Per questa nuova avventura, il Team ShaRA ha scelto di esplorare un oggetto celeste dell’emisfero australe, tanto affascinante quanto poco comune: la nebulosa planetaria “Uovo di Pettirosso”. Il suo nome deriva dall’aspetto delicato e colorato che richiama quello delle piccole uova azzurre/verdi deposte dai simpatici pettirossi.
di Aldo Zanetti, Alessandro Ravagnin e ShaRA Team
Indice dei contenuti
Il Target

L’immagine di partenza è stata acquisita da uno dei nostri membri attraverso il suo telescopio remoto situato in Cile, e condivisa con il resto del gruppo. Rispetto ai soliti progetti di team, questa volta abbiamo saltato a piè pari la fase iniziale (molto divertente e coinvolgente tra l’altro) di scelta del target avendo a disposizione questo bel set di dati e decidendo di adottare la Robin’s Egg come progetto ShaRA#11.3, parallelo al principale. Se qualcuno si stesse domandando che relazione c’è tra le varie fotografie che facciamo e la numerazione dei progetti ShaRA, ecco qua una veloce spiegazione: la numerazione principale XY (nel formato ShaRA#XY.Z) viene assegnata a ciascun nuovo progetto sviluppato secondo il workflow completo di ShaRA: proposta dei target da parte dei membri, votazione per selezionare il target principale, raccolta del budget, acquisizione dei dati, elaborazione collaborativa e creazione del superstack finale.
Le eventuali “derivazioni” indicate con Z (ad esempio ShaRA#11.1, 11.2, o l’attuale 11.3) nascono invece come ramificazioni del progetto principale, spesso sviluppate nell’attesa di completarlo. In questi casi, ci dedichiamo a target secondari seguendo un processo più snello, in cui alcuni passaggi iniziali del workflow (come la fase di votazione o la raccolta budget) vengono talvolta saltati per ragioni pratiche o di opportunità.
Ma vediamo quindi cosa è successo con ShaRA#11.3 e l’uovo del pettirosso…
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Dati Astronomici
Come sempre partiamo con una breve descrizione dell’oggetto fotografato.
La nebulosa planetaria Uovo di Pettirosso, catalogata come NGC 1360, si trova nel cielo australe nella costellazione della Fornace. Le sue dimensioni sono di circa 11 x 7,5 minuti d’arco, il ché la fa un oggetto interessante da fotografare con un telescopio a lunga focale. Il suo aspetto bluastro è dovuto alle forti emissioni dell’OIII (ossigeno ionizzato due volte), mentre alle estremità della sua forma ellissoidale si notano due getti rossi dovuti probabilmente all’emissione di materia dalla stella morente (ricordiamo che una nebulosa planetaria è una bolla di gas in espansione, emessa da una stella gigante rossa durante le ultime fasi della sua vita, quando eietta grandi quantità di materiale dei suoi strati superficiali nello spazio circostante).
L’elaborazione delle immagini
Le immagini sono state riprese con un telescopio da 60 cm di diametro Planewave CDK24 ed una camera Moravian C5A-100 ad una lunghezza focale di 3974 mm. I filtri utilizzati sono stati i classici RGB per la banda larga, e i filtri OIII e Ha per la banda stretta, tutti della Chroma. I tempi di acquisizione sono stati: 30 secondi x 24 immagini per ogni canale dell’RGB, 300 secondi x 201 immagini per l’OIII e 300 secondi x 202 immagini per l’Ha, per un totale di 27 ore e 28 minuti.
L’elaborazione è stata fatta da alcuni membri del team con Pixinsight, da altri con Photoshop o con GIMP.
I master file erano puliti, grazie alle riprese effettuate dal Cile, quindi non sono stati necessari particolari attenzioni nella rimozione dei gradienti dal fondo cielo. Dopo aver combinato i tre canali RGB ed aver applicato i tipici processi di deconvoluzione, calibrazione del colore e riduzione del rumore ci si è presentato il punto più complicato dell’elaborazione, ovvero l’integrazione del segnale proveniente dai canali a banda stretta con l’immagine RGB. La difficoltà non era tanto nel combinare i canali, dato che ogni membro del Team ha ormai ben consolidato il suo processo da eseguire, o attraverso le funzioni di matematica dei pixel di Pixinsight o attraverso la combinazione delle immagini con Photoshop o GIMP, bensì nel fornire il giusto rapporto di segnale fra l’OIII e l’Ha.
A questo proposito esistono in rete due diversi tipi di immagini di questo oggetto, una più aderente alle misurazioni scientifiche dei flussi di radiazione dai due canali, e una più libera e spettacolare. Qualcuno di noi ha fatto ricerche nella letteratura scientifica per capire l’apporto di segnale nelle due bande e si è inspirato al primo tipo, ed in questo caso le immagini sono risultate più bluastre evidenziando l’OIII, con solo un leggero alone rosso di Ha intorno all’inviluppo della nebula, mentre qualcun altro ha preferito creare immagini più di impatto e ha accentuato il contributo dell’Ha nel rosso. Per questo motivo alla fine sono risultate immagini molto diverse fra loro, più o meno colorate e più o meno aderenti alla realtà dei flussi di radiazione. Tutti i membri hanno poi elaborato i sottili getti di materia polare attribuendo il colore rosso. Infine, per quanto riguarda le stelle presenti nello sfondo, si evidenzia un ampio spettro di scelte tecniche, dal renderle in modo evidente e colorato, al farle quasi scomparire per evidenziare la nebulosa in primo piano. Tutto questo sta ad indicare come sia possibile ottenere risultati finali anche molto diversi fra loro, a seconda delle scelte individuali di elaborazione dell’immagine.
Alla fine l’algoritmo di superstacking delle 17 immagini ha prodotto il risultato che vedete in figura 2, e che ben equilibra le diverse elaborazioni e la realtà dei flussi di radiazione nei diversi canali.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 274 VERSIONE CARTACEA
Robin’s Egg Gallery































