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    Una seconda Grande Macchia su Giove scoperta dalla Università di Leicester, in grado di rivaleggiare per dimensioni con la più famosa Macchia Rossa e creata dalle potenti energie sviluppate dalle aurore polari del pianeta.

    La Great Cold Spot, indicata dalla freccina nelle immagini, è stato scoperta grazie alle riprese nella zona interessata dalle aurore gioviane, dello strumento CRIRES, in dotazione al Very Large Telescope dell'ESO. Le immagini a sinistra mostrano i luminosi archi dell'aurora in infrarosso, riprese in due notti separate (la prima in alto a sinistra il 17 ottobre e tre immagini del 31 dicembre 2012). Per poter evidenziare la Grande Macchia Fredda è stato necessario saturare le immagini, come si vede sulla destra. In questo modo il pianeta brilla per il calore dell'alta atmosfera, e la macchia più fredda viene messa in evidenza. Credit: VLT / ESO

    È stata chiamata “Great Cold Spot” ed è stata osservata come una macchia scura ben localizzata nell’alta atmosfera del pianeta, laddove regna una temperatura di 200 Kelvin più fredda rispetto all’atmosfera circostante, compresa tra 700 e 1000 Kelvin (tra i 426° e i 726° C).

    La scoperta è stata pubblicata su Geophysical Research Letters l’11 aprile ed è la prima volta che strutture legate al meteo vengono osservate subito fuori dai margini delle brillanti aurore del pianeta. Rispetto alla Macchia Rossa, questa è più instabile e cambia forma e dimensione in modo molto più drastico, in tempi che si misurano in pochi giorni o settimane, eppure è una struttura che è riappare periodicamente da almeno 15 anni, il che lascia pensare a un meccanismo in grado di ricrearla costantemente.

    «Potrebbe essere antica quanto le aurore che la formano, forse antica migliaia d’anni», è l’ipotesi di Tom Stallard, Professore associato in Astronomia Planetaria, e primo firmatario dello studio.

    La mappa della ionosfera del polo nord di Giove, ottenuta con oltre 13 mila immagini in 6 anni di campagna del IRTF della NASA, iniziata quindici anni prima delle osservazioni del VLT, che mostrano come la macchia fosse già presente allora. In alto si vede chiaramente la struttura dell'aurora, in basso l'immagine saturata per rivelare la macchia scura e fredda. Credit: IRTF/NASA

    Infatti sembra che la macchia sia causata dagli effetti del campo magnetico di Giove, con le imponenti e spettacolari aurore a guidare energia nell’atmosfera sotto forma di flussi caldi intorno al pianeta. Questo processo crea una regione di raffreddamento nella termosfera, al confine tra l’atmosfera e lo spazio. «Anche se non siamo ancora sicuri di cosa crei queste formazioni, è probabile che il raffreddamento porti a vortici simili a quelli che formano la Grande Macchia Rossa» continua Stallard.

    La temperatura media e la densità dell’atmosfera di Giove sono state mappate grazie allo strumento CRIRES, in dotazione al Very Large Telescope, che consente di osservare uno ione dell’idrogeno (H3+) molto abbondante nell’atmosfera del pianeta gassoso.

    Combinando i dati del VLT con quelli rilevati dall’InfraRed Telescope Facility della NASA dal 1995 al 2000 (per un totale di più di 13 mila immagini prese in 40 notti) gli astronomi sono riusciti a rivelare la presenza della sagoma della Great Cold Spot, nell’arco di ben 15 anni, sempre allo stesso posto sebbene nel breve periodo possano variare forma e dimensioni.

    «La cosa sorprendente è che, a differenza di quel che accade sulla Terra, su Giove la Macchia Fredda è stata avvistata nello stesso posto per ben 15 anni. Il che rende i meccanisimi comparabili a quelli delle formazioni della bassa atmosfera del pianeta, come la Grande Macchia Rossa».

    L'immagine mostra il repentino cambiamento della Grande Macchia Fredda nel corso dei giorni. Ogni immagine è stata ripresa in un giorno diverso, in alcune non solo cambia in forma e dimensioni, ma quasi sparisce del tutto. A dispetto però della grande variabilità, la macchia torna a riapparire sempre nello stesso posto, almeno da quanto emerge nei dati a disposizione, raccolti nell'arco di quindici anni. Credit: IRTF/NASA.

    Si è trattato si di una scoperta sorprendente, ma tutti gli indizi portano a pensare che possano esistere diverse strutture di questo tipo nell’alta atmosfera gioviana: «il prossimo passo sarà quindi di cercare strutture simili nell’alta atmosfera, ma continueremo anche a studiare più nel dettaglio questa Grande Macchia Fredda. Juno continua la sua missione attorno al pianeta, e i dati delle osservazioni dell’aurora e dell’alta atmosfera, da parte dello strumento JIRAM, rilasciati fin’ora ci daranno  una vasta gamma di nuove informazioni. Combinate con le nostre campagne osservative, via telescopi a Terra, speriamo di arrivare a migliorare di molto la comprensione del sistema meteo gioviano, nell’arco di pochi anni».

    Leggi lo studio originale su Geophysical Research Letters


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