La magnifica immagine, ottenuta compositando riprese nell’ottico di Hubble e nell’X di Chandra, mostra una delle più straordinarie coppie di galassie interagenti catalogate da Halton Arp, la numero 147. Il campo inquadrato è di circa 0,9 primi d’arco.
Non avete ancora pensato a un regalo per San Valentino? Per non sbagliare, fatele un anello…davvero speciale. Arriva giusto in tempo per il giorno degli innamorati questa incredibile cartolina cosmica: un anello tempestato, anziché di brillanti, di buchi neri (conta il pensiero, no?).
L’immagine mostra una coppia di galassie, note come Arp 147, a 430 milioni di anni luce dalla Terra. O meglio, i resti della collisione di una galassia a spirale (a destra) con una galassia ellittica (a sinistra). Dalla collisione si è generata un’ondata di formazione stellare (visibile come un anello blu nella galassia a destra), pullulante di giovani stelle massive (dai calcoli degli astronomi, quell’era si è conclusa circa 15 milioni di anni fa). In pochi milioni di anni, molte stelle sono esplose come supernove, lasciando dietro di sé stelle di neutroni e buchi neri. Alcuni di essi emettono intensi getti di radiazione X (le bolle rosa), risucchiando materia da una stella compagna.
L'immagine delle galassie interagenti Arp 147 è una compositazione di diverse riprese effettuate nell'ottico (HST, in rosso, verde e blu), X (Chandra, in rosa), infrarosso (Spitzer, rosso) e UV ( GALEX in verde).
Nell’anello si distinguono in tutto nove sorgenti X, così brillanti da dover essere buchi neri probabilmente 10 o 20 volte più massivi del Sole. A occhio attento è visibile anche un’altra sorgente X, nel nucleo della galassia rossa a sinistra, che potrebbe provenire da un buco nero supermassivo poco attivo.
L’immagine è il risultato della composizione degli scatti del telescopio Chandra nei raggi X (in rosa) e di Hubble nell’ottico (rosso, verde, blu) ed è stata prodotta dallo Space Telescope Science Institute (STScI) di Baltimore. Per la gioia dei romantici che non s’accontentano dei diamanti.
I componenti dell'equipaggio. Diego, a destra, si riconosce per la bandierina sulla spalla (ESA)
O per lo meno devono comportarsi come se ci fossero veramente. Sono i viaggiatori che stanno eseguendo la missione simulata chiamata Mars 500 e che si trovano in un laboratorio sigillato in Russia, dove è stata ricostruita una astronave completa di modulo di discesa, terreno marziano, e modulo di rientro.
I componenti dell'equipaggio. Diego, a destra, si riconosce per la bandierina sulla spalla (ESA)
Dopo 250 giorni di “viaggio” sono ora entrati in orbita attorno al Pianeta Rosso e dovranno eseguire la parte più delicata della missione, le escursioni su Marte.
Ecco l’elenco delle operazioni
1 Feb 2011: ingresso in orbita circolare attorno a Marte
1 Feb 2011: aperture portello del Mars Lander
8 Feb 2011: completamento del caricamento e chiusura portello Lander
12 Feb 2011: distacco e atterraggio su Marte
14, 18 e 22 Feb 2011: escursioni extraveicolari sulla superficie
19 Feb 2011: risalita e inizio della quarantena
20 Feb 2011: attracco con l’astronave interplanetaria
23 Feb 2011: fine della quarantena
24 Feb 2011: apertura del portello
27 Feb 2011: trasferimento nel modulo abitativo
28 Feb 2011: carico del lander con i rifiuti
1 Mar 2011: chiusura portello e distacco del lander
Da qui inizia il viaggio di ritorno che durerà altri 250 giorni.
A questa maratona partecipano sei volontari. Ecco i nomi:
– Alexei Sitev, ingegnere russo (38 anni), comandante della missione
– Sukhrob Kamolov, medico chirurgo russo (32 anni)
– Alexander Smoleevsky, fisiologo russo (33 anni)
– Romain Charles, ingegnere francese (31 anni)
– Diego Urbina, ingegnere italo-colombiano (27 anni)
– Wang Yue, astronauta cinese (27 anni)
Fra loro vi è anche il nostro Diego Urbina (che però è nato in Colombia), con il quale possiamo tenerci in contatto per mezzo di Twitter (cercate @diegou) ed al quale dedichiamo una serie di speciali su Marte durante Astronauticast, la nostra trasmissione webcast settimanale. Dato che a Diego è concesso di utilizzare la Rete (ovviamente con il ritardo di trasmissione simulato), ci occupiamo di fargli avere le trasmissioni via email.
Che emozione, ci ascoltano fin su Marte (anche se simulato).
LA VOCE DEL MASTER – Kepler, il telescopio spaziale lanciato nel 2009 con il compito di cercare un pianeta gemello della Terra, ha colpito ancora. Il 2 febbraio la NASA ha presentato in conferenza stampa l’ultima scoperta: c’è un sistema di sei pianeti che orbitano attorno a una stella simile al Sole, battezzata Kepler-11, a 2.000 anni luce da qui. Cinque dei sei pianeti sono poco più grandi del nostro, con orbite inferiori a 50 giorni. il sesto ha dimensioni maggiori e un’orbita più lunga, di 118 giorni. Sono tutti troppi vicini alla loro stella, con temperature di centinaia di gradi, per poter ospitare la vita. Il sistema è così impacchettato che, nel Sistema Solare, si estenderebbe tra Mercurio e Venere, i primi due pianeti. La scoperta, che si è guadagnata la copertina diNature, è stata svolta utilizzando il potente occhio di Kepler un telescopio spaziale che osserva una particolare regione di cielo molto ricca di stelle, nella costellazione del Cigno. È proprio in questa regione che Kepler da circa un anno sta monitorando 100.000 stelle allo scopo di osservare piccole eclissi, diminuzioni di luce causate dal transito dei pianeti davanti alla loro stella. È così che ha scoperto i sei pianeti orbitanti attorno aKepler-11, che hanno una peculiarità: sono pianeti piuttosto piccoli con una massa compresa tra le 2,3 e 13,5 volte quella del nostro pianeta, quasi rocciosi e molto vicini alla stella, il più vicino impiega pochi giorni a fare un giro completo dell’orbita.
“Il sistema planetario di Kepler-11 è affascinante perché è straordinariamente compatto e piatto, su orbite quasi complanari, e presenta un elevato numero di pianeti che orbitano molto vicino alla stella: non sapevamo che sistemi planetari di questo tipo potessero esistere”, ha commentato Jack Lissauer, primo autore della ricerca e membro del team della NASA che coordina l’analisi dei dati di Kepler all’Ames Research Center in California.
La conferenza stampa nella quale è stata annunciata la scoperta del sistema planetario attorno alla stella Kepler-11 è stata un’occasione per annunciare l’esistenza di oltre mille pianeti extrasolari in attesa di conferma. Tra i “candidati” esopianeti, ce ne sono 54 che si trovano nella fascia di abitabilità, ovvero quella zona sufficientemente lontana dalla stella affinché l’acqua possa mantenersi allo stato liquido, e cinque di essi, potrebbero avere una dimensione paragonabile a quella della Terra.
Probabilmente non si dovrà attendere molto per l’annuncio della scoperta di un gemello della Terra, soprattutto se si considera la velocità dei progressi in campo astrofisico. Fino a quindici anni fa non si erano mai visti pianeti attorno ad altre stelle e ora siamo, forse, a un passo dalla scoperta di un nostro gemello.
Il Telescopio Spaziale Kepler mentre osserva Keplero-11. La stella appare lampeggiare secondo uno schema, infatti la sua luce si affievolisce come se un meccanismo a sei “mani”, di diverse dimensioni e velocità, orbitasse attorno ad essa. I calcoli mostrano che i sei pianeti hanno orbite quasi complanari.
[Animation credit: NASA/Tim Pyle]
Inizio alle ore 21:15 presso la Sede in Via Risorgimento 21, c/o Centro Civico Rosario Livatino, Tavernerio (CO).
11.02: “Luna e dintorni”. A cura di Marco Papi, una chiacchierata propedutica all’osservazione all’esterno del centro civico della Luna e delle meraviglie del cielo invernale.
La AAAV comunica il calendario dei prossimi incontri a tema che si svolgeranno presso il Centro Astronomico di Libbiano (Comune di Peccioli – PI)
con inizio alle ore 21.15 (ingresso libero).
24.02: “Gagarin: 108 minuti che cambiano la storia”. 12 aprile 1961: il primo volo dell’uomo nello spazio. Dopo 50 anni, riviviamo l’evento che consentì di raggiungere una delle più ambite frontiere per l’umanità. A cura di Alberto Villa.
Il mosaico di immagni nell’infrarosso dalla Wide Field Camera 3 di Hubble (la cui ripresa ha richiesto ben 87 ore di posa), al cui interno si cela quella che sembra essere la galassia più remota finora scoperta. Nel video in basso, la posizione del "deep field" HST nella Balena con lo zoom sulla presunta galassia.
Spingere lo sguardo sempre più avanti, arrivando a scrutare gli albori del nostro Universo, nelle ere in cui andavano formandosi le prime stelle e galassie. È la continua sfida degli astronomi (“Perché andare sempre più lontano”) che hanno fatto un altro passo in avanti. O meglio, indietro nel tempo. L’identificazione di una galassia che, se confermata, sarà la più distante finora scoperta, a ben 13,2 miliardi di anni luce da noi. Questo vuol dire che la luce della galassia analizzata oggi è stata prodotta quando l’Universo aveva solo 500 milioni di anni.
A catturare questi flebili segnali è stato il telescopio spaziale Hubble, che con una serie di osservazioni nell’infrarosso durate complessivamente 87 ore è riuscito a spingere la Wide Field Camera 3, installata nell’ultima missione Shuttle di riparazione avvenuta nel maggio del 2009, davvero ai limiti delle sua capacità osservative.
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“Stiamo quasi per osservare le prime galassie nell’Universo, che riteniamo si siano formate tra i 200 e i 300 milioni di anni dopo il Big Bang”, dice Garth Illingworth, della University of California, Santa Cruz, che insieme a Richard Bouwens ha guidato lo studio pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature. “Grazie a queste riprese registriamo un frenetico processo di formazione galattica nell’universo primordiale e possiamo così disporre di informazioni utili per affinare i modelli teorici sulla formazione delle galassie”.
C’è ancora molto lavoro da fare per avere una prova inconfutabile dell’identificazione di questa galassia, tanto che gli stessi autori lasciano un margine di incertezza del 20% sulla validità dei loro risultati. E questo perché non si poteva proprio chiedere di più alla strumentazione di Hubble. Ma se la scoperta venisse confermata, sarebbe un nuovo record per l’astronomia, dopo il recente studio tutto italiano relativo alle prime galassie nell’Universo. Con ricadute rilevanti. La galassia sarebbe stata infatti osservata nel pieno della cosiddetta “era della re-ionizzazione”, quando cioè un immane flusso di radiazione ultravioletta strappò elettroni agli atomi di idrogeno che pervadevano l’Universo primordiale, ionizzandoli com’erano in origine, dopo il Big Bang e di fatto permettendo alla radiazione luminosa di stelle e galassie di riuscire a giungere fino a noi.
“Il punto cruciale per chi studia oggetti celesti così lontani è capire cosa abbia prodotto questo processo che ha reso trasparente l’Universo” sottolinea Giovanni Cresci, dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri. “Gli stessi autori, sottolineando che i risultati del loro lavoro sono ancora molto incerti, ritengono che le galassie primordiali possono aver contribuito solo per il 12% alla radiazione necessaria per completare il processo di re-ionizzazione”.
Cos’altro si nasconde dunque dietro le nebbie dell’Universo primordiale? E chi può essere stato l’enigmatico “motore” che ha permesso di schiarirle? È ancora troppo presto per dirlo. Ma gli astronomi confidano nei prossimi anni di poter dare una risposta definitiva a questi interrogativi, sfruttando la potenza e la tecnologia del nuovo telescopio spaziale James Webb (JWST), il successore di Hubble, che i più ottimisti ritengono possa essere lanciato già entro il 2015.
Cortesia NASA, ESA, G. Illingworth (University of California, Santa Cruz), R. Bouwens (University of California, Santa Cruz, and Leiden University) and the HUDF09 Team
Il sito della Jaxa, l'agenzia spaziale giapponese (http://www.jaxa.jp/index_e.html)
Lanciata lo scorso 22 gennaio, la capsula giapponese Kounotori2, il secondo esemplare dell’ HTV (H-2 Transfer Vehicle, uno dei tre veicoli deputati al rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale e del suo equipaggio di sei persone) sta per raggiungere la Stazione Spaziale. Le fasi di arrivo e di aggancio della sonda sono seguite dalla Jaxa (Japan Aerospace Exploration Agency) e trasmesse in diretta oggi 27 gennaio a partire dalle ore 12:30 (ora italiana) circa, sul canale di streaming della NASAhttp://www.nasa.gov/multimedia/nasatv/index.html dell’agenzia spaziale giapponese > http://www.jaxa.jp/index_e.html
Lungo 10 metri e con un diametro di 4,2 metri, dopo l’avvicinamento eseguito con il sistema di guida laser e la fermata a circa 10 metri di distanza dal portello d’attracco, il cargo verrà agganciato dal nostro Paolo Nespoli e da Cady Coleman tramite il braccio robotico, per poi eseguire l’attracco finale.
Kounotori 2 dovrebbe restare ormeggiato al molo nadir di Harmony per oltre un mese, fino all’8 marzo, momento in cui, carico di rifiuti della stazione, mollerà gli ormeggi per un rientro distruttivo al disopra dell’Oceano Pacifico meridionale.
Fra fine febbraio e inizio marzo sarà l’unica volta nella storia della Stazione, in cui tutti gli attuali veicoli pressurizzati operativi saranno presenti contemporaneamente sul grande laboratorio orbitante. Se verranno rispettati i programmi, lo Shuttle Discovery, HTV, ATV, Soyuz e Progress saranno tutti ormeggiati al complesso allo stesso tempo.
Il cargo, del peso di oltre 16 tonnellate, è decollato il 22 gennaio scorso a bordo di un razzo H-2B alle 0537:57 UTC dal Launch Pad n. 2 presso il Tanegashima Space Center, la base sull’isola posta sulla punta meridionale del Giappone.
Il razzo alto 56 metri è salito in un cielo sereno, rompendo la barriera del suono circa un minuto dopo la partenza dalla sua rampa di lancio posta in riva al mare. Quattro booster a propellente solido si sono sganciati dopo due minuti di volo e i due motori principali del primo stadio del lanciatore hanno completato la loro funzione meno di quattro minuti più tardi. Il secondo stadio a idrogeno ha poi posto l’H-2 Transfer Vehicle in orbita e rilasciato il carico utile 15 minuti e 13 secondi dopo aver lasciato la Terra. Il veicolo è entrato in un’orbita iniziale di 198 x 298 km con un angolo di inclinazione di 51,6 gradi rispetto all’equatore. Il lancio è stato rinviato di due giorni per problemi meteo, ma alla fine tutto è andato per il meglio.
Il Giappone ha chiamato la capsula Kounotori 2, che significa cicogna bianca ed è l’unico veicolo che continuerà a rifornire la Stazione con elementi per l’esterno. Infatti HTV possiede una stiva non pressurizzata che questa volta contiene oltre 900 kg di attrezzature e ricambi. La capsula costruita dalla Mitsubishi Heavy Industries con la JAXA, è anche l’unico veicolo che attraccando dal lato americano della Stazione può trasportare i moduli rack standard con cui si organizza e si gestisce lo spazio interno della ISS, e questo grazie ai portelli di attracco più grandi.
Un HTV è diviso in tre parti: un modulo pressurizzato che è quello che attracca fisicamente alla Stazione, un modulo non pressurizzato che viene scaricato direttamente dal braccio robotico SSRMS ed un modulo di servizio con tutta l’avionica e i quattro motori principali della capsula, mentre la superficie esterna è coperta da 57 pannelli fotovoltaici e 28 motori di manovra.
HTV 2 contiene ben 8 rack, due dei quali contengono esperimenti per il modulo giapponese Kibo. Il carico totale ammonta a quasi 4 tonnellate di materiali, dei quali 2226 kg per conto della NASA.
La ricercatrice Felisa Wolfe-Simon mentre lavora con dei campioni raccolti nel Mono lake.
I ricercatori Felisa Wolfe-Simon e Ronald Oremland (microbiologo e membro del team del NAI - NASA Astrobiology Institute “Follow the Elements”), nell’estate 2009 mentre esaminano dei sedimenti del Mono Lake.
Lo scorso dicembre la NASA ha annunciato la clamorosa scoperta del batterio estremofilo di cui abbiamo parlato nello scorso numero, mettendo in subbuglio la comunità degli esobiologi.
Prendendo spunto dall’analisi critica di Beatrice Mautino, abbiamo voluto coinvolgere nel dibattito alcuni tra i maggiori esperti italiani chiedendo la loro opinione in merito alla scoperta pubblicata su Science. Ecco le domande che abbiamo rivolto loro.
Indice dei contenuti
1 – Alla luce di quanto annunciato nella conferenza della NASA il 2 dicembre scorso e descritto nell’articolo pubblicato su Science, ritiene che la scoperta del batterio del Mono Lake sia davvero così importante come riportato?
2 – Ritiene appropriata la politica che la NASA sta attuando da qualche tempo in tema di comunicazione scientifica (ricordiamo anche l’annuncio dello scorso novembre sul “giovane” buco nero, notizia, che quasi unanimamente fu ritenuta di un’importanza non proporzionata al clamore con cui venne annunciata)?
Ci hanno risposto (in ordine di arrivo): Roberto Barbieri (geomicrobiologo e micropaleontologo, è ordinario di Paleontologia all’Università di Bologna), Giuseppe Galletta (professore di Astronomia e di Astrobiologia all’Università di Padova), Giorgio Bianciardi (ricercatore presso l’Università degli Studi di Siena), Giovanni Strazzulla (Astronomo ordinario, Direttore dell’Osservatorio Astrofisico di Catania), Amedeo Balbi (astrofisico all’Università di Roma Tor Vergata), Rosanna del Gaudio (professore di Biologia Molecolare presso il Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università Federico II di Napoli), Federica Sgorbissa (Direttrice del magazine OggiScienza di SISSA Medialab).
A LOLA digital elevation map compiled in late 2009 is compared to the Unified Lunar Control Network (ULCN) 2005, a painstakingly constructed map based on the best available data at the time.
Il Lunar Reconnaissance Orbiter, la sonda NASA che sta orbitando la Luna dal giugno 2009, continua a inviare a Terra le più accurate rilevazioni della superficie lunare mai realizzate, con lo scopo di individuare i siti più opportuni per l’insediamento delle future missioni umane.
Questo il commento di Gregory Neumann, del Goddard Space Centre della NASA di Greenbelt, sugli ultimi risultati pubblicati: “Dopo circa un anno di missione dell’LRO abbiamo già 3 miliardi di dati relativi all’altimetria del suolo lunare misurata dal sensore laser LOLA (Lunar Orbiter Laser Altimeter): entro i prossimi due anni avremo una copertura longitudinale praticamente uniforme, con una definizione pari a quella dei GPS terrestri”.
La Reconnaissance ricostruisce il profilo altimetrico della superficie lunare (nel video in alto una mappa digitale del 2009 messa a confronto con dati dell’ULCM del 2005) misurando la differenza tra i tempi di ritorno delle riflessioni subite da singoli impulsi laser, divisi e collimati in cinque raggi distinti ed inviati dal sensore verso il terreno. Confrontando i dati con la rilevazione telemetrica della posizione della sonda è possibile mappare, secondo per secondo, il contorno degli “echi” riflessi dalla superficie, ottenendo una rilevazione topografica bidimensionale, in grado di misurare altitudine e pendio di bordi di crateri, rilievi e spaccature.
Le nuove mappe coprono un’area superficiale più ampia, riducendo gli errori nelle rilevazioni topografiche altimetriche sia orizzontalmente che verticalmente a poche decine di metri, anche nelle regioni di non facile campionatura come i bordi del disco illuminato o ai poli.
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Testo tratto da Coelum n. 145 dove è pubblicato l’articolo completo con altre immagini ad alta risoluzione.
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Alba del 30 gennaio: la Luna sorge circa 4 gradi a sudovest di Venere.
All’alba del 30 gennaio una sottile falce di Luna calante (fase 14%) sorge nello Scorpione 4,3 gradi a sud di Venere (mag. –4,4). Pochi gradi a est è visibile anche la rossa Antares (alfa Scorpii; mag. +1,0), all’incirca alla stessa altezza di Venere.
Vista la bassa altezza sull’orizzonte, consigliamo di effettuare delle riprese a largo campo che coinvolgano oltre ai tre oggetti celesti anche qualche elemento paesaggistico caratterizzante.
All’alba del 29 gennaio una falce lunare calante passa sullo Scorpione nelle vicinanze di Venere e di Antares
All’alba del 29 gennaio una falce lunare calante passa sullo Scorpione nelle vicinanze di Venere e di Antares
La più bella congiunzione del mese di gennaio è quella che avviene all’alba del 29 e 30 gennaio quando una falce di Luna calante transita sullo Scorpione tra Antares e Venere. Alle 6:45 del giorno 29, la Luna transita 11° a ovest di Venere (mag. –4,4) e 3,5° a est di Antares (alfa Scorpii; mag. +1,0), con i tre oggetti posti quasi alla stessa altezza di +19,5° sull’orizzonte.
Il percorso di (596) Scheila da metà gennaio e il 12 febbraio, tra le costellazioni del Leone e Leone minore
Come dimostra questa splendida immagine a colori di Rolando Ligustri, ripresa il 29 dicembre utilizzando in remoto un telescopio situato in New Mexico, anche gli amatori possono seguire l’evoluzione dell’attuale coda cometaria di Scheila, e magari monitorare la sua attività in futuro. Il campo inquadrato è di circa 30' e si trova nel Leone.
Improvvisamente, un altro asteroide si diverte a confondere le idee e le classificazioni degli astronomi mostrando inaspettate caratteristiche cometarie.
L’asteroide (596) Scheila fu scoperto presso l’osservatorio di Heidelberg il 21 febbraio del 1906 dall’astronomo tedesco August Kopff (1882-1960). Kopff gli assegnò il nome di Sheila (nella variante tedesca Scheila), una studentessa inglese che seguiva dei corsi a Heidelberg.
Per quanto finora ci è dato di sapere, la composizione dello sbuffo che sta facendo tanto parlare di questo asteroide sembra sia soprattutto a base di polveri (vedi anche la dichiarazione di Larson nell’intervista pubblicata su Coelum 145) e questo potrebbe mettere in dubbio la classificazione cometaria di Scheila. Solo lo studio spettroscopico potrà confermare che non ci troviamo dinanzi a “normali” polveri diffuse dall’impatto su una superficie asteroidale, ma che al di sotto dell’aspetto asteroidale di 596 Scheila si nasconde la composizione profondamente differente tipica di una cometa.
Il percorso di (596) Scheila da metà gennaio e il 12 febbraio, tra le costellazioni del Leone e Leone minore
Come testimoniano molte immagini disponibili in rete, anche gli amatori possono seguire l’evoluzione dell’attuale coda cometaria di Scheila, e magari monitorare la sua attività in futuro. Ecco quindi una cartina e alcune indicazioni per agevolare il compito di rintracciare l’oggetto.
Verso la metà di febbraio sarà in opposizione nel Leone minore, dove il 10 raggiungerà una distanza dalla Terra di 2,07 UA e la mag. +13,4. Per tutto il periodo risulterà perfettamente fotografabile anche con un modesto equipaggiamento e sarà quindi molto importante il contributo che potrà dare la comunità amatoriale nella sorveglianza dell’attività di questo curioso oggetto.
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Indice dei contenuti
Gli elementi di (596) Scheila
Epoca 23/07/2010
Afelio 3,4103 UA
Perielio 2,4428UA
Semiasse maggiore 2,9265 UA
Eccentricità 0,16529
Periodo orbitale 5,01 anni
Inclinazione 14,662°
Caratteristiche fisiche
Dimensioni 113,34 km (IRAS)
Albedo 0,0379
Mag. apparente ~+11,67/+15,32
Mag. assoluta ~+8,9
Periodo di Rotazione 15,848 ore
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Tabella delle effemeridi di (596) Scheila dal 20 gennaio al 28 febbraio 2011
calcolate per le 00 TL (TU+1) per una località situata a 12° Long. Est e 42° Latit.Nord
Osservato ai raggi X, tutto il cielo appare illuminato. Sebbene lontano da fonti di luce, i raggi X provenienti da oltre la nostra galassia forniscono una luce costante in ogni direzione. Per gli astronomi esiste il sospetto che i principali fautori di questo background cosmico nei raggi X siano i buchi neri avvolti nella polvere al centro di galassie attive. Ma il numero di quelli rilevati non è tale da poterlo comprovare.
Un team internazionale di astronomi, utilizzando i dati del satellite SWIFT della NASA, missione a cui partecipano anche ASI e INAF, hanno però confermato l’esistenza di una popolazione invisibile, almeno in gran parte, di galassie attive con buchi neri le cui emissioni X sono però largamente assorbite che solo una dozzina di queste sono note: la punta dell’iceberg.
“Buchi neri completamente cappati sono tutti intorno a noi”, ha detto Neil Gehrels, il P.I. di Swift al NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland, e co-autore del nuovo studio (in pubblicazione sul numero del 10 febbraio di Astrophysical Journal) “Prima di Swift, apparivano troppo deboli e oscurati perché potessimo individuarli”.
La maggior parte delle grandi galassie contiene un gigantesco buco nero centrale: quelli osservati nello studio di Swift hanno una massa di circa 100 miliardi di volte la massa del sole. In una galassia attiva la materia che cade verso il buco nero supermassiccio produce emissioni di alta energia così intensa che due classi di galassie attive, quasar e blazar, hanno il rango di oggetti più luminosi dell’Universo.
Lo sfondo a raggi X ha portato gli astronomi a sospettare che le galassie attive siano state sottostimate. Gli astronomi infatti non possono mai essere certi neanche di aver rilevato la maggior parte di quelle a noi più vicine, perché le dense nubi di gas e polveri che circondano i buchi neri ne schermano la luce nell’ultravioletto, ottico e raggi X di bassa energia. L’infrarosso può superare questa barriera, ma rischia di essere confuso con la polvere calda che si riscontra nelle regioni di formazione stellare della galassia.
Tuttavia, alcuni dei più energici raggi X prodotti dai buchi neri riescono a penetrare il mantello che lo avvolge, ed è qui che entra in gioco SWIFT.
“Con SWIFT abbiamo quantificato esattamente il numero di galassie attive che si trovano in realtà intorno a noi”, ha detto Marco Ajello dello SLAC National Accelerator Laboratory, di Menlo Park, California, “Il numero è grande ed è in accordo con i modelli, secondo cui i buchi neri sono responsabili della maggior parte del fondo di raggi X”. Se i numeri ipotizzati rimangono coerenti anche a grandi distanze, quando l’universo era più giovane, vorrrà dire che ci sono abbastanza buchi neri supermassicci per tenere conto del fondo cosmico a raggi X.
Quanto ipotizzato si mostra coerente con l’idea che il fondo cosmico a raggi X sia il risultato delle emissioni di buchi neri supermassicci nascosti nelle galassie attive quando l’universo aveva sette miliardi di anni, cioè circa la metà della sua età attuale.
Quello che riusciamo a vedere del buco nero di una galassia attiva dipende dall’angolazione da cui lo osserviamo. Vista di taglio, le dense nubi di polveri e gas che la circondano impediscono alla maggior parte delle radiazioni emesse di raggiungerci ad eccezione di quelle più penetranti.
L'importanza di Le Verrier nella storia dell’astronomia è testimoniata dalla presenza davanti l’entrata dell’osservatorio di Parigi di una statua in bronzo eretta nel 1889.
L'importanza di Le Verrier nella storia dell’astronomia è testimoniata dalla presenza davanti l’entrata dell’osservatorio di Parigi di una statua in bronzo eretta nel 1889.
Urbain Jean Joseph Le Verrier nacque nella cittadina normanna di Saint-Lô l’11 marzo del 1811, esattamente due secoli fa.
Il padre Louis Baptiste, un modesto impiegato del demanio, credeva fermamente nel valore degli studi ed era ambiziosissimo per suo figlio. A 17 anni Urbain fu mandato all’Università di Caen per frequentarvi un corso di matematica della durata di 3 anni; diplomatosi con il massimo dei voti, nel 1831 entrò all’École Polytechnique di Parigi. Qui lavorò con impegno, lasciando l’impressione di uno studente serio ed ingegnoso, forse più dotato di tenacia che non di una naturale inclinazione per la scienza, tanto che durante i suoi anni di università non mostrò alcuna netta preferenza per qualche campo particolare della ricerca.
Dopo la laurea, iniziò la sua carriera di scienziato come chimico sperimentale. Nel 1837 il famoso chimico L. J. Gay-Lussac si trovò a dover scegliere fra due assistenti: Le Verrier e H. V. Regnault. Scelse quest’ultimo, consigliando a Le Verrier di accettare l’offerta di “répétiteur” di astronomia. Con una disinvoltura che può sembrare incredibile, il promettente giovane chimico accettò di cambiare carriera, e si gettò con il consueto impegno nello studio della meccanica celeste che nel 1846 sfociò nella determinazione della posizione del pianeta che poi sarebbe stato chiamato Nettuno.
Nel frattempo si sposò con Marie Lucile Choquet, da cui ebbe tre figli: Louis Paul, Jean Charles e Lucille.
Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla soluzione del problema dell’avanzamento del perielio di Mercurio che pensava di poter spiegare con l’influenza gravitazionale di “Vulcano”, un ipotetico piccolo pianeta vicinissimo al Sole (vedi su Coelum n. 61 l’articolo “In cerca del pianeta Vulcano”).
Morì a Parigi dopo una lunga e dolorosa malattia il 23 settembre del 1877, proprio nel giorno del 31° anniversario della scoperta del pianeta che gli regalò la gloria immortale.
(testo estratto dalla rubrica di Ivano Dal Prete “Hanc Marginis. Urbain Le Verrier, torti e ragioni di un astronomo tiranno” pubblicata su Coelum n. 145)
Il percorso di 7 Iris durante il periodo che va dal 5 gennaio al 15 febbraio all’interno della costellazione del Cancro,
Il percorso di 7 Iris durante il periodo che va dal 5 gennaio al 15 febbraio all’interno della costellazione del Cancro,
Gennaio è il mese di (7) Iris, il grande asteroide (225 x 190 x 190 km) scoperto da John Russell Hind nel 1847 di cui abbiamo già parlato innumerevoli volte. La sua notevole eccentricità orbitale (0,23) gli consente di prodursi in opposizioni molto profonde, che eccezionalmente lo portano a brillare fino alla mag. +6,7 da una distanza di sole 0,85 UA! L’ultima volta (qualcuno forse lo ricorderà perché ne parlammo in Coelum n. 101) accadde nel novembre del 2006 e bisognerà aspettare fino al 2017 perché la cosa si ripeta. Il che non impedirà a Iris, nell’opposizione geometrica (massima elongazione dal Sole) che raggiungerà il 24 gennaio, di arrivare alla mag. +7,9. La minima distanza sarà invece raggiunta il giorno 15 (1,172 UA), il che dimostra come quella di gennaio sarà comunque un’ottima opposizione da seguire a tutti i costi, anche perché in tutto il 2011 solo Vesta (+5,7 in agosto) e Ceres (+7,7 in settembre) saranno più luminosi…
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Parametri orbitali e fisici di (7) Iris
Semiasse maggiore 2,385 UA
Perielio 1,833 UA
Afelio 2,937 UA
Periodo orbitale 1345,375 gg (3,68 anni)
Velocità orbitale media 19,03 km/s
Inclinazione orbitale 5,527°
Eccentricità 0,231
Dimensioni 225x190x190 km
Massa ~1,36×1019 kg
Albedo 0,277
(testo estratto dalla rubrica di Talib Kadori “Gli asteroidi. Il 2011 inizia con Iris e Bellona” pubblicata su Coelum n. 145)
Il microbo GFAJ-1 che cresce nell’arsenico. (Crediti: Jodi Switzer Blum, Fonte NASA)
“La NASA scopre gli alieni!” No, non esageriamo. “Sono tra noi. Scoperte forme di vita aliene sul nostro pianeta!” No, no. “Scoperte forme di vita terrestri con un DNA a base di arsenico (e quindi un po’ aliene lo sono, dai!).” No, nemmeno questo. Ok, allora “scoperte forme di vita terrestri in grado di nutrirsi di arsenico!” Neanche qui ci siamo… E quale sarebbe la scoperta della NASA in grado di monopolizzare l’attenzione di tutti i media per giorni? Secondo i ricercatori che stanno analizzando pezzo per pezzo l’articolo scientifico pubblicato su Science, la scoperta non sarebbe di quelle sensazionali che cambiano la storia della scienza. In sintesi, è vero che i batteri provenienti dal Mono Salt Lake in California, se messi a crescere in condizioni particolari – con alte concentrazioni di arsenico e basse di fosforo – sono in grado di incorporare un po’ di arsenico nel DNA al posto del fosforo, ma non del tutto e comunque non gli fa benissimo.
Per conoscere con esattezza la composizione chimica di una molecola complessa come il DNA si utilizza uno strumento chiamato spettrometro di massa, una specie di scanner che restituisce l’elenco degli atomi presenti e la loro concentrazione. È un esame diventato di routine negli ultimi anni e in ambiente scientifico ci si chiede perché non sia stato utilizzato per studiare questo DNA. I metodi utilizzati dai ricercatori della NASA sono, infatti, tutti indiretti e con qualche errore.
Lo spiega bene Alex Bradley sul blog We, Beasties: “Lo studio pubblicato su Science ha un certo numero di difetti. In particolare, sarebbe stato trascurato un dettaglio sottile, ma importante, che dimostrerebbe come il DNA in questione abbia in realtà una struttura a base di fosfato e non di arseniato.” Per meglio comprendere questo punto dobbiamo fare un passo indietro. Un dato di fatto sul quale tutti sono d’accordo è che a parità di DNA quello con una struttura a base di arseniato si idrolizza [si rompe, NdR] rapidamente in acqua, mentre quello con una struttura a base di fosfato no. La durata della vita di un DNA a base di arsenico è di circa 10 minuti, poi i legami si rompono e la molecola si sfalda. Gli autori dell’articolo erano ovviamente a conoscenza di questo dato e hanno ipotizzato un meccanismo biologico di compensazione. Questo potrebbe essere vero, data la complessità delle strutture biologiche e la quantità di processi ancora totalmente sconosciuti.
Ma continua Bradley: “Tuttavia la chimica è molto più prevedibile […] Un semplice esperimento per verificare la natura dello scheletro del DNA consiste nel rimuovere il DNA della cellula e metterlo in acqua per pochi minuti. Quindi esaminare se idrolizza o meno. Sembra semplice e in effetti lo è. Gli autori dell’articolo lo hanno fatto, non per verificare questa proprietà, ma per eseguire delle analisi. Infatti, quando si lavora con il DNA, una delle prime procedure messe in atto è la sua estrazione dall’interno della cellula e la sua purificazione. Molti passaggi vengono effettuati in acqua. Il DNA estratto dai batteri e sottoposto alle analisi dal gruppo di ricerca della NASA è sopravvissuto in un ambiente acquoso a lungo, sicuramente per più di dieci minuti. Di conseguenza, il risultato indica che il DNA di GFAJ-1 [il nome dato a questi batteri, NdR] ha uno scheletro a base di fosfato.
E l’arsenico? Analizzando il DNA i ricercatori ne hanno infatti misurate elevate concentrazioni; quindi come si potrebbe spiegare questa anomalia? Bradley ipotizza che l’arsenico possa essere incorporato in piccole quantità e che per la maggior parte semplicemente si associ al DNA e lo ricopra in qualche modo; un’ipotesi che però andrebbe controllata.
Rosie Redfield (University of British Columbia – Canada), in una dettagliatissima analisi dell’articolo, ci va giù anche più pesante: “Fondamentalmente, la ricerca non presenta alcuna evidenza convincente che l’arsenico sia stato incorporato nel DNA (o qualsiasi altra molecola biologica). […] C’è una differenza tra i controlli effettuati per verificare effettivamente la tua ipotesi e quelle fatti quando vuoi solo dimostrare che la tua ipotesi è vera. Gli autori hanno fatto alcuni di questi ultimi, ma non i primi […] Avrebbero dovuto lavare accuratamente le loro preparazioni di DNA (un lavaggio su colonna è molto facile), e incubarle con un tampone fosfato in modo da spostare qualsiasi arseniato associato prima di fare le analisi. Avrebbero dovuto testare se il loro DNA contenente arsenico possa essere utilizzato come base per la DNA polimerasi [l’enzima che si occupa della duplicazione del DNA nelle cellule, NdR].” Insomma, il materiale interessante ci sarebbe anche, ma da quel che si legge nei commenti degli scienziati alla NASA (ma anche a Science) hanno preferito la velocità al rigore scientifico.
In ogni caso, l’aspetto più interessante di tutta la faccenda probabilmente è quello che riguarda le modalità di comunicazione, anche qui con qualche dato positivo e qualche altro negativo. Neuroskeptic nota come lo strumento del blog sia diventato parte integrante del lavoro di revisione degli articoli scientifici: “Grazie ai blogger questo articolo, che se fosse vero avrebbe molte implicazioni, è stato sottoposto ad un’analisi critica dettagliata e immediata.”
Senza i blog le critiche sarebbero comunque emerse prima o poi, ma più probabilmente poi. La via tradizionale di critica agli articoli scientifici è quella che prevede che si scriva una lettera al direttore della rivista che ha pubblicato l’articolo, la quale poi verrà pubblicata. Ma si parla comunque di settimane o mesi.
Sul versante negativo, invece, il Bad Astronomer Phil Plait fa notare come il gioco al rialzo fatto anche questa volta dall’ufficio stampa della NASA alla fine possa essere controproducente perché ogni volta crea aspettative che poi vengono sistematicamente deluse. Il risultato è una perdita di fiducia generalizzata nella scienza e nell’informazione. Qui da noi, Marco Ferrari “bacchetta” bonariamente su Leucophaea molti commentatori un po’ troppo frettolosi. Star dietro a questo tipo di notizie non è semplice e anche qui in redazione [NdR. la Redazione di Queryonline da cui il brano è tratto] abbiamo rischiato di cadere nella trappola dell’annuncio tempestivo e per forza di cose poco ragionato. Ci ha salvati un po’ di pigrizia.
Indice dei contenuti
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Beatrice Mautino, biotecnologa, si è specializzata in neuroscienze e in comunicazione della scienza. Progetta laboratori didattici ed eventi di divulgazione scientifica; è responsabile della versione online della rivista Query del Cicap. Nel tempo libero divaga di scienza sul suo blog i divagatori scientifici
Una rappresentazione artistica del pianeta extrasolare Kepler 10b
Una rappresentazione artistica del pianeta extrasolare Kepler 10b
La missione Kepler, primo telescopio spaziale della NASA preposto alla ricerca di pianeti orbitanti intorno ad altre stelle con caratteristiche simili a quelle della Terra, ha individuato il primo esopianeta roccioso denominato Kepler-10b. Si tratta del più piccolo pianeta scoperto al di fuori del sistema solare ma non si trova nella cosiddetta “zona abitabile”. La minima distanza che intercorre tra Kepler-10b e la sua stella fa sì che il pianeta non sia in grado di ospitare la vita: le temperature del lato esposto alla stella potrebbero raggiungere un migliaio di gradi, e in queste condizioni sarebbe impossibile mantenere un’atmosfera gassosa stabile e duratura nel tempo.
Gli scienziati della NASA hanno calcolato che il pianeta orbita attorno alla sua stella a una distanza che è una frazione di quella che separa Mercurio e il Sole, conseguentemente l’intera orbita viene coperta in un periodo temporale ridotto, meno di un giorno terrestre.
Una rappresentazione artistica della Telescopio Spaziale Kepler
“Questa è un’ulteriore conferma che pianeti non troppo diversi dalla Terra possono esistere intorno ad altri Soli – commenta Enrico Flamini, chief scientist dell’ASI -. Bisogna tuttavia aver chiaro – prosegue Flamini – che non li stiamo vedendo direttamente, ma solo attraverso l’effetto che hanno sulla radiazione emessa dal loro Sole quando vi passano davanti”
Le dimensioni di Kepler-10b sono state calcolate sulla base delle variazioni della luminosità nella stella registrate dagli strumenti di Kepler, in particolare dal fotometro, ogni volta che il pianeta transitava di fronte ad esso.
Kepler-10b ha un diametro pari a 1,4 volte quello terrestre e una massa 4,6 volte superiore a quella della Terra.
“Tutte le capacità di Kepler hanno portato alla luce l’esistenza di un pianeta roccioso che orbita intorno a una stella che non è il nostro Sole” ha dichiarato Natalie Batalha, responsabile del team NASA di Kepler presso il Centro di ricerche Ames in California e autrice dell’articolo sulla scoperta pubblicato dall’Astrophisical Journal. “Riteniamo – ha concluso la Batalha – che le recenti rivelazioni fatte da Kepler rappresentino solo il punto di partenza di ricerche molto più approfondite sulla formazione degli esopianeti”
Organizzati da: Dip. di Fisica Università di Ferrara, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Gruppo Astrofili Ferraresi “Columbia“ e Coop. Sociale Camelot.
La nuova grande macchia è di certo la prima di queste proporzioni che può essere osservata con la tecnologia digitale, con tutti i vantaggi che ne derivano quanto a contrasto e risoluzione.
Lo stesso Wesley afferma che essa può essere un facile bersaglio anche per l’osservazione visuale, con telescopi di medie dimensioni. Personalmente sono convinto che, vista l’attuale brillantezza ed
estensione, la tempesta sia alla portata, anche in visuale, di qualsiasi telescopio amatoriale a partire da 100-130 mm, a patto di avere condizioni atmosferiche favorevoli e il pianeta alto almeno
+30° sull’orizzonte (cosa che a metà gennaio si verificherà verso le 3:00 del mattino). Se invece preferite la fotografia, riprendete ogni volta che ne avete l’occasione perché ogni immagine, anche quella rovinata dal cattivo seeing, può aiutare a costruire il difficile puzzle sulle proprietà e l’evoluzione, ancora incerta, di questo gigantesco ciclone.
Di seguito sono riportate le date in cui la macchia sarà osservabile calcolate per le 05:00 locali (04:00 TU): 16, 20, 24, 28 gennaio; 1, 5, 9, 13, 17 febbraio.
Per prendere visione delle ultime immagini consigliamo di visitare il sito dell’ALPO giapponese:
Dopo il successo della scorsa edizione con oltre 38.000 partecipanti, nel 2011 La Scienza in Piazza manifestazione di diffusione della cultura scientifica organizzata a partire dal 2005 dalla Fondazione “Marino Golinelli”, diventerà Arte e Scienza in Piazza™ e si terrà a Bolognadal 3 al 13 febbraio 2011, realizzata in collaborazione con il Comune di Bologna.
Oltre cento eventi tra mostre, spettacoli, incontri con grandi nomi del panorama scientifico e culturale, laboratori didattici e sperimentali sul tema arte e scienza animeranno il centro storico di Bologna. Palazzo Re Enzo e Palazzo D’Accursio si trasformeranno in un grande Art + Science Center che coinvolgerà il pubblico di ogni età ma soprattutto i giovani.
Tra gli ospiti di questa edizione: lo storico della scienza Gilberto Corbellini; il giornalista scientifico Luca De Biase; il designer Elio Fiorucci; il neuroscienziato Lamberto Maffei; lo storico della tecnologia Vittorio Marchis; il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti; l’artista Michelangelo Pistoletto; il giurista Stefano Rodotà; la pubblicitaria Annamaria Testa.
Fulcro della manifestazione sarà la mostra HAPPY TECH, MACCHINE DAL VOLTO UMANO, prodotta dalla Fondazione “Marino Golinelli” e a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella, con la collaborazione di Silvia Evangelisti che sarà ospitata a Palazzo Re Enzo, Bologna, dal 3 al 13 febbraio 2011 e presso La Triennale – Bovisa, Milano dal 22 febbraio al 31 marzo 2011.
Nove mesi dopo l’ultimo collegamento con il Mars Exploration Rover Spirit, la NASA sta intensificando gli sforzi per riprendere le comunicazioni prima che la primavera nell’emisfero sud di Marte si concluda a metà marzo.
Spirit è atterrato su Marte il 4 Gennaio 2004 per una missione destinata a durare per tre mesi. Dopo aver completato gli obiettivi della missione principale, Spirit ha lavorato per più di cinque anni nella missione estesa.
“La quantità di energia solare disponibile per Spirit continua ad aumentare ogni giorno”, ha detto John Callas, il Project Manager del Mars Exploration Rover al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California. “Finché potremo, faremo tutto il possibile per ristabilire le comunicazioni con il rover”.
Dopo la metà di marzo, le prospettive di risentire Spirit cominceranno a scendere. Le strategie di comunicazione cambiano a seconda dei problemi che possono aver colpito Spirit e ormai non si parla più di semplice condizione di bassa potenza, ma anche di problemi più seri, tanto che una possibile conclusione della missione per i danni provocati dal freddo durante l’inverno marziano è una possibilità reale.
Spirit e il suo gemello, Opportunity che è atterrato tre settimane dopo di lui ed è ancora attivo, hanno fatto importanti scoperte sull’acqua presente al disotto della superficie marziana, che potrebbe essere stata in grado di sostenere la vita microbica.
L’ultima comunicazione di Spirit risale al 22 marzo 2010. Il team di tecnici al JPL aveva anticipato che il rover sarebbe entrato in una modalità di bassa potenza con attività minima, tranne per la ricarica e il riscaldamento delle batterie, oltre a mantenere in funzione il suo orologio interno. Con la maggior parte dei riscaldatori spenti, le temperature interne di Spirit sono scese molto al disotto di quelle precedentemente affrontate dal rover, condizione che potrebbe aver causato danni, impedendone il risveglio o riducendone le sue prestazioni.
La primavera nell’emisfero sud di Marte ha avuto inizio nel novembre 2010, ma già in precedenza le antenne della Deep Space Network poste in California, in Spagna e in Australia sono rimaste all’ascolto di qualsiasi segnale proveniente da Spirit. Il team di controllo ha anche iniziato l’invio di comandi per stimolare una risposta dal rover, nel caso in cui avesse perso la cognizione del tempo.
Ora il monitoraggio è stato intensificato e sono stati inseriti periodi di ascolto aggiuntivi che includono ogni momento in cui Spirit potrebbe inviare un segnale al Mars Reconnaissance Orbiter che fa da ripetitore orbitale. Oltre alla estensione dell’ascolto a tutto il giorno marziano sono stati ampliati anche i range di frequenza per prevedere eventuali effetti delle basse temperature sui sistemi radio di Spirit.
Cosa unisce Roma a Parigi e a Seattle? Planck, il satellite astronomico dell’ESA. L’11 gennaio infatti, in queste tre città e in convegni ed eventi differenti, verranno illustrati i primi risultati scientifici della missione. Risultati raccolti in un catalogo degli oggetti più freddi dell’Universo, da quelli presenti nella nostra galassia allo spazio più remoto.
Dopo la pubblicazione, avvenuta nel luglio scorso, della prima immagine dell’intero cielo di Planck, domani saranno resi pubblici i primi, attesissimi, risultati scientifici della missione.
Risultati presentati dalla Planck Collaboration a Parigi, proprio questa settimana, nel corso di un importante convegno su ben 25 articoli scientifici sottomessi per la pubblicazione ad Astronomy & Astrophysics. Gli stessi risultati saranno oggetto della presentazione alla stampa da parte di Charles R. Lawrence del Jet Propulsion Laboratory della NASA, nell’ambito del congresso dell’American Astronomical Society e infine a Roma, presso l’Agenzia Spaziale Italiana, presenti i Presidenti di ASI e INAF, Enrico Saggese e Tommaso Maccacaro.
Sarà una settimana importante per l’astronomia e l’astrofisica italiana: infatti a Seattle la mattinata di mercoledì vedrà impegnato il PI di AGILE che presenterà l’ultimo lavoro su Science ottenuto grazie ai risultati del satellite italiano e dedicati alla Nebulosa del Granchio. Due studi americani ma con forte partecipazione italiana e dell’INAF in particolare, uno sulla Crab di Fermi e uno sulle Cefeidi, saranno illustrati alla stampa internazionale nella stessa occasione.
Il Virtual Telescope inaugura il prossimo 25 gennaio 2011, con un grande evento online gratuito (in lingua inglese), i nuovi straordinari strumenti per la visione in diretta, via Internet, delle meraviglie del Cosmo.
A oltre quattro anni dal suo esordio, il progetto Virtual Telescope rilancia, presentando un nuovo strumento di assoluto prestigio, accessibile via Internet da appassionati e studiosi di tutto il mondo.
Grazie alle avanzate specifiche tecniche e all’eccellente stabilità atmosferica che caratterizza il sito osservativo (Ceccano, FR) ha mostrato il cielo a quasi 800.000 persone da 192 Paesi. Solo negli ultimi due anni sono stati quasi 100 gli eventi internazionali online programmati. Questi numeri ne fanno, ad oggi, la struttura astronomica a controllo remoto su web più attiva del pianeta. Proprio tali risultati hanno motivato lo staff scientifico a valutare l’acquisizione di un ulteriore sistema: un’ottica PlaneWave corrected Dall-Kirkham da 432mm di apertura, alta luminosità e ampio campo corretto, installata su una seconda montatura robotica Paramount ME e corredata di una camera CCD SBIG STL-6303E di grande formato con filtri. Si tratta dell’unico telescopio di questo tipo installato in Italia e tra i primi al mondo.
Per partecipare, basterà un computer connesso alla rete e accedere al sito del progetto alla data e all’ora indicate. I convenuti parteciperanno all’estrazione di un premio, consistente in due ore di tempo telescopio da utilizzarsi proprio sul nuovo strumento.
Le riunioni settimanali dei soci hanno luogo il giovedì presso la sede sociale di via Corneliana, 82 – Piacenza, dalle ore 21 alle ore 23 circa.
13.01: “I cicli astronomici” a cura di Renato Bersani.
20.01: “Le macchie solari” a cura di Theo Cordani.
26.01: “Il cielo visibile in inverno” a cura di Gian Piero Schiavi. Incontro alla UNITRE (“Associazione Nazionale delle Università della Terza Età”) della Valnure, presso l’auditorium del municipio a Podenzano.
28.01, 17:45: C’era una volta il Tempo – Prima conferenza pubblica sul Tempo, dal titolo “La nascita del calendario” a cura di Gian Piero Schiavi (presso l’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano – via Sant’Eufemia 12/13 – Piacenza).
La AAAV comunica il calendario dei prossimi incontri a tema che si svolgeranno presso il Centro Astronomico di Libbiano (Comune di Peccioli – PI) con inizio alle ore 21.15 (ingresso libero).
27.01: “Dalle immagini ai numeri”. Le immagini di Mostre e Appuntamenti splendidi oggetti celesti riprese dalla AAAV, nascondono dietro all’estetica altre importanti informazioni che cercheremo di interpretare. A cura di Paolo Bacci.
La rassegna presentata dal Circolo Galilei per la stagione 2010/11: un affascinante viaggio nell’armonia dei numeri, i suoi misteri, la bellezza, la curiosità. Il venerdì alle 20.45 presso la sala del Centro Sociale, in piazza Donatori di sangue a Mogliano Veneto.
25.02: “Il matematico curioso si svela” di Giovanni Filocamo.
La rassegna presentata dal Circolo Galilei per la stagione 2010/11: un affascinante viaggio nell’armonia dei numeri, i suoi misteri, la bellezza, la curiosità. Il venerdì alle 20.45 presso la sala del Centro Sociale, in piazza Donatori di sangue a Mogliano Veneto.
28.01: “Le idee fondamentali della Matematica – Nascita, evoluzione e sviluppo” di Carlo Minnaja.
L’eclisse parziale di questa mattina (vedi l’articolo relativo) è stato il primo appuntamento imperdibile del nuovo anno.
Non tutti sono riusciti ad ammirarla a causa delle condizioni meteorologiche avverse su alcune regioni italiane. Pochi i fortunati che hanno potuto seguire l’evento sotto un cielo sereno, ma anche leggere velature hanno comunque consentito (e in alcuni casi agevolato) la visione di questo spettacolo.. e la ripresa di scatti suggestivi.
Alcuni di questi li potete già ammirare in PhotoCoelum (la sezione dedicata alle vostre immagini qui, sul nostro sito) e sulle nostre pagine FaceBook e Twitter.
. Non mancate di commentare, votare e condividere le immagini che vi colpiscono di piu’ e… di aggiungere anche le vostre!
Il terzo e ultimo avvicinamento tra Giove e Urano si verificherà il prossimo 4 Gennaio 2011, quando i due giganti si troveranno a transitare alla minima distanza apparente di 31 primi.
Vista la luminosità simile, fate attenzione a non confondere Urano con la stella 20 Piscium!
La ricercatrice Felisa Wolfe-Simon mentre lavora con dei campioni raccolti nel Mono lake.
La ricercatrice Felisa Wolfe-Simon mentre lavora con dei campioni raccolti nel Mono lake.
Prima ancora di essere ufficialmente resa pubblica dalla rivista Science, la notizia ha già fatto il giro del mondo. Perché la sua portata è tale da stravolgere gli scenari nella ricerca di vita extraterrestre. La scoperta, preannunciata dalla NASA, è questa: è stato trovato un batterio in grado di sopravvivere a base di arsenico, in un ambiente finora considerato incompatibile con la vita.
Insomma, “ET” non vive su un altro pianeta, ma sulla Terra. E per la precisione nel Mono Lake, uno dei laghi del parco nazionale Yosemite in California, estremamente salato e con la più alta concentrazione di arsenico al mondo. Si tratta, a tutti gli effetti, di una forma di vita finora sconosciuta e inimmaginabile.
Gli esperimenti condotti in laboratorio hanno dimostrato che questo batterio è in grado di sostituire il fosforo, elemento base per la vita, costituente fondamentale delle catene del DNA e dell’RNA e cruciale per l’energia delle cellule, con l’arsenico, un veleno letale. I due elementi chimici sono simili, vicini sulla tavola tavola periodica, ma normalmente quando l’arsenico si sostituisce al fosforo, il metabolismo va in tilt e l’organismo è spacciato. I ricercatori dell’Arizona State University, in collaborazione con l’Istituto di Astrobiologia della Nasa, hanno visto che togliendo a poco a poco il già scarso fosforo presente nelle acque del lago, e sostituendolo con arsenico, i microbi sopravvivevano ugualmente. Una forma di vita alla rovescia.
“È un annuncio di grande importanza, per cui serve cautela. Ma se il dato fosse confermato, dovremmo prendere in considerazione il fatto che la vita e l’evoluzione delle specie possono seguire percorsi finora considerati impensabili”, afferma Luigi Colangeli, già direttore di Capodimonte e attualmente all’Agenzia spaziale europea come Capo divisione scientifica esplorazione del sistema solare del centro ESA-ESTEC. “Significherebbe che la vita può svilupparsi anche laddove finora non l’abbiamo mai cercata. Non solo, cioè, in presenza di composti organici, come l’acqua – presente nel passato di Marte – o il metano dei laghi di Titano. Ma anche in ambienti completamente diversi. Quella ristretta fascia di abitabilità dove cerchiamo gli esopianeti abitabili, si amplierebbe a dismisura”.
(L’articolo è stato pubblicato su Coelum n. 144 – Fonte INAF)
Ricostruzione grafica dell'Eclisse Parziale di Sole - 4 Gennaio 2011
La prima eclisse di Sole del 2011 sarà la maggiore visibile dall’Italia fino al 2026, con una copertura del disco solare che in alcune località supererà il 70% del diametro. L’eclisse viaggerà nel nord dell’Algeria per poi spostarsi verso l’Europa, raggiungendo il massimo nel nord della Svezia, dove l’oscuramento sarà quasi dell’86%.
Nelle nostre regioni del nordovest il Sole sorgerà già eclissato, intorno alle 8:00 del mattino del 4 gennaio e il massimo verrà raggiunto dopo le 9:00, quando il Sole sarà alto in media circa +10° sull’orizzonte sudest. L’eclisse terminerà poi poco dopo le 10:30.
Nella tabella sottostante sono riportati gli orari e le circostanze per le principali città d’Italia.
Città
Inizio Eclisse
Massimo Eclisse
Fine Eclisse
Magnitudine
Ora
h°
Ora
h°
Azimut
Ora
h°
% Copertura
Cagliari
7:47:05
0
9:02:12
12
133
10:27:19
22
64,2
Palermo
7:48:07
3
9:06:22
15
136
10:34:43
25
64,6
Napoli
7:51:52
3
9:11:25
14
139
10:40:40
23
68,9
Roma
7:51:55
1
9:10:21
13
137
10:38:21
22
69,6
Bari
7:54:07
5
9:15:36
16
142
10:46:30
24
70,1
Genova
8:03:00
r
9:09:29
9
134
10:34:58
18
71,2
Torino
8:11:00
r
9:08:57
8
133
10:33:31
17
71,4
Firenze
7:53:30
0
9:11:23
11
137
10:38:27
20
71,5
Ancona
7:54:42
1
9:14:06
12
139
10:42:37
21
72,1
Bologna
7:54:00
r
9:12:34
10
137
10:39:36
19
72,4
Milano
8:06:00
r
9:11:21
8
135
10:36:55
17
72,6
Venezia
7:56:28
0
9:15:16
10
138
10:42:47
19
73,9
Note: r = Sole ancora sotto l’orizzonte locale;
Attenzione: non osservare mai il Sole senza adeguati sistemi di protezione per gli occhi. L’osservazione diretta del Sole senza alcun mezzo apposito di schermatura provoca danni irreparabili alla vista.
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