Le costellazioni di Giugno 2026: Scudo

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Superato il solstizio, il cielo inizia a mostrarci la sua fisionomia tipicamente estiva. Entro la mezzanotte, a Ovest saranno scomparse una dopo l’altra le costellazioni primaverili dei Gemelli, del Cancro e del Leone, seguite dalla Vergine, che a metà nottata si troverà adagiata all’orizzonte. Al di sopra, anche il Boote e la Corona Boreale inizieranno la loro discesa nel settore sudoccidentale del cielo.

Nel frattempo, a Est, il Triangolo estivo risulterà visibile a partire dal tramonto e per tutta la durata della notte; dopo di esso ed entro la mezzanotte, sorgeranno anche Delfino, Cavallino, Pegaso, Capricorno e Aquario.

Sempre con riferimento alla mezzanotte, il quadrante Sud sarà dominato ancora da Scorpione e Sagittario, nonché – poco più in alto – da Ofiuco, Scudo ed Ercole. A Nord invece, Cefeo si troverà prossimo alla culminazione, mentre il Drago sarà ancora alto ma in fase discendente. Più in basso, verso Nord-Ovest troverà ancora posto l’Orsa Maggiore, mentre a Nord-Est inizieranno a sorgere Andromeda e Perseo; contemporaneamente, Cassiopea e Giraffa torneranno a guadagnare progressivamente altezza.

L’approfondimento di questo mese sarà dedicato alla costellazione dello Scudo, che nel corso della seconda metà di luglio transiterà al meridiano nelle ore centrali della notte.

LA COSTELLAZIONE DELLO SCUDO

Lo Scudo (in latino Scutum, abbreviato Sct) è la quinta costellazione più piccola della volta celeste e fa parte della “Famiglia di Ercole” nella classificazione di Donald Menzel. Essa comprende, oltre allo Scudo, altre 18 costellazioni: Ercole, Freccia, Aquila, Lira, Cigno, Volpetta, Idra, Sestante, Cratere, Corvo, Ofiuco, Serpente, Centauro, Lupo, Corona Australe, Altare, Triangolo Australe, Croce del Sud.

Elaborazione grafica della mappa stellare; indicato il metodo per l’individuazione della costellazione dello Scudo. Crediti: TheSkyLive

Tornando allo Scudo, la sua forma ricorda – a seconda delle interpretazioni – quella di un parallelogramma schiacciato simile a un aquilone o di una losanga. La costellazione è posta tra Sagittario, Aquila, Ofiuco e Serpente e può essere individuata tracciando una linea immaginaria che colleghi Altair (nell’Aquila) e Antares (nello Scorpione), in corrispondenza di circa un terzo della lunghezza.

Le stelle che lo compongono, compresa la Alpha, una gigante arancione distante 174 anni luce detta anche Ioannina, sono piuttosto deboli con magnitudine superiore alla quarta.

Tra di esse spiccano: Delta Scuti, nota stella variabile pulsante da cui prende il nome un’intera categoria di variabili; R Scuti, variabile semiregolare con periodo di circa cinque mesi e oscillazioni dalla quarta all’ottava magnitudine; ma anche Stephenson 2-18, una supergigante rossa tra le più grandi mai scoperte (il suo raggio stimato è pari a circa 2.150 volte quello solare), a circa 19.000 anni luce dalla Terra.

Oggetti di cielo profondo nella costellazione dello Scudo

Così come Cigno e Sagittario, anche lo Scudo è attraversato – lungo la direzione Nord-Est-Sud-Ovest – dalla Via Lattea; uno degli oggetti più interessanti è infatti la Nube dello Scudo, un addensamento contenente milioni di stelle, posizionato a ridosso del centro galattico.

Oltre ad essa, la costellazione ospita due oggetti appartenenti al Catalogo Messier: M11 e M26. Entrambi ammassi aperti, sono stati scoperti rispettivamente da Gottfried Kirch nel 1681 (e inserito nel Catalogo da Messier successivamente) e da Messier stesso nel 1764. Il primo, conosciuto anche con il nome di “Anitra selvatica” e di magnitudine complessiva 5,8, racchiude al suo interno circa 2.900 stelle (la più brillante delle quali raggiunge magnitudine 8,5); ha un’età stimata di 250 milioni di anni e dista dalla Terra 6.000 anni luce. M26 – distante 5.000 anni luce – è invece meno brillante e registra una bassa densità stellare nella regione prossima al nucleo, probabilmente dovuta a una nube oscura di polvere interstellare che si frappone sulla linea di vista; esso dovrebbe in ogni caso contenere un centinaio di stelle e avere età stimata di circa 89 milioni di anni.

M11 in Scutum ripreso il 19 agosto 2017 da Luigi Morrone per Coelum e pubblicato su questo sito web il 23 agosto 2017

Tra gli oggetti più deboli facenti parte della costellazione, ancora un ammasso aperto, un ammasso globulare e una nebulosa planetaria.

IC 1295 ripresa dal VLT (Very Large Telescope) con lo strumento FORS (FOcal Reducer Spectrograph). Crediti: ESO

NGC 6664, collocato a pochi minuti d’arco dalla stella Alpha Scuti, è un ammasso aperto di qualche centinaio di stelle posto a una distanza di circa 4.470 anni luce dal Sole, situato quindi sul bordo esterno del Braccio del Sagittario.

È invece un ammasso globulare – descritto per la prima volta come tale da William Herschel nel 1784 – NGC 6712. È collocato circa 2,5º a est della stella Delta Scuti; di magnitudine complessiva 8,1 ed età pari a 12 miliardi di anni, contiene un numero stimato di oltre 60.000 stelle.

Per finire, IC 1295 è una nebulosa planetaria situata a circa 3.300 anni luce dalla Terra. Scoperta nel 1867 dall’astronomo americano Truman Safford, essa è costituita dagli strati gassosi espulsi da una stella giunta alle ultime fasi della propria evoluzione. Di magnitudine apparente 12,5–12,7, rappresenta una sfida per gli osservatori visuali; tuttavia, immagini a lunga esposizione ne rivelano la struttura anulare caratterizzata dal particolare colore verdognolo, dovuto all’intensa radiazione ultravioletta prodotta dalla stella morente.

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Mitologia e storia della costellazione dello Scudo

Raffigurazione della costellazione Scutum Sobiescianum, in Tavola Q, Firmamentum Sobiescianum sive uranographia di Joannes Hevelius (1690)
Ritratto di Giovanni III Sobieski in costume romano di Daniel Schultz, 1680 circa (Museo Nazionale di Varsavia)

Lo Scudo, ad oggi facente parte delle 88 costellazioni approvate dall’Unione Astronomica Internazionale, non era noto nell’antichità e non era ricompreso ad esempio nell’Almagesto di Tolomeo; alcune delle sue stelle più brillanti erano considerate parte integrante dell’Aquila, posizionata subito al di sopra. Questa costellazione venne infatti introdotta soltanto nel 1684 dall’astronomo polacco Joannes Hevelius e rientra nelle sette costellazioni da lui inserite all’interno dell’opera postuma Firmamentum Sobiescianum, sive Uranographia e ancora oggi utilizzate – assieme a Cani da caccia, Leone Minore, Lince, Lucertola, Sestante e Volpetta.

Originariamente citata col nome completo di Scutum Sobiescianum, era dedicata all’ultimo re di Polonia Giovanni III Sobieski (da qui, anche il nome della stella Ioannina, dal greco letteralmente “di Giovanni”), vincitore della celebre battaglia di Vienna del 1683, che segnò la fine della spinta espansionistica ottomana in Europa. Insieme alla Chioma di Berenice (vedi Le Costellazioni del mese di Aprile 2026), è una delle pochissime costellazioni che traggono origine da personaggi storici.