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18 Luglio 2019
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Altro che i Maya… la vera attesa per la FINE DEL MONDO ci fu nel 1910

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Cento anni fa il mondo viveva la stessa ansia da fine del mondo… le profezie Maya al tempo non c’entravano ma la cometa di Halley sì. Per capire come le psicosi di massa, alimentate da atteggiamenti antiscientifici e speculazioni mediatiche, si ripetano anche ai nostri giorni nonostante il progresso tecnologico da III Millennio, riproponiamo un articolo pubblicato due anni fa su Coelum (139 – 2010).

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“Ormai siete nella coda della cometa, ma non abbiate paura. Se questa sarà l’ultima edizione del Times, allora vi arrivi il nostro più sentito addio.”

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Cento anni fa, la cometa di Halley sconvolse la Belle Epoque, precipitando il mondo nella follia

Tutti i maggiori Osservatori del mondo, con l’ausilio della nuova tecnica fotografica e di una strumentazione ben più sofisticata di quella a disposizione durante il passaggio del 1835, si adoperarono in concorrenza per strappare alla Halley tutti i suoi secolari segreti. Questa immagine è stata ripresa il 21 aprile 1910 a Arequipa (Perù) nel corso di una spedizione organizzata dalla Harvard University. Trenta minuti di esposizione al fuoco di un astrografo da 8". La coda appare lunga circa 6°.

È davvero curioso pensare che Giovanni Schiaparelli, l’astronomo che dedicò parte della sua vita allo studio delle comete, nacque nel 1835 e morì nel 1910, in corrispondenza di due ritorni della cometa di Halley. Come pure lo scrittore americano Mark Twain (vedi Coelum n. 73, pag. 84), che addirittura in vita scrisse più volte di essere sicuro che la sua scomparsa sarebbe coincisa (come in effetti fu) con la riapparizione della Halley. Del resto, la cometa più famosa del mondo si ripresenta proprio ogni circa 75 anni, un periodo simile per durata a quello della vita umana, così che viene reputato fortunato chi nel corso della propria esistenza riesce ad assistere a due passaggi.
Esattamente cento anni fa, dunque, mentre si spegneva la vita di Schiaparelli, la Halley tornava a frequentare i cieli di un occidente sempre più positivista, liberatosi ormai dalle antiche paure legate alle apparizioni degli astri chiomati…
Ma proprio in quell’anno accadde qualcosa di assolutamente imprevisto, tale da riportare indietro di secoli le lancette dell’orologio e scatenare un’ondata planetaria di isterica rassegnazione alla “fine del mondo”.

Come si ricorderà (vedi Coelum n. 124, “Natale 1758”), il primo ritorno della Halley previsto dai calcoli di meccanica celeste aveva avuto luogo nel 1759, in un’Europa in cui il pensiero illuminista aveva trasformato l’evento nel simbolico trionfo della ragione umana.
Superati gli eccessi ideologici del “secolo dei lumi”, al passaggio successivo, quello del 1835, la Halley era ritornata ad essere quello che era: un semplice oggetto celeste su cui molto bisognava ancora indagare, e che tra l’altro sembrava alle prese, come scrisse in quell’occasione anche l’astronomo francese Philippe Gustave de Pontécoulant (1795–1874), con un problema di “perdita di spettacolarità”:
“Le prime apparizioni di questa cometa furono caratterizzate da spettacoli straordinari… Da allora essa ha progressivamente perduto il suo carattere spaventoso; le sue dimensioni sono diminuite, la sua luce si è affievolita, e nel suo ultimo ritorno essa non aveva che le apparenze di una cometa ordinaria”.

Nonostante ciò, le aspettative per il ritorno del 1910 aumentarono a dismisura, anche se per circostanze che 76 anni prima potevano a malapena essere immaginate. I decenni intercorsi, infatti, avevano assistito a uno dei più grandi sconvolgimenti economici, tecnologici e sociali della storia: la rivoluzione industriale.  Nata in Inghilterra tra sette e ottocento, aveva valicato i confini dell’isola estendendosi a buona parte dell’Europa e anche nella più importante propaggine esterna del vecchio continente, gli Stati Uniti d’America, che nel 1835 era un paese rurale i cui rarissimi astronomi potevano contare come massimo strumento sul rifrattore Dollond da 5″ dello Yale Observatory, e i suoi giornali si limitavano per lo più a ristampare quanto veniva pubblicato in Inghilterra.
Gli Stati Uniti del 1910 erano invece già da tempo la massima potenza economica del pianeta, in cui la scienza non mancava di generosi mecenati; osservatori come Lick o Yerkes erano provvisti dei più grandi rifrattori di tutti i tempi e i dibattiti sui canali di Marte avevano abituato l’opinione pubblica a seguire da vicino l’astronomia.
Lo stesso concetto di opinione pubblica era ormai ben diverso da quello di 76 o 150 anni prima: anziché a una élite ristretta dominata da valori aristocratici, l’informazione scientifica si rivolgeva ora a decine di milioni di persone ed aveva già assunto i caratteri di un’industria di massa; la strada era dura ma l’opportunità di conoscere, informarsi e progredire non si negava a nessuno.
La stessa astronomia era stata radicalmente rinnovata dal sorgere dell’astrofisica: ancora nel 1844, il filosofo Auguste Comte poteva citare la composizione di stelle e pianeti come un esempio di conoscenza a cui non saremmo mai giunti; ora l’astronomia cometaria, tradizionalmente legata al calcolo di moti orbitali e al raffinamento della meccanica celeste, era pronta a raccogliere informazioni sulle caratteristiche fisiche e chimiche dell’astro. Come scrisse anni dopo l’astronomo americano Nicholas Bobrovnikoff:
“Lo sviluppo delle tecniche osservative, specialmente l’introduzione dell’emulsione fotografica e dello spettroscopio, fecero sperare che l’apparizione del 1910 avrebbe fornito molte più informazioni sulla cometa stessa e sulle comete in generale che tutte le precedenti apparizioni messe insieme”.

Insomma, nel 1910 l’interesse mediatico non sarebbe mancato; le risorse economiche e tecnologiche per la ricerca nemmeno. C’era da aspettarsi un passaggio memorabile, e stampa e pubblico non erano meno pronti degli astronomi.
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