5-8 luglio: Vacanze astronomiche in Umbria. In un favoloso B&B (con piscina) e basso inquinamento luminoso; ogni pomeriggio conferenza ogni sera guida al cielo e ossevazioni con un potente telescopio.
20-22 luglio: Scuola di Archeoastronomia. I metodi dell’archeoastronomia. Corso riconosciuto dal MIUR.
A settembre riprendono i Corsi di Astronomia: Astronomia insolita e curiosa. Corso base di astronomia pratica.
Il mese di luglio inizia con una congiunzione in cui i soggetti dell’incontro sono anche i protagonisti principali del mese: la Luna (fase del 93%) e il pianeta Marte (mag. – ,1).
Il teatro dell’incontro è costituito dalla regione centrale della costellazione del Capricorno, area del cielo dominata da Marte in questo periodo. I due astri si troveranno a una distanza di poco meno di 4 gradi, con la Luna posta a nord del Pianeta Rosso.
All’ora indicata i due oggetti raggiungeranno la minima distanza reciproca ma la congiunzione si potrà ammirare già dalle 23:15 del giorno precedente, quando Luna e Marte saranno più bassi sull’orizzonte di est-sudest, consentendo di realizzare fotografie che comprendano elementi del paesaggio.
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Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 15 Luglio > 01:00; 31 Luglio > 00:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42° - Long. 12°E La cartina mostra l'aspetto del cielo alle ore (TMEC): 15 Luglio > 01:00; 31 Luglio > 00:00. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY
Quasi allo zenit, si staglieranno invece le sagome inconfondibili dell’Ercole, della Lira, con la bella Vega, e del Cigno, mentre nei pressi dell’orizzonte il meridiano sarà dominato dall’inconfondibile figura del Sagittario, in cui si troverà anche Saturno, e più in alto dall’Aquila. Verso est, intanto, saranno al sorgere Pegaso, con il suo “grande quadrato” stellare e Andromeda.
Dopo aver raggiunto, il 21 giugno scorso, il suo punto più alto nel cielo, la nostra principale fonte di luce tornerà a ridurre sempre più la sua declinazione. A metà luglio raggiungerà (alla latitudine di 42° N) un’altezza dall’orizzonte intorno ai +70°. Ancora presto per un aumento sostanziale delle ore utili all’osservazione degli oggetti del cielo profondo, a metà luglio la notte astronomica avrà una durata di poco meno di 5 ore, ma che non si farà attendere per il mese successivo.
COSA OFFRE IL CIELO
Per Mercurio luglio inizia al meglio: sarà facile avvistare il primo pianeta del Sistema Solare nel chiarore del tramonto, sull’orizzonte orientale, su cui sarà comunque piuttosto alto per i primi 20 giorni del mese. Assieme a lui Venere e Giove, ancora ottimamente osservabili, il primo alla sera, e il secondo per tutta la prima parte della notte. Per quanto riguarda Venere non perdete l’interessante articolo di Claudio Pra con il racconto dell’osservazione delle sue fasi (coem sempre disseminato di preziosi consigli):
Saturno, reduce dall’opposizione del 27 giugno, si trova ancora nel suo momento di migliore osservabilità, e sarà visibile per tutto il mese tutta la notte. Come sempre dettagli e consigli su:
Ma i protagonisti del mese di luglio saranno Marte e la Luna!
La Grande Opposizione di Marte e l’Eclissi Totale di Luna
Nei mesi scorsi abbiamo seguito Marte nel suo graduale avvicinamento alla Terra, sempre più grande e luminoso, in luglio questo processo raggiunge il suo massimo, con il raggiungimento dell’opposizione il 27 luglio. Il giorno del massimo avvicinamento sarà invece il 31 luglio. Questa occasione sarà davvero speciale: si tratta infatti di una Grande Opposizione! E come se non bastasse, il27 luglioMarte sarà anche in congiunzione con una magnifica Eclissi di Luna Totale!
Gli articoli su Marte sono davvero tanti, e disseminati nelle varie sezioni della rivista, dall’attualità alla storia, ai dettagli e consigli osservativi e fotografici, al futuro dell’esplorazione di Marte e del Sistema solare. Per non dimenticare itanti appuntamenti con associazioni e gruppi astrofili per la sua osservazione! Il punto di partenza perciò sarà la copertina del nostro speciale, ma non fermatevi li e seguite i link 😉
Oltre all’osservazione dell’Eclissi di Luna non mancano poi i consueti consigli per l’osservazione (anche con un semplice binocolo) delle falci di Luna e delle formazioni del nostro satellite naturale a cura di Francesco Badalotti
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Da Coelum astronomia 223 non dimentichiamo invece Catch the Iridium! Un appello per tutti gli astrofotografi, riprendiamo gli iridium flare prima che… scompaiano!
immagine stereoscopica di Ryugu (parallel eyes) Credit: Brian May / Patrick Michel / JAXA
immagine stereoscopica di Ryugu (parallel eyes) Credit: Brian May / Patrick Michel / JAXA
Uno dei primi ad annunciare l’evento è stato Brian May, astrofisico e chitarrista dei Queen (!), che da Milano ha rilanciato la prima immagine stereoscopica di Ryugu (quella che mostriamo in apertura). I due frames sono stati ripresi a soli 13 minuti di distanza e la piccola differenza di prospettiva, dovuta alla rotazione dell’asteroide, fornisce di fatto una immagine in rilievo che però va vista da un occhio allenato o tramite un visore stereoscopico, in modo che l’occhio destro veda l’immagine a destra e viceversa; le due immagini vengono poi combinate dal cervello per restituire la sensazione di profondità. Questa tecnica è detta “parallel eyes” perchè i due occhi puntano in direzioni parallele, come se fissassero un unico oggetto a distanza infinita… siccome però lo schermo è a poche decine di centimetri, ci vuole un certo sforzo (e un pò di allenamento) per costringere gli occhi a mettere a fuoco così vicino senza perdere il suddetto allineamento. Un trucco consiste nell’avvicinarsi molto allo schermo senza sforzarsi di fissarlo ma rilassando lo sguardo come se si guardasse oltre; una volta che le due immagini (sfocate) appaiono sovrapposte, bisogna allontanarsi lentamente cercando di mantenerle allineate, in modo da vedere l’immagine 3D sempre più a fuoco e apprezzarla in pieno). Una diversa tecnica, che personalmente trovo più comoda da usare, è quella del “cross-eyes” in cui le due immagini sono scambiate di posto e vengono guardate incrociando gli occhi come se l’oggetto fosse molto più vicino; qui sotto ho realizzato la versione da usare in questo caso:
Versione “Crossed Eyes” dello stereogramma – Credit: Brian May / Patrick Michel / JAXA – Processing: M. di Lorenzocredit: JAXA / Processing: M. Di Lorenzo
Qui a destra, la prima immagine ripresa dalla distanza di 20 km e pubblicata su twitter, opportunamente processata per mostrare i minimi dettagli; è stata aggiunta la barra della scala. Assumendo che la scala originale (2,16 m/pixel) non sia stata manomessa, da questa immagine è possibile stimare il diametro polare ed equatoriale: 840 x 880 metri rispettivamente (il secondo dato più incerto a causa della presenza del terminatore e quindi della difficoltà nello stimare la parte mancante). Il grosso cratere poco sopra l’equatore misura circa 110 metri.
Intanto l’istituto Chiba ha annunciato ieri di essere riuscito a fare la prima stima accurata di distanza dall’asteroide utilizzando il laser altimetro e misurando il tempo di andata e ritorno degli impulsi di luce. I primi tentativi erano stati effettuati 4 giorni prima, ma la riflettività dell’asteroide si è rivelata più bassa del previsto e solo ieri si è riusciti a rivelare la luce riflessa (o meglio, diffusa) dalla sua superficie; ne è risultata una distanza di 22,4 km. Secondo la tabella di marcia ufficiale, questa era effettivamente la distanza attorno alle 4 UT (le 6 ora italiana) ma quei tabulati erano stati calcolati prima della misura in questione e potrebbero venire corretti a breve…
La decima e ultima correzione di rotta (TMC-10) è avvenuta alle 0:51 UTC (2:51 ora italiana) ed ha portato la velocità relativa della sonda da 55 cm/s a meno di 1 cm/s, come mostrato nel seguente diagramma tratta dall’ultima press release e presentato anche all’odierna conferenza stampa (entrambe rigorosamente in idioma nipponico):
Infine, qui sotto, i grafici della distanza e della velocità relativa relative all’intera fase di approccio (riportati anche nel Mission Log); a destra anche l’andamento delle dimensioni apparenti dell’asteroide e della scala delle immagini riprese dalla fotocamera telescopica ONC-T. I gradoni orizzontali non sono realistici e derivano da buchi temporali nei tabulati ufficiali di JAXA, presumibilmente dovuti a revisioni sui valori di distanza realmente rilevati, discrepanti rispetto al modello precedente.
Illustrazione di ‘Oumuamua, il primo oggetto interstellare visto passare all’interno del nostro Sistema solare. Crediti: European Southern Observatory/M. Kornmesser.
‘Oumuamua, il corpo a forma di sigaro avvistato per la prima volta lo scorso 19 ottobre dall’osservatorio Haleakala delle Hawaii, l’unico finora noto proveniente da fuori il Sistema solare, dopo un po’ d’incertezza è stato ora catalogato come cometa. Lo sostiene un nuovo studio pubblicato il 27 giugno su Nature.
Questo viandante spaziale è stato infatti oggetto di dibattito fin dalla sua prima osservazione: inizialmente catalogato come una cometa, poi come un esoasteroide a causa delle mancata evidenza di attività tipica delle comete in concomitanza con il passaggio vicino al Sole, e infine come il primo di una nuova categoria di oggetti interstellari, a cui si deve la sua catalogazione sotto la sigla 1I/2017 U1.
‘Oumuamua, che in lingua hawaiana significa “esploratore” o ”messaggero”, è un corpo inusualmente oblungo di circa 800 metri, di colore rosso scuro, dall’origine sconosciuta (ma una ricerca pubblicata nei mesi scorsi ritiene derivi da un sistema di stelle binario), che ha ruzzolato attraverso il sistema solare seguendo una traiettoria iperbolica.
Marco Micheli del Coordination Centre Esa Ssa-Neo di Frascati e i colleghi autori dello studio hanno studiato il moto di ‘Oumuamua nel Sistema solare sulla base di osservazioni fatte sia da terra che dallo spazio.
Le osservazioni hanno mostrato che l’arco lungo il quale l’oggetto ha viaggiato non può essere spiegato esclusivamente dall’attrazione gravitazionale del Sole, dei pianeti o degli asteroidi più grandi. I ricercatori hanno scoperto che parte dell’accelerazione di allontanamento dal Sole deve essere di natura non gravitazionale, dimostrando come tutti i dati astronometrici (ovvero di posizione di ‘Oumuamua) possono essere descritti una volta che la componente non gravitazionale viene inclusa nel modello.
Nell’illustrazione ‘Oumuamua corre verso la periferia del nostro sistema solare. Crediti: NASA / ESA / STScI
Grazie al modello utilizzato, gli autori del nuovo studio hanno anche potuto escludere altre spiegazioni plausibili per il moto non gravitazionale, inclusa la pressione emessa dalla radiazione solare, l’interazione magnetica con il vento solare o gli effetti geometrici originati dalla supposta conformazione di ‘Oumuamua, ovvero di più corpi separati di origine spaziale.
Gli scienziati hanno scoperto che la spinta dei gas emessi dal corpo celeste possono essere una spiegazione fisica coerente del moto di ‘Oumuamua, postulando che esso si comporti come una cometa in miniatura.
Un’ipotesi coerente con i risultati che dimostrano come gli spettri osservati e l’assenza di attività cometaria siano in linea con il corpo di una cometa con un sottile mantello isolante, come già aveva rivelato uno studio pubblicato su Nature Astronomy nel 2017 che ipotizzava come un lungo periodo di esposizione ai raggi cosmici avesse portato alla stratificazione superficiale di materiale organico e isolante, proteggendo il nucleo ghiacciato dalla vaporizzazione che si verifica al passaggio ravvicinato con il Sole. Questo spiega l’assenza di attività cometaria, nonostante ‘Oumuamua ricordi il nucleo di una cometa.
Stabilendo quindi che l’oggetto abbia un corpo ghiacciato, lo scenario dipinto dallo studio eseguito dai ricercatori è in linea con le predizioni che suggeriscono che solo una piccola parte degli oggetti interstellari possono essere asteroidali.
Il fatto che manchi la polvere come solitamente si osserva nelle comete dipende anche da una atipica distribuzione della dimensione dei granelli di polvere, priva di quelli più piccoli, da un basso rapporto polvere-ghiaccio o da una diversa evoluzione superficiale a causa del suo lungo viaggio.
Il paper conclude affermando che, in ogni caso, questi importanti aspetti di natura fisica di ‘Oumuamua non possono ancora essere risolti in maniera conclusiva sulla base delle osservazioni fatte finora; e che osservazioni in sito sarebbero fondamentali per spiegarne l’ambigua natura.
Per saperne di più:
Leggi su Nature l’articolo “Non-gravitational acceleration in the trajectory of 1I/2017 U1 (‘Oumuamua)“, di Marco Micheli, Davide Farnocchia, Karen J. Meech, Marc W. Buie, Olivier R. Hainaut, Dina Prialnik, Norbert Schörghofer, Harold A. Weaver, Paul W. Chodas, Jan T. Kleyna, Robert Weryk, Richard J. Wainscoat, Harald Ebeling, Jacqueline V. Keane, Kenneth C. Chambers, Detlef Koschny e Anastassios E. Petropoulos
Immagine composita con cinque porzioni della superficie marziana riprese dallo strumento CaSSIS. Crediti: Esa/Roscosmos/Cassis/Inaf Padova
Immagine composita con cinque porzioni della superficie marziana riprese dallo strumento CaSSIS. Crediti: Esa/Roscosmos/Cassis/Inaf Padova
Le immagini scattate dallo strumento Colour and Stereo Surface Imaging System (CaSSIS), svelate nel corso di un workshop organizzato dall’Agenzia spaziale italiana (Asi), mostrano il Pianeta rosso in una veste totalmente nuova ed inaugurano l’iniziativa di rilascio di un’immagine inedita a settimana. Saranno immagini in 3D dalle quali si potranno fare analisi morfologiche della superficie marziana.
CaSSIS è una camera realizzata per acquisire immagini ad alta risoluzione di Marte ed è uno degli strumenti a bordo del Trace Gas Orbiter (Tgo) della missione Esa ExoMars 2016, in orbita intorno il Pianeta rosso dall’ottobre del 2016. Progettato sotto la direzione di Nicolas Thomas dell’Università di Berna (Svizzera), CaSSIS è un progetto internazionale realizzato dall’Agenzia spaziale italiana in collaborazione con l’industria italiana, in particolare Leonardo che ha fornito il cuore optronico (piano focale ed elettronica di processamento). Responsabile nazionale del programma è Gabriele Cremonese dell’Istituto nazionale di astrofisica di Padova.
In occasione della Grande Opposizione 2018, sul numero di Coelum astronomia di luglio e agosto tutti i consigli e i dettagli per l\’osservazione. Aprofittando anche di un straordiario evento: il giorno dell\’opposizione infatti Marte sarà anche in congiunzione con una Luna in Eclisse Totale. Come sempre in formato digitale e gratuito, clicca sull’immagine e leggi!
«Le immagini ottenute dalla camera stereo CaSSIS mostrate durante l’evento, sono inedite in termini di risoluzione spaziale e sono – ha commentato Barbara Negri, responsabile dell’Unità esplorazione e osservazione dell’universo dell’Asi – a colori reali, cioè non artificialmente realizzate al computer. Il team scientifico dell’Inaf di Padova ha realizzato un software unico che permette di generare immagini 3D del suolo marziano partendo dall’acquisizione di coppie stereo ottenute dalla camera. Altra qualità unica per lo strumento CaSSIS è l’estensione delle immagini, che è di 10 km perpendicolarmente alla direzione di moto. Il lavoro che sta svolgendo il team scientifico italiano su CaSSIS, dimostra la grande capacità dell’Italia di svolgere un ruolo di leadership nell’analisi dei dati scientifici di Marte».
CaSSIS ha osservato i siti che sono stati identificati come potenziali fonti di gas “traccia”, studiando i processi dinamici di superficie – ad esempio, la sublimazione, i processi di erosione e il vulcanismo – che potrebbero contribuire alla formazione dei gas atmosferici. Lo strumento verrà utilizzato anche per individuare potenziali siti di atterraggio valutando le pendici locali, le rocce e altri possibili pericoli. Grazie ad un meccanismo di rotazione, lo strumento è inoltre in grado di acquisire immagini in configurazione stereoscopica, consentendo così una ricostruzione tridimensionale della superficie del pianeta.
Sempre per la Grande Opposizione 2018, anche due interessantissimi approfondimenti: ripercorriamo i fatti storici di cui Marte è stato testimone durante le sue grandi opposizioni, parallelamente al passato e al presente della sua scoperta e della sua esplorazione, e un secondo articolo sulle sfide da affrontare nel futuro per l’esplorazione di Marte e dello spazio con equipaggio umano.
«La camera sta funzionando molto bene e la quantità di dati di alta qualità che sta producendo è impressionante, in questi giorni abbiamo superato le 1000 immagini acquisite dalla fine del commissioning, incluse le coppie stereo. L’analisi scientifica delle immagini è già iniziata e prevediamo di sottomettere le prime pubblicazioni nelle prossime settimane”, ha specificato Gabriele Cremonese di Inaf».
La camera è a bordo della sonda Tgo in orbita intorno a Marte, parte della missione ExoMars 2016. L’orbiter avrà anche il compito di effettuare le attività di comunicazioni con la Terra durante la missione del 2020, quando sul Pianeta rosso arriverà un rover che avrà il compito di analizzare, tra l’altro, il sottosuolo del pianeta con un drill, capace di perforare fino a due metri di profondità, ideato e realizzato grazie al contributo della ricerca e dall’industria italiana. Per la missione europea di ExoMars l’Italia è prime scientifico e industriale.
Guarda il servizio video sul canale YouTube MediaInaf Tv:
Il 30 giugno 2018 si svolgerà la quarta edizione dell’Asteroid Day, giornata internazionale per informare l’opinione pubblica sul pericolo di impatto asteroidale e a prevenzione e studio dei NEA.
Il meeting avrà inizio alle ore 16:00 con un intervento di Paolo Bacci, Responsabile della Sezione Asteroidi dell’UAI, sulla storia e sulla caratterizzazione degli asteroidi; a seguire verrà presentato da 4 studenti un brillante lavoro da loro effettuato presso l’Osservatorio relativo alle curve di luce. Successivamente Domenico Antonacci, Presidente dell’Associazione Cascinese Astrofili, riferirà sullo stato del Progetto A.M.I.C.A. (Asteroid Mitigation, Information and Coordination Activity). Infine Paolo Bacci e Martina Maestripieri presenteranno i risultati ottenuti in questi anni dall’Osservatorio di San Marcello.
Il clou della giornata sarà alle ore 21:15 quando interverranno illustri professionisti del Dipartimento di Matematica dell’Università di Pisa. In particolare il Professor Andrea Milani, uno dei maggiori esperti di meccanica celeste, parlerà del pericolo di impatto asteroidale con il nostro pianeta mentre l’intervento del Professor Giovanni Federico Gronchi sarà focalizzato sulla determinazione delle orbite degli asteroidi e in particolare di quelli vicini alla Terra.
«La minaccia da parte degli asteroidi è un problema internazionale che dovrebbe essere affrontato globalmente, interessando ad ogni livello tutte le nazioni coinvolte nell’avventura spaziale: dalle istituzioni educative ai centri di ricerca e alle agenzie spaziali» [Luca Parmitano, astronauta]
L’Asteroid Day è un evento mondiale annuale che si tiene ogni 30 di giugno per ricordare l'evento Tunguska, che ha avuto luogo in Siberia nel 1908, quando un asteroide esplose in atmosfera vaporizzando 2.000 km quadrati di foresta. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 30 giugno la Giornata Mondiale dell’Asteroide. L’Asteroid Day mira a sensibilizzare gli abitanti del pianeta dal rischio di un impatto asteroidale cosa può essere fatto per proteggere la Terra, le sue famiglie, le comunità e le generazioni future da un evento catastrofico.
Solamente pochi giorni fa la NASA e la Casa Bianca hanno pubblicato un nuovo rapporto nel quale si discutono le strategie per affrontare in modo efficace il rischio da impatto cosmico. La NASA ritiene che sia necessario produrre uno sforzo al fine di migliorare le capacità della nazione di rilevare, localizzare e caratterizzare gli asteroidi vicini alla Terra. Inoltre, nel documento, si auspica che ci si adoperi al fine di escogitare nuovi modi per deviare un asteroide in rotta di collisione con la Terra e si sollecitano i diversi Paesi ad una cooperazione internazionale, sotto la guida americana, per approfondire le nostre conoscenze sugli asteroidi. Infine, al governo statunitense viene chiesto di elaborare un piano per affrontare l’emergenza, regionale o globale, costituita dal rischio da impatto di un grande asteroide con il nostro pianeta.
E’ l’ulteriore conferma che gli asteroidi incutono preoccupazioni giustificate anche alla nazione più potente di questo pianeta. L’ASTEROID DAY è quindi una giornata importante perché ci ricorda quanto siamo esposti, in modo anche potenzialmente catastrofico, alla caduta di meteoriti, comete ed asteroidi.
In un video intervista ne parlemo con Ettore Perozzi, fisico, si occupa professionalmente di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica, Rodolfo Coccioni, Professore Ordinario di Paleontologia e Paleoecologia presso l’Università degli Studi di Urbino, si è più volte occupato, ricoprendo ruoli di prestigio, di geologia, geologia ambientale e Geodinamica, Luca Gasperini è primo ricercatore presso l’Istituto di Scienze Marine del CNR (ISMAR-CNR) e Professore incaricato presso Università di Bologna, svolge le sue ricerche nell’ambito della Geologia/Geofisica Marina in particolare si occupa di metodi geofisici, geologia strutturale, stratigrafia sismica, ricostruzioni geodinamiche, impattologia, Simona Romaniello, responsabile della sezione Education del Planetario di Torino e Daniele Gardiol, Primo Tecnologo presso l’Osservatorio Astrofisico INAF di Torino.
Qui sopra e sul sito Empiricamente, dal 29 giugno sera, troverete il video, condotto da Enrico Bonfante con le interviste in occasione dell’Asteroid Day 2018
Interviste organizzate e gestite da Rodolfo Calanca, Luigi Bignami, Enrico Bonfante e Alan Zamboni.
Per celebrare il bicentenario del padre dell'astrofisica, il Ministero dello sviluppo economico ha emesso un francobollo commemorativo realizzato da Cristina Bruscaglia. È la seconda volta che accade: il Vaticano lo ricordò con una serie di francobolli il 25 giugno 1979 per il centenario della scomparsa.
Quella del 28 giugno (ma qualche storico sostiene che la data corretta è il 29…), è una data importante per l’astrofisica mondiale: due secoli fa nasceva infatti a Reggio Emilia padre Angelo Secchi, uno dei fondatori di una nuova scienza fisica applicata agli astri.
Se volessimo indicare il nome di un fondatore dell’astrofisica, non potremmo fare a meno di proporre proprio il nome di Secchi come il primo nella lista dei pretendenti più accreditati.
Fu un grande studioso del Sole e tra i primi a proporre una divisione in classi degli spettri stellari. I suoi contributi scientifici lo collocano tra i maggiori studiosi del cielo dell’800. Tra l’altro, egli fu un grande osservatore del Sole; lo ricordiamo perché per vide la struttura granulare della fotosfera e seguì con grande precisione l’evoluzione delle macchie solari.
Le sue osservazioni e i suoi studi riguardarono inoltre la morfologia delle protuberanze solari, la descrizione delle “ombre volanti” e della cromosfera che chiamò col termine di “prateria ardente” e i filamenti gassosi che emergevano e si muovevano dal bordo del Sole e che furono da lui chiamati “spicule”, termine che fu poi adottato ufficialmente dall’Unione Astronomica Internazionale. Fino a padre Angelo Secchi si era attribuita scarsa importanza a due fenomeni visibili durante le eclissi totali di Sole: la corona e le protuberanze. Famoso fu il suo trattato: Le Soleil, pubblicato a Parigi nel 1870.
Per celebrare il bicentenario del padre dell’astrofisica, il Ministero dello sviluppo economico ha emesso un francobollo commemorativo realizzato da Cristina Bruscaglia. È la seconda volta che accade: il Vaticano lo ricordò con una serie di francobolli il 25 giugno 1979 per il centenario della scomparsa.
Il 29 giugno, in onore di padre Secchi, pubblicheremo alcune interviste fatte alla dottoressa Ileana Chinnici, dell’INAF di Palermo, biografa di Padre Secchi, al professor Massimo Mazzoni, attuale segretario della Società Astronomica Italiana, l’organizzazione figlia di quella Società degli Spettroscopisti Italiani, fondata nel 1871 dallo stesso padre Secchi e da Pietro Tacchini. Seguiranno le interviste ad Alessandro Bianconi e Marco Monaci, che si occupano di osservazioni solari in alta risoluzione e a Fulvio Mete, una dei maggiori esperti italiani di spettroscopia solare.
Qui sopra e sul sito Empiricamente, dal 29 giugno, troverete il video, condotto da Enrico Bonfante con le interviste in onore del bicentenario di padre Angelo Secchi.
Interviste organizzate e gestite da Rodolfo Calanca, Luigi Bignami, Enrico Bonfante e Alan Zamboni.
Appena il cielo si sarà fatto sufficientemente scuro, potremo goderci, guardando verso sudest, una bella congiunzione tra la Luna piena e Saturno nel momento dell’opposizione al Sole.
Nelle prime ore della sera sarà possibile osservare e fotografare i due astri in prossimità dell’orizzonte, includendo quindi nell’inquadratura alcuni elementi del paesaggio.
Con il passare delle ore i due guadagneranno altezza, per arrivare al momento di minima distanza, alle ore 4:10 del 28 giugno, momento in cui la Luna passerà a 1,7° a ovest del pianeta.
Tutti i martedì sera, dalle 21:00 alle 23:00, presso l’Osservatorio Astronomico “G. Beltrame” in Via S. Giustina 127 ad Arcugnano (VI): Osservazione pubblica del cielo.
L’osservatorio sarà aperto al pubblico. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare. Durante le aperture al pubblico verranno effettuate anche delle mini conferenze e dei mini corsi i cui contenuti saranno pubblicati di volta in volta sui vari canali social del nostro gruppo e sul Giornale di Vicenza. L’apertura avrà luogo con qualsiasi tempo. 23.06, dalle 16:30 alle 18:30: Il Sole fa tic tac – Laboratorio di astronomia per bambini da 6 a 11 anni
La partecipazione è gratuita. Iscrizione è obbligatoria perché i posti sono limitati.
Per info e prenotazioni: didattica@astrofilivicentini.it 27.07, dalle ore 21:00: La notte della luna rossa – Star Party del Gruppo Astrofili Vicentini “G. Abetti”
Osserveremo l’ECLISSI TOTALE DI LUNA e il tramonto e il sorgere dei pianeti. Per tutta la notte sarà disponibile un buffet gentilmente offerto dai soci. 11.08 dalle ore 21:00 alle 23:30: La notte delle stelle cadenti – Calici di stelle in Osservatorio
Osservazione del cielo dal piazzale del nostro Osservatorio, con i telescopi dei soci. Osserveremo in visuale le meteore, le cosiddette “stelle cadenti”. Durante la serata si potranno degustare ottimi calici di vino e spumante, gentilmente offerti dai soci. Astrorazzo all’Osservatorio Astrofisico di Asiago 28.08, dalle 9.30 alle 12:30 e dalle 14:40 alle 18:00. I ragazzi dai 6 ai 14 anni potranno costruire il proprio razzo dotato di endoreattore a propellente solido e lanciarlo in tutta sicurezza. I ragazzi devono essere accompagnati da un genitore. Prenotazione obbligatoria entro il 31 luglio, i posti sono limitati.
Info prenotazioni e costi: visite.asiago@oapd.inaf.it. SIT (sportello informazioni turstiche): 0424 462221. In caso di maltempo l’evento verrà rinviato a domenica 2 settembre.
Ecco un'immagine della vicina galassia ESO 325-G004, ottenuta a partire dai dati raccolti dal telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA e dallo strumento MUSE installato sul VLT. MUSE ha misurato la velocità delle stelle di ESO 325-G004 per produrre la mappa della dispersione di velocità che viene sovraimposta all'immagine di Hubble. Conoscere la velocità delle stelle permette agli astronomini di derivare la massa di ESO 325-G004. L'inserto mostra l'anello di Einstein che risulta dalla distorsione della luce proveniente da una sorgente piiù lontana a causa della massa di ESO 325-G004 che si frappone nel cammino della luce. L'anello è visibile dopo la sottrazione dell'immagine della galassia in primo piano che funge da lente gravitazionale. Crediti: ESO, ESA/Hubble, NASA
Lla vicina galassia ESO 325-G004, vista dal telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA e dallo strumento MUSE installato sul VLT. MUSE ha misurato la velocità delle stelle di ESO 325-G004 per produrre la mappa della dispersione di velocità che viene sovraimposta all'immagine di Hubble. L'inserto mostra l'anello di Einstein che risulta dalla distorsione della luce proveniente da una sorgente più lontana a causa della massa di ESO 325-G004 che si frappone nel cammino della luce. L'anello è visibile dopo la sottrazione dell'immagine della galassia in primo piano che funge da lente gravitazionale. Crediti: ESO, ESA/Hubble, NASA
Con lo strumento MUSE installato sul VLT dell’ESO, un’equipe guidata da Thomas Collet, dell’Università di Porthsmouth nel Regno Unito, ha calcolato per la prima volta la massa di ESO 325-G004 misurando i moti delle stelle all’interno di questa vicina galassia ellittica.
Collett spiega: «Abbiamo usato i dati del VLT in Cile per misurare la velocità delle stelle in ESO 325-G004 – e ciò ci ha peremsso di capire quanta massa debba esserci nella galassia per mantenere le stelle in orbita».
Ma l’equipe ha potuto anche misurare un’altro aspetto della gravità. Usando il telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA hanno osservato unanello di Einstein prodotto dalla luce di una galassia distante che viene distorta dalla presenza di ESO 325-G004 sulla linea di vista. Osservare l’anello ha permesso agli astronomi di misurare come la luce, e perciò anche lo spazio-tempo, vengono distorti dall’enorme massa di ESO 325-G004.
Questo schema mostra come la luce di una galassia lontana venga deformata dall'effetto gravitazionale di una galassia in primo piano, che si comporta come una lente e fa apparire la galassia distante distorta ma più brillante, andando a comporre caratteristici anelli di luce, noti come anelli di Einstein. L'analisi della distorsione ha rivelato che alcune delle galassie lontane che formano stelle sono brillanti come 40mila miliardi di Soli, amplificate dall'effetto della lente gravitazionale fino a 22 volte. Crediti: ALMA (ESO/NRAO/NAOJ), L. Calçada (ESO), Y. Hezaveh et al.
La teoria delle relatività generale di Einstein prevede che gli oggetti deformino lo spazio-tempo intorno a loro, deflettendo così la luce che passa loro vicino. Ciò risulta in un fenomeno noto come lente gravitazionale. L’effetto è apprezzabile solo per oggetti molto massicci. Si conosce qualche centinaio di lenti gravitazionali forti, ma la maggior parte è troppo lontana per poterne misurare con precisione la massa. In ogni caso la galassia ESO 325-G004 è una delle lenti più vicine, a soli 450 milioni di anni luce dalla Terra
Questa infografica mette a confronto i due metodi usati per misurare la massa della galassia ESO 325-G004. Il primo usa il telescopio VLT (Very Large Telescope) per misurare la velocità delle stelle di ESO 325-G004. Il secondo usa il telescopio spaziale Hubble per osservare un anello di Einstein prodotto dalla luce di una galassia di sfondo che viene piegata e distorta dalla presenza della massa di ESO 325-G004. Confrontando i due metodi si è determinato che la teoria della relatività generale di Einstein funziona su scale extragalattiche - una dimensione in cui non era mai stata messa alla prova. Crediti: ESO, ESA/Hubble, NASA
Collett continua: «Grazie allo strumento MUSE conosciamo la massa della galassia che sta in primo piano e abbiamo misurato la deformazione dovuta alla lente gravitazionale con Hubble. Abbiamo quindi confrontato questi due modi di misurare la forza di gravità – e i risultati sono stati quelli previsti dalla relatività generale, con un’incertezza di solo il 9 percento. È il test più preciso della relatività generale fuori dalla Via Lattea fino a oggi. E tutto questo usando una sola galassia!».
La relatività generale è stata verificata con squisita accuratezza sulla scala del Sistema Solare, mentre i moti delle stelle al centro della Via Lattea sono in corso di studio, ma non c’erano stati in precedenza test accurati su più grandi scale astronomiche. Verificare le proprietà della gravità su grande scala è fondamentale per confermare la validità dei modelli cosmologici correntemente accettati.
I risultati qui riportati potrebbero avere implicazioni importanti per i modelli di gravità alternativialla relatività generale. Queste teorie alternative prevedono che gli effetti della gravità sulla curvatura dello spazio-tempo dipendano dalla “scala”. Ciò significa che la gravità dovrebbe comportarsi in modo diverso sulle grandi scale astronomiche o sulle scale più piccole come quella del Sistema Solare. Collett e la sua squadra trovano che ciò sia improbabile a meno che le differenze si verifichino solo su scale più grandi di 6000 anni luce.
«L’Universo è un posto fantastico, che ci fornisce queste lenti che possiamo usare come laboratori», aggiunge uno dei membri del team: Bob Nichol dell’Università di Porstmouth. «Dà grande soddisfazione usare i migliori telescopi del mondo per sfidare Einstein, per scoprire alla fine che aveva ragione lui!».
Ulteriori Informazioni
Questo risultato è stato presentato nell’articolo intitolato “A precise extragalactic test of General Relativity” di Collett et al., pubbicato dall rivista Science.
Nuovo appuntamento, ricorrente in questo periodo, con una bella congiunzione a tre, tra la Luna (fase del’83%), il brillante pianeta Giove (mag. –2,3) e la stella principale della costellazione che ospita l’incontro, la padrona di casa Zubenelgenubi (Alfa Librae, mag. +2,6).
La Luna si troverà a 3,3° a nord di Giove e 3,6° a nordovest della stella, e saranno ancora i giorni buoni per l’osservazione delle sue formazioni, come ci racconta sempre Fransco Badalotti nella sua bella rubrica:
Rappresentazione artistica del mezzo intergalattico calo e caldissimo, una miscela di gas con temperature che vanno da centinaia di migliaia di gradi (caldo) a milioni di gradi (caldissimo) che permea l’universo in una struttura simile a una ragnatela filamentosa. Crediti per l’illustrazione e la composizione: ESA / ATG medialab; dati: ESA / XMM-Newton / F. Nicastro et al. 2018; simulazione cosmologica: R. Cen
Rappresentazione artistica del mezzo intergalattico calo e caldissimo, una miscela di gas con temperature che vanno da centinaia di migliaia di gradi (caldo) a milioni di gradi (caldissimo) che permea l’universo in una struttura simile a una ragnatela filamentosa. Crediti per l’illustrazione e la composizione: ESA / ATG medialab; dati: ESA / XMM-Newton / F. Nicastro et al. 2018; simulazione cosmologica: R. Cen
Ci sono voluti circa vent’anni di ricerca, ma alla fine sono stati trovati proprio dove e come la teoria aveva previsto. Stiamo parlando dei barioni mancanti, vale a dire la materia ordinaria, una cui considervole porzione sembra essere scomparsa sotto i nostri occhi negli ultimi dieci miliardi di vita dell’Universo. La scoperta è stata realizzata grazie all’osservazione più lunga mai realizzata di un singolo quasar da parte del telescopio XMM-Newton dell’ESA. Il team internazionale che ha condotto la ricerca, guidato da Fabrizio Nicastro dell’INAF di Roma, ha pubblicato i suoi risultati sull’ultimo numero della rivista Nature.
Sappiamo ormai da decenni che il 30-40 percento dei barioni che ci aspettiamo di trovare nell’Universo locale sfuggono alle osservazioni. I barioni sono ciò che consideriamo materia ordinaria, vale a dire stelle, pianeti, gas, polveri e anche noi stessi. Teoria e osservaziooni indirette di questa materia durante le prime fasi di vita dell’Universo, sono in grado di fornire sia stime di quantità, facendo emergere la considerevole porzione di materia mancante, sia una possibile soluzione a questo rompicapo. Stando ai modelli, infatti, i barioni “sfuggenti” si troverebbero lungo filamenti di gas che collegano tra loro le galassie. Tali filamenti sono formati principalmente da idrogeno ionizzato, e quindi sono molto deboli e difficili da osservare. Grazie all’avvento, circa 20 anni fa, degli osservatori spaziali ai raggi X in grado di effettuare misure spettroscopiche ad alta risoluzione, gli astronomi hanno potuto iniziare ad indagare questo mistero. Nonostante i numerosi sforzi, fino ad ora erano state realizzate rilevazioni non conclusive, con bassa significatività.
La composizione cosmica della materia ordinaria. Crediti: ESA
Per ottenere qualche indizio in più su questa grossa porzione di materia mancante, i ricercatori hanno puntato il telescopio XMM-Newton dell’ESA sul quasar chiamato 1ES 1553+113. Grazie alle osservazioni pianificate dal team tra il 2015 e il 2017, e a una serie di puntamenti precedenti, disponibili in archivio, il set di dati è arrivato a coprire in tutto tre settimane di osservazione continua: l’esposizione più lunga in assoluto su una singola sorgente di quel tipo. L’incredibile mole di informazioni spettroscopiche raccolta si è trasformata in una “radiografia” dettagliata del materiale che si trova tra noi e il quasar. Questo ha permesso ai ricercatori di scoprire una serie di deboli righe di assorbimento dovute alla presenza di enormi quantità di barioni nascosti nel materiale caldo e gassoso che si estende anche per milioni di anni luce tra una galassia e l’altra.
«Le nostre osservazioni, giunte dopo diciotto anni di incessanti tentativi da parte di diversi gruppi di ricerca nel mondo, hanno finalmente individuato la materia ordinaria mancante dell’Universo», dice Fabrizio Nicastro, ricercatore dell’INAF e primo autore dell’articolo. «La materia che abbiamo trovato è esattamente nella posizione e nella quantità predette dalla teoria, quindi possiamo dire di aver risolto uno dei più grandi misteri dell’astrofisica moderna: quella dei barioni mancanti».
Per saperne di più:
Leggi sulla rivista Nature l’articolo Observations of the missing baryons in the warm–hot intergalactic medium di F. Nicastro, J. Kaastra, Y. Krongold, S. Borgani, E. Branchini, R. Cen, M. Dadina, C. W. Danforth, M. elvis, F. Fiore, A. Gupta, S. Mathur, D. Mayya, F. Paerels, L. Piro, D. Rosa-Gonzalez, J. Schaye, J. M. Shull, J. Torres-Zafra, N. Wijers e L. Zappacosta
Tutti i primi lunedì del mese: UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI
Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi
◗ http://telescopioremoto.uai.it
Le campagne nazionali UAI
1-2 giugno Il Cielo a portata di mano. Giornata Nazionale Osservatori Aperti
La giornata italiana nazionale degli osservatori accessibili, collegata al progetto nazionale “Stelle per tutti”, per valorizzare e promuovere la rete di quasi 100 strutture pubbliche, gestite dagli astrofili: una risorsa per la diffusione della cultura scientifica in Italia.
◗ http://divulgazione.uai.it
23 giugno Occhi su Saturno… e su Giove, Venere e Marte!
All’inizio di un’ estate favorevole alle osservazioni planetarie, una serata con tanti eventi in tutta Italia dedicati al pianeta Saturno, il signore degli anelli, e agli altri pianeti osservabili in orario serale. L’evento è promosso dall’Associazione Stellaria in collaborazione con l’UAI
◗ www.occhisusaturno.it – http://divulgazione.uai.it
I convegni e le iniziative UAI
23-24 giugno Meeting Corpi Minori UAI
Organizzato dalle Sezioni Asteroidi, Comete e Meteore, presso l’Osservatorio Astronomico “Beppe Forti”, Montelupo (FI), in collaborazione col Gruppo Astrofili di Montelupo.
◗ http://www.uai.it/ricerca.html
Segnaliamo un’altra larga congiunzione tra il nostro satellite (fase del 66%) e la stella alfa della costellazione della Vergine, Spica (mag. +0,95). La Luna passerà a 8,3° a nordovest della stella.
Indice dei contenuti
Le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Giugno
Tutti i martedì sera, dalle 21:00 alle 23:00, presso l’Osservatorio Astronomico “G. Beltrame” in Via S. Giustina 127 ad Arcugnano (VI): Osservazione pubblica del cielo. L’osservatorio sarà aperto al pubblico. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare. Durante le aperture al pubblico verranno effettuate anche delle mini conferenze e dei mini corsi i cui contenuti saranno pubblicati di volta in volta sui vari canali social del nostro gruppo e sul Giornale di Vicenza. L’apertura avrà luogo con qualsiasi tempo.
01.06, dalle ore 21:00 per tutta la notte fino al sorgere del sole: La notte bianca – Star Party del Gruppo Astrofili Vicentini “G. Abetti”, presso l’Osservatorio. Osserveremo il tramonto ed il sorgere di Venere, Giove, Saturno, Marte, Luna e di tutti gli altri corpi celesti. Per tutta la notte sarà disponibile un buffet gentilmente offerto dai soci.
23.06, dalle 16:30 alle 18:30: Il Sole fa tic tac – Laboratorio di astronomia per bambini da 6 a 11 anni, presso l’Osservatorio Astronomico “G. Beltrame” in Via S. Giustina 127 ad Arcugnano (VI). La partecipazione è gratuita. L’iscrizione è obbligatoria perché i posti sono limitati. Per ulteriori informazioni e per le iscrizioni scrivete a didattica@astrofilivicentini.it
Le serate hanno inizio alle ore 22:00. 02.06:Il cielo di giugno. In caso di cielo sereno, come ogni primo sabato del mese, l’appuntamento per i soci e per il pubblico è alle ore 22.00 presso Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo di questo periodo particolarmente ricco di galassie e con Giove protagonista. In caso di tempo incerto telefonare per conferma a Davide Scutumella 3388861549.
08.06: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo venerdì del mese, dalle ore 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo tardo primaverile: bellissimi gruppi di galassie e ammassi (sia globulari che aperti). Sarà visibile anche il pianeta Giove coi satelliti galileiani. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it, inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio).
22.06: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni quarto venerdì del mese, dalle ore 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo di inizio estate. La luna, coi suoi crateri sarà uno degli oggetti principali d’osservazione, oltre al pianeta Giove e ai tanti tesori di Scorpione e Sagittario. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it, inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio)..
23.06: Occhi su Saturno. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Occhi su Saturno”.
A partire dalle 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al “signore degli anelli”, che mostrerà oltre alla sua caratteristica principale (appunto, l’anello) anche i suoi satelliti principali. Ingresso libero, senza prenotazione.
Torniamo nuovamente nel cuore della costellazione del Cancro: se siamo stati fortunati (soprattutto per via del meteo) abbiamo già avuto modo di osservare l’incontro tra Venere, Luna e M 44 il 16 giugno. Ora, alle ore 22:30 del 19 giugno, l’incontro sarà più intimo, coinvolgendo solo Venere e l’ammasso aperto del Presepe (M 44).
L’intimità non sarà solo dovuta all’incontro a due (non più disturbato dall’ingombrante presenza della Luna), ma anche per la vicinanza dei due soggetti, con Venere che si porterà ad appena 0,8° dal centro dell’ammasso.
Il 19 giugno Venere tramonterà alle ore 23:20 circa e quindi non avremo moltissimo tempo per tentare la fotografia, anche perché il cielo sarà per lungo tempo rischiarato dalle ultime luci del tramonto.
Con pose sufficientemente lunghe da impressionare le stelle di M 44, Venere apparirà certamente “bruciato”, come una chiazza luminosissima, ma non ci sarà alternativa, data la grande differenza di magnitudine tra gli oggetti coinvolti (le stelle di M 44 sono tutte sopra la mag. +6). Possono però tornare utili i consigli di Giorgia Hofer in occasione della congiunzione di Venere con un altro ammasso aperto: Venere al tramonto con le Pleiadi.
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Le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Giugno
➜ Scopri le costellazioni delCielo di giugno con la UAI, che questo mese ci porta in viaggio tra gli ammassi globulari nella costellazione di Ercole
Impressione d’artista di una esoluna potenzialmente abitabile in orbita attorno a un pianeta gigante in un distante sistema solare. Crediti: Nasa Gsfc: Jay Friedlander e Britt Griswold
Impressione d’artista di una esoluna potenzialmente abitabile in orbita attorno a un pianeta gigante in un distante sistema solare. Crediti: Nasa Gsfc: Jay Friedlander e Britt Griswold
Tutti abbiamo sentito parlare della ricerca di vita su altri pianeti, ma se guardassimo anche su altre lune? In un articolo pubblicato due giorni fa, il 13 giugno, su The Astrophysical Journal, i ricercatori dell’Università della California a Riverside (Ucr), e dell’Università del Southern Queensland hanno identificato più di cento pianeti giganti che potrebbero ospitare lune capaci di sostenere la vita. Il loro lavoro guiderà la progettazione di futuri telescopi in grado di rilevare queste lune e cercare segni rivelatori di vita nelle loro atmosfere.
Dal lancio del telescopio Kepler della Nasa nel 2009, gli scienziati hanno identificato migliaia di pianeti al di fuori del nostro sistema solare, detti esopianeti. Uno degli obiettivi principali della missione Kepler è identificare pianeti che si trovano nella zona abitabile della loro stella, dove cioè la temperatura renda possibile la presenza di acqua liquida e, di conseguenza, sia potenzialmente presente la vita.
I pianeti terrestri, rocciosi, sono i primi obiettivi nella ricerca della vita, perché alcuni di loro potrebbero essere geologicamente e atmosfericamente simili alla Terra. Ma un altro posto in cui guardare è dato dai numerosi pianeti gassosi giganti identificati durante la missione Kepler. Sebbene non siano essi “in prima persona” i candidati alla presenza di vita, i pianeti simili a Giove nella zona abitabile possono ospitare lune rocciose, chiamate esolune, che potrebbero sostenere la vita.
«Sono attualmente conosciute 175 lune che orbitano intorno agli otto pianeti del nostro sistema solare. Sebbene la maggior parte di queste lune orbitino intorno a Saturno e Giove, che sono al di fuori della zona abitabile del Sole, potrebbe non essere così per altri sistemi planetari», afferma Stephen Kane, professore associato di astrofisica planetaria e membro del Centro di astrobiologia delle terre alternative dell’Ucr. «Includere le esolune rocciose nella nostra ricerca della vita nello spazio amplierà notevolmente i luoghi in cui possiamo osservare».
I ricercatori hanno identificato 121 pianeti giganti le cui orbite sono all’interno delle zone abitabili delle loro stelle. Pianeti gassosi così vicini alla propria stella sono meno comuni dei pianeti terrestri, ma si pensa che ciascuno di essi possa ospitare diverse grandi lune.
Gli scienziati hanno ipotizzato che le esolune potrebbero fornire un ambiente favorevole alla vita, forse persino migliore della Terra. Questo perché ricevono energia non solo dalla loro stella, ma anche dalla radiazione riflessa dal pianeta cui orbitano attorno. Attualmente, nessuna esoluna è stata confermata.
«Ora che abbiamo creato un database dei pianeti giganti conosciuti che orbitano nella zona abitabile della loro stella, saranno fatte osservazioni dei migliori candidati a ospitare potenziali esolune, per aiutare a definire le proprietà attese delle esolune. I nostri studi di follow-up aiuteranno a definire il design dei futuri telescopi in modo da poter rilevare queste lune, studiarne le proprietà e cercare segni di vita», dichiara Michelle Hill, studentessa universitaria presso l’Università del Southern Queensland che collabora col gruppo di Kane.
Per saperne di più:
Leggi su The Astrophysical Journal l’articolo “Exploring Kepler Giant Planets in the Habitable Zone” di Michelle Hill, Stephen Kane, Eduardo Seperuelo Duarte, Ravi K. Kopparapu, Dawn M. Gelino, Robert A. Wittenmyer
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La tarda serata del 18 giugno permetterà di osservare una larga congiunzione tra la stella Regolo (Alfa Leonis, mag. +1,35) e la Luna (fase del 32%). Il nostro satellite passerà a 6,5° a nordest di Regolo.
Le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Giugno
E ancora, su Coelum Astronomia 223 di giugno:
➜ Catch the Iridium! Un appello per tutti gli astrofotografi, riprendiamo gli iridium flare prima che… scompaiano!
➜ Scopri le costellazioni delCielo di giugno con la UAI, che questo mese ci porta in viaggio tra gli ammassi globulari nella costellazione di Ercole, mentre questo mese Stefano Schirinzi ci racconta la costellazione del Corvo
Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di Giugno su Coelum Astronomia 223
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Il lunedì: Corso di Archeoastronomia: Conferenze di Archeoastronomia e Astronomia Culturale per scoprire le conoscenze astronomiche degli antichi attraverso l’importanza che l’astronomia ha avuto in tutta la storia dell’umanità.
Il giovedì: Corso avanzato: Vedremo insieme argomenti che non vengono trattati di solito nei corsi base di astronomia. Approfondimenti che rivestono un interesse enorme. Non è richiesta alcuna preparazione di base.
5-7 luglio: Vacanza sotto le stelle in Umbria. In un favoloso b&b (con piscina) e basso inquinamento luminoso; ogni pomeriggio conferenze e ogni sera guida al cielo e osservazioni con un potente telescopio.
Una TV via web sulle attività dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. La visione e l’utilizzo di Astrochannel sono gratuiti e consentiti a tutti (se però siete interessati solo a singoli video, suggeriamo d’iscriversi). Suggeriamo di seguito i seminari in lingua italiana, ma il programma è decisamente più ampio e può essere consultato qui: http://www.media.inaf.it/inaftv/seminari/#3151
Attenzione: l’elenco che segue potrebbe essere non aggiornato. Per maggiori informazioni e aggiornamenti in tempo reale sui singoli seminari, vi invitiamo a fare riferimento ai siti web delle singole sedi.
OA Palermo, 31/05/2018 @ 15:30 Angelo Adamo (INAF Palermo), “Prima l’uovo o la gallina? Prima la scienza o la narrazione?” OA Brera, 05/06/2018 @ 14:00 Chiara Salvaggio (INAF Brera), “NGC 5907 ULX-1: la Stele di Rosetta per decifrare stati di accrescimento estremo nei sistemi binari di sorgenti ultra-luminose in X” OA Brera, 19/06/2018 @ 14:00 Stefano Sandrelli (INAF Brera), “Che cos’è’ e come funziona l’Ufficio Comunicazione INAF per la Didattica e la Divulgazione”.
Per seguire i seminari, installare il software (http://www.media.inaf.it/inaftv/) o cercare il video sul canale YouTube INAF-TV.
Astrochannel è un software di Marco Malaspina – Copyleft INAF Ufficio Comunicazione – 2007-2015
Contrariamente a quanto avviene sulla Terra, le tempeste di sabbia che si scatenano su Marte possono estendersi a tutto il pianeta, avvolgendolo in un velo di polveri che possono nascondere per mesi tutte le caratteristiche superficiali. Questo è accaduto nel 2001, come documentano (in una sorta di “prima” e “dopo”) le immagini riprese dal Telescopio Spaziale Hubble (a sinistra una ripresa del 26 giugno 2001, a destra del 4 settembre 2001). Ciò può accadere anche durante una Grande Opposizione, privando gli osservatori di un evento atteso per moltissimi anni. Accadde per esempio nel 1956, e la delusione fu enorme. Crediti: NASA/James Bell (Cornell Univ.), Michael Wolff (Space Science Inst.), and Hubble Heritage Team (STScI/AURA)
Contrariamente a quanto avviene sulla Terra, le tempeste di sabbia che si scatenano su Marte possono estendersi a tutto il pianeta, avvolgendolo in un velo di polveri che possono nascondere per mesi tutte le caratteristiche superficiali. Questo è accaduto nel 2001, come documentano (in una sorta di “prima” e “dopo”) le immagini riprese dal Telescopio Spaziale Hubble (a sinistra una ripresa del 26 giugno 2001, a destra del 4 settembre 2001). Ciò può accadere anche durante una Grande Opposizione, privando gli osservatori di un evento atteso per moltissimi anni. Accadde per esempio nel 1956, e la delusione fu enorme. Crediti: NASA/James Bell (Cornell Univ.), Michael Wolff (Space Science Inst.), and Hubble Heritage Team (STScI/AURA)
Per tutte le informazioni di visibilità dei pianeti nel cielo di giugno leggi il Cielo di Giugno
Contrariamente a quanto avviene sulla Terra, le tempeste di sabbia che si scatenano su Marte possono estendersi a tutto il pianeta, proprio come sembra prepararsi a fare la tempesta in corso in questi giorni, che sta mettendo in difficoltà il rover Opportunity della NASA, avvolgendolo in un velo di polveri che possono nascondere per mesi tutte le caratteristiche superficiali.
Proprio nei giorni in cui stiamo scrivendo, infatti, una grande tempesta di polvere sta imperversando sulla superficie di Marte, rilevata dal Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) lo scorso 30 maggio. Nel giro di pochi giorni, la tempesta si è gonfiata, arrivando l’8 giugno a coprire oltre 18 milioni di chilometri quadrati – un’area più grande del Nord America – e includendo l’attuale posizione del rover Opportunity, nella Perseverance Valley del cratere Endeavour. Ad oggi ricopre più di un quarto del pianeta e non sembra intenzionata a fermarsi.
Tempeste di sabbia intense come questa non sorprendono, ma non sono frequenti. Possono spuntare improvvisamente e durare settimane, persino mesi.
Tra i fenomeni alla portata di una strumentazione amatoriale dobbiamo annoverare quelle che sono le avvisaglie delle tempeste di polvere: le cosiddette nubi gialle (Yellow clouds). Con la sublimazione dei ghiacci vengono immesse nell’atmosfera marziana delle grandi quantità di gas, specialmente anidride carbonica insieme a una piccola quantità di vapore acqueo. La prima è la principale responsabile dei grandi venti che si generano per differenza di pressione atmosferica tra le regioni polari e quelle a latitudini minori; un ingrediente necessario per la formazione di tempeste di sabbia che possono essere facilmente seguite anche da Terra.
Una tempesta di sabbia, annunciata da caratteristiche “nubi gialle” insorge improvvisamente in Sinus Meridiani nei giorni 27, 28 e 29 ottobre 2005.
Gli studi condotti hanno mostrato che questi fenomeni possono verificarsi potenzialmente in qualsiasi stagione. Il picco principale (285° Ls) avviene subito dopo il solstizio dell’estate meridionale, ma un picco secondario è stato osservato anche all’inizio dell’estate settentrionale, attorno a 105° Ls.
Generalmente, le tempeste che si verificano durante l’estate meridionale sono più estese e spettacolari, e possono crescere rapidamente per avvolgere persino l’intero pianeta. Bisogna tuttavia ricordare che le tempeste di polvere globali sono piuttosto rare, tutt’ora non è possibile prevedere se questa lo diverrà o meno. Molto più comuni sono gli eventi “locali”, che hanno spesso origine nelle regioni desertiche vicino a Serpentis Noachis, Solis Lacus, Chryse o Hellas.
Si tratta in ogni caso, come dicevamo, di fenomeni alla portata di una strumentazione amatoriale e, se non potremo osservare le formazioni del suolo marziano o le sue calotte polari (ma non è ancora detto!), potremo però seguire l’evolversi della tempesta, iniziando già nei prossimi giorni quando, anche se ancora lontani dalla Grande Opposizione del prossimo mese, il pianeta è già a una buona visibilità e potremo anche contare in un’altezza un po’ più alta al momento del passaggio in meridiano (vedi immagine qui sotto o nella nostra galleria Photocoelum).
Vediamo innanzitutto i criteri da applicare sulle nostre immagini nella diagnosi delle nubi di polvere marziane:
• movimento e offuscamento di formazioni con albedo precedentemente ben definito: l’assenza di questo criterio esclude un candidato dalla categoria delle nubi di polvere.
• Aspetto brillante di questi fenomeni in luce rossa.
Nel passato, gli astronomi hanno identificato le nubi e/o gli offuscamenti di polvere come “nubi gialle”: sebbene possano sembrare giallastre se osservate senza l’aiuto di filtri colorati, sono in realtà più luminose in luce rossa e arancione che in luce gialla; le nubi di polvere si evidenziano leggermente con filtri gialli e mostrano confini ben definiti attraverso filtri arancioni e rossi.
Marte di Raimondo Sedrani, ripreso il 5 giugno. Per tutti i dettagli e la strumetnazione di ripresa cliccare sull'immmagine!
Durante gli stadi iniziali di formazione, appaiono spesso molto brillanti in luce violetta e ultravioletta, suggerendo la presenza di cristalli di ghiaccio. Se una nube sospetta non è luminosa in luce rossa, non deve essere considerata una nube di polvere.
E allora forza con la vostra attrezzatura! Aspettiamo le vostre migliori immagini come sempre su Photocoelum, dove trovate già un paio di esempi di immagini ad alta risoluzione del pianeta dei giorni scorsi (come questo a sinistra). E se volete condividere anche le vostre impressioni, i vostri report osservativi o anche solo un breve commento su quanto osservato, potete scriverci su segreteria@coelum.com.
I dati di volo della sonda Hayabusa-2 del 14 giugno 2018. Crediti: Jaxa
I dati di volo della sonda Hayabusa-2 del 14 giugno 2018. Crediti: Jaxa
Mancano meno di 700 chilometri al traguardo e la sonda Hayabusa-2 (che vuol dire falco pellegrino) della Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa) arriverà a destinazione. Parliamo di un obiettivo di tutto rispetto, l’asteroide 162173 Ryugua 300 milioni di chilometri dalla Terra, da cui la sonda giapponese raccoglierà dei campioni da riportare sul nostro pianeta entro fine anno.
Immagine dell’asteroide Ryugu scattata con la ONC-T il 13 giugno 2018 intorno alle 13:50, ora giapponese. Il campo visivo è di 6,3 gradi x 6,3 gradi e il tempo di esposizione è di circa 0,09 secondi. Crediti: Jaxa, Kyoto University, Japan Spaceguard Association, Seoul National University, University of Tokyo, Kochi University, Rikkyo University, Nagoya University, Chiba Institute of Technology, Meiji University, University of Aizu and Aist.
L’immagine di lato raffigura proprio Ryugu ed è stata scattata ieri dalla camera telescopica di navigazione ottica (Onc-T), lo stesso giorno (13 giugno) in cui – 8 anni fa – la sonda Hayabusa ritornò sulla Terra con i campioni dell’asteroide 25143 Itokawa. Questa foto in particolare è stata presa da una distanza di 920 chilometri dall’asteroide con un tempo di esposizione di circa 0,09 secondi. La risoluzione è ancora molto bassa e la forma dell’oggetto è ancora indistinta.
Ernesto Palomba, ricercatore presso l’Istituto di astrofisica e planetologia spaziali (Iaps) dell’Inaf e membro del team di scienziati italiani che lavoreranno ai dati raccolti dalla sonda, spiega: «Tutti gli strumenti sono in perfetto stato di salute pronti all’analisi dettagliata di questo piccolo corpo primitivo. Le ultime immagini arrivate a Terra al centro di controllo dell’Agenzia Spaziale Giapponese mostrano che l’asteroide sembra avere una forma ellissoidale o – come è stata battezzata dagli scienziati giapponesi – una “Dango” shape (il dango è un tradizionale dolce di riso giapponese). Nei prossimi giorni Hayabusa 2 completerà l’approccio e si metterà in orbita attorno a Ryugu. Tra luglio e agosto, gli scienziati effettueranno delle analisi dettagliate sia della struttura geomorfologica sia della composizione della superficie per selezionare dei siti di atterraggio del lander Mascot, che potrebbe avvenire già ai primi di ottobre».
La sonda Hayabusa2 è stata lanciata il 3 dicembre 2014 e l’arrivo è previsto per luglio. Gli obiettivi della missione sono: entrare in orbita attorno a Ryugu e analizzarne la superficie in remote sensing; effettuare misure in situ mediante 3 rover (i Minerva) e un lander; prelevare dei campioni della superficie e trasportarli sulla Terra per analizzarli su scala microscopica.
Ryugu (1999 JU3) è un asteroide di tipo C, di forma quasi sferica e dimensioni di circa 900 metri, con un periodo di rotazione di 7.6 ore. Lo studio dell’asteroide Ryugu permetterà di comprendere fasi ancora incerte della formazione ed evoluzione del Sistema Solare, processo avvenuto circa 4.6 miliardi di anni fa. Le analisi in remote sensing, in situ e microscopiche permetteranno di individuare i minerali che potevano comporre i planetesimi, da cui gli asteroidi si sono formati. Inoltre, le analisi mineralogiche in situ saranno utilizzate come riferimento per lo studio dei campioni trasportati sulla Terra, permettendo di notare eventuali alterazioni nelle proprietà chimico-fisiche che i campioni giunti a Terra potrebbero aver subito.
Palomba aggiunge: «Sono molto emozionato di vedere arrivare queste prime immagini da una missione che sto seguendo da quasi 4 anni. Vorrei avere subito modo di analizzare gli spettri per capire meglio chi abbiamo davanti. La selezione del Landing Site per Mascot richiederà almeno due mesi intensissimi, ma carichi di entusiasmo e di sinergia intellettuale. Dovremo lavorare fianco a fianco con i colleghi giapponesi, europei e americani alla Jaxa di Tokyo dove vedremo arrivare i dati praticamente in tempo reale».
L’Italia si occuperà della caratterizzazione mineralogica della superficie di Ryugu e per l’individuazione dei siti di atterraggio. I dati spettrali acquisiti da Nirs3 saranno analizzati e le caratteristiche spettrali di Ryugu saranno confrontate con quelle di minerali presenti nelle librerie spettrali, così da determinare la composizione mineralogica dell’asteroide.
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Il “Meeting Corpi Minori UAI“, si svolgerà presso l’Osservatorio Astronomico “Beppe Forti” a Montelupo Fiorentino, in località San Vito in Fior di Selva, via di San Vito, in data 23/24 Giugno 2018.
Il meeting prevede interventi di astronomi ed astrofili provenienti da tutta Italia che si occupano dei corpi minori del Sistema Solare (asteroidi, comete e meteore) volti ad esporre e condividere nuove conoscenze e tecnologie per la ricerca astronomica nel settore.
L’evento è organizzato dai capi sezione Asteroidi Comete e Meteore dell’Unione Astrofili Italiani (PAOLO BACCI, GIANNANTONIO MILANI ed ENRICO STOMEO) e dal Gruppo Astrofili Montelupo, che ospitertà ed organizzerà il meeting sul territorio.
Per eventuali adesioni ed informazioni la mail di riferimento è osservatoriobeppeforti@gmail.com mentre il sito di riferimento è la pagina Facebook “Gruppo Astrofili Montelupo“. Contatti di riferimento dell’organizzazione: Maura Tombelli, Giorgio Interrante, Alex Mazzanti, Matteo Lombardo, Rita Alessandro e Fabio Grosso.
Programma:
Venerdì 22 giugno, ore 21:30
Porte aperte all’Osservatorio: Le scie del cielo.
Breve introduzione ai corpi minori del Sistema Solare e Osservazioni al telescopio.
Sabato 23 giungo
Meeting Corpi Minori UAI
9.30: Accreditamento
10:00: Benvenuto e saluto delle Autorità
10:20: Sezione Asteroidi
11:30: Pausa Caffè
11:40: Foto di Gruppo
11:45: Sezione Meteore
13:00: Pranzo (tradizionale pic-nic: ognuno porta qualcosa)
15:00: Sezione Comete UAI e CARA Project
16:30: Pausa Caffè
17:00: Conferenza Marco Fulle
20:00: Cena sociale in ristorante convenzionato
Domenica 24 giugno
10:00: Sezione Comete UAI e CARA Project
11:30: Pausa caffè
11:45: Sezione Asteroidi
13:00: Fine dei lavori e saluti
N.B.: Il programma è in fase di definizione, gli orari pertanto potranno subire delle oscillazioni.
Queste due riprese dal rover Curiosity della NASA, acquisite appositamente per misurare la quantità di polvere nell'aria all'interno del Gale Crater, mostrano l'aumento di opacità dell'aria nell'arco di tre giorni. L'immagine a sinistra mostra una vista del bordo est-nordest del cratere Gale il 7 giugno 2018 (Sol 2074), mentre quella di destra mostra lo stesso panorama il 10 giugno 2018 (Sol 2077). Le immagini sono state scattate dalla Mastcam a bordo del rover. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS
Un set di immagini dal Mars Reconnaissance Orbiter della NASA ci mostra l
Ieri sera (19:30 italiane) la NASA ha trasmesso una conferenza stampa per dare tutti i dettagli sull’evolvere della tempesta e un aggiornamento sullo stato delle sonde al momento operative, la tempesta infatti rischia di diventare una nuova tempesta globale, e anche Curiosity comincia a mostrarcene le avvisaglie, ma, è il succo della conferenza stampa di ieri, si tratta anche di una straordinaria e nuova occasione per lo studio di questi eventi e delle dinamiche dell’atmosfera marziana, soprattutto in vista di prossime missioni robotiche o di colonizzazione umana del Pianeta Rosso.
La flotta di sonde NASA in orbita e sul suolo del pianeta sono al lavoro e, da Terra, le “orecchie” del Deep Space Network della NASA sono pronte all’ascolto per la raccolta dei dati. La NASA ha infatti tre orbiter attorno al pianeta rosso, ognuno dotato di telecamere speciali e altri strumenti atmosferici, oltre al rover Curiosity della NASA che ha già inviato immagini che mostrano l’aumento di sabbia anche nella sua posizione, nel cratere Gale, oltre a continuare l’analisi dell’atmosfera marziana che lo circonda.
Queste due riprese dal rover Curiosity della NASA, acquisite appositamente per misurare la quantità di polvere nell'aria all'interno del Gale Crater, mostrano l'aumento di opacità dell'aria nell'arco di tre giorni. L'immagine a sinistra mostra una vista del bordo est-nordest del cratere Gale il 7 giugno 2018 (Sol 2074), mentre quella di destra mostra lo stesso panorama il 10 giugno 2018 (Sol 2077). Le immagini sono state scattate dalla Mastcam a bordo del rover. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS
«Si tratta della tempesta perfetta per la scienza di Marte», ha spiegato infatti Jim Watzin, direttore del Mars Exploration Program della NASA, presso la sede dell’agenzia a Washington. «Abbiamo un numero storico di veicoli spaziali che operano sul Pianeta Rosso, ognuno dei quali offre uno sguardo unico su come si formano e si comportano le tempeste di sabbia – conoscenze che saranno essenziali per le future missioni robotiche e umane».
Le tempeste di sabbia sono una caratteristica frequente su Marte e si verificano in tutte le stagioni. Occasionalmente, possono gonfiarsi in tempeste regionali nel giro di pochi giorni, e talvolta persino espandersi fino ad avvolgere tutto il pianeta. Si stima che tempeste così massicce su scala planetaria avvengano circa una volta ogni tre o quattro anni marziani (da sei a otto anni terrestri; l’ultima è stata nel 2007). Possono durare settimane ma, al massimo, anche mesi.
L'ultima immagine inviata da Opportunity prima dell'interruzione delle operazioni. Il bordo nero in basso indica infatti un mancato invio di dati da un certo punto in poi. L'immagine mostra quanto già fosse offuscata la vista del rover a causa della tempesta di sabbia in corso. L'immagine è stata ripresa il 10 giugno (Sol 5111). Crediti: Nasa/JPL-Caltech/Cornell
L’attuale tempesta che sta coinvolgendo Opportunity, e che è ancora in crescita, ora copre circa 35 milioni di chilometri quadrati di superficie marziana, circa un quarto del pianeta.
Tutti gli eventi che coinvolgono sabbia e polvere marziana, indipendentemente dalle dimensioni, contribuiscono a modellare la superficie marziana (ne abbiamo parlato in questo bell’articolo di Lori Fenton, astronoma planetaria del SETI institute, Arte su Marte) e studiare la loro fisica è fondamentale per comprendere il clima marziano, sia antico che moderno, ha spiegato Rich Zurek, capo scienziato del Mars Program Office presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California.
«Ogni osservazione di queste grandi tempeste ci avvicina sempre più a riuscire a creare modelli affidabili per questi eventi e, forse un giorno, ad essere in grado di prevederli», alla pari quindi di come, qui sulla Terra, riusciamo a prevedere l’evoluzione di eventi come El Niño o la gravità della stagione degli uragani in arrivo.
L’atmosfera sottile di Marte rende però queste tempeste enormemente diverse dagli analoghi eventi terrestri: nonostante gli eventi drammatici del film (o del romanzo) “The Martian”, i venti di superficie più potenti incontrati su Marte non riuscirebbero a far cadere un’astronave, nonostante riescano ad alzare ventate di sabbia nell’atmosfera.
Indice dei contenuti
Lavoro di squadra
Le sonde della NASA cooperano spesso, fornendo dati complementari da diversi punti di vista, oltre al fatto che gli orbiter rimbalzano i dati proveniente dai rover verso Terra, ma il Mars Reconnaissance Orbiter ha un ruolo speciale. MRO funziona infatti da sistema di allarme per eventi meteorologici come questa tempesta. È la fotocamera grandangolare dell’orbiter, la Mars Color Imager, che ha inviato al team di Opportunity le prime avvisaglie sulla tempesta. Questo imager, costruito e gestito da Malin Space Science Systems a San Diego, può creare mappe globali giornaliere del pianeta che tracciano l’evoluzione delle tempeste, allo stesso modo in cui i satelliti meteorologici tracciano gli uragani qui sulla Terra.
Nel grafico i contributi che stanno dando le varie sonde, rover e orbiter, NASA durante questa tempesta, iniziata il 30 maggio di quest'anno. Credits: NASA/JPL-Caltech
Gli altri due orbiteri della NASA – 2001 Mars Odyssey e MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) – offrono altri punti di vista unici per la scienza. Odyssey ha una termocamera a infrarossi chiamata THEMIS (Thermal Emission Imaging System) che può misurare la quantità di polvere sottostante; MAVEN è invece progettato per studiare il comportamento dell’alta atmosfera e la perdita di gas nello spazio.
Dal suolo marziano invece, nonostante si trovi dall’altra parte del pianeta dove la tempesta è in corso, il rover Curiosity della NASA sta iniziando a rilevare un aumento del “tau”, la misura del velo di foschia polverosa che oscura la luce del Sole durante una tempesta di sabbia. Abbiamo già visto quali livelli di opacità ha raggiunto la tempesta nel precedente articolo, con un’immagine che mostra una simulazione di quanto viene oscurato il Sole a vari tau, dal punto di vista di Oppy. Una nuova informazione in arrivo dalla conferenza stampa è però che tali livelli di tau, pur essendo in media quelli appartenenti normalmente alla stagione delle tempeste di sabbia, solitamente si manifestano più avanti nella stagione, e mai così precocemente.
Fortunatamente, a differenza di Oppy, Curiosity ha una batteria a propulsione nucleare. Ciò significa che, anche se la tempesta dovesse arrivare nella sua zona con gli stessi livelli raggiunti nell’area in cui si trova Opportunity, non correrrebbe comunque gli stessi rischi, non dipendendo solo dall’energia del Sole.
The Next Big One
Dal 2007, gli scienziati stanno aspettando pazientemente un evento in cui la coltre di polvere circondi l’intero pianeta – viene chiamata, anche se impropriamente, tempesta di sabbia “globale”: le tempeste infatti non coprono mai realmente l’intero globo di Marte. Nel 1971, una di queste tempeste si avvicinò a farlo, lasciando solo le vette dei vulcani di Marte, nella regione Tharsis, spuntare sopra la coltre. Sarà questa la Tempesta Perfetta?
Di sicuro però è anche la prima di questo genere mai osservata nell’emisfero nord di Marte, ha dichiarato Bruce Cantor della Malin Space Science Systems, vice PI della Mars Color Imager.
In realtà ancora è presto per dirlo, potrebbero volerci molti giorni prima di poter ipotizzare che la tempesta stia davvero accerchiando l’intero pianeta. Ma dovesse “diventare globale”, offrirà allora un aspetto completamente nuovo del clima marziano, e questi quattro veicoli spaziali sono pronti a raccogliere la scienza che ne uscirà.
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In questa mappa globale di Marte la tempesta di sabbia in crescita così come si mostrava il 6 giugno 2018, ad oggi (13 giugno) pare che la tempesta sia cresciuta fino a ricoprire un quarto del pianeta. Si prospetta una nuova tempesta globale come quella del 2007? La mappa è stata prodotta dalla fotocamera Mars Color Imager (MARCI) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Il punto blu indica la posizione approssimativa di Opportunity. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS
In questa mappa globale di Marte la tempesta di sabbia in crescita così come si mostrava il 6 giugno 2018, ad oggi (13 giugno) pare che la tempesta sia cresciuta fino a ricoprire un quarto del pianeta. Si prospetta una nuova tempesta globale come quella del 2007? La mappa è stata prodotta dalla fotocamera Mars Color Imager (MARCI) a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Il punto blu indica la posizione approssimativa di Opportunity. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS
Le operazioni scientifiche del rover Opportunity della NASA sono state temporaneamente sospese, a causa di una crescente tempesta di sabbia su Marte. Il rover ha rilevato per la prima volta la tempesta mercoledì 30 maggio, appena avuta la notizia il team missione ha subito cominciato a preparare piani di emergenza, ma nel giro di pochi giorni la tempesta è peggiorata, arrivando a coprire, ad oggi, 35 milioni di chilometri quadrati di superficie marziana, quasi un quarto del pianeta.
Opportunity si trova al momento nella Perseverance Valley, in stato di emergenza e ha smesso di comunicare con il centro di controllo. Ma vediamo i fatti.
Il problema principale è che il rover utilizza pannelli solari per ricaricare le batterie, e una tempesta del genere scherma la luce solare (secondo un fattore “tau”) e impedisce quindi la ricarica. Mercoledì 6 giugno i livelli di potenza di Oppy sono calati significativamente, e hanno richiesto al rover di passare a operazioni minime.
Domenica mattina, 11 giugno, gli ingegneri della NASA hanno ricevuto una trasmissione da Opportunity, un segnale positivo nonostante il peggioramento della tempesta di sabbia che a quel punto era arrivata a coprire oltre 18 milioni di chilometri quadrati (un’area più grande del Nord America), compresa l’area in cui si trova ora Opportunity. I dati della trasmissione hanno consentito ai tecnici di scoprire che il rover aveva ancora abbastanza carica da poter comunicare con i controllori di terra presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California, anche se le operazioni scientifiche erano sospese.
Gli ingegneri hanno continuato a monitorare attentamente i livelli di potenza del rover nei primi giorni della settimana e ieri, 12 giugno, il rover non ha mandato segnali, suggerendo che la carica delle batterie deve essere scesa sotto i 24 volt e il rover si sia inserito in una modalità di emergenza, “low power fault mode”, una condizione in cui tutti i sottosistemi, ad eccezione di un orologio di missione, sono spenti. L’orologio di missione del rover è programmato per riattivare il computer in modo da poter controllare i livelli di potenza, mantenendo lo stato di emergenza se il livello di batteria rimane basso, e innescando invece il risveglio e i controlli nel momento in cui la potenza della batteria glielo permetta. A causa dell’estrema quantità di polvere sulla Perseverance Valley, gli ingegneri ritengono però improbabile che il rover abbia abbastanza luce solare da ricaricare le batterie per almeno i prossimi giorni.
Non è la prima volta che accade: nel 2007 una tempesta ha coperto l’intero pianeta, obbligando il rover a due settimane di operazioni minime, con diversi giorni senza alcun contatto dal rover per risparmiare energia. C’era il rischio che Oppy non riuscisse a bilanciare i bassi livelli di potenza con i suoi riscaldatori di sopravvivenza, che proteggono le batterie dal freddo estremo su Marte. In quel caso la tempesta alla fine si placò e Opportunity riuscì a riprendere le operazioni, cosa invece che non riuscì al gemello Spirit, per il quale si ritiene sia stato proprio il freddo marziano a danneggiarlo.
Questo grafico mette a confronto l'opacità atmosferica in diversi anni (sovrapoosti) di Marte dal punto di vista del rover Opportunity della NASA. Il picco verde del 2018 (anno marziano 34) mostra quanto rapidamente la tempesta di sabbia che si sta formando su Marte in questi giorni ha oscurato il cielo. Una precedente tempesta di polvere è quella del 2007 (in rosso, anno marziano 28) si nota come si sia formata più lentamente e abbia raggiunto valori di opacità meno importanti. L'asse verticale riporta i valori di opacità atmosferica mentre quello orizzontale indica la stagione marziana, che viene misurata dal punto in cui il Sole si trova nel cielo marziano rispetto alla sua posizione apparente all'equinozio di primavera nell'emisfero nord di Marte. Crediti: NASA / JPL-Caltech / TAMU
Tempeste di sabbia come questa non sorprendono, ma non sono così frequenti. Possono apparire all’improvviso e durare settimane se non mesi. Durante l’estate meridionale, la luce solare riscalda le particelle di polvere, sollevandole in alto nell’atmosfera e creando venti più forti. Venti che sollevano ancora più polvere, creando un circolo vizioso che gli scienziati della NASA ancora non hanno del tutto compreso.
Secondo i dati arrivati domenica, l’opacità atmosferica della tempesta è però molto peggio di quella del 2007: allora l’opacità aveva un valore tau di poco sopra ai 5,5, mentre questa, sempre a domenica, ha un valore stimato di 10,8. Nel male, l’unico vantaggio è che una tempesta di polvere di questo tipo può in realtà mitigare gli sbalzi di temperatura sulla superficie del pianeta, poiché la stessa polvere che blocca la luce del Sole ne assorbe anche il calore, aumentando la temperatura attorno al rover. Sempre dai dati di domenica mattina risultava infatti che la temperatura del rover era di circa -20 gradi Fahrenheit (poco meno di -29 gradi Celsius) – la sua temperatura minima di funzionamento è di -40 gradi Celsius.
Una simulazione di come una tempesta di sabbia può schermare la luce in arrivo sui rover impegnati nel suolo marziano. A destra la situazione in cui si trova ora Opportunity, secondo i dati sull'opacità dell'atmosfera raccolti dalle sonde in orbita attoro al pianeta. A sinistra invece un'accecante Sole di metà pomeriggio. A ogni frame dell'immagine corrisponde un differente valore di opacità tau: da sinistra 1, 3, 5, 7, 9, 11. Credit: NASA/JPL-Caltech/TAMU
Il rover si è dimostrato più resistente del previsto, durando quasi 15 anni nonostante sia stato progettato per una missione di 90 giorni, pur nello stato di emergenza quindi dal centro di controllo si continua a sperare. Il team ha anche richiesto ulteriore copertura al Deep Space Network della NASA, una rete di antenne sparse sulla Terra che consentono in ogni momento la comunicazione con tutte le sonde spaziali dell’agenzia.
Questa sera la NASA terrà una nuova conferenza stampa per aggiornamenti sulla tempesta grazie alle osservazioni della flotta di sonde che orbitano attorno al pianeta, e delle sue osservazioni da parte di vari veicoli spaziali. Anche Curiosity, con la sua MastCam, si sta concentrando sulle rilevazioni della trasparenza dell’aria, proprio per lo studio del pulviscolo alzato nell’aria dalla tempesta che potrebbe assumere un carattere globale.
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Da non perdere, la sera del 16 giugno (dalle ore 21:00), nelle ultime luci del tramonto, una bella congiunzione tra il brillante pianeta Venere (mag. –4,0) e una sottilissima falce lunare (fase 12%).
La Luna, alle ore 21:00 si troverà alla minima distanza (2,7°) a est dal pianeta ma lo spettacolo non è finito e potremo goderci la congiunzione anche nelle ore successive, fino al tramonto di Venere che avverrà alle 23:20 circa. Sarà una magnifica occasione di scattare una suggestiva fotografia di paesaggio che andrà a incorniciare i due astri.
Ma non finisce qui: il contesto stellare in cui avviene la congiunzione è quello delle deboli stelle del Cancro, proprio nel cuore della costellazione dove dimora l’ammasso aperto del Presepe (detto anche Beehive Cluster, Ammasso Alveare) o M 44. Le sue stelle richiederanno di attendere un cielo più scuro e, se l’orizzonte sarà libero e sgombro da foschia, sarà sicuramente possibile tentare di far risaltare le stelle dell’ammasso in una fotografia più a lunga posa, complice anche il fatto che la Luna avrà una fase “compatibile” con la ripresa…
Le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Giugno
Durante la sua missione, l'astronave Juno della NASA manterrà la sua orbita polare di 53 giorni attorno a Giove. Nella sua posizione più vicina, una volta per orbita, la sonda passa entro i 5.000 chilometri dalle nubi di Giove. All'estremità superiore di ogni orbita, apogiovio, Juno si trova a circa 8 milioni di chilometri dal pianeta - appena al di là dell'orbita della luna di Giove Themisto. Crediti: NASA / JPL-Caltech
Una delle tantissime immagini di Giove provenienti dalle elaborazioni delle immagini della JunoCam da parte della comunità di cittadini scienziati che seguono la missione. In questa vengono evidenziate le tempeste gioviane, che si sono rivelate anche, sotto certe condizioni, popolate da numerosi lampi, fulmini e saette! In pieno stile gioviano. Crediti: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Kevin M. Gill
Buone notizie per la missione Juno, come in realtà si sperava e ci si aspettava, la NASA ha approvato l’aggiornamento delle operazioni scientifiche della sonda che continuerà a sorvolare il pianeta fino al luglio 2021. Quindi altri 41 mesi in orbita attorno a Giove che consentiranno a Juno di raggiungere i suoi obiettivi scientifici primari.
Ricordiamo infatti che il team di Juno ha dovuto riprogrammare la missione a causa di un problema alle valvole di alimentazione, che ha obbligato la sonda a rimanere in orbite “larghe” di 53 giorni anziché avvicinarsi in orbite di 14 giorni come inizialmente programmato. Una decisione che ha anche significato un allungamento dei tempi per la raccolta dei dati previsti, motivo per cui si era resa necessaria la richiesta un’estensione della missione (e del tempo, e quindi del personale, necessario all’analisi dei dati raccolti).
Durante la sua missione, finalmente approvata fino a conclusione, Juno manterrà la sua orbita polare di 53 giorni attorno a Giove. Nella sua posizione più vicina, una volta per orbita, la sonda passa entro i 5.000 chilometri dalle nubi di Giove. All'estremità più lontana di ogni orbita, apogiovio, Juno si trova a circa 8 milioni di chilometri dal pianeta - appena al di là dell'orbita della luna di Giove Themisto. Crediti: NASA / JPL-Caltech
Una giuria indipendente di esperti ha confermato, ad aprile, che Juno è sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi scientifici e sta già restituendo risultati spettacolari, la NASA ha quindi confermato i finanziamenti almeno fino al 2022. La fine della missione primaria è ora prevista nel luglio 2021, con l’analisi dei dati e le attività di chiusura della missione che proseguiranno nel 2022.
«È una grande notizia per l’esplorazione planetaria e per il team di Juno» sottolinea Scott Bolton, PI della missione. «Questa estensione consentirà a Juno di completare i suoi obiettivi scientifici primari e, come bonus, le orbite più grandi ci permettono di studiare ulteriormente la più lontana magnetosfera di Giove – la regione dello spazio dominata dal campo magnetico di Giove – comprese le lontane code magnetiche, la magnetosfera meridionale e la regione limite chiamata magnetopausa. Abbiamo anche scoperto che l’ambiente di radiazione di Giove in questa orbita è meno estremo del previsto, il che è un vantaggio non solo per la sonda, ma anche per i nostri strumenti e la continua qualità dei dati scientifici raccolti».
E negli stessi giorni sono stati pubblicati due nuovi studi grazie proprio ai dati della sonda, su Nature e su Nature Astronomy, gli scienziati del team Juno infatti svelano alcune particolarità della dinamica dei fulmini su Giove, un mistero sul quale i ricercatori si interrogano sin da quando la navicella Voyager 1 della NASA passò accanto a Giove nel marzo del 1979.
Gli studi descritti in questo articolo svelano come i fulmini su Giove siano particolarmente numerosi e raccolti nei poli del pianeta, e per lo più nel polo nord. Nell'immagine non vediamo i veri fulmini (che sono stati solamente "ascoltati", in frequenze radio, dalla sonda), ma solo un abbellimento artistico per descrivere il fenomeno, sullo sfondo di un Giove invece reale ripreso dalla JunoCam durante una delle sue orbite. Crediti: NASA / JPL-Caltech / SwRI / JunoCam
Quell’incontro confermò infatti l’esistenza di fulmini su Giove, sotto forma di emissioni radio a bassa frequenza, poi soprannominate whistler perché simili al suono di un fischio. Teorizzati per secoli ma osservati per la prima volta solo da quella prima sonda di passaggio nei pressi del pianeta gassoso. Ma quei dati mostrarono che i segnali radio associati ai fulmini non corrispondevano ai dettagli dei segnali radio prodotti dai fulmini qui sulla Terra, primo passo per lo studio di un fenomeno è infatti confrontarlo con il fenomeno più simile che accade qui sulla Terra.
«A prescindere dal pianeta in cui ti trovi, i fulmini si comportano come trasmettitori radio – emettono onde radio quando attraversano il cielo», spiega Shannon Brown del Jet Propulsion Laboratory della NASA, del team Juno e autore principale dello studio. I fulmini terrestri infatti si propagano in due modi fondamentali: sotto forma di onde a bassa frequenza (da pochi chilohertz a decine di chilohertz) lungo le linee di campo geomagnetico, o come onde ad alta frequenza (più di 10 megaherz) che non interagiscono con la magnetosfera.
«Ma tutti i segnali dei fulmini registrati dalle sonde [Voyager 1 e 2, Galileo, Cassini] erano limitati a rilevamenti visuali o nelle lunghezze d’onda radio dell’ordine dei kilohertz, nonostante la ricerca di segnali nell’intervallo dei megahertz. Molte teorie hanno provato a spiegare la cosa, ma nessuna ha funzionato come risposta».
Lampi sul lato notturno di Giove ripresi dalla sonda Galileo nel 1997. Crediti: NASA
Un mistero che rimane tale, nonostante le successive missioni, fino a quando Juno arriva in orbita gioviana, il 4 luglio 2016. Nella sua suite di strumenti altamente sensibili c’è anche il Microwave Radiometer Instrument (MWR), che registra le emissioni del gigante gassoso lungo un ampio spettro di frequenze.
«Nei dati dei nostri primi otto flyby, l’MWR di Juno ha rilevato 377 scariche», spiega sempre Brown. «Sono stati registrati sia nei megahertz che nei gigahertz, che è quello che accade anche nei fulmini terrestri. Il motivo per cui siamo gli unici ad averlo rilevato è perché Juno sta volando più vicino ai fulmini che mai, e stiamo cercando a radiofrequenze che attraversino facilmente la ionosfera di Giove».
Nonostante i dati si mostrino quindi molto simili a quelli rilevabili da fulmini terretstri, lo studio ci indica anche in cosa, invece, sono estremamente diversi.
«La distribuzione dei fulmini di Giove è inversa rispetto a quella terrestre», afferma Brown. «C’è maggiore attività vicino ai poli di Giove e nessuna vicino all’equatore». Mentre sappiamo che temporali con tuoni e fulmini, sulla Terra, sono numerosi anche a quelle latitudini, anzi… Come mai allora i fulmini si riuniscono vicino all’equatore sulla Terra e vicino ai poli su Giove?
La risposta è… le differenze di temperatura. La Terra, infatti, ricava la maggior parte del suo calore dall’esterno, dalla radiazione solare. Poiché il nostro equatore sopporta maggiormente il peso della luce solare, l’aria umida e calda sale (attraverso moti convettivi) più liberamente in quella zona, alimentando temporali che producono fulmini.
L’orbita di Giove è cinque volte più lontana dal Sole dell’orbita terrestre, il che significa che il pianeta gigante riceve 25 volte meno luce solare della Terra. Ma anche se l’atmosfera di Giove ricava la maggior parte del suo calore dall’interno del pianeta stesso, questo non rende irrilevanti i pochi raggi di Sole che gli arrivano. Questi riescono comunque a fornire un po’ di calore, riscaldando l’equatore di Giove più dei poli – proprio come riscaldano la Terra.
Si tratta però di un riscaldamento appena sufficiente a creare stabilità nell’atmosfera superiore, inibendo l’aumento di aria calda dall’interno. I poli, che non hanno questo calore proveniente dall’esterno e quindi minore, o nessuna, stabilità atmosferica, permettono ai gas caldi provenienti dall’interno di Giove di salire, guidando il moto di convezione e quindi creando l’ambiente adatto alla produzione di fulmini.
«Sono risultati che potrebbero aiutare a migliorare la nostra comprensione della composizione e della circolazione dei flussi di energia su Giove», ha detto Brown. Ma un’altra domanda incombe. «Anche se vediamo lampi in entrambe le zone polari, come mai ne registriamo di più in particolare al polo nord?».
Domanda che per ora resta senza risposta, ma è dall’analisi dei dati individuati nel secondo articolo pubblicato su Nature Astronomy, nel quale Ivana Kolmašová della Czech Academy of Sciences (Praga) e colleghi presentano il più grande database di emissioni radio a bassa frequenza generate dai fulmini su Giove fino ad oggi. Il set di dati è di oltre 1600 segnali, raccolti dallo strumento Juno’s Waves, quasi 10 volte il numero registrato dalla Voyager 1. Secondo questi dati, Juno ha rilevato picchi di quattro fulmini al secondo (simili ai tassi osservati nei temporali sulla Terra) addirittura sei volte superiore ai valori di picco rilevati da Voyager 1.
Scott Bolton, PI di Juno (Southwest Research Institute di San Antonio), conferma il privilegiato punto di vista di Juno, senza la quale queste scoperte non sarebbero potute avvenire: «La nostra orbita unica consente alla sonda di volare più vicino a Giove di qualsiasi altro veicolo spaziale della storia, quindi la potenza del segnale di ciò che il pianeta sta irradiando arriva ad essere mille volte più forte. Inoltre, i nostri strumenti a microonde e plasma sono all’avanguardia, e ci permettono di individuare anche i deboli segnali luminosi provenienti dalla cacofonia delle emissioni radio di Giove».
Non ci resta che aspettare il prossimo passaggio ravvicinato (Juno si avvicina fino a circa 5000 chilometri dalle nubi del pianeta a ogni orbita) per vedere quali altre meraviglie del Re dei pianeti del nostro Sistema solare ci saranno svelate. Juno effettuerà il suo 13° avvicinamento scientifico alle nubi di Giove il 16 luglio.
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Interessanti le novità proposte dall’azienda romana Astrel Instruments che ha di recente aumentato l’offerta introducendo due camere CCD standalone con PC incorporato. I due nuovi modelli, la AST16200B e la AST8300X, pur mantenendo le caratteristiche innovative tipiche delle camere Astrel, si rivolgono a due fasce di utenti con esigenze diverse.
. . La AST16200B è dedicata agli astrofotografi avanzati grazie al sensore CCD KAF-16200, che vanta ben 35 mm di diagonale e una matrice di 16.2 Mpixel da 6 um. Questo sensore ha una dimensione che sfrutta perfettamente ottiche che usano focheggiatori e correttori da 2”, grazie anche al suo formato quasi quadrato.
Come tutte le Astrel, la 16200B incorpora di una ruota portafiltri disponibile nella versione a 4 posizioni (per filtri standard non montati da 2” o 50 mm), oppure a 5 posizioni (per filtri da 42 mm). Nel caso dei filtri da 42 mm si tratta di una linea sviluppata dalla tedesca Astronomik specificatamente per la AST16200, che consente di ridurre considerevolmente il costo dei filtri rispetto ai classici 2”. Le ruote sono intercambiabili, per passare facilmente, ad esempio, dal profilo LRGB al narrowband.
La AST16200B è proposta al prezzo di 3350 € (iva esclusa).
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La AST8300X è pensata invece per astrofotografi che hanno da poco iniziato le riprese deepsky con una camera monocromatica, magari venendo da una reflex digitale. Monta un sensore KAF-8300 di 22.5mm di diagonale e 8.3M pixel da 5.4 um.
La AST8300X ha una ruota portafiltri incorporata a 7 posizioni per filtri da 1.25” (non montati). Grazie alla vicinanza al sensore, è possibile l’impego di filtri di costo inferiore rispetto alle soluzioni comunemente utilizzate con questo sensore, senza peraltro introdurre vignettatura, anche ad f/4. Il prezzo è di 1600 €(iva esclusa).
La AST8300X è disponibile anche nella versione “kit” (1900 € iva esclusa), che include 7 filtri Optolong premontati: LRGB, Ha 7nm, OIII 6.5 nm, SII 6.5 mn.
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Come già detto, entrambe le camere usano l’approccio standalone delle camere Astrel ed incorporano al loro interno un PC in grado di gestire sia la camera che tutti gli accessori del setup astrofotografico, come autoguide e montature. Le camere, cioè, possono essere controllate nelle sessioni astrofotografiche senza necessità di un computer tramite connessione WiFi con uno smartphone, un tablet (o un PC). La AST16200B prevede anche la modalità wired via Ethernet e quella stand-alone con il display ad alta risoluzione da 5” e la mini tastiera wireless. Lo spazio di archiviazione base on-board della camera è di 8 Gb per la AST8300X e 16 Gb per la AST16200B, che possono crescere in entrambi i casi fino a 64Gb.
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Inoltre sia la AST16200B che la AST8300X hanno la caratteristica valvola per eliminare l’aria nella camera del sensore utilizzando l’apposita pompa a vuoto manuale, virtualmente evitando quindi ogni possibilità di appannamento o condensa in caso di alta umidità, e senza la necessità di usare gel essiccanti.
Un inusuale ma non rarissimo evento di doppio flare si manifesta al di sopra delle foreste dell’Oregon il 6 novembre 2009. I satelliti responsabili del flash sono stati gli Iridium 34 e 51. Cortesia di Richard Glenn.
Dopo più di 20 anni di onorato servizio, la Iridium Communication (nata dalle ceneri della precedente compagnia) ha intrapreso le operazioni di dismissione programmata della flotta di prima generazione, parallelamente al lancio di nuovi più moderni satelliti chiamati “IRIDIUM NEXT”. La messa in orbita di questa nuova flotta è stata affidata alla SpaceX di Elon Musk che, a partire dal 2017 ad oggi, ha già effettuato i primi 6 lanci degli 8 commissionati portando in orbita i primi 55 IRIDIUM NEXT. Contrariamente ai satelliti di prima generazione, gli IRIDIUM NEXT non sono in grado di generare degli “Iridum Flares”.
Rimangono quindi pochissimi mesi prima che questo fenomeno, che ha accompagnato negli ultimi venti anni le serate di tantissimi astrofili in tutto il mondo, diventi un mero ricordo. Prima che ciò accada però ci piacerebbe riuscire a catturare con una fotografia, per l’ultima volta, almeno un “Iridium Flare” per ognuno dei satelliti di prima generazione ancora in esercizio.
Per riuscire in questa missione c’è bisogno della collaborazione del maggior numero di astrofili possibile. Aderisci al progetto!
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Rappresentazione artistica del flyby di Ultima Thule. Credit: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute / Steve Gribben
Rappresentazione artistica del flyby di Ultima Thule. Credit: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute / Steve Gribben
Pochi giorni fa, il 4 giugno, New Horizons si è “risvegliata” dal suo ultimo periodo di ibernazione prima dell’incontro con l’oggetto della fascia di Kuiper MU 69 2014, recentemente ribattezzato Ultima Thule, che avverrà nel primo giorno del 2019.
I segnali che confermavano l’esecuzione da parte della sonda dei comandi del computer di bordo hanno raggiunto il centro di controllo presso il Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (APL) di Laurel, nel Maryland, quando in Italia erano le 8:12 del 5 giugno. Alice Bowman dell’APL, responsabile operativo della missione, ha riferito che il veicolo spaziale è in buona salute, funziona normalmente e che tutti i sistemi sono tornati online come previsto.
Posizione raggiunta da New Horizons al momento della pubblicazione di questo articolo. Credit NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory
News Horizons, che ora si trova 40,72 unità astronomiche dalla terra, pari a oltre 6 miliardi di chilometri, era entrata in ibernazione 165 giorni prima, il 21 dicembre 2017. Durante questa modalità operativa, che serve alla sonda per risparmiare energia, il veicolo è stabilizzato mediante rotazione (e quindi non consuma propellente per mantenere l’assetto) e quasi tutti gli strumenti scientifici sono spenti. Il computer di bordo continua però monitorare lo stato dei sistemi e a trasmettere alla Terra un “segnale di conferma” una volta alla settimana e, circa una volta al mese, dati più dettagliati sulla salute della sonda.
New Horizons dopo Plutone
Dopo il flyby di Plutone, nel luglio del 2015, New Horizons ha utilizzato questa modalità di viaggio due sole volte. Infatti, per quanto non ci fossero eventi di rilievo in grado di attirare sulla missione l’attenzione dei media, il lavoro attorno al veicolo spaziale non è mai mancato.
Per più di un anno, fino al 27 ottobre 2016, la sonda è stata impegnata a trasmettere gli oltre 50 GB dati raccolti durante l’incontro con il pianeta nano e il suo sistema; nel frattempo i suoi sensori raccoglievano informazioni, a distanza, su vari oggetti della fascia di Kuiper e su polveri, radiazioni e gas presenti in quell’ambiente, inesplorato, del sistema solare. Ai primi del febbraio 2017, il veicolo ha effettuato una correzione di rotta, accrescendo la propria velocità di 0,44 metri al secondo. Pochi giorni dopo il Mission Operations Center ha dovuto anche affrontare una piccola crisi, quando la sonda è stata per 24 ore in safe mode, a causa di un problema durante il caricamento di nuovi comandi.
Credit: NASA / JHU APL
Solo il 7 aprile, quando New Horizons era ormai giunta a metà della distanza di 1,564 miliardi di km che doveva percorrere tra Plutone e Ultima Thule, il team dell’APL le ha concesso il primo periodo di “riposo” dal 2014 (ossia dopo 852 giorni di attività ininterrotta) che è durato fino all’11 settembre 2017. La pausa, ovviamente, ha riguardato la sonda, non i tecnici coinvolti nella missione che non solo hanno dovuto lavorare sui dati raccolti e sul programma del prossimo flyby, ma anche sullo stesso misterioso obiettivo di tale incontro ravvicinato.
Sovrapposizione di 5 immagini raccolte da Hubble nel giugno del 2014 che rivela il movimento di MU 69 “Ultima Thule”. Credit: NASA
MU 69 2014 o “Ultima Thule”, come è stato ribattezzato a seguito di un concorso pubblico conclusosi nel marzo scorso, è infatti un oggetto molto meno conosciuto di quanto fosse Plutone prima delle spettacolari immagini offerte da New Horizons. Anche nelle foto di Hubble, che lo ha scoperto quattro anni fa, non si mostra che in pochi pixel confusi.
Tra il 3 giugno e il 17 luglio dell’anno scorso, i ricercatori dell’APL hanno tentato di ottenere qualche informazione in più sulla sua forma, sfruttando l’occasione di tre occultazioni stellari causate dal piccolo oggetto della fascia di Kuiper. Si è trattato di un tentativo molto ambizioso, dal momento che si doveva cogliere l’ombra proiettata sulla terra da un corpo celeste non più grande di 30-40.000 metri e distante 6 miliardi e mezzo di chilometri. Per portalo a termine con qualche probabilità di successo occorrevano dati molto precisi su dove compiere le osservazioni, che sono stati ottenuti grazie ad Hubble, ma anche alle più recenti misurazioni di GAIA, rese accessibili da ESA in anteprima.
Attraverso il dispiegamento di squadre dell’APL in varie parti del globo e l’impiego dell’ “osservatorio volante” SOFIA (“Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy”) si è riusciti ad ottenere risultati piuttosto interessanti. Sembra certo che MU 69 non abbia un normale profilo sferico.
Lo Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy (SOFIA) della NASA in attesa del decollo da Christchurch, in Nuova Zelanda, per osservare l’occultazione del 10 luglio 2017. Credit: Geoff Haines-Stiles
Potrebbe trattarsi di un oggetto piuttosto allungato – con una forma a patata (o ad arachide) molto diffusa nel sistema solare, ma non comune in un corpo così grande – o, più facilmente, di un sistema binario, costituito da due elementi del diametro di 15-20 km, orbitanti a breve distanza attorno ad un comune centro di gravità. Non si può escludere che i due corpi si trovino “a contatto”, ossia che formino un corpo unico, e che quindi Ultima Thule abbia un aspetto molto simile a quello della cometa 67P Churyumov-Gerasimenko visitata dalla sonda Rosetta, sebbene sia di maggiori dimensioni. Le osservazioni da terra renderebbero ipotizzabile anche la presenza di un piccolo satellite orbitante a poche centinaia di km dal sistema binario principale.
Forme ipotizzate per MU 69 “Ultima Thule”. Credit: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute / James Tuttle Keane
Nell’intervallo di tempo tra il primo risveglio e la seconda ibernazione (settembre-dicembre 2017) New Horizons ha effettuato una seconda correzione di rotta, il 9 dicembre, con un’accensione dei thruster di 152 secondi che ha accresciuto la sua velocità di 1,51 metri al secondo, e ha infranto un primato del Voyager-1 che durava da 27 anni.
NGC 3532 ripresa da LORRI il 5 dicembre 2017, ovvero la foto scattata dalla distanza più grande (40.9 UA) dalla Terra. Credit: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute
L’immagine dell’ammasso aperto NGC 3532, inquadrata dalla camera LORRI il 5 dicembre a 6,12 miliardi di chilometri dalla terra, per quanto poco significativa come soggetto, costituisce la più lontana ripresa fotografica mai effettuata da una sonda automatica. Quando il Voyager-1 scattò la famosa foto in cui il nostro pianeta appariva come un “pallido puntino azzurro”, il 14 febbraio 1990, il veicolo si trovava a “soli” 6,06 miliardi di chilometri. Subito dopo Voyager-1 spense per sempre le sue camere.
Il programma del prossimo flyby
Ma quali sono i programmi per New Horizons dopo l’uscita dall’ultima ibernazione? Proprio in questi giorni stanno iniziando i preparativi per il flyby di Ultima Thule, che dureranno circa due mesi. Tra giugno e luglio saranno effettuati aggiornamenti del software di bordo, verranno recuperati gli ultimi dati scientifici sulla fascia di Kuiper raccolti dalla sonda anche durante il periodo di ibernazione, e si svolgerà una serie di controlli sui sottosistemi e sugli strumenti.
A metà agosto, il team invierà a New Horizons i comandi che attiveranno il sistema di stabilizzazione a tre assi, indispensabile per le osservazioni ottiche. Verranno effettuate riprese a distanza degli oggetti della fascia di Kuiper e, ai primi di settembre, potremmo disporre delle prime foto di MU 69 (probabilmente apparirà ancora come un puntino). Queste immagini, insieme ai dati di tracking raccolti dal Deep Space Network, aiuteranno i tecnici a perfezionare la rotta del veicolo, attraverso una serie di manovre (“Trajectory Correction Maneuver” o TCM), che potranno aver luogo in sette momenti, già prestabiliti, tra ottobre e dicembre.
Timeline del flyby di Ultima Thule, dicembre-gennaio 2019. Credit: NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute
Tra novembre e dicembre saranno anche svolte specifiche osservazioni relative all’ambiente che circonda Ultima Thule, al fine di comprendere i rischi insiti nell’avvicinamento all’oggetto (“Hazard avoidance observations”). Sulla base di questi dati, nella seconda metà di dicembre, sarà effettuata la scelta tra due possibili scenari di flyby (“Flyby distance decision”). Quello auspicato prevede un avvicinamento a nord di Ultima, fino a 3.500 km dalla superficie, ma, qualora le osservazioni rivelassero la presenza di detriti o di altri piccoli satelliti, si sceglierà di tenersi ad una distanza di sicurezza di 10.000 km. In entrambi i casi si tratterebbe di un passaggio più ravvicinato rispetto a quello di Plutone, sorvolato a 12.500 km, e le immagini riprese potranno avere una maggiore risoluzione (nell’eventualità del flyby ravvicinato si potranno raggiungere i 70 metri per pixel a fronte dei 183 delle più dettagliate immagini scattate di Plutone).
Un’articolo in due parti con una panoramica delle principali scoperte dai dati della New Horizons, dopo il #PlutoFlyby del 2015. Cliccando sull’immagine potete leggere la seconda parte, con link alla prima, come sempre in formato digitale e gratuito. Coelum Astronomia.
Dopo appena una settimana, tra il 26 dicembre 2018 e il 3 gennaio 2019, inizierà la fase di flyby, culminante nel massimo avvicinamento a Ultima Thule, che sarà presumibilmente raggiunto alle 18:33 (ora italiana) del 1° gennaio, anche se sulla terra ne riceveremo conferma solo dopo le sei ore abbondanti necessarie ai segnali della sonda per raggiungere le antenne del DNS.
New Horizons restituirà parte dei dati raccolti sia prima che dopo il 1° gennaio, ma una “sfavorevole configurazione astrale” rallenterà di qualche giorno l’arrivo delle immagini più interessanti. Proprio a conclusione della fase di 9 giorni del flyby, tra 4 e 9 gennaio, la congiunzione con il Sole (ossia l’allineamento sonda-Sole-Terra) renderà impossibile la comunicazione con il veicolo che, comunque, continuerà a raccogliere dati. Trascorso questo periodo New Horizons sarà disposta in “spin mode”, ossia in una modalità di volo in cui l’assetto del veicolo è controllato attraverso la rotazione e la parabola puntata verso la terra, per iniziare il trasferimento dei dati memorizzati. Come già avvenuto per Plutone, questa operazione sarà piuttosto lunga e impegnerà sonda e team di terra fino al 2020.
This illustration shows the ways in which methane from the Martian subsurface might find its way to the surface, where its uptake and release could produce a large seasonal variation in the atmosphere as observed by NASA's Curiosity Mars rover. Credit: NASA/JPL-Caltech
Un selfie dal basso di Curiosity, che mostra il punto in cui il rover ha perforato la roccia "Buckskin" sulle pendici del Monte Sharp. Un mosaico di immagini riprese il 5 agosto del 2015, durante il suo 1065esimo sol, o giorno marziano, di missione. E' una porzione di un panorama più grande e a maggior risoluzione che potete vedere cliccando sull'immagine. La nuvoletta di polvere bianca in basso è il residuo della perforazione (effettuata il 30 luglio dello stesso anno), visbile subito sotto nell'immagine completa. Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS
Dall’attesa conferenza stampa di ieri sera della NASA sono due le scoperte annunciate, grazie ai dati del rover Curiosity, sulla strada della ricerca di vita, passata o presente, su Marte.
Secondo il primo studio, Curiosity avrebbe infatti identificato una varietà di molecole organiche, i cosidetti mattoni, a base di carbonio alla base della vita così come la conosciamo, in rocce marziane datate 3,5 miliardi di anni. Un secondo studio invece ha identificato una ciclicità nelle abbondanze di metano nell’atmosfera marziana, che sembra seguire le stagioni del Pianeta Rosso. Due scoperte che, se possono essere di respiro per chi cerca prove di vita nel passato di Marte, non sono però ancora prove dell’esistenza di vita. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta e perché ancora siamo lontani dal poterlo affermare, ma anche perché si tratta comunque di scoperte straordinarie e importanti per il futuro della ricerca sul Pianeta Rosso.
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I mattoni della vita
Nel 2013, SAM, il laboratorio di analisi a bordo di Curiosity, aveva già rilevato alcune molecole organiche contenenti cloro nelle rocce nel punto più profondo del cratere, ma questa nuova scoperta, fatta su rocce estremamente antiche, individua in modo definitivo una varietà di molecole organiche antiche nelle rocce superficiali del pianeta.
Per identificare materiale organico nel suolo marziano, Curiosity ha perforato delle rocce sedimentarie, argilliti, inquattro aree nel cratere Gale. I dati analizzati in questo studio provengono, in particolare, dalle prime due perforazioni sul Monte Sharp, con campioni di polvere prelevati dalle zone identificate con i nomi di Confidence Hills e Mojave nel settembre 2014 e a febbraio 2015, rispettivamente.
Questo tipo di roccia si è formato gradualmente nell’arco di miliardi di anni, dal limo che si accumulava sul fondo dell’antico lago che si è ormai dimostrato essere il cratere Gale. I campioni di roccia sono stati analizzati dal laboratorio SAM, che utilizza un forno per riscaldare i campioni (oltre i 500° C) in modo da rilasciare le eventuali molecole organiche contenute nella roccia polverizzata.
Zolfo e carbonio tra le molecole organiche individuate da Curiosity in rocce sedimentarie marziane di miliardi di anni fa. Crediti: NASA/GSFC
In questo modo SAM ha identificato delle piccole molecole organiche che si sono staccate dal campione di argillite: con molta probabilità frammenti di molecole organiche più grandi che non vaporizzano facilmente. Alcuni di questi frammenti contengono zolfo, ed è questo che potrebbe averli aiutati a conservarsi così a lungo porteggendo le molecole organiche dall’ossidazione.
Queste nuove osservazioni però aumentano l’inventario delle sostanze organiche conosciute di Marte e «sono più coerenti con ciò che ci aspetteremmo se gli elementi organici provenissero dalla vita, dai meteoriti o dai processi geologici», ha detto Eigenbrode. I risultati inoltre indicano concentrazioni di carbonio organico dell’ordine di 10 parti per milione o più, molto vicino alla quantità osservata nei meteoriti marziani e circa 100 volte maggiore delle precedenti rilevazioni di carbonio organico sulla superficie di Marte.
«Quando arrivi a questi livelli, ci si sta avvicinando all’abbondanza di carbonio che troviamo in rocce di età simile qui sulla Terra», spiega sempre Eigenbrode. «Quindi l’aspettativa è che se questa cosa qui sulla Terra era in gran parte biologica circa 3 miliardi di anni fa, allora una consistenza c’è [che possa esserlo stata anche su Marte], ma in realtà non ci dice nulla di specifico, ci dice solo ok, non è strano, non è anomalo».
Sono state anche trovate tracce di tiofeni, benzene, toluene e piccole catene di carbonio, come il propano o il butene. Idrocarburi che, essendosi liberati solo grazie alle alte temperature di SAM, devono essere stati parte di molecole più grandi, ad esempio simili al cherogene. Altra prova indiziaria: il cherogene, sulla Terra, si trova in rocce di carbone o black shale, rocce sedimentarie prodotte da antiche piante e dall’azione di batteri.
Sebbene però, molecole organiche di questo tipo, sulla terra siano così strettamente legate al ciclo della vita, possono in realtà avere origine anche da processi non biologici, e pur essendo quindi evidente l’esistenza di quello che possiamo considerare il “cibo” per la nascita e la sopravvivenza di vita batterica, la loro scoperta non implica che questa si sia poi davvero sviluppata… nonostante tutto, siamo sempre lì.
«Curiosity non ha individuato la fonte di queste molecole organiche», precisa infatti Jen Eigenbrode del Goddard Space Flight Center della NASA, autore principale di questo primo articolo scientifico. In ogni caso «sia che si tratti di vita antica da record, o che sia solo cibo per la vita, o che sia esistita in assenza di vita, la materia organica trovata nei materiali marziani ci offre indizi chimici sulle condizioni in cui si trovava il pianeta e sui processi che erano in corso».
Anche se oggi la superficie di Marte è inospitale, è ormai evidente che nel lontano passato il clima marziano rendeva possibile la presenza di acqua liquida e il suo affiorare in superficie – ingrediente essenziale per la vita così come la conosciamo – e che in quello che era il “l’antico lago Gale” esistevano tutti gli ingredienti necessari per la vita, sia i componenti chimici che le fonti di energia. Ed è questo il primo risultato a cui ha permesso di arrivare il rover Curiosity nel suo cammino sulla superficie marziana.
Nel video una panoramica dall’alto del cratere Gale e del percorso seguito da Curiosity negli anni, con i principali stop e punti di interesse. Per aiutare i geologi, i colori sono stati bilanciati in modo da apparire come apparirebbero se fossero qui sulla Terra, con le nostre condizioni di illuminazione. Per questo appaiono meno rosse e più luminose di come invece ci aspetteremmo se fossimo davvero su Marte. Per sapere dove si trova Cusiosity oggi: whereistherovernow.
«La superficie marziana è ora esposta alle radiazioni provenienti dallo spazio. Radiazioni e sostanze chimiche aggressive distruggono la materia organica», spiega Eigenbrode. E anche se la scoperta fatta non garantisce un risultato certo, trovare antico carbonio preservato nei primi cinque centimetri di roccia della superficie del pianeta dà agli scienziati la sicurezza che il rover Mars 2020 della NASA e il rover ExoMars dell’ESA (European Space Agency) troveranno sicuramente di più, sia in superficie che, potendo perforare più a fondo, nel sottosuolo superficiale. Così come conforta l’aver trovato tracce di metano nell’atmosfera di Marte, non certo una novità… ma il secondo studio presentato alla conferenza stampa di ieri ci svela qualcosa di più, altrettanto interessante.
Le stagioni del metano
Il secondo studio si è infatti concentrato proprio sulla presenza di metano in atmosfera marziana. Nell’arco di tre anni marziani (tra i cinque e i sei anni terrestri) il TLS (Tunable Laser Spectrometer) sempre dello strumento SAM a bordo di Curiosity, ha analizzato le abbondanze di metano nell’atmosfera, sempre nell’area del cratere Gale ma, secondo Christopher Webster (del Jet Propulsion Laboratory della Nasa), autore principale dell studio, può considerarsi un campione rappresentativo per l’intero pianeta, grazie all’alto “mescolamento” dell’aria nell’atmosfera del Pianeta Rosso.
Quello che ri ricercatori hanno scoperto, è che la concetrazione di metano nell’aria varia molto nel tempo, da un minimo di circa 0,24 a un massimo di 0,65 parti per miliardo di particelle, ma non solo… con un picco verso la fine dell’estate sull’emisfero nord del pianeta, e un calo durante l’inverno. Questa forte stagionalità esclude che il picco di concentrazione avvenga a causa di impatti asteroidali. L’ipotesi di Webster e del suo team è che il metano fuoriesca da serbatoi sotterranei, e si leghi alle particelle del suolo quando raggiunge la superficie. Durante le stagioni calde, quindi, una maggior quantità di metano verrebbe liberata e rilasciata nell’aria.
Nell'illustrazione il ciclo del metano marziano, o almeno come potrebbe essere prodotto. Il metano potrebbe provenire dalla superficie, dove può essersi formato sia attraverso una reazione chimica tra acqua e rocce che da attività microbica, e dove sarebbe poi rimasto intrappolato in camere magmatiche o in clatrati idrati,
Ma il metano viene distrutto dalla luce ultravioletta nell’arco di poche centinaia di anni, quindi quello ritrovato nell’aria da Curiosity deve essere stato emesso relativamente di recente, il che però non significa che si sia anche formato di recente.
«Questi serbatoi sotterranei potrebbero essere costituiti da metano antico tanto quanto da metano nuovo, creato oggi», ha dichiarato Webster a Space.com. «Questo non siamo in grado di distinguerlo».
E nemmeno siamo in grado di individuare l’origine di questo metano. Può essere prodotto da attività microbica, ma anche da processi geologici (come già sottolineato in precedenti scoperte); ad esempio reazioni in alcuni tipi di rocce in presenza di acqua calda. Inoltre, il nuovo studio riguarda solo i livelli di base del metano marziano; non offre alcuna comprensione significativa di casi eccezionali, come il picco di 7 parti per miliardo osservato da Curiosity nell’arco di poche settimane dalla fine del 2013 all’inizio del 2014.
Certamente, se fosse possibile stabilire se viene rilasciato da improvvisi getti, tipo geyser, provenienti da qualche zona particolare della superficie, e che occasionalmente rilasciano quantità più importanti di metano, da giustificare quei picchi “eccezionali” sarebbe un’ottimo punto di partenza per i prossimi rover.
«Questa è la prima volta che vediamo qualcosa di ripetibile nella storia del metano, quindi ci offre un gancio in più per comprenderlo, e tutto ciò è possibile grazie alla longevità di Curiosity: la lunga durata della missione ci ha permesso di individuare degli schemi in questo “respiro” stagionale».
«Con queste nuove scoperte, Marte ci sta dicendo di continuare su questa strada e continuare a cercare prove di vita», ha dichiarato Thomas Zurbuchen, amministratore associato del Science Mission Directorate della NASA, a Washington. «Sono fiducioso che le nostre missioni in corso e quelle programmate sbloccheranno ancora più scoperte mozzafiato sul Pianeta Rosso».
«Sono segnali di vita su Marte?» si chiede in conclusione Michael Meyer, lead scientist per il Mars Exploration Program della NASA. «Non lo sappiamo ma questi risultati ci dicono che siamo sulla strada giusta».
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A sinistra la composizione di 6 frames ripresi da una telecamera di sorveglianza (in basso il lampo finale), a destra il segnale di infrasuoni registrato dalla stazione n.147 del CTBTO Credits: CTBTO/P.Brown - Processing: M. Di Lorenzo (DILO)
Le quattro immagini dalle quali si è scoperto l'asteroide nel Catalina Sky Survey, chiaramente in movimento rispetto alle stelle fisse. - Credit: NASA/JPL-Caltech/CSS-Univ. of Arizona
Il piccolo NEO, inizialmente battezzato ZLAF9B2 e poi ufficialmente divenuto 2018 LA, era stato avvistato dal telescopio Catalina/Mt. Lemmon Survey, vicino Tucson, la mattina del 2 Giugno intorno alle 8.15 UT, dunque circa 8,5 ore prima dell’impatto. All’epoca, si trovava alla distanza della Luna e aveva una magnitudine apparente superiore a 18 (figura qui sotto). Come previsto in questi casi, i dati sono stati subito inviati al Minor Planet Center di Cambridge, nel Massachusetts, dove si è ricavata una traiettoria preliminare che indicava la possibilità di un impatto sulla Terra. I dati sono stati a poi inviati al “Center for Near-Earth Object Studies” (CNEOS) presso il JPL a Pasadena, in California e qui il sistema automatizzato “Scout” ha confermato un’alta probabilità che l’asteroide fosse un impattatore. Avvisi automatici sono stati quindi diramati alla comunità di osservatori di asteroidi per ottenere ulteriori osservazioni e all’Ufficio di coordinamento della difesa planetaria presso la sede della NASA a Washington. Tuttavia, poiché l’asteroide è risultato subito piccolo e quindi innocuo, nessun ulteriore avviso di impatto è stato emesso dalla NASA.
Leggi su Coelum Astronomia di giugno, in preparazione all'Asteroid Day 2018, l'articolo "Losservazione degli asteroidi: il contributo degli astrofili". Come sempre in formato digitale e gratuito.
Sebbene non ci fossero sufficienti osservazioni ottiche per fare previsioni precise sul luogo di impatto, è stata calcolata una serie di possibili posizioni che si estendevano dall’Africa meridionale, dall’Oceano Indiano e dalla Nuova Guinea. I resoconti di una brillante palla di fuoco sopra il Botswana, in Africa, sabato sera presto si accordano con la traiettoria prevista per l’asteroide. L’asteroide è entrato nell’atmosfera terrestre ad alta velocità di circa 17 chilometri al secondo alle 16:44 UTC (18:44 ora locale) e si disintegrato a diversi chilometri di altezza, creando una lucida palla di fuoco che illuminato il cielo della sera. L’evento è stato assistito da un numero di osservatori ed è stato catturato da diverse webcam come mostrato in apertura e più sotto.
L’indagine sui dati ATLAS ha rivelato due ore di osservazioni aggiuntive prima dell’impatto, poi utilizzate da Scout per confermare l’impatto proprio nell’Africa meridionale. I dati sugli infrasuoni raccolti subito dopo l’impatto dal sistema hanno chiaramente rilevato l’evento da una delle stazioni di ascolto impiegate come parte del Sistema internazionale di monitoraggio del Trattato globale sul divieto di test nucleari (figura in apertura). Il segnale è coerente con un impatto atmosferico sul Botswana, con una energia di 0.3-0.5 kTon e quindi compatibile con un oggetto di un paio di metri e quella velocità.
Orbita di 2018 LA (in alto) e traiettoria geocentrica prima dell'impatto; in giallo la direzione del Sole, in grigio l'orbita lunare. - Credit: IAU/MPC
“E’ il terza volta che un asteroide viene scoperto su una traiettoria d’impatto”, ha detto Paul Chodas, direttore del CNEOS. “È anche solo la seconda volta che l’alta probabilità di un impatto è stata prevista ben prima dell’evento stesso.” Il primo evento di questo tipo è stato l’impatto di 2008 TC3, che ha illuminato il cielo prima dell’alba sopra il Nord Sudan il 7 ottobre 2008. Si trattava di un asteroide leggermente più grande (circa 4 metri di diametro), scoperto 19 ore prima dell’impatto; grazie a un gran numero di osservazioni di follow-up, all’epoca fu possibile calcolare una traiettoria molto precisa. Il secondo evento di impatto previsto è stato per l’asteroide 2014 AA, scoperto solo poche ore prima dell’impatto il 1° gennaio 2014, nell’Oceano Atlantico. Il Catalina Sky Survey è responsabile della scoperta di tutti e tre questi piccoli asteroidi sulle traiettorie d’impatto, e tutti ad opera dello stesso osservatore, Richard Kowalski.
Anche i fotogrammi qui sotto sono stati ripresi da una telecamera di sorveglianza come quello in apertura ma in entrambi i casi la qualità è mediocre perchè si tratta di riprese (presumibilmente da smartphone) su uno schermo che riproduceva il filmato. Di conseguenza, si è reso necessario correggere anche le distorsioni prospettiche dovute a una ripresa non ottimale del monitor.
Sequenza riprocessata di 6 fotogrammi tratti dal video di sorveglianza in una fattoria presso Ottosdal, nel Sudafrica settentrionale. - Processing: M. Di Lorenzo
Per concludere, di seguito la mappa globale di tutti gli eventi “fireball” archiviati nel database cneos; in rosso ho aggiunto l’evento relativo a 2018 LA (non ancora presente nell’archivio); come si vede, nella stessa zona in passato sono già avvenuti altri eventi di potenza paragonabile e, nel 2009, anche uno decisamente più importante (18 kton, in arancione); nulla a che vedere con il celebre evento di Chelyabinsk del 2013 (l’unico in rosso, 450 kton).
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Le galassie che formano stelle a tassi veramente elevati vengono chiamate "starburst" dagli astronomi. Possono formare stelle a un tasso più di mille volte superiore a quello della Via Lattea. Grazie alle capacità uniche di ALMA, alcuni astronomi hanno misurato in queste galassie "starburst" la frazione di stelle di massa elevata. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Una rappresentazione artistica di una "galassia polverosa" nell'Universo remoto che sta formando stelle a un tasso molto superiore della Via Lattea. ALMA ha permesso di sollevare il velo di polvere e vedere cose precedentemente inaccessibili - ad esempio un eccesso di stelle massicce rispetto a galassie più tranquille. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Un gruppo di scienziati, con a capo l’astronomo Zhi-Yu Zhang dell’Università di Edinburgo, ha usato il telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) per studiare l’Universo remoto, e in particolare stimare la proporzione di stelle massicce in quattro galassie di tipo “starburst” lontane e ricche di gas.
Le galassie che formano stelle a tassi veramente elevati vengono chiamate "starburst" dagli astronomi. Possono formare stelle a un tasso più di mille volte superiore a quello della Via Lattea. Qui sopra una rappresentazione artistica di una starburst spogliata dalle polveri, così come ce la mostrerebbe ALMA. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Si tratta di galassie che stanno vivendo una fase di formazione stellare molto intensa, con un tasso che può essere 100 volte maggiore, se non di più, di quello nella nostra galassia, la Via Lattea. Le stelle massice in queste galassie producono radiazioni ionizzanti, venti stellari e esplosioni di supernova che influenzano drammaticamente l’evoluzione dinamica e chimica del mezzo che le circonda. Studiare la distribuzione di massa delle stelle in queste galassie è importante per conoscere meglio la loro evoluzione e l’evoluzione dell’Universo in generale.
Questo tipo di galassie vanno studiate in un universo molto più giovane di adesso, in modo che galassie neonate, che abbiano già subito molti episodi di formazione stellare, non confondano i risultati.
Zhang e il suo gruppo hanno sviluppato una nuova tecnica – analoga alla datazione al radiocarbonio (nota anche come metodo del Carbonio-14) – per misurare l’abbondanza di diversi tipi di monossido di carbonio in quattro galassie “starburst” molto distanti e avvolte dalla polvere. Analogamente al metodo di datazione al radiocarbonio, infatti, che viene usato per determinare l’età di un oggetto che contiene materiale organico, nello studio di ALMA sono state misurate le abbondanze degli isotopi 13C e 18O, che essendo stabili e prodotti dalle reazioni di fusione termonucleare all’interno delle stelle, hanno abbondanze che continuano ad aumentare durante la vita di una galassia.
«Gli isotopi di carbonio e di ossigeno hanno origini diverse», spiega Zhang. «18O è prodotto soprattutto nelle stelle massicce, mentre 13C viene prodotto soprattutto nelle stelle piccole o intermedie». Grazie alla nuova tecnica, l’equipe ha potuto scrutare attraverso la polvere di queste galassie e per la prima volta stabilire la massa delle stelle.
Qui invece vediamo le immagini reali di quattro galassie starburst distanti osservate con ALMA. L'immagine in alto mostra per ogni galassia l'emissione di 13CO, mentre quella in basso l'emissione C18O. Il rapporto tra questi due isotopologhi ha permesso ad alcuni astronomi di determinare che queste galassie "starburst" hanno un eccesso di stelle massicce. Crediti: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO), Zhang et al.
La massa di una stella è il fattore principale che ne determina l’evoluzione. Le stelle massicce brillano intensamente e vivono vite brevi, mentre quelle meno massicce, come il Sole, hanno una luminosità più modesta, ma durano miliardi di anni. Conoscere la proporzione di stelle di massa diversa che si formano in una galassiaè quindi alla base della comprensione della formazione ed evoluzione delle galassie in tutta la storia dell’Universo. Di conseguenza, ci fornisce indizi cruciali sugli elementi chimici disponibili per formare nuove stelle e pianeti e, in definitiva, il numero di buchi neri “seme” che possono fondersi per formare i buchi neri supermassicci che vediamo oggi nel centro di molte galassie.
La co-autrice Donatella Romano dell’INAF-Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio di Bologna, Italia, spiega cos’hanno trovato: «Il rapporto tra 18O e 13C era circa 10 volte più alto, in queste galassie “starburst” nell’Universo primordiale, che nelle galassie come la Via Lattea, indicando che all’interno di queste galassie starburst si trova una proporzione decisamente maggiore di stelle massicce».
La scoperta di ALMA è consistente con un’altra scoperta nell’Universo locale. Un gruppo di scienziati, con a capo Fabian Schneider dell’Università di Oxford, Regno Unito, ha effettuto misure spettroscopiche con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO di circa 800 stelle nella zona di formazione stellare 30 Doradus, nella Grande Nube di Magellano, con lo scopo di studiare la distribuzione globale delle età stellari e della loro massa iniziale. Uno dei primi studi sufficientemente dettagliati da mostrare che l’Universo è in grado di produrre regioni di formazione stellare con distribuzioni di massa molto diverse da quella della Via Lattea.
Schneider spiega: «Abbiamo trovato circa il 30% di stelle con masse oltre le 30 volte la massa del Sole in più del previsto e circa il 70% in più sopra le 60 masse solari. I nostri risultati sono una sfida al precedente limite di 150 masse solari per il massimo della massa iniziale delle stelle e suggeriscono addirittura che le stelle possano avere masse iniziali fino a 300 masse solari!».
Rob Ivison, coautore del nuovo articolo con i dati di ALMA, conclude: «I nostri risultati ci portano a mettere in discussione la nostra comprensione della storia cosmica. Gli astronomi che costruiscono modelli dell’Universo devono tornare a pensare e progettare modelli, con un maggior grado di sofisticazione».
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Le fasi della Luna in maggio, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione. Crediti Coelum Astronomia CC-BY
Le fasi della Luna in giugno, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione. Crediti Coelum Astronomia CC-BY
Reduce dal plenilunio del 29 maggio, il nostro satellite, la prima serata di giugno, si presenterà in fase calante con età di 17,34 giorni sorgendo alle 23:24 fra le stelle del Sagittario, preceduto da Saturno e seguito dal pianeta Marte, culminando in meridiano nella notte successiva a un’altezza di +23°.
Nelle successive serate la Luna incrementerà progressivamente il ritardo della propria levata fino a rendersi osservabile in tarda nottata, e poi fino al sorgere del Sole, entrando in fase di Ultimo Quarto alle 20:32 del 6 giugno con età di 22,28 giorni. In questo caso si troverà ad oltre 51° sotto l’orizzonte.
Da sottolineare per il 16 giugno una “falce larga” in fase di 2,98 giorni a un’altezza iniziale di +23°17′ in bella coppia col pianeta Venere separati da circa 2,5° nel cielo occidentale fino al loro tramonto previsto per poco prima di mezzanotte.
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A giugno osserviamo
Come prima e principale proposta andremo a visitare l’interessante regione lunare che delimita il mare Nectaris dal mare Fecunditatis nel settore sudorientale del nostro satellite e precisamente dal Cratere Gutenberg al cratere Santbech. L’osservazione potrà essere suddivisa nelle due serate del 17 e 18 giugno a partire dalle ore 22 circa.
La seconda proposta è per le serate del 20 e 21 giugno dalle ore 22 circa, quando la nostra attenzione sarà dedicata alle Alpi lunari. Anche in questo caso si è optato per suddividere l’osservazione in due sere consecutive a causa del transito della linea del terminatore che renderà estremamente interessante ogni minimo dettaglio che andremo a osservare in condizioni veramente ideali per l’alta risoluzione, se anche il meteo sarà dalla nostra parte, eventualità tutt’altro che scontata anche nella stagione estiva, tenendo presente che la visibilità delle strutture superficiali sarà in stretta relazione col lento e progressivo avanzamento del terminatore da est verso ovest.
La terza proposta, prevista per il 25 e 26 giugno, sarà dedicata all’osservazione di una ristretta ma interessantissima porzione dell’enorme Oceanus Procellarum, la più estesa regione relativamente pianeggiante esistente sulla Luna con una superficie di 4 milioni di km quadrati che occupa gran parte del settore occidentale. Nel caso specifico andremo a visitare le Marius Hills (Le Colline di Marius) costituite da un insieme di rilievi vulcanici cupoliformi aventi mediamente un’altezza dai 180 ai 500 metri. La linea del terminatore lunare ci consentirà dettagliate osservazioni in alta risoluzione di una infinita quantità di dettagli.
Per approfondire questi due ultimi consigli, per le falci di Luna e la sua luce cinerea e per tutte le altre informazioni:
➜ La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione! Su Coelum Astronomia n. 211
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. Inoltre, se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
E ancora, sempre su Coelum Astronomia n. 223
➜ Catch the Iridium! Un appello per tutti gli astrofotografi, riprendiamo gli iridium flare prima che… scompaiano!
Le serate hanno inizio alle ore 22:00. 02.06:Il cielo di giugno. In caso di cielo sereno, come ogni primo sabato del mese, l’appuntamento per i soci e per il pubblico è alle ore 22.00 presso Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo di questo periodo particolarmente ricco di galassie e con Giove protagonista. In caso di tempo incerto telefonare per conferma a Davide Scutumella 3388861549.
08.06: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni secondo venerdì del mese, dalle ore 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo tardo primaverile: bellissimi gruppi di galassie e ammassi (sia globulari che aperti). Sarà visibile anche il pianeta Giove coi satelliti galileiani. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it, inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio).
22.06: Il cielo al castello di Montarrenti. Come ogni quarto venerdì del mese, dalle ore 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al cielo di inizio estate. La luna, coi suoi crateri sarà uno degli oggetti principali d’osservazione, oltre al pianeta Giove e ai tanti tesori di Scorpione e Sagittario. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it, inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio)..
23.06: Occhi su Saturno. Anche quest’anno l’associazione partecipa all’evento nazionale “Occhi su Saturno”.
A partire dalle 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti sarà aperto ai soci e al pubblico per una serata osservativa dedicata al “signore degli anelli”, che mostrerà oltre alla sua caratteristica principale (appunto, l’anello) anche i suoi satelliti principali. Ingresso libero, senza prenotazione.
A settembre torna la tredicesima edizione della Notte Europea dei Ricercatori coordinata da Frascati Scienza. L’associazione, impegnata da anni nella diffusione della cultura scientifica, si è aggiudicata ancora una volta il bando della Commissione Europea Horizon 2020 nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie. La manifestazione in questa edizione vuole incoraggiare ancor di più la partecipazione dei cittadini nella ricerca scientifica.
BE a citizEn Scientist. Diventa un cittadino scienziato, abbreviato in BEES, è il tema lanciato da Frascati Scienza per il nuovo biennio. Si prende spunto proprio dalle api e dalla loro organizzazione, dove il contributo fornito da ogni componente è importante per il benessere della collettività. Così il tema di quest’anno vuole sottolineare le incredibili possibilità che la scienza può concretizzare attraverso la collaborazione tra ricercatori e cittadini, fautori di scoperte scientifiche di cui tutti possono godere e sentirsi reali protagonisti, in un processo di condivisione di un bene comune, qual è la ricerca.
I cittadini, in particolare i più giovani e gli studenti, verranno coinvolti nella raccolta e nell’utilizzo dei dati scientifici, acquisendo nuove conoscenze in diversi ambiti e discipline. Per il 2018, l’iniziativa si inserisce nell’ambito delle celebrazioni dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale, valorizzando i luoghi della cultura e, in particolare, quella scientifica, importante patrimonio della collettività.
Come da tradizione, sarà l’ultima settimana di settembre, dal 22 al 29, che culminerà venerdì 28 con la Notte Europea dei Ricercatori 2018, interamente dedicata a esperimenti hands-on, incontri con i ricercatori, conferenze a tema, presentazioni di libri, quiz, aperitivi scientifici e molto altro ancora. Un modo per avvicinarsi e conoscere il mondo della ricerca e i ricercatori, persone ordinarie con un lavoro straordinario.
Frascati Scienza, oltre a coordinare tutte le attività dell’area tuscolana, zona della Regione Lazio che presenta molte delle infrastrutture di ricerca più importanti d’Italia e d’Europa, sarà presente con la Notte Europea dei Ricercatori in contemporanea in moltissime città da nord a sud della Penisola, isole comprese.
«Una rinnovata conferma, da parte della Commissione Europea, al valore del progetto nato in un territorio a forte vocazione scientifica», così Roberto Mastrosanti, neo presidente dell’Associazione Frascati Scienza. «È importante che si lavori per un coinvolgimento sempre maggiore delle istituzioni e degli enti del territorio, certi della comunità di intenti di tutti i soggetti presenti – continua il presidente e sindaco di Frascati – l’attività che svolge Frascati Scienza da ormai 12 anni, rappresenta un importante volano di sviluppo della cultura scientifica per tutto il territorio».
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Il progetto coordinato da Frascati Scienza è realizzato con il supporto della Regione Lazio, del Comune di Frascati e dell’Ente Parco Regionale Appia Antica. Come in ogni edizione, saranno coinvolti moltissimi partner tra enti istituzionali, associazioni e aziende.
Sono già circa 60 le partnership attive: Comune di ARICCIA-Ufficio Statistica, Consortium GARR, ESA-ESRIN, Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ICBSA), Istituto Dermatologico San Gallicano (ISG) e Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE), Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), Istituto Superiore di Sanità, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Parco Archeologico di Pompei – Laboratorio di ricerche applicate, Centro Studi sull’Intelligence, Scienze Strategiche e della Sicurezza (U.N.I.), RES (REte di Scuole) – Castelli Romani, SAPIENZA Università di Roma – Dipartimento di Management, Sissa Medialab – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati – Trieste, UNITELMA SAPIENZA, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Università degli Studi di Sassari e Dipartimento Architettura Design e Urbanistica, Università LUMSA, Università degli Studi di Roma TOR VERGATA – Centro di Studi Giuridici Latinoamericani (CSGLA) – Dipartimento di Biologia e Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società, UNIVERSITÀ ROMA TRE – Dipartimenti di Scienze, Matematica e Fisica, Ingegneria, Accatagliato, ARTE e SCIENZA, Associazione AGET, Associazione italiana degli Infermieri di Camera Operatoria – AICO Italia, ASTRONOMITALY, B:kind | Science & Co., Fondazione E. Amaldi, Fondazione GAL HASSIN, Fondazione Universitaria INUIT-Tor Vergata, G.Eco, GEA S.C.a r.l., IL REFUSO – Giornalisti Nell’erba, INSPIRE, K-production A.S.D., L.U.D.I.S., Matita Entertainment, MindSharing.tech APS, MULTIVERSI, Museo dei Bambini di Roma – EXPLORA, Gruppo Astrofili Monti Lepini, PARIMPARI ONLUS, SCIENZA DIVERTENTE- Roma e Verona, Scienzimpresa, Speakscience, Tecnoscienza.it, TOSCIENCE, Unione Astrofili Italiani, Algares, Algaria srl, FVA New Media Research, Moveo Walks, Inc., Sotacarbo – Società Tecnologie Avanzate Carbone SpA, Osservatorio Malattie Rare, PRO LOCO di Frascati.
The European Researchers’ Night project is funded by the European Commission under the Marie Skłodowska-Curie actions (Project N° 818728).
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