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Vita da Astrofilo – 2° puntata

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Ritratti del Cielo

La passione per l’Astronomia si evolve durante la vita di una persona per manifestarsi poi a fasi e in diversi momenti.

All’inizio tutto è di solito mosso da una semplice curiosità che spinge a volgere lo sguardo verso il cielo, ci si dedica alla  ricerca di informazioni sui segreti cielo degli oggetti luminosi, delle costellazioni, dei movimenti della sfera celeste e dei pianeti che la percorrono. È  la fase in cui si sviluppano le basi culturali indispensabili.

Il periodo di apprendistato è stato descritto già approfonditamente nello scorso numero di Coelum, col primo articolo di questa rubrica (vedi Coelum Astronomia n°258 di ottobre/novembre), in cui è stata trattata l’osservazione del cielo ad occhio nudo e col binocolo.

Vedremo ora come proseguire, sempre senza fare passi più lunghi della gamba.

L’astronomia è una passione relativamente poco diffusa e tuttavia è altrettanto vero che ci sono moltissimi curiosi (anche persone completamente estranee a questo mondo che un giorno sfoglieranno queste pagine), che avrebbero piacere di approfondire, ma che sono timorosi di affrontare temi troppo difficili o in genere scientificamente complessi.

Sono quelli che io definisco (simpaticamente e con riferimenti non troppo velati agli ultimi anni che abbiamo vissuto), “portatori sani”: ovvero persone che covano in loro gli elementi patogeni di questa passione senza presentare una sintomatologia evidente di “malattia”.

I “portatori sani”, dicevamo, se non hanno occasione di incontrare qualcuno già appassionato di astronomia, difficilmente riescono a trovare in se lo stimolo per il passo decisivo. Certo mi baso sulla mia esperienza quando ancora adolescente con la curiosità verso il cielo ormai sbocciata e definitivamente contagiato, ho dovuto affrontare un periodo piuttosto difficile non conoscendo nessuno con una passione simile e altrettanto forte con cui condividere notti insonni o escursioni notturne per andare ad osservare il cielo.

Molto spesso da solo, o al massimo con mio padre quando poteva, mi trovai ad andare in giro col mio piccolo telescopio mi sarebbe piaciuto al tempo coinvolgere qualcun altro ma come avrei potuto fare?. Mi venne in soccorso una soluzione “indiretta”, un modo per mostrare facilmente agli altri la visione degli oggetti celesti pur non essendo sul posto con me

Si trattava di realizzare immagini fotografiche, trasportabili, in grado di  mostrare la bellezza del firmamento non necessariamente di notte al telescopio, ma in un secondo momento, a casa, in classe, agli amici…uno strumento per convincere più facilmente qualcuno ad avvicinarsi al cielo.

Ho attraversato questa fase alla fine degli anni ’80, decennio in cui per ottenere immagini c’era un’unica strada percorribile: usare una fotocamera reflex analogica e rullini… tanti rullini…

Tanti rullini, si, proprio così: perché scattando su pellicola chimica, la scarsa luce tipica dei soggetti astronomici crea difficoltà da superare: l’inquadratura degli oggetti deboli, ad esempio, veniva eseguita quasi sempre “alla cieca”scrutando attraverso un mirino completamente buio alla ricerca di qualche stella di riferimento, diciamo “più o meno li”! Azzeccare poi la corretta esposizione  era un terno al lotto nonostante l’esistenza di alcune mistiche tabelle che proponevano una stima del tempo necessario per ciascuna tipologia di oggetto. Superati questi due aspetti, rimanevano in agguato le vibrazioni, che ad ogni più piccolo movimento o anche allo scatto stesso della macchina fotografica insinuavano il dubbio di aver irrimediabilmente rovinato una foto.

La messa a fuoco poteva fortunatamente essere un po’ più semplice, grazie al fine corsa degli obiettivi fotografici completamente manuali ma solo  nei casi in cui si usavano ottiche fotografiche, al momento di applicare il solo corpo macchina al telescopio la situazione cambiava drasticamente tramutando il fine corsa inuna delle principali fonti di errore.

In aggiunta a tutto questo, si finiva per utilizzare spesso costosi ed “esotici” rullini di pellicole ad altissima sensibilità e granuli grossi come fagioli i cui risultati tanto faticosamente ottenuti si potevano poi verificare solo dopo lo sviluppo e la stampa della pellicola, la quale avveniva, nel migliore dei casi, dopo qualche giorno presso un laboratorio fotografico.

Ammetto che gli insuccessi sono stati numerosissimi ma considero ancora quel periodo come una palestra durissima ma indispensabile, da cui acquisire esperienze a ed un metodo di lavoro molto attento e scrupoloso in grado di aumentare sempre di più la percentuale di immagini riuscite.

I tanti sforzi profusi ebbero alla fine però portarono ai primi risultati: le immagini ottenute, nonostante agli occhi di oggi facciano un po’ sorridere, lasciavano stupefatte le persone osservavano gli avventori di allora, consentendomi di convincere più di qualcuno a provare l’emozione di osservare direttamente al telescopio. Obiettivo raggiunto!

una primordiale immagine lunare da me ottenuta nel 1990 con una reflex a pellicola attraverso un rifrattore autocostruito da 67mm di diametroe focale 600mm di Cristian Fattinnanzi

(….)

L’astroinseguitore, come indica la parola stessa, consente di seguire l’oggetto puntato trascurando quindi il mosso dovuto alla rotazione terrestre, allungando le pose fino anche ad alcuni minuti.

Non è sempre lecito ma in queste poche righe (spero la redazione non me ne voglia) mi permetto di suggerirvene uno in particolare, il Minitrack. E’ un mio progetto, brevettato nel 2013, e da diversi anni acquistabile come un prodotto di serie. Il Minitrack è il più semplice, leggero ed economico astroinseguitore sul mercato: non ha bisogno di batterie e il suo moto è regolato da un timer ad orologeria che lo rende apprezzatissimo dagli escursionisti, i quali spesso raggiungono, lungo i loro percorsi, punti particolarmente panoramici da cui scattare foto astronomiche.

L’astroinseguitore in questione, ma anche alcuni altri modelli ad onor del vero, si montano su un comune cavalletto fotografico dotato di testa orientabile, da puntare verso il polo Nord celeste (abbiamo descritto nel precedente articolo come individuarlo, vedi Coelum Astronomia n°258 pag. 44).

La fotocamera andrà successivamente installata sopra alla testa sferica dell’astroinseguitore,  una posizione comoda per individuare l’inquadratura preferita prima di iniziare gli scatti.

una reflex digitale montata su un astroinseguitore “Minitrack” ed un cavalletto fotografico. Un setup molto leggero ma che permette già di ottenere ottimi risultati

(….)

La fotografia astro-paesaggistica astronomica più di tutte le altre tecniche (vedi Coelum Astronomia n°254 pag. 72), concede al fotografo creatività e uno strumento per trasferire emozioni. Conosco tanti eccellenti astrofotografi che pur ottenendo immagini stupefacenti con potentissimi telescopi e sensori CCD, non hanno resistito all’attrazione di provare questa esperienza: perché più che in altre tecniche, la ricerca di un luogo a volte con richiami storici o naturalistici, lo studio della conformazione del suolo e dell’orientamento del cielo, la scelta di voler includere una determinata costellazione o un allineamento particolare degli astri con elementi terrestri, sono azioni che trasferiscono un’anima al risultato finale, che sarà poi gratificante riscoprire successivamente negli occhi dello spettatore finale. Il limite è solo la fantasia!

(…)

L’articolo qui riprodotto è solo parziale, i puntini tra parentesi segnalano parti mancanti. L’articolo completo di Cristian Fattinnanzi si trova su Coelum Astronomia n°259 dicembre 2022/ gennaio 2023

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