunge l’opposizione, portandosi così alla minima distanza dalla Terra. Un pianeta esterno si dice in opposizione quando si trova opposto al Sole rispetto alla Terra e cioè quando, nell’ordine, Sole, Terra e Pianeta (nel nostro caso Marte) si trovano allineati. Un pianeta in opposizione è visibile per tutta la notte e ha un diametro apparente e una luminosità maggiori che in tutti gli altri periodi: si trova cioè nelle migliori condizioni di osservabilità.
Tornando alla figura, se le orbite fossero ambedue circolari, e cioè con eccentricità pari a zero, ogni opposizione sarebbe uguale a un’altra, con i due pianeti che quando si allineano disterebbero quanto la differenza tra le loro distanze dal Sole.
Come si può invece vedere, la grande eccentricità dell’orbita marziana (e=0,093) porta a una grande variabilità delle distanze. È evidente, ad esempio, la differenza tra la distanza minima “epocale” raggiunta durante la Grande opposizione del 2003 e quella afelica del 2012. Quella del prossimo aprile (indicata in rosso) non sarà ancora una Grande opposizione, ma in qualche modo il diametro apparente di Marte ancora “acerbo” sarà bilanciato dal fatto che contrariamente a quanto avviene durante le grandi opposizioni (quando il pianeta è situato a declinazioni molto negative e quindi a basse altezze sull’orizzonte) si troverà ancora a una declinazione più che discreta (–6°) e quindi sarà abbastanza alto (+42°) al momento del transito in meridiano.
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I target osservativi irrinunciabili
La calotta polare. L’opposizione del prossimo aprile si verificherà quando l’emisfero nord di Marte sarà quasi nel mezzo dell’estate (iniziata il 15 febbraio); il che ci dice immediatamente che la più evidente caratteristica superficiale da seguire sarà quella rappresentata dalla calotta polare nord, che lentamente si ritirerà fino a scomparire quasi totalmente nelle settimane successive all’opposizione.
Sopra, a dimostrazione di quanto il disco di Marte possa essere esaltato dalle tecniche digitali anche in presenza di piccole dimensioni, questa splendida sequenza di immagini ritrae il pianeta con la Calotta Polare Nord durante l’opposizione del 2012, quando si mostrava con un diametro apparente di appena 12,8". È ben visibile Syrtis Major in basso e sulla destra un gruppo di nuvole orografiche sulle pendici di Elysium. Cortesia Damian Peach.
La visione delle brine e dei ghiacci superficiali viene in genere rafforzata dall’uso di un filtro verde, ma se vogliamo determinare esattamente le dimensioni e la forma della calotta quello più consigliabile è il rosso, che permette di eliminare il disturbo causato da eventuali nubi chiare altrimenti difficilmente distinguibili al telescopio dai ghiacci polari veri e propri.
Le tempeste di polvere.Con la sublimazione dei ghiacci vengono immesse nell’atmosfera marziana delle grandi quantità di gas, specialmente anidride carbonica insieme a una piccola quantità di vapore acqueo. La prima è la principale responsabile dei grandi venti, che si generano per differenza di pressione atmosferica tra le regioni polari e quelle a latitudini minori; un ingrediente necessario per la formazione di tempeste di sabbia che possono essere facilmente seguite anche da Terra.
L’osservazione di questo fenomeno è una delle dimostrazioni più tipiche dell’estrema utilità dei filtri colorati nell’osservazione di Marte: in luce neutra esso si manifesta inizialmente come una macchiolina gialla che oscura particolari della superficie prima ben visibili, ma se davvero si tratta di una tempesta di polvere dovrà invariabilmente apparire molto brillante con un filtro rosso, e pressoché invisibile (o quasi) con uno blu o azzurro.
Nella tavola abbiamo riassunto l'aspetto (nord in alto, est a sinistra) del disco di Marte a intervalli di due giorni dal 15 marzo al 18 aprile. Essendo il periodo di rotazione di Marte molto simile a quello della Terra, il pianeta ci mostrerà ogni giorno alla stessa ora un emisfero solo leggermente differente rispetto a quello della sera prima. Aiutandosi poi con la mappa generale della superficie marziana (vedi pagina a lato), non sarà difficile per l'osservatore dare un nome alle caratteristiche osservate o fotografate. Tutte le figure si riferiscono all'aspetto del pianeta alle 00:00 del giorno indicato.
Le nubi sul disco. Il vapore acqueo emesso dalla sublimazione della calotta è invece l’elemento fondamentale per lo sviluppo delle nubi marziane, la cui attività dovrebbe aumentare dal locale equinozio di primavera in poi generando ingenti sistemi nuvolosi in tutto il pianeta; nubi così evidenti che anche un osservatore poco esperto potrà riuscire a cogliere come macchie biancastre. Strisce sottili e allungate presso i lembi est e ovest indicano invece la formazione di nebbie e foschie serali o mattutine, destinate a dissolversi rapidamente non appena il Sole si alza sull’orizzonte. Nell’emisfero sud, tuttavia, possono permanere anche tutto il giorno aiutate dalla particolare conformazione del suolo: è il caso di Hellas, l’enorme depressione circolare prodotta nell’emisfero sud da un antico impatto meteorico.
In questi mesi sarà piuttosto frequente trovarla coperta da una grande macchia brillante; gli osservatori poco esperti dovranno stare attenti a non confonderla con la calotta polare sud.
questa mappa è stata costruita dall’amatore americano Dan Troiani usando immagini CCD, video, disegni e foto ripresi durante l’opposizione marziana del 1997. Il criterio con cui sono stati attribuiti i colori è quello di favorire il confronto con quanto l’occhio umano può realmente osservare all’oculare di un telescopio. Per tale motivo questa non può essere considerata una mappa di tipo topografico. L’orientamento è telescopico, con il sud in alto.La tabella spiega la funzione dei filtri Wratten più comuni nell'osservazione planetaria. In genere, su Marte, i filtri interferenziali rossi e arancioni aumentano il contrasto dei dettagli di superficie mentre quelli i tendenti al verde ed al blu diminuiscono i dettagli della superficie e aumentano l'osservabilità di particolari atmosferici come nubi, foschie, ecc.
Per finire, è necessario menzionare anche i complessi di nubi orografiche, associate ai grandi vulcani, che si elevano nelle regioni di Tharsis ed Elysium. Le nubi orografiche – comunissime anche sulla Terra – si formano quando una massa d’aria spinta contro la parete di una montagna è costretta a salire in quota, raffreddandosi rapidamente e provocando la condensazione del vapor d’acqua che vi è contenuto. Quelle marziane sono osservabili in genere dal primo pomeriggio locale e raggiungono la massima estensione e brillantezza verso il tramonto.
Così, non di rado, un punto brillante si potrebbe accendere in corrispondenza della posizione occupata dal monte Olympus, il più grande vulcano del sistema solare. La visibilità di questi fenomeni viene rafforzata dall’uso di un filtro blu o azzurro.
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Qualche idea per un’opposizione diversa
Come recitava il titolo del paragrafo precedente, quelli appena elencati erano solo i “target irrinunciabili”, ma ovviamente molto altro è possibile fare, tanto che ci permettiamo di suggerire ai lettori di usare l’esperienza acquisita nella tecnica digitale per tentare di percorrere strade nuove o poco battute. Avete mai pensato – ad esempio – che potrebbe essere possibile – sincronizzandosi via cellulare o altro – organizzare una ripresa composita di Marte, unendo i risultati ottenuti da osservatori lontani anche centinaia di chilometri?
L’immagine finale sarebbe una media di frame diversi per risoluzione, seeing, strumentazione e mostrerebbe sicuramente meno rumore delle singole immagini di partenza.
E se anche l’esperimento fallisse, rimarrebbe comunque un’esperienza interessante e formativa perché l’importante – anche nella pratica astronomica – è il misurarsi con altre persone, per smuovere idee e passioni.
Le Associazioni dovrebbero essere veicolo di comunicazione e di idee, ma se vi sentite isolati iscrivetevi a COELESTIS, il forum di Coelum, e proponete di realizzare questa esperienza. Sicuramente troverete qualcuno pronto ad ascoltarvi.
Per la ripresa di questa immagine è stata utilizzata la tecnica descritta nell’articolo “La prima ripresa amatoriale di un altro sistema planetario” (vedi Coelum n. 155), utile in tutte quelle situazioni in cui sono presenti dettagli deboli vicino a sorgenti molto brillanti, come nel caso di Marte e delle sue lune. Il pianeta è stato ripreso alle 1:47 del 31 luglio 2005 con una webcam Toucam Pro al fuoco di uno Schmidt-Cassegrain da 235 mm, raccogliendo 1600 frame con esposizione di 1/5 di secondo ciascuno. La notte successiva, alle ore 02:00 TU, con i satelliti vicinissimi al bordo di Marte e quindi praticamente assenti, è stata effettuata una nuova ripresa, con lo stesso setup e gli stessi settaggi della camera. La seconda immagine è stata poi sottratta alla prima. In questo modo la luce diffusa dal pianeta si è attenuata, evidenziando molto bene i due piccoli satelliti nell’immagine del 31 luglio (foto di Daniele Gasparri).
Potreste anche dedicarvi alla ripresa di Phobos e Deimos, e in tal caso vi tornerebbe utile rileggere l’articolo pubblicato in Coelum n. 155 o applicare la tecnica proposta nella scheda in alto, molto più semplice e di sicura riuscita.
Anche realizzare filmati che mostrino la rotazione del pianeta è un’ottima idea, ma in questo caso dovrete sperare che le condizioni atmosferiche restino favorevoli per molte notti di seguito; il che sta diventando sempre più improbabile.
Anche in questo caso (per minimizzare la possibilità che il brutto tempo faccia poi mancare una “fetta” di rotazione) la soluzione potrebbe stare nel mettere insieme un team di osservatori che da tutta Italia, notte dopo notte, alla stessa ora, assicurino il loro contributo.
Alla fine, dopo l’elaborazione finale affidata a un esperto, ne verrebbe fuori una cosa mai vista: l’intera rotazione del pianeta Marte! Non sarebbe fantastico?
11.04: “Il progetto OMBRA e lo stage per studenti
di IV° liceo all’Osservatorio Astronomico Monte
Baldo” di Flavio Castellani e Francesco de Sabata.
Per informazioni: info@astrofiliveronesi.it
Cell: 334 7313710 (Antonio Cagnoli)
www.astrofiliveronesi.it
11.04: “Viaggio nella Storia con gli astri vagabondi” a cura di Valeria Zanini.
I biglietti per la visita al museo e conferenza saranno in vendita, a prezzo ridotto, a partire da mezz’ora prima dell’inizio della visita, dalle ore 18.00 alle 18.30 della sera stessa, direttamente in Specola.
Si ringrazia l’Associazione La Torlonga per la collaborazione nell’organizzazione della serata.
museo.laspecola@oapd.inaf.it www.oapd.inaf.it
Preparate i popcorn, perché spettacoli come questo sono davvero rari. La nube di gas G2, scoperta nel 2002 e studiata in dettaglio solo negli ultimi anni, è ormai vicinissima a Sagittarius A* (Sgr A*), il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia.
I telescopi di tutto il mondo sono puntati in direzione di quello che potrebbe rivelarsi un evento determinante per capire l’evoluzione dei buchi neri supermassicci. G2, che all’inizio era un blob informe che conteneva circa tre volte la massa della Terra, si sta dirigendo ormai da qualche anno in una linea retta quasi perfetta in direzione del suo inesorabile destino, e a 10 milioni di chilometri all’ora procede dritta verso Sgr A*. Dal momento che si tratta di un oggetto diffuso e allungato, non sappiamo esattamente quando avverrà l’incontro ravvicinato, ma, secondo i ricercatori, ogni giorno potrebbe ormai essere quello buono.
Non si tratterà di una grande abbuffata quanto piuttosto di uno spuntino galattico. Quando G2 si avvicinerà pericolosamente a Sgr A* solo alcune parti del gas scompariranno nelle fauci del buco nero. Sopravviverà in parte, ma con una forma diversa e una nuova dinamica, ancora non chiara. Si tratterà però di un evento unico: non siamo infatti mai riusciti ad avere testimonianza diretta e così in dettaglio di un processo di questo tipo, e le osservazioni che verrano fatte potranno aiutarci a capire cosa sta succedendo esattamente al centro della Via Lattea.
“Questo lavoro è affascinante perché ci insegnerà molte cose sulla crescita e l’alimentazione dei buchi neri supermassicci”, ha detto Deryl Haggard, postdoc del Center for Interdisciplinary Exploration and Research in Astrophysics (CIERA). “Sappiamo che sono grandi, e sappiamo che sono là fuori – in gran numero – ma non siamo sicuri nel dettaglio di come ottengano la loro massa. Crescono rapidamente quando sono giovani, come fanno i nostri bambini, o crescono a singhiozzo, ogni volta che il carburante diventa disponibile? Nel guardare l’incontro tra Sgr A * e G2 possiamo osservare un buco nero massiccio nell’atto di affondare i denti nel suo prossimo pasto”.
Insomma, il destino di G2 è ormai segnato e il pasto del buco nero potrebbe essere rilevato dagli strumenti dei telescopi proprio in questo istante. Haggard sta sorvegliando la situazione grazie ai dati forniti da due dei più grandi e potenti Osservatori disponibili su piazza, il Chandra (per i raggi x) e il Very Large Array (per le onde radio).
Quello che succederà durante l’avvicinamento massimo non è ancora chiaro. Sul tavolo ci sono diversi modelli che delineano scenari diversi, per capire quale avrà la meglio bisognerà aspettare lo spettacolare incontro.
In teoria, G2 dovrebbe essere già sufficientemente vicino al buco nero da scaldarsi a temperature altissime e diventare visibile ai raggi X. Ma ancora i dati non ci aiutano: “La nostra più recente osservazione con Chandra non mostra una maggiore emissione nei raggi X”, spiega Haggard . “Resta da vedere se i raggi X di G2 sono in ritardo perché si fanno aspettare alle feste o perché invece non arriveranno mai”.
La sera del 14 aprile verso le 20:30, la Luna ormai in fase di plenilunio (da lì a poche ore s’immergerà nell’ombra della Terra dando luogo a un’eclisse che purtroppo in Italia non sarà osservabile) sorgerà dall’orizzonte di est-nordest a 4,5° di distanza da Marte.
Il pianeta rosso, a sua volta, starà vivendo un momento molto particolare perché quello sarà il giorno del suo massimo avvicinamento alla Terra nell’ambito dell’opposizione di quest’anno. L’incontro avverrà nella Vergine, dove sarà osservabile anche la luminosa stella alfa, Spica.
Ovviamente, si dovrà fare i conti con il fatto che la visione d’insieme, a causa della grande luminosità della Luna, sarà pesantemente condizionata dalla presenza o meno di umidità nell’aria. All’ora indicata i due oggetti saranno alti circa 14° (le dimensioni del disco lunare sono sovradimensionate per esigenze grafiche).
GLOBALTEST, un NUOVO FORMAT per i TEST STRUMENTALI
E’ cominciata con il n. 178 di Coelum Astronomia una nuova rubrica tecnica in cui saranno presentati più prodotti, ognuno dei quali corredato dal giudizio “collettivo” (medio e ponderato) di utenti ed esperti di tutto il mondo che hanno già avuto modo di usarli e di esprimere il loro parere.
Questo tipo di recensione “allargata” al web – che include i siti web personali, i forum e i social network – nelle nostre intenzioni dovrebbe permettere ai lettori – o almeno lo speriamo – di farsi un’idea più oggettiva delle qualità e degli eventuali limiti e difetti della strumentazione presente sul mercato, orientando pertanto in modo più preciso i futuri acquisti. La rubrica “cartacea” verrà inoltre affiancata da contenuti multimediali che verranno segnalati nel testo (tramite link e QR-code) e raccolti in queste pagine, per approfondire e completare quanto scritto sulla rivista.
Ovviamente ci attendiamo dai lettori molti suggerimenti su come migliorare questo nuovo servizio.
Riportiamo quindi di seguito i video e i link ai contributi, nell’ordine in cui vengono proposti, della rubrica Global Test pubblicata sul n. 180 di Coelum Astronomia a cura di Plinio Camaiti (Telescope Doctor).
Indice dei contenuti
Dal WEB il parere degli utenti su…
.I tubi ottici CELESTRON EdgeHD.
Dal sito della Celestron: 24 pagine (file pdf) in cui i progettisti spiegano in dettaglio la filosofia di progettazione, le caratteristiche tecniche e le prestazioni degli astrografi EdgeHD, creati per adeguare le ottiche alle nuove esigenze dei cultori dell’imaging digitale.
Test professionalisul sito del laboratorio Airylab (lingua francese e inglese).
Hires Imaging
le recenti immagini della ISS, di Marte e di Giove, riprese da Alessandro Bianconi, con il suo Celestron EdgeHD da 14″, con un dettaglio e un livello di contrasto che fanno concorrenza ai telescopi professionali.
09.04: “La missione spaziale Rosetta” a cura di Cesare Barbieri.
I biglietti per la visita al museo e conferenza saranno in vendita, a prezzo ridotto, a partire da mezz’ora prima dell’inizio della visita, dalle ore 18.00 alle 18.30 della sera stessa, direttamente in Specola.
Si ringrazia l’Associazione La Torlonga per la collaborazione nell’organizzazione della serata.
museo.laspecola@oapd.inaf.it www.oapd.inaf.it
07.04: ”Nascita, vita e morte di una stella”di Alberto
Villa.
Per informazioni:
Domenico Antonacci Cell: 347-4131736
domenico.antonacci@astrofilicascinesi.it
www.astrofilicascinesi.it
07.04: “Il Sistema Solare” a cura di Sara Magrin.
I biglietti per la visita al museo e conferenza saranno in vendita, a prezzo ridotto, a partire da mezz’ora prima dell’inizio della visita, dalle ore 18.00 alle 18.30 della sera stessa, direttamente in Specola.
Si ringrazia l’Associazione La Torlonga per la collaborazione nell’organizzazione della serata.
museo.laspecola@oapd.inaf.it www.oapd.inaf.it
Spaccato dell’interno di Encelado così come lo si può ipotizzare in base ai dati raccolti da Cassini. Dati che suggeriscono un guscio esterno ghiacciato, un nucleo roccioso poco denso e, nel mezzo, verso il polo sud e dunque al di sotto dei pennacchi, un oceano d’acqua. Crediti: NASA/JPL-Caltech
Spaccato dell’interno di Encelado così come lo si può ipotizzare in base ai dati raccolti da Cassini. Dati che suggeriscono un guscio esterno ghiacciato, un nucleo roccioso poco denso e, nel mezzo, verso il polo sud e dunque al di sotto dei pennacchi, un oceano d’acqua. Crediti: NASA/JPL-Caltech
Il paesaggio è da romanzo di Tolkien, il vecchio Gollum ci si sentirebbe a casa: un’enorme cavità sotterranea situata a 30-40 km di profondità sotto la crosta d’Encelado, la piccola luna ghiacciata di Saturno. Gli astrofisici ne sospettano l’esistenza sin dalla scoperta dei «graffi di tigre», i caratteristici geyser che sgorgano dalla calotta polare meridionale. Considerando la rigida temperatura che si registra in superficie, circa 180 gradi sotto zero, solo la presenza d’acqua allo stato liquido nel sottosuolo potrebbe infatti spiegare questi pennacchi di particelle ghiacciate (vapor d’acqua, sali e materiali organici), sparati nello spazio a velocità superiori a duemila chilometri all’ora sotto la spinta di maree indotte dalla forza gravitazionale di Saturno.
Ma come verificare la presenza di quest’oceano? Come caratterizzarlo, misurarne l’estensione e valutarne la massa d’acqua? Qui entrano in gioco la fantasia e l’ingegno d’un team di ricercatori, italiani e americani, guidato da Luciano Iess del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale de La Sapienza. «L’unico strumento che abbiamo a disposizione per determinare la struttura interna di Encelado», spiega Iess a Media INAF, «è la correlazione fra gravità e topografia. Noi abbiamo potuto inferire l’esistenza di quest’oceano, stabilire la sua dimensione e la sua massa proprio correlando gravità e topografia. Come? Abbiamo determinato il campo di gravità di Encelado misurando piccole variazioni nella velocità della sonda Cassini. L’abbiamo fatto da Terra: sfruttando l’effetto doppler del segnale radio riusciamo a misurare la velocità della sonda con una precisione di 10-20 micron al secondo».
Dai risultati, descritti sulle pagine di Science, emerge la presenza d’una massa d’acqua assai vasta – pari o addirittura superiore a quella del Lago Superiore, il secondo lago più grande della Terra – che si potrebbe estendere dal polo sud fino a latitudini di circa cinquanta gradi e avere una profondità stimata di 8 km. Una riserva d’acqua enorme, soprattutto se rapportata al mondo che la ospita: l’intera luna ha un raggio di appena 250 km.
Ma ancor più importante dell’acqua allo stato liquido potrebbe essere quel che vi sta sotto: non ghiaccio, bensì roccia. «Da questo punto di vista, Encelado mostra qualche somiglianza con Europa: una luna di Giove molto più grande ma che, come Encelado, ha un oceano a contatto con la roccia sottostante», osserva David Stevenson, del Caltech, fra i coautori dell’articolo. «In entrambi i casi, due corpi celesti estremamente interessanti per studiare la presenza e la natura d’ambienti abitabili nel nostro Sistema solare». Ed è infatti la presenza d’acqua e silicati a diretto contatto a rendere la riserva d’acqua d’Encelado un sito ideale per lo sviluppo d’un ambiente probiotico.
Leggi su Science l’articolo “The Gravity Field and Interior Structure of Enceladus” di L. Iess, D. J. Stevenson, M. Parisi, D. Hemingway, R. A. Jacobson, J. I. Lunine, F. Nimmo, J. W. Armstrong, S. W. Asmar, M. Ducci e P. Tortora
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