Intervista a Jill Tarter: la scienziata che trasformò la ricerca della vita aliena in una disciplina rigorosa insignita della Fellows Medal

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In un’epoca in cui le notizie sempre più clamorose e sempre più incredibili si accavallano senza più avere tempo per una dovuta verifica, è difficile tenere saldo il timone del metodo scientifico per riuscire a navigare senza incidenti nel procelloso mare della disinformazione.

Queste riflessioni sono il pane quotidiano soprattutto per gli scienziati e le scienziate che hanno dedicato la loro intera carriera allo sviluppo di tecniche affidabili, verificabili e ripetibili per la ricerca scientifica della vita al di fuori del nostro Pianeta. La sfida è fenomenale: si tratta senza dubbio alcuno di uno degli obiettivi filosoficamente affascinanti ed ambiziosi che l’essere umano si sia mai posto.

Abbiamo avuto la fortuna di poter intervistare una figura determinante nello sviluppo di questo ambito di ricerca: Jill Tarter, classe 1944, una delle protagoniste delle iniziative SETI, acronimo di “Search for Extra Terrestrial Intelligence”. Grande amica di Carl Sagan, lo scienziato che permise di compiere enormi passi avanti nella definizione del problema dell’esobiologia in termini scientifici ed oggettivi, la professoressa Tarter ottenne un dottorato in Astronomia alla Cornell University di New York con una tesi sugli oggetti celesti che per via della mancanza di una massa sufficiente non riescono ad avviare i processi di fusione nucleare, e pertanto non riescono a diventare stelle. La Tarter coniò per questi oggetti il termine di “nana bruna”, in seguito scoperti da Rafael Rebolo dell’IAC nel 1995.

Jill Tarter è un mito ed un simbolo per le donne che si dedicano alla scienza: a quanto pare Sagan si inspirò a lei per il personaggio di Ellie Arroway, protagonista del romanzo “Contact” del 1985, da cui fu poi tratto il film omonimo del 1997, con protagonista Jodie Foster e regia di Robert Zemeckis. Nel 1989 l’organizzazione Women in Aerospace le tributò un Lifetime Achievement Award e nel 2004 fu nominata dal prestigioso Time Magazine come una delle cento personalità più influenti al Mondo.
Proprio mentre realizzavamo gli ultimi ritocchi all’intervista oggetto di questo servizio, dagli Stati Uniti è giunta la notizia che il 23 ottobre 2025 la prestigiosa California Academy of Science, con sede presso il Golden Gate Park di San Francisco, ha conferito il premio annuale della Fellows Medal alla scienziata Jill Tarter, co-fondatrice dell’Istituto SETI e Bernard M. Oliver Chair Emerita del SETI Institute.

Intervista a cura di Thomas Villa

Thomas Villa — Professoressa Jill Tarter, che cos’è in poche parole il progetto SETI?

Jill Tarter — Nell’Istituto SETI cerchiamo intelligenze extraterrestri in grado di emettere un segnale rilevabile, cioè cerchiamo tracce della tecnologia di qualcun altro.

Dovremmo dire “SETT”, cioè “Search for Extra Terrestrial Technology”, ma il marchio “SETI” è ormai consolidato, quindi lo teniamo, ricordando però che ciò che cerchiamo è, di fatto, la tecnologia di altriChe cosa non è il SETI: non è un’indagine sugli UFO, non è una religione o, peggio, una setta. Non sempre siamo “politicamente corretti”, e questo talvolta complica le cose. In sostanza, il SETI è un insieme di esplorazioni scientifiche che provano a rispondere con esperimenti a una domanda antichissima. È un progetto realizzato da persone molto pragmatiche — no, non siamo “mistici”: siamo scienziati “tosti”. Dobbiamo capire che potenzialmente è un impegno multigenerazionale. L’universo è vasto, e se pensiamo a quanto potremmo dover esplorare — quante bande, polarizzazioni, frequenze, direzioni in cielo — c’è davvero un’enormità da cercare. Potremmo non portare mai a termine il compito: la risposta potrebbe essere che siamo soli, oppure potrebbero volerci più generazioni.
Ma soprattutto è importantissimo ricordare che si tratta di una domanda antica. Ci riguarda, e riguarda l’Universo, come siamo venuti all’esistenza e come potremmo evolvere. Dobbiamo fare esperimenti per rispondere a questa domanda. Qual è l’esperimento giusto? Possiamo provare il “SETI andando a verificare di persona”: va bene nel Sistema Solare, e in parte lo facciamo — analizziamo superfici di corpi del Sistema Solare per cercare prove di geoingegneria. Ma per lo spazio lontano è presto per andare “là fuori”. Dunque restano approcci passivi: telerilevamento di corpi molto distanti. In pratica, la nostra definizione di intelligenza è la capacità di costruire un trasmettitore.
Anche accettando questa definizione ristretta, quanto è probabile che le ricerche che possiamo condurre abbiano successo?

TV — Il progetto SETI è nato da alcune iniziative precedenti: per esempio ricordiamo l’idea di Frank Drake con l’esperimento Ozma del 1960, ossia l’osservazione di due stelle vicine simili al sole: Tau Ceti ed Epsilon Eridani con il radiotelescopio di Green Bank nella Virginia Occidentale.
C’è stato anche, ad esempio, il Rapporto Cyclops della NASA nel 1971, che fu l’occasione che le permise di iniziare a sviluppare le sue idee…

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Frank Drake. Crediti Raphael Perrino.

JT — Cyclops non fu un’osservazione: era un’idea, un documento, un workshop. E fu il primo esempio di tentativo di capire quale potesse essere il tipo di segnale emesso da un extraterrestre: giusto, e che cosa servisse — quali tecnologie, quale sensibilità — per poter provare a rilevare qualcosa.
TV — Lei dice di sentirsi ingegnere “nel cuore”, ma è affascinata dalla possibilità, dalla chance, di osservare un segnale emesso da qualche abitante intelligente del nostro universo.
JT— Be’, e a lei non piacerebbe? Voglio dire, è una delle domande più grandi in assoluto. Non abbiamo una risposta, e gli ingegneri hanno un ruolo da giocare nel produrre gli strumenti di cui abbiamo bisogno per fare misure che potrebbero mostrarci qualche anomalia.
TV — È ciò di cui scrissero Morrison e Cocconi nel celebre articolo “Searching for Interstellar Communications” sul numero 184, 844–846, della rivista Nature del 1959, sull’eventualità di un’osservazione diretta, per esempio alla lunghezza d’onda di 21 cm.
Dunque, quale caratteristica chiave rende la riga dell’idrogeno così interessante per l’osservazione?
JT — L’idrogeno è l’elemento universale, giusto?
È stato creato nel Big Bang, e tutti, ovunque, lo sanno. Dunque è forse una “segnaletica”, un luogo ovvio in cui cercare.
L’intero spettro elettromagnetico — dalle onde radio più lunghe ai gamma più energetici — può fare da portatore d’informazione. Ma la riga dell’idrogeno è così fondamentale che Cocconi e Morrison ipotizzarono che potesse essere l’intervallo di frequenze che chiunque, dovunque, sceglierebbe per trasmettere o ascoltare informazioni. È la sua onnipresenza a renderla interessante.
E, naturalmente, allora non conoscevamo molte molecole: conoscevamo CN e CH da osservazioni ottiche; poco dopo avremmo conosciuto l’OH. Oggi sappiamo di molecole poliatomiche con 18 atomi, giusto? All’epoca non sapevamo nulla di tutto ciò. Quindi, non solo è universale, ma era anche ciò che conoscevamo allora. E, ovviamente, c’è anche una questione interessante, perché l’idrogeno è essenziale per osservare l’Universo.
TV — Quindi è una frequenza che volontariamente e intenzionalmente si tende a tenere fuori dalle comunicazioni. E questo è molto importante, perché oggi abbiamo qualche difficoltà a mantenere “pulito” il cielo e a contenere l’inquinamento elettromagnetico, sia nel visibile sia nelle radiofrequenze. Va preservata per l’osservazione astronomica: è un tratto comune che potremmo condividere con qualche “omini verdi” curiosi di astrofisica
JT — Esatto. Abbiamo un problema con lo spettro dell’idrogeno. Le tecnologie si pestano i piedi a vicenda, interferendo l’una con l’altra.
E l’idrogeno, poiché è così fondamentale, è stato protetto dal World Administrative Radio Council (WARC), che stabilì che non si dovesse trasmettere a quella frequenza. Se questo accade ovunque, se tutti proteggono la riga e non la usano, allora… forse non c’è nulla da trovare.
D’altro canto, ciò crea un fondo molto basso e silenzioso. È un dilemma. Continuiamo a pensare che abbia senso, ma abbiamo allargato l’interesse a un intervallo di frequenze più ampio, non solo specifico per l’idrogeno, perché, di nuovo, se ovunque è protetto e nessuno trasmette, non sarà molto fruttuoso. Già, ecco.
TV — Ed è in qualche modo più facile rilevare un’emissione intenzionale — per esempio una serie di numeri primi. È una caratteristica-chiave che manifesta intenzionalità. Ed è una “tecnofirma”.
JT — Ed è in qualche modo più facile da rilevare di un biomarcatore che potrebbe risultare ambiguo, per così dire.
Con i biomarcatori, almeno per i candidati del nostro Sistema Solare, c’è l’opportunità di testare in situ: possiamo andare su altri pianeti, su asteroidi e comete, e letteralmente avere tra le mani del materiale, portarlo in laboratorio e analizzarlo.
Con le comunicazioni radio o elettromagnetiche non puoi “afferrare” nulla: devi osservare. E tutti i magnifici esperimenti che oggi riusciamo a fare in laboratorio — studiando la chimica quantistica alla base della biologia — sono fantastici.
Ma quando osserviamo con telescopi ottici o radio, non stiamo guardando una singola molecola o un piccolo insieme di molecole: stiamo guardando tutte le molecole lungo la linea di vista tra noi e un eventuale trasmettitore.
Questo complica, perché tutte quelle molecole “mediano” le caratteristiche specifiche. È difficile capire come vedere quella chimica quantistica di molecole individuali quando hai solo una grande colonna di informazione integrata.
Quello potrebbe essere un segnale spurio, per così dire. Noi cerchiamo emissioni spurie.
TV — Questo ci riporta a una frase che lei disse nel 2006: se mai troveremo vita lontano dalla Terra, gli esseri umani avranno una visione diversa di che cosa significhi davvero essere umani.
Anche quando conosceremo la risposta alla domanda “siamo soli?”, che è la domanda chiave. Stiamo cercando la vita là fuori, ma siamo consapevoli di che cosa renda la vita sulla Terra davvero “vita”?
Sappiamo che esiste una sorta di spettro continuo che porta dalla chimica semplice alla chimica complessa e alla vita.
Ma non sappiamo dove stia davvero il confine. Dove comincia la vita?
JT — No, non lo sappiamo.
E, di nuovo, facciamo esperimenti per capire come funzionano le reazioni chimiche: come si prendono molecole semplici e si costruiscono biomolecole più grandi. Possiamo farlo in laboratorio, ma non su grandi distanze perché, di nuovo, stai mediando su ogni molecola.
È una sfida interessante. E quando trovi qualcosa e qualcuno fa un annuncio, ci sarà molta competizione, giusto? Avrai scienziati che diranno: “No, non è quello, è quest’altro”. Oppure: “Non puoi dirlo, per questo motivo”.
TV — Non sarà, diciamo, una smoking gun. Non sarà una scienza “pulita”.
E la scienza non funziona così: dev’essere messa alla prova da prospettive diverse.
JT — Sì. Seriamente: oggi la mia grande domanda è proprio questa.
Di chi ci fidiamo per l’informazione scientifica, in particolare quando ha un impatto enorme come la rilevazione di vita oltre la Terra?

Carl Sagan. Crediti NASA/JPL.
Pubblico Dominio

TV — Ed è per questo che SETI ha un Post-Detection Hub all’Università di St Andrews, in Scozia — guidato dal prof. John Elliott e altri studiosi — che lavora su come elaborare e comunicare al grande pubblico questi risultati se, e quando, si potrà confermare l’arrivo di un segnale.
JT — Sotto l’egida dell’International Academy of Astronautics (legge spaziale), abbiamo elaborato una serie di principi che riteniamo tutti dovrebbero seguire in questo processo. In parte lo facemmo all’epoca della
Guerra Fredda per dare ai colleghi russi un supporto: se avessero rilevato qualcosa, avrebbero avuto basi per dirlo al mondo.
È difficile dirlo… Prima di tutto, immagino… non proprio “prima di tutto”. C’erano timori che, se fossero stati gli scienziati russi a fare la scoperta, il loro governo avesse proibito di renderla pubblica, o completamente pubblica.
Così abbiamo sviluppato quei principi; ma il punto è che non c’è un meccanismo di applicazione. Diciamo: dovreste fare questo, sarebbe bene fare quello, ha senso quest’altro… ma chi li fa rispettare?
Non c’è un esercito, non c’è… Giusto?
È semplicemente un buon insieme di linee guida che speriamo vengano seguite. E per chi, come noi, è affascinato dalla storia del SETI, è interessante vedere come la controparte russa abbia contribuito all’intero progetto.
TV — Per esempio, Šklovskij e il suo libro scritto insieme a Sagan, Intelligent Life in the Universe: condividevano un terreno comune di discussione per capire quale potesse essere la tecnologia “game-changer” successiva da applicare, e su entrambi i lati della Cortina di Ferro erano concentrati su questo tema.
JT — Come dicevo, uno dei motivi per sviluppare quei principi era dare ai colleghi sovietici un sostegno, per incoraggiarli a rendere pubblica qualunque cosa trovassero.
Perché Sagan, credo, fosse di origine ucraina, quindi aveva quel legame con Šklovskij. Sì, capiva come funzionavano le cose per quegli scienziati.
TV — Carl Sagan è il mio eroe. È stato anche un grande mediatore. È stato grande in molte cose diverse.
Aveva la capacità di immaginare scenari futuri.
JT — Sì, era un comunicatore straordinario. Sapeva parlarti in modo comprensibile anche se non padroneggiavi i dettagli di biochimica di cui stava parlando.
Sapeva raccontarti qual è il tuo posto nell’universo, come ti inserisci in tutto questo meraviglioso cosmo.
TV — E voi due (Sagan e Tarter) facevate parte del Committee for Skeptical Inquiry.
Lei era membro nel 1994. È un tema cruciale, oggi che siamo inondati da ogni tipo di fake news e fatichiamo a trovare fonti affidabili di informazione scientifica. C’è chi chiede: come possiamo essere certi di ciò che è scientifico e di ciò che non lo è?
JT — Questa è davvero la domanda che mi interessa di più adesso.
Come creiamo un canale affidabile per la comunicazione scientifica?
Personalmente sono rimasta estremamente delusa quando il dottor Anthony Fauci non fece più parte del governo: poté dirci che, durante la pandemia — durante la quale, per me, era lo scienziato di riferimento —, ciò che poteva dire, e soprattutto quando poteva dirlo, era controllato dall’amministrazione, che non voleva turbare il mercato azionario. È stato scoraggiante, perché pensavo fosse la nostra fonte affidabile.
Eppure è stato messo sotto ricatto.
TV — E questo ci riporta al SETI, perché nel 1992 lei premette il pulsante dello strumento HRMS ad Arecibo: un trionfo per il programma. Era stato concepito per scrutare lo spazio alla ricerca di segnali intelligenti dal cosmo.
Ma l’anno dopo, nel 1993, l’intero progetto venne chiuso da un senatore — un senatore del Nevada, il senatore Richard Bryan. È la politica che spegne la ricerca, un po’ come sta accadendo in questi mesi negli Stati Uniti. Come ha vissuto quella doccia fredda?
JT — Mi parve di ricevere un calcio nello stomaco. Fu straziante pensare che un solo senatore potesse fare questo: cambiare un programma scientifico elaborato in collaborazione tra individui e stati.
Un senatore poteva dire: “Macché, finito”.
Siamo riusciti a restare in vita perché il referente alla NASA, John Billingham, responsabile della divisione Life Sciences, riuscì a trovare fondi residui di altri progetti, quelli che a fine anno sarebbero stati restituiti alla sede centrale.
Riuscì a raccogliere quei fondi e a permettere al SETI di continuare fino all’anno successivo; poi, nel ciclo di bilancio, la NASA tornò dicendo: “Lo facciamo. È una priorità”. E oggi, ovviamente, è nella loro mission statement: cercano la vita. In seguito alla chiusura del programma SETI nel 1995 ci dedicammo al Project Phoenix, così chiamato perché “risorgeva dalle ceneri” della cancellazione congressuale negli USA.
Utilizzammo il radiotelescopio di Arecibo. Il SETI Institute ha lavorato su questo: una ricerca nel dominio microonde da 1,2 a 3,6 GHz su oltre mille stelle. Cercavamo segnali a banda stretta, compressi in frequenza.
La natura non lo fa, perché le emissioni di atomi e molecole, pur se individualmente strette, vengono “allargate” dalle velocità relative (Doppler) in un insieme. Con laser e altre tecnologie, invece, puoi produrre segnali stretti.
Analizzammo impulsi e continui in tempo reale per seguire ciò che trovavamo. Per noi ancora oggi è cruciale il computing: più veloce è, meglio possiamo reagire subito.
Un’altra cosa che abbiamo cercato di fare con Phoenix è usare due telescopi molto distanti e guardare simultaneamente lo stesso bersaglio: se trovi la stessa anomalia in entrambi i siti, puoi essere abbastanza sicuro che non sia nella tua strumentazione (forse nel software, ma non nell’hardware).
La maggior parte di queste ricerche è stata finanziata privatamente.
Immaginate un grafico con frequenza sull’asse orizzontale e tempo su quello verticale: l’occhio vede pattern — segnali stretti continui che “derivano”, cambiando frequenza nel tempo.
Nello stesso dataset cerchi impulsi, alzando la soglia, cercando sequenze regolari. Siamo leggermente più sensibili agli impulsi che ai segnali CW. Sfruttiamo anche il Doppler differenziale causato dalla rotazione terrestre: i due telescopi vedranno il segnale a frequenza/tempo leggermente diversi, e questo ci aiuta a rimuovere l’interferenza terrestre.
TV — In seguito al crollo del radiotelescopio di Arecibo nel 2020 com’è la situazione per la ricerca della vita intelligente nel cosmo?
JT — Ci sono interessanti sviluppi, per esempio l’iniziativa Breakthrough Listen di Yuri Milner, Mark Zuckerberg e Sergej Brin e altri grandi finanziatori. È il futuro della ricerca SETI.
La sua promessa di 100 milioni di dollari in dieci anni è stata fenomenale: ha dato stabilità in un momento in cui eravamo vulnerabili agli isterismi o alle gesta di singoli membri del Congresso.
Quindi l’impegno di Milner è stato davvero, davvero importante. Più recentemente abbiamo avuto la fortuna di ricevere un lascito da Franklin Antonio, uno dei fondatori di Qualcomm.
Il lascito di Franklin è sostanzialmente di un paio di centinaia di milioni di dollari: ci consente di vivere degli interessi anno dopo anno, lasciando intatto il fondo principale, che così non può essere “spento” da un singolo individuo.
È una grande fortuna: mi fa sentire molto meglio… una boccata d’aria fresca, per così dire.
TV — Esiste anche il progetto Laser SETI. Saremo in grado di rilevare stretti segnali di luce visibile come “fari” laser da un sistema solare vicino?
JT — È un tipo di rilevazione molto interessante. Stanno cercando un segnale emesso come laser… Sì, guarda nella parte ottica dello spettro elettromagnetico alla ricerca di anomalie, segnali che riteniamo la natura non possa produrre.
Cercano segnali artificialmente confinati in una banda di frequenze molto stretta. In natura hai molecole e atomi che si muovono gli uni rispetto agli altri, allargando l’emissione; con l’ingegneria puoi creare un segnale a una sola frequenza, ed è proprio quel tipo di segnale che cercano.
Abbiamo installato in vari luoghi rivelatori nella parte ottica dello spettro in grado di individuare queste anomalie che non pensiamo possano essere prodotte dalla natura. Si chiama Laser SETI.
TV — Esiste anche il progetto Laser SETI. Saremo in grado di rilevare stretti segnali di luce visibile come “fari” laser da un sistema solare vicino?
JT — È un tipo di rilevazione molto interessante. Stanno cercando un segnale emesso come laser… Sì, guarda nella parte ottica dello spettro elettromagnetico alla ricerca di anomalie, segnali che riteniamo la natura non possa produrre.
Cercano segnali artificialmente confinati in una banda di frequenze molto stretta. In natura hai molecole e atomi che si muovono gli uni rispetto agli altri, allargando l’emissione; con l’ingegneria puoi creare un segnale a una sola frequenza, ed è proprio quel tipo di segnale che cercano.
Abbiamo installato in vari luoghi rivelatori nella parte ottica dello spettro in grado di individuare queste anomalie che non pensiamo possano essere prodotte dalla natura.
Si chiama Laser SETI.
TV — È una scienza visionaria fatta da un’ingegnera nel profondo. Le capita di sognare a occhi aperti mentre progetta tutta questa tecnica, o si concentra solo sui dettagli, tralasciando la parte “idealistica”?
JT — All’inizio era certamente un sogno.
Non sapevamo come avremmo potuto farlo; ma ora, sa, i computer si sono rivelati la chiave.
Il fatto che possano guardare i dati e analizzare l’uscita dei rivelatori così rapidamente da permetterci di “ripuntare” immediatamente se troviamo qualcosa di interessante — e questo ci aiuta a verificare che provenga davvero dal cielo e non dalla nostra strumentazione — è affascinante.
È divertente.
TV — Ho sentito che ai tempi dell’università ci furono questioni di genere quando cercò di andare alla Cornell University. Il suo cognome è Jill Cornell Tarter, ma ebbe problemi a ottenere la borsa alla Cornell.
JT — Sì. Alla fondazione dell’università, Ezra Cornell istituì una borsa per i discendenti nominativi, le generazioni future, per frequentare Cornell.
Quando toccò a me andare al college, mia madre scrisse all’ufficio aiuti finanziari della Cornell chiedendo la borsa “Cornell” per sua figlia, Jill. Risposero: “Gentile signora Cornell, ci dispiace, ma quella borsa è solo per discendenti maschi”. Assurdo. Incredibile. Ma Cornell fu intelligente: probabilmente si erano “risvegliati” su quel tema e la settimana successiva mi offrirono una borsa migliore, che copriva tasse e libri per cinque anni nella School of Engineering. Ne fui felicissima..
TV — Lei è un simbolo per le donne nella ricerca STEM. Nel 2004 Time Magazine l’ha indicata tra le 15 donne più influenti. Niente male.
JT — Già. Ci sono molte foto dei miei compagni di studi in cui il titolo potrebbe essere: “Una di queste non è come le altre”. E quanto a Time Magazine… sì, figo, figo.
TV — Ha visto dei miglioramenti nell’apertura delle comunità scientifiche verso le donne e la scienza?
JT — Sì, il problema della disuguaglianza di genere sta migliorando. Nel mio anno eravamo in 300: io ero l’unica donna. Ma due anni fa, nella scuola di ingegneria — ingegneria fisica, quello che feci io — c’erano più donne che uomini. È un enorme cambiamento, in parte perché l’informatica è stata portata sotto l’ombrello dell’ingegneria e sta attirando molte donne.
TV — Che cosa pensa dell’ExoLife Finder (vedi Coelum n°272) e del nulling della stella centrale per rilevare il pianeta?
JT — Il nulling interferometry è un gran trucco. Lo usiamo in radioastronomia da molto tempo; è più difficile nell’ottico, ma adesso si può fare, e ha senso.
Un pianeta non ha luce propria: non brilla; riflette la luce stellare, ma è molto più debole della stella stessa.
Quindi cerchi qualcosa che è dieci miliardi di volte più debole della stella, proprio accanto alla stella. Se hai una tecnica che può prendere la luce in arrivo ai rivelatori e “rimuovere” quella stellare — annullarla — hai una chance di trovare quella sorgente planetaria debolissima. Dunque: nulling interferometer. Finalmente possiamo farlo. È fantastico.
TV — Ho parlato con Jeff Kuhn, e dice che si può arrivare a “vedere un continente” a 30 anni luce di distanza. È sconvolgente. Con l’ExoLife Finder sarà davvero la prima volta che potremo ottenere una qualunque mappa geografica di una regione di un pianeta lontano.
JT — Di solito vediamo i pianeti come un semplice “alone”.
L’ExoLife Finder ha questi trucchi: può rimuovere abbastanza luce stellare da permettere, guardando la luce riflessa dal pianeta, di capire se si tratti di una costa, di uno specchio dacqua o di un deserto.
Ci stiamo avvicinando. Non ti mostrerà i posti migliori dove investire in immobili, ma ti mostrerà le grandi differenze della geografia planetaria.
TV — Posso chiederle della recente pretesa su K2-18 b di aver trovato molecole legate alla vita? Affermano di aver rilevato dimetil solfuro e/o dimetil disolfuro. Che cosa ne pensa?
JT — Non sono coinvolta e non conosco la scienza in dettaglio, e non voglio commentare perché non sarei una fonte scientifica affidabile. Lo trovo molto intrigante. Noti quanta attenzione pubblica c’è su ricerche altrimenti piuttosto “asciutte” o comunque non sensazionali: quando parli di vita, all’improvviso interessa a tutti. Ma non sono un’esperta su quel caso, quindi mi fermo qui.
Scegliere di non rispondere a domande la cui risposta non è al momento disponibile è la miglior maniera di rispettare il metodo scientifico. Come ebbe a dire una volta Claude Levi-Strauss, “Lo scienziato non è colui che dà le risposte giuste, ma colui che pone le domande giuste”.
E poche domande sono più impegnative e difficili da porre nel modo corretto e rigoroso dell’antica questione s nostra apparente solitudine nel cosmo.

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L’articolo è pubblicato in COELUM 277 VERSIONE CARTACEA