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Partita la seconda sonda lunare cinese

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Il lancio di Chang'e 2
Il lancio di Chang'e 2 [Xinhua].

Il lancio di Chang'e 2
Il lancio di Chang'e 2 (Xinhua)

Nata come backup della prima sonda, Chang’e 2 ha visto un aggiornamento della strumentazione di bordo che ne ha permesso il riutilizzo al posto della costruzione di una nuova. Il decollo è avvenuto alle 1059:57 UTC dalla base spaziale di Xichang, in provincia di Sichuan, nella Cina sud-occidentale.

Trasmesso in diretta dalla rete statale CCTV, il lancio è anche stato seguito da un folto pubblico direttamente nella base spaziale, nonostante la zona sia normalmente considerata off-limits per i civili. Erano anche stati venduti i biglietti per assistere al lancio in posizioni favorevoli, anche se la coltre nuvolosa ha in parte diminuito la spettacolarità dell’avvenimento. Probabilmente questa apertura è stata accettata di buon grado grazie alla concomitanza con il 61esimo anniversario dell’instaurazione del regime comunista.

Il vettore Lunga Marcia 3C è partito dalla rampa numero 2 e dopo aver virato verso sudest, in pochi minuti ha portato nello Spazio su una traiettoria di trasferimento trans-lunare, il suo prezioso carico del peso di due tonnellate e mezza. Il guadagno in potenza per questa sonda rispetto alla precedente è evidente confrontando i tempi di percorrenza del tratto Terra-Luna: 5 giorni rispetto ai 12 di tre anni fa.

La missione prevede una durata di almeno sei mesi, ma la grande quantità di propellenti imbarcati a bordo fa pensare ad un uso molto più lungo. La quota minima a cui si spingerà questa sonda è degna di nota: soli 15 chilometri. La definizione delle immagini riprese sarà oltre 10 volte migliore di Chang’e 1, raggiungendo i 10 metri. Uno dei compiti di Chang’e 2 sarà la ricerca di siti adatti all’atterraggio della prossima Chang’e 3 che dovrebbe essere lanciata nel 2013.

Al termine della missione primaria, Chang’e 2 avrà tre possibilità: restare in orbita lunare per proseguire la rilevazione di dati scientifici, usare il propellente per allontanarsi dal sistema Terra-Luna o tornare in orbita terrestre.

La rotazione di Vesta

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vesta
Vesta
vesta
Vesta

Le immagini dei singoli frame sono state riprese ad intervalli di circa 20 minuti (Vesta compie una rotazione completa in circa 5 ore e mezza).

Clicca qui per aprire il filmato.

Un’imponente protuberanza solare

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sole
Sole
sole
Sole

Periodicamente, il Sole può dar luogo a dei fenomeni chiamati “protuberanze”. Si tratta di zone della cromosfera che si protendono oltre il bordo solare. Si tratta di getti di materiale solare, in genere associati ad altri fenomeni quali brillamenti o filamenti solari.

Qui a sinistra, un montaggio che mostra le dimensioni di un protuberanza solare in proporzione alla Terra. Nell’immagine la Terra è artificialmente avvicinata al Sole.

Normalmente una protuberanza ha dimensioni pari a circa 100.000 km di lunghezza e può sollevarsi dalla superficie del Sole per circa 50.000 km.

Ma in condizioni di massimo del ciclo solare le protuberanza possono sollevarsi fino ad altezze molto superiori dalla superficie del Sole, addirittura pari ad un raggio solare, cioè 700.000 km.

Vi presentiamo qui un breve filmato realizzato su immagini riprese dalla sonda solare SOHO che mostra (molto velocizzata!) la nascita, l’evoluzione e la fine di una grossa protuberanza.

Clicca qui per scaricare il filmato

ATTENZIONE! NON TENTATE DI OSSERVARE IL SOLE SENZA UN’ADEGUATA PROTEZIONE PER GLI OCCHI! POTRESTE PROCURARVI DANNI PERMANENTI ALLA VISTA!

Per osservare il Sole senza rischiare di recarvi danno, potete usare un comune filtro da saldatore o una sottile pellicola di Mylar, un materiale appositamente studiato per l’osservazione solare, oltre ovviamente ai normali filtri in vetro per astronomia. Anche uno spezzone di pellicola fotografica in bianco e nero “bruciata”, cioè completamente esposta, può andar bene allo scopo.

Non sono raccomandabili invece i vetri affumicati, come spesso ci insegnano a fare a scuola, perché non filtrano le radiazioni infrarosse del Sole, le più dannose.

Giove a 360°

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giove
Giove
giove
Giove

L’anno scorso, come qualcuno forse ricorderà, nel sito di “Coelum” era stato pubblicato un filmato che mostrava circa due ore della rotazione di Giove, per ottenere il quale avevo effettuato un film da 60 secondi ogni 10 minuti, applicando al newton da 25 cm una Philips Vesta pilotata da un computer portatile.

L’effetto ottenuto, malgrado la rotazione mostrata non fosse che 1/5 di quella totale, era comunque particolarmente suggestivo, mostrando alcune formazioni dell’atmosfera di Giove in movimento e il parziale transito del satellite Ganimede.
Inevitabile e conseguente a questo primo lavoro, è stato il desiderio di realizzare l’intero giro del pianeta, di 9 ore e 55 minuti, stimolato anche dal fatto che niente di simile sembrava mai essere stato prodotto, se non alcuni filmati un po’ “scattosi” in bianco e nero, mai completi in tutti i 360°.

Ho scartato ben presto l’ipotesi di riprendere Giove nell’arco di una sola notte: avrei dovuto iniziare subito dopo la sua levata e smesso poco prima del suo tramonto, con evidenti limiti sulla qualità delle immagini dovuti alla turbolenza dell’atmosfera a quelle altezze sull’orizzonte.
Ho così pensato di suddividere le riprese in due sessioni da 5 ore in due serate consecutive, in modo da sfruttare sempre l’altezza del pianeta nei pressi del meridiano.
Servivano solamente due serate consecutive di cielo assolutamente limpido dalle 21:00 alle 2:00 circa, possibilmente caratterizzate da buon seeing, per avere una migliore qualità dei fotogrammi.
Il mio nuovo computer, con 20 Gb di Hd e processore da 1600 MHz, mi consente tramite il software K3CCDTools di registrare filmati direttamente in compressione DivX, con eccezionale risparmio di spazio occupato sul disco e una lievissima perdita di informazione, così decido di mantenere l’intervallo tra le riprese a 10 minuti, per un totale di circa 60 filmati, 30 per sera: ciascun film, ripreso a 15 fps (frame al secondo), avrebbe avuto 900 frame da selezionare ed elaborare.
Il periodo migliore per il tentativo sarebbe stato ovviamente quello intorno all’opposizione, quando il pianeta, ben illuminato, è visibile per tutta la notte, e la costante attenzione rivolta alle previsioni meteorologiche mi ha permesso di individuare la possibilità che le circostanze giuste si verificassero “miracolosamente” tutte insieme: la sera del 16 marzo, un’area piuttosto vasta di alta pressione stava investendo l’Italia…
Dovevo approfittarne! Forse era giunto il momento buono!
La sera stessa del 16 marzo alle 20:35 locali scendo (forse è più giusto dire “mi precipito”) sul piazzale avanti al palazzo dove abito alla periferia di Macerata, preparo tutto e inizio a registrare il primo filmato alle 20:50. Lo strumento è fortunatamente già collimato e acclimatato, grazie al posto che ha in garage. Il seeing è molto buono, stimo 6-7/10.
Il lavoro, una volta impostato, sembrerebbe semplice, un click ogni 10 minuti per iniziare i filmati, ma la messa a fuoco va continuamente verificata, il pianeta tenuto sempre al centro del sensore (perderlo di vista potrebbe esser un errore fatale), insomma la tensione è quasi sempre ad alti livelli e la fatica si fa sentire. In compenso mi godo il sorgere ed il completo transito della Grande Macchia Rossa, uno spettacolo indescrivibile.

Il momento più delicato è stato sicuramente quello successivo al passaggio al meridiano, dove ho dovuto girare la posizione del tubo dalla parte opposta della montatura affinché non andasse ad urtare la montatura stessa. In dieci minuti ho dovuto staccare la webcam, girare il tubo, riattaccare la webcam, ripuntare il pianeta, orientarlo nel giusto modo e rimettere a fuoco… il tutto fortunatamente riuscito senza inconvenienti.
Decido di anticipare un po’ la fine delle riprese, accettando però una sessione con inizio anticipato la sera successiva. Così la sera del 17 marzo riscendo in campo alle 20:30. Devo ricominciare la sequenza di film proprio nel momento in cui Giove ha effettuato 2 giri completi dall’ora in cui ho interrotto, ovvero dopo 19 ore e 50 minuti. So che le veloci nubi di Giove potrebbero aver variato la loro forma, ma devo accettare il piccolo “difetto”, che anzi può esser definito l’elemento chiave della riuscita del lavoro.
Il cielo è leggermente più trasparente, me ne accorgo dai parametri di regolazione della webcam, dovendo abbassare leggermente il guadagno. Anche il seeing sembra sugli stessi livelli della sera precedente, inizio a rendermi conto che se tutto andrà bene potrò realizzare qualcosa di veramente unico.
La registrazione prosegue senza inconvenienti, solo alcuni periodi di leggero calo delle condizioni di seeing. Anche l’inversione della posizione del tubo viene effettuata nei tempi previsti, solo piuttosto tardi mi rendo conto che Giove verrà occultato da un palazzo prima della fine dei filmati previsti! Situazione di emergenza: spostamento di tutta l’attrezzatura qualche metro più a sud per riuscire a registrare fino al termine previsto (sempre in un tempo massimo di 10 minuti…). Cerco di sfruttare tutto lo spazio a mia disposizione ma, purtroppo, non riesco a riprendere gli ultimi 3 film, a cui devo rinunciare.
Smonto tutta l’attrezzatura, pensando già al rimedio per coprire il “buco” con cui dovrò confrontarmi.
Prima di questo problema, però devo affrontare il lavoro più pesante: l’elaborazione con Iris dei 57 filmati ripresi….
Mediamente ciascun filmato richiede un’ora di elaborazione…

In circa 15 giorni, durante i ritagli di tempo, riesco ad ultimare questa dura fase.
Preparati tutti i file bitmap con Photoshop, completi di didascalia e orario di ciascun fotogramma, realizzo anche dei frames “intermedi”, mediando ogni coppia consecutiva di fotogrammi per ottenere una migliore “fluidità” del risultato finale.
Quasi snervante l’operazione di allineamento e bilanciamento cromatico di ciascun frames, il risultato finale non è perfetto, ma comunque accettabile.
Il cambio del giorno è stato allineato prendendo come riferimento il grande ovale BA (a tale proposito, vedi anche il notiziario di Coelum in questo numero), e purtroppo, come avevo previsto, in un punto del filmato finale si nota un piccolo scatto dovuto alle variazioni di posizione delle nubi, in particolar modo di quelle equatoriali.
Per quanto riguarda i 40 minuti “buchi” a causa dell’assenza dei 3 filmati finali, grazie alla funzione “Rendering > trasformazione 3D” riesco ad ottenere i fotogrammi necessari, incrociando il primo e l’ultimo di cui disponevo ogni volta con differenti rotazioni.
Questi fotogrammi “artificiali”, per “onestà”, sono riconoscibili dall’orario, che segna 88:88.
Il filmato di 121 frames è stato composto col software “pjBMP2avi”, scegliendo una frequenza di 13 fps, per un tempo di circa 10 secondi…. Che riassumono circa 100 ore totali di lavoro!!!
Alla fine di tutto credo che la fatica fatta valga la bellezza del risultato raggiunto, una volta messo in “loop” il filmato, si vedrà Giove ruotare continuamente, senza il pensiero di trovarsi di fronte ad una qualsiasi simulazione!

Download del Filmato
Per visualizzare il filmato è necessario il codec DivX reperibile gratuitamente qui.

Tabella Acronimi e Sigle in Astronomia

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tabella acronomi e sigle in astronomia

TABELLA DI TUTTE LE SIGLE E GLI ACRONOMI UTILIZZATI IN ASTRONOMIA E NEI CATALOGHI ASTRONOMICI

Nel corso dei tempi si è assistito, nel campo della catalogazione degli oggetti celesti, ad una continua evoluzione.
Da un lato la sempre migliorata tecnologia ha consentito maggiori precisioni e dall’altra le conoscenze acquisite hanno imposto più attente attribuzioni di classi e categorie d’appartenenza per gli oggetti sotto osservazione.

Si è pertanto passati dalla compilazione di cataloghi misti o comunque generici alla elencazione di specifiche o determinate categorie di oggetti.
Parallelamente vi è stato un sensibile guadagno in termini astrometrici, fondamentale per l’identificazione e lo studio di sorgenti sempre più deboli quali sono quelle di cui vanno a caccia i moderni astronomi.

STORIA DEGLI ACRONOMI E DELLE SIGLE IN ASTRONOMIA

Così, tra i tanti, si è passati dalle grossolane coordinate del Catalogo di galassie di REIZ (anno 1941 – precisione media di 1′) a quelle estremamente precise (0″.1) dell’ SDSS. D’altra parte il progredire tecnologico porta inevitabilmente ad accumulare scoperte in numero sempre maggiore per cui la precisione di identificazione si impone da sé.
La disponibilità di un numero sempre maggiore di cataloghi porta, come ovvia conseguenza, al ricorso alle abbreviazioni e comunque agli acronimi onde evitare inutili prolissità nella stesura di lavori scientifici o di semplici articoli.
Già qualche tempo fa, tra le righe di questa rubrica, avevamo accennato al fatto che gli astronomi, gli astrofili ed i semplici divulgatori ricorrono con sempre maggiore frequenza agli acronimi per designare uno specifico oggetto celeste che figuri in qualche catalogo o rassegna.
Sigle come NGC, IC, PKS, UGC, 3C si ritrovano quasi dappertutto nelle pubblicazioni a carattere astronomico ed i loro significati sono ben noti; altre, come HCG, KUV, MKW o POX lo sono molto meno in termini di notorietà e quelle tipo PHG, PBOZ, CSST o CADIS richiedono un’immediata spiegazione allorquando vengono citate o trascritte.

Ebbene, l’andare a ricercare i significati degli acronimi o delle abbreviazioni può essere un modo simpatico ed altrettanto piacevole per accostarsi all’Astronomia, scoprirne alcuni aspetti meno noti, rendersi conto delle tipologie delle strumentazioni utilizzate, cogliere -seppure non necessariamente in modo approfondito- le ragioni che hanno portato ad avviare quella determinata ricerca con quel particolare metodo ed utilizzando quello specifico strumento.
Facciamo qualche esempio.
La citata sigla SDSS (che sta per Sloan Digital Sky Survey), ci porta a scoprire che si tratta di una rassegna effettuata nel campo ottico tramite l’utilizzazione di vari filtri la cui massima trasmissibilità è centrata in ben definite regioni dello spettro, dal blu al rosso. Veniamo anche a sapere che la survey è effettuata con un apposito riflettore da 2.5m posizionato sull’Apache Point Observatory, Arizona, ed al cui fuoco sono montate ben 30 camere CCD da 2048×2048 pixels ciascuna e che i campi osservati contemporaneamente sono 6, ciascuno attraverso un singolo filtro. L’osservazione simultanea dello stesso campo con differenti filtri risulta poi utilissima per definire con maggiore rapidità l’appartenenza di un oggetto celeste a questa o quella famiglia, favorendo così nuove scoperte. E infatti la SDSS ci sta regalando un’abbondante messe di risultati con importanti scoperte nel campo dei quasars e delle nane brune, due dei settori di frontiera nella moderna Astronomia.

Per contro, una sigla come KHAV ci porta indietro nel tempo allorquando, mezzo secolo fa, l’astronomo sovietico Khavtassi si mise pazientemente a scandagliare, con un lentino manuale, le lastre della Palomar Sky Survey, ricavandone un corposo catalogo sull’identificazione, la distribuzione e le dimensioni delle nubi oscure che popolano la nostra Galassia.

Se andiamo ancora più in là nel passato, la sigla BIGO ci conduce al 1912, quando l’astronomo G. Bigourdan pubblicò, nella rivista francese “Comptes rendus”, una lista di oggetti dall’aspetto nebulare, oggetti che in seguito sarebbero stati principalmente riconosciuti e classificati come galassie.

E così, al fine di soddisfare le nostre personali curiosità, ma anche quelle di qualche altro astrofilo con analoghe manie, abbiamo pensato di raccogliere in un’apposita lista tutti gli “ACRONIMI” di cui veniamo a conoscenza, che siano riferiti ad oggetti astronomici posti al di fuori del Sistema solare e la cui natura non sia quella di semplice stella singola, binaria o multipla che sia (per le stelle stiamo preparando un’analoga lista).
I nostri oggetti sono pertanto ammassi di stelle o galassie, nebulose brillanti, oscure, planetarie, galassie, quasars, sorgenti radio, infrarosse, ultraviolette, x e gamma, residui di supernovae, oggetti Herbig-Haro, regioni HII e così via.

COME LEGGERE LA TABELLA DEGLI ACRONOMI E DELLE SIGLE IN ASTRONOMIA

Molto semplicemente, la lista è composta da cinque colonne così individuate:

colonna 1: acronimo maggiormente usato per identificare il catalogo o la rassegna di provenienza;
colonna 2: denominazione estesa;
colonna 3: banda spettrale in cui la rassegna o il catalogo sono stati ottenuti;
colonna 4: tipologie di oggetti ricercati;
colonna 5: riferimenti bibliografici originari (laddove possibile) o comunque legati all’origine delle denominazioni.

E così, per le sorgenti GGD veniamo a sapere che si tratta di oggetti tipo Herbig-Haro, osservati visualmente ed elencati dagli astronomi sovietici Gyulbudaghian, Gluskov e Denisyuk nel Volume 224 dell’Astrophysical Journal Letters (L137) pubblicato nel 1978.

Analogamente, la sigla JVAS ci dice che si tratta di una survey astrometrica condotta nel dominio radio con il radiotelescopio di Jodrell Bank e pubblicata nelle Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, Volume 254, pag. 655 del 1992.

In appendice al listato sono infine riportate le abbreviazioni internazionali maggiormente usate per indicare le più note pubblicazioni periodiche a carattere astronomico.

La tabella che segue, si riferisce agli acronimi maggiormente utilizzati in Astronomia per individuare svariate tipologie di oggetti che non siano singole stelle e che appartengano a determinati cataloghi o rassegne in vari dominii spettrali.

ACRONYMS FULL DENOMINATIONS BAND OBJECT TYPE REFERENCES
000 V 000 VLA source Rd Extragalactics AJ 102, 1258 -1991-
1 Jy 1 Jansky Rd Miscellaneous A&AS 45, 367 -1981, A&AS 105, 211 -19
19W… Wouterloot V Planetary Nebulae A&AS 36, 323 -1979- and segg.
1E First Einstein Catalogue X Miscellaneous ApJ 234, L1 -1979-
1ES Einstein IPC Slew survey X Extragalactics ApJS 80, 257-1992-
1H A-1 X-Ray Source Catalogue X Miscellaneous ApJS 56, 507 -1984- ApJS 72, 471 –
1RXS ROSAT X-ray Source (Bright Source Catalogue) X Miscellaneous IUA Circ. 6420 -1996- and segg.
1SAX 1 Small Astronomical X-ray satellite X Miscellaneous
2A Second Ariel 5 Catalogue X Miscellaneous MNRAS 182, 489 -1978-, ADC CD-ROM Vol. 1, ApJS 72, 471 -1990-
2C Second Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous MRAS 67, 106 -1955-
2CG COS-B Gamma Gamma Miscellaneous ApJ 243, L69 -1981-
2E Second Einstein Catalogue X Miscellaneous Harris, D.E. et al. -1990, The Einstein Observatory Catalog of IPC X-ray Sources – S.A.O.; McDowell J. S.A.O. CD-Rom Ser. I, 18-36, -1994-
2EG Second EGRET Catalogue Gamma Miscellaneous ApJS 101, 259 -1995-; ApJS 107, 227 -1997-; AAS CD-ROM Volls. 6+9
2EGS Second EGRET Catalogue Supplement Gamma Miscellaneous ApJS 107, 227 -1996-
2EU Second EUVE Catalogue UV Miscellaneous ApJS 102, 129 -1996-
2H A-1 Intermediate Sensitivity Survey X Miscellaneous ApJS 61, 353 -1986-
2RE ROSAT second all-sky survey X Extragalactics MNRAS 274, 1165 -1995-
2S
2U Second Uhuru X-Ray Source Catalogue X Miscellaneous
3A Third Ariel 5 Catalogue X Miscellaneous MNRAS 197, 893 -1981-, ADC CD-ROM Vol. 1
3C Third Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous MRAS 68, 37 -1959- and segg.
3U Third Uhuru X-Ray Source Catalogue X Miscellaneous
4C Fourth Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous MRAS 69, 183 -1965- and segg.; ADC CD-ROM Vol. 3
4U Fourth Uhuru X-Ray Sources Catalogue X Miscellaneous ApJS 38, 357 -1978-, ADC CD-ROM Vol. 1
53W, 55W Westerbork survey SA 53 and 55 Rd Objects in SA 53 e 55 Ph. D. Thesis Leiden 1984 and segg.
5C Fifth Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous MNRAS 134, 189 -1966- and segg.
6C Sixth Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous Baldwin et al. 1985; Hales et al. 1988/93; ADC CD-ROM Vol. 2
7C Seventh Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous MNRAS 246, 110 -1990-; A&AS 110, 419 -1995-
87GB 1987 Green Bank Radio Sources Catalogue Rd Extragalactics NRAO CD-ROM
8C Eighth Cambridge Radio Catalogue Rd Miscellaneous Hales et. Al. 1995; ADC CD-ROM Vol. 2
8ZW Eight Zwicky List of Compact Galaxies V Compact galaxies AJ 80, 545 -1975-
A Abell clusters V Clusters of galaxies ApJS 3, 211 -1958-; ApJS -1989-; ADC CD-ROM Vol. 4
A1 Asiago list 1 V Blue objects Pubbl. Oss. Astr. Padova 143 -1968-
A2 Asiago list 2 V Blue objects Astrophys. And Space Sci. 16, 324 -1972-
A3 Asiago list 3 V Blue objects A&AS 13, 269 -1974-
A4 Asiago list 4 V Blue objects A&AS 61, 163 -1985-
AB A. Braccesi V Quasars A&A 5, 264 -1970- and segg.
ABELL Planetary Nebulae V Planetary Nebulae ApJ 144, 259 -1966-
ACK Acker V Planetary Nebulae Private comm. -1975-
ACO Abell, Corwin and Ollowin V Clusters of galaxies ApJS
ADG Altenhoff, Downes and Goad Rd Galactic plane objects A&AS 1, -1970-
AFGL Air Force Geophysical Laboratory IR Miscellaneous AFGL Tech. Rep. 83, 0161 -1983-, Ed. Price S.D. and Murdock, T.L.; ADC CD-ROM Vol. 1
AGC Arecibo General Catalogue Rd Galaxies AJ 87, 1668 -1999-
AGU (AG) Aguero V Peculiar southern galaxies PASP 83, 310 -1971-
AH Aveni and Hunter V Open clusters
AH (H) A. Hoag V Quasars IAU Symp. 119, 47 -1986-
AJG A.J. Green Rd Galactic plane objects A&AS 18, 267 -1974-
AKN Arakelian V Galaxies Soobs. Byurak.Obs. Akad. Nauk. Aum. SSR, 47, 1; AJ 86, 820 -1981-
Al Allen V Planetary Nebulae Observatory 93, 85 -1973- and segg.
ALM A. Lemarne Rd Miscellaneous MNRAS 139, 461 -1968
Alt Alter V Open clusters MNRAS 100, 387 -1940- and segg.
ALW Azzopardi, Lequeux and Westerlund V Quasars A&A 144, 388 -1985-
AM Arp and Madore V Miscellaneous ApJ 227, L103 -1979-
AMES Ames V Nebulae and Galaxies Harv. Ann. 88, 1 -1932-
AMWW Altenhoff, Mezger, Wendker and Westerhout Rd Galactic plane objects Publ. Univ. Bonn Obs. 59, 1960
An Anonymous V Galaxies RC2 -1976-
AND van den Bergh V Satellite Galaxies of M 31 ApJ 171, 231 -1972-
ANT Antalova V Open clusters
AO Arecibo Occultation Rd Miscellaneous ApJ 148, 669 -1967- e segg
Ap Apriamasvili V Planetary Nebulae Astron. Zurn. 39, 256 -1962- and segg.
APM Cambridge Automated Plate Measuring Machine Catalogue V Quasars Spectrum 2, 14 -1994-
AR Astronomer Royal V Nebulae and Galaxies MNRAS 71, 509 -1910-
ARC Abell Rich Clusters V Clusters of galaxies ApJS 3, 211 -1958-
ARG A.R. Gillespie Rd Miscellaneous MNRAS 166, 11p -1974-
ARO Algonquin Radio Observatory Rd Planetary Nebulae Publ. Domin. Obs. Vol. 1, 1 -1971-
ARP Arp V Peculiar Galaxies ApJS 14, 1 -1966-
AS Additional Stars with h-alfa V Planetary Nebulae ApJ 112, 72 -1950-
Asi Asiago V Quasars Mem. S.A.It. 53, 511 -1982-
ASI Asiago objects V Blue objects A&AS 106, 303 -1994-
ASS Associations -Catalogue of star clusters and- V Star clusters Akad. Kiado Budapest -1970-
ASV Angonin-Willaime, Soucail and Vanderriest V Quasars A&A 291, 411 -1994-
ATESP Australia Telescope ESO Slice Project Rd Miscellaneous A&AS 146, 31 -2000-
Au Auner V Open clusters
AWM Albert, White and Morgan V Poor clusters of Galaxies ApJ 211, 309 -1977-
AX ASCA X-ray sources V Quasars MNRAS 291, 203 -1997-
B Barnard V Dark Nebulae Carnegie Inst. Wash. 247 -1927-
B Braccesi V Extragalactics ApJ 152, L105 -1968-, A&AS 106, 303 -1994-
B1 Braccesi Rd Extragalactics Nuovo Cimento 40, 267 -1965-
B1S Braccesi Rd Extragalactics Nuovo Cimento 40, 268 -1965-
B2.1 Second Bologna radio survey -part 1 Rd Extragalactics A&AS 1, 281 -1970-
B2.2 Second Bologna radio survey -part 2 Rd Extragalactics A&AS 7, 1 -1972-
B2.3 Second Bologna radio survey -part 3 Rd Extragalactics A&AS 11, 291 -1973-
B2.4 Second Bologna radio survey -part 4 Rd Extragalactics A&AS 18, 147 -1974-
B3 Third Bologna radio survey Rd Extragalactics A&AS 59, 255 -1985-
Ba Baade V Planetary Nebulae PASP 47, 99 -1935-
BAA Baade V Emission Nebulae in M 31 ApJ 139, 1027 -1964-
BAK 1-2 Baker V Galaxies in FOR and ERI Harv. Ann. 88, 77 e 163 -1933/37-
Bark Barkhatova V Open clusters Astron. Zurn. 27, 181 -1950-
Basel Basel V Open clusters
BB Bahcall and Bahcall V Galaxies PASP 82, 1276 -1970-
BC Barbieri and Capaccioli V Quasars Pubbl. Oss. Astr. Padova -1974-
BCh Balkowski and Chamaraux V Dwarf Galaxies A&AS 51, 331 -1983-
BCL Boulesteix, Courtes et al. V Objects in M 33 A&A 37, 33 -1974-
BD A/B Blum and Davis Lists A and B Rd Extragalactics Astrophys. Lett. 2, 41 -1968-
BDFL Bridle, Davis, Fomalont and Lequeux Rd Extragalactics AJ 77, 405 -1972- and segg.
Be Bergvall V Interacting Galaxies Upps. Astr. Obs. Rep. 19 -1981-
Be Bernes V Bright Nebulae A&AS 29, 65 -1977-
BEM Bertola e Maffei Rd Galaxies A&A 32, 87 -1974-
BEN Bennett Rd Miscellaneous MNRAS 127, -1963-
BERK Berkeley V Open clusters
BF Braccesi Faint uv-excess objects UV Extragalactics A&AS 39, 129-1980
BFG Braccesi, Formiggini and Gandolfi UV Extragalactics A&A 5, 264 -1970- and segg.
BFGS Braccesi, Formiggini and Gioia UV Galaxies PASP 84, 592 -1972-
BFL Borngen, Friedrich and Lenk V Blue objects near M 31 Mitt. Karl Schw. Obs. Taut. 50, 1970-
BFS Blitz, Fich and Stark Rd HII Regions ApJS 49, 183 -1982-
BG Bologna Galaxies Rd Extragalactics A&AS 16, 43 -1974-
BG (BG KPN, BG CFH) B. Gaston V Quasars ApJ 272, 411 -1983-
BIGO Bigourdan V Nebulae and Galaxies Comptes rendus 155, 1049 -1912-
Biur Biurakan V Open clusters
BK Biurakan V Dwarf Galaxies
BK Beard and Kerr Rd Galactic plane objects Austr. J. Phys. 22,121 -1969-
Bl Blanco V Planetary Nebulae Contr. Bosscha Obs. 13 -1961- and segg.
Blanco Blanco V Open clusters PASP 61, 183 -1949-
BlDz Blaauw and Danziger V Planetary Nebulae A&A 44, 469 -1975-
BM B. Manchester Rd Galactic plane objects Austr. J. Phys. Astrophys. Suppl. 12 -1969-
BoBn Boeshaar and Bond V Planetary Nebulae ApJ 213, 421 -1977-
Boch Bochum V Open clusters Boch. Strasb. Cat. 1977
BOL Boller Rd Quasars Astron. Nach. 310, 187 -1989-
BON Bond V Variable Galaxies ApJ 174, L163 -1972- and segg.
BOR Borngen V Blue objects Mitt. Karl Schw. Obs. Taut. 28, 1966-
BP Bailey-Pooley Survey Rd Miscellaneous MNRAS 138, 51 -1968-
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VVI Vorontsov-Vel’Yaminov and Ivanisevic V Seyfert Galaxies Astron. Zh. 51, 300 -1974-
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W Westerhout Rd Galactic plane objects Bull. Astron. Inst. Netherlands 14, 215 -1958-
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Wat Waterloo V Open clusters
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Wei (We) Weinberger V Planetary Nebulae A&AS 30, 343 -1977- and segg.; PASP 107, 58 -1995-
WEIN Weinberger V, IR Galaxies A&AS 40, 123 -1980-
WENSS (WN B) Westerbork Northern Sky Survey Rd Extragalactics A&AS 124, 259 -1997-
WeSb (WeSa) Weinberger and Sabbadin V Planetary Nebulae A&A 100, 66 -1981-
Westr Westerlund and Smith V Open clusters PASP 73, 51 -1961-
WGA (1WGA) White, Giommi and Angelini X Miscellaneous IAUC 6100 -1994-; ROSAT WGA Catal-html 1995,
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WhMe Whitelock and Menzies V Planetary Nebulae MNRAS 223, 497 -1986-
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WKB Williams, Kenderdine and Baldwin Rd Miscellaneous MRAS 70, 53 -1966-
WKG Weinberger, Kerber and Groebner V Planetary Nebulae A&A -1996-
WKK Woudt and Kraan-Korteweg V Galaxies in ZOA in preparation
WMMA Willmer, Maia, Mendes and Alonso V Galaxies in clusters AJ 118, 1131 -1999-
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WSDH (WeDe) Weinberger, Sabbadin, Dengel and Hartl V Planetary Nebulae ApJ 265, 249 -1983-
WSLS Weinberger, Saurer, Lercher and Seeberger V Planetary Nebulae A&A 282, 197 -1994-
WSR Wolstencroft, Scarrott and Read V Planetary Nebulae Digit. Opt. Sky Surv., Kluwer 471 -1991-
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YBD Yu, Bally and Devine V Protostellar objects ApJ 485, L45 -1997-
YC Yale Columbia plate V Southern Peculiar Objects AJ 76, 775 -1971-
Y-C (CeGi) Cesco et al. V Planetary Nebulae A&AS 11, 335 -1973- and segg.
YLW V Dark Nebulae
YM V Symmetric Galactic Nebulae ApJ 121, 604 -1955- and segg.
YW Rd Objects in Cyg-X Region ApJ 143, 218 -1965-
ZC Zwicky Clusters V Clusters of galaxies Cal. Tech. Press. -1961- and segg. Volls. 1-6; ADC CD-ROM Vol. 4
ZCG Zwicky Compact Galaxies V Galaxies Offsetdruk L. Speich, Zurich -1971-
ZH Zwicky and Humason V Galaxies ApJ 139, 269 -1964-
ZHGV Zabludoff, Huchra, Geller and Vogeley V Galaxies in clusters AJ 106, 1273 -1993-
ZL Zwicky and Luyten V Faint blue Objects Obs. Univ. Minn. 1967
ZOAG Zone Of Avoidance Galaxy V Galaxies A&AS 110, 269 -1995- and segg.
ZoH Zodet V Planetary Nebulae The Mess. 38, 42 -1984-
ZWG (CGCG) Zwicky Galaxies V Galaxies Cal. Tech. Press. -1961- and segg. Volls. 1-6; ADC CD-ROM Vol. 4

 

per facilitare la lettura

COLUMN “C” LEGEND:
Rd           = radio
IR (or I)     = infrared
R             = red
V             = visual
B             = blu
UV (or U) = ultraviolet
X             = x-ray
Gamma   = gamma-ray

 

Tale tabella, pubblicata per la prima volta nel 2010,  non pretende in alcun modo di essere esaustiva e, comunque, potrà servire non solo per conoscere il significato esteso delle abbreviazioni più comuni, ma anche per risalire alle pubblicazioni originali che hanno dato origine agli acronimi stessi.

La redazione ringrazia sin d’ora tutti coloro che vorranno segnalare imperfezioni, manchevolezze ed esclusioni al fine di migliorare ed ampliare sempre di più le informazioni contenute in questo compendio, rivolto specificatamente agli astrofili “curiosi”.

La tabella in PDF è disponibile per il download QUI

91 Oggetti NCG, NON Messier, più luminosi

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Di seguito il link al download del file (formato Microsoft Excel) contenente la lista dei 91 oggetti NGC, non Messier, più luminosi.

Per scaricare il file, segui il link sottostante:
Lista 91 oggetti NGC, non Messier, più luminosi (46,5 KB)

Videoclip: transito della Stazione Spaziale Internazionale ISS sul Sole

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Transito della Stazione Spaziale Internazionale ISS sul Sole.

Scarica il videoclip (formato AVI – 383 KB)

La Camera dei Rappresentanti approva il Finanziamento 2011 alla NASA

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Logo della NASA
Il Logo della NASA
Logo della NASA
Il Logo della NASA

La Camera dei Rappresentanti ha votato nella tarda giornata di ieri, mercoledì 29 settembre, con esito favorevole la versione del Senato della proposta di bilancio per l’anno fiscale 2011 per la NASA. Il finanziamento di 19 miliardi di dollari fornirà il denaro per un volo Shuttle addizionale, per lo sviluppo preliminare di un nuovo vettore pesante per l’esplorazione dello spazio profondo e finanzierà lo sviluppo di una capsula commerciale per i viaggi da e per l’orbita terrestre bassa.
Senza emendamenti ammessi, la votazione ha visto 304 voti a favore e 118 contrari.

“Questa è una grande notte per il programma spaziale della nostra nazione”, ha detto in una dichiarazione il senatore Bill Nelson, democratico della Florida, che ha volato sullo Shuttle nel 1986. “Questa legge è un modello per come si procederà per i prossimi tre anni e consentirà alla NASA di iniziare la pianificazione di un volo aggiuntivo per lo shuttle. Ora dobbiamo assicurarci che l’agenzia riceva i finanziamenti necessari per eseguire il lavoro previsto”.

Il bilancio proposto, che copre le spese proiettate fino al 2013, affronta alcune questioni sollevate dai critici della richiesta iniziale dell’amministrazione Obama, che aveva chiesto un drastico cambiamento di rotta per la NASA, motivandolo con il fatto che sarebbe stato più sostenibile sul lungo periodo.

L’amministrazione aveva proposto l’annullamento del Programma Constellation dei razzi Ares e della capsula Orion, il tutto avviato dall’amministrazione Bush, sostenendo che il programma non era conveniente. Al loro posto, il Presidente aveva proposto di estendere le operazioni della Stazione Spaziale fino al 2020, lo sviluppo di nuove tecnologie necessarie per i futuri vettori pesanti e, con una mossa particolarmente controversa, passare ai fornitori di capsule private commerciali per il trasporto degli astronauti da e verso l’orbita terrestre bassa.
Non c’erano piani concreti o calendari per l’esplorazione dello spazio profondo e neanche piani immediati per costruire un vettore per carichi pesanti per rendere possibile tale esplorazione.

Rispondendo alle critiche diffuse, il presidente si è recato al Kennedy Space Center in aprile e ha acconsentito ad anticipare al 2015 l’inizio dello sviluppo di un razzo heavy-lift e definire le date per l’esplorazione umana degli asteroidi (2025) e delle missioni su Marte (2035).

Ma con il pensionamento dello Shuttle incombente, i critici sostenevano che il nuovo piano del presidente non andava abbastanza lontano. Nelson ha quindi iniziato una campagna per:
– accelerare ulteriormente lo sviluppo di un razzo vettore per carichi pesanti,
– continuare a lavorare sullo sviluppo della capsula spaziale Orion
– finanziare una missione aggiuntiva delle navette.

Il disegno di legge sostiene anche lo sviluppo dei voli commerciali con equipaggio umano e ne aumenta i finanziamenti.
La versione della Camera di questo bilancio ha modificato sostanzialmente l’uso dell’iniziativa commerciale per il volo spaziale e ha cercato di conservare gli elementi principali del programma Constellation.

Il Sen. Bart Gordon, un democratico del Tennessee, ha obiettato che il disegno di legge del Senato include “un mandato non finanziato” per mantenere il programma shuttle in vita fino al 2011 ad un costo di 500 milioni di dollari e che cercando di accelerare lo sviluppo di un razzo per carichi pesanti sembrerebbe che “il Senato voglia direttamente progettare un razzo”. Ha anche espresso preoccupazione per la mancanza di un sistema di backup gestito dal governo nel caso che gli sforzi commerciali incorressero in problemi.
“È ormai chiaro che non c’è più tempo per approvare una legge di compromesso attraverso la Camera e il Senato”, ha detto Gordon in un comunicato lunedì. “Per motivi di certezza, stabilità, chiarezza e soprattutto per la forza lavoro della NASA e per tutta la comunità spaziale, ho deciso che era meglio prendere in considerazione una legge imperfetta piuttosto che nessuna proposta di legge. Continuerò a darmi da fare per proseguire verso questo compromesso”.

Ralph Hall, Repubblicano del Texas, ha accettato il verdetto del Senato dicendo: “Anche se non sono completamente soddisfatto del disegno di legge del Senato, sono molto contento che sia passato”.
“Il piano di questa amministrazione avrebbe messo su un sentiero pericoloso il volo spaziale umano della NASA”, ha detto in un comunicato. “È essenziale per il Congresso valutare e approvare una legge dopo averla attentamente ponderata, altrimenti ci sarebbe stata una semplice validazione del piano della Casa Bianca”.
La versione del Senato del bilancio “mantiene i finanziamenti a importanti programmi, dirige la NASA sia verso lo sviluppo di un veicolo multifunzione con equipaggio, che del nuovo sistema di lancio per carichi pesanti e permette alle aziende spaziali private di dimostrare le loro capacità”, ha detto Hall. “Senza un disegno di legge, le migliaia di posti di lavoro altamente qualificati della NASA e di decine di appaltatori privati che supportano volo spaziale umano sarebbero andati perduti”.

L’Amministratore della NASA Charles Bolden ha detto che “i legislatori, con questa approvazione, tracciano un nuovo e vitale futuro per il prossimo corso dell’esplorazione umana dello spazio”.
“Il presidente ha esposto un ambizioso piano per i futuri pionieri NASA che raggiungeranno nuove frontiere dell’innovazione e della scoperta,” ha detto. “Il piano investe di più nella NASA, estende la durata della Stazione Spaziale Internazionale, lancia il settore del trasporto spaziale commerciale, favorisce lo sviluppo di tecnologie d’avanguardia e aiuta a creare migliaia di nuovi posti di lavoro. Insomma, il passaggio di questo disegno di legge rappresenta un importante passo in avanti per aiutare a raggiungere gli obiettivi fondamentali stabiliti dal presidente”.

Mike Griffin, predecessore di Bolden, aveva una visione nettamente diversa. Griffin è stato il capo architetto del programma Constellation e un ardente sostenitore dei razzi Ares che avrebbero sostituito la navetta.
“Benché il disegno di legge del Senato offra qualche miglioramento rispetto al brutto piano presentato dall’amministrazione Obama, a mio parere, non è comunque in grado di giustificare la sua trasformazione in legge”, ha detto a The Huntsville Times all’inizio di questa settimana.
“Come è accaduto dopo la perdita dello Shuttle Columbia, è nuovamente il momento di chiederci se vogliamo avere un programma spaziale vero e proprio. Se lo vogliamo avere, allora il disegno di legge del Senato è insufficiente. Se non possiamo fare di meglio, allora credo che abbiamo raggiunto il punto in cui è meglio permettere che il nostro tentativo si areni definitivamente piuttosto di cercare inutilmente di salvarlo”.

In una intervista prima del voto di mercoledì, Gabrielle Giffords, Democratica dell’Arizona, ha detto che la proposta “ha gravi carenze dal punto di vista economico” dato che include un “mandato per mantenere attivo il Programma Shuttle protraendolo attraverso l’anno fiscale 2011, causando una spesa aggiuntiva che alla NASA costerà oltre mezzo miliardo di dollari”.
Sposata con Mark Kelly, comandante Shuttle, la Giffords ha criticato il fatto che il vettore pesante risulti come un lanciatore progettato “non dai nostri migliori ingegneri, ma dai colleghi del Senato. Secondo analisi interne della NASA, si stima che questo razzo costerà molti miliardi in più rispetto a quello che il Senato prevede”.
“In breve, il disegno di legge del Senato obbliga la NASA a costruire un vettore che non soddisfa le sue esigenze, con un bilancio che non è sufficiente e su un programma che, secondo analisi della NASA, non è realistico”, ha detto Giffords. “Secondo me questo non è un programma di voli umani realizzabile e sostenibile”.

Ma John Culberson, Repubblicano del Texas, ha detto “se questa sera non passa il disegno di legge, non c’è più un programma spaziale”.
“L’amministrazione sta perseguendo una politica di aggressiva e rapida chiusura di ordine burocratico del programma spaziale Americano e tutto viene fatto proprio ora mentre parliamo”, ha detto. “Se non passa questa legge, non ci sarà un’altra possibilità entro la fine dell’anno e quindi entro la fine dell’anno non ci sarà più un programma spaziale”.

Elliot Pulham, amministratore delegato della Space Foundation, ha detto che la legislazione dovrebbe fornire la stabilità necessaria sia per la NASA che per l’industria spaziale commerciale privata.
“Una qualche forma di compromesso doveva essere trovata, altrimenti la leadership degli Stati Uniti nell’esplorazione dello spazio sarebbe stata in pericolo”, ha detto in un comunicato. “La NASA ha sempre goduto di un forte sostegno bipartisan al Congresso, ed è gratificante vedere che il Congresso continua a considerare la NASA come un importante investimento nel futuro della nazione”.

La versione del Senato del bilancio NASA avrebbe fornito 3,99 miliardi di dollari per l’esplorazione nel 2011, 1,3 miliardi dollari per una nuova capsula per lo spazio profondo e 1,9 miliardi dollari per lo sviluppo iniziale di un nuovo vettore pesante.
La legge prevede un finanziamento di 144 milioni di dollari per sostenere la prosecuzione dello sviluppo privato dei veicoli spaziali senza equipaggio per trasportare cargo alla Stazione Spaziale Internazionale e di 312 milioni dollari per lo sviluppo di veicoli spaziali privati per il trasporto umano. Le operazioni spaziali riceverebbero 5 miliardi di dollari di cui 2,8 miliardi dollari per la Stazione Spaziale Internazionale.

Pio & Bubble Boy – Coelum n.142 – Ottobre 2010

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vignetta 142

vignetta 142

Questa Vignetta è pubblicata su Coelum n.142 – Ottobre 2010. Leggi il Sommario.

Il Crepuscolo

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crepuscolo
I tre tipi di crepuscolo
crepuscolo
I tre tipi di crepuscolo

CIVILE
È definito come l’intervallo di tempo, dopo il tramonto o prima del sorgere del Sole, in cui vi sia ancora abbastanza luce per compiere qualunque lavoro richieda la luce del giorno. Termina quando il Sole è sceso di 6° sotto l’orizzonte. Come istante (all’alba o al tramonto) è definito dall’istante in cui il Sole ha l’altezza –6° sull’orizzonte. Come intervallo di tempo (all’alba o al tramonto) è definito dall’intervallo di tempo che il Sole impiega a passare da 0° a –6° sull’orizzonte.

NAUTICO
È definito come l’intervallo di tempo dopo il tramonto o prima del sorgere del Sole, in cui vi sia ancora abbastanza luce per scorgere l’orizzonte marino, per poter effettuare misure d’altezza con il sestante. Il crepuscolo nautico termina quando l’orizzonte sparisce, il che capita quando il Sole raggiunge i 12° sotto l’orizzonte. Come istante (all’alba o al tramonto) è definito dall’istante in cui il Sole ha l’altezza –12° sull’orizzonte. Come intervallo di tempo (all’alba o al tramonto) è definito dall’intervallo di tempo che il Sole impiega a passare da 0° a –12° sull’orizzonte.

ASTRONOMICO
È definito come l’intervallo di tempo dopo il tramonto o prima del sorgere del Sole, in cui vi siano ancora in cielo delle tracce di luce. Il crepuscolo astronomico termina quando spariscono anche le ultime tracce di luce ed inizia la notte astronomicamente intesa, il che capita quando il Sole raggiunge i 18° sotto l’orizzonte. Come istante (all’alba o al tramonto) è definito dall’istante in cui il Sole ha l’altezza –18° sull’orizzonte. Come intervallo di tempo (all’alba o al tramonto) è definito dall’intervallo di tempo che il Sole impiega a passare da 0° a –18° sull’orizzonte.


Arrivato l’ultimo ET

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ET-122
L'ET-122 è appena stato scaricato dalla chiatta Pegasus (NASA).
ET-122
L'ET-122 è appena stato scaricato dalla chiatta Pegasus (NASA).

ET? Sì, External Tank dello Space Shuttle.

L’ET-122 è stato scaricato oggi dalla chiatta coperta Pegasus dopo il suo viaggio di 1450 km dagli stabilimenti Lockheed Martin di New Orleans.
Questo serbatoio era stato danneggiato nella Michoud Assembly Facility dall’uragano Katrina quando la furia del vento aveva strappato via una parte del tetto del capannone in cui il grande Tank era in costruzione.

Rimasto accantonato per tutto questo tempo, è stata presa la decisione di recuperarlo per l’eventuale missione di soccorso STS-335, soprattutto in un’ottica di risparmio.
Attualmente però l’ultima decisione presa dice che questo ET servirà per l’ultima missione regolare delle navette e cioè la STS-134 di Endeavour in partenza alla fine di febbraio 2011. L’ET-138, l’ultimo costruito e quindi il più moderno, è già arrivato al Kennedy Space Center il 14 luglio ed è poi stato lasciato da parte per l’eventuale LON (Launch On Need).

L’America dello Spazio si sta ancora interrogando sul futuro delle missioni con equipaggio. Dopo la bocciatura e riabilitazione della capsula Orion, si stanno ora attendendo le decisioni finali sul progetto che prenderà il posto degli Space Shuttle.

Test Rifrattore Takahashi TOA-130

Takahashi TOA-130 -Setup in parallelo con Canon EF500 f/4L Is
Takahashi TOA-130 -Setup in parallelo con Canon EF500 f/4L Is

Coelum Astronomia - Test Takahashi TOA-130
Test Takahashi TOA-130

Il nuovo corso della produzione cinese dei telescopi ha condizionato lo sviluppo del mercato introducendo nuove proposte economicamente molto concorrenziali. In questo nuovo scenario di settore, la ditta Takahashi Seisakusho Ltd., ha saputo ben rispondere rilanciando l’offerta con eccellenti apocromatici, tenendo testa sia alla produzione cinese, sia alle ditte blasonate.

Coelum Astronomia - Takahashi TOA-130
Takahashi TOA-130

La casa nipponica, fondata da Mr.Kitaro Takahashi a Tokyo nel 1932, ha iniziato l’attività con la produzione di valvole per sottomarini; successivamente, nel dopoguerra, ha iniziato a sviluppare strumenti ottici e nel 1967 si è convertita alla produzione di telescopi. Nel 1970, ha introdotto il Fluoruro di Magnesio (MgF2) per il trattamento anti riflesso ed il Fluoruro di Calcio (fluorite, CaF2) per le ottiche. Nel 1998, il Protocollo di Kyoto ha vietato la lavorazione industriale della fluorite per evitare che fluorocarburi liberati nella sua lavorazione fossero respirati dagli operai.

Coelum Astronomia - Takahashi TOA-130
Takahashi TOA-130 e Marco Meniero

Inoltre, la fluorite era estremamente delicata ai graffi e sensibile all’umidità (igroscopica) ed agli agenti chimici atmosferici. Pertanto, la Takahashi ha iniziato a sostituire la fluorite degli apocromatici FS con le lenti più ecologiche in ED (“Extra Low Dispersion” secondo la terminologia comune, “Extraordinary “Dispersion” secondo Taka) affidandosi al settore di Ricerca e Sviluppo di della Canon. Tra alcuni astrofili aleggia il sospetto che il passaggio dalla fluorite ai vetri ED sia dovuto solamente a motivi economici e non all’ottemperanza del Protocollo di Kyoto. Solo sospetti? Non lo so, ma è vero che le linee di produzioni più vecchie mantengono ancora la Fluorite (es Sky90, 2009). E’ sempre stato noto, tra gli astrofili, che i vetri ED garantissero un contrasto inferiore alla fluorite, ma le stupende ottiche di recente produzione, come quelle dell’FSQ106 ED Petzval (seconda serie), hanno fatto ricredere molti appassionati.

Marte: notizie da Spirit e Opportunity

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La roccia scura chiamata 'Oilean Ruaidh' che sembra un meteorite ferroso
La roccia scura chiamata 'Oilean Ruaidh' che sembra un meteorite ferroso (Nasa JPL)
La roccia scura chiamata 'Oilean Ruaidh' che sembra un meteorite ferroso
La roccia scura chiamata 'Oilean Ruaidh' che sembra un meteorite ferroso (Nasa JPL)

Nel Sol 2358 (11 Settembre 2010), il rover ha viaggiato per più di 106 metri in una serie di passi. L’ultimo segmento del lungo spostamento è stato una prova simulata di navigazione autonoma (AutoNav) in marcia indietro con la telecamera posteriore (Hazcam) attiva. La navigazione autonoma è limitata alla marcia indietro perché l’antenna a basso guadagno del rover (LGA) è nel campo di vista della telecamera principale (PMA), mentre le telecamere della parte posteriore non hanno ostruzioni. Ulteriori test di questa tecnica sono in corso di programmazione.

Opportunity nel Sol 2361 (14 settembre 2010) ha eseguito un drive di più di 54 metri verso sud-est. Le indagini sui malfunzionamenti dello spettrometro Mössbauer (MB) continuano. Un test del MB a freddo è stato eseguito durante il Sol 2358 (11 settembre 2010). Questo test ha dimostrato il comportamento anomalo dello strumento sia all’inizio che alla fine della prova di 30 minuti. Un test precedente a temperature più elevate (durante il Sol 2355, 8 set 2010) non ha evidenziato anomalie di sorta e lo strumento ha funzionato normalmente.
Il Sol 2363 (16 Settembre 2010), il rover ha eseguito un movimento di oltre 80 metri verso il possibile meteorite. Sempre il Sol 2363, è stato eseguito un altro test diagnostico sullo spettrometro Mössbauer, questa volta ad una temperatura intermedia. Il MB ha funzionato normalmente durante tutto il test diagnostico.
Il Sol 2367 (20 settembre 2010), Opportunity ha eseguito un drive all’indietro di 36 metri avvicinandosi al meteorite e poi con una giravolta ha eseguito un approccio in avanti.
Il Sol 2368 (21 settembre 2010), il rover ha eseguito una semi-circumnavigazione di 9 metri del meteorite riprendendo dettagliate immagini. È ora in programma un avvicinamento al meteorite per l’analisi con gli strumenti di indagine del braccio robotico.
Al Sol 2369 (22 Set 2010), la produzione di energia solare è stata di 570 watt-ora con un lieve aumento di opacità atmosferica (Tau) a 0,607 e il fattore polvere sui pannelli solari è stato di 0,724. L’odometria totale segna 23’360,65 metri.

Test Montatura 10micron GM2000 QCI

Montatura GM2000 QCI - Errore Periodico
Montatura GM2000 QCI - Errore Periodico

Montatura GM2000 QCI
Montatura GM2000 QCI

Coelum ha già testato e recensito qualche anno fa la versione FS-2 di questa montatura equatoriale GoTo costruita in provincia di Milano e quindi di produzione italiana, appartenente alla categoria medio-alta perché in grado di sorreggere con sicurezza, per applicazioni di alto livello, strumenti fino al peso considerevole di 50Kg.

Ho di recente avuto la possibilità di testare questa versione nuova di zecca, denominata GM2000 QCI “Ultraportable”, che si differenzia in vari punti essenziali dalla versione FS-2.

Montatura GM2000 QCI
Montatura GM2000 QCI

I particolari più importanti che la differenziano dalla più semplice versione FS-2 (che, lo ricordiamo, utilizza motori passo-passo Sanyo Denki ed una elettronica prodotta in Germania dalla ditta Astro-Electronics) sono i motori AC Servo Brushless (cioè a corrente alternata e con encoder integrato di controllo dei motori) “intelligenti” tipicamente utilizzati nel settore della robotica industriale e particolarmente potenti e sofisticati, nonché una centralina elettronica, una pulsantiera di controllo ed anche un firmware totalmente nuovi, sviluppati in modo proprietario dalla ditta 10micron.

Montatura GM2000 QCI - Centralina
Montatura GM2000 QCI - Centralina

Inoltre questa versione della GM2000 QCI che mi è stata consegnata si chiama “ultraportable” perché offre una ulteriore innovazione particolarmente utile, ovvero la possibilità di dividere in pochi istanti i due assi di A.R. e DEC, rispettivamente da 15kg e 12 kg, rendendo la montatura molto più facile da trasportare rispetto alla versione monolitica, che ne pesa 27. Inoltre, su mia richiesta, mi è stata fornita la centralina di controllo (CONTROL BOX) separata, inserita in una valigetta portatile, e non incorporata nella mezza colonna che sovrasta il treppiede Centaurus, fornita nella versione “Full”. Infatti ho installato la montatura sulla colonna fissa del mio osservatorio personale, e quindi non avevo bisogno né del treppiede né della mezza colonna.

La GM2000 QCI viene fornita con una pulsantiera di comando abbastanza grande, per certi aspetti simile alle consolle palmari di comando Astro-Physics GTO o Vixen SkySensor 2000, con tasti morbidi e schermo LCD a più righe, entrambi retroilluminati.

Come la versione “sorella” FS-2, anche questa montatura QCI ha un peso considerevole, disegno somigliante (ma tutt’altro che uguale, specie per quanto riguarda le parti meccaniche interne) alle montature Astro-Physics 900/1200 GTO e finiture di gran pregio, in alluminio anodizzato e colorato. Questa montatura conferisce al telescopio una solidità assoluta: anche con tubi molto lunghi e pesanti il tempo di smorzamento delle vibrazioni è praticamente istantaneo, inferiore ad 1 secondo. Il puntamento avviene ad una velocità massima impressionante: 1920X cioè 8 gradi al secondo, durante il quale si sente solo il ronzio dei motori grazie alla grande silenziosità della trasmissione tramite cinghie dentate. Sono disponibili 9 velocità pre-impostate (solo la velocità massima di puntamento è configurabile), da 0.15x fino a 1920x.

Il database interno è vastissimo, e comprende decine di migliaia di stelle, oggetti non stellari, corpi del Sistema Solare (anche centinaia di asteroidi e comete luminose), ed è possibile memorizzare oggetti definiti dall’utente, nonché puntare coppie di coordinate, equatoriali ma anche altazimutali. Particolarmente comodo è l’accesso ai database delle stelle luminose, che può avvenire scegliendo il nome della stella oppure la sua designazione Bayer (alfa, beta, ecc… di ogni costellazione).

In generale ho trovato molto pratica e intuitiva la navigazione nei menu QCI, anche se avrei gradito che venisse fornita la possibilità di organizzare, tramite filtri da impostare nei vari cataloghi, i vari oggetti in base a determinate caratteristiche, ad esempio per luminosità, per estensione o per costellazione.

Non è possibile descrivere, nemmeno sommariamente, tutte le possibilità che offre questo software di controllo, che offre moltissime soluzioni di livello professionale. Mi limiterò quindi ad elencare quelle di maggiore interesse per l’amatore di medio livello.

Sky-Watcher 150/750

skywatch
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skywatch

Valutare le qualità di un telescopio è un’operazione delicata e complessa.
Per poterne apprezzare i pregi e rilevarne eventuali difetti bisognerebbe testarlo a lungo, dedicando all’operazione più notti, in modo da osservare il cielo nel modo più sistematico e da riuscire a cogliere il maggior numero possibile di oggetti astronomici.
La mia personale esperienza suggerisce come il test di uno strumento non si possa esaurire nel volgere di poche notti di osservazione – non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi di testarlo in poche ore o da un luogo e con delle condizioni metereologiche poco idonee.
Per questo motivo ho deciso di raccontare le mie impressioni sulla qualità e le prestazioni di un rifrattore a corta focale non recentissimo, in commercio da circa due anni: è il telescopio SkyWatcher 150/750, uno strumento dotato di un obiettivo acromatico tipo Fraunhofer spaziato ad aria del diametro di 150mm e con una focale di 750mm prodotto in Cina.
La cella non è collimabile, come invece avviene nel modello più grande con la focale di 1200mm (F8). Al ricevimento del telescopio mi ha sorpreso la compattezza del tubo con dimensioni estremamente contenute, pesa circa 5 chili ed è dotato di un focheggiatore da 2 pollici (la qualità meccanica è discreta), con un riduttore da 1e1/4 di pollice che è predisposto per l’attacco della fotocamera; la messa a fuoco si raggiunge con precisione anche se a volte capita, con oculari pesanti, di avere qualche scatto.
Esteticamente è gradevole.
In qualità di appassionato di osservazione fotografica e visuale di ampi campi stellari, mi incuriosiva valutare le possibilità offerte da questo rifrattore a corta focale.
A un primo esame il rifrattore appare funzionalmente ben realizzato. La prima osservazione l’ho fatta in città dirigendo lo strumento sulla stella Vega, prima di porre l’occhio all’oculare (un Vixen al lantanio da 10mm), non pensavo certo di vedere un’immagine brillante e priva di residuo cromatico, come quella prodotta da un rifrattore apocromatico, ma la sorpresa è stata enorme in quanto l’alone blu prodotto dalla aberrazione cromatica che circondava Vega era contenuto; purtroppo una tenue luce diffusa disturbava la nitidezza della visione.

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Epsilon Lira

Aumentando l’ingrandimento con un oculare Vixen LW 3,5mm abbinato a un filtro giallo pallido (B+W420) e testando la stella in intra ed extrafocale si era resa evidente la presenza di una aberrazione sferica, oltre a un errore zonale al bordo. Nonostante questi difetti facilmente riscontrabili, sempre con lo stesso ingrandimento (214 x) e dirigendo il telescopio in direzione della stella, la doppia-doppia Epsilon Lira (separazione 2,5”d’arco), lo sdoppiamento del sistema in quattro stelle è risultato facile e ben risolto. Una visione molto bella, con punti luminosi piccoli e incisi, complice anche l’ottimo seeing caratteristico della pianura.

Osservando nelle notti dei mesi successivi altre stelle doppie, ho potuto constatare che lo SkyWatcher150/750, se pur con una focale così corta, raggiunge il limite teorico di separazione (in lambda Cigno di 0,8”d’arco era visibile la divisione, sia pure di lieve percezione).

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Gamma Andromeda
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Iota Cassiopea

Incantevole la stella doppia larga Albireo, osservata a basso ingrandimento con l’oculare 2” Unitron WideScan da 30mm e 84° gradi di campo, i colori intensissimi della stella rossa e azzurra, due piccole gemme che si stagliavano sul fondo ricco di stelle della Via Lattea. Uno spettacolo emozionante; così anche per gli altri sistemi doppi facilmente separabili a basso ingrandimento. Nei mesi invernali, il famoso Trapezio, immerso nella nebulosa di Orione mostrava, a 150 ingrandimenti, anche le deboli componenti E ed F (osservazione più volte ripetuta dal cielo di Milano).

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Iota Leone
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Lamda Cygni

Pur non essendo uno strumento progettato per l’osservazione della Luna e dei pianeti, (un’apertura obiettivo troppo spinta per un rifrattore acromatico), anche nell’osservazione prolungata di questi oggetti non sono mancate le sorprese. Per osservare gli astri del sistema solare ho utilizzato un filtro in grado di ridurre drasticamente il residuo cromatico: il Fringe-Killer della Baader/Unitron. Si tratta di un filtro studiato e realizzato appositamente per ridurre l’alone blu e rosso al di sopra dei 656nm dei rifrattori acromatici. Purtroppo le immagini si tingono leggermente di giallo, ma il risultato finale è ottimo.
La Luna a 50x (oculare da 15mm) al primo quarto si presentava abbagliante come se fosse stata letteralmente scolpita sul fondo del cielo, il residuo di cromatismo era molto attenuato dal filtro, anche se il colore della Luna a quel punto assumeva una sfumatura gialla. Aumentando gli ingrandimenti fino a 150x (oculare al Lantanio Vixen 5mm) i dettagli lunari risultano ancora molto contrastati e sempre affascinanti. Nel contempo la perdita di luminosità e di contrasto si faceva sentire con maggior evidenza.

Sempre utilizzando l’oculare da 5mm, osservando il pianeta Giove con un ottimo seeing, l’immagine risultava buona: evidenti le Bande equatoriali, mentre la macchia rossa (di colore bianco-rosa) si staccava dal fondo del pianeta.
I satelliti galileiani mostravano il dischetto circolare e, ben distinguibili, le differenze fra le dimensioni dei satelliti.
Molto netta e contrastata appariva l’ombra dei satelliti proiettata sul disco planetario.
Un vero piacere era l’osservazione di Saturno (sempre a 150x) che mostrava con immediatezza la divisione di Cassini e gli anelli A, B; con difficoltà l’anello C e ben visibili i cinque satelliti principali, anche a basso ingrandimento.
Utilizzando uno sdoppiatore binoculare Baader con oculari da 15mm e da 5mm, su tutti gli oggetti del sistema planetario, forte era la sensazione di viaggiare nello spazio a bordo di un’astronave. Uno scenario meraviglioso, in cui i pianeti e la Luna apparivano tridimensionali e sempre luminosi.

NGC 869-884
NGC 869-884
Csi Cygnus
Csi Cygnus

Il telescopio SkyWatcher 150/750 esibisce al meglio tutte le sue prestazioni sul profondo cielo, dai campi stellari della Via Lattea, agli ammassi aperti e globulari, alle nebulose e alle galassie. In alta quota, con il cielo buio e trasparente, questo rifrattore usato in abbinamento con l’oculare WideScan Unitron da 30mm e 84° di campo (senza filtro), rende le stelle equivalenti a minuscoli punti luminosi. Un grande senso di profondità e un piacere estetico impagabile rendevano la visione davvero emozionante. Una visione talmente reale dell’universo che, nel silenzio profondo della notte, ci rende drammaticamente consapevoli di quanto siamo parte integrante del Cosmo.

neat
Cometa NEAT
Nebulosa Nord America
Nebulosa Nord America

Un’altra qualità del telescopio SkyWatcher, è la possibilità di utilizzarlo come astrografo, a patto di inserire il filtro FringeKiller per ridurre l’aberrazione cromatica, che nella fotografia appare con maggiore evidenza.

Da alcune prove eseguite con 10 o 15 minuti di posa su pellicola Kodak da 200 ISO (spinta a 400ISO) si raggiunge con facilità la quattordicesima magnitudine fotografica. Dalle immagini fotografiche pubblicate nel presente articolo si può valutare la capacità di questo telescopio come astrografo. Sia nelle osservazioni visuali sia nelle riprese fotografiche (con cannocchiale guida da 60mm e focale 700mm) è stata utilizzata la montatura Vixen GP, senza alcun inconveniente di sorta.

KaT pronto a svelare segreti di Giove

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Sonda Juno
Una rappresentazione artistica della Sonda JUNO
Sonda Juno
Una rappresentazione artistica della Sonda JUNO

Dopo l’installazione dello strumento Jiram avvenuta ad inizio agosto scorso la collaborazione ASI-NASA per la sonda JUNO ha portato all’installazione del Ka translator (KaT) sulla piattaforma che volerà verso Giove per svelare i segreti del gigante del nostro sistema solare. Lo strumento è stato sviluppato nell’ambito della Direzione Tecnica dell’ASI e realizzato da Thales Alenia Space Italia con il supporto del team scientifico della Università di Roma.

Dopo il lancio, fissato per agosto 2011, JUNO viaggerà per 5 anni verso il più grande pianeta del nostro Sistema Solare. Uno degli obiettivi principali della missione è la determinazione della struttura interna del pianeta attraverso la misura del suo campo di gravità, ovvero delle varie componenti armoniche (gravity science experiment). Il complesso esperimento di radioscenza della sonda ha lo scopo di soddisfare questo obiettivo. Le misure richieste sfruttano come grandezza osservabile lo spostamento Doppler del segnale radio inviato da terra verso la sonda e da questa ritrasmesso coerentemente verso terra.

Il KaT, che costituisce la parte fondamentale dell’esperimento, grazie alle sue innovative prestazioni in termini di stabilità e di varianza di Allan, permetterà di effettuare queste misure in modo molto preciso, sfruttando un link Ka/Ka (uplink e downlink) pressoché immune dagli effetti di rumore dovuti al plasma interplanetario. Lo studio della struttura interna, insieme allo studio dell’atmosfera e della magnetosfera,  permetterà di approfondire i processi evolutivi subiti di Giove e di trovare possibili testimonianze delle origini del nostro Sistema Solare e della sua storia.

“L’integrazione sul satellite JUNO del modello di volo del KaT, che soddisfa pienamente i requisiti scientifici e ha superato tutti i test di qualifica, costituisce un successo per il team Italiano – ha detto il responsabile dell’Unità Sviluppi Tecnologici di ASI, nonché program manager del programma Juno, Roberto Formaro – anche in considerazione del fatto che le attività di progettazione e sviluppo dello strumento sono state fortemente condizionate dal tragico terremoto dell’Aquila dell’Aprile 2009. Il KaT – ha sottolineato l’ingegner Formaro – sfrutta l’esperienza dell’Italia nello sviluppo dei trasponditori e rappresenta un’eccellenza dal punto di vista tecnologico e di prestazioni.

Lo sviluppo tecnologico in questo campo va avanti e siamo già proiettati nella realizzazione del trasponditore MORE per l’esperimento di radioscenza della missione ESA Bepi Colombo che partirà per Mercurio nel 2014”.

“Questo ulteriore ed importante contributo che l’Italia ha dato alla missione JUNO  – ha detto la responsabile dell’Esplorazione ed Osservazione dell’Universo dell’ASI, Barbara Negri –  è stato possibile perché l’Agenzia Spaziale Italiana ha sempre supportato la comunità scientifica e l’industria nazionale attraverso la partecipazione alla realizzazione di progetti importanti ed ambiziosi per l’Esplorazione del Sistema Solare. Il KaT- ha concluso la dottoressa Negri – rappresenta un altro esempio di know-how italiano nel campo della strumentazione innovativa per lo spazio”.

Binocoli Stabilizzati Canon

binocolo
Binocolo

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Binocolo

Il piacere che provo nell’ osservare il cielo stellato con un buon binocolo, oltre che con un buon telescopio, da circa un anno è aumentato in misura notevole e forse al di là delle previsioni, in seguito all’acquisto, presso la ” Franz Foto Ottica” Srl – Cagliari, di due binocoli stabilizzati Canon, prima il modello 10×30 IS, e, sulla scia dell’entusiasmo, subito dopo, il modello18×50 IS. Preciso che da tempo cercavo un binocolo che non fosse afflitto dal difetto principale di quasi tutti i binocoli con ampio campo apparente (dai 60° in su) e cioè il degrado dell’immagine, soprattutto quella stellare, man mano che dal centro ci si sposta verso il bordo del campo; per caso, grazie ad un amico appassionato di strumenti ottici, lessi su “internet” alcuni test di binocoli (Todd’s Binoculars Evaluation), tra i quali i Canon stabilizzati riportavano la valutazione “excellent” relativamente ai seguenti parametri: risoluzione, luminosità , rilievo oculare e risoluzione ai bordi nonostante l’ampio campo dai 60° ai 67° apparenti; tale positiva valutazione veniva inoltre confermata sulla rivista Sky & Telescope dal test relativo al mod. 15×45 I.S. (maggio 98) ad opera di Dennis de Cicco che ad un certo punto, nel confronto con un altro binocolo di apertura maggiore, ma non stabilizzato, usava il termine “sbalorditivo” per sottolineare come la stabilizzazione dell’immagine gli consentisse di apprezzare stelle debolissime non percepibili invece con la visione tremolante. Un ulteriore test di confronto con altri binocoli stabilizzati in Sky & Telescope di luglio 2000 (Gary Seronic) confermava le positive valutazioni sulle prestazioni del Canon stabilizzato.

In effetti le mie aspettative, conseguentemente maturate, non sono andate deluse e nonostante il costo del 18×50 I.S. sia abbastanza elevato (1.544,21 € a listino Canon) lo ritengo giustificato per quello che offre in termini di prestazioni ottiche, maggiormente se si considera che vi sono binocoli di costo uguale o superiore che sono però privi della stabilizzazione dell’immagine; il mod. 10×30 I.S. (515,94 €) lo definirei addirittura economico considerato che si comporta in modo eccellente sia nell’osservazione terrestre che in quella del cielo di notte.

Terminata la Expedition 24

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Atterraggio della Soyuz TMA-18
La Soyuz TMA-18 scende in Kazakhstan (Nasa)
Atterraggio della Soyuz TMA-18
La Soyuz TMA-18 scende in Kazakhstan (Nasa)

Effettuata con un giorno di ritardo, la discesa della capsula russa Soyuz TMA-18 ha riportato a Terra due cosmonauti russi e un’astronauta della NASA, segnando così il capitolo finale della missione di sei mesi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Attraversando un cielo limpido sotto un enorme paracadute arancione e bianco, il modulo di discesa Soyuz è atterrato in posizione verticale vicino alla città di Arkalyk alle 0523 UTC (11:23 ora locale).
I motori di atterraggio morbido hanno funzionato alla perfezione. Alexander Skvortsov, Tracy Caldwell Dyson e Mikhail Kornienko, sono tornati sulla Terra dopo 176 giorni nello Spazio, quindi il riadattamento alla gravità terrestre necessiterà di un po’ di tempo, ma tutti e tre sono apparsi rilassati e di buon umore. Dopo essere stati estratti dalla capsula, è stata data loro frutta fresca e hanno potuto chiacchierare con il personale di recupero. Dopo gli iniziali esami medici, tutti e tre i membri dell’equipaggio sono stati trasportati a Karaganda per un tradizionale benvenuto kazako. Skvortsov e Kornienko proseguiranno verso Star City, vicino a Mosca, mentre per la Caldwell Dyson è stato programmato un volo di ritorno al Johnson Space Center di Houston a bordo di un jet della Nasa.
Legati sulla navicella Soyuz TMA-18, lo stesso veicolo che li ha portati in orbita il 2 aprile scorso, Skvortsov, Kornienko e Caldwell Dyson hanno lasciato il modulo Poisk della stazione spaziale alle 0202 UTC di oggi, sabato 25.
Un primo tentativo di sganciare la capsula venerdì mattina è stato bloccato da problemi con un sensore nel meccanismo di aggancio che teneva unita la Soyuz al molo d’attracco del modulo Poisk. L’ingegnere di volo della stazione Fyodor Yurchikhin ha quindi installato un ponticello che emulava i segnali attesi dal sensore “portello chiuso e bloccato”, ripristinando temporaneamente il sistema e by-passando il problema.
Non ci sono perciò stati problemi durante il secondo tentativo di sgancio e dopo lo spostamento della Soyuz a distanza di sicurezza, Skvortsov ha acceso i razzi frenanti della nave per quattro minuti e 21 secondi a partire dalle 0431:17 UTC di sabato. La frenata è stata di circa 413 km/h e ha messo la capsula in rotta verso il luogo di atterraggio. Dopo una caduta libera di mezz’ora, il modulo di discesa della Soyuz TMA-18 è entrato nell’atmosfera discernibile ad una altitudine di circa 100 km alle 0459 UTC.
Dei sei mesi trascorsi nello spazio i momenti più drammatici per l’equipaggio si sono verificati alla fine di luglio, quando uno dei due circuiti di raffreddamento della Stazione Spaziale si è bloccato a causa di un guasto alla pompa del refrigerante. Costretto a spegnere numerosi sistemi di bordo per evitare il surriscaldamento, l’equipaggio della Stazione è stato rapidamente istruito su un complesso lavoro di riparazione diviso in tre passeggiate spaziali che avrebbero eseguito Caldwell Dyson e Douglas Wheelock.
Expedition 24 - I tre astronauti pochi minuti dopo l'uscita dalla capsula
I tre astronauti pochi minuti dopo l'uscita dalla capsula (NASA/Bill Ingalls)

“Che cosa scriveranno gli storici su questa Expedition? Beh, certamente il titolo riguarderebbe la sostituzione del modulo della pompa di refrigerazione. Il giorno in cui l’ammoniaca ha smesso di scorrere nel circuito A è stato decisamente caotico, ma le tre passeggiate nello spazio con tutto il lavoro che si è reso necessario per cambiare la pompa, sono state una lotta contro il tempo”, ha detto Caldwell Dyson prima dello sgancio. “Penso che gli storici potrebbero scrivere soprattutto di come questa stazione spaziale è in grado di sopportare un guasto importante come quello.”

“Sai, per gli ultimi quattro o cinque mesi mi sono messa spesso nella cupola a seguire le albe e i tramonti. Sono quasi giunta alle lacrime per l’emozione data dalla moltitudine di stelle che si vedevano ogni volta che il Sole è nascosto. E mi sono chiesta come mi sentivo quando sono andata là fuori”, ha aggiunto Caldwell Dyson.
“Per me, la prima EVA è stata il culmine di 12 anni di preparazione per poter essere qui e questo anche grazie ad un enorme desiderio di farlo. E così la sensazione che ho avuto là fuori quando ero sulla struttura, al di fuori della Stazione Spaziale, è stata un’emozione incredibile come quella che ho avuto nella EMU (tuta spaziale), guardando il sorgere del Sole dallo Spazio per la prima volta. È stato, come ho detto, la realizzazione di un grande desiderio e di anni di formazione. È una sensazione che non potrò mai dimenticare!”.
In un’intervista della settimana scorsa con ABC News, ha detto che le sarebbero mancati i suoi due compagni di viaggio “perché non appena si atterra… io dovrò salire su un aereo e tornerò direttamente a Houston e miei due compagni russi, con i quali ho trascorso tutti i miei ultimi sei mesi, non sarò in grado di vederli per almeno un paio di settimane”.
“Mi mancheranno tantissimo i panorami”, ha aggiunto. “Non ho mai pensato che sarei giunta al momento in cui avrei guardato dalla Cupola per l’ultima volta, altrimenti mi sarei intristita. Ma poi mi sono anche sentita incoraggiata dal fatto che non molte persone riescono a vedere questo panorama e così ho cercato di prenderlo il più possibile con me in modo da poterlo descrivere e portarlo alla gente quando tornerò”.
“L’unica cosa che non mi mancherà è la breve durata nel mio spazzolino da denti. Non vedo l’ora di avere l’acqua corrente,” ha concluso ridendo.
La partenza della Soyuz TMA-18 ha lasciato la Stazione Spaziale Internazionale con l’equipaggio di tre componenti della Expedition 25:  il comandante Wheelock, Yurchikhin e Shannon Walker.
Avranno la stazione tutta per loro per le prossime due settimane prima dell’arrivo dei tre nuovi membri dell’equipaggio a bordo di un veicolo spaziale Soyuz aggiornato, la TMA-01M il cui lancio è previsto per il 7 ottobre.

Treppiede e Montatura per Binocolo

Treppiede per binocoli
Treppiede
Treppiede e montatura per binocolo

Mi chiamo Fabio Concetti, ho 23 anni, sono laureato in Biologia ed abito a Falerone (un paesino in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche); sono astrofilo da quando avevo circa cinque anni e già da allora il primo strumento che mi ha affascinato per la strepitosa capacità di far divenire gli oggetti del cielo ancor più belli che ad occhio nudo, è stato un binocolo.

Poi nel crescere mi sono evoluto ed è arrivato il classico 114 ; ho avuto poi spesso anche occasione di “guardare dentro” molti telescopi di 25 cm di diametro ed oltre, dotati di puntamento automatico.. una gran bella comodità, non c’è che dire, ma quando tornavo a casa e dovevo “armeggiare” con il mio telescopietto, mi rendevo conto di non riuscire a ritrovare gli oggetti (anche per colpa dello scandaloso cercatore, della montatura traballante e del cielo inquinato) e poi sentivo troppo la mancanza di poter avere lo sguardo rivolto nella stessa direzione inquadrata dallo strumento ed inoltre avere l’immagine dritta, insomma volevo essere più cosciente di dove e cosa stavo guardando e non avere la sensazione di immagini finte, rivolte nella stessa direzione del pavimento della terrazza… per non parlare del fatto che con i telescopi si deve tenere un occhio “in panchina” a non far nulla Insomma il binocolo rimaneva lo strumento preferito, solo che sia il 7×50 che il 10×50 mi andavano stretti, anche perchè di qualità non eccelsa.

Così mi sono portato appresso per molti anni il sogno di avere per le mani un binocolone di grande qualità e, dopo aver a lungo ponderato l’acquisto da fare, mi sono deciso ad acquistare il mitico 20×110 della General Hi-T.

Mi sono sempre rifiutato all’idea di acquistare un binocolo con i prismi a 45° o 90° per i motivi già detti sopra, però è nato prepotentemente il problema di un eventuale treppiede in grado di sostenere in maniera solida un binocolo di tale peso (circa 7Kg) ed anche in grado di consentirmi osservazioni allo zenit.

Non essendo soddisfatto di nessuna delle soluzioni in commercio, ne per quanto riguarda i treppiedi, ne tantomeno forcelle varie o teste fotografiche ecc… (sia per la scomodità delle visioni allo zenit, alle quali credo però non si possa rinunciare quando si ha per le mani un tal binocolo, sia per i prezzi e forse anche per la scarsa stabilità) ed avendo la grande fortuna di essere figlio di un falegname, ho deciso di autocostruirmi un treppiede ad hoc. Il risultato lo si può vedere nelle fotografie sottostanti.

Treppiede chiuso
Treppiede chiuso
treppiede aperto
treppiede aperto

L’altezza minima di questo treppiedi è di 120 cm, mentre alla massima apertura supera i due metri, anche se non è mai necessario aprirlo più del metro e ottanta.

Per realizzarlo ho utilizzato quattro tipi di legno diversi, al fine di coniugare leggerezza (per quanto possibile) e rigidità e robustezza impiegando legni con caratteristiche di elevata resistenza in quegli snodi critici in cui è richiesta particolare resistenza.

Il risultato finale è che il treppiedi è così resistente che ha retto i miei 70 chili (mi ci sono appeso) senza protestare più di tanto (da aperto!), inoltre l’ho anche dotato di una barra filettata centrale con una manopola in grado di tensionare ulteriormente la struttura, agendo sulle tre stecche che regolano l’apertura delle gambe.

Montatura treppiede
Montatura treppiede - Particolare
Montatura treppiede
Montatura treppiede - Particolare

Inizialmente pensavo di costruire anche una montatura a parallelogramma, ma ero molto dubbioso sulla funzionalità di una eventuale testa fotografica da applicare ad una estremità del trapezio stesso.

Poi è arrivata la folgorazione: ho visto, dal sito Binomania di Piergiovanni Salimbeni, la splendida idea di Gianfranco Bonfiglio che ha realizzato una sorta di forcellone con gli stessi vantaggi di una montatura a parallelogramma, ma che in più elimina il problema di mettere altri contrappesi per bilanciare il movimento di altezza (come invece avviene nella montatura in foto).

Montatura a parallelogramma
Forcella per binocolo

Infatti, realizzando una forcella di altezza appropriata, (cosa che peraltro Gianfranco Bonfiglio mi sembra non abbia fatto, almeno per quello che ho potuto carpire dalle sole immagini) sono riuscito a trovare il bilanciamento ideale che mi consente di muovere gli oltre sette chili del binocolo con uno sforzo pressoché nullo.

Praticamente riesco a spostare il binocolo senza neppure usare le mani, solo con la minima pressione che esercito con gli occhi ed il naso sulle conchiglie di gomma a protezione degli oculari!!!

Treppiede per binocoli - particolare
Treppiede per binocoli - particolare

E’ davvero un piacere incredibile e non debbo nemmeno mai serrare le manopole di blocco perchè il bilanciamento è talmente efficace che il binocolo mantiene qualsiasi posizione nella quale viene rilasciato.

Inoltre con il forcellone riesco ad avere un escursione in altezza di oltre 90 cm, così da poter osservare io lo zenit perfettamente in piedi e di abbassare poi il tutto per far osservare la stessa zona di cielo persino a bambini di 5 anni, senza dover intervenire sul treppiede o eventuali colonne centrali (come accade con altri sistemi), ottenendo perciò una stabilità ed una rapidità massime.

Treppiede per binocoli - escursione allo zenit
Treppiede per binocoli - escursione allo zenit
Treppiede per binocoli - escursione allo zenit
Treppiede per binocoli - escursione allo zenit

Ho potuto constatare che dando una discreto colpetto al binocolo fissato sulla montatura le vibrazioni spariscono dopo solo cinque secondi: direi che è ragguardevole se si pensa che fra binocolo, forcellone e contrappeso, il treppiede deve sostenere la bellezza di 20 chili !

Certo sulla trasportabilità di tutta questa attrezzatura (circa 35 chili complessivi, binocolo compreso) non posso certo dire di aver

fatto centro, però la stupefacente comodità osservativa che si ottiene ripaga ampiamente, e con gli interessi, lo sforzo che si compie per portarsela appresso.

Treppiede per binocoli - escursione allo zenit
Treppiede per binocoli - escursione allo zenit

Ed inoltre ho riservato un occhio di riguardo anche alla gradevolezza estetica complessiva che non guasta mai, e che è stata apprezzata anche da amici che con astronomia, binocoli e cavalletti hanno poco in comune.

Sono convinto che se qualche azienda si mettesse a produrre ad un prezzo accettabile dei sistemi basculanti simili o anche migliori di questo o delle varie montature a parallelogramma in circolazione, farebbero affari d’oro: una volta che si è provata la differenza di comodità rispetto alle classiche teste fotografiche, viene da piangere a tornare indietro.

Chi fosse interessato a conoscere ulteriori dettagli o informazioni può contattarmi al seguente indirizzo di posta elettronica: f.concetti@gmailcom

Problemi alla Soyuz in partenza dalla ISS

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Soyuz TMA-18
La Soyuz TMA-18
Soyuz TMA-18
La Soyuz TMA-18

Era previsto che la Soyuz TMA-18 mollasse gli ormeggi dalla ISS per le 0125 UTC di questa mattina, venerdì 24 settembre.

Tutto stava andando per il meglio e i tre componenti dell’equipaggio della capsula (Mikhail Kornienko, Alexander Skvortsov e Tracy Caldwell Dyson) avevano salutato i colleghi che restavano a bordo della Stazione e si trovavano già a bordo, quando i controlli di tenuta dei portelli hanno dato un allarme.
Un primo ritardo di un’orbita per il rientro ha permesso di eseguire diversi controlli e ritardo dopo ritardo siamo ora giunti al rinvio del rientro di almeno 24 ore.
Pare che il problema risieda nel portello del modulo Poisk della Stazione, elemento a cui è attraccata la Soyuz. In un primo tempo appariva solo un problema di microswitch, che non confermavano la completa chiusura dei ganci che permettono di sigillare perfettamente le guarnizioni di tenuta, ma a verifiche successive è stata anche rilevata una fuga di gas. Ovviamente in queste condizioni la Soyuz non può abbandonare la ISS, dato che si trova nella condizione di fare da “tappo” sul portello malfunzionante.
Soyuz TMA-18 componente danneggiato
Dettaglio dell'oggetto staccatosi dal sistema d'attracco (Nasa TV)

Ma successivi controlli hanno evidenziato che in realtà non ci sono perdite di gas, confermando la tenuta delle guarnizioni e il guasto è in realtà più complesso, coinvolgendo il sistema di ganci che uniscono la capsula al modulo d’ormeggio. Durante una delle riaperture del portello lato ISS, Fyodor Yurchikhin ha visto volare fuori dai meccanismi di attracco un piccolo oggetto che si è poi rilevato essere apparentemente un ingranaggio danneggiato.

Le foto sono state immediatamente inviate al Centro Controllo di Terra e sono al vaglio dei tecnici. Nel frattempo è stato confermato un prolungamento del soggiorno nello spazio di almeno 24 ore per l’equipaggio della Soyuz TMA-18.
Aggiornamento
Apparentemente si è trattato di un errore nel segnale di un sensore, quello che conferma l’avvenuto bloccaggio della chiusura del portello lato ISS.
Non essendoci quella conferma il sistema di aggancio non avvia la procedura di sgancio dato che gli risulta un portello aperto.
La soluzione?
Bypassare lo switch con un ponticello in modo che il sistema di attracco creda che il portello è chiuso. Alla faccia delle procedure di sicurezza…
Sono in corso altre verifiche, ma stando così la situazione la Soyuz TMA-18 lascerà la Stazione alle 0202 UTC di domattina con accensione deorbitante alle 0432 UTC e atterraggio alle 0522 UTC.
Buon rientro!

Forcella “reverse”

Forcella ultimata
Forcella con contrappesi e supporto di test.
Forcella "reverse"
Forcella "reverse"
Paoluzzi
Paoluzzi

Salve ragazzi, sono un tecnico elettronico dell’istituto di fisica nucleare con la passione perl’astrofilia, così di tanto in tanto mi cimento in autocostruzioni per osservare con i miei binocoli…. ed essendo elettronico le mie opere meccaniche sono alquanto pasticcione e poco rifinite.

L’oggetto che di recente mi ha impegnato è stata la costruzione di una forcella “reverse”: termine che uso per definire una forcella che viene montata al contrario in modo che le 2 braccia della biforcazione alloggino i contrappesi anzichè l’ottica, mentre la base orizzontale che forma con le 2 braccia la forma di “pi-greco” costituisce il supporto su cui montare gli strumenti di osservazione.

Un opportuno raccordo a “T” interno al “pi-greco” a sua volta permette i 2 movimenti altazimutali.
Mi soffermo sui 2 movimenti; se per la scelta del materiale relativo alla realizzazione della forcella si può optare con relativa facilità per qualsiasi tipo (legno, metallo pieno o “inscatolato”, PVC o plastica dura, vetroresina, MDF impermeabilizzato ecc ecc), per quanto riguarda la realizzazione dei movimenti abbiamo in genere 2 opzioni su lavorare:
1. movimenti fluidi in TEFLON (sul concetto della base dei telescopi dobson)
2. movimenti liberi su cuscinetto meccanico con relativi freni di bloccaggio
La mia scelta è caduta sui movimenti in teflon… fondamentalmente perchè è più semplice da realizzare, è la più fluida per il movimento e inoltre permette un facile montaggio-smontaggio con relativa ispezionabilità.
Avendo acquistato un solido 3piedi per teodolite nel mercato dell’usato, mi sono cimentato nella realizzazione della forcella cercando soluzioni più semplici possibili così da evitare sia le immancabili complicazioni da realizzazione-assemblaggio, sia eccessivi acquisti di utensileria (essendo un elettronico non dispongo di troppi utensili meccanici): infatti mi sono arrangiato con trapano a colonna, lima, sega e piccoli utensili presi all’ingrosso di ferramenta più vicino (purtroppo gli ingrossi ti forniscono a basso prezzo materiale di bassa… qualità). Ho innalzato il 3 piedi (amo osservare in piedi e “purtroppo” sono alto 1,81 m) utilizzando un ciocco in castagno massello cilindrico di 12cm di diametro e altezza 25cm circa opportunamente trattato con stucco-cementite-smalto impermeabile.

Treppiedi con forcella - Particolare
Treppiedi con forcella - Particolare

Ho realizzato il movimento orizzontare inserendo e incollando sul ciocco un perno filettato “M10” come asse di rotazione (e come perno su cui montare un eventuale bullone che stringendolo renda più duro il movimento rotativo), successivamente ho realizzato un sandwich di dischi “alluminio- teflon- alluminio”. Il primo è stato fissato al ciocco con 3 bulloni a 120 gradi, il disco in teflon (2mm di spessore) l’ho poggiato sopra, mentre il secondo disco di alluminio (è un dodecagono realizzato a mano con trapano-sega-lima per mancanza di reperibilità di un disco identico al primo).

Ho poggiato quindi il disco-dodecagono su quello in teflon in modo che possa sia ruotare liberamente, sia costituisca la base su cui montare il movimento azimutale (verticale) e su cui far gravare il peso dell’intera forcella.
Il concetto dietro ogni movimento e’: ottenere la fluidità facendo in modo che le parti in movimento tra loro siano in alluminio separato dal teflon ( realizzato ritagliando un foglio in teflon, materiale purtroppo non di facilissimo reperimento, ci sono però materiali plastici simili in giro) e agire poi sulla fluidità serrando gli assi di rotazione (dei perni filettati “M10”) con rondella di teflon-rondella in metallo-dado AUTOBLOCCANTE (e’ importante che sia autobloccante per evitare che si sviti durante i movimenti).

Ciocco con il primo disco di alluminio inserito
Ciocco con perno filettato e disco di alluminio - Particolare
Ciocco con il secondo disco inserito
Ciocco con perno filettato e disco di teflon - Particolare
disco-dodecagono
Disco di alluminio dodecagono realizzato a mano con trapano-sega-lima

A questo punto ho seguito lo stesso concetto per il movimento azimutale: utilizzando un piccolo trave di alluminio, l’ho incollato sul secondo disco (quello a dodecagono), l’ho forato in modo che possa passare il perno filettato-asse e sulle 2 facce laterali ho incollato (usando sempre colla “metallo liquido” molto buona per i metalli) 2 perni filettati che andranno ad infilarsi nella forcella.

Forcella - Particolare
Particolare della forcella

La forcella quindi l’ho tagliata su misura in modo che potesse essere montata con la miglior tolleranza possibile: peril materiale ho optato per legno di rovere (tra i più duri che si trovano in giro) dello spessore di 3 cm. A molti può sembrare esagerato ma ho scoperto che per le autocostruzioni è meglio SOVRADIMENSIONARE in modo da non avere sgraditi inconvenienti; inoltre ho intenzione di montarci almeno un rifrattore da 150/1200 che pesa una decina di kg, quindi voglio stare tranquillo con la solidità della struttura. Anche il rovere l’ho trattato con cementite-smalto impermeabile in modo da non aver problemi nelle mie umide fredde uscite notturne in montagna.

Forcella ultimata
Forcella con contrappesi e supporto di test.

Realizzata la forcella ho assemblato il tutto, con degli opportuni fori in basso ho messo dei contrappesi (che sono poi i classici pesi per manubri da body building) e al momento ho fissato sulla barra orizzontare della forcella una testa fluida GITZO che avevo, in modo da testare il tutto… E finora funziona!!!!!

Attualmente sto facendo un elenco delle migliorie da apportare, ma se penso che con meno di 50 euro ho realizzato una cosa che (fatta meglio e in alluminio) costa diverse centinaia di euro, sono felice!!!
Ecco la versione della telescope service

Un saluto “fai da te” dai castelli romani
Giovanni Paoluzzi alias Fabulador

PaoluzziGiovanni Paoluzzi, 34 anni, è un tecnico elettronico dell’Istituto di Fisica Nucleare presso la seconda università di Roma “Tor Vergata”, laboratorio prof. Carboni.

Conseguito il diploma in elettronica sperimentale presso l’istituto E. Fermi di Frascati, lavora con la qualifica di tecnico dopo un esperienza universitaria come studente presso la facoltà di ingegneria che gli ha fruttato 14 esami prima di interrompere gli studi.

Prima di arrivare alla sezione universitaria di Tor Vergata ha lavorato per 7 anni ai laboratori nazionali di Frascati dell’INFN dove ha prestato servizio negli esperimenti Kloe, OPERA e nelle iniziative didattiche.

Appassionato di scienza applicata, laboratorio, prototipi e nuove idee, è un astrofilo che osserva con binocoli giganti nella continua ricerca degli ormai pochi cieli scuri del centro Italia. Portando avanti la sua passione per l’astronomia, si interessa di storia delle tecniche e dei personaggi della scienza; tra i suoi punti di riferimento ci sono le opere scientifiche dell’astronomo inglese Edmond Halley, del tecnico estone Bernhard Schmidt e del genio croato Nikola Tesla.

Nel tempo libero si dedica al jazz e al blues come chitarrista o bassista in qualche band romana.

Lancio Atlas

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l lancio ripreso a lunga esposizione
l lancio ripreso a lunga esposizione. [SpaceflightNow]
l lancio ripreso a lunga esposizione
l lancio ripreso a lunga esposizione. (SpaceflightNow)

È partito alle 0403:30 dalla rampa SLC-3E della Vandenberg Air Force Base il vettore Atlas 5 che ha portato in orbita il satellite spia segreto NROL-41.
Il committente è il National Reconnaissance Office (NRO L-41).
Il lancio è stato ritardato per ben 4 volte durante il conto alla rovescia a causa di un veicolo privato che si trovava nei pressi della rampa 8. fortunatamente è poi stato allontanato ed il conto alla rovescia è potuto proseguire.

Alcune statistiche di questo lancio:

Il 605esimo lancio per il programma Atlas dal 1957
Il 287esimo lancio Atlas da Vandenberg AFB dal 1959
Il 36esimo lancio Atlas dallo Space Launch Complex 3
Il 23esimo lancio di un Atlas 5 dal 2002
Il terzo Atlas 5 che parte da Vandenberg
Il 15esimo Atlas 5 lanciato dalla United Launch Alliance
Il secondo Atlas 5 che vola nella configurazione 501
La decima missione di un Atlas 5 per il Department of Defense
Il quarto uso dell’Atlas 5 per il National Reconnaissance Office

Occultatore

Dispositivo occultatore
Dispositivo occultatore

I recenti passaggi di Saturno sulla celebre “Crab Nebula” hanno messo gli astroimager di fronte a un grosso problema: come ottenere un flusso comparabile per due soggetti che notoriamente hanno una differenza di luminosità di più di 8 magnitudini (ovvero, oltre 2000 volte)? Il dispositivo che propongo di costruire, tanto semplice quanto efficace, dovrebbe esser adatto a migliorare la situazione; il concetto di base è piuttosto semplice: ridurre pesantemente la luminosità del pianeta al fine di portarlo ad una brillanza superficiale paragonabile a quella della nebulosa. La verifica dell’efficacia del dispositivo non è stata possibile a causa delle pessime condizioni meteo degli ultimi periodi, ma non appena possibile aggiorneremo il presente intervento con immagini e ulteriori considerazioni.

Dispositivo occultatore
Dispositivo occultatore

In pratica, come mostra la figura, si tratta di “occultare” un settore del campo inquadrato dal sensore (webcam o CCD), per far si che, ruotando opportunamente il cilindro di sostegno, venga nascosto, per quanto possibile, solamente il pianeta.

A questo cilindro, infatti, dovremo fissare adeguatamente un piccolo spezzone di pellicola fotografica già sviluppata, come per esempio i primi 3-4 fotogrammi di un rullino negativo, oppure fotografando zone molto scure con un’invertibile. La pellicola, opportunamente ritagliata a “settore” in modo da arrivare fin quasi al centro del cilindro che la sostiene, dovrà chiaramente avere la giusta densità, determinabile comunque senza grosse difficoltà, per esempio preparando una serie di ritagli più o meno scuri (come in una scala di grigi).

Per quanto concerne la qualità dell’immagine, si può stare tranquilli in quanto la pellicola si trova piuttosto vicina al sensore. Altra particolarità: variando la distanza della pellicola dal sensore (facendo scorrere il tubetto di sostegno) possiamo modificare la “sfocatura” dei contorni dell’ombra provocata dall’occultatore: maggiore sarà la distanza, maggiore sarà chiaramente l’entità della sfocatura… attenzione comunque a non esagerare: sfocando troppo l’occultatore potrebbe non esser più sufficiente a coprire tutto il pianeta!

Buone riprese a tutti!

Per domande o chiarimenti, non esitate a scrivermi: manucri01@virgilio.it

Discovery in rampa. Per l’ultima volta.

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Space Shuttle Discovery sulla rampa di lancio
Lo Space Shuttle Discovery sulla rampa di lancio per l'ultima volta
Space Shuttle Discovery sulla rampa di lancio
Lo Space Shuttle Discovery sulla rampa di lancio per l'ultima volta

Iniziato lunedì alle 2323 UTC e terminato martedì alle 0549 UTC, è stato effettuato l’ultimo rollout dello Space Shuttle Discovery, quello per eseguire la missione STS-133. Per tutta la giornata di martedì il Discovery è stato lasciato scoperto e la cosa si ripeterà sabato, quando i dipendenti potranno portare i famigliari a visitare tutto il Kennedy Space Center, con visite guidate all’interno dei vari edifici.

Sì, perché sabato 25 settembre sarà il Family Day per il centro NASA, sarà quindi il giorno in cui le famiglie possono vedere dove e come si lavora.

La Rotating Service Structure si riaprirà ancora una volta il sette di ottobre per poter issare a bordo il carico utile in modo da inserirlo poi nella stiva della grande astronave.

Questi i passi successivi:
– 15 ottobre, Terminal Countdown Demonstration Test
– 19 ottobre, Flight Readiness Review
– 28 ottobre, arrivo equipaggio
– 29 ottobre, inizio countdown
– 1 novembre, 2040 UTC, Lancio
– 3 novembre, attracco alla ISS
– 5 novembre, EVA numero 1
– 6 novembre, installazione del PMM Leonardo
– 7 novembre, EVA numero 2
– 10 novembre, distacco dalla ISS
– 12 novembre, rientro ed atterraggio

Equinozio d’Autunno 2010

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Equinozio d'Autunno
Equinozio d'Autunno

L’equinozio (dal latino “notte uguale” dato che il giorno e la notte hanno la stessa durata) è il giorno in cui il Sole, all’Equatore, sorge e tramonta verticalmente passando per lo Zenith.

A differenza degli altri inizi di stagione, che vengono convenzionalmente fissati al 21 del mese, l’equinozio d’autunno (per l’emisfero boreale, per quello australe è di primavera) viene convenzionalmente assegnato al 23 settembre.

Equinozio d'Autunno
Equinozio d'Autunno

Perché è diverso dalle altre stagioni? Semplice, perché la Terra percorre un’orbita ellittica durante il suo moto intorno al Sole e l’afelio (punto più distante dal Sole) è il 3 luglio mentre il perielio (punto più vicino al Sole) è il 3 gennaio. Per la seconda legge di Keplero, la Terra si muove più lentamente quando è più lontana dal Sole.
Quindi, riassumendo, ecco la durata delle quattro stagioni per l’emisfero boreale:
– primavera 92.75 giorni
– estate 93.65 giorni
– autunno 89.85 giorni
– inverno 88.99 giorni

Il Sole, nel suo moto annuo lungo l’eclittica, al momento dell’equinozio d’autunno (verso il 23 settembre) viene a trovarsi esattamente sull’equatore celeste nel punto della Bilancia.
Coordinate equatoriali del Sole:
δ = 0° (declinazione)
α = 180° (ascensione retta)

Diverso è però l’equinozio astronomico, che come sappiamo  l’equinozio settembrino cadrà astronomicamente alle 03:09 UTC (le 5:09 CEST, italiane) del 23 settembre.
Buon autunno a tutti!

Rendez-vous con GIOVE!

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Tabella Posizioni Giove
Tabella Posizioni Giove
Le circostanze delle ultime opposizioni di Giove

In questi giorni Giove (mag. -2,9) si mostra come da tempo non accadeva: oltre ad essere in opposizione (raggiungerà l’opposizione geometrica il 21 settembre) questo mese, e quindi visibile per tutta la notte, questa sera, 20 settembre, raggiungerà la minima distanza dalla Terra, passando a “sole” 3,954 unità astronomiche.

La tabella a destra riassume le circostanze delle ultime opposizioni di Giove, in base alle quali si può vedere (anche se le differenze sono minime) come quella del 2010 sarà la più favorevole in relazione al diametro angolare mostrato dal pianeta. Soltanto nel 1987 si ebbero valori simili (avvicinamento fino a 3,954 UA e diametro di 49,9″), mentre per trovarne di migliori bisogna addirittura risalire al 1951 (3,949 UA e 50″); e più grande di cosi torneremo a vedere Giove soltanto nel 2022!

La differenza di diametro angolare di Giove registrata negli ultimi 50 anni circa
La differenza di diametro angolare registrata negli ultimi 50 anni circa tra |’opposizione del 1963 e quella del 2005

Tanto per dare un’idea delle variazioni in gioco, in tutte le opposizioni verificatesi dall’anno -3000 al 6999, la distanza minore in assoluto (3,91 UA) verrà raggiunta nel 6874, mentre quella del 1951 verrà superata soltanto nel 2129.

La figura a sinistra mostra invece la massima differenza di diametro angolare, registrata negli ultimi circa 50 anni tra |’opposizione del 1963 e quella del 2005.

…e non solo Giove!

Anche Urano (mag. +5,7), che si manterrà nei Pesci nelle immediate vicinanze di Giove, sarà in opposizione il 21 e alla minima distanza dalla Terra questa sera (19,088 UA), chi riuscirà ad individuarlo, sperando in un cielo sereno, anche solo ad occhio nudo?

E per chiudere.. anche lo storico pianetino (6) Hebe domani sera, 21 settembre, sarà in una “super opposizione”, arriverà ad una distanza dalla Terra mai raggiunta da 34 anni a questa parte: 0,976 UA!!
La cosa non succedeva dal 1976 e si ripeterà solo durante l’opposizione del 2044.
Dal punto di vista osservativo, questa straordinaria opposizione sarà favorita dal fatto che Hebe si muoverà nella Balena, pochi gradi a sud est di Giove e Urano. Un facile bersaglio da non mancare assolutamente!

ATV-2 ai blocchi di partenza

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Automated Transfer Vehicle
Il modulo all'arrivo a Kourou. [CNES]
Automated Transfer Vehicle
Il modulo all'arrivo a Kourou. CNES

Il suo nome è Johannes Kepler e dovrà replicare la perfetta missione di rifornimento eseguita dal predecessore Jules Verne.

Attualmente è necessaria una decisione dell’ESA, dato che Arianespace sta riservando lo slot di lancio di dicembre 2010 per questa missione. La conferma dovrà arrivare entro la fine del mese, perché se lo slot si liberasse, procederanno a lanciare due satelliti per telecomunicazioni: Arianespace ha intenzione di eseguire comunque la sesta missione dell’anno, sia essa per ESA che per aziende private.
Per questa missione sono stati modificati i contenitori rack interni e migliorati i supporti dei booster del vettore, due piccole modifiche che permettono un aumento di carico utile di circa 650 kg.
ATV-2 non eseguirà più tutti i test di avvicinamento, ma attraccherà direttamente alla stazione. Il suo percorso dal lancio alla ISS durerà circa 8 giorni e la finestra di lancio sarà istantanea, one shot: o parte in orario o si rinvia.
Partendo a dicembre potrà eseguire un potente reboost della Stazione intorno alla primavera prossima, dopo l’ultima missione Shuttle. Brucerà circa 4000 kg di propellenti per risollevare la ISS di circa 40 km.
La sua missione durerà circa cinque-sei mesi e al termine si disintegrerà in atmosfera con un carico di rifiuti.
Il costo della missione si aggira fra i 400 e i 450 milioni di euro e il terzo esemplare è già in costruzione presso gli stabilimenti di Torino (la sezione cargo) e di Brema (il modulo di servizio). Partirà presumibilmente nel febbraio 2012, mentre altri due sono già in programma con date previste per il lancio nel febbraio 2013 e febbraio 2014.
Per gli ulteriori veicoli si attende pensando alla disponibilità della versione capace di rientrare a Terra.

ATV-2 ai blocchi di partenza.Il secondo cargo europeo Automated Transfer Vehicle, è da maggio allo spazioporto di Kourou nella Guyana francese e attende di essere montato su un vettore Ariane 5 per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale.

Il suo nome è Johannes Kepler e dovrà replicare la perfetta missione di rifornimento eseguita dal predecessore Jules Verne.Attualmente è necessaria una decisione dell’ESA, dato che Arianespace sta riservando lo slot di lancio di dicembre 2010 per questa missione. La conferma dovrà arrivare entro la fine del mese, perché se lo slot si liberasse, procederanno a lanciare due satelliti per telecomunicazioni: Arianespace ha intenzione di eseguire comunque la sesta missione dell’anno, sia essa per ESA che per aziende private.
Per questa missione sono stati modificati i contenitori rack interni e migliorati i supporti dei booster del vettore, due piccole modifiche che permettono un aumento di carico utile di circa 650 kg.
ATV-2 non eseguirà più tutti i test di avvicinamento, ma attraccherà direttamente alla stazione. Il suo percorso dal lancio alla ISS durerà circa 8 giorni e la finestra di lancio sarà istantanea, one shot: o parte in orario o si rinvia.Partendo a dicembre potrà eseguire un potente reboost della Stazione intorno alla primavera prossima, dopo l’ultima missione Shuttle. Brucerà circa 4000 kg di propellenti per risollevare la ISS di circa 40 km.La sua missione durerà circa cinque-sei mesi e al termine si disintegrerà in atmosfera con un carico di rifiuti.
Il costo della missione si aggira fra i 400 e i 450 milioni di euro e il terzo esemplare è già in costruzione presso gli stabilimenti di Torino (la sezione cargo) e di Brema (il modulo di servizio). Partirà presumibilmente nel febbraio 2012, mentre altri due sono già in programma con date previste per il lancio nel febbraio 2013 e febbraio 2014.Per gli ulteriori veicoli si attende pensando alla disponibilità della versione capace di rientrare a Terra.

Turismo Spaziale

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Capsula Spaziale Boeing CST-100
La Capsula Spaziale Boeing CST-100
Capsula Spaziale Boeing CST-100
La Capsula Spaziale Boeing CST-100

Siglato un accordo fra la Space Adventures e la Boeing per dare una spinta al turismo spaziale. L’obiettivo è di assegnare un sedile della capsula CST-100 a coloro che potranno permettersi di raggiungere la ISS per una gita di piacere.

Questa capsula in fase di sviluppo da parte di Boeing avrà una capacità massima di 7 posti e si prevede possa entrare in servizio entro il 2015. La Space Adventures ha già acquistato dalla Russia i precedenti posti per turisti che si liberavano sulle Soyuz (ben 8 dal 2001 ad oggi), ma purtroppo con la chiusura del programma Shuttle, tutti i posti disponibili sono occupati dagli equipaggi delle Expedition.

I prezzi saranno “competitivi” e se l’ultimo turista ha speso 40 milioni di dollari, il prossimo potrebbe farcela con 25. Senza considerare che il CST-100 potrebbe portare i facoltosi viaggiatori su una nuova stazione spaziale costruita con i moduli gonfiabili di Bigelow.

Per contro abbiamo il congresso americano che sta mettendo i bastoni fra le ruote alla proposta del presidente Obama di finanziare lo sviluppo dei mezzi spaziali privati, cosa che non aiuta di certo.

Sicuramente la Boeing è un’azienda che può investire e seguendo logiche commerciali inseguirà gli obiettivi senza le lungaggini governative…

Un gigante tra i giganti del cosmo

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Supercluster di Galassie
Il Supercluster di Galassie individuato dal Telescopio Spaziale Planck
Supercluster di Galassie
Il Supercluster di Galassie individuato dal Telescopio Spaziale Planck

Nuove importanti scoperte  arrivano da Planck, il satellite dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato allo studio dell’Universo primordiale. Dalle osservazioni del cielo nelle microonde, Planck ha ottenuto le prime immagini di ammassi di galassie, tra gli oggetti cosmici più grandi che si conoscano, sfruttando il cosiddetto effetto “Sunyaev-Zel’dovich” (SZ), una traccia inconfondibile da essi lasciata sulla radiazione di fondo cosmico diffusa. Ulteriori indagini condotte con un altro telescopio spaziale dell’ESA, XMM-Newton, hanno poi permesso di scoprire che uno degli ammassi individuati è in realtà molto più grande di quanto ritenuto, e che per questo è stato classificato come “superammasso” di galassie, il primo ad essere identificato grazie all’effetto SZ.

Nell’Universo la materia non si distribuisce in modo uniforme: le stelle sono infatti concentrate nelle galassie e le galassie a loro volta si aggregano insieme, per creare enormi ammassi circondati da altrettanto estese regioni di spazio vuoto. Gli ammassi possono contare anche mille galassie e sono permeati da gas caldo che emette un intenso flusso di radiazione nella banda dei raggi X. Inoltre, gran parte della loro massa è composta da materia oscura. Ad una scala ancora più grande troviamo i superammassi, sterminati agglomerati di gruppi ed ammassi di galassie. Questi oggetti celesti ci danno informazioni sulla distribuzione della materia nell’Universo – sia quella visibile che quella oscura – e quindi la loro osservazione è determinante per comprendere l’origine e l’evoluzione delle strutture cosmiche.

“La scoperta degli ammassi e del superammasso è tra le più eclatanti nell’ambito di quelle già messe a segno da Planck” commenta Reno Mandolesi dell’INAF, Principal Investigator dello strumento LFI a bordo del satellite. “La rivelazione di questi oggetti celesti con il metodo SZ è da considerarsi una vera e propria pietra miliare della missione”.

E infatti la strumentazione di Planck, basata su rivelatori di radiazione compresa tra 30 e 857 GHz, è stata accuratamente progettata per riuscire a rivelare la presenza nello spazio di grandi gruppi di galassie sfruttando l’effetto “Sunyaev-Zel’dovich”. Questo fenomeno si produce quando i fotoni che costituiscono la radiazione cosmica di fondo attraversano un grande ammasso di galassie e da questa interazione subiscono una variazione nella loro energia.

“Sebbene lo scopo principale della missione Planck sia quella di dare una descrizione precisa della radiazione primordiale generata durante le prime fasi di vita dell’Universo, l’altissima qualità dei dati di questo satellite permette di fare delle scoperte molto importanti anche su oggetti come galassie e ammassi di galassie” commenta Paolo Giommi, responsabile del centro analisi dati ASDC dell’Agenzia Spaziale Italiana.  “È particolarmente rilevante che i risultati siano stati ottenuti combinando dati di due satelliti apparentemente cosi’ diversi come Planck ed XMM,  due missioni ESA con un forte contributo italiano”.

Dopo l’identificazione delle sorgenti, gli scienziati hanno puntato verso di esse il telescopio orbitante per raggi X XMM-Newton, consapevoli del fatto che gli ammassi di galassie emettono grandi quantità di radiazione in quella banda. Grazie a queste osservazioni complementari, gli astronomi sono stati così in grado di confermare che i segnali individuati da Planck erano prodotti da ammassi di galassie. E in un caso, da una struttura ancor più grande: un superammasso, composto da almeno tre gruppi estremamente massivi di galassie.

“Entrambi i satelliti Planck e Newton-XMM sono stati realizzati dall’ESA con anche il contributo dell’ASI” spiega Barbara Negri, responsabile Osservazione dell’Universo dell’ASI. “Fin dalla sua creazione, l’Agenzia Spaziale Italiana ha sempre guardato con grande attenzione all’Astrofisica spaziale e ha contribuito alla realizzazione, o realizzato essa stessa, satelliti ed esperimenti per osservare il Cosmo a tutte le lunghezze d’onda. Missioni che hanno sempre ottenuto risultati scientifici di grandissimo rilievo, come quest’ultima scoperta, che è stata possibile grazie alle osservazioni nei raggi X di Newton-XMM e nelle microonde di Planck. E’ anche grazie a questo impegno dell’ASI nel supportare le missioni spaziali scientifiche, che la comunità astrofisica nazionale ha potuto raggiungere quell’eccellenza che la pone oggi tra le prime al mondo.”

Pio & Bubble Boy – Coelum n.141 – Settembre 2010

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vignetta 141

vignetta 141

Questa Vignetta è pubblicata su Coelum n.141 – Settembre 2010. Leggi il Sommario.

Portare carichi a Terra dalla ISS

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Portare carichi a Terra dalla ISS
Portare carichi a Terra dalla ISS
Portare carichi a Terra dalla ISS

Con l’andata in pensione dello Space Shuttle, non esisterà più la possibilità di portare a Terra dei carichi dalla Stazione Spaziale Internazionale.
Una tale situazione può rappresentare un problema, dato che esistono molti esperimenti che necessitano del ritorno per l’analisi dei risultati.
A parte quel poco che si può imballare ed inserire nelle Soyuz, sarà una pratica impossibile ed è uno dei motivi per cui lo Shuttle era nato.

Ma Europa e Giappone potrebbero metterci una pezza. Sono iniziati gli studi per permettere all’europeo ATV (Automated Transfer Vehicle) e al Giapponese HTV (H-2 Transfer Vehicle) di effettuare viaggi di andata e ritorno verso la Stazione Spaziale.
Per fare ciò sarà necessario dotare le capsule di un adeguato scudo termico, e questo è indispensabile, ma anche della robustezza necessaria per sopportare il rientro. Ovviamente saranno necessari paracadute ed eventuali sistemi gonfiabili anti-affondamento. Da non sottovalutare i sistemi di controllo ambientale per poter trasportare anche cavie vive.

Per l’ESA si parla di Automated Return Vehicle (ARV) e il suo sviluppo potrebbe iniziare nel 2011 con una decisione degli stati membri. Nel luglio del 2009 è già stato affidato a EADS Astrium un contratto per 18 mesi di lavoro incentrato proprio su questo obiettivo. Lo stanziamento è stato di 21 milioni di euro. Stabilito che è da fare, si partirà già con una bozza di progetto. L’obiettivo è avere il primo lancio operativo fra il 2016 e il 2018, cosa decisamente possibile.

Per JAXA si parla di HTV-R e i tempi sono molto simili: inizio sviluppo nel 2011 e primo volo nel 2016.
Questi veicoli potranno riportare a Terra dei carichi compresi fra 300 e 1500 kg che, benché siano molto lontani dalle 15 tonnellate dello Shuttle, saranno assolutamente benvenuti.

Un altro dato interessante è rappresentato dal fatto che queste versioni di capsule saranno il primo passo verso la trasformazione dei cargo in veicoli abitati, prima di tutto per mantenere in vita i vegetali e i piccoli animali che partecipano agli esperimenti, ma subito dopo per affiancarsi alle altre capsule per il trasporto degli astronauti.

Negli anni ’20 di questo secolo avremo molta scelta per trasportare esseri umani da e verso l’orbita terrestre. Al Dragon di SpaceX e a Orion della NASA si affiancheranno anche gli equivalenti Europeo e Giapponese. E chissà che non sbuchino fuori anche gli omologhi Cinese e Indiano: ormai le tecnologie sono mature…

Nell’immagine una rappresentazione artistica di ARV.
Fonte: ESA.

La Luna si sta contraendo

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La Luna si sta contraendo

La Luna si sta contraendo
La Luna si sta contraendo
Finora si è ipotizzato che la Luna fosse geologicamente “morta” da miliardi di anni, cioè che non vi fossero più movimenti né della sua crosta e neanche del suo nucleo. Invece le osservazioni di LRO hanno dimostrato che in realtà devono ancora essere presenti piccoli movimenti tettonici e geologici causati dal suo restringimento.

Secondo Thomas Watters, scienziato senior presso lo Smithsonian National Air and Space Museum, il diametro della Luna si è probabilmente ridotto di circa 90 metri negli ultimi 800 milioni di anni.

In base alle dettagliatissime immagini inviate a Terra dalla sonda americana, è stato possibile rilevare che leggeri movimenti tettonici sono avvenuti con effetti di subsidenza (sovrapposizione degli strati geologici) formando una serie di “scogliere” note come scarpate lobate. In determinati punti si nota chiaramente che le scarpate hanno coperto parzialmente dei piccoli crateri, che, proprio per il fatto di essere piccoli e senza altri impatti al loro interno, tendono ad essere relativamente giovani. Questa copertura può derivare da frane (che evidenzierebbero comunque una certa attività, anche solo sismica) ma più probabilmente si è trattato di un vero e proprio spostamento della parete rocciosa, segno inequivocabile di un restringimento della crosta.
E parlando di attività sismica, occorre evidenziare come i movimenti geologici abbiano una correlazione con i terremoti lunari (o lunamoti, come alcuni li definiscono) che riusciamo a misurare grazie ai sismografi lasciati dagli astronauti durante quattro missioni lunari. Escludendo i possibili movimenti causati da impatti meteorici, sbalzi termici fra giorno e notte e forze mareali create dalla Terra, permane una certa quantità di fenomeni riconducibili proprio ai movimenti di faglia.

La missione LRO sta avendo fantastici ritorni scientifici grazie alla estrema definizione delle immagini che riprende.
La sua missione primaria si chiuderà a settembre di quest’anno, ma si sta già organizzando l’estensione della missione, almeno fino al 2012.
Per ottenere questo risultato si passerà dall’attuale orbita circolare a 50 km di quota ad un’orbita ellittica che si estenderà da un’altitudine di 30 km a quasi 200 km. Grazie a questo cambiamento si otterrà una sensibile diminuzione del consumo di propellenti, permettendo così il completamento della missione estesa e probabilmente un’ulteriore estensione.

In foto due piccoli crateri di circa 40 m di diametro indicati dalle frecce sono parzialmente coperti, mentre nell’ingrandimento uno di 20 m è coperto quasi per metà dalla parete rocciosa, dimostrandone lo spostamento.
Fonte: NASA/Goddard/Arizona State University/Smithsonian.

La ISS è tornata in piena efficienza

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La ISS è tornata alla piena efficienza
La ISS è tornata alla piena efficienza
La ISS è tornata alla piena efficienza
La ISS è tornata alla piena efficienza

L’attività extraveicolare di ieri è avvenuta perfettamente e la pompa guasta è stata finalmente sostituita.
Durante una EVA di 7 ore e 20 minuti iniziata alle 1020 UTC, Douglas Wheelock e Tracy Caldwell Dyson hanno completato il montaggio e la riconnessione della pompa di circolazione dell’ammoniaca del circuito di raffreddamento A.

Attualmente il sistema di controllo termico della Stazione è nuovamente in piena efficienza e sta funzionando a dovere. È previsto uno spegnimento nella giornata di giovedì per ripristinare la circolazione corretta ed eliminare i by-pass attivati durante il periodo di guasto del loop A. Comunque i circuiti sono alla pressione nominale di 22,7 bar, raggiunta progressivamente dopo il termine della EVA.

Per la riparazione sono state necessarie 3 EVA per una durata totale di 22 ore e 49 minuti.

Quella di ieri è anche stata la 150esima attività extraveicolare per la ISS e la durata totale ammonta a 944 ore e 24 minuti, equivalenti a 39,4 giorni.

Solo l’ultima operazione dell’attività è stata cancellata per mancanza di tempo. Il cavo denominato J612 che avrebbe dovuto collegare il modulo Quest con Unity non è stato montato, ma sarà necessario prima dell’arrivo del PMM Leonardo con la missione Discovery STS-133, quindi dal primo novembre in poi.

In foto un momento dell’EVA.
Fonte: NasaTV.

Definito il piano di riparazione per la ISS

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Definito il piano di riparazione per la ISS

Definito il piano di riparazione per la ISS
Definito il piano di riparazione per la ISS
Douglas Wheelock e Tracy Caldwell Dyson: sono loro due gli incaricati della sostituzione della pompa del circuito di raffreddamento che si è bloccata domenica mattina.

Effettueranno la prima attività extraveicolare venerdì mattina alle 1055 UTC quando usciranno per iniziare a preparare la nuova pompa stoccata sul traliccio nei pressi di quella guasta. La seconda escursione per eseguire tutti gli allacci elettrici e ai circuiti dell’ammoniaca avverrà lunedì.
Questo componente fa parte delle 14 parti indispensabili al funzionamento della Stazione e con 4 ricambi si può stare abbastanza tranquilli. I responsabili di missione sapevano che prima o poi una pompa si sarebbe guastata, anche se non credevano che sarebbe successo così presto. Con un tempo medio previsto fra guasti di 100’000 ore, il funzionamento di questo componente è stato di sole 80’000 ore.
La pompa costruita dalla Boeing, è lunga 1,70 m, larga 1,2 m e alta 0,9 m ed è troppo grande per essere caricata a bordo di un ATV o di un cargo Progress.

Con gli ultimi lanci Shuttle si sta cercando di completare il più possibile la scorta di parti di ricambio indispensabili, proprio per prevenire queste situazioni potenzialmente a pericolose per l’intera Stazione: in questo momento la ISS sta correndo un rischio “importante”, dato che si trova senza un sistema di refrigerazione di scorta. Se dovesse guastarsi anche il circuito B sarebbe un vero disastro.

Questo è il motivo principale per cui si stanno accorciando il più possibile i tempi ma senza imporre eccessiva fretta che potrebbe mettere a rischio i membri dell’equipaggio.
Per lavori di questo tipo è importante ad esempio avere tempi lunghi dal termine delle operazioni e il rientro a bordo. Avendo a che fare con l’ammoniaca, è molto importante che gli astronauti non ne abbiano delle piccole quantità depositata sulle tute. Impiegando un po’ di tempo dalla fine del lavoro al rientro si permette all’ammoniaca di evaporare nello spazio.

In foto Tracy e Doug iniziano la preparazione delle tute per il duro lavoro di venerdì.
Fonte: NASA.

Problema sulla ISS

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Problema sulla ISS

Problema sulla ISS
Problema sulla ISS
Uno dei circuiti di controllo termico che mantengono costante la temperatura della Stazione si è guastato ieri sera causando lo spegnimento di molte apparecchiature elettroniche del grande complesso.
Il Coolant Loop si occupa di smaltire verso l’esterno il calore generato dai vari laboratori presenti a bordo ed il suo malfunzionamento avrebbe come risultato un aumento repentino delle temperature all’interno dei moduli della ISS.

Non è ancora chiara la causa, ma il modulo di pompaggio dell’ammoniaca del circuito A, montato sul lato di destra del traliccio principale della Stazione si è bloccato circa alle 0000 UTC di questa mattina, domenica primo agosto. Un guasto di questa entità fa subito scattare i sistemi di sicurezza avviando una serie di procedure d’emergenza e svegliando l’equipaggio.
Il primo effetto del blocco di metà dell’impianto di dissipazione termica è lo spegnimento di due dei quattro giroscopi che controllano l’assetto della ISS, di un canale di comunicazione, di diversi convertitori di potenza dei pannelli solari, utilizzati per il controllo dell’alimentazione e di un numero imprecisato di multiplexer-demultiplexer disseminati sulla Stazione.

L’equipaggio non è in pericolo, ma le procedure sono state febbrili, con la reimpostazione delle varie condizioni nel nuovo assetto interno, che comprende anche dei cavi di connessione elettrica aggiuntivi sistemati fra la sezione russa e quella americana per la ridistribuzione energetica. Alle 0500 UTC, Tracy Caldwell Dyson and Douglas Wheelock stavano eseguendo proprio queste riconfigurazioni dicendo che gli sembrava una esercitazione: purtroppo era un problema reale.

Poco prima delle 1000 UTC dal controllo di terra eseguivano un tentativo di ripristino della pompa bloccata, ma il sistema andava nuovamente in allarme svegliando ancora l’equipaggio. I controllori si sono scusati dicendo che pensavano di aver tacitato tutti gli allarmi, anche se non c’erano evidentemente riusciti.

La perdita del 50% di potere refrigerante per la Stazione Spaziale Internazionale significa perdere il 50% dell’elettronica di bordo e quindi degli esperimenti. Ed è un problema abbastanza grave. Sulla Stazione sono però presenti due pompe di scorta montate sugli External Storage Platform, pallet di ricambi agganciati ai lati del traliccio principale.

Di fatto dal controllo missione stanno prendendo in seria considerazione la possibilità di effettuare due EVA speciali per effettuare la sostituzione della pompa che ha una massa di 353 kg. Le connessioni sono molte e complesse; è per questa ragione che il lavoro verrebbe diviso in due escursioni, anche per una revisione accurata delle procedure di lavoro.

Wheelock and Caldwell Dyson sarebbero i prescelti e la prima EVA avverrebbe giovedì, mentre la seconda due-tre giorni dopo. Ovviamente nessuno dei due astronauti ha mai cambiato una pompa di quel tipo, ma dato che hanno seguito un addestramento per effettuare delle escursioni insieme, si preferisce mantenere la squadra unita, confidando sull’intesa di lunghi mesi di lavoro congiunto. La pompa è stata montata nell’agosto del 2009, ma nell’aprile di quest’anno è stato sostituito il serbatoio dell’ammoniaca che aveva dato problemi con alcuni bulloni e nell’apertura di una valvola poi sbloccata con dei comandi dal controllo di Terra. Nessun problema si era però riscontrato nel funzionamento, fino a stanotte.

Presentato il primo modello globale di gravità calcolato da GOCE

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Presentato il primo modello globale di gravità calcolato da GOCE

Presentato il primo modello globale di gravità calcolato da GOCE
Presentato il primo modello globale di gravità calcolato da GOCE
La missione GOCE (Gravity field and steady–state Ocean Circulation Explorer) è stata lanciata nel dicembre 2009 con l’obiettivo di misurare il campo gravitazionale terrestre e di determinare il geoide con un’elevata risoluzione ed accuratezza. I primi risultati, ottenuti con soli due mesi di dati, sono molto incoraggianti e mostrano nuove informazioni in vaste aree come il Sud America, l’Africa, L’Himalaya, il sud est asiatico e l’Antartide. Nei prossimi mesi si aspettano nuove elaborazioni più dettagliate ed accurate.

L’ Italia ha contribuito alla costruzione del satellite, essendo Thales Alenia di Torino il prime contractor del progetto per ESA. Inoltre il gruppo di ricerca del Politecnico di Milano, che da decenni lavora in campo internazionale per la realizzazione di una missione europea di misura del campo di gravità, è una parte fondante del Consorzio denominato HPF (Hight Level Processing Facility) che ha il compito di trasformare il dato del satellite in stima del campo terrestre.

L’ASI poi sostiene un progetto di coordinamento delle attività di ricerca italiane che intendono utilizzare i dati della missione GOCE per lo sviluppo di modelli globali e locali del campo gravitazionale e per lo sviluppo di applicazioni geodetiche, geofisiche, geologiche ed oceanografiche.
In particolare il progetto dell’ASI, soprannominato GOCE-ITALY, che è svolto dai gruppi di ricerca del Politecnico di Milano, Università di Milano, Università di Padova, Università di Trieste, Istituto di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste, Altec e Galileian Plus, prevede l’utilizzo da parte degli scienziati italiani dei prodotti della missione per il conseguimento dei seguenti obiettivi:

a) La determinazione di un modello globale del campo gravitazionale terrestre e del geoide con elevata risoluzione spaziale ed elevata accuratezza, integrando il dato spaziale con quello terrestre.

b) La determinazione di modelli locali del campo gravitazionale e del geoide basati sull’integrazione di misure gravimetriche in situ con i dati di GOCE.

c) La determinazione del geoide nel Mediterraneo.

d) La determinazione delle armoniche basse del campo gravitazionale, tramite la determinazione orbitale precisa (POD) da analisi dei dati GPS, e il miglioramento del modello delle maree oceaniche.

e) Lo sviluppo di applicazioni geodinamiche, in particolare lo sviluppo di modelli di postglacial rebound (PGR) per studiarne l’effetto sul campo gravitazionale sia a scala globale che regionale.

f) Lo sviluppo di applicazioni oceanografiche, in particolare l’uso combinato del geoide derivato da GOCE, eventualmente migliorato con dati gravimetrici in situ, e misure di altimetria da satellite, al fine di misurare le correnti nel Mar Mediterraneo.

g) Lo sviluppo di applicazioni geologiche, in particolare la determinazione di un modello avanzato della crosta nel territorio italiano e lo studio di bacini sedimentari a larga scala nella crosta inferiore o nel mantello superiore.
La responsabilità del coordinamento del team di ricerca è stata affidata al Politecnico di Milano. Alcune attività del progetto verranno svolte direttamente dal Centro ASI di Geodesia Spaziale “Giuseppe Colombo” tra cui il calcolo di serie temporali del geopotenziale, utilizzando i dati SLR (Satellite Laser Ranging) della rete ILRS su diversi satelliti geodetici (i.e. LAGEOS – I e –II, Starlette, Stella, Ajisai etc.), la validazione dell’orbita e il confronto tra il geoide calcolato utilizzando i dati di GOCE con quello derivato dalle informazioni di SLR.

Rosetta sorvola Lutetia

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Rosetta sorvola Lutetia

Rosetta sorvola Lutetia
Rosetta sorvola Lutetia
Sabato 10 luglio la sonda europea Rosetta ha volato a meno di 3’200 chilometri dall’asteroide Lutetia. Si tratta di un’occasione bonus aggiunta alla raccolta scientifica di questa sonda durante il suo viaggio per incontrare una cometa nel 2014.

Lutetia era praticamente sconosciuto prima del flyby e gli scienziati contavano su Rosetta per migliorare la conoscenza delle sue dimensioni, la composizione chimica e dell’origine. Questo incontro ha reso Lutetia il più grande asteroide visitato da vicino da un veicolo spaziale.
Le immagini mostrano che Lutetia è costellato di crateri, evidenziando i molti impatti subiti durante i suoi 4,5 miliardi di anni di esistenza. All’avvicinarsi di Rosetta, una depressione a forma di catino gigante che si estende per gran parte dell’asteroide è comparsa in vista. Le immagini confermano che Lutetia è un corpo allungato, con il suo lato più lungo di circa 130 km.

“Questa è esplorazione nella sua forma migliore”, ha detto David Southwood, direttore scientifico dell’Agenzia Spaziale Europea per i Programmi Robotici. Gli ingegneri all’interno dell’European Space Operations Center in Germania hanno confermato che il flyby si è svolto come previsto raggiungendo il punto più vicino alle 1610 UTC. Ci sono voluti più di 25 minuti perché i segnali radio, viaggiando attraverso il Sistema Solare giungessero a noi da Rosetta, il che significa che il massimo avvicinamento si è effettivamente verificato alle 1544 UTC.

Il flyby di Rosetta è avvenuto a 3’162 km da Lutetia ad una velocità relativa di 53’900 chilometri all’ora. Si è inoltre verificato a più di 450 milioni di chilometri dalla Terra e si è svolto in poco più di un minuto. Ma le telecamere e gli altri strumenti avevano lavorato per ore e alcuni anche giorni prima. Poco dopo il massimo avvicinamento, Rosetta ha iniziato a trasmettere i dati a Terra per l’elaborazione.

I pianificatori della missione hanno aggiunto il flyby di Lutetia alla missione Rosetta da 1,2 miliardi di dollari come un’occasione per raccogliere dati aggiuntivi mentre la sonda volava verso la cometa Churyumov-Gerasimenko. Nel 2008 la stessa sonda Rosetta ha visitato anche l’asteroide Steins, ma Lutetia, molto più grande, ha offerto molte più possibilità per l’osservazione.

“Dei due flyby asteroidali che siamo stati in grado di sfruttare lungo la strada verso la cometa, Lutetia è sempre stato il nostro obiettivo principale perché crediamo che questo ci fornirà le informazioni più preziose su come i pianeti si sono formati e in che stato si trovava il materiale durante questo periodo di formazione”, ha detto Rita Schulz, scienziato del progetto Rosetta presso l’Agenzia Spaziale Europea.

Nonostante il suo diametro medio di oltre 95 km, la composizione minerale e la forma esatta di Lutetia erano ancora un mistero per gli scienziati prima della visita di Rosetta. Lutetia è stato scoperto nel 1852, ma le migliori foto dell’asteroide riprese dai telescopi sia sulla Terra che nello spazio mostrano solo un oggetto composto da pochi pixel.
L’ipotesi più probabile è che Lutetia sia un asteroide di tipo C, il che significa che ha attraversato relativamente intatto la maggior parte della storia del Sistema Solare che dura da 4,6 miliardi di anni. Gli asteroidi di tipo C sono scuri e ricchi di carbonio e molecole organiche. Gli scienziati credono che siano cimeli rimasti dalla formazione del Sistema Solare.
“Se risultasse che è un tipo C, cosa che tutti speriamo, allora abbiamo un grande oggetto che è piuttosto incontaminato e che ci mostra il Sistema Solare poco dopo la formazione dei pianeti”, ha aggiunto Rita Schulz.

Ma alcune misurazioni suggeriscono che Lutetia possa essere ricco di metalli, quindi un asteroide di tipo M. Schulz ha detto che gli asteroidi metallici si sono formati dalla frattura di un corpo più grande e derivano da frammenti del nucleo.
“Non è possibile, non può essere sia un asteroide di tipo C che di tipo M, perché sono totalmente diversi”, ha proseguito Schulz. “Questo è un enigma che possiamo risolvere solo visitando questo oggetto perché le indicazioni provenienti da tutte le osservazioni eseguite finora non sono definitive”.
Il compito di Rosetta è stato quello di far luce su questi dubbi.

La sonda ha raccolto immagini di Lutetia nello spettro visibile, la mappa con la distribuzione dei minerali sulla sua superficie per mezzo degli spettrometri, ha cercato una eventuale sottile atmosfera e studiato le variazioni di temperatura sull’asteroide.

Il flyby di Lutetia per Rosetta è stata l’ultima tappa durante il suo viaggio di 10 anni dalla Terra alla Churyumov-Gerasimenko. Dal suo lancio nel 2004, Rosetta ha completato quattro manovre di gravity assist per indirizzarsi verso la cometa, tre delle quali sono stati flyby della Terra e uno di Marte.
Gerhard Schwehm, responsabile della missione Rosetta, ha detto che i tecnici a Terra passeranno il prossimo anno a mettere in letargo la sonda di 2’840 kg, imponendole un sonno profondo, che durerà circa due anni e mezzo, in grado di ottimizzare il consumo energetico. I controllori di volo attiveranno tutti gli strumenti scientifici di Rosetta entro la fine dell’anno per assicurarsi che siano efficienti prima della sospensione. Alcuni di essi riceveranno anche degli aggiornamenti software. “Mettere in ibernazione un veicolo spaziale per due anni è decisamente complesso ed occorre assicurarsi la possibilità di riattivarla di nuovo”, ha detto Schulz.

Mentre Rosetta transiterà nel sistema solare esterno, le squadre di terra metteranno alla prova i suoi grandi pannelli solari in modalità a bassa intensità, una funzione speciale che aumenta l’efficienza del sistema di approvvigionamento energetico della sonda, anche se i pannelli raccoglieranno meno luce solare. I pannelli solari di Rosetta, lunghi 32 metri, forniscono una grande superficie di raccolta per convertire in elettricità la più debole luce solare.
Gli ingegneri prevedono anche una manovra di correzione a gennaio per mettere Rosetta sulla giusta rotta verso Churyumov-Gerasimenko. Quattro dei propulsori di Rosetta modificheranno la velocità della sonda di 2’844 km/h.
“Avremo in seguito un periodo molto tranquillo per il veicolo spaziale che ci permetterà di controllare tutti i sottosistemi per assicurarsi che tutto è a posto e funziona correttamente, e nel giugno metteremo finalmente Rosetta in modalità di sospensione”, ha detto Schwehm.

Il controllo missione non prevede di svegliare Rosetta durante il letargo, in parte perché la sonda non avrebbe abbastanza elettricità per alimentare tutti i suoi sistemi contemporaneamente. “Non possiamo fare molto in quanto non avremmo abbastanza potenza per attivare tutti i sistemi e correggere eventuali problemi”, ha concluso Schwehm. Un’altra grande correzione di rotta è prevista per la primavera del 2014, subito dopo la riattivazione di Rosetta e pochi mesi prima dell’arrivo dalla cometa.

Rosetta dovrebbe arrivare nei pressi di Churyumov-Gerasimenko nel maggio 2014 mentre si avvicina al Sole ed entrare in orbita attorno al nucleo, un corpo di soli 4 km di diametro. La sonda sgancerà poi il lander tedesco Philae che scenderà sulla superficie della cometa nel novembre 2014, da dove invierà immagini e dati per circa una settimana. Rosetta resterà con la cometa fino al 2015 durante il suo passaggio vicino al Sole, completerà la mappatura della superficie e osserverà le sue modificazioni man mano che si scalderà rilevando i composti emessi come il ghiaccio di acqua.

Immagine: Rosetta ha ripreso questa foto di Lutetia poco prima del massimo avvicinamento. Le immagini provengono dallo strumento OSIRIS, che combina una macchina fotografica a largo campo ed una a teleobiettivo. Al massimo avvicinamento, i dettagli visibili sono stati di 60 metri su tutta la superficie visibile di Lutetia. Fonte: ESA

Trovati frammenti raccolti da Hayabusa

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Trovati frammenti raccolti da Hayabusa

Trovati frammenti raccolti da Hayabusa
Trovati frammenti raccolti da Hayabusa
La Japan Aerospace Exploration Agency ha annunciato lunedì di aver trovato particelle all’interno della capsula di rientro della missione Hayabusa, capsula che avrebbe dovuto raccogliere un campione della superficie dell’asteroide Itokawa nel 2005. I funzionari dicono che non sanno ancora se le particelle sono polvere proveniente dall’asteroide o se il materiale è originato dalla Terra o proviene dallo spazio interplanetario.

La capsula di rientro Hayabusa è stata paracadutata sulla Terra il 13 giugno e proviene da una missione durata sette anni che ha percorso oltre sei miliardi di chilometri attraverso il Sistema Solare. Questa è la missione che ha compiuto il primo viaggio di andata e ritorno ad un asteroide.
La capsula da 40 centimetri è rimasta illesa nel rientro e le squadre di recupero hanno spedito immediatamente il modulo in Giappone, dove è arrivato il 18 giugno presso un laboratorio high-tech a Sagamihara, vicino a Tokyo. È stata subito eseguita una radiografia del filtro che ha mostrato segni di particelle di circa 1 millimetro e i tecnici hanno rilevato anche una traccia di gas proveniente dalla capsula.

La polvere dovrebbe provenire dall’asteroide Itokawa, ma c’è anche la possibilità che provenga dallo spazio interplanetario o potrebbe addirittura essere una contaminazione proveniente da Terra, presente all’interno del contenitore prima del lancio. Solo le analisi dettagliata del materiale determineranno la sua fonte e potrebbero essere necessari mesi prima che gli scienziati riescano a dimostrare che i campioni sono stati effettivamente prelevati dalla superficie di Itokawa, una grande roccia a forma di patata. I ricercatori prevedono di utilizzare un microscopio elettronico e uno spettrometro per misurare le dimensioni e la composizione chimica dei campioni, determinandone così la provenienza.

Hayabusa è stata progettata per raccogliere i campioni sollevati da un proiettile sparato per smuovere i frammenti depositati sulla superficie e incanalarli all’interno della camera di raccolta, il tutto mentre la sonda eseguiva un atterraggio. Ma il cattivo funzionamento del sistema durante due tentativi nel novembre 2005 ha indotto il controllo missione ad eseguire un ulteriore campionamento che è andato più liscio, ma gli ingegneri di missione hanno detto che il proiettile non è stato sparato, mettendo così in dubbio l’obiettivo primario della sonda Hayabusa.

Nonostante l’inconveniente, ai responsabili di missione è rimasta qualche speranza di trovare polvere dell’asteroide entrata nella camera di raccolta nel momento in cui la sonda ha urtato contro la sua superficie di Itokawa.

In foto l’interno della capsula con i piccoli frammenti di materiale.
Fonte JAXA.

Notizie da Marte

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Ancora in ascolto per Spirit – Sol 2307, 30 giugno 2010.

Spirit rimane in silenzio nel luogo chiamato “Troy” sul lato ovest di Home Plate. Nessuna comunicazione è stata ricevuta dal rover dal Sol 2210 (22 marzo 2010).
Come detto in precedenza, è probabile che Spirit abbia subito un forte abbassamento di potenza e abbia quindi spento tutti i sottosistemi, anche quelli di comunicazione e sia passato in un sonno profondo. Durante il sonno, il rover utilizzerà l’energia disponibile dai pannelli solari per ricaricare le batterie. Quando le batterie avranno recuperato una sufficiente carica, Spirit si risveglierà e inizierà a comunicare.
C’è il rischio aggiuntivo che il rover abbia subito un guasto all’orologio di missione. Se ciò fosse accaduto, Spirit resterà addormentato finché le batterie non saranno ricaricate a sufficienza e quindi fino a che ci sia abbastanza luce solare per i pannelli per riattivare il rover. Con il solstizio d’inverno superato il 13 maggio 2010, i livelli di energia solare e le temperature sono previste in aumento.
L’odometria totale è invariata a 7’730,50 metri.
Opportunity.
Migliora l’alimentazione una volta superato il Solstizio d’inverno – Sol 2254-2260, 27 maggio-2 giugno 2010.

Superato il solstizio d’inverno, la produzione d’energia va migliorando. Opportunity continua a spostarsi verso il cratere Endeavour.
Il Sol 2254 (27 Maggio 2010), il rover si è spostato di circa 26 metri verso sud/sud-est. Altro spostamento nel Sol 2256 (29 Maggio 2010), per circa 25 metri. Ma il Sol 2257 (30 Maggio 2010), si è verificata un’avaria al Pancam Mast Assembly (PMA) che sostiene le telecamere di navigazione e scientifiche. Lo snodo di azimut del PMA non si è mosso quando comandato. Il Sol 2259 (1 giugno 2010), sono stati eseguiti una serie di test diagnostici sul comando specifico e su altri attuatori come controllo. Il PMA è risultato essere a posto, il che non spiega il problema precedente. Così l’intenzione è di proseguire nell’indagine con ulteriori test diagnostici.
Dal Sol 2260 (2 giugno 2010), la produzione di energia dei pannelli solari è stata 269 watt-ora, l’opacità atmosferica (Tau) era 0,465 (Sol 2256) e il fattore polvere sui pannelli solari era 0,566.
L’odometria totale ammontava a 20,862.01 metri.

Si cerca di tornare al più presto a muoversi – Sol 2261-2266, 3-9 giugno 2010.

Il Pancam Mast Assembly (PMA) pare funzionare perfettamente nonostante il malfunzionamento subito nel Sol 2257 (30 maggio 2010) e non si ha quindi una spiegazione del problema.
Sono stati eseguiti diversi test diagnostici nei Sol 2259, 2261, 2262 e 2265 (1, 3, 4 e 8 giugno). In ogni caso, la diagnostica ha indicato che l’attuatore di azimut del PMA funziona perfettamente. Ulteriori analisi suggeriscono che lo spettrometro di emissione termica in miniatura (Mini-TES) possa essere l’origine del problema al PMA e che il PMA stesso fosse solo in attesa di un segnale dal Mini-TES, segnale che non è mai arrivato. Piccole anomalie sono state osservate nel Mini-TES durante il Sol 2250 (23 Maggio 2010). Indagini sono in corso sullo strumento. Nel frattempo, sono stati effettuati test finali sul PMA per riprendere al più presto gli spostamenti.
Nel Sol 2266 (9 giugno 2010), la produzione di energia dei pannelli solari stata di 287 watt-ora, l’opacità atmosferica (Tau) è stata 0,465 (Sol 2256) e il fattore polvere sui pannelli solari era 0,589.
L’odometria totale era 20,862.01 metri.

Opportunity supera le 13 miglia percorse su Marte! – Sol 2267-2272, 10-15 giugno 2010.

Opportunity è nuovamente in viaggio e ha superato i 21 km (13 miglia) di percorso su Marte.
L’errore di azimuth del Pancam Mast Assembly (PMA) del Sol 2257 (30 maggio 2010), è stato attribuito a un problema all’interno del mini-spettrometro ad emissione termica (Mini-TES). Una verifica del Mini-TES è in corso. Il PMA è stato ripristinato per la ripresa delle immagini (e non per l’uso del Mini-TES).
Durante il Sol 2267 (10 giugno 2010), è stato eseguito un Quick Fine Attitude (QFA) per verificare la precisione della lettura dell’assetto per minimizzare la deriva giroscopica. Sono state anche riprese ulteriori immagini nella direzione di marcia. Nel Sol 2270 (13 giugno 2010), Opportunity ha eseguito uno spostamento per la prima volta dopo l’anomalia PMA, ed ha coperto oltre 70 metri. Il rover ha poi eseguito un altro spostamento durante il Sol 2272 (15 giugno 2010), muovendosi di quasi 72 metri verso est.
Dal Sol 2272 (15 giugno 2010), la produzione di energia solare è stata di 297 watt-ora, l’opacità atmosferica (Tau) è stata di 0,280 e il fattore polvere sui pannelli solari era 0,570 .
L’odometria totale era 21,005.47 metri.

Opportunity Completa le tre unità di spostamento della settimana – Sol 2273-2279, 16-22 Giugno 2010

Opportunity ha fatto buoni progressi verso il cratere Endeavour con tre unità di spostamento.
Il Sol 2274 (17 giugno 2010) il rover ha completato circa 60 metri di spostamento verso est. Il Sol 2276 (19 giugno 2010) il rover ha fatto una piccola curva per evitare un ripple e poi si è spostato di 72 metri verso est. Con questa unità, Opportunity ha superato la distanza di una mezza maratona, 21’097,5 metri, o 13,11 miglia.
Il rover ha proseguito nel Sol 2279 (22 giugno 2010) coprendo più di 70 metri verso est/sud-est.
Al Sol 2279 (22 giugno 2010), la produzione di energia solare è passata a 320 watt-ora, l’opacità atmosferica (Tau) è stata 0,257 e il fattore polvere sui pannelli solari era 0,5585.
L’odometria totale era 21’209,69 metri.

Opportunity continua il viaggio verso Endeavour Crater – Sol 2280-2286, 23-29 Giugno 2010.

Opportunity continua ad avvicinarsi al cratere Endeavour, mentre i livelli di energia solare migliorano.
Il Sol 2281 (24 giugno 2010) il rover ha completato circa 70 metri, viaggiando verso est/sud-est. Il Sol 2283 (26 giugno 2010) ha percorso soli 57 metri verso nord-est per evitare alcune increspature del terreno di grandi dimensioni. Opportunity ha poi proseguito nel Sol 2286 (29 giugno 2010), coprendo più di 70 metri verso est.
Dal Sol 2286 (29 giugno 2010), la produzione di energia solare è migliorata passando a 354 watt-ora, l’opacità atmosferica (Tau) è stata di 0,295 e il fattore polvere sui pannelli solari era 0,577.
L’odometria totale era 21’408,21 metri.

In foto un’immagine del bordo del cratere Endeavour ripresa da Opportunity durante il suo avvicinamento. I nomi dei picchi sono ispirati dai luoghi visitati dal Capitano Hook con il vascello Endeavour a metà del XVIII secolo.
Fonte: NASA/JPL-Caltech/Cornell University.

Gli astronauti dello Shuttle in Italia

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Gli astronauti dello Shuttle in Italia

Gli astronauti dello Shuttle in Italia
Gli astronauti dello Shuttle in Italia
Quattro mesi fa orbitavano a circa 340 km di distanza dalla superficie terrestre per istallare sulla Stazione Spaziale Internazionale il Nodo3 (Tranquillity) e la Cupola, gli ultimi due ‘gioielli’ del Made in Italy per lo Spazio. Adesso sono qui, invitati proprio dall’Agenzia Spaziale Italiana. Nicholas Patrick, Kay Hire e Terry Virtis, tre dei sei membri della missione STS-130 (nella foto a sinistra, la crew al completo) conclusasi lo scorso 22 febbraio, sono atterrerati in Italia il 28 giugno , accolti da Salvatore Pignataro che ha dato loro il benvenuto a nome dell’ASI. E nel nostro paese resteranno fino al 2 luglio. Prima destinazione Torino, per incontrare il team di tecnici di Thales Alenia Space che ha materialmente realizzato gli ultimi due elementi della ISS per conto dell’ESA. Per i tre astronauti statunitensi, che hanno avuto modo di visitare i luoghi e i laboratori dove la Cupola e Tranquillity sono diventati realtà, l’appuntamento ha rappresentato un fondamentale momento di confronto.

Entrambi i moduli (qui a destra la Cupola) sono stati infatti progettati, sviluppati e integrati negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space, che ha inoltre avuto la responsabilità delle attività di preparazione al lancio e di supporto alla Nasa attraverso il centro ALTEC, società costituita da Thales Alenia Space, Agenzia Spaziale ed Enti pubblici piemontesi.

Proprio per questo, la missione Shuttle STS 130 lanciata dalla NASA il 7 febbraio scorso, ha rappresentato un passaggio importante non solo per la messa a punto della Stazione spaziale, ma anche per l’Italia. La ISS, infatti, il più grande e ambizioso progetto spaziale concepito dopo la conquista della Luna, volge verso il suo completamento con l’arrivo a bordo di un altro pezzo significativo del nostro paese: sarà italiano anche PMM, l’ultimo modulo permanente abitativo.

Al termine della visita nel capoluogo piemontese, Patrick, Hire e Virtis incontreranno il Primo cittadino della città, Sergio Chiamparino. A seguire – nel pomeriggio del 30 giugno – partiranno alla volta di Roma dove saranno accolti dal presidente dell’ASI Enrico Saggese e, in serata, riceveranno il benvenuto da parte del Ministro dell’Istruzione, Università e della Ricerca, Maristella Gelmini. Per il giorno successivo, vigilia del volo di ritorno negli Stati Uniti, è in programma il saluto del sindaco della Capitale, Gianni Alemanno.