Questo campo di ricerca, relativamente nuovo, si fonda quindi su un desiderio di conoscenza ed esplorazione dello spazio la cui origine si perde nella notte dei tempi, ma fa riscontrare i primi risultati tangibili solo tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90. L’osservazione di esopianeti permette di formulare e verificare teorie su come i pianeti nascano, evolvano, e quanti mondi come il nostro possiamo sperare di scoprire nel cielo.
In questo seminario darò una visione d’insieme sugli esopianeti, dapprima con una descrizione dei metodi che ci permettono di cercarli nel cielo notturno e poi ripercorrendo alcune scoperte più importanti. Infine proporrò alcune riflessioni sulle prospettive per la comprensione della così detta abitabilità di questi mondi lontani.
Data: 4 febbraio 2021
Orario: 21:30 (UTC + 1)
A cura di: Ivan Delvecchio – Associazione AstronomiAmo
Ospite: Fabio del Sordo – Laurea presso l’Università di Pisa nel 2008, e Dottorato di ricerca nel 2013 presso NORDITA e Università di Stoccolma con una tesi su dinamo e flussi non rotanti. Già postdoc presso NORDITA, Università di Yale (USA) e CEA-Saclay (Francia). Dal 2018 è postdoc senior presso l’Università di Creta (Grecia), e da Ottobre 2020 lavora presso INAF-O.A. Catania. Esperto di campi magnetici astrofisici, dinamo e esopianeti, ha contribuito alla brillante scoperta di un secondo candidato esopianeta attorno a Proxima Centauri. Co-fondatore dell’associazione no-profit Galileomobile che organizza iniziative itineranti per condividere la cultura e passione per l’astronomia nelle scuole dei Paesi con meno risorse.
Per quanto riguarda l’aspetto del cielo, saranno predominanti ancora le costellazioni invernali, caratterizzate da stelle brillanti e facilmente riconoscibili: potremo osservare al meridiano il Cane Maggiore con la splendente Sirio e l’inconfondibile Orione, con l’Auriga allo zenit, facilmente riconoscibile grazie a Capella, la lucida della costellazione. A ovest staranno invece tramontando Pegaso e la Balena, con le sue deboli stelle, mentre a est il cielo mostrerà le prime avvisaglie degli asterismi primaverili. Sempre a est saranno facilmente riconoscibili il Leone, vero protagonista del cielo orientale, e le prime propaggini della Vergine. Più tardi, sorgerà anche la brillante Arturo nel Boote. Molto più in alto, quasi immobile a nord, vedremo il Grande Carro, in verticale, che sembrerà in procinto di rovesciarsi.
Sfoglia la gallery dedicata alle vostre foto della Grande Congiunzione di Giove e Saturno dello scorso 21 dicembre 2020.
Dopo la congiunzione eliaca di gennaio, Giove e Saturno hanno lasciato il campo aMarte, unico a brillare nel cielo della sera, e faranno capolino al mattino solo verso la fine del mese, ma ancora molto vicini al sorgere del Sole. Anche Venere si avvicina sempre più alla nostra stella, rendendosi visibile al mattino, con difficoltà solo nella prima decade del mese, lo ritroveremo solo ad aprile nei panni di Vespero. Mercurio ne approfitta e, nel corso del mese, occuperà il cielo del mattino, sempre a ridosso dell’alba come sua consuetudine, lo troveremo quindi con facilità dopo la metà del mese.
Le serate principali in cui osservarli e maggiori dettagli e informazioni anche sui più distanti Urano e Nettuno, non visibili a occhio nudo, su pianeti nani e asteroidi, li trovate come sempre su:
La Luna
Come ogni mese Francesco Badalotti ci guida attraversole formazioni più interessanti da osservare in ogni fasedel nostro satellite e ci indicatutte le librazionicon quelle zone del bordo tra lato visibile e lato nascosto della Luna che via via si rendono accessibili da Terra grazie al “dondolio” apparente della Luna nella sua orbita attorno alla Terra.
Prosegue poi il viaggio tra le principali formazioni della nostra Luna dal settore sudest verso nord(parte 10), questo mese consigliato per il 19 febbraio oppure nelle nottate del 2 e 3 febbraio (ma come sempre una guida utilizzabile ogni volta che il nostro satellite si trova in condizioni simili di illuminazione).
Per quanto riguarda inveceluce cinerea e le sottili falcil’appuntamento è nella seconda parte della notte e prima dell’alba l’8 e 9 febbraio e, dopo il Novilunio, le sere del 13 e 14 febbraio.
Hai compiuto un’osservazione?
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Spostamento di un brillamento esteso sul disco del Sole misurato il 27 marzo 2012
Presentato ieri, mercoledì 20 gennaio, su The Astrophysical Journal Supplement Series un primo, dettagliato ed esteso catalogo di brillamenti solari, violente esplosioni di radiazione elettromagnetica che hanno luogo nella corona solare (la parte più esterna dell’atmosfera della nostra stella), osservati nella frequenza gamma dal Large Area Telescope (Lat), uno dei due rivelatori installati a bordo del Fermi Gamma-ray Space Telescope della Nasa, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2018. Lo studio di questi eventi, condotto dalla collaborazione internazionale responsabile di Fermi-Lat, a cui l’Italia partecipa attraverso i contributi forniti dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dall’Agenzia spaziale italiana (Asi), fa chiarezza sui fenomeni responsabili dell’emissione di fotoni ad alta energia che contraddistinguono i brillamenti. Un risultato che potrebbe avere importanti implicazioni nell’ambito dello space weather, disciplina che si occupa di indagare i fenomeni solari al fine di prevenire i possibili danni provocati da questi ultimi ai sistemi tecnologici utilizzati nello spazio o a terra nei settori delle telecomunicazioni e dei trasporti.
Spostamento di un brillamento esteso sul disco del Sole misurato il 27 marzo 2012
Lanciato nel 2008, il Fermi Gamma-ray Space Telescope è un rivelatore di raggi cosmici, in particolare di raggi gamma, cioè fotoni ad alta energia, per lo studio dei fenomeni astronomici estremi, una categoria a cui appartengono anche i brillamenti solari. Grazie ai due rivelatori con cui è equipaggiato, Lat e Gbm (Glast Burst Monitor), e alla sua orbita, posizionata a 550 chilometri dalla Terra, il telescopio è in grado di intercettare i raggi gamma prima che essi interagiscano con l’atmosfera del nostro pianeta e di stabilire con precisione la direzione e l’energia di ogni evento osservato. In particolare, per quanto riguarda Lat, la comunità di ricercatori italiani impegnati nella missione, supportata dall’Infn, dall’Inaf e dall’Asi, è stata responsabile dello sviluppo e della costruzione del tracciatore al silicio ed è attivamente impegnata nell’attività di analisi dei.
La grande sensibilità di Fermi-Lat ha reso possibile osservare ben 45 brillamenti solari verificatisi nel periodo di massima attività dell’ultimo ciclo solare. Un catalogo che ha aumentato di 10 volte il numero degli eventi fino a oggi noti, permettendo di individuare meccanismi differenti di emissione di fotoni solari ad alta energia: fenomeni prodotti dall’accelerazione di elettroni e ioni che si possono tuttavia manifestare con caratteristiche diverse. Oltre all’emissione da parte del Sole di lampi di raggi gamma della durata di qualche minuto, in coincidenza con brillamenti rivelati nei raggi X da altri satelliti, il telescopio spaziale ha infatti registrato eventi di sorprendente estensione e durata, fino a 20 ore, che non sembrano avere una controparte in altre lunghezze d’onda.
Mentre è generalmente accettato che le conversioni del campo magnetico solare siano responsabili dell’accelerazione delle particelle che generano le radiazioni di breve durata, per la prima volta Fermi-Lat ha fornito evidenze che sembrano confermare l’ipotesi secondo cui le emissioni prolungate siano generate da espulsioni di massa coronale. «Questi eventi», spiega Melissa Pesce-Rollins, ricercatrice della sezione di Pisa dell’Infn, «sono in grado di accelerare particelle cariche per ore e sono sempre associate agli eventi di lunga durata osservate da Fermi. In qualche caso questa seconda categoria di eventi si genera sul lato nascosto del Sole, ma diventa visibile proprio per effetto della propagazione magnetica del plasma coronale emesso, che sposta la generazione dei raggi gamma sul lato visibile della nostra stella».
La campagna di osservazione di Fermi ha inoltre consentito di localizzare per la prima volta, all’interno del disco solare, le aree in cui avvengono i brillamenti di più alta energia, individuando in esse comportamenti legati alle due tipologie di eventi classificati e consolidando le ipotesi sulle modalità di accelerazione delle particelle responsabili dell’emissione gamma. «Nei casi in cui siamo riusciti ad ottenere una localizzazione», sottolinea Pesce-Rollins, «abbiamo visto che la zona di origine delle emissioni dei brillamenti estesi si sposta in funzione del tempo. Un aspetto che non si presenta invece negli eventi di breve durata, in cui la localizzazione dell’emissione corrisponde alla posizione di provenienza delle radiazioni nei raggi X, dovute all’accelerazione degli elettroni. Questo risultato suggerisce che per i brillamenti solari gamma ci sono almeno due meccanismi diversi di accelerazione degli ioni: uno responsabile della componente impulsiva, cioè breve, e uno della componente a lunga durata, che è in grado di spostare la posizione dell’emissione sul disco in funzione del tempo».
«Studiare l’emissione gamma di alta energia del Sole è un’opportunità “unica” dal momento che tutte le altre stelle sono penalizzate dal fattore distanza che le pone fuori della portata dei nostri strumenti», dice Patrizia Caraveo, responsabile Inaf per Fermi-Lat. «Per questo è importante non lasciarsi scappare l’occasione per migliorare la comprensione della nostra stella. Fermi ha fatto proprio questo, osservando il Sole tutte le volte che la stella entra nel suo campo di vista durante le spazzolate continue del cielo che costituiscono il normale modo operativo del satellite. Con la pubblicazione dei risultati ottenuti tra il gennaio 2010 e il gennaio 2018, Fermi-Lat fornisce per la prima volta la copertura gamma di quasi un intero ciclo solare. Dal momento che l’emissione gamma del Sole è collegata con le macchie solari, Fermi-Lat ci offre un’occasione originale per festeggiare i 400 anni della loro scoperta da parte di Thomas Harriot, Johannes Fabricius e Galileo Galilei».
«Questo incredibile risultato», sottolinea infine Elisabetta Cavazzuti, responsabile del programma Fermi per l’Asi, «corona un lungo lavoro guidato dal team italiano all’interno della collaborazione internazionale Fermi-Lat e conferma l’importanza di monitorare il cielo continuamente per molti anni con strumenti sensibili e affidabili quali il Large Area Telescope a bordo di Fermi. A differenza degli eventi astronomici unici e più clamorosi che portano grande enfasi mediatica, un catalogo è un lavoro apparentemente meno rilevante ma in realtà, basandosi su robuste analisi omogenee per i diversi eventi che lo compongono e richiedendo una solidità statistica, consente lo studio e il confronto sul lungo periodo diventando quindi una pietra importante nello studio dei fenomeni celesti».
Speciale 2021. Gli Eventi del Cielo e le Missioni Spaziali dell’anno che sta iniziando.
Coelum Astronomia di Gennaio 2021
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In questo ritratto del telescopio spaziale Hubble, vediamo i resti gassosi di una stella massiccia esplosa circa 1.700 anni fa. Il “cadavere stellare”, un resto di supernova chiamato 1E 0102.2-7219, si trova nella Piccola Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Crediti: NASA, ESA e J. Banovetz e D. Milisavljevic (Purdue University)
In questo ritratto del telescopio spaziale Hubble, vediamo i resti gassosi di una stella massiccia esplosa circa 1.700 anni fa. Il “cadavere stellare”, un resto di supernova chiamato 1E 0102.2-7219, si trova nella Piccola Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Crediti: NASA, ESA e J. Banovetz e D. Milisavljevic (Purdue University)
Studiando direzioni e velocità di espansione di un resto di supernova, un gruppo di astronomi ha provato a tornare indietro nel tempo, per risalire all’epoca dell’esplosione di una supernova vicina.
La progenitrice è una stella esplosa molto tempo fa nella Piccola Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. La stella esplosa ha lasciato un cadavere gassoso in espansione, un residuo di supernova chiamato 1E 0102.2-7219, che l’Osservatorio Einstein della NASA ha scoperto per la prima volta ai raggi X.
Come detective in un “cold case”, i ricercatori hanno setacciato le immagini d’archivio scattate da Hubble, analizzando le osservazioni in luce visibile effettuate a 10 anni di distanza. Il team di ricerca, guidato da John Banovetz e Danny Milisavljevic della Purdue University di West Lafayette, nell’Indiana, ha così misurato le velocità di 45 gruppi di materiale espulso, ricchi di ossigeno, dall’esplosione di supernova. L’ossigeno ionizzato è infatti un eccellente tracciante, perché emette luce più intensa nella luce visibile.
Per calcolare l’età precisa dell’esplosione, gli astronomi hanno scelto i 22 di questi gruppi, o “nodi”, che si stanno muovendo più velocemente, stabilendo che potessero essere quelli meno rallentati dal passaggio attraverso il materiale interstellare, e il cui tragitto fosse quindi quello meno “modificato” dopo l’esplosione. Studi precedenti infatti, avevano utilizzato la media della velocità di tutti i gruppi di materiale gassoso identificati per calcolare l’età dell’esplosione, senza però tener conto che, in alcuni casi, l’espulsione veniva rallentata dallo scontro con il materiale più denso, espulso dalla stella prima che esplodesse come una supernova. Per effettuare una stima più accurata, in questo nuovo studio si è così deciso di eliminare quest’ultimi.
«Uno studio precedente ha confrontato le immagini prese a distanza di anni con due diverse camere montate su Hubble, la Wide Field Planetary Camera 2 e la Advanced Camera for Surveys (ACS)», spiega Milisavljevic. «Ma il nostro studio confronta i dati acquisiti con la stessa fotocamera, l’ACS, rendendo il confronto molto più solido; i nodi erano molto più facili da tracciare utilizzando lo stesso strumento. Poter fare un confronto così pulito di immagini scattate a 10 anni di distanza, è testimonianza della longevità di Hubble».
Tracciando il movimento di questi nodi all’indietro, come nel rewind di una registrazione, fino a quando il materiale del resto di supernova si è concentrato in un punto, hanno così identificato il sito dell’esplosione.
A questo punto, calcolando quanto tempo i nodi più veloci hanno impiegato per viaggiare dal centro dell’esplosione alla loro posizione attuale hanno ottenuto una stima del momento in cui è avvenuta l’esplosione: la luce della supernova sarebbe arrivata sulla Terra 1.700 anni fa, durante il declino dell’Impero Romano. Sfortunatamente, non ci sono registrazioni note nella storia di questo evento titanico.
Oltre allo studio dei gas e delle particelle in movimento, Hubble ha anche registrato la velocità di una stella di neutroni, sospettata di essere il nucleo frantumato della stella esplosa, identificata la prima volta con osservazioni del Very Large Telescope dell’European Southern Observatory in Cile, in combinazione con i dati dell’Osservatorio a raggi X Chandra della NASA.
Ma secondo le stime degli autori, la stella di neutroni avrebbe dovuto spostarsi a più di 2 milioni di miglia all’ora dal centro dell’esplosione per essere arrivata alla sua posizione attuale. «È piuttosto veloce e al limite della velocità con cui pensiamo che una stella di neutroni possa muoversi, anche ricevendo un calcio dall’esplosione della supernova», sostiene Banovetz. «Indagini più recenti mettono in dubbio che l’oggetto sia effettivamente la stella di neutroni sopravvissuta all’esplosione della supernova. Potrebbe essere solo un ammasso compatto di supernova espulso che si è acceso, e i nostri risultati vanno verso questa conclusione».
La caccia alla stella di neutroni potrebbe però essere ancora aperta. «Il nostro studio non risolve il mistero, ma fornisce una stima della velocità per la stella di neutroni candidata», ha concluso Banovetz.
La rappresentazione artistica mostra la galassia ID2299, il risultato di una collisione tra galassie, e parte del suo gas mentre viene espulso in una "coda mareale" come risultato della fusione.Nuove osservazioni fatte con ALMA, di cui l'ESO è un partner, hanno catturato le primissime fasi di questa espulsione, prima che il gas raggiungesse le grandi scale rappresentate nell'immagine. Crediti: ESO/M. Kornmesser
La rappresentazione artistica mostra la galassia ID2299, il risultato di una collisione tra galassie, e parte del suo gas mentre viene espulso in una “coda mareale” come risultato della fusione. Nuove osservazioni fatte con ALMA, di cui l’ESO è un partner, hanno catturato le primissime fasi di questa espulsione, prima che il gas raggiungesse le grandi scale rappresentate nell’immagine. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Le galassie iniziano a “morire” quando smettono di formare stelle, ma finora gli astronomi non avevano mai visto chiaramente l’inizio di questo processo in una galassia lontana. Usando ALMA (l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), di cui l’ESO (European Southern Observatory) è un partner, alcuni astronomi hanno ora osservato una galassia espellere quasi la metà del gas che serve per la formazione stellare. Questa espulsione sta avvenendo a un tasso sorprendente, equivalente a 10 000 soli all’anno: la galassia sta rapidamente perdendo il materiale che sarebbe servito per creare nuove stelle. L’equipe ritiene che questo evento spettacolare sia stato innescato dalla collisione con un’altra galassia, il che potrebbe portare gli astronomi a ripensare a come le galassie smettono di dare vita a nuove stelle.
«È la prima volta che osserviamo una tipica galassia massiccia con alta formazione stellare nel lontano Universo che sta per “morire” a causa di una massiccia emissione di gas freddo», afferma Annagrazia Puglisi, autrice principale del nuovo studio, dell’Università di Durham, nel Regno Unito e del Saclay Nuclear Research Centre (CEA-Saclay), in Francia. La galassia, ID2299, è così distante che la sua luce impiega circa 9 miliardi di anni per raggiungerci; la vediamo quindi in un’epoca in cui l’Universo aveva solo 4,5 miliardi di anni.
Gli astronomi hanno osservato che l’espulsione del gas sta avvenendo a un tasso equivalente a 10.000 soli all’anno ed è arrivata a rimuovere, sorprendentemente, il 46% del gas freddo totale da ID2299. Poiché la galassia sta anche formando stelle molto rapidamente, centinaia di volte più velocemente della nostra Via Lattea, il gas rimanente verrà rapidamente consumato, spegnendo completamente ID2299 in poche decine di milioni di anni.
L’evento responsabile della spettacolare perdita di gas, secondo l’equipe, è una collisione tra due galassie, che si sono fuse per formare ID2299. L’elusivo indizio che ha svelato agli scienziati questo scenario è stato l’associazione del gas espulso a una «coda mareale». Le code mareali sono flussi allungati di stelle e gas che si estendono nello spazio interstellare, prodotti per esempio quando due galassie si fondono, di solito troppo deboli per essere visti in galassie lontane. Tuttavia, l’equipe è riuscita a osservare questa struttura relativamente luminosa proprio mentre veniva lanciata nello spazio e a identificarla come una coda mareale.
La maggior parte degli astronomi ritiene che i responsabili del lancio di materiale di formazione stellare nello spazio siano i venti causati dalla formazione stellare stessa e dall’attività del buco nero al centro di galassie massicce. Questa espulsione pone così fine alla capacità delle galassie di creare nuove stelle. Il nuovo studio pubblicato oggi su Nature Astronomy suggerisce che anche gli scontri e le fusioni di galassie possono essere all’origine dell’espulsione nello spazio dei gas.
«Il nostro studio suggerisce che le espulsioni di gas possono essere prodotte dalla fusione di galassie e che venti e code mareali possono apparire molto simili», spiega il coautore dello studio Emanuele Daddi di CEA-Saclay. Per questo motivo, alcuni dei gruppi che in precedenza hanno identificato venti emessi da galassie lontane potrebbero in effetti aver osservato code mareali che espellevano gas. «Questo potrebbe portarci a rivedere la nostra comprensione di come le galassie muoiono», aggiunge Daddi.
Puglisi concorda sull’importanza della scoperta: «Ero entusiasta di scoprire una galassia così eccezionale! Ero ansioso di saperne di più su questo strano oggetto perché ero convinto che ci fosse una lezione fondamentale da imparare sull’evoluzione delle galassie distanti».
Questa sorprendente scoperta è stata fatta per caso, mentre l’equipe stava ispezionando una survey di galassie realizzata con ALMA, progettata per studiare le proprietà del gas freddo in più di 100 galassie lontane. ID2299 era stata osservata da ALMA solo per pochi minuti, ma il potente Osservatorio, situato nel nord del Cile, ha permesso al team di raccogliere dati sufficienti per rilevare sia la galassia che la sua coda di materia in espulsione.
«ALMA ha gettato nuova luce sui meccanismi che possono arrestare la formazione di stelle in galassie lontane. Assistere a un evento di così grande distruzione aggiunge un pezzo importante al complesso puzzle dell’evoluzione delle galassie», conclude Chiara Circosta, ricercatrice presso l’University College di Londra, Regno Unito, che ha contribuito alla ricerca.
In futuro, l’equipe potrebbe utilizzare ALMA per effettuare osservazioni di questa galassia più profonde e a risoluzione più elevata, per comprendere meglio la dinamica del gas espulso. Le future osservazioni con l’ELT (Extremely Large Telescope) dell’ESO potrebbero consentire all’equipe di esplorare le connessioni tra le stelle e il gas in ID2299, facendo nuova luce sulle modalità di evoluzione delle galassie.
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Speciale 2021. Gli Eventi del Cielo e le Missioni Spaziali dell’anno che sta iniziando.
Particolare la congiunzione che ci attende per il giorno20 gennaio, alle ore 20 circa. Si tratta di un incontro tra due pianeti: il sempre affascinante Marte (mag. +0,2) e il remoto gigante di ghiaccio Urano (mag. +5,7).
Se osservato a occhio nudo, questo incontro risulterà sicuramente sfuggente, al punto che il Pianeta Rosso ci sembrerà quasi essere stato abbandonato a se stesso, “piantato in asso” senza alcun riguardo ad aspettare invano in un appuntamento astrale. Ma se passeremo all’osservazione binoculare (immagine qui a destra), potremo accorgerci facilmente che in realtà all’appuntamento è presente anche Urano, la cui magnitudine, però, non ci consente di apprezzarne la presenza con la stessa facilità di Marte.
I due pianeti si troveranno tra le stelle dell’Ariete a una distanza reciproca di 1° 36’ alle ore 20 del 20 gennaio con Marte che si posizionerà a nordovest di Urano in un sistema di riferimento equatoriale. All’orario indicato i soggetti saranno molto alti sull’orizzonte sud-sudovest, poco più di 54°.
Allargando un po’ la nostra visuale, vedremo che a poca distanza, quasi 9° a sud di Marte, è presente anche la Luna al Primo Quarto. Il chiarore lunare renderà più complessa l’osservazione di Urano, soggetto di per sé già ostico, e in queste condizioni al limite dell’impossibilità per essere rintracciato a occhio nudo anche sotto cieli tersi e limpidi.
Gennaio – Marzo 2021: Corsi di Astronomia dal vivo e su piattaforma telematica.
Si potranno eseguire comodamente da casa e, se si perde la diretta, le lezioni saranno online a disposizione dei corsisti. Iscrizioni e riduzioni sul sito.
Corso base di Astronomia Generale
Un meraviglioso viaggio alla scoperta dell’Universo e di tutti gli oggetti incredibili che lo popolano. Pulsar, quasar, buchi neri… Un corso completo dalle fasi della Luna al Big Bang
Corso Completo di Astrofotografia
Nove lezioni per conoscere tutto ciò che serve per realizzare spettacolari fotografie del cielo con qualsiasi strumento, dalla semplice reflex al telescopio, con le migliori tecniche di acquisizione ed elaborazione.
Se abbiamo seguito la danza tra Giove, Saturno e Mercurio dei giorni precedenti, il 14 gennaio, sempre alle ore 17:20, potremo godere di un ultimo atto di quella danza celeste, ma con un cambio nel gruppo di attori.
Saturno infatti sarà già molto basso e affogato nelle luci del tramonto: potremo distinguere bene Giove (mag. –1,9) e Mercurio (mag. –0,9), questa volta in compagnia di una bella e sottilissima falce di Luna (fase del 3%).
Il nostro satellite naturale si troverà a circa 4° 6’ a est di Mercurio e 7° 54’ a nordest di Giove. Il più basso tra i due pianeti, Giove, si sarà a 5° 50’ di altezza sull’orizzonte di sudovest. Proprio come nel precedente evento citato poco sopra, l’osservazione (e forse ancor di più la fotografia) non sarà semplice, soprattutto per via della luminosità del cielo, con il Sole che si trova ad appena 3° e mezzo sotto l’orizzonte. Consigliamo tuttavia di tentare l’osservazione perché potrebbe comunque essere una buona occasione per andare a caccia di una sottile falce lunare, come descritto anche nel box dedicato.
L’orbita eliocentrica percorsa da 2009 JF1 (in bianco) ha l’afelio a 3,3 Ua, ben esterno all’orbita di Marte, e perielio a 0,49 Ua, interno all’orbita di Venere. L’inclinazione dell’orbita è di 6,1° e per completare un intero giro sono necessari 1,59 anni. L’asteroide passa molto vicino all’orbita della Terra nel tratto corrispondente all’inizio del mese di maggio. Crediti: Jpl
L’asteroide 2009 JF1 è stato scoperto il 4 maggio 2009 dal riflettore Cassegrain da 1,52 m che si trova sul monte Lemmon in Arizona, telescopio che va alla ricerca di nuovi asteroidi near-Earth nell’ambito dellaCatalina Sky Survey (Css). Dopo la scoperta, l’asteroide venne confermato dal telescopio da 50 cm di diametro dell’australiana Siding Spring Survey (Sss), l’equivalente australe della Css. La Sss è stata chiusa nel 2013 per mancanza di fondi, un vero peccato perché era l’unica survey professionale di asteroidi near-Earth di tutto l’emisfero australe. Nel complesso, di 2009 JF1 sono state raccolte 25 osservazioni astrometriche in 30 ore. L’arco orbitale osservato è quindi molto breve, di conseguenza l’orbita dell’asteroide è incerta, specie per quanto riguarda la posizione dell’asteroide lungo l’orbita. Chiaramente l’incertezza sulla posizione dell’asteroide nello spazio aumenta a mano a mano che ci si allontana dalla data della scoperta.
L’orbita eliocentrica percorsa da 2009 JF1 (in bianco) ha l’afelio a 3,3 Ua, ben esterno all’orbita di Marte, e perielio a 0,49 Ua, interno all’orbita di Venere. L’inclinazione dell’orbita è di 6,1° e per completare un intero giro sono necessari 1,59 anni. L’asteroide passa molto vicino all’orbita della Terra nel tratto corrispondente all’inizio del mese di maggio. Crediti: Jpl
Sappiamo che la minima distanza che l’orbita nominale può raggiungere con l’orbita terrestre è di circa 15mila km, di conseguenza 2009 JF1 può arrivare a passare a meno di 9mila km dalla superficie terrestre. La magnitudine assoluta di 2009 JF1 è elevata, circa +27, per cui è un oggetto di piccole dimensioni, fra i 7 e i 24 metri di diametro a seconda del valore che si assume per la riflettività superficiale. Si tratta di un asteroide che può essere osservato solo quando è molto vicino alla Terra e il fatto che sia stato scoperto a inizio maggio non è casuale: è in questo periodo dell’anno che la Terra passa per il nodo discendente dell’orbita dell’asteroide e quindi – se l’asteroide si trova più o meno nella stessa posizione – la probabilità di scoprirlo è maggiore rispetto a ogni altro periodo dell’anno.
Il 6 maggio 2022 alle 08:10 Ut 2009 JF1 passerà a circa 12 milioni di km dalla Terra, circa 31 volte la distanza media Terra-Luna. Si tratta di una distanza enorme, ma a causa dell’arco orbitale osservato molto corto, la posizione è incerta e – secondo i calcoli del sistema Sentry della Nasa – c’è una probabilità di 1/4000 che 2009 JF1 possa colpire la Terra.
La probabilità d’impatto è molto bassa, ma anche ammettendo di ricadere nello scenario peggiore l’eventuale collisione dell’asteroide con la Terra non avrebbe conseguenze di rilievo: l’atmosfera terrestre disintegrerebbe l’asteroide durante la caduta e – a seconda delle dimensioni – si avrebbero scenari simili a quelli dalla caduta del piccolo asteroide in Cina il 22 dicembre 2020 fino all’evento di Chelyabinsk del 15 febbraio 2013. Quindi niente che non sia già successo senza serie conseguenze. Per questo motivo il rischio di 2009 JF1 è valutato zero nella Scala Torino e -2,88 nella Scala Palermo. La Scala Torino va da 0 a 10, dove 0 indica una probabilità di collisione remota o con effetti trascurabili, mentre 10 indica una collisione certa con un oggetto in grado di sconvolgere la superficie e l’atmosfera terrestre. La Scala Palermo è un po’ più tecnica perché è il logaritmo in base 10 del rischio e può assumere anche valori negativi. Comunque, solo quando si trovano valori compresi fra -2 e 0 la situazione richiede attenzione, mentre per valori positivi la situazione si fa pericolosa. Come si vede, entrambe la scale ci dicono che 2009 JF1 non è un problema. Addirittura, secondo il sistema NeoDyS-2 dell’Università di Pisa, il valore del rischio nella Scala Palermo è di -3,72.
Un’immagine che mostra il fireball generato dalla caduta di un piccolo asteroide presso Chelyabinsk, Russia, il 15 febbraio 2013
La velocità d’impatto dell’asteroide è stimata in circa 26,4 km/s, assumendo un diametro medio di 15,5 m e una densità media di circa 2500 kg per metro cubo (un valore ragionevole per un piccolo asteroide), risulta un’energia cinetica di circa 400 kt, pari a 25 volte l’energia sviluppata durante l’esplosione atomica di Hiroshima.
Nonostante questo valore dell’energia cinetica posseduta da 2009 JF1 possa apparire elevato, l’asteroide molto probabilmente si disintegrerebbe in atmosfera fra i 30 e i 40 km di quota e al suolo arriverebbero solo piccoli frammenti, oltre a una debole onda d’urto praticamente innocua. Per quanto riguarda 2009 JF1 possiamo dormire sonni tranquilli.
Abbiamo avuto bisogno di qualche giorno per elaborare un lutto che ci tocca in modo diretto e ci ha lasciati letteralmente senza parole, in un periodo in cui i lutti per altri collaboratori e amici più o meno vicini non sono certo mancati. Nei giorni scorsi avrete sicuramente visto i tanti ricordi e pensieri che si sono rincorsi nei social e online, nella comunità di astrofili, che raccoglieremo nel prossimo numero della rivista, ed è ancora con grande dolore che vogliamo ricordare Rodolfo Calanca, che ci ha lasciati all’improvviso lo scorso 2 gennaio.
Da lungo tempo collaboratore della rivista Coelum Astronomia, di cui è stato anche vice direttore, e vulcanico personaggio impegnato nella divulgazione dell’Astronomia anche al di fuori degli schemi. A lui piaceva definirsi “eventologo ed eventogeno”, in riferimento alla moltitudine di progetti a tema culturale e astronomico di cui si faceva organizzatore. Riusciva a coinvolgere nei suoi eventi tra i più noti astronomi e astrofili ma anche personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, sempre per parlare del cielo e delle sue meraviglie.
Qui trovate la sua autobiografia, mentre lo ricorda per noi Giovanni Anselmi, ex direttore di Coelum e grande amico di Rodolfo.
Ho conosciuto Rodolfo Calanca nell’ottobre 1995 a Fanano: paesino dell’appennino modenese dove si stava tenendo un convegno di astronomia digitale.
Ricordo che legammo subito. Lui, un omone falso magro con la testa da console romano, si aggirava per i locali dove si tenevano le conferenze, quasi sempre solo e un po’ ai margini. E quello che mi colpì di lui fu proprio il contrasto tra il calore e la simpatia che emanava mentre sul palco teneva una relazione e quel suo aggirarsi solitario e ombroso quando ne scendeva.
Atteggiamento che di solito sta a indicare personalità predisposte al martirio di se stesse in difesa di una supposta superiorità intellettuale. Il che potrebbe sembrare un difetto, ma non lo è.
E non lo è specialmente se poi ti accorgi che l’individuo solitario, quando lo vai a importunare come feci io con Rodolfo, si rivela persona alla mano e assolutamente lieta di dividere con te tutto il suo sapere (e qualcuna delle sue Grandi speranze)..
Così, riconoscendo qualcosa l’uno negli occhi dell’altro, ci salutammo, ripromettendoci di approfondire la conoscenza per eventuali collaborazioni future.
Non ricordo se nel salutarlo gliene accennai, ma proprio in quel tempo, con Roberta Zabotti, stavamo cercando di mettere insieme un gruppo di persone interessate a impegnarsi nella fondazione di una nuova rivista di Astronomia. Così che qualche tempo dopo Rodolfo iniziò, prima brevemente ne Il Cielo e poi per lunghi anni in Coelum, a collaborare con articoli e rubriche che concordavamo in lunghissime telefonate, o di persona durante le sue frequenti visite alla redazione di Mestre.
Rodolfo era un uomo che viveva in epoche differenti. In lui c’era lo scienziato del seicento, erudito su tutto ciò che riguardava l’astronomia del passato, e insieme il tecnologo del presente, entusiasta del mondo digitale.
Ingegnere di formazione, da giovane era stato tra i fondatori dell’Osservatorio di Cavezzo (MO), paese in cui era nato il 24 febbraio 1953, e tra i primi in Italia a costruire e usare una Camera CCD. Sempre come inseguito da una profonda inquietudine, condizione che lo costringeva (io credo) a misurarsi con una forse esagerata quantità di sempre nuovi progetti, Rodolfo era infatti capace di amare l’astronomia in ogni sua manifestazione, inventandosi ruoli, competenze e missioni che andavano dall’applicazione matematica, alla storia e alla ricerca sul campo passando per l’organizzazione minuziosa di eventi e spettacoli legati a certi suoi particolari corti circuiti mentali. Continue ebollizioni d’idee per cui Rodolfo, come un Leonardo da Vinci sempre in cerca di committenza, si aggirava in cerca di aiuti e sovvenzioni che purtroppo non arrivavano mai nella quantità sperata. E tutto questo si è poi riversato in un centinaio di articoli che in 20 anni di stretta collaborazione hanno trattato su Coelum, di cui per lungo tempo fu anche vice direttore, i più svariati aspetti della scienza astronomica.
In un suo racconto scritto per appoggiare e pubblicizzare una delle sue ultime idee, quella de il “Borgo di Urania”, una utopica cittadella delle stelle, Rodolfo previde scherzosamente anche la sua morte, raccontata da una lapide che così diceva: In memoria di Rodolfo Calanca (1953-2009), ideatore di questo sacro tempio di Urania.
Rodolfo se n’è andato invece il 2 gennaio scorso, ancora giovane e ancora vulcanico come un Giove tonante.
Un amico e un ricordo gentile dei tempi passati. Un cupo presentimento per quelli presenti.
Corsi online: Dal 13 gennaio al 24 febbraio 2021: Analisi del segnale per la rivelazione delle onde gravitazionali con rivelatori LIGO e Virgo
Obiettivo del corso è lo studio dei segnali gravitazionali dalla teoria fino alla detection “pratica” di un segnale sul proprio PC. Si parte da introduzione teorica di fisica e astrofisica per giungere a esercitazioni.
Il corso è tenuto dalla Prof.ssa Pia Astone, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, tra i sei firmatari dell’articolo sulla prima detection di un’onda gravitazionale.
Webinar:
14.01.2021: Esopianeti tenuto dal Dr. Fabio Del Sordo
21.01.2021: Astronomia dei Neutrini tenuto dal Dr. Matteo Agostini
Nel tardo pomeriggio dei giorni tra il 9 e il 12 gennaio, quando ancora il cielo sarà rischiarato dalle intense luci del tramonto, guardando verso ovest, potremo ammirare l’evoluzione di una bella congiunzione planetaria che vedrà ancora coinvolti i due pianeti gassosi giganti, Giove e Saturno, e il piccolo Mercurio. Sarà una vera e propria danza quella in cui questi pianeti si esibiranno, molto bella da osservare a occhio nudo oppure da immortalare in una fotografia che riunisca in un unico scatto le riprese effettuate su diversi giorni.
Si inizia la sera del 9 gennaio, alle ore 17:20. L’orario scelto permette di arrivare a un compromesso tra la luminosità del cielo – e la conseguente possibilità di “staccare” i pianeti dal fondo – e l’altezza degli oggetti coinvolti, che saranno comunque molto bassi sull’orizzonte. Per osservare al meglio il fenomeno consigliamo di scegliere una location che permetta un’ampia visuale fino all’orizzonte, senza ostacoli per la vista.
Con il passare dei minuti il cielo si farà più scuro e i pianeti, quindi, più evidenti, ma saranno sempre più bassi: Saturno infatti, il primo dei pianeti a tramontare, scenderà sotto l’orizzonte alle ore 18. Il 9 gennaio vedremo quindi il brillante Giove (mag. –2,0) sovrastare gli altri pianeti, alto circa 5° 50’, con Saturno (mag. +0,6) subito sotto, a sudest di Giove, ben più difficile da scorgere considerata la sua magnitudine e, più sotto ancora, a sud di Giove, Mercurio (mag. –0,9). I tre formano un interessante triangolo luminoso. Giove si troverà a circa 2° 8’ da Saturno, che a sua volta disterà da Mercurio 1° 45’.
Il giorno seguente, il 10 gennaio alla medesima ora, vedremo chiaramente i pianeti giganti aver perso altezza sull’orizzonte, mentre Mercurio l’ha guadagnata, portandosi a circa 5° e mezzo di altezza sull’orizzonte.
Questo andamento proseguirà anche nei giorni seguenti e in particolare il giorno 12 vedremo finalmente il piccolo Mercurio raggiungere la posizione più elevata, superando in altezza (anche se di poco, ponendosi a 6° 56’) il re dei pianeti del Sistema Solare.
Per ciò che riguarda Saturno, invece, con il passare dei giorni noteremo che sarà sempre più difficile scorgerlo, al punto da non riconoscerlo più, ormai perso tra i colori del tramonto.
L’Associazione Astronomica del Rubicone (AAR) propone a tutti i propri soci a partire dal mese di gennaio due corsi online di astronomia sulla piattaforma GoToMeeting: il corso base di astronomia e il corso di astrofisica. Nel corso base di astronomia, in programma nella prima metà dell’anno, l’Associazione esplora i concetti principali della materia in modo semplice e coinvolgente. Le lezioni, a cura di astrofili, astrofisici ed esperti del settore, sono relative all’esplorazione spaziale e all’astronautica, agli oggetti celesti, ai cicli cosmici e ai calendari, all’archeoastronomia e al disegno astronomico. Parallelamente al corso base, parte il corso di astrofisica, pensato per gli addetti ai lavori, a cura dell’astrofisico Oriano Spazzoli e del consigliere dell’AAR Massimiliano Matteuzzi e dedicato, quest’anno, alla fisica quantistica e alle applicazioni astrofisiche. Per informazioni: https://bit.ly/2WkfLFD
L’Associazione Tuscolana di Astronomia (ATA) offre al pubblico di ragazzi e adulti il corso teorico “Star Academy”: dieci lezioni virtuali – sulla piattaforma GoToMeeting – a cura di ricercatori afferenti a Università e a Istituti di ricerca, tra cui l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), per conoscere la complessità dell’Universo. In particolare, le lezioni sviluppano e approfondiscono i temi della planetologia, dell’evoluzione stellare e della cosmologia. Il corso si concluderà nel mese di marzo e sarà seguito dal corso “Il cielo a portata di mano” sull’uso del telescopio e sull’astrofotografia – l’ultimo della Scuola di Astronomia dell’ATA di durata annuale Per informazioni: https://bit.ly/2LHSECU.
Proprio le numerose ore di buio permettono, in questo periodo, di spaziare dalle costellazioni autunnali più orientali (come i Pesci, il grande Pegaso o la più debole Balena), ancora visibili in prima serata verso ovest, fino alle regioni ricche di nebulose, ammassi e stelle splendenti tipiche del cielo invernale, per terminare, nella seconda parte della notte, con le prime avvisaglie della grande concentrazione di galassie del cielo primaverile, tra le plaghe celesti della Vergine e del Leone.
Giove, Saturno, la Luna e il Faro di Kevin Saragozza
La prima parte del mese la dedicheremo ancora a Giove e Saturno, che dopo la Grande Congiunzione dello scorso Solstizio d’Inverno, ora iniziano a perdere altezza e visibilità (Saturno più velocemente di Giove) e ad allontanarsi tra loro, non senza darci però ancora un paio di suggestive occasioni per osservarli e riprenderli. Marte resta nel cielo della sera, a nostra disposizione, ma anche lui anticipa il suo tramonto e diminuisce la sua brillantezza. Nel cielo della sera si fa invece spazio Mercurio, in una delle sue migliori visibilità per l’anno appena iniziato e si accompagnerà a Luna e pianeti finalmente alla sua portata. Venere mantiene, ancora per poco, il presidio del crepuscolo del mattino, diretto verso la congiunzione eliaca di fine marzo. Nemmeno i pianeti più distanti (non visibili a occhio nudo) Urano e Nettuno, gli faranno compagnia, anche loro relegati alla prima parte della notte.
Come ogni mese Francesco Badalotti ci guida attraversole formazioni più interessanti da osservare in ogni fasedel nostro satellite, ci indicatutte le librazionicon quelle zone del bordo tra lato visibile e lato nascosto della Luna che via via si rendono accessibili da Terra grazie al “dondolio” apparente della Luna nella sua orbita attorno alla Terra.
Prosegue poi il viaggio tra le principali formazioni della nostra Luna dal settore sudest verso nord(parte 9), questo mese consigliato per il 20 gennaio (ma come sempre una guida utilizzabile ogni volta che il nostro satellite si trova in condizioni simili di illuminazione), con un approfondimento sull’osservazione del sito di atterraggio dell’Apollo 16, dove gli astronauti Young e Duke, trascorsero 71 ore, con 20 ore e 14 minuti in attività extraveicolare, percorrendo 26,7 km sul suolo lunare a bordo del “Lunar Roving Vehicle – LRV”, raccogliendo un totale di 94,7 kg di campioni di rocce lunari ed effettuando carotaggi fino a una profondità di 3 metri! Sarò suggestivo osservare quelle lande, forse più noiose rispetto al resto delle formazioni lunari, ma sicuramente cariche di significato in un periodo in cui già si programma una nuova tappa per l’esplorazione umana della Luna.
Per quanto riguarda inveceluce cinerea e le sottili falcil’appuntamento è nella seconda parte della notte e prima dell’alba il 10 e 11 gennaio e, dopo il Novilunio, le sere del 14 e 15 gennaio.
Inizia un nuovo anno e con gennaio tornano a solcare i nostri cieli le belle scie luminose delle Quadrantidi. Ogni inizio anno è caratterizzato dal manifestarsi più o meno discreto di questo sciame meteorico, il cui nome deriva dalla obsoleta costellazione del Quadrante Murale (introdotta da Lalande nel 1795 e abolita nel 1922) che un tempo occupava la regione situata nella parte nordorientale del Boote, dove è situato il radiante.
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
Gennaio – Marzo 2021: Corsi di Astronomia dal vivo e su piattaforma telematica.
Si potranno eseguire comodamente da casa e, se si perde la diretta, le lezioni saranno online a disposizione dei corsisti. Iscrizioni e riduzioni sul sito.
Corso base di Astronomia Generale
Un meraviglioso viaggio alla scoperta dell’Universo e di tutti gli oggetti incredibili che lo popolano. Pulsar, quasar, buchi neri… Un corso completo dalle fasi della Luna al Big Bang
Corso Completo di Astrofotografia
Nove lezioni per conoscere tutto ciò che serve per realizzare spettacolari fotografie del cielo con qualsiasi strumento, dalla semplice reflex al telescopio, con le migliori tecniche di acquisizione ed elaborazione.
Eccoci giunti finalmente al momento della Grande Congiunzione tra Giove e Saturno: ne abbiamo parlato e l’abbiamo attesa per tutto l’anno! Anche se potreste pensare che, dopotutto, si tratti di una semplice congiunzione, in realtà, ciò che ci si presenterà davanti ai nostri occhi la sera del 21 dicembre, alle ore 17:30, è un fenomeno particolare.
Al di là del fatto che una congiunzione del genere si presenta solo una volta ogni vent’anni (ma congiunzioni così strette risultano in realtà più rare, come ci spiega Aldo Vitagliano nel suo articolo), osservandola e apprezzando l’eccezionale vicinanza tra i due brillanti pianeti, che ci sembreranno quasi toccarsi, dovremo forse ripercorrere con la mente quale grande importanza abbiano rivestito nella storia incontri astrali di questo genere. Ce ne ha parlato nel suo articolo Patrizia Nava. E così anche noi,proprio come Keplero secoli fa, punteremo il nostro sguardo curioso e forse un po’ emozionato in direzione sudovest, ammirando quel punto luminoso costituito dai due giganti gassosi stretti in un abbraccio appassionato, sullo sfondo ancora illuminato dalle colorate luci del tramonto.
Sarà una scena davvero speciale e suggestiva, e per gustarla saranno sufficienti i nostri occhi, senza l’ausilio di strumenti particolari. Sicuramente però anche al binocolo o addirittura al telescopio (tale è la vicinanza apparente tra i due pianeti) Giove e Saturno sapranno regalarci grandi soddisfazioni.
In caso di mal tempo, ma anche per vederla e comprenderla meglio, per seguire la grande congiunzione in diretta streaming, segnaliamo:
Dal Namib Naukluft, paradiso dell’astronomia, la Grande Congiunzione Giove-saturno dalle 18:30 accompagnati da Paolo Bassi e Luigi Bignami, con interviste a Aldo Vitagliano, Patrizia Nava, Roberto Ragazzoni, Luciano Iess e Cristian Fattinnanzi.
Direzione tecnica web: Gianluca Alò
Coordinamento della serata: Rodolfo Calanca, Paolo Bassi, Valeria Tienghi, Petter Johannesen.
Speciale evento online “LaNotte dei Congiunti” dalle ore 19:30 sul canale YouTube UAI e sulla pagina facebook UAI, evento dedicato alla scoperta e all’osservazione della spettacolare, strettissima congiunzione tra i giganti gassosi Giove e Saturno.
In questa immagine ripresa dal telescopio spaziale Hubble, vediamo la possibile orbita (ellisse tratteggiata) dell'esopianeta HD 106906 b. Questo mondo remoto si trova a un'enorme distanza dalle sue stelle ospiti, la cui luce brillante è mascherata per consentire di vedere il pianeta (ma le vediamo indicare al centro della maschera). Il pianeta risiede al di fuori del disco di detriti circumstellare del suo sistema, che è simile alla nostra fascia di Kuiper di piccoli corpi ghiacciati oltre Nettuno. Il disco stesso è asimmetrico e distorto, forse a causa del rimorchiatore gravitazionale del pianeta ribelle. Altri punti di luce nell'immagine sono stelle sullo sfondo.
In questa immagine ripresa dal telescopio spaziale Hubble, vediamo la possibile orbita (ellisse tratteggiata) dell’esopianeta HD 106906 b. Questo mondo remoto si trova a un’enorme distanza dalle sue stelle ospiti, la cui luce brillante è mascherata per consentire di vedere il pianeta (ma le vediamo indicate al centro della maschera). Il pianeta risiede al di fuori del disco di detriti circumstellare del suo sistema, simile alla nostra fascia di Kuiper di piccoli corpi ghiacciati oltre Nettuno. Il disco stesso è asimmetrico e distorto, forse a causa del rimorchiatore gravitazionale del pianeta ribelle. Altri punti di luce nell’immagine sono stelle sullo sfondo. Crediti: NASA, ESA, M. Nguyen (University of California, Berkeley), R. De Rosa (European Southern Observatory), and P. Kalas (University of California, Berkeley and SETI Institute)
Gli astronomi stanno ancora cercando il Planet Nine, il Pianeta Nove, un ipotetico pianeta nel Sistema Solare esterno, proposto nel 2012 per spiegare le perturbazioni nelle orbite dei pianeti nani che abitano poco dopo Nettuno. Fin’ora, tra smentite e nuove prove della sua esistenza, ancora non è stato trovato, ma nel frattempo è stato trovato quello che sembra essere il Planet nine di un altro sistema stellare.
L’esopianeta in questione, di massa 11 volte quella di Giove e chiamato HD106906 b, occupa infatti un’orbita improbabile attorno a una stella doppia a 336 anni luce di distanza da noi, e oltre ad essere la prima volta che si riesce a misurare il movimento di un pianeta gigante in un’orbita molto lontana dal suo sole (dai suoi soli, in questo caso), potrebbe anche darci un indizio su dove cercare il nostro PIaneta Nove. Lo studio è stato condotto da Meiji Nguyen dell’Università della California, Berkeley.
Quando è stato scoperto, grazie alle osservazioni dei telescopi Magellano presso l’Osservatorio Las Campanas nel deserto di Atacama in Cile, ha stupito la grande distanza in cui si trovava dalle sue stelle. L’esopianeta infatti, risiede estremamente lontano dalla sua coppia di stelle giovani e luminose, si trova a 110 miliardi di chilometri… più di 730 volte la distanza della Terra dal Sole! Questa ampia separazione ha reso enormemente difficile determinare l’orbita di 15.000 anni – il pianeta si sta muovendo molto lentamente lungo la sua orbita, data la debole attrazione gravitazionale delle sue stelle madri molto distanti. Servivano quindi osservazioni molto accurate del movimento del pianeta data la sua lentezza.
Il team del telescopio spaziale Hubble, l’unico a poter effettuare misurazioni così precise, è riuscito a farlo con osservazioni durate “solo” 14 anni, e si è anche accorto che il pianeta ha un’orbita estrema molto inclinata (attorno ai 21°), allungata ed esterna a un disco di detriti polveroso che circonda i suoi due soli.
«Per evidenziare quanto questo sia strano, possiamo semplicemente guardare il nostro Sistema Solare e vedere come tutti i pianeti giacciono all’incirca sullo stesso piano», ha spiegato Nguyen. «Sarebbe bizzarro se, diciamo, Giove fosse inclinato di 30 gradi rispetto al piano in cui orbita ogni altro pianeta. Questo solleva ogni sorta di domande su come HD 106906 b sia finito così lontano su un’orbita così inclinata».
Lo stesso disco di detriti è davvero straordinario, forse proprio a causa dell’influenza gravitazionale di questo pianeta vagabondo. «L’idea è che ogni volta che il pianeta si avvicina di più alla stella binaria, si agita il materiale nel disco», spiega De Rosa. «Quindi ogni volta che il pianeta passa, tronca il disco e lo spinge su un lato. Questo scenario è stato testato con simulazioni di questo sistema con il pianeta su un’orbita simile, prima che sapessimo quale fosse l’orbita del pianeta era».
L’ipotesi che spiega, al momento, come un pianeta possa arrivare a un’orbita così distante e stranamente inclinata, è che si sia formato molto più vicino alle sue stelle, circa tre volte la distanza della Terra dal Sole. Il muoversi all’interno di un disco gassoso e polveroso attorno al sistema ha causato il decadimento della sua orbita, costringendolo a migrare verso l’interno, verso i suoi ospiti stellari. Le forze gravitazionali delle stelle gemelle, che vorticano una attorno all’altra, lo hanno quindi spinto via in un’orbita eccentrica che lo ha quasi gettato fuori dal sistema, nel vuoto dello spazio interstellare.
A questo punto una stella deve essere passata molto vicino al sistema, stabilizzando l’orbita del pianeta e impedendogli di lasciare il suo sistema di origine. E, in effetti, i ricercatori hanno identificato una serie di stelle candidate che soddisferebbero i requisiti, utilizzando misurazioni precise della distanza e del movimento stellare dal satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea.
Questo scenario serve anche a spiegare come la bizzarra orbita di HD106906 b possa essere simile in qualche modo a quelle di un ipotetico Planet Nine che si troverebbe ai confini esterni del nostro Sistema Solare, oltre la Fascia di Kuiper.
Un’impressione artistica del Pianeta Nove, che eclissa il nucleo della Via Lattea, con il Sole visto sullo sfondo. Il circoletto giallo attorno al Sole indica l’orbita di Nettuno, a dimostrazione di quanto lontano dovrebbe essere tale pianeta gigante, se esistesse. Credit: ESO/Tom Ruen/nagualdesign
Potrebbe essersi formato nel Sistema Solare interno per poi essere stato espulso dalle interazioni con Giove, che lo avrebbe lanciato ben oltre Plutone. Il passaggio di alcune stelle potrebbe aver quindi stabilizzato l’orbita del pianeta espulso allontanando il percorso dell’orbita da Giove e dagli altri pianeti del Sistema Solare interno.
«È come se avessimo a disposizione una macchina del tempo per il nostro Sistema Solare, che tonra indietro nel tempo fino a 4,6 miliardi di anni fa, per vedere cosa può essere successo quando il nostro giovane Sistema Solare era dinamicamente attivo e tutto veniva spostato e riorganizzato», spiega Paul Kalas del Università della California, Berkeley, e componente del team che ha condotto lo studio.
Ad oggi, gli astronomi hanno solo prove circostanziali dell’esistenza del Pianeta Nove. Un’ipotesi alternativa è che non si tratti di un solo pianeta perturbatore gigante, ma che si tratti invece di uno squilibrio dovuto all’influenza gravitazionale combinata di più oggetti molto più piccoli.
«Nonostante la mancata individuazione del Pianeta Nove fino ad oggi, l’orbita del pianeta può essere dedotta in base al suo effetto sui vari oggetti nel Sistema Solare esterno», spiega Robert De Rosa dell’ESO di Santiago, in Cile, che ha guidato lo studio. «Questo suggerisce che se un pianeta fosse davvero responsabile di ciò che osserviamo nelle orbite di oggetti transnettuniani, dovrebbe avere un’orbita eccentrica inclinata rispetto al piano del Sistema Solare. Questa previsione dell’orbita del Pianeta Nove è simile a ciò che stiamo vedendo con HD 106906 b».
Gli scienziati che utilizzeranno il prossimo telescopio spaziale James Webb della NASA/ESA/CSA, intendono ottenere dati aggiuntivi su HD106906 b per comprendere meglio questo peculiare sistema a due soli con un pianeta gigante in un’orbita eccentrica, di dato e di fatto, ai suoi lontani confini. Tra le altre cose, l’intenzione è quella di comprendere bene dove e come si è formato e se il pianeta ha detriti attorno.
«Ci sono ancora molte domande aperte attorno a questo sistema» ha aggiunto De Rosa. «Ad esempio, non sappiamo in modo definitivo dove o come si è formato il pianeta. Sebbene abbiamo effettuato la prima misurazione del movimento orbitale, ci sono ancora grandi incertezze sui vari parametri orbitali. È probabile che sia gli osservatori che i teorici studieranno HD 106906 negli anni a venire, svelando i molti misteri di questo straordinario sistema planetario».
Indice dei contenuti
21 dicembre 2020
La Grande Congiunzione Giove-Saturno
Lo studio ha esplorato la possibilità che l’evoluzione dell’epidemia COVID-19 veda coinvolti, tra i molteplici meccanismi di trasmissione, non solo l’interazione tra le persone, ma anche alcuni fattori ambientali: per questo, è stata valutata la diffusione spaziale dell’epidemia in Italia durante il periodo della sua prima ondata (febbraio-maggio 2020), caratterizzata da un maggior impatto nelle regioni settentrionali, ed è stata evidenziata una correlazione statisticamente molto significativa fra il numero di decessi e di pazienti affetti da COVID-19 in ciascuna regione italiana e l’intensità della radiazione ultravioletta (UV) solare, valutata alla superficie terrestre, in tutte le regioni, mediante rilevazioni sia satellitari che al suolo.
Data: 21 Dicembre 2020
Orario: 21.30 (UTC+1)
A cura di: Associazione AstronomiAmo Ospiti:
• Giancarlo Isaia – Professore di Geriatria all’Università di Torino e Presidente dell’Accademia di Medicina
• Henri Diéroz – Ricercatore dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Valle d’Aosta
Corsi online
Si potranno seguire comodamente da casa e, se si perde la diretta le lezioni saranno online a disposizione dei corsisti. Iscrizioni e riduzioni sul sito.
– Astronomia Pratica
– Astronomia Generale
– Fotografia Astronomica
– Astrofisica e Cosmologia
– Astronomia Fondamentale
– Archeoastronomia
– Consulenza per corsisti e appassionati
Per partecipare all’evento compilare il modulo al link presente nella pagina di ogni singolo evento.
Consulta il sito web www.ataonweb.it/wp/eventi per maggiori informazioni. Venerdì 4 dicembre alle ore 21:00 è in programma l’evento virtuale “Stelle in famiglia”. L’evento divulgativo rientra nell’ambito dell’iniziativa “AstroIncontri@Home”, che ha la finalità di offrire a tutti i soci e simpatizzanti dell’ATA un’opportunità di svago e di crescita culturale e di dare continuità all’opera di diffusione della cultura astronomica durante l’emergenza da Covid-19.
Altri Appuntamenti ATA
Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa: 11.12, ore 20:15 e 21:30: L’Universo turbolento 18.12, ore 20:15 e 21:30: Serata speciale: la Stella di Natale
Il tardo pomeriggio del 17 dicembre, alle ore 18:30, potremo assistere a una bella congiunzione tra la Luna e i pianeti Giove e Saturno. Potreste pensare che ci troviamo di fronte all’ennesimo incontro tra la Luna e la coppia di pianeti, come si è verificata anche durante i mesi appena trascorsi e da un certo punto di vista è sicuramente così. Questa volta però possiamo contare su qualcosa di differente e di grande impatto: la vicinanza dei due giganti gassosi che, a differenza dei mesi scorsi, si è fatta ora davvero accentuata. Sappiamo infatti che Giove e Saturno hanno passato mesi a rincorrersi per culminare nella Grande Congiunzione del 21 dicembre.
Esaminando questa che ci troveremo davanti, potremo notare la Luna, in forma di falcetto (fase dell’11%) posizionarsi a circa 6° e mezzo dalla coppia di pianeti, alla loro sinistra (in un sistema altazimutale). Giove e Saturno saranno brillanti (mag. –1,2 e +0,6 rispettivamente) e facilmente riconoscibili: ci sembreranno due gemme lucenti nel cielo della sera, separate di appena 20’ circa.
Complessivamente si tratta di un quadretto celeste davvero bello che potremo sicuramente apprezzare a occhio nudo e immortalare in uno scatto fotografico a largo campo. Come nel caso precedente il consiglio è quello di non ridurre troppo la focale: con obiettivi fortemente grandangolari la nostra fotografia abbraccerà sicuramente un’ampia fetta di paesaggio ma renderà meno evidenti gli astri protagonisti della congiunzione.
Qui a destra due delle rubriche di astrofotografia di Giorgia Hofer (Uno scatto al mese nei numeri di novembre e dicembre di Coelum Astronomia) con alcuni spunti utili per la ripresa dell’evento.
Meglio sarà ricorrere a focali medie, per inquadrare i soggetti mantenendoli ben intelligibili avendo cura di introdurre nella ripresa elementi del paesaggio naturale o architettonico circostante. A tal proposito potrebbe risultare più semplice attendere che Luna e pianeti siano più bassi: basterà attendere meno di un’ora per avere i soggetti decisamente più bassi sull’orizzonte e quindi disponibili a creare interessanti giochi prospettici con gli elementi che ci circondano. Sperimentiamo ora! Sarà un’esperienza utile in vista della grande congiunzione.
Data: 17 Dicembre 2020
Orario: 21:30 (UTC + 1)
A cura di: Ivam Delvecchio – Associazione AstronomiAmo Ospite: Enrico Di Teodoro – Postdoc all’Università John Hopkins di Baltimora (USA), già postdoc presso L’Università Nazionale dell’Australia (Camberra, AU) nel gruppo del Prof. M. McClure- Griffiths. Ha conseguito il PhD in Astronomia presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna nel 2015, con la tesi “Kinematics and dynamics of galaxies from line observations”, sotto la supervisione del Prof. Filippo Fraternali. Nel suo lavoro, utilizza alcuni tra i più potenti telescopi radio e infrarossi (principalmente APEX, GBT, Parkes, ASKAP, GMRT, ATCA) unitamente a modelli numerici per esplorare le proprietà cinematiche e dinamiche di galassie locali. Anche esperto poliedrico delle varie proprietà multi-frequenza che caratterizzano il mezzo interstellare diffuso all’interno delle galassie.
21 dicembre 2020, diretta web dalle 18:30 alle 19:45 (Ora italiana)
sulla pagina Facebook Italy Namibia Astronomy
Direzione tecnica web: Gianluca Alò
Conduce la serata: Luigi Bignami
18.30 (ora italiana): Inizio serata: introduzione di Luigi Bignami
(Giove-Saturno a 26° sull’orizzonte, luci del tramonto, i pianeti visibili nel campo del telescopio dalla HAKOS
FARM).
18.35: Collegamento web con HAKOS FARM in Namibia. Presentazione dell’Osservatorio da parte di Paolo Bassi e Luigi Bignami intervista:
• Aldo Vitagliano, esperto di calcolo delle orbite e delle Effemeridi, autore del software SOLEX, ex docente all’Università di Napoli, descrive le congiunzioni più strette del passato e del futuro;
• Patrizia Nava, storica, racconta la grande congiunzione di Keplero del 1603 e del 1623;
• Roberto Ragazzoni, direttore Osservatorio INAF di Padova, “Missioni future sui pianeti esterni”; • Luciano Iess, dipartimento Ingegneria Aerospaziale all’Università La Sapienza di Roma, “Missioni Cassini e Juno, i risultati”; • Cristian Fattinnanzi, astrofotografo, “Come si fotografano i pianeti in alta risoluzione con strumentazione amatoriale”.
19.27: Spazio alle domande via chat 19.37: Saluto e conclusioni dalla Hakos Farm: intervengono Paolo Bassi e chiusura di Luigi Bignami
Coordinamento della serata: Rodolfo Calanca, Paolo Bassi, Valeria Tienghi, Petter Johannesen. Si ringraziano, per il fondamentale contributo, gli amici della Hakos Farm.
21 dicembre 2020
La Grande Congiunzione Giove-Saturno
Dopo una spasmodica attesa e una lunga serie di test preliminari, poco fa si è concluso letteralmente con il botto il “salto” di prova del prototipo SN8 di Starship, il nuovo sistema di lancio di SpaceX. Frutto del gran lavoro degli ingegneri dell’azienda di Musk, la Starship è decollata alle 23:45 italiane dal centro sperimentale di Boca Chica, Texas. Il prototipo ha volato per circa sei minuti e quaranta secondi.
Anche se il “salto” si è concluso con un atterraggio durissimo che ne ha causato la distruzione, SN8 ha raggiunto senza dubbio molti degli obiettivi probabilmente attesi dai suoi costruttori (sebbene mai chiaramente annunciati in anticipo), tra i quali la raccolta di dati preziosi durante tutte le varie fasi del suo volo.
Prima di continuare con il nostro racconto, vale la pena gustarsi il video della diretta streaming di SpaceX, fino all’ultimo fatidico istante.
Da vari tweet pubblicati da Elon Musk negli scorsi giorni possiamo affermare che gli obiettivi di massima per il volo di SN8 erano:
• decollare con successo dalla rampa di Boca Chica spinto da 3 motori Raptor
• arrivare alla quota di 12,5 chilometri
• effettuare la manovra “backflip“, cioè perdere in modo controllato l’assetto verticale, spegnere i Raptor e disporsi in assetto planato con controllo aerodinamico di alette e sistema di razzetti ausiliari
• recuperare l’assetto verticale
• riaccendere il/i motori Raptor e compensare fino ad annullare il movimento orizzontale indotto dal volo planato
• ritornare verso la zona di atterraggio
• atterrare sulla piazzola predisposta
Starship SN8 in volo planato – Credits: SpaceX
Di questi punti solo l’ultimo è stato mancato, probabilmente (visto anche il colore verdastro della fiamma) per un problema di alimentazione dei propellenti. Musk ha confermato tale ipotesi, rivelando via Twitter un problema di bassa pressione nel serbatoio del propellente (quello nel “naso” del prototipo).
Credits: SpaceX
Con riprese da altre angolazioni, che quasi sicuramente saranno diffuse nelle prossime ore anche dalle troupe di fan e youtuber presenti sul posto, sarà con ogni probabilità possibile analizzare meglio come sia stato gestito il momento apicale del volo, quando cioè è sembrato che lo spegnimento di due dei tre Raptor fosse stato programmato per gestire una fase librata, probabilmente utile a preparare al meglio la manovra di backflip.
Fuel header tank pressure was low during landing burn, causing touchdown velocity to be high & RUD, but we got all the data we needed! Congrats SpaceX team hell yeah!!
SN8 è atterrato troppo duramente ed è esploso, ma il punto è che lo ha fatto esattamente sulla piazzola di atterraggio. Questo testimonia la già avanzata capacità di SpaceX di controllare il volo di un razzo completamente nuovo, che ha sì ereditato l’esperienza maturata con il software di controllo dal veterano Falcon 9, ma che ha una fase di volo orizzontale del tutto inedita e innovativa.
Non è chiaro, inoltre, se i tre Raptor abbiano funzionato come previsto nelle fasi finali della discesa, che è avvenuta con un solo Raptor in funzione ed è terminata con un RUD (Rapid unscheduled disassembly, “smontaggio” rapido non programmato 🙂 ).
Il momento dell’esplosione di SN8 sulla piazzola di atterraggio. – Credits: SpaceX
In ogni caso, a dispetto della pirotecnica conclusione, quello raggiunto oggi da SpaceX rimane un primo, storico successo. Pochi si sarebbero aspettati che già al primo volo di un prototipo si sarebbero raggiunti tanti traguardi. Va chiarito subito infatti che quello cui abbiamo potuto assistere è una tecnica di atterraggio mai sperimentata prima da un razzo vettore, che peraltro ha visto in funzione una serie di sottosistemi fino ad oggi provati solo singolarmente o in forma statica.
I resti di Starship SN8 sulla piazzola di Boca Chica – Credits: SpaceX
SN8 è ormai distrutto, ma a Boca Chica i lavori sui prototipi continuano ininterrotti, e sono già arrivati alle fasi di produzione di SN15. Il prototipo SN9 appare ormai praticamente pronto, e siamo certi che nel giro di qualche settimana potremo assistere ad un nuovo tentativo di “salto”, che speriamo sia coronato da pieno successo.
Come abbiamo spiegato in precedenza, il motivo stesso per il quale SpaceX sta assemblando tutti questi prototipi è proprio perché si aspettano di romperne tanti, in un processo iterativo dove migliorie e raffinamenti tecnici saranno apportati sulle Starship via via che la sperimentazione prosegue.
La sonda Voyager continua a fare scoperte anche mentre viaggia nello spazio interstellare. In un nuovo studio, i fisici dell'Università dell'Iowa riportano i risultati delle osservazioni da parte delle sonde Voyager di elettroni dei raggi cosmici associati a eruzioni solari, a più di 23 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Crediti: Nasa/Jpl
La sonda Voyager continua a fare scoperte anche mentre viaggia nello spazio interstellare. In un nuovo studio, i fisici dell’Università dell’Iowa riportano i risultati delle osservazioni da parte delle sonde Voyager di elettroni dei raggi cosmici associati a eruzioni solari, a più di 23 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Crediti: Nasa/Jpl
A più di 40 anni dal lancio, le due sonde Voyager continuano a fare importanti scoperte. In un nuovo studio, pubblicato su Astronomical Journal, un team di fisici guidati dall’Università dello Iowa riporta il primo rilevamento di raffiche di elettroni di raggi cosmici accelerati da onde d’urto originate da grandi eruzioni solari. Il rilevamento, effettuato dagli strumenti a bordo delle due sonde, si è verificato mentre le Voyager stanno continuando il loro viaggio attraverso il mezzo interstellare. Ricordiamo che la sonda Voyager 1 ha varcato l’eliopausa – il confine tra il plasma solare caldo e il plasma interstellare, relativamente freddo – il 25 agosto del 2012, mentre la Voyager 2 ha lasciato l’eliosfera il 5 novembre 2018.
Nel numero di coelum astronomia 217, per l’anniversario dei 40 anni dal lancio delle missioni Voyager uno speciale dedicato a queste due straordinarie sonde. In formato digitale e gratuito, clicca sull’immagine e leggi!
Le raffiche di elettroni di alta energia (circa 5–100 MeV) appena rilevate sono come un’avanguardia, accelerata lungo le linee di forza del campo magnetico nel mezzo interstellare: hanno viaggiato quasi alla velocità della luce, circa 670 volte più veloci delle onde d’urto che inizialmente li hanno spinti via. Alle raffiche di elettroni sono seguite oscillazioni delle onde di plasma, causate da elettroni a energia più bassa che sono giunti fino agli strumenti delle due Voyager giorni dopo. In alcuni casi, fino a un mese dopo, è stata rilevata anche l’onda d’urto stessa.
Le onde d’urto in questione sono state rilasciate da espulsioni di massa coronale: esplosioni di plasma ed energia che si muovono dalla superficie del Sole verso l’esterno, a circa un milione e mezzo di chilometri all’ora. Anche a quelle velocità, ci vuole più di un anno perché raggiungano le due sonde Voyager, che stanno viaggiando rispettivamente a circa 23 miliardi di chilometri (Voyager 1) e 19 miliardi di chilometri (Voyager 2) dalla Terra.
I fisici ritengono che gli elettroni energetici rilevati dalle sonde nel mezzo interstellare siano riflessi da un forte campo magnetico al bordo dell’onda d’urto e successivamente accelerati dal movimento dell’onda d’urto stessa. Gli elettroni riflessi si muovono quindi a spirale lungo le linee del campo magnetico interstellare, guadagnando velocità all’aumentare della distanza tra loro e lo shock.
Il tempo intercorso tra la rilevazione dei raggi cosmici riflessi dall’onda d’urto e l’inizio delle oscillazioni del plasma ha permesso, per la prima volta, di stimare l’energia dei fasci di elettroni responsabili delle oscillazioni del plasma (circa 20–100 eV). Le osservazioni delle due sonde sono state combinate in un modello autoconsistente – chiamato foreshock model – che descrive l’interazione delle onde d’urto di origine solare con il plasma interstellare.
In un articolo del 2014, pubblicato su ApJ Letters, i fisici J. Randy Jokipii e József Kóta avevano descritto teoricamente come gli ioni riflessi dalle onde d’urto potrebbero essere accelerati lungo le linee del campo magnetico interstellare. Questo studio esamina le raffiche di elettroni rilevati dalla sonda Voyager, che si pensa siano accelerati da un processo simile a quello descritto dai due fisici. «L’idea che le onde d’urto accelerino le particelle non è nuova», dice Gurnett. «Ha tutto a che fare con il modo in cui funziona, il meccanismo. E il fatto che l’abbiamo rilevato in un nuovo regno, il mezzo interstellare, che è molto diverso dal vento solare dove sono stati osservati processi simili. Nessuno l’aveva mai visto con un’onda d’urto interstellare, in un mezzo completamente nuovo».
La scoperta potrebbe aiutare i fisici a comprendere meglio le dinamiche alla base delle onde d’urto e della radiazione cosmica che provengono dai brillamenti stellari (la cui luminosità può cambiare velocemente, a causa dell’attività violenta sulla superficie delle stelle) e dalle stelle che esplodono. È importante considerare la fisica di tali fenomeni nel momento in cui si intendono inviare astronauti per escursioni lunari o marziane prolungate, durante le quali potrebbero essere esposti a concentrazioni di raggi cosmici di gran lunga superiori a quelle che sperimentiamo abitualmente sulla Terra.
Sarà una congiunzione piuttosto larga quella che potremo ammirare la mattina presto del 12 dicembre, alle ore 6:00, guardando verso est. Ci colpirà senza alcun dubbio la tridimensionalità della scena che si presenterà ai nostri occhi: una sottile falce di Luna (fase dell’8%), in luce cinerea, alta circa 14° sull’orizzonte che si avvicinerà al brillantissimo pianeta Venere (mag. –3,9). Il senso di tridimensionalità è dato dalla brillantezza nitida e definita dei due oggetti che sembreranno staccarsi dal fondo del cielo. La separazione tra Luna e Venere sarà cospicua, come anticipato, pari a circa 7° 40’. Nonostante questo valore non possa far scalare a questa congiunzione la classifica degli incontri più stretti, sarà di sicuro effetto e molto piacevole da osservare e fotografare a largo campo.
Merita una nota aggiuntiva anche lo scenario che ospiterà questo incontro, ossia il cuore della costellazione della Bilancia, di cui potremo facilmente individuare le due stelle principali, Zubenelgenubi e Zubeneschamali, stelle che, seppur tenui, andranno ad arricchire la scena. Le potremo trovare rispettivamente a destra e a sinistra della Luna, in un sistema di riferimento altazimutale.
In fotografia, il consiglio è quello di utilizzare obiettivi di corta focale, in grado di abbracciare per intero la scena includendo elementi del paesaggio ma attenzione a non esagerare: è sempre bello poter distinguere chiaramente nelle riprese di questo genere i protagonisti! Attenzione anche al tempo di esposizione: forse servirà qualche prova per imprimere correttamente la flebile luce cinerea della Luna, senza però bruciare i bordi del falcetto lunare, e del pianeta Venere.
Per partecipare all’evento compilare il modulo al link presente nella pagina di ogni singolo evento.
Consulta il sito web www.ataonweb.it/wp/eventi per maggiori informazioni. Venerdì 4 dicembre alle ore 21:00 è in programma l’evento virtuale “Stelle in famiglia”. L’evento divulgativo rientra nell’ambito dell’iniziativa “AstroIncontri@Home”, che ha la finalità di offrire a tutti i soci e simpatizzanti dell’ATA un’opportunità di svago e di crescita culturale e di dare continuità all’opera di diffusione della cultura astronomica durante l’emergenza da Covid-19.
Altri Appuntamenti ATA
Gli incontri si terranno presso il Parco Astronomico “Livio Gratton”, Via Lazio, 14 – Rocca di Papa: 11.12, ore 20:15 e 21:30: L’Universo turbolento 18.12, ore 20:15 e 21:30: Serata speciale: la Stella di Natale
Il piano di rientro della capsula (e ripartenza della sonda) di Hayabusa2, previsto per oggi, sabato 5 dicembre. Crediti: Jaxa
In alto a sinistra, una rappresentazione artistica di Hayabusa-2 mentre sorvola la Terra e osserva la capsula che entra in atmosfera. A destra, la stessa scena fotografata realmente nel cielo di Coober Pedy (Sud Australia). In basso a sinistra, un tecnico JAXA esamina la capsula durante le operazioni di recupero.Credits: Jaxa / Royal Australian Air Force
La missione giapponese Hayabusa-2 ha realizzato un altro successo, il più grande dopo il lancio e l’arrivo su Ryugu. A tarda notte (da noi erano ancora le 18:28 del 5 divembre), la capsula ha fatto il suo ingresso nell’atmosfera a 121 km di altezza ed è stata avvolta da una sfera di plasma a 3000 °C, per effetto dell’attrito con l’aria a una velocità di oltre 40mila km/h. Questo attrito ha anche rallentato la capsula a circa un quarto della sua velocità iniziale, una delle più alte con cui un veicolo artificiale è mai rientrato sulla Terra. La decelerazione media è stata 24 volte quella della gravità terrestre (circa 235 m/s2)! Nella figura sottostante, vediamo in bella mostra la protezione termica dorata che le ha permesso di sopportare l’enorme calore e di rallentare.
La capsula CPSL in un modello mostrato durante la conferenza stampa di ieri (a sinistra) con gli schemi che indicano la posizione dei campioni in essa stivati. – Credits: Jaxa – Processing: Marco Di LorenzoUna vista ad “occhio di pesce” con la luna che rischiara il deserto australiano (ma la scia e la Via Lattea si vedono comunque!) – Credits: Jaxa
La “palla infuocata” che attraversava i limpidi cieli australiani è stata immortalata dalle telecamere e dalle macchine fotografiche, come testimoniano le immagini. Quella mostrata in apertura sulla destra è particolarmente suggestiva perché mostra anche la sonda madre (scia più debole e corta) mentre si muove parallelamente alla capsula e attraversa la Via Lattea australe, a metà strada tra la nebulosa oscura “sacco di carbone” e la nebulosa luminosa Eta Carinae. La scia della capsula invece passa poco al di sopra di Alfa Centauri (l’astro più luminoso, nella porzione inferiore dell’immagine). Qui sotto vediamo la stessa scena ripresa con un obiettivo grandangolare, e qui a destra un fish-eye, che abbracciano tutto il percorso della capsula.
Persino dalla ISS gli astronauti sono riusciti a fotografare l’evento, possiamo immaginare l’orgoglio dell’astronauta giapponese Soichi Noguchi, giunto sulla stazione 20 giorni fa a bordo della Crew-Dragon! Qui invece, alcuni fotogrammi della sequenza di ingresso ripresa invece con un teleobiettivo…
Una prima stima grossolana sul luogo di atterraggio è venuta grazie al segnale radio “beacon” inviato dalla capsula. All’alba, quando da noi erano le 19:17, un elicottero si è sollevato dalla base di Woomera e, dopo 90 minuti di ricerche, ha individuato la capsula che era caduta praticamente su un arbusto, rompendo alcuni rami come si vede nella foto sottostante:
Immagine ripresa dall’elicottero (ritratto in alto a destra) che mostra il piccolo paracadute e la capsula (ingrandita in basso a destra) – Credits: Jaxa – Processing: Marco Di LorenzoPhoto Credit: Australian Space Agency – Processing: Marco Di Lorenzo
Qui a destra vediamo invece una parte del team Jaxa giunto sul posto e che sta riportando il prezioso carico verso la base australiana, dove verrà preparato per la spedizione in Giappone. Le operazioni di recupero si sono concluse quando in Italia mancava mezz’ora alla mezzanotte. L’inserto in alto a destra è un ingrandimento della foto di apertura, e si notano le condizioni apparentemente perfette della capsula.
Credits: Jaxa / Australian Space Agency – Processing: Marco Di Lorenzo
Qui a sinistra, vediamo lo stesso tecnico, con un curioso abbigliamento che lo fa somigliare a un artificiere che sta disinnescando una mina. Dopo avere staccato i cavi del paracadute, solleva la capsula che appare solo un po’ impolverata e la porta verso il contenitore ermetico della foto precedente.
Nel frattempo, dopo il rilascio e la manovra correttiva di ieri mattina, Hayabusa-2 era stata immortalata dal telescopio giapponese Nayuta da 2 metri di diametro, mentre si avvicinava a noi insieme alla capsula come si vede sulla sinistra, nella figura sottostante. In fondo all’articolo, riportiamo anche un filmato dei due oggetti ripreso da un altro telescopio giapponese.
Altre immagini del genere sono arrivati anche dall’osservatorio di Tottori city.
Ci sono stati momenti di tensione quando si è perso il contatto radio con la sonda, che nel frattempo era entrata nell’ombra terrestre e quindi non beneficiava dell’energia dai pannelli solari. Per fortuna, i contatti sono stati subito ristabiliti dall’antenna di Goldstone alle 23:15, evento accolto da un applauso liberatorio da parte del team di navigazione in Giappone.
Nell’immagine qui sopra, vediamo anche che adesso la sonda madre si è ormai allontanata a mezza distanza lunare e sta utilizzando i suoi strumenti scientifici per osservare Terra e Luna. Avendo ancora 66 kg di combustibile nei serbatoi, presto riaccenderà i motori a ioni e si dirigerà verso due piccoli asteroidi. Durante il viaggio, nel corso di 6,5 orbite attorno al Sole, effettuerà studi scientifici sulla luce zodiacale (che rivela la distribuzione di polvere nel Sistema Solare interno) e persino su transiti esoplanetari.
Confronto tra le dimensioni di 1998 KY26 e Hayabusa-2. Il modello della forma approssimativa dell’asteroide è stato ricavato dalla curva di luce. – Credits: Auburn University/Jaxa – Processing: Marco Di Lorenzo
Il primo incontro sarà con 2001 CY21, un piccolo NEO con il quale la sonda avrà solo un fugace fly by nel 2026 poi, dopo avere sfruttato anche la gravità terrestre in due “gravity assist” nei due anni successivi, raggiungerà la destinazione finale nel 2031.
Stiamo parlando di 1998 KY26, un oggetto di una trentina di metri di diametro, al quale la sonda si avvicinerà progressivamente, rilasciando anche l’ultimo “target marker” e forse addirittura posandosi su di esso. Sarà la degna conclusione di una missione ambiziosa e di successo, durata ben 27 anni!
Data: 10 dicembre, ore 21:30 (UTC+1) A cura di: Ivan Delvecchio – Associazione Astronomiamo. Ospite: Michele Ginolfi – Fellow all’European Southern Observatory (ESO) a Garching, Monaco, già postdoc all’Osservatorio di Ginevra (Dipartimento di Astronomia, UNIGE) nel gruppo del Prof. Daniel Schaerer. PhD in “Astronomy, Astrophysics and Space Science”, un programma di ricerca di La Sapienza di Roma, Università di Tor Vergata e INAF/OAR sotto la supervisione della Prof.ssa Raffaella Schneider con la tesi “The Baryon Cycle driving Galaxy Evolution”. Parte del PhD è stata svolta al Cavendhish Laboratory di Cambridge, con il Prof. Roberto Maiolino.
Nel suo lavoro, utilizza i più potenti telescopi (principalmente ALMA, VLT/MUSE e HST) unitamente a modelli numerici per esplorare soggetti collegati all’evoluzione delle galassie a diverse ere cosmiche. Recentemente coinvolto nell’ambizioso progetto ALPINE, un programma di ALMA disegnato per studiare le proprietà della polvere e del gas nel mezzo interstellare nelle galassie ad alto redshift.
Illustrazione della sonda di raccolta campioni Chang’e 5. Crediti: CNSA.
Nuovo passo del lungo programma spaziale cinese, che porterà il paese, almeno nelle intenzioni, alla colonizzazione umana della Luna e al successivo viaggio verso Marte. La Cina ci sta ormai abituando a macinare tappe, secondo un programma ben preciso e senza troppi intoppi. Ve ne abbiamo parlato nel numero doppio dell’estate scorsa, in un articolo a cura di Elisabetta Bonora: “Il programma spaziale cinese e la corsa verso Marte”.
In questo caso la Cina è riuscita a far atterrare sul nostro satellite una sonda per la raccolta di suolo lunare da riportare a Terra, a raccogliere e stoccare i campioni e a lanciare il modulo di risalita per l’incontro con il modulo di rientro che lo porterà a Terra. Il tutto sta accadendo proprio in questo momento.
Il lancio della missione Cheng’e 5. Crediti: CNSA
I tre principali obiettivi ingegneristici della missione infatti sono: in primo luogo, testare tecnologie chiave per il lancio in multiorbita a finestra stretta, il campionamento e lo stoccaggio automatici di materiale dalla superficie lunare, il decollo dalla superficie lunare e il rendez vous in orbita con il modulo per il rientro a Terra, migliorando così il livello della tecnologia aerospaziale cinese. Il secondo obiettivo è realizzare il primo campionamento automatico per la Cina e il rientro di materiale extra terrestre per portare avanti importanti conoscenze scientifiche, e infine, come terzo obiettivo quello di acquisire esperienza tecnologica e materiali per il futuro atterraggio sulla Luna con equipaggio umano e per l’esplorazione dello spazio profondo.
La sonda, è partita alle 4:30 del 24 novembre scorso (le 20:30 del 23 novembre ora italiana), dal sito di lancio Wenchang in Cina, a bordo del razzo vettore Yaowu Long March 5, il lanciatore della serie ormai rodata che porta con successo in orbita le attuali missioni del paese del Sol Levante.
Le immagini del suolo lunare durante l’atterraggio.
Alle 23:11 del 1° dicembre (15:11 ora italiana), la sonda è atterrata con successo, a 51,8° di longitudine ovest e 43,1° di latitudine nord, nel sito previsto per l’atterraggio, nei pressi del Mons Rümker. L’agenzia spaziale ha prontamente rilasciato le immagini del suolo lunare riprese dalla sonda durante l’atterraggio, attraverso il social cinese Weibo (analoghi di facebook e youtube, e per fortuna google translate accorre in aiuto), dove l’agenzia spaziale ha un profilo in cui condivide, non senza qualche inghippo ed esitazione in realtà, tutti i passaggi del programma spaziale cinese.
Si tratta comunque di un grande passo avanti per l’agenzia spaziale cinese, che non molto tempo fa passava le informazioni molto in sordina, solo ad evento compiuto e sempre con il contagocce, mentre ora la trasparenza e la spettacolarizzazione delle missioni si sta avvicinando a quella delle missioni occidentali.
Qui si vede l’ombra di una delle gambe del lander, poco prima del morbido touch down.
Anche in questo caso, per la terza volta nel programma spaziale Chang’e, la sonda ha effettuato un atterraggio morbido e controllato andato perfettamente a buon fine. Ha dispiegato i pannelli solari e l’antenna direzionale, e ha iniziato il suo lavoro di raccolta dei campioni.
Dopo sole 19 ore di lavoro la raccolta si è conclusa ed è stato effettuato con successo lo stoccaggio del materiale e il distacco per la risalita in orbita del modulo contenente i 2 chili di campioni previsti, avvenuto alle 15:10 (ora italiana) di oggi 3 dicembre.
La missione è infatti composta da un modulo di servizio e uno di rientro, rimasti in orbita in attesa del modulo di risalita, e dal lander che ha effettuato le operazioni di raccolta, ma che rimarrà abbandonato sulla superficie lunare (non essendo attrezzato per sopravvivere alla fredda notte lunare).
Un fermo immagine del video in cui si vede il braccio del lander raccogliere campioni, e le tracce lasciate sulla superficie.
Ora non resta che attendere l’annuncio di riuscito rendez vous, previsto per le 19:14 (ora italiana) di sabato 5 dicembre, quando il modulo di risalita si aggancerà e trasferirà i campioni al modulo di rientro per il ritorno a Terra.
Più o meno in contemporanea avverrà anche il rientro della capsula di Hayabusa2, della giapponese JAXA, con i campioni raccolti dall’asteroide Ryugu… se tutto andrà bene, una giornata sicuramente da ricordare per la storia delle missioni spaziali dei paesi orientali.
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21 dicembre 2020
La Grande Congiunzione Giove-Saturno
In collaborazione con il Teatro Nuovo e l’Università di Verona (Dip. Culture e civiltà). 16 trasmissioni on line dal 13 novembre 2020 fino al 15 giugno 2021
Il programma prevede 16 brevi puntate, una ogni 15 giorni, trasmesse on line sui canali social del Museo (Instagram @palazzomaffeiverona, Facebook @palazzomaffei, sito palazzomaffeiverona.com tutti linkabili), in cui i racconti degli studenti di Beni Culturali e della laurea Magistrale in Arte metteranno in luce, per singole opere della collezione, connessioni, rimandi, contesti e personaggi che mostrano il dialogo, spesso sottovalutato, tra il sapere scientifico e la creazione artistica.
The instrument platform of the 305m telescope at Arecibo Observatory in Puerto Rico fell overnight. No injuries were reported. NSF is working with stakeholders to assess the situation. Our top priority is maintaining safety. NSF will release more details when they are confirmed. pic.twitter.com/Xjbb9hPUgD
Ha sopportato uragani, tempeste tropicali e terremoti da quando è stato costruito 57 anni fa, ma ora è arrivato al capolinea. Il radiotelescopio di Arecibo, in Puerto Rico, per 53 anni il più grande radiotelescopio single-dish del mondo con la sua apertura di 305 metri e sorpassato nel 2016 dal radiotelescopio cinese Fast (diametro di 500 metri), è crollato ieri 1 dicembre alle ore 12:55 (ora italiana) come conseguenza di alcuni danni ingenti subiti quest’anno, che avevano già resa inevitabile la decisione amara della sua smantellamento, per motivi di sicurezza.
Crediti: Ucf
Prima la rottura a metà agosto di uno dei cavi ausiliari che sostengono il sub-riflettore sospeso a 150 metri di altezza sopra il disco, seguita a novembre dal cedimento di uno dei cavi principali in avanzato stato d’usura, secondo perizie recenti, e la cui sostituzione era già stata programmata per fine anno. Troppo tardi. La sicurezza della struttura nelle ultime settimane era ormai compromessa, a tal punto da non permetterne la riparazione, secondo la National Science Foundation (Nsf) che gestisce e finanzia in gran parte l’osservatorio. Da qui la decisione di smantellare in modo “controllato” il radiotelescopio, seguendo cioè un piano di demolizione sicuro al fine di evitare ulteriori crolli.
Infine, ieri il colpo al cuore. I cavi restanti non hanno retto le 900 tonnellate di peso del sub-riflettore che è precipitato sulla parabola sottostante, fortunatamente senza causare feriti.
Le ispezioni preliminari non hanno evidenziato danni agli edifici 1, 2, al lidar, al laboratorio ottico, alla mensa e agli edifici preposti per la manutenzione. Un team di ingegneri è sul posto per fare le prime valutazioni strutturali e ambientali.
Il radiotelescopio, inizialmente progettato per scopi militari, lascia un’enorme eredità scientifica.
Ha osservato oggetti astronomici dietro l’angolo di casa, quali gli asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra, fino ai fast radio bursts a miliardi di anni luce di distanza. Passando per pianeti, nebulose, pulsar, e aprendo anche la strada alle scoperte degli esopianeti nel 1992.
A pochi mesi dall’inaugurazione, avvenuta il 1 novembre del 1963, il radiotelescopio di Arecibo permise di misurare con osservazioni radar il periodo di rotazione di Mercurio, all’epoca non ancora noto. Fu la prima di una lunga serie di scoperte, tra cui quella nel 1974 del primo sistema binario ad “altissima gravità” composto da una stella pulsar e una di stella neutroni, insignita del premio Nobel per la fisica nel 1993 per “aver inaugurato nuove possibilità nello studio della gravitazione”.
Non può non essere ricordata la partecipazione dell’antenna al progetto Seti per la ricerca di vita intelligente extraterrestre, e in particolare il famoso messaggio di Arecibo, quel segnale radio in codice binario, breve e più potente di qualsiasi trasmissione radiofonica, inviato dal radiotelescopio verso l’ammasso globulare Messier 13, il 16 novembre 1974, a 22mila anni luce di distanza. Un modo per dimostrare la potenza tecnologica dello strumento, più che un vero e proprio tentativo di instaurare una comunicazione con ipotetici extraterrestri.
Dimensioni ciclopiche, un premio Nobel, numerose scoperte, il messaggio di Arecibo, il progetto Seti. Tutti elementi che hanno fatto sì che il radiotelescopio diventasse un’icona della cultura di massa ed entrasse nel cuore delle persone, non solo in quello degli scienziati. L’antenna portoricana è si è guadagnata il posto in vari libri, videogiochi (per esempio Battlefield 4) e vari film di successo, tra cui il diciassettesimo capitolo della saga su 007, Golden Eye, un episodio di X-files e il film Contact di Robert Zemeckis, con protagonista Jodie Foster, ispirato al romanzo omonimo dell’astronomo statunitense Carl Sagan.
Nel 2016, il governo statunitense aveva annunciato l’intenzione di chiudere l’osservatorio di Arecibo per mancanza di fondi (l’osservatorio costa 12 milioni di dollari all’anno, ed è finanziato principalmente dalla Nsf e in misura minore dalla Nasa), decisione poi scongiurata grazie a nuovi finanziamenti e che aveva amareggiato scienziati e pubblico, tanto da promuovere una petizione online aperta a tutti per salvare l’osservatorio.
Il suo smantellamento lascerà un vuoto incolmabile, reale ed emotivo, ma la ricerca va avanti con lo spirito audace che la contraddistingue.
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21 dicembre 2020
La Grande Congiunzione Giove-Saturno
Corsi online
Si potranno seguire comodamente da casa e, se si perde la diretta le lezioni saranno online a disposizione dei corsisti. Iscrizioni e riduzioni sul sito.
– Astronomia Pratica
– Astronomia Generale
– Fotografia Astronomica
– Astrofisica e Cosmologia
– Astronomia Fondamentale
– Archeoastronomia
– Consulenza per corsisti e appassionati
È questo il momento di tentare le lunghe pose centrate sul Polo Celeste per registrare la rotazione apparente della volta stellata: nelle notti prossime al solstizio si potranno infatti raggiungere le 12 ore di esposizione. Quando “l’Occhio del Toro” Aldebaran, l’ammasso delle Iadi, raggiungerà il meridiano, a ponente staranno già scendendo lentamente le costellazioni dell’Acquario, del Pegaso, del Cigno, con la brillante Deneb, e i Pesci, con l’ancora brillantissimo Marte, che qualche mese fa dominavano lo zenit, ora occupato dal Perseo e dall’Auriga, in cui dimora la fulgida Capella. Più in basso rispetto al Toro riconosceremo il dolce fluire delle acque stellari dell’Eridano. Verso est, circondato da altri “animali” e personaggi mitologici, salirà invece un aggressivo Leone. Più tardi, nel corso della notte, sorgerà anche il Boote, con la brillante Arturo, mentre staranno già scendendo verso l’orizzonte occidentale la Balena, i Pesci e Andromeda.
Ormai vi uscirà dalle orecchie e dagli occhi… ma siamo finalmente arrivati al mese del grande appuntamento tra Giove e Saturno che raggiungeranno il loro massimo avvicinamento di soli 6′ il 21 di questo mese, proprio nel giorno del Solstizio d’Inverno. Su questo non aggiungiamo altro, avete un intero numero (o quasi) di Coelum Astronomia per capire l’importanza, i meccanismi, la storia e come osservare e riprendere il fenomeno!
Marte continua ad essere sempre ben osservabile, con la sua luce arancione, ma anticipa sempre più il suo tramnonto, e potremo osservarlo nella prima parte della notte. Venere segue il destino di Marte, ma avvicinando sempre più il suo sorgere all’alba del nostro Sole. con Mercurio nei dintorni che si allontana dall’ottima visibilità del mese scorso.
I giganti ghiacciati, anche se sfuggono alla visione ad occhio nudo, saranno però ben visibili per chi li cercherà con uno strumento. Informazioni, cartine e dettagli a riguardo li trovate, assieme alle notizie su asteroidi, comete e ISS, nelle pagine del Cielo di Novembre su Coelum Astornomia 250:
La Luna
Come ogni mese Francesco Badalotti ci guida attraversole formazioni più interessanti da osservare in ogni fasedel nostro satellite, ci indicatutte le librazionicon quelle zone del bordo tra lato visibile e lato nascosto della Luna che via via si rendono accessibili da Terra grazie al “dondolio” apparente della Luna nella sua orbita attorno alla Terra.
Prosegue poi il viaggio tra le principali formazioni della nostra Lunadal settore sudest verso nord(parte 8 ), questo mese consigliato nei giorni 5 e 6 dicembre e in particolare la sera del 22 dicembre.
Per quanto riguarda inveceluce cinerea e le sottili falcil’appuntamento è nella seconda parte della notte e prima dell’alba il 12 e 13 dicembre e, dopo il Novilunio, le sere del 16 novembre, nei pressi di Giove e Saturno.
Quello delle Geminidi è uno tra i più attivi sciami meteorici dopo quello delle Perseidi, che lo battono solo grazie alle notti miti che agevolano l’osservazione, e si manifesta in genere nel periodo che va dal 7 al 17 dicembre. Il radiante è situato circa 2° a nordovest di Castore, la stella alfa della costellazione dei Gemelli.
L’attività di quest’anno prevede il picco massimo verso le ore 01:00 TU (le nostre ore 2:00) del 14 dicembre, in condizioni osservative eccellenti, considerando che nello stesso giorno la Luna raggiungerà la fase di Nuova, eliminando il rischio del disturbo lunare.
Per la ripresa e l’osservazione dello sciame, valgono tutti i consigli dati nel caso dellePerseidi, a parte circostanze, cartina e dettagli, ovviamente, che potete trovare all’interno della rivista.
Hai compiuto un’osservazione? Condividi le tue impressioni, mandaci i tuoi report osservativi o un breve commento sui fenomeni osservati: puoi scriverci a segreteria@coelum.com. E se hai scattato qualche fotografia agli eventi segnalati, carica le tue foto inPhotoCoelum!
La regione attiva Ar 2786 fotografata da Mauro Messerotti da Trieste. Crediti: Mauro Messerotti/Inaf
La regione attiva Ar 2786 fotografata da Mauro Messerotti da Trieste. Crediti: Mauro Messerotti/Inaf
Grande macchia solare in arrivo per il Giorno del ringraziamento, che quest’anno cade domani, giovedì 26 novembre. L’alert è arrivato mercoledì scorso – dunque con una settimana d’anticipo – dagli scienziati del National Solar Observatory (Nso) statunitense. Diciamolo subito, a scanso d’equivoci: non c’è nessun particolare allarme in vista. Di macchie solari, ora che il Sole si sta risvegliando, ne torneremo a vedere spesso e numerose, nei prossimi anni. Il motivo per cui se ne parla, in questo caso, è dovuto al metodo impiegato dal team dell’Nso per prevederne l’arrivo: l’eliosismologia.
Per approfondire, Coelum Astronomia di novembre 2020 era dedicato al Sole e ai suoi cicli solari. Clicca e leggi.
Così come l’analisi delle onde sismiche che attraversano il nostro pianeta permette di scoprire qualcosa del suo interno, un cambiamento nelle misurazioni delle onde sonore del Sole – perturbate dagli intensi campi magnetici delle regioni attive – indica che potrebbero essere presenti macchie solari ancora non visibili sul lato della nostra stella rivolto verso la Terra. E ciò che è accaduto nel caso della regione attiva Ar 2786: in pratica si sono “sentiti”, nelle onde sonore che si propagano dall’interno del Sole, cambiamenti forieri dell’imminente comparsa di nuove macchie solari – macchie che ora possiamo vedere dalla Terra nei pressi del lembo solare orientale.
«Abbiamo misurato una variazione nei segnali acustici sul lato del Sole più lontano da noi», spiega Alexei Pevtsov dell’Integrated Synoptic Program dell’Nso, il programma che si occupa delle previsioni. «È una tecnica che ci permette di capire cosa sta succedendo sul lato del Sole che non è rivolto verso la Terra alcuni giorni prima che il fenomeno diventi a noi visibile. Sapere con fino a cinque giorni di anticipo che ci sono macchie solari attive è estremamente prezioso per una società come la nostra, ad alto contenuto tecnologico».
Andamento dell’attività solare nelle ultime tre settimane. Su fondo giallo la firma sismica dell’attività nell’emisfero solare a noi più distante. Cliccare sullLa rete Gong impiega le onde sonore per misurare i cambiamenti all’interno del Sole, indicativi della presenza di macchie solari sul lato rivolto lontano dalla Terra. Lo schema mostrale onde acustiche interne del Sole senza macchie solari (pannello superiore) e con macchie solari (pannello inferiore). Il campo magnetico della macchia solare perturba le onde acustiche, cambiandone la forma. La misurazione di questo cambiamento consente agli scienziati di prevedere l’arrivo di macchie solari presenti sulla faccia a noi lontana del Sole. Crediti: Nso / Aura / Nsf
Proprio per anticipare l’arrivo di tempeste solari – potenzialmente dannose per le telecomunicazioni, i sistemi Gps e le reti di distribuzione dell’energia elettrica – l’Nso tiene d’occhio il Sole 24 ore su 24, 7 giorni su 7, attraverso il sistema Gong (Global Oscillation Network Group): una rete di sei stazioni di monitoraggio, posizionate in tutto il mondo, che tengono interrottamente monitorato il campo magnetico e altre caratteristiche della nostra stella. Sono comunque osservazioni che si compiono non solo da terra ma anche dallo spazio, con il Solar Dynamics Observatorydella Nasa.
«Le osservazioni del Sole dalla Terra sono limitate all’emisfero visibile, ovvero quello rivolto verso di noi. Emisfero che cambia continuamente: il Sole ruota intorno al proprio asse in circa 25 giorni all’equatore e 32 giorni ai poli, perciò vediamo una macchia solare comparire al bordo est, attraversare il disco solare e scomparire al bordo ovest dopo circa 14 giorni a latitudini intermedie. Possiamo però ricavare indirettamente la posizione della macchia, purché sia estesa e quindi con forte campo magnetico, anche quando la rotazione la porta nella parte del Sole non visibile dalla Terra», spiega a Media InafMauro Messerotti, senior advisor dell’Inaf per lo space weather.
«Potremo pertanto capire se la macchia esiste ancora e se dobbiamo aspettarci che compaia nuovamente al bordo est trascorsi altri 14 giorni. Oppure possiamo capire se si sia formata qualche grande macchia proprio nella parte che non vediamo e che la rotazione farà comparire al bordo est. Ciò si può fare grazie, appunto, all’eliosismologia, che sonda la parte a noi nascosta del Sole studiando le onde acustiche (oscillazioni) che si propagano nel plasma solare, rilevate sulla parte visibile con tecniche spettroscopiche e la cui velocità dipende dalla densità del plasma e dall’intensità dei campi magnetici lungo il percorso di propagazione. Così è stata identificata la regione attiva Ar 2786 diversi giorni prima che comparisse al bordo est. L’enorme macchia solare che la caratterizza è ora ben visibile».
C’è una notte dell’anno così speciale che tutto è possibile. Può accadere che un’intelligenza artificiale duetti con un noto musicista, che si possano creare vestiti all’ultima moda con buccia di arancia o pomodoro, che degli insetti giochino a tombola e, persino, che tutto questo possa “accadere virtualmente” nelle nostre case. È la Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza, che resiste, anzi, resilie alle difficoltà e alle sfide che quest’anno ha portato con sé, e torna venerdì 27 novembre con una nuova edizione, tutta da seguire online.
Indice dei contenuti
IL TEMA
La scelta del tema non è mai stata tanto azzeccata, sebbene formulata in tempi non sospetti: EnHance Resilience Through Humanity, promuovere resilienza attraverso le donne e gli uomini. E il lato positivo di questo 2020 è sicuramente quello di averci insegnato ad essere resilienti: non opporre resistenza alle avversità, ma adattarsi e sfruttare le situazioni a proprio favore.
Il progetto EARTH, associato alla Notte Europea dei Ricercatori promossa dalla Commissione Europea nell’ambito delle azioni Marie Curie, porta la scienza “a domicilio” con un fitto programma di eventi online pensati per adulti, piccini e scuole.
Si inizia di mattina, con gli eventi per le scuole: Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro presenta Cervelli Fumanti, un webinar interattivo che fornisce agli studenti informazioni sul fumo e limitare la possibilità che possa prendere il controllo su di loro. Per le scuole ma in replica anche nel pomeriggio, è “SuperEvolotto”: la tombola in cui si estraggono variabili ambientali a cura dei divulgatori scientifici di Associazione G.Eco. Tessuti al caffè e cosmetici di buccia di pomodoro: scopriamo la bioeconomia e i prodotti bio-based con Biovoices ed FVA – new media research. Se sei un’”ecoschiappa”, puoi diventare eco-eroe insieme all’Associazione Scienza Divertente. Fondazione Umberto Veronesi porta la prevenzione a scuola con il laboratorio digitale Io vivo Sano Alimentazione e Movimentoper promuovere sane abitudini a partire dalla tavola.
Come si comunica una emergenza sanitaria? Che cos’è il centro di fase 1 di un farmaco? Sono tanti gli interrogativi che, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria, ci poniamo per capire come vengono gestite le questioni riguardanti la nostra salute. Scopriamo tutte le risposte con i ricercatori di Regina Elena – San Gallicano – IFO. L’Associazione Bioscienza Responsabile presenta “Il grande Gioco dell’Immunità” un webinar interattivo in cui i partecipanti dovranno abbinare ad ogni patogeno, uno specifico anticorpo e la rispettiva malattia da esso causata. Se i visitatori non possono andare ai laboratori di Ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, l’Università Campus Bio-Medico di Roma va dai visitatori virtualmente contanti eventi legati tra loro dal fil rouge della resilienza.
Fitto anche il programma di Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che porta i laboratori e i professionisti protagonisti della ricerca a casa delle famiglie.
COVID19
Non poteva mancare un focus dedicato al virus che sta investendo il nostro intero Pianeta, grande convitato di pietra di questo 2020. L’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” propone due approfondimenti: COVID-19: keep calm and carry on curato dal Dipartimento di Biologia e “Turismo e nuovi scenari post Covid 19 tra responsabilità e prossimità” organizzato dal dal Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società. INMI – Spallanzani ci spiega come si crea un vaccino. Dall’isolamento estremo nelle missioni spaziali alle “solitudini” umane, come l’isolamento da malattia o da smart working che il Covid-19 sta facendo vivere a migliaia di persone ovunque. Esiste un gene della resilienza che possa farci reagire positivamente? Scopriamolo insieme a Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini e Istituto Superiore di Sanità.
Astrocose
L’Agenzia Spaziale Europea – ESA apre le porte per una visita virtuale dello Phi Experience, il Centro multimediale dell’Osservazione della Terra di Frascati e, insieme a Tommaso Parrinello, Mission Manager di CryoSat e Aeolus si parlerà di cambiamenti climatici visti dallo Spazio. E poi ancora sostenibilità, lezioni scientifiche, spettacoli astronomici e artistici: andiamo alla scoperta dei Percorsi di Luce, del Club per l’Unesco di Latina.
Scienza e letteratura
La curiosità è l’elemento che accomuna scienza e letteratura. Spesso queste due discipline s’intrecciano per creare opere grandiose, come quelle di Gianni Rodari raccontate da Multiversi – divulgazione scientifica e quelle di Isaac Asimovricordate attraverso diversi giochi di ruolo dalla Biblioteca Comunale per Ragazzi Casa di Pia.
I ricercatori e gli esperti dell’Istituto Centrale per il Restauro raccontano storie di resilienza scovandola dove forse non avremmo mai immaginato: nel cuoio (I e II parte) e nei materiali dei dipinti murali. Dalla Sardegna Sotacarbo presenta tutte le sue soluzioni sostenibili per una “Generazione Consapevole”, mentre i ricercatori dell’Università degli Studi di Sassari ci accompagneranno fino all’orario dell’aperitivo con “La Scienza è di tutti”.
COME PARTECIPARE Tanti e per tanti interessi gli eventi della Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici di Frascati Scienza. La partecipazione è esclusivamente online e gratuita ma molti eventi necessitano di prenotazione, per conoscere le modalità di accesso, consultare le indicazioni di ogni singolo evento suwww.frascatiscienza.it.
I PARTNER Tanti sono i partner, nuovi e storici, che contribuiscono con attività e supporto al progetto EARTH: ESA – Agenzia Spaziale Europea, Associazione Bioscienza Responsabile, AGET Italia, AIGU – Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO, Associazione G.Eco, AICO – Associazione Infermieri di area chirurgica e di Camera Operatoria, Alumni – ALACLAM Associazione Laureati Ateneo Cassino e Lazio Meridionale, Associazione Parimpari, Associazione Scienza Divertente Roma, Associazione Speak Science, Banca d’Italia, Biblioteca Comunale per ragazzi Casa Di Pia, BIOVOICES, Club per l’UNESCO di Latina, Consorzio Nettuno – Digital Education Industry 4.0, CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, Explora Il Museo dei Bambini di Roma, Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, Fondazione EBRI Rita Levi – Montalcini, Fondazione Umberto Veronesi, FVA New Media Research, Gruppo Astrofili Monti Lepini, IFO – Istituti fisioterapici Ospitalieri – Istituto Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano, IIT – Istituto Italiano di Tecnologia, IRCCS – INMI Lazzaro Spallanzani, Istituto Centrale per il Restauro, ISS – Istituto Superiore di Sanità, Ludis, Mindsharing.tech, Multiversi Divulgazione Scientifica, Museo della Terra Pontina, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Osservatorio Astronomico di Campo Catino – Guarcino, Raffa Fa Cose, Rhea Group, Sapienza Università di Roma – Green Sapiens, Sotacarbo, Tecnoscienza, Unitelma Sapienza, Università Campus Bio-Medico di Roma, Università di Roma LUMSA, Umbria Green Festival, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Dipartimento di Biologia, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” centro PA.TER laboratorio Geo-Cartografico, Università degli studi di Roma “Tor Vergata” – Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società, Università degli Studi di Sassari, Università degli Studi Roma Tre. Tanti anche i media partner: Greenme, Rai Radio3, Teleambiente, Giornalisti Nell’Erba, MetaMagazine, Radio Scienza, RomaTre Radio, Coelum Astronomia.
21 dicembre 2020
La Grande Congiunzione Giove-Saturno
Iscriviti alla UAI
Una grande opportunità per tutti gli appassionati di astronomia
L’Unione Astrofili Italiani (UAI), l’associazione nazionale che riunisce gli appassionati di astronomia in Italia, lancia la nuova campagna iscrizioni e riserva a tutti gli iscritti tanti vantaggi – in primis opportunità di crescita culturale – e agevolazioni economiche per l’acquisto di beni e servizi di grande interesse per gli astrofili.
Tutte le informazioni su: https://www.uai.it/sito/associazione/iscriviti-e-sostienici/
Corso Asteroidi – 28-29 novembre
Organizzato dal Programma Nazionale Asteroidi UAI, un incontro di approfondimento dei programmi e delle tecniche di studio degli Asteroidi, presso l’Osservatorio Astronomico Beppe Forti, Montelupo Fiorentino (FI) www.uai.it/sito/ricerca-e-studi/
La sera del 25 novembre, alle ore 20:50, volgendo il nostro sguardo verso sud, potremo ammirare una bella congiunzione tra la Luna (fase dell’82%) e il brillante pianeta Marte (mag. –1,3).
La separazione tra i due astri, all’orario indicato, sarà pari a 4° 40’, con Marte che si posizionerà esattamente a nord della Luna.
Il chiarore lunare tenderà a inghiottire il Pianeta Rosso che però riuscirà a saòvarsi, mantenendosi comunque ben evidente, solo grazie alle condizioni eccezionali con cui si mostra ancora in novembre, dopo l’opposizione dello scorso 14 ottobre.
I due soggetti, ospitati tra le stelle della costellazione dei Pesci, saranno molto alti sull’orizzonte: 38° la Luna e circa 43° Marte. Per realizzare fotografie che includano elementi del paesaggio sarà pertanto necessario attendere qualche ora, quando Marte e la Luna saranno prossimi al tramonto, che avverrà alcuni minuti dopo le 3 del 26 novembre. Ovviamente, senza dover fare le “ore piccole”, anche alla mezzanotte del 25 novembre i due soggetti saranno disposti in posizione più fotogenica.
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