Cosa succede quando una passione alimenta un percorso di crescita personale e professionale, portando a risultati
straordinari? Matteo Mellone rappresenta l’esempio perfetto di come dedizione e creatività possano fondersi per
creare soluzioni innovative e strumenti di grande impatto.
Nel suo racconto troverete non solo i dettagli di un cammino.
tecnico, ma anche l’ispirazione di un viaggio umano ricco di entusiasmo e visione. Vi invitiamo a leggere questa
storia che unisce l’amore per l’astronomia alla competenza ingegneristica, in un percorso che sta per trasformarsi in
qualcosa di ancora più grande. Buona lettura!
L’INIZIO DI UNA PASSIONE
Mellone Matteo, nato nel 1983, fin da bambino sono stato irresistibilmente attratto dal cielo e, come molti, ho sognato di diventare un astronauta. La mia famiglia ha sempre sostenuto questa passione, permettendomi di iniziare con un piccolo binocolo, il primo strumento che mi ha aperto una finestra sull’universo. Da quel momento, ogni nuovo strumento rappresentava una meraviglia: un cannocchiale zoom, con cui ho scoperto la Luna e gli anelli di Saturno, e poi il mio primo telescopio, un modesto 50mm f/10, che ha accresciuto ulteriormente la mia emozione. A 16 anni sono passato a qualcosa di più concreto, il mitico 114/900, e da lì in poi ho avuto la sensazione di tenere il cielo nelle mie mani. Questa passione, in continuo crescendo, mi ha portato a esplorare un susseguirsi di strumenti, dai Dobson ai Newton su montatura equatoriale, dagli Schmidt- Cassegrain agli apocromatici. La voglia di avere telescopi sempre più grandi e di poterli costruire da me ha influenzato profondamente il mio percorso di studi, conducendomi alla progettazione aeronautica e all’ingegneria meccanica. La curiosità e il desiderio di imparare mi hanno spinto a leggere moltissimi libri, articoli e riviste del settore, ammirando e studiando l’evoluzione meccanica, ottica ed elettronica dei telescopi. La vera svolta, però, è avvenuta nel 1999, quando mi sono iscritto al CAST, il Circolo Astrofili Talmassons, un gruppo affiatato e operativo a 360 gradi nel mondo astronomico, molto attivo nella divulgazione attraverso l’osservatorio, le scuole e le piazze. Le lunghe nottate trascorse in osservatorio e in montagna mi hanno profondamente temprato, permettendomi di imparare dall’esperienza degli astrofili più esperti e di provare molti strumenti diversi. Un ricordo particolare va a Paolo Beltrame e Francesco Scarpa, che mi hanno accompagnato numerose volte sul Monte Matajur quando ancora non avevo la patente; con loro trascorrevo notti intere osservando il cielo con i loro Dobson e apocromatici, un periodo di oltre vent’anni fa che resta impresso nella mia memoria.
PRIME MODIFICHE E APPROCCI ALLA PROGETTAZIONE
Negli anni ‘90 non esisteva tutta la varietà di strumenti e montature disponibile oggi, e così ho iniziato a modificare e migliorare i telescopi in mio possesso, disegnando e costruendo piccole montature equatoriali con motori in ascensione retta. Con il tecnigrafo successivamente ho iniziato il cammino prima nel utilizzo del CAD 2D e poi nel CAD 3D, una competenza che si è evoluta fino a diventare il mio lavoro come progettista meccanico.

portatile per Newton 275
mm F 4,7 su GTD G41 Obs.
Alluminio e Inox tagliato
al laser e parti stampate
in 3D. Sostegno studiato
per portare il telescopio al
30esimo del mio palazzo
munito di uno skygarden.
Dal 2008, grazie al lavoro, ho avuto l’opportunità di trasferirmi all’estero, vivendo in paesi come Ungheria, Thailandia, Vietnam e India. Qui ho avuto la possibilità di confrontarmi con culture diverse, ma ho trovato un denominatore comune ovunque: comunità di astrofili e gruppi di appassionati, ai quali mi sono sempre unito e di cui sono tuttora socio. Questa rete internazionale di appassionati ha rappresentato una forza motrice, spingendomi a credere nelle mie capacità e a fare sempre di più, generando curiosità e interesse per i miei progetti in molti luoghi diversi. La mia prima montatura equatoriale è stata costruita con materiali semplici come pannelli di compensato, cuscinetti, tubi di plastica e motorini elettrici con potenziometri montati su ruote dentate da 5 cm di diametro, recuperate da macchine telecomandate.
L’ARTICOLO COMPLETO è riservato agli abbonati alla versione digitale. Per sottoscrivere l’abbonamento Clicca qui. Se sei già abbonato accedi al tuo account dall’Area Riservata
[swpm_protected for=”3″]
Anche se l’inseguimento era impreciso e la struttura instabile, quei primi passi rappresentavano per me un grande traguardo. In seguito sono passato a strutture più solide, utilizzando parti in alluminio e partendo sempre da schizzi e idee su carta. Qui ho incontrato le prime vere difficoltà, come il periodismo dovuto alle ruote dentate e vite senza fine, o l’ortogonalità insufficiente, che rendeva difficile un puntamento di precisione con cerchi graduati.
Nonostante le difficoltà, non mi sono mai demoralizzato. Dopo aver acquistato una montatura equatoriale Konus EQ2 manuale, dotata di un Newton 144/900, ho iniziato a motorizzarla. Anche in questo caso, i giochi meccanici e l’instabilità della struttura erano evidenti, tanto che bastava una folata di vento per far tremare tutto. Ho provato a migliorare la situazione sostituendo componenti, lubrificando meglio le parti mobili e facendo tutto ciò che era possibile con le conoscenze dell’epoca. Tuttavia, ho capito che non ero ancora pronto per realizzare la montatura che immaginavo e che avevo bisogno di imparare ancora molto. Così, dopo il 114/900, sono passato a un Dobson artigianale semi-truss da 300mm f/4.5, uno strumento fantastico che mi ha accompagnato per molti anni. Naturalmente, l’ho personalizzato, aggiungendo una ventilazione forzata per lo specchio primario alimentata da una mini batteria a 12V, riverniciandolo con una vernice resistente all’acqua e annerendo completamente l’interno. Ho persino aggiunto luci rosse perimetrali sotto la base per evitare di urtarlo al buio durante le osservazioni in montagna, dove il cielo era ancora straordinariamente scuro. Nonostante l’ingombro, questo Dobson si è rivelato un’ottima palestra di astronomia pratica.
Nel 2004, sfruttando un’occasione, ho venduto il Dobson per acquistare un Celestron C11, uno Schmidt-Cassegrain da 279mm di diametro e una focale di 2790mm. Era uno strumento impegnativo, pesante per l’epoca, ma volevo sfruttarlo appieno. Non sentendomi ancora pronto a progettare e costruire una montatura per sostenerlo, consapevole che ogni imprecisione meccanica mi avrebbe scoraggiato, ho acquistato una montatura equatoriale Synta EQ6. Questa montatura, robusta e affidabile, è stata migliorata ulteriormente con l’installazione del kit DA1 di Astromeccanica, che custodisco ancora oggi con grande cura. Un’esperienza mi ha permesso di comprendere l’importanza di alcune modifiche, come la trasmissione a cinghia, la gestione delle rampe di accelerazione e le correzioni sull’inseguimento.

campo corretto 10x10mm
Colonna per carichi elevati
e Osservatorio Scorrevole.
Committente Tiziano Olivetti
Thailandia
L’INIZIO DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
Nel frattempo, iniziava la rivoluzione digitale. Avevo consapevolezza di quanto fosse impegnativa l’astrofotografia su pellicola e ho deciso di provarci anch’io, ma utilizzando tecnologie più moderne, come la webcam Philips Vesta Pro e, successivamente, le prime reflex digitali. Le nuove tecnologie esprimevano un potenziale e un forte cambiamento in atto, rendendomi consapevole dell’importanza di una meccanica ben progettata. Mentre molte soluzioni sul mercato erano eccellenti ma costose, sentivo di avere abbastanza conoscenze per iniziare a progettare una montatura con buone prestazioni meccaniche e costi contenuti. Non è stato semplice, ma ci dovevo provare. Dopo molti anni di studio e pratica, oggi utilizzo strumenti avanzati come Autodesk Inventor Professional per la progettazione e l’analisi FEM, che permette di prevedere il comportamento dei componenti sotto carico e garantire risultati affidabili.
L’ANALISI FEM: UNA BASE PER LA PROGETTAZIONE AFFIDABILE
Come ho accennato precedentemente nel corso degli anni ho imparato a eseguire l’analisi FEM (Finite Element Method), un metodo che permette di prevedere come un prodotto reagirà agli stress fisici a cui sarà sottoposto. Uso questa tecnica ancora oggi, dopo sedici anni, per garantire che i miei progetti siano robusti e affidabili. La mia esperienza professionale include dieci anni nella progettazione di macchine e impianti nel settore dei metalli e dell’industria siderurgica, seguiti da cinque anni come responsabile della ricerca e sviluppo nel settore automotive, dedicandomi alla progettazione di veicoli speciali. Questo percorso ha consolidato le mie competenze nella progettazione 3D e nelle tecnologie correlate, come le simulazioni FEM, la stampa 3D, la scansione 3D e l’utilizzo di materiali compositi. Ho avuto la fortuna di poter toccare con mano ciò che progettavo, utilizzando la modellazione 3D come uno strumento per rappresentare concretamente le idee che immaginavo nella mia mente. Oggi sono responsabile di progetti e investimenti per un’azienda che si occupa di progettare e costruire motori elettrici di molte tipologie, inclusi quelli destinati al settore automotive. Posso affermare che si tratta di un’esperienza professionale che si sposa perfettamente con la mia passione per l’astronomia, consentendomi di applicare le competenze tecniche acquisite per sviluppare soluzioni innovative e personalizzate per strumenti astronomici.
LA COLLABORAZIONE CON TIZIANO OLIVETTI
A Bangkok ho conosciuto Tiziano Olivetti, un fotografo planetario storico di cui leggevo gli articoli sulle riprese planetarie ad alta risoluzione già da dieci anni prima. Per puro caso vivevamo quasi vicini di casa, separati soltanto da cinque chilometri. Da questa coincidenza è nata una bella amicizia, e abbiamo trascorso innumerevoli nottate a riprendere pianeti con il suo telescopio Dall-Kirkham da 410 mm autocostruito.
Una nuova e inattesa occasione per imparare moltissimo, sia dal punto di vista pratico che dai “trucchi” di ripresa. Per chi non lo sapesse, un Dall-Kirkham, abbreviato DK, è una variante del telescopio Cassegrain, dotato di uno specchio primario ellissoidale concavo e di uno specchio secondario sferoidale convesso. È una configurazione che produce immagini prive di astigmatismo, anche se presenta un coma ottico maggiore fuori asse. Si tratta di una soluzione particolarmente indicata per osservazioni in cui un buon potere di risoluzione è più importante di un ampio campo visivo, come nel caso dell’osservazione planetaria. Tiziano mi propose di progettare insieme il suo nuovo telescopio, ancora più grande del precedente.
L’idea era entusiasmante: un Dall-Kirkham da mezzo metro con una focale di oltre dieci metri. Era il momento giusto per mettermi in gioco e applicare concretamente le mie abilità di. Con grande entusiasmo abbiamo iniziato la progettazione, fissando tre obiettivi principali: semplicità di realizzazione, costo ottimizzato e contenuto, e rigidità strutturale e meccanica. In pochi mesi abbiamo realizzato il progetto in 3D e svolto l’analisi FEM, controllando baricentri e flessioni.
I risultati teorici erano molto promettenti. Dopo un paio di mesi avevamo tutti i componenti necessari e lo abbiamo assemblato: tutto combaciava perfettamente con il modello 3D. I test sul cielo si sono dimostrati subito ottimi e coerenti con le previsioni; il telescopio non presentava flessioni, e lo specchio primario era saldamente mantenuto in posizione in ogni direzione. Ce l’avevamo fatta, ma non ci siamo fermati lì. Tiziano mi ha chiesto di progettare anche una nuova colonna per la montatura e infine un osservatorio. L’ho accontentato e il risultato è stato una delle più grandi soddisfazioni della mia vita.

Committente: Cherdphong Visarathanonth per gli amici Tony – Thailandia
Focale di 10 metri, ostruzione del 13% e un peso totale operativo 32 kg
grazie all’utilizzo intensivo di fibra di carbonio.
La struttura è estremamente stabile
e ogni componente è stato pensato
per massimizzare la rigidità e
limitare il peso.
Le immagini prodotte da quel telescopio da mezzo metro, minimalista, essenziale e autocostruito, hanno iniziato a suscitare curiosità e domande tra gli astrofili, portando a un passaparola che mi ha reso noto tra gli appassionati e ha generato richieste per progettare telescopi personalizzati. Le richieste riguardavano spesso strumenti con caratteristiche non disponibili sul mercato, come telescopi planetari con rapporti focali molto spinti o con un campo apparente molto piccolo.
I risultati ottenuti e l’apprezzamento da parte di chi ha creduto in me hanno alimentato la curiosità e la volontà di altri astrofili di pensare ad alternative su misura. Nel tempo, le richieste si sono ampliate e diversificate, includendo analisi e correzioni meccaniche su telescopi esistenti, progettazione di montature, accessori e persino piccoli osservatori. Un esempio significativo è rappresentato dalla montatura ibrida sviluppata per Marco Lorenzi, che vive a Singapore. Con la Polare praticamente all’orizzonte e la necessità di gestire un Newton da 53 cm, le alternative sul mercato erano poche e molto costose. Parlando con Marco, abbiamo deciso di affrontare la sfida e creare una montatura ibrida con friction drive per il suo grande telescopio.

Le ventole aumentano il flusso d’aria a contatto con lo specchio primario per favorire e velocizzare il raggiungimento dell’equilibrio termico.
Abbiamo trascorso settimane e nottate a progettare e definire i dettagli della montatura, lavorando in connessione remota tra Thailandia e Singapore. Le sessioni di progettazione spesso duravano otto ore, e molte volte ci ritrovavamo alle tre del mattino senza nemmeno accorgercene. Nell’ambiente 3D abbiamo considerato con estrema cura flessioni, pesi e bilanciamenti, poiché i componenti dovevano essere realizzati direttamente a Singapore, portati al dodicesimo piano del suo appartamento e assemblati da Marco stesso. Non potevamo permetterci errori.
LA FILOSOFIA DELLA PROGETTAZIONE
Ed è qui che voglio spiegare la filosofia con cui approccio la progettazione: la vera difficoltà risiede nel rendere semplice e modulare il design di qualsiasi cosa. L’intento è sempre quello di far sì che una persona sia in grado di assemblare il telescopio o la montatura in modo indipendente, ovviamente seguendo le procedure corrette. La modularità e il corretto dimensionamento dei singoli componenti fanno sì che la vita dello strumento sia molto lunga. Mantengo sempre margini di sicurezza sovradimensionando i componenti, una scelta che si basa sul principio che siamo bravi se risolviamo i problemi, ma siamo davvero bravi se evitiamo che si presentino. Questo approccio consente, nell’eventualità di una sostituzione, di intervenire su un singolo dettaglio in modo semplice e rapido. Accolgo le richieste di chi ha ben chiaro lo scopo del progetto e sa cosa vuole.
L’obiettivo è sempre quello di offrire un prodotto innovativo e di qualità superiore a un costo competitivo. Tuttavia, non accolgo tutte le richieste, soprattutto se il progetto è già disponibile sul mercato o se non suscita il mio interesse. Per esempio, non ho portato avanti richieste come: progettare telescopi Newton da 12” e 16” con rapporti focali molto veloci come F3/3.2; progettare telescopi da 20” e 24” in configurazione Nasmyth, copiando soluzioni esistenti; o costruire telescopi Dobson classici di grandi dimensioni con materiali base in legno.
Logisticamente, se posso mi sposto per seguire le destinazioni dei progetti, ma, non essendo questo il mio lavoro principale, non sempre riesco a farlo. Rimane comunque una grande soddisfazione poter vedere e toccare con mano le creazioni, condividere opzioni, commenti e impressioni direttamente sul campo, che sarebbe l’ideale. Un mio aspetto che a volte rappresenta una sfida è il mio perfezionismo: un progetto è finito solo quando tutti i dettagli sono stati valutati e ottimizzati. Non lascio nulla al caso. Inoltre, cerco sempre di coinvolgere il committente, almeno nei passaggi fondamentali, trovando un equilibrio tra tecnica, costi ed estetica.
Siamo italiani, e ci teniamo al design italiano. Alla base del mio modo di pensare, immaginare e progettare, ci sono alcune regole fondamentali: quello che non c’è non costa, quello che non c’è non pesa, quello che non c’è non si rompe, il design deve essere modulare, l’insieme fa la forza e deve essere semplice nella sua globalità. Nonostante la specificità e complessità delle soluzioni richieste, la semplificazione e l’ottimizzazione dei singoli componenti sono imprescindibili. Per me, la chiave di tutto è il design, che si riflette sulla rigidità della struttura e sui costi di realizzazione. Questo significa che il successo di un progetto non è solo tecnico, ottico o meccanico, ma anche economico, rispettando il budget e le aspettative del committente.
Durante la progettazione, le modifiche sono inevitabili e spesso si discostano molto dalla bozza iniziale. Condivido ogni step con il committente, utilizzando applicazioni social per una rapida condivisione delle informazioni o collegamenti remoti per sessioni in tempo reale. L’ultimo verdetto lo lascio sempre alla FEM. Per garantire la rigidità necessaria e individuare eventuali punti critici durante la fase di progettazione, la FEM offre risultati verosimili ma non perfetti. Per questo motivo, considero sempre un fattore di sicurezza di 2x: se una deformazione strutturale massima è prevista a 0.1 mm, la FEM deve risultare in 0.05 mm; se una montatura deve supportare un carico di 80 kg senza flessioni, la dimensiono per 160 kg. Questo mi garantisce che il risultato finale non deluderà le aspettative.
PROGETTI COMPLESSI E MIGLIORAMENTI CONTINUI
Non è semplice trovare un design leggero che combini rigidità strutturale, e per questo motivo alcuni progetti subiscono continue modifiche basate sui risultati della FEM. Un esempio è il DK 400 F25 richiesto da Cherdphong Visarathanonth, per gli amici Tony: doveva essere estremamente leggero ma garantire un allineamento ottico con una focale di 10 metri. Le revisioni sono state molteplici e la maggior parte dei componenti è stata realizzata in fibra di carbonio per limitare le dilatazioni termiche. Solo alla versione 19 il telescopio è stato considerato pronto per la costruzione. Nonostante tutto, si può sempre migliorare ulteriormente, e una versione rivista e ottimizzata è già in corso.
Onestamente sono attratto da tutto ciò che non si può reperire sul mercato, ed è per questo che ho rifiutato molti progetti, come ho spiegato sopra. Sebbene i rifiuti vengano accettati, non sono certo che siano sempre compresi. Questa per me è una passione che deve rimanere tale. Se un domani dovesse diventare un’attività a tempo pieno, non cambierò il mio approccio: posso indirizzare e consigliare, ma deve restare qualcosa che mi piace fare.
Trovo stimolanti i progetti ambiziosi e particolari, quelli che devi creare da zero perché non esistono, cercando di fare innovazione con soluzioni nuove e non convenzionali. Al momento non c’è un progetto che mi sia piaciuto più di altri in assoluto: ognuno mi ha dato soddisfazione nel realizzarlo e gratificazione nella felicità di chi ha creduto in me. Tuttavia, c’è un progetto che avrei voluto fare ma a cui ho dovuto rinunciare: la richiesta di un bellissimo Newton fotografico da 1,2 metri di diametro. Un progetto davvero grande, ma con problematiche meccaniche complesse, come le celle astatiche per la gestione delle deformazioni dello specchio principale, che al momento sono fuori dalla mia portata.

latitudini prossime all’equatore.
Sistema friction drive su entrambi gli
assi, con elettronica di controllo ONSTEP
fatta su misura.
Committente Marco Lorenzi https://www.
glitteringlights.com/
Singapore
Mi piacciono particolarmente i telescopi planetari Dall-Kirkham molto spinti e con ostruzione molto bassa, una configurazione ottica che consente di avere solo due specchi, di cui il secondo funge da moltiplicatore di focale, ciò minimizza l’introduzione di problematiche e/o ulteriori elementi ottici, ottimizzando la resa ottica e riducendo il passaggio della luce attraverso altre lenti. In termini pratici, si ottiene un’immagine più pulita, che, unita a un piccolo campo corretto, riduce le ostruzioni centrali dello specchio secondario nei confronti del primario. Per fare un confronto, un classico C14 ha un’ostruzione centrale del 33%, mentre i miei DK si attestano tra il 13% e il 15%, il risultato è un contrasto naturale delle immagini migliore e a una massimizzazione della raccolta di luce. Investo anche mesi nello studio delle soluzioni, partendo dall’analisi delle problematiche riscontrate dagli utilizzatori di strumenti simili per cercare soluzioni e accorgimenti che possano risolverle.
In base al budget, decido quali materiali e tipologie di lavorazioni utilizzare. Il mio processo di progettazione è articolato in diversi passaggi.
- Prima di tutto, cerco di rendere consapevole il richiedente di ciò che sta chiedendo, valutando se la soluzione proposta è effettivamente la più adatta allo scopo e guidandolo nella scelta migliore.
- Successivamente, analizzo e studio il progetto determinando i parametri ottici. Per fare ciò, utilizzo programmi dedicati per il dimensionamento delle celle, la distribuzione dei punti di appoggio dello specchio primario e la definizione delle posizioni e distanze delle ottiche in base ai requisiti richiesti dal committente.
- Definisco quindi l’applicazione dello strumento o dell’attrezzatura, considerando quale equipaggiamento verrà utilizzato. Ad esempio, se si desidera un telescopio specifico, è fondamentale considerare quale tipo di montatura lo sorreggerà, mentre nel caso di una montatura si analizza l’inverso. In base a queste considerazioni, si stabilisce un budget di spesa e si definiscono le tempistiche.
- Una volta definito il budget, si scelgono i materiali da utilizzare, un parametro che incide molto sui costi per via del materiale stesso e delle lavorazioni necessarie.
- Si avvia quindi lo studio vero e proprio, con la produzione dei primi modelli 3D senza dettagli, che consentono di definire volumi, pesi e baricentri, e di eseguire le prime analisi FEM approssimative per verificare se si sta andando nella direzione giusta.
- Se l’analisi è positiva, si procede al dettaglio del modello fino al 100%, riproducendo ogni singolo elemento e inserendolo nel modello d’assieme. In questa fase svolgo simulazioni sui movimenti del telescopio e della montatura per verificare possibili interferenze e assicurarmi della libertà di movimento di tutte le parti.
- Una volta modellato completamente, si eseguono nuovamente le analisi FEM omnidirezionali per analizzare il comportamento in tutte le posizioni. Solitamente è in questa fase che si apportano aggiustamenti al modello, che in realtà sono ottimizzazioni per ridurre spessori, modificare componenti e alleggerire il tutto.
- La fase precedente è quella che assorbe la maggior parte degli sforzi perché, per procedere con l’analisi FEM, il modello deve essere parametrizzato e si deve generare la mesh, un insieme di punti uniti tra loro che formano una rete 3D del modello. Un telescopio completo può avere milioni di questi punti, e ogni modifica, anche minima come la lunghezza o il diametro di una vite, richiede di rifare l’intera operazione.
- Ottenuti i valori corretti, si procede alla creazione dei disegni costruttivi o di dettaglio in 2D per ogni componente. In questi disegni vengono riportate tutte le informazioni sulle lavorazioni, trattamenti, materiali e filettature necessarie per il costruttore. Inoltre, viene generata una BOM (Bill of Materials), che elenca tutti i componenti necessari per la costruzione del telescopio. Vengono creati modelli in formato 3D standard (STEP) per essere visualizzati e letti da qualsiasi software CAD 3D, utile per la comprensione e necessario per eventuali lavorazioni su macchinari CNC.

- Una volta ottenuti i pezzi, rimane solo l’assemblaggio, la collimazione e le prove di rito.

L’IMPORTANZA DEL SEEING
Ho anche imparato, lavorando sui telescopi, che chi fa la vera differenza è il seeing. Ricordo di aver osservato la Luna con un tripletto APO e un Newton 275 f/4.7 in condizioni di seeing perfetto, raggiungendo ingrandimenti impensabili e osservando dettagli come mai prima. Crateri, ombre e particolari erano così ben definiti che, in condizioni normali, nemmeno un telescopio da 16 pollici dell’osservatorio locale sarebbe riuscito a mostrare simili visioni. Molti luoghi hanno un seeing medio piuttosto instabile, ma ci sono serate in cui ogni sforzo viene ripagato da immagini straordinarie. In queste occasioni ti dimentichi delle fatiche e ti lasci avvolgere dalla meraviglia del momento. Serve pazienza e costanza per godere di questi risultati. Un’opzione più impegnativa ma affascinante è caricare tutta l’attrezzatura e spostarsi verso cieli più bui e stabili, anche se il seeing non fa distinzioni.
A Bangkok, per esempio, la presenza del golfo, le caratteristiche morfologiche del territorio e i grattacieli contribuiscono a rendere l’atmosfera più stabile e stagnante, ma questo vantaggio è compensato dall’inquinamento luminoso assoluto. Per fortuna, per osservazioni planetarie o della Luna, l’inquinamento luminoso rappresenta un problema trascurabile. Per chi non vuole rinunciare alla fotografia astronomica e ha la possibilità di investire, il mercato oggi offre una vasta gamma di strumenti remoti posizionati nei migliori siti osservativi del mondo. Tuttavia, questa è una scelta di compromesso: i risultati sono straordinari, ma si perde il lato romantico dell’osservazione diretta e del contatto con il cielo. È una questione di preferenze personali.

Committente: GISTDA Geo-Informatics and Space Technology Development Agency – Thailandia
DALLA PASSIONE ALLA PROFESSIONE
Il lavoro svolto da Matteo Mallone racconta una storia di passione, dedizione e competenza, maturate attraverso anni di esperienze e sfide affrontate nel mondo della progettazione e dell’astronomia. Ogni progetto è stato un tassello fondamentale di un percorso che ha portato Matteo a eccellere in ambiti tecnici e creativi, unendo conoscenze ingegneristiche avanzate e un amore autentico per gli strumenti astronomici.
Fino a oggi, questa è stata una passione coltivata con grande serietà, ma mai trasformata in un’attività professionale specifica. Tuttavia, guardando indietro al cammino percorso e ai risultati raggiunti, appare evidente che il momento di fare un passo in avanti è ormai vicino. Le competenze acquisite, unite alla soddisfazione derivante dal creare qualcosa di unico e personalizzato, rappresentano una solida base per intraprendere un percorso imprenditoriale dedicato.
In fondo, questo è ciò che Matteo ha sempre amato fare: progettare, innovare e portare le sue idee nel mondo reale. Trasformare questa passione in un’attività professionale sarebbe non solo un naturale passo successivo, ma anche l’opportunità di condividere il suo talento con un pubblico ancora più ampio.
Forse è giunto il momento di lasciare che questa passione prenda definitivamente il volo, trasformandosi in una realtà imprenditoriale che possa continuare a crescere e a ispirare altri.
[/swpm_protected]
L’articolo è pubblicato in COELUM 272 VERSIONE CARTACEA














