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Da Curiosity nuove scoperte sull’evoluzione climatica di Marte

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L'ultimo autoritratto di Curiosity (settembre 2016) mostra la zona delle sue trivellazioni "Quela" nella scenografica area "Murrey Buttes" alle pendici del Monte Sharp. Il panorama è stato creato dalle immagini della MAHLI camera che si trova alla fine del braccio del Rover. Credits: NASA/JPL-Caltech/MSSS Full image and caption

La storia climatica di Marte si rivela sempre più complessa ed interessante. Le analisi condotte da Curiosity con il Sample Analysis at Mars (SAM) su xeno e kripton hanno mostrato che il materiale della crosta del pianeta deve aver contribuito in modo dinamico alla composizione atmosferica nel corso del tempo. Questi due gas sono utilizzati dagli scienziati per studiare l’evoluzione e la perdita dell’atmosfera sul Pianeta Rosso.

Video navigabile a 360° del panorama in apertura

Molti dei dati sono provengono dallo studio dei meteoriti marziani e dalle missioni Viking ma «i precedenti studi su xeno e cripto hanno raccontato solo una parte della storia», ha dichiarato nel report Pamela Conrad, ricercatrice principale dello strumento presso il Goddard Space Flight Center della NASA.

«Il SAM ora ci sta dando il primo punto di riferimento completo in situ con cui confrontare le misurazioni sui meteoriti».

Il team ha utilizzato la spettrometria di massa statica per rilevare anche piccole quantità di elementi grazie ai laboratori interni di Curiosity, un metodo applicato per la prima volta sulla superficie di un altro pianeta.

Riepilogo del processo chimico che, coinvolgendo il materiale sulla superficie di Marte, può aver introdotto elementi nell'atmosfera del pianeta. Crediti: NASA's Goddard Space Flight Center

Nel complesso i risultati ottenuti sono in accordo con gli studi precedenti ma alcuni rapporti isotopici risultano un po’ più alti del previsto. La causa di queste differenze potrebbe dipendere da un processo chiamato “cattura neutronica”, in base al quale i neutroni potrebbero essere stati trasferiti da un elemento chimico a un altro all’interno del materiale della superficie del pianeta. In particolare, sembra che alcuni isotopi del bario abbiano perso neutroni a vantaggio dello xeno per formare livelli più elevati degli isotopi xeno-124 e 126. Allo stesso modo, il bromo avrebbe ceduto neutroni per produrre livelli insoliti di kripton-80 e kripton-82.

Questi isotopi sarebbero quindi stati rilasciati nell’atmosfera a causa di impatti sulla superficie o per via di rilascio naturale dei gas dalla regolite marziana.

«Le misure del SAM forniscono la prova di un processo molto interessante, in base al quale la roccia e il materiale non consolidato in superficie hanno contribuito alla composizione isotopica dello xeno e del kripton in atmosfera in modo molto dinamico», ha affermato Conrad.

Di interesse per gli scienziati sono alcuni isotopi dei due gas xeno e kripton. «La scoperta di queste interazioni nel tempo ci consente di ottenere una maggiore comprensione dell’evoluzione planetaria», ha commentato Michael Meyer, scienziato del Mars Exploration Program della NASA a Washington.


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Galassia? No, giovane stella

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Immagine della stella Elias 2-27 ripresa da ALMA, in cui sono ben evidenti i bracci a spirale formati da polveri e gas. Crediti: Credit: B. Saxton (NRAO/AUI/NSF); ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)
Immagine della stella Elias 2-27 ripresa da ALMA, in cui sono ben evidenti i bracci a spirale formati da polveri e gas. Crediti: Credit: B. Saxton (NRAO/AUI/NSF); ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)

Non fatevi ingannare dal vostro colpo d’occhio. Quella che vedete immortalata nell’immagine qui sopra non è una galassia a spirale – come in effetti potrebbe sembrare di primo acchito –  ma una giovanissima stella avvolta da un disco turbinante di gas e polvere, denominata Elias 2-27. È la prima osservazione di questo tipo di struttura attorno a una stella di recente formazione prodotta dalle onde di densità, ovvero perturbazioni gravitazionali che danno vita a bracci simili, appunto, a quelli di una galassia. Un altro record che va ad aggiungersi al palmares del telescopio ALMA (Atacama Large Millimeter-submillimeter Array) dell’ESO.

«Queste osservazioni sono la prima prova diretta delle onde di densità in un disco protoplanetario», dice Laura Perez, astronoma dell’Istituto Max Planck per la radioastronomia a Bonn, in Germania, e prima autrice di un articolo pubblicato sulla rivista Science, a cui ha partecipato anche Leonardo Testi, astronomo dell’ESO e associato INAF.

Elias 2-27, la cui età è stimata attorno al milione di anni, si trova a circa 450 anni luce dalla Terra nel complesso di formazione stellare di Ofiuco. Anche se possiede appena la metà circa della massa del nostro Sole, questa stella possiede un disco protoplanetario insolitamente massiccio. Nella regione più prossima alla stella, ALMA ha individuato un disco appiattito di polvere, tipica caratteristica delle giovani stelle, che si estende a una distanza superiore a quella che compete all’orbita di Nettuno nel nostro Sistema solare. Al di là di questo disco, il telescopio europeo che si trova sull’altopiano di Atacama, sulle Ande cilene, ha osservato una banda scura, indice in quella zona di una bassa presenza di polvere, dove però potrebbe esserci un pianeta in formazione. Da questa zona poi partono due estesi bracci di spirale che si estendono per oltre 10 miliardi di chilometri dalla stella.

«Grazie ad ALMA stiamo compiendo dei passi da gigante per comprendere la formazione dei pianeti in altri sistemi stellari» commenta Testi.  «Ora possiamo farlo osservando direttamente e con un livello di dettaglio mai raggiunto prima cosa sta succedendo all’interno dei dischi protoplanetari. Dopo le prime immagini che mostrano i ”buchi” creati dai nuovi pianeti nei dischi, adesso vediamo attorno a Elias 2-27 i possibili effetti delle instabilità gravitazionali che possono innescare la formazione dei pianeti».


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Luna crescente, Saturno e Antares per un suggestivo paesaggio

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Il trio Luna, Saturno e Antares si incontra, in una larga congiunzione, nel cielo dominato dalla costellazione dello Scorpione. I tre astri si troveranno in una fascia di cielo compresa tra 10° e 20° di altezza sull'orizzonte. I giorni successivi al 6 ottobre, la Luna avrà già abbandonato lo Scorpione, mentre Saturno e Antares saranno ancora in congiunzione, posti a una distanza di circa 6° e mezzo tra loro.
Il trio Luna, Saturno e Antares si incontra, in una larga congiunzione, nel cielo dominato dalla costellazione dello Scorpione. I tre astri si troveranno in una fascia di cielo compresa tra 10° e 20° di altezza sull'orizzonte.

La sera del 6 ottobre, alle 19:30 circa, si verificherà una spettacolare congiunzione tra Saturno (mag. +0,5), la Luna e Antares (mag. +1,1). I tre astri si troveranno in una fascia di cielo compresa tra 10° e 20° di altezza sull’orizzonte per cui sarà possibile tentare riprese a grande campo inquadrando anche il paesaggio.

I giorni successivi al 6 ottobre Saturno e Antares saranno ancora in congiunzione, posti a una distanza di circa 6° e mezzo tra loro, ma  la Luna avrà già abbandonato lo Scorpione rendendo la ripresa del paesaggio meno suggestiva.

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Ottobre
Segui i suggerimenti di Giorgia Hoffer nella sua rubrica mensile “uno scatto al mese”.


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Astronomiamo – Gli appuntamenti di Ottobre

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LocandinaCoelum

LocandinaCoelum
8 ottobre 2016 – International Observe the Moon Night 2016

12 ottobre 2016 – PROXIMA b: gemello, fratello o cugino? Ospite: Prof. Leopoldo Benacchio.

13 ottobre 2016 – LIFT OFF: Stream mensile di astronautica. Corso di orientamento celeste a Frosinone.

27 ottobre 2016 – Occhi al Cielo – Stream di aggiornamento

Tutti i dettagli su astronomiamo.it

Il Cielo di Ottobre

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Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N - Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 ottobre > 23:00 15 ottobre > 21:00 30 ottobre > 19:00
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N - Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 ottobre > 23:00 15 ottobre > 21:00 30 ottobre > 19:00

EFFEMERIDI

Luna

Sole e Pianeti

Verso le 21:00 di metà ottobre il cielo notturno apparirà ancora popolato da costellazioni caratteristiche della stagione estiva, la maggior parte delle quali, specie lle più alte e orientali, rimarranno visibili ancora per parecchie ore prima di tramontare. All’inizio della notte astronomica, infatti, l’asterismo del “Triangolo Estivo” sarà ancora alto nel cielo, anche se in procinto di cedere la regione zenitale al grande quadrato di Pegaso. Il Boote ed Ercole saranno già al tramonto, mentre a nordest si potrà seguire l’ascesa della coppia Perseo- Cassiopea e il sorgere della brillantissima Capella con l’Auriga, seguite già dalle luci del Toro, che assieme alle Pleiadi rappresentano le avanguardie del cielo invernale. Questo scenario scenario vedrà il suo completamento con il sorgere di Orione e dei Gemelli nella seconda parte della notte. Sull’orizzonte nord, l’asterismo del Grande Carro si troverà al punto più basso del suo percorso.

Ora Solare
Il 30 ottobre torna l'ora solare invernale (TU+1)

È da ricordare, per il corretto uso delle effemeridi, che alle ore 3:00 di domenica 30 ottobre finirà il periodo dell’ora estiva (TU+2) e bisognerà portare indietro le lancette degli orologi alle ore 2:00. Si ritornerà così all’ora solare invernale (TU+1). È da ricordare, per il corretto usodelle effemeridi, che alle ore 3:00 didomenica 30 ottobre finirà il periododell’ora estiva (TU+2) e bisogneràportare indietro le lancette degliorologi alle ore 2:00. Si ritornerà così all’ora solare invernale (TU+1).

Su Coelum 204 di ottobre

Scopri le costellazioni del cielo di Ottobre con la UAI

Alla scoperta del Quadrato del Pegaso

NUOVA RUBRICA: Osserviamo la Luna


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La versione di Osiris

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La cometa vista da 16 km con la narrow-camera dello strumento Osiris. L'immagine è stata scattata alle 3:20 ora italianaCrediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team
La cometa vista da 16 km con la narrow-camera dello strumento Osiris. L'immagine è stata scattata alle 3:20 ora italiana del 30 settembre, durante la discesa. La risoluzione è di circa 30 cm/pixel e il campo è di circa 614 metri in larghezza. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team

L'ultima immagine inviata da OSIRIS, sfocata poiché la camera non ha un focheggiatore, essendo stata progettata per riprendere immagini ad alta definizione a grande distanza. Ripresa a 10 secondi dall'impatto, da circa nove metri dalla superficie della 67P. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

OSIRIS (Optical, Spectroscopic and Infrared Remote Imaging System), un nome evocativo per lo strumento che ha realizzato tanti dei magnifici scatti che abbiamo potuto ammirare della cometa 67P. È la doppia camera ad alta risoluzione, grandangolare e ad angolo stretto, in dotazione alla sonda Rosetta, alla cui progettazione ha contribuito l’Università di Padova attraverso il CISAS. Si è posata sul suolo della sua ‘modella’ preferita, lo stesso suolo sul quale ha scattato le foto della discesa di Philae e del quale negli ultimi due anni ci ha mandato ogni giorno immagini incredibili, immagini che contribuiranno come poche altre alla nostra comprensione dell’Universo. Le ultime sono della mattina del 30 settembre e immortalano la cometa 67P da una distanza compresa fra 16 e 1.2 km, scattate da Osiris nella discesa finale verso il suolo della cometa.

Sui blog dell’ESA nei giorni passati abbiamo potuto leggere i dietro le quinte su quanto accaduto ai team di ricerca dei vari strumenti nel corso della missione, e non poteva certo mancare il team di Osiris. Un team enorme, circa 100 persone, che nei momenti di progettazione dello strumento sono arrivate a 300. Dal suo risveglio, dopo l’ibernazione, Osiris ha scattato oltre 76.000 immagini – come ricorda il responsabile di Osiris Holger Sierks – la maggior parte delle quali della cometa, che ci hanno permesso di vedere come mai prima il suolo e le polveri di questo affascinante oggetto. Dall’inizio della missione le foto scattate sono oltre 98.000, e oltre 22.000 le ore di operatività.

Abbiamo sentito per un commento Gabriele Cremonese, dell’INAF Osservatorio Astronomico di Padova.

Altra immagine arrivata da Osiris del suolo della cometa 67P da una distanza di appena 1.2 chilometri. Crediti:ESA / Rosetta / MPS for OSIRIS Team

«I numeri che riporta Sierks danno un’idea di quanto lavoro ha svolto questo strumento con rarissimi momenti di difficoltà tecniche, ma non possono descrivere l’incredibile entusiasmo di tutto il team nel vedere le prime immagini. Ho riflettuto che nel team di OSIRIS ci sono almeno 5 generazioni di scienziati che in questi due anni hanno lavorato sui dati, ma nell’estate del 2014 sembravamo tutti dei bambini che vedevamo per la prima volta, qualcosa di incredibile».

«Le prime immagini», continua Cremonese, «mostravano subito la forma molto strana del nucleo, e nelle decine di mail quotidiane in molti cercavamo di trovare delle analogie. Il nucleo della cometa sembrava uno stivale o una papera e ci fu un collega che fece girare una foto con un mouse con sopra una prugna dicendo che era proprio così. Da oggi saremo tutti molto tristi perché non avremo più nuove entusiasmanti immagini da commentare. E’ stata comunque una splendida avventura».

Già, una splendida avventura, un viaggio lunghissimo nello spazio verso l’ignoto passato a scattare immagini e che permetterà agli scienziati di lavorare ancora per anni grazie ‘all’album di famiglia con cometa’ realizzato da Osiris.

La cronaca della discesa passo passo nell’articolo Diretta: il gran finale di Rosetta di Polluce Notizie

Una sequenza di immagini riprese durante la discesa del 30 settembre. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA


Per saperne di più sulla storia e le scoperte di questa straodinaria missione, anche attraverso le parole dei protagonisti, non perdete lo Speciale sull’ultimo numero di Coelum Astronomia!


ASTROINIZIATIVE UAI

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Tutti i primi lunedì del mese:
UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI

In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito. Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA.
Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi

telescopioremoto.uai.it

I convegni e le iniziative dell’UAI
7 – 9 ottobre IX Meeting Nazionale Variabilità e Pianeti Extrasolari Organizzato dalla SdR Pianeti Extrasolari e Stelle Variabili UAI, in occasione del 24° Convegno Nazionale del GAD (sede da definire).
http://pianetiextrasolari.uai.it
http://stellevariabili.uai.it

Le campagne nazionali UAI
8 ottobre Moonwatch Party: La notte della Luna INAF – UAI In occasione della International Observe the Moon Night (InOMN), migliaia di postazioni osservative in decine di paesi di tutto il mondo allestite per osservare la Luna nella stessa serata: anche in Italia!
http://divulgazione.uai.it
http://www.media.inaf.it
http://observethemoonnight.org

Astroiniziative UAI

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Tutti i primi lunedì del mese:
UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI

In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito.
Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti.
Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi
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I convegni e le iniziative dell’UAI
7 – 9 ottobre
IX Meeting Nazionale Variabilità e Pianeti Extrasolari Organizzato dalla SdR Pianeti Extrasolari e Stelle Variabili UAI, in occasione del 24° Convegno Nazionale del GAD (sede da definire).
http://pianetiextrasolari.uai.itstellevariabili.uai.it

28-30 ottobre ICARA 2016, XIII Congresso Nazionale di Radioastronomia Amatoriale Organizzato da SdR
Radioastronomia UAI e IARA – Italian Amateur Radio Astronomy in collaborazione con l’Associazione Astrofili Urania presso l’Osservatorio Astronomico Val Pellice, in provincia di Torino.
radioastronomia.uai.it

Le campagne nazionali UAI

8 ottobre
Moonwatch Party: La notte della Luna INAF – UAI In occasione della International Observe the Moon Night (InOMN)
, migliaia di postazioni osservative in decine di paesi di tutto il mondo allestite per osservare la Luna nella stessa serata: anche in Italia!
divulgazione.uai.itwww.media.inaf.itobservethemoonnight.org

29 ottobre Riaccendiamo le stelle, Giornata nazionale dell’inquinamento luminoso Eventi e conferenze locali per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’inquinamento luminoso. Promossa dalla Commissione Inquinamento Luminoso UAI.
inquinamentoluminoso.uai.it

Rosetta: Missione Compiuta!

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L'ultimo sguardo di Rosetta alla sua cometa: una foto scattata 10 secondi prima dell'impatto, a ~9 metri dalla superficie aliena di 67P.

Così si conclude la missione Rosetta. Una sala operativa concentrata e in silenzio ha atteso la fine delle comunicazioni della sonda. Ha osservato il segnale sparire, momento che ha indicato l’avvenuto impatto con la cometa alle 12:39 ora italiana, segnale che a noi sulla Terra (non) è arrivato 40 minuti dopo.

Abbracci e un lungo applauso dal team missione all’ESA hanno salutato la sonda, i cui dati e immagini terranno impegnati gli scienziati ancora per molto tempo.

Su Polluce Notizie potete trovare tutti gli aggiornamenti del Gran Finale della missione che noi abbiamo seguito e integrato nella nostra pagina Facebook e Twitter aggiungendo passo passo testimonianze e commenti.

Alcune delle ultime immagini ad alta definizione arrivate da Rosetta questa mattina. In alto a sinistra, un'immagine grandangolare realizzata da OSIRIS WAC alle 11:44 da 2,56 km di quota. Sono visibili due degli abissi che costellano la regione Ma'at, sul lobo minore della cometa. In alto a destra, una parete di uno degli abissi in Ma'at, realizzata dalla fotocamera OSIRIS NAC alle 11:52 da 2,20 km di quota. I blocchi di roccia visibili nella foto sono larghi qualche metro e potrebbero essere i resti dei cometesimi - i frammenti che si aggregarono a formare il nucleo della cometa oltre 4,5 miliardi di anni fa. In basso a sinistra, un mosaico di alcune delle ultime immagini grandangolari inviate da Rosetta. In basso a destra, un'immagine ancor più ravvicinata della parete di uno di questi abissi. La foto è stata scattata alle 12:07 da 1,50 km di quota.

Per saperne di più sulla storia e le scoperte di questa straodinaria missione, anche attraverso le parole dei protagonisti, non perdete lo Speciale sull’ultimo numero di Coelum Astronomia!


Accademia delle Stelle

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Corsi di Astronomia 2016 – 2017!

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CORSI BASE ED AVANZATI.

– Astronomia generale
– Astronomia pratica
– Astrofisica e cosmologia
– Fotografia astronomica
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I sei corsi sono tenuti da un astrofisico, durano due mesi (circa 12 incontri ciascuno), coprono tutti i campi dell’astronomia e hanno ricevuto il patrocinio della UAI. Le lezioni si tengono presso la sala conferenze della nostra sede all’EUR di fronte alla metro Laurentina. Ogni corso comprende anche osservazioni col telescopio e guide del cielo. I corsisti riceveranno materiale didattico, libri, dispense e un attestato di partecipazione. La quota di iscrizione è di 130 euro e cala fino a 83 euro per acquisti multipli. I lettori di Coelum Astronomia riceveranno uno sconto del 10% sul prezzo d’iscrizione. Modalità per avere lo sconto alla pagina https://www.accademiadellestelle.org/corsi

Rosetta, iniziato il countdown. Il 29 settembre in streaming la Missione e i suoi protagonisti!

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Riguarda la diretta!

Il 29 settembre dalle 21:30:
Rosetta la Missione

Il 30 settembre 2016 una delle più grandi missioni mai poste in essere dalla mente umana troverà la sua fine. La missione Rosetta ci ha aperto la strada della conoscenza delle comete, della loro attività ma non solo. Ci ha dato emozioni, ci siamo affezionati a un lander piccolo e di breve durata come Philae.
Ripercorriamo questa storica missione con gli amici di AstronomiAmo, in diretta streaming, con tanti ospiti eccellenti!

Seguite la diretta streaming anche su coelum.com! Non mancate!

Qui sotto invece potete seguire le dirette, purtroppo solo in lingua inglese, che l’ESA ha organizzato per questo Gran Finale!
Clicca qui per gli orari e il programma (in inglese)


Il giorno X si sta avvicinando. Il 30 settembre terminerà la missione Rosetta dell’ESA. Sarà un finale straordinario perché la sonda verrà fatta precipitare sulla cometa 67P attorno alla quale è rimasta in orbita negli ultimi due anni.

Leggi anche Una guida al finale di missione di Rosetta

Una missione piena di sorprese: lacrime di gioia e ora anche un po’ di tristezza nel dire addio alla sonda. Rosetta ha raggiunto la cometa il 6 agosto 2014, dopo un viaggio – dal suo lancio il 2 marzo 2004 – di dodici anni attraverso il Sistema Solare. Il 12 novembre 2014 il lander Philae è stato inviato sulla superficie della cometa con successo. All’inizio di questo mese Rosetta ha ritrovato Philae: era incastrato in una crepa della cometa. Siamo dunque al gran finale?

«Siamo pronti per l’impatto finale sulla cometa, e ancora una volta, con la navicella-madre», spiega Paolo Ferri, Direttore delle operazioni spaziali della missione Rosetta presso l’ESA. «La navicella spaziale non è stata progettata per un impatto dunque non sopravviverà di sicuro, non c’è dubbio», racconta Andrea Accomazzo, Direttore di Volo ESA per la missione Rosetta. Per lo scienziato Matt Taylor il punto scelto per l’impatto è una vera miniera d’oro per la scienza.

L’impatto sulla cometa è previsto per il 30 settembre. Giorno in cui Rosetta entrerà in rotta di collisione deliberata. «Guardiamo com’è fatta una cometa: sul ‘capo’ troviamo questa zona chiamata Ma’at, che è piuttosto interessante perché è una parte molto attiva; in particolare su questo lato ci sono due aree, che noi chiamiamo ‘pozzi’ o fori che producono gas e polveri. Ecco, l’idea è quella di far atterrare Rosetta il più vicino possibile a questi buchi», ci racconta l’ingegnere Armelle Hubault, anche lei parte dello staff della missione.

[continua su ESA EURONEWS]

E non perdere Coelum 204 in uscita il 28 settembre con uno speciale dedicato alla missione: la storia, le scoperte, le interviste ai protagonisti.


Estate sulla cometa: i fuochi d’artificio osservati da Rosetta

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Una compilation degli outburst più luminosi visti sulla cometa 67P da Rosetta tra luglio e settembre del 2015. OSIRIS: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA; NavCam: ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0
Una compilation degli outburst più luminosi visti sulla cometa 67P da Rosetta tra luglio e settembre del 2015. OSIRIS: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA; NavCam: ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0

Il 13 agosto 2015, la sonda europea Rosetta – che fra una settimana terminerà la sua pionieristica missione – ha accompagnato la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko attraverso il suo perielio, il punto di massima vicinanza al Sole lungo l’orbita del nucleo. Ora, nuove analisi delle immagini scattate da Rosetta hanno consentito agli scienziati di far luce sulla natura e sull’origine delle attività cometarie in prossimità del perielio.

La localizzazione, su una mappa degli outburst estivi della cometa, che corrispondono alle immagini della compilation di apertura (qui la versione con i numeri corrispondenti: http://www.esa.int/spaceinimages/Images/2016/09/Comet_outbursts_annotated). OSIRIS: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA
Nel periodo compreso tra 1,5 mesi prima del perielio e 1,5 mesi dopo il perielio, gli occhi robotici di Rosetta hanno documentato la comparsa di 34 getti improvvisi. Di questi, 29 sono stati osservati da OSIRIS, e 5 dalla Navcam. A differenza dei normali flussi di materiale che si staccano dal nucleo regolarmente a ogni rotazione cometaria, questi eventi sono molto più energetici e luminosi. Generalmente, ogni getto risulta visibile in una sola immagine, il che suggerisce che questi fenomeni abbiano una durata media inferiore all’intervallo di tempo tra uno scatto e il successivo – da 5 a 30 minuti, in media. Nonostante la loro breve durata, queste improvvise espulsioni sono in grado di rilasciare da 60 a 260 tonnellate di materiale l’una. In media, durante la fase di perielio, Rosetta ha osservato uno di questi getti ogni 30 ore, corrispondenti a circa 2,4 rotazioni del nucleo.
Mappando la struttura dei getti osservati da Rosetta, gli scienziati hanno potuto individuare tre famiglie di fenomeni. Alcuni getti sono sottili e si estendono fino a vaste distanze dal nucleo; altri presentano basi larghe e si espandono di più in senso laterale; altri ancora sono un ibrido tra le prime due famiglie.
Gran parte della regolare attività della cometa può essere collegata alla costante erosione delle pareti rocciose, inizialmente fratturate da erosione termica e meccanica. Queste fratture si propagano fino alla miscela sottostante di ghiaccio e polvere. Mentre i ghiacci sublimano, i gas sfuggono attraverso le fratture, raccogliendo polvere lungo il cammino e creando così quei getti ben distinti e collimati osservati nelle immagini di Rosetta. Continue fratturazioni, riscaldamenti e sublimazioni, alla fine portano all'improvviso crollo della parete rocciosa. Allo stesso tempo, i detriti che cadono ai piedi delle pareti del cratere che si è creato, espongono materiale precedentemente nascosto, contribuendo al flusso osservato, creando pennacchi più ampi. Crediti: Based on J.-B. Vincent et al (2015)
«Dato che ogni getto è breve in durata e visibile in una sola immagine, non siamo in grado di determinare se è stato fotografato subito dopo la sua espulsione o poco dopo» spiega Jean-Baptiste Vincent. «Di conseguenza, non possiamo dire se questi tre tipi di strutture sono dovuti a meccanismi diversi o se sono semplicemente stadi diversi di un unico processo. Se si tratta di un singolo processo, la sequenza evolutiva più logica è che un getto inizialmente lungo e stretto venga espulso ad alta velocità, probabilmente da una regione confinata. Poi, mentre la superficie del punto di uscita viene modificata, una più ampia frazione del materiale fresco risulta esposta, allargando la base del getto. Infine, quando la sorgente è stata alterata a tal punto da non poter più supportare il getto, ciò che rimane è solo un pennacchio molto ampio».
L’altra grande questione riguarda l’origine di questi improvvisi getti. Secondo gli scienziati, poco più della metà degli eventi osservati da Rosetta sono avvenuti nelle prime ore del mattino (ora locale sul nucleo), quando i raggi del Sole hanno incominciato a riscaldare la superficie dopo varie ore di oscurità totale. La brusca esposizione alla luce solare può causare stress termici che avrebbero portato alla formazione di spaccature in superficie e al conseguente rilascio del materiale volatile.
Quasi tutti gli altri eventi invece sono avvenuti attorno al mezzogiorno locale, ovvero dopo varie ore di illuminazione da parte del Sole. In questo caso, gli scienziati ritengono che il graduale accumulo di calore abbia raggiunto delle trappole sotterranee di gas volatili, causando improvvise esplosioni di materiale.
«Il fatto che ci siano due momenti precisi – all’inizio della mattina e al mezzogiorno – indica che ci sono almeno due diversi meccanismi che possono portare all’emissione di un getto,» prosegue Vincent. «Abbiamo riscontrato che molti dei getti sembrano staccarsi dai confini tra diverse regioni – siti caratterizzati dalla presenza di brusche diversità nel terreno o nella topografia, come ripide colline, abissi o nicchie».
La presenza di massi e altri detriti in prossimità dei punti di origine dei getti, suggerisce che queste aree siano particolarmente esposte ai vari processi di erosione. Mentre i getti meno potenti sarebbero dovuti alla graduale e lenta erosione di alcune formazioni geologiche: ad esempio i getti più intensi osservati da Rosetta durante il perielio della cometa sarebbero dovuti a eventi improvvisi, come il collasso di una struttura o un cedimento del terreno. Tali eventi non avvengono necessariamente di giorno – almeno uno dei getti osservati da Rosetta, infatti, si è staccato da una regione del nucleo che in quel momento era in ombra.
«Studiare la cometa per un lungo periodo di tempo ci ha dato l’opportunità di distinguere tra la normale attività della cometa e questi eventi straordinari,» spiega Matt Taylor dell’ESA. «Studiare come questi fenomeni variano con l’avvicinamento del nucleo al Sole ci fornisce nuovi dettagli per comprendere l’evoluzione delle comete».

Su Coelum 204 di ottobre uno speciale dedicato alla missione! La storia, le scoperte e le interviste ai protagonisiti. Semplicemente clicca e leggi!

Congiunzione Luna e Mercurio

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Sempre sull’orizzonte est, ma di mattina, verso le 6:30 del 29 settembre gli amanti delle sveglie antelucane potranno assistere a una suggestiva congiunzione tra Mercurio (mag. –0,6) e una veramente esigua falce di Luna calante. A quell’ora i due oggetti, separati da una distanza angolare di un paio di gradi, saranno alti +11° e anche se il cielo sarà già chiaro non dovrebbero esserci difficoltà a visualizzarli, magari aiutandosi con un binocolo.
Sempre sull’orizzonte est, ma di mattina, verso le 6:30 del 29 settembre gli amanti delle sveglie antelucane potranno assistere a una suggestiva congiunzione tra Mercurio (mag. –0,6) e una veramente esigua falce di Luna calante. A quell’ora i due oggetti, separati da una distanza angolare di un paio di gradi, saranno alti +11° e anche se il cielo sarà già chiaro non dovrebbero esserci difficoltà a visualizzarli, magari aiutandosi con un binocolo.

Nel cielo del mattino del 29 settembre, alle ore 6:30, la Luna calante, che si presenterà come una sottilissima falce (fase 3%), si posizionerà a poco più di 2° dal pianeta Mercurio (mag. +0,4).

Questa congiunzione sarà visibile sopra l’orizzonte est, quando i due astri saranno piuttosto bassi, entro i 5° di altezza. In quel momento il Sole sarà sotto l’orizzonte di 6° e il cielo ancora abbastanza scuro da permettere (aiutandosi con un binocolo) di cogliere il pianeta.

Per le effemeridi di Luna e Pianeti vedi il Cielo di Settembre


Tutti gli eventi del cielo di settembre su Coelum n. 203.

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Astronomiamo – Appuntamenti di settembre

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astronomiamo-sett2016

15 settembre 2016: LIFT-OFF – La Stazione Spaziale Internazionale – Corso di orientamento a Frosinone
29 settembre 2016: SPECIALE ROSETTA – una diretta per il termine della stazione spaziale con molte partecipazoni speciali
30 settembre 2016: La notte dei Ricercatori

Tutti i dettagli su: www.astronomiamo.it

Cinque nuovi “troiani” per Nettuno

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Un gruppo di astronomi è riuscito a individuare cinque nuovi asteroidi troiani di Nettuno (corpi minori che orbitano intorno al Sole lungo la stessa orbita di un pianeta, mantenendosi a una distanza di sicurezza controllata dal campo gravitazionale del pianeta stesso).

La scoperta porta la firma della campagna osservativa Pan-STARRS 1, condotta tra maggio 2010 e maggio 2014.
«La campagna PS1 ha un campo di ricerca molto ampio e abbastanza profondo da coprire una vasta parte della nube di troiani di Nettuno,» spiega Hsing-Wen Lin della National Central University in Taiwan. «Attualmente, PS1 è l’unico programma in grado di rilevare molteplici troiani di Nettuno in una sola campagna».

I cinque oggetti hanno diametri compresi tra 100 e 200 chilometri. Nelle immagini di PS1, gli astronomi hanno individuato quattro oggetti nel punto lagrangiano L4 di Nettuno, ovvero che precedono il pianeta di 60 gradi, e uno nel punto L5, ovvero 60 gradi alle spalle del pianeta.

L’oggetto nel punto L5 risulta molto più instabile degli altri quattro, il che suggerisce che si tratti di un corpo catturato di recente e la cui permanenza nei dintorni di Nettuno potrebbe essere momentanea.
«Le nostre simulazioni orbitali mostrano che il troiano in L5 libra stabilmente solo per alcuni milioni di anni,» si legge nello studio. «Ciò suggerisce che il troiano in L5 sia di recente cattura. I quattro nuovi troiani in L4, al contrario, occupano stabilmente la risonanza 1:1 con Nettuno da più di un miliardo di anni. È probabile, dunque, che siano di origine primordiale».

La campagna osservativa ha portato all’identificazione di altri due troiani già conosciuti, entrambi situati in orbita attorno al punto L4. Studiando la popolazione di troiani di Nettuno, gli astronomi hanno notato la totale assenza di corpi con inclinazioni comprese tra 10 e 18 gradi rispetto all’eclittica. Ciò ha portato gli scienziati a pensare che esistano due diverse popolazioni di troiani nettuniani: una di oggetti “freddi” (ovvero con inclinazioni orbitali inferiori ai 10 gradi) e una di oggetti “caldi” (ovvero con inclinazioni orbitali di oltre 18 gradi).
«Abbiamo notato la presenza di una zona dinamicamente instabile tra 10 e 18 gradi di inclinazione, ma il vero motivo dell’esistenza di due gruppi di troiani è ancora un mistero,» prosegue Lin.

Il prossimo passo, ora, sarà raccogliere informazioni sul colore di questi oggetti, in modo da verificare se l’esistenza di due differenti popolazioni di troiani di Nettuno è un semplice caso oppure se riflette diversi scenari di formazione.

Vedi anche

Il paper “The Pan-STARRS 1 Discoveries of five new Neptune Trojans”, pubblicato recentemente sulla piattaforma ArXiv.org dal gruppo, coordinato da Hsing-Wen Lin della National Central University di Taiwan

23 settembre 1846, 170 anni fa: la scoperta di Nettuno.


Nettuno è ancora nel suo periodo di miglior visibilità, scopri come osservarlo su Coelum 203 di settembre.

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La Scoperta di Nettuno

John Couch Adams (Lidcot, 5 giugno 1819 – Cambridge, 21 gennaio 1892). è stato un matematico britannico.

23 settembre 1846
170 anni fa: la scoperta di Nettuno

Centosettanta anni fa esatti, nella notte tra il 23 e il 24 settembre 1846, l’Osservatorio di Berlino confermò i calcoli compiuti in precedenza da Urbain Le Verrier (1811–1877) e da John Couch Adams (1819-1892) individuando, a meno di un grado dalla posizione calcolata dal matematico francese, l’ottavo pianeta del Sistema Solare: Nettuno. L’osservazione del pianeta venne compiuta da parte di Johann Gottfried Galle e Heinrich Luis d’Arrest.

L'Osservatorio di Berlino dove è stato scoperto Nettuno, in un dipinto di Carl Daniel Freydanck (1811-1887): "Die Neue Sternwarte in Berlin", oil, 1838. Standort der Sternwarte: Lindenstr., Kreuzberg (pubblico dominio)

Appena spentisi i clamori della scoperta, scoppiò ben presto una feroce diatriba sulla paternità della scoperta e soprattutto sulla validità dei calcoli eseguiti prima della prova osservativa, per il fatto che l’orbita teorica, malgrado il riscontro con la posizione osservata, non coincideva affatto con quella reale.

Come andarono effettivamente le cose? Si trattò di una scoperta del tutto fortuita? Oppure, come spesso avviene, una certa dose di fortuna e le circostanze favorevoli facilitarono solo un’impresa scientifica che sarebbe comunque riuscita?

Nelle prossime pagine vedremo di rispondere a queste domande…



Nettuno in questo periodo è in opposizione, e quindi nel suo periodo di miglior visibilità. Per provare ad osservarlo tutti i consigli li trovate su Coelum 203 di settembre!
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Cassini comincia l’ultimo anno di osservazione di Saturno

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La regione degli anelli interni di Saturno dove orbita il satellite Pan del diametro di 28 chilometri. Immagine ripresa da Cassini il 2 Luglio 2016 da una distanza di 1,4 milioni di chilometri. Credits: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute.
Saturno ripreso da Cassini il 11 Maggio 2015 da una distanza di 2,5 milioni di chilometri. Credit: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute

di Giuseppe Corleo

Al termine del prossimo mese di novembre 2016 i tecnici del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA guideranno la sonda verso una nuova serie di orbite che porteranno Cassini, in una prima fase, a lambire il bordo esterno degli anelli principali di Saturno.

Queste orbite, denominate “F-rings”, verranno percorse per 20 volte fino ad aprile 2017, consentendo a Cassini una vista ravvicinata fino a 7.800 chilometri della regione intermedia degli anelli principali di Saturno, analizzando in particolare l’anello F con la sua particolare struttura piegata ed intrecciata.

La regione degli anelli interni di Saturno dove orbita il satellite Pan del diametro di 28 chilometri. La piccola luna orbita all’interno della divisione di Encke, nell’anello A, e ha un ruolo fondamentale perché contribuisce a mantenerlo stabile pur modificandone la forma e l’estensione. Immagine ripresa da Cassini il 2 luglio 2016 da una distanza di 1,4 milioni di chilometri. Credits: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute.

A partire da aprile 2017, l’orbita di Cassini verrà ulteriormente modificata per avvicinarla progressivamente a Saturno dove andrà ad impattare, penetrando negli strati esterni dell’atmosfera, a settembre 2017.

Questa fase, denominata “Gran Finale”, comincerà con un passaggio ravvicinato a Titano che modificherà l’orbita della sonda, a causa dell’attrazione gravitazionale del satellite di Saturno, portando Cassini a tuffarsi per 22 volte, fra aprile 2017 e  settembre 2017, nello spazio libero di 2400 chilometri, mai esplorato prima, fra la superficie esterna del pianeta e i suoi anelli più interni.

Nel “Gran Finale” Cassini effettuerà le osservazioni di Saturno da una distanza molto ridotta, mai raggiunta in precedenza, e che consentirà una analisi approfondita del campo magnetico e gravitazionale del pianeta e una  vista particolareggiata degli strati esterni dell’atmosfera.

Per sapere tutto sulla missione Cassini, lo speciale su Coelum 201. Cliccare sull'immagine per accedere, è gratuito!

A così breve distanza dalla superficie Cassini sarà in grado di analizzare con maggiore accuratezza la lunghezza del giorno di Saturno e ricavare informazioni più accurate sulla struttura interna del pianeta.

La sonda fornirà inoltre osservazioni utili a valutare la massa totale degli anelli di Saturno per determinarne l’età, e al tempo stesso sarà in grado di analizzare campioni di polvere che compongono gli stessi anelli e dei gas che si estendono al di sopra dell’atmosfera del pianeta.

Lanciata il 15 ottobre 1997, Cassini ha iniziato la propria missione scientifica di osservazione di Saturno ben 12 anni fa, il 1 luglio 2004, fornendo agli scienziati informazioni di straordinaria importanza per la conoscenza del pianeta e del suo sistema di anelli e satelliti.

Nell’infografica seguente, preparata dal team della NASA-JPL e dal California Institute of Technology (Caltech) una sintesi dei risultati principali conseguiti fino ad ora dalla sonda Cassini nei 12 anni di missione nell’orbita di Saturno.

In numeri, la missione di Cassini al 15/09/2016. Credits: NASA/JPL-Caltech

Cassini-Huygens è una missione congiunta dell’Agenzia Spaziale Americana (NASA), dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), composta dalla sonda orbitante Cassini, progettata e costruita dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA , e dalla sonda esplorativa Huygens, progettata e costruita dall’ESA.

Nell’animazione di NASA/JPL-Caltech, le orbite di Cassini a partire da Novembre 2016: in verde le “F-rings” che verranno percorse fino ad Aprile 2017 e in blu le successive orbite del “Gran Finale” che porteranno la sonda a tuffarsi nell’atmosfera di Saturno nel Settembre 2017. In arancione viene indicata l’orbita del satellite Titano e nel diagramma nell’angolo in basso a destra la distanza di Cassini dalla superficie di Saturno.

Fonti: NASAASI.

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Coelum 203 di settembre 2016 è online!
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LA NOTTE DELLA LUNA a Palidoro (Fiumicino)

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Quella di sabato 8 ottobre sarà una serata all’insegna della Luna e di tante novità. Un evento mondiale organizzato dalla NASA che vede impegnati tutti gli astrofili del mondo nell’osservazione del nostro satellite naturale.

A Palidoro, grazie all’Oratorio Salvo D’acquisto che ospita il Gruppo Astrofili Palidoro, nel grande campo sul retro della Parrocchia SS Filippo e Giacomo nel borgo antico, sarà possibile guardare la Luna direttamente con i propri occhi, infatti nell’occasione saranno allestiti 4 telescopi che porteranno in visitatori in un affascinante viaggio lunare.

Una breve conferenza sul nostro satellite naturale renderà la serata ancora più interessante grazie alle spiegazioni degli astrofili. Una serata in cui verrà presentata l’Associazione Gruppo Astrofili Palidoro da poco costituita, infatti ci sarà, per chi vorrà, la possibilità di tesserarsi e diventare socio.

L’evento targato InOMN2016 è patrocinato dal Comune di Fiumicino e ha come Media Sponsor Frascati Scienza e Coelum Astronomia.

L’appuntamento dunque è per sabato 8 ottobre alle ore 20.30.

Per maggiori informazioni in merito si può scrivere a info@astrofilipalidoro.it

www.astrofilipalidoro.it


www.facebook.com/astronomiapalidoro

Pianeti in una stanza – #ERN

di Elisa Bianchini

Le stelle, il cielo, l’ignoto. Quei puntini luminosi hanno da sempre affascinato l’uomo e la scienza si è sempre impegnata a capirne storia, composizione, leggi che governano l’universo. Grazie alla tecnologia, il mistero che avvolge i corpi celesti è sempre meno fitto: telescopi, osservatori, sonde spaziali riescono a catturare immagini e informazioni sempre più precise che hanno permesso agli scienziati di realizzate mappe sempre più dettagliate.

La missione Gaia promossa dall’ESA, ad esempio, è l’ultimo progetto di successo a cui hanno partecipato attivamente molti dei grandi enti di ricerca italiani che sostengono la Notte Europea dei Ricercatori, in cui è stata realizzata la più grande e precisa mappa della galassia. Il satellite di Gaia, nei primi due anni di attività, ha raccolto e schedato circa un miliardo di stelle di cui sono state misurate posizione e luminosità con una precisione senza precedenti. Nel corso dei prossimi cinque anni la missione ha l’obiettivo di implementare la mappa stellare realizzata, raccogliendo informazioni anche sul moto dei corpi celesti in modo da permettere agli scienziati di ricostruire la storia della Via Lattea e a determinare quanta sia la materia oscura contenuta in essa, dando vita alla più grande e precisa carta stellare di tutti i tempi.

Come da tradizione, alla Notte Europea dei Ricercatori le stelle sono tra i protagonisti e molte attività sono studiate per avvicinare grandi e piccini al grande mistero della volta celeste, dando la possibilità di vedere da vicino come sono stelle e piante, scoprire mappe e posizioni e con la guida dei ricercatori capire come funziona lo studio dell’universo.

L’installazione Pianeti in una stanza: in viaggio nel Sistema Solare realizzata all’interno delle Mura del Valadier di Frascati, recentemente restaurate, porterà tutti i partecipanti alla scoperta di stelle, pianeti, lune, asteroidi e comete in una vera e propria visita guidata. Grazie alle informazioni raccolte e alle tecnologie messe a punto da Università degli Studi Roma Tre, INAF – IAPS, Associazione Speak Science e Frascati Scienza il monitor sferico di 1 metro di diametro (la Sfera Didattica prodotta e personalizzata dalla ditta 3Des) proietterà le immagini catturate dalle più recenti missioni spaziali sulle pareti, per vivere veri e proprio incontri ravvicinati con i corpi celesti.

Vi siete mai chiesti come sarebbe visitare i deserti marziani, contemplare le evoluzioni dell’atmosfera di Giove o assistere da vicino a una eruzione solare? Pianeti in una stanza è un innovativo monitor sferico di oltre un metro di diametro, che permette di immergersi nella realtà virtuale di altri pianeti e toccare con mano gli ultimi dati delle sonde spaziali attualmente in volo. Con Pianeti in una stanza, potrete vedere sorgere davanti ai tuoi occhi stelle, pianeti e altri corpi celesti e verrai guidato da astrofisici e ricercatori in una serie di astro-spettacoli su varie tematiche scientifiche, come la formazione del Sistema Solare, lo studio di Giove da parte della sonda Juno o il pianeta Mercurio e la futura missione Bepi Colombo.

Pianeti in una stanza sarà disponibile tutte le mattine della settimana della scienza per le scuole e venerdì 30 alla Notte Europea dei Ricercatori per tutti.

Per maggiori dettagli e prenotazioni  www.frascatiscienza.it



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Gli anelli dei centauri

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Rappresentazione artistica degli anelli di Chariklo visti dall’interno. Crediti: ESO/L. Calçada/M. Kornmesser/Nick Risinger
Rappresentazione artistica degli anelli di Chariklo visti dall’interno. Crediti: ESO/L. Calçada/M. Kornmesser/Nick Risinger

centauri sono una classe di pianeti minori che descrivono un’orbita intorno al Sole che incrocia in qualche modo, o ha incrociato, quella dei pianeti giganti del nostro Sistema solare. Occorre tener presente che la definizione riferita al termine centauro varia al variare della fonte di riferimento: mentre infatti per la IAU essi sono corpi celesti con perielio oltre l’orbita di Giove e dal semiasse maggiore inferire a quello di Nettuno, la NASA definisce centauri quegli oggetti il cui semiasse maggiore è compreso tra le 5,5 e le 31,1 unità astronomiche. I centauri comunque sono noti per non descrivere orbite stabili e possono essere espulsi dal Sistema solare in seguito all’interazione gravitazionale con i giganti gassosi.

Distribuzione delle orbite dei pianeti minori noti come centauri. Crediti: Minor Planet Center Orbit database (MPCORB)

Molto probabilmente costituiscono una condizione orbitale intermedia per i corpi celesti provenienti dalla fascia di Edgeworth-Kuiper che stanno per trasformarsi in comete a corto periodo della famiglia delle comete gioviane. La loro evoluzione inizia nel Sistema solare esterno, dove occasionali perturbazioni gravitazionali possono sospingere i planetoidi della fascia in direzione del Sole, portandoli ad incrociare l’orbita di Nettuno, subendo quindi l’influenza gravitazionale del pianeta. Le orbite dei centauri non restano stabili, ma possono evolvere in modo rapido e imprevedibile con l’avvicinamento progressivo a uno o più degli altri giganti gassosi e, a seguito alle perturbazioni orbitali indotte da Giove e dagli altri giganti gassosi, possono infine collidere con il Sole o un altro pianeta, oppure venire espulsi nello spazio interstellare.

Oggi si stima che ci siano almeno 44.000 di questi corpi celesti con diametro maggiore di un chilometro. Su Media INAF ne avevamo parlato nel 2014, quando attorno al centauro 10199 Chariklo – che ha un raggio di circa 250 chilometri – venne scoperta la presenza di due anelli, il tutto grazie alle osservazioni effettuate con il metodo dei transiti da diversi telescopi in contemporanea mentre l’oggetto transitava, appunto, di fronte a una stella. Fino ad allora si pensava che solo Saturno e Giove nel nostro Sistema solare fossero dotati di un sistema di anelli.

Recenti osservazioni, e la rielaborazione di dati già a disposizione dei ricercatori, hanno permesso di scoprire la presenza di anelli anche intorno a 2060 Chirone, un altro dei centauri noti, anzi, il primo degli oggetti appartenenti a questa classe ad essere stato scoperto nel 1977. In uno studio pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal Letters un gruppo di ricercatori guidati dal giapponese Hyodo Ryuki, del Dipartimento di Planetologia dell’Università di Kobe, ha cercato di far luce sull’origine di questa struttura e, a partire dai risultati ottenuti, sembrerebbe che anche molti altri centauri siano candidati ad avere attorno a sé sistemi di anelli.

Lo studio ha stimato innanzitutto quanti possano essere i centauri che passano ad una distanza abbastanza ridotta vicino ai pianeti giganti del nostro Sistema solare, per cui ne subiscono l’influenza del campo gravitazionale. Influenza che si concretizza nella distruzione dell’oggetto celeste, o almeno nella sua disgregazione parziale. Dalle stime sembra che approssimativamente il 10% della popolazione di centauri passi ad una distanza tanto ravvicinata da risentire in modo significativo degli effetti del campo gravitazionale di Giove e Nettuno.

Simulazione del comportamento di un centauro a differenti condizioni di velocità di rotazione e di composizione del nucleo a seguito di un passaggio ravvicinato a un pianeta gigante. Crediti: Ryuki Hyodo, Sébastien Charnoz et altera.

Attraverso l’uso di sofisticate simulazioni i ricercatori hanno quindi stimato l’effetto sulla superficie di questi asteroidi dato dal passaggio ravvicinato. Ovviamente i risultati dipendono da una serie di variabili, tra cui la velocità di rotazione, la grandezza del nucleo e la composizione del centauro, nonché la distanza di minimo avvicinamento al pianeta. I risultati mostrano che se il centauro ha un nucleo di silicati ricoperto da ghiaccio l’effetto distruttivo provocato dal passaggio ravvicinato crea una scia di detriti che tende a rimanere legata ai residui di dimensione maggiore, andando a disporsi in forma discoidale. Sarebbe questa, dunque, l’origine dei sistemi di anelli presenti attorno a Chariklo e Chirone. Ma lo studio, a partire proprio da questi risultati, ipotizza che la presenza di sistemi di anelli attorno ai centauri potrebbe essere ben più diffusa di quanto si sia pensato fino ad oggi e che ci possano addirittura essere delle piccolo lune in orbita attorno a questi oggetti, in attesa solo di essere scoperte.

Per saperne di più:

Leggi su Astrophysical Journal Letters l’articolo: “Formation of centaurs’ rings through their partial tidal disruption during planetary encounters”, di Ryuki Hyodo, Sébastien Charnoz, Hidenori Genda, Keiji Ohtsuki.


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Congiunzione stretta tra Luna e Aldebaran (Toro)

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All’ora indicata i due oggetti saranno separati di poco più di 30' e saranno posti a una altezza di circa 8° sull’orizzonte est-nordest. Si consiglia comunque di seguire l’evento già dalle 22 (quando i due oggetti saranno però bassi sull’orizzonte) e nelle ore successive. Per esigenze grafiche, la Luna nell’immagine è ingrandita.

La sera del 21 settembre la Luna quasi all’Ultimo quarto festeggerà lequinozio di autunno sorgendo dall’orizzonte est in congiunzione stretta con Aldebaran, la stella alfa del Toro. L’avvicinamento massimo si avrà verso le 23:30, quando la stella disterà meno di 30′ dal centro del disco lunare e meno di 14′ dal bordo. A quell’ora i due oggetti saranno alti soltanto +8° e converrà attendere ancora una mezz’ora per dare il via a riprese fotografiche capaci di valorizzare anche il paesaggio al contorno.

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Il Colonnello ALFRED WORDEN in ITALIA

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L’Associazione per la Divulgazione Astronomica e Astronautica ADAA è orgogliosa di annunciare che venerdì 14 ottobre e sabato 15 ottobre ospiteremo in Italia l’astronauta della NASA, Pilota del Modulo di Comando della Missione Apollo 15 e primo uomo ad effettuare un’EVA nello spazio profondo. Vivrete un evento unico e mai visto in Italia. Due giorni immersi nell’avventura più grande dell’umanità.

Quest’anno, circa 45 anni dopo il suo storico viaggio; Alfred Worden astronauta di Apollo 15 ricorderà la sua storica missione lunare del 1971. Godetevi l’emozione del racconto da parte di uno dei soli 24 esseri umani ad aver visitato un altro corpo celeste.

Presidente ADAA
Luigi Pizzimenti

PROGRAMMA

Venerdì 14 ottobre 2016

GALA DINNER (Sheraton Milan Malpensa Airport Hotel & Conference Centre)

18.00 Registrazione
19.00-21.00 Cena di Gala (E’ gradito abbigliamento adeguato) Worden, con il suo intervento ci farà rivivere l’epico viaggio fino alla Luna.  Traduzione di Paolo Attivissimo. Al termine della cena, lotteria con premi e asta di  modelli e fotografie autografate dall’astronauta.
21.30 – 22.30 Sessione autografi.

Sabato 15 ottobre 2016:

CONFERENZA (Sheraton Milan Malpensa Airport Hotel & Conference Centre)

14.00 Registrazione
14,30-15,45 Servizio fotografico professionale.
16,00- 17,00 Conferenza Q&A session  (Traduzione di Paolo Attivissimo).
17,30 -19,00 Sessione Autografi

Per maggiori informazioni andare alla pagina dell’evento o scrivere a info@collectionspace.it

Hubble osserva da vicino la disintegrazione di una cometa

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L'animazione mostra un montaggio delle immagini della cometa riprese da Hubble nell'arco di tre giorni: 26, 27 e 28 gennaio 2016. Credit: NASA, ESA, and D. Jewitt (UCLA)

Nuove immagini realizzate dal telescopio spaziale Hubble documentano la straordinaria distruzione di una cometa a 108 milioni di chilometri dalla Terra.

Le osservazioni di Hubble, realizzate nell’arco di tre giorni tra il 26 e il 28 gennaio 2016, rivelano la presenza di 25 blocchi di roccia e ghiaccio in prossimità del nucleo della cometa 332P/Ikeya-Murakami. I dati rivelano fluttuazioni irregolari nella luminosità dei frammenti, probabilmente dovute al cambiamento nelle condizioni di illuminazione, e variazioni anche nelle forme dei detriti, man mano che essi si separano dal nucleo.

Si tratta di una delle più nitide e più dettagliate osservazioni della disgregazione in più pezzi di una cometa. Credit: NASA, ESA, and D. Jewitt (UCLA)

I 25 frammenti scovati da Hubble ammontano al 4% del materiale della cometa, misurano tra 20 e 60 metri di diametro e viaggiano a velocità relative di pochi chilometri orari. Misurando le variazioni nella luminosità del nucleo, si è potuto determinare il suo periodo di rotazione,  compreso tra le due e le quattro ore. La cometa, inoltre, è risultata ben più piccola del previsto, con un diametro di meno di 500 metri.

Scoperta alla fine del 2010 da due osservatori giapponesi, Kaoru Ikeya e Shigeki Murakami, si sospetta che le radiazioni solari abbiano riscaldato la cometa a tal punto da portare alla sublimazione di alcuni ghiacci in prossimità della superficie. A causa delle dimensioni ridotte del nucleo, questi getti di materiale sarebbero stati sufficienti ad accelerare la rotazione della cometa, portando all’espulsione di alcuni frammenti. È quindi probabile che la cometa abbia sparso materiale nello spazio tra ottobre e dicembre 2015.

Alcuni dei frammenti espulsi dal nucleo, poi, sembrerebbero essersi a loro volta spaccati in più pezzi. «Le nostre analisi mostrano che i frammenti più piccoli non sono così abbondanti come ci si aspetterebbe considerato il numero dei detriti più grandi,» prosegue Jewitt. «Ciò suggerisce che vengano esauriti nel giro di pochi mesi una volta espulsi dal corpo primario».

Le immagini di Hubble mostrano la presenza di quello che parrebbe essere un altro detrito nelle immediate vicinanze del nucleo – forse il primo di una nuova ondata di frammenti – ed è stato individuato anche un detrito che potrebbe essersi staccato dal nucleo nel 2012 e che sarebbe largo più o meno quanto l’intera cometa. «In passato, gli astronomi credevano che le comete morissero sotto il calore del Sole, esaurendo in fretta i loro ghiacci,» prosegue Jewitt. «Le ipotesi erano due: o non rimaneva nulla, o si salvava solo un pezzo di materiale morto, un tempo il nucleo di una cometa attiva. Ora, però, sembra che la frammentazione potrebbe essere lo scenario conclusivo più comune».

Secondo gli scienziati, la cometa dispone di abbastanza materiale da poter sopravvivere solo ad altre 25 ondate di frammentazione di questo genere. «Se la cometa produce questi eventi ogni sei anni, ovvero a ogni rivoluzione intorno al Sole, allora scomparirà fra 150 anni,» conclude Jewitt. «In termini astronomici, è un battito di ciglia. La sua avventura nel Sistema Solare interno la sta uccidendo».


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Astronomiamo – Appuntamenti di settembre

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15 settembre 2016: LIFT-OFF – La Stazione Spaziale Internazionale – Corso di orientamento a Frosinone
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30 settembre 2016 – Notte europea dei Ricercatori

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Ma cos’è la Notte Europea dei Ricercatori?
L’evento nasce nel 2005 per volere della Commissione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma della UE con l’obiettivo di promuovere le carriere dei ricercatori in Europa.
La manifestazione ha il grande compito di diminuire la distanza che c’è tra il ricercatore e il largo pubblico. Durante la manifestazione il ricercatore viene messo al centro di tutto: non più un “nerd” quindi ma un giovane appassionato del suo lavoro che svolge un ruolo fondamentale per la società. Una festa del ricercatore, con una serie di eventi e spettacoli dedicati alla divulgazione scientifica volti a imparare divertendosi. Una grande opportunità per giovani e meno giovani di incontrare chi della ricerca ha fatto il proprio lavoro, parlare con loro e riscoprire cosa fanno realmente per la società in modo interattivo e appassionante. Il tutto avviene tramite esperimenti pratici, spettacoli scientifici, attività di apprendimento per bambini, visite guidate dei laboratori di ricerca, quiz su argomenti scientifici e
altro ancora…

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Caronte: la luna in rosso

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La missione New Horizons della NASA, durante il suo flyby al sistema di Plutone, ha raccolto questa immagine ad alta risoluzione di Caronte, la luna più grande del pianeta nano. L’immagine è frutto della sovrapposizione delle immagini raccolte nelle bande blu, rossa e infrarossa dalla camera Multispectral Visual Imaging Camera. I colori sono stati elaborati per evidenziare al meglio la variazione delle proprietà superficiali di Caronte. Crediti: NASA/JHUAPL/SWRI
La missione New Horizons della NASA, durante il suo flyby al sistema di Plutone, ha raccolto questa immagine ad alta risoluzione di Caronte, la luna più grande del pianeta nano. L’immagine è frutto della sovrapposizione delle immagini raccolte nelle bande blu, rossa e infrarossa dalla camera Multispectral Visual Imaging Camera. I colori sono stati elaborati per evidenziare al meglio la variazione delle proprietà superficiali di Caronte. Crediti: NASA/JHUAPL/SWRI

L’estate scorsa, quando le camere a bordo della sonda New Horizons della NASA hanno iniziato a scorgere Plutone e le sue lune, gli scienziati hanno notato qualcosa di strano nelle immagini: Caronte mostrava una grande regione polare rossastra. Nessuno aveva mai visto niente di simile prima di allora.

Nel corso dei mesi successivi, il team di New Horizons ha raccolto e analizzato molte altre immagini e dati, grazie ai quali i ricercatori ritengono di aver risolto il mistero. I risultati delle loro analisi, pubblicati sull’ultimo numero della rivista Nature, indicano che il colore rosso sulla superficie di Caronte proviene da Plutone, poiché il metano che fuoriesce in forma gassosa dalla superficie del pianeta nano viene intrappolato dalla gravità della luna e rimane nella regione del suo polo nord. A questo seguono effetti dovuti alla luce ultravioletta proveniente dal Sole, che trasforma il metano in idrocarburi più pesanti e quindi in materiali organici rossastri chiamati toline.

«Chi l’avrebbe mai detto: Plutone è un artista di graffiti, uno street artist spaziale che si diverte a colorare il suo compagno di viaggio con macchie rossastre», dice Will Grundy, membro del team New Horizons presso il Lowell Observatory in Arizona e primo autore dello studio. «Ogni volta che esploriamo territori sconosciuti, troviamo nuove sorprese. La natura è ricca di fantasia, e utilizza le leggi fondamentali della fisica e della chimica per creare ogni volta paesaggi sempre più spettacolari».

I ricercatori hanno confrontato tra loro le immagini estremamente dettagliate di Caronte raccolte da New Horizons e le simulazioni al computer di come ci aspettiamo che evolva il ghiaccio ai suoi poli. Gli scienziati della missione avevano già avanzato l’ipotesi che il metano presente nell’atmosfera di Plutone venisse trasferito su Caronte e intrappolato al polo nord trasformandosi in materiale rossastro, ma non avevano modelli teorici a sostegno di questa idea.

L’analisi dei dati ha comportato un duro lavoro per il team, che ha scavato a fondo tra le informazioni raccolte per capire se Caronte possa effettivamente catturare ed elaborare il metano da Plutone. I modelli teorici hanno tenuto conto dell’orbita di Plutone e Caronte, che impiega 248 anni per compiere un’intera rivoluzione attorno al Sole, e hanno mostrato una serie di condizioni meteorologiche estreme ai poli della luna, dove si alternano 100 anni di luce continua a 100 anni di completa oscurità. Nel corso di questi lunghi inverni, le temperature crollano fino a -257° C, abbastanza per portare il metano allo stato solido.

«Le molecole di metano rimbalzano lungo la superficie di Caronte finché non riescono a fuggire nuovamente nello spazio oppure arrivano al polo, dove si congelano formando un sottile strato di metano ghiacciato che persiste fino a che la regione non torna ad essere illuminata», spiega Grundy. Ma mentre il metano sublima rapidamente, gli idrocarburi che si sono formati nel tempo rimangono sulla superficie della luna.

Le osservazioni raccolte da New Horizons hanno permesso di studiare anche l’altro polo di Caronte, attualmente nel pieno del buio invernale, grazie alla luce riflessa da Plutone. I dati hanno confermato che la stessa attività si verifica su entrambi i poli.

«Questo studio risolve uno dei più grandi misteri trovati su Caronte, la più grande luna di Plutone», dice Alan Sternprincipal investigator della missione New Horizons presso il Southwest Research Institute e co-autore dello studio. «Ora si apre davanti a noi la possibilità che anche altri pianeti nani o corpi minori nella fascia di Kuiper abbiano lune su cui si possono osservare fenomeni simili».

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “The formation of Charon’s red poles from seasonally cold-trapped volatiles” di W. M. Grundy, D. P. Cruikshank, G. R. Gladstone, C. J. A. Howett, T. R. Lauer, J. R. Spencer, M. E. Summers, M. W. Buie, A. M. Earle, K. Ennico, J. Wm. Parker, S. B. Porter, K. N. Singer, S. A. Stern, A. J. Verbiscer, R. A. Beyer, R. P. Binzel, B. J. Buratti, J. C. Cook, C. M. Dalle Ore, C. B. Olkin, A. H. Parker, S. Protopapa, E. Quirico, K. D. Retherford et al.

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Gaia e la madre di tutte le mappe del cielo

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Copyright: ESA/Gaia/DPAC

Presentata il 14 mattina in conferenza stampa internazionale da Madrid, a mille giorni dal lancio avvenuto il 19 dicembre 2013, la prima release dei dati (DR1) della missione spaziale Gaia dell’ESA. Dalle 12:30 del 14 settembre sono liberamente disponibili in rete per gli scienziati da tutto il mondo, gli oltre 110 miliardi di osservazioni fotometriche e i 9.4 miliardi di osservazioni spettroscopiche raccolte fino a oggi dal telescopio spaziale ESA, e in particolare i dati collezionati da luglio 2014 a settembre 2015, offrono una vista a tutto cielo delle stelle presenti nella nostra Galassia – la Via Lattea – e nelle galassie vicine. Un miliardo di stelle in una sola mappa, quella che vedete qui sotto: la più grande e la più accurata, ha detto in conferenza stampa Anthony Brown della Leiden University, mai prodotta da una singolasurvey.

Copyright: ESA/Gaia/DPAC

«Questo primo rilascio dei dati raccolti ci dimostra, dopo neanche 12 mesi di lavoro, che la missione Gaia ha già superato di tre volte la qualità dei risultati della precedente missione europea Hipparcos», sottolinea Mario Lattanzi dell’INAF di Torino, responsabile per l’Italia del DPAC (Data Processing and Analysis Consortium) di Gaia. «Un primo importante successo che vede protagonisti anche gli scienziati italiani e dell’INAF».

I cinque scienziati presenti alla conferenza stampa internazionale. Da sinistra: Gisella Clementini, Antonella Vallenari, Anthony Brown, Timo Prusti e Fred Jansen

Scienziati e scienziate. Soprattutto scienziate. Dei cinque membri del team Gaia oggi sul palco dell’ESAC a presentare al mondo la prima messe di dati di questa missione dalla partenza non facile, due sono infatti astrofisiche INAF: Antonella Vallenari, dell’Osservatorio astronomico di Padova, e Gisella Clementini dell’Osservatorio astronomico di Bologna.

«Questo è solo l’inizio», promette Clementini riferendosi alle osservazioni fotometriche compiute con Gaia di 3194 stelle variabili – 386 delle quali sono nuove scoperte – come le CefeidiRR Lyrae. «Abbiamo misurato la distanza della Grande Nube di Magellano per verificare la qualità dei dati, e i risultati offrono un’anteprima dei notevoli progressi che Gaia ci consentirà presto di raggiungere nella comprensione delle distanze cosmiche».

Durante il lavoro di convalida del catalogo, gli scienziati del DPAC hanno condotto anche uno studio sugli ammassi aperti – gruppi di stelle coetanee e relativamente giovani – dal quale si evince chiaramente il miglioramento permesso dai nuovi dati. «Con Hipparcos potevamo analizzare la struttura tridimensionale e la dinamica delle stelle solo nelle Iadi, l’ammasso aperto più vicino al Sole, e misurare le distanze di circa 80 ammassi fino a 1600 anni luce da noi», ricorda Vallenari. «Ma già solo con i primi dati di Gaia riusciamo a misurare le distanze e i moti delle stelle in circa 400 ammassi, spingendoci fino a 4800 anni luce di distanza. Per i 14 ammassi aperti più vicini, i nuovi dati rivelano un grande numero di stelle sorprendentemente lontane dal centro del’ammasso di appartenenza, stelle probabilmente in fuga e destinate a popolare altre regioni della nostra galassia».

La missione Gaia in cifre (cliccare per ingrandire, merita…). Crediti: ESA

«La strada fino a oggi non è stata priva di ostacoli: Gaia ha dovuto far fronte a una serie di sfide tecniche che hanno richiesto un notevole sforzo collaborativo per essere superate», dice infine Fred Jansen, il mission manager di Gaia dell’ESA. «Ma ora, mille giorni dopo il lancio e grazie all’enorme lavoro di tutte le persone coinvolte, è con entusiasmo che possiamo presentare al mondo questo primo insieme di dati. E non vediamo l’ora d’arrivare alla prossima release, che mostrerà tutto il potenziale di Gaia nell’esplorazione nostra galassia, in un modo che non abbiamo mai visto prima».

Guarda il servizio video su INAF-TV dal nostro inviato nella sede ASI:

Le interviste video in diretta Facebook dalla sede ASI realizzate da Elisa Nichelli:


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Argentina: rinvenuto un meteorite gigante da 30 tonnellate!

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Gancedo, come la vicina città in cui è stato scoperto, il secondo meteorite più grande rinvenuto sulla Terra. La roccia spaziale di circa 30 tonnellate (30.800 kg) è stata scoperta a Campo del Cielo, della provincia del Chaco in Argentina, e sembra aver colpito il nostro pianeta circa 4000 anni fa.
È stato chiamato Gancedo, come la vicina città in cui è stato scoperto, il secondo meteorite più pesante rinvenuto al mondo. Di circa 30 tonnellate (30.800 kg) è stato rinvenuto a Campo del Cielo e farebbe parte della pioggia di meteoriti che ha colpito il nostro pianeta circa 4000 anni fa, dovuta all'esplosione in più pezzi di un asteroide di 800 tonnellate.

Argentina: altro ferro cosmico

La saga di Campo del Cielo, il più famoso campo meteoritico argentino, si è arricchita di un nuovo importante capitolo. Nei giorni scorsi, infatti, nel corso di un lavoro di scavo, gli operai si sono imbattuti in una grossa sorpresa: un imponente macigno ferroso di un paio di metri e del peso di oltre 30 tonnellate.

El Chaco, il meteroite rinvenuto sempre a Campo del Cielo, nella provincia di El Chaco, da cui prende il nome. Credit: Scheihing Edgardo (CC BY 2.0)

Teatro della scoperta la cittadina argentina di Gancedo, 4300 abitanti, al confine tra le province di Chaco e di Santiago del Estero. Poiché Gancedo si trova proprio al limitare del campo meteoritico, non ci è voluto molto a collegare anche questo macigno ferroso alla pioggia di meteoriti abbattutasi in quella regione 4000 anni fa.

Una pioggia di tutto rispetto. Sia per l’energia liberata nell’evento, stimata in 2-3 Megatoni, sia per le dimensioni dei frammenti ferrosi che nel corso dei secoli sono state recuperate.

Il primato, che difficilmente verrà battuto, è di Hoba, il meteorite rinvenuto per caso da un agricoltore nel 1920, nella regione di Otjozondjupa in Namibia, del peso di circa 66 tonnellate. Crediti: Mike (Flickr CC-BY-2.0)

Vedi anche

• Nel terzo capitolo delle-book MINACCIA FANTASMA Caludio Elidoro dedica un paio di pagine proprio a Campo del Cielo, rese disponibili in occasione di questa scoperta sono scaricabili cliccando qui, l’ebook invece può essere acquistato cliccando sul titolo qui sopra.

• Il video dell’estrazione del meteorite Guancedo:



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Una guida al finale di missione di Rosetta

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L'ultima orbita di Rosetta attorno alla cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko. Dopo la manovra di inserimento del 24 settembre, il 29 inizierà la drammatica ma spettacolare discesa verso la superficie della cometa, sulla quale impatterà il 30 settembre, decretando la fine di questa straodinaria missione.

Mancano ormai tre settimane al drammatico ed emozionante finale della missione europea Rosetta. Il 30 settembre, la sonda atterrerà sul nucleo della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, posandosi sul bordo di un abisso largo oltre 130 metri. Il sito di atterraggio è situato nella regione Ma’at, posta lungo il lobo minore della cometa e caratterizzata dalla presenza di numerose cavità attive. È da questi abissi che i getti di polveri e vapore acqueo che si staccano dal nucleo hanno origine; inoltre, le loro pareti sono formate perlopiù da blocchi larghi qualche metro che potrebbero essere i resti dei cometesimi da cui si ritiene abbia avuto origine la cometa.

Rosetta continuerà a sorvolare la cometa fino al 24 settembre, quando si sposterà su un’orbita più elevata, a 15 per 23 chilometri di quota.

Nel pomeriggio del 29 settembre, dall’alto della sua nuova orbita, la sonda manovrerà e si porterà su una traiettoria di collisione con il nucleo, inaugurando una discesa di 20 chilometri.

L’impatto con il suolo avverrà tra le 12:20 e le 13.00 ora italiana (l’orario nominale è fissato per le 12:40) del 30 settembre.

Al momento dell’impatto, Rosetta avrà accumulato una velocità di circa 90 centimetri al secondo, o poco più di tre chilometri orari. In seguito al contatto con il suolo, il software di bordo procederà automaticamente a spegnere i sistemi vitali della sonda, compresi il sistema di controllo dell’assetto e l’antenna ad alto guadagno. A causa della distanza della cometa dalla Terra, l’ultimo segnale di Rosetta, ovvero quello dell’impatto, ci raggiungerà attorno alle 13:20 ora italiana.

Nell'immagine in basso la zona ingrandita dove atterrerà Rosetta. Sono visibili le profonde depressioni dovute all'attività cometaria nelle quali potrebbe concludere la sua missione. Copyright ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0

Rosetta si calerà verso un’ellisse di atterraggio di 700 per 500 metri, centrata quasi sul bordo dell’abisso soprannominato Deir el-Medina. A causa della vasta area di incertezza, non è possibile escludere che la sonda finisca all’interno della cavità; tuttavia, essendo l’abisso profondo circa una sessantina di metri, Rosetta sarà in totale oscurità e potrebbe non essere in grado di parlare con la Terra durante le ultime fasi della discesa, nel caso dovesse finire all’interno di Deir el-Medina.

È improbabile che la sonda rimbalzi contro la superficie e si perda per sempre nello spazio profondo: Rosetta, infatti, non è stata progettata per atterrare, e i suoi ingombranti pannelli solari (larghi 32 metri) verranno danneggiati durante l’impatto. La conseguente dissipazione di energia dovrebbe fare in modo che la sonda non rimbalzi contro il nucleo. Naturalmente, la discesa vedrà impegnati quasi tutti gli strumenti a bordo di Rosetta, fotocamere comprese. La traiettoria di avvicinamento non permetterà agli occhi robotici di Rosetta di fotografare il lander Philae, ripreso pochi giorni fa dalla fotocamera ad alta risoluzione OSIRIS. Normalmente, i dati raccolti da Rosetta vengono archiviati nella memoria di bordo e trasmessi alla Terra solo in un secondo momento; stavolta, visto che le comunicazioni cesseranno non appena la sonda toccherà la superficie, i dati saranno trasmessi quasi in tempo reale.

Il 9 settembre, Rosetta ha eseguito una nuova manovra per portarsi su orbite ellittiche ancor più vicine al suolo. Nei prossimi giorni, è possibile che la sonda si cali fino a meno di un chilometro dalla superficie.

Esiste una possibilità concreta che la sonda si schianti prima ancora del suo atterraggio: «Anche se è due anni che pilotiamo Rosetta attorno alla cometa, garantire la sua sicurezza nelle ultime settimane della missione in un ambiente così imprevedibile e così lontano dalla Terra e dal Sole sarà la nostra più grande sfida,» spiega Sylvain Lodiot, a capo delle operazioni della sonda. «Stiamo già percependo la differenza nel campo gravitazionale della cometa man mano che ci avviciniamo sempre di più: il periodo orbitale della sonda sta aumentando, e dobbiamo correggerlo con piccole manovre.»

«Un mese fa abbiamo celebrato il secondo anniversario del nostro arrivo in orbita attorno alla cometa, e il primo anniversario del suo perielio,» spiega Matt Taylor dell’ESA. «È difficile credere che l’incredibile odissea di 12,5 anni di Rosetta sia quasi al termine. Stiamo programmando le ultime operazioni scientifiche, ma sicuramente i fiumi di dati ci terranno occupati per svariati decenni.»

Per sapere tutto su questi 12 anni di missione non perdere lo speciale su Coelum 204 di ottobre, in uscita il 28 settembre!

Nell’attesa… Coelum 203 di settembre è online. Semplicemente clicca e leggi. È gratis!

E dal mantello terrestre nacque la Luna

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Sono due i recenti modelli che descrivono la formazione della Luna: il primo parla di un’atmosfera di silicato (in alto), e il secondo descrive una sfera in cui si sono miscelati fluidi supercritici derivanti dalla quasi distruzione della Terra (in basso). I due modelli portano a previsioni diverse per i rapporti isotopici di potassio nelle rocce lunari e terrestri (a destra). Crediti: Kun Wang

La Luna è nata dalla Terra? Qual è il legame fra il nostro pianeta e il suo satellite naturale? Si profilano sempre più scenari sulla formazione lunare, e di recente Kun WangStein B. Jacobsen, nell’articolo “Potassium isotopic evidence for a high-energy giant impact origin of the Moon” pubblicato il 12 settembre su Nature, hanno proposto quello che sembra essere – al momento – il modello più preciso. Concentrandosi sulla datazione isotopica dei campioni di roccia lunare portati sulla Terra dagli astronauti, nel 2015 i geochimici hanno sviluppato una particolare tecnica che permette di analizzare proprio gli isotopi di potassio nelle rocce lunari e terrestri con una precisione 10 volte maggiore rispetto al passato. Grazie a questi esperimenti, i ricercatori hanno potuto chiarire le differenze tra Terra e Luna ipotizzando due diversi scenari per la formazione del satellite.

Sono due i recenti modelli che descrivono la formazione della Luna: il primo parla di un’atmosfera di silicato (in alto), e il secondo descrive una sfera in cui si sono miscelati fluidi supercritici derivanti dalla quasi distruzione della Terra (in basso). I due modelli portano a previsioni diverse per i rapporti isotopici di potassio nelle rocce lunari e terrestri (a destra). Crediti: Kun Wang

Secondo il primo modello, un impatto non particolarmente violento ha portato alla creazione di un’atmosfera di silicato intorno alla proto-Terra e alla Luna, mentre la seconda ipotesi prevede un impatto molto più violento che con l’urto ha vaporizzato la maggior parte della proto-Terra, formando un enorme disco di fluidi la cui cristallizzazione ha poi portato alla formazione della Luna. Secondo Wang «i nostri risultati forniscono la prova concreta che l’impatto abbia realmente e in gran parte vaporizzato la Terra».

Per anni il dibattito sulla formazione è stato molto acceso: la Luna è nata da un impatto di un corpo simile a Marte con la Terra? Se sì, questo impatto quanto è stato violento? Da quando è stato possibile studiare nel dettaglio gli isotopi lunari, si è cercato di trovare una risposta, ma gli studi andavano verso soluzioni diverse, spesso contraddittorie. Ad oggi si può dire che le rocce lunari e quelle terrestri, almeno secondo le analisi effettuate finora, sono molto simili.

Dopo anni di ipotesi e modelli di ogni tipo, si è deciso allora di cambiare strada: provare a verificare se la Luna non sia, in realtà, più simile alla Terra che all’oggetto impattatore che ha dato il via alla sua formazione. Un modello risalente al 2007 ha aggiunto all’ipotesi dell’impatto la creazione attorno alla Terra di un’atmosfera composta da vapore di silicato che avrebbe permesso tra la Terra e il disco attorno al protopianeta lo scambio di materiale che poi si è condensato formando la Luna che conosciamo oggi. I ricercatori che hanno avanzato questa proposta, secondo Wang, «partono ancora da un impatto a bassa energia, come il modello originale». Wang ha precisato che, partendo da questa ipotesi, lo scambio di materiale è comunque un processo che richiede molto tempo: il cocktail che ha formato la Luna deve essere avvenuto in un lasso di tempo più breve, perché altrimenti il materiale sarebbe ricaduto sulla Terra ancora in formazione.

Per questo nel 2015 i geochimici sono tornati all’ipotesi dell’impatto estremamente violento, tanto da fondere insieme l’impattatore e il mantello della Terra. Da questo mix sarebbe nata un’atmosfera formata dal denso materiale evaporato dal mantello terrestre che si sarebbe espansa nello spazio su un’area grande 500 volte la Terra. La Luna sarebbe nata proprio all’interno di questa densa atmosfera durante il suo raffreddamento. Il modello in questione potrebbe spiegare perché la Luna e la Terra presentino abbondanze identiche dei tre isotopi stabili dell’ossigeno che troviamo sul nostro pianeta. Dopo l’impatto il mantello della Terra era un insieme di fluidi supercritici, cioè senza legami liquido/gas. Cosa sono? Si tratta di un tipo particolare di materiale che passa attraverso oggetti solidi come il gas, ma che allo stesso tempo dissolve altri materiali come un liquido.

L’analisi approfondita degli isotopi del potassio da campioni di roccia lunare e terrestre ha portato ai recenti risultati. Il potassio ha tre isotopi stabili, solo due dei quali – però – sono talmente abbondanti da permetterne l’analisi isotopica. Wang e Jacobsen hanno esaminato sette campioni di rocce lunari, riportati sulla Terra durante diverse missioni sulla Luna, e li hanno messi a paragone con otto campioni di roccia terrestre (in rappresentanza del mantello del nostro pianeta). Cosa hanno scoperto? Le rocce lunari contengono per circa 0,4 parti su mille l’isotopo più pesante del potassio, cioè il potassio-41. Secondo Wang, l’unico processo ad alta temperatura che abbia potuto separare gli isotopi di potassio in questo modo deve essere stata la condensazione incompleta del potassio nel fase di vaporizzazione. Secondo i due ricercatori, inoltre, la fase di condensazione della Luna è avvenuta a una pressione superiore a 10 bar, vale a dire 10 volte la pressione atmosferica a livello del mare sulla Terra. Aver scoperto che, ad arricchire le rocce lunari, è l’isotopo più pesante del potassio escluderebbe il modello del 2007 dell’atmosfera di silicato. Al contrario, gli esperti ritengono più convincente il secondo scenario: materiale proveniente dal mantello terrestre potrebbe essere stato trasferito nello spazio per formare la Luna.

Per saperne di più:

16 settembre: Eclisse Parziale di Luna di Penombra

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La figura mostra (in un sistema di orientamento equatoriale) lo spostamento apparente della Luna rispetto alla sezione del cono d'ombra proiettato dalla Terra e composto da ombra e penombra. Lo schema riassume le fasi più importanti dell’eclisse parziale di penombra del 16 settembre, che avverrà appena due giorni prima del raggiungimento del perigeo, per cui il diametro angolare del nostro satellite sarà decisamente più grande della media, intorno ai 33'. La sezione del cono d’ombra avrà invece un diametro di 89,9', mentre la larghezza della corona di penombra sarà di 31,8'.
La figura mostra (in un sistema di orientamento equatoriale) lo spostamento apparente della Luna rispetto alla sezione del cono d'ombra proiettato dalla Terra e composto da ombra e penombra. Lo schema riassume le fasi più importanti dell’eclisse parziale di penombra del 16 settembre, che avverrà appena due giorni prima del raggiungimento del perigeo, per cui il diametro angolare del nostro satellite sarà decisamente più grande della media, intorno ai 33'. La sezione del cono d’ombra avrà invece un diametro di 89,9', mentre la larghezza della corona di penombra sarà di 31,8'. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY-NC-ND

Dopo le due eclissi parziali di penombra del 23 marzo e del 18 agosto 2016, entrambe non visibili dall’Italia, la sera del 16 settembre avremo la possibilità di seguire proprio questo tipo di eclisse, ad eccezione della fase iniziale. L’unica località italiana da dove sarà possibile osservare l’eclisse per intero, con la Luna che entra nella penombra dopo il sorgere, sarà l’estremità sud della Puglia.

L’inizio dell’eclisse di penombra è infatti previsto per le ore 18:52, quando la Luna non sarà ancora sorta (alle coordinate di Roma sarà ancora sotto l’orizzonte est di –5°, sorgerà verso le 19:00).

La fase massima avverrà alle ore 20:54, mentre la fine della penombra avverrà alle ore 22:56.

Un’eclisse parziale di penombra si verifica col transito della Luna esclusivamente attraverso la penombra della Terra, senza che il nostro satellite venga occultato dal cono d’ombra. Certamente si tratta di un fenomeno non eccessivamente spettacolare ma vale la pena seguirne l’evoluzione.
Per questo evento la magnitudo penombrale prevista è 0,9.

Aspettiamo le vostre immagini su www.coelum.com/photo-coelum!

Leggi l’articolo esteso su Coelum di settembre


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La Luna occulta Nettuno

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Il percorso apparente di Nettuno rispetto alla Luna calcolato per alcune località italiane. Nella figura la posizione iniziale di Nettuno è quella riscontrabile alle ore 21:00.
Il percorso apparente di Nettuno rispetto alla Luna calcolato per alcune località italiane. Nella figura la posizione iniziale di Nettuno è quella riscontrabile alle ore 21:00. A Roma, per esempio, Nettuno scomparirà dietro il bordo alle 21:16, per riapparire alle 21:38, a Milano scomparirà dalle 21:10 alle 21:48 e a Palermo alle 21:24 passerà 1,3' di distanza dal bordo meridionale. Crediti: Coelum Astronomia CC-BY-NC-ND

La sera del 15 settembre verso le 21:15 si verificherà un’occultazione di Nettuno da parte della Luna, teoricamente visibile in Italia da Napoli in su; il fenomeno sarà però difficilmente osservabile a causa dell’enorme differenza di luminosità tra i due oggetti. Vuoi tentare la sfida?

Leggi l’approfondimento su Coelum 203


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Astronomiamo – Appuntamenti di settembre

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astronomiamo-sett2016

astronomiamo-sett2016

15 settembre 2016: LIFT-OFF – La Stazione Spaziale Internazionale – Corso di orientamento a Frosinone
29 settembre 2016: SPECIALE ROSETTA – una diretta per il termine della stazione spaziale con molte partecipazoni speciali
30 settembre 2016: La notte dei Ricercatori

Tutti i dettagli su: www.astronomiamo.it

Apre il Parco Astronomico di Isnello

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Visione notturna della terrazza osservativa con cupola mobile all’interno della quale vi sono 12 telescopi. Crediti: Sabrina Masiero
Visione notturna della terrazza osservativa con cupola mobile all’interno della quale vi sono 12 telescopi. Crediti: Sabrina Masiero
Il Parco Astronomico con ben visibile la cupola del Planetario. Crediti: Sabrina Masiero

Occhi puntati su Isnello (Palermo), dove il prossimo 11 settembre verrà inaugurato il Centro Internazionale delle Scienze Astronomiche GAL HASSIN. Sono previste oltre 2000 persone per il taglio del nastro.

Pronto il nuovo polo della Didattica e della Divulgazione dell’Astronomia verso il pubblico e la Scuola, con il planetario digitale (cupola di 10 metri di diametro e 75 posti); una terrazza osservativa con cupola mobile dove si trovano ben 12 strumenti di osservazione; un radiotelescopio con una parabola di 2,3 metri; un laboratorio astronomico all’aperto composto da vari orologi solari, quali il Cerchio di Ipparco, il Plinto di Tolomeo, la Rosa dei venti, e vari exhibit; un mappamondo monumentale con supporto ed asse di rotazione; un planisfero; un laboratorio solare in cui tramite un eliostato potrà essere proiettato su uno schermo il disco solare in tempo reale per la sua analisi. Vi saranno delle sale didattiche con vari exhibit interattivi, un’esposizione dei principali tipi di meteoriti e due aule didattiche.

Il mappamondo del Gal Hassin. Crediti: Sabrina Masiero

Attualmente, in queste sale sono allestite le mostre dell’INAF-Istituto Nazionale di Astrofisica “Passato, presente e futuro dell’Astrofisica in Italia”, dell’ASI-Agenzia Spaziale Italiana sulle missioni ExoMars e Rosetta e quella di Officina Stellare con un telescopio riflettore di 60 centimetri di diametro, che è la versione ridotta di quello di 1 metro, a grande campo (circa 7 gradi quadrati) che verrà montato sulla sommità del Monte Mufara (1865 metri) entro pochi anni. Sarà un telescopio robotico e fruibile in remoto da una sede operativa che avrà sede a Piano Battaglia.

Il Parco Astronomico Gal Hassin sarà, dunque, un centro di ricerca di primo livello nel panorama non solo italiano ma anche europeo e mondiale.

Dal 3 settembre sono visitabili le seguenti mostre presso il Parco Astronomico Gal Hassin:

EXOMARS (ROBOTIC EXPLORATION OF MARS) e LA MISSIONE DELLA SONDA ROSETTA ALLA COMETA 67P/CHURYUMOV-GERASIMENKO a cura dell’ASI- Agenzia Spaziale Italiana;

PASSATO, PRESENTE E FUTURO DELL’ASTROFISICA IN ITALIA a cura dell’INAF- Istituto Nazionale di Astrofisica;

IL TELESCOPIO “A GRANDE CAMPO” DI ISNELLO a cura di Officina Stellare. Orari: 10-12 e 16 -18. Visite guidate dal 4 al 18 settembre 2016 (tranne nei giorni 9, 10 e 11 settembre). Ingresso € 5,00

Mostra IL LOGO DEL GAL HASSIN, presso Museo Trame di Filo, Viale Impelliteri. Dal 12 al 18 settembre 2016. Orari: 10:12 e 16-18. Ingresso libero.

Il Planetario è aperto con lo spettacolo: L’UNIVERSO IN UNA STANZA
Orari: 4, 5, 8 settembre e dal 12 al 18 settembre 2016. Ogni giorno, alle 19.  Ingresso € 5,00. Prenotazioni: tel. 0921 662890 (dalle 8:30 alle 10:30); tel. 329 8452944 (Fabio Cangialosi).

Programma delle giornate di inaugurazione (PDF)

Sito ufficiale galhassin.it


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Cassini: nuove immagini radar svelano altri dettagli della superficie di Titano

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La regione "Xanadu annex" in un'mmagine radar della superficie di Titano. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASI/Université Paris-Diderot
La regione "Xanadu annex" in un'mmagine radar della superficie di Titano. Crediti: NASA/JPL-Caltech/ASI/Université Paris-Diderot

Durante il fly-by T-121 del 25 luglio, il radar a bordo della Cassini ha penetrato la densa atmosfera che avvolge Titano, svelando nuovi dettagli della superficie della luna. Una delle immagini restituite durante il sorvolo ravvicinato, riprende la regione “Xanadu annex” (cioè i terreni “annessi” a Xanadu) che il team non era mai riuscito ad osservare.

Misurazioni precedenti suggerivano che l’area fosse simile alla zona montagnosa chiamata Xanadu, la prima caratteristica che fu individuata sulla luna di Saturno a partire dalle immagini riprese dal telescopio spaziale Hubble del 1994.

Una recente mappa di Titano aggiornata con molti nuovi nomi approvati dall'International Astronomical Unionm, prodotta dall'USGS Astrogeology Science Center. Cliccare per l'immagine a piena risoluzione.

Xanadu è un altopiano di ghiaccio e acqua altamente riflettente e «questo “annex” appare abbastanza simile alle lunghezze d’onda radar, anche se in altre lunghezze d’onda invece,come quelle di Hubble,  sembra esserci qualcosa di diverso sulla superficie», ha dichiarato Mike Janssen, del JPL e del team radar. «È un interessante puzzle».

Per ora, Xanadu e il suo “annesso” rimangono un mistero: altrove su Titano le montagne sono solo caratteristiche isolate ma qui ricoprono un’area vasta e gli scienziati stanno ancora dibattendo sulla loro possibile origine: «Queste zone montuose sembrano essere i terreni più antichi di Titano. Sono probabilmente i resti della crosta ghiacciata prima che venisse coperta dai sedimenti organici dell’atmosfera», ha detto Rosaly Lopes, sempre del JPL.

Le numerose dune individuate nella Shangri-La, che scorrono attorno agli ostacoli esattamente come accade qui sulla Terra, Credit: NASA/JPL-Caltech/ASI/Université Paris-Diderot

Un’altra immagine, qui a destra in un ritaglio, copre un’ampia zona della regione Shangri-La, dove sono visibili centinaia di dune di sabbia che si snodano come linee scure sulla superficie.

La foto in questa versione è stata migliorata con la tecnica chiamata “despeckling” (smacchiatura) che usa un algoritmo per modificare il rumore e rendere le immagini più nitide.

Le dune sono la seconda caratteristica topografica dominante su Titano (coprono circa il 13% della superficie), dopo le pianure apparentemente uniformi, e anche se sono simili nella forma a quelle lineari trovate sulla Terra in Namibia o nella penisola araba, quelle di Titano sono gigantesche per i nostri standard, larghe in media tra 1 e 2 chilometri, lunghe un centinaio di chilometri ed alte 100 metri (ne avevo parlato approfonditamente in un precedente post).

La loro composizione esatta non si conosce ma si ritiene che siano composte di granuli derivati dagli idrocarburi presenti in atmosfera. Circondano la maggior parte della fascia equatoriale di Titano e gli scienziati le utilizzano per studiare come si muovono venti sulla superficie della luna.
«Le dune sono caratteristiche dinamiche. Sono deviate da ostacoli lungo il percorso sottovento e creano spesso interessanti modelli ondulati», ha commentato Jani Radebaugh, del team radar.

Il fly-by T-121 è stato il 122esimo incontro della Cassini con Titano, durante il quale la sonda si è avvicinata fino a 976 chilometri alla superficie della luna.

Questo sorvolo ha segnato l’ultima volta in cui il radar ha potuto riprendere le latitudini meridionali di Titano. I quattro restanti passaggi, di cui uno è in programma per il prossimo 27 settembre 2016, si concentreranno principalmente sui mari e sui laghi del nord.

Ad aprile 2017 la missione entrerà nella fase finale con una serie di 22 orbite che porteranno la sonda sempre più vicino a Saturno e nel bel mezzo del suo sistema di anelli, fino al 15 settembre 2017 quando verrà schiacciata e vaporizzata nell’atmosfera del pianeta.

  • Leggi anche lo speciale sulla missione Cassini su Coelum 201


    Coelum 203 di settembre 2016 è online!
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  • TERZAN 5, il fossile cosmico della nostra Via Lattea

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    Nome: Terzan 5
    Segni particolari: Fossile cosmico della Via Lattea

    Un gruppo internazionale di astronomi, guidati da Francesco Ferraro del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna, ha risolto un mistero durato oltre 40 anni: l’oggetto che si credeva un normalissimo ammasso globulare, Terzan 5, si è rivelato un corpo celeste fondamentale per comprendere l’origine della nostra galassia, infatti questo “fossile cosmico” appare legato alla formazione e allo sviluppo di ciò che oggi è definito Bulge galattico.

    Qui sopra la ricca costellazione del Sagittario. Tra i molti ammassi stellari di questa zona della Via Lattea si trova Terzan 5, un ammasso stellare che assomiglia a un ammasso globulare. La cartina mostra la maggior parte delle stelle visibili a occhio nudo in una notte buia e serena (cliccare l'immagine per ingrandire). Crediti: ESO/IAU and Sky & Telescope

    Francesco Ferraro ha presentato Terzan 5 a noi di Tra Scienza e Coscienza:
    «Situato a 19 000 anni-luce dalla Terra, nel Bulge della nostra galassia, è stato classificato come un ammasso globulare per oltre quarant’anni dalla sua scoperta. Apparentemente Terzan 5 ha le sembianze di un “normale” ammasso globulare, anche se le nostre osservazioni hanno mostrato che è uno degli ammassi più massicci (circa 2 milioni di volte la massa del Sole) della Via Lattea. Tuttavia la caratteristica che ha subito attratto la nostra attenzione è che esso ospita la più grande popolazione di pulsar veloci (stelle di neutroni in rapida rotazione) di qualsiasi sistema nella nostra galassia, e allora abbiamo cominciato a studiarlo in dettaglio.

    «Già nel 2009 scoprimmo che Terzan5 conteneva due sotto-popolazioni di stelle con abbondanze chimiche differenti (fatto del tutto anomalo per un normale ammasso globulare). Dopo 7 anni di ricerca e grazie alla straordinaria combinazione di immagini ottenute con HST e con telescopi da terra, corretti con ottiche adattive, siamo stati finalmente in grado di datare queste popolazioni: la componente stellare più vecchia risale a 12 miliardi di anni fa (questo significa che Terzan5 si è formato proprio all’inizio della storia della Via Lattea, quando l’Universo aveva appena 1 miliardo di anni), la popolazione giovane ha solo 4.5 miliardi di anni, quindi circa la stessa età del Sole. Queste caratteristiche fanno assomigliare piu Terzan5 ad una piccola galassia piuttosto che ad un ammasso globulare: per questo riteniamo che esso non sia un ammasso globulare genuino, ma piuttosto un frammento di qualcosa di più massiccio, probabilmente legato al processo di formazione della galassia».

    Per arrivare a questa intuizione c’è voluto un lungo studio, pubblicato oggi sull’Astrophysical Journal, realizzato attraverso strumenti come il Telescopio Spaziale Hubble (precisamente con l`Advanced Camera for Surveys e la Wide Field Camera 3), il Very Large Telescope (VLT) dell`European Southern Observatory (ESO) e il telescopio Keck (USA), che corregge le distorsioni che l`atmosfera terreste produce nelle immagini.

    Una panoramica della regione di cielo in cui si trova il raggruppamento stellare Terzan 5. Cliccando l'immagine si ingrandisce, ma è possibile scaricare a questo link https://www.eso.org/public/italy/images/eso0945b/ una versione ancora a più alta risoluzione (7699 x 10606 px)! Crediti: ESO/Digitized Sky Survey 2

    L’oggetto studiato può tranquillamente definirsi come un pezzo chiave nello sviluppo della nostra galassia, legato indissolubilmente al suo passato. Appare riduttivo quindi classificare Terzan come ammasso globulare, per questo Davide Massari, co-autore della ricerca e membro del Cosmic Lab che da anni studia l’ interazione tra le dinamiche e l’evoluzione stellare, ci ha spiegato come è possibile esprimere il rapporto tra Terzan5, la Via Lattea e le galassie remote:
    «Ad oggi, la ricerca astronomica ci porta a credere che tutte le galassie spirali che vediamo nell’universo, inclusa la Via Lattea, si siano formate ed evolute seguendo un percorso comune. Tuttavia, non tutti i passi di questo percorso sono chiari, e anzi molti di essi sono tuttora dibattuti. Uno di questi riguarda la formazione dello sferoide stellare centrale comune alla maggioranza di queste galassie. Lo studio di galassie lontane, ovvero di galassie che si stanno formando, ha rivelato che le loro regioni centrali si costituirebbero dalla fusione di sistemi stellari con caratteristiche peculiari (vecchi, massivi, e con una chimica tipica di sistemi formatisi molto rapidamente). I resti di questi “mattoni galattici” si dovrebbero quindi osservare nelle galassie vicine, ovvero già formate ed evolute, ma fino ad ora questo collegamento era mancante. Con la scoperta delle caratteristiche uniche di Terzan 5, che corrispondono a quelle osservate per i “mattoni” nelle galassie lontane, questo collegamento è finalmente stato trovato».

    L’interesse per la ricerca è dovuto alla rilevazione di addirittura due popolazioni stellari nell’ammasso “atipico”, le differenze tra gli astri non sono solamente di tipo chimico, ma soprattutto dal punto di vista anagrafico: le due tipologie di stelle si portano circa 7 miliardi di anni.

    Questo dato sensazionale ci è stato raccontato dall’astrofisico Massari, osservare Terzan è stato come scrutare la storia della Via Lattea:
    «I sistemi che somigliano a Terzan 5, ovvero gli ammassi globulari, sono costituiti da stelle nate nel medesimo episodio di formazione, quindi aventi stessa età e composizione chimica. La nostra ricerca ha evidenziato che Terzan 5 viola entrambe queste caratteristiche. Questo implica che, nonostante le sue apparenze, Terzan 5 non è un ammasso globulare, ma un sistema stellare più complesso che ha subito un’evoluzione peculiare. Terzan 5 è nato come un sistema molto massivo nelle primissime fasi della vita della Via Lattea, ed ha rapidamente formato la sua popolazione stellare vecchia. A causa della sua massa, Terzan 5 ha poi spiraleggiato verso il centro della galassia, dove un evento violento ha riacceso la formazione stellare, formando la popolazione giovane. A causa dell’interazione con altri sistemi stellari, infine, Terzan 5 ha iniziato a disgregarsi formando lo sferoide centrale della Galassia, ma è riuscito a sopravvivere parzialmente fino ad oggi».

    Le caratteristiche anagrafiche dell’oggetto hanno fatto balzare gli scienziati dalle sedie, infatti i segni distintivi dell’ammasso sono riconducibili al bulge galattico, Ferraro è stato molto preciso su tale aspetto: «Le caratteristiche sono molto, molto particolari (non si osservano in nessuna altra regione della nostra Galassia e/o nelle sue vicinanze) questo suggerisce che Terzan5 sia intimamente legato al bulge, Forse si tratta di un frammento primordiale sopravvissuto alla distruzione».

    Ovviamente fuori da Terzan 5 e dagli occhi dei telescopi attualmente in uso potrebbero nascondersi altre fucine e fossili cosmici pieni di storie e dati. Per ampliare il nostro orizzonte non si può non dare uno sguardo ai futuri strumenti che permetteranno agli scienziati di scrutare il cielo. Massari è stato molto chiaro ed è pronto a una nuova stagione di scoperte:
    «Terzan 5 si trova in una regione della Galassia dove la luce delle stelle viene intrappolata dalla grande quantità di polvere intergalattica. Per aggirare questa difficoltà, le osservazioni più efficaci sono quelle in luce infrarossa. In questo senso, un fondamentale contributo sarà quello proveniente nel prossimo futuro dal telescopio spaziale James Webb Telescope (JWST). Tuttavia, recentemente, anche le osservazioni infrarosse da terra hanno subito un drastico miglioramento grazie alla tecnica dell’ottica adattiva, che consente di pareggiare e talvolta migliorare le prestazioni dei telescopi spaziali. Grazie a questa tecnica, l’avvento nel 2024 dell’E-ELT, un telescopio dal diametro di 39 metri (!), rivoluzionerà l’astronomia infrarossa, e ci consentirà di investigare le regioni ad ora inaccessibili della nostra Galassia, dove altri sistemi come Terzan 5 potrebbero nascondersi».

    Il cuore dell'ammasso stellare risolto, attraverso la fitta polvere intergalattica, nell'inusuale mix di stelle che ha rivelato Terzan 5 come uno dei mattoni primordiali attorno ai quali si è costruito il nucleo della nostra galassia. Il risultato è stato possibile grazie al Multi-Conjugate Adaptive Optics Demonstrator (MAD), un prototipo di ottiche adattive usato per mostrare la fattibilità di diverse tecniche che ritroveremo nell'E-ELT e negli strumenti di seconda generazione del VLT. Il colore delle stelle è stato preso dalle immagini dello stesso campo stellare riprese dal Telescopio Spaziale Hubble. Crediti: ESO/F. Ferraro

    Studiare questi oggetti, come ci ha raccontato Ferraro, ci permette di aprire gli occhi su quello che è stato il nostro passato cosmico:
    «Tali fossili permettono di ricostruire un importante pezzo della storia della Via Lattea. Infatti, come gli archeologici scavano nella polvere accumulatasi sui resti delle civiltà passate, dissotterrando pezzi fondamentali della storiadell’umanità, allo stesso modo noi abbiamo svelato un cimelio cosmico straordinario: la storia della formazione delle prime strutture cosmiche (come la nostra Galassia), al tempo in cui l’Universo era ancora neonato (aveva solo un miliardo di anni), è scritta in frammenti come questo».

    Il progetto Cosmic Lab ha riportato, attraverso questo studio approfondito di Terzan 5, un’altra vittoria: gli 1,8 milioni di euro serviti a finanziare le attività, hanno regalato in questo piovoso giorno di settembre un bel po’ di luce e raggi cosmici su tutta la ricerca astrofisica e astronomica italiana.


    …e anche su Coelum 203 di settembre si parla di galassie. Semplicemente… clicca e leggi, è gratis!

    Nasi all’insù per l’undicesima Notte Europea dei Ricercatori

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    Il cielo è uno dei grandi protagonisti della Notte Europea dei Ricercatori e i grandi enti di ricerca che si occupano dello spazio guideranno i visitatori alla scoperta delle meraviglie e dei misteri della volta celeste.

    L’Italia vanta un livello di assoluta eccellenza nella ricerca spaziale e i laboratori sparsi nella penisola, e soprattutto nell’area tuscolana, contribuiscono attivamente alla progettazione e alla realizzazione delle sofisticate attrezzature utilizzate nelle missioni.

    Il 30 settembre durante la Notte Europea dei Ricercatori sarà possibile visitare i laboratori, chiacchierare con gli astronauti, provare con i simulatori il volo nello spazio e la vita sulla stazione spaziale internazionale e capire a che punto è la ricerca sullo spazio.

    La storia delle stelle affascina da sempre l’uomo e capire come e quando le stelle e le galassie sono nate è tra gli obiettivi principali della ricerca internazionale. La ricerca firmata Daniela Carollo e pubblicata il 5 settembre su Nature Physic, mostra come i ricercatori siano riusciti a creare una mappa cronografica della Via Lattea basandosi sul colore di oltre 130mila stelle e assegnando loro età e composizioni. Lo studio arriva alla conclusione che e stelle più antiche si trovano nel centro della galassia, mentre quelle più giovani sono relegate in strutture lontane.

    Grazie alle sempre più sofisticate attrezzature messe a punto dagli scienziati osservare l’universo è sempre più facile e per la Notte Europea dei Ricercatori le sedi di ASI, ESA-ESRIN, dei laboratori di Roma Tre e di Tor Vergata, di INAF e IAPS verranno eccezionalmente aperte al pubblico per mostrare il funzionamento delle sofisticate attrezzature che utilizzano e che ogni giorno contribuiscono alla progresso della ricerca.

    La lunga notte della ricerca all’ASI inizia alle 16,00 con l’apertura al pubblico dei i simulatori di volo della Soyuz e della Stazione Spaziale Internazionale ISS. Tutti i visitatori potranno provare l’ebbrezza di viaggiare tra le stelle e sentirsi dei veri astronauti e alle 17,00 domandare direttamente a uno dei più grandi astronauti italiani com’è la vita a migliaia di chilometri dalla terra. Luca Parmitano sarà in collegamento con l’ASI e racconterà la sua vita, le sue missioni nello spazio e risponderà anche alle curiosità: si mangiano davvero solo barrette? è complicato fare la pipì senza gravità?

    La notte all’ASI continua con il grande quiz de I soliti scienziati ignoti: cinque ricercatori, un confronto all’americana e tre concorrenti scelti tra il pubblico che facendo semplici domande indirette dovranno capire gli ambiti di ricerca in cui operano gli scienziati. Il tutto presentato e condotto dal vulcanico improvvisatore teatrale Tiziano Storti.

    Appuntamento da non perdere anche alla sede ESA-ESRIN: alle 16 iniziano le visite ai laboratori per capire come è fatto e come funziona VEGA, il piccolo lanciatore europeo che fornisce servizi per molte missioni aerospaziali, per la scienza, la tecnologia e le telecomunicazioni o Copernicus, il programma europeo di osservazione della terra che raccoglie informazioni da molteplici fonti tra cui satelliti di osservazione della Terra e sensori di terra, di mare e aviotrasportati.

    Un appuntamento da non perdere è la visita al centro europeo ospitato da ESRIN dedicato al monitoraggio degli asteroidi che passano vicino alla Terra, gli ormai famosi NEO – Near Earth Objects. Dalle 16,00 i visitatori avranno la possibilità di andare a caccia di asteroidi tra le immagini del cielo ottenute con i più potenti telescopi del mondo e di stringere tra le mani i meteoriti: frammenti di asteroidi caduti sulla Terra. Per tutti i nostalgici del film Armageddon, i ricercatori spiegheranno al pubblico come viene studiata  l’eventualità che un asteroide possa entrare in collisione con il nostro pianeta e le soluzione che vengono pianificate.

    Alla Notte Europea dei Ricercatori 2016 c’è tempo anche per la fatidica domanda: c’è vita nello spazio?

    All’Università Roma Tre alle 23,00 Luca Tortora del Dipartimento di Matematica e Fisica risponderà ad uno dei grandi quesiti dell’umanità presentando gli strumenti che l’uomo ha a disposizione per capire se siamo soli nell’Universo.

    E se piove?

    Grazie all’INAF e all’Osservatorio Astronomico di Roma la volta celeste sarà a disposizione del pubblico in modalità digitale. Nel planetario gonfiabile attrezzato a Monte Porzio Catone saranno visibili stelle, costellazioni, pianeti e galassie, sarà possibile  simulare la rotazione della volta celeste, l’alternanza delle stagioni e del ciclo diurno. Inoltre ci si potrà avvicinare virtualmente a qualsiasi corpo celeste e poterne ammirare i dettagli. I ricercatori saranno le guide di questo affascinante viaggio, raccontando i miti legati alla volta celeste e proiettando filmati che porteranno gli spettatori tra le stelle.

    Durante la Notte non si può non parlare della scoperta del secolo, le onde gravitazionali: scoperte da Einstein, influiscono su ogni corpo celeste e stanno cambiando il modo di fare astronomia. Tra gli eventi in programma è da segnalare La scoperta delle Onde Gravitazionali dove ella suggestiva location di NAUTILUS, l’antenna gravitazionale dei Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN, saranno esposte le infografiche e proiettati video sulle recenti scoperte in questo settore.

    Presso l’INFN di Tor Vergata invece, dalle 15,00 alle 19,00, i ricercatori spiegheranno perchè le onde gravitazionali sono così importanti e lo faranno con una divertente e coinvolgente caccia al tesoro! E non la tradizionale ricerca di indizi, ma qualcosa di più: muniti di smartphone con GPS, le indicazioni saranno geolocalizzate, e per raggiungere le tappe successive bisognerà superare le prove previste, rompicapo e problemi di fisica semplici e più complessi, dedicati a tutti coloro che vogliano sfidare le menti dei ricercatori. Tappa finale, un intervento scientifico sull’utillizzo e il funzionamento del GPS, dopo averlo testato!

    Tutti con i nasi all’insù per l’undicesima Notte Europea dei Ricercatori!

    Programma completo della Notte dei Ricercatori e della Settimana della Scienza

    La Notte dei Ricercatori e la Settimana della Scienza raccontate anche su Coelum!

    Il video di presentazione della Notte dei Ricercatori di ROMA TRE – Astrogarden


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    La NASA dà il via libera a OSIRIS-REx

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    Artist concept of OSIRIS-REx. Credits: NASA's Goddard Space Flight Center

    La missione OSIRIS-REx sta per entrare nel vivo. La NASA e la United Launch Alliance hanno dato oggi il loro permesso a procedere con il primo tentativo di lancio, che avverrà all’interno di una finestra di due ore che si aprirà all’1:05 ora italiana nella notte tra l’8 e il 9 settembre.La Launch Readiness Review, tenutasi oggi, non ha portato alla luce alcun problema che potrebbe compromettere il lancio da Cape Canaveral. Il decollo di OSIRIS-REx inaugurerà un lungo viaggio interplanetario di andata e ritorno alla volta dell’asteroide Bennu.

    La recente esplosione di un Falcon 9 della SpaceX, avvenuta a meno di due chilometri dalla sonda, ha allungato i processi di approvazione del lancio di OSIRIS-REx. Nonostante sia la sonda che il razzo Atlas V 411 fossero situati all’interno di un edificio al momento dell’esplosione e dunque non abbiano subito danni, gli ingegneri hanno dovuto effettuare delle pulizie straordinarie nei dintorni del sito di lancio, per scongiurare qualunque sorta di contaminazione. Inoltre, sono state eseguite approfondite analisi per individuare eventuali sistemi in comune tra la piattaforma di lancio di OSIRIS-REx e quella ormai distrutta del Falcon 9.

    Il trasferimento dell’Atlas V 441 con OSIRIS-REx alla piattaforma di lancio inizierà attorno alle 15 del 7 settembre ora italiana. Nelle ore successive, i serbatoi di cherosene del primo stadio verranno riempiti. I serbatoi dei carburanti criogenici – l’ossigeno liquido e l’idrogeno liquido – verranno riempiti giovedì 8, durante il conto alla rovescia che inizierà circa sette ore prima dell’apertura della finestra di lancio.L’ultimo bollettino diffuso dall’Air Force parla di un 80% di probabilità di condizioni favorevoli al momento del lancio. In seguito al passaggio dell’uragano Hermine la scorsa settimana, le condizioni nei cieli della Florida si sono stabilizzate e dovrebbero mantenersi costanti per i prossimi giorni. L’unica preoccupazione, al momento, è un ponte di cumuli tra uno e tre chilometri di quota. Le due finestre di lancio successive, previste per le due notti seguenti, mostrano un 70% di probabilità di condizioni favorevoli.

    Un'impressione artistica della sonda OSIRIS-REx. Credits: NASA's Goddard Space Flight Center

    OSIRIS-REx raggiungerà l’asteroide carbonaceo Bennu (1999 RQ3) a fine 2018. Dopo aver completato una ricognizione globale dell’asteroide, la sonda si calerà verso la superficie e raccoglierà tra 60 grammi e 2 kg di materiale. I campioni faranno ritorno sulla Terra nel 2023.

    Degli oltre 500 mila asteroidi conosciuti, più di 7000 sono oggetti near-Earth, ovvero con orbite che li portano di tanto in prossimità della Terra; tra questi, 192 hanno orbite che rendono una missione di andata e ritorno possibile; di essi, 26 hanno un diametro di oltre 200 metri. L’asteroide Bennu è uno dei cinque asteroidi carbonacei appartenenti a questi famiglia. La sua scoperta, risalente all’11 settembre 1999, porta la firma del programma LINEAR. Le analisi eseguite dalla Terra suggeriscono che si tratti di un asteroide di tipo B e che sia caratterizzato da una albedo molto bassa. Con un diametro stimato intorno ai 575 metri, Bennu è un obiettivo perfetto per OSIRIS-REx: finora, nessuna sonda ha mai visitato un asteroide di tipo B. L’unica missione ad essersi avvicinata ad un asteroide carbonaceo fu NEAR, che il 27 giugno 1997 sfiorò l’asteroide Mathilde.

    Gli obiettivi della missione includono la raccolta di campioni di regolite dalla superficie dell’asteroide per caratterizzarne la natura, la storia e la distribuzione dei vari minerali e di eventuali materiali organici. Mappando le proprietà chimiche e mineralogiche globali, OSIRIS-REx sarà in grado di ricostruire la storia geologica e l’evoluzione dinamica di Bennu, facendo luce sulla formazione dell’intera popolazione asteroidale.

    Inoltre, Bennu è di particolare interesse in quanto potrebbe minacciare la Terra in un lontano futuro. Le analisi orbitali mostrano almeno otto potenziali collisioni con la Terra tra il 2169 e il 2199; quasi sicuramente, lo studio dell’orbita di Bennu azzererà le probabilità di impatto, ma l’interesse scientifico rimane.

    In questo senso, gli studi di OSIRIS-REx saranno rivoluzionari, in quanto per la prima volta ci permetteranno di misurare l’effetto Yarkovsky in un asteroide potenzialmente pericoloso.
    Questo effetto è dovuto al riscaldamento del Sole: le radiazioni della nostra stella riscaldano la superficie di Bennu fino a 6 gradi centigradi. Poi, però, la rotazione dell’asteroide porta inevitabilmente alcune regioni a tornare nell’ombra; a questo punto, le aree non più illuminate iniziano a perdere il loro calore nello spazio profondo. Questa differenza tra l’angolo di assorbimento dei fotoni e quello di emissione provoca un leggero ma continuo rallentamento dell’asteroide che può influenzare notevolmente l’evoluzione orbitale futura di un corpo così piccolo. Ad esempio, l’asteroide Golveka, largo 1.4 chilometri, è stato osservato deviare di 15 chilometri rispetto alla posizione prevista nell’arco di 12 anni a causa dell’effetto Yarkovsky.

    Studiando i meccanismi che regolano questo fenomeno, OSIRIS-REx permetterà agli scienziati di generare modelli molto precisi sull’evoluzione orbitale futura di Bennu e di centinaia di altri asteroidi potenzialmente pericolosi.

    Per approfondire

    Continua a leggere il piano di volo e gli strumenti scientifici della missione nell’articolo originale di Polluce Notizie

    La pagina della missione con i countdown per il lancio

    Il video NASA di presentazione della missione (nelle impostazioni è possibile impostare i sottotitoli con traduzione automatica dall’italiano)


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    Doppio passo della Luna con Marte e Saturno, e Antares al contorno.

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    La sera dell’8 settembre, verso le 21:00, sopra l’orizzonte sudovest, Luna e Saturno passeranno a una distanza di circa 3° 20' tra loro. La Luna si mostrerà con fase 43% mentre Saturno splenderà di magnitudine +0,5 (altezza 11,5° circa). Guardando più ad ampio campo, sarà possibile trovare anche il pianeta Marte poco distante, in direzione sud, a poco più di 9° di distanza. Più in basso è invece possibile scorgere Antares, nella costellazione dello Scorpione (mag. +1,0). Questo particolare quartetto (Luna, Marte, Saturno e Antares) si ripresenterà anche la sera del 9 settembre, verso le 22:00, con la Luna che si sarà spostata a sovrastare Marte (a una distanza di 7,5° circa). Crediti: Coelum Astronomia CC BY-NC-ND

    Altro doppio passo della Luna sarà quello che nelle sere dell’8 e 9 settembre vedrà il nostro satellite naturale attraversare il campo immediatamente a nord dello Scorpione, dando così luogo a una larga congiunzione con Marte e Saturno. Passate le 21:00 dell’8, la Luna apparirà posizionata a un’altezza di +20° e distante 3,4° da Saturno, mentre la sera seguente si porterà 7° a nord di Marte.
    Il tutto, considerando anche la presenza della rossa Antares, si presterà ad assecondare la vena artistica di chi ama realizzare fotografie panoramiche.

    Per le effemeridi di Luna e Pianeti vedi il Cielo di Settembre


    Tutti gli eventi del cielo di settembre su Coelum n. 203.

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    Philae è stato ritrovato!

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    Qui sopra le immagini che confermano il ritrovamento di Philae. ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA; context: ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0
    Qui sopra le immagini che confermano il ritrovamento di Philae e il punto in cui è stato trovato. ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA; context: ESA/Rosetta/NavCam – CC BY-SA IGO 3.0

    Ed eccolo il piccolo lander, incastrato in una fenditura della superficie della cometa. L'immagine ha una risoluzione di 5 cm per pixel. Copyright ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA
    Le immagini sono state scattate il 2 settembre dalla fotocamera OSIRIS, la camera per riprese ad alta risoluzione, a bordo della sonda che si trovava a 2,7 km dalla superficie e che mostrano chiaramente il corpo principale del lander e due delle tre gambe. Ci mostrano l’orientamento del lander e chiariscono il perché sia stato così difficile stabilire delle comunicazioni dal giorno dell’atterraggio, il 12 novembre del 2014.

    «A solo un mese dalla fine della missione, siamo davvero felici di essere finalmente riusciti a riprendere Philae, e con un dettaglio tanto sorprendente», ha dichiarato Cecilia Tubiana, del team OSIRIS, la prima persona ad aver visto le immagini in arrivo da Rosetta solo l’altro ieri.

    «Dopo mesi di lavoro, con indizi sempre più insistenti che puntavano a questo oggetto candidato per essere il lander, sono davvero emozionato dal fatto che infine abbiamo questa immagine di Philae, adagiato in Abydos” ha detto Laurence O’Rourke, il coordinatore di tutti gli sforzi di ricerca del lander in questi ultimi mesi, assieme ai team OSIRIS e SONC/CNES.

    Philae è stato visto l’ultima volta mentre atterrava su Agilkia, dov’è rimbalzato e volato per altre due ore prima di finire in una zona chiamata Abydos, sul lobo più piccolo della cometa.

    Dopo tre giorni, la batteria principale era esaurita e il lander è andato in ibernazione, per svegliarsi di nuovo e comunicare brevemente con Rosetta nel giugno e luglio 2015, quando la cometa era in prossimità del punto più vicino al Sole della sua orbita ed era quindi disponibile più energia solare per ricaricare la batteria.

    Tuttavia, fino ad oggi, la posizione precisa di Philae non era nota. Grazie ai radio scandagli, era stato possibile circoscrivere la posizione del lander entro un’area di poche decine di metri, ma la bassa risoluzione delle immagini scattate da una notevole distanza avevano portato all’identificazione di numerosi falsi candidati.

    Un numero considerevole di questi era stato scartato dalle analisi condotte in precedenza e le diverse tecniche di controllo avevano dimostrato di convergere più volte verso un particolare target che è risultato poi essere proprio il lander Philae, ben visibile nelle immagini ad alta risoluzione catturate a distanza ravvicinata dalla superficie della cometa.

    Nell'immagine si possono distinguere numerose caratteristiche e strumentazioni del piccolo lander. Ricordiamo che la risoluzione dell'immagine è di 5 cm per pixel! Cliccare l'immagine per ingrandire. Crediti: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

    Alla quota di 2,7 km, la risoluzione della camera OSIRIS ha una risoluzione di 5 cm/px, sufficiente per distinguere le caratteristiche strutturali di Philae, il cui corpo principale misura circa 1 metro, come visibile dall’immagine qui affianco.

    «Questa fantastica scoperta giunge proprio alla fine di una lunga ed estenuante ricerca,» ha affermato Patrick Martin, Rosetta Mission Manager. «Ormai cominciavamo a pensare che Philae sarebbe rimasto disperso per sempre. È incredibile come siamo riusciti a rintracciarlo proprio all’ultimo».

    «Questa ottima notizia ci da modo poi di contestualizzare i rilevamenti compiuti da Philae sulla cometa, aggiungendo quelle informazioni che mancavano non conoscendo l’esatta ubicazione del lander e il “terreno” su cui si era posato» ha sottolineato Matt Taylor, Project Scientist della missione Rosetta.

    «Ora che la ricerca del lander è finita, ci sentiamo davvero pronti per l’atterraggio di Rosetta e non vediamo l’ora di poter catturare delle immagini ancora più ravvicinate del sito di atterraggio della sonda» ha aggiunto Holger Sierks, Principal Investigator della camera OSIRIS.

    La scoperta arriva a meno di un mese dalla discesa di Rosetta sulla superficie. Il 30 settembre, infatti, l’orbiter verrà inviato per una missione senza ritorno sulla superficie della cometa, dove potrà studiarla e osservare da vicino anche i pozzi aperti della regione Ma’at, che si spera rivelino alcuni dei segreti della struttura interna del corpo della cometa.

    L’ESA promette di rilasciare al più presto maggiori informazioni e immagini sulla scoperta del lander Philae.


    Per sapere tutto sulla missione Rosetta, leggi lo speciale su Coelum 204 di ottobre 2016!
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