Il 20 luglio 1969, noi esseri umani del pianeta Terra, eravamo su un altro mondo.
In quel preciso istante iniziava una nuova era dell’umanità.
Una mostra itinerante sulla vita e la carriera di Neil Armstrong commemorerà il 50° anniversario di Apollo 11 e tutto il programma lunare, include le foto della carriera di Neil Armstrong con scatti inediti o poco noti al grande pubblico. Potrete ammirare i modelli dei veicoli spaziali utilizzati da Neil Armstrong, le tute e le attrezzature utilizzate sulla superficie lunare, documenti originali, rari reperti dell’epoca, ricostruzioni a grandezza naturale. Video e suoni multimediali accompagneranno il visitatore nel più grande sogno dell’uomo: quello di raggiungere la Luna. Leggi a pag. 176 di Coelum Astronomia 232 un articolo sulla mostra con tutti i dettagli. Sul sito il calendario delle date e le località in continuo aggiornamento. Prossime date pubbliche confermate:
28.05/02.06 – FERNO (VA)
Organizzatore: ASSOCIAZIONE PER LA DIVULGAZIONE ASTRONOMICA E ASTRONAUTICA ADAA
email: info@adaa.it
Dove: Sala Consiliare
Via Roma, 51, 21010 Ferno VA 31.05: Conferenza di Luigi Pizzimenti presso la Sala Consiliare Via Roma, 51 Ferno VA
Inoltre in occasione della mostra, e inaugurazione della nuova sede ADAA, prende il via una serie di conferenze e incontri che trovate nella locandina qui a lato.
8/16.06 BOLOGNA
Organizzatore: Associazione Astrofili Bolognesi
info@associazioneastrofilibolognesi.it
Dove: FICO EATLY WORLD
indirizzo della location: Via Paolo Canali, 8 Bologna 08.06: “Neil Armstrong – The First” con il curatore della mostra Luigi Pizzimenti.
GIOVE il gigante venuto da lontano Lo possiamo osservare brillante già in prima serata ma è anche oggetto di un nuovo studio che ne rivede l’origine e l’evoluzione…
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
01.06: Il cielo di giugno.
Come ogni primo sabato del mese, l’appuntamento per il pubblico è alle ore 22.00 presso Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo del periodo. Al centro dell’attenzione nebulose, ammassi stellari e galassie. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione da effettuare on line sul sito www.astrofilisenesi.it oppure tramite Davide Scutumella 3388861549. In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
14.06 e 28.06: Il cielo al castello di Montarrenti
Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 22.00 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (soprattutto il 10), al pianeta Giove, agli ammassi stellari ed alle galassie primaverili. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Partecipanti al convegno. Crediti: Caterina Boccato / Media Inaf
Si chiama European Astrobiology Institute e viene inaugurato domani, mercoledì 29 maggio, in Repubblica Ceca, a cinquanta chilometri da Praga, nella splendida cornice del Castello Boemo di Liblice progettato dall’architetto italiano Giovanni Battista Aliprandi a fine del 1600. Alla conferenza di apertura – della durata di tre giorni, da oggi al 30 maggio – parteciperanno migliori studiosi del campo, provenienti da tutto il mondo, per confrontarsi sulle domande più spinose dell’astrobiologia: quando si è formata la vita sulla Terra? Come si è formato il sistema Solare e come si evolverà in futuro? E ancora: c’è vita su altri corpi celesti? Tra gli speaker, oltre all’esperto di atmosfere esoplanetarie Svatopluk Civiš, a battezzare ufficialmente il nuovo istituto sarà presente, durante la cerimonia d’apertura, anche John Robert Brucato dell’Inaf di Arcetri. Oltre agli scienziati delle diverse discipline coinvolte, non mancheranno scrittori di fantascienza, filosofi e professionisti della comunicazione scientifica.
Partecipanti al convegno. Crediti: Caterina Boccato / Media Inaf
Le grandi domande sull’origine della vita, sull’evoluzione del Sistema solare e sulla probabilità dell’esistenza di vita aliena esercitano e hanno sempre esercitato un indiscutibile fascino non solo per gli scienziati ma per l’umanità intera. Sono altresì domande alle quali non si può pensare di rispondere partendo da un’unica disciplina e nemmeno dalle “piccole” comunità di ricercatori esistenti nei diversi paesi europei. Questo tipo di ricerca ha bisogno di un coordinamento adeguato dei tanti ricercatori coinvolti, di diversi paesi e appartenenti a una vasta gamma di discipline, dalla fisica alla astronomia, dalla chimica alle scienze planetarie, geologiche e biologiche.
Questo è il motivo per cui i membri di un buon numero di enti di ricerca europei hanno deciso di fondare un istituto europeo di astrobiologia, lo European Astrobiology Institute (Eai), appunto. Così da garantire all’Europa un ruolo di primo piano in questo campo. L’Eai sarà un istituto virtuale – nessuna sede fisica e un’amministrazione snella – ma metterà insieme i centri di ricerca e i ricercatori stessi da tutta Europa per collaborare nel modo più efficace possibile.
«Molti enti di ricerca, europei e non, hanno mostrato un enorme interesse per l’Istituto», dice Wolf Geppert, segretario scientifico ad interim del Consiglio dell’Eai. «Siamo felicissimi di celebrare finalmente la nascita dell’istituto alla presenza di così tanti colleghi e colleghe da ogni parte d’Europa, e di farlo da un luogo nel quale è nato il pensiero di due grandi pionieri dell’innovazione astronomica, Johannes Kepler e Tycho Brahe».
L’Istituto nazionale di astrofisica è uno degli enti proponenti alla guida del neonato istituto. «L’Inaf ha da sempre avuto un ruolo attivo nell’astrobiologia: dalla fondazione, oltre dieci anni fa, della Società italiana di astrobiologia e la partecipazione a vari programmi europei di ricerca e didattica in questo campo», ricorda a Media InafJohn Robert Brucato, portavoce e rappresentante dell’Inaf presso l’Eai. «La ricerca della vita nello spazio non può che essere legata all’esplorazione del Sistema solare, alla ricerca di pianeti extrasolari e allo studio della chimica del mezzo interstellare, tematiche in cui l’Inaf è leader internazionale. Insieme ai più grandi istituti di ricerca europei, siamo uno dei core memberdell’Eai: una grande famiglia con la quale poter affrontare i grandi temi della ricerca moderna».
L’Eai avrà anche un altro compito istituzionale molto importante: portare direttamente al grande pubblico, tramite la divulgazione e la didattica nelle scuole, la conoscenza dei temi propri dell’astrobiologia, e in particolare della vita extraterrestre. In un mondo in continuo cambiamento, segnato da sfide tecnologiche e scientifiche sempre crescenti, è importante porsi come fonte d’ispirazione affinché i giovani intraprendano carriere nel campo delle cosiddette Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics), cioè le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche.
Celebrando i 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna, tutte le novità sulla Luna, Pianeti, Asteroidi, Comete.
Tutte le conferenze saranno alle ore 18.30, in aula Jappelli, presso l’Osservatorio Astronomico (Vicolo dell’Osservatorio 5, Padova).
Prima di ogni appuntamento sarà organizzata la visita al Museo La Specola. La visita inizierà alle 17:30. I biglietti si acquistano dalle ore 17:15. La visita avrà durata di un’ora e al termine i visitatori potranno fermarsi in Specola per assistere alla conferenza programmata.
La carta di imbarco ricordo per chi vorrà inviare il proprio nome su Marte con la prossima missione NASA in partenza per il Pianeta Rosso, ma la NASA in questi giorni non offre solo una partecipazione simbolica alle sue missioni, ma anche una, più concreta, per la missione Osiris-Rex, in difficoltà per la natura ispida e poco accomodante dell'asteroide Bennu. Credits: NASA/JPL-Caltech
Già un paio di mesi fa abbiamo visto come l’ESA ha aperto al pubblico la scelta degli obiettivi scientifici da perseguire nel prossimo futuro, o per lo meno ha chiesto al pubblico un’opionione. Ormai è sempre più ampio il coinvolgimento del semplice appassionato nelle “cose di scienza”, e sempre più rivolto al pubblico generico e non solo agli astrofili, nel caso della ricerca astronomica, più accaniti.
Il motivo è presto detto, da una parte la comunicazione scientifica viene sempre più agevolata dai social media e da un’informazione veloce e subito disponibile, anche da parte direttamente delle grandi agenzie e istituti. L’interesse del singolo aumenta e la richiesta di nuova informazione di conseguenza. Dall’altra le agenzie spaziali, e la ricerca in genere, hanno comunque bisogno di fondi per sopravvivere, e l’aspetto educativo e divulgativo assume anche un ruolo importante nelle scelte politiche e nella predisposizione più o meno alta dei governi per lo stanziamento di fondi a favore. Più l’opinione pubblica è sensibilizzata e interessata, più le parti politiche saranno meglio predisposte (anche se, a nostro parere, servirebbe un po’ di lungimiranza in più da parte della classe politica, non necessariamente legata alla ricerca di voti…, ma anche la “classe politica” è fatta di persone e della loro cultura).
Ecco allora che la NASA, già da tempo, invita a viaggiare con le sue missioni spaziali, e sono in tanti in questi giorni ad aver già “prenotato il biglietto” per far viaggiare il proprio nome a bordo del prossimo rover diretto sulla supeficie marziana, ilMars 2020 – la cui partenza è prevista per luglio 2020, e l’arrivo sul pianeta rosso per il febbraio 2021. Il rover americano (dal peso di circa una tonnellata ed evoluzione di Curiosity), che andrà alla ricerca di segni di vita microbica nel passato del Pianeta Rosso, studierà clima e geologia del pianeta, raccoglierà campioni per il rientro a terra e aprirà la strada all’esplorazione umana di Marte.
«Mentre ci prepariamo a lanciare questa storica missione su Marte, vogliamo che tutti siano coinvolti in questo viaggio di esplorazione», spiega Thomas Zurbuchen, amministratore associato della Direzione della missione scientifica alla NASA (SMD) a Washington. «È un momento emozionante per la NASA, che si appresta a intraprendere questo viaggio per rispondere a domande profonde sul pianeta nostro vicino ma anche sulle origini della vita stessa».
Così si ha l’opportunità di far viaggiare il proprio nome con la missione, inciso in un chip di silicio su linee di testo più piccole della millesima parte di un capello umano (75 nanometri), grazie a un fascio di elettroni presso il Microdevices Laboratory del JPL. In questo modo in un solo chip troveranno posto più di un milione di nomi!
A chi lascerà il suo nome rimarrà in ricordo una carta d’imbarco da incorniciare, come è successo anche per InSight e altre missioni, alla quale però viene associato anche un programma di punti, un po’ come con tutte le compagnie aeree. Si tratta di una campagna che vuole in qualche modo evidenziare e collegare tra loro quelle missioni, e quelle tappe, che porteranno l’uomo a viaggiare dalla Luna a Marte, il grande impegno che l’agenzia americana ha ormai di deciso di intraprendere.
Fino al 30 settembre, quindi, avete tempo per prenotare il vostro posto a questo link:go.nasa.gov/Mars2020Pass
Ma non è l’unico appello della NASA di questi giorni. Non solo coinvolgimento emotivo, ma anche scientifico, o comunque di utilità pratica e concreta. La missione Osiris-Rex è in difficoltà per la scelta del luogo in cui tentare un avvicinamento per la raccolta di un campione della superficie ddell’asteoroide Bennu, da portare a Terra. Ne abbiamo parlato anche un paio di mesi fa, e se ne parla da quando la sonda si è avvicinata abbastanza da scoprire il vero volto dell’asteoride, più ispido e inospitale di quanto ci si aspettava. È però di pochi giorni fa l’appello al pubblico e ai cosidetti cittadini scienziati:
«Cittadini scienziati a raccolta! La missione OSIRIS-REx della NASA sull’asteroide Bennu ha bisogno di coppie di occhi extra per aiutare a scegliere il sito di raccolta dei campioni sull’asteroide – e per cercare qualsiasi altra cosa che potrebbe essere scientificamente interessante».
Comincia così l’appello rilasciato qualche giorno fa, in cui la NASA chiede appunto un aiuto agli appassionati per velocizzare il processo di selezione del sito di raccolta dei campioni. In pratica si tratta di dare una mano a costruire una mappa “contando i sassi” che si riescono a individuare su singoli fotogrammi della superficie dell’asteroide. Un vero ago in un pagliaio per i componenti del team, ma se si è in tanti, ognuno avrà solo una manciata di erba secca da spulciare… e contare!
Una immagine della superficie di Bennu, ripresa da Osiris-Rex il 21 marzo scorso quando si trovava a circa 3,5 chilometri di altezza. L'immagine ricopre un campo di poco meno di 50 metri di larghezza, come riferimento, il masso chiaro in alto a sinistra ha una lunghezza di circa 7,4 metri. Credits: NASA/Goddard/University of Arizona.
Poi, come per la missione Juno ad esempio, o per i tanti progetti della piattaforma di citizen science Galaxy Zoo, ci sarà la possibilità di notare strutture particolari, o anomale, che possano essere target di studio per la missione.
«Per la sicurezza del veicolo spaziale, il team di missione ha bisogno di un catalogo completo di tutti i sassi vicini ai potenziali siti di raccolta campioni e invito i membri del pubblico ad assistere il team di OSIRIS-REx nel portare a termine questo compito essenziale», spiega Dante Lauretta, PI di OSIRIS-REx presso l’Università dell’Arizona, a Tucson.
Per questo appello, la NASA si è appoggiata a CosmoQuest, un progetto del Planetary Science Institute che sostiene iniziative di citizen science. I volontari svolgeranno gli stessi compiti che fanno gli scienziati planetari – misurando i massi di Bennu e mappando rocce e crateri – attraverso l’uso di una semplice interfaccia web, segnando anche caratteristiche di possibile interesse scientifico sull’asteroide per ulteriori indagini.
Un lavoro di precisione ma non così difficile, basta avere a disposizione un computer con un buono schermo, e un mouse in grado di fare spostamenti precisi (o una mano ferma). Si parte con un tutorial interattivo e si hanno a disposizione canali di assistenza e discussione grazie a una comunità suDiscorde sessioni in live streaming su Twitch.
Meglio di un videogioco insomma…
«Siamo molto lieti ed entusiasti di rendere disponibili le immagini di OSIRIS-REx per questo importante progetto di scienza dei cittadini», ha dichiarato Rich Burns, project manager di OSIRIS-REx presso il NASA Goddard Space Flight Center. «Bennu ci ha sorpreso con un’abbondanza di massi. Chiediamo l’aiuto degli scienziati cittadini per valutare questo terreno accidentato in modo da poter tenere al sicuro il nostro veicolo spaziale durante le operazioni di raccolta dei campioni».
Che si voglia partecipare solo come passeggeri simbolici o per dare un aiuto più concreto ormai le occasioni per farsi coinvolgere nelle missioni spaziali sono tante, e un giorno potremo dire ai nostri nipoti… “c’ero anch’io!”.
…e Coelum Astronomia poteva forse mancare?
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La Foto del Secolo La prima immagine reale di un buco nero… e le risposte alle domande che vi sono venute in mente!
A sinistra il volto della Luna che tutti conosciamo, a destra il lato nascosto, che si mostra molto diverso dal lato che la Luna rivolge verso di noi. Crediti: NASA's Lunar Reconnaissance Orbiter/GSFC/Arizona State University/Slate.
A sinistra il volto della Luna che tutti conosciamo, a destra il lato nascosto, che si mostra molto diverso dal lato che la Luna rivolge verso di noi. Crediti: NASA's Lunar Reconnaissance Orbiter/GSFC/Arizona State University/Slate.
Diverse come se appartenessero a due corpi diversi. Parliamo delle due facce della Luna, le cui differenze da anni interrogano gli scienziati. Il lato nascosto (cioè quello che non vediamo) è profondamente segnato da numerosi crateri, mentre quello sempre rivolto in sincrono verso la Terra presenta dei bacini più ampi. Perché? Una delle ultime teorie la troviamo su uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research: Planets.
I ricercatori affermano che, agli albori del Sistema solare, un pianeta nano ribelle (o magari un grande asteroide) si scontrò con la Luna provocando schiaccianti differenze tra le due metà del satellite naturale. Secondo Meng Hua Zhu, primo autore dello studio per lo Space Science Institute dell’Università della Scienza e della Tecnologia di Macao, l’impatto risalirebbe a quando la Luna aveva già una solida crosta.
Una visione artistica dell'impatto tra due planetoidi, come potrebbe essere accaduto tra la Luna e un più piccolo pianeta nano errante, agli albori del nostro sistema solare. Crediti: NASA JPL-Caltech/AGU.I ricercatori hanno utilizzato dati del 2012 raccolti dalla missione Gravity Recovery and Interior Laboratory (Grail) e ben 360 simulazioni computerizzate per testare differenti scenari da impatto. Il miglior candidato è risultato un corpo dal diametro di circa 780 chilometri arrivato a colpire la Luna a una velocità di 22.500 chilometri all’ora. Dobbiamo pensare a oggetto leggermente più piccolo del pianeta nano Cerere che viaggiava a circa un quarto della velocità dei frammenti di meteorite e dei granelli di sabbia che si trasformano in “stelle cadenti” nell’atmosfera terrestre. Un secondo candidato misurerebbe 720 chilometri e sarebbe però un po’ più veloce: 24.500 chilometri all’ora.
L‘impatto avrebbe liberato una grande quantità di materiale che sarebbe poi ricaduto sulla superficie della Luna, seppellendo con i detriti la crosta primordiale del lato nascosto per 5 o 10 chilometri. Questo è lo strato aggiunto di crosta rilevato sul lato nascosto da Grail.
Le novità non finiscono qui: l’impatto spiegherebbe anche perché tra la Terra e la Luna ci sono diverse abbondanze degli isotopi di potassio, fosforo e terre rare (come tungsteno-182). Si tratta di elementi che potrebbero essere stati portati dal devastante impatto.
Immagine composita di Ultima Thule, bilanciata per renderla il più vicino possibile a quello che vedrebbe un occhio umano. Questa è l'immagine che ha conquistato la copertina di Science di questo mese. Credits: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute/Roman Tkachenko
Analizzando solo le prime serie di dati raccolti dalla New Horizons durante il sorvolo del primo dell’anno 2019 di 2014 MU69 (soprannominato Ultima Thule), il più lontano mondo mai esplorato si è rivelato molto più complesso del previsto. Dopo soli quattro mesi ecco i primi risultati pubblicati sul numero del 17 maggio della rivista Science che ci parlano dell’evoluzione, la geologia e la composizione di questo bizzarro oggetto.
Sua principale caratteristica è quella di trovarsi talmente al limite del nostro Sistema solare da essersi conservato nelle condizioni che aveva ancora ai tempi della formazione dei pianeti. Complici le temperature estremamente basse e la lontananza dal Sole – 6,5 miliardi di chilometri circa dalla Terra – e quindi dall’azione delle sue radiazioni e del vento solare, estremamente indeboliti. E sono molte le evidenze che ci confermano che si tratta di un oggetto che si è formato nelle prime fasi di formazione del Sistema solare e ha attraversato il tempo quasi immutato da allora.
Ultima Thule non si è guadagnata la copertina solo per la quantità e qualità dei risultati raggiunti, ancora agli inizi, o per la straordinarietà della sua missione, ma anche per la quantità di coautori presenti negli studi pubblicati: più di 200 co-autori, in rappresentanza di oltre 40 istituzioni. Alan Stern, PI della missione e autore principale degli studi pubblicati, ha infatti voluto dare merito di queste prime scoperte a tutti i membri dei team che hanno avuto un ruolo nel flyby di Ultima Thule. Ecco che allora, il lavoro di Stern include autori dai team scientifici, dal team di volo, dal progetto missione, dai team di gestione e comunicazione, nonché tra i più disparati collaboratori, tra cui lo scienziato, specializzato in immagini stereo (oltre che leggendario chitarrista dei Queen), Brian May, al Direttore della Divisione Planetaria della NASA Lori Glaze, al Capo ricercatore della NASA Jim Green e all'Amministratore associato NASA per la direzione della missione scientifica Thomas Zurbuchen. Crediti: AAAS / Scienza.
«Stiamo esaminando i resti ben conservati di un passato antico», spiega Alan Stern, PI della missione al Southwest Research Institute di Boulder, in Colorado. «Non c’è dubbio che le scoperte fatte su Ultima Thule faranno fare passi in avanti alle teorie sulla formazione del istema solare».
Sappiamo già che si tratta di un oggetto binario, con due lobi a contatto nettamente diversi, che hanno informalmente preso il nome di Ultima e Thule, dalla separazione del nome avuto all’inizoo della missione. Ultima, il lobo più grande, ha una lunghezza di circa 36 chilometri ed è stranamente piatto, come un pancake, ed è collegato a un lobo più piccolo, Thule, che invece è risultato un po’ più rotondo, con una forma “ammaccata”. Tra loro la parte che li congiunge è soprannominata “il collo”.
Resta ancora sconosciuta la causa per cui i singoli lobi mostrano questa forma insolita, un mistero che con ogni probabilità, risale alla loro formazione miliardi di anni fa. Due delle ipotesi parlano di alta velocità di rotazione al momento della formazione, velocità rallentata poi nel tempo, oppure di erosione dovuta alla nube di polveri in cui si trovavano, che potrebbe aver avuto anche un’influenza sul loro avvicinamento.
Si sta facendo luce invece sulla dinamica della sua formazione. Su come i due lobi sono entrati in contatto senza fondersi l’uno con l’altro. I ricercatori infatti hanno determinato che il loro deve essere stato più un incontro, delicato, che uno “scontro”: i due lobi probabilmente erano in un sistema di orbita mutua, come molti oggetti della fascia di Kuiper, che per qualche motivo ha perso energia facendoli avvicinare. Perché l’incontro non fosse traumatico, infatti, le forze che li hanno fatti avvicinare devono essersi dissipate in qualche modo.
Di sicuro tutto questo è accaduto ai tempi della nascita del Sistema solare. Le velocità attuali di impatto tra corpi della fascia di Kuiper sono stimate nell’ordine dei mille chilometri all’ora, troppo alte e distruttive per dare vita a un oggetto come Ultima Thule, che sembra invece sia dovuto a un incontro a poco meno di 9 km/h, più compatibile con un ambiente in formazione come quello dell’alba del nostro Sistema solare.
«Sembra che i due si siano avvicinati letteralmente a una velocità di approdo come fossero due astronavi» spiega Alan Stern ai microfoni di Space.com, «Il che è particolarmente esplicativo di come debba essere stata l’origine dei planetesimi da queste parti».
Forse a causa, appunto, di forze aerodinamiche dovute al gas e alle polveri dell’antica nebulosa solare, oppure alla presenza di altri lobi che sono stati in qualche modo esplusi dal sistema lasciando soli Ultima e Thule che, come reazione, hanno man mano, lentamente, ridotto la loro mutua orbita. L’allineamento degli assi di Ultima e Thule indica inoltre che prima della fusione i due lobi dovevano essere in un orbita sincrona, ovvero ruotavano mostrandosi sempre lo stesso lato, come due danzatori sulla pista di ballo.
Oltre alla dinamica della loro formazione, gli studi pubblicati su Science descrivono anche un’ampia gamma di caratteristiche superficiali di MU69: punti luminosi e macchie, colline e depressioni, crateri e pozzi.
La depressione più grande si trova su Thule, ed è una formazione di 8 chilometri di larghezza, che il team ha soprannominato “cratere Maryland”, dovuta con ogni probabilità a un impatto. Alcune depressioni più piccole invece non mostrano caratteristiche da impatto, ma si sono probabilmente formate da parte della superficie che ha ceduto, crollando in vuoti sotterranei, o a causa di blocchi di ghiacci esotici nel tempo sublimati.
Altra curiosità, mentre Ultima mostra numerosi bozzi affiancati di dimensioni simili, che sembrano essere i contorni di pezzi più piccoli uniti assieme nel suo passato e che ne hanno dato origine, Thule invece non mostra nulla di simile. Il che potrebbe significare che i due lobi abbiano avuto una formazione molto diversa, ma potrebbe anche significare che l’impatto che ha creato il cratere Maryland su Thule ne abbia cancellato le tracce (Ultima non mostra infatti tracce di crateri simili).
A colori e composizione, poi, Ultima Thule ricorda molti altri oggetti trovati nella sua area della fascia di Kuiper. Anche questo, assieme all’omogeneità della colorazione, è un indizio della sua antica età. È molto rosso – più rosso persino di Plutone, principale target della missione, raggiunto nel 2015 – tanto da essere l’oggetto del Sistema solare più arrossato mai visitato da una sonda. Tale colorazione, a queste distanze, è causato dalla modifica di materiali organici sulla sua superficie in toline, o qualcosa di simile, e dai dati risultano prove della presenza di tracce di metanolo, acqua ghiacciata e molecole organiche.
New Horizons si trova ora a 6,6 miliardi di chilometri dalla Terra, e la trasmissione dei dati dal flyby continuerà ancora per un anno, fino alla fine dell’estate 2020. Nel frattempo, continua a eseguire nuove osservazioni di ulteriori oggetti della fascia di Kuiper, anche se da lontano. Oggetti troppo distanti per consentire scoperte come quelle su MU69, ma continuerà a misurare caratteristiche come la luminosità degli oggetti nel suo cammino, a mappare le radiazioni di particelle cariche e le polveri dell’ambiente della fascia di Kuiper.
La sonda in realtà ha sufficiente carburante da poter effettuare un ulteriore flyby, ma servirebbe un’estensione di missione che al momento non è ancora arrivata. Per il momento godiamoci questa bella vista ravvicinata del mondo più lontano del nostro Sistema solare mai raggiunto da una sonda.
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La Foto del Secolo La prima immagine reale di un buco nero… e le risposte alle domande che vi sono venute in mente!
Concludiamo il mese di maggio con un altro incontro tra la Luna e un pianeta brillante, il magnifico Saturno. Per osservare questa congiunzione piuttosto stretta, dovremo rivolgere la nostra attenzione verso sudest.
Ci apparirà immediatamente evidente il duetto composto dalla Luna (fase dell’83%) e da Saturno (mag. +1,2) la cui luminosità sarà contrastata dall’abbagliante luce lunare che avvolgerà nel suo alone anche il pianeta con l’anello, distante solo 1,4° dal bordo lunare.
Il contesto stellare è quello della bellissima costellazione del Sagittario, di cui, sotto cieli limpidi, sarà possibile riconoscere il gruppo di stelle più brillanti che compongono la figura della “teiera”.
All’orario indicato, mezzanotte e mezza circa, i due astri saranno ancora piuttosto bassi (circa 4°) e se non si dispone di un orizzonte libero da ostacoli basterà attendere qualche minuto in più per vedere alzarsi Saturno, seguito a breve distanza (un grado e mezzo) dalla Luna.
Come sempre, consigliamo di approfittare dell’occasione per includere nei propri scatti fotografici degli elementi del paesaggio circostante.
Rappresentazione artistica del nuovo sbarco sulla Luna del 2024.
Rappresentazione artistica del nuovo sbarco sulla Luna del 2024.
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Di GIANMARCO VESPIA · astronautinews.it
A marzo la prima proposta di budget per il 2020 era stata deludente, 500 milioni in meno rispetto al 2019. Poco dopo il vice presidente annunciava a sorpresa l’intenzione di tornare sulla Luna entro 5 anni, totalmente incompatibile con la proposta precedente, un simile sforzo richiedeva un’iniezione di denaro non indifferente. Mentre iniziavano i lavori di programmazione per lo sbarco lunare del 2024, i ritardi all’emendamento del budget, la mancanza di elementi fondamentali (come il lander lunare) e i continui rinvii dello sviluppo del razzo SLS lasciavano intendere ai media che si trattasse del solito annuncio politico per attirare un po’ di attenzione in vista del cinquantenario della missione Apollo 11.
Rendering del lander lunare Blue Moon. Credit: Blue Origin.
Il 13 maggio finalmente arriva l’emendamento del presidente. Ne ha dato l’annuncio Jim Bridenstine, l’amministratore di NASA, in un video messaggio.
Si tratta di 1,6 miliardi di dollari di finanziamento aggiuntivo, che permetteranno a NASA di iniziare i lavori di progettazione e sviluppo, di accelerare la produzione del razzo SLS e della navicella Orion, di finanziare lo sviluppo di un lander lunare con equipaggio umano, e di predisporre attività propedeutiche, come l’esplorazione robotica delle regioni polari della Luna.
L’annuncio è avvenuto a ridosso della conferenza annuale Humans to Mars, dedicata all’esplorazione umana su Marte, ma che quest’anno ha visto il dibattito incentrarsi sull’esplorazione umana sulla Luna come esercizio propedeutico fondamentale per la conquista del pianeta rosso.
Dettaglio del finanziamento aggiuntivo
Poco più di un miliardo e mezzo non basta a finanziare la missione. Oltre al budget aggiuntivo sono stati effettuati dei tagli ad altre voci del budget NASA per riversare più risorse sull’obiettivo principale dei prossimi 5 anni. Questa è solo l’ultima modifica, altri tagli ad alcune missioni scientifiche erano stati effettuati nella proposta precedente, quella di marzo, e non sono stati alterati.
Nel documento riassuntivo ufficiale si evidenzia un miliardo netto per finanziare lo sviluppo del lander il prima possibile, anticipando di 3 anni quello che era il progetto precedente. Lo sviluppo e la produzione del lander verranno affidate a una singola società privata. Il Gateway da portare in orbita lunare nascerà zoppo: la voce ha subito un taglio di 321 milioni di dollari per eliminare elementi non necessari alle prime operazioni del 2024, di fatto verranno preparati solo il modulo di propulsione ed energia (PPE) e un hub per l’attracco di Orion e del lander.
Big @NASA news! The President has submitted an FY2020 budget amendment that provides an increase of $1.6 billion for our #Moon2024 efforts. We are going.
In compenso la produzione di SLS e Orion riceverà altri 651 milioni di dollari per accelerare la produzione. Il lancio della missione EM-1 entro il 2020 è fondamentale per la riuscita del programma Artemis. Verranno poi assegnati 132 milioni allo sviluppo di tecnologie precursori utili per la missione, come la propulsione elettrica solare e le tecnologie per lo sviluppo di risorse in situ. Infine sono destinati 90 milioni di dollari all’esplorazione delle regioni polari della Luna.
Controversie politiche
Sebbene la proposta del presidente abbia entusiasmato gli appassionati di astronautica, non è detto che ottenga lo stesso apprezzamento dal congresso. Trump dovrà giocare da mediatore tra quelle che sono le effettive necessità della NASA e quello che il congresso può concedere. Non agevola la situazione lo scontro che c’è stato a inizio anno tra il presidente e il capo della sottocommissione all’approvazione del budget NASA, José Serrano, che ha criticato l’abbandono totale di finanziamento per il programma di sostentamento nutrizionale delle vittime di Puerto Rico.
Il presidente Donald Trump firma la Space Directive – 1 nel 2017, il primo atto ufficiale del suo mandato per far ripartire le attività umane nello spazio. Credit: NASA.
Inoltre, le ipotesi che circolano sull’affidare a vettori privati alcune missioni precedentemente programmate per lo SLS fa storcere il naso ad alcuni senatori dell’Alabama, stato dove il razzo è sviluppato, che non desiderano allentare la morsa politica sul proprio elettorato.
Oltre a tutto questo, c’è anche la controversa origine del finanziamento aggiuntivo alla NASA che viene dal Pell Grant Reserve Fund, un fondo di supporto per gli studenti meno abbienti. Secondo Trump non si tratta di tagli, ma di risorse rimaste inutilizzate che possono essere riassorbite nel budget federale.
Il programma Artemis
Il nuovo programma di esplorazione umana della Luna si chiamerà Artemis, in onore della dea della Luna nella mitologia greca, conosciuta in italiano come Artemide. Richiamando il programma degli anni ’70, nella mitologia Artemide era la sorella gemella di Apollo e così, mentre il programma Apollo ha portato il primo uomo sulla Luna nel 1969, il programma Artemis porterà la prima donna sulla Luna nel 2024. Su questo è sorta un po’ di ironia in rete in quanto nella mitologia fu proprio Artemide a uccidere Orione (Orion è il nome della capsula che porterà l’equipaggio): è stata la scelta dei nomi azzeccata?
Il nuovo programma non si limita a inviare e far tornare gli astronauti dalla superficie della Luna, ma si pone l’obiettivo più ambizioso di creare un’infrastruttura tecnologica per permettere operazioni continue e sostenibili sulla Luna, per la NASA e per i propri partner. Tra gli obiettivi a lungo termine ci sono la possibilità di utilizzo di risorse locali, lo studio degli effetti sull’uomo di una permanenza prolungata al di fuori dell’influenza terrestre e lo sviluppo di conoscenze e tecnologie per espandere la presenza umana nel sistema solare, e magari di arrivare su Marte negli anni 2030.
Le tappe temporali consistono nello sviluppo di SLS e Orion, con il lancio inaugurale di SLS nel 2020 e il primo volo con equipaggio umano di Orion nel 2021. Il 2023 dovrebbe vedere la costruzione del Gateway lunare nella sua versione minimale, con solo il modulo PPE e un hub per l’attracco. Il 2024 è l’anno del ritorno sulla Luna, inizialmente senza equipaggio per completare i test del lander e entro la fine dell’anno con equipaggio umano. Il completamento del Gateway è previsto per il 2028, quando entreranno a pieno regime le attività scientifiche sulla Luna.
Il 20 luglio 1969, noi esseri umani del pianeta Terra, eravamo su un altro mondo.
In quel preciso istante iniziava una nuova era dell’umanità.
Una mostra itinerante sulla vita e la carriera di Neil Armstrong commemorerà il 50° anniversario di Apollo 11 e tutto il programma lunare, include le foto della carriera di Neil Armstrong con scatti inediti o poco noti al grande pubblico. Potrete ammirare i modelli dei veicoli spaziali utilizzati da Neil Armstrong, le tute e le attrezzature utilizzate sulla superficie lunare, documenti originali, rari reperti dell’epoca, ricostruzioni a grandezza naturale. Video e suoni multimediali accompagneranno il visitatore nel più grande sogno dell’uomo: quello di raggiungere la Luna. Leggi a pag. 176 di Coelum Astronomia 232 un articolo sulla mostra con tutti i dettagli. Sul sito il calendario delle date e le località in continuo aggiornamento. Prossime date pubbliche confermate:
5/11.04 SPILAMBERTO (MO)
Organizzatore: Comune di Spilamberto – info@comune.spilamberto.mo.it
05.04, ore 20.30: “Neil Armstrong – The First” con il curatore della mostra Luigi Pizzimenti.
07.04, ore 17.30: “Sulla luna? Sì, ci siamo andati” con Paolo Attivissimo, giornalista e divulgatore scientifico.
09.04, ore 20.30: proiezione del film “Il Diritto di contare”.
Tutte le iniziative collaterali sono ad ingresso gratuito.
22/26.05 SOGLIANO AL RUBICONE
Organizzatore: Associazione Astrofili Soglianesi VEGA – info@astrofilisoglianesi.it
24.05: “Neil Armstrong – The First” con il curatore della mostra Luigi Pizzimenti.
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
10.05 e 24.05: Il cielo al castello di Montarrenti
Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna prossima al primo quarto (giorno 10) e alle galassie primaverili (giorno 24). Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Il giovedì: Corso di ArcheoAstronomia.
Corso di Archeoastronomia ed astronomia Culturale per scoprire le conoscenze astronomiche degli antichi attraverso l’importanza che l’astronomia ha avuto in tutta la storia dell’umanità. In sede.
il lunedì: Corso avanzato.
8 conferenze su argomenti che non vengono trattati di solito nei corsi base di astronomia. Approfondimenti che rivestono un interesse esorme. Non è richiesta alcuna preparazione di base. In sede
2 – 30.05: Corso di Fotografia Astronomica
28.04 – 02.06: Across the Universe – Festival Scientifico a Roma
Prezzi in promozione e sconti per i lettori di Coelum Astronomia.
Quello che con tutta probabilità è quel che resta della sonda Baresheet e della traccia che il suo impatto ha lasciato sulla Luna. La larghezza dell'immagine riprende una zona di poco più di 500 metri di larghezza, la traccia scura è ampia circa 10 metri. Crediti: NASA/GSFC/Arizona State University
Quello che con tutta probabilità è quel che resta della sonda Baresheet e della traccia che il suo impatto ha lasciato sulla Luna. La larghezza dell'immagine riprende una zona di poco meno di 500 metri di larghezza, la traccia scura è ampia circa 10 metri. Crediti: NASA/GSFC/Arizona State University
Poco più di un mese fa, il 12 aprile scorso, si chiudeva malamente il sogno israeliano di raggiungere la Luna. Un’impresa comunque straordinaria date le premesse… Beresheet infatti nasceva come prima missione privata, organizzata da una compagnia non governativa e senza scopo di lucro, la SpaceIL, che avrebbe dovuto raggiungere la superficie lunare in seguito alla partecipazione al Lunar X Prize di Google.
Purtroppo, come sappiamo, è andato tutto bene, anzi alla perfezione, compreso il difficile inserimento in orbita lunare, fino all’ultimo tratto della discesa. La sonda ha perso il controllo e si è schiantata sulla superficie lunare.
Tutte informazioni, però, ricavate solo dalla telemetria di bordo (quella serie di dati inviati dalla sonda per informare il centro controllo del suo stato, ve ne parleremo nei prossimi numeri della rivista!). Le ultime immagini dalla sonda sono infatti arrivate quando ancora si trovava ad alcuni chilometri dalla superficie.
Il sito prescelto per la discesa era il Mare della Serenità, e solo dieci giorni dopo, il 22 aprile, l’orbiter della NASALRO – il Lunar Reconnaissance Orbiter, che dal 2009 mappa incessantemente ad alta risoluzione il suolo lunare – si è trovato a passare proprio sopra la zona del sito di atterraggio e ha ripreso anche quello che potrebbe essere il punto di impatto, individuando quel che è rimasto della sonda israeliana.
La fotocamera dell’orbiter (LROC) è composta da tre imager: una camera grandangolare a sette colori (WAC) e due videocamere ad angolo stretto in bianco e nero (NAC). E sono queste ultime che hanno catturato quella che sembra essere l’immagine di Beresheet. L’immagine è stata ripresa da 90 chilometri di altezza, e ci mostra una macchia scura, larga circa 10 metri, circondata da un alone più chiaro.
A sinistra l'immagine dell'impatto, a destra la stessa immagine elaborata per far emergere l'alone bianco e i cambiamenti della superficie avvenuti dopo l'impatto. Crediti: NASA/GSFC/Arizona State University
Non è possibile da queste immagini capire se si tratta davvero di un cratere e per di più artificiale, creato quindi dalla sonda israeliana, ma gli indizi sono tanti. Oltre al fatto che sapevamo, anche se non con precisione, dove dovrebbe essere caduta, le caratteristiche della macchia fanno pensare proprio all’impatto di una sonda.
Il cratere potrebbe essere troppo piccolo per essere evidenziato nella foto. Osservando la simmetria e l’elongazione della macchia verso sud, sarebbe coerente con il rientro della sonda, che viaggiava a una velocità decisamente più bassa rispetto a un meteroite delle stesse dimensioni, e inclinata di 8,4° rispetto alla superficie. L’alone chiaro potrebbe essere dovuto a un rilascio di gas a causa dell’impatto, ma anche a particelle sottili soffiate all’esterno del luogo di impatto dalla discesa della sonda.
Nell'animazione, a confronto, due immagini: una ripresa prima dell'impatto e una successivamente. Le due immagini sono state scelte, tra quelle disponibili, in modo da avere il più possibile le stesse condizioni di illuminazione della superficie, da parte del Sole. Le date di ripresa sono indicate in basso a sinistra. Come tutte le altre immagini il campo è di circa 490 metri di larghezza. Crediti: NASA/GSFC/Arizona State University
Inoltre, abbiamo 11 immagini della zona riprese prima dell’impatto (inclusa una 16 giorni prima dell’incidente), e tre riprese dopo, e questa è l’unica traccia abbastanza evidente compatibile con lo schianto. Difficile che sia caduta senza lasciare segni visibili.
Le immagini sono poi state confrontate con una serie di simulazioni matematiche che hanno aiutato i ricercatori ad avere una stima di dimensioni e forma del cratere che si sarebbe creato se una sonda della massa e della velocità di Beresheet fosse precipitata sulla Luna.
Un ulteriore confronto è stato effettuato con tracce analoghe di eventi simili, come ad esempio il caso delle missioniGRAIL e LADEE – che alla fine del loro lavoro sono state fatte impattare sulla superficie lunare – o per il programma Ranger, una serie di sonde inviate dalla NASA, negli anni ’60, a schiantarsi appositamente sulla superficie lunare per riprenderne immagini il più ravvicinate possibili (solo 3 su 9 raggiunsero con successo lo scopo). Le velocità di impatto di queste missioni erano simili a quelle di Beresheet, e la forma delle tracce lasciate sulla superfice lunare consistente con queste ultime immagini.
A conti fatti sembra che, quella ripresa nell’immagine, sia proprio lei, la sfortunata Beresheet.
Per quanto riguarda la NASA, il ritrovamento della sonda ha anche un altro interesse. A bordo della Beresheet, proprio sopra la cima della sonda, c’erano anche dei piccoli specchi cubici, costituenti il Laser Retroreflector Array fornito alla missione proprio dalla NASA, e che avrebbe dovuto aggiungersi ai già numerosi specchi catarifrangenti, sparsi da varie missioni sulla superficie lunare, per l’esperimento Lunar Laser Ranging, che monitora dai tempi delle missioni Apollo gli spostamenti della Luna. Dal JPL si sta cercando di verificare se questi piccoli catarifrangenti si siano salvati dall’impatto, inviando degli impulsi laser sulla zona, sempre grazie a LRO, per studiarne il segnale di ritorno.
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La Foto del Secolo La prima immagine reale di un buco nero… e le risposte alle domande che vi sono venute in mente!
Pint of Science porta alcuni dei più brillanti ricercatori al tuo bar per discutere le loro ultime ricerche e scoperte direttamente con te. Il festival avrà luogo il 20-21-22 Maggio 2019 in Italia per raccontare, sorseggiando una buona birra, le novità della ricerca a chiunque ne sia interessato.
I temi del festival saranno: Beautiful Mind (neuroscienze, psicologia e psichiatria) Dagli Atomi Alle Galassie (chimica, fisica e astronomia) Il Mio Corpo (biologia umana) Pianeta Terra (scienze della terra, evoluzione e zoologia) Tecnologizzami (tecnologia e computer) Scienze sociali
Dallo spazio, Ehi avrà una risoluzione più di cinque volte migliore di quella di Eht sulla Terra e le immagini potranno essere ricostruite con maggiore fedeltà. In alto a sinistra, un modello di Sagittario A* ad una frequenza osservativa di 230 GHz; in alto a destra, una simulazione dell’immagine osservata con Eht. In basso a sinistra, il modello di Sagittario A* a una frequenza osservativa di 690 GHz; in basso a destra, la simulazione dell’immagine osservata con Ehi. Crediti: F. Roelofs and M. Moscibrodzka, Radboud University.
Dallo spazio, EHI avrà una risoluzione più di cinque volte migliore di quella di EHT sulla Terra e le immagini potranno essere ricostruite con maggiore fedeltà. In alto a sinistra, un modello di Sagittario A* ad una frequenza osservativa di 230 GHz; in alto a destra, una simulazione dell’immagine osservata con EHT. In basso a sinistra, il modello di Sagittario A* a una frequenza osservativa di 690 GHz; in basso a destra, la simulazione dell’immagine osservata con EHI. Crediti: F. Roelofs and M. Moscibrodzka, Radboud University.
Dopo essere riusciti a scattare la prima meravigliosa immagine di un buco nero, ora gli astronomi si lanciano nella prossima sfida: riuscire a ottenere immagini ancora più nitide, per testare ancora meglio la teoria della relatività generale di Einstein. I ricercatori della Radboud University, insieme all’Agenzia spaziale europea (Esa), hanno già un’idea ben precisa di come raggiungere questo nuovo obiettivo e ciò che propongono è di posizionare radiotelescopi nello spazio, per aumentare ancora di più la linea di base e raggiungere in questo modo risoluzioni angolari attualmente senza precedenti. La loro idea, corredata da moltissime simulazioni delle osservazioni, è stata recentemente pubblicata su Astronomy & Astrophysics.
La proposta è quella di posizionare due o tre satelliti in orbita circolare attorno alla Terra, per osservare i buchi neri dallo spazio. Il progetto si chiama Event Horizon Imager (EHI). Nel loro nuovo studio, gli scienziati presentano simulazioni di quelle che potrebbero essere le immagini del buco neroSagittario A* scattate da satelliti come questi.
«Ci sono molti vantaggi nell’usare i satelliti invece dei radiotelescopi sulla Terra, come con l’Event Horizon Telescope (Eht)», spiega Freek Roelofs, dottorando presso la Radboud University e primo autore dell’articolo. «Nello spazio, puoi fare osservazioni a frequenze radio più alte, perché le frequenze dalla Terra sono filtrate dall’atmosfera, e inoltre le distanze tra i telescopi nello spazio sono maggiori, permettendoci di fare un grande passo avanti e ottenere immagini con una risoluzione più di cinque volte migliore di quella che è possibile raggiungere con Eht».
Immagini più nitide di un buco nero permetteranno di avere molte più informazioni che potrebbero essere utilizzate per testare la teoria della relatività generale di Einstein con un maggiore dettaglio. «Il fatto che i satelliti si stiano muovendo attorno alla Terra offre notevoli vantaggi», spiega il professore di radioastronomia Heino Falcke. «Con loro, puoi scattare immagini quasi perfette per vedere i dettagli reali dei buchi neri: se si verificano piccole deviazioni dalla teoria di Einstein, dovremmo essere in grado di vederle».
Ehi sarà in grado di visualizzare altri cinque buchi neri più piccoli, rispetto ai buchi neri su cui attualmente si sta concentrando Eht, che sono Sagittario A* al centro della nostra Via Lattea e M87* al centro di Messier 87, una galassia nell’ammasso della Vergine.
Su Coelum astronomia di Maggio, uno speciale dedicato alla prima immagine di un buco nero rilasciata da EHT. Tutto quello che serve sapere su come è stata fatta, cosa stiamo vedendo e l'importanza che ricopre. Oltre ovviamente a tanti approfondimenti su tutto ciò che circonda l'argomento, dal punto di vista della scienza, della storia, ma anche dell'osservazione al telescopio. Clicca e leggi, è gratis!
Il progetto rappresenta indubbiamente una grande sfida tecnologica. I ricercatori hanno simulato ciò che sarebbero stati in grado di vedere con diverse versioni della tecnologia, in circostanze diverse, facendo uso di modelli di comportamento del plasma attorno al buco nero e alla radiazione risultante. «Le simulazioni sembrano promettenti da un punto di vista scientifico, ma ci sono difficoltà da superare a livello tecnico», afferma Roelofs.
La fattibilità del progetto dal punto di vista tecnologico è stata studiata in collaborazione con scienziati di Esa/Estec. «Il progetto richiede di essere in grado di accertare la posizione e la velocità dei satelliti in modo molto accurato», afferma Volodymyr Kudriashov, ricercatore presso il Radboud Radio Lab che lavora anche presso l’Esa/Estec. «Ma crediamo che sia fattibile».
Altro punto importante che bisogna considerare è come i satelliti scambieranno i dati. «Con Eht, i dischi rigidi contenenti i dati vengono trasportati al centro di elaborazione in aereo ma ovviamente questo non sarà possibile nello spazio». In questo caso, i satelliti scambieranno i dati, parzialmente elaborati a bordo del satellite prima di essere inviati sulla Terra, tramite un collegamento laser. «Esistono già collegamenti laser nello spazio», fa notare Kudriashov.
L’idea è che i satelliti inizialmente funzioneranno indipendentemente dai telescopi Eht ma si sta prendendo in considerazione anche un sistema ibrido, con i telescopi orbitanti combinati con quelli sulla Terra. «L’utilizzo di un sistema ibrido come questo potrebbe fornire la possibilità di creare immagini in movimento di un buco nero, e si potrebbe essere in grado di osservare anche altre sorgenti più deboli», conclude Falcke.
È partita la VII edizione del Premio Internazionale Federico II e i Poeti tra le stelle, concorso artistico-letterario per autori di opere ispirate al cosmo e agli oggetti celesti. Il bando, che scadrà il 31 maggio 2019, è aperto anche a tutti gli studenti delle scuole italiane.
Quattro le categorie:
– Federico II e i Poeti tra le stelle VII edizione dedicata alle opere poetiche
– V edizione De Arte narrandi dedicata alle opere narrative
– IV edizione Stupor Mundi dedicata alle opere artistiche
– VII edizione Puer Apuliae dedicato agli studenti
18.05, ore 16:00: Incontri di Astronomia Live con il Prof. Paolo Pani (La Sapienza). Presso Via del Mandrione 190, Roma
Le Dirette: 21.05, ore 21:30: Vento solare e oltre con il Dott. Simone Di Matteo 30.05, ore 21:30: Occhi al Cielo
Bella la congiunzione che potremo ammirare la sera del 20 maggio, guardando verso sudest, alle ore 22:45 circa. All’orario indicato sarà semplice notare il brillante duetto celeste costituito dalla Luna, in fase del 95%, e dal pianeta Giove (mag. –2,6).
I due corpi celesti, sorti appena una mezz’ora circa prima, saranno ancora bassi sull’orizzonte e distanti poco meno di 3°, e sarà facile paragonarli agli elementi del paesaggio che li renderanno all’apparenza molto grandi (soprattutto la Luna).
Sarà una bella occasione per scattare alcune fotografie a largo campo che abbracci elementi naturali o architettonici.
Illustrazione artistica di come potrebbe apparire una delle prime galassie nell’universo. Alti livelli di formazione stellare e di “morti violente” illuminano il gas che riempie lo spazio tra le stelle, rendendo la galassia in gran parte opaca e senza una chiara struttura. Crediti: James Josephides (Swinburne Astronomy Productions)
Illustrazione artistica di come potrebbe apparire una delle prime galassie nell’universo. Alti livelli di formazione stellare e di “morti violente” illuminano il gas che riempie lo spazio tra le stelle, rendendo la galassia in gran parte opaca e senza una chiara struttura. Crediti: James Josephides (Swinburne Astronomy Productions)
In un nuovo studio pubblicato su Mnras, un gruppo internazionale di ricercatori riferisce l’esito dell’accurata osservazione di un centinaio fra le prime galassie dell’universo, formatesi circa un miliardo di anni dopo il Big Bang. I dati mostrano che, ad alcune specifiche lunghezze d’onda di luce infrarossa, le galassie in esame sono considerevolmentepiù luminose di quanto gli scienziati si aspettassero.
Realizzata grazie a osservazioni ultra profonde del telecopio spaziale Spitzerdella Nasa, la nuova ricerca conferma l’esistenza a livello globale di un fenomeno che in precedenza si riteneva localizzato a casi particolari, ovvero che le galassie a quell’epoca erano molto più brillanti rispetto a galassie che si sono formate più tardi, almeno per quanto riguarda la luce infrarossa.
Una scoperta che, pur non risolvendo definitivamente la questione, aiuta a comprendere come sia potuta avvenire la cosiddetta reionizzazione dell’universo. Si tratta di un processo durato tra i 400 milioni e il miliardo di anni dopo il Bing Bang, un periodo noto appunto come epoca della reionizzazione, in cui l’idrogeno neutro – opaco alla luce – è stato progressivamente trasformato in plasma ionizzato, facendo diventare trasparente l’universo.
L’energia necessaria alla reionizzazione proveniva probabilmente dalla intensa radiazione emanata delle prime stelle, che avevano cominciato ad accendersi presumibilmente tra i 100 e i 200 milioni di anni dopo il Big Bang, e dalle quali presero poi forma le prime galassie.
Ma se stelle e galassie primordiali emettevano davvero una tale quantità di radiazioni ionizzanti, dovevano essere diverse dalle ben più tranquille galassie che osserviamo nell’universo più recente, come la nostra stessa Via Lattea.
Grazie a più di 200 ore di osservazione con il telescopio spaziale Spitzer, gli autori del nuovo studio hanno osservato 135 galassie estremamente distanti, scoprendo che erano tutte particolarmente brillanti in due specifiche lunghezze d’onda della luce infrarossa, esattamente quelle prodotte da radiazioni ionizzanti che interagiscono con i gas di idrogeno e ossigeno all’interno delle galassie.
Questa vista a campo profondo del cielo ripreso dai telescopi spaziali Hubble e Spitzer della Nasa è dominata da galassie, tra cui alcuni molto debole e molto distanti (cerchiate in rosso), come quella di esempio mostrata nell’inserto, frutto di un’osservazione di lunga durata. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Esa/Spitzer/P. Oesch/S. De Barros/I.Labbe
Ciò implica, secondo i ricercatori, che queste galassie erano dominate da giovani stelle massicce composte principalmente da idrogeno ed elio, con quantità minime di elementi “pesanti” (come azoto, carbonio ed ossigeno) rispetto alle tipiche stelle presenti nelle galassie moderne.
Queste stelle non sono state le prime a formarsi nell’universo – in tal caso risulterebbero infatti composte solo da idrogeno ed elio – ma appartenevano ancora a una generazione molto precoce. Una generazione che ha ora contribuito a scrivere compiutamente un capitolo della storia complessiva riguardo all’epoca della reionizzazione, una transizione drastica nelle condizioni di trasparenza dell’universo che – come si diceva in precedenza – è durata centinaia di milioni di anni.
Altri capitoli di questa saga verranno scritti da telescopi più potenti, come il James Webb Space Telescope della Nasa, il cui lancio è attualmente previsto per il 2021. Webb studierà l’universo più o meno alle stesse lunghezze d’onda di Spitzer; disponendo di uno specchio primario da 6.5 metri, contro i soli 85 centimetri di Spitzer, Webb potrà ambire a rilevare la fioca luce delle primissime stelle e galassie. Che ora, grazie al nuovo studio, sappiamo fortunatamente essere più luminose di quanto ritenuto finora.
Celebrando i 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna, tutte le novità sulla Luna, Pianeti, Asteroidi, Comete.
Tutte le conferenze saranno alle ore 18.30, in aula Jappelli, presso l’Osservatorio Astronomico (Vicolo dell’Osservatorio 5, Padova).
Prima di ogni appuntamento sarà organizzata la visita al Museo La Specola. La visita inizierà alle 17:30. I biglietti si acquistano dalle ore 17:15. La visita avrà durata di un’ora e al termine i visitatori potranno fermarsi in Specola per assistere alla conferenza programmata.
17-19 maggio: 52° Congresso Nazionale UAI
Il vero momento di «incontro e socializzazione» di tutta la comunità astrofila: un fine settimana per fare il punto della situazione, promuovere attività e condividere esperienze, offrire nuovi stimoli e anche vivere momenti di grande divulgazione scientifica. Quest’anno a Bologna in collaborazione con l’Associazione Astrofili Bolognesi https://www.uai.it/astrofilia/congressouai/congresso-2019/congresso-2019.html
Il giovedì: Corso di ArcheoAstronomia.
Corso di Archeoastronomia ed astronomia Culturale per scoprire le conoscenze astronomiche degli antichi attraverso l’importanza che l’astronomia ha avuto in tutta la storia dell’umanità. In sede.
il lunedì: Corso avanzato.
8 conferenze su argomenti che non vengono trattati di solito nei corsi base di astronomia. Approfondimenti che rivestono un interesse esorme. Non è richiesta alcuna preparazione di base. In sede
2 – 30.05: Corso di Fotografia Astronomica
28.04 – 02.06: Across the Universe – Festival Scientifico a Roma
Prezzi in promozione e sconti per i lettori di Coelum Astronomia.
Particolare del lander InSight della Nasa. Dalla finestrella sembra essere possibile capire se la talpa si sta muovendo o meno. Crediti: Nasa.
Particolare del lander InSight della Nasa. Dalla finestrella sembra essere possibile capire se la talpa si sta muovendo o meno. Crediti: Nasa.
È passato circa un mese dagli ultimi aggiornamenti sulla “talpa” di Insight. Media Inaf ha contattato Tilman Spohn del centro aerospaziale tedesco Dlr (Deutsches Zentrum für Luft-und Raumfahrt), responsabile dello strumento HP3, per chiedere notizie in proposito perché, diciamocelo, eravamo un pochino preoccupati. Tilman non ha tardato a rispondere, anche sul suoblog, descrivendo dettagliatamente l’evoluzione della situazione marziana in questi ultimi 30 giorni.
Ricordiamo che il team aveva deciso di sospendere il martellamento per un paio di settimane al fine di compiere un’analisi approfondita della situazione ed elaborare una strategia per superare l’ostacolo nel quale la talpa sembra essere incappata.
L’interpretazione dei dati sismici in quest’ultimo mese ha confermato un valore di 70-80 msec per l’intervallo temporale tra i due principali colpi di martello. Questo valore risulta essere compreso tra il valore corrispondente a una talpa che rimbalza liberamente (50 msec) e quello corrispondente a una talpa che progredisce normalmente (100 msec). L’interpretazione che si sono dati è che la talpa stia risentendo di un qualche attrito, non sufficientemente importante da portarla a fare progressi sostanziali. Le misurazioni della temperatura indicano che la resistenza termica è diminuita, suggerendo un miglioramento nel contatto tra la talpa e la regolite. Come ciò possa essere accaduto non è del tutto chiaro ma potrebbe indicare che la regolite si sia in qualche misura “rilassata”, migliorando il contatto termico e l’attrito.
Il team è stato in grado di trovare una fotografia, tra le varie scattate dalla fotocamera che si trova sul braccio robotico della sonda, che presenta condizioni di illuminazione favorevoli a scorgere il cavo – il nastro che la sonda si trascina dietro e su cui sono alloggiati i sensori di temperatura – attraverso la finestrella nel “camino” della struttura di supporto, dove la talpa è stata alloggiata prima che iniziasse a penetrare nel terreno.
È interessante notare che il cavo si piega in alto. Questa osservazione ha permesso di confermare che la talpa è penetrata nel terreno per 30 cm, grazie al confronto con i risultati dei test eseguiti a terra in laboratorio sui modelli di volo. Il confronto con le immagini precedenti, meno illuminate, suggerisce addirittura che la talpa si sia mossa leggermente durante il martellamento. Pertanto, si ritiene che l’osservazione del cavo attraverso la finestrella costituisca probabilmente l’osservazione più diretta dei movimenti della talpa verso il basso.
La replica dello strumento Hp3 usata per i test nel laboratorio Dlr a Brema, in Germania. Crediti: Dlr
Il team ha quindi deciso di eseguire altri due cicli di martellamento diagnostico nel tardo pomeriggio di ieri, momento in cui la luminosità risulta più favorevole per fare un video sulla struttura di supporto e sulla finestrella. Per motivi di sicurezza, verranno effettuati due cicli invece di uno, più lungo. Dividere il martellamento in questo modo permette di avere maggiore controllo durante quello che gli ingegneri spaziali chiamano un “ground-in-the-loop“, il cui obiettivo è principalmente quello di appurare che non sia successo nulla di inaspettato alla talpa.
Sfortunatamente ci sono stati ritardi nelle operazioni, in primo luogo a causa di un problema nella temperatura e in secondo luogo si è verificato un problema con il braccio, entrambi legati a protocolli di sicurezza. Ieri il team dovrebbe essere stato in grado di fare il primo round del martellamento diagnostico numero 3 (il numero 2 era stato programmato ma non è stato eseguito a causa dei problemi presentati). Sarà interessante vedere se si possono notare movimenti del cavo.
Parallelamente ai preparativi per il martellamento diagnostico, gli ingegneri stanno effettuando test in laboratorio (dove la talpa si sta dimostrando molto robusta e in grado di penetrare bene attraverso varie sabbie e ghiaie, oltre a pietre, almeno in condizioni di gravità terrestre), test al Jpl e calcoli al Dlr per emulare le possibili operazioni con il braccio e la struttura di supporto. A seconda dell’esito del martellamento diagnostico, la prossima operazione potrebbe essere l’utilizzo del braccio per caricare la struttura di supporto vicino al piede destro (quello che è visibile nell’immagine) o il terreno accanto alla struttura di supporto vicino alla scatola della corda, i due punti ritenuti vicini alla talpa.
In definitiva, HP3 è in gran forma e si appresta a continuare il suo lavoro. Stay tuned!
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La Foto del Secolo La prima immagine reale di un buco nero… e le risposte alle domande che vi sono venute in mente!
Questa occasione sarà ben diversa da quella del mese passato perché, in questo caso, non si verificherà l’occultazione di alcuna stella dell’ammasso. Inoltre, la Luna avrà fase del 37% e sarà quindi piuttosto luminosa, rendendo difficile l’osservazione (o la ripresa) delle deboli stelle di M 44, il cui centro è situato a circa 2° e mezzo a nordest della Luna.
Per chi vorrà tentare la ripresa, all’orario indicato i due oggetti saranno piuttosto bassi sull’orizzonte (tra i 7° e i 10°), consentendo di incorniciarli tra gli elementi naturali o architettonici del paesaggio circostante.
Immagini riprese dalla Optical Navigation Camera - Telescopic a bordo di Hayabusa2. Dalla loro comparazione è stata confermata la creazione del cratere artificiale nell'area circondata dal tratteggio giallo. Le dimensioni e la profondità del cratere sono ancora al vaglio degli scienziati. Image credit: JAXA, The University of Tokyo, Kochi University, Rikkyo University, Nagoya University, Chiba Institute of Technology, Meiji University, The University of Aizu, AIST
Immagini riprese dalla Optical Navigation Camera - Telescopic a bordo di Hayabusa2. Dalla loro comparazione è stata confermata la creazione del cratere artificiale nell'area circondata dal tratteggio giallo. Le dimensioni e la profondità del cratere sono ancora al vaglio degli scienziati. Image credit: JAXA, The University of Tokyo, Kochi University, Rikkyo University, Nagoya University, Chiba Institute of Technology, Meiji University, The University of Aizu, AIST
Giunta a poco più della metà della sua missione esplorativa di un anno e mezzo, la sonda giapponese Hayabusa2 è riuscita a scattare delle immagini del nuovo cratere scavato sulla superficie dell’asteroide Ryugu lo scorso 4 aprile.
Questa immagine catturata dalla camera separatasi da Hayabusa2 (DCAM3) mostra gli ejecta che si sono alzati dalla superficie di Ryugu, a causa della collisione di SCI. Image credit: JAXA, Kobe University, Chiba Institute of Technology, The University of Occupational and Environmental Health, Kochi University, Aichi Toho University, The University of Aizu, and Tokyo University of Science.
Dopo aver raccolto a febbraio un campione della superficie del corpo celeste, Hayabusa2 ha effettuato delle manovre per spostarsi su una differente zona di Ryugu per rilasciare un dispositivo di impatto. Il dispositivo conteneva un proiettile conico in rame del diametro di 30 cm e della massa di 2 kg, che partendo da una quota di circa 500 m, avrebbe creato un cratere artificiale al fine di esporre il materiale geologico sub-superficiale più antico, che verrà prelevato nelle prossime settimane.
Dopo il rilascio del dardo in rame, la sonda si è inizialmente spostata sul lato opposto dell’asteroide per evitare di essere colpita dai detriti rilasciati dall’impatto, riposizionandosi a una quota di 20 km. Essa ha anche rilasciato la fotocamera DCAM3 per riprendere da vicino l’azione del proiettile. Come prevedibile, l’impatto ha generato una nuvola di detriti e di particolato scagliati in tutte le direzioni.
Agli inizi dell’ultima settimana di aprile, Hayabusa2 è stata fatta riavvicinare alla superficie di Ryugu alla ricerca del cratere artificiale (Crater Search Operation), fino a una quota di circa 1.600 metri.
[CRA2] Crater formation where the Small Carry-on Impactor collided with Ryugu has been confirmed! These images compare the surface before and after the SCI collision. pic.twitter.com/BZPYlHhSjs
Il Tweet della JAXA con la gif animata che confronta la superficie dell’asteroide prima e dopo l’impatto.
Di seguito ha inviato a terra per la prima volta le immagini del luogo dell’impatto riprese dalla fotocamera, mostrando un cratere che secondo le prime stime ha un diametro di 20 metri circa, più o meno il doppio di quanto si aspettavano gli scienziati giapponesi. Le analisi che verranno effettuate successivamente sulle immagini, stabiliranno con più precisione le reali dimensioni del cratere e le sue principali caratteristiche.
Il dardo utilizzato per colpire la superficie dell’asteroide, denominato Small Carry-on Impactor (SCI) è solamente uno dei diversi dispositivi sganciabili che Hayabusa2 ha portato su Ryugu. Lo scorso anno la sonda ha rilasciato tre lander per esplorare la superficie dell’asteroide.
Gli scienziati si aspettano che i detriti rocciosi proiettati nello spazio dalla collisione, facciano affiorare i materiali sottostanti la superficie asteroidale che sono rimasti protetti dalle radiazioni cosmiche, dalla luce solare e dagli sbalzi termici. Infine, essi sperano che Hayabusa2 riesca a prelevare un campione dal fondo del cratere nelle prossime settimane e di riportarlo sulla Terra, assieme ai campioni rocciosi prelevati lo scorso anno.
Hayabusa2 è arrivata nei pressi dell’asteroide Ryugu nel giugno dello scorso anno, e dovrebbe ripartire alla volta del pianeta Terra entro la fine di quest’anno. Nel dicembre 2020 la sonda espellerà una capsula protetta da uno scudo termico che rientrerà nell’atmosfera terrestre per atterrare in Australia frenata da un paracadute.
M 100 e la supernova esplosa (indicata dai trattini) in una immagine di Rolando Ligustri. Rolando Ligustri in remoto dal New Mexico con un telescopio Dall- Kirkham 500mm F.4,5 ccd PL11002 tempi posa colore RGB 120+120+120 secondi – Tempi di posa Luminanza 2x300 secondi.
M 100 e la supernova esplosa (indicata dai trattini) in una immagine di Marco Burali e Patrizio Giusti - Luminanza: combinazione di segnali ripresi con TS 130mm F.7 ccd G2 8300 + Takahashi RC 300mm F.7,8 ccd FLI 1001e Tempi di posa 70+240 minuti. Informazione colore RGB: TOA 150mm F.5,8 ccd G2 4000 tempi di posa 60+60+60 minuti.
Nella notte del 29 aprile il bravo astrofilo polacco dal nome impronunciabile Jarosław Grzegorzek mette a segno la sua scoperta numero 11 individuando una supernova di mag. +16,5 nella stupenda galassia a spirale M 100.
Si tratta di una delle più belle galassie a spirale del catalogo di Messier, vista di faccia e distante circa 55 milioni di anni luce nella costellazione della Chioma di Berenice (che anche questo mese è protagonista della rubrica di approfondimento di Stefano Schirinzi su Coelum astronomia 233).
Un campo più ampio per Gianpiero Locatelli con un telescopio Schmidt-Cassegrain 250mm F.6,3 Tempi di posa colore RGI 30+30+30 minuti
Scoperta da Pierre Méchain il 15 marzo 1781, rappresenta una delle principali galassie starburst cioè con un’elevata attività di formazione stellare. Possiede due galassie satelliti NGC4328 e NGC4322 che sembrerebbero collegate ad essa con dei ponti di materia, ed è accompagnata a 17’ a sud da un’altra galassia a spirale NGC4312. La vicinanza però è solo prospettica, perché NGC4312 è in realtà molto più vicina (circa 25 milioni di anni luce) rispetto a M 100.
Dopo M 61, che con 7 supernovae conosciute, detiene il record di supernovae esplose in una galassia Messier, con questa nuova scoperta M 100 si posiziona al secondo posto, raggiungendo M 83 con 6 supernovae esplose al suo interno.
Le cinque precedenti sono state, in ordine cronologico, la SN1901B che rappresenta in assoluto la quinta supernova extragalattica scoperta e la seconda esplosa in una galassia Messier dopo la primissima SN1885A in M 31. Proseguendo, abbiamo avuto la SN1914A, la SN1959E, la SN1979C e la SN2006X scoperta dal giapponese Shoji Suzuki e dal cortinese Marco Migliardi.
Qui le vediamo riprese in una immagine di Rolando Ligustri. Ripresa in remoto dal New Mexico con un telescopio Dall- Kirkham 500mm F.4,5 ccd PL11002 tempi posa colore RGB 120+120+120 secondi – Tempi di posa Luminanza 2x300 secondi.
Tornando all’attuale supernova polacca, denominata SN2019ehk, nella notte seguente la scoperta, dal Lick Observatory sul monte Hamilton in California, con il telescopio Shane da 3 metri, è stato ottenuto il primo spettro che ha permesso di classificare la supernova di tipo II core-collapse giovane cioè scoperta pochi giorni dopo l’esplosione evidenziando un forte assorbimento dovuto a polveri interstellari.
Nella notte del 1° maggio anche gli astronomi di Asiago, con il telescopio Copernico da 1,82 metri, hanno ripreso lo spettro di questa importante supernova, confermando il tipo II e il forte assorbimento, ed evidenziando che i gas eiettati dall’esplosione viaggiano a una velocità di circa 15.000 km/s.
Ma quale sarà il sottotipo di questa tipo II?
Per adesso è ancora presto per poterlo affermare. Una supernova di tipo II alle prime fasi è infatti difficile da catalogare, ancor di più se la polvere interstellare interferisce, andando ad estinguere la luce soprattutto alle lunghezze d’onda di 6000 Angstrom, proprio quelle dove si formano tutte le righe nelle prime fasi: He II, He I e tutte le righe di Balmer eccetto H-Alpha. Bisognerà perciò attendere i prossimi giorni o settimane. Se si formeranno le righe di He I nella parte rossa dello spettro, avremo una IIb. Se l’H-Alpha non svilupperà una componente in assorbimento, nè He I, saremo di fronte ad una II-L. Se infine svilupperà un plateau fotometrico potremo assegnarla al sottotipo II-P.
Una bella immagine della SN2019ehk, ottenuta da Paolo Campaner con un riflettore 400mm F.5,5 somma di 25 immagini da 75 secondi.
Nei giorni seguenti la scoperta, la supernova è leggermente aumentata di luminosità raggiungendo la mag. +15,5 ma difficilmente riuscirà a diventare più luminosa della mag. +15, sempre a causa del forte assorbimento causato dalle polveri.
Rimane comunque una bella supernova in una stupenda e fotogenica galassia, per di più visibile già in prima serata, che ci permetterà di ottenere delle bellissime immagini.
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
10.05 e 24.05: Il cielo al castello di Montarrenti
Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna prossima al primo quarto (giorno 10) e alle galassie primaverili (giorno 24). Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Una TV via web sulle attività dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. La visione e l’utilizzo di Astrochannel sono gratuiti e consentiti a tutti (se però siete interessati solo a singoli video, suggeriamo d’iscriversi). Suggeriamo di seguito i seminari in lingua italiana, ma il programma è decisamente più ampio e può essere consultato qui: http://www.media.inaf.it/inaftv/seminari/#3151
Attenzione: l’elenco che segue potrebbe essere non aggiornato. Per maggiori informazioni e aggiornamenti in tempo reale sui singoli seminari, vi invitiamo a fare riferimento ai siti web delle singole sedi.
09/05/2019, 09:00 – 12:00, Napoli – Osservatorio Astronomico di Capodimonte La geologia di Marte – Conversazioni di Fisica a Capodimonte
Una panoramica delle principali strutture geologiche superficiali e dei metodi usati per studiarle e per ricostruire la sua interessante storia geologica. Relatori: Ciprian Popa e Simone Silvestro.
Per seguire i seminari, installare il software (http://www.media.inaf.it/inaftv/) o cercare il video sul canale YouTube INAF-TV. Astrochannel è un software di Marco Malaspina – Copyleft INAF Ufficio Comunicazione – 2007-2015
Sarà molto bello seguire l’evoluzione dell’incontro tra la Luna e il pianeta Marte, che avverrà in prima serata (consigliamo le ore 21:10-21:15) nella prima decade del mese di maggio. Lo scorcio di cielo che farà da teatro per questo balletto celeste sarà quello occidentale, dove le grandi costellazioni invernali – Orione e Toro su tutte – stanno tramontando e, mentre ci salutano, ci donano un’ultima scusa per osservarle o fotografarle.
Iniziamo il giorno 6, quando una sottilissima falce di Luna (fase del 4%) si troverà proprio all’interno della “V” tracciata dalle Iadi, nella costellazione del Toro, a poco più di mezzo grado a nord-nordest della stella Delta Tauri (mag. +3,75) e a 2° 50’ a sudovest dalla ben più brillante Aldebaran (Alfa Tauri, mag. +0,85). La falce di Luna sarà davvero sottilissima e sarà un piacere riprenderla per gli appassionati “cacciatori” di falci sottili.
Passiamo ora al 7 maggio: la falce di Luna si è spostata più in alto (circa 18° di altezza complessiva) e si è fatta più decisa (fase del 9%). Sarà facile individuare a poca distanza da essa (circa 5° a nord-nordovest) il pianeta Marte (mag. +1,7), con il suo colore spiccatamente arancio che crea un bel connubio cromatico, se osservato più ad ampio campo, con le stelle Aldebaran e Betelgeuse (Alfa Orionis, mag. +0,45), situate a una quindicina di gradi o poco più da esso.
Concludiamo questo dinamico quadro astrale il giorno 8 maggio, quando la Luna, ormai in fase del 16% avrà sovrastato tutti i soggetti precedentemente descritti. In questa occasione sarà possibile osservarla e riprenderla anche in luce cinerea.
Sarà molto piacevole e suggestivo osservare di giorno in giorno l’evoluzione di questo incontro e immortalare in una fotografia (o più) le grandi costellazioni di Orione e del Toro (con i Gemelli e l’Auriga poco più in alto) mentre tramontano, in compagnia di elementi naturali o architettonici del paesaggio circostante. Per questa occasione, anche la rubrica di Giorgia Hofer è dedicata alla ripresa di Marte nel paesaggio:
Le fasi della Luna in aprile, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra). Nella tavola sono riportate anche le massime librazioni topocentriche del mese, con il circoletto azzurro che indica la regione del bordo più favorita dalla librazione.
Le fasi della Luna in maggio, calcolate per le ore 00:00 in TMEC. La visione è diritta (Nord in alto, Est dell’osservatore a sinistra).
Con il Novilunio la notte tra il 4 e il 5 maggio, inizia un nuovo ciclo lunare con la successiva Fase Crescente incrementando progressivamente la propria visibilità nelle ore serali. La Luna sarà in Primo Quarto il giorno 12 e arriverà al culmine della Fase Crescente col Plenilunio del 18 maggio. La successiva Fase Calante porterà il nostro satellite all’Ultimo Quarto il 26 maggio.
La prima proposta di questo mese, prevista per la serata dell’11 maggio col nostro satellite in fase di 7 giorni (il Primo Quarto è previsto per il giorno successivo alle 03:12), e a nostra disposizione fino alle prime ore della notte seguente, avrà come target una regione lunare di limitata estensione ma molto interessante. Si tratterà infatti di osservare un inconfondibile e fotogenico terzetto costituito dagli antichissimi crateri Heraclitus, Licetus, Cuvier. E ci accorgeremo che in realtà i crateri sono quattro…
La seconda e principale proposta di questo mese è per la serata del 12 maggio, quando il nostro satellite, dalle 21:30 circa, sarà in fase di Primo Quarto.
A un’altezza iniziale di +55° dopo il transito in meridiano delle 20:17 a +58°, a nostra disposizione per tutta la serata e fino alle prime ore della notte successiva. Nel caso specifico andremo a osservare il Sinus Medii. Per quanto riguarda la Regione Polare Nord ne riparliamo tra qualche mese…
13 maggio Massima librazione nella Regione Polare Sud
Come terza proposta ho pensato di riproporre l’osservazione della Regione Polare Sud, considerato che la sera del 13 maggio il punto di massima Librazione coinciderà nuovamente con questa interessantissima regione lunare (la precedente si era verificata a marzo 2019), sempre oggetto di attenzioni da parte dei numerosi astrofili che seguono il nostro satellite.
Pertanto, chi intendesse approfondire ulteriormente l’osservazione delle strutture geologiche esistenti intorno al Polo Sud della Luna, o per chi si fosse perso per vari motivi il precedente appuntamento, questa potrebbe rivelarsi un’ottima occasione. Nel caso specifico, la sera del 13 maggio intorno alle 21:30 la Luna sarà in fase di 8,8 giorni a un’altezza iniziale di +53° poco dopo il transito in meridiano delle 21:10 a +54°.
➜ La Luna mi va a pennello. Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci racconta come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione!
E tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!
Osservatorio Astronomico Provinciale di Montarrenti, SS. 73 Ponente, Sovicille (SI).
04.05: Il cielo di maggio.
Come ogni primo sabato del mese, l’appuntamento per il pubblico è alle ore 21.30 presso Porta Laterina a Siena da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo del periodo. Al centro dell’attenzione nebulose, ammassi stellari e galassie. Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione da effettuare on line sul sito www.astrofilisenesi.it oppure tramite Davide Scutumella 3388861549. In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
10.05 e 24.05: Il cielo al castello di Montarrenti
Come ogni secondo e quarto venerdì del mese, dalle ore 21.30 l’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (Sovicille, Siena) sarà aperto al pubblico delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna prossima al primo quarto (giorno 10) e alle galassie primaverili (giorno 24). Per il pubblico è obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.astrofilisenesi.it o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
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