ABSTRACT
A pochi chilometri da Firenze, il Museo di Scienze Planetarie di Prato rappresenta il principale punto di riferimento in Italia per lo studio e l’esposizione di meteoriti. Nato negli anni ’90 e ospitato in una ex caserma, unisce un allestimento moderno e divulgativo a una collezione scientificamente preziosa. Oltre 600 meteoriti, di cui 125 esposti, includono esemplari unici come la siderite Nathan (272 kg, la più grande in Italia), condriti carbonacee celebri come Allende e Gujba, meteoriti marziane e lunari, oltre a rare pallasiti e mesosideriti. Il museo dedica ampio spazio anche a crateri da impatto, impattiti e vetri naturali, affiancando alla funzione espositiva un’attività di ricerca e classificazione riconosciuta a livello internazionale.
Il Museo di Scienze Planetarie di Prato
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Ad una ventina di chilometri appena da Firenze, Prato rimane per il turismo, all’ombra della grande città sull’Arno. La sua tradizionale vocazione industriale e forse una carenza a livello promozionale fanno sì che, pur essendo il secondo capoluogo di provincia toscano e nonostante i suoi musei, e monumenti, rimanga un po’ in disparte negli itinerari dei visitatori.
Ma per coloro che amano l’astronomia e specialmente per chi è interessato alle meteoriti, questa città offre il più importante, vario e ben organizzato museo in Italia.

Crediti: Musei Scientifici della Toscana
L’idea, nata negli anni ’90 e finanziata dalla provincia di Prato, era quella di affiancare alla tradizionale raccolta di minerali, un’esposizione di meteoriti. Va detto che a quell’epoca le meteoriti erano ancora considerate dal grande pubblico, e da alcuni persino all’interno della comunità scientifica, poco più di una curiosità, nonostante gli studi sulle condriti carbonacee avessero già rivoluzionato le conoscenze sull’origine del sistema solare e le prime meteoriti lunari e marziane identificate fra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, stessero fornendo importanti contributi alle scienze planetarie.
La sede del museo fu scelta in una ex caserma dei vigili del fuoco, vicina al centro cittadino. L’esterno, un po’ dimesso, si fa subito perdonare grazie a un allestimento moderno ed accattivante, in cui ambienti e luci sono studiati per accompagnare il visitatore lungo il percorso didattico. Il progetto espositivo è pensato per risultare accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo delle meteoriti, senza rinunciare a contenuti di approfondimento in grado di soddisfare anche un pubblico più esperto.
Preludio all’area espositiva è la “quadrisfera”, una piccola sala dove un gioco di specchi crea una superficie curva, apparentemente enorme, sulla quale è proiettato in continuo un filmato sull’evoluzione dell’Universo e della vita sulla Terra. Subito dopo una parete curva ospita una serie di monitor interattivi con informazioni sul Sole e pianeti del sistema Solare. Appesi al soffitto dei modelli in scala dei pianeti, con un Giove da 70 cm, Saturno che coi suoi anelli arriva ad un metro, mentre la Terra ha un diametro di 6,5cm.
Al termine dell’area del Sistema Solare si accede all’esposizione dei meteoriti. Solo 125 degli oltre 600 meteoriti facenti parte della collezione sono stati esposti, sia per ragioni di spazio che per rendere maggiormente chiaro il percorso didattico. Al centro della sala troneggia un grande esemplare di Nathan, la siderite trovata in Cina nel 1958 e della quale sono state rinvenute fino ad ora circa 10 tonnellate di materiale. Quello esposto, con i suoi 272 kg, è attualmente il più grande meteorite presente in Italia.
Sulle vetrine alle pareti di sinistra e di destra trovano rispettivamente posto le meteoriti differenziate e quelle non differenziate.
Le condriti, posizionate sulla parete di destra, provengono tutte da corpi non differenziati, che quindi non hanno subito evoluzione nelle loro litosfere come quelle dei pianeti e degli asteroidi di maggiori dimensioni. Nella struttura di queste meteoriti sono ancora visibili le condrule, piccole sferette composte da ferro, magnesio e silicati che sono nate nello spazio durante le prime fasi di condensazione del disco proto-planetario. Le condriti ordinarie esposte mostrano i diversi gradi di metamorfismo (cioè, quanto la pressione e/o la temperatura nei corpi progenitori abbiano modificato la struttura dei meteoriti, da quelli rimasti inalterati, dalla loro origine, a quelli modificati fino a rendere le condrule quasi indistinguibili, dalla matrice). Molto bella è la parte dedicata alle condriti carbonacee, con alcuni pezzi famosi come Allende (Messico 1969), con le sue inclusioni di Calcio/Alluminio, così importanti per tracciare l’origine del sistema solare e Gujba (Nigeria 1984), l’unica CBa (Bencubbinite tipo a) conosciuta.
Una rara Enstatite, HaH317, trovata durante una spedizione organizzata dal Museo in Libia, completa la panoramica della classificazione delle condriti. Subito dopo vi è un’esposizione sulle croste di fusione e sulle meteoriti orientate (modellate dall’impatto con l’atmosfera). Fra i molti pezzi vale la pena di ricordare Acfer 371, di oltre 9 chili che sembra l’ogiva di un proiettile.
Proseguendo, lungo la vetrina si trova un simpatico gioco: “scopri qual è la meteorite”, dove campioni di meteoriti e di comuni rocce terrestri sono affiancate. Ogni esemplare ha al suo fianco un QR CODE, che, rilancia alle varie classificazioni. Può sembrare una cosa facile, ma alcuni “falsi meteoriti” possono essere piuttosto difficili da identificare.
Nella parete opposta, le prime tra le differenziate sono le metalliche, ben rappresentate, da un “Campo del Cielo” di 50 kg, tutto coperto da “regmagliti” (gli incavi, lasciati dall’ablazione atmosferica durante la caduta del meteorite). Attualmente non in mostra, ma speriamo vi torni presto, una Sikhote-Alin, uno dei frammenti del meteorite ferroso, caduto in Siberia nel 1947. Il ferro di questo meteorite ha inglobato un pezzo di legno con il quale aveva impattato, dimostrando che al momento della caduta il calore aveva parzialmente fuso il meteorite.

che ingloba un pezzo di legno conservato presso il Museo di Scienze Planetarie di Prato.
Proseguendo si trovano alcune rare acondriti primitive (Acapulcoiti, Lodraniti, Winonaiti), poi i gruppi delle HED, provenienti dall’asteroide Vesta, delle meteoriti Marziane (SNC) come la famosa Dar Al Gani 670 e delle Lunari. Queste ultime sono particolarmente numerose con 14 pezzi esposti, tra Breccie Melt, Feldspatiche ed una Anortosite, rappresentante delle rocce degli altipiani lunari.


Concludono la sezione le litico-metalliche fra le quali una fetta di Estherville, Francia 1879, di 2.350 grammi, rappresentante delle mesosideriti ed una spettacolare fetta di Seymchan, di 5,7kg, una Pallasite trovata in Russia nel 1967. L’esemplare qui esposto ha un diametro di 40 cm. Sempre tra le Pallasiti vale la pena ricordare la bella fetta di Imilac, Atacama 1822, la cui massa principale è ospitata al Natural History Museum di Londra.
Una delle parti più interessanti del museo è quella dedicata ai crateri da impatto ed alle impattiti, ovvero le rocce ed i vetri che si formano a causa di impatti di oggetti di grandi dimensioni. Gli Shatter Cone, cioè i coni di frattura a forma di ventaglio, formati nelle rocce dalle pressioni di un impatto asteroidale sono rappresentati da due campioni dei quali uno proveniente dall’enorme Vradefort Crater del Sud Africa. Vi sono poi le Sueviti, brecce da impatto, nate dalla frantumazione e la fusione delle rocce a causa dell’onda d’urto. Infine, una raccolta di vetri da impatto, provenienti da diversi crateri sulla Terra, dalla Svezia, Kazakistan e Mauritania. Sono presenti anche alcune tectiti, come le Filippiniti, della grande famiglia delle Indociniti, e le belle Moldaviti, dal colore verde smeraldo. Non potevano mancare gli affascinanti Lybian Desert Glass ed i Darwin Glass Australiani.
Nella parete opposta, un’apposita sezione racconta delle attività di ricerca condotte e delle spedizioni organizzate. Il museo di scienze planetarie svolge infatti un importante funzione di ricerca, sia sul campo, per lo studio di crateri da impatto o campagne di ricerca di meteoriti in particolari aree, sia in laboratorio con la classificazione di meteoriti. Riguardo alle spedizioni, va citata quella del 2002 in Mauritania per lo studio delle brecce di fusione del cratere Tenoumer; una bellissima struttura da impatto piuttosto recente, di 1,9 km, nel Sahara occidentale. Il lavoro in laboratorio, ha portato alla classificazione di oltre 270 meteoriti, e la pubblicazione di articoli scientifici e scoperte come il minerale di Mellinnite, identificato all’interno di una rara meteorite della classe delle Acapulcoiti (NWA 1054)
Chiude l’esposizione museale la sala dei minerali. Il nucleo della raccolta proviene dall’acquisto di una collezione privata ampliata successivamente da diverse donazioni avvenute negli anni e da alcune acquisizioni di pezzi di pregio che hanno portato al ragguardevole numero di 4500 campioni, che spaziano su tutti quattro i continenti, anche se la zona più rappresentata è quella della Toscana. L’esposizione, per motivi di spazio è limitata a 130 esemplari, scelti fra i più belli, come un grande cristallo di topazio rossiccio e delle stupende brasilianiti di colore verde. Una vetrina all’ingresso mostra anche il fenomeno della fluorescenza di alcuni minerali, alternando la luce bianca ad una lampada ultravioletta.
Il Museo di Scienze Planetarie di Prato è certamente una meta imperdibile per chiunque voglia avvicinarsi al mondo delle meteoriti. Oltre alla ricchezza ed alla varietà della collezione che viene anno dopo anno arricchita di nuovi pezzi, si contraddistingue per l’attenzione alla didattica, con chiarezza, sintesi e completezza dei contenuti.
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L’articolo è pubblicato in COELUM 275 VERSIONE CARTACEA














