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Le costellazioni del mese di Aprile 2026
Lasciatosi l’inverno alle spalle, il mese di aprile ci accoglie con un cielo in rapida trasformazione.
Orione, dopo essere stato protagonista della notte a partire dalla metà ottobre e fino a tutto il periodo invernale, inizia adesso ad anticipare progressivamente il suo tramonto: se all’inizio di aprile sarà visibile nella sua interezza fino alle 23 sull’orizzonte Ovest, già alla fine del mese le stelle più basse della sua costellazione tenderanno a confondersi nella luce del crepuscolo. La stessa sorte tocca a tutte le costellazioni tipiche del cielo invernale: il Toro, i Gemelli e l’Auriga, che tramontano tra Ovest e Nord-Ovest entro la prima parte della notte.
Prendendo come orario di riferimento la mezzanotte, a Nord dominano l’Orsa Maggiore e parte del Drago, mentre più bassi all’orizzonte e in direzione Nord-Est brillano le costellazioni di Cassiopea e del Cefeo.
In direzione Sud si scorgono invece facilmente le costellazioni tipiche di questo periodo primaverile appena iniziato: in particolare il Leone, la Vergine e il Boote, i cui astri principali – Denebola, Spica e Arturo – delineano il cosiddetto Triangolo Primaverile, un asterismo moderno utile per orientarsi nel cielo di stagione. Nello spicchio di cielo compreso tra Est e Sud-Est fanno nel frattempo capolino, già sufficientemente alte nel cielo, alcune delle costellazioni estive, come Ofiuco ed Ercole.
L’approfondimento di questo mese verterà su tre delle costellazioni che, con riferimento alla mezzanotte della metà del mese, si troveranno in prossimità del meridiano locale.
LA COSTELLAZIONE DEL CORVO
Sebbene di dimensioni piuttosto ridotte, la costellazione australe del Corvo (in latino Corvus con abbreviazione Crv) – situata leggermente al di sotto dell’equatore celeste – è facilmente individuabile utilizzando come riferimento la brillante Spica, nella costellazione della Vergine. Partendo da questa stella, basterà spostare leggermente lo sguardo verso il basso in diagonale per raggiungere le stelle 𝛿 e 𝛾 del Corvo, note anche come Algorab – dall’arabo, “il corvo” – e Gienah Gurab – “l’ala del corvo”.

L’intera costellazione, grazie alla sua posizione in una regione di cielo relativamente povera di stelle brillanti, è ben riconoscibile per la sua caratteristica forma a quadrilatero, il cui perimetro è delimitato dalle stelle , 𝛾, 𝛿 ed Corvi.
Guardando a queste stelle più nel dettaglio, troviamo che Algorab (𝛿 Corvi) è in realtà un sistema doppio, costituito dalla stella primaria di colore bianco-azzurro e di magnitudine circa +2.95, e da una compagna più debole, una nana arancione di magnitudine +8.51, osservabile con telescopi di piccole dimensioni.
La stella 𝛼 Corvi, detta anche Alchiba – dall’arabo “la tenda”, probabilmente in riferimento ad una rappresentazione differente da quella adottata attualmente – si trova a soli 48 anni luce di distanza ed è tra tutte la più vicina, ma non la più luminosa, primato che va a Gienah. La più distante è invece Corvi, nota come Minkar, “la narice del corvo”, che, pur trovandosi a oltre 300 anni luce, presenta una magnitudine apparente di +3.02.
La costellazione del Corvo contiene anche un interessante asterismo: a breve distanza dal confine con la costellazione della Vergine, lo Stargate è costituito da sei stelle, di cui le tre più luminose disposte a formare un triangolo equilatero e le altre tre a delinearne uno più piccolo, inscritto e ruotato rispetto al primo; il nome deriva dalla somiglianza con il portale presente nell’omonima serie televisiva di fine anni ’90.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione del Corvo
Malgrado le sue piccole dimensioni – è la settantesima su ottantotto per estensione – la costellazione ospita alcuni oggetti di cielo profondo senza dubbio degni di nota.
Tra i più interessanti – e studiati in letteratura – vi sono le galassie interagenti NGC 4038 e NGC 4039, note agli astrofili con il nome di Galassie Antenne; distanti tra i 50 e i 70 milioni di anni luce dalla Terra, esse sono prossime alla fusione e caratterizzate dalla presenza di due spettacolari code mareali di gas e stelle, dalla cui somiglianza con le antenne di un insetto deriva il loro nome.
NGC 4027 è invece una galassia spirale barrata situata a circa 80 milioni di anni luce; la sua evidente asimmetria – con un braccio molto più esteso rispetto all’altro – è probabilmente il risultato di interazioni gravitazionali avvenute nel suo passato.

All’interno della Via Lattea, nella direzione del Corvo, si trova anche la nebulosa planetaria NGC 4361, scoperta da William Herschel nel 1785; al telescopio appare come un debole disco leggermente allungato, al cui centro è visibile la stella progenitrice, oggi nana bianca di tredicesima magnitudine.
Mitologia e storia della costellazione del Corvo

Probabilmente nota già ai babilonesi, la costellazione del Corvo trovò dapprima formalizzazione nel catalogo delle 48 costellazioni stilato da Tolomeo, e successivamente fu confermata nel novero delle 88 costellazioni moderne dall’Unione Astronomica Internazionale.
Il mito – attestato nei Catasterismi di Eratostene di Cirene e tramandato anche in epoca romana da Ovidio, nei Fasti, e da Igino – narra che Apollo, dovendo fare un sacrificio a Giove, affidò a un corvo – suo animale prediletto – una coppa e lo inviò a recuperare dell’acqua purissima per la libagione. L’animale però, giunto in prossimità della fonte, vide degli alberi di fico i cui frutti non erano ancora maturi; si attardò allora per potersene cibare e soltanto dopo averne fatto una scorpacciata riempì la coppa e tornò dal dio, ghermendo però tra gli artigli un serpente. Raccontò infatti ad Apollo di aver impiegato più tempo del previsto proprio per colpa del serpente, che gli aveva impedito di svolgere il compito; ma il dio, percepita la menzogna del corvo, lo scagliò nel cielo insieme alla coppa e al serpente (che divennero le costellazioni del Cratere e dell’Idra). Per questa ragione il corvo, al quale da quel momento in cielo venne impedito dal serpente di avvicinarsi alla coppa, è noto per la sua voce roca.
LA COSTELLAZIONE DELLA CHIOMA DI BERENICE

Così come riportato in modo accurato da Catullo nel suo Carme 66, la costellazione della Chioma di Berenice (in latino Coma Berenices, con abbreviazione Com) si trova tra le costellazioni del Leone e del Boote, al di sopra di quella della Vergine e non lontana dalle zampe dell’Orsa Maggiore.
Sebbene la sua posizione non sia difficile da individuare, l’osservazione richiede cieli bui e ottime condizioni atmosferiche; le stelle che la compongono sono infatti tutte al di sopra della quarta magnitudine. La più luminosa è Comae Berenices (magnitudine apparente di 4.26); 𝛼 Comae Berenices, conosciuta anche come Diadema o, nella tradizione araba, Al Dafirah (“la treccia”), è invece un sistema binario costituito da due stelle con caratteristiche simili separabili con strumenti amatoriali di buona qualità.
Gran parte delle altre stelle meno luminose appartiene all’ammasso aperto Melotte 111, che, con una distanza di circa 250 anni luce, è uno dei più vicini al Sistema Solare.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione della Chioma di Berenice
Trovandosi in direzione del Polo nord galattico, la costellazione, pur non essendo tra le più estese, risulta particolarmente ricca di oggetti di cielo profondo. Oltre a due oggetti galattici – l’ammasso aperto Mel 111 e l’ammasso globulare M53 (NGC 5024), posto a 56000 anni luce dalla Terra –, essa ospita diverse decine di galassie, osservabili con telescopi amatoriali (il numero complessivo è però di diverse migliaia).
All’interno dei suoi confini si contano inoltre ben sette galassie facenti parte del Catalogo Messier: sei di esse si collocano nella porzione sud-occidentale della costellazione e appartengono al vasto sistema dell’Ammasso della Vergine, situato tra le costellazioni della Vergine e della Chioma di Berenice. Alcune di queste galassie vengono talvolta associate, in senso lato, alla cosiddetta Catena di Markarian, un allineamento prospettico di galassie ellittiche e lenticolari nel cuore dell’ammasso. Si tratta di M85 (NGC 4382), M88 (NGC 4501), M91 (NGC 4548), M98 (NGC 4192), M99 (NGC 4254; nota anche come Ruota di Santa Caterina) e M100 (NGC 4321; nota anche come Galassia Specchio), tutte con una distanza compresa tra i 40 e i 65 milioni di anni luce.

M64 (NGC 4826), nota anche come Galassia Occhio Nero, è invece una galassia relativamente isolata, situata a circa 17 milioni di anni luce.

Sempre all’interno della Chioma di Berenice si trova un ammasso di galassie incredibilmente ricco e oggetto dei primi studi sulla materia oscura risalenti agli anni ’30 del secolo scorso. Questa vasta struttura cosmica si trova a circa 350 milioni di anni luce dalla Terra ed è nota col nome di Ammasso della Chioma, o Abell 1656; al suo interno dominano le due galassie ellittiche giganti NGC 4889 e NGC 4874, che ne costituiscono i principali centri gravitazionali.

Mitologia e storia della costellazione della Chioma di Berenice

La costellazione della Chioma di Berenice costituisce uno dei rari casi nella volta celeste in cui l’origine non è mitologica, ma storica. Essa è infatti associata alla figura della regina Berenice II di Cirene, sposa di suo cugino Tolomeo III Evergete, che regnò sull’Egitto tra il 246 e il 222 a.C. circa. Secondo la tradizione, quando poco tempo dopo il matrimonio il re dovette partire per combattere nella Terza guerra siriaca, la regina fece voto agli dèi di sacrificare i lunghi capelli qualora il marito fosse tornato vincitore. Al suo ritorno, ella mantenne la promessa e, tagliata la folta chioma, la depose nel tempio dedicato ad Afrodite; il giorno seguente, tuttavia, la lunga treccia scomparve. Secondo quanto tramandato da Callimaco e ripreso da Catullo, fu il matematico e astronomo di corte Conone di Samo a trovare una spiegazione per quanto accaduto, sostenendo che gli dèi avevano portato i capelli della regina nel cielo nella forma di un piccolo gruppo di stelle, le quali– a suo dire – erano comparse nottetempo.
Sebbene il racconto fosse noto già in età ellenistica, tanto che Callimaco vi dedicò un’intera elegia – la Chioma di Berenice non compare tra le 48 costellazioni dell’Almagesto di Claudio Tolomeo; Igino stesso si riferisce alle sue stelle semplicemente come a “sette stelle disposte in forma di triangolo vicino alla coda del Leone”. Una prima formalizzazione si ebbe molto più tardi, ad opera del geografo e cartografo fiammingo Gherardus Mercator, che nel 1551 la incluse nel suo celebre Globo celeste; essa venne poi definitivamente adottata da Tycho Brahe nel suo catalogo stellare del 1602, e dal 1922 è riconosciuta tra le 88 costellazioni moderne dall’Unione Astronomica Internazionale.
LA COSTELLAZIONE DEI CANI DA CACCIA

Quella dei Cani da Caccia (in latino Canes Venatici, con abbreviazione CVn), è una costellazione boreale quasi circumpolare per le nostre latitudini, situata immediatamente al di sopra della Chioma di Berenice e racchiusa tra il Boote e l’Orsa Maggiore.
La costellazione – che comprende soltanto una decina di stelle visibili a occhio nudo sotto cieli bui – è delineata quasi esclusivamente dalle sue due stelle più brillanti: 𝛼 e Canum Venaticorum.
La prima, nota come Cor Caroli, è la stella più luminosa dell’intera costellazione, una variabile con magnitudine media 2.89 e colore bianco-azzurro; si tratta di una stella binaria fisica risolvibile anche con piccoli telescopi, la cui compagna è una stella di sequenza principale con magnitudine 5.60. La seconda – Canum Venaticorum – nota come Chara, è una stella gialla di quarta magnitudine, simile al Sole per caratteristiche fisiche. Vi è poi la stella 𝛾, conosciuta come “La Superba”, una gigante rossa variabile di magnitudine media 5.42.
Oggetti di cielo profondo nella costellazione dei Cani da caccia
Per quanto riguarda gli oggetti di cielo profondo, la costellazione ospita prevalentemente galassie, oltre all’ammasso globulare M3 (NGC 5272): primo tra gli oggetti scoperti personalmente da Messier, è uno tra i più grandi e luminosi del cielo boreale, con magnitudine 6.3. Situato quasi a metà strada tra Cor Caroli e Arturo, è osservabile già con un buon binocolo e risolvibile in stelle con strumenti più potenti.

Tra le galassie, piuttosto numerose in questa area di cielo, quattro sono incluse nel Catalogo Messier: M51 (NGC 5194, Galassia Vortice), M63 (NGC 5055, Galassia Girasole), M94 (NGC 4736; Galassia Occhio di gatto o Occhio di coccodrillo) e M106 (NGC 4258). Queste sembrano disporsi lungo un arco con concavità rivolta verso nord, teso tra le stelle Alkaid e Phecda dell’asterismo del Grande Carro.

Mitologia e storia della costellazione dei Cani da caccia
Questa costellazione, a differenza delle precedenti, non ha origine nella tradizione mitologica greco-romana. La sua introduzione risale infatti all’età moderna, tra il XVI e il XVII secolo, quando il progredire della precisione degli strumenti astronomici e la possibilità di apprezzare stelle più deboli spinse alcuni astronomi a colmare quelle regioni del cielo lasciate vuote dalla tradizione classica, creando nuove costellazioni. In questo contesto si inserisce il lavoro dell’astronomo polacco Jan Heweliusz – meglio noto come Johannes Hevelius –, che introdusse undici nuove costellazioni (sette delle quali ancora in uso) nella sua opera Prodromus Astronomiae, pubblicata postuma nel 1690. Tra queste figurava anche quella dei Cani da caccia: Asterion (“stellato”) e Chara (“gioia”), condotti al guinzaglio da Boote; il loro ruolo non risulta però definito in maniera precisa: possono essere interpretati come cani da caccia, animali da guardia o semplici accompagnatori del Boote.

La stella principale della costellazione ha però una storia autonoma: il nome Cor Caroli (“Cuore di Carlo”) le venne attribuito nel XVII secolo – ancor prima che la costellazione venisse formalizzata – in onore del sovrano inglese. Secondo la tradizione, infatti, il medico di corte Charles Scarborough testimoniò che nella notte della restaurazione di Carlo II (il 29 maggio 1660) la stella avrebbe brillato in modo insolitamente intenso, come a simboleggiare il cuore palpitante del re Carlo I giustiziato pochi anni prima per mano di Cromwell.













