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21 Gennaio 2020
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“Nonno, dov’è Plutone?”

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Il progresso non si ferma. Questo lo aveva imparato sin da bambino. La mamma raccontava spesso storie della propria gioventù, quando, la luce elettrica non esisteva…

“Nonno, dov’è Plutone?”Il progresso non si ferma. Questo lo aveva imparato sin da bambino.
La mamma raccontava spesso storie della propria gioventù, quando, la luce elettrica non esisteva. Tutta la città era illuminata dalle lampade a gas. Verso sera passava un omino che accendeva l’illuminazione pubblica, lampione per lampione segnalando la fine della giornata. Il lume a petrolio, invece, rischiarava la parte della casa dove si viveva, si mangiava, si parlava e si leggeva. Il nonno, padrone assoluto della luce di casa decideva il momento di andare a letto.
Lui, da ragazzo, ascoltava questi racconti di sua madre ritenendosi fortunato di essere nato in un periodo così bello. Una cosa impensabile che solo quarant’anni prima l’umanità fosse così arretrata. Era felice, con la sua piccola lampada sul comodino poteva leggere i libri di Salgari e di Verne, che regolarmente prendeva in prestito dalla biblioteca della scuola. Quanti meravigliosi viaggi fatti nei sogni che seguivano la lettura. Quale eccitazione quando, nelle sere d’estate, vedeva dalle finestre di casa la sagoma di una chiesa, formata da una serie di piccole lampade che giungevano sino alla punta del campanile. Li c’era la festa del rione, c’erano i dolci, la musica, le lotterie e tutti gli amici. Le feste duravano per tutta l’estate nei dintorni, una domenica per ogni parrocchia, le chiese erano tante. E le giostre che giravano gli davano un’ebbrezza mai dimenticata. E pensava: ”Come saranno state tristi le feste senza corrente elettrica”.
Il tempo passava, i tralicci aumentavano con sempre un maggior numero di cavi, gli isolanti di porcellana scintillavano nelle serate umide, le cabine ronzavano sempre più forte. La città diventava sempre più bella, i colori delle insegne, i nuovi lampioni. Una sera, un avvenimento raccolse tutti i cittadini nella piazza principale: il grande monumento ai caduti era illuminato a giorno.
Per gli altri monumenti fu questione di tempo, e poi i grandi palazzi, gli alberi del parco, ogni opera d’arte della città fu illuminata a dovere. Si continuò con tutte le chiese, le antiche mura, i vecchi muretti, l’antico ponte sul torrente, le vecchie costruzioni della periferia, le ville dei signori. Si accorse che la città si stava trasformando quando era ormai troppo tardi.
Il mondo sembrava alla disperata ricerca di avere oggetti da illuminare. In questa casa ha dormito per tre notti il grande condottiero “Amilcare Pranzetti”? Bene, mettiamoci quattro fari da 1000 watt!
E dopo le opere edili le opere d’arte, poi le opere e le operette. E quando la notte nelle città era stata rimossa come un qualcosa di cui vergognarsi, quasi un segno di povertà, si prese una decisione: illuminiamo ciò che la natura ci ha regalato.
E si pensò così di illuminare i Faraglioni.
Ricominciò una gara che sembrava conclusa.
Il promontorio di Portofino non doveva essere da meno, il Monviso ed il Cervino avevano già le cime illuminate, come le tre cime di Lavaredo. E come dimenticare le Tofane, che brillavano già da qualche anno. E le cascate delle Marmore, il Gran Sasso, il Vesuvio e l’Etna.
E fu la volta dei laghi, dopo il lago di Misurina toccò a quello di Braies ed in poco tempo ogni pozza d’acqua era illuminata come gli stadi delle grandi città.
E i tralicci crescevano, da ogni parte i grossi cavi portavano il loro carico di energia verso destinazioni ignote.
Una sera d’estate stava pensando alle antiche feste della parrocchia, quando, la voce del nipotino chiese: “Nonno, dov’è Plutone?”

Plutone? Ma che domanda per un bambino così piccolo… “Credo sia un pianeta, di quelli cosi lontani che… “E la stella polare?”
Ah, meno male, questo lo sapeva con certezza. Un vecchio marinaio glielo aveva insegnato. Gli aveva detto che era necessario saperlo per non perdersi mai. E lui lo aveva imparato benissimo, si cerca il carro dell’orsa… le ultime due stelle… Accompagnò il bimbo in una panchina lontano da fonti di luce, il bastone era pronto ad indicare la direzione. Le spalle, ricurve dagli anni, fecero fatica a guidare la testa verso il cielo. E forse per la prima volta, vide che le stelle non esistevano più. Era troppo tempo che non guardava il cielo.
Si accorse con rabbia che gli avevano rubato anche le stelle e, con esse la risposta alla domanda del piccolo. Quella notte la trascorse alla finestra, in una inutile ricerca di ciò che esisteva soltanto nella sua memoria.
Ripeteva con ossessione la fatidica frase: “Il progresso non si ferma”. E finalmente capì: si stava facendo una grande confusione. Questo non era certamente progresso. Era soltanto un grosso giro d’interessi.

 

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