MESSIER M2 – Nel Cielo con Charles Messier

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ABSTRACT

Dopo la Nebulosa del Granchio, rappresentante tipica dei residui di supernova, il secondo oggetto del Catalogo compilato dall’astronomo francese (“Messier 2”) inaugura una nuova tipologia di corpi celesti, quella degli ammassi globulari: un insieme sferico di centinaia di migliaia o anche milioni di stelle, tutte concentrate in un volume di decine di anni luce di diametro.

Gli ammassi globulari sono fra i più antichi, compatti e densi sistemi stellari oggi conosciuti. La loro lunghissima storia inizia all’alba dell’universo e ci racconta come il processo di formazione di questi gruppi di stelle si sia già completato un miliardo di anni dopo il Big Bang. Purtroppo non esiste ancora una spiegazione convincente di come tutto questo sia avvenuto. Le teorie sono tante e la più intuitiva è quella che li considera i mattoni costitutivi delle galassie.

Se così fosse, i 161 globulari che orbitano ancora intorno alla Via Lattea a distanze di decine di migliaia di anni luce, dovrebbero essere interpretati come i superstiti di uno sciame che doveva un tempo comprenderne milioni.  

Gli ammassi globulari ruotano attorno al nucleo di una galassia su orbite di elevata eccentricità e alta inclinazione rispetto al piano galattico, con tempi di rivoluzioni  dell’ordine del centinaio di milioni di anni.

Sebbene il più grande e luminoso dei globulari, Omega Centauri,  sia stato osservato a occhio nudo fin dall’antichità, per secoli fu creduto soltanto una stella un po’ strana, e nemmeno l’avvento del telescopio riuscì a chiarire la vera natura dei numerosi altri che vennero scoperti in seguito. Nelle prime osservazioni telescopiche, infatti, gli ammassi apparivano come macchie sfocate, definite dagli astronomi “stelle nebulose”… il che portò Charles Messier a includere i più luminosi – addirittura 28! –  nel suo catalogo, visto che potevano essere scambiati facilmente per piccole comete.

A partire dalla fine del 18° secolo, soprattutto grazie ai grandi e luminosi telescopi riflettori di  William Herschel (1738-1822), quei piccoli fiocchi di luce furono finalmente risolti in stelle. Quando Herschel iniziò la sua ricognizione completa del cielo nel 1782, c’erano 34 ammassi globulari conosciuti. Herschel ne scoprì altri 36 e fu il primo a risolverli praticamente tutti in stelle. In più, si deve proprio al più straordinario osservatore di tutti i tempi (di cui il prossimo 25 agosto ricorrerà il secondo centenario della morte) il termine “ammasso globulare”, che comparve per la prima volta nel suo Catalogue of Nebulae and Clusters of Stars, pubblicato nel 1789.

Bene. Se questo che abbiamo appena esposto può essere considerato il biglietto da visita dei globulari,  adesso diventa però necessario andare nello specifico e parlare di Messier 2, ovvero del primo ammasso globulare citato nel Catalogo.

Prima di tutto… chi l’ha scoperto?

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A quel tempo era l’osservatorio di Parigi ad attirare i migliori astronomi europei, molti dei quali erano italiani. Nelle austere stanze de l’observatoire, infatti, per lunghi anni aveva comandato Giovanni Domenico Cassini (1625-1712), nato in liguria a Perinaldo. E poi gli eredi, con i figli e con il nipote Giacomo Filippo Maraldi (1665-1729), anche lui di Perinaldo, a fargli da assistente.

A sua volta, nel 1727 Giacomo chiamò a Parigi il nipote Giovanni Domenico Maraldi (1709-1788), e fu proprio questi, l’11 settembre 1746, a imbattersi durante le sue osservazioni in quel batuffolo di luce che noi oggi conosciamo come M2.

Maraldi lo descriverà come:

Stella nebulosa, senza alcuna altra stella intorno

Ma non solo… con molto acume avanzerà anche l’ipotesi che il chiarore che circonda il nucleo della “stella nebulosa” possa essere dovuto a stelle troppo piccole per essere viste singolarmente:

“…facendo pensare che il biancore che la circonda è dato dalla luce di una massa di stelle troppo piccole per essere viste [anche]  con i più grandi telescopi”.

L’11 settembre 1760, 14 anni dopo ed esattamente nello stesso giorno, Charles Messier “riscopre” lo stesso oggetto senza sapere nulla della scoperta di Maraldi (il che, sinceramente, pare assai poco credibile), catalogandolo nuovamente come “stella nebulosa”.

Nella prima edizione del suo Catalogo, Messier scriverà infatti:

Nebulosa senza stelle nella testa dell’Aquario. Il centro è brillante, e la luminosità che lo circonda è rotonda. Assomiglia alla bella nebulosa che si trova tra la testa e l’arco del Sagittario”.

Non deve stupire il fatto che anche Messier, nonostante fossero passati 14 anni dalla scoperta di Maraldi, descriva l’oggetto come “una stella nebulosa”. Malgrado in quell’occasione si sia avvalso di un riflettore di 15 cm di diametro, l’abitudine del “cercatore di comete” a usare bassi ingrandimenti (104X) gli impedì infatti di risolvere almeno le stelle più brillanti dell’ammasso. Impresa ampiamente alla portata di strumenti come quello che stava usando!

L’astronomo francese doveva però essersi accorto della particolarità di quell’oggetto… solo così si spiegherebbe il riferimento alla “nebulosa che si trova nel Sagittario”, che non è altro che M22, un altro famoso globulare (il primo in assoluto ad essere scoperto, nel 1665).

Come abbiamo già detto, sarà poi William Herschel, il 27 ottobre 1794, a risolvere M2 in stelle; anche lui con un riflettore da 15 cm, ma usato a 227 ingrandimenti! Un accorgimento che gli permetterà di scrivere:

I can see that it is a cluster of stars, many of them visible” 

Ma che cos’è in realtà Messier 2?

L’abbiamo già detto, è un ammasso globulare, ma la sola definizione non basta a descrivere questo “mostro” che si trova sotto il polo meridionale della nostra Galassia a una distanza di circa 55.000 anni luce dalla Terra.

È uno dei più estesi globulari conosciuti, con un diametro di ben 175 anni luce. Per avere un’idea delle sue dimensioni basterà sapere che la distanza tra il nostro Sole e la stella a noi più vicina, Proxima Centauri, è di “soli” 4,3 anni luce!

Ed è anche uno dei globulari più antichi, con una età stimata di 13 miliardi di anni. La sua magnitudine si ferma poco sotto la soglia di visibilità ad occhio nudo, con un valore di +6.3. Si presenta come un ammasso molto compatto e denso contenente circa 150.000 stelle, le più brillanti delle quali, di magnitudine apparente +13, appartengono alla classe delle giganti rosse e gialle.

L’ammasso globulare M2. Ritchey-Chretien 32″ F/7.2 posa di 30 minuti. Il campo inquadrato misura 12 primi d’arco. Il Nord è in alto, l’Est a sinistra (credits: Jim Misti e Steve Mazlin – USA).

Dove trovarlo?

M2 può essere individuato come uno dei vertici di un immaginario triangolo rettangolo che comprende anche le stelle Alfa Aquarii (Sadalmelik) e Beta Aquarii (Sadalsuud). Un buon metodo per rintracciarlo è considerare che M2 possiede (approssimativamente) la stessa ascensione retta di Beta Aquarii e la stessa declinazione di Alfa Aquarii.

Come aveva fatto notare Maraldi, l’ammasso si trova in una zona di cielo abbastanza sgombra da stelle luminose. La più vicina, a più di un grado di distanza, è di magnitudine +6,2. Sarà quindi facile riconoscere l’ammasso anche con modesti binocoli.

Designazione: M2 – NGC 7089

Tipo: Ammasso Globulare

Classe: II (molto compatto)

Distanza: 55000 anni luce

Estensione: 175 anni luce 

Costellazione: Aquarius

Ascensione Retta: 21h 33m 27s

Declinazione: -00° 49′ 24″

Magnitudine: +6.3

Diametro Apparente: 7′ x 7′

Scopritore: G. D. Maraldi nel 1746

Quando e come osservarlo?

Il periodo migliore per osservare M2 alle latitudini italiane è durante il periodo da luglio ad ottobre. Possibilmente quando l’ammasso transita in meridiano (a sud) e raggiunge quindi la massima altezza sull’orizzonte (per Roma, circa +48°).

  • Occhio nudo: invisibile, a meno che non ci si trovi in zone estremamente buie e sotto cieli tersi.
  • Binocolo: lontano da inquinamento luminoso, un 10×50 può mostrare una piccola nebulosità con un centro più brillante.
    • Piccolo diametro: M2 appare come una piccola nebulosa circolare ed è molto difficile, se non impossibile risolvere le singole stelle.
    • Medio diametro: con strumenti da 150 mm e oltre si inizia a risolvere alcune delle stelle più luminose nella periferia dell’ammasso, mentre il centro continua a rimanere compatto e luminoso.
    • Grande diametro: con strumenti da 25-30 cm in su è possibile osservare dettagli anche nelle vicinanze del nucleo. A questo punto la forma generale ci apparirà finalmente ellittica, piuttosto che circolare.

Buone Osservazioni!

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L’articolo è pubblicato in COELUM 255 VERSIONE CARTACEA