I crateri da impatto meteoritico sono il processo geologico più comune tra i corpi celesti del nostro Sistema Solare. Li ritroviamo in abbondanza sulla Luna, su pianeti come Mercurio e Marte, e persino su alcuni asteroidi (come Cerere e Vesta). Proprio per questo, in geologia planetaria questi crateri vengono utilizzati come metodo di datazione per stabilire l’età relativa tra strutture morfologiche e/o geologiche.
La tecnica prende il nome di “crater counting” e si basa sulla frequenza d’impatto (quanti crateri sono presenti su una determinata area) e sulla dimensione dei crateri stessi. Contando il numero di crateri da impatto presenti su una superficie e riportando le loro dimensioni in termini di diametro si può costruire quella che in gergo viene chiamata “Crater-Size Frequency-Distribution” (CSFD), una curva che permette di stimare un’età relativa ricorrendo a modelli cronologici calibrati e specifici per quel particolare pianeta. Tra le varie ipotesi e assunzioni alla base di questa metodologia, va tenuto in considerazione il flusso di asteroidi dai primordi del nostro Sistema Solare fino ad oggi.

Circa 3.9 miliardi di anni fa, ci fu un intenso bombardamento da parte di asteroidi provenienti da regioni esterne verso quelle interne (dove si trovano quelli che oggi conosciamo come pianeti “rocciosi”). Le dimensioni di questi giganti erranti erano notevoli, in grado di lasciare cicatrici devastanti visibili ancora oggi, come ad esempio il bacino di Hellas o la pianura di Isidis su Marte. Quindi, più una superficie conserva tracce di impatti meteoritici non solo abbondanti ma anche di dimensioni considerevoli, più è antica.

Perché un’età relativa?
L’approccio della geologia planetaria è quello di studiare e ricostruire l’evoluzione dei pianeti partendo da immagini delle loro superfici provenienti da missioni spaziali in orbita attorno al pianeta stesso (dati di “remote sensing”), e sono ancora pochissimi i campioni di roccia extraterrestre che si ha l’occasione di studiare approfonditamente sulla Terra. Perciò, la cosiddetta “ground truth” o “verità di terreno” molto spesso viene a mancare, impedendo ai geologi di costruire una scala dei tempi assoluta e datare con precisione una determinata formazione rocciosa o struttura appartenente a un altro pianeta.
Perché datare le superfici planetarie è importante?
Conoscere la sequenza degli eventi che ha modellato la superficie di un pianeta è di fondamentale importanza per ricostruirne non solo la storia geologica, ma anche per comprenderne l’evoluzione passata, presente e futura e aggiungere un altro tassello al puzzle della conoscenza riguardo il nostro Sistema Solare.
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Fonti:
- A. Rossi, S. van Gasselt (eds.), Planetary Geology, Springer Praxis Books, DOI 10.1007/978-3-319-65179-8_7
- D. C. Catling, J. F. Kasting, Formation of Earth’s Atmosphere and oceans. In: Atmospheric Evolution of Inhabited and Lifeless Worlds. Cambridge University Press; 2017:171-197










