Il Fotometro del 1971 e la sua Evoluzione

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Le Origini della Misurazione dell’Inquinamento Luminoso

L’osservazione del cielo notturno, attività fondamentale dell’astronomia, è oggi seriamente minacciata dalla crescente illuminazione artificiale. Questo fenomeno, noto come inquinamento luminoso, rappresenta una sfida globale per gli astronomi. Misurare accuratamente la luminosità del cielo notturno è essenziale per quantificare l’inquinamento, comprenderne l’impatto e selezionare siti idonei per futuri osservatori. In tale contesto, lo sviluppo di strumenti dedicati è cruciale. Questo articolo descrive uno dei primi strumenti portatili specificamente progettato, costruito e testato dall’Osservatorio Vaticano e utilizzato nelle campagne di misurazione del 1971, il cui lavoro fu pubblicato nel 1973, e il cui rapporto è disponibile tramite il NASA Astrophysics Data System (ADS).

Nel corso dei decenni, la comunità scientifica ha costantemente avanzato metodologie e strumentazione per la quantificazione precisa della luminosità del cielo notturno. Dai primi tentativi basati su stime visive, laboriose e soggette a errori, si è passati a strumenti sempre più sofisticati. L’introduzione di fotomoltiplicatori e sensori CCD ha rappresentato avanzamenti fondamentali, consentendo una quantificazione della luce del cielo con un livello di dettaglio senza precedenti.

La storia dell’Osservatorio Vaticano, o Specola Vaticana, testimonia una lunga e ininterrotta tradizione di ricerca astronomica. Le sue origini risalgono alla fine del XVI secolo con la Torre Gregoriana in Vaticano. L’interesse della Chiesa per l’astronomia crebbe, portando alla fondazione ufficiale dell’Osservatorio nel 1774 presso il Collegio Romano. A seguito della presa di Porta Pia nel 1870, l’osservatorio fu trasferito all’interno delle Mura Leonine. Successivamente, a causa del crescente inquinamento luminoso che rendeva le osservazioni a Roma sempre più difficili, a partire dagli anni ’30 l’osservatorio fu spostato nella sua attuale sede di Castel Gandolfo. Questo trasferimento evidenzia la dedizione della Specola alla ricerca di alta qualità e la sua precoce consapevolezza dell’impatto negativo dell’illuminazione artificiale.

In questo contesto di crescente consapevolezza dell’importanza dei cieli bui, l’Osservatorio Vaticano ha dato un contributo significativo con lo sviluppo di un fotometro portatile, specificamente progettato per misurare la luminosità del cielo notturno in Italia. Il rapporto sulle misurazioni effettuate e lo strumento stesso, rappresentano un esempio pionieristico di equipaggiamento portatile.

La Legge di Propagazione

La ricerca del 1971 mirava a sviluppare una “legge di propagazione” della luce artificiale nel cielo notturno per mappare l’inquinamento luminoso su vaste regioni. Gli autori, Treanor e Bertiau, hanno studiato un modello che descrive come la luce di una città si diffonde nell’atmosfera, basandosi sulla seguente equazione:

Immagina di guardare il faro di un’automobile di notte. La luce che vedi è composta da due parti:

  • La luce diretta: il fascio luminoso che arriva dritto ai tuoi occhi.
  • La luce diffusa: il bagliore, o alone, che vedi intorno al faro, causato dalla luce che rimbalza sulle particelle di polvere o umidità nell’aria.

L’equazione di Treanor e Bertiau funziona in modo simile: il primo termine descrive il bagliore diffuso, e il secondo descrive il fascio di luce diretta che arriva dalla città.

In questa formula, I è la luminosità che rileva il fotometro nel cielo notturno (illuminazione zenitale), P è la popolazione della città e X è la distanza tra te e la città.
Il funzionamento dell’equazione è determinato da tre costanti principali: A, B e k. Ecco cosa rappresentano:

  • Componente di Diffusione (A): rappresenta l’intensità del bagliore diffuso, come l’alone di luce che una città proietta nel cielo notturno. Un valore di A più alto indica un alone di luce più grande, a parità di altre condizioni.
  • Componente Diretta (B): rappresenta l’intensità della luce che viaggia direttamente verso l’osservatore. Descrive il contributo principale della luce che non viene dispersa.
  • Attenuazione (k): un parametro che descrive quanto rapidamente la luce, sia diretta che diffusa, viene indebolita mentre attraversa l’atmosfera. Un valore di k elevato indica che la luce svanisce più velocemente con la distanza.
Figura 1 – Rappresentazione schematica del modello semplificato di propagazione della luce artificiale nell’atmosfera, proposto da Treanor.

Le osservazioni utilizzate per calibrare questa legge furono condotte nell’estate del 1971, con oltre 5000 misurazioni effettuate in diverse località italiane. Tre città furono selezionate per lo studio: Roma (2.600.000 abitanti), L’Aquila (61.000 abitanti) e Teramo (48.000 abitanti), per testare il modello su scale urbane molto diverse. Le notti di osservazione furono scelte per la loro eccellente trasparenza e l’assenza di nuvole, garantendo la massima qualità dei dati.

I risultati di queste misurazioni sono visualizzati nella figura 2. Il grafico illustra chiaramente come l’inquinamento luminoso diminuisca all’aumentare della distanza dal centro abitato. L’asse orizzontale indica la distanza, mentre l’asse verticale rappresenta la magnitudine, che quantifica la perdita di visibilità stellare. Questi dati confermarono l’efficacia del modello di Treanor, dimostrando che l’inquinamento luminoso può essere misurato e analizzato in relazione alla distanza da una sorgente luminosa.

Ulteriori osservazioni sono state condotte a Castel Gandolfo, a Toppo di Castelgrande (sito di test per i gruppi di prospezione del Grande Telescopio Britannico e Italiano), sull’Isola di Ponza e nella campagna a sud di Lecce.
Le osservazioni condotte nelle vicinanze di Roma, L’Aquila e Teramo hanno confermato che la legge empirica si adatta efficacemente ai dati. L’intensità della luce artificiale nel cielo, misurata rispetto al cielo naturale, è stata tracciata in funzione della distanza in chilometri. Si è notato che, oltre una certa distanza, l’intensità artificiale non cambiava più, permettendo di stabilire un punto zero locale per i contributi di inquinamento luminoso.

Figura 2 – Grafico dei risultati delle misurazioni dell’inquinamento luminoso nelle città di Roma, L’Aquila e Teramo. L’asse orizzontale indica la distanza dal centro abitato, mentre l’asse verticale mostra il valore della magnitudine, quantificando la perdita di magnitudine in base alla distanza dal centro città.

Per confrontare questi risultati con la legge empirica, è stato necessario considerare la popolazione delle città e le differenze nel loro sviluppo economico. Un fattore di scala basato sulla sola popolazione ha permesso di allineare i dati di Roma e L’Aquila su una curva comune. I valori per Teramo sono risultati inferiori a questa curva di circa il 23%, una differenza che riflette il suo minore sviluppo, un aspetto confermato da dati statistici. I risultati combinati, normalizzati per 100.000 abitanti, hanno mostrato un’ottima corrispondenza con la legge empirica di riferimento, grazie a un’adeguata calibrazione delle costanti.
Ulteriori analisi e l’applicazione di formule successive hanno permesso di chiarire alcuni aspetti fondamentali:

  • Il modello mostra che a grandi distanze, la diffusione della luce nell’atmosfera è il meccanismo principale di propagazione.
  • Il modello non è preciso a distanze molto ravvicinate dalle città, dove l’approssimazione non è pienamente valida. Questo difetto è stato corretto assegnando una distanza minima di 5 km ai siti di osservazione che si trovano più vicini.
  • È emerso che il fattore di sviluppo economico è un parametro importante. Per l’Italia, si è trovata una correlazione con il numero di telefoni per abitante, che ha permesso di stimare questo fattore per le varie città, offrendo un metodo oggettivo per tenere conto delle differenze di sviluppo.

Questi risultati hanno dimostrato che è possibile modellare e prevedere l’inquinamento luminoso anche su larga scala, sebbene con alcune limitazioni dovute a fattori locali come l’altitudine dell’osservatorio, le irregolarità topografiche e la presenza di neve, che influenzano l’albedo superficiale.

Il Primo Fotometro

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Il primo fotometro, sviluppato nel 1971, era uno strumento compatto e portatile, ideale per le misurazioni sul campo, lontano dagli osservatori tradizionali. Le sue componenti principali erano:

  • Ottica: Un obiettivo di 42 mm di diametro focalizzava la luce del cielo su un diaframma circolare. La luce passava attraverso un filtro B e una lente di Fabry, che proiettava l’immagine dell’obiettivo su un fotomoltiplicatore.
  • Fotomoltiplicatore: È stato scelto un fotomoltiplicatore 1P21 per la sua elevata sensibilità e il basso rumore, qualità che hanno eliminato la necessità di un sistema di raffreddamento, non pratico per l’uso sul campo.
  • Elettronica: L’unità, alimentata da due batterie da 6V, includeva gli alimentatori, un amplificatore e un convertitore per fornire l’alta tensione al fotomoltiplicatore. Un microamperometro montato al contrario misurava il segnale in uscita.
  • Sistema di Puntamento e Lettura: L’operatore usava un sistema binoculare esterno per puntare lo strumento. Un occhio osservava la scala illuminata del microamperometro, mentre l’altro guardava il cielo attraverso un cannocchiale telescopico. Questo permetteva di sovrapporre la lettura del segnale direttamente al campo stellare.

Dopo il prototipo iniziale, nel 1976 fu sviluppato un modello di fotometro migliorato, che presentava modifiche significative per aumentarne la praticità e la precisione.

Figura 3 – Schema a blocchi del fotometro portatile del 1971, che illustra i componenti principali e il flusso del segnale.

 

Il Modello Migliorato

Il modello del 1976 abbandonava il sistema di puntamento binoculare esterno in favore di un cercatore interno. Questa innovazione permetteva all’osservatore di vedere contemporaneamente l’area di cielo inquadrata e la lettura del microamperometro, semplificando notevolmente il processo di misurazione.

Componenti e Funzionalità

Il fotometro del 1976 era un’unità completa, fornita con un paraluce in gomma, un jack per collegare strumenti di misurazione esterni, batterie e una chiave per i collegamenti. Una borsa rigida appositamente progettata garantiva un trasporto sicuro, come mostrato in una delle figure originali (fig. 4). Al suo interno, la parte elettronica di controllo era visibile, con i componenti organizzati per facilitare la gestione dello strumento.
Le istruzioni per l’uso erano chiare: si doveva evitare di esporre l’obiettivo a luce intensa con il pulsante premuto, per proteggere il fotomoltiplicatore. Inoltre, per la sicurezza dello strumento, si raccomandava di riportare la manopola del filtro nella posizione “CHIUSO” quando non in uso e di rimuovere le batterie in caso di inutilizzo prolungato. Un LED rosso fungeva da pratico indicatore di batteria scarica, un’aggiunta utile per l’uso sul campo.

Figura 4 – Il fotometro del 1976 con la sua borsa rigida progettata per il trasporto sicuro.

Calibrazione e Risultati

Sia il modello del 1971 che quello del 1976 furono calibrati utilizzando una sorgente di trizio e stelle standard, con correzioni per l’estinzione atmosferica. Per isolare la luce artificiale da quella naturale, furono impiegati metodi basati su analisi di conteggi stellari e osservazioni in siti privi di inquinamento. Le prestazioni del fotometro furono valutate in diverse località italiane, fornendo dati che si sono dimostrati in buon accordo con stime basate su altre osservazioni astronomiche.

Figura 5 – Vista interna del fotometro del 1976, che mostra la parte elettronica di controllo con condensatori, resistenze, diodi, transistor e l’integrato oscillatore CA 555.

 

L’Inquinamento Luminoso in Italia (1971)

Uno degli obiettivi primari della ricerca iniziata nel 1971 fu la creazione di mappe dettagliate dell’inquinamento luminoso in Italia. Utilizzando la legge di propagazione calibrata e i dati demografici delle città, gli autori hanno calcolato l’intensità della luce artificiale su una griglia di 15 km x 15 km che copriva l’intera penisola italiana. Questo approccio ha permesso di visualizzare l’estensione e la gravità del fenomeno in diverse regioni.

Figura 6 – Mappa in bianco e nero della Sicilia e della Calabria, con riquadri di 15×15 km che indicano i valori di inquinamento luminoso pubblicati nel 1973, riflettendo l’intensità luminosa per ogni zona.

Le mappe prodotte mostrano chiaramente le aree più colpite dall’inquinamento luminoso, corrispondenti ai grandi centri urbani e alle zone industrializzate, e quelle che, all’epoca, godevano ancora di cieli relativamente bui. Questa rappresentazione visiva fu fondamentale per sensibilizzare la comunità scientifica e il pubblico sull’entità del problema.

Figura 7 – Mappa a colori dell’intera Italia, con reticolo di 15×15 km, che visualizza l’inquinamento luminoso. Ad ogni colore è stato associato il valore di perdita in magnitudine, mostrando rapidamente l’entità dell’inquinamento luminoso e la qualità del cielo notturno.

La pubblicazione del 1973 quantificò anche l’impatto dell’inquinamento luminoso sulla magnitudine limite, ovvero la stella più debole che può essere osservata da un dato sito, e associò i colori utilizzati nelle mappe a diverse classi di qualità del cielo. Queste informazioni, visualizzate nelle Figure 6 e 7, mostrano il danno concreto apportato alla capacità osservativa e hanno permesso di identificare le regioni più adatte per l’installazione di nuovi osservatori, come la Sardegna e alcune aree del Sud Italia, dove la perdita di magnitudine limite era inferiore a 0.1, indicando cieli ancora molto bui. Al contrario, in gran parte dell’Italia settentrionale e in Sicilia, la perdita superava 0.1, con valori significativamente più alti nei pressi delle grandi città. Questo sistema di classificazione visiva ha reso le mappe facilmente interpretabili e ha fornito un riferimento immediato per la valutazione della qualità del cielo.

Padre Patrick Treanor S.J.

Figura 8 – Ritratto di Padre Patrick Treanor S.J. (1921-1978), astronomo gesuita e direttore dell’Osservatorio Vaticano, figura chiave nello sviluppo del fotometro e nella ricerca sull’inquinamento luminoso.

Un ruolo fondamentale nello sviluppo del fotometro portatile descritto in questo articolo fu svolto da Padre Patrick Treanor S.J. (1921-1978), un astronomo gesuita irlandese. Dopo aver conseguito il dottorato in astrofisica presso l’Università di Chicago nel 1955, intraprese una prolifica carriera scientifica presso l’Osservatorio Vaticano a Castel Gandolfo. La sua ricerca si concentrò principalmente sulla spettroscopia stellare e sullo studio della luce zodiacale. Padre Treanor non fu solo un brillante ricercatore, ma anche un pioniere nello sviluppo di nuovi strumenti astronomici, dedicando le sue energie alla creazione di strumenti innovativi che avrebbero permesso agli astronomi di esplorare l’universo con sempre maggiore precisione. Fu direttore dell’Osservatorio Vaticano dal 1970 al 1978. I suoi contributi all’astrofisica osservativa hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’astronomia vaticana e non solo. In riconoscimento del suo lavoro, l’asteroide 483636 Treanor è stato chiamato in suo onore, un tributo duraturo al suo impatto sulla comunità astronomica.

L’importanza di questo tipo di studio, che quantificava l’impatto dell’inquinamento luminoso, fu ulteriormente sottolineata dalla decisione di costruire un nuovo osservatorio in un sito con basso inquinamento luminoso, lontano dalle luci della città. Negli anni successivi, l’Osservatorio Vaticano intraprese un ambizioso progetto: la costruzione del Vatican Advanced Technology Telescope (VATT) a Tucson, Arizona. Il telescopio, con la sua apertura f/1, ottiche avanzate e sito di osservazione ottimale, rappresenta un significativo passo avanti nella ricerca astronomica dell’Osservatorio Vaticano. Il VATT è un telescopio altazimutale con uno specchio primario di 1,8 metri di diametro e un’apertura relativa f/1. Questa caratteristica ottica, estremamente rara per un telescopio di queste dimensioni, permette al VATT di raccogliere una quantità eccezionale di luce, rendendolo particolarmente adatto per l’osservazione di oggetti celesti estremamente deboli situati ai margini dell’universo osservabile. La sua costruzione fu guidata da Padre George V. Coyne S.J., direttore dell’Osservatorio Vaticano dal 1978 al 2006, una figura di spicco nel panorama astronomico internazionale e un instancabile promotore della ricerca astronomica.

Conclusioni

significativo su diverse aree dell’astronomia. Innanzitutto, riduce il contrasto tra gli oggetti celesti e lo sfondo del cielo, rendendo più difficile l’osservazione di oggetti deboli come galassie lontane, nebulose e ammassi stellari. Questo limita la capacità degli astronomi di studiare la struttura e l’evoluzione dell’universo. Inoltre, l’inquinamento luminoso influisce sulla precisione delle misurazioni astrometriche e fotometriche, che sono fondamentali per determinare la posizione, la distanza e la luminosità degli oggetti celesti.

Infine, l’inquinamento luminoso può alterare lo spettro della luce del cielo, interferendo con le osservazioni spettroscopiche, che forniscono informazioni cruciali sulla composizione chimica e le proprietà fisiche degli oggetti celesti.

Lo studio dell’inquinamento luminoso è più importante che mai oggi. L’eccessiva illuminazione artificiale non solo compromette le osservazioni astronomiche, limitando la capacità degli astronomi di studiare il cosmo, ma ha anche gravi conseguenze per l’ambiente, alterando i ritmi biologici di molte specie, disorientando gli animali migratori e potenzialmente influenzando negativamente la salute umana (per una trattazione completa dei danni causati dall’inquinamento luminoso si veda Coelum n°258). Fortunatamente, la consapevolezza di questo problema è in crescita, e in molti paesi sono state promulgate leggi e iniziative per ridurre l’inquinamento luminoso attraverso l’uso di illuminazione pubblica più efficiente e mirata.

Lo strumento, una prova del talento e della dedizione degli astronomi dell’Osservatorio Vaticano, è attualmente esposto presso il museo astronomico del Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo, dove può essere ammirato dai visitatori interessati alla storia dell’astronomia e alla lotta contro l’inquinamento luminoso.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 276 VERSIONE CARTACEA