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La coscienza di un pianeta

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A metà dicembre è uscito nei cinema il secondo episodio di Avatar, sequel di James Cameron che ne rivela la forte indole ambientalista. Grazie a questo strepitoso film, da gustare al cinema o in 3D (non si direbbe ma in redazione siamo amanti ancora del grande schermo, meglio se di nicchia e un po’ vintage) abbiamo iniziato a prendere confidenza con Pandora, un sistema-pianeta che si autoregola. In un periodo storico, attraversato dall’umanità, in cui la crisi climatica ha invaso la scena di ogni valutazione per lo sviluppo futuro, il tema del colossal è quanto meno attuale e, sebbene la trattazione sia ampia, con poche righe Marco Sergio Erculiani ci sposta dalla finzione alla realtà per introdurre almeno in parte, gli spunti concreti alla base dell’ipotesi di Gaia.

 

La coscienza di un pianeta

come l’attività collettiva della vita ha cambiato il pianeta Terra.

Spesso mi soffermo a pensare a cosa rappresenti l’essere umano. Siamo proprio sicuri della nostra unicità? E della nostra dominanza evolutiva? Biologicamente parlando, l’essere umano non è il più evoluto fra gli esseri viventi. Tutti gli esseri viventi sono evoluti a modo loro e, se sono arrivati fino ad oggi, è perché hanno adottato le migliori strategie per adattarsi all’ambiente in cui vivono. Gli altri: estinti. Spesso si parla di resilienza in termini errati, una parola che oggigiorno è decisamente abusata. Io parlerei più di fitness. Resilienza infatti implica che un organismo sia duro e puro e resistente ovunque. La fitness invece è la capacità riproduttiva e di sopravvivenza di un particolare organismo in un dato ambiente e nei confronti di un altro organismo della stessa specie. Porta con sé una coscienza collettiva.

Le piante sono un buon esempio per comprendere la differenza. Esse hanno sviluppato un metodo per adattarsi e proliferare sul nostro pianeta che si chiama fotosintesi. Non intenzionalmente ma a causa dell’evoluzione e dell’affinamento di questo processo, esse rilasciano ossigeno. Il rilascio di questa molecola fin dalle prime fasi dello sviluppo di questo adattamento evolutivo, ha cambiato l’intera funzione della Terra. Questo processo ha quindi segnato la storia evolutiva dell’intero pianeta. Ma questo è solo un esempio di tutte le singole forme di vita che, vivendo la propria esistenza, collettivamente hanno un impatto non indifferente su scala planetaria. Cosa possiamo dedurre da questa constatazione? Che ogni essere sulla Terra è una goccia nel mare della vita: fa parte insomma di esso ma è irrimediabilmente interconnesso con le altre gocce. Come le fibre di un enorme tappeto, la cui trama rappresenta il volto del nostro pianeta. Quindi, è possibile che l’attività della vita, la biosfera, abbia plasmato il mondo, è verosimile che anche l’azione intenzionale, basata sull’attività collettiva della cognizione e le azioni che ne derivano possano fare altrettanto. Significa che, vista da questo punto di vista, la Terra potrebbe avere una vita propria, come un immenso organismo.

 

L’ipotesi di una intelligenza comune: l’ipotesi di Gaia

 

L’idea non è del tutto nuova. Infatti l’ipotesi di Gaia dice che la biosfera interagisce con i sistemi geologici come aria, acqua e terra per mantenere lo stato abitabile della Terra. Quindi, una specie non tecnologicamente evoluta come la biosfera può mostrare una sorta di intelligenza planetaria e l’attività collettiva della vita crea un sistema che si auto-mantiene. Già a metà del secolo scorso, insospettabilmente, Erwin Schrödinger, il celeberrimo fisico austriaco, descrisse la cellula vivente come un sistema in grado di seguire la seconda legge della termodinamica, consumando cibo a bassa entropia e producendo rifiuti ad alta entropia. Nel loro piccolo, le cellule sono assimilabili, secondo la teoria di James Lovelock e Lynn Margulis al sistema Terra. Quest’ultima è proprio come una cellula vivente: dissipativa.

Come le cellule, anche la Terra e gli organismi che la abitano hanno meccanismi di regolazione simili in grado di mantenere condizioni più adatte alla vita.

Le componenti centrali dell’ipotesi di Gaia possono essere suddivise in quattro criteri generali, che sono caratteristiche anche della termodinamica: disequilibrio, interazione, ottimizzazione, omeostasi. Il disequilibrio sulla Terra si riflette nelle forme di energia libera, come energia cinetica in movimento o energia potenziale. Nella chimica l’energia libera si manifesta tra carboidrati idrocarburi e ossigeno mentre nell’uomo si manifesta nella capacità dell’uomo di mantenere il suolo in uno stato non naturale, modificato con le infrastrutture e la tecnologia. Per quanto riguarda le interazioni, sappiamo che la vita influenza il suo ambiente ed interviene all’interno di esso, interagisce appunto.

Figura 1: L’ipotesi di Gaia. La radiazione solare aggiunge energia a bassa entropia al sistema Terra, che viene convertita da diversi processi in forme diverse. La dinamica risultante distribuisce questa energia, cambia le proprietà materiali e radiative del pianeta, in modo che lo stato termodinamico del pianeta derivi da queste conversioni di energia e dalle loro interazioni. Crediti: Kleidon 2010.

 Continua..

L’articolo completo a cura di Marco Sergio Erculiani è su Coelum Astronomia n°260 di febbraio/marzo 2023

 

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