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Universo curvo o piatto? Con Eleonora di Valentino
19.12: Astrofotografia con Valeriano Antonini e Amedeo Ferrante
Per tutte le informazioni:
www.astronomiamo.it

Universo curvo o piatto? Con Eleonora di Valentino
19.12: Astrofotografia con Valeriano Antonini e Amedeo Ferrante
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Ogni ultimo venerdì del mese avremo un ospite per varie conferenze.
Presso l’Osservatorio e Planetario di Marana saranno proiettati i film: “Moon 2019”, “Two small pieces of Glass”, “The Hot and Energetic Universe”, “From Earth to Universe”.
Per le date e gli orari consultare il programma alla pagina https://www.marsec.org/prenotazioni-ed-eventi/
20.12, ore 21:00: Conferenza “Eppur si muove…“: Presentazione della Galileo Experience. Attività riservata ai soci
28.12, ore 19:00: Fra stelle e filosofia evento per gli auguri di buone feste
Info: www.marsec.org – segreteria@marsec.org


Dopo un anno di esplorazione della superficie disseminata di massi dell’asteroide Bennu, il team che ha guidato la missione “Origins, Spectral Interpretation, Identification, Security, Regolith Explorer” (OSIRIS-Rex) ha ufficialmente selezionato il sito designato “Nightingale” come luogo di raccolta dei campioni di superficie.
Il sito, situato in un cratere ampio 140 metri nell’emisfero settentrionale di Bennu, è stato giudicato il luogo migliore tra i quattro candidati selezionati l’estate scorsa e illustrati nell’immagine seguente; tutti prendono il nome da altrettante specie di uccelli e rappresentano zone con un rischio contenuto per la sicurezza del veicolo spaziale offrendo, al tempo stesso, l’opportunità di raccogliere un campione di massa sufficientemente grande.

«Dopo aver valutato attentamente tutti e quattro i siti candidati, abbiamo preso la nostra decisione finale in base a quale sito ha la maggior quantità di materiale a grana fine e con quale facilità il veicolo spaziale può accedere a quel materiale mantenendo in sicurezza il veicolo spaziale», ha affermato Dante Lauretta, dell’ Università dell’Arizona e ricercatore principale della missione. «Dei quattro candidati, il sito Nightingale soddisfa al meglio questi criteri e, in definitiva, garantisce il successo della missione».
La regolite di Nightingale appare scura e le immagini mostrano che il cratere è relativamente pianeggiante; poiché si trova nell’emisfero nord, le temperature sono più basse che altrove e il materiale superficiale è ben conservato. Si ritiene inoltre che il cratere sia relativamente giovane e che la regolite sia stata esposta da poco. Ciò significa che il sito probabilmente contiene materiale relativamente “primordiale” e incontaminato e questo può fornire una visione migliore della storia di Bennu.
Tuttavia, il sito pone anche sfide per la raccolta del campione. Il piano di missione originale prevedeva una zona di raccolta con un diametro di 50 metri, mentre ora l’area abbastanza sicura per essere toccata dal veicolo è molto più piccola: 16 metri di diametro, solo un decimo della superficie originariamente prevista. Ciò significa che il veicolo spaziale deve calarsi in modo molto preciso sulla superficie di Bennu, cercando di evitare soprattutto l’enorme masso delle dimensioni di un edificio situato sul bordo orientale del cratere (in basso a destra nell’immagine di apertura) che potrebbe rappresentare un pericolo per la sonda nella fase di risalita, subito dopo aver toccato la superficie.

La manovra “touch-and-go” è prevista per l’agosto 2020; per effettuarla, Osiris-REX utilizzerà il suo meccanismo di campionamento TAGSAM, un contenitore a forma di tamburo montato all’estremità di un braccio robotico. Il braccio posizionerà l’estremità aperta del tamburo sulla superficie dell’asteroide, quindi sparerà un getto di azoto sulla superficie per sollevare il materiale e farlo ricadere nel contenitore di stoccaggio, come illustrato in questo video. TAGSAM ha abbastanza azoto gassoso per fare tre tentativi di campionamento, se necessario.
La missione Osiris-REX mira a raccogliere 60 grammi di regolite, il più massiccio prelievo di materiale da un altro mondo dopo le missioni Apollo.
Dopo la raccolta e la misura della massa del campione, il braccio posizionerà il contenitore con il suo prezioso carico nella capsula di rientro, dove rimarrà sigillato. Osiris-REX ripartirà da Bennu nel marzo del 2021 e, quattro ore prima del massimo avvicinamento con la Terra, rilascerà la piccola capsula contenente il campione che entrerà nell’atmosfera terrestre posandosi nel campo di addestramento dello Utah il 24 settembre 2023. Per due anni, i campioni verranno analizzati a fondo ma il 75% del materiale verrà preservato per ulteriori indagini da parte delle generazioni successive, come si è fatto con i campioni lunari.
Nel frattempo, la sonda si trova nel mezzo di una nuova fase detta “Orbital-R”, durante la quale orbiterà per due mesi a poco più di 1 km sopra il terminatore di Bennu (per ulteriori dettagli si veda il Mission Log). Nei prossimi mesi, il sito Nightingale verrà sottoposto un “campionamento climatico” per studiarne in dettaglio le caratteristiche al variare delle condizioni di illuminazione.
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L’8 dicembre scorso è passata al perielio, ovvero al punto più vicino al Sole del suo passaggio nel nostro Sistema Solare. In realtà un perielio piuttosto distante, visto che in quel momento si trovava a poco meno di 2 unità astronomiche dalla nostra stella (e 298 milioni di chilometri dalla Terra), ovvero a una distanza doppia di quella della Terra dal Sole, oltre l’orbita di Marte, vicino al bordo interno della fascia degli asteroidi. Stiamo parlando di una cometa, ma una cometa decisamente speciale… la 2I/Borisov, la prima cometa interstellare che abbiamo mai avvistato proprio mentre si apprestava a farci visita. E il telescopio spaziale Hubble non poteva mancare all’appuntamento.
Tra la fine di novembre e inizio dicembre, ha osservato la cometa da una distanza più ravvicinata (dopo le prime immagini di ottobre), fornendo dettagli più precisi sulla nostra ospite interstellare.
La prima immagine, qui sopra in apertura, è davvero spettacolare… è del 9 novembre scorso e ci mostra la cometa in primo piano, con la coda che si espande a destra verso l’alto, affiancata da una galassia a spirale, la 2MASX J10500165-0152029, che si trova ovviamente sullo sfondo e decisamente più distante, ben oltre i confini della nostra galassia, e per questo fuori fuoco e confusa.
La seconda immagine qui sotto è invece del 9 dicembre, quando Hubble è tornato a osservare la cometa subito dopo il perielio. Sebbene così lontana, si tratta forse del momento in cui è stata sottoposta alle maggiori temperature dell’intero suo viaggio, o comunque sicuramente da moltissimo tempo, dopo aver probabilmente trascorso gran parte della sua vita nel gelido spazio interstellare.

«Hubble ci fornisce la migliore misura delle dimensioni del nucleo della cometa Borisov, che è la parte davvero importante della cometa», spiega David Jewitt, professore di scienze planetarie e astronomia all’Università della California, a Los Angeles, il cui team ha catturato le immagini migliori e più nitide di questa prima cometa interstellare. «Sorprendentemente, le nostre immagini di Hubble mostrano che il suo nucleo è più di 15 volte più piccolo di quanto le precedenti indagini suggerivano potesse essere. Il raggio è inferiore a mezzo chilometro. Questo è importante perché conoscere le dimensioni ci aiuta a determinare il numero totale e la massa di tali oggetti nel Sistema Solare e nella Via Lattea. Borisov è la prima cometa interstellare conosciuta e vorremmo sapere quante altre ce ne sono».
Il nucleo, un agglomerato di ghiacci e polveri, e sempre però troppo piccolo per essere risolto nell’immagine, per questo al momento possiamo solo avere un limite massimo per le sue dimensioni. La parte più luminosa che vediamo nelle foto è quindi la coma, la chioma della cometa, costituita da polveri che lasciano la superficie. A questo riguardo, le indagini eseguite fin’ora, hanno mostrato come la cometa sia in realtà, come composizione chimica e comportamento, molto simile a quelle che conosciamo, fornendo una prova che si tratta di oggetti che si formano comunemente attorno a stelle e sistemi stellari.
Scoperta da Gennady Borisov, un astrofilo ucraino, il 30 agosto scorso, ve ne abbiamo parlato in modo diffuso nell’approfondimento dedicato nel numero di ottobre di Coelum Astronomia che vi invitiamo a (ri)leggere (sempre in formato digitale e gratuito) cliccando nel banner qui a destra.
Dopo la scoperta e una serie di follow up professionali, si è riconosciuto il carattere interstellare della cometa. La sua traiettoria infatti segue l’andamento di un’iperbole, estrememamente aperta… quasi una linea retta appena flessa dal suo incontro con il Sole. Fino ad ora, tutte le comete catalogate provenivano o da un anello di detriti ghiacciati alla periferia del nostro Sistema Solare, chiamato la fascia di Kuiper, o dalla nube di Oort, un guscio di oggetti ghiacciati che si pensa si trovi nelle regioni ultraperiferiche del nostro Sistema Solare, con il suo bordo più interno a circa 2000 unità astronomiche, ovvero 2000 volte la distanza tra la Terra e il Sole.
Anche se fin’ora ne abbiamo scoperti solo due (il 2I davanti al nome indica proprio questo, che si tratta del secondo oggetto interstellare, il primo è l’asteroide 1I/’Oumuamua o 1I/2017 U1, di cui vi abbiamo parlato su Coelum Astronomia 219), è probabile che ci siano migliaia di oggetti interstellari, nel nostro Sistema Solare, solo probabilmente troppo piccoli e sfuggenti per essere rilevati con i telescopi di oggi. Si tratta di oggetti di passaggio che per essere identificati come interstellari hanno bisogno di più osservazioni nel tempo, e visto il carattere temporaneo e la loro breve permanenza nei nostri paraggi, “beccarli” al momento giusto è ancora più difficile.
Osservazioni ottenute fin’ora di altri sistemi stellari, hanno mostrato che anelli e gusci di detriti ghiacciati circondano le giovani stelle, dove la formazione planetaria è ancora in corso, e si ipotizza che l’interazione gravitazionale tra questi oggetti, asteroidi o simili a una cometa, e altri corpi più grandi come pianeti giganti in formazione, per effetto di fionda gravitazionale, potrebbe impremere loro una velocità così alta da farli sfuggire dal sistema in cui si sono formati, per vagare nelle profondità dello spazio, alla deriva tra le stelle. Se poi si avvicinano abbastanza da farsi attrarre da una di queste stelle, allora accade quello che è accaduto alla Borisov, di passare nel mezzo di un sistema stellare facendosi scaldare dalla sua stella. Il calore del nostro Sole ne ha sublimato parte della superficie, aumentando la luminosità della cometa e dando il via alla formazione di coma e coda, offrendoci lo spettacolo che vediamo in queste immagini. Uno spettacolo però sfuggente, perché grazie alla sua alta velocità il nostro Sistema solare è riuscito a deviare a malapena la sua traiettoria, senza riuscire a catturarla, ed è quindi destinata a proseguire il suo vagabondaggio nello spazio profondo.
Passaggio al perielio, inoltre, significa anche che ora la cometa se ne sta andando, ha attraversato il piano del nostro Sistema Solare e ora se ne allontanerà. Prima però ci sarà un altro appuntamento che sicuramente sarà seguito attentamente dagli astronomi e non solo: il 29 dicembre si troverà nel punto più vicino alla Terra, a 1,75 unità astronomiche (290 milioni di chilometri da noi, circa 8 milioni più vicina rispetto all’immagine del perielio).
Per gli astrofili più esperti è un appuntamento da non perdere! La cometa infatti, seppure molto debole, è comunque alla portata di una buona strumentazione amatoriale (basta pensare che è così che è stata scoperta). Nella migliore delle ipotesi ci si aspetta una magnitudine che sfiori la +15, al momento è già sotto la 16esima.
Viene sempre in nostro aiuto l’ottimo sito di Seiichi Yoshida con i grafici sempre aggiornati ottenuti dalle magnitudini osservate degli appassionati, dove trovate anche tutti i dati e le cartine per rintracciarla (qui il grafico aggiornato al 9 dicembre). La troveremo nella zona tra Idra, Cratere e Corvo, sull’orizzonte sudest, nella seconda parte della notte, verso il mattino. Non particolarmente alta, e non sarà nemmeno delle più fotogeniche, tutt’altro, ma potrebbe essere l’unica cometa interstellare che avrete la possibilità di riprendere, e comunque sicuramente la prima in assoluto! Un ricordo storico da conservare.
Aspettiamo sempre le vostre immagini su Photocoelum (oppure su gallery@coelum.com) con tutti i dettagli di ripresa e, se vi va, il racconto della vostra esperienza osservativa.
Poi comincerà davvero ad allontanarsi per sempre, con la sua velocità mozzafiato di oltre 175 mila chilometri orari (una delle comete più veloci mai viste!), per salutarci e proseguire il suo viaggio solitario nel freddo buio del mezzo interstellare.
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Un paesaggio infernale, una superficie ricoperta da vulcani attivi, gigantesche fratture, alte catene montuose e una temperatura da sciogliere il piombo. Questo è quanto ci ha mostrato la sonda Magellano della NASA nella sua missione ormai 25 anni fa, quando si immerse e si vaporizzò nella densa e velenosa atmosfera del pianeta. Venere è il secondo pianeta più vicino al Sole, ma di gran lunga il più caldo. Nulla di più lontano da qualsiasi possibilità di ricerca di sostenibilità della vita, come per alcune grandi lune dei giganti gassosi, o di colonizzazione umana, come per Marte e la Luna, eppure vogliamo tornarci.
A volerci tornare è Sue Smrekar, astrofisica planetaria del Jet Propulsion Laboratory della NASA. E ci spiega il perché: «Venere è come fosse il cmapione di controllo per la Terra. Pensiamo che siano partiti dalla stessa composizione, dalla stessa acqua e anidride carbonica. Ma hanno seguito due percorsi evolutivi completamente diversi. Ma allora, perché? Quali sono le forze chiave responsabili di queste differenze?»
Venere, ora riscaldato dall’effetto serra, un tempo aveva infatti un clima simile a quello terrestre, con oceani dai bassi fondali e zone di subduzione. Al momento solo una sonda orbita attorno al pianeta, ed la sonda giapponese Akatsuki, chiamata così per via del suo inizio di missione travagliato, un’attesa di ben cinque anni per riuscire a inserirsi nell’orbita del pianeta dopo aver fallito il primo tentativo. In passato Venere è stato visitato, oltre che dalla sonda Magellano accennata all’inizio, anche da altre sonde americane e russe, il programma Venera e Vega 1 per i primi, le Mariner, le Pioneer e quindi la Magellano per gli americani. Nel nostro piccolo anche L’ESA ha avuto la Venus Express che ha studiato per quasi dieci anni l’atmosfera del pianeta.

Le missioni che fin’ora hanno visitato il pianeta hanno spaziato da sonde in orbita, a palloni atmosferici, a lander che, anche se per molto poco, hanno raggiunto la superficie e inviato dati preziosi a terra. La temperatura e la pressione al livello del suolo sono talmente alti che delle nove sonde sovietiche che l’hanno raggiunto, quella che è durata più a lungo ha a fatica raggiunto le due ore (127 minuti per la precisione).
Un orbiter sarebbe relativamente al salvo da queste estreme condizioni, e dall’orbita potrebbe utilizzare radar e spettroscopi nell’infrarosso per penetrare le dense nubi e monitorare i cambiamenti della superficie, cercando indizi di come l’antica presenza di acqua e l’odierna attività vulcanica abbia modellato il pianeta. La Smrekar sta lavorando ad un orbiter chiamato VERITAS: «conosciamo davvero poco della composizione della superficie di Venere. Pensiamo ci siano continenti, come sulla Terra, formatisi per via delle antiche dinamiche di subduzione. Ma non abbiamo le informazioni che servono per sostenerlo davvero».
Ma a volerci tornare sono anche Attila Komjathy e Siddharth Krishnamoorthy, due ingegneri del JPL, che stanno invece immaginando una flotta di palloni sonda che cavalchino i venti di burrasca negli strati più alti dell’atmosfera venusiana, dove le temperature sono più miti e simili a quelle terrestri.
«Al momento non ci sono missioni commissionate per portare un pallone su Venere, mai palloni sono un gran modo per esplorare Venere, proprio per via della densa atmosfera e superficie cosi ostile», spiega Krishnamoorthy. «Un pallone sta nel punto giusto, abbastanza vicino (alla superficie) da ottenere un sacco di cose importanti, ma anche in un ambiente molto più favorevole, dove i tuoi sensori possono sopravvivere a sufficienza da poter ottenere qualcosa di significativo».

L’idea è di equipaggiare i palloni con sismografi abbastanza sensibili da rilevare i terremoti della superifice sottostante, attraverso le increspature dell’atmosfera, sotto forma di onde a infrasuoni, causate dal sisma (il boato che si sente con l’arrivo delle scosse), così come accade sulla Terra ma, vista la densità dell’atmosfera venusiana, in modo ancor più intenso. Krishnamoorthy e Komjathy hanno infatti dimostrato che la tecnica è fattibile usando mongolfiere d’argento che hanno rilevato i deboli segnali da terremoti terrestri.
Il problema semai sarebbe far fronte ai venti burrascosi degli uragani su Venere. Il pallone ideale, come ha determinato il Venus Exploration Analysis Group, dovrebbe poter controllare i suoi movimenti in almeno una direzione, e la squadra dei nostri due ingegneri non ci è andata molto distante: una schiera di piccoli palloni che cavalcano il vento attorno al pianeta a una velocità costante, restituendo i dati all’orbiter.
Però poi, se davvero si vuole svelare ogni segreto di questo pianeta così ostile, non si può fare a meno di scendere sulla sua superficie. Quali sfide dovrebbe allora poter superare un lander venusiano? Buona parte le possiamo già immaginare, ma in fondo a sopravvivere per un paio d’ore ce l’abbiamo fatta, e un lander ancor più resistente possiamo provare a costruirlo, ma… una sfida forse meno intuitiva è quella di come alimentare il lander.
Non ci si pensa, ma sotto una coltre così densa come quella delle nubi di Venere… la luce non passa, o ne passa molto poca, quindi impossibile immaginare una qualche forma di energia solare. D’altra parte il pianeta è troppo caldo per poter pensare di utilizzare altre forme di energia esterna: « Dal punto di vista delle temperature, è come trovarsi nel forno delle nostre cucine impostato nella modalità autopulente» scherza, nemmeno poi tanto, Jeff Hall, ingegnere della JPL che ha lavorato su prototipi di palloni e lander da mandare su Venere.

Su un lander l’energia serve non solo a far funzionare gli strumenti, ma anche per mantenere una “temperatura di esercizio”, fuori dalla quale l’elettronica si bloccherebbe, ben prima che la sonda si distrugga. Per permettere agli strumenti di lavorare, se su Marte basta una batteria, caricata a energia solare, per tenerli un po’ al caldo, su Venere servirebbe un potere refrigerante non da poco. Secondo Hall le batterie necessarie per far funzionare un frigorifero in grado di proteggere il lander richiederebbe più batterie di quante il lander stesso potrebbe trasportare. «Non c’è speranza di poter refrigerare un lander per tenerlo al fresco. Tutto quello che si può fare, è rallentare la velocità con cui si distrugge».
Il concetto di lander di Hall non ha passato il processo di approvazione, ma parte del suo attuale lavoro sta andando nella direzione voluta dalla NASA, che mira ad avere tecnologia in grado di sopravvivere giorni, se non settimane, in ambienti così estremi. Hall lavora con la Honeybee Robotics per sviluppare motori elettrici di nuova generazione per alimentare trapani che siano in grado di lavorare a condizioni estreme, mentre Joe Melko del JPL, sta lavorando a un progetto di campionamento pneumatico. I prototipi vengono testati nella Large Venus Test Chamber, una camera dalle pareti in acciaio riempita di anidride carbonica al 100%, in cui vengono simulate le condizioni estreme presenti sulla superficie di Venere. Ogni test superato ci avvicinerà sempre più a superare i limiti imposti da questo inospitale pianeta.
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Universo curvo o piatto? Con Eleonora di Valentino
12.12: Beyond Oort con Stefano Capretti
19.12: Astrofotografia con Valeriano Antonini e Amedeo Ferrante
Per tutte le informazioni:
www.astronomiamo.it
La sera dell’11 dicembre, alle ore 17:45 circa, volgendo il nostro sguardo verso sudovest, potremo notare non troppo in alto sull’orizzonte (circa 10°) due astri luminosi che si distinguono dalle stelle circostanti: sono i pianeti Venere (mag. –3,9) e Saturno (mag. +0,6).
I due pianeti ci appariranno prospetticamente molto ravvicinati tra loro, separati di poco meno di 2° e tramonteranno poco prima delle 19.
Per la verità sarà bello seguire questo abbraccio celeste, che avverrà nel teatro stellare del Sagittario, anche nei giorni immediatamente precedenti e successivi l’11 dicembre. Considerando che all’orario indicato i due pianeti non saranno molto alti sull’orizzonte, potremo cogliere l’occasione di immortalare la coppia planetaria in scatti fotografici che comprendano anche elementi del paesaggio naturale o elementi architettonici per impreziosire le nostre riprese.
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Ogni ultimo venerdì del mese avremo un ospite per varie conferenze.
Presso l’Osservatorio e Planetario di Marana saranno proiettati i film: “Moon 2019”, “Two small pieces of Glass”, “The Hot and Energetic Universe”, “From Earth to Universe”.
Per le date e gli orari consultare il programma alla pagina https://www.marsec.org/prenotazioni-ed-eventi/
14.12, ore 22:00: Evento: “Sciame Geminidi”
20.12, ore 21:00: Conferenza “Eppur si muove…“: Presentazione della Galileo Experience. Attività riservata ai soci
28.12, ore 19:00: Fra stelle e filosofia evento per gli auguri di buone feste
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L’OAPM apre gratuitamente al pubblico per l’osservazione del cielo notturno il 2° e 4° venerdì del mese.
13.12 e 27.12, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (SI) sarà aperto al pubblico per delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (principalmente il giorno 13), agli ammassi stellari e ai vari oggetti del profondo cielo, come la Nebulosa di Orione che caratterizzerà il cielo per quasi tutto il periodo autunno-inverno. Prenotazione obbligatoria sul sito o inviando un messaggio WhatsApp a Patrizio (3472874176) oppure un sms a Giorgio (3482650891)
In caso di tempo incerto telefonare per conferma.

Per Natale regala un Corso di Astronomia di Accademia delle Stelle!
Sconto per i lettori di Coelum Astronomia!
Corsi di Astronomia:
– Corso base di Astronomia (inizia a gennaio)
– Corso di Fotografia Astronomica (inizia a gennaio)
– Corso avanzato di Astronomia
– Corso di Archeoastronomia
– Corso di Astronomia Sorprendente
– Corso base di Astronomia Pratica
Per info:

Universo curvo o piatto? Con Eleonora di Valentino
10.12, ore 17:00: La stella di Natale con Italo Alfieri e Stefano Capretti presso la Biblioteca Cornelia a Roma
12.12: Beyond Oort con Stefano Capretti
19.12: Astrofotografia con Valeriano Antonini e Amedeo Ferrante
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Il Primo Quarto lo avremo alle 07:58 del 4 dicembre col nostro satellite a –51° sotto l’orizzonte, mentre nella medesima serata ci sarà l’opportunità di osservare la Luna in una delle sue fasi più spettacolari (età di 8 giorni). La fase crescente culminerà col Plenilunio del 12 dicembre alle 06:12 in età di 16 giorni a un’altezza di +14°, andando poi a tramontare alle 07:50.
Indubbiamente per una comoda osservazione sarà necessario attendere il tardo pomeriggio quando la Luna sorgerà alle 17:02 divenendo progressivamente sempre più alta nel cielo meridionale fino al transito in meridiano previsto per la mezzanotte a +67°, a nostra disposizione per gran parte della serata fino al suo tramonto al termine della notte seguente contestualmente al sorgere del Sole.
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Per l’osservazione della “Luna Piena” (non si tratta assolutamente di un “pallone bianco” privo di dettagli!) vi rimandiamo alla principale proposta osservativa di questo articolo.

Si, proprio quella! La tanto odiata e snobbata Luna Piena, quel «bel pallone bianco su cui non si vede niente», «un disco talmente luminoso da risultare abbagliante e dannoso per i nostri occhi» (…quasi si trattasse di guardare il Sole senza filtri!) e tante altre simili e meravigliose amenità con le quali, non di rado, si rispediscono frettolosamente al mittente i curiosi o gli aspiranti osservatori del cielo che in una serata di Plenilunio si recano presso una delle tante Associazioni di Astrofili per togliersi almeno la soddisfazione di vedere attraverso l’oculare di un telescopio il disco del nostro satellite completamente illuminato dal Sole.
A questo punto sono doverose alcune precisazioni. Innanzitutto nessuno può negare la notevole luminosità della Luna Piena, la quale non va assolutamente d’accordo con chi effettua osservazioni di oggetti deep-sky siano esse visuali o fotografiche. Analogamente appare altrettanto indiscutibile come gli appassionati di osservazioni lunari in alta risoluzione non coltivino particolari simpatie nei confronti del nostro satellite quando si trova in Plenilunio, così indaffarati nell’affannosa ricerca dei più fini dettagli e dei minuscoli craterini lungo il terminatore, come d’altra parte tutte le osservazioni che io stesso ho consigliato fin’ora. Anche perché sulla Luna Piena non c’è nessun terminatore e i cosiddetti “dettagli” (o presunti tali) dovremo andare a cercarli lungo il bordo lunare quasi al confine con l’emisfero non visibile dal nostro pianeta.
Per non parlare poi di tutto quell’eccessivo clamore e bombardamento mediatico che molti organi di informazione ci propinano in occasione delle cosiddette e ricorrenti Super Luna, Mini Luna, Luna Rossa, Luna di Sangue, Luna Blu, ecc. trasformando la sempre piacevole osservazione del nostro satellite, durante una serata anche senza telescopio o con un semplice binocolo, in un fenomeno di massa quasi si trattasse di attendere l’arrivo di qualcuno da una lontana galassia, generando in tal modo aspettative che ben poco hanno a che vedere con una realistica osservazione di un Plenilunio, e spesso col risultato finale di allontanare almeno una parte dei potenziali osservatori della Luna.

Ma allora, è proprio inutile guardare la Luna Piena col telescopio? No, niente di più falso!
Per quanto riguarda questo mese, il nostro satellite sarà in Plenilunio alle 06:12 del 12 dicembre a un’altezza di +14° con un diametro apparente di 31,34′, età della fase di 16 giorni, distanza dalla Terra di 381.246 km e con illuminazione del disco lunare al 100%.
Chi intendesse effettuare osservazioni proprio in concomitanza del Plenilunio (alle 06:12 del 12 dicembre) tenga presente che il tempo a disposizione non sarà molto, prima che prevalgano le luci dell’alba. Consigliamo pertanto di spostare le osservazioni nella medesima serata del 12 dicembre quando, contestualmente al tramonto del Sole, la Luna sorgerà alle 17:00 e sarà a nostra disposizione almeno fino in tarda serata con il transito in meridiano poco oltre la mezzanotte a un’altezza di +67°. Ai fini del Plenilunio nulla cambierà, sarà solo più vicina di circa 240 km.
Anche questo mese riproponiamo l’elenco completo delle librazioni, quelle anomalie nella rotazione lunare che fanno si che la Luna non mostri proprio sempre la stessa faccia, ma si “dondoli” un po’, mostrandoci piccoli spiragli delle formazioni che si trovano sul contorno, e oltre, della faccia visibile, che altrimenti non potremmo vedere. Questo movimento è più o meno accentuato nell’arco del mese (normalmente vi segnaliamo la massima librazione, che mostra più superficie della faccia nascosta), e quindi più o meno ampio è lo sguardo che possiamo dare oltre il bordo, ma può essere comunque interessante soprattutto associato all’osservazione della Luna Piena. Fateci sapere se vi piace, qui sotto nei commenti, o nei social o ancora su segreteria@coelum.com!
Si parte allora tra l’1 e il 4 novembre, con le Librazioni che interesseranno le aree situate lungo il bordo nordorientale del nostro satellite. Le osservazioni saranno certamente agevolate dalla Luna in fase crescente la cui osservabilità interesserà la fascia oraria dal tardo pomeriggio (17:00 circa) fino in tarda serata. Notare che la sera del 4 dicembre il punto di massima Librazione dalle 21:00 circa andrà a interessare zone ancora immerse nella notte lunare.
Proseguono i consigli per l’osservazione delle formazioni lunari anche nella pagina dedicata alle Falci di Luna, del Cielo di Dicembre sul numero 239. Si dovrà attendere anche in dicembre l’ultima decade del mese, nei giorni prima e dopo la Luna Nuova del 26 novembre. Avremo ben cinque giorni utili per le osservazioni nei giorni 22, 23, 24 e 28, 29 dicembre. In particolare, il 28 e 29 dicembre la sottile falce di Luna sarà affiancata da Venere, un doppio spettacolo da osservare al telescopio e anche a occhio nudo.
Consultate sempre le passate puntate della rubrica, perché alcune di queste formazioni sono già state già trattate anche in dettaglio.
Per la ripresa della Luna nel contesto del paesaggio ricordiamo sempre le rubriche di Giorgia Hofer:

➜ La Luna immersa nei colori pastello per riprese da favola!
➜ Fotografiamo le sottili Falci di Luna
➜ Fotografare la Luna
➜ La Luna illumina la notte Fotografiamo il paesaggio illuminato dalla Luna Piena
Se la fotografia non basta, Gian Paolo Graziato ci ha raccontato come dipingere dei rigorosi paesaggi lunari, nei più piccoli dettagli… per poi lasciarsi andare alla fantasia e all’imaginazione!
E se le proposte fatte non vi bastano, non dimenticate tutte le precedenti rubriche di Francesco Badalotti, con tantissimi spunti per approfondire la conoscenza del nostro satellite naturale. Per ogni formazione basta attendere il momento giusto!



Numero di Avogadro, limite di Chandrasekhar, costante di Planck, legge di Hubble-Lemaître… gli esempi di leggi e fenomeni della fisica che portano il nome dei loro scopritori sono tanti, certo. Ma non è da tutti gli scienziati averne uno intitolato a sé stessi. Lorenzo Amati, astrofisico all’Inaf di Bologna, è uno di questi: una correlazione individuata nel 2002 fra l’energia irradiata e la lunghezza d’onda alla quale si osserva il picco di luminosità dei lampi di raggi gamma (Grb, dall’inglese gamma ray bursts), è infatti universalmente nota come “the Amati relation” – la relazione Amati.
È una relazione che potrebbe dare un contributo decisivo alla soluzione di due fra i dilemmi che più stanno tormentando i cosmologi: la natura (e la possibile evoluzione) della cosiddetta energia oscura e il valore della costante di Hubble. Valore, quest’ultimo, la cui stima varia – con risultati incompatibili fra loro – a seconda che si misuri la velocità di espansione dell’universo usando “candele standard” come le supernove o modelli e parametri cosmologici come quelli ottenuti grazie satellite Planck. Ebbene, se la sua affidabilità fosse confermata, la relazione Amati permetterebbe di affiancare alle supernove un tipo completamente diverso – e dunque indipendente – di candele standard: i Grb, appunto. E in particolare i long Grb.
Data la sua “giovinezza” – non è ancora nemmeno maggiorenne – non stupisce che la relazione Amati sia ancora al vaglio della comunità scientifica, ma per ora sembra che stia reggendo bene alla prova dei fatti. L’ultima conferma arriva da uno studio guidato da Feraol Fana Dirirsa basato sull’osservazione di 26 gamma ray bursts – compiuto con il telescopio della Nasa Fermi e firmato, fra gli altri, da Francesco Longo dell’Infn e dell’Università di Trieste – pubblicato da poche ore su The Astrophysical Journal. Ne parliamo non con uno degli autori dell’articolo, questa volta, bensì con lo stesso Lorenzo Amati: proprio lui, quello della relazione.
Partiamo dalla relazione che porta il suo nome, la Amati relation: cosa dice?
«Si tratta di una forte correlazione tra l’energia irradiata da un lampo gamma assumendo emissione isotropa (Eiso) e la lunghezza d’onda (espressa in termini di energia fotonica, Ep) alla quale si ha il picco dello spettro. In qualche modo, Ep rappresenta il “colore” del Grb, così come per una stella questo è legato alla sua temperatura superficiale. La correlazione ci dice che Ep è proporzionale a circa la radice quadrata di Eiso, ed è la meno dispersa tra quelle che legano l’energia irradiata, o la luminosità, dei Grb alle loro proprietà spettrali o temporali. Per questo, essa costituisce uno strumento fondamentale per la comprensione dei meccanismi fisici alla base dell’emissione dei Grb e delle proprietà geometriche dei jet ultra-relativistici che li emettono».
Cosa ha a che fare tutto ciò con la stima della costante di Hubble?
«Legando una quantità misurabile direttamente, Ep, con una quantità il cui valore apparente dipende dalla geometria ed espansione dell’universo, questa correlazione è il metodo più investigato per la “trasformazione” dei Grb in “candele standard” – e dunque per il loro utilizzo per lo studio dei parametri cosmologici, in modo simile a quanto avviene per le supernove di tipo Ia. Infatti su questa linea di ricerca collaboriamo strettamente con Massimo Della Valle, esperto di supernove e già coinvolto nei lavori da premio Nobel che hanno portato alla scoperta dell’espansione accelerata dell’universo alla fine degli anni ‘90».
In questi anni, per la relazione Amati sono arrivate solo conferme o anche dati che la mettono in discussione?
«Dopo la scoperta da parte di un gruppo di lavoro guidato dal sottoscritto e con l’importante contributo di Filippo Frontera e Marco Tavani, avvenuta nel 2002 basandosi sui dati di del satellite BeppoSax, la correlazione è stata confermata – ed estesa anche ai Grb più deboli e spettralmente “soffici” – dalle misure dei satelliti Hete-2, prima, e poi Konus-Wind, Swift e Fermi/Gbm. Le pubblicazioni scientifiche che citano il lavoro del 2002 sono quasi 900, e diverse centinaia quelle che citano i nostri lavori successivi sulla caratterizzazione e utilizzo della correlazione. Questo dimostra la grande credibilità e rilevanza di questa evidenza osservativa presso la comunità scientifica. Tuttavia, esistono alcuni lavori che, giustamente, si focalizzano sui possibili effetti di selezione legati alle sensibilità limitate dagli strumenti e altri tipi di bias, che vanno sempre considerati nell’utilizzo di sorgenti astrofisiche per la cosmologia».
Per esempio?
«Una decina di anni fa si accese un piccolo, ma intenso, dibattito sulla rilevanza di questi effetti per la correlazione Ep-Eiso, visto in particolare visto il crescente interesse per un suo utilizzo per la cosmologia. Numerosi lavori, tra i quali quelli di Giancarlo Ghirlanda, Gabriele Ghisellini, Lara Nava e collaboratori (peraltro, proponenti l’utilizzo di questo tipo di correlazione per la cosmologia già nel 2004) dimostrano però la marginalità di questi effetti, e dunque la solidità della correlazione. Infine, vi sono alcuni Grb con proprietà molto peculiari che sembrano non seguire la correlazione (i cosiddetti “outliers”). Tuttavia, esistono diverse spiegazioni per questi comportamenti: per esempio, effetti di linea di vista, particolari evoluzioni spettrali legate a effetti strumentali che “remano contro” la correlazione, Grb di diversa natura. Anzi, da questo punto di vista, il piano Ep-Eiso può essere considerato come uno strumento per identificare e comprendere diverse sotto-classi di Grb – ad esempio, quelli sub-luminosi».
E adesso questi 26 Grb osservati da Fermi: tutti ubbidienti alla sua legge o c’è qualche ribelle?
«I Grb lunghi di questo campione di lampi gamma con redshift noto e rivelati anche dallo strumento di altissima energia di Fermi (il Lat, che opera fino a qualche centinaia di GeV ) sono tutti pienamente consistenti con la correlazione. Come già dimostrato da numerose misure precedenti, i Grb corti, invece, non la seguono. E quest’ultimo aspetto rinforza il concetto espresso poco sopra, ovvero l’utilità del piano Ep-Eiso per identificare e distinguere Grb di classi diverse. Addirittura, esiste un lavoro di qualche anno fa, pubblicato su Mnras da un gruppo di ricerca cinese, che va oltre la classificazione dei Grb in lunghi e corti: basandosi sulla consistenza o meno con la correlazione, propone di classificarli in Grb “Amati” e “non-Amati”. Il che, per noi italiani, suona ovviamente abbastanza buffo!».
Cosa aggiunge di nuovo, quest’ultima osservazione compiuta con Fermi, a quelle precedenti?
«Le misure sensibili dello spettro dell’emissione “prompt” dei Grb, ovvero il lampo gamma vero e proprio, dalla quale si ricavano sia Eiso che Ep, vengono tipicamente effettuate da una decina di keV a 1-2 MeV al massimo. Per esempio, il Grb monitor a bordo di Swift è limitato a 15-150 keV, e il Grb monitor di Fermi (Gbm) – pur arrivando nominalmente fino a 30 MeV – per eventi medi è molto poco sensibile sopra 1 MeV. Questi limiti di banda energetica e sensibilità sono tra gli effetti principali che possono condizionare le caratteristiche, e la solidità stessa, della correlazione Ep – Eiso. Le misure dello strumento Lat di Fermi permettono di estendere fino ad oltre il GeV la caratterizzazione dello spettro dei Grb, fornendo quindi misure molto più accurate e solide sia di Ep che di Eiso, riducendo così in modo importante gli effetti strumentali e di selezione. Dunque, siamo di fronte a un ulteriore passo in avanti nella validità della correlazione e del suo utilizzo per la fisica dei Grb ed il loro utilizzo cosmologico».
Diciott’anni sono pochi, ma nemmeno pochissimi. Perché i Grb ancora non sono utilizzati in modo sistematico per il calcolo della costante di Hubble, come consentirebbe di fare la correlazione che porta il suo nome?
«Come detto sopra, nonostante la grande mole di lavori scientifici che utilizza la correlazione per la comprensione della fisica dei Grb, lo studio della geometria e struttura del jet che li emette, l’identificazione e comprensione di diverse classi di Grb, la cosmologia e i numerosi lavori che ne sostengono la solidità, per sdoganare del tutto l’utilizzo della correlazione per la misura di parametri cosmologici fondamentali occorre dissipare ogni ombra di dubbio sugli effetti strumentali e bias discussi in precedenza. E fare ulteriori passi in avanti nella calibrazione della correlazione stessa, resa difficile dal fatto che, a differenza delle supernove Ia, i Grb sono tutti a distanze “cosmologiche”. In quest’ottica, saranno molto importanti le misure della missione Svom (Cina e Francia), satellite dedicato ai Grb che dovrebbe essere lanciato nel 2022 e supererà parte dei limiti dell’attuale strumentazione, e, più in prospettiva, di Theseus, concetto di missione coordinato dall’Italia e attualmente in fase di studio da parte di Esa per un possibile lancio intorno al 2030, che fornirà precisissime misure spettrali e stime del redshift per numerose centinaia di Grb».
Ma cosa si prova a sapere che c’è una potenziale legge di natura che porta il proprio nome?
«La correlazione Ep – Eiso fu chiamata per la prima volta “Amati relation” da Don Lamb – noto esperto mondiale di Grb, allora all’Università di Chicago – nel 2003, durante un congresso celebrativo di BeppoSax ad Amsterdam. Io partecipavo al congresso, ma durante l’intervento di Lamb, l’ultimo prima della fine della sessione, ero intento a discutere con un collega e non mi accorsi di nulla! All’uscita, i mei colleghi e amici cominciarono a complimentarsi, anche scherzosamente, per questa improvvisa popolarità, e da lì in poi è stata una specie di sorprendente, piacevole (e anche un po’ imbarazzante) valanga… Per diversi anni sono stato il più citato nei congressi sui Grb, e il mio cognome compare nel titolo di almeno 30 articoli scientifici e nell’abstract di oltre 200 articoli. Inoltre, mi ha sicuramente gratificato vedermi citato in contesti quali un articolo sul New York Times o un editoriale su Nature. Tra le perle un po’ buffe, oltre alla sopracitata classificazione dei Grb in “Amati” e “non-Amati” da parte di un gruppo cinese, menzionerei un mio ex-professore di dottorato di ricerca a Roma, nonché uno dei maggiori esperti di astronomia X. Che durante un pranzo con diversi colleghi raccontò la sua sorpresa nel leggere della “Amati relation” su Nature e concluse con: “Amati, lei è andato oltre ogni mia più rosea aspettativa!”. Per inciso, si dice che qualcosa di simile sia successo anche ad Albert Einstein, quando un suo ex-professore commentò in modo analogo la pubblicazione e il successo degli articoli sulla relatività. Ma non vorrei sembrare immodesto…».
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LunaSole e Pianeti |
Seguono il Cane Maggiore, con la brillante Sirio, i Gemelli e il Toro, con la rossa Aldebaran che insegue l’affascinante ammasso aperto delle Pleiadi (M 45). Si tratta di uno spicchio di cielo davvero bello da osservare, anche solo a occhio nudo, e che saprà donare agli osservatori dotati di binocolo o di telescopio grandi emozioni, per non parlare delle soddisfazioni date agli astrofotografi. Verso la metà del mese, alle 22:30, la figura del “cacciatore celeste” sarà ancora defilata verso sudest, mentre saranno già in meridiano il Toro e più in basso il tenue fluire di stelle dell’Eridano.
A ponente riconosceremo facilmente gli asterismi che qualche mese fa erano allo zenit (Pegaso e Cigno su tutti), ormai declinanti all’orizzonte, mentre a est fanno già capolino il Cancro e il Leone, con lo zenit attraversato dal Perseo. Un paio di ore più tardi potremo osservare il sorgere del Boote, mentre staranno già scendendo a ovest la Balena, i Pesci e Andromeda.
All’inizio di dicembre il Sole si troverà nella costellazione zodiacale dell’Ofiuco e passerà in quella del Sagittario il giorno 18. Sempre più bassa sull’orizzonte, la nostra stella raggiungerà in questo periodo, il giorno 22, la minima altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano (+24,5°). Sarà questo il giorno del Solstizio d’Inverno (dal latino “solstitium”, che significa “Sole immobile”, stazionario, per il fatto che la sua apparente caduta in altezza sembra progressivamente arrestarsi). Da questo momento in poi avrà inizio nel nostro emisfero l’inverno astronomico.
Mercurio, dopo il transito sul Sole dello scorso mese (che questo mese trovate immortalato nella gallery dedicata introdotta da Marco Castellani, clicca qui a destra) potremo osservarlo nella prima parte del mese al mattino, fino a circa il giorno di Natale, quando (ma sarà una vera sfida!) sarà affiancato da una sottilissima falce di Luna in fase dell’1%. Non riusciranno però ad alzarsi troppo dall’orizzonte, soffocati dalla luce dell’alba. Se ci riuscite aspettiamo le vostre straordinarie immagini su PhotoCoelum, ovviamente!
Se Marte comincia a farsi vedere sempre prima al mattino, ma solo per due o tre ore, e Giove invece ci lascia sparendo nel cielo del tramonto, Venere brillerà nel cielo della sera, comincia un periodo di visibilità sempre migliore, che apprezzeremo ancor di più però dal prossimo mese. Saturno mantiene il suo posto sempre al tramonto, seguendo il destino di Giove, ma un po’ in ritardo, quindi potremo continuare ad osservarlo per tutto il mese. Maggiori dettagli e informazioni anche sui più distanti Urano e Nettuno, non visibili a occhio nudo, su pianeti nani e asteroidi, li trovate nel Cielo di Dicembre all’interno del nuovo numero.
Anche quest’anno, nel periodo che va dal 7 al 17 dicembre, dirigendo lo sguardo verso la costellazione dei Gemelli, potremo assistere a un magnifico spettacolo, quello offerto dallo sciame meteorico delle Geminidi. Dopo gli sciami minori degli ultimi mesi, finalmente queste “stelle cadenti” invernali, proprio come per le Perseidi in agosto, permettono di godere delle scie luminose lasciate in cielo dai frammenti rocciosi e metallici che, entrando nell’atmosfera, si disintegrano illuminandosi. Lo sciame delle Geminidi, anche se meno famoso di quello estivo per via delle basse temperature che non invogliano a restare all’aperto per osservarle tutta la notte, è generalmente uno dei più attivi oggi noti: quest’anno il suo picco di attività è atteso tra le ore 3:00 del 14 dicembre e la mezzanotte del 15 dicembre, con uno ZHR di circa 88 meteore all’ora, anche se già il giorno prima e quello successivo è attesa una discreta attività. A questa descrizione, finora piuttosto esaltante, bisogna purtroppo aggiungere che quest’anno l’osservazione delle Geminidi sarà fortemente disturbato dalla Luna, che ha raggiunto la fase di piena un paio di giorni prima del picco massimo (il 12 dicembre).
Come sempre tutti i consigli per l’osservazione del cielo li trovate sul Cielo di Dicembre 2019, su Coelum Astronomia.
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto in PhotoCoelum!


Quando un sole come il nostro invecchia, dopo una fase in cui si espande inglobando quel che trova attorno a lui fino a un raggio critico, in seguito perde i suoi strati superficiali fino a lasciare esposto il suo piccolo nucleo: una nana bianca, una stella densa e calda, inerte, più piccola delle dimensioni originarie della stella, che non brucia più combustibile al suo interno, e quindi in via di lentissimo raffreddamento.
Nel caso del nostro Sole, una volta bruciato l’idrogeno al suo interno tra circa 5 miliardi di anni, si espanderà fino a inglobare Mercurio, Venere e anche la Terra, perturbando il resto dei pianeti nella sua violenta trasformazione. Poi perderà man mano gli strati più esterni, finché di lui resterà solo il nucleo inerte, ed è facile immaginare che attorno a lui orbiteranno ancora i resti dei pianeti e dei suoi strati esterni.
E dato che le stelle simili al nostro Sole sono la maggiorparte nella nostra galassia, si immagina che tante possano essere le nane bianche che potrebbero avere resti planetari nel loro sistema, ma fin’ora non era ancora stato trovato un pianeta sopravvissuto e ancora in orbita attorno ad essa.
E proprio questo è quello che si sono trovati davanti Boris Gänsicke e il suo team (dell’Università di Warwick, UK), che spiega: «È stata una di quelle scoperte che non ti aspetti. Sapevamo che qualcosa di eccezionale stava accadendo al quel sistema, e abbiamo immaginato che potesse avere a che fare con un qualche tipo di resto planetario».
Studiando oltre 7000 nane bianche nei dati raccolti dalla Sloan Digital Sky Survey , i ricercatori del team di Gänsicke si sono accorti di una stella in particolare, diversa da tutte le altre, che mostrava tracce di elementi chimici in quantità inusuali attorno a una nana bianca. La stella si chiama WDJ0914+1914, e analizzata più nel dettaglio, grazie allo strumento X-shooter montato sul Very Large Telescope dell’ESO, nel deserto di Atacama in Chile, ha confermato le anomalie: quantità mai viste di idrogeno, ossigeno e solfuro in un disco di gas che ruota attorno alla stella. Elementi che non potevano venire dalla stella stessa, che come ricordiamo ha bruciato prima di iniziare le sue fasi di instabilità che l’hanno portata allo stato di nana bianca.
«Ci sono volute settimane di complicati ragionamenti per capire che l’unico modo perché potesse crearsi un tale disco era dall’evaporazione di un pianeta gigante», spiega Matthias Schreiber dell’Università di Valparaiso in Cile, che si è occupato della simulazione dell’evoluzione passata e futura del sistema. Quegli elementi sono infatti caratteristici degli strati profondi delle atmosfere di pianeti giganti ghiacciati come i nostri Nettuno e Urano (vedi anche lo speciale di questo mese di Coelum Astronomia dedicato proprio ai giganti ghiacciati del nostro Sistema Solare).
Trovandosi a orbitare attorno a un sistema di questo tipo, la radazione ultravioletta estrema della nana bianca riesce a strappare via gli strati superficiali di questi giganti (che anche se chiamati ghiacciati sono in realtà gassosi), che formano dunque un disco di accrescimento attorno alla stella.
Combinando i dati osservativi e i modelli teorici sviluppati, i ricercatori sono riusciti a costruirsi una chiara immagine di questo sistema. Una piccola nana bianca calda cinque volte più del Sole (28 mila gradi Clesius) e un grande pianeta ghiacciato, grande quasi il doppio della stella che orbita a distanza ravvicinata, con un periodo di rivoluzione di soli 10 giorni tanto l’orbita è stretta. Le radiazioni della stella stanno quindi strappando gli strati esterni dell’astmosfera del pianeta, che in parte fuggono nello spazio interstellare, lasciando una scia dietro al pianeta quasi fosse una cometa, e in parte accrescono il disco di gas attorno alla stella, a una velocità di 3000 tonnellate al secondo!
«È la prima volta che riusciamo a misurare tali quantità di gas come idrogeno, ossigeno e sulfuro nel disco, che ci danno un indizio della composizione dell’atmosfera di un esopianeta» spiega Odette Toloza, sempre dell’Università di Warwick, che ha sviluppato il modello per il disco di gas attorno alla nana bianca. «Una scoperta che inoltre apre una nuova finestra sul destino finale dei sistemi planetari» .
Qualcosa però non torna, se il pianeta si trovava in orbita così stretta attorno al suo Sole, la fase di gigante rossa avrebbe dovuto inglobarlo e farlo sparire. Il pianeta si trova infatti a soli 10 milioni di chilometri dalla stella, più o meno 15 raggi solari. L’ipotesi è che in realtà si trovasse molto più distante, oltre il raggio di supergigante rossa, e che l’interazione gravitazionale, stravolta dall’evoluzione in gigante rossa, con gli altri pianeti in orbita attorno alla stella l’abbia poi fatto avvicinare, lasciando anche pensare che in realtà possano esserci altri pianeti sopravvissuti alla violenta trasformazione della stella.

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L’OAPM apre gratuitamente al pubblico per l’osservazione del cielo notturno il 2° e 4° venerdì del mese.
07.12, ore 21:30: Il cielo…di passaggio. Ritrovo presso Porta Laterina da dove raggiungeremo a piedi la specola ”Palmiero Capannoli” per osservare il cielo di dicembre che vede la fine della stagione autunnale e l’inizio di quella invernale. Potremo ammirare anche la Luna oltre la fase di Primo Quarto. Prenotazione obbligatoria sul sito o a Davide Scutumella (3388861549).
13.12 e 27.12, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (SI) sarà aperto al pubblico per delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (principalmente il giorno 13), agli ammassi stellari e ai vari oggetti del profondo cielo, come la Nebulosa di Orione che caratterizzerà il cielo per quasi tutto il periodo autunno-inverno. Prenotazione obbligatoria sul sito o inviando un messaggio WhatsApp a Patrizio (3472874176) oppure un sms a Giorgio (3482650891)
In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
Si è riunita il primo dicembre mattina in Sala Livio Paladin, Palazzo Moroni, a Padova la Giuria Scientifica del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, che ha selezionato i 5 volumi che accederanno alla fase finale del Premio.
Questi i cinque volumi selezionati:
“Il giro del mondo in sei milioni di anni” (Il Mulino) di Guido Barbujani e Andrea Brunelli
“Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori” (Codice Edizioni) di Francesca Buoninconti
“La trama della vita. La scienza della longevità e la cura dell’incurabile tra ricerca e false promesse” (Marsilio Editori) di Giulio Cossu
“Il senso perfetto. Mai sottovalutare il naso” (Codice Edizioni) di Anna D’Errico
“Cybercrime. Attacchi globali, conseguenze locali” (Hoepli) di Carola Frediani

Quest’anno la Giuria Scientifica era invece formata da cinque giornalisti scientifici e cinque docenti universitari: Gabriele Beccaria, firma de La Stampa e responsabile degli inserti Tuttoscienze e Tuttosalute; Rossella Panarese, autrice e conduttrice di Radio3Scienza, il quotidiano scientifico di Rai Radio 3; Giovanni Caprara, saggista ed editorialista scientifico del Corriere della Sera; Barbara Carfagna, giornalista RAI; Silvia Bencivelli, giornalista, saggista, conduttrice radiofonica e televisiva; Maurizio Borin, docente di Agronomia, Università degli Studi di Padova; Marco Ferrante, docente di Calcolo delle Probabilità, Università degli Studi di Padova; Maria Maddalena Parlati, docente di Letteratura Inglese, Università degli Studi di Padova; Maria Berica Rasotto, docente di Anatomia Comparata, Università degli Studi di Padova; e infine Flavio Seno, docente di Fisica Teorica della Materia, Università degli Studi di Padova.

Ogni giurato ha, durante la mattinata, raccontato il proprio criterio di scelta e i cinque volumi preferiti. Si sono poi susseguite due tornate di selezione, tra spareggi, conferme e cambi di nomine, che hanno sfoltito le proposte a dieci e in ultimo alle cinque finaliste.
Tra i criteri è stata unanime ovviamente la necessità di informazioni rigorose e provate, mentre non sempre lo è stato il tipo di stile o il contenuto. C’è chi come Beccaria ha puntato su libri in cui “l’esposizione dei problemi abbia il sopravvento sulle soluzioni”, che stimolino la riflessione, spieghino “la complessità e l’articolazione dei problemi” che si incontrano nella scienza, più che dare risposte preconfezionate, come hanno sottolineato anche Panarese e Rasotto. C’è chi invece ha puntato più sul linguaggio: che “esca dai libri che spiegano cose”, da un vecchio modo di intendere la divulgazione come libro di educazione didattica, come Bencivelli e Borin, libri che invece di spiegare raccontino e coinvolgano il lettore, anche non limitatamente all’argomento trattato, ma raccontando anche i problemi e l’importante “rapporto con l’errore” che ogni ricercatore si trova ad affrontare.
Tra i temi sicuramente ha prevalso l’attualità e lo sguardo verso il futuro, anche se praticamente tutta la giuria ha notato la mancanza di un grande assente, il cambiamento climatico, che ha invece così tanto risvegliato l’interesse proprio dei più giovani, trattato solo in parte e in modo secondario in pochi titoli. Seguendo questo interesse dei più giovani per il futuro e per la società, in molti hanno privilegiato volumi che affrontano il tema del legame tra Scienza e Società, anche sotto il punto di vista delle conseguenze politiche ed economiche, fino al tema delle diseguaglianze, e ne sono indice due volumi tra i più nominati, quelli di Barbujani e Brunelli e di Buoninconti, sul tema delle razze nell’evoluzione dell’uomo e delle migrazioni (di animali ma non solo).
Per quanto riguarda noi (redazione di Coelum astronomia) forse per la prima volta (e forse proprio per questo) mancano nei cinque selezionati i temi dell’astronomia, dello spazio e della fisica, nonostante alcuni volumi – tra i quali di autori noti ai nostri lettori come Amedeo Balbi, Piero Bianucci, Luca Perri, ma anche di Roberto Battiston e Marco Ciardi con Maria Giulia Andretta – siano stati nominati anche più volte dalla giuria. Purtroppo i meccanismi di riselezione e spareggio sono spietati, ed erano talmente tanti i volumi interessanti che aderivano ai criteri scelti, che non potevano certo rientrare tutti nei “primi cinque”, ma possiamo dire che si sono difesi bene!
Per questo (e anche in vista dei regali di Natale…) alleghiamo qui l’elenco completo dei volumi nominati durante la selezione.
Il Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica entra ora nella fase finale, i cinque volumi selezionati verranno consegnati ai ragazzi e un ulteriore novità – oltre al concorso per le Scuole, “Fake troppo fake! Racconti (corretti) di scienza” (iscrizioni entro il 20 dicembre) – sarà un “tour” che da gennaio a marzo porterà gli autori in alcuni luoghi simbolo della divulgazione letteraria – nella sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera a Milano (29 gennaio), al Circolo dei Lettori di Torino (7 febbraio), al Muse-Museo della Scienza di Trento (28 febbraio) per tornare infine a Padova (28 marzo) – per dare una ancora maggiore visibilità all’iniziativa coinvolgendo un pubblico sempre più vasto.
La cerimonia di consegna del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica si terrà venerdì 8 maggio, presso l’Aula Magna del Palazzo del Bo, Università di Padova. Il giorno precedente – giovedì 7 maggio – i 5 autori finalisti presenteranno al pubblico le opere in concorso.
Il Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica è promosso dal Comune di Padova-Assessorato alla Cultura, con la collaborazione dell’Università degli Studi di Padova e di ItalyPost.
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Ogni ultimo venerdì del mese avremo un ospite per varie conferenze.
Presso l’Osservatorio e Planetario di Marana saranno proiettati i film: “Moon 2019”, “Two small pieces of Glass”, “The Hot and Energetic Universe”, “From Earth to Universe”.
Per le date e gli orari consultare il programma alla pagina https://www.marsec.org/prenotazioni-ed-eventi/
06.12, ore 20:30: Presentazione del libro “Lo spazzino delle stelle” La storia di Luca, presso sala teatro a Crespadoro (Vi)
14.12, ore 22:00: Evento: “Sciame Geminidi”
20.12, ore 21:00: Conferenza “Eppur si muove…“: Presentazione della Galileo Experience. Attività riservata ai soci
28.12, ore 19:00: Fra stelle e filosofia evento per gli auguri di buone feste
Info: www.marsec.org – segreteria@marsec.org
Un recente studio pubblicato sulla rivista Icarus e guidato dalla ricercatrice Marina Brozovic del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ha messo in evidenza una particolare danza orbitale compiuta da due delle lune di Nettuno, Naiade e Talassa, che ha sorpreso gli astronomi. Questi due satelliti compagni sono impegnati, infatti, in una particolare coreografia che i ricercatori hanno battezzato “danza dell’elusione”, osservata grazie alle riprese effettuate con il Telescopio Spaziale Hubble, che ha reso evidente un insolito schema orbitale particolarmente stabile e che ha impedito alle due lune di entrare in collisione.
Naiade e Talassa sono due piccole lune di forma all’incirca ovale e allungata, di 100 chilometri di lunghezza. Sono due delle sette lune interne di Nettuno, parte di un sistema strettamente intrecciato con i deboli anelli. I due piccoli corpi celesti hanno orbite distanti circa 1.850 chilometri e Naiade ruota attorno a Nettuno ogni sette ore, mentre Talassa, più esterna, impiega sette ore e mezza. Quando si incontrano, però, non arrivano mai a distanze così ravvicinate: l’orbita di Naiade è inclinata rispetto a quella di Talassa e perfettamente sincronizzata con essa, e ogni volta che Naiade passa vicino alla più lenta Talassa, le due si trovano a una distanza di ben 3.540 chilometri. In questo modo, un osservatore su Talassa vedrebbe Naiade in un’orbita che si muove come un’onda, sopra e sotto Talassa, e lo stesso schema si ripete ogni volta che Naiade guadagna quattro giri su Talassa.

A queste distanze, così lontane dal Sole, i pinaeti giganti si ritrovano ad essere le sorgenti gravitazionali dominanti. In questo modo raggruppano attorno a loro decine di lune, alcune nate assieme ai pianeti e rimaste sempre nella loro posizione, altre catturate e intrappolate nelle loro orbite dalla gravità dei due giganti ghiacciati. Tra queste lune alcune hanno orbite retrograde, altre “saltano” da un orbita all’altra per evitare collisioni con altre lune.
«Sospettiamo che Naiade sia stata sbalzata in questa sua orbita inclinata da una precedente interazione con una delle altre lune interne di Nettuno», dice Brozovic. «Solo più tardi, dopo che si è stabilizzata la sua inclinazione orbitale, Naiade si è assestata in questa insolita risonanza con Talassa».
A oggi, Nettuno ha 14 lune confermate. Neso, la più lontana, si muove su un’orbita estremamente ellittica che la porta a circa 74 milioni di chilometri dal pianeta e impiega 27 anni per completarla. Si pensa che il sistema di satelliti originale sia stato distrutto quando Nettuno ha catturato la sua luna gigante, Tritone, e che queste lune e gli anelli interni si siano formati dai detriti rimasti. Gli scienziati planetari sospettano che Naiade sia stata espulsa nella sua orbita inclinata da una precedente interazione con una delle altre lune interne di Nettuno, e solo dopo abbia instaurato questa insolita risonanza con Talassa.
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Naturale evoluzione della bellissima congiunzione del 24 novembre, il giorno 28, volgendo il nostro sguardo verso sudovest, potremo notare i pianeti Venere (mag. –3,9) e Giove (mag. –1,9) accompagnati da una sottilissima falce di Luna (fase del 5%) a rendere questa congiunzione ancora più affascinante e preziosa.
La Luna passerà a 2° 12’ a ovest di Venere e a 2° 27’ a nordest di Giove. I due pianeti appariranno brillanti e ben contrastati rispetto al fondo cielo che ci apparirà ancora illuminato dalle luci del tramonto. Considerata l’altezza esigua dei tre soggetti sull’orizzonte (poco più di 7° all’orario indicato), questa sarà un’altra bella occasione di scattare delle fotografie a largo campo che comprendano i tre astri e gli elementi del paesaggio circostante. Per l’osservazione, al di là di ammirare a occhio nudo la geometria dell’incontro celeste, i tre oggetti entreranno comodamente nel campo di un binocolo 10×50.
Il giorno successivo, il 29 novembre, sempre alle 17:30, vedremo la Luna (fase del 10%) posizionarsi più in alto, lasciando dietro di sé Venere e Giove, incontrati il giorno prima, per avvicinarsi a Saturno (mag. +0,6). La congiunzione con Saturno viene accompagnata dalla presenza delle maggiori stelle del Sagittario, tra cui sarà più facile riconoscere Nunki (sigma Sagittarii, mag. +2,1) e Pi Sagittari (mag. +2,8). La Luna si posizionerà a 3° 24’ a sudovest di Saturno e a 3° a nordest di Nunki.
➜ La Danza dei Pianeti Riprendiamo il movimento dei pianeti nel cielo con Giorgia Hofer.
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Una TV via web sulle attività dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. La visione e l’utilizzo di Astrochannel sono gratuiti e consentiti a tutti (se però siete interessati solo a singoli video, suggeriamo d’iscriversi). Suggeriamo di seguito i seminari in lingua italiana, ma il programma è decisamente più ampio e può essere consultato qui: http://www.media.inaf.it/inaftv/seminari/#3151
Attenzione: l’elenco che segue potrebbe essere non aggiornato. Per maggiori informazioni e aggiornamenti in tempo reale sui singoli seminari, vi invitiamo a fare riferimento ai siti web delle singole sedi.
OA Merate, 28/11/2019 @ 11:00
Daniele Spiga (INAF Brera), “Come lavorare un anno e mezzo con un laser X a elettroni liberi e tornare vivi per raccontarlo” Neutrini, fotoni e onde gravitazionali
Come lavorare un anno e mezzo con un laser X a elettroni liberi e tornare vivi per raccontarlo. A Catania, Laboratori Nazionali del Sud, dal 26 al 28 novembre 2019
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Un cratere vulcanico pieno di sale che emana fumosi gas tossici, dove l’acqua bolle in un’intensa attività idrotermale e le temperature giornaliere in inverno possono superare i 45 °C. Un ambiente ostile e multi-estremo: molto caldo, molto salino e molto acido allo stesso tempo. Non abbiamo appena varcato la porta degli inferi: siamo a Dallol, nella depressione della Dancalia, in Etiopia. È in questo luogo che un team di scienziati franco-spagnoli, guidato dalle biologhe Jodie Belilla e Purificación López-García del Cnrs francese, ha scoperto come sia impossibile la permanenza di forme di vita.
Qualche mese fa, proprio qui su Media Inaf, avevamo dato notizia di un altro studio – condotto anch’esso nel Dallol e pubblicato su Scientific Reports – che evidenziava un risultato opposto: il ritrovamento di nanobatteri. Quel territorio, così apparentemente inospitale, veniva descritto come valido esempio per la comprensione dei limiti ambientali della vita, sia sulla Terra che in altre parti del Sistema solare. E l’area geotermale del Dallol veniva proposta come analogo terrestre di un Marte primitivo (com’era tre miliardi di anni fa). Di tutt’altro avviso le conclusioni di López-García e colleghi, pubblicate ora su Nature Ecology & Evolution. «Dopo aver analizzato molti più campioni rispetto ai lavori precedenti – con controlli appropriati per evitare di contaminarli e con una metodologia ben calibrata – abbiamo verificato che in queste pozze salate, calde e iperacide la vita microbica è assente. Così come è assente nei laghi salati adiacenti, ricchi di magnesio», sottolinea López-García.

«Esiste, questo sì, una grande varietà di archaea alofili (microrganismi primitivi che abitano in ambienti altamente salini) nel deserto e nei canyon attorno al sito idrotermale», aggiunge la biologa, «ma non nelle pozze iperacide e ipersaline, e nemmeno nei cosiddetti laghi neri e gialli di Dallol, dove abbonda il magnesio. E questo nonostante il fatto che la dispersione microbica, in quest’area, sia intensa, a causa del vento e dei visitatori umani».
Due gli ostacoli alla vita che non permettono ai microrganismi di svilupparsi all’interno degli stagni: l’abbondanza di sali di magnesio caotropici – in grado di rompere i legami di idrogeno e causare la denaturazione delle proteine – e la simultanea presenza di condizioni quali l’ipersalinità, l’iperacidità e l’alta temperatura.
Per confermare tutto ciò, il team di scienziati ha utilizzato vari metodi di ricerca come: il sequenziamento massiccio di marcatori genetici per rilevare e classificare i microrganismi, l’analisi chimica delle salamoie e la microscopia elettronica a scansione combinata con spettroscopia a raggi X, utilizzata per analizzare i precipitati minerali ricchi di silicio. «In altri studi, oltre alla possibile contaminazione di campioni con archaea da terre adiacenti, queste particelle minerali potrebbero essere state interpretate come cellule fossilizzate, ma in realtà si formano spontaneamente nelle salamoie anche se non c’è vita», osserva López-García, sottolineando come occorra cautela nel fare affidamento all’aspetto apparentemente cellulare – o “biologico” – di una struttura, perché potrebbe trattarsi di sistemi non viventi.

«Non ci aspetteremmo mai di trovare la vita in ambienti simili su altri pianeti, perlomeno non vita che non si basi su una biochimica simile a quella terrestre», dice López-García, insistendo sulla necessità di avere più indizi e analizzare tutte le possibili alternative prima di giungere a una conclusione. «Il nostro studio mostra che esistono luoghi sulla superficie terrestre, come le pozze di Dallol, che sono sterili anche se contengono acqua allo stato liquido», conclude la ricercatrice, rimarcando come un criterio quale la presenza di acqua liquida, spesso utilizzato per suggerire l’abitabilità di un pianeta, non implichi necessariamente la presenza di vita.
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Ogni ultimo sabato del mese sarà presente un ospite per varie conferenze
30.11, ore 19:00: “A Cena con Le Stelle”. Cena a tema presso il Ristorante Campana (Ospite: Simone Zaggia dell’INAF)
Durante tutto il mese, presso l’Osservatorio e Planetario di Marana saranno proiettati i film: “The Hot and Energetic Universe” (di ESO), “Moon 2019” (di 3Des), “From Earth to Universe” (di ESO), “Two small pieces of Glass” (di ESO). Per le date e gli orari consultare il programma alla pagina https://www.marsec.org/prenotazioni-ed-eventi/
Per informazioni: https://www.marsec.org – segreteria@marsec.org
Sarà molto interessante e affascinante seguire l’evoluzione di questa magnifica congiunzione durante i giorni dal 23 al 25 novembre che vedrà coinvolti ben due pianeti, Marte e Mercurio, la Luna e la stella Spica, la lucida della costellazione della Vergine.
Bisognerà accettare il sacrificio di alzarsi presto la mattina, anche durante il weekend, per godere di questa ampia visione, con una sottile falce di Luna (fase del 15%) che, inizialmente, il giorno 23, si troverà molto alta in cielo, circa 27° sull’orizzonte di est-sudest, proprio nel cuore della Vergine. Al di sotto di essa, circa 10° e mezzo più in basso, vedremo Spica (alfa Virginis, mag. +1,1) a formare un bell’allineamento diagonale con il pianeta Marte (mag. +1,7), alto circa 10° e, più in prossimità dell’orizzonte (alto poco meno di 3°), con Mercurio (mag. –0,3).
Il giorno seguente, il 24 novembre, alla stessa ora, la situazione per Spica e i due pianeti sarà sostanzialmente immutata (avranno guadagnato una manciata di primi di altezza sull’orizzonte) mentre la Luna (fase dell’8%) ci apparirà ora più falciforme e si sarà posizionata più in prossimità del pianeta Marte, avendo già sorpassato Spica, formando con questi ultimi due astri un bel triangolo (la Luna si troverà a 4° 45’ da Marte).
Nell’ultimo dei tre giorni indicati, il 25 novembre, alla medesima ora, vedremo la Luna ora molto più sottile (fase del 2,6%) e ben più bassa sull’orizzonte di est-sudest (appena 2° 40’) in stretta congiunzione con Mercurio. I due oggetti si abbracceranno in una congiunzione di 2° di separazione, tra le stelle della Bilancia.
Queste tre giornate ci permetteranno di apprezzare l’evoluzione di questi incontri celesti, che potremo immortalare in un’unica fotografia a largo campo che sia il risultato della compositazione dei diversi scatti, realizzati nelle tre mattine. Consigliamo sempre di impreziosire la scena includendo elementi del paesaggio naturale o architettonico circostante.
➜ La Danza dei Pianeti Riprendiamo il movimento dei pianeti nel cielo con Giorgia Hofer.
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Sono quarant’anni che la luna di Giove Europa solletica l’interesse degli scienziati alla ricerca di vita nel Sistema Solare, a partire da quelle immagini riprese dalle sonde Voyager di una luna così diversa da tutte le altre, ricoperta da venature rossastre (che non hanno mancato di far sorgere anche domande sulla possibile artificiosità della loro natura), dall’apparenza di un enorme globo oculare senza pupilla.
Nei decenni successivi le missioni di esplorazione del Sistema Solare esterno, hanno confermato l’interesse per questo mondo alieno, fino a farlo diventare uno degli obiettivi prioritari nella ricerca di vita di tutte le agenzie spaziali, in particolare per la NASA. Europa infatti è una di quelle lune che potrebbe possedere tutti gli ingredienti necessari per sostenere la vita, anche in uno spazio remoto e lontano dal Sole come quello del Sistema Solare esterno.
Un oceano, forse due volte più grande di quello terrestre, di acqua liquida e salmastra sotto a una spessa crosta ghiacciata, che a tratti si crepa per una probabile attività idrotermale interna, lasciando sfuggire dei pennacchi, degli altissimi geyser, che si innalzano dalla sua superficie.
Fin’ora però, nonostante tutte le supposizioni e le prove indirette, nessuno era ancora mai riuscito a trovare in modo diretto molecole d’acqua sopra la superficie della luna, e anche i pennacchi sono sempre stati fugaci visioni visibili a fatica nelle immagini delle sonde e da terra.
Ora, un team di ricerca internazionale condotto dal Goddard Space Flight Center della NASA (Maryland), guidato da Lucas Paganini, scienziato planetario della NASA, ha rilevato per la prima volta le tracce di vapore acqueo grazie alla vista di uno dei più grandi telescopi del mondo alle Hawaii.
«Elementi chimici essenziali (come carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo e zolfo) e fonti di energia, due dei tre requisiti per la vita, si trovano in tutto il Sistema Solare. Ma il terzo – l’acqua liquida – è alquanto difficile da trovare fuori dalla Terra», spiega Paganini. «Anche se gli scienziati non hanno ancora rilevato direttamente acqua liquida, abbiamo trovato ciò che di meglio e di più vicino potevamo trovare: acqua sotto forma di vapore».
Le osservazioni dall’Osservatorio W.M. Keck sul Mauna Kea, erano rivolte verso l’emisfero principale della luna. Europa infatti, come la nostra Luna attorno alla Terra, è in orbita sincrona attorno a Giove, bloccata gravitazionalmente e gli mostra sempre la stessa faccia: l’emisfero definito “principale” è quello sempre rivolto verso la direzione dell’orbita, il “davanti” rispetto al moto orbitale del pianeta, mentre l’emisfero “finale” è sempre rivolto nella direzione opposta.

Spiega Paganini: «Per me, la cosa interessante di questo lavoro non è solo che si tratta della prima rilevazione diretta dell’acqua su Europa, ma anche la sua stessa mancanza, entro i limiti del nostro metodo di rilevazione».
Come mai ci è voluto così tanto tempo per ottenere una conferma diretta, visto che i sospetti erano così forti?
Il problema principale è che rilevare vapore acqueo in altri mondi è complicato. Le sonde spaziali ad oggi hanno capacità limitate di rilevarlo e gli scienziati che utilizzano telescopi terrestri, pur dalla strumentazione sempre più sofisticata, per cercare acqua nello spazio profondo devono tenere conto del forte disturbo introdotto dall’acqua nell’atmosfera terrestre, letteralmente come distinguere una goccia d’acqua aliena in un oceano terrestre…
Per minimizzare questo effetto, il team di Paganini ha usato complessi modelli matematici e computerizzati per simulare le condizioni dell’atmosfera terrestre in modo da poter distinguere, nei dati restituiti dallo spettrografo Keck, l’acqua atmosferica terrestre da quella di Europa.
«Abbiamo eseguito rigorosi controlli di sicurezza per rimuovere possibili contaminanti nelle osservazioni terrestri», assicura Avi Mandell, scienziato planetario di Goddard nel team di Paganini. «Ma, alla fine, si dovrà avvicinarsi a Europa per vedere cosa sta realmente succedendo».
Questa conferma aiuta anche a consolidare quanto si è ipotizzato di Europa finora e di indagare le dinamiche interne alla luna. Il vapor d’acqua infatti sostiene l’ipotesi della presenza di un oceano d’acqua liquida sotto la crosta ghiacciata, anche se le molecole rintracciate potrebbero provenire da bacini di ghiaccio sciolto appena sotto la superficie…
Un’ulteriore causa, sarebbe imputata al campo di radiazioni proveniente da Giove, che interagendo con la superficie strapperebbe via particelle d’acqua dal ghiaccio della superficie, ma nello studio viene argomentato il perché si pensa non sia questo il caso, o comunque non sia sufficiente a spiegare le osservazioni..
Come dicevamo, prima di questo studio sono stati tanti i risultati che hanno fatto sì che via via Europa fosse un target di sempre maggior interesse.

Nel frattempo però, nel 2013, grazie al telescopio spaziale Hubble della NASA erano stati rilevati i singoli elementi chimici, idrogeno (H) e ossigeno (O), che come sappiamo sono i componenti dell’acqua (H2O), in configurazioni simili a pennacchi nell’atmosfera di Europa. Solo alcuni anni dopo, altri ricercatori, sempre grazie a immagini prese da Hubble, hanno identificato delle figure simili a dita osservando la sagoma della luna mentre passava davanti a Giove.
«Questa prima identificazione diretta del vapore acqueo su Europa è una fondamentale conferma delle rilevazioni originali di specie atomiche, e mette in evidenza l’apparente scarsità di grandi pennacchi su questo mondo ghiacciato», sottolinea Lorenz Roth, astronomo e fisico del KTH Royal Institute of Technology a Stoccolma, che ha guidato lo studio del 2013 ed è coautore di questo nuovo studio.
Ora manca solo la possibilità di uno studio ravvicinato di Europa, e la missione è già pronta. Europa Clipper, della NASA, dovrebbe essere lanciata a metà degli anni ’20 e completerà mezzo secolo di scoperte scientifiche che sono iniziate con una semplice foto di un misterioso e velato bulbo oculare.
Quando arriverà attorno in orbita attorno ad Europa, Clipper condurrà una dettagliata indagine della superficie della luna, del suo interno, della sua sottile atmosfera, dell’oceano sotterraneo e in teoria anche delle più piccole brecce attive. Clipper proverà a scattare immagini di ogni pennacchio in cui si imbatterà e a campionare le molecole che troverà nell’atmosfera con i suoi spettrometri di massa. Suo compito sarà anche di cercare un sito di interesse dal quale un futuro lander potrebbe raccogliere dei campioni. Tutto questo per svelare definitivamente ii segreti di Europa e il suo potenziale di sostenibilità della vita.
Lo studio pubblicato su Nature Astronomy: A measurement of water vapour amid a largely quiescent environment on Europa di L. Paganini, G. L. Villanueva, L. Roth, A. M. Mandell, T. A. Hurford, K. D. Retherford & M. J. Mumma
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L’OAPM apre gratuitamente al pubblico per l’osservazione del cielo notturno il 2° e 4° venerdì del mese. In caso di tempo incerto telefonare per conferma al numero 3472874176 o 3482650891.
08.11 e 22.11, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (SI) sarà aperto al pubblico per delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (principalmente il giorno 8), agli ammassi stellari e ai vari oggetti del profondo cielo, come la Nebulosa di Orione che caratterizzerà il cielo per quasi tutto il periodo autunno-inverno. Prenotazione obbligatoria sul sito o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
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Lunedì 11 novembre scorso, a seguire il transito di Mercurio dalle Isole Canarie, oltre agli astronomi del Tng – il Telescopio nazionale Galileo, sull’isola di La Palma, dalla quale abbiamo trasmesso la diretta webcast del fenomeno – c’era anche un’altra astronoma dell’Istituto nazionale di astrofisica: Valeria Mangano, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma. Valeria non si trovava però a La Palma, bensì all’Osservatorio del Teide, il vulcano dell’isola di Tenerife, dove sorge un altro grande telescopio, un tempo anch’esso in parte italiano ma oggi interamente francese: il Themis. Al suo ritorno, ci siamo fatti raccontare com’è stati assistere al transito da lassù.
Che tipo di telescopio è? E come mai ha scelto proprio quello, per assistere al transito?
«Il Themis – il cui nome è l’acronimo di “Télescope Héliographique pour l’Etude du Magnétisme et des Instabilités Solaires” – è un telescopio solare a tubo raffreddato a elio, con uno specchio primario da 90 cm e una focale di 15.04 metri. Lo frequento dal 2007, quando insieme a Francois Leblanc del Latmos-Ipsl di Parigi abbiamo tentato una serie di osservazioni di Mercurio. In quanto telescopio solare, il Themis non teme l’osservazione di oggetti vicini al Sole, anzi. In virtù della sua tipologia costruttiva – è vero telescopio, non una “torre”, quindi con un tubo chiuso, il che riduce moltissimo la luce diffusa – ha dimostrato di poter osservare Mercurio per tutto il giorno (il che in estate significa arrivare anche a 14 ore continuative) e con ottimi risultati. La campagna osservativa con i colleghi francesi è durata otto anni, e si interrotta solo a fine 2014, quando hanno dovuto chiudere il Themis per dotarlo di ottica adattiva. Sebbene quest’ultima non sia ancora in funzione, quest’anno il telescopio ha ripreso le attività. Già il mese scorso ero dunque tornata a osservare, per due settimane. E lunedì non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di tornarci in occasione del transito: il prossimo sarà nel 2032, dunque questo appuntamento non potevo proprio perderlo!».
Come mai tanti telescopi – solari e non, compreso il Tng dell’Inaf – sono stati costruiti proprio alle Canarie?
«Perché la loro posizione è strategica: sono territorio europeo (spagnolo, per la precisione) ma sorgono nell’Oceano Atlantico, in una zona dal clima mite, dove la percentuale di notti limpide e astronomicamente fruibili è altissima. Inoltre entrambi i siti – l’Osservatorio del Teide a Tenerife e quello di Roque de los Muchachos a La Palma – si trovano sulle pendici di vulcani, ad altitudini al di sopra dello strato di inversione atmosferico su cui si posizionano la maggior parte delle nubi. Questo fa si che il cielo delle Canarie sia protetto dalle sottostanti luci delle città e, al tempo stesso, quasi sempre limpido e con bassi livelli di umidità».
E la giornata di lunedì lo conferma: mentre in Italia quasi tutte le osservazioni pubbliche in programma sono saltate a causa del maltempo, dalla Canarie ci avete inviato immagini del transito stupende…
«Già, e a differenza di quanto visto nello streaming dal Tng, con Themis abbiamo seguito Mercurio durante quasi tutto il transito: ci siamo dovuti fermare solo quando Mercurio è sceso al di sotto dei 6° di altezza. In particolare, abbiamo osservato il disco di Mercurio effettuando degli scan con Mtr, uno spettrografo a fenditura che, con delle pose di 50 ms, ha scansionato da nord a sud l’intero disco del pianeta nelle due “righe D” del sodio, quelle a 5890 e 5895 ångström».

C’è un valore scientifico nei dati acquisiti durante il transito, rispetto a quelli soliti?
«Nelle nostre osservazioni di routine di Mercurio osserviamo la sua esosfera (la debole atmosfera del pianeta) proprio in queste due righe del sodio per studiarne la morfologia e la dinamica, e per comprendere le complesse interazioni con il mezzo interplanetario circostante e, soprattutto, con il Sole così vicino, in termini di radiazione, vento solare, campo magnetico, eccetera. Mercurio ci mostra ogni volta una fase diversa, e questo permette – raccogliendo osservazioni in configurazioni orbitali e in condizioni di fase solare differenti – di allargare la nostra comprensione dei processi responsabili della sua esistenza e mantenimento nel tempo, nonostante essa sia una esosfera transiente, non gravitazionalmente legata al pianeta. Nell’osservazione durante un transito, invece, si può osservare Mercurio in una configurazione assolutamente unica: e cioè, quando esso ci mostra entrambi i terminatori (ma ovviamente nessuna parte della superficie è illuminata). In queste condizioni, ad analisi dei dati compiuta, potremo ottenere un profilo di densità dell’esosfera nel terminatore ‘alba’ e in quello ‘tramonto’, così come ai due poli, ottenendo delle informazioni importanti sulle asimmetrie che talvolta si sono viste o ipotizzate in base alle osservazioni di routine. In questo caso, poi, agli spettri nelle righe del sodio abbiamo affiancato anche osservazioni a grande campo nel visibile, per seguire Mercurio durante il transito sul disco solare. E sono quelli che ci hanno permesso di scattare la bella fotografia qui a fianco».
Insomma, non avete avuto tempo d’annoiarvi. Anche se sei ore possono essere lunghe, trascorse a guardare un puntino che si muove…
«Be’, per fortuna le ore sono state “solo” cinque o poco più, per noi. Certo, confesso che dopo un po’ somigliava a tante altre osservazioni fatte negli anni scorsi, a parte per quella striscia nera – presente nello spettro – del disco “buio” di Mercurio, dove invece di solito si vedeva una striscia bianca del continuo solare riflesso dalla superficie del pianeta. Però vedere, all’inizio dell’evento, questo piccolo puntino nero apparire improvvisamente sul bordo, sopra la granulazione in continua ebollizione del Sole, è stata una vera emozione. Nel 2016 avevamo tentato un’osservazione simile dalla torre solare tedesca Gregor – vicina al Themis, all’epoca ancora chiuso – e io avevo potuto seguire solo in remoto, ma il tempo era stato assai poco clemente (accade anche lì, a volte) e purtroppo non eravamo riusciti a ottenere nulla. Ora naturalmente comincia la fase di analisi dati. Essendo una configurazione totalmente diversa dal solito, dovremo costruire proprio da zero le pipelines di riduzione, e ci vorrà un po’… ma sicuramente ne sarà valsa la pena».
Prossimo viaggio astronomico in calendario?
«Ancora nulla, purtroppo. Le richieste di tempo per il 2020 si faranno a gennaio. Ma naturalmente l’appuntamento sarà ancora con il Themis: con l’ottica adattiva finalmente funzionante, e buona parte dell’ottica rinnovata, promette di regalarci osservazioni ancora più dettagliate dell’esosfera di Mercurio. Tra l’altro, le osservazioni di questi anni sono state di ausilio scientifico allo studio e realizzazione di Serena, una suite di quattro sensori di ioni e particelle neutre a bordo della missione BepiColombo, partita lo scorso 20 ottobre 2018 da Kourou, alla volta di Mercurio. Da ottobre 2021, in occasione del primo di sei flyby della missione attorno al pianeta, abbiamo in programma di organizzare campagne coordinate di osservazione da Terra. Con Themis, si spera, e anche con tutti gli altri telescopi e le torri solari che sarà possibile utilizzare a questo scopo».
Guarda il video dell‘evento realizzato dall’Inaf Iaps di Roma:
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Il transito visto dall’astronomia professionale su Coelum Astronomia di novembre
Dallo speciale dedicato al transito del 2016
Il primo transito osservato, un curioso articolo sulla Storia dell’astronomia vista da Mercurio in transito e la Strumentazione per osservare l’evento.
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Scuola di Astronomia
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La mattina del 14 novembre, alle 10:05 in Giappone (in Italia erano ancora le 2:05 di notte), l’intrepido esploratore nipponico Hayabusa2 ha iniziato la manovra di separazione definitiva da Ryugu, dopo 28,5 mesi di “convivenza”. I motori RCS hanno impresso alla sonda una velocità di allontanamento di 10 cm/s e, lasciata la “Home Position” a 20 km dall’asteroide, adesso la distanza tra i due è già salita oltre i 26 km sulla base dei dati “real time” collezionati sul portale realizzato da Luca Cassioli.

Come mostrato nella slide qui sopra, l’attuale fase di addio (farewell) durerà fino a lunedi. Poi la sonda uscirà dalla sfera di influenza gravitazionale di Ryugu (65 km di distanza) e dopo alcuni test accenderà i motori a ioni. Il ritorno nei pressi della Terra, con il rilascio dei campioni raccolti su Ryugu, è previsto per la fine del prossimo anno.

Attraverso questa galleria in tempo reale è possibile ammirare le immagini riprese durante la fase di allontanamento da Ryugu; dal 18 Novembre, la sonda cambierà assetto e le riprese verranno interrotte.
Qui a sinistra, la prima animazione, basata su due singole riprese ONC-T scattate a distanza di 22,5 ore (alle 3:59 UT di ieri e alle 2:29 di stamane), dunque dopo circa 3 rotazioni dell’asteroide, in modo da mostrare lo stesso lato mentre la distanza passava da 20,7 a 27,8 km (velocità media 8,8 cm/s, stima basata sulle dimensioni apparenti dell’asteroide).
Nei prossimi giorni pubblicheremo su Aliveuniverse.today mosaici e animazioni sulla base di queste immagini, perciò rimanete sintonizzati!
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Speciale Hayabusa-2 su Coelum Astronomia 226
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Nella notte tra il 19 e il 20 novembre, alla mezzanotte, guardando verso oriente potremo notare la Luna (fase del 48%), sorta una mezz’ora prima, a circa 2° 10’ a nordest della stella alfa della costellazione del Leone, Regolo (mag. +1,4).
All’orario indicato i due oggetti si troveranno ancora piuttosto bassi sull’orizzonte, poco più di 3° per Regolo (la Luna sarà già un po’ più alta, circa 5°), per cui sarà necessario disporre di un orizzonte libero da ostacoli naturali o artificiali per osservare l’incontro.
Con il passare delle ore, ovviamente, i due corpi celesti guadagneranno via via altezza sull’orizzonte, ma per coglierli in fotografia includendo elementi del paesaggio naturale circostante, sarà necessario sfruttare i minuti in prossimitià del loro sorgere.
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La somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a 180 gradi. Ce lo insegnavano alle medie. Lo ribadisce Wikipedia. E se ci mettiamo con matita e goniometro a tracciare triangoli su un foglio di carta lo possiamo verificare anche per conto nostro. Tutto giusto, ma non sempre… È così, appunto, su un foglio di carta steso bello piatto sul tavolo. Se però ci mettessimo fare la stessa operazione, per quanto sia decisamente più scomodo, su una sfera – disegnando triangoli con il pennarello su un mappamondo, per esempio – ecco che la somma degli angoli darebbe un risultato maggiore di 180 gradi. È che la sfera è curva, non piatta. E la geometria degli spazi curvi segue regole diverse da quella classica – detta euclidea – degli spazi piatti. Per esempio, regole che ammettono che due rette parallele finiscano prima o poi per incontrarsi.
È a questo che si riferiscono i cosmologi quando parlano di universo piatto: un universo il cui spazio ha curvatura nulla, e nel quale valgono le regole della geometria euclidea. Ebbene, il modello cosmologico comunemente accettato dice che l’universo è proprio così: piatto. Una conformazione improbabile, a ben pensarci, visto che niente in Natura impone che, tra i tutti i possibili valori di curvatura, il nostro universo abbia proprio esattamente il valore zero. Ciò nonostante, è proprio questa la conformazione che i dati di moltissime osservazioni astrofisiche e cosmologiche sembrano indicare.

Moltissime, ma non tutte. È stato pubblicato la settimana scorsa su Nature Astronomy un articolo – firmato da Eleonora Di Valentino del Jodrell Bank (Uk), Alessandro Melchiorri della Sapienza e Joseph Silk dell’Institut d’Astrophysique de Paris – secondo il quale gli ultimissimi dati del telescopio spaziale dell’Esa Planck favorirebbero un modello di universo chiuso: ovvero con curvatura maggiore di zero – tipo quella di una sfera, appunto. Un articolo che, complice anche la sapiente scelta del titolo (“Planck evidence for a closed Universe and a possible crisis for cosmology”), sta creando un certo subbuglio nella comunità dei cosmologi – nonostante non sia una novità il fatto che i dati di Planck andassero in parte in questa direzione.
«Gli articoli finali della collaborazione Planck, pubblicati nel 2018, hanno messo in evidenza come un universo chiuso – caratterizzato da una curvatura spaziale positiva dell’ordine di qualche percento – possa descrivere i dati dello spettro di potenza in temperatura e polarizzazione delle anisotropie del fondo a microonde meglio del modello di concordanza Lambda-Cdm spazialmente piatto», ricorda infatti a Media Inaf uno degli scienziati della collaborazione Planck, Fabio Finelli, ricercatore all’Inaf di Bologna al quale abbiamo chiesto un commento allo studio di Di Valentino, Melchiorri e Silk. «Ma una volta considerata anche un’ulteriore informazione fondamentale dai dati di Planck, ovvero lo spettro della deflessione gravitazionale (lensing) dei fotoni del Cmb, o l’informazione geometrica derivante dalle oscillazioni barioniche nei cataloghi di galassie, lo spazio per una curvatura positiva si riduce sensibilmente».
«Di Valentino, Melchiorri e Silk presentano una nuova e più estesa analisi di questi aspetti», continua Finelli, «e inoltre quantificano come un modello Lambda-Cdm con curvatura spaziale positiva non offra soluzioni alla discrepanza nelle stime della costante di Hubble dalla Cmb e quella determinata dalle supernove Ia. Sebbene l’universo chiuso suggerito dallo spettro di potenza delle anisotropie in temperatura e polarizzazione di Planck non sembri passare ulteriori test, la qualità e la quantità dei dati cosmologici attuali sono sufficienti per sondare ipotesi di nuova fisica oltre il modello Lambda–Cdm anche più complesse».

Ma qual è questa “nuova fisica” che potrebbe prospettarsi, se davvero la cosmologia attuale entrasse in crisi, come suggerisce il titolo dell’articolo di Nature Astronomy? Abbiamo chiesto alla prima autrice dello studio, Eleonora Di Valentino, di farci qualche esempio. «Se escludiamo possibili effetti sistematici, è difficile al momento capire come risolvere il puzzle. Potremmo cambiare il modello inflazionario, dato che si presenta una curvatura», spiega a Media Inaf la scienziata. «Oppure potremmo cambiare la costante cosmologica con un’energia oscura dinamica, dato che il problema con la costante di Hubble persiste. Infine, potremmo anche cambiare le ipotesi sulla dark matter supponendo una sua interazione, dato il lensing maggiore. Oppure tutte le cose insieme. Sono chiaramente necessari più dati per capire meglio in che direzione andare».
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Un team formato da ricercatori tedeschi del Max Planck Institute e americani della Harvard University, del MIT, e del Center for Computational Astrophysics, hanno svelato i risultati di una nuova simulazione che segna lo stato dell’arte ad oggi delle simulazioni di evoluzione galattica e non solo. Si tratta anche della più dettagliata simulazione cosmologica su larga scala e, proprio questa dualità, è la principale caratteristica che la distingue da qualsiasi altra simulazione ottenuta finora.
Fino ad oggi, infatti, i cosmologi sapevano di dover accettare un fondamentale compromesso. Avendo a disposizione una potenza di calcolo finita, le simulazioni hanno sempre dovuto privilegiare uno dei due aspetti fondamentali che interessano questi studi: il dettaglio dell’evoluzione di una singola galassia o la visione cosmologica di insieme, nello spazio e nel tempo. Non è mai stato possibile avere entrambe le cose contemporaneamente nella stessa simulazione.
Illustris TNG50, così si chiama questa nuova simulazione, ha combinato per la prima volta l’idea di una simulazione ad ampia scala (il cosiddetto Universo in una scatola, Universe in a Box) con la risoluzione, come in uno zoom, della formazione di una singola galassia. In un cubo di spazio di 230 milioni di anni luce di lato, TNG50 è in grado di mostrare i fenomeni fisici che si verificano su una scala un milione di volte più piccola, tracciando l’evoluzione simultanea di migliaia di galassie su 13,8 miliardi di anni di storia cosmica! Decisamente impressionante…

Una simulazione di questo tipo permette quindi ai ricercatori di studiare in dettaglio come le galassie si formano e come si sono evolute da poco dopo il Big Bang a oggi, e riesce a farlo utilizzando oltre 20 miliardi di particelle che rappresentano materia oscura, stelle, gas cosmico, campi magnetici e buchi neri supermassicci.
Per eseguire un calcolo simile sono stati necessari 16.000 processori riuniti nel supercomputer Hazel Hen a Stoccarda, che hanno lavorato assieme, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per più di un anno – l’equivalente di quindicimila anni per singolo processore – e i primi risultati scientifici non si sono fatti attendere.
Due studi, usciti da poco su MNRAS, hanno mostrato dei fenomeni fisici che non erano stati previsti nelle informazioni utilizzate per dare vita alla simulazione. Spiega Dylan Nelson (del Max Planck Institute for Astrophysics, a Garching) a capo dei due studi: «Esperimenti numerici di questo tipo hanno particolarmente successo quando ne esce più di quanto sia stato inserito. Nella nostra simulazione, abbiamo osservato fenomeni che non erano stati programmati esplicitamente. Questi fenomeni sono emersi in modo naturale, dalla complessa interazione degli ingredienti della fisica di base del nostro modello di universo».
Due esempi importanti di questo tipo di risultato sono stati il vedere formarsi, poco dopo il Big Bang, galassie a disco come la nostra Via Lattea, e in seguito il vedersi formare dei getti di gas ad alta velocità perpendicolari ai dischi galattici in formazione, ricadere poi verso il centro per alimentare il disco stesso, in una sorta di grande fontana cosmica al centro di una giostra di giovani stelle.
Annalisa Pillepich, del Max Planck Institute for Astronomy di Heidelberg, coautrice dei due studi, spiega: «In pratica, TNG50 mostra che la nostra galassia, la Via Lattea, con il suo sottile disco è al culmine della moda delle galassie: nell’arco degli ultimi 10 miliardi di anni, quelle galassie che stanno ancora formando nuove stelle, sono diventate sempre più simili a dischi e i loro caotici movimenti interni sono diminuiti considerevolmente. L’universo era molto più disordinato quando aveva solo qualche miliardo di anni!».

Man mano che la loro forma si appiattisce, e le stelle in formazione si dispongono in orbite circolari come in una giostra, ecco emergere dai dischi flussi di gas ad alta velocità, accelerati da fenomeni di supernova e dall’attività di buchi neri supermassicci centrali. Si vedono fussi gassosi inizialmente caotici che vagano in tutte le direzioni che man mano convogliano all’interno di due volumi conici, che emergono dalla galassia in direzioni opposte. Allontanandosi dal pozzo gravitazionale verso l’alone di materia oscura, perdono velocità e ricadono verso la galassia andando a disporsi lungo la periferia del disco come in una fontana. In questo modo accelerano la formazione e l’evoluzione della galassia stessa alimentando la nascita di altre giovani stelle, che vanno a disporsi in una forma sempre più appiattita di un sottile disco.
TNG50 ha rivelato quindi per la prima volta come la geometria dei gas cosmici determinino la struttura delle galassie e di come a loro volta le galassie in formazione abbiano condizionato il fluire del caotico gas cosmico primordiale dandogli una forma sempre più ordinata.
Come accaduto per le precedenti simulazioni, anche i dati di TNG50 diverranno pubblici, per essere condivisi con l’intera comunità astronomica oltre che con il pubblico, in modo da essere utilizzati per ulteriori studi e magari scoprire altri nuovi fenomeni cosmici non previsti, di ordine che emerge dal caos.
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Le campagne nazionali UAI
11 novembre Transito di Mercurio
Il pianeta Mercurio transita davanti al disco solare: un evento molto suggestivo e raro (prossimo evento il 13 novembre 2032). Inizio fenomeno in Italia ore 13.35, centralità ore 16.20.
Da seguire con estrema precauzione per evitare danni permanenti alla vista osservando il Sole.

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Igea è il quarto per dimensione nella fascia degli asteroidi, dopo Cerere, Vesta e Pallade. Per la prima volta, grazie allo strumento SPHERE dell’ESO installato sul VLT (Very Large Telescope), gli astronomi hanno osservato Igea con una risoluzione sufficientemente elevata da studiarne la superficie e determinarne la forma e le dimensioni. Hanno scoperto che Igea è sferico, e potrebbe rubare a Cerere la corona di più piccolo pianeta nano nel Sistema Solare.
Come oggetto appartenente alla fascia principale degli asteroidi, Igea infatti soddisfa immediatamente tre dei quattro requisiti per essere classificato come pianeta nano: orbita intorno al Sole, non è una luna e, a differenza di un pianeta, non ha ripulito la propria orbita.

«Grazie alle capacità uniche dello strumento SPHERE sul VLT, uno dei sistemi più potenti al mondo per produrre immagini, siamo riusciti a risolvere la forma di Igea, che risulta essere quasi sferica», afferma Pierre Vernazza del Laboratoire d’Astrophysique de Marsiglia in Francia, il ricercatore a capo di questo progetto. «Grazie a queste immagini, Igea può essere riclassificata come pianeta nano, finora il più piccolo nel Sistema Solare».
L’equipe ha anche utilizzato le osservazioni di SPHERE per stimare le dimensioni di Igea, ponendo il suo diametro a poco più di 430 km. Plutone, il più famoso dei pianeti nani, ha un diametro di circa 2400 km, mentre Cerere raggiunge circa i 950 km. Sorprendentemente, le osservazioni hanno anche rivelato che su Igea non c’è il grande cratere da impatto che gli scienziati si aspettavano di vedere sulla superficie, come descritto nel lavoro pubblicato oggi su Nature Astronomy.
Igea è il membro principale di una delle più grandi famiglie di asteroidi, con quasi 7000 membri tutti originati dallo stesso corpo. Gli astronomi si aspettavano che l’evento che ha portato alla formazione di questa numerosa famiglia avesse lasciato un segno ampio e profondo su Igea. «Questo risultato è stato una vera sorpresa, dal momento che ci aspettavamo la presenza di un grande bacino di impatto, come nel caso di Vesta», afferma Vernazza.

Sebbene gli astronomi abbiano osservato più del 95% della superficie di Igea, sono stati in grado di identificare senza ambiguità solo due crateri. «Nessuno di questi due crateri avrebbe potuto essere causato dall’impatto che ha originato la famiglia di asteroidi Igea, il cui volume è paragonabile a quello di un oggetto delle dimensioni di 100 km. Sono troppo piccoli», spiega il coautore dello studio Miroslav Brož dell’Istituto Astronomico dell’Università Carolina di Praga, Repubblica Ceca.
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L’equipe ha deciso di indagare ulteriormente. Usando simulazioni numeriche, hanno dedotto che la forma sferica di Igea e la grande famiglia di asteroidi sono probabilmente il risultato di una collisione frontale con un grande proiettile di diametro tra 75 e 150 km. Le simulazioni mostrano che questo impatto violento, che si pensa sia avvenuto circa 2 miliardi di anni fa, ha completamente distrutto il corpo originario. Una volta riassemblati i pezzi rimasti, Igea assume la sua forma tonda e si sono formati migliaia di asteroidi compagni. «Una tale collisione tra due grandi corpi nella cintura degli asteroidi è unica negli ultimi 3-4 miliardi di anni», afferma Pavel Ševeček, uno studente di dottorato presso l’Istituto Astronomico dell’Università Carolinache ha partecipato allo studio. Lo studio dettagliato degli asteroidi è stato possibile grazie non solo ai progressi nel calcolo numerico, ma anche a telescopi più potenti.
«Grazie al VLT e allo strumento di ottica adattiva di nuova generazione SPHERE, stiamo ora producendo mappe degli asteroidi della cintura principale con una risoluzione senza precedenti, colmando il divario tra osservazioni da terra e missioni interplanetarie», conclude Vernazza.
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È un buco nero insolito, quello scoperto in un sistema binario in compagnia di una gigante rossa e appena annunciato sulle pagine di Science da un team guidato da Todd Thompson della Ohio State University. Insolito per due motivi: per il modo in cui è stato individuato e per la sua massa.
Partiamo dall’individuazione. È uno dei due membri di in un sistema binario, dicevamo, e fin qui nulla di strano, anzi: è proprio l’esistenza di un “compagno” a tradire la presenza di un buco nero stellare. Di solito, però, a segnalare che c’è un buco nero è in questi casi l’emissione di raggi X prodotti dall’interazione con l’altro membro della coppia, e in particolare dal processo di accrescimento di quest’ultimo a danno della stella compagna, che gli cede materia. Quello scoperto da Thompson e colleghi è invece un sistema binario non interagente: vale a dire che non c’è scambio di materia fra i due membri, e l’unica “lingua” nella quale i due membri della coppia comunicano è quella della gravità.
In altre parole, a tradirlo è stato il modo in cui danza la sua compagna, la gigante rossa 2Mass J05215658+4359220. Thompson e colleghi se ne sono accorti esaminando i dati di Apogee (Apache Point Observatory Galactic Evolution Experiment), che ha raccolto spettri luminosi da circa 100mila stelle della Via Lattea. Dati analizzati proprio in cerca di tracce che potessero indicare se una stella sta orbitando attorno a un altro oggetto: cambiamenti periodici nello spettro di una stella – uno spostamento verso le lunghezze d’onda più blu, ad esempio, seguito da uno spostamento verso le lunghezze d’onda più rosse – possono infatti essere la conseguenza del suo orbitare attorno a un compagno invisibile.
È così che è stata individuata la gigante rossa. Non solo: la tecnica sopra descritta, oltre a smascherare la coppia, consente anche di stabilire a che velocità piroettano i due ballerini e – udite udite – quanto “pesano”. Per quel che riguarda la velocità, i dati indicano un periodo orbitale di circa 83 giorni. Ma la vera sorpresa è arrivata con la massa. Facendo qualche calcolo è stato possibile stimare che il “compagno invisibile” – il buco nero – si aggira attorno alle 3.3 masse solari. Con un margine di errore ragguardevole, occorre dire: l’intervallo possibile va da 2.6 a 6.1 masse solari. Ma comunque sorprendente: un buco nero così piccolo non si era mai visto.
Sempre che di buco nero si tratti. Una possibilità, infatti, è che possa essere un’enorme stella di neutroni, la cui massa tipica è però di 2.1 masse solari, e oltre le 2.5 dovrebbe collassare, appunto, in un buco nero. D’altronde, le masse dei buchi neri stellari noti stanno fra le 5 le 15 masse solari – con la notevole eccezione di quelli, assai più massicci, rivelati all’atto della fusione dagli interferometri di onde gravitazionali. Comunque sia, è un oggetto che abita una zona di confine ancora tutta da esplorare. E ora gli astronomi sanno come stanarne altri.
«Quello che abbiamo fatto è stato escogitare un nuovo modo di cercare i buchi neri. Ma così facendo abbiamo anche identificato quello che è potenzialmente uno dei primi esemplari di una nuova classe di buchi neri di piccola massa dei quali gli astronomi non sapevano nulla. E le masse degli oggetti», osserva Thompson, «ci raccontano della loro formazione ed evoluzione, e ci raccontano della loro natura».
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Il prossimo 11 novembre potremo assistere a un fenomeno astronomico molto particolare e piuttosto raro: il transito di Mercurio sul Sole. Potremo quindi osservare il piccolo pianeta mentre attraversa il disco solare.
Si tratta ovviamente di un fenomeno prospettico che, per certi versi, è simile a un’eclisse di Sole. Normalmente siamo abituati a vedere la Luna eclissare la nostra stella, passandogli prospetticamente davanti e producendo l’affascinante fenomeno, ma, allo stesso modo, anche Mercurio e Venere (unici pianeti interni all’orbita terrestre) possono causare un’eclisse.

Nel caso di questi due pianeti, tuttavia, si parla di “transito”, dato che le dimensioni dei due pianeti sono ben inferiori a quelle del Sole e tali da non riuscire a oscurare il nostro astro.
Ovviamente, considerata ancora una volta la minuta dimensione di Mercurio (1/194 del diametro apparente del Sole), sarà necessario dotarsi di uno strumento ottico per osservare il raro passaggio: per vederlo comodamente basterà un binocolo o, molto meglio, un telescopio, anche a ingrandimenti non spinti (anche 50x vanno bene), purché dotati degli opportuni e indispensabili filtri solari per schermare le pericolose radiazioni del Sole, in grado di danneggiare in modo irreparabile la nostra vista.
Attenzione quindi: non osservare mai il Sole senza le adeguate protezioni! È sufficiente un attimo di disattenzione per provocare danni molto gravi e irreversibili agli occhi.
Qui sotto gli orari per le principali località
All’interno del numero poi, numerosi consigli, spunti e dettagli per l’osservazione, la ripresa e per saperne di più sul fenomeno e sul piccolo pianeta del Sistema Solare.

Consigli per la ripresa del transito
Il transito visto dall’astronomia professionale
Dallo speciale dedicato al transito del 2016
Il primo transito osservato, un curioso articolo sulla Storia dell’astronomia vista da Mercurio in transito e la Strumentazione per osservare l’evento.
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L’OAPM apre gratuitamente al pubblico per l’osservazione del cielo notturno il 2° e 4° venerdì del mese. In caso di tempo incerto telefonare per conferma al numero 3472874176 o 3482650891.
08.11 e 22.11, ore 21:30: Il cielo al castello di Montarrenti. L’Osservatorio Astronomico di Montarrenti (SI) sarà aperto al pubblico per delle serate osservative, con particolare attenzione alla Luna (principalmente il giorno 8), agli ammassi stellari e ai vari oggetti del profondo cielo, come la Nebulosa di Orione che caratterizzerà il cielo per quasi tutto il periodo autunno-inverno. Prenotazione obbligatoria sul sito o inviando un messaggio WhatsApp al 3472874176 (Patrizio) oppure un sms al 3482650891 (Giorgio). In caso di tempo incerto telefonare per conferma.
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