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24 Agosto 2019
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Recensione: “Se l’Universo brulica di alieni… dove sono tutti quanti?” di Stephen Webb

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Stephen Webb, autore di questo splendido e divertente volume, con il quale è stato finalista all’Aventis Prize nel 2003, è un noto divulgatore scientifico che vive in Inghilterra. Nella prefazione egli riassume con queste parole il tema centrale del suo affascinante lavoro: “questo libro parla del paradosso di Fermi, ossia della contraddizione insita nel fatto che non vediamo gli alieni mentre ci attenderemmo segnali o indizi della loro esistenza”.
Se l’Universo brulica di alieni…

Se l’Universo brulica di alieni…

Sironi Editore, 2004
Formato 14×21 cm, pp. 379
Prezzo euro 19,50

Stephen Webb, autore di questo splendido e divertente volume, con il quale è stato finalista all’Aventis Prize nel 2003, è un noto divulgatore scientifico che vive in Inghilterra.
Nella prefazione egli riassume con queste parole il tema centrale del suo affascinante lavoro: “questo libro parla del paradosso di Fermi, ossia della contraddizione insita nel fatto che non vediamo gli alieni mentre ci attenderemmo segnali o indizi della loro esistenza”.

La formulazione del “paradosso di Fermi” risale ad un giorno d’estate del 1950, quando il grande fisico italiano si trovava a Los Alamos in compagnia di Edward Teller e Herbert York. L’argomento del discorso era l’ondata di avvistamenti di dischi volanti che in quelle settimane aveva scosso gli Stati Uniti.
Nel mezzo della conversazione Fermi chiese: “Dove sono tutti quanti?”, riferendosi al fatto che gli alieni, fino ad allora, non si erano mai manifestati, mentre, sulla base di rapidi calcoli eseguiti al momento, egli concludeva che “dovremmo essere stati visitati già molto tempo fa, e più di una volta”.
Secondo l’Autore, Fermi sarebbe giunto alla stima di un milione di civiltà extraterrestri che, in questo momento, potrebbero essere in grado di comunicare con noi. Allora perché non sentiamo nulla, nemmeno da alcune di loro? Anzi, perché non sono già qui? Webb scrive: “se alcune di queste civiltà si fossero sviluppate in tempi estremamente remoti dovremmo aspettarci di vederle colonizzare la Galassia, o di averlo fatto addirittura prima che sulla Terra si sviluppasse la vita pluricellulare. La Galassia dovrebbe brulicare di civiltà extraterrestri. Però non ne vediamo alcun segno. Dovremmo già essere a conoscenza della loro esistenza, ma non è così. Dove sono? Questo è il paradosso di Fermi”.

Webb, nei capitoli 3-4-5, presenta 49 soluzioni del paradosso delle quali, quelle del capitolo 3 sono basate sull’idea che le CET (acronimo per civiltà extraterrestre) siano già qui (intendendo con qui non solo la Terra ma anche l’intero sistema solare). Nel capitolo 4 cerca invece di dimostrare l’esistenza delle CET anche se non abbiamo trovato prove della loro presenza. Infine, nel capitolo 5, l’Autore avanza le proposte che ci vedono soli nell’Universo. Ad esempio, al capitolo 3 (della serie: gli alieni sono già qui) ecco la “Soluzione 2: sono qui e si immischiano negli affari degli uomini”. A tal proposito, Webb ricorda che Kenneth Arnold, il 24 giugno 1947, per la prima volta vide un disco volante. Molti diedero per scontato che i dischi volanti fossero pilotati da alieni. Come scrive Webb, “Se i dischi volanti esistono davvero e sono effettivamente pilotati da alieni, il paradosso di Fermi è risolto all’istante. Di tutte le soluzioni al paradosso che sono state proposte, questa gode del maggior sostegno da parte del pubblico”.

L’Autore giustamente aggiunge che “La scienza non è un processo democratico: l’esattezza o l’errore delle ipotesi non si dimostrano per votazione. Non importa quante persone credano alla verità di una particolare ipotesi… Quindi la domanda è questa: quanto regge l’ipotesi che i dischi volanti siano prove dell’esistenza di CET?”. Webb, prima di entrare nel merito della domanda, puntualizza il significato di UFO, acronimo di “Unidentified Flying Object”, per gli avvistamenti di luci o oggetti strani in cielo. Purtroppo c’è una certa confusione nell’uso dei termini “UFO” e “disco volante”. Nell’accezione corretta, però, un UFO è solamente questo: un fenomeno aereo “non identificato”. Tutto ciò che vediamo nell’atmosfera è un UFO oppure un IFO (un oggetto volante “identificato”): “solo in seguito ad apposite ricerche un UFO può diventare un IFO; un IFO potrebbe rivelarsi un disco volante! In base a questa definizione è innegabile che gli UFO esistano! Bastano alcune ricerche per trasformare quasi tutti gli UFO in IFO. Ogni anno, però, ne restano alcuni per i quali non è disponibile una spiegazione razionale… Ciò non toglie che molte persone… vogliano una spiegazione per tutti gli avvistamenti”.

Webb è del parere che “ogni straordinaria affermazione sui dischi volanti non è mai sostenuta da straordinarie prove. Tutt’altro: riceviamo menzogne, risposte evasive e montature. Tra le spiegazioni del paradosso di Fermi l’ipotesi dei dischi volanti sarà anche la più popolare, ma sicuramente ce ne sono di migliori”.

Infine, un cenno a quella che è la soluzione del paradosso di Fermi, a parere dell’Autore. Secondo Webb, c’è una sola, unica e nitida verità: alle nostre orecchie l’Universo rimane silenzioso.
Nonostante ciò (p. 314), “mi piace pensare che un giorno potrebbe avverarsi qualcosa di simile alla civiltà galattica descritta da Asimov nei suoi classici racconti della Fondazione. Ma queste speranze sono in contrasto con il paradosso di Fermi: se noi colonizzeremo la Galassia, perché loro non l’hanno già fatto? … L’unica soluzione che sia coerente con l’assenza di extraterrestri e che al contempo dia sostegno ai miei pregiudizi – l’unica soluzione del paradosso di Fermi che personalmente ritengo logica – è che siamo soli”.

L’Autore ritiene che il fatto stesso che Fermi abbia formulato il suo “paradosso” ha procurato uno shock che ci obbliga ad esaminare l’idea diffusa che il grande numero di pianeti esistenti “basti a garantire l’esistenza di vita intelligente extraterrestre”.
Webb fa uso, per le sue stime, della famosa equazione di Drake (della quale si è spesso parlato sulle pagine di COELUM), secondo la quale se uno dei suoi fattori è pari a zero, allora dobbiamo concludere che la nostra specie è sola. Ma, aggiunge: “sospetto che l’unicità del genere umano derivi non tanto da un’unica soluzione del paradosso quanto da una combinazione di fattori, un prodotto di varie soluzioni”.
Per aver conferma delle sue ipotesi, Webb applica un “crivello”, analogo a quello di Eratostene (si trattava di un metodo che consentiva, filtrando i numeri, di individuare quelli primi), che lui chiama “crivello di Fermi”: naturalmente, lascio al lettore il piacere di scoprire le raffinatezze di questa interessantissima tecnica e le sue notevoli implicazioni.

Finisco dicendo che ho trovato questo libro straordinario, leggero e profondo, divertente, malinconico e mai banale: assolutamente da leggere.

 
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2 Commenti a “Recensione: “Se l’Universo brulica di alieni… dove sono tutti quanti?” di Stephen Webb”

  1. saul scrive:

    libro veramente geniale e controcorrente nonchè obbiettivo e realistico.
    se uniamo la lettura di ‘Armi acciaio e malattie’ di Jared Diamond e ‘Uomini donne e code di pavone’ Geoffrey MIller che descrive molto bene come la nostra intelligenza sia molto più realisticamente dovuta ad una selezione sessuale come la coda del pavone e non a nobili finalismi evolutivi o adattamenti alla sopravvivenza possiamo proprio dire che ‘siamo soli nell’universo’ in qualità di esseri coscienti è la più probabile solusione al paradosso di Fermi.

  2. Orbanic Zlatko scrive:

    Un libro molto interessante , mi e piaciuto tanto!

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