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Nasce da un’idea di Stefano Tognaccini la sedia per l’osservazione stellare attraverso maxi-binocoli: Space Odyssey unica nel suo genere.

AUTOCOSTRUZIONE SPINTA

Prima Parte

Dopo il fortunato articolo comparso nel n°261 di Coelum Astronomia torna a farci compagnia Stefano Tognaccini, astrofilo autocostruttore amante delle sfide e dei binocoli.

Ciao a tutti lettori di Coelum e ben ritrovati! Sono trascorsi alcuni mesi dal racconto della mia prima impresa e, impegni lavorativi permettendo, ho finalmente la gradita occasione di coinvolgervi nella seconda e per ora ultima epopea.

Storia che inizia qualche anno fa quando fui colpito da un articolo dell’astronomo statunitense Don Machholz, o meglio da alcune sue foto che lo ritraevano comodamente agiato su una strana sedia mai vista prima.

Don Machholz sulla sua sedia

La seduta in questione è la  Star Chair 3000, un meraviglioso marchingegno pensato e progettato per i binocoli nell’utilizzo verticale.

Optando per i binocoli per l’osservazione astronomica, ogni appassionato avrà avuto modo di notale che a meno che  non si tratti di uno strumento leggero, a mano libera, i non angolati con diametri importanti, sono scomodissimi da maneggiare soprattutto puntando alla zona del cielo alta e intorno allo zenit.

La situazione migliora di poco anche volendo sfruttare un treppiede molto alto. Per guardare dentro gli oculari infatti bisogna dimostrarsi  abili contorsionisti, con il collo assolutamente flessibile.

Si potrebbe in alternativa pensare ad un sistema montatura a pantografo per binocoli già disponibili sul mercato, ma con un po’ di pratica non è difficile dimostrare che i problemi dell’osservazione in zone alte nel cielo rimangono più o meno irrisolti.

Se consideriamo poi che i binocoli versione dritta con diametri notevoli si trovano a poche centinaia di euro, a differenza di quegli angolati di pari diametro, il rammarico cresce.

La particolare sedia motorizzata vista nell’articolo invece rappresenta ai miei occhi la soluzione ottimale, con l’osservatore che diventa parte integrante del marchingegno.  Insomma puntare al cielo notturno in piena comodità doveva essere esperienza insuperabile!

Non c’è neanche bisogno di dire che in pochi secondi la mia mente elaborò un unico desiderio: la voglio!

Con una ricerca online scoprii facilmente che il produttore della starchair era stata un’azienda australiana che ormai da tempo aveva cessato la propria attività, e inoltre già allora il prezzo si mostrava evidentemente proibitivo per la maggior parte degli astrofili, ciò ne giustificherebbe per altro il numero esiguo di esemplari disponibili in tutto il mondo.

Insomma, lettori miei, non restava che l’autocostruzione.

Nella prima impresa raccontata qualche mese fa, avevo già messo alla prova le mie competenze ed ora due nuovi fattori giocavano a mio favore. Del secondo parlerò fra poco mentre per primo si riferisce all’ambito lavorativo. Da anni infatti sono nel campo dell’assistenza dei solarium abbronzanti e come è facile immaginare modelli di poltrona, le così dette lampade facciali, capitano spesso sotto le mie mani.

L’idea fu quindi quella di trovarne una da rottamare per recuperare le parti necessarie per il mio progetto.

Poco tempo dopo recuperai una poltrona con telaio in ferro per fortuna in ottime condizioni, e fornita anche di alcuni cablaggi elettrici interessanti, una pesante piastra con staffe che mi sarebbe servita come culla per l’inclinazione all’indietro e due pistoni motorizzati a 24v.

Come idea generale mi ero ispirato a qualcosa di molto simile ad un telescopio Dobson con una base grande per sostenere il peso e per il movimento azimut, e una culla per l’altezza. Unica differenza: nel mezzo invece del telescopio ci sarebbe stata la poltrona con tanto di osservatore e binocolo.

Un progetto piuttosto complesso ricco di variabili ed incognite che non ero certo di saper affrontare.

Ma un passo alla volta. Iniziai, esattamente come accede per i Dobson,  costruendo una base dove poter ruotare in azimut la strumentazione.

A tal scopo feci tagliare da un falegname due tavole, una abbastanza grande per prevenire eventuali ribaltamenti, il cui diametro doveva tuttavia rispettare le dimensioni dello sportello posteriore della mia auto per il trasporto, l’altra più piccola su cui montare la poltrona mentre la rotazione tra le due era assicurata da un perno passante e un cuscinetto.

In seguito fissai la sedia usando alcune parti recuperate dal solarium tra cui una piastra con due robuste staffe per sostenere il telaio della poltrona, un blocco quest’ultimo che si rivelerà poi essenziale essendo quella la zona su cui va a scaricare tutto il peso, persona compresa, tanto che se costruito correttamente tutto il sistema ne uscirà meglio bilanciato.

Per il movimento in altezza invece optai sin da subito per un pistone elettrico pilotato da un interruttore sali/scendi e una batteria, il bilanciamento perfetto con una persona viva, in movimento sopra la poltrona stellare sarebbe quasi impossibile.

Per il movimento in azimut invece scelsi la soluzione manuale, simile al Dobson. Grazie all’ausilio delle braccia, usando dei maniglioni montati sulla base d’appoggio si potevano eseguire dei movimenti abbastanza precisi.

Space Odyssey prima versione

Tutto piuttosto fattibile e in poco tempo la prima versione della starchair fu pronta, per essere testata con un grosso binocolo Wega 25×100 mm montato su una staffa inizialmente fissa ma poi motorizzata, per regolare al meglio l’altezza degli oculari sul viso della persona.

Test Space Odyssey con Wega 25x100mm

 

La prova sul campo insieme a mio fratello Andrea mi lasciò senza parole(FOTO 5), mai avevo osservato così bene con il Wega da 100mm su treppiede! La comodità segnava una notevole differenza, come se si osservasse con uno strumento più potente e in più con il vantaggio di non stancarsi mai.

Ho utilizzato la mia “sedia stellare” per molti anni durante le osservazioni, e ne sono stato sempre molto orgoglioso e soddisfatto, finché  però non ho conosciuto l’oramai amico Marco Mancini in compagnia del suo mostruoso Binocolo Fujinon.

Si tratta di un fenomenale e luminosissimo Fujinon 25×150 mm MT di produzione Giapponese dal peso di 26 kg, forse il binocolo monoblocco più grande al mondo(FOTO 6).

Uno strumento nato per un uso operativo militare: l’osservazione dal ponte delle navi della Marina Militare in situazioni di scarsa luminosità, grazie alla grande apertura e bassi ingrandimenti. Perfetto anche per l’astronomia, soprattutto per la ricerca delle comete.

Marco mi chiese se la mia versione di starchair con qualche modifica avrebbe potuto ospitare il binocolone…ma la risposta era deludente: purtroppo no!

Come me e il mio Wega da 100mm dal modesto peso di 5kg la struttura era già al limite di sopportazione mentre l’enorme mole del Fujinon a sbalzo, oltre a rendere tutto estremamente instabile, avrebbe probabilmente piegato i bracci della staffa d’appoggio.

La Sedia Stellare andava completamente riprogettata sulla base della prima versione.

La decisione quindi era presa, la poltrona doveva essere però questa volta completamente sovradimensionata sia per la persona che per lo strumento.

Ed è  in questo momento che entra in gioco il mio secondo fattore fortunato, mio suocero, il quale per anni ha lavorato per un’azienda metalmeccanica operante nel settore aerospaziale e anche piuttosto famosa in campo astronomico avendo partecipato alla realizzazione del nostro TNG Telescopio Nazionale Galileo. Progetto che allora fu tra l’altro seguito proprio da mio suocero, dell’ideazione fino alla costruzione, supervisionato dal Prof. Barbieri dell’Istituto Astronomico di Padova.

Insomma più fortunato di così non è proprio possibile!

LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO SULLA SPACE ODYSSEY è PUBBLICATO SU COELUM ASTRONOMIA 264 DISPONIBILE A QUESTO LINK