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Avvenuto con successo il primo volo di test per la VSS Unity della Virgin Galactic

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Lo spazioplano Unity (VSS Unity) della Virgin Galactic atterra dopo il suo primo test di volo libero il 3 Dicembre 2016 nel Deserto del Mojave. (C) Virgin Galactic

Lo spazioplano Unity (VSS Unity) della Virgin Galactic atterra dopo il suo primo test di volo libero il 3 Dicembre 2016 nel Deserto del Mojave. (C) Virgin Galactic
DI LUCA FRIGERIOastronautinews.it

Il secondo spazioplano della flotta della Virgin Galactic, denominato VSS Unity, ha svolto con successo la sua prima planata di test, lo scoso sabato 3 dicembre.

Lo spazioplano Unity è decollato agganciato al suo aereo madre WhiteKnightTwo dal Mojave Air and Space Port in California, alle 18:50 italiane di sabato, per poi separarsi da esso alle 19:40 per planare scivolando nell’aria verso la pista di atterraggio situata sempre nel Mojave, dieci minuti dopo.

Ai comandi di Unity vi erano i piloti Mark Sturky, ex pilota della Scaled Composites che ha svolto diversi voli di test con il primo SpaceShipTwo prima di entrare in Virgin Galactic nel 2015, e da David Mackay, capo dei piloti della Virgin. A bordo del WhiteKnightTwo vi erano i piloti Mike Masucci e Todd Ericsson e l’ingegnere di volo Dustin Mosher.

Questo test è stato il primo di una nuova serie di test del veicolo suborbitale, il quale ha già accumulato diversi ritardi nel corso del suo sviluppo. Anche questo flight test, inizialmente previsto per l’1 novembre, è stato ritardato di diversi giorni a causa delle avverse condizioni meteorologiche prima, e di un non meglio specificato problema tecnico poi.

Come detto, questo volo è stato il primo di una serie di test di planata per la verifica della sua performance aerodinamica, in vista dei test sui voli propulsi. Il numero dei voli da effettuare dipenderà da quanto tempo si impiegherà per raggiungere gli obiettivi ingegneristici prefissati.

Lo spazioplano VSS Unity durante la sua planata inaugurale dello 3 dicembre 2016 (C) Virgin Glactic.

Come previsto, per questo primo test di planata, lo spazioplano VSS Unity ha volato ad una velocità massima di 0,6 Mach scivolando verso la pista di atterraggio da una quota di 15,2 km. Dai primi dati acquisiti e dalle prime sensazioni avvertite dai due piloti, sembra proprio che il primo test sia andato più che bene, anche se gli ingegneri della Virgin si prenderanno tutto il tempo necessario per analizzare i dati sulla performance del velivolo prima di dare il via al prossimo test.

Una volta completati i test di planata quindi, la SpaceShipTwo inizierà una serie di test propulsi.

Si ricorda che il primo spazioplano della Virgin, il VSS Enterprise ebbe un gravissimo incidente nell’ottobre del 2014 durante il suo quarto test propulso, nel quale rimase ucciso il co-pilota Michael Alsbury mentre il pilota Peter Siebold rimase ferito. L’indagine condotta dalla National Transportation Safety Board concluse che la distruzione del veicolo avvenne quando Alsbury sbloccò prematuramente il meccanismo di feathering, causando l’innalzamento della porzione di coda del velivolo, il quale poi accellerò a Mach 1. Gli investigatori criticarono il costruttore del velivolo, la Scaled Composites, per non aver previsto lo sblocco prematuro del meccanismo di feathering, impedendolo in qualche modo, e per l’eccessivo carico di lavoro previsto per l’equipaggio.

Durante il periodo di tempo perso a causa dell’incidente, la compagnia di Richard Branson ha potuto lavorare allo sviluppo del motore a razzo ibrido, il cui sviluppo è stato molto travagliato.

Lo SpaceShipTwo è progettato per trasportare turisti spaziali e payloads ad un’altitudine di 100 km, esponendoli per alcuni minuti ad un ambiente in microgravità.

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Spiderweb, ragnatela galattica a -200 gradi

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Rappresentazione artistica della vasta nube di gas freddo presente nell’ammasso di galassie in formazione distante da noi circa 10 miliardi di anni luce. Crediti: ESO/M. Kornmesser
Rappresentazione artistica della vasta nube di gas freddo presente nell’ammasso di galassie in formazione distante da noi circa 10 miliardi di anni luce. Crediti: ESO/M. Kornmesser

Gli astronomi l’hanno ribattezzata Spiderweb, ovvero ragnatela, ed è una galassia gigante in formazione che si trova al centro di un ammasso di galassie molto distanti, lontane da noi 10 miliardi di anni luce. Un team internazionale di ricercatori – fra i quali Laura Pentericci dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) – guidato da Bjorn Emonts, del Centro per l’Astrobiologia in Spagna, ha studiato Spiderweb e il suo ammasso utilizzando radiotelescopi in Australia e Stati Uniti. Gli scienziati hanno scoperto che questa galassia gigante, composta in realtà da un nucleo centrale dove è stata individuata una sorgente di onde radio e da tante piccole galassie che stanno precipitando verso di esso, è letteralmente immersa in una enorme nube di gas freddo alla temperatura di circa -200 gradi Celsius.

La nube di gas in cui si trova il gruppo di galassie contiene circa 100 miliardi di volte la massa del nostro Sole. Il gas è composto soprattutto da molecole di idrogeno, il principale costituente di stelle e galassie. L’idrogeno non è stato osservato direttamente, ma grazie alla rilevazione di un altro gas tracciante, il monossido di carbonio (CO), più facile da identificare.

«La cosa sorprendente», dice Pentericci, coautrice dello studio pubblicato in un articolo sull’ultimo numero della rivista Science, «è che il gas si estende su scale molto ampie, circa 210 mila anni luce, ma non sembra associato alle singole piccole galassie che costituiscono l’ammasso. Anche la velocità del gas e quella delle galassie sono molto diverse tra loro e questo conferma che si tratta di due componenti distinte».

La regione ricca di galassie attorno alla Spiderweb ripresa dal Telescopio Spaziale Hubble, la galassia è visibile al centro dell'immagine (cliccare per ingrandire). Image credit: NASA, ESA, G. Miley and R. Overzier (Leiden Observatory), and the ACS Science Team Acknowledgement: Davide De Martin (ESA/Hubble).

Studi precedenti, condotti con il telescopio Spaziale Hubble, avevano rivelato l’insolita presenza di miliardi di giovani stelle distribuite intorno alla galassia Spiderweb, ma non associate alle singole componenti. Alla luce di questi nuovi risultati, gli astronomi ritengono ora che le due componenti diffuse, ovvero le nuove stelle in formazione e il gas molecolare, siano associate tra loro e quindi il sistema di Spiderweb si stia accrescendo proprio dalla nube di gas freddo in cui si trova immersa.

Gli scienziati hanno potuto ottenere questa dettagliata visione dell’ammasso di galassie grazie alla combinazione delle osservazioni condotte dal Very Large Array del National Radio Astronomy, nel New Mexico (Stati Uniti), e dall’Australia Telescope Compact Array, del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (Australia). I dati raccolti dal primo strumento hanno rivelato, sorprendentemente, che gran parte del gas freddo non è presente nelle galassie più piccole che costituiscono l’ammasso. Quelli raccolti dal secondo hanno invece evidenziato l’enorme bolla di gas freddo in cui si trova l’ammasso galattico.

Il team dell’Osservatorio di Leida in Olanda guidato da George Miley, e di cui Laura Pentericci ha fatto parte durante il dottorato di ricerca, ha scoperto la radio-galassia Spiderweb molti anni fa. «Questa sorgente è un laboratorio  fantastico, che ci permette di studiare le prime fasi di formazione delle galassie supermassive al centro degli   ammassi di galassie, che possono essere considerati un po’ come “le città” del nostro Universo», dice Miley. «Studiamo queste gigantesche strutture da tanti anni», aggiunge Pentericci, «ma solo da poco abbiamo iniziato a capire quali sono i meccanismi che portano alla loro formazione a partire dall’oceano di gas che le circonda».

L’obiettivo dei ricercatori è ora capire quale sia l’origine di questo gas freddo. «Il monossido di carbonio che abbiamo rilevato deve per forza essere un sottoprodotto di stelle più antiche, una forma di riciclaggio cosmico, ma ad oggi non possiamo dire con certezza da dove provenga il gas o come si sia accumulato nel nucleo dell’ammasso. Per scoprirlo», spiega Emonts, «dovremo spingerci ad epoche ancora più remote nella storia dell’Universo».

Per saperne di più:

  • Leggi su Science l’articolo “Molecular gas in the halo fuels the growth of a massive cluster galaxy at high redshift“, di B. H. C. Emonts, M. D. Lehnert, M. Villar-Martín, R. P. Norris, R. D. Ekers, G. A. van Moorsel, H. Dannerbauer, L. Pentericci, G. K. Miley, J. R. Allison, E. M. Sadler, P. Guillard, C. L. Carilli, M. Y. Mao, H. J. A. Röttgering, C. De Breuck, N. Seymour, B. Gullberg, D. Ceverino, P. Jagannathan,J. Vernet e B. T. Indermuehle

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Lazio Pulse. Il 7 dicembre enti di ricerca, università, aziende e territorio uniti per un’innovazione condivisa.

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Si terrà il 7 dicembre 2016, dalle ore 8:30 alle 13:30, presso l’ESA-ESRIN (via Galileo Galilei n.64, Frascati – RM) la firma del manifesto dell’iniziativa LAZIO PULSE. Istituzioni del territorio, Centri di Ricerca, Imprese e Università si uniscono per sostenere la crescita economica del Paese attraverso lo sviluppo di un ecosistema basato sull’innovazione condivisa e socialmente utile.

L’iniziativa segue il grande successo di #WIRE16, manifestazione organizzata a giugno da Frascati Scienza, che ha rafforzato il dialogo e il dibattito pubblico tra ricercatori, imprenditori e istituzioni al fine di sostenere l’eccellenza scientifica, creativa e tecnologica. Siamo oggi alla presentazione del manifesto di Lazio Pulse, iniziativa di cui Frascati Scienza è fra i maggiori sostenitori, rispecchiando a pieno la sua mission statutaria. L’idea è di creare nuove opportunità di business riposizionando i sistemi imprenditoriali territoriali tramite la valorizzazione di dati e risorse dell’eScience, generando nuove applicazioni in ambito sociale ed economico.

L’evento sarà inaugurato da Josef Aschbacher, ESA-ESRIN, Roberto Battiston, Presidente dell’ASI e da Lorenzo Lo Cascio, dell’Assessorato allo Sviluppo Economico e Attività Produttive della Regione Lazio. Seguiranno interventi dei maggiori promotori dell’iniziativa (INFN, Comunità Montana, Eurokleis, ISS, BIC Lazio, ASI, e Consorzio Hypatia).

Durante l’incontro verrà presentato il Manifesto di Lazio Pulse con un approfondimento sulle potenzialità e le opportunità dell’eScience, le tendenze di mercato e i servizi futuri che si intendono sviluppare. Saranno, inoltre, discussi interessanti casi di studio e i risultati di incubatori d’impresa regionali, quali LUISS ENLABS ed ESA BIC LAZIO.

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi al link: https://www.conftool.net/laziopulse2016/

Lazio Pulse è un progetto che vede la partecipazione di Engineering Ingeneria Informatica spa, SAS spa, Consorzio CONSEL, Telecom Italia spa, IDS, ESA-ESRIN, CNR (ARTOV),INFN,  INGV, INAF (Osservatorio Astronomico di Roma, Monteporzio Catone e IAPS) ASI, ENEA, ISS (Istituto Superiore di Sanità), CINECA, ItaliaCamp, Università di Roma TorVergata, UniNettuno, Consorzio Regioni Digitali (CRED), Impresapiens, Università di Roma La Sapienza, Campus Biomedico, Eurokleis srl, Euro-Engineering, T6-Ecosystems srl, Unidata spa, Evoluzione ufficio sas, Aedos srl, Nousmed srl, Olsa Informatica spa, Evodevo srl, Expert System spa, Info Solution spa, Innovation Engineering srl, SenTech srl, System Management srl, Deepblue srl, Digital Video spa, LINK srl, DSTECH, CiaoTech srl, Comunità Montana, Parco dei Castelli Romani, Comune di Frascati, Comune di Cave, Comune di Colonna, Comune di Monteporzio Catone, Comune di Rocca di Papa, Comune di Genazzano, Comune di San Cesareo, Frascati Scienza, Associazione PIIU, Science4Biz.

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Congiunzione Luna, Venere e Dabih con passaggio della ISS!

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Anche se il momento migliore per osservare la configurazione tra Luna, Venere e Dabih è quello indicato nel testo — alle 18:30 con il cielo buio e gli oggetti a una buona altezza sull’orizzonte — nella cartina trovate invece la situazione un’ora prima alle 17:30, quando, ad arricchire la congiunzione sarà visibile il passaggio della Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta di un’ottima occasione per scattare una spettacolare fotografia a grande campo, inserita nel giusto paesaggio. Per esigenze grafiche la Luna appare ingrandita.

La ISS, in particolare per chi osserva dal Centro e Nord Italia, si muoverà da sudovest verso sudest passando entro pochi gradi dalla Luna, tra le 17:32 e le 17:34 (orari e cartina per una località posta in Centro Italia, a long. 12° E e Lat. 42° N, controllare le corrette circostanze inserendo il riferimento alla vostra località al link https://goo.gl/jm41S0). Attenzione: nei dintorni di Siena la ISS transiterà sulla Luna! Controllate orari e circostante al link indicato tra parentesi!

Una sottile falce di Luna crescente (fase = 15%) e il brillante Venere (mag. –4,2) saranno protagonisti di una bella congiunzione la sera del 3 dicembre, verso le ore 18:30 circa. La distanza reciproca tra gli astri sarà di poco più di 5°.

A osservarli, circa 6° e mezzo più in alto, ci sarà la stella Dabih (beta Capricorni; mag. +3,05). Per cercare i due astri occorre guardare dopo il tramonto sull’orizzonte sudovest , la Luna sarà all’incirca a 15° di altezza, mentre Venere si troverà a circa 10°: si può tentare qualche ripresa fotografica a grande campo, avendo però cura di cercare una postazione libera da ostacoli.

Più in alto, a circa 25° di altezza sull’orizzonte sudsudovest, vicinissimo a Iota Capricorni, si trova anche il pianeta Marte, troppo distante per considerarlo in congiunzione ma arricchirà senz’altro e vostre riprese a grande campo.
A completare il quadro, ma assolutamente invisibile ad occhio nudo (e davvero difficile da scorgere anche con l’ausilio di un telescopio) c’è anche il pianeta nano Plutone, posto proprio al di sotto della stella Al Baldah nella costellazione del Sagittario.

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Dicembre

Leggi anche:

➜  I principali passaggi della ISS

È il momento di Venere. La consueta rubrica di Giorgia Hofer questo mese ci svela tutti i modi e gli spunti per riprendere questo luminosissimo astro.


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Viaggio nel Cosmo

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Flyer_DIC_provaProgramma conferenze di dicembre 2016

Lunedì 5 dicembre, ore 18.30: NELLA GALASSIA – I PIÙ VASTI SISTEMI NEBULARI DELLA VIA LATTEA.
Relatore: Stefano Schirinzi (Circolo Culturale Astrofili Trieste).

Sala Incontri del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, Via dei Tominz, 4 – ingresso libero fino a esaurimento posti.

INFO:

Museo Civico di Storia Naturale di Trieste:
tel: 040 675 4603 / 040 375 8662
web: www.museostorianaturaletrieste.it
mail: sportellonatura@comune.trieste.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste:
web: www.astrofilitrieste.it
mail: info@astrofilitrieste.it

Il fascino di Orione

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17dic2016web

17dic2016web

17 dicembre 2016 presso Villa guglielmi (Fiumicino Roma): Il fascino di Orione

Nel programma Fiumicino Inverno 2016 e patrocinato dal Comune di Fiumicino il Gruppo Astrofili Palidoro vi mostrerà le
bellezze della costellazione di Orione. Una conferenza sulla costellazione di Orione introdurrà la serata nella sala conferenze di Villa Guglielmi e a seguire sarà possibile osservare con i telescopi la Grande Nebulosa di Orione, l’ammasso delle Pleiadi e il Doppio Ammasso del Perseo. In caso di maltempo l’evento si svolgerà al coperto nella sala conferenze di Villa Guglielmi con attività varie di Astronomia.

INGRESSO LIBERO

INFO: info@astrofilipalidoro.it

3475010985

www.astrofilipalidoro.it

Altri eventi organizzati dalla Associazione:

Il cuore pesante di Plutone

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Plutone, in primo piano in questa immagine in falsi colori, ha un “cuore” di ghiaccio sulla propria superficie. E’ individuabile nella foto il lobo a sinistra, quello meno ovale che corrisponde al bacino denominato provvisoriamente Sputnik Planitia. In secondo piano la luna di Plutone, Caronte. Crediti: NASA/JHUAPL/SWRI
Il cuore ghiacciato di Plutone in questa immagine ad alta risoluzione ripresa dalla sonda New Horizons della NASA, mostra la chiara espansione del lobo occidentale del cuore, chiamata Sputnik Planitia, ricca di ghiacci di azoto, monossido di carbonio e metano. Credits: NASA/JHUAPL/SwRI
Plutone, in primo piano in questa immagine in falsi colori, ha un “cuore” di ghiaccio sulla propria superficie. E’ individuabile nella foto il lobo a sinistra, quello meno ovale che corrisponde al bacino denominato provvisoriamente Sputnik Planitia. In secondo piano la luna di Plutone, Caronte. Crediti: NASA/JHUAPL/SWRI

È un enorme bacino ghiacciato dalla forma assai peculiare, la forma di un cuore, e somiglia molto a quella che sulla Terra è la calotta polare: è Sputnik Planitia, e si trova sul pianeta nano Plutone.  Il bacino è stato osservato per la prima volta nel 2015 grazie alle immagini raccolte dalla sonda New Horizons della NASA, e sulle sue origini gli scienziati si interrogano. Un nuovo studioguidato da Douglas Hamilton, professore di astronomia presso l’Università del Maryland,suggerisce che Sputnik Planitia si sia formata all’inizio della storia di Plutone e che le sue caratteristiche siano inevitabili conseguenze dei processi evolutivi del pianeta. L’articolo è stato pubblicato oggi sulla rivista Nature.

Recenti studi hanno attribuito il posizionamento di Sputnik Planitia rispetto alla superficie di Plutone all’azione delle forze mareali della sua grande luna, Caronte. Il bacino si trova infatti in posizione perfettamente opposta a quella nella quale, rispetto al pianeta nano, si trova la sua enorme luna, e il riempirsi di ghiaccio del bacino nel corso del tempo avrebbe riorientato Plutone rispetto ai suoi assi. Per quello che riguarda invece l’origine di Sputnik Planitia, essa è stata attribuita a un impatto, un gigantesco impatto, che avrebbe innescato la fuoriuscita di ghiacci volatili da un oceano nel sottosuolo, e, una volta formatosi il bacino, il ghiaccio si sarebbe andato accumulando naturalmente in tale depressione.

Ma nel nuovo studio guidato da Hamilton i ricercatori sostengono che l’accumulo di ghiaccio nella zona si sarebbe verificato anche in assenza della presenza pregressa del bacino, poiché quella è la zona più fredda presente su Plutone. Circa un milione di anni dopo la formazione di Caronte, i depositi di ghiaccio su Plutone si sarebbero concentrati in un unico “tappo”, una calotta situata vicino a una latitudine di 30 gradi, anche in ragione dell’effetto albedo. L’accumularsi del ghiaccio avrebbe causato un effetto gravitazionale tale da bloccarlo, col rallentare dell’orbita del pianeta, in una posizione longitudinalmente opposta a quella di Caronte.

«La principale differenza tra modello che propongo e gli altri è che suggerisco che la calotta di ghiaccio si sia formata presto, quando Plutone aveva una velocità di rotazione maggiore, e che il bacino si sia formato in seguito e non a causa di un impatto», spiega Hamilton, l’autore principale dello studio. Utilizzando un modello da lui stesso sviluppato, Hamilton ha rilevato che la posizione iniziale di Sputnik Planitia potrebbe essere spiegata dal clima insolito di Plutone e dal suo asse, che è inclinato di 120 gradi (l’inclinazione dell’asse della Terra è di 23,5 gradi). L’area situata a 30 gradi di latitudine nord e sud è quella più fredda del pianeta nano, di gran lunga più fredda rispetto ai poli. Il ghiaccio si sarebbe dunque formata attorno queste latitudini, compreso il centro di Sputnik Planitia, che si trova a 25 gradi di latitudine nord.

«Il grande cuore di Plutone pesa assai sul piccolo pianeta, provocando inevitabilmente la depressione del suolo», dice Hamilton, notando che lo stesso fenomeno si verifica sulla Terra: il ghiaccio della Groenlandia ha creato un bacino e spinto verso il basso la crosta su cui poggia.

Il modello proposto dal team guidato da Hamilton può spiegare sia la latitudine che la longitudine alla quale è collocata la Sputnik Planitia, così come il fatto che i ghiacci si siano accumulati dando origine a un bacino, ma vi sono altri modelli che vengono presentati nello stesso numero della rivista Nature. Tra gli altri uno studio guidato da Francis Nimmo dell’Università della California a Santa Cruz, e che vede lo stesso Hamilton tra i co-autori, modellizza la formazione della Sputnik Planitia attribuendone la nascita all’impatto sul pianeta di un oggetto celeste, che lo avrebbe colpito ad alta velocità. Il modello indicherebbe che il bacino potrebbe essersi formata dopo che Plutone ha rallentato la sua rotazione, spostandosi poi solo leggermente dalla sede attuale. Se questo scenario si dimostrasse corretto, le caratteristiche della Sputnik Planitia sembrerebbero suggerire la presenza di un oceano sotto la superficie su Plutone.

«Entrambi i modelli sono attuabili alle giuste condizioni», aggiunge Hamilton. «E anche se non possiamo concludere in modo definitivo che vi sia un oceano sotto la superficie ghiacciata di Plutone, non possiamo neanche affermare con certezza il contrario».

Anche se Plutone è stato privato del suo status di pianeta, una calotta di ghiaccio è una struttura sorprendentemente simile a quelle che si possono osservare sulla Terra: Plutone, insieme alla Terra e a Marte, è il terzo oggetto conosciuto a possedere una calotta ghiacciata. Un cuore che nasconde ancora tanti misteri.

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Accademia delle Stelle

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Vacanza sotto le Stelle - Pitigliano (GR) - 7-11 dicembre
Vacanza sotto le Stelle - Pitigliano (GR) - 7-11 dicembre

Da anni l’Accademia delle Stelle offre la possibilità a molte persone di avvicinarsi all’astronomia osservando il cielo da siti incontaminati. A dicembre ripetiamo l’iniziativa in un agriturismo sotto il cielo buio della Maremma. Ognuno può portare il proprio telescopio per osservare e fotografare e chi non ne dispone potrà osservare attraverso quelli messi a disposizione dall’Accademia delle Stelle. Ogni giorno una conferenza su vari temi dell’Astronomia, ogni sera osservazioni al telescopio e guida al cielo.

– Vacanza residenziale con basso inquinamento lunimoso

– È possibile prenotare da uno a quattro giorni

– Un astrofisico risiede nell’hotel e terrà una conferenza ogni sera

– Dopo cena: guida al cielo (stelle e costellazioni, mitologia e scienza)

– Osservazioni guidate al telescopio

– Possibilità di osservare e fotografare fino all’alba con i propri strumenti

– Pensione completa a partire da 63€

Per informazioni e prenotazioni:
eventi@accedemiadellestelle.org

https://www.accademiadellestelle.org

ASTROINIZIATIVE UAI

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Tutti i primi lunedì del mese:

UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI

In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito. Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi telescopioremoto.uai.ituai.it

ExoMars. Marte, le prime immagini dall’orbiter europeo

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Hebes Chasma con una risoluzione di 2.8 m per pixel. Crediti: ESA / Roscosmos / ExoMars / CaSSIS / UniBE
Hebes Chasma con una risoluzione di 2.8 m per pixel. Crediti: ESA / Roscosmos / ExoMars / CaSSIS / UniBE

Doveva essere un semplice collaudo. Invece è stato un successo oltre ogni attesa. CaSSIS, la camera stereo ad alta risoluzione a bordo del Trace Gas Orbiter (TGO) della missione europea ExoMars, reduce dalle prime orbite attorno al Pianeta rosso, ha inviato a Terra immagini che hanno lasciato gli astronomi a bocca aperta per la loro qualità. «Sono veramente spettacolari», commenta soddisfatto Nick Thomas, direttore del dipartimento di fisica dell’università di Berna e principal investigator dello strumento.

Exomars attualmente si trova in un’orbita molto ellittica, 100mila km dal pianeta nel punto più lontano e 240 km in quello più vicino. Il passaggio a distanza ravvicinata avviene a velocità estremamente elevata. Non tale comunque da impedire a CaSSIS di osservare la regione di Hebes Chasma con una risoluzione di 2.8 m per pixel, riuscendo anche a ottenere immagini stereo (vedi immagine a fianco), ovvero coppie d’immagini.

«Il satellite TGO è perfettamente funzionante, così come tutti gli strumenti a bordo», osserva Gabriele Cremonese dell’Osservatorio astronomico di Padova dell’INAF, co-principal investigator di CaSSIS, «e per noi a Berna e a Padova quest’ultimo mese è stato molto intenso, perché abbiamo dovuto prepararci a elaborare le prime immagini e coppie stereo».

«Abbiamo lavorato con le bellissime immagini di CaSSIS praticamente “in tempo reale”, appena arrivate a Berna», sottolinea Cristina Re, ingegnere dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Padova «ed è stato davvero emozionante. Siamo riusciti ad ottenere il primo modello 3D utilizzando una versione preliminare del nostro software, che stiamo realizzando a Padova, pensato e sviluppato ad hoc per le particolari coppie stereo di CaSSIS, e i risultati sono già eccellenti».

La prima ricostruzione stereo è stata compiuta sulle immagini di una cresta nella regione di Noctis Labyrinthus, e ha fornito una mappa 3D con una risoluzione in altezza inferiore a 6 metri.

«La prima orbita del TGO era piuttosto eccentrica, il satellite andava molto veloce e cambiava rapidamente la distanza dalla superficie, portando a variazioni di quota anche del 10 per cento nelle immagini utilizzate. Questo ha reso il trattamento delle immagini a Terra molto complesso. Ma attraverso l’uso di cinque approcci diversi di ricostruzione stereo, sempre all’interno del nostro software», spiega Emanuele Simioni, ingegnere del CNR-IFN di Padova e associato INAF,  che insieme a Re ha lavorato a Berna a fianco del team svizzero, «abbiamo comunque ottenuto dei risultati notevoli e i primi modelli 3D. Devo dire che è stato davvero toccante lavorare su queste nuove immagini di Marte».

Noctis Labyrinthus in 3D, con una risoluzione in altezza inferiore a 6 metri. Crediti: ESA / Roscosmos / ExoMars / CaSSIS / UniBE

Un inizio come meglio non si poteva sperare, e c’è ancora margine di miglioramento. Alcuni parametri come il tempo di esposizione per il filtro pancromatico, per esempio, saranno ritoccati per produrre risultati ancora più soddisfacenti. Lo stesso  sviluppo del software per la generazione delle immagini 3D non è ancora finito – sta proseguendo alacremente, grazie anche al finanziamento dell’ASI – ma la versione preliminare ha già mostrato le sue notevoli potenzialità in queste prime immagini di CaSSIS.

«Queste primissime immagini della camera ad alta risoluzione CaSSIS a bordo del TGO di ExoMars sono affascinanti e ci avvicinano sempre di più a Marte, la destinazione più importante dell’esplorazione robotica e umana», commenta Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana. «Sono tanto più straordinarie perché arrivano a pochi giorni dall’attivazione di CaSSIS, strumento realizzato in Italia, e quindi le prossime potrebbero avere una risoluzione ancora più accurata. Si tratta della dimostrazione di come la collaborazione tra Agenzia Spaziale Italiana, INAF, partner internazionali e industrie italiane come Leonardo-Finmeccanica porti a livelli di eccellenza notevolissimi. Congratulazioni a tutti i partner istituzionali e industriali. Mi sembra di ottimo auspicio per la ministeriale di Lucerna».

CaSSIS è realizzata da un consorzio coordinato dall’università di Berna, del quale fanno parte l’Osservatorio astronomico di Padova dell’INAF e lo Space Research Center di Varsavia, e finanziata dallo Swiss Space Office, dall’ASI e dalla Polish Space Agency. Alla costruzione della camera ha contribuito anche l’industria italiana, con Leonardo-Finmeccanica.

Leggi anche

Non solo le prime immagini ma anche le prime analisi spettrali, nell’articolo TGO, prime foto e analisi spettrali dall’orbita marziana di Polluce Notizie.

Tutto sulla missione ExoMars nello Speciale dedicato a Marte di Coelum 205 di novembre 2016

Guarda il servizio video su INAF-TV:


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Dalla Terra alle Stelle: due giorni di astronomia per tutti all’INGV

Il 3 e 4 dicembre la prestigiosa sede romana dell’INGV, (l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che effettua costantemente il monitoraggio sismico e geofisico di tutto il nostro territorio nazionale) ospiterà per due giorni un evento dedicato all’astronomia amatoriale e non: Dalla Terra alle Stelle. La sede, scelta in collaborazione tra Rigel Astronomia e l’INGV, sottolinea l’impellenza di una presa di coscienza sulla necessità di una convivenza più matura sull’unico pianeta – fra le migliaia già scoperti – al momento abitabile.

Osservazioni solari gratuite per tutti con strumento specifico di giorno e astronomiche dopo il tramonto, conferenze nella sala dell’INGV e workshop tecnici saranno parte integrante della manifestazione, potendo costituire momenti di grande interesse sia per l’appassionato smaliziato, che per il neofita, per il ricercatore o chi semplicemente nutre in fondo a se stesso un’inappagata curiosità verso la volta celeste.

Dalle 11:00 alle 20:00 di sabato e dalle 10:00 a circa le 16:00 del 4 dicembre una kermesse variegata e multiforme potrà interessare gli amanti del cielo a tutti i livelli, con particolare attenzione ed apertura ai neofiti e persino verso chi non ha ancora alcuna conoscenza specifica.

Occasione di partenza è la premiazione, a fine manifestazione il 4 dicembre, del Concorso di astrofotografia (www.concorsoastrofotografico.com) ideato ed organizzato da Rigel Astronomia e giunto ormai alla III edizione, con l’ambizione di contribuire con la grande suggestione e bellezza delle immagini in concorso alla divulgazione e diffusione crescente di questa splendida scienza.
Diviso in cinque sezioni (Panorami astronomici, Pianeti, Sole, “Deep Sky”, Luna e Pianeti), con la supervisione di un’autorevole giuria di sei membri (http://concorsoastrofotografico.com/giuria/) ha goduto del supporto di vari sponsor che hanno messo a disposizione premi di valore per ogni categoria; ogni partecipante poteva proporre sino a 2 immagini per ogni sezione.

A margine della mostra delle opere in concorso, come detto, son previste conferenze su vari temi “caldi”, come l’astrofisica (Enrico Bernieri, INFN), la lotta all’inquinamento luminoso (Mario di Sora, UAI e Valerio Ricciardi, LazioStellato), la Spettroeliografia e magnetografia solare amatoriale (Fulvo Mete), gli esopianeti che stiamo scoprendo con frequenza sempre crescente (Fabrizio Albani), il rapporto fra i meteoriti e quel che ci spiegano sull’interno della Terra (Patrizia Tosi, INGV), le modalità di divulgazione nel giornalismo scientifico (Enrica Battifoglia, ANSA), un rapporto dettagliato sulla missione Rosetta (Stefano Capretti, Astronomiamo) e persino un workshop tecnico curato da Riccardo Ballerini sulle tecniche di post-produzione delle foto astronomiche digitali.

Non mancate!

3-4 dicembre
INGV, via di Vigna Murata 605 Roma
Info: 06-5079 6659

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi inviando una email a: evento@rigelastronomia.com

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Programma definitivo:

Sabato 3 dicembre:

ore 11.00 – Saluto di benvenuto; ringraziamenti alle autorità ospitanti

ore 11.15 – Conferenza del dott. Enrico Bernieri (INFN)

Astrofotografia e Astrofisica

ore 12.00 – Conferenza del dott. Fabrizio Albani (CSA – Centro Studi Astronomici)

Esopianeti

dalle ore 13.00 alle 15- Pausa pranzo

ore 15.00 – Conferenza del dott. Stefano Capretti (Astronomiamo)

Missione Rosetta

ore 16.00 – conferenza del dott. Mario Di Sora (UAI)

e dott. Valerio Ricciardi (Laziostellato)

Inquinamento luminoso

ore 17.00 – conferenza dott. Patrizia Tosi (INGV)

Meteoriti e interno della Terra

ore 18.00 – Saluti e illustrazione del programma della domenica
Durante il sabato mattina ci saranno
osservazioni del Sole. Dalle 18:00 alle 20:00 osservazioni del cielo notturno.

Domenica 4 dicembre:

ore 10.00 – Benvenuto e saluto alle autorità ospitanti

ore 10.15 – Conferenza dott. Fulvio Mete

Spettroeliografia e magnetografia solare amatoriale

ore 11.00 – Workshop dott. Riccardo Ballerini

Post-Produzione Immagini Astronomiche

ore 12.00 – Conferenza dott. Enrica Battifoglia (ANSA)

Giornalismo Scientifico

ore 12.30 – Progetto Osservatorio Roiate – Angelo Secchi

dalle ore 13.00 alle 15- Pausa pranzo

ore 15.00 – Premiazione del concorso di fotografia astronomica


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ISS Expedition 52/53: e VITA sia

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Paolo Nespoli alla cerimonia romana del 24 novembre, in cui è stato svelato logo e nome della missione. Copyright ESA

Si chiama VITAVitality, Innovation, Technology, Ability e come logo si è ispirata al Terzo Paradiso dell’artista Michelangelo Pistoletto. Stiamo parlando della missione Expedition 52/53, destinazione la Stazione Spaziale Internazionale. E’ la terza di lunga durate delle sei che la NASA ha messo a disposizione dell’Agenzia Spaziale Italiana nell’ambito dell’accordo per la consegna dei moduli logistici, Leonardo, Donatello e Raffaello.

Protagonista della missione l’astronauta dell’ESA, Paolo Nespoli, alla sua terza missione sulla ISS, la seconda di lunga durata. Paolo Nespoli, classe 1957, partirà dalla base russa di Baikonur in Kazakhistan a bordo della Soyuz. Attualmente il lancio è previsto per la fine di maggio del 2017.

Nella missione VITA sono compresi ben 13 esperimenti selezionati da ASI, la gran parte biomedici, il resto tecnologici.

«La missione VITA metterà al centro del lavoro di Paolo una serie di importanti esperimenti biomedici — dichiara il presidente dell’ASI, Roberto Battiston — che riguardano gli effetti sull’uomo di lunghe permanenze nello spazio, e in particolare di come proteggere gli astronauti dalle radiazioni cosmiche. Si tratta di un aspetto fondamentale in vista dei viaggi del futuro e in particolare dell’esplorazione umana di Marte, che è il prossimo obiettivo a cui tutti puntano con decisione».

«Aggiungo — continua Battiston — che l’Agenzia Spaziale Italiana è particolarmente orgogliosa dell’entusiasmo e della grande professionalità con cui Paolo si prepara alla sua terza missione. Tutte le declinazioni della missione VITA e i simboli che ritroviamo nel logo sono la descrizione delle qualità, degli obiettivi, della visione e della passione delle donne e degli uomini che partecipano insieme a Paolo a questo nuovo capitolo delle missioni di volo umano che nascono dalla speciale partnership tra ASI e NASA, con il contributo dell’ESA».
Tornando al logo in lingua italiana, la parola “vita” evoca significati profondi e importanti, sia da un punto di vista scientifico che filosofico. È una di quelle parole italiane molto conosciuta anche all’estero.

Il design della patch, sviluppato dall’ESA su richiesta dell’Agenzia Spaziale Italiana e realizzato insieme allo stesso astronauta Paolo Nespoli e all’ASI, è rappresentativo dei messaggi principali della missione. La forma ci ricorda il pianeta Terra per la sua geometria rotonda e per la sua trama azzurra. Essa contiene il simbolo del “Terzo Paradiso” dell’artista italiano Michelangelo Pistoletto. Tale simbolo mette in relazione visiva e concettuale i temi principali della missione: il DNA, simbolo della vita (tema veicolato anche dal nome della missione stessa) e, in senso lato, della dimensione scientifica; il libro, simbolo della cultura e dell’educazione intesa come formazione e apprendimento continuo; la Terra, simbolo dell’umanità intera.

Il Terzo Paradiso è una riformulazione del simbolo matematico dell’infinito e può essere visto come simbolo aperto a molteplici interpretazioni. I due elementi circolari opposti stanno a significare le attività scientifiche ed educative sviluppate nello spazio, mentre il cerchio centrale è il punto di incontro tra i due e rappresenta l’evoluzione della Terra e i benefici che le attività spaziali portano all’umanità.

L’ellissi centrale in combinazione con il globo evoca un simbolico occhio che sta a figurare la prospettiva dell’astronauta che osserva il nostro pianeta dalla Stazione Spaziale Internazionale. Le tre stelle rappresentano le tre missioni di lunga durata frutto dell’accordo tra la NASA e l’ASI per la fornitura dei moduli MPLM.

Il logo è impreziosito dalla presenza dei colori della bandiera italiana a rappresentare la nazionalità dell’astronauta dell’ESA Paolo Nespoli e dell’Agenzia Spaziale Italiana. L’hashtag è #vitamissione


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Ecco la squadra che dà il nome alle stelle

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Rappresentazione artistica della costellazione di Pegaso risalente al X secolo, opera dell’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi. Una fra le sue stelle più note è 51 Pegasi, celebre perché attorno a essa orbita il primo pianeta extrasolare mai scoperto. Il nome ufficiale scelto dal team Iau per la stella è Helvetios. Crediti: Bibliothèque nationale de France, Paris/IAU
Rappresentazione artistica della costellazione di Pegaso risalente al X secolo, opera dell’astronomo persiano Abd al-Rahman al-Sufi. Una fra le sue stelle più note è 51 Pegasi, celebre perché attorno a essa orbita il primo pianeta extrasolare mai scoperto. Il nome ufficiale scelto dal team Iau per la stella è Helvetios. Crediti: Bibliothèque nationale de France, Paris/IAU

Nella Genesi l’incarico era affidato ad Adamo: dare un nome a tutte le creature.

Un’investitura analoga è stata conferita dal comitato esecutivo della Iau, l’International Astronomical Union (Unione astronomica internazionale), al neonato Gruppo di lavoro sui nomi delle stelle (Wgsn).

Obiettivo? Definire le regole per la nomenclatura delle future new entries e uniformare lessico e grafia di quelle che già un nome ce l’hanno. Facendo giustizia di omonimie, sinonimie, polimorfie e simili ambiguità linguistiche. Insomma, mettere ordine. Per evitare situazioni incresciose come una stella con più nomi o – non sia mai – lo stesso nome per più stelle.

Un incarico che vi fa sorridere? Chiedete a Plutone: se dal 2006 non è più un pianeta, è proprio per una risoluzione della Iau.

Ma non fatevi troppe illusioni: quelle impossibili sigle, più simili a codici fiscali che a nomi, rimarranno. Perlomeno nei cataloghi usati dagli astronomi professionisti, dove le stelle si contano a centinaia di milioni: uno per tutti la ponderosa anagrafica celeste che sta compilando il telescopio spaziale Gaia dell’Esa, un elenco nel quale già figurano un miliardo di sorgenti.

«In realtà non si sono inventati nomi nuovi», spiega a Media Inaf il Segretario generale della Iau, Piero Benvenuti, astronomo all’Università di Padova e primo italiano a ricoprire il prestigioso incarico, «si è solo voluto rendere ufficiali quei nomi che da tempo immemorabile astronomi di varie tradizioni e civiltà avevano assegnato alle stelle più luminose. Similmente, nel lontano 1920, giusto un anno dopo la sua fondazione, l’Iau aveva ufficializzato i nomi delle costellazioni: era tempo che ci si occupasse anche delle stelle».

Dal maggio scorso a oggi il gruppo di lavoro si è dato da fare: i nomi di ben 227 stelle hanno ricevuto l’imprimatur. E se vi sembrano poche, sappiate che quelle con il bollino di certificazione in ordine, prima di quest’iniziativa, erano 14 soltanto. L’elenco in ordine alfabetico delle stelle che già hanno ottenuto un nome doc lo potete trovare in rete. Ogni sorgente è corredata di costellazione d’appartenenza, coordinate celesti, magnitudine e data d’approvazione. Fra le tante note solo agli appassionati, ne figurano alcune che fin dai tempi più antichi sono invece vere e proprie celebrità, a volte leggendarie, come VegaRigel o la stessa Stella Polare, che d’ora in avanti dovremo abituarci a chiamare Polaris.

«Personalmente, sono contento che il Gruppo di lavoro abbia confermato il nome di Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole: se non l’avessero fatto», dice Benvenuti, «avrei dovuto cambiar nome alla mia barca che così ho battezzato vent’anni fa… e si sa, cambiar nome alle barche porta iella!».


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Il Cielo di Dicembre

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cartina del cielo di dicembre 2016
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N - Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 dicembre > 23:00 15 dicembre > 00:00 30 dicembre > 01:00
cartina del cielo di dicembre 2016
Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N - Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 dicembre > 23:00 15 dicembre > 00:00 30 dicembre > 01:00

EFFEMERIDI
(ott. 2016 – mar. 2017)

Luna

Sole e Pianeti

Comete

Verso la metà del mese, alle 22:30, la figura del “cacciatore” sarà ancora defilata verso sudest, mentre saranno già in meridiano il Toro e più in basso l’anonimo Eridano. A ponente scenderanno lentamente gli asterismi che qualche mese fa erano allo zenit (Pegaso e Cigno su tutti), mentre a est si preannunciano già il Cancro e il Leone, con lo zenit attraversato dal Perseo. Un paio di ore dopo sorgerà anche Boote, mentre a ovest stanno già declinando la Balena, i Pesci e Andromeda.

La figura mostra come il Sole, nel suo percorso apparente lungo l’eclittica, stazioni solo per un periodo brevissimo (dal 23 al 29 novembre) nello Scorpione, che pure rientra nel novero delle costellazioni zodiacali, passando molto più tempo invece (dal 30 novembre al 17 dicembre) nell’Ofiuco.

All’inizio di dicembre il Sole si troverà nella costellazione zodiacale dell’Ofiuco e passerà in quella del Sagittario il giorno 17.

Sempre più bassa e immersa nella foschia, la nostra stella raggiungerà in questo periodo, più precisamente il giorno 21, la minima altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano (+24,5°). Sarà questo il giorno del Solstizio invernale (dal latino “solstitium”, che significa “Sole immobile”, stazionario, per il fatto che la sua apparente caduta in altezza sembra progressivamente arrestarsi).

Da questo momento in poi avrà inizio nel nostro emisfero l’inverno astronomico.

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Cielo di Dicembre di Coelum n. 206: tutti i principali eventi da non perdere!

Scopri le costellazioni del cielo di Dicembre con la UAI

Alla scoperta del cielo, dalle costellazioni alle profondità del cosmo: l’Ariete (prima parte)

La Luna di Dicembre. Osserviamo il Quartetto dei crateri Schickard, Nasmyth, Wargentin, Phocylidesa

I principali passaggi della ISS

Le ultime supernovae scoperte

Comete da osservare

Il Club dei 100 asteroidi e gli asteroidi osservabili a dicembre

Calendario degli eventi

E questo mese: I Gioielli del Cielo Invernale. I migliori oggetti celesti da osservare durante la Stagione Invernale

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Astronomiamo – Appuntamenti di Dicembre

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LocandinaCoelum

LocandinaCoelum28 novembre 2016 – 5 dicembre 2016: Corso sulla RELATIVITA’ GENERALE (P. Pani – La Sapienza). VIAGGIO AI CONFINI DELLO SPAZIO-TEMPO – Big Bang, buchi neri e onde gravitazionali nella Teoria di Heinstein.

Via Groenlandia 31, Roma EUR.

Dettagli: http://www.astronomiamo.it

Una sottile falce di Luna incontra Giove

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Congiunzione Luna Giove del 25 novembre 2016
La minima distanza angolare di 1° 30', i due astri la raggiungeranno poco dopo la mezzanotte, alle 0:30, quando saranno ancora sotto all'orizzonte est, sorgeranno poco dopo le 3 ma il consiglio è di riprenderli almeno un'ora dopo, quando raggiungeranno un'altezza comoda per osservarli e riprenderli nella cornice del paesaggio. All'ora indicata Giove disterà circa 1° 40' dal centro della Luna. Crediti: Coelum Astronomia CC by-nc-nd

Sempre per gli amanti delle lunghe sessioni osservative (o per chi ama alzarsi molto presto), al mattino del 25 novembre sarà possibile osservare una bella congiunzione stretta tra una sottile falce di Luna (fase 16%) e il pianeta Giove.

I due astri, che all’ora indicata saranno alti circa 10° sull’orizzonte est–sudest, si incontreranno nel cielo della Vergine al sorgere di Spica (mag. +0,95), la stella alfa della costellazione, che li inseguirà nel chiarore del mattino: un’altra ottima occasione per scattare delle belle fotografie con elementi del paesaggio.

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Novembre


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ExoMars. Le prime osservazioni scientifiche di Marte da TGO

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La sonda europea Trace Gas Orbiter si sta preparando a eseguire le sue prime osservazioni scientifiche di Marte dall’alto della sua nuova orbita, raggiunta esattamente un mese fa. Nell’arco delle prossime due orbite, gli strumenti a bordo del TGO raccoglieranno i loro primi dati.

Il TGO si trova in questo momento in un’orbita altamente ellittica che lo porta tra 230-310 e 98 mila chilometri dalla superficie marziana, con un periodo di 4,2 giorni. A fine anno, il TGO modificherà la propria inclinazione orbitale a 74 gradi; poi, a gennaio, accenderà nuovamente il proprio motore per abbassare l’apocentro — il punto più alto della sua orbita — e ridurre il periodo a 1 giorno marziano. La sonda trascorrerà tutto il 2017 a eseguire manovre di aerofrenaggio per calarsi in un’orbita circolare a 400 chilometri di quota entro dicembre 2017; poi, nel marzo 2018, potrà finalmente avviare la sua campagna scientifica.

Il rilevatore di neutroni FREND a bordo del TGO è stato attivo per gran parte della crociera della sonda alla volta di Marte, e sta già raccogliendo dati in modo da misurare il flusso di sottofondo e sottrarlo dai dati per isolare il flusso di neutroni provenienti dalla superficie marziana, generati dall’interazione tra i raggi cosmici e il suolo del Pianeta Rosso. L’angolo e la velocità dei neutroni marziani rilevati dal TGO consentirà agli scienziati di mappare la composizione della superficie e, in particolare, individuare eventuali depositi di acqua (solida o liquida) entro i primi 1-2 metri di profondità.

Gli altri tre strumenti a bordo del TGO eseguiranno le loro prime osservazioni tra il 20 e il 28 novembre.

La posizione degli strumenti a bordo del ExoMars Trace Gas Orbiter. Nell'immagine è indicato anche dove era alloggiato il lander Schiaparelli, che ormai giace sulla superficie di Marte. Credit: ESA/ATG medialab

Lo strumento NOMAD comprende due spettrometri a infrarossi e uno a ultravioletti, in grado di determinare la composizione atmosferica — con particolare attenzione a eventuali concentrazioni di metano — sia studiando la luce solare filtrata attraverso l’atmosfera solare al tramonto o all’alba (ovvero tramite occultazione), sia raccogliendo la luce riflessa direttamente dal suolo, in prossimità del nadir.

I tre sensori a infrarossi dello strumento ACS mapperanno il profilo chimico e la struttura dell’atmosfera; le loro osservazioni completeranno il quadro dei dati di NOMAD, aggiungendo preziosi dettagli. I due strumenti potrebbero anche riuscire a misurare la luminescenza notturna — un fenomeno per cui la rottura di alcune molecole nell’atmosfera superiore, dovuta all’azione del vento solare, e la loro conseguente ricombinazione risultano nell’emissione di luce.
Nella seconda orbita, i due strumenti eseguiranno inoltre alcune osservazioni di Phobos, la più interna e massiccia delle due lune marziane.

Il quarto e ultimo strumento a bordo del TGO è la fotocamera CaSSIS, che scatterà le sue prime immagini ravvicinate di Marte nelle prossime due orbite. Prima di essere puntata verso la superficie, CaSSIS fotograferà delle porzioni di cielo per calibrare i suoi sensori.
Nella sua attuale orbita ellittica, la sonda è in alcuni punti più vicina e in altri più lontana di quanto lo sarà nella sua orbita finale, alla fine dell’anno prossimo. Ciò significa che la sonda viaggia a una velocità diversa da quella prevista per le osservazioni di CaSSIS, il che renderà il lavoro degli ingegneri ancor più difficile, soprattutto per quanto riguarda calcolare la tempistica precisa delle varie osservazioni.

La grafica mostra come lavorerà la camera CaSSIS a bordo di TGO per ottenere fotografie stereoscopiche della superficie marziana: a ogni passaggio, scatterà immagini del terreno di fronte a sé, per poi girarsi di 180 gradi e osservare le stesse regioni, che a quel punto si troveranno alle sue spalle. Credit: University of Bern

CaSSIS è stata studiata per realizzare fotografie stereoscopiche della superficie marziana: a ogni passaggio, scatterà immagini del terreno di fronte a sé, per poi girarsi di 180 gradi e osservare le stesse regioni, che a quel punto si troveranno alle sue spalle.
Gli scienziati non hanno ancora individuato delle regioni di particolare interesse scientifico da osservare in questi primi passaggi; è probabile, però, che le prime immagini di CaSSIS includano la regione di Noctis Labyrinthus e la luna Phobos.

«Siamo molto contenti di poter vedere questi strumenti all’opera nell’ambiente per cui sono stati progettati,» spiega Hakan Svedhem dell’ESA, «e di ricevere finalmente i primi dati da Marte».

Scopri di più sull’esplorazione del Pianeta Rosso e la missione ExoMars con Meraviglioso Marte su Coelum astronomia di novembre.
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Dawn: primo piano su Occator

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Una porzione dell’emisfero settentrionale del pianeta nano Cerere dominata dal cratere Occator e dalle sue zone brillanti. L’immagine, che ha una rilosuzione di 140 metri per pixel, è stata scattata dalla sonda Dawn il 17 ottobre scorso da una quota di 1480 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA
Una porzione dell’emisfero settentrionale del pianeta nano Cerere dominata dal cratere Occator e dalle sue zone brillanti. L’immagine, che ha una rilosuzione di 140 metri per pixel, è stata scattata dalla sonda Dawn il 17 ottobre scorso da una quota di 1480 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

È il cratere Occator con la sua zona brillante centrale il protagonista di questa nuova spettacolare immagine presa dalla sonda Dawn della Nasa, in orbita attorno al pianeta nano Cerere. La panoramica di questo cratere da impatto ampio 92 chilometri e profondo 4 è stata registrata il 16 ottobre scorso, durante la quinta orbita scientifica di Dawn, ad una altezza di 1480 chilometri dalla superficie del corpo celeste.

Occator è già da tempo una delle zone più studiate di Cerere proprio per la presenza di quella singolare macchia brillante che possiede – come emerso da un recente lavoro a guida INAF pubblicato su Nature – la più elevata concentrazione di carbonati mai registrata in ambienti al di fuori di quello terrestre. Una caratteristica che suggerisce la presenza di acqua liquida al di sotto della superficie di Cerere in epoche geologiche recenti.

Dal suo arrivo a Cerere nel marzo del 2015, dopo aver scattato decine di migliaia di immagini e raccolto una enorme mole di dati con gli strumenti di bordo, la missione Dawn prosegue le sue attività nel migliore dei modi: il 4 novembre scorso la sonda ha avviato la sequenza di manovre necessarie ad impostare la sesta orbita scientifica utilizzando una procedura studiata appositamente per risparmiare ulteriormente il prezioso combustibile a bordo. Al completamento di queste manovre, Dawn si troverà a 7200 chilometri da Cerere.

Leggi l’approfondimento sulla missione Dawn su Coelum 203


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Plutone? Va dove lo porta il cuore

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Nell'immagine i differenti colori rappresentano ghiacci di differente composizione sulla superficie di Plutone, rivelando come sia un pianeta (anche se nano) sorprendentemente attivo. Crediti: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute.
Questa animazione mostra come Plutone si sia riorientato a seguito del riempimento di Sputnik Planitia (il lobo sinistro del “cuore” di Plutone) con ghiacci volatili. Sputnik Planitia in origine era spostato a nord ovest rispetto alla sua posizione attuale. Riempendosi di ghiaccio, la forza mareale esercitata da Caronte (la più grande luna di Plutone) ha prodotto un riorientamento dell’intero pianeta nano, fino ad allinearlo Sputnik Planitia con l’asse di marea di Plutone. Crediti: James Tuttle Keane. Le mappe di Plutone e Caronte sono della NASA / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute

Sono entrambi dedicati a Plutone due studi usciti online oggi su Nature. Ed entrambi riguardano le origini di Sputnik Planitia (già Sputnik Planum), il brillante lobo occidentale di Tombaugh Regio, la regione a forma di cuore. Raccontano una storia geologica affascinante, forse ancora in atto: la storia di un ribaltamento orbitale e di un oceano sotterraneo. Una storia resa possibile dall’intensa interazione mareale fra il pianeta nano e la sua enorme luna, Caronte. Due oggetti celesti in rotazione sincrona l’uno con l’altra: non solo Caronte mostra sempre la stessa faccia a Plutone, come la Luna con la Terra, ma anche il pianeta nano fa altrettanto verso la sua luna, proprio come il nostro pianeta nei confronti d’un satellite geostazionario. O meglio, lo farebbe se le condizioni gravitazionali, e in particolare la distribuzione delle masse, rimanessero immutate. Ed è proprio questo il presupposto che i due studi su Nature mettono in discussione.

Sputnik Planitia, il tratto morfologico più sorprendente fra i tanti rivelati dalle immagini raccolte della sonda New Horizons durante il flyby del luglio 2015 sul pianeta nano, è un bacino ghiacciato di enormi dimensioni, circa mille chilometri, alle cui origini vi è probabilmente l’impatto con una cometa. Secondo i due team di scienziati che hanno firmato gli articoli, guidati uno da James Keanedell’Università dell’Arizona l’altro da Francis Nimmo dell’Università della California a Santa Cruz, il riempirsi di ghiaccio del bacino, nel corso del tempo, ha riorientato Plutone rispetto ai suoi assi di rotazione e orbitale (vedi animazione in apertura). Un riposizionamento dovuto alle forze di marea fra il pianeta nano e la sua luna Caronte, e che sarebbe all’origine, combinato con la presenza di un oceano sotterraneo, delle fratture che si osservano sulla crosta.

La sequenza mostra la storia di Sputnik Planitia descritta nei due articoli, dall’epoca della sua formazione, dovuta probabilmente all’impatto di una cometa con Plutone, fino al suo progressivo dislocamento verso sud est mano a mano che andava riempendosi di ghiacci volatili. Crediti: James Tuttle Keane

A proporre che le forze di marea abbiano riorientato Plutone fino a portare Sputnik Planitia dove si trova attualmente è, in particolare, il lavoro guidato da Keane e colleghi. Mano a mano che il bacino intrappolava ghiacci volatili (ghiacci di azoto, metano e monossido di carbonio), ipotizzano gli autori dell’articolo, le interazioni mareali facevano sì che Plutone ruotasse su se stesso di circa 60 gradi, riposizionando Sputnik Planitia in direzione sudest e dando origine – a causa degli stress generati sulla litosfera del pianeta dal dislocamento – alle faglie che hanno poi prodotto i canyon e le montagnefotografate da New Horizons.

Una tesi, questa dell’azione delle forze mareali sulla posizione di Sputnik Planitia, che convince anche il secondo team di scienziati, quello guidato da Nimmo. Con una sottolineatura: se questi sono stati i processi all’origine della dislocazione descritta nei due articoli, allora è probabile che il sottosuolo di Plutone ospiti anch’esso un oceano sotterraneo. L’ipotesi non è nuova, così come la possibilità che tale oceano esista tutt’ora. E se Sputnik Planitia sta ancora accumulando ghiaccio, è possibile che il pianeta stia a sua volta continuando a riorientarsi rispetto a Caronte.

Per saperne di più:

Guarda il servizio video su INAF-TV:


Sul prossimo numero di Coelum (206 di dicembre 2016) la prima parte di un lungo approfondimento sullo stato della ricerca su Plutone!
Intanto… continua l’esplorazione del Sistema Solare con Coelum astronomia di dicembre.
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L’Ultimo quarto di Luna incontra Regolo

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21 novembre, ore 0:30: Congiunzione Luna – Regolo (Alfa Leonis). Distanza angolare minima: 3° 23' (ore 4:00)
21 novembre, ore 0:30: Congiunzione Luna – Regolo (Alfa Leonis). Distanza angolare minima: 3° 23' (ore 4:00). Nell’immagine proposta la dimensione della Luna è stata esagerata per una questione di chiarezza della rappresentazione grafica. Crediti: Coelum CC by-nc-nd (utilizzabile non modificata con link alla fonte).

Ecco un fenomeno osservabile per chi ama far tardi: la notte tra il 20 e il 21 novembre sarà possibile ammirare una congiunzione piuttosto stretta tra la Luna in fase calante (fase 52%) e la stella Regolo (mag. +1,35): sorgeranno attorno alle 23 del 20 novembre dall’orizzonte est fino a raggiungere un’altezza di 50° sull’orizzonte sudest sudest attorno alle 4:00, per poi inoltrarsi nel chiarore dell’alba.

Il nostro suggerimento, in figura, è di riprenderle quando ancora non sono troppo alte sull’orizzonte, in modo da ritrarle nella cornice del paesaggio.

Per spunti e consigli per la ripresa:  Fotografare la Luna di Giorgia Hofer

Per spunti e consigli per l’osservazione: Guida all’osservazione della Luna a novembre di Francesco Badalotti

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Novembre


Tutti gli eventi del cielo di novembre su Coelum 205. Semplicemente clicca e leggi… è gratuito!


Spitzer e Swift scoprono una nana bruna tramite microlente gravitazionale

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Due telescopi spaziali hanno fatto squadra con gli Osservatori da terra, per individuare l'effetto di microlente gravitazionale causato da una nana bruna, denominata OGLE-2015-BLG-1319. Nel grafico, i dati raccolti da terra sono indicati con i puntini grigi, quelli raccolti da Swift in blu mentre quelli raccolti da Spitzer in rosso. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Per la prima volta, i telescopi spaziali Spitzer e Swift hanno unito le loro forze per studiare uno stesso evento di microlente gravitazionale — un fenomeno che si verifica quando la gravità di un oggetto in primo piano devia e amplifica il segnale luminoso di una stella situata esattamente alle spalle del primo oggetto, dal punto di vista della Terra. Questo metodo è già stato usato per individuare corpi di natura substellare, tra cui vari esopianeti, che altrimenti potrebbero passare del tutto inosservati anche davanti agli occhi robotici più potenti.

Le osservazioni di Spitzer e Swift hanno consentito agli astronomi di identificare una nana bruna — un oggetto che solca il confine tra stelle e pianeti. Questi corpi celesti possono contenere fino a 80 masse gioviane; tuttavia, non sono abbastanza caldi o densi da generare sufficiente energia da alimentare le reazioni di fusione nucleare dell’idrogeno che avvengono nei cuori delle normali stelle.

Vari studi statistici hanno portato alla scoperta che meno dell’1% delle stelle di massa solare sono accompagnate da una nana bruna a meno di 3 unità astronomiche di distanza — un fenomeno noto come “deserto delle nane brune”.

L’osservazione di questo nuovo evento di microlente, catalogato come OGLE-2015-BLG-1319, ha portato all’identificazione di una nana bruna che potrebbe popolare proprio questo deserto — una vera e propria rarità, dunque.

«Vogliamo capire come avviene la formazione delle nane brune attorno alle stelle, e perché così poche si trovano in prossimità delle loro stelle madri,» spiega Yossi Shvartzvald della NASA. «È possibile che questo deserto, in realtà, non sia così desolato come crediamo».

L’utilizzo di due diversi occhi robotici ha permesso agli scienziati di sfruttare il fenomeno della parallasse, dovuto alla variazione nella posizione apparente di un oggetto visto da due diversi punti.
«Ogni volta che abbiamo a disposizione più di un sito osservativo, ad esempio due diversi telescopi spaziali, è come avere un paio di occhi in grado di dirci quanto un oggetto è lontano da noi,» prosegue Shvartzvald. «Grazie ai modelli delle microlenti gravitazionali, possiamo poi calcolare la relazione tra la massa dell’oggetto e la sua distanza».

Il sistema binario popolato dalla nana bruna è stato osservato da Spitzer a luglio 2015, seguito poco dopo da Swift. Mentre Spitzer si trova lungo un’orbita eliocentrica, più di un’unità astronomica alle spalle della Terra, Swift occupa una bassa orbita attorno al nostro pianeta. Per Swift si è trattata della primissima osservazione di una microlente gravitazionale.

In seguito all’analisi dei dati raccolti dai due telescopi spaziali e da vari strumenti qui sulla superficie terrestre, gli scienziati hanno calcolato che la massa della nana bruna è compresa tra 30 e 65 masse gioviane. Gli astronomi hanno inoltre identificato la compagna maggiore della nana bruna: una nana arancione dotata di mezza massa solare circa.

La ricostruzione dinamica del sistema ha portato all’identificazione di due possibili valori per la distanza tra le due stelle: 0,25 e 45 unità astronomiche. Qualora il valore reale dovesse essere 0,25 unità astronomiche, la nana bruna si troverebbe nel bel mezzo del deserto riscontrato dagli studi precedenti.

«In futuro, speriamo di raccogliere ulteriori osservazioni di microlenti da più punti di vista,» spiega Geoffrey Bryden della NASA, «in modo da poter sondare ancor più in profondità le caratteristiche delle nane brune e dei sistemi planetari».


Meraviglioso Marte, nel nuovo numero di Coelum astronomia di novembre
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Arrivano le LEONIDI, ma al minimo e con Luna… “invadente”

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Quello delle Leonidi è storicamente lo sciame che con più regolarità è riuscito a non deludere le attese degli osservatori nel corso degli ultimi secoli, producendosi a intervalli più o meno regolari in straordinarie tempeste di meteore (1833, 1866, 1966, 1998…). Per ritrovare la “tempesta” basterà probabilmente aspettare il 2031, anno del ritorno al perielio della cometa. Per il momento dovremo accontentarci dell’incontro della Terra con le rade polveri sparse su tutto il suo percorso orbitale, ma la sorpresa è sempre possibile!


PER FOTOGRAFARE qualsiasi sciame meteorico, i consigli sono gli stessi pubblicati questa estate sullo Speciale Perseidi di Coelum 202, vi ricordiamo in particolare l’articolo di Sebina Pulvirenti “Come riprendere le Perseidi con lo SMARTPHONE” con a margine i consigli di Daniele Gasparri per riprenderle con Reflex o CCD.
Come sempre in formato digitale e gratuito, sfogliabile online o scaricabile in pdf.

Il radiante situato nella “falce” del Leone è normalmente attivo dal 14 al 21 novembre, con un massimo attorno al 17 e uno ZHR (Zenital Hourly Rate) normalmente sull’ordine delle 10-15 meteore/ora. Le previsioni di quest’anno confermano che lo ZHR sarà ai livelli delle 15 meteore l’ora, con un picco nella notte tra il 16 e il 17 novembre (più probabile alle 5:00 del 17); a quell’ora il radiante (AR 10,3h; Dec +21,6°) posto nei pressi di Algieba (gamma Leonis) sarà già ben alto sull’orizzonte est-sudest (più di 60°).

Purtroppo nel cielo sarà presente, non a grande distanza, la Luna, con fase del 90%, che con la sua luce disturberà non poco l’osservazione, rendendo quindi tutto più difficile. Inoltre, il tempo per l’osservazione in concomitanza del picco sarà molto breve poiché il chiarore del crepuscolo del mattino inizierà già alle 5:26.

In ogni caso, per chi vorrà tentare comunque l’osservazione, non resta che incrociare le dita, fidando, più che nella quantità, nella caduta di qualche bolide spettacolare.

Leggi l’articolo su Coelum di novembre

Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Novembre


Tutti gli eventi del cielo di novembre su Coelum 205. Semplicemente clicca e leggi… è gratuito!


Raffica cosmica ai due estremi dello spettro

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Rappresentazione artistica della fusione di due stelle di neutroni, uno fra gli eventi che potrebbero essere all’origine dell’emissione osservata da Swift e dal radiotelescopio di Parkes. Crediti: Dana Berry, SkyWorks Digital, Inc.
Rappresentazione artistica della fusione di due stelle di neutroni, uno fra gli eventi che potrebbero essere all’origine dell’emissione osservata da Swift e dal radiotelescopio di Parkes. Crediti: Dana Berry, SkyWorks Digital, Inc.

Si chiama FRB 131104, ed è destinato a entrare – se non nei libri di storia – quanto meno in parecchie voci di Wikipedia (in una già c’è). Giunto sulla Terra il 4 novembre del 2013 e intercettato in Australia dal radiotelescopio di Parkes, è un segnale appartenente alla recente e ristretta famiglia degli FRB, i fast radio burstmisteriose emissioni in banda radio che durano una manciata di milllisecondi. Recente perché il primo è stato osservato solo nel 2007, ristretta perché se ne conoscono ancora pochissimi.

Ma come questo non se ne conosce proprio nessun altro: è il primo mai osservato giunto in compagnia. Già, perché quel giorno di novembre di tre anni fa, proprio mentre l’antenna di Parkes catturava i fotoni radio di FRB 131104, a qualche centinaia di km sulle nostre teste il satellite Swift rilevava fotoni all’estremo opposto dello spettro elettromagnetico, quello della radiazione gamma. Dunque una controparte, come la chiamano gli astronomi: uno fra gli indizi più preziosi che esistano per inchiodare il “colpevole”, per scoprire cos’è che genera questi enigmatici fiotti d’energia.

Ad accorgersene è stato un giovane ricercatore, James DeLaunaygraduate student alla Penn State, la Pennsylvania State University.
«M’ero messo alla ricerca di controparti per gli FRB senza aspettarmi di riuscire davvero a trovare qualcosa. Questo burst era il primo che avesse qualche dato utile da analizzare. Quando mi sono reso conto dell’esistenza di una possibile controparte nei raggi gamma, non riuscivo a credere alla mia fortuna!», ricorda ora Delaunay, primo autore d’uno studio che descrive la scoperta, pubblicato venerdì scorso, l’11 novembre, su Astrophysical Journal Letters.

In effetti è stato un bel colpo di fortuna, non solo per DeLaunay, ma per tutta la comunità astronomica da ormai dieci anni alla caccia di qualche indizio che consenta di chiarire quali fenomeni vi siano all’origine di queste emissioni, che si stima si verifichino oltre duemila volte al giorno nell’universo. E che con questa doppia rilevazione spera di poter fare finalmente un passo in avanti.

«Quello dei fast radio burst è un puzzle che si sta lentamente lentamente componendo, osservazione dopo osservazione», dice a Media INAF Giancarlo Ghirlanda, ricercatore alla sede di Merate dell’Istituto nazionale di astrofisica, al quale abbiamo chiesto un commento sulle implicazioni del lavoro di DeLauney e colleghi. «Come per altre sorgenti astrofisiche – pensiamo ad esempio alla storia dei gamma ray burst (GRB) – la varietà di spiegazioni proposte è di gran lunga superiore a quanto si conosca sulla base delle osservazioni disponibili. Quindi ogni nuova scoperta, come quella dell’emissione gamma di 131104, è un prezioso aiuto per sciogliere il mistero circa l’origine degli FRB».

«La scoperta della prima emissione gamma associata a un FRB è strabiliante», osserva poi Ghirlanda, «perché implica che queste sorgenti emetterebbero in banda gamma 10 miliardi di volte l’energia emessa in banda radio. Nell’esempio di FRB 131104 l’energia emessa sarebbe 5×10^51 erg assumendo si trovi a una distanza di circa 3.2 Gpc [ndr: oltre 10 miliardi di anni luce], come suggerito dalle osservazioni radio. Lo studio di DeLaunay e collaboratori mostra che il burst gamma dura oltre 100 secondi, anche se purtroppo non è stata trovata nessun’altra emissione in banda X o ottica. Questi risultati, tra le possibili teorie proposte fino ad ora, fanno pensare ai GRB corti, prodotti dalla fusione di due stelle di neutroni o di una stella di neutroni e un buco nero. Le caratteristiche dell’emissione gamma associata a FRB 131104 potrebbero corrispondere a quelle, ipotizzate e mai fino ad ora osservate, di un GRB corto visto “di sbieco” – quelli che vengono chiamati GRB orfani. La verifica di questa ipotesi è ancora lunga: la mancanza di una misura diretta della distanza non esclude al momento che, se a qualche centinaio di Mpc e quindi con un’energia circa 100 volte minore, gli FRB siano prodotti da magnetar».

Se la controparte gamma permette di restringere il cerchio, per riuscire a comprendere quale delle tante ipotesi sia quella giusta serviranno però controparti anche in altre bande dello spettro. «È auspicabile che in futuro venga identificata anche una sorgente X e/o ottica che, grazie alla precisione di localizzazione, permetterebbe di misurare la distanza attraverso il redshift e risalire quindi a una corretta stima dell’energia di questi fenomeni», spiega Ghirlanda. «Questo lavoro mostra quanto sia fondamentale, per la comprensione del mistero degli FRB, combinare osservazioni in diverse bande dello spettro elettromagnetico sfruttando tutti i telescopi possibili. FRB 131104 mostra come i dati del satellite Swift, il cacciatore di eventi gamma – per un terzo “tricolore” – e dello spettrografo X-shooter, prodotto da un consorzio di paesi europei fra cui l’Italia, siano preziosissimi per la ricerca delle controparti degli FRB».

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Un buco nero in frenata accende la supernova

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Rappresentazione artistica della supernova ASASSN-15lh, come apparirebbe da un esopianeta distante da essa circa 10.000 anni luce. Crediti: Beijing Planetarium / Jin Ma

Preparatevi a un viaggio nell’estremo, in cui i numeri di cui parleremo saranno talmente smisurati da sembrare quasi impossibili. Partiamo da questo: 570 miliardi, il totale dei Soli che sarebbe stato necessario ammassare tutti assieme per ottenere la luminosità massima di un bagliore cosmico noto agli astronomi come ASASSN-15lh. Cosa può essere stata l’incredibile sorgente che lo ha prodotto? Una supernova? Forse si, ma non una qualsiasi: una supernova super-luminosa, la più  brillante mai scoperta finora. Di ASASSN-15lh ne avevamo parlato in occasione della pubblicazione su Sciencelo scorso gennaio, dell’articolo che descriveva la sua scoperta a cui aveva partecipato anche Filomena Bufano, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Subito dopo si è aperto un vivace dibattito tra gli addetti ai lavori per capire quale sia stato il “motore” che ha prodotto tutta l’energia necessaria ad alimentare quel potentissimo faro cosmico.

E parlando di energia, arriviamo al secondo numero da capogiro: gli astronomi hanno infatti calcolato che quella emessa da ASASSN-15lh era superiore ai 10^52 erg, tra la componente cinetica e quella legata alla radiazione. Dunque un valore a 52 cifre. Per avere un termine di riferimento, il nostro Sole dovrebbe brillare 160 miliardi di anni ininterrottamente per arrivare a emettere la stessa quantità di energia.

Da subito, i valori in gioco hanno portato a escludere i meccanismi classici di produzione energetica della supernova legati al collasso gravitazionale del nucleo del progenitore, ma allo stesso tempo mettevano a dura prova anche l’alternativa più ovvia: quella della magnetar, una stella di neutroni che con la sua energia rotazionale potrebbe in linea di principio fornire il “combustibile” necessario per alimentare ASSASSN-15hl. Va  comunque detto che questa soluzione non appariva del tutto convincente nemmeno agli stessi autori della scoperta.

Ora due ricercatori, Maurice van Putten, (Università di Seoul e Kavli Institute for Teorethical Physics a Santa Barbara, California) e Massimo Della Valle dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte a Napoli,  nel loro articolo “On extreme transient events from rotating black holes and their gravitational wave emission” pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society danno la loro interpretazione del processi legati allo straordinario flusso di energia rilasciato da ASASSN-15lh.

Lo studio parte dalla considerazione che questa emissione a cinquantadue cifre è molto vicina al budget energetico reso disponibile da una stella di neutroni e questo fatto implicherebbe la trasformazione di quasi il 100 per cento dell’energia rotazionale  della stella di neutroni in energia cinetica e luminosa.  Un risultato che solleva più di una perplessità, poiché in natura l’efficienza nei processi di conversione energetica di questo tipo, normalmente,  non supera la soglia del 15 per cento.

C’è poi da considerare il fatto che la distanza di questa supernova, stimata in 3,8 miliardi di anni luce, seppur ragguardevole, la colloca essenzialmente nell’universo locale. E’ quindi verosimile che ASASSN-15lh non sia il transiente di questo tipo più energetico mai esploso nel nostro universo. «La  storia dell’astronomia osservativa ci insegna» dice Della Valle «che nell’universo locale  vengono spesso osservati fenomeni transienti che non risultano certo tra i più  energetici delle rispettive classi di appartenenza, come SN 1987A nella Grande Nube di Magellano, SN 1885A in Andromeda e GRB 980425 osservato in una galassia a 150 milioni di anni luce».

«Queste due considerazioni ci hanno portato a identificare come possibile motore di ASASSN-15lh l’energia rotazionale di un buco nero rotante (o di Kerr), che è in grado di alimentare, attraverso il suo spinning-down, ovvero la perdita di energia rotazionale,  ASSASN-15hl con fattori di conversione standard dell’ordine del 10%» spiega Della Valle, che aggiunge: «Poiché l’energia disponibile è elevata, dell’ordine di 10^54 erg, una parte considerevole di essa può essere emessa sotto forma di onde gravitazionali. Quindi oggetti di questo tipo, vista la loro grande luminosità alle lunghezze d’onda ottiche, potrebbero risultare di estremo interesse per l’astrofisica multi-messaggio».  A questo proposito è interessante notare che se l’emissione energetica di questi transienti è alimentata dallo spinning-down del buco nero, è naturale aspettarsi che alla fine del processo esso risulti essenzialmente poco ruotante.  Questo scenario potrebbe quindi spiegare in modo naturale la presenza nell’universo di buchi neri caratterizzati da basso momento angolare, come quelli che sono stati invocati, ad esempio, per spiegare il sistema binario che ha prodotto l’onda gravitazionale GW 160914.

La linea in blu, che descrive la curva di luce legata al modello dello spinning down di un buco nero e quella tratteggiata in arancione associata al modello di emissione per una magnetar. La prima sembra adattarsi meglio ai dati sperimentali (rappresentati dai cerchi vuoti, misure fotometriche raccolte da Dong et al. per la supernova ASASSN-15lh)

«Nella visione comune i buchi neri sono dei “mostri” in grado di ingoiare qualsiasi cosa capiti nelle loro vicinanze» ha detto a Media INAF Maurice van Putten. «Tuttavia per quelli che nascono dal collasso di stelle molto massicce, e che siano rapidamente rotanti attorno al loro asse, il comportamento può essere sorprendente. Grazie al loro enorme momento angolare sono in grado di produrre grandi quantità di energia, fino a circa 10^54 erg, in buona parte sotto forma di onde gravitazionali. Ciò che rimane  è ancora sufficiente ad alimentare l’emissione energetica di ASASSN-15hl. Il prezzo, in termini di energia, lo paga il momento angolare del buco nero, che  in circa 100 giorni, rallenta la sua rotazione fino ad appena il 6% di quella iniziale.  Dopo aver costruito l’evoluzione temporale della luminosità di questo processo di spin-down del buco nero  ci siamo resi conto che il nostro risultato riproduceva l’evoluzione post-massimo del transiente. La parte di salita al massimo della curva di luce di ASSASN-15hl  è più difficile da riprodurre perché dipende dal collasso del nucleo del progenitore e dai meccanismi che hanno portato il buco nero a raggiungere la sua energia rotazionale massima. Questi processi dipendono dai rispettivi tempi scala, che non sono ben conosciuti, quando non sono proprio ignoti, ma ci stiamo lavorando».

Per approfondire

ASSASN-15hl e le Supernovae Superluminose di Filomena Bufano su Coelum 203 di settembre 2016



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AstronomiAmo – Appuntamenti di novembre

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Astronomiamo-novembre10 novembre 2016: INCONTRI DI ASTRONOMIA con ANDREA ACCOMAZZO
17 novembre 2016: LIFT OFF – Stream mensile di astronautica
24 novembre: OCCHI AL CIELO – Stream di aggiornamento

Dettagli: http://www.astronomiamo.it

Rosetta. 67P è più giovane del previsto

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Immagine del nucleo cometario di 67P scattata dalla camera di navigazione (NAVCAM) a bordo della sonda Rosetta. In questa fotografia è possibile riconoscere la forma a due lobi della cometa, e della parte centrale che li unisce, il cosiddetto “collo”. Crediti: ESA/Rosetta/NAVCAM

67P/Churyumov–Gerasimenko è diventata negli ultimi due anni la cometa più famosa del sistema solare, studiata in ogni sui dettaglio dalla sonda Rosetta e dal suo lander Philae. Gli scienziati hanno fino ad ora assunto che 67P si fosse assemblata circa 4.5 miliardi di anni fa, agli albori del sistema solare. Sulla base di due studi, guidati da ricercatori dell’Università di Berna, e approvati per la pubblicazione sulla rivista Astronomy & Astrophysics, la realtà appare molto diversa: la cometa si sarebbe formata poco più di un miliardo di anni fa.

Immagine del nucleo cometario di 67P scattata dalla camera di navigazione (NAVCAM) a bordo della sonda Rosetta. In questa fotografia è possibile riconoscere la forma a due lobi della cometa, e della parte centrale che li unisce, il cosiddetto “collo”. Crediti: ESA/Rosetta/NAVCAM

Se le ipotesi proposte dal modello comunemente accettato per spiegare la formazione del sistema solare sono corrette, possiamo spiegare tutto con una fase iniziale piuttosto tranquilla, seguita da un periodo di intense e violente collisioni. Nel primo dei due studi, gli scienziati hanno calcolato la quantità di energia necessaria a distruggere una struttura come quella del nucleo di 67P. Come sappiamo, la cometa ha un punto debole: quello che viene chiamato “collo”, ovvero la parte che unisce la testa e il corpo della “papera”. «Abbiamo scoperto che questa struttura può essere disgregata anche da una collisione a bassa energia», spiega Martin Jutzi, ricercatore presso l’Università di Berna e primo autore di entrambi gli articoli.

Le analisi mostrano che comete come 67P hanno sperimentato un gran numero di collisioni nel corso del tempo, e la loro energia sarebbe stata più che sufficiente a distruggere la struttura a due lobi. Quindi la forma del nucleo a papera, che ci è ormai così familiare, non può essere primordiale, ma deve necessariamente essersi sviluppata attraverso collisioni successive e più recenti. «La forma attuale della cometa è, con tutta probabilità, il risultato dell’ultimo forte impatto che si è verificato nell’ultimo miliardo di anni», dice Jutzi.

Nel secondo studio, Martin JutziWilly Benz, colleghi presso l’Università di Berna, hanno indagato in maggior dettaglio come si sia potuto formare il nucleo di 67P a seguito di una collisione. Le loro simulazioni hanno preso in considerazione oggetti con diametri tra i 200 e i 400 metri che impattano contro un corpo rotante a forma di pallone da rugby di circa 5 chilometri di diametro. La velocità di impatto è stata impostata tra i 200 e i 300 metri al secondo, molto maggiore della velocità di fuga per oggetti di queste dimensioni (circa 1 metro al secondo). Tuttavia, l’energia rilasciata è molto inferiore a quella di un impatto in grado di distruggere il corpo centrale, e quindi l’effetto finale è stata la divisione in due parti, che per effetto della loro reciproca attrazione gravitazionale si sono poi fusi in una struttura a due lobi, proprio come 67P.

I risultati di questa ricerca sembrano quindi in contraddizione con ciò che si è sempre dato per scontato, ovvero che le comete siano costituite da materiale primordiale, vecchio almeno quanto il nostro sistema solare. Ma i ricercatori spiegano che non è proprio così: le simulazioni mostrano che le energie relativamente basse degli impatti che hanno portato alla formazione di nuclei cometari “giovani” non sono in grado di riscaldare o comprimere la cometa a livello globale. Il nucleo finale è ancora poroso, e i materiali volatili al suo interno si mantengono intatti. «Fino ad ora abbiamo supposto che le comete fossero i mattoni originari del sistema solare, un po’ come dei Lego», aggiunge Benz. «Il nostro lavoro mostra che, sebbene questi mattoncini Lego non abbiano più la loro forma iniziale, il materiale di cui sono composti è ancora lo stesso».

Per saperne di più, leggi su Astronomy & Astrophysics:

SPECIALE ROSETTA su Coelum 204, tutte le tappe e le scoperte scientifiche di una straordinaria missione, anche attraverso le parole dei protagonisti: Cesare Barbieri, Fabrizio Capaccioni, Alessandra Rotundi, Kathrin Altwegg. Intervista esclusiva con Andrea Accomazzo. Clicca e leggi!


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Luca Parmitano sarà ospite di AstronautiCON 8

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Luca Parmitano

Luca ParmitanoL’Associazione ISAA è lieta di annunciare che AstronautiCON 8, che si terrà a Lecco dal 18 al 21 novembre 2016, avrà come ospite d’onore l’astronauta dell’ESA Luca Parmitano.

La manifestazione si svolgerà in collaborazione con il Comune, Provincia e la Camera di Commercio di Lecco.

logo astronauticonAstronautiCON 8 è l’ottava edizione di AstronautiCON, la convention nazionale dell’Associazione Italiana per l’Astronautica e lo Spazio (ISAA), organizzata in collaborazione con il Gruppo Astrofili Deep Space di Lecco.

L’edizione del 2016 avrà luogo presso il Planetario di Lecco. Dal 2006 questo evento è un’occasione di incontro e approfondimento per la comunità degli appassionati di spazio nata intorno a ForumAstronautico.it, il primo forum online italiano sulle tematiche astronautiche.

Abbiamo iniziato a pubblicare la richiesta di proposte di interventi per i relatori e le informazioni sulla logistica e i pernottamenti per i partecipanti. Stiamo lavorando al programma dettagliato della
manifestazione, seguiteci per gli aggiornamenti e aiutateci a spargere la voce.

Vi aspettiamo a Lecco! www.astronauticon.it

Disegna la patch della Soyuz MS-05 (quella con a bordo Paolo Nespoli!)

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La patch di missione della Soyuz TMA-15M, con a bordo Samantha Cristoforetti. Credit: Roscosmos/Spacepatches.nl
di RICCARDO ROSSI – Astronautinews

Il comandate della Soyuz MS-05 Sergej Rjazanskij ha comunicato via twitter che ROSCOSMOS ha indetto un concorso aperto a tutti per proporre un disegno per la patch di missione.
L’equipaggio della Soyuz è composto oltre che da Rjazanskij, dall’astronauta NASA Randolph Bresnik e dal nostro Paolo Nespoli, ed i tre dovrebbero decollare alla volta della Stazione Spaziale Internazionale a fine maggio del 2017.

Il concorso è stato aperto il 31 ottobre scorso e si concluderà il 25 novembre 2016, periodo nel quale i partecipanti potranno inviare la loro bozza attraverso un apposito form sul sito ufficiale di ROSCOSMOS.

In palio, oltre all’onore di vedere il proprio disegno selezionato per la missione, il vincitore riceverà la patch che volerà cucita sulla tuta Sokol di Rjazanskij nonché altri gadget offerti dagli organizzatori.

Visto che il form di partecipazione è in russo, a seguire vi riportiamo la traduzione in italiano del regolamento:

REGOLE DI PARTECIPAZIONE AL CONCORSO

  1. Il partecipante accetta il seguente regolamento.
  2. L’ideatore ed organizzatore del concorso è l’Agenzia Spaziale Russa “ROSCOSMOS”.
  3. Il concorso è aperto dal 31 ottobre fino al 25 novembre 2016.
  4. Il concorso ha un’unica categoria: Disegna la Patch di Missione della capsula con equipaggio Soyuz MS-05.
  5. Montepremi: Una patch di missione che volerà con gli astronauti a bordo della ISS e altri gadget offerti dagli organizzatori.
  6. Regole per partecipare ed indicazioni su come sottoporre la propria bozza:
    • per partecipare è necessario compilare tutte le parti del modulo ed inviarlo agli organizzatori;
    • gli organizzatori riceveranno i moduli compilati per il periodo che va dal 31 ottobre al 25 novembre 2016 inclusi;
    • non saranno presi in considerazioni moduli di partecipazione ricevuti al di fuori di questo periodo;
    • il materiale inviato non verrà restituito;
    • il file grafico accettato dal sito www.roscomos.ru deve avere formato jpg, tiff, eps, ai, cdr, pdf e non deve superare le dimensioni di 8MB;
    • ROSCOSMOS si riserva il diritto di utilizzare i disegni presentati per scopi commerciali al fine di promuovere le attività spaziali della Russia;
    • la giuria di riserva di scegliere la Patch di Missione della Soyuz MS-05 senza utilizzare uno dei disegni proposti in questo concorso.
  7. Il vincitore del concorso verrà determinato da una giuria. La proclamazione del vincitore o dei vincitori avverrà il 1 dicembre 2016. I nomi dei primi tre classificati verranno pubblicati sui canali ufficiali degli organizzatori del concorso. I vincitori saranno anche informati direttamente dagli organizzatori.
  8. Non sono previsti premi in denaro.

Sempre su twitter Sergej Rjazanskij raccomanda che nella grafica ci sia scritto come consueto Soyuz MS-05 ed i nomi dei membri dell’equipaggio, e suggerisce di indicare eventualmente il loro callsign ossia Boreas.

Buona fortuna!

Segui la discussione su ForumAstronautico.it

http://www.forumastronautico.it/index.php?topic=25943.0


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Arriva Armageddon! Ma è solo un’esercitazione

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Rappresentazione artistica di un Near Earth Object. Crediti: NASA/JPL-Caltech

«La questione non è se, ma quando ci troveremo a dover affrontare l’emergenza». Parola di Thomas Zurbuchenassociate administrator al Dipartimento delle missioni scientifiche della Nasa a Washington. L’emergenza in questione è quella asteroidi, e se il fatto che prima o poi si verifichi pare ineluttabile, la buona notizia è che forse si potrà intervenire.  «A differenza di qualsiasi altro momento della nostra storia», promette infatti Zurbuchen, «ora abbiamo la capacità di rispondere a una minaccia di impatto attraverso osservazioni continue, previsioni, pianificazione d’una risposta e capacità di intervento».

Rientra in questo piano di reazione la terza di una serie di esercitazioni organizzate e coordinate dalla NASA e dalla FEMA (Federal Emergency Management Agency) lo scorso 25 ottobre a El Segundo, in California. L’obiettivo è la capacità di fare squadra. E verificare quale sia, nel caso di impatto sulla Terra da parte di un ipotetico asteroide, la capacità di coordinarsi, condividere i dati e la loro analisi da parte della comunità scientifica planetaria.

Durante l’esercitazione, i “manager dell’emergenza” simulano l’impatto di un asteroide e cercano risposte per affrontare la messa in sicurezza, nonché gli interventi per limitare il diffondersi del panico tra la popolazione. «È importante esercitarsi ad affrontare questo tipo di scenari, poco probabili ma disastrosi», osserva il responsabile della FEMA Craig Fugate.

Per quest’ultima esercitazione, i partecipanti all’incontro hanno immaginato un impatto a quattro anni da oggi, il 20 settembre 2020. La dimensione stimata dell’asteroide è compresa tra i 100 e i 250 metri. La  probabilità di impatto è valutata, inizialmente, attorno al 2 per cento, e fra le regioni nel mirino c’è anche una fascia di territorio che attraversa gli Stati Uniti. Lo scenario simula una tempistica reale con una escalation puntuale in termini di probabilità d’impatto, che sale in tre mesi, grazie alle osservazioni con telescopi da terra, dal 2 per cento al 65 per cento. La simulazione è così realistica da prevedere anche un’interruzione di quattro mesi nelle osservazioni, dovuta alla posizione dell’asteroide rispetto al Sole. E quando, a maggio del 2017, il potenziale killer viene di nuovo intercettato, la probabilità d’impatto, in una regione a sud della California o appena poco al di là della costa dell’Oceano Pacifico, è salita al 100 per cento.

A differenza di quanto simulato nelle esercitazioni precedenti, in questo caso il tempo a disposizione era insufficiente per immaginare una missione volta a tentare di deviare l’asteroide. Così gli esperti si sono trovati a dover pensare a come gestire l’evacuazione di massa di un’area metropolitana come Los Angeles. «L’elevato grado di incertezza iniziale insieme, sommata al tempo di preavviso relativamente lungo, ha reso questo scenario unico e particolarmente impegnativo per i manager dell’emergenza», sottolinea Leviticus Lewis, tra i responsabili del coordinamento del FEMA. «Molto diverso rispetto a eventi dal preavviso assai più breve, come per esempio un uragano». I partecipanti hanno anche simulato come fornire ai cittadini informazioni puntuali, utili e precise, in una sorta di scenario da comunicazione del rischio, fondamentale per smentire voci non verificate e vere e proprie bufale.

Oltre al JPL della NASA e alla FEMA, hanno partecipato alla simulazione anche rappresentanti dei Laboratori nazionali del Dipartimento dell’energia (DOE), dello US Air Force e dell’Ufficio delle emergenze facente capo al Governatore della California (CalOES). E in Italia? Dovremmo farle anche noi, esercitazioni come questa degli Stati Uniti? Media INAF lo ha chiesto a Ettore Perozzi, esperto di rischi asteroidali dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea, e associato INAF.

Ettore Perozzi (ESA-INAF) si occupa di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica

«Veramente lo facciamo già! Simulazioni come quelle americane sono frutto di un coordinamento internazionale a più alto livello, e si svolgono anche in Europa con la partecipazione attiva sia dell’ESA che dell’INAF. D’altra parte, come potrebbe essere altrimenti? il rischio asteroidale non guarda certo ai confini nazionali. Queste simulazioni sono nate a valle della prima Planetary Defense Conference, nel 2009, che riunisce ogni due anni gli esperti di rischio asteroidale. In quella occasione ci si è resi conto che, dal punto di vista della gestione delle emergenze, un impatto asteroidale non era allo stesso livello degli altri disastri naturali. Per questo, a partire dal 2013, ad ogni Planetary Defense Conference viene organizzata una simulazione che dura tutta la settimana. L’ultima è stata ospitata a Frascati, presso ESRIN. La protezione dagli impatti asteroidali è nata scientificamente in Europa, e in particolare in Italia, grazie a una collaborazione tra Università di Pisa e INAF-IAPS di Roma, e la prassi di fare simulazioni è ormai consolidata a livello globale».


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Super Luna, ovvero una Luna piena al Perigeo

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L’immagine di Giorgia Hofer illustra la differenza di dimensioni della Luna all’apogeo e perigeo. Composizione di due riprese con la Luna del 10° giorno che mette in risalto la differenza di dimensioni apparenti del nostro satellite al perigeo e all’apogeo.
Composizione di due riprese, effettuate con stessa attrezzatura e condizioni, della Luna Piena che mette in risalto la differenza di dimensioni apparenti del nostro satellite all'apogeo e al perigeo (attenzione nella descrizione nell'immagine apogeo e perigeo sono invertiti) . La differenza è visibile confrontando le due immagini, ma per chi osserva giorno per giorno non è così facilmente rilevabile a occhio nudo. Per tutti i dettagli di ripresa vedi www.coelum.com/photo-coelum/photo/photo_gioyhofer_la-grande-luna-e-la-piccola-luna Crediti: Giorgia Hofer

Il verificarsi di un plenilunio in concomitanza col perigeo, quando cioè il nostro satellite viene a trovarsi alla minima distanza dal nostro pianeta, è ormai comunemente definito “Super Luna”.

La differenza di dimensioni di una Luna all'apogeo e al perigeo può essere documentata in qualsiasi fase, non solo con la Luna piena. Qui sopra una composizione di due immagini di una Luna al 10° giorno al perigeo e all’apogeo. Crediti: Giorgia Hofer

Se l’orbita lunare intorno al nostro pianeta fosse perfettamente circolare, la distanza Terra-Luna risulterebbe sempre costante, ma percorrendo la Luna un’orbita ellittica nell’arco di un mese, la distanza dalla Terra sarà variabile. Infatti si troverà in perigeo al valore minimo di 356 410 km e in apogeo al valore massimo di 406 740 km influendo pertanto anche sul diametro apparente con una differenza che varia da circa il 12% fino al 14% e con una luminosità di +/- 30% fra i due valori estremi.

Dopo quella del 28 settembre 2015, il 14 novembre ci troveremo proprio in tale situazione, con l’unico aspetto negativo che la fase massima di questo particolare plenilunio avverrà alle ore 14:52 col nostro satellite a -21° 07′, quindi ancora ben sotto l’orizzonte est. La Luna sorgerà alle ore 17:18 per poi culminare in meridiano alle ore 00:33 della notte successiva.

Al fine di documentare questo evento, che certamente non ha nulla di trascendentale (contrariamente a quanto i media, esagerando, spesso ci dicono) ma pur sempre molto interessante, la Luna potrà essere immortalata nei più svariati contesti paesaggistici eventualmente a disposizione degli astrofotografi.

Consiglio di leggere la rubrica “uno scatto al mese” di Giorgia che su Coelum di novembre offre numerosi spunti e suggerimenti per fotografare la Luna Piena nelle foto panoramiche.

➜ Tutte le effemeridi di Luna e pianeti le trovi nel Cielo di Novembre

Leggi la nuova rubrica dedicata all’osservazione della Luna di Francesco Badalotti (è gratis…):

Su Coelum 204: osserviamo i Monti Appennini

Su Coelum 205: osserviamo il Sinus Iridium, la “Baia dell’arcobaleno”.


Tutti gli eventi e le guide per l’osservazione del cielo di novembre su Coelum 205. Semplicemente clicca e leggi… è gratuito!


Congiunzione Luna Pleiadi nel Toro

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Guardando verso sud, la notte del 14 novembre sarà possibile scorgere la Luna nella costellazione del Toro a meno di dieci gradi dall’ammasso aperto M45 delle Pleiadi. Altissimi sull’orizzonte (più di 60°) quindi in condizioni di osservabilità pressoché ideali, tranne per il fatto che la Luna sarà piena, che potrà disturbare un po’ la visione con il suo chiarore.

Poco più sotto è possibile scorgere la stella Aldebaran (mag. +0,85) con la quale la sera del 15 novembre sorgerà in congiunzione piuttosto stretta. Assieme all’ammasso aperto delle Iadi, questa congiunzione può rappresentare un ottimo spunto per una ripresa fotografica a grande campo, ma sarà altrettanto godibile se osservata attraverso un piccolo telescopio a bassi ingrandimenti o attraverso un binocolo. In tale data, la Luna ha da poco superato la fase di piena e quindi il suo chiarore sarà notevole (fase = 95%), rischiarando il cielo e rendendo l’osservazione a occhio nudo e la fotografia più impegnativi.

N.B. Nell’immagine proposta la dimensione della Luna è stata esagerata per una questione di chiarezza della rappresentazione grafica.

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AstronomiAmo – Appuntamenti di novembre

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Astronomiamo-novembre

Astronomiamo - novembre 201610 novembre 2016: INCONTRI DI ASTRONOMIA con ANDREA ACCOMAZZO
17 novembre 2016: LIFT OFF – Stream mensile di astronautica
24 novembre: OCCHI AL CIELO – Stream di aggiornamento

Dettagli: http://www.astronomiamo.it

ExoMars. Il vento marziano agita il paracadute di Schiaparelli

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L'ultima immagine a colori del luogo di impatto del lander Schiaparelli, ripreso il 1 novembre dalla camera ad alta risoluzione (HiRISE) del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO). Crediti: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Arizona
L'ultima immagine a colori del luogo di impatto del lander Schiaparelli, ripreso il 1 novembre dalla camera ad alta risoluzione (HiRISE) del Mars Reconnaissance Orbiter (MRO). Crediti: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Arizona

A ormai due settimane dal drammatico atterraggio del modulo sperimentale Schiaparelli sulla superficie marziana, la sonda americana Mars Reconnaissance Orbiter ha trasmesso le prime immagini a colori del sito di impatto.

L’immagine è stata scattata dal potente occhio robotico HiRISE a bordo di MRO il 1° novembre. La fotocamera ha ripreso il sito con tre diversi filtri, che gli scienziati hanno poi assemblato a formare un’unica immagine a colori. Rispetto alla precedente immagine ad alta risoluzione, questo nuovo scatto è stato ripreso leggermente più a ovest, in modo da fornire agli scienziati un punto di vista diverso.

Questa nuova fotografia conferma che i puntini bianchi che costellano i dintorni immediati del cratere lasciato da Schiaparelli sono oggetti reali. Gli scienziati sospettano che si tratti dei frammenti espulsi dall’impatto del modulo, oppure dalla successiva esplosione dei serbatoi di idrazina, che visto lo spegnimento prematuro del sistema di propulsione a 2-4 chilometri di quota, erano probabilmente quasi del tutto pieni al momento del contatto con il suolo.

Un possibile puntino bianco è visibile anche al centro del cratere, largo circa 2,4 metri, ma la sua identificazione è ai limiti delle capacità strumentali di HiRISE. Nell’immagine si nota anche una chiazza più chiara appena a sinistra del cratere, forse dovuta al materiale superficiale sollevato dall’impatto oppure alla decompressione esplosiva dei serbatoi.

Circa 900 metri più a sud, HiRISE ha avvistato anche il paracadute e lo scudo termico posteriore che hanno rallentato e protetto Schiaparelli durante la prima parte della sua discesa attraverso l’atmosfera marziana. Rispetto alle immagini del 25 ottobre, il paracadute pare aver cambiato forma, forse sotto l’azione dei venti marziani. Un fenomeno simile era stato osservato sempre da MRO nel paracadute del rover Curiosity.

Le osservazioni suggeriscono che lo scudo anteriore sia appoggiato con l’interno rivolto verso la superficie; tuttavia, ulteriori immagini, possibilmente stereoscopiche, saranno necessarie per confermare quest’ipotesi. Anche lo scudo termico frontale è stato fotografato di nuovo, ma anche stavolta in bianco e nero, visto che, al momento del passaggio di MRO, si trovava appena al di fuori del campo visivo dei tre filtri.

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La Cina torna sulla Luna mentre la Tiangong-2 prende vita

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Una vista del lato nascosto della Luna. Credit: NASA
Missione Chang'E-5, rappresentazione artistica. Fonte: https://youtu.be/25g0JFJEArI

L’Agenzia Spaziale Cinese (CNSA) ha recentemente confermato il lancio della sonda Chang’e-5 previsto per il 2017, la missione robotica che raccoglierà dei campioni del suolo lunare e li riporterà sulla Terra.

Ouyang Ziyuan, capo scientifico del Lunar Exploration Project, oltre a confermare che l’altra missione, Chang’e-4, atterrerà sul lato lontano della luna, ha aggiunto che le successive analisi dei reperti geologici collezionati da Chang’e-5 potranno aiutare a far luce sulla formazione ed evoluzione del nostro satellite.
«Siamo pronti. Ogni laboratorio è pronto>», ha dichiarato. «Una volta che i campioni saranno tornati, potremo iniziare subito le nostre analisi».

Chang’e-5 sarà lanciata con un vettore Long March 5, un razzo che farà il suo volo inagurale a breve. La partenza, tuttavia, ancora non è stata fissata ma indicativamente avverrà nella seconda metà del prossimo anno.

La missione sarà la prima a riportare sulla Terra campioni della Luna dopo il Luna 24 sovietico, a più di 40 anni di distanza, e la Cina sarà il terzo paese a tentare l’impresa.

La zona di atterraggio era stata mappata dal modulo di servizio Chang’e 5-T1 e, anche se non è stato dichiarata pubblicamente, dovrebbe corrispondere più o meno al Mare Crisium, a nordest del Mare della Tranquillità.

Nel frattempo, come da programma, il modulo spaziale Tiangong-2 (TG-2) ha ricevuto la visita del primo equipaggio (potete seguire le orbite della TG-2 e TG-1 nel mission log di Marco Di Lorenzo).

Il secondo “Palazzo Celeste” aveva iniziato la sua missione biennale alle 16:04 ora italiana del 15 settembre con un lancio perfetto dal Pad 921 del Jiuquan Satellite Launch Center nel deserto del Gobi ed il vettore Chang Zheng (Long March) 2F/T2.

Dotata di maggiori confort e più esperimenti scientifici rispetto alla Tiangong-1, la stazione spaziale cinese ha visto attraccare il suo primo equipaggio a bordo del Shenzhou-11 alle 19:24 UTC del 18 ottobre 2016.

I due astronauti, il comandante Jing Haipeng e il pilota Chen Dong, vivranno a bordo del laboratorio orbitante per 30 giorni, periodo durante il quale verranno condotti esperimenti scientifici e visite mediche per il monitoraggio della salute nello spazio.


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Il programma Astromundus e un crowdfunding per promuovere lo sviluppo dell’astrofisica nei paesi in via di sviluppo.

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Il corso di Master internazionale in astronomia e astrofisica “AstroMundus” è un programma di eccellenza rivolto a studenti particolarmente motivati e meritevoli di qualsiasi nazionalità. Si tratta di un corso di studi equivalente a un corso italiano di laurea magistrale, ma offerto congiuntamente da cinque università in Austria, Italia, Germania e Serbia e prevede che gli studenti si spostino da una università all’altra nell’arco dei 2 anni di durata del corso, in modo da trarre vantaggio dell’ampia gamma di settori astrofisici in cui le università partecipanti eccellono.

Kristhell López dal Guatemala ci racconta la sua esperienza.

Tuttavia, il numero di borse disponibili è limitato e ci sono sempre molti studenti meritevoli in lista di riserva per l’assegnazione di una borsa di studio che, pur essendo stati selezionati, non sono in grado di partecipare al corso per mancanza di risorse finanziarie. Tra questi, molti provengono da paesi in via di sviluppo, dove le possibilità di studiare astronomia e astrofisica a livello universitario sono assenti o scarse, o stanno soltanto ora iniziando a svilupparsi.

Per questo Astromundus ha avuto l’idea di lanciare una campagna di raccolta fondi per finanziare la partecipazione proprio di studenti selezionati che provengano da queste aree geografiche, in particolare varie aree dell’Africa, alcuni paesi dell’Asia e dell’America Centro-meridionale e anche alcuni stati del Centro-Est Europeo, scelti a partire dall’esperienza con studenti che hanno partecipato alle precedenti edizioni del programma e da suggerimenti forniti dai vari nodi regionali dell’Office of Astronomy for Development, dell’Unione Astronomica Internazionale.

Leggi l’articolo completo

C’è tempo fino al 18 dicembre 2016. Diamogli una mano!

Sito del progetto Astromundus

Pagina del crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo

ASTROMUNDUS. Il corso di Master internazionale in astronomia e astrofisica “AstroMundus”, che coinvolge le Università di Innsbruck, Padova, Roma “Tor Vergata”, Göttingen e Belgrado, è nato nel 2009 nel quadro del programma Erasmus Mundus 2009-2013 della Commissione Europea (CE), a partire da un’idea del Professor Piero Rafanelli, allora direttore del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Padova, e della Professoressa Sabine Schindler all’epoca direttrice dell’Istituto di Astrofisica e Fisica delle Particelle e attualmente Vice Rettore alla Ricerca dell’Università di Innsbruck. Ad oggi, in seguito al risultato nettamente positivo della valutazione effettuata dall’EACEA nel 2014, il corso, ormai giunto alla settima edizione, prosegue con il co-finanziamento del programma Erasmus+ dell’Unione Europea e con il supporto finanziario del Consorzio AstroMundus, che a partire dal 2015 include come partner associati INAF, in particolare con gli Osservatori Astronomici di Padova e di Roma, INFN, tramite il Gran Sasso Science Institute dell’Aquila, il Max- Planck Institute for Solar System Research di Göttingen e l’Osservatorio Astronomico di Belgrado.



Allineamento tra Luna, Marte e Dabih

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6 novembre, ore 20:30: Congiunzione Luna – Marte – Beta Cap (Dabih). L'immagine qui sopra rappresenta l'allineamento tra Marte, Luna e Dabih. Per esigenze grafiche la Luna è ingrandita.
6 novembre, ore 20:30: un allineamento verticale sull'orizzonte sudovest di Luna, Marte e la stella Dabih. Per esigenze grafiche la Luna è ingrandita.

Il 6 novembre la Luna (fase 39%), Marte (mag. +0,4) e la stella Dabih (Beta Cap, mag. +3,0) della costellazione del Capricorno, saranno protagonisti di una spettacolare congiunzione in ascensione retta: i tre astri saranno allineati quasi perfettamente in verticale sull’orizzonte sudovest.
L’ora consigliata per l’osservazione è a partire dalle 20:15, quando Marte, il più basso dei tre, avrà un’altezza di almeno 10° (mentre alle 21:00 sarà già molto più basso e difficile da osservare, essendo a poco più di 6° sull’orizzonte).

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Curiosity scopre un meteorite ferroso su Marte

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La scura pallina da golf (quelle sono le dimensioni) che vedete nella foto è un meteorite composto di ferro e nichel, come confermato dalle analisi laser, effettuate dalla ChemCam a bordo di Curiosity, del 3 ottobre. Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Esplorando la superficie marziana, il rover americano Curiosity si è imbattuto in un meteorite caduto nei cieli del Pianeta Rosso. Il meteorite era stato individuato per la prima volta in alcune immagini scattate dalla fotocamera Mastcam il 27 ottobre; ora, nuove analisi condotte dallo spettrometro laser ChemCam confermano la natura aliena dell’oggetto.

Di nuovo la "Egg Rock", l'immagine composita a colori ripresa dalla ChemCam, che ha il compito di analizzare la composizione chimica delle rocce incontrate dal rover a... "colpi di laser". Credits: NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/LPGNantes/CNRS/IAS/MSSS

Le analisi indicano che la roccia, soprannominata “Egg Rock”, è un meteorite ferroso, ovvero ricco di ferro e nichel.

«L’aspetto scuro, liscio e lucido di questo bersaglio e la sua forma sferica hanno attirato l’attenzione degli scienziati non appena abbiamo ricevuto le immagini scattate da Mastcam,» spiega Pierre-Yves Meslin del CNRS.

Le immagini erano state scattate in seguito a una breve passeggiata eseguita da Curiosity. I dati raccolti da ChemCam sono indicativi della presenza di ferro, nichel e fosforo, con altri elementi in traccia le cui concentrazioni sono ancora in fase di analisi. L’individuazione di questi elementi è stata resa possibile dall’analisi spettrale di dozzine di impulsi laser sparati verso nove diversi punti lungo la superficie del meteorite.

Si pensa che i meteoriti ferrosi rappresentassero in origine i cuori di asteroidi ben più grandi e differenziati. Violente collisioni con altri corpi celesti avrebbero poi liberato i nuclei, che si sarebbero andati a schiantare contro i vari pianeti del Sistema Solare.
«I meteoriti ferrosi provengono da una grande varietà di asteroidi che si sono spaccati in più pezzi, con frammenti dei loro nuclei che sono finiti sulla Terra e su Marte,» spiega Horton Newsom dell’Università del New Mexico. «Marte potrebbe aver campionato una diversa popolazione di asteroidi rispetto alla Terra».

Studiare questo meteorite potrebbe consentire agli scienziati di osservare come l’esposizione alle condizioni della superficie marziana ne ha alterato la composizione e la struttura. Al momento, gli scienziati sospettano che il meteorite sia caduto sul Pianeta Rosso milioni e milioni di anni fa, ma ulteriori analisi della sua struttura interna forniranno una stima più accurata.

Non è la prima volta che i rover che scorrazzano sulla superficie marziana incontrano resti di meteoriti ferrosi. Nel 2005, Opportunity ha avvistato un meteorite delle dimensioni di un cesto da basket chiamato "Heat Shield Rock" (nell'immagine qui sopra). Seguito nel 2009 dalla scoperta della "Block Island", una grande roccia scura di 0,6 metri che conteneva grandi tracce di ferro. E nel 2014, proprio Curiosity ha individuato quello che è il meteorite più grande osservato fin'ora su Marte: il "Leban", di ben 2 metri di larghezza. Tuttavia, "Egg Rock" è in qualche modo unico, in quanto il suo aspetto sembra più "fuso" di quelli incontrati nel passato. E altri particolari del suo aspetto (come ad esempio i lunghi incavi) potrebbero significare che ha perso del materiale, forse quando era ancora fuso (poco dopo quindi aver raggiunto la superficie). Credit: NASA/JPL/Cornell

Curiosity sta attualmente esplorando le pendici del Monte Sharp, al centro del cratere Gale, in un sito noto come Murray Formation. Qui, il rover ha trovato le prove della passata presenza di un vasto bacino acquoso e di un antico ambiente potenzialmente abitabile.

Il rover, che ormai ha superato da oltre due anni la sua missione primaria, sta mostrando i primi segni di invecchiamento. Lo strumento DAN, ad esempio, sta operando a una differenza di potenziale elettrico minore di quella prevista; tuttavia, anche qualora DAN non dovesse più essere in grado di generare neutroni, potrebbe continuare a mappare l’acqua nel suolo usando la sua modalità passiva. Anche lo strumento REMS, deputato allo studio dei venti marziani, ha recentemente manifestato dei segnali di anomalia. Oltre a questi piccoli acciacchi, Curiosity continua a operare alla perfezione.

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Il supporto satellitare alle zone colpite dal terremoto in centro Italia

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Una mappa delle aree sismiche Europee attualmente monitorate. Credits: ESA
Una mappa delle aree sismiche Europee attualmente monitorate. Credits: ESA
DI ALBERTO ZAMPIERONAstronautinews.it

Proprio in queste ore, nel pieno di un nuovo sciame sismico che sta colpendo duramente il centro Italia, i satelliti radar gemelli Sentinel-1 della costellazione Copernicus — programma di ricerca condotto congiuntamente da ESA e dall’Unione Europea — in combinazione con il cloud computing del segmento di terra, stanno monitorando le zone sismiche per la rilevazione degli spostamenti del terreno con una precisione nell’ordine di pochi millimetri.

Aggiornamento ASI sui dati raccolti tra il 30 ottobre e il 1 novembre
Terremoto: nuovi dati Cosmo e Sentinel.

Come già avvenuto negli eventi dello scorso agosto nelle stesse aree, o nei precedenti eventi in Emilia Romagna, le informazioni rilevate dai satelliti saranno fondamentali per caratterizzare le aree colpite, permettendo di scoprire le strutture geologiche che le costituiscono e coordinare i soccorsi a seguito dei crolli e delle deformazioni del terreno.

Il radar è stato sviluppato nel secolo scorso per identificare aerei che si muovevano a centinaia di chilometri all’ora. Oggi il radar satellitare può rivelare cambiamenti altrimenti invisibili da terra che avvengono a velocità paragonabili alla crescita delle nostre unghie.

Il nuovo servizio automatico radar offerto dalla costellazione Europea copre le regioni sismiche d’Europa, monitorando una superficie complessiva di tre milioni di chilometri quadrati suddivisi in blocchi di 200m di lato. Ogni volta che un movimento viene identificato vengono avviati controlli più dettagliati che possono essere effettuati tramite la Geohazards Exploitation Platform dell’ESA.

«Il servizio è stato attivato in tutte le regioni sismiche dallo scorso gennaio, sfruttando l’elaborazione automatizzata dei dati e sviluppata dal Centro aerospaziale tedesco DLR,» spiega Fabrizio Pacini di Terradue, sovrintendere alla piattaforma.
«Il nostro piano il prossimo anno è quello di scalare gradualmente fino a coprire tutte le regioni sismiche del mondo, ovvero fino a un quarto dell’intera superficie terrestre. Tale copertura è davvero senza precedenti. Si tratta di un passo fondamentale per permettere alla società di ridurre i rischi da terremoti e vulcani».

I satelliti riprendono immagini radar successive della stessa posizione, che vengono poi combinate per rivelare il minimo spostamento. È una tecnica consolidata, utilizzata per dare istantanee affidabili dei movimenti sulla terra in seguito ad eventi come i recenti terremoti in Italia centrale.

Lo spostamento del suolo nella zona colpita dal sisma di agosto 2016. Credits: Copernicus Sentinel (2016)/ESA/CNR-IREA

Quando, negli anni ’80, le prime reti GPS di precisione rivelarono spostamenti, allora inattesi, lungo le placche tettoniche durante eventi sismici su larga scala, gli scienziati della Terra rimasero fortemente sorpresi.
Le scansioni radar combinate oggi arrivano a un livello di sensibilità di millimetri e su vaste aree, grazie a misure GPS punto per punto, ma il processo richiede una enorme potenza di calcolo.

«Il vero cambio di passo qui è che i dati vengono prodotti in tutte le aree interessate su una base completamente automatizzata», aggiunge Fabrizio.

Il servizio elabora una media di 50 coppie di immagini al giorno di tutta Europa, provenienti dai satelliti Sentinel-1A e 1B, e riprese a sei giorni di distanza.
Il prossimo anno, il numero aumenterà a 130 coppie al giorno, con un massimo di 24 giorni e, potenzialmente, di 12 giorni tra tra un’acquisizione e l’altra, per aree al di fuori dell’Europa, elaborando ogni giorno 1 terabyte di dati e con la possibilità di aumentare la risoluzione in caso di necessità. Elaborazione, su così grande scala, permessa dalla piattaforma on-line e cloud-based Geohazards Exploitation Platform appositamente realizzata per lavorare con grandi quantità di dati satellitari.

L’interferogramma che mostra gli spostamenti del suolo nell’area colpita dal terremoto dello scorso 24 agosto in Italia. Credits: ESA

Le osservazioni satellitari di questo tipo consentono di ricavare informazioni fondamentali istantanee in caso di eventi sismici e costituiscono un importante patrimonio informativo per analizzare a fondo i meccanismi fisici che sono alla base di questi fenomeni.

Il programma Copernicus

I satelliti Sentinel 1 sono parte di un più ampio programma di ricerca condotto congiuntamente da ESA e dall’Unione Europea denominato Copernicus (prima del 2012 era noto come GMES, Global Monitoring for Environment and Security), che ha lo scopo di fornire informazioni operative sulle terre emerse, gli oceani e l’atmosfera terrestre utili sia alle politiche ambientali che ad esigenze di sicurezza con la capacità di raccogliere informazioni in tempi rapidissimi in caso di disastri naturali.

Credits: Airbus Defence and Space

Copernicus prevede 6 famiglie di satelliti, oltre alla citata Sentinel 1: Sentinel 2 (il primo lancio è stato effettuato il 23 giugno 2015) ha il compito di riprendere immagini ad alta risoluzione nello spettro visibile e nell’infrarosso delle terre emerse e della vegetazione; Sentinel 3 (il primo satellite è in orbita dal 16 febbraio 2016) è dedicata principalmente all’osservazione degli oceani; Sentinel 4 e Sentinel 5 forniranno dati sull’atmosfera rispettivamente da un’orbita geostazionaria e da un’orbita polare (e saranno preceduti da Sentinel 5 Precursor); infine Sentinel 6 porterà a bordo un radar altimetrico per misurare la profondità dei mari, per scopi oceanografici e per lo studio del clima.

ESA cura le operazioni di lancio e LEOP dei satelliti Sentinel, mentre le operazioni si svolgono in modo coordinato con EUMETSAT.

I satelliti Sentinel 1

Sentinel 1-A – Credits: ESA/ATG medialab

Sentinel 1A, che è in tutto e per tutto identico a Sentinel 1B, sono stati costruiti da Thales Alenia Space sulla piattaforma satellitare “Prima” (Piattaforma Italiana Multi-Applicativa) ed è dotato di un radar ad apertura sintetica (SAR) di 12 metri operante in banda C, prodotto da Airbus Defence and Space. I dati raccolti possono essere trasmessi a terra via radio, ma anche attraverso un terminale Laser in grado di comunicare con i satelliti della rete di trasmissione EDRS, posizionati in orbita geostazionaria.

Il satellite ha la forma di un parallelepipedo di 4 x 2,8 x 2,5 metri, dal quale sporgono lateralmente due pannelli solari da 10 metri e, alla base, l’antenna radar di 12 metri. Il peso al momento del lancio era di 2.164 kg, ai quali vanno aggiunti 130 kg di carburante.

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Licenza (C) Associazione ISAA – Licenza CC BY-NC PLUS

Per un aggiornamento sui dati raccolti tra il 30 e il 1 novembre: Terremoto: nuovi dati Cosmo e Sentinel (Agenzia Spaziale Italiana News).


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Quegli anelli sulla Luna

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Mosaico di immagini del Mare Orientale prese dal Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/GSFC/Arizona State University

Sulla Luna c’è un enorme bacino, formatosi circa 3.8 miliardi di anni fa, caratterizzato da una forma ad anelli concentrici. Si chiama Mare Orientale, e utilizzando i dati provenienti dalla missione Gravity Recovery and Interior Laboratory (GRAIL) della NASA i ricercatori sono riusciti a gettare nuova luce sulla sua formazione. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati sulla rivista Science, in due articoli distinti.

Il Mare Orientale ha una forma a bersaglio facilmente riconoscibile, in cui il cratere più esterno misura quasi mille chilometri di diametro. Trovandosi lungo il bordo sud-occidentale della Luna è poco visibile da Terra, ed è stato studiato in dettaglio solo grazie a missioni spaziali dedicate al nostro satellite naturale. Gli scienziati hanno discusso per anni su come potessero essersi formate quelle strutture ad anello, e finalmente, grazie a una serie di passaggi ravvicinati delle sonde gemelle GRAIL, siamo vicini a una risposta.

Sovrapposta all’immagine, una mappa in falsi colori che rileva le differenze gravitazionali all’interno del bacino da impatto noto con il nome di Mare Orientale. In rosso sono evidenziati gli eccessi di massa, e in blu le carenze, rispetto a un valore di riferimento. Questa mappa è ottenuta sulla base di misure raccolte dalla missione GRAIL della NASA. Crediti: Ernest Wright, NASA/GSFC Scientific Visualization Studio

I dati raccolti nel 2012 dalla missione GRAIL hanno mostrato nuovi dettagli sulla struttura interna del bacino e gli scienziati sono stati in grado di ricreare, attraverso simulazioni al computer, il processo di formazione degli anelli.

«I grandi impatti, come quelli che hanno formato il Mare Orientale, sono stati i principali responsabili del cambiamento delle superfici planetarie nel sistema solare», spiega Brandon Johnson, geologo della Brown University, primo autore di uno dei due studi e co-autore dell’altro. «Grazie ai dati forniti da GRAIL abbiamo un’idea molto più chiara di come si formano questi bacini, e siamo in grado di applicare le nostre conoscenze a crateri di dimensioni simili osservati su altri pianeti o lune».

«In passato sapevamo molto poco di questo bacino», dice Jim Head, geologo della Brown Univesity e co-autore della ricerca. «Dovevamo affidarci a ciò che riuscivamo a vedere della sua superficie, senza conoscenze approfondite del sottosuolo. È come cercare di capire come funziona il corpo umano solo studiandone la pelle. La bellezza dei dati GRAIL è che ci ha permesso di mettere il Mare Orientale in una macchina a raggi X, offrendoci uno sguardo dettagliato sia sulle sue caratteristiche superficiali che su quelle del sottosuolo».

Uno dei misteri fondamentali che sono stati risolti riguarda la dimensione e la posizione della “cavità transiente”, ovvero il cratere generato inizialmente dall’impatto. Per impatti di piccola taglia il cratere iniziale rimane visibile, ma per collisioni più grandi il rimbalzo della superficie che avviene dopo l’impatto può cancellare ogni traccia del bacino iniziale. Alcuni ricercatori pensavano che uno degli anelli potesse rappresentare questo cratere primordiale, mentre le osservazioni di GRAIL hanno dimostrato che non è così: i dati gravitazionali rivelano che la cavità transiente si trova tra i due anelli più interni, e ha un diametro pari a circa 300-500 km. La stima sulla dimensione del cratere iniziale ha permesso al team di valutare quanto materiale sia fuoriuscito durante la collisione: oltre un milione di metri cubi di roccia.

Rappresentazione artistica delle sonde gemelle GRAIL sulla superficie lunare. Crediti: NASA/JPL

Nel contesto del secondo lavoro, i ricercatori hanno sviluppato un modello che, a partire dai dati GRAIL, è in grado di fornire informazioni circa l’oggetto che ha impattato sulla Luna per formare il Mare Orientale. La migliore concordanza con i dati è rappresentata da un oggetto con un diametro di circa 60 km, che viaggiava a 15 km al secondo.

La simulazione spiega come si sono formati gli anelli concentrici, e mostra come la crosta sia rimbalzata dopo l’impatto, con rocce calde e fluide del sottosuolo che si muovevano in profondità all’altezza del punto di impatto. Questo flusso di materiale verso l’interno ha causato delle fratture alla crosta, che è poi scivolata in direzione esterna, dando vita ai due anelli più lontani.

L’anello più interno si è formato attraverso un processo differente. In genere, negli impatti di piccola taglia, il rimbalzo della crosta può formare un picco centrale di materiale che si accumula e si raffredda, ma nel caso del Mare Orientale questo picco risultava troppo grande. Il materiale fuoriuscito a seguito dell’impatto si è andato a disporre in forma circolare, dando vita all’anello più piccolo.

«Si tratta di un processo molto intenso», aggiunge Johnson. «Questi rilievi e l’anello centrale si sono formati a pochi minuti dall’impatto, ed è la prima volta che siamo in grado di riprodurre la loro formazione con tale dettaglio. GRAIL ci ha fornito i dati di cui avevamo bisogno per dare una base solida ai modelli».

«Ci sono diversi bacini di questo tipo su Marte», continua Johnson. «Ma, rispetto alla Luna, Marte è un pianeta geologicamente più attivo, e questo fa sì che la storia dei crateri venga cancellata dal tempo. Ora che abbiamo una comprensione migliore di come si possano formare crateri di questo tipo, possiamo ricostruire i processi che sono avvenuto dopo».

«La Luna è una specie di laboratorio», dice Head. «Il fatto che sia così ben conservato ci permette di analizzare con grande precisione una serie di caratteristiche che possono essere osservate in tutto il sistema solare».

Per saperne di più:

  • Leggi su Science l’articolo “Gravity field of the Orientale basin from the Gravity Recovery and Interior Laboratory Mission” di Maria T. Zuber et al.
  • Leggi su Science l’articolo “Formation of the Orientale lunar multiring basin” di Brandon C. Johnson et al.

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Tutti i primi lunedì del mese:

UNA COSTELLAZIONE SOPRA DI NOI

In diretta web con il Telescopio Remoto UAI Skylive dalle ore 21:30 alle 22:30, ovviamente tutto completamente gratuito. Un viaggio deep-sky in diretta web con il Telescopio Remoto UAI – tele #2 ASTRA Telescopi Remoti. Osservazioni con approfondimenti dal vivo ogni mese su una costellazione del periodo. Basta un collegamento internet, anche lento. Con la voce del Vicepresidente UAI, Giorgio Bianciardi

I convegni e le iniziative dell’UAI

Novembre Meeting Nazionale UAI Supernovae e Profondo Cielo Un appuntamento per rilanciare anche in ambito UAI un settore di ricerca che negli ultimi anni ha avuto un notevole impulso nel mondo astrofilo: l’astronomia extragalattica e la ricerca ed osservazione delle supernovae (data e sede da definire).

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